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227 dialoghi Locarno – Anno 45 – Giugno 2013

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Asilo fiscale o politico?

Un Paese da evangelizzare Il risultato della votazione federale del 9 giugno è un effetto della paura e dell’egoismo. Con una partecipazione del 45,4% (in Italia, con percentuali superiori, ci si preoccupa della democrazia…), i cittadini svizzeri hanno deciso una più rapida espulsione degli asilanti (78,45%); i ticinesi, più disimpegnati (partecipazione del 37, 31%), sono stati ugualmente determinati nel rifiuto agli stranieri (74,91%), schierandosi con i cantoni più xenofobi, e «dimenticando» (come gli altri cristiani, di tutta la Svizzera) l’appello alla umanità delle Chiese svizzere che raccomandavano di respingere l’ennesimo inasprimento del «dovere di accoglienza». Un risultato poco onorevole che stampa, partiti e Chiese hanno archiviato

con assordante silenzio, per restare nell’illusione del mito della Svizzera umanitaria, culla centocinquant’anni fa della Croce Rossa. Intanto i banchieri (finalmente trattati come complici degli evasori) cercano di nascondere sotto il tappeto polvere e altri escrementi («lo sterco del demonio») che hanno loro procurato «bonus» milionari. Chiamati finalmente a mostrare la faccia, dovendo pagare multe milionarie, prevedono di ridurre le imposte da pagare in Svizzera. Aveva ragione quel banchiere che chiamò «noccioline» i soldi dimenticati nelle banche svizzere dagli ebrei perseguitati dai nazisti: ora si tratta di nespole. Cinquant’anni fa (Pacem in terris, n. 79), Giovanni XXIII costatava che

Le Courrier

«nelle comunità nazionali di tradizione cristiana, le istituzioni dell’ordine temporale (…) si caratterizzano non di rado per la povertà di fermenti e di accenti cristiani». Dopodiché aggiungeva, non senza ironia: «È certo tuttavia che alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano o si ritengono cristiani». Il rimedio? «È necessario che si ricomponga l’unità interiore, e nelle loro attività temporali sia pure presente la fede come faro che illumina e la carità come forza che vivifica». All’opera quindi, con la rievangelizzazione degli Svizzeri. Ma il «Giornale del Popolo» si preoccupa del riscaldamento climatico… a.l.


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2 giugno 1963: la morte di papa Giovanni «Quella sera non sono riuscito a staccarmi dal televisore. Piangevo come un ragazzo». Scorza dura di vecchio sindacalista, caposcalo merci delle Ferrovie dello Stato, iscritto come Dio comanda al Partito comunista, quel mio prozio romano ricordava così la sera del 2 giugno 1963, quando Papa Giovanni moriva. Cinquant’anni fa! La televisione – miracolo dell’era moderna, allora da meno di dieci anni insediata nel salotto delle nostre case – prolungava nello spazio senza confini la veglia di decine di migliaia di persone accorse in Piazza San Pietro. Chi non c’era (e immagino che siano la maggior parte dei nostri lettori) stenta a immaginare quanto fu ampia e profonda l’ondata di simpatia e poi di commozione che pervase e concluse il pontificato di Angelo Giuseppe Roncalli, papa Giovanni XXIII. Con la capacità evocativa del poeta civile e religioso, David Maria Turoldo la ricorda nella poesia che pubblichiamo qui accanto. Anche un’amicizia come «Dialoghi» – che già c’era, e come Papa Giovanni attendeva grandi cose dal Concilio da Lui appena inaugurato – oggi non potrebbe evocare quegli anni miracolosi senza commozione. Ma, più freddamente, bisogna constatare che i tempi sono cambiati! Non ci si riferisce tanto alla Chiesa cattolica, che ne avrebbe viste tante anche nel Concilio proseguito da papa Montini, e poi nel post-Concilio, ma al mondo circostante, che quei momenti di grazia pareva secondare con una serie di avvenimenti politici e sociali tali da far sperare in tempi davvero nuovi. Il superamento della Guerra fredda, la contestazione del vecchio ordine coloniale, i «cento fiori» della cultura giovanile, il welfare state che compensava i nostri genitori dei sacrifici sopportati durante l’ultima guerra… Bisogna mettere in prospettiva quei fatti, come pure le illusioni (e qualche mistificazione) che li accompagnarono, per interpretare l’emergenza positiva che investì la Chiesa cattolica dopo la morte di papa Pacelli. Fu come un’attesa, che si proiettava sull’immagine del vecchio pontefice, del quale si sapeva che aveva risposto – a chi gli chiedeva che cosa si aspettasse dal Concilio – «un po’ d’aria fresca qua dentro» (e andava ad aprire una finestra). Quell’aria fresca ha investito davvero la vecchia istituzione, in parte con la forza di un temporale estivo. Non l’ha ripulita, forse, come era lecito sperare, ma non l’ha lasciata come prima. Vedendo la positiva accoglienza che il nuovo papa, Francesco, ha fatto registrare al di là dei campi trincerati delle sicurezze cattoliche, oggi si potrebbe ritenere che un vento di primavera simile a quello di cinquant’anni fa potrebbe di nuovo scuotere la vecchia istituzione e sospingerla verso una nuova autentica testimonianza dell’Evangelo. Cinquant’anni dopo, possiamo ben dire che quello fu un tempo di grazia. E come ci fu quello, perché non ne potrebbero venire di nuovi? E.M.

quella sera Anche il sole tardava a morire quella sera: sostava una luce strana sulle case e sopra le facce della gente, e dalle strade saliva un silenzio ancora più strano: solo dalla Grande Piazza – il palco ove si affrontano Speranza e Delusione da sempre – si spandeva nell’aria un murmure che mai nessuno aveva udito finora: un murmure da sottosuolo, sommesso: un sospiro delle cose pareva ancor prima di farsi umana coscienza, voce fusa del mondo: quella sera tutto il mondo si era fermato, la gente era sulle porte, in silenzio, solo con il capo qualcuno accennava a quell’unica Cosa: nessuno osava dire all’altro quanto era impossibile dire, e tutti piangevamo di gioia e di dolore: tutti improvvisamente orfani! Forse solo alla tua morte, Francesco – tra le morti umane – così la gente che sapeva, deve aver cantato e pianto come tutto il mondo e noi, quella sera! E subito udito l’«Ite» della preghiera posto per Caso divino a sigillo della favolosa «Leggenda», oh quanti per le vie si abbracciavano! Perfino il fratello ateo (ma chi era ateo, almeno quella sera!) e il mussulmano e l’ebreo e il fratello riformato piangevano quella sera! E il negro e l’olivastro… Uno aveva appena scritto: «sono un buddista: Dio vi ama»! Anche il bianco era un fratello quella sera… E tutti a dire: sì, il genere umano è uno il mondo può essere uno sì, ogni terra può essere in pace.


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Avevi appena varcato la Notte del Fuoco: era la feria prima di Pentecoste: per te ora di nuova fiamma splendeva la Chiesa, o Papa Giovanni, tu padre del mondo! E tutti noi, per giorni, a narrare la tua lunga agonia in faccia all’universo: la enciclica più vera: una morte ancora all’antica, la bella morte fra tanta nostra morte organizzata: questa nostra morte «industriale»… Tutti, quei giorni, a evocare le tue parole di addio: «Figlioli cercate ciò che vi unisce e non quanto divide!» Dicevi di offrir la tua vita per la pace: «saremo sempre amici!», dicevi! E dal palco la Speranza bandiva la Delusione: almeno quella sera! Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo della pace per tutte le terre: così hai scritto: a rispetto di tutte le fedi e razze e culture: «in terris», quale necessaria e libera armonia per tutto l’universo: tu che hai creduto alla Ragione perciò hai bollato di follia la guerra: Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo che eri serenamente timorato del divino mistero perciò non amavi i profeti di sventura e dicevi di quale pace soave lo spirito gode pur dentro la bufera: e tu per primo

Papa Giovanni, tu padre del mondo che mai dalla terra hai tagliato le radici mai rinnegata la origine tua di uomo della terra:

lassù così in alto, finalmente hai distinto l’errante dall’errore e perciò eri amico di tutto l’universo umano, e dicevi che verità antica per nuova lingua si fa novella…

i poveri sono ancora traditi e soli, impedita anche da noi la loro liberazione; e fratelli continuano ancora a morire di morte caina; e il Grande Potere subito calpesta appena germogli di speranza accennino a fiorire: poiché nulla di nuovo deve avvenire e meno ancora se da Oriente!… E intanto il mondo è di nuovo ferito e più neppure alla porta del tempio attende: Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo di fede, ritorna… ritorna almeno tu a dirci: «poiché non ho né oro né argento… io vi dico: alzatevi e riprendete il cammino!…». DAVIDE MARIA TUROLDO (Testo pronunciato a chiusura del convegno «A venticinque anni dalla beata morte di papa Giovanni», Sotto il Monte, 21-22 maggio 1988, pubblicato in «Servitium», n. 59/60, settembre-dicembre 1988)


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Riflessioni, osservazioni, speranze su una sperimentazione da valutare La rilevanza della dimensione religiosa della cultura appare sempre più evidente nella società contemporanea. Si confronti la presenza attuale di temi più o meno strettamente religiosi nei mezzi di comunicazione di massa (televisione, giornali, internet, ecc.) rispetto anche soltanto a qualche decennio fa: si noterà quanto sensibilmente essa è aumentata. E le opportunità di formazione culturale in questo campo sono assai più ampie che in passato: chi come il sottoscritto se ne occupa da molti anni sa bene quanto anche la responsabilità scientifica e divulgativa di formatrici e formatori sia sempre maggiore, proprio perché la qualità dell’offerta culturale richiesta è sempre più elevata, nonostante certe cadute nel fondamentalismo laicista o clericale di vari colori. Tre anni sperimentali Dal settembre 2010 il sistema delle scuole medie pubbliche ticinesi ha conosciuto un processo di sperimentazione didattica – mi riferisco all’insegnamento in III e IV media di una materia che è stata chiamata, in assenza di soluzioni terminologiche migliori, «storia delle religioni» – che sta arrivando alla sua conclusione. «Dialoghi» ha sempre guardato a questo argomento con una visuale mediamente più ampia del punto di vista soltanto ticinese, ma ha pure badato a non perdere di vista la concretezza delle questioni nel quadro storico-sociale effettivo del territorio in cui operiamo. Mi pare dunque quasi doverosa anzitutto qualche osservazione sui presupposti di quest’azione sperimentale. Essa intendeva cercare di superare l’ignoranza storico-religiosa in cui migliaia di ragazze e ragazzi tra gli 11 e il 15 anni restavano e restano, qualora non scegliessero o scelgano l’insegnamento religioso cattolico e evangelico. I pur culturalmente e religiosamente multiformi membri della commissione che redasse i programmi della sperimentazione – io stesso ne feci parte – avevano questo come comune convinzione. Nella commissione in questione non si decise di coinvolgere a pieno titolo forse la persona ticinese più compe-

tente nei temi in oggetto, ossia Renzo Petraglio. Ciò, senza ovviamente sottovalutare il grande apporto di tutti coloro che ne furono membri, fu un errore. Tale deficit di lungimiranza si ripropose poi nel non aver messo seriamente in condizione Petraglio di far parte della commissione di valutazione dei candidati all’insegnamento di detta disciplina. Egli fu coinvolto parzialmente in altro modo, ma molto, molto meno di come sarebbe stato giusto e utile. di Ernesto Borghi

Il faticoso ancorché stimolante percorso che condusse al varo di tali programmi delineò chiaramente, tra l’altro, quanto differente sia immaginare un insegnamento di cultura religiosa dal carattere poco più che comparativistico tra diverse esperienze religiose e codici spirituali (era la posizione di alcuni dei membri di detto consesso) e un insegnamento della dimensione religiosa della cultura che consideri anche la dimensione esistenziale di essa, pur badando a non far nulla nella direzione dell’educazione religiosa nel senso catechetico o puramente confessionale del termine (era la posizione di altri membri). Opposti fondamentalismi La sperimentazione in oggetto vide la luce in un contesto socio-culturale e socio-politico in cui tra gli opposti fondamentalismi – quello laicista dei «liberi pensatori» e quello clericale di taluni ambienti cattolici, entrambi egualmente disinteressati a combattere l’ignoranza culturale storicoreligiosa di allieve e allievi delle scuole ticinesi – appariva abbastanza evidente un ampio schieramento di forze impegnate, da crinali diversi, a promuovere in modo rinnovato la cultura religiosa a livello scolastico. Tale positiva volontà partoriva, però, soluzioni diverse per risolvere il problema posto. E, d’altra parte, trasversali risultavano nella società ticinese due speranze, francamente, opposte: • da un lato, che la sperimentazione conducesse a esiti così positivi da far immaginare un’organizzazione scolastica che rendesse di responsabilità

soltanto cantonale detto insegnamento, estromettendone di fatto le Chiese; • dall’altro, che la sperimentazione fosse un sostanziale fallimento, chiudendo ogni spazio a qualsivoglia cambiamento dello status quo. Una valutazione squilibrata Come faccio a dire tutto ciò? Citare diffusamente dati, cifre e persone esulerebbe dalle finalità di questo articolo: ma bastava essere effettivamente immersi nella formazione scolastica in genere e in quella storicoreligiosa in particolare per farsi un quadro serio e fondato della situazione, in cui tra il «nero» e il «bianco» si manifestavano tonalità di «grigio» multiformi. Tra i vari segnali positivi vi era, per esempio, il fatto che il DFA (Dipartimento Formazione Apprendimento), nuova istituzione sorta dalla «cessione» dell’Alta Scuola Pedagogica dal DECS cantonale alla SUPSI (la Scuola Universitaria Professionale della Svizzera italiana), pareva interessato a dare maggiore consistenza alla dimensione religiosa della cultura nella sua offerta formativa: in questa direzione mosse la stabilizzazione professionale di chi si occupava di tale componente didattica tramite un contratto di lavoro «sine die» (stabilizzazione che, dopo poco più di un anno fu messa in discussione e vanificata dalla direzione stessa della SUPSI per ragioni del tutto indipendenti dalla competenza scientifica e didattica del docente coinvolto e francamente del tutto incomprensibili sotto il profilo scientifico e culturale in un’istituzione universitaria…). La sperimentazione partì, probabilmente, senza che il DECS avesse ben focalizzato la necessità di offrire un robusto accompagnamento didattico ai docenti che iniziavano a proporre la materia «storia delle religioni», al di là della competenza storica e della generosità personale di chi ne fu incaricato (il collega Pasquale Genasci). La valutazione della sperimentazione fu affidata al DFA, che assunse, a tempo parziale, un esperto effettivo del campo scientifico in oggetto. Il coordinamento del gruppo di lavoro fu affidato, però, a un se-


