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223 dialoghi Locarno – Anno 44 – Ottobre 2012

di riflessione cristiana

BIMESTRALE

Figli del Concilio, anche senza saperlo. Non rubatecelo!

50 anni dal Concilio, per continuare a crederci L’11 ottobre 1962 cominciava a Roma il Concilio Vaticano II («il più grande evento del Novecento», secondo Charles de Gaulle). Per «Dialoghi» non si tratta di commemorare un evento passato ma di prenderne spunto per il rinnovamento della Chiesa, secondo il programma riformatore di Giovanni XXIII e di Paolo VI. All’avvenimento è dedicato il dossier, da pag. 2 a pag. 13, con scritti di Gilles Routhier, Giulio Girardi, Alberto Lepori, Enrico Morresi, Luigi Sandri, Marina Sartorio, Carlo Silini, e con indicazioni utili per approfondire il tema e partecipare al «giubileo» indetto dai vescovi svizzeri.

Per quelli della mia generazione, troppo giovani per vivere in diretta l’evento del Vaticano II e troppo vecchi (e poco convinti) per potersi identificare coi Papa-boys, l’ultimo Concilio ecumenico della Chiesa cattolica ha il sapore amaro dell’infanzia rubata. Quando siamo venuti al mondo, la domenica, a messa, non si parlava in latino. Per noi era naturale che i canti fossero accompagnati dalla chitarra più che dall’organo, che accanto al prete ci fossero anche le chierichette, che il vicario non indossasse la talare ma il clergyman e a volte neppure quello. Siano cresciuti con l’idea vagamente democratica che il prete fosse uno di noi, non il rappresentante di una razza intermedia fra il Cielo e la Terra. Non abbiamo mai dovuto mandare a memoria il Catechismo di Pio X e quando i nostri genitori restavano sgomenti vedendo che non eravamo in grado di rispondere esattamente alla domanda «chi è Dio?» alzavamo le spalle, perché ci era stato insegnato che non puoi intrappolare il Padreterno dentro una formula. La religione che imparavamo a scuola, in parrocchia e all’oratorio non ci ha mai fatto pensare di essere un gradino sopra gli atei, gli agnostici o i credenti di altre fedi. Ci ha inculcato il «vizio» di considerare l’umanità delle persone prima del loro credo religioso, filosofico o politico. Ci era stato detto che era quella l’essenza stessa del Vangelo. Prima ancora di essere cattolici o cristiani eravamo, siamo, uomini. Senza aggettivi. I nostri primi catechisti avevano forse il difetto di parlare più delle magagne dei nostri simili che degli splendori del mondo angelico, ma dobbiamo riconoscer loro il merito di averci insegnato ad accorgerci dei poveri, dei marginali, degli sfortunati, dell’umanità in affanno. Di dedicare tempo ed energie a lottare per loro, inve(Continua a pagina 2)


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ce che ad applaudire i potenti o ad inseguire la ricchezza materiale. Dobbiamo loro una sana diffidenza nei confronti dell’obbedienza cieca dentro e fuori dalla Chiesa. Ci hanno trasmesso il culto della coscienza, un tribunale che per noi resta più autorevole della voce del Papa. Di questo ci siamo nutriti da ragazzi e poi da adolescenti. Senza sapere, almeno all’inizio, che era in gran parte un distillato – più o meno cosciente – del Concilio Vaticano II. Non sapevamo di essere i figli spirituali della Gaudium et spes che inaugurava un confronto sereno (dopo secoli) con la modernità e celebrava la sacralità della coscienza, della Sacrosantum Concilum che introduceva l’uso della lingua volgare nelle celebrazioni, della Lumen Gentium che rendeva i laici protagonisti dentro la Chiesa, della Dei Verbum che rimetteva la Bibbia al centro della vita dei cristiani, della Nostra Aetate che riconosceva «semi di verità» anche nelle altre religioni, della Dignitatis humanae che accettava per la prima volta il principio della libertà religiosa. Solo anni dopo, studiando, avremmo scoperto che l’aria di libertà, l’atteggiamento di apertura e di confronto con chi non la pensa come noi, la voglia di partecipare alla costruzione di un mondo più giusto e pacifico, il fastidio per l’ostentazione del lusso nella Chiesa, il disagio nei confronti del clericalismo e della pretesa di possedere in esclusiva la verità non erano per nulla un fatto naturale; che rappresentavano davvero una svolta epocale nel modo di porsi della Chiesa e che quella svolta era maturata proprio nel Concilio Vaticano II. E quando siamo diventati uomini ormai fatti, intelligenze formate su quei ragionamenti, fedi nutrite da quello spirito, costruite attorno a quegli assiomi, ecco che il vento è cambiato. D’improvviso le norme emanate dall’alto ci sono state presentate come più importanti delle scelte elaborate nell’intimità della nostra coscienza. Ogni forma di discussione dentro la Chiesa – sui temi della morale sessuale, della condivisione delle responsabilità tra laici ed ecclesiastici, sul coinvolgimento dei semplici fedeli nelle scelte dei vescovi… – ci è stata dipinta come espressione di superbia. Ogni tentativo di allargare ai laici e in particolare alle donne la responsabilità della gestione della Chiesa, un errore dottrinale. Nessuno, ufficialmente, ha mai messo in discussione la validità del Concilio. Ma

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Piccola bibliografia conciliare

I documenti del Concilio – Si trovano online al sito ufficiale www.vatican.va e inoltre, pure in italiano, al sito del Giubileo del Concilio indetto dai Vescovi svizzeri (www.vaticano2.ch). A stampa si raccomanda la più recente raccolta di tutti i documenti del concilio: Il Concilio Vaticano II. Edizione del cinquantesimo. Con una postfazione di Chr. Theobald, Ed. Dehoniane, Bologna 2012.

La storia del Concilio – Di riferimento sono i cinque volumi di G. Alberigo, Storia del Concilio Vaticano II, Il Mulino, Bologna, pubblicati tra il 1995 e il 2001; come pure: R. Aubert, Il Concilio Vaticano II, in Storia della chiesa dalle origini ai nostri giorni, diretta da A. Fliche e V. Martin, Volume XXV. La chiesa del Vaticano II, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994. Per una rapida sintesi: G. Alberigo, Breve storia del Concilio Vaticano II (1959-1965), Il Mulino, Bologna 2012. Tra storia ed ermeneutica (le indicazioni che seguono prescindono da una valutazione di merito e tengono conto solo dei libri usciti dopo il 2000): G. Alberigo, Transizione epocale, Il Mulino, Bologna 2009; Benedetto XVI (J. Ratzinger), Pensieri sul Concilio Vaticano II, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2012; L. Bettazzi, Non spegnere lo Spirito. Continuità e discontinuità del Concilio Vaticano II, Queriniana, Brescia 2006; R. Burigana, La Bibbia nel Concilio: la redazione della costituzione «Dei Verbum» del Vaticano II, Il Mulino, Bologna 2006; L. F. Capovilla, Giovanni XXIII, San Paolo, Alba 2000; G. Cardarapoli, Il Concilio Vaticano II. L’evento, i documenti, le interpretazioni, EDB, Bologna 2012; U. Ca-

quando si è cominciato ad osservare che era urgente darne una nuova e più corretta interpretazione a noi è parso che ci stessero cambiando le carte in tavola. Qualcuno ci ha anche detto che era necessario trovare un nuovo equilibrio dopo le esagerazioni di un’apertura indiscriminata al mondo, dopo le interpretazioni troppo positive di un mondo agnostico e ateo. E quel qualcuno, oggi, siede sulla cattedra di Pietro. Non è un’accusa, è una sem-

sale, Il Concilio Vaticano II, Eventi, documenti, attualità, Lindau, Torino 2012; Ph. Chenaux, Il Concilio Vaticano II, Carocci, Roma 2012, pp. 189; Y.-M. Congar, Mon journal du Concile, 2 voll., Cerf, Parigi 2002; H. De Lubac, Quaderni del Concilio, Jaca Book, Milano 2009; B. Forte (a cura di), Fedeltà e rinnovamento. Il Concilio Vaticano II 40 anni dopo, San Paolo, Milano 2005; A. Marchetto, Il Concilio ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2005; E.M. McInerny, Vaticano II. Che cosa è andato storto, Fede e cultura, Roma 2009; A. Melloni, Papa Giovanni. Un cristiano e il suo Concilio, Einaudi, Torino, 2009; J.W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, Vita & Pensiero, Milano 2010; O. H. Pesch, Il Concilio Vaticano Secondo. Preistoria, svolgimento, risultati, storia post-conciliare, Queriniana, Brescia 2005; G. Routhier, Il Concilio Vaticano II. Recezione ed ermeneutica, Vita & Pensiero, Milano, 2007; S. Scatena, La fatica della libertà. L’elaborazione della dichiarazione «Dignitatis humanae» sulla libertà religiosa del Vaticano II, Il Mulino, Bologna 2004; B. Sorge, La traversata. La Chiesa dal Concilio Vaticano II a oggi, Mondadori, Milano 2010; G. Turbanti, Un concilio per il mondo moderno. La redazione della costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Vaticano II, Il Mulino, Bologna 2000. Attualità del Concilio – Segnaliamo il sito www.vivailconcilio.it, che si pone in ascolto di tutto quanto ha relazione con l’evento conciliare. Il sito ha ricevuto l’approvazione e l’incoraggiamento di cardinali e vescovi non solo italiani.

plice constatazione. Ci è stata rubata l’infanzia. È come se, dopo averti mostrato la via aurea verso la felicità, ti dicessero che la strada giusta è un’altra, che tutte quelle belle idee, quegli slanci fiduciosi nei confronti del mondo vanno presi con le molle, ripensati, riconsiderati (se non addirittura dimenticati). Ma ormai è tardi, il «virus» conciliare è dentro di noi. E non abbiamo nessuna voglia di esserne guariti. Carlo Silini


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Come il Concilio divenne assemblea deliberante e la Chiesa cattolica visse una nuova primavera Per sapere che cosa rimanga da realizzare del Vaticano II occorre prima farsi un’idea chiara di che cosa sia un concilio, in particolare di che cosa sia stato il Concilio Vaticano II. di Gilles Routhier*

A me pare molto appropriato appoggiarmi all’autorità di Yves Congar, il quale, nel 1979, per il ventesimo dell’annuncio del Concilio, in una conferenza data proprio qui, all’Università di Friburgo, iniziava ricordando che il concilio è un «evento». Questo termine egli lo intendeva in più modi1: anzitutto «il fatto che il concilio ci sia stato» – e per questo intendeva: non uno scambio di lettere ma un incontro di persone, un riunirsi in assemblea, uno scambio… eccetera. Il fatto del concilio come tale si dimostrava capitale nel suo pensiero e costituiva già un insegnamento. La nozione di evento, poi, lo portava a considerare l’esperienza vissuta in concreto dai padri, su cui insisteva: un’esperienza che aveva permesso di scoprire valori e di riabilitare elementi nascosti della coscienza che la Chiesa aveva di se stessa. Il fatto di riunirsi in concilio fu un’esperienza unica, che determinò una presa di coscienza2. Approfondendo questa prospettiva, penetrando oltre i testi (ossia le decisioni) e lo svolgimento stesso del concilio (la sua storia), emerge il fatto dell’esperienza, cioè della trasformazione indotta dalla partecipazione ai lavori conciliari nei vescovi, gli esperti, gli osservatori. Fu il fatto stesso della partecipazione a trasformarli nel profondo e a dar loro una visione nuova delle cose. È già stato da molti rilevato, per esempio, che è stata un’esperienza di collegialità a sostenere l’elaborazione di una teologia della collegialità. H. J. Pottmeyer nota con pertinenza che «una pratica e un’esperienza della comunione sono necessari perché una corrispondente ecclesiologia possa svilupparsi ed essere accolta». Il realizzarsi di una ecclesiologia comunionale in seno all’evento conciliare è dunque un esempio eccellente dell’intima associazione tra pratica esperienziale, riflessione teorica ed elaborazione della medesima3. Dalla lettura dei diari personali tenu-

ti dai padri conciliari risalta per esempio l’impressione suscitata dalla celebrazione comune dell’eucarestia secondo le diverse tradizioni liturgiche vigenti in Oriente e in Occidente, in quanto occasione di estendere la comprensione del mistero della cattolicità della Chiesa e della comunione tra le Chiese, nel rispetto delle diversità e delle tradizioni proprie a ciascuna. Persino da una lettura superficiale di tali diari risalta il peso che tale esperienza ebbe sulla comprensione che i padri si andavano facendo dell’universalità della Chiesa, della sua unità nella diversità e del suo rapporto con le diverse culture. Per chiarire meglio quel che intendo, mi limito a citare il cardinale Gabriel M. Garrone, per il quale il Vaticano II produsse una nuova coscienza di tale universalità e cattolicità: «La Chiesa sta facendo quella che si potrebbe chiamare l’esperienza fisica della propria universalità. Certo, l’abbiamo sempre creduta, l’abbiamo proclamata nel Credo; ma adesso, sotto l’influsso di vari stimoli, la stiamo realizzando in concreto. Popoli lontani, che per noi erano solo un nome sulla carta, o un’espressione della memoria, assumono un volto e si fanno nostro prossimo; erano una nazione e ora sono delle persone. Capiamo allora improvvisamente e brutalmente che cosa significhi che Cristo è re dell’universo, perché tale universo è qui, sotto i nostri occhi. Ma al contempo la Chiesa realizza con una sorta di stupore i limiti effettivi di questo regno: Haiti, Goa, il Katanga, il Koweit non sono più concetti, sono persone per le quali il Cristo è morto […]»4.

