231 dialoghi Locarno – Anno 45 – Aprile 2014
di riflessione cristiana BIMESTRALE
Tra due votazioni
Avere un figlio è un diritto? «Si può?». L’interrogativo può avere un doppio (e addirittura triplo) senso: «È possibile tecnicamente? Oppure: «È lecito legalmente?». E ancora: «È giusto moralmente?». La Commissione federale di etica ha pubblicato un rapporto sul passaggio eventuale dalla possibilità tecnica (oggi i figli si possono concepire e mettere al mondo in tanti modi) alla liceità giuridica (la legge li dovrebbe permettere). Sullo sfondo, il problema etico. «Dialoghi» dedica un primo dossier, di carattere soprattutto esplicativo, alla questione. Pagine 2-5
Questo numero della rivista si pubblica tra due consultazioni popolari importanti nuovamente caratterizzate da un numero eccessivo di quesiti sottoposti all’elettore. Il 9 febbraio erano in gioco due iniziative popolari («Il finanziamento dell’aborto è una questione privata» e «Contro l’immigrazione di massa») e un decreto federale («sul finanziamento dell’infrastruttura ferroviaria»), oltre a una votazione cantonale. Il 18 maggio al giudizio dell’elettore ticinese saranno sottoposti cinque temi federali (tra cui: pedofilia, aerei da combattimento, salari minimi) e tre cantonali (tutti di freno alle spese, tra cui la riduzione dei sussidi di cassa malati). Alcuni comuni interrogheranno gli elettori anche su altri temi (la data è scelta intenzionalmente per favorire un’alta partecipazione). Ma il 9 febbraio ha votato il 56,2 per cento degli iscritti e appena il 17% per cento degli elettori sotto i 30 anni. Ci si deve chiedere se di questa scarsa partecipazione sia corresponsabile la complessità del sistema. Tanto più che, con l’allentarsi della fedeltà ai partiti e il fiorire di raggruppamenti attorno a istanze molto particolari, per non dire balzane (il divieto dei minareti), lo strumento della democrazia diretta si sta profilando come lo scenario ideale per diffondere e affermare istanze demagogiche. Il discorso si complica ancora di più se si riflette al rebus politico che provocano decisioni prese da un quarto appena degli aventi diritto quando si dimostrano in contrasto con la Costituzione federale oppure con trattati internazionali liberamente sottoscritti e di alto significato, come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Indipendentemente dai contenuti – che in qualche caso devono essere definiti francamente aberranti – la macchina pare in attesa di una verifica e forse di una revisione. E.M.
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Prospettive scientifiche, sociali e morali per il futuro della medicina riproduttiva L’11 marzo scorso il Consiglio degli Stati ha fatto sapere di voler permettere le analisi genetiche sugli embrioni in vitro destinati a coppie con difficoltà nella procreazione per evitare la comparsa di gravi malattie ereditarie (come la mucoviscidosi) ma di non voler estendere questa possibilità per determinare la presenza di anomalie cromosomiche (come la trisonomia, vulgo mongolismo), né permettere la creazione di cosiddetti «bambini salvavita», concepiti per curare un fratello o una sorella malati. È stata la prima risposta «politica» alle prese di posizione della Commissione nazionale di etica in materia di medicina umana (CNE) che pochi giorni prima aveva descritto il futuro da lei auspicato per l’utilizzo delle tecnologie riproduttive in Svizzera. La CNE vorrebbe il passaggio da un atteggiamento restrittivo nei confronti della procreazione assistita ad uno più aperto. A quanto pare, per ora, i «senatori» svizzeri preferiscono non distanziarsi troppo dalla linea di prudenza difesa dal Governo. Ma perché gli esperti della Commissione etica si battono per questa svolta? E quali sono le loro proposte principali? Proviamo a spiegarlo nelle righe che seguono. Partendo da un esempio choccante*.1 Si avvicina il giorno… Si avvicina il giorno in cui anche un bambino svizzero potrà nascere dall’unione (in vitro) dell’ovulo di una donna che non è la sua mamma genetica e del seme di un uomo che non è il suo padre genetico, poi impiantati nell’utero di una mamma «sostitutiva» che non sarà quella che lo tirerà grande, per andare magari a crescere in un nucleo familiare composto da due «genitori sociali», ma non biologici, dello stesso sesso? In teoria sarebbe possibile. Solo che la nostra legge, per il momento, ne impedisce la realizzazione. Per il momento, appunto. Perché, anche se la maggior parte dell’opinione pubblica non se ne rende conto, il mondo – anche nel nostro angolino elvetico – sta * Il presente articolo è una rielaborazione di quello pubblicato sul «Corriere del Ticino» alle pagine 2-3 il 28 febbraio 2014.
cambiando a ritmi vertiginosi. E quello che fino a ieri era considerato scientificamente pericoloso o socialmente riprovevole, oggi appare sicuro dal punto di vista medico e (più) accettabile da quello morale. Accettabile, perlomeno, secondo gli esperti della CNE, secondo i quali bisognerebbe dire di sì alla donazione di sperma alle coppie eterosessuali non sposate, ma di Carlo Silini
anche a persone sole e a coppie dello stesso sesso (oggi è permessa solo a quelle eterosessuali). Bisognerebbe permettere anche la già citata diagnosi pre-impianto così come la donazione di ovuli ed embrioni (oggi proibite). Mentre non sarebbe ancora scoccata l’ora per consentire l’utero in affitto (tecnicamente: la «maternità sostitutiva»), anche se il principio sarebbe accettabile. Una prima ragione Sbrigativamente si potrebbe dire che la CNE chiede misure più possibiliste per evitare almeno il fenomeno del «turismo della procreazione» che spinge molte persone ad andare in Inghilterra, in Belgio, o negli Stati Uniti per poter fare quello che da noi non è permesso. Con alcuni corollari delicati, come i problemi legali: per esempio far ottenere una identità legale ad un bambino ottenuto con queste tecniche. Ma per quanto veritiera, questa sarebbe una risposta molto riduttiva delle motivazioni della CNE. I suoi argomenti sono molto più articolati e ci obbligano ad entrare in due ambiti specialistici – la medicina riproduttiva e l’etica – che necessitano prima di tutto di un’esatta comprensione dei termini usati (vedi riquadro). Solo se si pone un’ampia premessa lessicale, infatti, è possibile capire la posta in gioco e valutare le scelte suggerite. È ciò che ha fatto la CNE: prima di spiegare le sue prese di posizione ha snocciolato l’ABC delle tecnologie e del dibattito filosofico in ambito etico, cercando di semplificare al massimo una materia che comunque resta ostica, se non labirintica, per i non addetti ai lavori. Lo ha fatto attraverso un documento di una cinquantina di pagine intitolato La procreazione
con assistenza medica assistita. Considerazioni etiche e proposte per il futuro. Qualche numero Le persone direttamente interessate alla procreazione medica assistita (PAM) in Svizzera sono in costante crescita. Nel 2012, 6.320 donne hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro; la loro età media era di 36,2 anni (39,4 per gli uomini), mentre l’età minima rilevata era di 19 anni (21 per gli uomini) e l’età massima 51 anni (66 per gli uomini). Da un esame per fasce di età risulta che il 9,0% delle donne trattate aveva 29 anni o meno, il 39,3% tra 35 e 39 anni, il 19,8% tra 40 e 44 anni e il 2,2% aveva 45 anni o più. Nel 2011, i parti con nascite plurime rappresentavano il 18,3% di tutte le nascite avvenute con PAM. In Svizzera attualmente si contano 27 centri per il trattamento contro l’infertilità. Nel corso della sua vita riproduttiva, spiega la CNE, una coppia su sei richiede una consultazione per difficoltà di concepimento. Nel 2011, tra le coppie che avevano iniziato un trattamento, il 18,2% delle indicazioni riguardavano una sterilità femminile, il 47,7% una sterilità maschile e il 23,3% una sterilità maschile e femminile (UST, 2013c). Per il restante 10%, l’infertilità rimane inspiegata, cioè è «idiopatica». Il tasso di gravidanza è di circa il 30% per ogni ciclo di trattamento. I punti fermi Veniamo alle regole vigenti e ai valori sui quali si basano. Oggi, a fare stato in materia è la legge entrata in vigore nel 2001 (la cosiddetta LPAM, Legge federale concernente la procreazione con assistenza medica) che vieta: la maternità sostitutiva, la donazione di ovuli e di embrioni, la conservazione di embrioni e la diagnosi pre-impianto. «La questione della legittimità di tali proibizioni – spiega la CNE – merita di essere riconsiderata». Secondo gli esperti della Commissione, infatti, le regole vigenti risentono ancora pesantemente del quadro legislativo («uno dei più restrittivi d’Europa») venutosi a creare con l’approvazione nel 1992 dell’articolo
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costituzionale 119 sulla medicina riproduttiva, dove l’approccio alla medicina riproduttiva era volto soprattutto a proteggere gli esseri umani dagli abusi della tecnologia. I cambiamenti sociali occorsi negli ultimi vent’anni, però, spingono la CNE a sostenere che la PAM, oggi, non rappresenta più solo una minaccia, al contrario. Profonde trasformazioni Di quali cambiamenti si parla? Anzitutto del diffondersi sempre più marcato di diverse forme di economie
domestiche, e non solo di quella rappresentata dalla famiglia tradizionale composta di un uomo e una donna sposati e con figli. Secondo dati ufficiali del 2009, per esempio, il 36,4% delle economie domestiche svizzere è composto di un’unica persona, un single; il 15% delle persone che vive in nuclei famigliari con figli, inoltre, appartiene a una famiglia monoparentale, e il 5,7% a una famiglia ricomposta. Non è tutto: le persone si sposano più tardi e quindi sono meno giovani alla nascita del loro primo figlio, il numero dei figli è quasi dimezzato, le coppie
divorziate sono triplicate e aumenta il numero delle donne che lavorano. Le forme di convivenza si moltiplicano in concomitanza con due altri fenomeni, spiega la CNE. Il primo è costituito dal fatto che nella nostra società si è imposto un «pluralismo normativo»: non esiste più un solo sistema di valori riconosciuto da tutti (come poteva essere, fino a poco tempo fa, quello giudeo-cristiano). Oggi un valore viene legittimato dal consenso che riesce ad ottenere in democrazia (ferma restando la difesa dei diritti fondamentali degli individui e delle minoranze), e non dall’imposizio-
Lessico e comprensione dei termini La PAM (procreazione con assistenza medica) riguarda i metodi mediante i quali una gravidanza non è conseguente a rapporto sessuale, bensì segnatamente a inseminazione e fecondazione in vitro (FIV). Si ha inseminazione quando la fecondazione ha luogo nel corpo della donna; si parla invece di FIV quando la fecondazione avviene al di fuori del corpo della donna con l’aiuto di trattamenti ormonali e interventi microtecnici. La FIV (fecondazione in vitro). C’è quella «classica»: gli ovuli sono messi a contatto con gli spermatozoi in un terreno di coltura. E c’è l’«ICSI» (iniezione introcitoplasmatica dello spermatozoo, o microinseminazione): un singolo spermatozoo viene iniettato direttamente nell’ovulo. FIV e ICSI sono due tappe obbligate per realizzare una diagnosi preimpianto (DPI). Circa 18 ore dopo l’apporto dello sperma, l’operatore esamina al microscopio se vi è stata una fecondazione. Ciò avviene nel 60%-80% degli ovuli. Una volta che lo spermatozoo è entrato o è stato introdotto nell’ovulo (tramite FIV o FIV-ICSI), il patrimonio genetico dei due genitori è ancora situato in due zone diverse, che sono chiamate pronuclei. È la cosiddetta fase di «oocita impregnato». Siccome in Svizzera la legge vieta la conservazione degli embrioni, la maggior parte degli «oociti impregnati» sono congelati (in previsione di altri tentativi nel caso in cui non si instauri una gravidanza), «mentre un piccolo numero prosegue il suo sviluppo in vitro ancora per qualche giorno. L’embrione o gli embrioni così ottenuti (da uno a tre al massimo per donna e per ciclo, secondo
il diritto in vigore) sono impiantati immediatamente nell’utero». La crioconservazione. La LPAM consente il congelamento di gameti e di «oociti impregnati», ma vieta quella degli embrioni. I gameti possono essere conservati per una durata massima di 5 anni che possono essere prolungati (se un trattamento rischia di provocare sterilità). Gli «oociti impregnati» possono essere conservati solo se la coppia mantiene il suo progetto procreativo per una durata massima di 5 anni. Scaduto il termine devono essere distrutti. I TEST PREIMPIANTO Ne esistono di diversi tipi: La DPI (diagnosi preimpainto, o preimplantation genetic diagnosis, PGD): si tratta di un’applicazione diagnostica chiara destinata a individuare una determinata e unica malattia, per la quale si è a conoscenza del fattore ereditario. Il PGS (screening preimpianto, preimplantation genetic screening) è impiegato per lo screening, in modo non invasivo, di anomalie nell’embrione; per lo screening delle aneuploidie (come le trisomie 13, 18 o 21, e le monosomie) nella cellula embrionale, in assenza di un qualsiasi problema genetico familiare; e infine per consentire il sequenziamento e l’analisi dell’intero genoma di un embrione prima del suo impianto. La tipizzazione HLA. Serve per selezionare i donatori di tessuto quando i genitori hanno un figlio affetto da una malattia grave e che può essere salvato solo dal trapianto di cellule sta-
minali emopoietiche (hematopoïetic stem cell transplantation, HSCT). Se i genitori non trovano un potenziale donatore fra i membri della loro famiglia, né fra donatori anonimi possono decidere di procreare un altro figlio che potrebbe fungere da donatore. LA MATERNITÀ SOSTITUTIVA Gli scenari: tradizionale: l’ovulo fecondato è sempre quello della madre portante. Quest’ultima accetta, a titolo gratuito o in cambio di una prestazione finanziaria, di provvedere alla gestazione del bambino concepito tramite PAM. tradizionale con donazione di sperma, la madre portante è fecondata con lo sperma di un donatore. gestazionale: l’ovulo fecondato non appartiene alla madre portante, è possibile procedere a una FIV con i gameti dei genitori intenzionali e trasferire poi l’embrione nell’utero della madre portante. I genitori sociali o intenzionali avranno così un legame genetico con il bambino. gestazionale con donazione di sperma: si procede a una FIV con l’ovulo di una madre intenzionale (che avrà un legame genetico con il bambino) e lo sperma di un donatore (eventualmente anonimo). gestazionale con donazione di embrione: una coppia sterile di cui la moglie, per esempio, è priva di funzione uterina e il marito non è in grado di procreare, effettua una FIV grazie alla donazione di ovuli e di spermatozoi e si trasferisce poi l’embrione così ottenuto nell’utero della madre portante.
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ne da parte del potere legislativo. «Sul piano dell’etica politica, si assiste al passaggio dalle etiche materiali – si spiega – cioè quelle che impongono alla collettività un sistema di norme particolari» alle etiche formali. Ovvero etiche che non dicono più cosa è bene e cosa è male, ma spiegano come procedere per poterlo sapere. Si è così giunti alle cosiddette etiche settoriali (etica biomedica, etica economica e degli affari, etica ambientale, ecc.). I progressi scientifici L’altro fenomeno concomitante è quello degli sviluppi tecnologici, tre dei quali risultano particolarmente significativi in questo ambito: il miglioramento dei sistemi ottici (in particolare ecografia e laparoscopia), la produzione degli ormoni sessuali e infine «la comprensione dei meccanismi biologici della riproduzione e più in generale gli sviluppi nel campo della genetica». Si tratta di sviluppi molto positivi per la medicalizzazione dell’infertilità, oggi percepita come un problema di sanità pubblica, visto che in Occidente le coppie, come visto, generano più tardi. Con l’ovvio corollario di un’accresciuta sterilità e di un’accresciuta domanda. Di fronte a questo quadro generale, a quindici anni dall’adozione della legge e a dodici anni dalla sua entrata in vigore, la commissione ha deciso che è tempo di rimettere in discussione tutto. Ma per giungere a stabilire nuove regole del gioco – cioè nuove leggi – non basta constatare un cambiamento. Bisogna anche rintracciare dei nuovi valori giuridici ed etici in grado di correggere o sostituire legittimamente quelli che reggono il sistema attuale.
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A maggioranza… e all’unanimità La Commissione nazionale d’etica per la medicina (CNE) raccomanda A MAGGIORANZA: 1. L’autorizzazione della DPI 2. L’autorizzazione della detezione delle aneuploidie 3. L’autorizzazione della tipizzazione HLA 4. L’autorizzazione della donazione di sperma per coppie dello stesso sesso e persone sole. 5. L’autorizzazione della donazione di ovuli e di embrioni. 6. La maternità sostitutiva, che può essere accettata in linea di principio, ma sulla quale sussitono dubbi sulla possibilità di un quadro accettabile, capace di assicurare la giusta protezione a tutte le persone coinvolte, visto il pericolo di commercializzazione di tale pratica 7. La soppressione del divieto di crioconservazione degli embrioni e ritiene opportuno non determinare il numero massimo di embrioni che possono essere sviluppati ALL’UNANIMITÀ: 1. L’autorizzazione della donazione di sperma per coppie eterosessuali non sposate 2. L’accoglienza e uno statuto giuridico sicuro ai bambini nati all’estero da una madre sostitutiva, ai quali si rifiuta l’autorizzazione di ingresso in Svizzera. 3. La creazione di un registro di bambini nati mediante PAM.