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rio e competente docente di filosofia, Marcello Ostinelli, assai interessato alle implicazioni tra scienze umane e religione, ma sostanzialmente sprovvisto di una preparazione effettiva in ordine alle materie storico-religiose e religiose in senso stretto. Il DFA si è comunque avvalso, durante il processo di valutazione in atto, di due autorevoli esperti accademici come lo storico della Chiesa Mariano Delgado (dell’Università di Friburgo) e il teologo morale Alberto Bondolfi (emerito dell’Università di Losanna, ora direttore della Fondazione Bruno Kessler, Centro per le Scienze Religiose, di Trento), intellettuali di grande competenza scientifica e di notevole respiro intellettuale, ancorché non esperti di didattica scolastica delle discipline religionistiche. Perplessità Non posso entrare ovviamente nella valutazione puntuale della sperimentazione, che spetta legittimamente ad altri. D’altra parte sono apparse chiaramente anche all’esterno la serietà e competenza culturale dei docenti coinvolti. Si sono riscontrati echi positivi e dati significativi circa gli avvalentisi di detto insegnamento nel corso di questo triennio, in particolare nelle sedi scolastiche che hanno visto i due insegnamenti di carattere religioso fianco a fianco. Cionondimeno qualche scelta dei «valutatori» istituzionali si è rivelata ampiamente discutibile e davvero sconcertante. Durante il primo anno di elaborazione della prova di fine ciclo (2011/2012), inizialmente la commissione diretta da Ostinelli avrebbe voluto che fosse proposta agli allievi tanto delle classi degli insegnamenti «confessionali» quanto di quelle di storia delle religioni una prova unica, in presenza di programmi contenutisticamente molto diversi. Di fronte all’opposizione scientificamente e didatticamente doverosa di alcuni interlocutori, si sono approntate due differenti tipi di prove, che avevano però una parte comune superiore alla metà delle prove stesse. Nell’anno 2012/2013, invece, è stata imposta un’unica tipologia di prova, in cui i contenuti specifici dei programmi degli insegnamenti cattolico ed evangelico-riformato sono stati considerati in minima parte. A questa scelta, assai più «squilibrata e squilibrante» del tentativo operato l’anno precedente, si è aggiunta la decisione della Commissione Ostinelli di sottoporre a detta prova unica

gli allievi delle classi quarte di altre sette sedi scelte sul territorio ticinese, senza contare le sei sedi sperimentali triennali ufficiali. Alla prova in quelle sette sedi sono stati sottoposti tutti gli allievi indistintamente (chi seguiva corsi di religione e chi non ne ha mai seguiti). La palmare incongruità formativa e culturale di queste opzioni mi pare si commenti da sola. I docenti Il numero degli iscritti agli insegnamenti di religione cattolica ed evangelica complessivamente non ha fatto registrare cedimenti di particolare entità, anzi in due delle tre sedi ove gli insegnamenti tradizionali e quello sperimentale hanno convissuto, si è notato che la netta maggioranza degli allievi si è iscritta agli insegnamenti preesistenti alla sperimentazione. E questi sono dati di fatto, non impressioni emotive. Che cosa dire a questo punto? Non sarà in atto una «forzatura» di dati ed elementi culturali al fine di offrire un’immagine dell’insegnamento sperimentale positiva al di là della realtà e di svalutare in qualche misura gli insegnamenti cattolico ed evangelico-riformato? La risposta a questa domanda è difficile, ma l’interrogativo è del tutto legittimo alla luce di quanto si è visto sin qui. Certamente, i due insegnamenti «tradizionali» devono essere costantemente monitorati nella qualità culturale e didattica dei loro docenti, che talora presenta delle criticità su cui si deve intervenire con decisione. Condizioni familiari difficili sotto il profilo economico e relazionale, o esigenze di radicamento pastorale di questo o quel prete, per esempio, non possono essere ragioni dirimenti per affidare incarichi di insegnamento a persone rivelatesi oggettivamente inadeguate alla bisogna. Il fatto che meno del 30 % dei docenti cattolici, ma anche evangelici, abbia partecipato ai corsi di formazione continua organizzati negli ultimi tre anni dal DFA in collaborazione con il DECS è certamente un segno negativo che non si può né si deve trascurare in ordine anche alla coscienza professionale di troppi insegnanti di religione. Questi elementi, senz’altro deplorevoli, non possono, però, essere utilizzati per rafforzare l’opportunità che gli insegnamenti cattolico ed evangelico debbano essere soppressi come se, per esempio, in tutte le materie non esistessero docenti inadeguati a

livello di metodo e/o di contenuto, senza che ciò implichi la necessità di rimuovere dette discipline dall’offerta formativa della scuola ticinese. Sarebbe ingiusto ragionare in questi termini, anzitutto considerando i non pochi docenti di religione cattolica ed evangelica del tutto all’altezza del loro compito formativo. Attendiamo dunque con fiducia, curiosità e cautela il rapporto sulla valutazione dell’insegnamento sperimentale che il DFA pubblicherà nei prossimi mesi. Esso conterrà certamente, immagino, delle proposte per l’organizzazione futura dell’insegnamento di cultura religiosa su cui le autorità politiche dovranno pronunciarsi. Le decisioni, visti i tempi tecnici di valutazione e riflessione prevedibili, difficilmente arriveranno prima del 2015. Da qui a quel momento si verificheranno almeno due eventi importanti, diversi ma certamente significativi anche in ordine alle scelte sull’insegnamento scolastico della cultura religiosa: la nomina del nuovo vescovo di Lugano e le elezioni cantonali. Il «doppio binario» Dal 1996 ho scritto e detto varie volte che la soluzione migliore, a mio avviso, sarebbe stata un insegnamento obbligatorio non confessionale strutturato secondo parametri statali analoghi a quelli delle altre materie1. Dopo diciassette anni di lavoro nel Canton Ticino nella formazione storico-religiosa a vari livelli e in diversi ambiti, scolastici e universitari pubblici ed ecclesiastici, ivi compreso il ruolo di membro della commissione che ha redatto i programmi della sperimentazione in «storia delle religioni», ho in parte rivisto le mie posizioni. Ritengo che il cosiddetto «doppio binario» – ossia la soluzione organizzativa e didattica che si è sperimentata in questi anni nelle sedi scolastiche di Minusio, LuganoBesso e Biasca – meriti una considerazione che in passato mi pareva indebita. Anzitutto credo che un insegnamento obbligatorio per tutti della dimensione religiosa della cultura abbia concrete possibilità formative e risponda alle effettive esigenze di allieve ed allievi nella scuola media e, in particolare, in quella pubblica ticinese, solo a determinate, precise condizioni. Quali? Almeno tre: • i programmi devono tener conto di una dimensione non rigidamen-


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te comparativistica e astoricamente egualitaria nel considerare le diverse esperienze religiose e badare alla rilevanza esistenziale di questo insegnamento nella crescita complessiva di allieve ed allievi. Occorre riconoscere al cristianesimo la sua centralità oggettiva, ancorché non esclusiva (vista, per esempio, la palese importanza formativa di altre confessioni religiose e del pensiero filosofico e scientifico antico, moderno e contemporaneo) nella storia culturale e nelle manifestazioni artistiche del e nel Ticino; • occorre costituire una commissione permanente di studio ed indirizzo che determini i programmi d’insegnamento, stabilisca i criteri di formazione e di assunzione dei docenti (chi è stato impegnato quale insegnante di religione cattolica o evangelica deve poter accedere al nuovo insegnamento con le stesse possibilità di altre persone che non hanno mai avuto tale esperienza professionale), valuti periodicamente la qualità culturale e didattica dell’insegnamento e di coloro che lo propongono. In questa commissione (al massimo 7 membri) deve esserci una rappresentanza scientificamente e culturalmente autorevole delle Chiese cattolica e evangelica-riformata e gli altri membri devono essere scelti in ragione es-

senzialmente delle loro competenze nel merito; • la formazione dei docenti di ogni materia anzitutto umanistica che passa attraverso il DFA deve contemplare imprescindibilmente qualche momento inerente alla dimensione religiosa della cultura in se stessa e non come aspetto complementare ad altre discipline2. Avanti con coraggio! Se queste condizioni, certo non facili, ma meno ardue di quanto si creda, non si potranno o vorranno creare, sarà certamente migliore la soluzione del cosiddetto «doppio binario». Tale opzione, che implica comunque la ricerca di costante miglioramento degli insegnamenti cattolico ed evangelicoriformato, potrebbe essere, in assenza di un ampio consenso in parlamento e nella società verso l’insegnamento obbligatorio non confessionale, un passo avanti significativo nella lotta all’ignoranza storico-religiosa tra tanti giovani, che è l’obiettivo, come ricordavo all’inizio, assolutamente prioritario rispetto a qualsiasi altro discorso. Infatti, in presenza di due insegnamenti paralleli, a nessun allievo potrà mancare un confronto specifico con la dimensione religiosa della cultura, perché nessuno potrà scegliere

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di restare al di fuori di queste due possibilità formative. Che cosa avverrà? Confidiamo in qualcosa di realmente bello e davvero buono per il futuro formativo delle prossime generazioni. E le possibilità ci sono tutte… NOTE 1. Cfr., oltre a quanto scrissi nel 2007 e nel 2012 su «Dialoghi», altri miei contributi precedenti, Religioni e IRC nella cultura e nella scuola italiana, SEI, Torino 1997, pp. 7-28; RELIGIONE. Dalla riflessione alla prassi, in «Nuova Secondaria» 1 (15.9.1997), 69-73; Obbligatoria e non confessionale, in «Il Regno - attualità e documenti» XLIV (6/1999), 211-213; Per una cultura radicalmente umana. 2. Le radici ebraico-cristiane, in «Nuova Secondaria» 4 (15.12.2000), 40-43; Per insegnare a tutti cultura religiosa nel sistema scolastico ticinese, in «Scuola Ticinese» XXXII (novembre-dicembre 2003), 8-10. 2. Il DFA organizza da vari anni, su mandato del DECS, corsi di formazione continua per docenti sulla dimensione religiosa della cultura. Ciò è assai positivo e solo alcuni anni fa sarebbe stato impensabile. Pertanto appare assurdo che lo stesso DFA resti «allergico» a inserire dei moduli di carattere storicoreligioso nei percorsi di formazione degli insegnanti di scuola elementare e negli itinera di abilitazione di docenti di altri ordini di scuola: quanto questa scelta sia poco lungimirante a livello culturale, visti, per esempio, i contesti socio-formativo ticinese e internazionale contemporanei, è, mi pare, del tutto evidente… (Titolo e sottotitoli sono della redazione)

Francesco Chiesa e i suoi romanzi

Tra due guerre Problemi e protagonisti del Ticino (1920-1940)

di Alessandro Zanoli

di Pompeo Macaluso

All’alba del nuovo millennio la figura di Chiesa sembrava completamente scomparsa dall’orizzonte culturale ticinese. Fu proprio quella constatazione a risvegliare nell’autore di questo studio il desiderio di conoscere più da vicino l’opera dello scrittore. L’indagine critica sui testi è diventata una profonda e anche appassionata riflessione sull’identità ticinese. Una sorta di scavo archeologico Collana «L’Officina» nella storia della letteratura e della cultura del cantone che, forse, può fornire ai lettori di oggi, a quarant’anni dalla morte di Chiesa, qualche sorpresa. Formato 18 x 25 cm, 192 pp., Fr. 28.–

Il filo che unisce i saggi di cui è composto il volume sta nella riprova ch’essi forniscono sulla porosità di una fascia non trascurabile delle élite del Cantone Ticino verso le principali correnti politiche d’Europa. Liberalsocialismo, fascismo. Non poteva, ovviamente, mancare il comunismo. Ad esso, perché troppo a lungo ignorato, è riservato il saggio più lungo. Una decina di scritti, che compongono un Collana «L’Officina» insieme coerente, anche nella volontà dell’autore di sottrarsi all’eterna macchina della nostalgia, di sfuggire a quella che Croce definì «storia affettuosa». Formato 18 x 25 cm, 216 pp., Fr. 30.–

Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, E-mail: info@editore.ch, www.editore.ch