Questa regola della scoperta per la via dell’esperienza delle diverse realtà che compongono il cristianesimo – che nel caso del Concilio si realizzava in un microcosmo – non vale solo nel caso del Vaticano II ma è una costante nella storia della Chiesa. Già nel 1937, Yves Congar sottolineava che è «rea-

lizzando se stessa in quanto universale che la Chiesa ha preso coscienza della propria universalità»5. Vi è dunque un legame stretto tra esperienza storica e coscienza (o autocomprensione) che la Chiesa fa di se stessa. Tale rapporto tra la vita della Chiesa, la sua esperienza storica e la teologia che elabora, in quanto ripresa di un’esperienza sul piano concettuale, Congar lo descrive a più riprese. Nell’ Esquisse dianzi citato, egli aggiungeva le seguenti osservazioni a proposito del rapporto tra la vita della Chiesa (la sua esperienza storica) e la coscienza che essa ha di sé (attraverso l’elaborazione teologica): «Siamo in presenza di un ordine di cose che non emerge soltanto dai testi e dagli enunciati ma che si comprende soltanto in quanto si fa (se faisant) […]; la vita della Chiesa come tale è un “luogo teologico”, dunque necessario. Esiste un modo strettamente libresco e scolastico di vedere le cose, c’è chi vorrebbe interrogare soltanto i testi, ma l’istituzione si esplica e si comprende da sé, vivendo»6.

Nell’Avvertenza preposta all’edizione del 1941 di Esquisse du mystère de l’Eglise, Congar riprende e sviluppa ulteriormente tale suo punto di vista: «Occorre giustificare, mostrando che è imposto dalla natura delle cose, che la realtà della Chiesa vada oltre la coscienza che ne abbiamo, delle espressioni che ne diamo; che esistono cose proprie dell’essenza della Chiesa che non si trovano nei testi, o che, perlomeno, non abbiamo notato, perché non pensavamo di trovarli lì. Bisogna mostrare che non è tanto il testo a spiegare la realtà della Chiesa, ma che è tale realtà a dover chiarire e penetrare meglio il testo; che è partendo dalla vita della Chiesa che si fa il nostro ingresso nella rivelazione del suo mistero […]»7.

Esiste dunque un rapporto stretto tra l’ecclesiologia professata (l’esperienza che si fa linguaggio) e l’autocomprensione di essa che si manifesta nella teologia e nei testi normativi, non-

* Il testo che «Dialoghi» ha l’onore di presentare, in capo al numero dedicato al Concilio Vaticano II a cinquant’anni dall’inaugurazione (11 ottobre 1962) è la prima parte di una relazione tenuta dal prof. Gilles Routhier, storico dell’evento conciliare (cfr. G. Routhier, Il Concilio Vaticano II. Recezione ed ermeneutica, Vita e Pensiero, Milano 2007) a una Giornata di formazione svoltasi all’Università di Friburgo il 7 marzo 2012. Gilles Routhier (1953) è professore di ecclesiologia e teologia pratica dell’Università Laval (Québec) e dell’Institut catholique di Parigi. Ringraziamo inoltre il prof. François-Xavier Amherdt per il consenso a pubblicare questa prima parte della relazione di cui si prevede la pubblicazione integrale (insieme con le altre relazioni della Giornata, tra cui quella di mons. Claude Dagens, vescovo di Angoulême) alle Editions Academic Press di Friburgo nella collezione «Théologie pratique en dialogue». (Traduzione di Enrico Morresi)


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ché con l’esperienza che la Chiesa fa attraverso i secoli o i concili. «Quel che è certo, secondo tutti i testi [è ancora Congar che scrive], è che la Chiesa primitiva ha riconosciuto l’invito all’espansione e le condizioni della medesima esclusivamente dai fatti, e lo ha realizzato sotto la pressione di eventi che Dio suscitava in essa. Se Pietro fa appello a una parola del Signore (XI, 16) è precisamente perché ci vuol dire che se lo ricorda in quel momento, si potrebbe dire addirittura che è in quel momento che lo capisce, e non saremmo lontani dal vero: perché, nella scoperta progressiva che la Chiesa fa della sua legge interiore, vivendola, sono sempre i fatti e la vita a farle capire, in seguito, il senso e la vera portata delle esperienze che ha fatto»8.

Se si segue il ragionamento di Congar, circa le realtà o le verità proprie della tradizione cristiana che erano latenti, velate o potenziali, ma che si rivelano e si realizzano effettivamente solo a partire da un’esperienza storica particolare, si capisce che solo allora la Chiesa prende pieno possesso, nella propria vita, di quello di cui era già portatrice ma ancora non aveva del tutto scoperto. Ed è questa esperienza, in quanto contribuisce alla scoperta o alla presa di coscienza di una verità potenziale, a trovare in seguito una forma espressiva nel linguaggio. D’altronde, i soli testi non sono in grado di dire tutto o di perfettamente esprimere la verità contenuta nell’esperienza: ed è impossibile comprendere perfettamente il testo che esprime nel linguaggio questa esperienza senza riferirsi a quell’esperienza stessa vissuta dalla Chiesa. Nel caso che qui ci interessa, seguendo questa logica, è impossibile comprendere a fondo i testi conciliari senza riferirsi all’esperienza del Concilio, tale esperienza essendo più ricca dei testi – o perlomeno è da essa che i testi prendono luce e interpretazione. In tale senso si muove pure l’allocuzione di Paolo VI in apertura della seconda sessione del Concilio. Il Papa dedica un lungo sviluppo al rapporto tra la «coscienza» che la Chiesa ha acquisito di se stessa attraverso la sua vita lungo i secoli e la necessità per la Chiesa di «dichiarazioni che dicono alla Chiesa con più esplicito ed autorevole magistero ciò che essa pensa di sé»9, cioè una coscienza rinnovata frutto dell’esperienza: «Non vi è da stupirsi se dopo venti secoli di cristianesimo e di grande sviluppo storico e geografico della Chiesa Cattolica non che delle confessioni religiose che si appellano al nome di Cristo e che si onorano di quello di Chiese il concetto vero,

dossier profondo, completo della Chiesa, quale Cristo fondò e gli apostoli cominciarono a costruire, ancora ha bisogno d’essere più precisamente enunciato. Mistero è la Chiesa, cioè realtà imbevuta di divina presenza, e perciò sempre capace di nuove e più profonde esplorazioni. Progressivo è il pensiero umano, che da verità empiricamente conosciuta trascorre a conoscenza scientifica più razionale; e che da una verità certa altra logicamente deduce; e che davanti a realtà complessa e permanente si sofferma a considerare ora un aspetto ora un altro, dando così uno svolgimento alla sua attività che la storia registra10.

Vi è dunque, al di là dei testi e degli enunciati conciliari, un’altra realtà alla quale si deve prestare attenzione se si vuole cogliere tutta la ricchezza e l’insegnamento del Vaticano II e rispettarli come si deve. Quest’altra realtà, legata all’evento e inseparabile da esso, possiamo definirla esperienza, che è altra cosa del mero vissuto, in quanto è un vissuto coscientizzato, approfondito, espresso in un linguaggio al quale si è attribuito un significato. Se ciò è vero, per capire che cosa resta da realizzare del Concilio non basta riferirsi ai testi conciliari, facendo una lista di quel che incoraggiano o proscrivono, bensì chiedersi in che rapporto stanno quei testi con l’esperienza conciliare, due realtà che si interpretano a vicenda. Un’ermeneutica del Concilio non è dunque possibile se non mettendo in rapporto i testi con la storia della loro elaborazione e con l’esperienza conciliare. Chiedersi quel che rimane da realizzare del Concilio non significa semplicemente confrontare i testi conciliari con la loro messa in opera, ma ricercare quel che i testi e l’esperienza insieme hanno lasciato del Concilio in eredità alla Chiesa cattolica. Se così è, l’interrogarsi si pone su due piani, ove l’insegnamento del Concilio – o l’eredità che ha donato alla Chiesa – in primo luogo si comprende mettendo in rapporto i testi con la storia della loro redazione e l’esperienza della loro messa in pratica; e poi riandando a un’esperienza senza riferirsi alla quale cogliere la pienezza di quell’insegnamento risulta un esercizio incompleto11. A prima vista, riferirsi a tale esperienza appare rischioso: i teologi che lavorano sui testi non riescono facilmente a interpretare il significato ecclesiologico dello svolgimento come tale di un concilio, e del secondo Concilio Vaticano in concreto. Ma l’evento come tale è latore di un’ecclesiologia che emana dal suo stesso svolgimento, e che occorre esplicitare in ca-

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tegorie teologiche coerenti. Se si è disposti ad accordare un minimo di importanza all’esperienza, occorre dunque che i teologi si diano dei mezzi, delle procedure, di un metodo per coglierla e penetrarla. Come si vede, comprendere l’insegnamento del Concilio nella sua totalità – ossia attraverso ma anche al di là dei testi che ha prodotto – costituisce una sfida di enorme portata. L’ermeneutica dei testi, su cui ancora si deve riflettere, deve conoscere in parallelo un’ermeneutica dell’evento e dell’esperienza conciliari, senza trascurarne le rappresentazioni o l’immagine e persino la «messinscena» del Concilio, perché lo stesso evento conciliare è già discorso. NOTE 1. Lascerei perdere qui un terzo senso del termine «evento», quello acquisito nella storiografia francese dopo la Scuola delle «Annales»: «qualcosa di diverso dalla ricorrenza regolare di fenomeni naturali o dalla manifestazione attesa di un’istituzione: piuttosto, un fatto che, una volta accaduto, lascia di sé una traccia nel presente e nel futuro» (Yves Congar, «Regard sur le concile Vatican II», in Le concile de Vatican II. Son Église peuple de Dieu et corps du Christ, Beauchesne, Paris 1984, p. 53). 2. Sul concilio come esperienza cfr. J.A. Komonchack in M. T. Fattori e A. Melloni (a cura di), Experience, Organisations and Bodies at Vatican II, Leuven, Bibliotheek van de Faculteit Godgeleerdheid, 1999, 484 p.; cfr. pure «Vatican II as an Event», Theology Digest 46, 4 (1999), pp. 337-352. 3. H. J. Pottmeyer, «Continuité et innovation dans l’ecclésiologie de Vatican II. L’influence de Vatican I sur l’ecclésiologie de Vatican II et la nouvelle réception de Vatican I à la lumière de Vatican II», in G. Alberigo (a cura di), Les Églises après Vatican II, Beauchesne (coll. Théologie historique 61), Paris 1981, p. 93. Cfr. pure «Vers une nouvelle phase de réception de Vatican II. Vingt ans d’herméneutique conciliaire», in G. Alberigo e J.-P. Jossua, La réception de Vatican II, Les Éditions du Cerf, Paris 1985, pp. 58-64. 4. Informations Catholiques Internationales, 1, febbraio 1962. 5. Y. Congar, «Vie de l’Église et conscience de la catholicité», in Esquisse du mystère de l’Église, Cerf (coll. Unam Sanctam 8), Paris 19532 (1941), p. 121. 6. Y. Congar, «Vie de l’Église», cit., p. 126. 7. Ibid., «Avertissement», p. 7. 8. Ibid., p. 121. 9. Paolo VI, Discorso di apertura della 2. sessione, in Il Concilio Vaticano II. Documenti, Edizioni dehoniane, Bologna 1966, p. 1013. 10. Ibid. 11. Si ha un esempio di messa in opera di questo tipo di lavoro in G. Alberigo, L’expérience de la responsabilité épiscopale faite par les évêques à Vatican II, in H. Legrand e C. Theobald, Le ministère des évêques au Concile Vatican II et depuis, Cerf, Paris 2001, pp. 21-47. Non è tuttavia l’unico approccio possibile.