La dignità umana Di quali valori stiamo parlando? La Legge federale concernente la procreazione con assistenza medica (LPAM) ne evidenzia quattro: la dignità umana; la personalità; la famiglia e il benessere del nascituro. C’è poi un quinto valore che non viene menzionato esplicitamente, ma soggiace alla visione espressa dalla legge: il concetto di natura e di naturale. Partiamo dal primo. Si sostiene che ogni essere umano ha dignità perché è una persona. In questo ambito significa che l’embrione umano è un individuo e un soggetto umano e perciò deve essere trattato da subito come una persona umana. La sua dignità esige protezione; non sono perciò
giustificati, nelle tecniche riproduttive, la selezione o lo scarto di embrioni. Quella che abbiamo appena riassunto è la «tesi personalista» a cui la CNE oppone quella «razionalista» secondo la quale la persona umana non equivale all’«essere umano», ma è un essere umano dotato di una effettiva capacità razionale. Ci sono «esseri umani» che non sono «persone»: o perché non hanno ancora sviluppato le proprietà per l’esercizio della ragione (embrioni, feti, ecc.) o perché non hanno la possibilità di farlo o perché le hanno perdute (stato vegetativo). C’è anche una terza posizione, «gradualista», secondo la quale l’embrione non ha coscienza né libertà, ma li svilupperà
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col tempo. Questa tesi dà alla società la responsabilità di determinare i diritti concreti degli embrioni. Ciò che più conta, agli occhi della CNE, è che oggi il valore della dignità umana può essere invocato sia per limitare che per promuovere la PAM. Individui o persone? Ma sul fronte della dignità, come dobbiamo considerare i portatori di gravi disabilità o in coma, che sono incapaci di autodeterminazione? Per alcuni autori si tratta di esseri umani, ma non di «persone»; a questo titolo, non posseggono una vera e propria dignità. Ciò però non implica che non debbano essere rispettati. Lo stesso vale per l’embrione. Il rispetto che gli si deve dipende «dal valore intrinseco che possiede come entità umana» e «dalla sua capacità di sviluppare le proprietà caratteristiche di una persona». Ne consegue che «più l’embrione si sviluppa, più bisognerà rispettarlo e offrirgli una protezione adeguata perché acquisisce personalità». Gli embrioni vanno perciò «considerati solo come “pazienti morali”, cioè degli esseri vulnerabili che, a causa del loro statuto ontologico e della loro esposizione al di fuori del corpo della donna, richiedono una protezione da parte di terzi». Per la CNE, in ogni caso, un adulto, anche se debilitato «conserva (sempre, ndr.) la dignità che ha acquisito». In estrema sintesi: gli embrioni vanno protetti per il loro valore intrinseco, ma non possono essere già considerati persone. Quale famiglia? Veniamo alla famiglia. Invece di fondare nuove leggi su quella tradizionale, la Commissione etica suggerisce di farlo su «forme di vita fondate sui legami tra genitori e figli che uniscono le generazioni e sono riconosciute dalla società». Qui ogni parola pesa. Non si precisa di che tipo di «legame» si parli: biologico, affettivo, genetico? Ed è importante se si considera, per esempio, che la PAM consente in certi casi di dissociare la madre di gestazione (quella che fa sviluppare l’embrione nel suo utero) dalla parentela genetica (quella che fornisce l’ovulo) e dalla parentela sociale o d’intenzione (quella che crescerà il bambino). Poi si parla di forme «riconosciute dalla società». Le condizioni attuali per cui la procreazione assistita è permessa solo a coppie sposate eterosessuali o non sposate ma con una certa stabilità,
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mostra che la Svizzera identifica ancora nella famiglia tradizionale l’unica forma legittima. Ma per la CNE questa posizione non è più difendibile. Tutto questo apre la strada alla possibilità di ricorrere alla PAM anche per le coppie omosessuali e per i singoli. «Contro natura» Il benessere del nascituro, infine, in Svizzera è considerato il valore supremo e supera gli interessi della coppia o del singolo che ricorre alla PAM. Va precisato che questo valore non va inteso come un diritto del bambino (che tra l’altro deve ancora nascere) ma come una condizione dentro la quale verrà al mondo. Per cominciare «è discutibile invocare il principio del benessere del nascituro per negare a un bambino la possibilità di nascere» da una donna di 46 anni, o in una coppia gay. Poi bisogna dimostrare che venire al mondo tramite la PAM in una coppia omosessuale o presso un singolo arrechi più danno che venire la mondo in una coppia eterosessuale. Ma nessuna forma di famiglia può garantire, per la sua semplice struttura, il benessere del bambino che «risulta da diversi fattori» come «la dedizione dei genitori, la ricchezza e la stabilità dei rapporti interpersonali, la disponibilità di risorse umane e materiali». Aspetti che possono essere presenti (o assenti) in qualsiasi tipo di convivenza. Si dirà che far nascere un bambino in una coppia omosessuale è «contro natura». Ma, obietta la CNE, non tutto ciò che è «contro natura» è negativo. Al contrario: la stessa medicina è un insieme di pratiche volte a contrastare le malattie, che sono fenomeni naturali. Fino a che punto ha senso invocare questo principio per impedire alle coppie dello stesso sesso o ai singoli di procreare? Questioni fondamentali Le motivazioni della CNE vanno inquadrate sullo sfondo di un contesto più ampio del puro campo della procreazione assistita. Si tratta di una parte molto teorica del testo che però è importante registrare perché fa stato del dibattito in corso sui valori sia a livello filosofico che giuridico. Il documento, per esempio, affronta la diatriba su cosa sia la natura e che cosa sia naturale, e distingue almeno tre approcci: quello descrittivo, per il quale la natura dice come le cose sarebbero senza l’intervento dell’uomo; quello ontologico, per cui la natura indica l’essenza di un essere (per esempio è
«Donare la vita per poi distruggerla?» La Commissione di bioetica della Conferenza dei vescovi svizzeri (CES) ha reagito alla pubblicazione del rapporto della Commissione nazionale di etica (CNE) con un comunicato che si legge integralmente al sito www.ivescovi.ch/ documents/communiques/contreun-libre-marche-de-la-procreation ed è stato riassunto sul «Giornale del Popolo» del 28 febbraio, p. 15. Nel resoconto del giornale si dà la parola all’eticista Thierry Collaud: «Non possiamo non rispondere in modo molto critico a un testo che decostruisce totalmente il vivere comune per non proporre altro che un’etica liberale minimalista e utilitarista». Da molti anni la Chiesa cattolica mette in guardia contro il fascino che esercitano le tecniche e le procedure di procreazione assistita e contro il fatto che la fecondazione in vitro (FIV), implicando l’ottenimento di embrioni al di fuori del corpo umano, comporta inevitabilmente la distruzione di molti nella natura umana l’uso della ragione e della libertà) e quello valutativo, dove si stabilisce un legame tra ciò che l’essere umano è in quanto tale e ciò che dovrebbe essere (dimensione etica). Sembrano ragionamenti astratti, se non fosse che a seconda del senso che si attribuisce alla parola natura le conseguenze pratiche in un ambito come quello della PAM possono essere diametralmente opposte. La LPAM, infatti, cita il concetto di natura in modo quasi solo descrittivo, per esempio quando sostiene che la natura vuole che ogni bambino abbia un padre e una madre. Ma dando una nuova interpretazione del termine di natura, questa affermazione non ha più senso. Spostandosi dal campo filosofico a quello giuridico, invece, la CNE si chiede che cosa significhi tutelare la libertà personale. Una libertà che può essere negativa (l’assenza di interferenze altrui, per esempio dello Stato, nel tentativo di autorealizzarsi) o positiva (una libertà che prevede condizioni supplementari per realizzare il proprio progetto, nel caso nostro quello procreativo). La grande domanda L’interrogativo di fondo resta il seguente: chi ha il diritto di accedere
di essi. «La fecondazione e la riproduzione di embrioni in vitro conduce quasi inevitabilmente alla classificazione e alla selezione di questi embrioni attraverso la diagnosi pre-impianto (DPI) che la CNE vorrebbe spingerci ad accettare» (…) «Portando all’estremo la sua logica, la CNE, per illustrare che non c’è, nella società, alcuna struttura che obblighi (e tantomeno la struttura famigliare “tradizionale”), apre una porta alla pratica molto contestata della maternità sostitutiva: una pratica che si fa beffe della dignità dell’embrione, mandato a svilupparsi in un ventre estraneo». La Commissione etica dei vescovi svizzeri non può che «respingere la quasi-totalità delle proposte della CNE». Pur riaffermando con vigore questi principi, la CES «non nega l’esistenza nella società di sofferenze generate dalla possibilità o meno di procreare. Abbiamo tutti la responsabilità di attenuarle, ma non a qualsiasi prezzo». alla PAM? Perché se non esiste un diritto ad avere un figlio, o un figlio in buona salute, a determinate condizioni, spiega la CNE, esiste un diritto all’assistenza medica in materia di procreazione. Per il momento, secondo le nostre leggi, il diritto alla PAM riguarda le coppie sterili, quelle che pur avendo rapporti sessuali soffrono per la mancanza involontaria di prole (si noti che questa definizione taglia fuori ipso facto le coppie gay e i singoli). E riguarda le coppie per le quali non ci sono altri modi per evitare il pericolo della trasmissione di malattie gravi. Ma, conclude la CNE aprendo un dibattito che si annuncia intrigante e lacerante allo stesso tempo, «dobbiamo riconoscere che il desiderio di prole e di fondare una famiglia può essere centrale anche in una coppia omosessuale o per un singolo». Perciò la PAM dovrebbe essere consentita anche a loro. Una conclusione basata sull’assunto – per molti controverso – che «l’omosessualità rappresenta una variante naturale della sessualità». Il resto, per la CNE, procede dalla logica: siccome l’unione fra persone dello stesso sesso è legalmente riconosciuta nel nostro Paese, anche il loro desiderio di avere figli deve essere considerato legittimo. Il sillogismo si chiude. E il dibattito si apre.
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La consultazione su «matrimonio e famiglia» ha misurato le opinioni del popolo di Dio In preparazione di un Sinodo straordinario sulla famiglia previsto a Roma dal 5 al 19 ottobre 2014, la Segreteria del Sinodo ha diffuso un «documento preparatorio» cui era allegato un questionario di 39 domande che «permettono alle Chiese particolari di partecipare attivamente alla preparazione del Sinodo straordinario che ha lo scopo di annunciare il Vangelo nelle sfide pastorali di oggi circa la famiglia» («Il Regno» n. 1156, 1. dicembre 2013, pp. 695-699). Il questionario si divideva in nove gruppi di domande: sulla diffusione dell’insegnamento della Chiesa, sul matrimonio secondo la legge naturale, sulla pastorale della famiglia, sulle situazioni matrimoniali difficili, sulle unioni di persone dello stesso sesso, sull’educazione dei figli nei matrimoni irregolari, sull’apertura degli sposi alla vita, sul rapporto tra famiglia e persona e su altre eventuali sfide e proposte. Giustamente considerando il poco tempo disponibile per le risposte (entro il 31 dicembre 2013 alle Conferenze episcopali, entro il 31 gennaio 2014 alla Segreteria del Sinodo), la Conferenza dei Vescovi svizzeri ha incaricato l’Istituto svizzero di sociologia pastorale (SPI) di San Gallo di proporre un questionario semplificato via Internet, consistente in due pagine con domande sul matrimonio, sui divorziati risposati, sulle coppie dello stesso sesso, sulla trasmissione della fede in famiglia, sulla contraccezione, sulla dottrina della Chiesa sulla famiglia. Un’ampia partecipazione Secondo quanto riferisce «Il Regno» n. 1161, «il processo ha coinvolto e prodotto un numero considerevole di risposte: oltre 16.000 in Gran Bretagna, 23.600 in Svizzera, 34.000 in Austria, 3.000 in Belgio, 52 in Lussemburgo, 758 in Norvegia (…). Da queste poche cifre emerge innanzitutto la voglia di essere Chiesa di comunione. A rispondere sono stati singoli, associazioni, diocesi, gruppi parrocchiali, in uno sforzo notevole considerata la brevità del tempo a disposizione e la difficoltà delle questioni poste (o del linguaggio in cui le questioni
sono state poste, come rilevato in tanti questionari)». Secondo una informazione KIPA del 21 febbraio, quasi l’80% delle Conferenze episcopali del mondo hanno risposto al questionario sulla famiglia, e una dozzina hanno pubblicato i risultati o le conclusioni ricavate dall’inchiesta (tra essi: Canada, Filippine, Congo…). I vescovi francesi hanno pubblicato i principali risultati senza tuttavia fornire dati statistici; i giapponesi hanno constatato una grande diversità tra la posizione vaticana e la realtà del Paese e la difficoltà delle Chiese minoritarie di trasmettere la dottrina cattolica. Il Comitato permanente della Conferenza episcopale della Germania ha diffuso i risultati delle risposte ricevute, più di mille pagine che sono servite a presentare una sintesi resa pubblica su Internet anche in inglese e in italiano. Nella «Rivista diocesana» di Lugano (marzo 2014) è pubblicata la relazione del direttore dell’Istituto svizzero di sociologia pastorale sui risultati della consultazione. In Austria la risposta è stata notevole: 34.000 i partecipanti, i risultati sono molto simili a quelli registrati in Germania e in Svizzera. Secondo la KIPA del 6 febbraio, mostrano una netta divergenza tra quello che la Chiesa insegna in materia di matrimonio, di sessualità e di vita familiare e quanto pensano i cattolici della base, comprese le persone attive nella vita parrocchiale. Le risposte svizzere sui temi principali L’invito dei vescovi svizzeri a rispondere al questionario ridotto dall’Istituto di sociologia pastorale di San Gallo ha raccolto oltre 25.000 risposte, per i tre quarti tramite web. La consultazione ha inaugurato una nuova forma di comunicazione, che proprio la larga partecipazione ha dimostrato essere una necessità e non deve restare un fatto isolato. I cattolici hanno apprezzato di essere stati ascoltati, prima che i loro vescovi si esprimessero su temi che interessano la vita di tutti, riannodando un dialogo fin qui carente. Davide De Lorenzi, presidente dell’Azione cattolica ticinese, sul mensile uf-
ficiale «Spighe» dello scorso febbraio, sotto il titolo «Rivoluzione nel metodo e nella sostanza», ha scritto: «Con una mossa di impressionante saggezza e apertura, papa Francesco ha risposto all’urgenza di aprire un ampio dibattito su questi temi e alle pressanti richieste di maggiore condivisione nel governo della Chiesa». Per il vescovo di Lugano Valerio Lazzeri, «con questo mezzo si è tentato di ravvivare, prima di tutto nei battezzati, un senso di corresponsabilità nella preparazione di un Sinodo chiamato a riflettere su questioni che riguardano una così larga parte del popolo di Dio in cammino nella storia» («Giornale del Popolo» dell’8 febbraio). L’Istituto sangallese provvederà ad elaborare una sintesi, che richiederà qualche mese. Va comunque sottolineato che non si tratta del risultato di una indagine scientifica, cioè condotta su un campione rappresentativo dei cattolici o degli svizzeri, ma del parere di chi ha risposto (circa l’1% dei cattolici, ma il 10% se si considerano i partecipanti alla messa domenicale). Risposte critiche Bastano alcuni dati per delineare la realtà sottesa alle risposte svizzere all’inchiesta vaticana. Nel 2013 in Svizzera furono celebrati 39.500 matrimoni (dato stabile da più di un decennio: 42.700 nel 2012) e i divorzi furono 17.000 (17.600 nel 2012), con un lieve regresso rispetto all’anno precedente. Le unioni registrate di coppie dello stesso sesso furono 690 (-5 rispetto al 2012). Nel Ticino nel 2012 furono celebrati 1640 matrimoni e pronunciati 704 divorzi; nel 35,2% dei 1598 matrimoni civili celebrati nel Ticino nel 2011, almeno uno dei coniugi era già stato sposato. Le risposte pervenute al SPI, secondo i dati forniti dalla KIPA il 4 febbraio, erano 23.636: tre quarti via Internet, gli altri su carta. L’87% erano in tedesco, il 9% in francese, il 4,5% (circa mille) in italiano; dal Ticino circa 440 risposte. A fine febbraio le risposte superavano quota 25.000. L’età media di chi ha risposto era di 54 anni, il 47% erano uomini, il 53% donne, i due terzi
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con figli; il 92% si dichiarano cattolici; il 95% vuole una educazione religiosa per i figli, l’89% approva il matrimonio religioso. Si tratta dunque di cattolici adulti, inseriti nella comunità ecclesiale e partecipi alla sua realtà. Dai dati diffusi alla conferenza stampa del 4 febbraio, in cui i vescovi svizzeri hanno presentato i primi risultati dell’indagine, il 90% chiede la benedizione delle coppie dei divorziati risposati e la loro riammissione ai sacramenti; il 60% anche un riconoscimento ed una benedizione per le coppie omosessuali; il 40% è invece nettamente contrario («Giornale del Popolo» del 5 febbraio). Tre impegnate risposte ticinesi La rivista «Adista» (Via Acciaioli 7, Roma), che aveva pubblicato l’intero questionario delle 39 domande, ha poi riferito alcune risposte articolate di gruppi di cattolici (Infra), mentre «Il Regno» ha raccolto nel numero del 15 gennaio (1154) la sintesi delle 320 risposte da esso ricevute da gruppi o singoli, e ha commentato, per la penna del moralista Luigi Lorenzetti, la risultante «nuova visione di Chiesa», fornendo anche una sintesi delle risposte rese note nel numero del 15 febbraio (n. 1161). Nel fascicolo 1162 sono pubblicate le risposte della Conferenza episcopale tedesca e di un gruppo di teologi di lingua tedesca. Altre risposte di interi episcopati o di singoli gruppi sono facilmente reperibili su Internet o su pubblicazioni cartacee. Tre le risposte articolate compilate nel Ticino e rese note: un riassunto elaborato dall’Azione cattolica ticinese (due pagine) è stato pubblicato sul già citato «Spighe» di febbraio. Tra le costatazioni circa «alcune situazioni matrimoniali difficili» si legge che «circa il 95% delle coppie che celebrano un matrimonio cristiano proviene da una convivenza. Le unioni libere sono sempre più diffuse. Il numero dei divorziati è aumentato nei decenni e la maggior parte di queste persone cerca poi una nuova unione, non necessariamente un nuovo matrimonio civile». Un gruppo di famiglie del Mendrisiotto (circa 40 persone, in gran parte genitori con figli e alcuni presbiteri) ha compilato una risposta sistematica al questionario vaticano (16 pagine dattiloscritte) Tra i dati statistici significativi, l’aumento delle coppie di fatto (nel Ticino 5,9% delle persone nel 2010, 6,1% nel 2011; in Svizze-