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Religione a scuola: altre esperienze, altre sensibilità Protestanti ticinesi a favore Il futuro dell’insegnamento della religione nelle scuole è stato al centro dei lavori del Sinodo primaverile della Chiesa Evangelica Riformata nel Ticino CERT, svoltosi sabato 20 aprile a Bellinzona. Il Sinodo, a maggioranza, ha ritenuto ancora valida la presa di posizione di dieci anni fa «criticamente aperta» all’introduzione di un’ora di storia delle religioni obbligatoria in sostituzione dell’insegnamento confessionale; ha ritenuto tuttavia praticabile, in subordine, la possibilità di una scelta obbligatoria fra l’insegnamento confessionale e il corso di storia delle religioni nel secondo biennio della scuola media. Ginevra: i grandi testi Merita di essere segnalato un primo bilancio fatto a Ginevra sullo studio «dei grandi testi», introdotto nel Ciclo d’orientazione (allievi di 12-15 anni) nel settembre 2011, perché si scosta fondamentalmente da esperienze e decisioni attuate in altri Cantoni svizzeri o all’estero. Ne riferisce «Le Courrier» del 20 aprile, dedicandogli l’editoriale di prima pagina e l’intera pagina 3 e così lo descrive: «Dopo lunghi dibattiti in Gran Consiglio, il DIP (Dipartimento dell’Istruzione Pubblica) ha partorito una specie di insegnamento del fatto religioso alla ginevrina». Il nome di battesimo è laico: insegnamento dei «grandi testi». Introdotto nel 2011 nel Ciclo d’orientamento, il corso è fondato «su un avvicinamento storico, culturale e comparativo dei differenti modi di pensiero attraverso il tempo e lo spazio». Voleva essere un compromesso tendente a conciliare l’imperativo della laicità, che a Ginevra confina talvolta con una negazione della sfera religiosa. L’editoriale, pur esprimendo alcune critiche, afferma che «in realtà, l’avvicinamento sembra pertinente, perché offre una presa di distanza originale, per esempio mostrando che le credenze non sono i soli fondamenti che creano il vincolo sociale. O ancora, comparando i racconti delle origini e sottolineandone le somiglianze al di là delle epoche e delle culture». So-

Con la fine dell’anno scolastico 2012-2013 termina il periodo sperimentale triennale praticato in sei sedi di scuola media, negli ultimi due anni. In tre sedi venne proposto un unico insegnamento, obbligatorio per tutti, nelle altre sedi era offerta la scelta agli allievi (meglio ai genitori) tra l’insegnamento laico e quello «confessionale» (cattolico o protestante). Con ragione l’insegnamento sperimentale verrà prolungato di un anno, per le classi di terza che quest’anno hanno svolto il primo anno di insegnamento sperimentale, completandolo l’esperimento nell’anno 2013-2014 (cfr. i giornali ticinesi del 18 aprile; un primo commento in «Voce Evangelica» del 4 marzo, e in «Pegaso» Popolo e Libertà dell’8 febbraio). In attesa del rapporto a conclusione dell’esperimento ticinese, una constatazione è già possibile sui risultati parziali riferiti dalla stampa: una quota importante degli allievi (tra il 40 e il 50% secondo le sedi) ha preferito il corso impartito dall’autorità religiosa in alternativa a quello laico. È un dato che i politici dovranno tenere in considerazione, per non prestare il fianco alla critica di volere estromettere le Chiese (cattolica ed evangelica) dalla scuola pubblica, presenza garantita dalla vigente Legge scolastica. Importante è a mio avviso che si possa svolgere una ampia discussione, previa sufficiente informazione, per trovare la soluzione più adeguata (magari provvisoria) per luzione interessante, perché attraverso i «grandi testi» (tra cui ovviamente quelli religiosi cristiani, ebraici e musulmani) si può ottenere un risultato socioculturale che va al di là della conoscenza del solo fatto religioso (o della sua storia), ma viene anche affrontato l’altra esigenza (e carenza) che la scuola contemporanea deve affrontare, quella dell’educazione alla cittadinanza, per un pubblico sempre più diversificato, per il quale la vecchia «civica» (malgrado i patetici tentativi fatti nel Ticino) non può più bastare.

adeguare la scuola alle esigenze poste agli allievi (è ciò che veramente conta!), in una società sempre più plurale dal profilo religioso. L’insegnamento di «storia della religione» (o altra designazione ancora da valutare) impartito dall’istituzione cantonale dovrebbe entrare nel piano degli studi come obbligo per tutti gli allievi, mantenendo come scelta supplementare il corso «clericale» per gli allievi (o genitori) che lo vogliono. Quindi l’insegnamento «laico» va esteso gradualmente a tutti gli allievi delle medie, compatibilmente con la disponibilità di insegnanti qualificati, organizzando corsi da proporre anche agli attuali insegnanti di religione, senza escludere coloro che hanno titoli di istituti religiosi. Qui desidero continuare l’opera di informazione (cfr. Eppur si muove. L’insegnamento delle religioni nella scuola pubblica, in «Dialoghi» n. 223, ottobre 2012) su quanto da tempo si discute e si attua nelle scuole specialmente dell’Europa occidentale, per affrontare un problema che appare sempre più urgente. Per un quadro d’assieme segnalo il recente testo di Flavio Pajer, uno specialista ben noto anche in Ticino, recentemente pubblicato… in spagnolo; gentilmente, l’autore ci ha fornito il testo originale in italiano. Il capitolo centrale del volume è stato riprodotto nelle pagine di «Pegaso» - Popolo e Libertà, 10 maggio e 7 giugno; cfr. pure in www. riviste-ticinesi. (a.l.) Francia: insegnare la «morale laica» La scelta ginevrina può essere accostata alla proposta, di cui si discute attualmente in Francia, dove il ministro dell’Educazione nazionale Vincant Peillon si propone di introdurre un insegnamento di «morale laica», per il quale è stato elaborato un rapporto, presentato il 22 aprile scorso. In una intervista, pubblicata da «Le Monde» del 23 aprile, il ministro ha così definito il contenuto della nuova materia: «La morale laica è un insieme di co-


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noscenze e di riflessioni sui valori, i principi e le regole che permettono, nella Repubblica, di vivere insieme secondo il nostro ideale comune di libertà, uguaglianza e fraternità. Deve anche essere un’attuazione pratica di questi valori e regole». Un sondaggio d’opinione ha rilevato che la proposta gode di un amplissimo sostegno tra i francesi. Sembra mancare nel progetto il riferimento al fatto religioso che non potrà non essere affrontato, di fronte ad allievi che sono portatori, tramite l’educazione familiare e le comunità religiose di appartenenza, della stretta connessione tra religione/i e morale/i, e di conseguenza tra «morale laica» e «identità/cittadinanza». Osservazioni e richieste di musulmani La Fondazione Cordova di Ginevra, tramite un «Raggruppamento degli svizzeri musulmani» (RSM), ha fatto elaborare un testo di «raccomandazioni» (gennaio 2012), volte a «promuovere l’inclusione e la coesione» dei musulmani svizzeri, nell’intento di «operare la distinzione fra la realtà e i pregiudizi» e di ottenere un «impegno comune nella società [che] disinneschi paure e malintesi espressi al momento della votazione» (sul divieto di nuovi minareti). Il testo è stato pubblicato dalla rivista «Il Regno», n. 21 – 2012, 1. dicembre 2012 ed è consultabile sul sito www.cordue.ch. Il documento si articola di 11 punti, affrontando i vari settori coinvolti nella problematica della integrazione dei musulmani svizzeri, che attualmente sono circa quattrocentomila, dei quali un terzo con passaporto rossocrociato. (Cfr. anche le notizie di stampa del 10 maggio 2013 che riferiscono di un rapporto del Consiglio federale, che sembra non affrontare il tema dell’insegnamento religioso nelle scuole, del resto di competenza principale dei Cantoni). Tra le raccomandazioni degne di attenzione segnalo la quarta (relativa all’istruzione pubblica), dove si discute dei «corsi scolastici su religione ed etica», osservando che «la mancata conoscenza oggettiva dell’Islam e del quotidiano dei musulmani residenti in Svizzera è stata spesso riconosciuta come uno dei maggiori ostacoli a un’armoniosa convivenza fra musulmani e non-musulmani nel paese. La scuola è l’ambiente ideale per offrire alle generazioni future l’accesso a un’informazione oggettiva e promuovere così una migliore comprensione

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e accettazione fra diversi gruppi confessionali. Questo tema capitale deve essere accuratamente inserito nel complesso sistema di responsabilità condiviso fra cantoni e comuni in materia di pubblica istruzione, e ciò nonostante le ristrettezze economiche». Circa i corsi scolastici su religioni ed etica, il documento ricorda come «la Svizzera attualmente elabora per i cantoni dei modelli di piani di studio (Lehrplan 21 e piano di studi romando) che comprendono una materia riguardante le diverse religioni e l’etica, la quale già è inclusa in gran parte degli attuali piani di studio cantonali». Il RSM si rallegra per l’integrazione sistematica nei piani di studio della materia «Religioni ed etica». Passando a formulare proposte concrete, il RSM sottolinea la necessità di un’adeguata preparazione per i professori che trattano queste materie e tengono questi corsi. Sottolinea in particolare l’importanza di saper distinguere in proposito fra aspetti religiosi, tradizionali e culturali. In una prospettiva d’arricchimento e di scambio, il RSM propone di includere esperti musulmani nell’elaborazione del materiale scolastico e di cercare il contatto con le diverse comunità durante i corsi di religione ed etica e di storia. L’esperienza vissuta da alcuni cantoni mostra tuttavia che può essere delicato creare moduli sull’Islam accettabili da tutti, viste le difficoltà in termini di rappresentatività e di diversità fra musulmani residenti in Svizzera. Le scuole hanno un ruolo da svolgere anche nella promozione di una migliore convivenza fra culture e religioni, con l’organizzazione di attività che evidenzino i punti in comune e sottolineino la differenza come un’opportunità e non come una difficoltà. Circa poi l’«insegnamento religioso islamico nei locali scolastici», si osserva in particolare che «a livello comunale e secondo l’esempio dell’insegnamento religioso delle Chiese cristiane, alcune scuole mettono a disposizione i propri locali per l’insegnamento religioso islamico. Queste esperienze sono documentate in una pubblicazione della Commissione federale contro il razzismo. Diversi autori presentano i vantaggi di questa pratica: i bambini musulmani si sentono valorizzati anziché spinti al margine, mentre le autorità cantonali hanno la possibilità di conoscere il contenuto e la qualità dell’insegnamento e reagire qualora necessario». Il RSM suggerisce alle autorità comunali di offrire la possibilità di tenere

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l’insegnamento religioso islamico nei locali scolastici ove le basi legali del cantone lo permettono. Concretamente il RSM suggerisce alle autorità comunali di informarsi sulle esperienze dei comuni che hanno attuato questo tipo d’iniziativa, e di avere scambi su modalità e benefici. Inoltre, per sostenere gli insegnanti di religione islamica e migliorare la qualità dell’insegnamento, il RSM consiglia di attuare una formazione che sia riconosciuta per Imam, assistenti spirituali e insegnanti di religione islamica, e suggerisce alle organizzazioni musulmane di cercare una piattaforma di scambio fra insegnanti di religione islamica. L’Islam nelle scuole svizzere In un servizio, pubblicato il 24 novembre 2012, il quotidiano ginevrino «Le Courrier» riferisce dei corsi di Islam impartiti dal 2002 nelle scuole pubbliche di due comuni del cantone Lucerna, Ebikon e Kriens. I corsi sono impartiti da due donne della comunità che hanno ricevuto una formazione didattica specializzata. Le autorità locali hanno sempre considerato l’insegnamento «una buona cosa» per l’integrazione; i genitori constatano che il fatto che l’Islam è impartito nella scuola e in tedesco, rassicura i ragazzi – i quali si rendono conto che appartenere ad una religione diversa da quella della maggioranza dei compagni non li rende completamente estranei. A Kreuzlingen, Canton Turgovia, più di settanta allievi musulmani partecipano al corso di Islam, su 200 allievi della scuola pubblica; l’insegnamento è iniziato nel 2010 con la collaborazione del Comune ed è impartito nella griglia oraria del programma scolastico, senza aiuto finanziario. Tali insegnamenti promossi a livello locale non avvengono senza contestazioni: un’iniziativa «anti Corano», diretta contro i corsi organizzati a Kreuzlingen per gli allievi musulmani di due scuole primarie, ha raccolto nel Canton Turgovia 4466 firme per chiedere una votazione popolare; il 19 dicembre l’iniziativa è stata dichiarata invalida da parte del Gran Consiglio, con 75 voti contro 40. Una mozione è stata successivamente presentata al parlamento turgoviese da un deputato dell’Unione democratica federale, sottoscritta da 30 firmatari, per chiedere al Governo di limitare l’utilizzo delle aule scolastiche all’insegnamento delle Chiese cristiane riconosciute; le Chiese cantonali hanno reagito negativamente, sostenendo


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che i diritti devono essere assicurati a tutti, il che permette di integrare i musulmani moderati e di avere scambi con loro. Un insegnamento «deconfessionalizzato» Nel Canton Vaud è stato introdotto, per tutti gli alunni, un insegnamento di «Etica e culture religiose» al posto della tradizionale «storia biblica». Tale insegnamento «deconfessionalizzato» è regolato da un articolo della legge scolastica, approvata dal popolo il 4 settembre 2011 dopo un ampio dibattito parlamentare. Ne dà un giudizio favorevole, senza nascondere le difficoltà da superare, il pastore Claude Schwab, deputato al Gran Consiglio, in un articolo ripreso in italiano dal settimanale «Riforma» dei protestanti italiani, edito a Torino (14 dicembre 2012). A suo parere, l’insegnamento «deconfessionalizzato» si giustifica per i seguenti motivi: – la scuola è neutra sul piano confessionale, ma la nostra società è erede di una tradizione giudaico-cristiana che occorre conoscere per capire meglio le mentalità e tutta la cultura che la scuola ha il compito di trasmettere in altre discipline (letteratura, storia, arti visive, musica); – l’avvento di una società multiculturale richiede una migliore conoscenza delle tradizioni e delle credenze degli uni e degli altri; – la scuola pubblica è il luogo in cui vivono fianco a fianco alunni provenienti da diversi orizzonti: è un luogo fatto apposta per apprendere insieme il rispetto delle convinzioni. La scuola può essere il crogiolo della pace confessionale di domani; – il fatto religioso dev’essere affrontato in dialogo con le correnti umanistiche e laiche che, nella nostra società occidentale, hanno segnato questi ultimi secoli; lo studio degli ateismi deve far parte integrante di un tale insegnamento. Altre esperienze estere Allo scopo di formare teologi in grado di elaborare una teologia musulmana «tedesca» o «europea», cinque università della Germania si sono collegate e inizieranno i primi corsi di teologia islamica sul modello di quelli che da tempo esistono per la teologia cattolica e protestante. L’iniziativa vuole rispondere alla raccomandazione del Consiglio scientifico tedesco, che si è pronunciato nel 2010