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Giornalisti e giornali ticinesi al Concilio Di come il GdP, battuto in volata, si riscattò Quell’11 ottobre 1962, l’inviato del «Corriere» era l’unico giornalista del Ticino accreditato tra i mille che nei giorni precedenti avevano affollato la Sala Stampa della Santa Sede, in Via della Conciliazione1. Strano che il «Giornale del Popolo» non fosse della partita. Per tutta la prima settimana di lavori, i servizi da Roma pubblicati dal quotidiano cattolico furono tutti d’agenzia. Come mai? Me lo domandavo allora e me lo domando ora. Oscillo tra una spiegazione facile e una difficile, avvertendo che potrebbero essere sbagliate entrambe. di Enrico Morresi*

Da poche settimane il giornale aveva perso il proprio vice-direttore, don Fausto Bernasconi, stroncato da un tumore al cervello a soli 27 anni. Brillante per intelligenza e preparazione, attivo in cento cose e specialmente nella musica (laureando al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Milano), dotato di una straordinaria carica di simpatia e di vivacità comunicativa, era stato chiamato in redazione appena ordinato sacerdote e aveva scalato rapidamente le posizioni. Quel suo crudele destino aveva sollevato un’ondata di commozione. La «Radiorchestra» – che proprio quell’anno era stata per la prima volta messa in discussione dalla Direzione generale della Società svizzera di Radiotelevisione, ed era stata strenuamente difesa proprio da Don Bernasconi – intervenne al completo per dargli l’addio, nel cimitero di Balerna. Non fosse stato malato, avrebbe potuto essere lui l’inviato al Concilio per il «Giornale del Popolo». Ma la spiegazione può essere un’altra. Nel 1958, l’elezione al sommo pontificato del patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, aveva destato perplessità nel mondo cattolico2. Alcune incertezze del nuovo Papa nella guida degli affari ecclesiastici (i modesti obiettivi e gli ancora più modesti risultati del Sinodo romano, l’esaltazione del latino in un’enciclica oggi dimenticata – Veterum sapientia, del 1962 –, le briglie lasciate sul collo della Curia nella preparazione dei documenti del Concilio) possono avervi influito. Se così fosse, sarebbe da deplorare la poca attenzione per i

segnali d’apertura che questo Papa aveva dato: la stessa dirompente novità della convocazione di un concilio, l’enciclica Mater et Magistra (15 maggio 1961). Ma a quel punto – si era nel settembre del ’62 e il Concilio era ancora come avvolto nelle nebbie di un’alba incerta – può aver giocato la convinzione che la grande adunata di vescovi sarebbe stata, in definitiva, una ennesima vigorosa sottolineatura del credito che la Chiesa di Roma aveva acquisito durante il lungo pontificato di Papa Pacelli. Mi induce a questa interpretazione anche il titolo sparato a tutta pagina dal «Giornale del Popolo», il giorno dell’apertura: «Il Papa, 2500 Vescovi e lo Spirito Santo»3. Come dire: questi sono gli addetti ai lavori, il Concilio è in buone mani, la nostra funzione di giornale cattolico sarà, come sempre, quella di dar fiato alle trombe4. In ogni caso, Roma avrebbe trovato il modo di incanalare le necessarie riforme dentro la tradizione, senza traumi e senza strappi. Questo il pregiudizio. Una congettura, ripeto, ma non infondata.

1962: la prima sessione Bastò una settimana per rendersi conto che il Concilio si stava profilando in tutt’altro modo e soprattutto dimostrava la sua autonomia rispetto ai programmi allestiti dalla Curia romana: insomma, «faceva notizia»5. Solo il 17 ottobre – una settimana dopo l’apertura – sul «Giornale del Popolo» appare l’articolo di un proprio corrispondente («Florio Romano»), sul tono di chi è sorpreso ma non rammaricato («Chi pensava che i Padri del Concilio sarebbero venuti a Roma per mettere la sabbia su quello che hanno fatto le commissioni, è stato smentito subito il primo giorno»6). Per tutta la prima sessione «Florio Romano» mandò articoli a scadenze regolari, e così pure durante la seconda, nell’autunno del 1963. Chi fosse «Florio Romano» non sono riuscito a sapere, ma leggendo le sue corrispondenze si nota che è preparato e che interpreta correttamente i primi contrasti emersi in aula conciliare. Scrive infatti: «Il dibattito al Concilio già al suo inizio mette in risalto i peri-

* L’articolo che «Dialoghi» pubblica con il consenso dell’editore Dadò è estratto dal saggio, di prossima pubblicazione, Giornalismo nella Svizzera italiana, 1950-2000. 1. A propormi di scrivere di attualità religiose sul «Corriere» fu Luigi Caglio, direttore ad interim. Il mio primo articolo da Roma (anzi, dalla Città del Vaticano) dal titolo «La completazione del Sacro Collegio», firmato «Timoteo», fu pubblicato l’11 dicembre 1957. Il particolare non ha, ovviamente, alcuna importanza, ma segnala il ricorso a uno pseudonimo destinato con il Concilio imminente a una certa popolarità. Perché uno pseudonimo? Perché nessuno avrebbe mai creduto che «il giovane e tanto volonteroso Enrico Morresi» – come lo descriveva Giovanni Regazzoni nel suo articolo d’ingresso – avesse tanto ardimento da anticipare sul giornale i temi dell’imminente assise ecumenica, e di Chiesa e di teologia avrebbe scritto anche in seguito senza (qui stava il punto!) essere stato neppure un giorno in seminario. Così si ragionava, allora, e i giornali dovevano tenerne conto. 2. In un errore di stampa clamoroso incorse il «Giornale del Popolo» il 29 ottobre 1958. Un’epigrafe in prima pagina salutava l’elezione di Angelo Giuseppe Roncalli al soglio pontificio, definendolo «il Nocchiero sicuro della Banca [sic!] di Pietro». Autore di quello svarione era stato un tipografo. Del suo improvvido zelo si scusò dicendo che quella «barca» gli pareva inadeguata alla solennità dell’evento. Il particolare mi è stato raccontato da Aristide Cavaliere (Intervista, 1. marzo 2011). Ma poiché si parla di errori di stampa – e per un minimo di fair play nei confronti del giornale concorrente – devo ammetterne

uno quasi altrettanto grave in cui incorse il «Corriere del Ticino» il 12 ottobre 1962, nel titolo a tutta pagina sulla giornata inaugurale del Concilio: «Procedamus» – e sfila la solenne «supplicazione processuale» (invece che «processionale»). 3. «Giornale del Popolo», 11 ottobre 1962. 4. Per quanto riguarda la Diocesi ticinese, un certo interesse suscitò il programma di riforma della liturgia, primo tema affrontato dal Concilio, perché in quel campo Lugano aveva anticipato i tempi, organizzando il Congresso liturgico internazionale del 1953 e promovendo la pubblicazione dei primi sussidi per la partecipazione attiva dei fedeli. 5. «Le prime rappresentazioni di quello che è il Concilio e di ciò che insegna sono state essenzialmente fornite dai media» (Gilles Routhier, Il Concilio Vaticano II, Recezione ed ermeneutica, Vita e Pensiero, Milano 2007, p. 63). L’autore nega che il Concilio sia stato un avvenimento svoltosi lontano dall’attenzione dei fedeli. I media hanno largamente contribuito a forgiare l’opinione dei cattolici. Sviluppando e veicolando delle rappresentazioni del Concilio, ne hanno guidato la lettura e la recezione, «dato che queste rappresentazioni nutrivano un orizzonte di attesa particolare» (Ivi, p. 64). Si può essere d’accordo, precisando che l’attesa e la recezione crebbero coll’avanzare dei lavori e con l’impressione – veicolata dai media, questo di sicuro! – che l’assemblea conciliare si dimostrava più libera e «creativa» di quel che si sarebbe potuto immaginare. 6. «Giornale del Popolo», 17 ottobre 1962.


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coli insiti nella continuazione dell’eccessivo peso di questa amministrazione centrale nella vita della Chiesa»7. Cinque in tutto le sue corrispondenze pubblicate durante la prima sessione. Quanto al «Corriere del Ticino», prima dell’apertura aveva pubblicato tre miei articoli firmati «Timoteo», poi, in vicinanza dell’apertura, tra luglio e settembre 1962, una nuova serie di sei articoli sotto una testatina: «Prospettive del Concilio Vaticano II», pure firmati «Timoteo». Firmati «Enrico Morresi» furono i cinque articoli dell’inviato la prima settimana di lavori. Seguono, durante la sessione, sei articoli a firma «Timoteo» sulle tematiche e sugli sviluppi, attesi e inattesi, della discussione. Il «Popolo e Libertà» pubblica quattro articoli firmati «Tyrrhenus» (neppure di lui sono riuscito a sapere chi fosse): prudente ma non negativo: «Autorità e libertà si uniscono nel Concilio nel bene superiore della Chiesa»8. Su «Dialoghi» – pagina ospitata in quel periodo dal «Popolo e Libertà» – don Oliviero Bernasconi rileva: «Pare proprio che qualcosa si muova. I fatti richiamati sopra [i primi contrasti in aula, ndr.] sono ripercussioni lontane e non certo essenziali di una lenta, ponderata, anche se non sempre tranquilla, maturazione in corso da più di un secolo»9. Su «Libera Stampa», Giuseppe Saragat, che due anni più tardi sarebbe stato eletto presidente della Repubblica in Italia, firma un notevole contributo, in cui si legge: «C’è un aspetto del Concilio Ecumenico che colpisce in modo particolare noi socialisti democratici e atteggia il nostro animo a commossa deferenza. La nostra generazione ha lottato con la forza della ragione e della fede nei valori umani contro la barbarie pagana, razzista, contro il leviatano totalitario, contro l’orrendo massacro di milioni di esseri innocenti. La nostra generazione non può quindi essere insensibile a tutto ciò che direttamente o indirettamente celebra ed esalta l’amore fra i popoli, l’uguaglianza delle razze, la tolleranza tra religioni diverse, l’avversione alla violenza. Ebbene, il Concilio, indipendentemente dal suo significato religioso, esprime in modo eminente e veramente universale la sostanza di quei valori che sono la ragione delle nostre lotte e della nostra stessa vita»10. Accenti simili si incontreranno a partire dalla seconda sessione in alcuni brevi commenti di Pino Bernasconi su «Gazzetta Ticinese». Sul «Dovere», invece, solo brevi e insignificanti notizie d’agenzia.

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1963: la seconda sessione Cose grosse accadono tra la prima e la seconda sessione. Muore Papa Roncalli (1881-1963) e si fa pressione sul successore perché sospenda i lavori, ma Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1897-1978) è risolutamente in favore della prosecuzione. Sul «Giornale del Popolo», per tutta la seconda sessione (29 settembre - 4 dicembre 1963), i servizi oscillano tra fiducia e apprensione. Compare una firma nuova: «Sebastiano Esposito»: un altro pseudonimo, dunque, autore di una serie di redazionali d’apertura in prima pagina, alternati alle corrispondenze di «Florio Romano». Si nota una differenza di tono fra i due; potrebbe essere un tentativo del giornale di bilanciare l’effetto delle notizie «inquietanti» che giungono da Roma. «Sebastiano Esposito», infatti, esprime preoccupazione («Tra gli altri pericoli dell’opinione pubblica c’è anche quello – e grosso – di augurarsi un Concilio ‘prefabbricato’, fatto ‘così e così’, cioè: così come a me piace»11), teme una spaccatura («Esiste un gruppo conciliatore?»12). «Florio Romano» registra invece con favore l’intervento del «padre conciliare» più giovane, il vescovo ausiliare di Bologna Luigi Betazzi [sic]: «Non tutti gli italiani sono conservatori!»13, poi è esplicito nel riferire lo scontro tra il card. Frings di Colonia e il card. Ottaviani di Curia14 e non ha dubbi che si debba andare avanti («Una situazione dalla quale bisogna uscire»15). Di Angelo Jelmini, vescovo di Lugano, si pubblicano due lettere; poi il 9 dicembre un’intervista al card. Ottaviani, capofila dei «conservatori», bilanciata il 18 da una al card. Léger di Montreal, dell’ala «progressista». Il «Corriere del Ticino» ha inviato di nuovo Enrico Morresi, sempre positivo («In ogni gioventù si scrutano i segni premonitori dello sviluppo e dell’azione. Come non dire che guardiamo a questa felice stagione della Chiesa con fierezza e compiacimento?»16). Sue altre tre corrispondenze da Roma, con un’annotazione finale positiva anche per l’organizzazione: «Il lavoro dei giornalisti si svolge in condizioni molto migliorate rispetto all’anno scorso»17. Per tutto il mese, in seguito, notizie d’agenzia, poi di nuovo «Timoteo», quattro articoli tra novembre e dicembre. Dal «Popolo e Libertà», per questa seconda sessione, è scomparso «Tyrrhenus» e si pubblicano quasi solo notizie d’agenzia. Due i commenti di Romano Broggini, il primo preoccupato