ra 7,8% nel 2010 e 8,3% nel 2011); le nascite fuori del matrimonio (nel Ticino 150 nel 1970, 661 nel 2012; in Svizzera 16.577 nel 2012 e solo 3.746 nel 1970). I matrimoni civili in Ticino sono stabili negli ultimi dieci anni (1.558 nel 2002, 1.640 nel 2012), mentre i matrimoni in chiesa sono diminuiti di un terzo (594 nel 2002, 399 nel 2012). Citando dati del farmacista cantonale, il rapporto riferisce che il 37,7% delle donne in età fertile fa uso di contraccettivi ormonali e verosimilmente il 77% delle donne che potrebbero avere una gravidanza indesiderata ricorre alla contraccezione. «Questo dimostra come la realtà, nella nostra zona, sia molto distante dai principi enunciati dalla dottrina della Chiesa». Particolarmente interessante e propositive le pagine dedicate alla pastorale della famiglia, con un’informazione sulla preparazione al matrimonio e proposte di una azione più efficace e diffusa. Il mensile «Confronti» (n. 61 del 5 marzo) ha riferito delle risposte svizzere, sottolineando come per «il fatto che sono stati i più fedeli a rispondere al questionario, assume importanza la critica alla morale tradizionale impartita dalla Chiesa cattolica (…) Qui veramente siamo di fronte a una rivoluzione nei comportamenti e negli atteggiamenti». Ma che cos’è il «matrimonio cattolico»? Il cambiamento è messo in evidenza dal fenomeno delle «convivenze», che precedono molto spesso il «matrimonio civile» (davanti al sindaco) e persino il «matrimonio religioso» in chiesa per le coppie di cattolici. «Dialoghi» (n. 230, febbraio 2014) ha proposto di valorizzare come vero matrimonio ogni consenso tra due persone di convivere durevolmente, confermato o meno davanti all’autorità civile (per le conseguenze giuridiche che ne derivano) e ripetuto in chiesa, con il presbitero che diventa solo il «testimone» (così insegna la dottrina ufficiale). Il «rito religioso» diventa una richiesta di benedizione divina e di solidarietà della comunità ecclesiale, con impegno di vita cristiana e di educazione religiosa dei figli. Questa interpretazione (che può apparire minimale, ma è quanto di fatto interpreta il vissuto di molti sposi e della comunità civile) è stata criticamente rilevata dall’amico Giorgio Campanini, il quale ha osservato come «dai [suoi] studi sulla Chiesa antica risulta con chiarezza che la “sacralità” del matrimonio sia
stata riconosciuta e praticata – anche al di là di un’esplicita ritualizzazione – sin dalla Chiesa antica (…) e che è equivoco affermare che il matrimonio è stato riconosciuto come sacramento soltanto nel XII secolo: si tratta, a mio avviso, di una “formalizzazione” giuridica di realtà sin dall’inizio percepite come sacre». E più oltre conclude: «È bene, in ogni modo, che simili questioni siano dibattute». Le tre domande al n. 2 del questionario vaticano («Sul matrimonio secondo la legge naturale») hanno sollevato difficoltà e critiche da più parti: così la Comunità della Badia fiesolana (cfr. «Adista», 13 febbraio 2014) ha citato «alcuni temi di riflessione di padre Ernesto Balducci del 1974», per il quale «solo dopo l’avvento dell’epoca costantiniana, quando la Chiesa acquista potere politico nella società, nasce l’ordinamento giuridico del matrimonio cristiano, definitivamente ratificato dal Concilio di Trento. Si tratta perciò di un prodotto storico, come tale relativo». E conclude «Questo modello familiare è storicamente in crisi in seguito al mutamento delle strutture economiche e culturali della società moderna. Non può essere conservato con l’argomento che esso risponde all’ideale evangelico. Il Vangelo non offre nessun modello assoluto di famiglia». Un gruppo torinese (cfr. «Adista» n. 46, 28 dicembre) osserva che «Il tema della “legge naturale” in relazione al matrimonio (domande 5-7) è cruciale. L’idea di legge naturale può aver avuto un grande significato come istanza critica del diritto positivo e di salvaguardia di ciò che è indisponibile. Tuttavia è necessario che si chiarisca che cosa si intende per “legge naturale”: o la si intende in termini scientifici e allora serve una dimostrazione empirica (e quindi difficilmente il matrimonio potrebbe rientrarvi) o si deve pensare che si vuole parlare dell’originario disegno di Dio sull’uomo e sulla famiglia (e sappiamo che si tratta di un argomento largamente discusso a partire dai testi biblici di riferimento). Se la Chiesa può individuare in un modello di matrimonio la forma più adeguata e conforme al disegno originario, questo non la autorizza a presentarlo come naturale, soprattutto per le ambiguità filosofiche e teologiche a cui questo concetto si presta. Ne consegue che non è del tutto appropriato vedere nella legge naturale il principio di regolazione del matrimonio, che è piut-
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tosto un fatto culturale che si evolve nel corso nella storia. Si rischierebbe, inoltre, di dare più valore a un istituto che alla persona». Le difficoltà non sono sfuggite neppure ai redattori del Mendrisiotto, che hanno scelto di rinviare le tre domande sul «matrimonio naturale» al moralista don Oliviero Bernasconi (inutile qui elencare gli incarichi da lui rivestiti, tra cui la presenza come delegato svizzero al Sinodo sulla famiglia del 1980), che risponde argomentando sulla «legge naturale» a partire da san Tommaso, mentre sul matrimonio-sacramento osserva: «È richiesto il riesame della teologia e del diritto del dopo il Concilio di Trento, il quale afferma che per i battezzati il matrimonio è elevato a dignità di sacramento, per cui l’indissolubilità è assoluta. Ma dopo Trento vi sono stati teologi di peso, come il Caietano, i quali sostengono che questa “elevazione” del matrimonium naturae a sacramento è esatta per se, ma per accidens può non esserlo. In quali casi? Quale è la fede richiesta per il matrimonio che è sacramento della fede?». Don Bernasconi conclude: «Tutta la problematica va approfondita e riformulata per dare una risposta umana e cristiana nella realtà concreta dell’oggi in cui ci è dato di vivere, altrimenti si corre il rischio che tutto viene affidato alla “coscienza dei singoli”, non certo cristianamente formata, ma regolata dai mass media di turno». Senza pretendere di sciogliere dubbi o proporre alternative, sarebbe utile anche un confronto (come da più parti suggerito, persino da papa Francesco…) con la dottrina e le pratiche delle altre Chiese cristiane, da quella ortodossa più attenta alla tradizione antica a quella protestante più sensibile ai cambiamenti intervenuti nella società occidentale. Sulla prassi della Chiesa antica, vedi l’articolo di Giovanni Cereti («Il Regno», n. 1163 del 15 marzo 2014). Ripensare il ruolo delle donne Un’altra critica di fondo al questionario vaticano lamenta l’assenza di domande circa il nuovo ruolo della donna nella società moderna, che si ripercuote nella famiglia, nella cultura e nella società, e dell’obbligo del celibato per i presbiteri cattolici romani che può condurre, direttamente o indirettamente, alla svalutazione della donna sia nella Chiesa sia nelle
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relazioni di coppia. Così il gruppo torinese sopra citato alla domanda 38 (se ci sono altre sfide e proposte urgenti riguardo ai temi trattati nel questionario) risponde che «l’antropologia sottesa alla formulazione delle domande sembra ancorata a modelli passati e inadatta a cogliere le istanze cruciali della contemporaneità. Sentiamo mancante una riflessione sulle donne di oggi in grado di accogliere i frutti dell’emancipazione del ’900». «Dialoghi» ne ha fatto un rapido cenno nell’ultima colonna del dossier (n. 230, p. 9), citando la mancanza di domande sulla mentalità maschilista, sul drammatico fenomeno della violenza di genere, sulla condizione dei presbiteri, sulla necessità di occuparsi della «vita intermedia» e non solo dell’inizio e della fine. Mentre ha dato rilievo (con un contributo di Giorgio Campanini) alla necessità di potenziare la preparazione e il sostegno cristiano alla vita familiare, dal Concilio indicato come un campo specifico e privilegiato di evangelizzazione. Infatti per «far diminuire i divorzi» e «tornare a evangelizzare i figli», per ridurre altre situazioni che contraddicono nella pratica vissuta da molti battezzati la proposta evangelica, sembra ovvio (ma non sufficientemente praticato da molta parte della Chiesa ufficiale ed istituzionale) un ripensamento e un netto potenziamento della cosiddetta «preparazione al matrimonio». Qui le Chiese locali devono fin d’ora impegnarsi concretamente, senza attendere pronunciamenti e direttive che verranno dal Sinodo romano. Roma prende atto A detta del segretario del Sinodo, card. Lorenzo Baldisseri («Il Regno» n. 1161), «La pubblicazione del materiale non era prevista. Si tratta di un’iniziativa unilaterale delle singole conferenze episcopali. L’indicazione era di inviare il materiale riservatamente in Vaticano. Poi se c’è qualcuno che fa quello che vuole, non ci posso far nulla, ma non era nel programma». Anche se il materiale pubblicato non è elaborato se ne terrà conto perché «altrimenti che cosa l’abbiamo fatto a fare? Questa inchiesta che consulta i fedeli dal basso è la volontà di papa Francesco». Roma, insomma, sembra «stare al giuoco». Sull’«Osservatore Romano», organo della Santa Sede, l’editorialista Lucetta Scaraffia constata
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che il questionario è stato occasione di discussioni appassionate e si felicita col metodo di lavoro adottato, ritenendo che questa iniziativa costituisce la fine di una opposizione tra gerarchia e fedeli (O.R. del 4 febbraio, riferito dalla Kipa il 5 febbraio). In una intervista pubblicata sull’O.R. del 21 febbraio (Kipa, 22 febbraio), ancora il cardinale Baldisseri ha commentato come gli episcopati abbiano compreso l’urgenza di prendere coscienza delle realtà vissute dalla gente e di riprendere il dialogo con coloro che si sono allontanati dalla Chiesa, mentre le risposte esprimono la grande sofferenza di coloro che si sentono esclusi o abbandonati dalla Chiesa. Il cardinale tedesco Walter Kasper, incaricato di tenere una relazione ai cardinali in presenza del Papa, sul tema dei divorziati risposati (la grande maggioranza delle risposte ne chiede l’accesso ai sacramenti), ha ricordato la pratica penitenziale canonica «applicata nei primi secoli del cristianesimo» e «la prassi matrimoniale, in alcune Chiese locali, attraverso la partecipazione alla comunione come una zattera di salvataggio». E concludeva: «Sarà questa via percorribile in futuro? Non si tratterebbe comunque di grazia a buon mercato» («Giornale del Popolo», 22 febbraio). Questa rapida rassegna (che vuol essere uno stimolo a leggere gli originali) può chiudersi con l’invito del vescovo Lazzeri, tolto dall’intervista già citata: «I pastori e i cristiani in genere sono stati chiamati a fare dei passi insieme, a non dare per scontato che basti una dottrina ben formulata per cambiare i cuori, ma anche a rendersi conto che non basta la maggioranza a pensare o a fare una certa cosa per renderla automaticamente vera e giusta. Ma il percorso in questo senso è appena avviato». a.l. Offrite «Dialoghi» A un giovane lettore! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30.– franchi, invece di 60.–! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni l’amministratore di «Dialoghi»: Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4, 6900 Lugano, amministrazione@dialoghi.ch.
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cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori
Vox populi. La maggioranza dei votanti svizzeri ha deciso il 9 febbraio di limitare l’«immigrazione di massa». I ticinesi hanno contribuito in modo determinante al risultato nazionalista, raggiunto con uno scarto di appena ventimila voti su quasi tre milioni di votanti, ma anche di continuare a rimborsare, tramite l’assicurazione, le spese per gli aborti legali (che in dieci anni hanno impedito a centomila bambini di nascere, cioè altrettanti svizzeri!), mentre la maggioranza dei votanti grigionesi (il 73,6%) vuole che le persone giuridiche continuino a pagare l’imposta di culto delle Chiese. Sparano sull’ambulanza. I granconsiglieri ticinesi, ringalluzziti dal voto del 9 febbraio, hanno richiesto al Consiglio federale di non più restituire parte delle imposte pagate dai lavoratori frontalieri ai comuni di provenienza (che continueranno a sostenere le spese causate dai frontalieri e dalle loro famiglie) e di aumentare dal 78 al 100% del moltiplicatore comunale la trattenuta sui loro salari, compresi quelli da dumping che concedono i loro «padroni». Insomma, «volano gli stracci», investiti dal rigurgito «anti italiano» di molti ticinesi, chi più chi meno «patrizi doc». Non sarebbe stato più adeguato richiamare a dimostrare patriottismo gli imprenditori ticinesi che danno lavoro a sessantamila frontalieri (su un totale di oltre 230.000 occupati) e non sono in grado di riassorbire meno di ottomila disoccupati locali? Duecent’anni. Il cardinal Martini era del parere che la Chiesa cattolica fosse in ritardo di duecento anni. I vescovi svizzeri lo hanno confermato nominando una Commissione pastorale che comprende cinque ecclesiastici, cinque laici maschi e una (una!) donna. Il cardinale Kasper (cfr. «Giornale del Popolo» dell’8 marzo) ha detto che «la Chiesa senza le donne è un corpo mutilato». In attesa che lo curino a Roma, non potremmo cominciare la cura nella Diocesi di Lugano? Svizzeri generosi. Nel 2013 la Caritas svizzera ha attuato programmi e progetti per 82,9 milioni di franchi e ha raccolto 33,6 milioni in donazioni (il 70% da privati e contributi). 48
milioni sono stati spesi per progetti di cooperazione internazionale ed emergenze umanitarie, 22,2 mio sono stati utilizzati per finanziare progetti sociali. L’EPER (Aiuto protestante svizzero) ha visto aumentare del 13,2% nel 2013 il totale delle disponibilità, specialmente per i doni offerti dopo il tifone nelle Filippine e per il conflitto in Siria. I progetti d’aiuto dell’EPER concernono più di un milione di persone: in dieci Paesi, 86.000 persone hanno ricevuto una parcella di terreno che assicura loro la sussistenza e oltre 150.000 piccoli contadini hanno avuto accesso all’acqua potabile. In Svizzera sono stati realizzati 40 progetti d’integrazione sociale, specialmente per richiedenti l’asilo e immigrati. Per la libertà nella Chiesa. Il Premio Herbert Haag 2014 per la libertà nella Chiesa è stato assegnato al gesuita tedesco Klaus Mertes, per aver denunciato pubblicamente i casi di pedofilia avvenuti nel collegio cattolico Canisius di Berlino, e a mons. Albert Rouet, arcivescovo emerito di Poitiers, per aver evitato la centralizzazione nella sua diocesi e provveduto alla penuria di preti. Consensi pericolosi. Il vescovo di Coira, mons. Huonder, contestato da una parte dei suoi diocesani (che hanno tenuto il 9 marzo una manifestazione pubblica chiedendo le sue dimissioni) ha ricevuto il sostegno del superiore del distretto svizzero della Fraternità sacerdotale di San Pio X (cioè i seguaci di mons. Lefebvre) Henry Wuilloud di Ecône. Anche l’associazione cristiana «Gioventù e famiglia» sostiene il vescovo di Coira, specialmente per la lettera pastorale dello scorso dicembre in cui critica l’insegnamento della «teoria del genere» e la Santa Sede ha nominato il vescovo «conservatore» ispettore dei preti che hanno lasciato Lefebvre! Vocazioni vo’ cercando. Le diocesi della Svizzera tedesca hanno lanciato una campagna per far fronte alla mancanza di presbiteri e agenti pastorali. Secondo mons. Gmür, vescovo di Basilea, si tratta di guardare avanti almeno di dieci anni… Un tempo, ogni parrocchia basilese aveva un prete o un agente pastorale, oggi il
20% sono scoperte. Nel 2011 il vicariato di Zurigo contava 138 preti in attività, la previsione per il 2025 è di soli 70. Venendo a mancare gli agenti pastorali germanici formati in teologia, si offre l’opportunità a persone di diverse professioni di seguire una formazione complementare, per poi mettersi a disposizione della pastorale (escluso evidentemente il servizio ministeriale). In difesa della domenica. Una vasta coalizione di sindacati, associazioni e Chiese svizzere, riuniti nella «Alleanza per la domenica» si oppone alla mozione del consigliere agli Stati Abate, che chiede sia permesso il lavoro domenicale nei centri commerciali destinati ai turisti. L’Alleanza aveva già combattuto lo scorso anno, senza successo, la decisione di autorizzare il lavoro durante 24 ore tutti i giorni nei negozi delle stazioni di servizio e rimprovera il Consiglio federale di essere più sensibile alle richieste dei commercianti che non al rispetto della domenica giorno di riposo per tutti. Tolleranze cantonali. Il Gran Consiglio del cantone di Turgovia ha respinto il 12 febbraio, con 85 voti contro 25, la mozione di un deputato UDC intesa a vietare corsi di islamismo nelle scuole pubbliche, come già avviene a Kreuzlingen dal 2010. Nel Canton Friburgo è stato permesso il porto del velo alle scolare delle scuole pubbliche, a patto che almeno il viso sia visibile: escluso quindi il burka. Nel comune sangallese di Au-Heerbrugg, con 990 voti contro 506, gli abitanti hanno deciso che due ragazze somale, se vogliono frequentare la scuola primaria, devono abbandonare il velo islamico. Il governo di Argovia ha invece ritenuto sproporzionata la proibizione del velo nelle scuole, respingendo una mozione del gruppo democristiano (?) che sollecitava una base legale per introdurre tale divieto. Il Tribunale costituzionale del Cantone di Basilea Città ha dichiarato inammissibile, perché sproporzionato all’interesse pubblico, l’eventuale divieto di dissimulare il viso in luoghi pubblici. Concorso di predicazione. La Federazione delle Chiese protestanti in Svizzera ha lanciato un premio della predicazione. I partecipanti avevano tempo fino al 31 marzo per inviare un proprio testo. Ogni persona, pastore o laico che abbia predicato in una
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chiesa protestante o libera della Svizzera poteva iscriversi al concorso, inviando la versione scritta con una descrizione del contesto. Le quattro regioni linguistiche della Svizzera partecipano al concorso e la giuria è costituita di pastori, teologi e giornalisti. La premiazione avverrà il 2 novembre; il premio è di 3000 franchi e i migliori testi saranno pubblicati in un opuscolo. L’idea potrebbe essere ripresa utilmente nella diocesi di Lugano, in quanto utile almeno quanto il concorso presepi! Papa Francesco nella Evangelii gaudium ha dedicato una trentina di paragrafi alla predicazione, con indicazioni utilissimi per la giuria! La legge e la morale. Il ministro dell’economia Schneider-Amman ha rispettato la legge (salvo migliori accertamenti…) trasferendo all’estero, in due «paradisi fiscali», parte dei guadagni dell’impresa che dirigeva (260 milioni a Jersey e 230 nel Lussemburgo) e ciò nel rispetto della legge ma allo scopo (ammesso!) di pagare meno imposte a Comune, Cantone e Confederazione. Il modo è conforme alla legge, ma rappresenta un vantaggio che la maggior parte dei suoi concittadini, meno ricchi di lui, non può conseguire; inoltre riduce i mezzi a disposizione degli enti pubblici per rispondere ai bisogni di tutti (il bene comune). La morale dice invece che tutti devono pagare i tributi in proporzione adeguata alla loro disponibilità. Schneider-Amman non ha violato la legge ma ha mancato di solidarietà verso i propri concittadini: poco elegante per un futuro consigliere federale! Quattromila al mese. L’elettorato svizzero deciderà il 18 maggio se ad ogni lavoratore nella Confederazione deve essere riconosciuta una retribuzione di almeno 22 franchi all’ora, circa 4000 franchi al mese: importo ritenuto necessario per una vita dignitosa. Attualmente il 9% dei salariati non guadagna tanto. Disposizioni analoghe sono in vigore in diversi Stati europei: nel Lussemburgo il salario orario minimo è di 11,10 euro, in Francia di 9,53, nei Paesi Bassi di 9,11 e in Belgio di 9,10. In Germania si intende introdurre un salario minimo di 8,50 euro all’ora. La Svizzera, per i proponenti dell’iniziativa, deve essere più generosa (qui la vita è anche più cara): lo saranno altrettanto i votanti? Caritas svizzera invita da approvare la proposta.