Tre proposte per l’Italia Su «Il Gallo» di Genova (gennaio 2013), riferendo sull’insegnamento religioso nelle scuole e sui possibili miglioramenti, Falvio Pajer, riconosciuto specialista europeo in materia (autore di numerosi testi e redattore di una rassegna informativa NEW) formula tre possibili soluzioni per la scuola italiana, non necessariamente esclusive l’una dell’altra: – una soluzione minima: «un’ora delle religioni sotto responsabilità statale, da destinare alla crescente frazione di alunni che non si avvalgono dell’ora cattolica. Basta attraversare le Alpi per constatare la pacifica plausibilità di diverse soluzioni in materia. Si giungerebbe a creare così il profilo di un’unica disciplina curricolare, con duplice approccio a scelta: uno confessionale (cattolico) e l’altro transconfessionale o multi-religioso, ciascuno con un proprio programma e con un insegnante titolare. Oltretutto, una sana concorrenza interna al sistema scuola non potrebbe che incentivare la qualità dell’offerta». – «di maggiore consistenza e ambizione, ma anche più problematica al momento: l’ipotesi di una disciplina “storia delle religioni”, o simile, come materia obbligatoria per tutti, sulla falsariga delle numerose esperienze, in atto da anni, se non da decenni, in diversi Paesi nordeuropei. Una disciplina di stampo informativo e comparativo, a carattere etico-antropologico non meno che storico e fenomenologico, caper lo sviluppo nelle università della teologia e delle scienze legate alle religioni. Con un doppio obiettivo: preparare da 4000 a 5000 insegnanti di religione musulmana di cui avranno bisogno nei prossimi anni gli istituti scolastici pubblici; inoltre sviluppare una teologia musulmana tedesca capace di competere con insegnanti espressione di un Islam tradizionale. Nel Belgio, dove le scuole cattoliche raccolgono la metà degli allievi nella comunità francese della Vallonia e di Bruxelles, è in esame la proposta, fatta dal direttore del Segretariato generale dell’insegnamento cattolico, di tenere corsi di religione islamica, fin qui esclusi, mentre sono possibili nelle scuole statali. Per il direttore, per costruire un vero dialogo nelle scuole è necessario non confinare il religioso

pace di parlare a studenti credenti (di diversa fede) come a studenti in ricerca o agnostici, capace di mettere in luce i fenomeni religiosi come tracce sensibili di una umanità in perenne ricerca di senso, di valori, di trascendenza. Una simile ipotesi non può che scontrarsi frontalmente con l’attuale regime concordatario. Tuttavia, invece che accanirsi nella logica aberrante del muro contro muro, disponiamo all’occorrenza di strumenti democratici come il referendum». – «una terza via, sistematicamente ignorata finora nei dibattiti nostrani, sarebbe l’integrazione del fattore religioso nei normali saperi disciplinari. Le varie materie, specie quelle umanistiche. se viste senza paraocchi laicisti, contengono immancabilmente echi, interrogativi, documenti dell’homo religiosus di tutti i tempi. Una scuola che restituisse al patrimonio culturale (letterario, artistico, storico, filosofico…) la sua naturale dimensione religiosa, assumendola senza mire apologetiche e senza pregiudizi antireligiosi, risolverebbe in radice molta parte del nostro problema». Non c’è che da scegliere e poi da realizzare: anche i giovani ticinesi (tutti!) meritano di avere una scuola adatta ai reali bisogni della società plurale in cui vivono e che al più presto cessi di essere la fabbrica dell’ignoranza religiosa, ignorando il ruolo culturale e sociale delle religioni. nella sfera privata: le scuole cattoliche dovrebbero avere dei corsi di religione musulmana per favorire il dialogo interreligioso e «interconcezionale» (cioè tra concezioni differenti). Infine in Canada, la Corte d’appello del Quebec ha dato ragione al Ministero dell’educazione, che ha imposto a una scuola secondaria privata cattolica di seguire il programma ufficiale di «Etica e cultura religiosa», rifiutando un programma d’insegnamento non ritenuto equivalente a quello governativo e basato sulla morale cattolica. Così in Canada, anche per l’insegnamento deconfessionalizzato delle religioni, sembra valere l’argomento, fatto proprio dal Tribunale federale svizzero, che… imparare a nuotare (per una ragazza musulmana) fa parte della necessaria integrazione.


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biblioteca Frédéric Ozanam, politica e religione Il 2013 è un anno di anniversari importanti. Cinquant’anni ci separano dalla morte di papa Giovanni e da quella di John F. Kennedy, duecento dalla nascita di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner. Le Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, sparse in tutto il mondo (800 mila aderenti in 148 Paesi), festeggiano il secondo centenario dalla nascita del loro fondatore: Frédéric Ozanam, lionese e parigino (1813-1853). Laico, appena ventenne, con sei compagni, scelse il carisma di un santo del Seicento: non aspettare il povero sulla porta ma andare da lui, guardarlo in faccia – come insegna papa Francesco – e imparare da lui. Beatificato da papa Giovanni Paolo II durante le Giornate della gioventù di Parigi, il 22 agosto 1997, Ozanam è il santo tipico dei nostri giorni, come dice il suo biografo, Gérard Cholvy: «l’accent s’est déplacé, en effet, de la vénération liturgique d’un intercesseur vers l’imitation possible de frères en humanité». Ma a una rivista come «Dialoghi» interessa anche altro, di Frédéric Ozanam: la sua al limite ingenua ma incrollabile e profetica fede nella conciliazione tra la ragione e la fede, tra la Chiesa e la democrazia. Tutto in appena quarant’anni di vita! A vent’anni Ozanam, lionese di nascita, studente a Parigi, incrocia una delle esperienze più tragiche posteriori alla «rivoluzione di luglio» del 1830: il soffocamento della ribellione delle masse operaie del ’33 – quella narrata in capitoli indimenticabili da Victor Hugo ne Les misérables: le barricate e le cannonate, Cosetta e Gavroche, la fuga nella grande cloaca. È un attivista cattolico, si batte per la libertà d’insegnamento, ossia per la restituzione ai cattolici del diritto di gestire scuole. È alla testa di una delegazione che va dall’arcivescovo a chiedere che al domenicano HenriDominique Lacordaire (1802-1861) sia concesso di predicare il Quaresimale in Notre Dame: sarà l’inizio di una reconquista intellettuale di enorme risonanza. Ai suoi coetanei seguaci di Saint-Simon (1760-1825), che chiedono: «Voi cattolici, che rifiutate il socialismo, cosa fate di concreto?»

risponde con la frase, vera ma scontata: «La Chiesa ha sempre aiutato i poveri»; ma poi, tornato fra i suoi, si interroga: «Non vi pare che sia tempo di aggiungere l’azione alla parola e di affermare con le opere la vitalità della nostra fede?». Quella stessa sera, Frédéric e un compagno portano a un povero tutta la legna che restava loro per finire l’inverno. Il 23 aprile 1833, sei studenti universitari – il più giovane ha 19 anni, Frédéric ne ha venti – fondano la prima Conferenza di San Vincenzo. Non hanno domandato il permesso a nessuno, non c’è neppure un prete tra loro. Dieci anni dopo, Frédéric è alla Sorbona, nominato insegnante di letteratura straniera, italiana in particolare (ha scritto una tesi di dottorato su Dante Alighieri). Ai suoi corsi sul Medio Evo assistono centinaia di studenti. Ricordando il massacro dei «barbari» sassoni, operato da Carlomagno, diceva: «Lutero, figlio di un minatore di Eisleben, non sarà uscito dal sangue di quei 4500 massacrati a Verden?». Ma, soprattutto, Ozanam si innamora della democrazia. Cattolico liberale lo è a suo modo: del libero mercato, così come lo vede realizzato, non può essere amico. Ma la solu-

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zione la vede davanti, non dietro: non nella ricostruita alleanza fra trono e altare ma nelle libertà costituzionali, nel suffragio universale, nella repubblica. Come altri cattolici «liberali» del suo tempo, Ozanam si innamora letteralmente… del nuovo papa, Pio IX, eletto nel 1847, va da lui e ne esce rinforzato nelle proprie convinzioni. Poi con sgomento vede le rivoluzioni dell’anno dopo travolgere, insieme con le brevi repubbliche romana e parigina, anche l’ideale della conciliazione tra religione e modernità, suscitando la reazione dei conservatori. Sconfitto alle elezioni, minato dalla malattia che lo condurrà alla morte appena quarantenne, vedrà ancora i vescovi di Francia prescrivere ai cattolici di cantare il «Te Deum» in onore dell’usurpatore della Repubblica, Napoleone III. Morirà, per fortuna, prima del Sillabo che nel 1864 cancellò ogni speranza di conciliazione della Chiesa con la modernità, e prima della fine del potere temporale dei papi. Benché il «liberale» Ozanam non avesse mai messo in dubbio una verità di fede, Louis Veuillot, il polemista cattolico direttore del giornale L’Univers, con il quale egli aveva polemizzato in nome della democrazia (lui pure era nato nel 1813!) fece di tutto per screditarlo. In seno alla stessa Società vincenziana si tentò di anteporgli, come fondatore, Emmanuel Bailly, che in realtà era stato eletto dai ragazzi primo presidente del circolo solo perché aveva qualche anno più di loro. La svolta in suo favore si sarebbe avuta nel 1913, e poi nel 1933, avendo come epicentro Roma, dove – anche perché c’erano stati dei «vincenziani» meravigliosi (fra tutti, Pier Giorgio Frassati, 1901-1925) – la causa di beatificazione venne portata avanti con relativa facilità. Ricordo l’amara analisi di José Cabanis (in Lacordaire et quelques autres. Politique et religion, Gallimard, Paris 1982): «Religione e politica si incontrano, la morale li mette in contatto. Ma non per il loro bene. I politici puri della religione non sanno che fare: gli dà fastidio, anche se gli è utile. La politica trascina i credenti che vi si impegnano verso dove non dovrebbero, o non vorrebbero, andare. I cattolici liberali del XIX secolo lo impararono a loro spese». Enrico Morresi G. Cholvy, Frédéric Ozanam. Le christianisme a besoin de passeurs, Artège, Paris 2012.


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L’opzione per i poveri di papa Francesco tra carità e cambiamento delle strutture Jorge Bergoglio, nella sua nuova condizione di papa, ha man­dato insistentemente segnali che trasmettono un’immagine di po­vertà e di austerità, a livello tanto personale quanto istituzionale. E i gesti sono stati accompagnati da un discorso che comunica il desiderio di «una Chiesa povera e per i poveri». In questo messaggio molti hanno voluto leggere il recupero della tradizione storica e teologica che la Chiesa cattolica lati­noamericana ha costruito e sviluppato dopo il Concilio Vaticano II (1962-65), come una rilettura e un’applicazione locale di que­sto avvenimento della Chiesa universale. È chiaro che, da quanto emerge dai suoi scritti ma anche dal­le sue pratiche pastorali, Bergoglio non si pone nel solco della radicale opzione per i poveri delineata dalla Teologia della libe­razione latino-americana come sua fondamentale prospettiva teo­ rica. E questo perché gli argentini, in generale, inclusi i teologi più noti e importanti come lo scomparso Lucio Gera, non si so­no mai sentiti a loro agio con un pensiero teologico della libe­razione che accetta i contributi del marxismo. Ma anche perché l’attuale papa Francesco ha sempre fatto parte di correnti la cui preoccupazione per il sociale si è espres­sa attraverso l’azione caritatevole, da un lato, e attraverso la me­diazione politica sottile e discreta con il potere, dall’altro. Non per l’impegno diretto nella lotta dei movimenti popolari. Ciononostante, l’avvento di Francesco al soglio pontificio ha risvegliato aspettative anche nei più illustri teo­ logi della libera­zione latinoamericani, come Leonardo Boff, Gustavo Gutiérrez, Ivonne Gebara e Oscar Beozzo, per citarne solo alcuni. In questi ambienti della Chiesa cattolica si è consapevoli che, per tradurre in fatti e in orientamenti pastorali quanto finora detto, il nuovo papa dovrebbe riprendere i grandi linea­menti emanati dal Vaticano II – molti dei quali tralasciati da Giovanni Paolo Il e Benedetto XVI – e fare propria la cosiddetta «opzione per i poveri» stabilita dai vescovi latinoamericani a Medellin (1968) e a Puebla (1979).