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(«L’errore che si fa, nei commenti a questo Concilio, è di attribuire troppo peso a elementi ‘umani’ – per esempio la partizione di tipo politico del Sacro Collegio – e dimenticare gli altri elementi»)18 – il secondo positivo («Un fatto è certo: la discussione avviene tra chi vuole un’organizzazione ecclesiastica più decentralizzata e più aperta alle iniziative periferiche e chi sottolinea la necessità di un coordinamento centralizzato»19). Mentre «Il Dovere» continua a ignorare l’avvenimento, e «Libera Stampa» se ne occupa di sponda con articoli di A. M. Modica (7 ottobre) e di L. P. (forse Luigi Pitteri, «Cattolicesimo e socialismo», 15 ottobre), il direttore di «Gazzetta Ticinese», Pino Bernasconi, reagisce da vecchio liberale alla denuncia in aula degli strumenti repressivi del Sant’Uffizio: «Il Sant’Officio è dunque – ha detto il cardinale Frings – una delle fonti di scandalo nel mondo. Siamo ormai giunti al traguardo dell’eresia nel vivo del Concilio? Si pensi che per molto meno la filosofia liberale, non il pensiero politico, è stata inclusa nell’elenco delle filosofie condannate. Lo attesta il Sillabo prolato in anni lontani dal Sant’Officio: e che dunque sia il Sant’Officio fallibile tanto quanto qualsiasi altro tribunale umano è oggi e finalmente provato persino da un cardinale di Santa curia romana. Cambiano i miti. Si scoprono le tombe, si levano i morti, ritti in piedi a dire: giustizia è fatta!»20. 1964: la terza sessione

Alla terza sessione (14 settembre-21 novembre 1964) il «Giornale del Popolo» è finalmente rappresentato da un proprio inviato: don Franco Biffi (1927-2005), docente al Seminario diocesano, futuro vicario generale della Diocesi e rettore della Pontificia 7. «Giornale del Popolo», 5 novembre 1962. 8. «Popolo e Libertà», 27 novembre 1962. 9. «Popolo e Libertà», 15 dicembre 1962. 10. «Libera Stampa», 18 ottobre 1962. 11. «Giornale del Popolo», 30 settembre 1963. 12. Ivi, 11 ottobre 1963. 13. Ivi, 12 ottobre 1963. 14. Ivi. 11 novembre 1963. 15. Ivi, 15 novembre 1963. 16. «Corriere del Ticino», 30 settembre 1963. 17. Ivi, 3 ottobre 1963. 18. «Popolo e Libertà», 8 novembre 1963. 19. Ivi, 16 novembre. 20. «Gazzetta Ticinese», 12 novembre 1963.


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Università Lateranense. Gli articoli sono quasi quotidiani, a partire dal 18 settembre. Come collaboratore personale del vescovo Jelmini, don Biffi ha accesso ai dibattiti nell’aula conciliare. Scrive bene, è documentato, il salto di qualità è evidente. «Florio Romano» è scomparso. Gli articoli sono tutti molto lunghi; talvolta se ne pubblicano due insieme, occorre aprire una pagina interna da riservare al Concilio. Il tono delle corrispondenze è sempre positivo e caloroso e quel «Sebastiano Esposito» che faceva il pompiere è scomparso pure lui. Il quotidiano offre ospitalità persino a giornalisti schierati con la maggioranza «progressista», come Henri Fesquet («Le Monde») e Giancarlo Zizola («Il Giorno»). Il «Corriere del Ticino» alla terza sessione non ha mandato nessuno. «Timoteo» firma un articolo in settembre, due in ottobre e due in novembre – ma di commento, non di cronaca. Due articoli «Timoteo» dedica al viaggio in India di Paolo VI (7 e 9 dicembre) e una pagina intera, con articoli di Alberto Lepori e di don Oliviero Bernasconi, è riservata dal «Corriere» il 10 dicembre al centenario del Sillabo. Il «Popolo e Libertà» arranca: «Se mai fu necessario uno sforzo per aderire e seguire i lavori del Concilio, questo è il momento. Faremo dunque tutto il possibile per parteciparvi in ispirito e con le notizie, a vantaggio dei nostri lettori»21. Ma le cronache – ampie, adesso la Sala stampa della Santa Sede funziona – sono quasi tutte d’agenzia. Continua il silenzio del «Dovere». Pino Bernasconi, su «Gazzetta Ticinese», evoca il fantasma di Ernesto Bonaiuti, «modernista» perseguitato per avere anticipato alcune idee agitate in Concilio22. «Libera Stampa» è negativa su tutta la linea: «Nessun avversario avrebbe potuto immaginare una così rapida perdita di fiducia in se stessi, di questi dignitari di una istituzione che ha duemila anni, e che dopo duemila anni deve rinunziare alla pretesa di regnare sul mondo»23. 1965: la quarta sessione

Ad Alberto Lepori e don Oliviero Bernasconi il «Corriere del Ticino» offre una pagina intera l’11 settembre 1965 per presentare la quarta sessione (14 settembre - 8 dicembre). Luigi Caglio – che firma Dr. de M. – commenta l’enciclica Mysterium fidei di Paolo VI sull’Eucarestia. «Timoteo» riappare il 4 ottobre con un commento sul

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Quando il giornale del Vaticano boicottava la notizia del Concilio

Non solo «Il Dovere» boicottava le informazioni sul Concilio. Anche «L’Osservatore romano», organo della Santa Sede – almeno per un certo periodo. Hilari Raguer, uno storico benedettino, ha ricordato in un suo «blog» la «solitudine istituzionale» in cui papa Giovanni XXIII era tenuto dalla burocrazia vaticana (la definizione è del cardinale Lercaro). Il giorno dopo quel 25 gennaio 1959 in cui papa Roncalli, eletto da pochi mesi, annunciò l’evento a 17 cardinali riuniti subito dopo la celebrazione dell’atto conclusivo della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il quotidiano vaticano apriva con un titolo anodino: «Il Sommo Pontefice Giovanni XXIII assiste ai Riti Sacri nella Basilica Ostiense», dando risalto nella cronaca alla preghiera per «la Chiesa del silenzio», specialmente per quella cinese, cui il papa aveva alluso nell’omelia, ma alla riunione che seguì riservava un semplice riquadro con la nota che l’ufficio stampa vaticano aveva mandato a tutti i media. Un sot-

discorso del Papa alle Nazioni Unite. Il 12 ottobre, «Tim.» commenta la decisione di Montini di avocare a sé la decisione sul celibato dei preti. A sottolineare l’approvazione della Dichiarazione Nostra Aetate sugli Ebrei, il giornale ospita il commento di una «personalità protestante» (così definita nell’introduzione), articolo però firmato con tre asterischi. Il 18 novembre «Timoteo» sottolinea l’approvazione di un altro documento importante del Concilio: la Dei Verbum sulla Bibbia. Poi più niente fino al 3 dicembre, quando ricompare l’inviato (Enrico Morresi), che da Roma firma le ultime cronache dei lavori – sei articoli, fino al 9 del mese – ma è lì soprattutto per intervistare alcune personalità del Concilio, articoli che saranno pubblicati tra gennaio e febbraio 1966 sotto il titolo «Retrospettive sul Vaticano II». Al «Giornale del Popolo» ora regna l’euforia. A Roma è tornato don Franco Biffi. Il primo articolo esce il 14 settembre, gli altri seguono a ritmo ormai quotidiano. Dal 13 ottobre il giornale ticinese ha un secondo inviato: don Giulio Nicolini, futuro vescovo di Cremona (1926 - 2001). Gli editoriali tengono dietro: il 12 ottobre sulla «guerra giusta» (al Concilio si sta discutendo sullo Schema XIII, la futura

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totitolo richiamava: «Eventi di portata storica per la vita della Chiesa annunciati da Sua Santità». E che eventi! Un sinodo per la Diocesi di Roma, un Concilio ecumenico per la Chiesa universale, l’aggiornamento del Codice di diritto canonico. Ma nessun editoriale, nessun commento.

Il 30 gennaio, in una noticina sotto «Notizie italiane», il giornale vaticano segnalava «Un documento del cardinal Montini sul prossimo Concilio Ecumenico». Seguì l’11 febbraio un articolo del cardinale Antonio Bacci, latinista di Curia: «In che lingua si parlerà al prossimo Concilio Ecumenico?» e il 15 uno del teologo Raimondo Spiazzi O.P. su «San Tommaso e i concili ecumenici». Il giornale smise solo lentamente quella politica di minimizzazione dell’evento, perché doveva pure dar spazio (come poteva altrimenti?) ai continui riferimenti di Giovanni XXIII, nei discorsi che faceva, al prossimo Concilio. E così si convertì.

costituzione Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo), il 9 novembre: «Libertà come conquista», il 9 dicembre, per sottolineare la chiusura, un titolo a tutta pagina: «Un grande messaggio di fiducia verso l’uomo contemporaneo». Al «Popolo e Libertà» vi è un nuovo direttore: Alberto Lepori, che firma gli editoriali del 14 e 25 settembre e del 9 dicembre. Il quotidiano si è assicurato i diritti di riproduzione degli articoli di Raniero La Valle, brillante editorialista dell’«Avvenire d’Italia» e convinto sostenitore dell’ala «progressista». Notevoli gli appunti di Alberto Lepori al testo della Dichiarazione sulla libertà religiosa, che l’autore confronta con le libertà civili riconosciute dalle democrazie (16 dicembre). «Libera Stampa» è sempre solo negativa: «La morte di Giovanni XXIII è stata, secondo noi, anche la morte del Concilio e del vero rinnovamento della Chiesa di Roma»24. E poi: «Alla base del ‘revisionismo’cattolico c’è il senso di un lento strangolamento, che, al di là della potenza del21. «Popolo e Libertà», 15 settembre 1963. 22. «Gazzetta Ticinese», 24 ottobre 1963. 23. «Libera Stampa», 6 settembre 1964. 24. Ivi, 15 settembre 1965.


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la Chiesa-istituzione, il cattolicesimo è destinato a subire fino in fondo se esso si ostini [sic] a rimanere congelato nello sterile orgoglio immobilista della Controriforma»25. Più disposto a far credito Arturo Massimo Modica, che firma tre articoli, il 25 settembre, il 9 e il 30 ottobre. Il silenzio del «Dovere» è totale al punto che Monsignor Leber se ne indigna, sul «Giornale del Popolo»: «Nel Ticino l’interesse è ancora vivo, anche se ci sono giornali che ignorano deliberatamente il Concilio, persino come fatto di cronaca. Che strana mentalità! [...] Per fortuna, i ticinesi non si limitano più a leggere unicamente il giornale del ‘loro’ partito»26. Da sempre più attenta, «Gazzetta Ticinese» pubblica durante l’ultima sessione articoli di un cattolico (il filosofo Jean Guitton, 20 settembre), di un evangelico (il pastore Teodoro Balma, 9 ottobre) e di un ebreo (Yosef Colombo, professore al liceo Berchet di Milano, 19 ottobre). Pino Bernasconi è un’antenna sensibile: «La storia della libertà della cultura è storia di un calvario: religione e statalismo hanno seminato di vittime i naturali diritti di libertà propri della natura umana. Le tesi del Concilio Vaticano sono questo atto salutare, ad esempio, di resipiscenza»27. Radio e Televisione poco attive

Poco significativo il contributo di radio e televisione alla conoscenza dell’evento conciliare. La TSI attinse alle riprese del circuito internazionale per le cerimonie d’apertura della prima sessione (11 ottobre 1962), della seconda (29 settembre 1963) e della terza (14 settembre 1964). Della quarta e ultima sessione diffuse l’apertura (14 settembre 1965), la sessione pubblica del 28 ottobre per la pubblicazione di alcuni documenti – neanche i più importanti! – e la cerimonia di chiusura dell’8 dicembre. Il 5 dicembre 1965 fu trasmesso un servizio di Marco Blaser e Fernaldo di Giammatteo, con interviste realizzate a Roma a vari protagonisti dell’evento. La Radio non ebbe corrispondenze da Roma durante il Concilio (ne riferirono invece con regolarità le stazioni «sorelle» di Sottens e Beromünster, per non parlare della Rai). «La Terza pagina» trasmise durante l’ultima intersessione un servizio curato da Giovanni Croci (17 gennaio 1965) e il 31 dicembre 1965, a Concilio concluso, una «tavola rotonda» diretta da Ermanno Mozzati, registrata all’Uni-