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Statistica svizzera. Gli svizzeri che parlano tedesco come lingua principale sono il 64, 9%, il 22,6% il francese, l’8,3% l’italiano, lo 0, 5% il romancio, il 20% un’altra lingua «non svizzera». Quasi 250.000 abitanti ricevono un aiuto sociale e il dato è in aumento. Tra essi, quasi 75.000 (il 30%), ha meno di 18 anni, e il rischio di dipendenza è tre volte più elevato tra gli stranieri. Ma gli svizzeri sono anche generosi: nel 2013 hanno dato in beneficienza 1,65 miliardi di franchi, specialmente sollecitati dalle catastrofi naturali. Sono in aumento anche le fondazioni di utilità pubblica (13.000). All’aiuto allo sviluppo (dati del 2008) la Confederazione ha destinato 2,191 miliardi di franchi (lo 0,42% del PIL), i cantoni e i comuni complessivamente 42,7 milioni, i privati hanno donato alle ONG 604,8 milioni (dati 2007). Diminuite nel 2013, rispetto all’anno precedente, le domande di asilo presentate in Svizzera: sono state 21.465 e rappresentano meno del 5% delle richieste formulate in Europa. Diminuite le richieste proveniente dai Balcani (in gran parte ora rifiutate subito), la maggior parte delle domande (2.563) provengono da eritrei. Imam a scuola. Un gruppo di lavoro multireligioso, presieduto dal valdese Antonio Loprieno, archeologo e rettore dell’Università di Basilea nonché presidente della Conferenza dei rettori delle università svizzere (Crus), ha elaborato la istituzione di un Centro universitario per la religione e la civilizzazione islamica. Il progetto è finalizzato alla formazione e all’aggiornamento degli imam in Svizzera. Secondo il rettore Loprieno, il progetto nasce da un dialogo che già da diversi anni si svolge a livello federale con le comunità e organizzazioni islamiche e il tentativo è di creare un percorso formativo che, da un lato, favorisca l’integrazione dei musulmani nella società svizzera sempre più multiculturale e, dall’altro, permetta di portare avanti un dibattito teologico di qualità sull’Islam europeo in genere e svizzero in particolare. Una commissione composta di accademici, di diversi imam presenti a titolo personale e di funzionari dei dipartimenti federali competenti, ha proposto l’istituzione di una cattedra di teologia islamica per un master universitario di secondo livello, che prevede lezioni di pedagogia della religione, assistenza sociale, storia e civiltà elvetiche. L’Università di Friburgo si è
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detta disposta a realizzare il progetto. Le organizzazioni islamiche in Svizzera sostanzialmente si sono mostrate molto favorevoli all’istituzione di un percorso accademico, mentre alcune comunità più radicali hanno espresso riserve. Secondo il rettore friburghese Guido Vergauwen si tratterà di un Centro per la religione e la società islamiche. Il finanziamento di partenza pare assicurato da Confederazione e Cantone, resta aperta la questione della gestione a lungo termine. Gli imam dovrebbero continuare a ricevere la formazione di base all’estero; non è esclusa una collaborazione con università del mondo arabo. Non si tratta di creare una vera e propria facoltà islamica: secondo Vergauwen, il Centro offrirà innanzitutto una specializzazione rivolta agli imam che operano in comunità musulmane in Svizzera, la teologia islamica sarà soltanto una tra materie di studio. Maggiore importanza verrà data alle questioni essenziali per il dialogo interculturale, come la conoscenza del diritto svizzero e la teologia cristiana. Secondo il progetto, i corsi saranno dati in francese, tedesco e italiano. La direzione nominerà, d’intesa con il gruppo presieduto dal rettore dell’Università di Basilea, un coordinatore per il Centro. Successivamente si aggiungeranno docenti competenti in materie specifiche e la scelta sarà effettuata in collaborazione con le organizzazioni islamiche. Secondo uno studio dell’Università di Zurigo, la maggioranza dei musulmani ritiene auspicabile una formazione per imam e insegnanti di religione islamici in Svizzera, in modo che i loro religiosi abbiano una buona conoscenza dei modi di vita, delle leggi e della politica locali. Restauro milionario. È in corso il restauro del palazzo vescovile di Coira, monumento di importanza nazionale, risalente in parte al XIII secolo. Il costo preventivato è di 29 milioni, Confederazione e Cantone partecipano ciascuno per 2 milioni, 7,2 milioni provengono dalla Mensa episcopalis, restano alla Diocesi da trovare circa 17,8 milioni. Il vescovo di Coira alloggia in un’ala più recente del palazzo, non coinvolta nel restauro. Dopo i lavori, nel palazzo verrà inaugurato un nuovo museo per custodirvi il tesoro della cattedrale, in parte accessibile al pubblico. La storia e la cultura meritano rispetto, ma sono queste le priorità per i cristiani svizzeri, sempre meno numerosi e generosi?
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Che farà il nuovo Vescovo? (per partecipare al concerto) Mons. Grampa, designato vescovo di Lugano il 18 dicembre 2003 e ordinato il 25 gennaio successivo, per la Pasqua 2004 pubblicava un volumetto dal titolo «Eccomi. Prime parole del vescovo alla sua Chiesa», elencando alle pagine 64-65 una serie di «problemi prioritari» (una ventina) senza tuttavia un ordine di priorità, da intendere come «suggestioni da ripensare, approfondire, valutare, ordinare, realizzare». Il Comitato di «Dialoghi» aveva preso sul serio la proposta del vescovo e nel numero 182 (giugno 2004) aveva aperto un forum di discussione di quattro pagine con tre contributi, mentre l’editoriale portava il titolo «Sinodo, un cantiere da riaprire» (trascorsi, allora, trent’anni dalla conclusione – 1975 – e ora quasi quaranta!). Il nuovo vescovo Valerio Lazzeri probabilmente non presenterà già per questa Pasqua il suo programma per la diocesi. Secondo il motto che si è scelto, non vuole «disturbare la musica», ha ripetutamente detto di «essere in ascolto» ed è quanto, del resto, consiglia papa Francesco nella Evangelii Gaudium (n. 31). Significa che… qualcuno deve pur suonare, e «Dialoghi» non si sottrae al compito. Ci incoraggia il Siracide (32,3), che prima di consigliare di «non disturbare la musica» formula un invito: «Parla, o anziano, perché ti si addice, ma con saggezza». «Dialoghi» non pretende di avere il monopolio della saggezza, ma nessuno può contestare la sua anzianità: è dal 1968 che partecipa al concerto diocesano (spesso suonando sopra le righe) e i volumi delle sue annate sono pieni di proposte e di propositi. Papa Francesco dà al vescovo anche un preciso invito, richiamando all’applicazione una conquista del Concilio (EG n. 31): «Nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e missionaria, dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di diritto canonico e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti». (Don Milani parlava di «cortine d’incenso» che impediscono ai vescovi di vedere la realtà). Così non deve apparire impertinente osare di continuare a formulare, an-
che nei confronti del nuovo Vescovo, qualche «accordo» (fuor di metafora qualche proposta) che si ritiene urgente per quella che tutti auspicano la «rievangelizzazione», all’insegna indicata da papa Francesco: la «gioia del Vangelo». I temi principali indicati al Vescovo dieci anni fa erano i seguenti: la crisi del clero (don Conrad), l’iniziazione ai sacramenti (p. Callisto), le strutture diocesane per la nuova evangelizzazione (Alberto Lepori). Nel numero 183 venivano trattati il tema dei «laici in servizio pastorale» (Enrico Morresi), e la proposta di un nuovo sinodo (don Molinaro e Luigi Maffezzoli). Qui non è il caso di riprendere partitamente temi e argomentazioni allora formulati (del resto poi ripetutamente accennati e approfonditi in seguito dalla rivista): basterà un breve riassunto su quanto ora appare più necessario e urgente (al tema della «Nuova evangelizzazione» la redazione si propone di dedicare un prossimo fascicolo). Oltre al rinnovato invito a mettere in calendario, per i prossimi anni (cinque, va bene?) l’esperienza di un Sinodo diocesano (per permettere a tutti gli «strumenti» di partecipare alla sinfonia…) sembra opportuna un’indagine preliminare di tipo sociologico sulla realtà diocesana, come venne eseguita nel 1974 (AA.VV., Partecipazione religiosa e immagine della Chiesa nel Ticino, Lugano 1974): aiuterebbe a una sincera presa di coscienza dei mutamenti intervenuti nella Chiesa e nella società ticinese, e quindi potrebbe indirizzare le decisioni per il futuro. Ma fin d’ora occorre far fronte alla progressiva diminuzione del clero diocesano (mancanza di seminaristi, invecchiamento dei presbiteri in esercizio: 120 per 255 parrocchie, solo 103 «assistite», secondo l’Annuario 2013). La carenza non si risolve con l’invio domenicale degli studenti di teologia a supporto dei parroci, né con l’istituzione (sulla carta?) delle zone pastorali: questi «rimedi» non permettono la vita di reali comunità ecclesiali che sono (a mente di molti studiosi) il vero rimedio alla scristianizzazione. Quindi bisogna far capo, come da tempo auspicato e praticato altrove (precisamente, in altre diocesi
svizzere), a personale laico, da preparare e da retribuire, in due settori dove appare particolarmente necessario un deciso impegno pastorale: per esempio nella preparazione al matrimonio e nell’aiuto alle famiglie (le urgenze erano ampiamente denunciate nella recente indagine vaticana) e nell’animare e sostenere le comunità parrocchiali prive di un presbitero residente. Di qui la necessità di risolvere il problema del finanziamento della Diocesi (alla quale spetta tale formazione e la retribuzione, in appoggio alle parrocchie). Seconda urgenza è l’adattamento della liturgia «in lingua corrente» e con una «simbologia» che parli ai cristiani e non cristiani del XXI secolo, con una nuova «traduzione» nella lingua parlata (senza aspettare i tempi biblici della Curia vaticana) e la trasformazione «di ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale» (come scrive il Papa, al n. 27 della EG), dall’incenso e delle candele in pieno giorno, agli abiti derivati dai sacerdoti dell’Antico Egitto! Con una liturgia che «non faccia addormentare» (sic!), va ripensata tutta l’iniziazione cristiana, aprendo strade alternative per i «battezzati adulti» o i «battezzati abbandonati». In «Dialoghi» 183 (ottobre 2004, p. 5) si proponevano alcune «condizioni» per una parrocchia missionaria, tra cui di passare «da una pastorale imperniata sul catechismo ai piccoli a una pastorale che metta al primo posto la fede degli adulti». Ma le priorità possono essere imposte anche dalle circostanze. È il caso dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Terminato il triennio di sperimentazione, va definita subito una soluzione transitoria, per evitare che continui il degrado della cultura religiosa (perché di questo si tratta), verso la «soluzione finale» della sua scomparsa, già praticamente avvenuta nelle scuole pubbliche di grado superiore. Vescovo e cristiani ticinesi devono farsi parte attiva e diligente, non assecondando il disinteresse che sta dimostrando la dirigenza scolastica (forse alla ricerca di un alibi per non affrontare una scelta impegnativa). Si
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tratta di trovare una soluzione culturalmente valida e di largo consenso. Il quieta non movere per continuare nella situazione di privilegio garantita dall’art. 24 della Legge scolastica alle due religioni «riconosciute» (permette di avere un pubblico assicurato, seppur ridotto, e procura uno stipendio a carico di credenti e non credenti) è una scelta miope e non fa l’interesse degli allievi, perché la scuola deve assicurare a tutti un minimo indispensabile di cultura religiosa, per vivere responsabilmente in una società sempre più plurale. All’impegno per la «nuova evangelizzazione» devono partecipare con un’azione coordinata il quotidiano diocesano «Giornale del Popolo» (con la ripresa di regolari riunioni degli organismi proposti dal Sinodo 72, vedi EG n. 31), in sintonia con le superstiti riviste religiose diocesane, mentre una particolare attenzione deve essere dedicata della famiglia, dalla preparazione al matrimonio (per combattere efficacemente e preventivamente gli insuccessi dilaganti) all’aiuto ai genitori nella trasmissione della fede a complemento della «cultura religiosa» che sempre più diventa competenza della scuola statale (è finita da tempo la catechesi affidata ai parroci). Qui occorre un riesame del ruolo della Facoltà di teologia a sostegno della pastorale diocesana (formazione dei futuri genitori e dei pastori laici), senza sminuire il contributo che la nostra diocesi «ricca» può dare alle Chiese del Terzo Mondo. Alberto Lepori
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Cronache di «Dialoghi» Due incontri hanno caratterizzato gli ultimi mesi di storia della rivista, oltre l’impegno di rispettare la scadenza bimestrale (salvo l’estate) della pubblicazione. Incontro con il Vescovo Valerio Lazzeri, nuovo vescovo di Lugano, ha subito accettato la proposta del Comitato di «Dialoghi» per un incontro, che ha avuto luogo il 13 febbraio scorso in Curia. Vi hanno partecipato da parte nostra Don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Margherita Noseda Snider, Carlo Silini ed Enrico Morresi e l’amministratore Claudio Cerfoglia (gli assenti sono stati debitamente scusati). L’amichevole conversazione (a tratti «colorita», tra persone di forti convinzioni…) ha permesso un ampio scambio di opinioni e di impressioni sul futuro prossimo della Chiesa locale. È stato espresso l’augurio che altri incontri possano aver luogo in futuro. «Matrimonio e famiglia»/ Elezione dei Vescovi Sul numero 230 di «Dialoghi» sono state pubblicate nove pagine di commenti e di opinioni relativi alla consultazione promossa in vista dei Sinodi dei Vescovi del 2014 e
2015 su «Matrimonio e famiglia». Vari punti proposti alla discussione sono stati approfonditi secondo le competenze di alcuni membri del Comitato. Il numero è stato mandato a tutti e singoli i vescovi svizzeri, anche perché conteneva una serie di proposte formulate da Alberto Lepori per il futuro della elezione dei vescovi in Svizzera. Hanno risposto, apprezzando e ringraziando, il presidente della Conferenza episcopale, Markus Büchel (vescovo di San Gallo) e i vescovi Vitus Huonder di Coira e Felix Gmür di Basilea. Gli «stati generali» della rivista Un po’ enfatico il titolo, ma evidente il successo dell’iniziativa di raccogliere, attorno al Comitato di «Dialoghi», i lettori e gli amici della rivista. L’incontro si è svolto a Massagno l’11 gennaio. Una trentina i partecipanti. Alberto Lepori ha svolto dapprima una descrizione della storia e della situazione attuale della rivista. Tutti i presenti sono intervenuti con varie domande e richieste. Si è richiamata in particolare l’esigenza di sottolineare la dimensione ecumenica, l’attenzione per i problemi dei cristiani nel mondo, l’opportunità di creare sinergie tra le riviste. Si auspica che incontri come questi abbiano luogo anche in futuro.