In un testo pubblicato dall’Università cattolica del Perù, Gu­stavo Gutiérrez segnala che, per trasformare in realtà ciò che il Papa ha auspicato: «Una Chiesa povera e per i poveri», è ne­ cessario «riconoscere che l’autentico potere della Chiesa con­siste nel servire i poveri». di Washington Uranga*

Lo sguardo latino-americano In che consiste l’originalità del pensiero cattolico latino-a­mericano della liberazione? Per il brasiliano Clodovis Boff (fratello di Leonardo), la Chiesa dell’America Latina si ca­ratterizza per essere una «Chiesa sociale»: «una Chiesa profetica, una Chiesa dei poveri e una Chiesa liberatrice». La Conferenza dei vescovi latino americani di Medellin diede visibilità istituzionale a ciò che da tempo stava germogliando nel lavoro ecclesiale di base. Nel documento finale, i vescovi affer­marono: «Ci troviamo alla soglia di una nuova epoca storica del nostro continente, colma dell’anelito all’emancipazione totale, alla liberazione da ogni schiavitù… Percepiamo qui un pre­annuncio della dolorosa gestazione di una nuova civiltà». Si potrebbe dire che il Vaticano II aveva dato impulso a una visione della società che puntava a riformare l’ordine capitalista per renderlo più giusto, più equo. Aveva denunciato le ingiusti­zie e aveva chiesto cambiamenti. In uno dei documenti conci­liari si può leggere: «Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non sanno né leggere né scrivere» (Gaudium et spes, n. 4). Completava il quadro l’elogio della carità. «L’azione cari­tativa ora può e deve abbracciare tutti assolutamente gli uomi­ni e tutte quante le necessità. Ovunque vi è chi manca di cibo, di bevanda, di vestito, di casa, di medicine, di lavoro, di istru­zione, dei mezzi necessari per condurre una vita

veramente uma­na, ovunque vi è chi afflitto da tribolazioni e da malferma salu­te, chi soffre l’esilio o il carcere, la carità cristiana deve cercar­li e trovarli, consolarli con premurosa cura e sollevarli porgendo loro aiuto. E quest’obbligo si impone prima di tutto ai singoli uo­mini e popoli che vivono nella prosperità» (Decreto Apostolicam actuositatem, n. 8). Questa fu, per sommi capi, la proposta del Concilio. I lati­no-americani andarono oltre. Nel primo documento di Medellin, i vescovi denunciarono la «miseria che emargina grandi gruppi umani» e affermarono che «questa miseria, come fatto collettivo, è un’ingiustizia che grida al cielo» (n. 1). Annunciarono poi che Cristo era venuto «a libe­rare tutti gli esseri umani da ogni schiavitù» (n. 3) e che la «ve­ra liberazione» comporta una «profonda conversione», definen­do la «liberazione integrale» come azione dell’«operato divino» (n. 4) e assicurando che l’amore è «la grande forza che libera dall’ingiustizia e dall’oppressione» (n. 5). Di più: sempre a Medellin, nel documento n. 2, quello sulla pace, i vescovi parlarono di «dipendenza» e sostennero che «il sottosviluppo latinoamericano è una situazione ingiusta alla ba­se di tensioni che cospirano contro la pace» (n. 1), equiparando la «realtà di peccato» con la «situazione di ingiustizia» e in un al­tro punto direttamente con la «violenza istituzionalizzata» (n. 16). Nello stesso testo si afferma che la missione della Chiesa è quella di favorire «ogni sforzo del popolo per creare e sviluppa­re le proprie organizzazioni di base» (n. 27). Cambiamenti strutturali Non si trattava dunque di una impostazione riformista ma di un chia­ro sostegno a cambiamenti strutturali. Si chiedevano davvero «trasformazioni profonde» (n. 17) e si denunciava come omis­sione il preteso apoliticismo che elude l’impegno con la giustizia, riconoscendo la legittimità dell’insurrezione rivoluzionaria. Cosa che aveva già fatto papa Paolo VI nella sua enciclica Populorum


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progressio (1967) «nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Pae­ se» (n. 31). Ciò anche se, in sintonia con il Papa, i vescovi latinoa­mericani propendono per l’azione pacifica (n. 19). Nel clima di repressione politica e agitazione rivoluzionaria che si viveva al­lora nella regione, la Chiesa afferma che «il cristianesimo è pa­ cifico… non semplicemente pacifista, perché è capace di com­battere. Ma preferisce la pace alla guerra» (n. 15). Nel 1973, in un libro pubblicato dal Consiglio episcopale la­tinoamericano (Celam) Liberacion: Dialogos en el Celam, appar­ve un articolo di Gustavo Gutiérrez – Praxis de liberacion, teolo­gia y evangelizacion» – nel quale il peruviano sostiene che «gli ul­timi anni in America Latina sono stati caratterizzati dalla sco­perta reale ed esigente del mondo dell’altro: il povero, l’emar­ginato, la classe sfruttata. In un ordine sociale costruito eco­nomicamente, politicamente ed ideologicamente da poche per­sone e a beneficio di queste, l’“Altro” di questa società, ossia le clas­si popolari sfruttate, le culture oppresse, le etnie discriminate – ­comincia a far sentire la propria voce». Questa Chiesa latino-americana ha accompagnato i venti di cambiamento nella regione. È inevitabile, per esempio, registrare l’influenza di Paulo Freire nel documento sull’educazione, nel quale compare per sette volte in modi diversi l’idea di «liberazione» e in cui si definisce l’«educazione liberatrice» come quel­la che «trasforma l’educando nel soggetto del proprio sviluppo», proponendola come «la chiave di volta per liberare i popoli da ogni schiavitù» (n. 8). Non manca neppure l’autocritica. «Giungono fino a noi – af­fermavano i vescovi – le denunce relative al fatto che la gerar­chia, il clero, i religiosi sia­no ricchi e alleati con i ricchi (…). I grandi palazzi, le case dei parroci e dei religiosi, di livello supe­riore rispetto a quelle del quartiere in cui vivono; le loro auto­vetture, a volte lussuose; il modo di vestire ereditato da altre epoche hanno contribuito a creare questa immagine di una Chie­ sa gerarchica e ricca» (n. 2). Mentre tutto questo succedeva in America Latina, la Chiesa in Argentina – salvo rare eccezioni, come quella dei «sa-

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cerdoti per il Terzo Mondo» – si manteneva estranea, lontana e finanche so­spettosa nei confronti delle Chiese del continente. Non si do­vrebbe dimenticare che questi furono proprio gli anni in cui Bergoglio si formò come sacerdote e come teologo. Opzione per i poveri Malgrado la reazione conservatrice che ha scatenato nella Chiesa cattolica latino-americana grandi scontri interni, nonché dei martiri generati dalla causa della liberazione in mezzo all’avanzata dei regimi di «sicurezza nazionale», a Puebla, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, i vescovi ratificarono l’impegno di Medellin: «I poveri meritano un attenzione preferenziale, qua­le che sia la situazione morale o personale nella quale si tro­ vano. Fatti a immagine e somiglianza di Dio in quanto suoi fi­gli, questa immagine è offuscata e persino oltraggiata. Per questo Dio assume la loro difesa e li ama. E così che i poveri siano i primi destinatari della missione e la loro evangelizzazione è segno e prova per eccellenza della missione di Gesù» (Puebla, n. 1142). A Puebla i vescovi ripresero il decreto conciliare Apostolicam actuositatem, per sostenere la necessità di adempiere prima di tutto gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; eli­ minare non soltanto gli effetti ma anche le cause dei mali; re­golare l’aiuto in modo che coloro che lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino suffi­cienti a se stessi (AA 8, Puebla 1146). Fu pure riaffermata la necessità di «una convivenza umana de­gna e fraterna», esortando «a costruire una società giusta e li­bera» (n. 1154) e a dare impulso al «cambiamento necessario delle strutture sociali, politiche ed economiche ingiuste» (1155), perché «l’economia del libero mercato, nella sua espres­sione più rigida, ancora in vigore nel nostro continente e legit­timata da alcune ideologie liberiste, ha accentuato la distanza tra ricchi e poveri anteponendo il capitale al lavoro, l’economia al sociale» (n. 47). Tale presa di posizione della Chiesa latino-americana fu du­ramente contestata e repressa dal Vaticano durante i pontifi­cati di Giovanni Paolo Il e di Benedetto XVI. Le successive Con­

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ferenze dei vescovi latinoamericani (Santo Domingo, 1992 e Aparecida, 2007), senza rinnegare in maniera esplicita il magistero precedente, si dedicarono molto di più a pensa­re la Chiesa dal suo interno, nei termini classici dell’«evan­gelizzazione», della perdita di influenza nella società e della perdita di terreno rispetto ad altre religioni. I vescovi argentini, poco presenti a Medellin e Puebla, fu­rono invece molto partecipi a Santo Domingo e ad Aparecida. Bergoglio fu il principale redattore del documento elaborato in Brasile nel 2007. Qual è la visione che rivendica oggi Francesco quando dice di sognare «una Chiesa povera e per i poveri»? Dove si colloca? Nel solco riformista del Concilio, riflesso a Santo Domingo e ad Aparecida: una posizione che sarebbe coerente con la sua sto­ria personale, o piuttosto in quello della tradizione sociale li­beratrice della Chiesa di Medellin e Puebla? Sono sufficienti l’au­sterità personale del papa, i segni che ha inviato e i suoi discorsi? Non ci sono ancora risposte a queste domande, ma è bene continuare ad offrire elementi per la riflessione, finché i fatti non cominceranno a parlare da soli. * Washington Uranga è un giornalista argentino, presidente dell’Istituto latino-americano di comunicazione per lo sviluppo (da «Adista», 18 maggio 2013).

A favore dei diritti umani. Lo scorso 23 gennaio una delegazione del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), guidata dal segretario generale, il pastore Olav Fykse Tveit, ha incontrato a Ginevra l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Navanethem Pillay. Il pastore Tveit ha illustrato l’impegno del Cec nella promozione della giustizia e della pace: temi della prossima assemblea generale che si terrà a novembre a Pusan nella Corea del Sud. Il presidente Pillay ha riconosciuto nel Cec un valido partner per la promozione dell’universalità dei diritti umani. Particolare attenzione è stata accordata al diritto fondamentale della libertà religiosa nel mondo, nonché ai diritti delle religioni di minoranza; Tveit ha tenuto a sottolineare l’approccio interreligioso del Cec, che non si limita alla difesa dei diritti ai soli cristiani.


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cronaca internazionale a cura di Alberto Lepori

Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri. Il Comitato promotore di «Chiesa di tutti - Chiesa dei poveri» propone a tutte le associazioni e riviste firmatarie dell’incontro a 50 anni dall’inizio del Concilio (Roma, 15 settembre 2012) e di quello sulla Pacem in terris (Roma, 6 aprile), di ricordare con iniziative locali i cinquant’anni dalla morte di papa Giovanni (3 giugno 1963). Inoltre, in concomitanza con l’assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Pusan, in Corea, del prossimo ottobre, di realizzare localmente iniziative per un nuovo ecumenismo dal basso, anche con reciproca ospitalità eucaristica dove ce ne sono le condizioni. Sono poi previsti due nuovi incontri (primavera 2014 e primavera 2015): il primo sulla vita della Chiesa, la sua povertà, la collegialità, la sinodalità, la presenza e il ruolo delle donne e i ministeri, tenendo presente la Lumen Gentium, e quanto farà e dirà il nuovo vescovo di Roma Francesco; il secondo per affrontare la questione della pratica del Vangelo di fronte alle realtà sofferenti del mondo, a partire dal rapporto Nord-Sud, tra ricchi e poveri, tra distruzione e salvaguardia del creato, prendendo a fondamento la Gaudium et Spes. Infine. nel dicembre 2015, ci sarà l’incontro mondiale a Roma di tutti i movimenti di ispirazione conciliare della Chiesa cattolica, a 50 anni dalla conclusione del Concilio. «Chiesa di tutti - Chiesa dei poveri» si associa alle iniziative organizzate a livello locale e mette a disposizione il sito www.chiesadituttichiesadeipoveri.it, come strumento di comunicazione e di collegamento. Cinquantesima sessione SAE. La 50. sessione del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) avrà luogo quest’anno all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa (Treviso) dal 28 luglio al 3 agosto, sul tema «Condividere e annunciare la Parola», e meditazioni, relazioni e gruppi di studio, con Amos Luzzato, Marianita Montresor, Enzo Pace, Piero Stefani, Letizia Tomasone, Brunetto Salvarani, Carlo Molari, Paolo Ricca, Mario Gnocchi, Giovanni Ceretti, Traian Valdman, Bruno Segre, Flavio Pajer, Lidia Maggi, ecc. Iscrizioni entro il 20 luglio a: sessione.estiva@saeno tizie.it, oppure tel. 373.5100524 (1617 e 19-21).