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versità cattolica di Milano, con quattro interlocutori tra cui il vescovo Carlo Colombo, ritenuto il «teologo del Papa» (Paolo VI) e il ticinese don Franco Biffi. Curioso il fatto che del Concilio si sia invece occupata, e a due riprese, una rubrica di nicchia («L’ora della donna», condotta da Iva Cantoreggi): la prima volta il 29 gennaio 1965 sul tema «La donna al Concilio», con don Corrado Cortella (che all’epoca collaborava alla Radio con la domenicale «Conversazione religiosa»), don Franco Biffi, Laura Gianella e Marili Terribilini-Fluck; la seconda il 24 marzo 1967 sul tema «Le donne negli organismi della Chiesa», con don Giuseppe Milani, del Seminario di Lugano, Paolina Bosia e Rosita Baggiolini. Un’altra donna, Pia Pedrazzini, si occupò della crisi dei rapporti tra Santa Sede e cattolici d’Olanda con un servizio («I cattolici dello scandalo») trasmesso il 21 novembre 1968 per la rubrica «Il microfono della RSI in viaggio». Non fu probabilmente per un pregiudizio antireligioso che Radio e Televisione della Svizzera italiana fossero tanto avare di notizie e di servizi sul Concilio. Decisiva fu piuttosto la mancanza di giornalisti in grado di riferire con un livello sufficiente di competenza e di autonomia professionale. Parlare di Chiesa, di vescovi e di preti spettava ai diretti interessati e la soggezione che l’ente provava verso i politici era di regola anche nei confronti dell’establishment ecclesiastico. Da fuori, inoltre, il «Giornale del Popolo» aveva adottato quel che in termini calcistici si direbbe una marcatura a uomo (ogni sabato la pagina «Famiglia + Radio e TV» passava al setaccio tutte le trasmissioni importanti) e non gli sarebbe sfuggita, non dico una critica, ma neppure un’improprietà. Giornalismo specializzato

D’altra parte, il Concilio era destinato a cambiare radicalmente il modo di riferire sull’attualità religiosa. Al «vaticanista» succedeva l’«informatore religioso», aggiornato sulle problematiche interne alla teologia del Novecento, meno cauteloso e soprattutto più attento al rapporto tra Chiesa e mondo. Il termine «vaticanista» si addiceva a un tipo di giornalismo a lungo incarnato da Silvio Negro, del «Corriere della Sera», nato nel 1897 e morto nel 1959, tre anni soli prima dell’inizio del Concilio. Tanto aveva lasciato co-

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me memoria di sé quel nostro collega che l’editore Neri Pozza di Venezia pubblicò ancora nel ’63 una raccolta dei suoi scritti: Vaticano minore. Altri scritti vaticani. L’occhio del «vaticanista» era allora quasi esclusivamente attirato dal fastoso aspetto esteriore (e magari pure dalle piccole miserie) della corte vaticana. Faceva eccezione Carlo Falconi (1915-1998), che scriveva sul «Mondo» e sull’«Espresso», sospetto per il solo fatto di essere, come si diceva, uno spretato – ordinato nel 1938, aveva lasciato l’abito talare nel 1949 –, e i cui libri (Gli spretati, o del diritto all’apostasia, Firenze 1958, Il silenzio di Pio XII, Milano 1965) uscivano da case editrici secondarie. Del Concilio si occupò anche Indro Montanelli, con tre articoli pubblicati il 24, 25 e 26 novembre 1962 sul «Corriere della Sera». Leggendoli si avverte la sostanziale estraneità dell’autore rispetto alle tematiche in discussione e il suo tentativo di darne una spiegazione «politica» (chi vince e chi perde tra i gruppi di pressione nel e sul Concilio). Un servizio – quella della firma più famosa del «Corriere» – che non regge il confronto con la qualità dei resoconti già allora forniti da giornalisti come Henri Fesquet di «Le Monde» o di René Laurentin del «Figaro» (per non parlare di Mario von Galli e di Ludwig Kaufmann della zurighese «Orientierung»), i quali avevano alle spalle studi di teologia e di ecclesiologia e potevano perciò riferire senza nascondersi dietro la scusa di «una terminologia che mette alla prova qualunque sforzo di volgarizzazione» (per citare ancora Montanelli). Lo stesso «Corriere della Sera», in seguito, grazie a Fabrizio De Santis, si riportò in quota, ma fu soprattutto grazie a Raniero La Valle, direttore de «L’Avvenire d’Italia», e a Giancarlo Zizola, inviato de «Il Giorno», che si vide in Italia l’affermarsi di un giornalismo capace di riferire e di commentare con competenza e autorevolezza. Le cronache che padre Giovanni Caprile S.J. scriveva sulla «Civiltà cattolica», seguendo il Concilio passo dopo passo, fornivano d’altra parte una vera miniera di informazioni utili anche ai giornalisti, ai quali non giungevano se non di straforo i testi sottoposti al dibattito conciliare, cui lui, gesuita e perito conciliare, aveva accesso. 25. Ivi, 4 ottobre 1965. 26. «Giornale del Popolo», 25 settembre 1965. 27. «Gazzetta Ticinese», 22 novembre 1965.


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Il Vaticano II contiene due impostazioni antagoniste: solo la fedeltà all’uomo lo salva dalla lettura integrista Mi sembra una feconda ipotesi interpretativa quella che, contrariamente a quanto si pensa, riconosce nel Vaticano II due distinti concili, ognuno con i suoi protagonisti e con la sua coerenza interna. Suggerisce questa ipotesi la riflessione sulla costante contrapposizione, che si è verificata all’interno del Vaticano II e dei testi finali, malgrado la loro apparente convergenza, di due correnti teologiche, preoccupate l’una di avvalorare le possibilità di innovazioni aperte dal Vaticano II e sollecitate da Giovanni XXIII; l’altra di salvaguardare la continuità dottrinale e l’ortodossia della Chiesa cattolica. Paradossalmente protagonisti della prima corrente erano i padri della maggioranza conciliare e i periti che li accompagnavano (fra i quali bisogna ricordare Karl Rahner, Yves Congar e Joseph Ratzinger); protagonisti della seconda corrente erano i padri della minoranza conciliare e i loro periti (fra questi, in primo luogo, i membri della Curia romana) che li ispiravano. È importante citare, tra i membri di questa minoranza, la presenza attiva di Karol Wojtyla, che interpretava il Vaticano II come una mobilitazione della Chiesa nella lotta contro il marxismo e l’ateismo. Mi si permetta una testimonianza personale. Come perito conciliare sono stato membro, con l’arcivescovo di Cracovia, della sottocommissione sull’ateismo del documento «La Chiesa nel mondo contemporaneo» (la Gaudium et spes). Durante i lavori della sottocommissione fu evidente il contrasto fra l’atteggiamento combattivo di Karol Wojtyla e la volontà di dialogo manifestata dalla maggioranza conciliare. Questo contrasto non si riferiva unicamente ai tempi dell’ateismo e del marxismo, ma in generale alla relazione del Vaticano II con il mondo moderno. Ora, il dialogo con il mondo moderno è stato forse l’atteggiamento caratterizzante della maggioranza conciliare e pertanto del Vaticano II. Certamente non era facile, in quel momento, prevedere che questo vescovo sarebbe giunto ad essere l’interprete «autentico» del Vaticano II, che egli interpretava in una prospettiva conservatrice e del quale non aveva percepito la novità.

di Giulio Girardi*

Il nodo cruciale dei rapporti con il «mondo» Oltre al tema dell’ateismo, altri esempi mettono in luce il significato di questo conflitto teologico permanente: il tema della libertà religiosa e quello della Chiesa. La libertà religiosa era stata rifiutata prima del Vaticano II dalla Curia romana, che difendeva l’obbligo di subordinarla alla «verità», concretamente alla dottrina cattolica e al magistero della Chiesa. L’argomento fondamentale della Curia era che non si possono porre sullo stesso piano la verità e l’errore (la «verità» è qui evidentemente quella cattolica). Il concilio conservatore manteneva la stessa posizione, mentre il concilio innovatore proclamava, fra i diritti umani fondamentali, il diritto alla libertà religiosa. Nella concezione della Chiesa, il concilio conservatore difendeva come fondamentale il carattere gerarchico, fondato sull’infallibile autorità personale (ex sese e non ex consensu ecclesiae) del papa, mentre il concilio innovatore riscopriva come fondamentale il «popolo di Dio» e pertanto il carattere popolare e comunitario della Chiesa e delle relative autorità. Si contrapponevano così due ecclesiologie. Questi esempi obbligano a riconoscere che i membri dei due concili avevano concezioni diverse dello stesso concilio. Come si spiega allora la quasi unanimità con la quale furono approvati i documenti conclusivi? Il * Giulio Girardi è morto il 26 febbraio di quest’anno a Rocca di Papa. Era nato al Cairo il 23 febbraio 1926, era vissuto a Parigi, a Beirut, al Cairo. Entrato nel 1939 nel seminario dei Salesiani di Torino, fu ordinato sacerdote nel 1955. Nel 1962 fu invitato a partecipare al Concilio Vaticano II come consultore, in quanto esperto delle problematiche del marxismo e dell’ateismo; come tale, partecipò all’elaborazione della costituzione pastorale Gaudium et Spes. Impegnato nei gruppi di Cristiani per il Socialismo, fu allontanato dai salesiani e in seguito dimesso dall’Institut catholique di Parigi, infine sospeso a divinis. Negli anni successivi proseguì il proprio impegno accanto ai teologi della Liberazione del Sudamerica, visse in Nicaragua e poi a Cuba, in Ecuador e in Bolivia. Nel 2005 aderì al movimento «Noi siamo Chiesa».

«dualismo» sembra escludere la possibilità di documenti comuni ai due concili. Ma se si analizzano più da vicino questi testi si scopre che quasi tutti sono caratterizzati da un certo sincretismo e che pertanto occupano coerentemente il loro posto in ognuno dei due concili. L’ipotesi di «due concili» spiega le due interpretazioni o ermeneutiche attuali. Il papa Benedetto XVI, nel suo discorso di auguri alla Curia romana, segnala queste interpretazioni e propone allo stesso tempo la sua valutazione di esse. È importante notare che, nella sua prospettiva, non esistono nel Concilio due tendenze contrapposte ma un pronunciamento unitario e coerente, caratterizzato dalla ricerca della «novità nella continuità»; continuità con il Concilio ma anche con il preConcilio, cioè con l’integrità della dottrina cattolica tradizionale. Questo pronunciamento corrisponde al Concilio che abbiamo definito «conservatore» e che è stato rappresentato dalla minoranza conciliare e dalla Curia romana. Pertanto, secondo Benedetto XVI, l’interpretazione corretta del Vaticano II è quella «conservatrice». Quella «progressista», invece è un’interpretazione arbitraria ed estremista. Gli sviluppi del Vaticano II si sono orientati in queste due direzioni. Le analizzeremo più avanti. Per adesso ci limitiamo a considerarli come un’eloquente conferma del dualismo che abbiamo segnalato. Nonostante la molteplicità di luoghi e di forme nella quale si manifesta questo dualismo, è possibile avvertire in esso una profonda coerenza. Per approfondire il senso di questo dualismo e di questa coerenza interna dobbiamo individuare il punto di vista e il principio unificante di ognuno dei due concili, posto che, secondo la nostra ipotesi, non esiste nel Vaticano II un solo punto di vista né un solo principio unificante, ma per lo meno due. Ora, con sicura (inevitabile) schematizzazione, penso che i punti di vista e i principi unificanti siano l’antropocentrismo, che interviene nel Vaticano II come principio di innovazione, e l’ecclesiocentrismo, che interviene come principio di continuità.