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«Seminare oggi il pane di domani» L’obiettivo dell’azione di Quaresima 2014 L’annuale Campagna ecumenica di «Sacrificio Quaresimale» e «Pane per tutti», in collaborazione con «Essere solidali», affronta il tema della giustizia intergenerazionale. All’insegna del motto «vedere e agire», sotto la lente è stato messo un paio di jeans. Se ne percorre il viaggio: dai campi di cotone in Burkina Faso alle fabbriche tessili in Bangladesh, agli scaffali dei negozi in Svizzera, documentando lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente che sottraggono il futuro alle generazioni avvenire.
Ma vale anche il contrario! Il seme avvelenato di oggi è la fame di domani. Cura, premura, sollecitudine sono tra le più belle parole della nostra lingua e tra le migliori facoltà del nostro cuore. La Bibbia ci mette in guardia dal limitarci al nostro benessere. Ecco il ricco agricoltore che possiede tutto in abbondanza ma si preoccupa di come raccogliere, immagazzinare e conservare tutto quanto (Lc12, 16-21). Una persona secondo il Vangelo è dunque
Una persona è qualcuno che conosce i nomi dei propri nonni e si prende cura dei propri nipotini. Io ho 80 anni e ho figli e nipoti. Mi chiedo: che cosa lascerò in eredità ai miei nipoti, di che cosa li avrò privati? Non mi riferisco al capitale che gli lascerò, ma a quale mondo erediteranno. Avranno acqua buona da bere? Abbiamo rovinato i campi con i concimi al punto che si ammalano mangiando i frutti della terra? Abbiamo distrutto il paesaggio con un’urbanistica che non conosce più il conforto della natura? Lasciamo loro un luogo abitabile? «Gli altri sono il tuo tribunale» (Pascal Mercier). Noi siamo il tribunale di chi verrà dopo di noi, con gli oneri che lasciamo loro in eredità e che su di essi peseranno. «I nostri padri hanno peccato, e non sono più; noi portiamo la pena delle loro iniquità», si lamentava il profeta Geremia. Avremo bisogno del perdono dei nostri nipoti, abbiamo un debito verso di loro, essi erediteranno i nostri debiti. Esserne consapevoli è la migliore premessa per vivere in pace con loro. Nelle società arcaiche, in cui gli anziani erano indifesi e dipendevano dalla clemenza dei giovani, le norme etiche stavano dalla loro parte. «Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà», afferma il Decalogo della Bibbia ebraica. Ai nostri tempi, in cui il futuro delle generazioni avvenire è così incerto, dovremmo dire: «Onora i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, che il Signore ti ha dato, affinché trovino una terra sulla quale poter respirare e lavorare, sulla quale possano essere felici e adorare Dio! Prenditi cura di loro e non fare la guerra ai tuoi stessi discendenti!». «Il seme di oggi è il pane di domani».
uno che non si lascia soffocare dalla cura per sé. Tale cura, inoltre, non è frazionabile. Non distingue più tra i propri figli e quelli degli altri. Guarda oltre la propria famiglia. Lo impariamo già con lo scetticismo di Gesù nei confronti della famiglia biologica. Il Vangelo di Marco ci ha tramandato le dure parole che ha pronunciato contro la sua stessa famiglia (Mc 3, 31-35). Informato del fatto che sua madre e i suoi fratelli lo cercano, Gesù risponde: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi indica coloro che lo seguono e dice: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, è mio fratello, sorella e madre». Gesù non ragiona secondo le categorie di sangue, di famiglia, di clan: pensa secondo la categoria dell’umano. La bontà sdegna l’idolatria della famiglia, della propria terra, della nazione. È internazionale. Durante il nazismo la parola «internazionale» era sospetta e gli «internazionalisti» erano ritenuti nemici del popolo tedesco: un’ideologia confinata nella limitatezza del proprio mondo. Che ricchezza, dunque, non essere più prigionieri della sola preoccupazione per se stessi e per i propri cari! Dove avere come obiettivo le possibilità di vita dei nostri discendenti, dove preoccuparsi che vivano un mondo abitabile, dove si costruisce la fiducia che avranno nella vita e dove si dà loro speranza. Prende forma nel modo in cui i nostri asili infantili, scuole, carceri, case di riposo per anziani, quartieri sono attrezzati e costruiti. Non è con le parole che una società dice quanto ha cari i propri figli. Lo fa con quanti parchi giochi e quanti parcheggi prevede; quanta aria da respirare lascia e quanta acqua potabile lascia ai propri
di Fulbert Steffensky*
figli, e quanta ne destina a sé. Non è in primo luogo attraverso la scuola e i libri che i bambini imparano chi sono, che cosa devono pensare di se stessi, se possono avere fiducia nella vita: lo imparano dal modo in cui il mondo è organizzato per loro. Le condizioni di una società sono formative, agiscono sull’immagine interiore che le persone si fanno, sulla loro fiducia nella vita, sulla loro capacità di sperare e di agire, sulla loro gioia di vivere. Dobbiamo trasmettere ai nostri figli la nostra fede: è l’altro pane di cui hanno bisogno, senza il quale patiranno la fame. Anche in questo compito la mia generazione ha mancato. Nel libro del Deuteronomio (Dt 6:20) leggiamo: «Quando in futuro tuo figlio ti domanderà: che significano queste istruzioni, queste leggi e queste prescrizioni che il Signore, il nostro Dio, vi ha date? tu risponderai: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente». Che cosa dobbiamo ricordare ai figli? Per prima cosa, non i doveri e la morale, bensì una storia di libertà: eravamo schiavi e abbiamo raggiunto la libertà. Questo è un debito che abbiamo verso i nostri figli: trasmettere loro storie di libertà e di salvezza. La morale seguirà da sé. La voglia di libertà si alimenta con le narrazioni della liberazione. Una persona è un essere che conosce le storie di libertà dei propri nonni e le trasmette ai propri nipoti. Anche il seme delle storie di liberazione è il pane di domani. * Fulbert Steffensky ha studiato teologia cattolica ed evangelica. Ha vissuto in monastero da monaco benedettino per 13 anni e nel 1969 ha aderito alla Chiesa evangelica. Fino al pensionamento ha insegnato pedagogia della religione ad Amburgo. È stato insignito nel 2013 del premio ecumenico «Predigtpreis». È vedovo di Dorothee Sölle, teologa e scrittrice evangelica, e vive a Lucerna.
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la vignetta (in)sostenibile
Daria Lepori
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No. 231 15 notiziario (in)sostenibile
notiziario (in)sostenibile a cura di Giulia Negri
La guerra della biancheria. Ogni settimana, col bucato, la tragedia casalinga si compie. Una vera battaglia. Una lotta spietata. Senza esclusione di colpi. Mutande e accappatoi, asciugamani e pigiami si affollano e cercano di accaparrarsi un posticino al sole. Pardon, al caldo. Ogni stanza diventa un habitat favorevole al proliferare di stendibiancheria: sembrano riprodursi nottetempo. Trasformano ogni tragitto in un percorso di guerra degno di un campo di addestramento dei marine. Per non parlare delle grucce appese alla doccia e alle porte. Col bucato le nostre case diventano accampamenti. Ma perché facciamo questo? In molti di noi c’è una radicata convinzione: per asciugare i panni serve un ambiente caldo. È davvero così? La domanda se la pone Colleen, una lettrice del sito ambientalista Grist (grist.org): se stendo i panni al freddo, asciugheranno comunque? Ebbene sì, risponde la redazione. Perché i fattori da considerare sono tre: la temperatura, com’è ovvio, ma pure il vento e l’umidità. Perciò, anche in mancanza di temperature da bikini, con un po’ di brezza e di aria secca si possono fare miracoli. Certo, ci vorrà un po’ di tempo in più. Ma la colonnina di mercurio poco importa: se ci si congelano le dita quando stendiamo all’aperto, allora l’acqua, invece di evaporare, sublima, cioè passa dallo stato solido a quello gassoso. E anche questo è un modo di asciugare. Perciò si può sperare di arrestare l’invasione aliena delle grucce e delle mutande semplicemente stendendo fuori. Senza considerare lo «sconto» in bolletta prodotto dal mancato uso dell’asciugatrice. E perfino il risparmio, se non la si acquista proprio. Unica raccomandazione: fate un’eccezione per i capi delicati. Il maglione d’angora del nonno potrebbe non sopravvivere al gelo. Consideratelo riformato, obiettore di coscienza, pacifista convinto. Fate conto che abbia già combattuto le sue battaglie e concedetegli di restare a temperature più miti. Stop al cotone uzbeco. Alla nostra battaglia il cotone sopravvive bene. È meno schizzinoso dell’angora. Per fortuna! Ci circonda, morbido e fresco. Basti pensare alle nostre magliette preferite, ai jeans dai quali non riusciremo a separarci nemmeno quando saranno un po’ stinti e laceri.
Ché tanto la moda ci viene in aiuto, con strappi e scoloriture artificiali. Per non parlare del popeline delle camicie di nostro marito, del seersucker tanto adorato di quelle che possiamo non stirare. Le lenzuola che ci coccolano quando dobbiamo addormentarci. Gli asciugamani e gli accappatoi che ci abbracciano dopo una bella doccia calda e ci permettono di iniziare una nuova giornata. E sì, sembrerà strano, ma anche le banconote utilizzate per acquistare tutte queste cose, per noi indispensabili, sono in pura fibra di cotone. Ognuno di noi consuma circa 14,2 chili di cotone all’anno. Ci siamo mai chiesti da dove arriva? Nella classifica dei Paesi esportatori di questa fibra, ai primi posti spicca l’Uzbekistan, con un produzione annua dell’ordine del milione di tonnellate. Per raccoglierle e poterle orgogliosamente vendere all’annuale fiera di Tashkent, dove in ottobre convergono compratori da tutto il mondo, un milione di bambini, adolescenti, insegnanti, medici, impiegati statali viene costretto, con minacce e violenze, ad abbandonare le proprie occupazioni per contribuire all’economia del Paese. Ricordalo, quando stai per addormentarti nel tuo pigiama di cotone tra lenzuola di cotone su un guanciale protetto da una federa di cotone. Ma cosa ci si può fare? Non si può certo rinunciare a tutto quello in cui si può trasformare questa soffice fibra. È vero. Tuttavia più di 130 aziende si sono impegnate a boicottare i fornitori uzbechi. Ma ecco la contromisura: Cina e Bangladesh aggirano il blocco vendendo in Europa il prodotto finito dopo aver acquistato la materia prima dai boicottati. Nel nostro piccolo, come suggerito da The Guardian, possiamo aderire a campagne come quella della Environmental Justice Foundation (http://bit.ly/en
virjustfound): anche solo spedire una lettera al nostro rivenditore di fiducia può aiutare a sensibilizzare e, forse, risolvere il problema. Quindi, stop al cotone uzbeco! Ricordalo, quando stai per acquistare una maglietta… Funghi, che passione! Il freddo e la neve cercano di dare qualche ultimo colpo di coda. Intanto il Sole ha passato l’equinozio, i crochi fioriscono e i veri cercatori di funghi iniziano a guardar fuori dalla finestra con aria impaziente: è il periodo della «spugnola» e dell’amatissimo «prugnolo». Spesso la gola ci fa scordare l’utilità di questi piccoli e spugnosi amici: oltre a deliziare le nostre tavole, infatti, sono alla base di alcuni recenti studi per lo sviluppo di nuovi e potenti antibiotici (oltre all’antica e ben nota penicillina), sono indispensabili per i formaggi erborinati e – udite udite! – per la birra. Diamine, siamo ricaduti di nuovo tra le ghiottonerie. Appetito a parte, leggendo un articolo pubblicato l’8 gennaio sulla rivista Nature (http:// bit.ly/mycorrhiza) scopriamo che queste operose delizie hanno la capacità di influenzare anche i cambiamenti climatici. Come? È curioso come un furto possa avere risvolti così positivi. La competizione tra funghi e microbi per estrarre l’azoto dal suolo si rivela davvero utile. Le piante, con le quali i miceti vivono in simbiosi, ne vanno ghiotte. L’abilità e la velocità fungine nel servire il «pasto» desiderato attraverso le radici affamano i microbi e rendono loro la vita difficile. Ma non lasciamoci commuovere: i microrganismi sono responsabili della decomposizione, che libera grandi quantità di gas serra. Maledetti microbi, insieme a noi contribuiscono al riscaldamento globale! Lasciar loro meno azoto significa rallentare questo processo e quindi mantenere più gas serra «sotto chiave». Meglio per noi. E meglio per i funghi. Da non credere: oltre a essere deliziosi, possono essere anche incredibilmente utili.
Dialoghi in Internet Dialoghi può essere letto anche in www.riviste-ticinesi.ch sito che ospita pure le riviste Messaggero e Pegaso ed è disponibile oltre ad altre pubblicazioni di orientamento cristiano e/o umanitario. Per informazione, rivolgersi all’amministratore.
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Standard ambientali e sociali: una revisione inquietante Negli anni 1980-90, la Banca mondiale è stata costantemente sotto l’occhio della critica. Grandi progetti di infrastrutture in Brasile, gigantesche dighe in India, come pure importanti spostamenti della popolazione, hanno sollevato la protesta delle comunità interessate e della società civile. La Banca mondiale si è dunque trovata nell’obbligo di introdurre a poco a poco un sistema di standard ambientali e sociali, le cosiddette politiche di salvaguardia, per il finanziamento dei suoi progetti. Da allora, le relazioni di potere nell’economia mondiale si sono fortemente modificate e si sono profilate nuove possibilità d’affari e di investimento. Ex clienti della Banca mondiale come Cina, Brasile o India sono diventati concorrenti in cerca di contratti vantaggiosi. Ora però la Banca mondiale ha intrapreso una completa revisione delle sue politiche di salvaguardia. Nel mondo globale della finanza, i suoi standard hanno valore di riferimento. È per questo che il processo è carico di significato. Regole pertinenti o ingerenza inaccettabile? Una parte della direzione della Banca mondiale ritiene che le norme potrebbero nuocere agli affari, avrebbero effetti dissuasivi sugli Stati beneficiari e minerebbero la competitività della banca. I Paesi emergenti, a loro volta, vedono sovente nelle politiche di salvaguardia un attacco alla sovranità degli Stati beneficiari. La società civile internazionale teme che questo genere di considerazioni prevalgano e portino a un indebolimento degli standard. Le ricerche, in particolare del «Gruppo indipendente di valutazione» (Groupe d’évaluation indépendant IEG) della Banca mondiale, mostrano che gli standard applicati in maniera corretta e sistematica permettono di prevenire danni alle comunità ed all’ambiente1. Spostamenti forzati di popolazione continuano a manifestarsi nei progetti d’infrastruttura, d’estrazione mineraria o di agro-business. Secondo le stime dell’IEG, almeno un milione di persone sono colpite ogni giorno nel mondo da questo fenomeno. Le cifre potrebbero essere ancora più eleva-
te, ma la Banca non raccoglie i dati. Solo standard forti e rigorosamente applicati sono in grado di impedire che le persone sfollate cadano in una povertà ancora più grande. I rapporti del Gruppo di controllo della banca, organismo indipendente di ricorso, rivelano in maniera evidente che esiste già ora un elevato deficit nell’attuazione delle politiche di salvaguardia. Un auto-affondamento degli standard sarebbe tuttavia fatale. Regresso agli anni ’90 La strategia della Banca mondiale adottata lo scorso ottobre dà purtroppo motivi di preoccupazione. Oltre agli obiettivi generali di riduzione della povertà entro il 2030 vi è la forte presenza di «progetti di trasformazione» le cui basi fondamentali dovrebbero essere poste in loco. Questo impegno ricorda fortemente i grandi progetti all’origine degli standard sociali e ambientali. La Banca mondiale intende ridurre gli ostacoli burocratici, approvare più velocemente i progetti e accelerare in tal modo i flussi finanziari. La domanda è: tutto questo si farà a scapito di un’accurata pianificazione e della partecipazione pubblica? Inoltre l’idea è di accettare rischi più elevati, senza tuttavia precisare chi alla fine dei conti se li assumerà: la banca o le persone interessate dai progetti? Nella loro forma attuale, gli standard sociali ed ambientali non sono sufficienti per il portafoglio ampiamente modificato della Banca mondiale. La parte del finanziamento puro continua a ridursi. I finanziamenti sulla base di programmi o di politiche, così come l’assegnazione di fondi attraverso intermediari finanziari (banche pubbliche o private, società di investimento), determinano gran parte degli affari della Banca mondiale. Non ci sono mai stati standard per questi settori. Le richieste della società civile La società civile sostiene alcune delle seguenti richieste fondamentali per una revisione degli standard ambientali e sociali della Banca mondiale: – gli standard esistenti non dovrebbero essere indeboliti. L’armonizzazione con gli standard di altre istituzioni fi-
nanziarie deve sempre seguire lo standard più elevato. – le politiche di salvaguardia devono valere per l’insieme del portafoglio della Banca mondiale, quindi anche, per esempio, per i prestiti di politica di sviluppo e i cosiddetti Programmes for results. – le norme devono integrare temi quali i diritti umani, il genere, i disabili, i diritti del lavoro o il clima, che finora non sono stati considerati. D’altronde, le politiche di salvaguardia devono restare responsabilità della Banca mondiale per l’insieme dell’ambito dei finanziamenti pubblici. Nell’ambito del finanziamento privato a carico della Società finanziaria internazionale (IFC) e dell’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti (MIGA) si è deciso di trasferire ai clienti la responsabilità per la gestione del rischio e di limitarsi ad un ruolo di supervisione. L’IEG arriva alla conclusione che questo modello non è indicato per il settore pubblico ed ha importanti lacune anche per il settore privato2. Gli standard sociali e ambientali non sono un fine in sé né un caso di filantropia: sono indissociabili dalla riduzione della povertà. Se correttamente applicati proteggono l’ambiente, impediscono la povertà, promuovono il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni emarginate, vulnerabili e povere. Qualsiasi indebolimento degli standard porterebbe un pessimo segnale e faciliterebbe il finanziamento di progetti e di programmi trascurando i costi sociali ed ecologici. Knud Vöcking esperto di istituzioni finanziarie internazionali presso l’ONG Urgewald e.V. Articolo originale apparso su Global+ (Primavera 2014) e cortesemente messo a disposizione da Alliance Sud, Comunità di lavoro Swissaid, Sacrificio Quaresimale, Pane per tutti, Helvetas, Caritas, Aces Traduzione di Amanda Galletti NOTE 1. IEG, Safeguards and Sustainability Policies in a Changing World, An Independent Evaluation of the World Bank Group Experience, 2010, http://bit.ly/1lF3oge. 2. IEG, Evaluative Directions for the World Bank Group’s Safeguard and Sustainability Policies, Evaluation Brief, 15, 2011, http:// bit.ly/1hTh57S.