Bergoglio e Videla. La morte del dittatore argentino Jorge Rafael Videla (17 maggio, aveva 87 anni) ha riproposto il tema del comportamento dell’attuale papa Francesco, allora provinciale dei gesuiti, nel caso dell’arresto di due gesuiti durante la dittatura militare (durata dal 1976 al 1981), pur ripetutamente chiarito come esente da rimproveri. Il giornalista Mauro Castagnaro ha chiesto a padre Juan Carlos Scannone, gesuita ottantenne, già preside all’università di Buones Aires: «Cosa pensa dell’operato di Bergoglio nel caso del sequestro, durante lo dittatura, di padre Orlando Yorio e di padre Ferencs Jalics?». La risposta è stata pubblicata su «Il Regno» del15 marzo: «Padre Jalics ha smentito qualunque legame tra padre Bergoglio e il loro arresto. Io lo sapevo già, perché ero molto amico di padre Yorio, con cui a volte collaboravo sul piano teologico, e siccome padre Bergoglio abitava nella mia stessa casa, quando li fecero sparire, mi raccontava tutto quel che faceva, al pari del vescovo vicario di zona, mons. Mario Serra, per sapere dov’erano e ottenerne la liberazione. I militari negavano di averli arrestati, ma trapelò la notizia che erano detenuti alla Scuola di meccanica della Marina (ESMA), e quando si resero conto che erano innocenti, li trattennero vari mesi, secondo me perché non sapevano che fare. Alla fine li lasciarono addormentati (probabilmente narcotizzati) in un campo. Poi, anche con l’aiuto del provinciale, padre Yorio e padre Jalics ripararono all’estero per evitare una nuova desaparicion». Votare con il portafoglio. Il crollo dell’edificio a Savar, in Bangladesh, ha attirato l’attenzione dei media internazionali, suscitato un dibattito sulle norme edilizie e risvegliato di colpo il mondo sulle condizioni di lavoro degli operai dell’industria più importante del Paese. La palazzina di otto piani, conosciuta come Rana Plaza, si trova a 45 chilometri dalla capitale, Dacca, e ospitava cinque fabbriche di abbigliamento, diverse linee di produzione, banche e centinaia di negozi. Si stima che nell’edificio lavorassero 3.500 persone al momento del crollo, in gran parte operaie di meno di 25 anni. I morti hanno superato il

migliaio, più oltre 2.400 le persone ferite estratte vive. L’Organizzazione internazionale del lavoro ha stigmatizzato il fatto che i marchi internazionali pretendano il rigoroso rispetto dei tempi e della qualità del lavoro, e non abbiano mai eccepito sulle condizioni di sfruttamento brutale vigenti nelle fabbriche del Bangladesh. Tutti possono cooperare a combattere lo sfruttamento, votando, come consumatori, con il portafoglio. È un piccolo sacrificio spendere un po’ di più per comprare merci «pulite»: la Dichiarazione di Berna (DB) può dare le necessarie informazioni, così come «Fair Fashion», che valuta le marche in relazione al loro impegno per condizioni di lavoro rispettose delle persone e dell’ambiente («Le Courrier», 15 maggio; www.lecourrier.ch). Una trentina di imprese (con circa un migliaia di laboratori sui 3500 che lavorano per l’esportazione) hanno deciso aiuti finanziari per migliorare la sicurezza nelle fabbriche dei tessili in Blangadesh, collaborando con i sindacati nel sistema di controllo. L’iniziativa è stata valutata positivamente dalla DB, che tuttavia deplora la mancata adesione di alcune aziende presenti in Svizzera (APIC, 16 maggio). Probite le armi. L’assemblea generale dell’Onu ha approvato il 2 aprile il primo Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Entro due anni sarà molto più difficile vendere rivoltelle e fucili a Paesi sottoposti a embargo, che violano diritti umani o che hanno rapporti con il terrorismo e la criminalità orga­ nizzata. 154 i Paesi che hanno votato a favore; Siria, Corea del Nord e Iran hanno votato contro e 23 si sono astenuti, fra cui Russia, Cuba, Venezuela e Bolivia. La risoluzione non prevede vincoli coercitivi e controlli sull’uso interno delle armi nei singoli Paesi, ma chiede ai governi di introdurre leggi nazionali che regolamentino il settore. Italia che cambia. Sono 755.939 (l’8% del totale) gli studenti stranieri nelle scuole della penisola, concentrati soprattutto nel Centro-Nord e nel Nord. Il 44% di loro (l’80% tra i bambini delle scuole materne) è nato in Italia, ma l’attuale legislazione non riconosce loro la cittadinanza. Significativo l’aumento di presenze nella scuola superiore (dal 14% del 2001 al 21,8% del 2011/12). Sono 477.519 (il 7,8% del totale) le imprese in Italia guidate da stranieri.


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cronaca internazionale

Intolleranza lombarda. Una legge della Regione Lombardia stabilisce che la costruzione, l’adibizione o l’utilizzo di locali a fini di culto ricadono sotto la normativa urbanistica del cosiddetto «governo del territorio». Una applicazione rigida della legge da parte di molti sindaci ha finito per colpire non solo i fedeli del Corano, bensì anche i protestanti evangelici. Sono già 23 i locali di preghiera protestanti fatti chiudere dai comuni in tutta la Lombardia proprio ai sensi della legge pensata in funzione «anti minareti». In provincia di Bergamo sono state chiuse dieci sale, a Milano ne sono state chiuse sei. La legge esprime la cultura razzista e l’agitazione propagandistica dello «scontro di civiltà» di cui determinate formazioni politiche di destra hanno fatto il perno della loro azione e che hanno presa su larghe fasce dell’elettorato. Pur essendo lesiva della libertà e offensiva della democrazia, la norma è stata studiata con astuzia e con la complicità di amministratori e politici locali ha ottenuto gli scopi che si prefiggeva. Intesa con gli hindu. È entrata in vigore il 10 febbraio, approvata dal Parlamento italiano, l’Intesa per la regolazione dei rapporti tra l’Italia e l’Unione induista italiana Sanatana Dharrna Sarngha, in attuazione dell’art. 8 della Costituzione. L’Intesa era stata firmata già nel 2007 dall’avv. Franco Di Maria per l’Unione induista italiana (UII) e dal presidente del Consiglio Romano Prodi, ma per le opposizioni di destra è stata ratificata solo sei anni dopo! Essa regola gli ambiti nei quali la pratica religiosa dei circa 135.000 induisti in Italia entra in contatto con l’ordinamento giuridico: riconosce l’autonomia dell’UII, il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, la possibilità di prestare assistenza spirituale ai fedeli in ospedale e in carcere, il diritto di istituire scuole, le prerogative dei ministri di culto, gli effetti civili dei matrimoni religiosi, la partecipazione all’otto per mille dell’imposta sul reddito (IRPEF), sia sulla base delle scelte espresse dai contribuenti, sia in

proporzione di quelle non espresse. (Il testo completo è stato pubblicato da «Il Regno», 1. aprile 2013). Si tratta della dodicesima intesa, la seconda dopo quella coi buddisti con una religione orientale. È ancora in attesa di approvazione parlamentare quella stipulata nel 2007 con i Testimoni di Geova. Editore benemerito. È morto a Roma il 6 aprile, all’età di 75 anni, Vincenzo D’Agostino, direttore editoriale della Borla. Nato nel 1938 a Colle Sannita (Benevento), dopo gli studi in filosofia, D’Agostino entrò a far parte della Pro Civitate Christiana di Assisi e don Giovarmi Rossi, il fondatore, nel 1956 gli affidò la responsabilità della casa editrice Cittadella, che guidò fino al 1976, ideando e dirigendo collane innovative – per esempio, «Sulle vie del Concilio» e «Orizzonti Nuovi» – e pubblicando i principali autori del­l’aggiornamento teologico ed ecclesiale conciliare e postconciliare, da Ernesto Balduccl a Leonardo Boff e Giulio Girardi. Nel 1976 rilevò la casa editrice Borla – nata in Piemonte nel 1853 – e ne promosse il rinnovamento. Attualmente il catalogo delle Edizioni BorIa conta circa 1.400 titoli e oltre 1.150 autori, sia italiani che stranieri. Borla inoltre ha tradotto alcune opere fondamentali, come il Dizionario critico di teologia diretto da Jean-Yves Lacoste e la Storia del cristianesimo diretta da Ch. Pietri, L. Pietri, A. Vauchez, M. Venard. Referendum contro le Chiese. In Austria, le Chiese e le comunità religiose riconosciute dallo Stato godono di ampi privilegi, stabiliti dal Concordato stipulato con la Chiesa cattolica prima della seconda Guerra mondiale nel 1933. Tali privilegi, tuttora in vigore, sono criticati da un gruppo di umanisti, atei, agnostici e paladini della laicità austriaci, che hanno intrapreso un’iniziativa referendaria a livello nazionale, grazie alla quale i cittadini del Paese potranno portare la questione in Parlamento. I promotori hanno elaborato una lista di 25 «privilegi» da discutere: i

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più importanti dal punto di vista finanziario riguardano l’esenzione da varie imposte e il finanziamento, da parte dello Stato, delle scuole confessionali. Vi sono poi altri «privilegi» di minore impatto finanziario, ma simbolicamente rilevanti, come la posizione riservata alla Chiesa cattolica nei vertici della Televisione e Radio Austriaca (Orf). Al momento dell’introduzione delle misure, nel 1933, il 95% della popolazione austriaca era registrata come cattolica, mentre oggi il numero dei cattolici è calato al 66%. Così, benché un quarto circa della popolazione non appartenga ad alcuna confessione religiosa, ogni contribuente deve destinare una quota delle proprie imposte a organismi religiosi riconosciuti dallo Stato. Tali contributi ammontano annualmente a circa 500 euro pro capite, dovuti anche da chi non ha appartenenza religiosa, per complessivi circa 3,5 miliardi di euro all’anno. A opporsi all’iniziativa sono stati ovviamente esponenti ecclesiastici e laici della Chiesa cattolica, destinataria della maggior parte dei proventi fiscali, la totalità dei quali viene tuttavia divisa con altre 13 confessioni religiose. I promotori del referendum hanno raccolto solo 56.600 firme contro le centomila necessarie per aprire il dibattito in parlamento. Il cardinale Christoph Schönborn ha riconosciuto la necessità di aprire una discussione con i promotori sui compiti che spettano alle Chiese. Ammesso lo sciopero. La Corte federale tedesca del lavoro ha deciso che il diritto di sciopero non può essere rifiutato in modo generale agli… impiegati ecclesiastici. Le Chiese cristiane e le istituzioni quali Caritas e Diakonie hanno diritto di regolamentare come vogliono i rapporti di lavoro con le persone che impiegano (nel Paese sono in totale circa 1,3 milioni); tuttavia lo sciopero deve rimanere ammissibile in certe circostanze. I giudici della più alta corte tedesca del lavoro hanno dato ragione, in due casi di controversia, ai sindacati. La Chiesa evangelica ha rinunciato a contestare la sentenza.

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No. 227 15 opinioni

Imbarazzante «recupero» di Don Gallo un prete scomodo che Genova amava «Il cardinale Siri lo accolse». Nella chiesa si sentono i primi mormorii. Una voce di donna: «Però poteva evitare…». Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, presidente della CEI, sta celebrando il funerale di don Andrea Gallo. Al momento di ricordarne la figura, ne fa un ritrattino oleografico, di un bravo prete obbediente e serafico. La protesta si allarga, incominciano i fischi, da fuori la chiesa, dove sono assiepate seimila persone venute da tutta Italia, arrivano le note di «Bella ciao». Il cardinale interrompe il suo discorso. Ci vuole l’intervento dell’anziana segretaria di don Gallo per ripristinare la calma. Ma ormai il cardinale rinuncia a proseguire la lettura del discorso e conclude in fretta con una breve preghiera. Questo episodio è emblematico di una lunga storia di «normalizzazione», non solo nei confronti dell’anziano prete genovese, morto all’età di 84 anni lo scorso 22 maggio, ma anche di ogni voce di dissenso, o anche solo di autonomia, dei laici, dentro e fuori le comunità ecclesiali. Don Andrea Gallo era nato a Genova nel 1928. Giovanissimo, aveva preso parte, insieme al fratello maggiore, alla Resistenza. Attirato dal modo di lavorare tra i giovani dei salesiani, entrò in seminario; nel 1955 fu mandato a studiare teologia a San Paolo, in Brasile, dove venne in contatto con i primi fermenti di novità della Chiesa latinoamericana. Tornato in Italia, fu ordinato sacerdote nel 1959. Il suo primo incarico pastorale fu all’isola di Capraia (che allora faceva parte della Diocesi di Genova). Rientrato a Genova, gli fu assegnata la direzione della scuola-riformatorio sulla nave «Garaventa». I suoi metodi non repressivi, inauditi per quei tempi, non erano capiti e don Gallo fu trasferito nella parrocchia del Carmine, in un quartiere popolare, stretto tra il centro storico e i quartieri agiati della Circonvallazione a Monte. Il Concilio Vaticano II si era appena concluso e un po’ ovunque, anche nella Genova del cardinale Siri, l’entusiasmo suscitato da quella prorompente novità si traduceva in voglia di protagonismo da parte dei laici, in innovazioni liturgiche spontanee,

nell’ingresso dell’attualità sociale e politica nella vita della parrocchia. Con don Andrea Gallo, la chiesa del Carmine divenne uno dei centri genovesi del rinnovamento post-conciliare. Sull’altare durante la messa compariva, accanto alla Bibbia, il giornale; i laici potevano intervenire nella predicazione; nessun tema era tabù; era esplicitata l’opzione preferenziale per i poveri: non nel senso di privilegiare qualcuno a scapito di altri, ma di dare spazio, dignità, protagonismo anche a chi altrimenti veniva messo al margine, disprezzato e ignorato in una società piuttosto conformista e abbagliata dal benessere degli anni del «boom». Quel prete così popolare e «popolano» non piaceva ai benpensanti della parrocchia, che ne ottennero l’allontanamento. Era il 1970 e una dopo l’altra tutte le esperienze più innovative nella diocesi genovese vennero messe a tacere: più clamorosa fra tutte, la vicenda della comunità di base di Oregina, con la sospensione a divinis dei sacerdoti francescani Agostino Zerbinati e Erminio Podestà. Don Gallo avrebbe dovuto tornare all’isola di Capraia, letteralmente esiliato, ma trovò un parroco, don Federico Rebora, disposto ad accoglierlo nella chiesetta di San Benedetto al Porto, in una zona un po’ tagliata fuori dai quartieri più densamente abitati, stretta tra la ferrovia e la stazione marittima. Ma era il luogo ideale per creare una comunità di accoglienza e, la domenica, alla messa delle dodici, ospitare quei laici critici che si trovavano a disagio nelle proprie parrocchie (la storia si ripete oggi con don Paolo Farinella, parroco «senza parrocchiani» ma punto di riferimento per i «dissidenti» a san Torpete, all’altro estremo del centro storico di Genova). Nasceva la Comunità di san Benedetto, che di lì a poco, per i metodi partecipativi, democratici, non repressivi, sarebbe diventata tra l’altro una delle esperienze più innovative di comunità terapeutica per tossicodipendenti. Le due linee: teologia della liberazione e comunità di base, comunità terapeutica aperta centrata non solo sulla cura dell’individuo ma anche sull’inserimento costruttivo nella società, fecero di San Benedetto una realtà

abbastanza unica e conosciuta non solo in ambito locale. Le assemblee del lunedì sera, aperte a tutti i cittadini, erano un inedito spazio di convivenza tra tossicodipendenti, persone in difficoltà per mancanza di un lavoro o di un tetto e cittadini disposti a mettersi a confronto con le realtà più scomode. Quando scatta l’enorme notorietà mediatica di don Gallo? Forse nei giorni tremendi del G8 del luglio 2001, con la repressione sanguinosa del Genoa Social Forum, a cui don Gallo aveva partecipato attivamente. È la desolazione, l’appiattimento dell’«era berlusconiana», in cui un personaggio come don Gallo, che dice semplicemente tutto quello che pensa, che non ha pregiudizi verso nessuno, che vive il Vangelo in modo immediato e concreto, «angelicamente anarchico» come si autodefinisce, svetta come un gigante. E lui non trova più nessun ostacolo: è in televisione, sulle piazze, ai comizi, ai concerti, negli spettacoli teatrali più svariati, scrive un libro dietro l’altro, parla, parla, parla… E agisce, come sempre. Negli ultimi anni si prende particolarmente a cuore la situazione delle persone transgender. È, fisicamente, dove ci sono conflitti, come la protesta contro la base militare a Vicenza, contro il proliferare delle case da gioco. Per questo è apparso a tutti una censura, se non una sfacciata menzogna, il tentativo di banalizzarne la memoria: davanti al feretro, e nella chiesa da dove, quarantatré anni prima, don Gallo era stato cacciato. Non fu mai possibile sospendere a divinis questo prete, perché don Gallo era attento a non fare nulla che potesse giustificare un simile provvedimento da parte della gerarchia. Ma che questa, ora, cerchi di approfittare della grande popolarità di don Gallo per dire: «È stato sempre un fedele servo della Chiesa», che cerchi di appropriarselo e di «capitalizzarlo», magari barattandolo con l’immagine suggestiva, riportata da tutti i media, di Vladimir Luxuria (transgender, ex deputata al Parlamento italiano) che riceve la comunione dal cardinale in persona, è inaccettabile. Marina Sartorio