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Ecclesiocentrismo, principio unificante del «concilio conservatore» Una prima indicazione riguardo al posto che la Chiesa (cattolica) occupa nella prospettiva conservatrice proviene da un dato quantitativo che ha un grande significato qualitativo. Lo desumo dall’edizione dei documenti conciliari pubblicata dal Centro Dehoniano di Bologna. L’indice di questa pubblicazione prende 111 pagine. Di queste, alla voce «poveri» sono dedicate sei righe, a «povertà» cinque, alle parole «amore» e «carità» circa una pagina ciascuna, altrettanto alle parole «Dio», «Vangelo», «Mondo». Alla parola «uomo» tre pagine, a «Cristo» sei, a «Chiesa» venti. Se passiamo in rassegna tutti i documenti possiamo constatare che in ognuno di essi la Chiesa cattolica è effettivamente al centro della prospettiva. Si riferiscono direttamente alla Chiesa i due documenti chiave, la Lumen Gentium e la Gaudium et Spes. Così è per i documenti sulle Chiese cattoliche orientali (Orientalium Ecclesiarum); sull’attività missionaria (Ad gentes); sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium), che inizia collocando il posto della liturgia nel mistero della Chiesa; sul ministero e la vita dei sacerdoti (Presbyterorum ordinis), che analizza il presbiterato nella missione della Chiesa; sui vescovi (Christus Dominus), che sono studiati nelle loro relazioni con la Chiesa universale e le Chiese particolari; sulla vita religiosa (Perfectae caritatis), osservata soprattutto in relazione alla Chiesa; sull’apostolato dei laici (Apostolicam actuositatem) che il Vaticano II valorizza come partecipazione alla missione della Chiesa; sulle relazioni della Chiesa cattolica con le altre confessioni nel contesto dell’ecumenismo (Unitatis redintegratio) e con le religioni non cristiane (Nostra aetate); la parola di Dio (Dei Verbum) si presenta anche all’interno della Chiesa cattolica, a cui è stata data in deposito e che è la sua unica interprete autentica. Lo stesso documento sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), il cui titolo lasciava sperare in un’impostazione antropocentrica e laica, comincia avvertendo che tale libertà lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica, sul dovere morale degli individui verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo. Della quale, del resto, si dice che, oggi come ieri, riconosce e favorisce la libertà religiosa. Infine anche una relazione con l’educazione

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(Gravissimum educationis) e con i mezzi di comunicazione sociale (Inter mirifica). L’ecclesiocentrismo svolge un ruolo fondamentale nella storia contemporanea della Chiesa cattolica, e, in particolare, nel progetto di restaurazione che ha caratterizzato il pontificato di Giovanni Paolo II e, giudicando dall’andamento dei primi anni, caratterizza il pontificato di Benedetto XVI. Ora, questo progetto non intende in alcun modo opporsi al Vaticano II, ma al contrario fondarsi su di esso. A nostro parere, il progetto restauratore non si fonda sull’integralità del Vaticano II, ma sul concilio conservatore e ignora (di fatto, anche se non sempre nelle parole) il concilio innovatore. Tuttavia, la minoranza conservatrice, e soprattutto la potente Curia romana (e in particolare il cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede) pretenderà di imporsi come interprete autentica del Vaticano II e come freno alle «deviazioni» del post-Concilio. Con questa pretesa autorità dottrinale, procederà a reprimere i teologi che si arrischieranno a sviluppare gli orientamenti della maggioranza conciliare, in particolare i teologi e le teologhe della Liberazione, i teologi e le teologhe indigeni e i sostenitori e le sostenitrici del pluralismo religioso. Ecclesiocentrismo, nel senso di dottrina teologica, costante storica e meccanismo ideologico. Ma è soprattutto, la dottrina teologica che può essere trovata nei testi conciliari. Pertanto, la centralità del «punto di vista della Chiesa gerarchica» per guardare la storia si fonda su una ecclesiologia secondo la quale la Chiesa sta al centro del progetto salvifico di Dio, coincide con il Regno di Dio e costituisce pertanto il luogo teologico fondamentale. Questa Chiesa terrestre, unica Chiesa di Cristo, costruita e organizzata in questo modo, germe e inizio sulla terra del Regno di Dio, sussiste nella Chiesa cattolica e non è diversa dalla Chiesa già in possesso dei beni celesti. Pertanto la Chiesa terrena e la Chiesa dotata di beni celestiali non devono essere considerate come due cose distinte, perché formano una realtà complessa, costituita da un elemento umano e uno divino (LG, 2,5,7,8,15). Questa tesi l’ha formulata crudamente la teologia pre-conciliare: «fuori dalla Chiesa (cattolica) non c’è

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salvezza». Il Vaticano II propone la sostanza di questa condanna, però allo stesso tempo la rinnova sotto la pressione dell’antropocentrismo. I padri conciliari non sembrano, quindi, aver raccolto in proposito le indicazioni di Paolo VI quando affermava: «la Chiesa è per il mondo» (Discorso di chiusura della III sessione); e inoltre: «La Chiesa, in questo mondo, non è fine a se stessa, è al servizio di tutti gli uomini; deve rendere presente Cristo a tutti, individui e popoli, nel modo più ampio e generoso possibile; questa è la sua missione. Essa è portatrice dell’amore, promotrice della vera pace, e ripete con Cristo: ignem veni mittere in terram, sono venuto a portare il fuoco sulla terra (Lc 12,49, Discorso di apertura della IV sessione).

L’antropocentrismo principio unificante del «concilio innovatore» L’aspetto più innovativo del Vaticano II è stato senza dubbio l’«apertura della Chiesa al mondo», cioè il riconoscimento del valore positivo, dal punto di vista della fede, del processo di secolarizzazione fondato sulla relativa autonomia dell’uomo. Autonomia che comporta il valore autonomo dell’amore umano. Compito, questo, che si presentava al Vaticano II per il fine centrale che perseguiva (secondo l’indicazione di Giovanni XXIII, nel discorso d’apertura del Concilio: «presentare il deposito della fede attraverso categorie culturali in accordo con le esigenze del mondo moderno»). Bene, la caratteristica più rilevante e provocatrice del mondo moderno e della sua cultura, in relazione alla Chiesa, è la laicità, cioè la rivendicazione dell’autonomia dell’uomo e delle realtà terrene rispetto alla religione e alla Chiesa. In definitiva, il Vaticano II si pone, sebbene con molta cautela, il problema suscitato drammaticamente da Bonhoeffer: che significa parlare di Dio in un mondo che non ha bisogno di Lui, che si è organizzato senza di Lui? La Chiesa cattolica, che ha avuto nel Sillabo la sua espressione più drastica, aveva condannato, fra i più gravi «errori moderni», la pretesa di autonomia da parte dell’uomo, considerata evocazione del diabolico «non serviam», cioè come una ribellione collettiva dell’uomo verso Dio. In questo preciso punto, il Vaticano II rappresenta un cambio di direzione, antropologico e antropocentrico: è


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questa la novità più caratteristica. Ed è questo, mi sembra, il principio unificante del concilio innovatore. Il Vaticano II riconosce, in effetti, che, alla luce della fede, l’assunzione della responsabilità storica da parte dell’uomo, cioè il processo di secolarizzazione, è pienamente legittima, e costituisce anche un progresso. «Principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni è e deve essere la persona umana». Perché, nel suo senso profondo, questa autonomia non nega la dipendenza da Dio, ma paradossalmente si fonda in essa. Allo stesso modo, che l’uomo sia protagonista e fine della storia non esclude il suo protagonismo storico dalla dipendenza da Dio, ma si fonda nel protagonismo ultimo dello stesso Dio. In effetti, «l’uomo è l’unica creatura della terra che Dio ha amato per se stessa» (Gaudium et Spes). Ed è nella libera e creatrice iniziativa dell’uomo che Dio manifesta il suo potere creatore (Gaudium et Spes): si rivela così come creatore di creatori. Qui il Vaticano II evoca l’intuizione di sant’Ireneo: «Gloria Dei vivens homo»: la gloria di Dio è l’uomo vivente. Sempre in questa prospettiva, «la Chiesa afferma che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità umana, poiché questa dignità ha in Dio il suo fondamento e perfezione» [...] «perché, sebbene lo stesso Dio sia Creatore e Salvatore, e anche Signore della storia umana e della storia della salvezza, tuttavia, in questo stesso ordinamento divino, l’ordinamento del creato, e specialmente dell’uomo, non viene soppresso, ma anzi viene restituito alla sua dignità propria e in essa consolidato». Il senso cristiano dell’antropocentrismo emerge con chiarezza ancora maggiore quando si comprende la sua prima e fondamentale implicazione pratica: la centralità dell’amore per l’uomo. Rinnovarsi significa, per la Chiesa conciliare, riscoprire il comandamento nuovo e dimenticato dell’amore; riscoprirne la carica innovatrice nel mondo di oggi; vedere in esso «la legge fondamentale della perfezione umana e, per ciò stesso, anche della trasformazione del mondo» (Gaudium et Spes). Questo tema è una delle prospettive centrali del Vaticano II, che lo ricorda insistentemente, e fa di questo la conclusione del suo messaggio. Inoltre, l’antropocentrismo imprime a tutto il Vaticano II un tono

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di euforia e di ottimismo. Per esempio quando afferma: «La Chiesa riconosce e stima molto il dinamismo dell’epoca attuale, che sta promuovendo ovunque i diritti umani» (Gaudium et Spes). Ora, se effettivamente l’essenza del cristianesimo e la sua novità stanno nell’amore umano, significa che nell’identità cristiana c’è un’essenziale componente profana. Una componente, quindi, che non si definisce in funzione di chi crede e di chi non crede in Dio, che non vede, ma tra chi ama e chi non ama suo fratello, che vede... L’altra componente essenziale è l’amore di Dio che, tuttavia, nell’ottica di Gesù – ricorda il Vaticano II – non può darsi senza l’amore umano, itinerario obbligato della stessa conoscenza di Dio. L’interpretazione del Vaticano II assunta dalla maggioranza conciliare trova una decisiva conferma nell’autorità di Paolo VI, conferma e difesa contro le accuse formulate dalla prospettiva ecclesiocentrica; in particolare contro l’accusa di «relativismo», insistentemente formulata da papa Ratzinger. Sarebbe un importante servizio all’unità della Chiesa che Benedetto XVI tenesse in conto anche il pensiero del suo predecessore Paolo VI. [...]

La Chiesa nel post-Concilio Per comprendere gli sviluppi teologici del post-Concilio bisogna considerare, da un lato, quelli che esprimono una continuità con i due concili del Vaticano II, dall’altro, quelli che esprimono un cambiamento di prospettiva. La continuità con il Concilio ecclesiocentrico è stata (e continua ad essere) rappresentata specialmente da Giovanni Paolo II, dalla Curia romana, in particolare dalla Congregazione per la dottrina della fede, dal suo prefetto, il cardinale Ratzinger. Queste autorità hanno esercitato una dura repressione sui teologi e le teologhe, sui docenti, sugli stessi vescovi e, in generale, sui settori innovatori della Chiesa; i vescovi progressisti sono stati spesso sostituiti da vescovi di tendenza opposta, con il compito di rettificare gli errori del predecessore. Si deve proprio soprattutto all’influsso del centralismo romano il cambiamento di prospettiva di molti membri della tendenza antropocentrica. Un altro fattore è stato la difficoltà di molti vescovi di affrontare le conseguenze del Vaticano II: essi si sono preoccupati per i nuovi atteggiamenti, pratici e teologici, di sacerdoti e laici delle loro diocesi,

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che sono loro sembrate interpretazioni estremiste del Concilio. Come effetto di questo cambiamento, la maggioranza conciliare si è trasformata in minoranza; e la minoranza in maggioranza. Altrimenti detto, la prospettiva ecclesiocentrica è tornata a prevalere su quella antropocentrica. Cioè, molti Padri del concilio antropocentrico si sono «convertiti» ad una prospettiva ecclesiocentrica ed hanno assunto un atteggiamento fortemente critico verso quella antropocentrica. La conversione più vistosa è stata quella del perito conciliare Joseph Ratzinger, che ha avuto un’influenza decisiva sull’evoluzione (o involuzione?) della dottrina ufficiale della Chiesa: l’ha avuta come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e pertanto come principale responsabile dei documenti promulgati da essa; l’ha avuta come principale consigliere di Giovanni Paolo II nel campo dottrinale. Evidentemente l’avrà ancora, questa influenza, se possibile, come papa Benedetto XVI. La continuità con il Concilio antropocentrico è stata rappresentata specialmente dai teologi della Liberazione, dai teologi indi, dalle teologhe femministe. Tutti costoro hanno elaborato, ispirati dalle esperienze di fede delle basi cristiane, un’interpretazione creatrice del Vaticano II. La centralità dell’uomo si è approfondita in opzione per i poveri, cioè per gli oppressi e le oppresse come soggetti. Si sono fatti consapevoli dei limiti dell’antropocentrismo conciliare, definito eurocentrico; l’«apertura al mondo» è diventata identificazione con il Terzo Mondo, cioè con i popoli oppressi della terra. Questo nuovo luogo teologico ha aperto nuovi orizzonti alla ricerca teologica, ha orientato i cristiani verso una solidarietà più efficace con le oppresse e gli oppressi, a una critica più radicale delle ingiustizie sociali verso i poveri, dei quali i cristiani e le cristiane, le teologhe e i teologi hanno dovuto condividere il destino di emarginazione e, spesso, di morte. Per ciò stesso, l’«apertura al mondo» è divenuta identificazione con il Terzo Mondo, cioè con i popoli oppressi del mondo. Pertanto, i frutti più ricchi del Vaticano II sono la nuova creatività teologica, un impegno più coerente per la costruzione di un mondo nuovo, la testimonianza dei nuovi martiri della giustizia. da «Koinonia», Pistoia, aprile 2012