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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori
Lettera ai cardinali. Papa Francesco, in occasione della nomina dei nuovi cardinali, ha scritto loro una lettera dove sottolinea che il cardinalato non è una promozione, né un onore, né una decorazione: semplicemente «è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. E, benché sembri un paradosso, questo poter guardare più lontano e amare più universalmente con maggiore intensità si può acquistare solamente seguendo la stessa via del Signore: la via dell’abbassamento e dell’umiltà, prendendo forma di servitore (cfr Fil 2,5-8). Perciò ti chiedo, per favore, di ricevere questa designazione con un cuore semplice e umile. E, sebbene tu debba farlo con gaudio e con gioia, fa’ in modo che questo sentimento sia lontano da qualsiasi espressione di mondanità, da qualsiasi festeggiamento estraneo allo spirito evangelico di austerità, sobrietà e povertà». Forse era il caso di promuovere a nuovi cardinali solo presidenti di Conferenze episcopali: caro Papa Francesco, per favore, tieni conto del suggerimento la prossima volta… Preti pedofili. Alcune dichiarazioni di papa Francesco rilasciate al milanese «Corriere della Sera» hanno suscitato critiche e proteste, in particolare dalla rivista «National Catholic Reporter» (NCR) la più prestigiosa pubblicazione cattolica degli Stati Uniti. Il Papa sembrava relativizzare lo scandalo dei preti pedofili, affermando che i maggiori crimini avvengono nelle famiglie. Ma lo scandalo della Chiesa cattolica non è il numero dei preti pedofili che hanno tradito la loro missione evangelizzatrice (già uno è di troppo), ma il silenzio e le coperture che hanno ricevuto da parecchi vescovi e dalla prassi per molti anni prevalente anche a livello della Chiesa universale. La rivista propone al Papa di… lavare i piedi a dodici abusati il prossimo Giovedì Santo. Ma non pare il caso di esporre le vittime in mondovisione… Papa Francesco ha però istituito una Commissione per la protezione dell’infanzia, composta di otto membri e presieduta dal cardinale statunitense Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e comprendente personalità particolarmente competenti tra cui l’irlandese Marie Collins, vittima negli anni
1960 di un abuso e in prima fila nella lotta a questo flagello. Che cosa voleva l’ONU. La rivista «Il Regno» (n. 1162 del 1. marzo) ha pubblicato le Considerazioni finali del Comitato dell’ONU sui diritti dell’infanzia, con le critiche alla Santa Sede che hanno sollevato stupore, critiche e precisazioni. Il Comitato prende atto positivamente di alcune decisioni vaticane (tra cui la creazione di una Commissione per la protezione dell’infanzia il 5 dicembre 2013) e ricorda che «la Santa Sede, ratificando la Convenzione, si è impegnata ad applicarla non solo sul territorio dello Stato della Città del Vaticano ma anche come potere supremo della Chiesa cattolica, attraverso gli individui e le istituzioni sotto la sua autorità». Le Osservazioni si diffondono in 67 punti (tutti meritevoli almeno di attenzione). La rivista bolognese presenta anche l’intervento del capodelegazione mons. Tomasi e del direttore della Sala stampa della Santa Sede, p. Lombardi. A cinquant’anni dalla «Lumen gentium». Il Comitato «Chiesa di tutti chiesa dei poveri» organizza a Roma, il 17 maggio, un convegno sul tema «Dio, un nuovo annuncio? La coscienza umana e le comunità cristiane si interrogano». Relatori: Raniero La Valle, Giovanni Ferretti, Giovanni Cereti, Cettina Militello. Sede: l’auditorium di Piazza dello Scautismo 1 (metro Bologna, stazione Tiburtina). Novità positiva. «L’Osservatore Romano», quotidiano della Santa Sede, ha deciso di ospitare nel mensile «Donne Chiesa Mondo», oltre le consuete quattro pagine, un foglio dedicato esclusivamente ad approfondire la teologia della donna, allo scopo di contribuire a definirne meglio il posto nella vita della Chiesa. Un teologo (o una teologa) svilupperà in questo spazio le sue considerazioni su questa questione aperta e centrale nella Chiesa di oggi, arricchendo la discussione. Contro il Concordato. Il 18 febbraio, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti (Uaar) ha consegnato al Parlamento italiano più di 20 mila firme raccolte con una petizione online
per chiedere l’abolizione del Concordato italiano con la Santa Sede. Il documento è stato presentato il 18 febbraio, per il trentesimo anniversario della revisione del Concordato. I firmatari chiedono la denuncia unilaterale del Concordato; la sostituzione degli articoli 7 e 8 della Costituzione con affermazione esplicita del principio della laicità dello Stato, l’approvazione di una legge generale sulla libertà di coscienza che superi la normativa fascista sui «culti ammessi» e riconosca a credenti e non credenti uguali diritti e doveri. Un passo ecumenico. Il 15 febbraio è avvenuta la firma dell’accordo attraverso cui la chiesa di San Nicolò a Macerata è data in concessione all’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta del Patriarcato di Costantinopoli. Accanto al vescovo Claudio Giuliodori, amministratore apostolico della diocesi, era presente il metropolita e arcivescovo ortodosso d’Italia Gennadios Zervos. La concessione del luogo di culto a Tolentino è un ulteriore tassello nel cammino ecumenismo che l’intera diocesi ha già avviato da diversi anni con la Chiesa ortodossa. Dottrina sulle dita. Si chiama Catholic Social Teaching App, ed è un’applicazione per tablet e smartphones sviluppata per divulgare il pensiero della Chiesa su questioni di ordine sociale e politico-economico. L’ha promossa, negli Stati Uniti, l’Ethics and Public Policy Center. È per ora destinato ai soli dispositivi della Apple e contiene approfondimenti tematici, news e documenti storici commentati da alcuni tra i più illustri studiosi del settore: una vera e propria teca multimediale, con tutte le encicliche, dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Lumen fidei di papa Francesco, documenti di Congregazioni vaticane su temi «sensibili», dalle discussione sulla bioetica al dibattito sulle grandi questioni morali. Illegale la povertà! Le trecento persone più ricche del mondo hanno guadagnato, nel 2013, 524 miliardi di dollari, a conferma di una tendenza per cui la ricchezza si sta concentrando sempre di più nelle mani di pochi, a scapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Sono quindi patetici i tentativi della Banca mondiale e delle varie agenzie Onu di far credere che la povertà stia diminuendo perché la povertà assoluta, fissata a meno di 1,25 dollari al giorno
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per persona, sarebbe in diminuzione, mentre però cresce quella relativa di coloro che guadagnano meno di 2,5 dollari al giorno. Allegria! L’Agenzia post - 2015 parla di eliminazione della povertà assoluta nel 2030 ma non fissa alcun obiettivo rispetto alla povertà relativa. Lo sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento nel mondo passa dalla promozione di una nuova economia dei beni comuni che operi a livello locale e globale, fondata sulla sicurezza, la cooperazione e la partecipazione dei cittadini. E che garantisca per tutti protezione sociale e rispetto dei diritti umani. L’appuntamento è per il 2018, a 70 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, quando verrà chiesto all’ONU di dichiarare «l’illegalità di quelle leggi, istituzioni o pratiche che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo». Nessuno nasce povero o sceglie di essere povero: occorre quindi abolire le cause della povertà, a cominciare dalla ineguale distribuzione della ricchezza e dalla mercificazione dei beni comuni. Vanno dai barboni. Le Guardie svizzere (il più antico esercito mercenario del mondo tuttora esistente) ha ricevuto dal Papa, «comandante supremo», un nuovo compito: sani, robusti e plurilingue, i militi escono a piccoli gruppi nella notte a soccorrere i «barboni» che dormono all’aperto nelle strade di Roma. Collaborando anche con mons. Krajewski, elemosiniere pontificio, che per le feste natalizie ha distribuito piccoli regali utili, come biglietti del metro e carte telefoniche e duemila buste già affrancate coi francobolli vaticani, per favorire la corrispondenza coi parenti. Lo stesso elemosiniere ha celebrato, per volontà del Papa, i funerali di un barbone rumeno, ucciso da una banda di razzisti a Roma. Storia delle religioni. Un progetto di museo di storia delle religioni sta per essere creato a Brunswick. Una cinquantina di scienziati, di specialisti in museologia e di rappresentanti del mondo religioso hanno elaborato un concetto e un calendario di lavoro, nel quadro di un convegno sul tema «Storia-museo-religione». La mostra riguarderà un arco storico che andrà dalla cristianizzazione al tempo dei Carolingi fino all’epoca attuale. Nel Lussemburgo, ancora statisticamente cattolico al 39%, il Governo intende sostituire l’insegnamento scolastico della religione cattolica con un cor-
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so «educazione ai valori», grazie ad un accordo di governo tra il partito democristiano, quello socialista e i verdi. In discussione è l’insieme dei rapporti tra Stato e Chiese, compresa la retribuzione dei ministri del culto, attualmente assunta dal Granducato. Digiunare per il clima. A Capodanno è partita una campagna internazionale di digiuno per riflettere sui cambiamenti climatici, lanciata dai giovani della Federazione luterana mondiale (Flm) che hanno partecipato alla Conferenza dell’Onu sul clima tenutasi lo scorso novembre in Polonia. Di fronte all’incapacità della comunità internazionale di prendere impegni efficaci su un problema che riguarda l’umanità intera, i giovani luterani hanno deciso di indire ogni primo del mese un giorno di digiuno fino al dicembre 2014, quando in Perù si aprirà una nuova Conferenza Onu sul cambiamento climatico. Non ancora indennizzate! Sei mesi dopo il crollo del Rana Plaza e undici mesi dopo l’incendio della fabbrica Tazreen in Bangladesh, le vittime e le loro famiglie aspettano tuttora indennizzi. Il bilancio di queste due tragedie è molto pesante: 1250 persone persero la vita e oltre 2500 rimasero ferite. Un nuovo rapporto condanna la passività di cui dà prova la maggior parte delle imprese tessili coinvolte ed esige che esse versino al più presto indennizzi giusti e sufficienti alle vittime. È stato istituito un comitato composto da rappresentanti delle imprese, dal governo del Bangladesh, dall’Associazione dei fabbricanti ed esportatori di tessili, nonché dai sindacati e dalle Ong, con il compito di concludere i negoziati sugli indennizzi. Più di cento imprese tessili hanno firmato un «Accordo sulla sicurezza degli edifici e sulla protezione contro gli incendi in Bangladesh», accordo che concerne più di 1600 fabbriche nel Paese e interessa due milioni di operaie e operai. La maggior parte delle imprese coinvolte non si sono però impegnate finora a partecipare finanziariamente al fondo di risarcimento per le vittime. Chiese onerose. Il Land del Brandeburgo, che circonda Berlino, vuole porre fine all’obbligo storico di provvedere alla manutenzione di 99 chiese protestanti. Dal tempo della sua ricostituzione, all’inizio degli anni 1990, il Land di Brandeburgo versa ogni anno circa 205.000 euro per la
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manutenzione. Se vuole liberarsi da questo obbligo storico di manutenzione, però, il Brandeburgo dovrà pagare 22 milioni di euro alla Chiesa evangelica di Germania (Ekd). L’importo a carico del Land dovrebbe essere pagato con acconti annuali di circa 2,2 milioni. Un contratto corrispondente è in corso di negoziazione con l’Ekd. Gli obblighi finanziari relativi alla manutenzione delle chiese risalgono al tempo della Riforma, quando gli aristocratici cominciarono a sostenere la costruzione di chiese, restando tuttavia proprietari dei terreni e degli edifici, e si erano impegnati a provvedere alla manutenzione di questi luoghi di culto. Schiavitù nel mondo. Costrette a lavorare, vendute da trafficanti di esseri umani o sposate con la forza, trenta milioni di persone sono vittime della tratta degli esseri umani, di cui quattordici solo in India. In cifre assolute, l’India ospita il maggior numero di persone che vivono in stato di schiavitù: 14 milioni su 1,2 miliardi di abitanti. Seguono: la Cina, tre milioni, e il Pakistan, due milioni. In Cina, la schiavitù implica il lavoro forzato di uomini, donne e bambini in vasti settori dell’economia, in particolare come domestici, ma alcune persone sono costrette alla prostituzione e ai matrimoni forzati. In Paesi come il Pakistan e l’India, le famiglie indebitate di generazione in generazione cadono sotto la dipendenza totale dei grandi proprietari fondiari. Il 72% degli schiavi «moderni» vive in Asia. Ma queste pratiche sono pure diffuse in Mauritania e ad Haiti. In Mauritania, 160.000 persone vivono tale condizione su una popolazione di 3,8 milioni. In quel Paese, la schiavitù ereditaria è radicata. Esseri umani possono essere comprati, venduti e dati in affitto o in regalo. Ad Haiti è prima di tutto la schiavitù dei bambini a essere in aumento. In Mauritania e in altri Paesi africani sono piuttosto vestigia del traffico di schiavi dei secoli passati. In Europa, in America latina e in America del Nord dominano altre forme di sfruttamento e di privazione di libertà, come la prostituzione forzata. La peggiore classifica fra gli Stati membri dell’Unione europea è quella della Repubblica Ceca, 54º nella graduatoria mondiale. La Germania si colloca al 136. posto, tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud. I Paesi dove la schiavitù è meno diffusa sono la Gran Bretagna, l’Irlanda e l’Islanda.