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Amicizia con i greco-ortodossi. Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, è il primo patriarca, dopo lo scisma del 1054, a presenziare alla messa di inaugurazione del papa romano. Il capo della Chiesa ortodossa d’Egitto, patriarca d’Alessandria Tawadros II, eletto nel novembre 2012 ha visitato Roma durante cinque giorni, incontrando papa Francesco, con cui ha pregato ed ha condiviso l’alloggio nella Casa di Santa Marta, attuale residenza papale. Il «papa» di Alessandria ha la sede al Cairo, è a capo di una Chiesa che comprende da 10 a 15 milioni di fedeli, con una cinquantina di diocesi, delle quali una ventina fuori dall’Egitto. Africa progressista. Il governo della Costa d’avorio ha deciso di vietare la fabbricazione, l’importazione, il commercio e l’utilizzo dei sacchi di plastica su tutto il territorio nazionale. Hanno emanato la stessa proibizione la Tanzania, l’Africa del Sud, la Mauritania e il Rwanda. E la Svizzera? Premio «buone notizie» 2013. Al vallesano canonico di Saint-Maurice e missionario in Congo Guy Luisier è stato assegnato il Premio romando «Buone Notizie» per il suo blog e il libro Une colline au Congo, in cui descrive in modo colorato e con umorismo la difficile e ricca vicenda missionaria su una collina nel Kasai in cui… sente di essere «evangelizzato». Prima pietra. Il 21 maggio, a Berna, a un anno dall’inizio del cantiere, è stata simbolicamente posata la prima pietra del Centro «Piazza d’Europa. Casa delle religioni» che comprenderà uno spazio di preghiera e di culto di cinque religioni (aleviti, buddisti, cristiani, indù e musulmani), oltre ad un albergo, negozi, uffici, un parcheggio e 88 appartamenti. Partecipano al progetto «Dialogo delle culture» anche gli ebrei, i bahai e i sikh. L’apertura ufficiale è prevista per il novembre 2014; costo totale 75 milioni di franchi, dieci dei quali per la Casa delle religioni. Per non dimenticare. Con altri 19 Paesi, la Svizzera parteciperà alla conservazione del campo di concentramento nazista d’Auschwitz-Birkenau, versando un milione di euro alla fondazione che si occupa della manutenzione dei due siti. Un primo contributo di centomila franchi era stato versato nel 2010. Si tratta di manifestare rispetto per le vittime del nazismo e di contribuire a mantenere un luogo della memoria. Aiuto alle librerie. Il Cantone e la Città di Ginevra hanno deciso di mettere a disposizione per il 2013 un importo di ottantamila franchi per sostenere le librerie indipendenti (sono una ventina), messe in difficoltà dalla concorrenza dei grandi magazzini. Per ricevere le borse di aiuto, dell’importo da 2000 a 10.000 franchi, le librerie devono offrire una scelta significativa di libri locali e svizzeri, e proporre incontri culturali, presentazione di testi o letture pubbliche. Una decisione intelligente, da realizzare anche in Ticino. Scuse presidenziali. Uli Maurer, presidente della Confederazione, si è scusato l’8 maggio con la comunità ebraica svizzera per aver «dimenticato» le vittime della Shoah causate dal rifiuto della Svizzera ad accogliere profughi

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ebrei, bollati con la J sul passaporto. La notizia più bella potrebbe essere che le scuse rappresentano un impegno a non respingere gli asilanti di oggi, pure in pericolo di vita. Suore in prigione. Tre suore statunitensi, tra cui Megan Rice di 83 anni (!), sono state giudicate per «attentato alla sicurezza nazionale» dal tribunale distrettuale di Knoxville (Tennessee) per avere, nel luglio 2012, scritto versetti biblici sui muri di un deposito di uranio, dopo avere forzato le barriere di protezione del complesso governativo. Incarcerate dal 9 maggio, arrischiano trent’anni di prigione. Auguri di lunga vita a suor Megan, perché possa continuare per trent’anni la sua cristiana testimonianza. Perdonato dai piedi. Un seminarista ecuadoriano, giunto in Spagna nel 2006 grazie a falsi documenti, ha esercitato il ministero pastorale per sette anni in una parrocchia della diocesi di Siviglia. L’arcivescovo Juan José Asenjo, invece di scomunicarlo (come prevederebbe il canone 1378 del Codice di diritto canonico) gli ha imposto come penitenza di recarsi a piedi in pellegrinaggio a un santuario della Madonna della Consolata, distante 25 chilometri dal luogo… del delitto. Un perdono ottenuto coi piedi! Teologa premiata. La teologa cattolica Jutta Lehnert ha ricevuto il «Premio Dorothee Sölle», istituito dalla rete ecumenica «Iniziativa della Chiesa dal basso», per il suo lavoro pedagogico e politico con i giovani e per il suo impegno nella lotta contro gli abusi sessuali all’interno della sua Chiesa. Jutta Lehner è la direttirice spirituale della Gioventù studentesca cattolica della diocesi di Treviri. Il premio le è stato assegnato in occasione del Kirchentag protestante di Amburgo. Donne in crescita. Il nuovo Governo italiano, basato sulle «larghe intese», comprende sette donne, tra cui la prima d’origine africana, incaricata dell’integrazione, e un’altra d’origine tedesca e pluricampione di… canoa. Benché integrato e navigato, il governo è in balia dei venti partigiani: ma restano le buone intenzioni. Crescono anche in Svizzera le donne ai piani alti dell’economia con il 12% nei consigli di amministrazione. Nel 2012, il 30% dei posti vacanti è stato occupato da donne. Africa unita. È stato deciso di costituire a Nairobi (Kenya) un’agenzia per la stampa cattolica di tutta l’Africa, con lo scopo di fornire informazioni sulle Chiese e per le Chiese del continente, in dialogo con le culture locali e del mondo. L’arcivescovo di Accra ha nominato coordinatore del progetto padre Bosco Ochieng Onyalla, missionario originario del Kenya, con un’esperienza di giornalista e di direzione di una radio diocesana. Marocco tollerante. Un istituto di formazione in teologia cristiana è stato aperto alle porte di Rabat e per la prima volta studenti cattolici e protestanti seguono corsi comuni in un Paese mussulmano. Creato nel 2012, l’Istituto «Al Mowafaqa» («Convergenza») da luglio offrirà una formazione universitaria al servizio delle Chiese cristiane in Marocco e oltre. Rivolta in primo luogo a un pubblico dell’Africa subsahariana, l’istituto deve formare quadri delle Chiese, assistenti di parrocchia, animatori di comunità e futuri pastori. Il progetto è sostenuto dall’Istituto cattolico di Parigi e dalla Facoltà di teologia protestante di Strasburgo.


No. 227 17 osservatorio ecumenico

osservatorio ecumenico Da chiesa a moschea Ad Amburgo, la evangelica Kapernaumkirche, acquistata dal Centro islamico Al Nour, sarà ristrutturata e riaperta come moschea il prossimo 3 otto­bre. Nel Parlamento di Amburgo la CDU propone di riesaminare la decisione. Dalla Chiesa giungo­no commenti diversi: critici sono l’ex pastore della Michaeliskirche, Helge Adolphsen, e il vescovo suf­fraganeo cattolico Hans-Jochen Jaschke; invita alla calma la ve­scova luterana di Amburgo, Kir­sten Fehrs, nel senso che la discussione sulla Kapernaumkirche non venga usata per mettere mu­sulmani e cristiani gli uni contro gli altri. Adolphsen ritiene che la trasformazione della chiesa in mo­schea costituisca la rottura di un tabù (la Chiesa evangelica in Germania vieta esplicitamente la ven­dita di edifici ecclesiastici a comu­nità musulmane), per Jaschke in futuro si dovrà prestare attenzione affinché non si giunga di nuovo a «grane» del genere. La parrocchia evangelica proprie­taria della Kapernaumkirche aveva venduto tempo fa l’edificio a una immobiliare, la quale a sua vol­ta l’ha venduta al Centro isla­mico Al Nour. Essendo considerata monumento storico, la facciata della chiesa dovrà co­munque essere mantenuta nello stato attuale.

Evangelici in dialogo Il 34. Kirchentag, l’appuntamento che le Chiese protestanti tedesche organizzano ogni due anni, ha richiamato ad Amburgo, all’inizio di maggio, 400 mila visitatori, 120 mila stand, più di 2500 eventi organizzati, 110 studi biblici, 883 incontri tematici e più di 800 appuntamenti culturali. Alla manifestazione, accanto a esponenti del mondo religioso, erano presenti rappresentanti del mondo politico ed economico, della società civile e della cultura, tra cui il presidente della Repubblica Joachirn Gauck e la cancelliera Angela Merkel. Tema del Kirchentag era il motto, da Esodo 16, 18: «Quanto ve ne serve». Si è parlato di ambiente, di risparmio energetico, di diversità, di razzismo, di crisi economica, di povertà. Numerosi i concerti e gli spettacoli, con la prima dell’opera in cinque atti sulla vita e sul pensiero di Dietrich Bonhoeffer. Impossibile raccontare «tutto» quanto avvenuto al Kirchentag: si può dire invece che protagonista assoluto, come di consueto, è stato il momento del dialogo e del confronto fra realtà differenti.

Unione tra riformati Il primo Sinodo della Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF) si è svolto a Lione la settimana prima di Pentecoste con la solennità che merita un avvenimento più importante del dato numerico rappresentato. Restano infatti indipendenti una parte del protestantesimo storico francese, cioè le Chiese di Alsazia e Lorena, le Chiese metodiste e battiste e le molte e variegate Chiese pentecostali. L’Unione, rappresentativa di circa 400 mila persone, concerne due Chiese dalla lunga e gloriosa tradizione: la Chiesa riformata, presente su tutto il territorio nazionale con circa 450 pastori, e la Chiesa evangelica luterana, presente soprattutto in due regioni (Parigi e Montbéliard), con circa 45 pastori. L’unione realizzata in Francia continua un processo di comunione delle Chiese della Riforma,

iniziato a fine Ottocento per merito di un ristretto numero di pionieri dell’ecumenismo, sostenuto nel Novecento in modo crescente dalle Chiese, passato attraverso le tappe fondamentali della creazione del Consiglio ecumenico delle Chiese nel 1948, e poi da una pluralità di organismi ecumenici territoriali e di «famiglie» confessionali, fino allo storico accordo teologico del 1973, noto come Comunione di Leuenberg (dal nome della cittadina svizzera che ospitò l’incontro), in cui si stabilì la piena comunione tra riformati e luterani, cui poi si sono aggiunti i metodisti e altre denominazioni europee, per un totale oggi di 105 Chiese: luterane, riformate, metodiste e unite, di una trentina di paesi europei.

Ospitalità eucaristica La 50.a sessione del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) avrà luogo quest’anno dal 28 luglio al 3 agosto all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa (Treviso), sul tema «Condividere e annunciare la Parola», con meditazioni, relazioni e gruppi di studio. Tra i momenti più intensi che caratterizzano le sessioni SAE vi sono le celebrazioni confessionali. La possibilità di partecipare alla preghiera di altre Chiese costituisce un momento qualificante dell’esperienza e dell’incontro ecumenico che vi si vive. Per il SAE è essenziale che la dimensione teologica e formativa che qualifica la sessione sia anche profondamente radicata in un intenso ecumenismo spirituale. L’opportunità di condividere per quanto possibile il vissuto spirituale dei fratelli di altre confessioni nelle loro celebrazioni è un dono prezioso, una testimonianza qualificante della ricca diversità spirituale che abita le Chiese, un elemento che fa crescere la comunione ecumenica. È importante, però, anche ricordare che le Chiese danno indicazioni diverse circa il significato delle rispettive liturgie, e di conseguenza circa la piena condivisione della celebrazione, in particolare per quanto riguarda la partecipazione alla Cena del Signore. Le Chiese evangeliche ritengono che la Santa Cena che esse celebrano sia offerta dal Signore stesso, il quale invita a parteciparvi tutti coloro che ritengono in coscienza di poterlo fare, indipendentemente dalla loro appartenenza confessionale. Le Chiese ortodosse e la Chiesa cattolica ritengono invece che la possibilità di condividere la mensa eucaristica presupponga una pienezza di comunione che le nostre Chiese non hanno ancora raggiunto e che perciò – fatti salvi, per la Chiesa cattolica, certi casi particolari – i propri fedeli non abbiano ad accedere alla comunione nel pane e nel vino in celebrazioni di altre Chiese. Tale differenza di approcci riflette l’incompiutezza del cammino ecumenico e costituisce, per molti credenti, un motivo di sofferenza. Anch’essa, d’altra parte, è una dimensione di quell’ecumenismo spirituale che sperimenta la forza della comunione già presente tra i credenti nel Signore Gesù, ma anche il peso di quelle differenze che ancora mantengono divise le Chiese cristiane.