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La sfida del pluralismo: un nodo ancora irrisolto «All’iniziarsi del Concilio Ecumenico Vaticano II è evidente come non mai che la verità del Signore resta in eterno. Vediamo, infatti, nel succedersi d’una all’altra età, che le opinioni degli uomini si susseguono escludendosi a vicenda e gli errori appena sorti svaniscono qual nebbia davanti al sole. Sempre la Chiesa si è opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Al giorno d’oggi, tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità. [...] Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, innalzando, per mezzo di questo Concilio Ecumenico, la fiaccola della verità religiosa, vuol mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà verso i figli da lei separati». Sono parole di Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, l’11 ottobre 1962. Cinquanta anni fa! Mi sembrano significative dell’innovazione che fu allora il Concilio, ma anche del suo limite nei confronti di tutta l’umanità non cattolica. Non si perseguita, condanna, disprezza più l’altro; si aspetta con pazienza che si converta alla verità religiosa di cui si continua a ritenersi unici depositari. Questa è la posizione che caratterizza tutti i documenti del Concilio Vaticano II quando si tratta delle relazioni tra cattolici e non cattolici: dalla costituzione dogmatica Lumen gentium alla costituzione pastorale Gaudium et Spes, dal decreto sull’ecumenismo (Unitatis Redintegratio) alla dichiarazione sulle relazioni con le religioni non cristiane (Nostra Aetate). Le aperture al dialogo furono sicuramente sensazionali, allora, e posso immaginarmi che per molti significarono una ventata di aria fresca, la felicità e la curiosità dell’incontro, la soluzione magari di drammi familiari; furono e sono un importante contributo alla convivenza pacifica. Si tratta, però, solo di questo: un primo cenno, un sorridere e dire magari una frase cortese di saluto; informarsi sulla vita dell’altro, dire di sé, anzi, dire aspettandosi di essere ammirati e imitati. Questo non è esattamente un dialogo.

«Quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo» (LG 17a). «Non vada perduto»: è quanto si è fatto in questi decenni, con incontri, convegni, pubblicazioni, corsi universitari. Ma ha diritto la Chiesa cattolica a chiedere che «sia purificato, elevato, perfezionato»? Non mancano i cattolici che a questa domanda rispondono: no, non si tratta di questo. Altre Chiese cristiane sono Chiese a pieno titolo, non manca loro nulla per essere «via, verità, vita», anche se non sono «ordinate» (questa l’espressione usata anche nel Concilio) alla Chiesa cattolica; altre religioni sono anch’esse pienamente via, verità, vita, incontro autentico con il mistero di Dio. Sono, spesso, cattolici che hanno vissuto intensamente a contatto con la fede e la preghiera dei credenti di altre religioni, ne hanno tratto sommi insegnamenti, possono essere arrivati al punto di vivere una «doppia appartenenza»; tra di loro ci sono grandi teologi, ma anche persone semplici e solidali che, trovandosi immerse in un’altra cultura e un’altra religione, non hanno avuto paura di prendervi parte. La Congregazione per la dottrina della fede condanna queste persone. A soli dieci anni dal Concilio, nel 1973, con la Dichiarazione Mysterium Ecclesiae, circa la dottrina cattolica sulla chiesa per difenderla da alcuni errori d’oggi. E poi nel 2000, con la Dichiarazione Dominus Jesus, circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, quasi in contemporanea con la «notificazione» mandata all’anziano gesuita belga Jacques Dupuis, per il suo libro Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso (Brescia 1997): «nel libro sono contenute notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata, che possono condurre il lettore a opinioni erronee o pericolose. Tali punti concernono l’interpretazione della mediazione salvifica unica e universale di Cristo, l’unicità e pienezza della rivelazione di Cristo,

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l’azione salvifica universale dello Spirito Santo, l’ordinazione di tutti gli uomini alla Chiesa, il valore e il significato della funzione salvifica delle religioni [...] Non si tratta semplicemente di una teologia delle religioni, ma di una teologia del pluralismo religioso» – questo, alla Congregazione per la dottrina della fede, sembra una sfida inaccettabile. Pluralismo è la parola che non piace alla Chiesa cattolica, non è mai piaciuta, neanche nel momento innovatore del Concilio Vaticano II e oggi viene intenzionalmente confusa con il «relativismo» per tracciare il ritratto di un credente superficiale, anzi, scettico che ritiene tutte le religioni imperfette e pertanto equivalenti tra di loro, che passa da una all’altra o si serve di elementi presi qua e là in una sorta di supermercato delle religioni. Oggi la pluralità di culture e di religioni presenti in uno stesso territorio è un fenomeno diffusissimo. Ogni religione ha il diritto di autocomprendersi come l’unica vera e quindi di cercare, ovviamente non con metodi coercitivi, di convertire gli altri. Ma ha anche la possibilità di illuminarsi alla luce delle altre religioni, invece di solo ritenere di doverle purificare e perfezionare. Mi aspetto da un Concilio Vaticano III la dichiarazione che la via di Gesù Cristo è una tra le vie per conoscere Dio, insieme a tutte le vie insegnate dalle diverse religioni. Mi aspetto reciprocità nell’accoglienza: così come possono dei non-cristiani fare un pezzo di strada in una chiesa cristiana, magari la cattolica, così i cattolici possono bere l’acqua viva di altre fonti. Mi aspetto che i cattolici possano uscire definitivamente dal chiuso di una religione che crede che al di fuori di se stessa non vi sia salvezza, per poter respirare più profondamente e vedere più chiaramente qualcosa dell’infinito mistero di Dio. Marina Sartorio OFFRITE «DIALOGHI» A UN GIOVANE LETTORE! Ai suoi lettori più giovani, «Dialoghi» propone un abbonamento a prezzo scontato. Per 30.– franchi, invece di 60.–! I trenta franchi che mancano li versa il comitato di «Dialoghi» al momento di saldare la fattura della stampa. Perché non ci date una mano, lettori più anziani, a trovare lettori giovani alla rivista? Raccoglie le vostre segnalazioni l’amministratore di «Dialoghi»: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch


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Parallelo al giubileo conciliare

L’Anno della fede secondo Ratzinger Vi erano molti possibili modi per rendere solenne il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, che Giovanni XXIII inaugurò l’11 ottobre 1962 con il famoso discorso Gaudet mater Ecclesia che troncava ogni alleanza con i «profeti di sventura», proclamava la volontà di caratterizzare l’azione pastorale della Chiesa romana con la «medicina della misericordia» e affermava essere scopo della imminente Assemblea il compiere «un balzo in avanti» nell’annunzio, con parole comprensibili ai contemporanei, dell’Evangelo di sempre. Benedetto XVI ha scelto di caratterizzare la commemorazione indicendo, con il motu proprio Porta fidei dell’11 ottobre 2011, un «Anno della fede», che si aprirà l’11 ottobre 2012 e terminerà il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re. Ma egli ha esplicitamente collegato la celebrazione delle «nozze d’oro» del Vaticano II con il ventesimo anniversario dalla pubblicazione del «Catechismo della Chiesa cattolica», promulgato da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1992 con la costituzione apostolica Fidei depositum. Dunque, un «Anno della fede» che, per chi voglia riflettere sul tema proposto, avrà – secondo il pensiero del pontefice – due punti focali ai quali riferirsi: i testi del Vaticano II, e il Catechismo. Alcuni hanno trovato del tutto normale questo abbinamento, concordando con quanto afferma il motu proprio: «Per accedere a una conoscenza sistematica dei contenuti della fede, tutti possono trovare nel ‘Catechismo della Chiesa cattolica’ un sussidio prezioso ed indispensabile. Esso costituisce uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II. Nella Fidei depositum, non a caso firmata nella ricorrenza del trentesimo anniversario dell’apertura del Vaticano II, il beato Giovanni Paolo II scriveva: ‘Questo Catechismo apporterà un contributo molto importante a quell’opera [voluta dal Concilio] di rinnovamento dell’intera vita ecclesiale… Io lo riconosco come uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale e come una norma sicura per l’insegnamento della fede’». Altri, però – capofila dei critici il teologo svizzero tedesco

Hans Küng – hanno osservato che, collegando in modo così stretto, come ha fatto Ratzinger, i documenti del Vaticano II e il Catechismo, di fatto si fanno quasi equivalere il peso storico e la valenza teologica dei due testi, ed esaltando l’autorevolezza del Catechismo inevitabilmente si abbassa quella del Concilio perché, in qualche modo, si suggerisce che il criterio ermeneutico per ben comprendere, ed attuare, l’eredità dell’Assemblea voluta da papa Giovanni, sia quello di assumere il prisma e l’ottica del Catechismo. Ora, è certamente vero che in molti passaggi il Catechismo riporta i testi del Concilio, e quindi ne diviene – utilizzato nelle parrocchie – un mezzo importante per far conoscere quello che il Vaticano II ha detto. Ma è anche vero che su tutta una serie di problemi pastorali e morali – ad esempio le norme molto dettagliate sui comportamenti sessuali considerati leciti o illeciti, o la pena di morte – sui quali esplicitamente nulla aveva detto il Concilio, il Catechismo in molti casi riporta nella sostanza quello di Pio X all’inizio del Novecento, e cioè normative e prospettive messe radicalmente in discussione, negli ultimi decenni, dal sentire comune di gran parte del popolo cristiano e dal mondo teologico. Perciò, collegando insieme il cinquantesimo anniversario del Concilio e il ventesimo del Catechismo, si fa una operazione obiettivamente di restaurazione che, in definitiva, porta alla minimizzazione del Vaticano II. Tra l’altro, poi, il Catechismo ignora del tutto le possibili – legittime e desiderabili – conseguenze della decisiva affermazione conciliare del principio della libertà di coscienza. Il Catechismo, dunque, come collo di bottiglia per imbrigliare le potenzialità pastorali e normative del Vaticano II. Nell’aprile scorso ho udito monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (e uno dei pochissimi padri conciliari ancora viventi), affermare che fu il cardinale Carlo Maria Martini – tra gli altri – a suggerire a Benedetto XVI di solennizzare il cinquantesimo dell’inizio del Vaticano II riproponendo, appunto, all’intera Chiesa cattolica romana e, indirettamente, all’ecumene, l’eredità di quel

Concilio; il che il pontefice regnante ha fatto con Porta fidei, ma proponendo simultaneamente, non si sa se sua sponte o per pressioni curiali o di ambienti conservatori, la celebrazione di un altro, e certamente minore, anniversario: il ventesimo, appunto, del Catechismo. Un’aggiunta surrettizia, questa, che disturba una riflessione ampia sul Concilio. In un mondo dominato da straripante idolatria, il tema della fede è di una urgenza straordinaria, e se durante l’anno dedicato a questo tema il corpo complessivo della Chiesa romana approfondirà tale argomento sarà un arricchimento per tutti. Ma questa riflessione non sarà indolore, perché inevitabilmente porterà a distinguere la «fede» dalla sua «espressione» (come auspicava papa Giovanni); e, dunque, toccherà nervi scoperti, come quelli evidenziati dalle lunghe, estenuanti e, per ora (per ora, o per il futuro?) infruttuose trattative volute da Joseph Ratzinger per far tornare all’obbedienza romana i lefebvriani. Perché molte tesi che, per i tradizionalisti più radicali, sono affermazioni di fede, tali non sono affatto per chi conosca approfonditamente la storia e la teologia: sono affermazioni, e dottrine, storicamente datate, e del tutto – in radice – superabili, proprio per fedeltà al nucleo centrale della fede come testimoniato, anche nelle Scritture, dalla prima Chiesa. Per questi motivi, se si vorranno davvero affrontare i problemi incombenti, il proposto «Anno della fede» aprirà aspre contraddizioni, soprattutto su due temi: che senso, oggi, dare al Vaticano II, e come annunciare alle donne e agli uomini del XXI secolo la fede (la fede, non rivestimenti teologici caduchi) nel Dio di Gesù Cristo. Luigi Sandri

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Critiche le Chiese su Rio+20.

osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO «Cultura del dialogo» tra cristiani e musulmani

È importante diffondere una cultura del dialogo interreligioso nel quadro della formazione. Vi è un gran bisogno di insegnanti formati a questo dialogo, perché non si può improvvisare. Tale cultura del dialogo deve cominciare fin dalla più tenera età per permettere ai bambini – e questo fino alla loro maturità – di tradurre nella pratica religiosa quello che vivono giornalmente nel loro ambiente scolastico e sociale. È auspicabile che questa formazione non sia assicurata unicamente dai rappresentanti delle religioni riconosciute, ma che figuri anche nei corsi di storia, di civica e di filosofia, secondo il livello scolastico. Più specificatamente, è auspicabile che, nelle parrocchie e nei centri islamici, si propongano dei corsi sul dialogo interreligioso destinati ai fedeli delle due comunità religiose. Sarebbe necessario mettere a disposizione materiale e luoghi di incontro, favorire tavole rotonde per conoscersi e convivere meglio. A livello di informazione, è indispensabile diffondere nei media azioni comuni intraprese per favorire il riavvicinamento fra le comunità e i legami sociali (dal documento sul Dialogo cristiano-islamico elaborato dal Gruppo di lavoro «Islam» della Conferenza dei vescovi svizzeri, testo italiano pubblicato dalla «Rivista della Diocesi di Lugano», n. 5, maggio 2012, pp.175-180).