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La Chiesa di papa Francesco Una Chiesa per tutti e non solo per molti (o pochi) A un anno dalla sua elezione a Papa, cattolici e non si chiedono, gioiosi o incerti, chi è veramente e/o che farà il Papa venuto dalla «fine del mondo». Raniero La Valle, riconosciuto partecipe ed osservatore della vita ecclesiale, propone una risposta sul tema fondamentale: ciò che deve essere l’unica missione di un Papa (da una lettera a «Koinonia», Pistoia, marzo 2014). Di quale Chiesa si sente vescovo a Roma? Si potrebbe rispondere, con il Concilio, e con San Giovanni Crisostomo, «chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra». Certo è stato impressionante vedere con quale passione, tra i primissimi impegni del suo pontificato, Francesco abbia difeso la causa della Siria, dove di «popolo di Dio» nel senso dell’appartenenza alla Chiesa cattolica ce n’è molto poco. Si può dire che la causa in gioco era quella della pace. e questo è verissimo, però con la veglia, i discorsi, l’azione diplomatica, la lettera a Putin e al G8, l’intervento alla Conferenza di Ginevra, papa Francesco ha mostrato una sollecitudine per questo Paese musulmano che forse non ci si sarebbe aspettato nemmeno per la Francia, la figlia primogenita della Chiesa. Ed è stato anche impressionante vedere la veemenza con cui un papa evangelizzatore e missionario quale Francesco vuol essere, abbia escluso il proselitismo, bollandolo nella conversazione con Scalfari come «una solenne sciocchezza». Si può dire che il proselitismo sia nocivo alla convivenza e irrispettoso della libertà religiosa, ma perché una sciocchezza? Forse perché il proselitismo implica un passaggio da un Dio a un altro, da un popolo di Dio a un altro popolo di Dio; ma se il popolo è uno solo ciò è privo di senso; nell’ambito dello stesso popolo si può dare missione, evangelizzazione nel senso di una trasmissione di valori, di verità o di esperienze di fede dagli uni agli altri, si può dare «attrazione», non trasmigrazione o cambio di cittadinanza. Nella lettera Evangelii gaudium il punto di vista di papa Bergoglio sulla Chiesa emerge con la maggiore chiarezza. Per Francesco la Chiesa è
«la comunità evangelizzatrice», che non può nemmeno essere pensata se non in rapporto con l’umanità intera: «La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente del Cristo nel popolo». Essa «accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere» (n. 24). La comunità evangelizzatrice non si identifica con l’istituzione organica e gerarchica, è ben più di questo, «poiché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio» (n. 111). È, sì, un popolo tra gli altri popoli, ma «un popolo pellegrino ed evangelizzatore che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale»; ed è «questo modo d’intendere la Chiesa» che papa Francesco propone, che illustra in questo documento programmatico del suo pontificato e che ha cominciato a realizzare nell’esercizio del suo ministero petrino. La chiave è che Gesù non ha detto agli Apostoli «di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite», ma di fare «discepoli tutti i popoli»; la salvezza «che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia è per tutti e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi» (113). L’accento torna sempre su «tutti»; questo è l’orizzonte imprescindibile. Tutti è una parola che ricorre 135 volte nella Evangelii Gaudium, e la cosa colpisce quando siamo reduci da una discussione se nel cànone si dovesse tradurre che Gesù aveva dato il suo sangue «per molti» o «per tutti». Dio ha dunque convocato tutti come popolo, e questo popolo è la Chiesa. Essere Chiesa significa essere popolo di Dio, scrive papa Francesco, «implica essere il fermento di Dio in mezzo all’umanità» (114). «Questo popolo di Dio si incarna nei popoli della terra» e perciò nella cultura di ciascuno, poiché «la cultura comprende la totalità della vita di un popolo»; di questo ha preso coscienza la Chiesa in America Latina nel documento di Puebla, sicché ora il papa può dire che «la grazia suppone la
cultura» (e non solamente la natura come ci era stato insegnato fin qui), (115). Questa è la ragione, per cui «il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale», ma porta «il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui è accolto e radicato» (come già diceva Giovanni Paolo II); di conseguenza la Chiesa ha un volto pluriforme e molteplici ricchezze, come «sponsa ornata monilibus suis» (n. 116). Essa tradirebbe la «logica dell’incarnazione» se pensasse a «un cristianesimo monoculturale e monocorde», non deve imporre «una determinata forma culturale» né cadere nella «vanitosa sacralizzazione della propria cultura». Il rapporto tra popolo di Dio e Chiesa in definitiva è «un mistero che affonda le sue radici nella Trinità». Di questo popolo «lo stesso Spirito Santo è l’armonia, così come è il vincolo d’amore tra il Padre e il Figlio». In tal modo si chiude il cerchio: se nel Deuteronomio era Chiesa il popolo raccolto nell’accampamento, ora è Chiesa la moltitudine dei popoli in cui lo Spirito Santo «suscita una molteplice e varia ricchezza di doni e al tempo stesso costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae» (n. 117). Questo punto di vista di papa Francesco relativizza la Chiesa, rispetto alla visione sacrale dell’Unam Sanctam o della Mystici corporis, non ne fa il Sostituto di Cristo e non la identifica col regno di Dio, ma la definisce «segno e strumento» in accordo con il Vaticano II, la riconduce interamente alla sua funzione missionaria ed evangelizzatrice e nello stesso tempo la secolarizza rendendola coestensiva con la stessa umanità. Ciò permette al papa sia di avviare una vera riforma della Chiesa, fino a dettagli molto umani (tenere aperte le porte degli edifici di culto), sia di porre la questione dello stato del mondo, che giace oggi sotto la signoria del denaro, è dominato da un sistema di oppressione e di esclusione e rischia di sprofondare, nell’indifferenza, verso la sovversione dello stesso creato. E noi: «che cosa aspettiamo?». Raniero La Valle
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biblioteca Due papi rispondono Due libri recentemente usciti in Italia danno conto di un confronto diretto fra due papi (quello in carica e quello emerito) e due intellettuali non credenti. Si tratta di due testi molto diversi, per forma e contenuto: il primo raccoglie alcuni articoli del fondatore di «Repubblica» sul nuovo papato, un intervento di papa Francesco apparso anch’esso sul quotidiano di Roma (era la prima volta che un papa scriveva a un giornale) e un’intervista di Scalfari a Bergoglio; il secondo è una riedizione del libro Caro papa ti scrivo di Odifreddi, arricchita da una replica di Benedetto XVI. Assai differente è anche la natura del confronto che i due volumi documentano: nel primo ci si interroga su ruolo e significato, in questo momento storico, della fede e della laicità nella vita individuale e sociale; nel secondo, invece, in primo piano è il rapporto fra fede e scienza. Infine, diverso è lo spirito complessivo del discorso: nell’uno, la ricerca di un punto di incontro, pur nella diversità; nell’altro, i motivi di un irriducibile contrasto dottrinario. Due nozioni di verità La diversità di tematiche e accenti fra i due libri si manifesta chiaramente nell’uso che in essi viene fatto del concetto di verità. La verità di cui parlano Bergoglio e Scalfari è quella incarnata da Cristo e poi testimoniata dalla Chiesa: una verità non di dottrina ma di vita, attinente alla condizione umana. La verità di cui parlano Ratzinger e Odifreddi è quella di due descrizioni del mondo: quella fondata sulla fede e quella basata sulla scienza. Scalfari dichiara di non credere in Dio, che pensa «sia un’invenzione consolatoria e affascinante della mente degli uomini», ma si dice «affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth» (p. 30). Da non credente relativista sollecita il Papa sul tema dell’esistenza per il cristiano di una verità assoluta. Papa Francesco gli risponde affermando che «la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore» e, citando le parole della sua prima enciclica, redatta in larga parte dal suo predecessore, scrive che «il credente non è arrogante; al contrario la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e possiede»
(p. 36). Si tratta, potremmo dire, della verità intesa come senso ultimo del mondo e dell’uomo nel mondo, verità che non consiste in dottrine e precetti (o, comunque, li precede), risiede in Dio e nel suo amore, e si incarna in Gesù. A proposito del presunto carattere assoluto di questa verità, Bergoglio afferma: «Per cominciare (…) io non parlerei di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora la verità, secondo la fede cristiana, è amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque la verità è una relazione!» (p. 42). Ciò non significa, aggiunge il Papa, che sia «variabile e soggettiva», ma che «essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita» (p. 42). Essa si fonda su Dio, che è «realtà con la “R” maiuscola» (p. 43), ma si manifesta in un percorso che richiede apertura e umiltà. Con queste parole, papa Francesco conferma quanto aveva scritto Scalfari nel suo primo articolo a proposito dell’enciclica, ovvero che al centro dell’attenzione non è il rapporto fra fede e ragione, ma il tema della grazia: «La grazia coincide con la fede e la fede con la carità» (p. 28). Quella di papa Francesco vuole dunque presentarsi come una Chiesa che intende essere nel mondo ma non pretende di esercitare nessun protettorato morale su di esso: né «fuga dal mondo», né «qualsivoglia egemonia», ma «servizio all’uomo» (p. 40). È su questo terreno, partendo dalla consapevolezza della crisi della società moderna, che anche Scalfari vede la necessità del dialogo fra credenti e non credenti. Dalle parole del Papa emerge chiaramente come egli non consideri la crisi della modernità come un’occasione per una sorta di rivalsa di una Chiesa che si pretenda custode dell’eterna verità, ma piuttosto come motivo per riprendere, in un contesto nuovo, il filo del discorso avviato dal Concilio e troppo presto interrotto. «Tra la Chiesa (…) e la cultura moderna di impronta illuminista si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo (…) di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro» (p. 36) E ancora: «Il Vaticano II (…) decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. (…) Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione
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di volerlo fare» (p. 65). In questo quadro non mancano forti accenti critici riguardo al clericalismo, al «narcisismo» dei capi della Chiesa, alla debolezza nei confronti delle tentazioni della ricchezza e del potere. Il Papa non affronta, invece, in modo puntuale nessuna delle molte questioni, teologiche, etiche e attinenti all’organizzazione della Chiesa, che sono aperte. Il credente e il non credente, il cattolico e l’illuminista, dialogano, dunque, a partire da visioni diverse e senza volontà di conversione, ma mossi da un comune disagio di fronte al presente. Due «credo» Di ben altro taglio è il confronto fra Odifreddi e Ratzinger. Qui, come detto, la verità in discussione non è quella esistenziale, etica e storica della condizione individuale e sociale dell’uomo, ma quella teoretica e universale delle scienze naturali e il suo rapporto con la religione. «Verità, con la maiuscola», scrive Odifreddi nell’introduzione alla nuova edizione del volume. «È questa Verità che i critici del Papa, e più modestamente anche i miei, bollano come “fondamentalismo”: teologico in un caso, scientista nell’altro. È questa Verità che entrambi pensiamo non solo di poter trovare, ma di aver già trovato: l’uno nella religione e nel cristianesimo, l’altro nella matematica e nella scienza» (p. XI). Dallo scritto di Odifreddi, che ripercorre criticamente il volume ratzingeriano del 1968 Introduzione al cristianesimo, e dalla breve replica di Benedetto XVI emergono due tesi contrapposte assai impegnative: per Odifreddi la scienza è incompatibile con la coscienza religiosa di ispirazione cristiana (in particolare cattolica), mentre per Ratzinger una ragione scientifica non illuminata dalla fede è fuorviante, poiché dà dell’uomo una concezione riduttiva. Ambedue gli interlocutori sembrano escludere la possibilità che scienza moderna e fede cristiana si muovano su due piani diversi e autosufficienti, per quanto non irrelati. Per l’uno si escludono, per l’altro si completano in senso forte. Per il matematico la scienza fonda e implica un credo ateo che esclude quello cristiano. Un credo materialista in cui traspaiono ispirazioni pitagoriche e spinoziane: «La matematica e la scienza sono l’unica vera religione, il resto è superstizione» (p. 106). Egli, dunque, non esita a contrapporre al Credo di Nicea un altro Credo (p. 107), in cui la Natura prende il posto
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di Dio, l’Uomo quello di Cristo, e l’Intelletto quello dello Spirito Santo. Persino l’agnosticismo sembra, in questa prospettiva, fuori luogo, espressione di pavidità intellettuale. All’aggressivo ateismo di Odifreddi il Papa emerito ribatte con un crescendo di affermazioni sempre più forti. Inizialmente egli evidenza come per il cristiano Dio rimanga, comunque, il «totalmente altro» (p. 119), lontano dalle concezioni filosofiche forse ancor più che dagli ingenui antropomorfismi. Poi egli sottolinea che il salto dai logoi anonimi della natura (studiati dalla scienza) al Logos personale (Dio) non è logicamente dimostrabile ma neppure contestabile: «Penso che chi non può compierlo dovrebbe, tuttavia, considerarlo almeno come una questione seria» (p. 120), soprattutto, ritiene Ratzinger, se alla nozione di Dio pretendiamo di contrapporre quella, proposta da Odifreddi, di una non meglio definita «Natura», «una divinità irrazionale che non spiega nulla» (p. 127). In seguito Ratzinger evidenzia come anche l’ateo Odifreddi riconosca che l’origine dell’universo e la nascita della vita rimangono dei «misteri» (p. 121). Qui, dunque, alla generica possibilità logica del salto nella fede si aggiunge la più specifica possibilità (una sorta di «finestra di opportunità» potremmo dire) offerta dai misteri lasciati irrisolti dalla descrizione scientifica del mondo. Infine, la religione, che ritrova uno spazio di agibilità speculativa nella sua possibilità logica e nei «misteri» residuali della scienza, assume il ruolo di terapia delle patologie della ragione: «Nel mio dialogo con Habermas ho mostrato che esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra (…)» (p. 122). A questo punto la teologia assume la funzione filosofica di critica della ragione di cui anche la scienza ha bisogno. Un ambito in cui questa funzione sembra esplicarsi è quello della critica del naturalismo (un tempo si sarebbe detto materialismo) a cui condurrebbe l’assolutizzazione filosofica della descrizione scientifica della natura umana, con particolare riferimento al determinismo e alla conseguente negazione della libertà umana (la questione del libero arbitrio); ma più in generale Benedetto XVI pensa alla dimensione etica. Si manifesta, in questa impostazione della replica al matematico ateo, tutta tesa a mostrare l’ineludibilità della prospettiva religiosa, la perdita della «distinzione di genere (…) tra il
discorso laico, che pretende di essere universalmente accessibile, e quello religioso, dipendente da verità rivelate» (in J. Habermas, Tra scienza e fede, Laterza, Roma 2008, p. 14), per dirla con le parole dell’intervento di Habermas nel dialogo del 2004 con il cardinale Ratzinger. Tale perdita fa da contraltare alla assolutizzazione di una delle «immagini naturalistiche del mondo, dovute a una elaborazione speculativa di informazioni scientifiche» (ivi, pp. 17-18) qual è quella, particolarmente grezza, proposta da Odifreddi. A questo punto, effettivamente, due pretese di Verità, con la «V» maiuscola, si scontrano. Al contrario, nel confronto fra Papa Francesco e Scalfari vi è una fondamentale reciproca sospensione del giudizio riguardo alla visione filosofica e teologica dell’interlocutore, alla ricerca di un comune terreno di confronto e apprendimento a proposito delle questioni storico-sociali che una modernità in crisi deve affrontare. È quel tratto di cammino in comune di cui parla Bergoglio, il cui percorso resta per altro ancora assai indefinito. Virginio Pedroni Papa Francesco, E. Scalfari, Dialogo fra credenti e non credenti, Einaudi, Torino 2014, € 8.90; Benedetto XVI, P. Odifreddi, Caro Papa teologo, caro matematico ateo, Mondadori, Milano 2013. € 12.00.
21 Concili per l’oggi La storia della Chiesa attraverso i Concili! Opere di grande ingegno e fatica l’hanno percorsa: dalla sempre citata «Hefele-Leclercq» in sei volumi (l’ultimo pubblicato nel 1890), alla Jedin (quattro volumi solo sul Concilio di Trento), alle due maggiori finora dedicate al Vaticano II: da Giuseppe Alberigo (sei volumi) e da padre Caprile (pure sei). Misurarsi con questi autori è un’impresa che deve dare le vertigini. Non le ha avute, in apparenza, Luigi Sandri, che «da Gerusalemme I al Vaticano III» ne ha scritto per altre complessivamente 1077 pagine. Un’altra storia dei Concili? Poteva essere un lavoro inutile. Ma non lo è, anzi. Rispetto alle versioni che diremmo «accademiche», le quali riservano a tutti e singoli i 21 eventi ecumenici quanto ne occorre per descriverli compiutamente, Sandri osserva la storia come usando un cannocchiale a rovescio: allarga il presente e il passato lo censisce solo in quanto – date le infor-
mazioni essenziali – esso abbia ancora qualcosa da dire al cristiano di oggi. L’opera è dunque, per sé, squilibrata: solo 44 pagine sui concili sul primo comune millennio cristiano, ma già 66 sul solo Vaticano II e 298 sul mezzo secolo scarso che ci separa dalla conclusione di quell’ultimo avvenimento. Tra le infinite cose che ha incontrato, significative e meno significative, Sandri effettua una selezione. Per lui, ad esempio, sarà importante sostare tra due concili quanto su un singolo concilio (così per la pausa di secoli tra i concili dell’antichità greca e quelli del Medio Evo occidentale, così per i tre che hanno separato Trento dal Vaticano I). Si sente l’autore vibrare addirittura per un Concilio che non c’è: quel «Vaticano III» del quale condivide la passione con il Cardinale Martini: «il giorno quando, per la vita del mondo, nel grande mare del tempo futuro, tutte le Chiese navigheranno unite e insieme con le persone di buona volontà, illuminate dallo Spirito divino». Il fascio di luce che di capitolo in capitolo si proietta sul singolo concilio è dunque guidato da una mano del secolo XXI. All’obiezione possibile bisogna allora rispondere subito: dobbiamo rinunciare a leggere Sandri con attesa di verità, quanta almeno ne concede la storia al narratore imparziale? No. Perché nessuno di tutti quegli altri autori era «innocente» (eccettuato forse quel Mansi che volle fare la collezione dei Decreta di tutti i concili e si fermò a metà strada). Sandri procede con un’idea in testa: vuole dimostrare che conoscere la storia dei concili è utile per l’oggi della Chiesa. Durante una presentazione svoltasi a Bellinzona lo scorso autunno un partecipante gli obiettava: a che serve?, sottintendendo che al termine della vita saremo giudicati sulla carità, non sulla conoscenza. No! gli rispose Sandri: come per la lettura della Bibbia dobbiamo essere armati del metodo storico-critico, così per le vicende del cristianesimo vissuto da duemila anni. Il gran lavoro del collega e amico Sandri si raccomanda per un’altra ragione, che è poi la mia raccomandazione a chi, uscito dalla libreria, guarda perplesso alle più di mille pagine e non sa se inoltrarvisi subito o rinviare l’impresa a quando andrà in pensione. Il libro si legge bene, è «divulgativo, ma non semplicistico; scorrevole, ma anche accurato». E.M. L. Sandri, Da Gerusalemme I al Vaticano III. I Concili nella storia tra Vangelo e potere, Il Margine, Trento 2013, p. 1077, € 30.