Lutto ecumenico Il pastore evangelico metodista, teologo della libera­zione e già segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) Emilio Castro è morto a Montevideo (Uruguay) il 6 aprile. Castro aveva rivestito la carica di segretario generale del CEC dal 1985 al 1992. Nato nel 1927 in Uruguay, Castro ha influenzato l’orientamento del grande organismo ecumenico mondiale, introducendovi alcuni principi della teologia della liberazione.


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notiziario (in)sostenibile

No. 227

Daria Lepori


No. 227 19 cronaca svizzera

cronaca svizzera a cura di Alberto Lepori

Il vescovo dialoga. Il vescovo di Basilea Felix Gmür ha ricevuto il 30 aprile, per la quinta volta, un gruppo di agenti pastorali e firmatari della «Iniziativa delle parrocchie» che chiede varie riforme, come l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, la predicazione anche per i laici, l’uguaglianza per gli omosessuali. Agli incontri col vescovo hanno partecipato 232 persone (52 preti, 28 diaconi, 127 teologi e 25 catechisti). Con una lettera aperta del 22 maggio, mons. Gmür prende posizione sulle richieste dell’iniziativa e propone di continuare il dialogo nell’ambito di un «piano pastorale di sviluppo della diocesi». Riprendendo un invito di papa Francesco, il vescovo di Basilea scrive: «Chi si mette in cammino deve osare qualche cosa. E chi osa commette anche degli errori». I vescovi svizzeri, durante la recente loro riunione, sono stati informati dei colloqui in corso, che riguardano anche le diocesi di San Gallo e Coira. Adulti cresimati. La vigilia di Pentecoste, mons. Morerod, vescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo, ha cresimato 115 adulti nella chiesa di NotreDame di Vevey: 50 vodesi, 50 ginevrini, 12 friburghesi e 3 neocastellani. La responsabile dei catecumeni adulti Katia Cazzaro-Thèvent ha illustrato il percorso formativo compiuto da questi adulti già battezzati e spiegato il significato della cerimonia, con i testi biblici e il senso della liturgia e della condivisione, per creare una gioia fraterna da diffondere. Preti sotto contratto. I preti del Cantone di Vaud stipendiati dalla Federazione cattolica romana del Cantone (Fedec) –una ottantina – hanno ricevuto da firmare un contratto di lavoro che sostituisce gli accordi taciti precedenti. Non tutti hanno gradito la novità, che sembra limitare la loro libertà, anche se le condizioni sono migliori di quelli previste dal Codice delle obbligazioni. Fa discutere la disposizione che fissa un impegno di 42 ore settimanali, e la clausola che vieta al prete di esprimersi nei media, se non a titolo privato. Il contratto, per ora sperimentale, sarà ridiscusso tra due anni, ed eventualmente esteso agli altri preti della diocesi (APIC, 29 novembre 2012).

Scuole di Caritas. Tre centri scolastici sono stati inaugurati in maggio nella regione di Port-au-Prince (Haiti) grazie all’aiuto dell’opera caritativa svizzera, intervenuta a seguito del terremoto devastatore del 2010, in cui erano andate distrutte quattromila scuole ed erano rimasti uccisi quarantamila allievi e 1300 docenti. Caritas sta costruendo cinque complessi scolastici, per un totale di circa 2500 allievi; gli ultimi due saranno terminati nella primavera 2014. Caritas svizzera ha pure investito, con l’aiuto della Catena della solidarietà, 10 milioni di franchi in Birmania, devastata nel 2008 da un ciclone che ha provocato 140.000 morti e colpito 2,4 milioni di persone. Dopo l’intervento d’urgenza, Caritas ha costruito 41 edifici scolastici e cinque posti sanitari, impegnandosi inoltre per un aiuto duraturo al settore agricolo. Per papa Francesco, «Caritas è la carezza della Chiesa verso il suo popolo». Contro la povertà. Il Consiglio federale ha approvato il 15 maggio un «Programma nazionale per prevenire e lottare contro la povertà» per il periodo 2014-2018. L’obiettivo prioritario della Confederazione sarà di migliorare le possibilità di formazione dei giovani e degli adulti socialmente sfavoriti. Le associazioni umanitarie approvano la decisione del governo ma giudicano troppo modesto l’importo di 9 milioni di franchi assegnato al programma. Successo della campagna quaresimale. La campagna ecumenica della quaresima 2012, al motto «Più uguaglianza, meno fame» è stata un successo, avendo raccolto 9 milioni di franchi dai privati. Grazie al contributo delle collettività pubbliche, Sacrificio quaresimale ha ottenuto nel 2012 oltre 21 milioni di franchi, con un aumento di 800.000 franchi rispetto all’anno precedente. L’opera assistenziale cattolica ha in corso 372 progetti di aiuto allo sviluppo, dei quali 125 in Africa (per 3,7 milioni di franchi) 74 in Asia (fr. 2,5 milioni) e 91 in America latina (fr. 3,1 milioni). Essa riceve un contributo finanziario dalla Confederazione (Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione) che è stato aumentato dal 15% al 25% dell’intero budget.

Svizzera finalmente esemplare. Mentre, a causa della crisi, molti Paesi industrializzati hanno diminuito il loro aiuto allo sviluppo (nel 2012 è diminuito da 133 a 125 miliardi di dollari), la Svizzera è in controtendenza, con 126 milioni di franchi in più, contribuendo in totale con 2,833 miliardi di franchi, raggiungendo lo 0,45% del PIL (prodotto nazionale lordo) e mettendosi così nella media dei Paesi OCSE, anche se conteggia come aiuto allo sviluppo 600 milioni che utilizza per l’aiuto all’asilo. L’obiettivo dello 0,7% del PIL, fissato dalle Nazioni Unite, è avvicinato solo da cinque Stati del Nordeuropa (dall’1 allo 0,7%). Hanno nettamente ridotto i contributi Spagna, Grecia, Portogallo e Italia. La Confederazione è anche esemplare nel rispetto dei diritti garantiti a livello europeo: dal 1974 al 2012 contro la Svizzera sono state presentati 5502 denunce, ma solo in 87 casi è stata constatata da parte della Corte di Strasburgo una violazione della Convenzione europea dei diritti (CEDU), cioè nell’1,6% dei casi. Ma l’Unione democratica di centro vorrebbe la denuncia da parte della Svizzera della CEDU, perché la sua applicazione potrebbe violare i diritti del popolo svizzero. La richiesta è stata respinta dal Consiglio federale con l’osservazione che le sentenze di Strasburgo (anche quelle di condanna) rafforzano lo stato di diritto elvetico! Suicidio assistito. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza approvata con 5 voti contro 4, ha invitato la Svizzera a chiarire le regole sull’aiuto al suicidio, che prevede solo di non condannare chi lo fa in modo disinteressato, ma non formula un vero diritto per chi desidera suicidarsi. Le autorità svizzere hanno sin qui deciso di non legiferare in materia, per evitare di creare una pericolosa casistica e un indiretto riconoscimento di tale pratica. Del resto, il fenomeno è limitato e si preferisce operare per migliorare le cure palliative. Il Consiglio federale intende fare appello al giudizio presso la Grande Corte. No alla seconda galleria. L’associazione ecumenica «Chiesa e Ambiente» (OeKU) si dichiara contraria all’ipotesi di realizzazione di un secondo tunnel autostradale al San Gottardo. Non crede alla promessa di usare il secondo tunnel solo come soluzione di emergenza e ritiene che occorra


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invece riprendere il discorso sulla riduzione del traffico e della mobilità. OeKU afferma che l’attuale modello di mobilità non è, a lungo termine, sostenibile e deve essere rivisto. Per il periodo dal 1. settembre al 4 ottobre, dedicato al «Tempo della creazione», OeKU propone quest’anno il tema dell’acqua «ambiente di vita». In Svizzera bisognerebbe ripristinare lo stato naturale a 10.800 chilomentri di corsi d’acqua. Libertà di stampa. I giornalisti romandi sono in agitazione: la società Tamedia che li occupa, volendo ottenere un reddito minimo del 15%, con una riduzione di 34 milioni di franchi dei costi in tre anni, ha progettato ampi tagli sul personale e al limite la chiusura di qualche testata. Gli azionisti non hanno accettato di ridurre a metà il loro profitto, quest’anno di fr. 47,7 milioni, limitando da fr. 4,50 a 2,25 il dividendo per ogni azione, e ciò al fine di costituire un fondo per mantenere i posti di lavoro e la qualità dell’informazione; la proposta è stata respinta con nove milioni di voti contro… duemila. I governi di Ginevra e di Vaud protestano ma sono impotenti. Il quotidiano «Le Courrier», testata che dipende da una associazione che non fa utili, riesce a sopravvivere grazie ai propri lettori, i quali, oltre a pagare l’abbonamento annuale, coprono con contributi volontari l’8% del budget. Questa è, nel bene e nel male, la libertà della stampa e spesso dell’informazione. Meditate gente! (anche quando pagate l’abbonamento a «Dialoghi»). Ma il Consiglio federale proporrà di nuovo di sopprimere il contributo annuo alla Posta per sostenere la distribuzione (30 milioni per 150 giornali regionali e 20 milioni per la stampa associativa). La decisione finale spetta ai parlamentari, sempre generosi nel lodare il pluralismo della stampa, specie quando si fa megafono dei loro interventi. Saranno coerenti? Hans Küng a riposo. Hans Küng ha deciso, all’età di 85 anni, di ritirarsi a vita privata, lasciando lo scorso 22 aprile la presidenza della Fondazione per un’etica mondiale (Weltethos), per dedicarsi soprattutto a scrivere libri. Il teologo lucernese è considerato il padre dell’idea di un’etica mondiale e il suo principale progetto teologico rimane la fondazione relativa. Nel discorso d’addio, Küng ha ricordato che «la nostra Terra non potrà sopravvivere nella pace, nella

cronaca svizzera

libertà e nella giustizia senza un’etica globale». Successore di Hans Küng alla testa della Fondazione sarà il presidente della Corte di giustizia del Baden-Württemberg, Eberhard Stilz. La Fondazione sta aprendo sedi in varie parti del mondo. Chiesa apprezzata. Uno studio dell’Alta scuola di Neuchâtel-BernaGiura ha registrato nella popolazione una immagine «eccellente» per la Chiesa cattolica del Giura, sulla base di 900 risposte ai 5000 questionari inviati. Apprezzati sono specialmente i servizi sociali della Caritas. Lo studio conferma il disinteresse da parte dei giovani (solo 7 risposte tra i 18-25 anni!), e registra anche le critiche (l’autoritarismo del Vaticano, il celibato dei preti, i rituali «polverosi», lo scarto tra vita pratica e morale cattolica). La Chiesa potrebbe diventare «marginale» nello spazio di una generazione se non sono adottati provvedimenti (nella comunicazione, nella liturgia, nell’organizzazione e nell’atteggiamento rispetto ai mutamenti sociali). San Nicola resta a Friburgo. Il prevosto della cattedrale di Friburgo ha escluso di aderire alla richiesta della Turchia che chiede la consegna delle reliquie di San Nicola, originario di Mira, per collocarle in un museo previsto a Antalya e dedicato all’antica e misteriosa civiltà della Licia. Le reliquie di San Nicola furono recuperate a Mira da marinai di Bari, per sottrarle all’invasione degli Ottomani (Turchi) e furono poi disperse tra Bari, Friburgo e Saint-Nicolas-de-Port in Lorena. Alla sorprendente richiesta delle autorità turche (e musulmane) il prevosto Claude Ducarroz risponderà trasmettendo documenti sul culto a San Nicola e le fotografie del reliquario! (da «La Liberté» del 7 gennaio 2013). Meno scampanii. La parrocchia cattolica di Winterthur ha accettato di ridurre il suono delle campane delle chiese del Sacro Cuore e di San Giuseppe, dopo anni di discussioni con gli abitanti del vicinato che pretendevano il silenzio dalle 22 alle 7 del mattino. Secondo l’Ufficio federale della sanità pubblica, il suono delle campane disturba il sonno se è superiore ai 50 decibel. La schermatura in legno e vetro delle campane costerà 75.000 franchi, ridurrà il suono di 8-10 decibel e dovrebbe accontentare i protestanti (che magari, come a Faido, sono cattolici…).

No. 227

In questo numero G un Paese da evangelizzare (a.l.)

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Anniversari G 2 giugno 1943: la morte di papa Giovanni. «Quella sera», poesia di david M. Turoldo

2

G frédéric ozanam, politica e religione (E. Morresi)

10

Dossier: Istruzione religiosa scolastica G Una sperimentazione da valutare (Ernesto Borghi)

4

G altre esperienze, altre sensibilità (a.l.)

7

Articoli G L’opzione per i poveri di papa francesco (W. Uranga)

11

G don gallo, un prete scomodo che genova amava (M. Sartorio) 15 G cronaca internazionale

13

G notizie belle e buone

16

G osservatorio ecumenico

17

G notiziario (in)sostenibile

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G cronaca svizzera

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch, redazione@dialoghi.ch Amministrazione di «Dialoghi»: c/o Claudio Cerfoglia, Salita dei frati 4A, 6900 Lugano, email: amministrazione@dialoghi.ch Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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