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osservatorio ecumenico
osservatorio ecumenico Paolo VI e Atenagora Lo scorso gennaio è stato ricordato il primo incontro tra Paolo VI e il patriarca ortodosso di Costantinopoli, Atenagora. Lo storico abbraccio tra il pontefice romano e il patriarca degli ortodossi avvenne la sera del 5 gennaio 1964 nella sede della Delegazione apostolica a Gerusalemme, durante il viaggio di Paolo VI (il primo del suo pontificato) in Terrasanta, dal 4 al 6 gennaio. Un secondo incontro ebbe luogo a Istanbul il 25 luglio 1967, nella cattedrale ortodossa di San Giorgio al Fanar, in occasione del viaggio di Paolo VI in Turchia, con tappe anche a Efeso e a Smirne. La terza volta si incontrarono a Roma nello stesso anno 1967, nel corso della visita di tre giorni, dal 26 al 28 ottobre, di Atenagora (la prima ufficiale e solenne di un patriarca di Costantinopoli al vescovo di Roma), durante la quale il capo della Chiesa ortodossa e Paolo VI si abbracciarono e pregarono insieme nella basilica di San Pietro alla presenza dei partecipanti alla prima assemblea generale del Sinodo dei vescovi. Tre giorni densi di avvenimenti: Atenagora si recò nelle altre tre basiliche patriarcali romane, visitò le catacombe di Priscilla e le grotte vaticane, sostando in preghiera davanti alla tomba di Giovanni XXIII, ebbe vari colloqui con il card. Agostino Bea, presidente del Segretariato per l’unione dei cristiani. Tre giorni di grazia ecumenica ai quali contribuì non poco l’entusiasmo del popolo romano, rimasto affascinato dalla figura imponente del patriarca (alto quasi due metri!) e manifestatosi più volte con applausi «a scena aperta», anche nella basilica di San Pietro, ancora poco avvezza a questo tipo di esuberanza. Atenagora era stato eletto patriarca di Costantinopoli nel 1948. Figlio di un medico greco, aveva studiato teologia in Grecia e dal 1931 era esarca degli ortodossi greci del Nordamerica e del Sudamerica. In teoria era a capo di circa duecento milioni di fedeli che gli riconoscevano almeno un primato onorario. Papa Francesco incontrerà il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo in occasione della visita a Gerusalemme il prossimo 24-26 maggio.
Il segretario del CEC dal Papa Il 7 marzo, il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, è stato ricevuto in udienza da papa Francesco in Vaticano. Dopo aver insistito sull’importanza dell’unità cristiana, ha espresso la sua soddisfazione per l’appello del Papa a pregare per la pace in Siria e per la sua esortazione alle Chiese perché abbiano sempre in mente i poveri, incoraggiando i cristiani e le cristiane ad agire a favore della giustizia economica. «Credo che oggi Dio ci apra nuove vie verso l’unità e offra al mondo la possibilità di vedere la nostra comunione in Cristo in un modo diverso, in particolare nel modo in cui possiamo servire il mondo insieme», ha dichiarato il pastore Tveit. «Il Cec si rallegra che l’appello ad agire a favore della giustizia e della pace, in un profondo spirito di solidarietà cristiana e per il bene di tutti gli esseri umani, sia considerato come un imperativo dell’Evangelo da parte di tanti rami della famiglia cristiana». Il pastore Tveit ha inoltre parlato della prossima visita del papa a Gerusalemme, dove incontrerà il patriarca ecumenico Bartolomeo I. Il CEC opera e prega per la pace a Geru-
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salemme da molti anni: «Sappiamo che la religione e la fede svolgono un ruolo chiave nel conflitto che sta vivendo questa città che dovrebbe essere una città di pace. Siamo convinti che solo una pace accompagnata dalla giustizia – dove tre religioni coabiterebbero e dove Israele e la Palestina sarebbero due Stati indipendenti – potrà porre fine all’occupazione e alla violenza in questa regione del mondo».
Gli alberi di Lutero «Anche se sapessi che domani il mondo finisse, pianterei lo stesso nel mio giardino un albero». Questa affermazione di Lutero è diventata una iniziativa internazionale. Il progetto, nato nel 2008 nello studio milanese dell’architetto paesaggista Andreas Kipar, d’accordo con la Federazione luterana mondiale, si consolida e si amplia in ambito interconfessionale, con un interesse crescente. Si prevede da qui al 2017 (cinquecentesimo dell’anniversario della Riforma), in una spaziosa area boschiva presso Wittenberg, la città di Lutero, vengano messi a dimora cinquecento nuovi alberi. Ogni albero piantato racconta una storia. Finora l’elenco ne registra già 269. Chiese e confessioni cristiane di ogni parte del mondo sono invitate a piantare il proprio albero, e accanto ad ogni pianta una targhetta che indichi la specifica realtà confessionale. Ogni soggetto ecclesiastico deve scegliere un testo biblico che accompagni la cerimonia della piantagione. Il 10 novembre 2013, una delegazione del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano ha piantato un nuovo albero, una delle poche realtà interconfessionali che ha compiuto quest’azione. Nel novembre del 2009 la Chiesa valdese italiana piantò un tiglio, accompagnato dal testo di Giovanni 1,5 «La luce splende nelle tenebre», Anche la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Chiesa luterana in Italia e la Diocesi di Milano hanno provveduto a piantare a Wittenberg il proprio albero. Nel gennaio del 2010 una delegazione guidata dal presidente della Conferenza episcopale luterana di Germania, Johannes Friedrich, ha piantato a Milano un albero di melograno nel giardinetto della chiesa di San Marco, dove la tradizione vuole che Lutero abbia soggiornato nel suo viaggio verso Roma del 1510.
A seicento anni dal Concilio di Costanza Nel 2014 la città di Costanza celebra i seicento anni del famoso Concilio che risolse l’intricata situazione in cui si trovava la Chiesa cattolica. Religiosi e laici da tutte le regioni europee convennero a Costanza e al termine di tre anni e mezzo di incontri riuscirono a rimettere ordine ai vertici della Chiesa. Tre papi litigavano tra loro. Gregorio XII, che aveva convocato il Concilio, rinunciò al papato, Giovanni XXIII e Benedetto XIII, residente a Avignone, furono deposti e il conclave elesse Ottone Colonna, che assunse il nome di Martino V. Venne invitato a Costanza anche il rinnovatore della Chiesa praghese Johannes Hus, il quale, un secolo prima di Martin Lutero, proponeva un programma di rinnovamento simile: ritorno alla Bibbia come unica regola di fede e della condotta di vita, rifiuto di uno smodato culto dei santi. Nonostante la lettera di re Sigismondo che gli aveva assicurato un salvacondotto, Jan Hus venne arrestato e, dopo un processo per eresia durato sette mesi, fu arso sul rogo alle porte della città. Lo stesso destino toccò l’anno successivo a Girolamo da Praga.
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Notizie belle e buone Quote rosa. I votanti del Cantone Argovia hanno eletto una seconda donna nel Governo e i votanti del Cantone Basilea città, con una maggioranza del 57,34%, hanno deciso che nei consigli di amministrazione delle imprese a maggioranza pubblica almeno il 30% dei membri devono essere donne. Il nuovo governo italiano, presieduto dal fiorentino Matteo Renzi, con otto donne ministro, è il primo governo italiano a parità… di sesso. François Hollande, mantenendo una promessa elettorale, ha deciso che due donne: Germaine Tillon e Genevièse de Gaulle, sopravvissute a un campo di internamento nazista, saranno le prime a riposare, per l’eternità, nel Panthéon di Parigi. Nel 1918 fu ordinata a Zurigo la teologa Rosa Gutknecht, «prima pastora d’Europa»; oggi nella Chiesa riformata zurighese lavorano 136 pastore, il 37% del corpo pastorale. Fiducia ai laici. Il vescovo di Basilea Felix Gmür fa scuola, designando quale responsabile della pastorale per la regione di S. Urs il teologo laico Tobia Fontein, 53 anni, attivo nella diocesi dal 1989, prima come assistente pastorale in due parrocchie e poi come responsabile di una unità pastorale e di un decanato. Per mons. Gmür, gli agenti pastorali sono i migliori propagandisti per trovare candidati, donne o uomini, al servizio della Chiesa. Non basta la teologia. Una trentina di studenti dell’Istituto di formazione ai ministeri di Friburgo (un’esperienza che sarebbe utile far conoscere nel Ticino) hanno frequentato una sessione di formazione ai media, coordinata dal Centro cattolico di radio e televisione, svolta da una dozzina di professionisti. Papa Francesco ha chiesto ai cattolici di partecipare senza complessi a questo nuovo campo di evangelizzazione.
nell’incursione, e due consorelle per complicità. Se si condannano le suore, è buon segno: il Vangelo crea ancora scandalo. Buoni affari. Buoni affari (ma sarebbe meglio chiamarli: servizi) nel 2013 per la Banca Alternativa Svizzera (BAS). Fondata nel 1990, occupa 85 persone, ha la sede principale a Soletta e rappresentanze a Losanna, Ginevra e Zurigo. I fondi della clientela sono saliti a 1,28 miliardi di franchi, l’utile netto nel 2013 è stato di 945.609 franchi e i prestiti hanno raggiunto quota 897 milioni, di cui più del 12% nel settore delle energie rinnovabili. La BAS si ispira a valori sociali, ecologici ed etici, e va quindi sostenuta. Soldi sporchi. Vari comuni dei Cantoni di Zugo e Zurigo non hanno gradito il «dono» loro pervenuto a seguito dell’entrata in borsa di Glencore, transnazionale fortemente criticata per la violazione dei diritti umani. Non potendo rifiutare il dono avvelenato, hanno deciso di versare l’importo ricevuto, tutto o in parte, a scopi umanitari a favore dei Paesi sfruttati dalla transnazionale. Così i cittadini di Hedingen, che hanno accolto la proposta di versare l’importo di fr. 110.000 a diverse organizzazioni, tra cui l’EPER (protestante) ed Helvetas, attive in Congo, in Columbia e in Bolivia. Memoria ebraica. Per quattrocento anni, gli ebrei hanno rappresentato una parte importante della popolazione della Surbtal (Argovia). Ancora a metà del XIX secolo rappresentavano un terzo del comune di Lengnau e la metà di quello di Enfingen. Con la libertà d’insediamento introdotta in Svizzera nel 1866, la densità è diminuita. Il Cantone vuol conservare la memoria di questa particolare convivenza tra ebrei e cristiani, con la valorizzazione di alcuni edifici, come le due sinagoghe, il cimitero ebraico tra i due villaggi, un bagno rituale (mikvé) e varie abitazioni.
Proposte vaticane. La presidente del Movimento dei Focolari, Maria Voce, domanda maggiore potere per le donne nella Chiesa, a partire dalla Curia romana, e propone (in un’intervista raccolta dal «Corriere della Sera» del 30 novembre) che sia una coppia di laici che vivono cristianamente il loro matrimonio a dirigere il Consiglio pontificio sulla famiglia. L’arcivescovo di Boston, cardinale Sean O’Malley (uno degli otto incaricati dal Papa di riformare la Curia) si è pronunciato per una maggiore presenza di laici, donne e uomini, in posti di responsabilità in Vaticano. Una donna potrebbe utilmente presiedere una nuova «Congregazione per i laici», quindi con poteri legali, opinione condivisa anche dal cardinale Maradiaga. Il cardinale Gerard Ludwig Müller sarebbe favorevole a porre donne a capo di un Consiglio pontificio (della famiglia o della salute), senza poteri di governo, ma anche in posti importanti nella ricerca teologica, nell’insegnamento e nell’assistenza, senza tuttavia fissare «quote rosa». Non però donne a capo di una delle nove congregazioni che comandano vescovi e preti. Se sono rose…
Lampedusa agli onori. L’isola di Lampedusa è stata formalmente candidata al Premio Nobel per la pace. Un riconoscimento, sia pure tardivo, della capacità di accoglienza solidale dal basso di cui in questi anni hanno dato prova gli abitanti, un modo per ricordare tutti i morti del Mediterraneo, una spinta a cambiare radicalmente tutta la politica dell’accoglienza. Giuseppina Nicolini, sindaco dell’isola, terrà il discorso principale al raduno del Primo Maggio a Zurigo, cioè… prima che sia applicato il voto popolare sull’immigrazione di massa.
Tre suore condannate. Una religiosa di 84 anni, Megan Rice, è stata condannata a 35 mesi di prigione per essere entrata senza autorizzazione nel recinto del Laboratorio Nazionale di Oak Ridge (Stati Uniti), attivo nella produzione di armi nucleari, e avere così attentato alla difesa nazionale (oibò!), lasciando messaggi come «Lavorare per la pace e non per la guerra». Con lei sono stati condannati due militanti di 64 e di 58 anni che la accompagnarono
Iniziativa europea. Per la prima volta i cittadini europei hanno fatto uso del diritto d’iniziativa, raccogliendo 1,68 milioni di firme, di 13 Stati, per chiedere che la Commissione europea presenti una proposta legislativa che riconosca il diritto all’acqua per tutti, escludendo la fornitura dell’acqua per tutti dalle regole europee sulla liberalizzazione. Così la democrazia funziona anche in Europa, e non solo in Svizzera.
Calo benefico. Non è una bella notizia che nel 2013 il Casinò di Lugano abbia conseguito un utile di 1,5 milioni di franchi (nel 2012 aveva subito una perdita di quasi un milione). Ma è una bella notizia che il prodotto lordo (doppiamente lordo!) dei giochi era di 113 milioni nel 2007 ed è stato di soli (?) 50 milioni nel 2013, mentre i visitatori sono diminuiti da 525.259 nel 2007 a 421.810 nel 2012 e a 347.054 lo scorso anno. Meno soldi da buttare o meno illusi da spennare?
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opinioni
Non chi mi dice: «Signore, Signore…» (Mt. 7,21) Una vignetta mostra un signore distinto, cravatta e occhiali, che prega in ginocchio: «Signore, proteggi i rifugiati, gli sfollati, i drogati, i senza casa, le vittime della violenza». Una voce irrompe dall’alto: «È appunto quello che volevo domandarti». Così cadono nel vuoto le nostre «intenzioni di preghiera universale», pronunciate durante le sante messe. Se fossi il buon Dio (mah…) ne avrei abbastanza di ascoltare ogni domenica il riassunto delle cattive notizie televisive della settimana: come se le ignorassi e non ne piangessi, ben prima di voi! La parabola del Buon Samaritano non termina con una supplica al Padre Eterno perché provveda a rendere sicura la strada di Gerico, o con un ringraziamento per l’uomo generoso capitato su una strada pericolosa, ma pronuncia un esplicito imperativo: «Va e fai così anche tu!». Davanti alla miseria e all’ingiustizia del nostro tempo, i cristiani si dividono, purtroppo, in due categorie. Alcuni, per non sporcarsi le mani e rischiare proposte di cui temono conseguenze spiacevoli, si indignano in poltrona, davanti allo schermo. Oppure pregano nella loro chiesa comoda e riscaldata. Altri, come l’Abbé Pierre, si rimboccano le maniche; non hanno paura di impegnarsi e se necessario pronunciano richiami solenni che
rimettono la chiesa al centro del villaggio. Ho come l’impressione che papa Francesco sia di quest’ultima specie. Certamente, occorrono discorsi e preghiere. Ma tali esercizi religiosi o retorici vanno comprovati con un impegno che non si limita alle parole, né si accontenta di sogni e illusioni. L’abbiamo visto sull’isola di Lampedusa, dove vanno ad ammassarsi i rifugiati africani che non finiscono annegati in mare. E lo abbiamo visto anche in mezzo ai richiedenti l’asilo nella città di Roma. Ha appena ricevuto Gustavo Gutiérrez, uno dei padri della teologia della liberazione: penso che il papa gesuita non ne abbia approfittato per fare un predicozzo al vecchio domenicano ma per cercare con lui le cause della miseria che fa soffrire tanta parte dell’umanità. Dietro di me ho sentito mormorare: «Che questo papa sia comunista? Sono gesti e proposte da sessantottino superato!». No, Francesco prende sul serio il Vangelo, senza se e senza ma. Forse è così che si deve leggere un versetto celebre: «Non basta dire Signore, Signore: si deve fare la volontà del Padre mio». Guy Musy, padre domenicano (da Echo Illustré, 26 settembre 2013, trad. a.l.)
Vivere e capire le frontiere in Svizzera Vecchi e nuovi significati nel mondo globale Promossa dall’associazione Coscienza svizzera, l’opera vuole far riflettere sulle conseguenze della profonda trasformazione che viviamo, con un’economia sempre più sganciata dai confini nazionali e uno Stato sempre meno capace di modellare il presente e il futuro del territorio. A cura di Oscar Mazzoleni e Remigio Ratti Formato 15 x 22 cm, 240 pp. con tabelle, grafici e illustrazioni in b/n, CHF 30.– Armando Dadò editore - Via Orelli 29 - 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - info@editore.ch - www.editore.ch
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In questo numero Editoriale G Tra due votazioni
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Dossier Avere un figlio è un diritto? G Prospettive scientifiche, sociali e morali (Carlo Silini)
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Articoli G La consultazione su «matrimonio e famiglia» (a.l.) 6 G che farà il nuovo vescovo? (Alberto Lepori) CRONACHE DI «DIALOGHI» 11 G L’OBIETTIVO DELL’AZIONE DI QUARESIMA 2014 (F. Steffensky) 13 G standard ambientali e sociali: una revisione inquietante (K. Vöcking) 16 G la chiesa di papa francesco (Raniero La Valle) 19 Biblioteca G P. Francesco, E. Scalfari, Dialogo fra credenti e non credenti (Virginio Pedroni); L. Sandri, I Concili della storia, tra Vangelo e potere (E.M.) 20 G cronaca svizzera G notiziario (in)sostenibile G cronaca internazionale G osservatorio ecumenico G notizie belle e buone
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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch, redazione@dialoghi.ch Amministrazione di «Dialoghi»: c/o Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4A, 6900 Lugano, email: amministrazione@dialoghi.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.