Chi è protestante?

Le Chiese riformate e metodiste della Svizzera rappresentano due milioni di persone, ripartite in 26 Chiese, appartenenti alla Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera. Il Consiglio, composto di sette membri, ne è l’organo esecutivo, mentre un’assemblea di 70 delegati ne è il parlamento, organo superiore che si riunisce due volte l’anno. Per la legislatura 2011-2014 il Consiglio ha presentato sei obiettivi, denominati «Essere Chiesa protestante». Il primo tratta del «radicamento protestante»: l’anniversario della Riforma (2017) servirà a rafforzare la testimonianza protestante; si prevede una celebrazione nazionale e la redazione di un «libro della fede protestante». Il secondo obiettivo concerne la comunità protestante in Svizzera, della quale si vogliono rafforzare i vincoli tra le Chiese anche al di sopra delle frontiere linguistiche. Terzo obiettivo: l’ispirazione protestante, che la Federazione sostiene con messaggi in occasione delle feste religiose; a tal proposito è stato lanciato un concorso sulla predicazione. Con il quarto obiettivo, la Federazione afferma l’impegno nel cammino ecumenico, proponendo di rinforzare la Commissione di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera, e l’impegno nelle organizzazioni ecclesiali internazionali. Con il quinto, le Chiese protestanti vogliono partecipare al dibattito sociale, politico ed economico, rafforzando le relazioni con gli ambienti dirigenziali della società, in particolare a favore del dialogo interreligioso per mantenere la pace nel Paese. L’ultimo obiettivo assegna alle Chiese protestanti un compito di vigilanza, sia rispetto ai cambiamenti sociali che si distanziano dal Vangelo, sia per assicurare agli anziani di vivere e morire in dignità, sia affinché nella politica migratoria venga rispettata la dignità umana di tutti.

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Per le Chiese cristiane, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile Rio+20 (20-22 giugno) è stata un’occasione mancata. Un vero e proprio coro di critiche è giunto dalle organizzazioni ecclesiastiche ed ecumeniche di tutto il mondo, a cominciare dal Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC). Secondo il capodelegazione del CEC, Guillermo Kerber, il documento finale «non è uno strumento effettivo di cambiamento (…). Non mette in evidenza l’urgenza che esiste rispetto alle minacce per la vita sulla terra, come sostenuto dalla comunità scientifica. Non ha aggiornato gli impegni precedentemente presi dalla comunità internazionale, e in particolare quelli della Convenzione di Rio del 1992 sulla biodiversità, la desertificazione e il cambiamento climatico. Non ci sono nuovi e concreti impegni per il futuro». A Rio+20 si è giocato al ribasso, accordandosi sul minimo denominatore comune, a scapito del pianeta, dei poveri e dei più vulnerabili.

Ospitalità eucaristica: come i gamberi…

Un’inchiesta del mensile intercantonale «Kirchenbote» ha rilevato che in alcuni cantoni della Svizzera tedesca non viene più praticata l’ospitalità eucaristica. A Basilea-Campagna e Città, Soletta, Lucerna, Sciaffusa, Uri e Obvaldo, soltanto alcune singole chiese riformate e cattoliche si riuniscono ancora per condividere il pane e il vino. Tutte le altre prendono strade separate. Sullo slancio del Concilio Vaticano II, negli anni Ottanta e Novanta era diventata pratica comune che protestanti e cattolici celebrassero insieme la Comunione. Erano diventate il simbolo di un incontro fraterno di cristiani. Per la gioia dei tradizionalisti, tutto questo sembra appartenere al passato. Il motivo della fine di questa pratica ecumenica va ricercato nella direttiva, emessa da Roma, che proibisce la partecipazione dei cattolici alla Santa Cena. Come reazione, la Federazione delle Chiese evangeliche reputa la celebrazione in comune della Santa Cena o dell’Eucarestia con sacerdoti cattolici e pastori protestanti «non opportuna».

Luterani e riformati francesi riuniti

Formalmente l’unione sarà nel 2013, ma di fatto essa è stata già realizzata il 20 maggio, a Belfort. I 220 deputati dei sinodi della Chiesa evangelica luterana e della Chiesa riformata di Francia hanno stabilito il loro futuro quadro di vita comune. La Chiesa evangelica luterana e la Chiesa riformata di Francia si dichiarano da tempo «in piena comunione», e cioè d’accordo sull’essenziale della fede cristiana e della vita della Chiesa. La futura «Chiesa protestante unita di Francia» rappresenterà circa 350.000 protestanti. La riunione dei sinodi riformato e luterano a Belfort ha permesso di preparare la fase finale del processo di unione, iniziato nel 2007. I testi di riferimento (Costituzione, regolamento di applicazione e statuto) sono stati approvati ma dovranno essere accettati ai livelli regionale e locale della Chiesa. La prossima tappa sarà il Sinodo nazionale della «Chiesa protestante unita di Francia», convocato a Lione dal 9 al 12 maggio 2013. 460 pastori saranno al servizio della futura «Chiesa protestante unita di Francia». La loro età media è di 47 anni; il 30% sono donne.


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Eppur si muove... (l’insegnamento delle religioni nella scuola pubblica)

Grandi testi a Ginevra. Con l’anno scolastico iniziato nel settembre 2011, nella scuola pubblica del Canton Ginevra è iniziata la prima tappa dello studio dei «grandi testi», a cominciare dal primo anno del ciclo d’orientamento (scuola media). Gli allievi, durante il corso di storia, avranno, in ragione di due ore al mese, un’introduzione ai grandi testi delle diverse tradizioni religiose, politiche, filosofiche e giuridiche. Lo scopo è di permettere agli allievi di scoprire e confrontare le diverse risposte alle domande esistenziali, come la nascita del mondo, la condizione umana, la morte e l’aldilà. Col nuovo anno scolastico, l’insegnamento sarà esteso al secondo anno, con l’esposizione dei sistemi di pensiero sui quali si basa il legame sociale nelle diverse culture; al terzo anno, a partire dalla ripresa scolastica del 2013, gli allievi confronteranno diverse rappresentazioni alla base delle nozioni di alterità, diritti umani e differenze di comportamento. I testi, scelti su un dossier elaborato dal prof. Borgeaud, insegnante di storia delle religioni all’Università di Ginevra, comprende racconti mesopotamici, amerindi, egiziani, indiani tahitiani, coranici, buddisti e di autori antichi e moderni e del Vecchio Testamento. Il Nuovo Testamento sarà affrontato nel secondo anno, quando si tratterà del vivere comune e del contratto sociale, essendo gli insegnamenti cristiani sulla legge e l’amore del prossimo essenziali fondamenti della società. Agli allievi sarà insegnato a situare i testi nelle loro tradizioni, confrontandoli per conoscerne le differenze e le convergenze e interrogarsi sul mondo in cui vivono. A Ginevra il 40% circa degli allievi della scuola obbligatoria non è di origine svizzera e una migliore conoscenza del fatto religioso e della sua influenza sulla società può contribuire alla tolleranza, che presuppone la reciproca conoscenza. L’innovazione ginevrina è particolarmente significativa, perché adottata da un Cantone geloso della «laicità alla francese». In una dichiarazione al Gran Consiglio, il Consiglio di Stato aveva espresso la volontà del Dipartimento dell’Istruzione Pubblica di «rinforzare la trasmissione del fatto religioso». (da un articolo di Geneviève de Simone-Cornet, in ECHOIllustré, aprile 2012).

Un’ora di religione «pluralista». Il Quebec, cuore cattolico del Canada, ha introdotto a scuola un’ora pluralistica di religione in sostituzione degli insegnamenti confessionali di cattolicesimo e protestantesimo. La decisione, adottata dal Governo locale nel 2008, era stata contestata da alcuni genitori, ma è stata confermata dalla Corte suprema canadese. Il programma di «Etica e cultura religiosa» affronta la storia religiosa del Paese, la storia e la cultura delle religioni e l’introduzione ai valori della tolleranza e del pluralismo. L’insegnamento è obbligatorio per tutte le scuole, pubbliche o private, laiche o confessionali, e per tutti gli studenti dai dieci ai quattordici anni. Due genitori cattolici avevano chiesto che i figli ne venissero esonerati e al rifiuto dell’autorità scolastica avevano presentato ricorso, sostenendo che l’ora di religione pluralistica «significa coltivare una certa visione dei mondo non religiosa che banalizza le religioni e le presenta in un modo che scoraggia gli studenti dall’adottarne convinzioni e pratiche». Anche altri gruppi – cattolici, protestanti, ebrei – hanno sostenuto che un contatto così precoce con idee diverse da quelle insegnate in famiglia minaccia la fede dei bambini. La Corte suprema canadese a fine febbraio ha respinto all’unanimità il ricorso. Due giudici hanno riconosciuto il rischio che l’educazione al pluralismo religioso diventi illegittimo indottrinamento, ma la maggioranza ha ritenuto che non è provato il danno che può venire ai bambini da questo insegnamento. Un giudice ha scritto che «sostenere che l’esposizione del figli a religioni diverse viola di per sé la libertà religiosa dei minori o dei genitori significa rifiutare la realtà multiculturale della società canadese e disconoscere ciò che lo Stato del Quebec ritiene obbligatorio in materia di educazione pubblica». La Conferenza episcopale cattolica del Canada non ha commentato la sentenza. L’arcivescovo di Quebec, ora cardinale, Mare Ouellet, prefetto della Pontificia congregazione dei vescovi, aveva definito il nuovo programma scolastico «la dittatura applicata del relativismo, che inizia dalla scuola elementare». Lo scorso maggio, la Congregazione vaticana per l’educazione cattolica ave-

va mandato a tutte le Conferenze episcopali una lettera nella quale affermava che «si potrebbe anche creare confusione o generale relativismo o indifferentismo religioso se l’insegnamento della religione fosse limitato a un’esposizione delle diverse religioni, in un modo comparativo e ‘neutro’». (da «Iesus», aprile 2012).

Spagna e Francia. Secondo la Conferenza episcopale spagnola, la frequenza all’insegnamento religioso cattolico è del 70,2% per oltre 5,5 milioni di allievi (77,2% nelle scuole primarie e 43,4% nelle superiori). Secondo un’indagine eseguita in Francia, le scuole coraniche (generalmente inserite in una moschea) sono frequentate da 35.000 ragazzi e adolescenti. Nove istituti confessionali islamici (scuole primarie, collegi e licei) hanno un migliaio di allievi, e una dozzina di istituti superiori islamici accolgono da 3.000 a 4.000 studenti. L’insegnamento è richiesto dalle famiglie ed è la conseguenza del fatto che nelle scuole pubbliche non esiste un corso speciale per i musulmani; le autorità tuttavia non ignorano i pericoli di creare ostacoli a una pacifica convivenza.

Tronco comune in Belgio. Nelle scuole del Belgio ogni confessione (compreso il laicismo) ha diritto di tenere corsi scolastici agli allievi che li vogliono frequentare. A partire dal 2013, una parte del programma sarà identico per tutti, indipendentemente da questa scelta, sarà cioè proposto un «tronco comune», dal primo anno del ciclo primario al sesto del secondario: tuttavia non con un’ora speciale ma inserito nell’insieme dei corsi di religione e morale. La soluzione, accolta dai diversi interessati, svilupperà un programma sulle diverse dottrine religiose e laiche, l’educazione ai diritti e doveri per «vivere assieme», l’introduzione ai fondamenti filosofici e religiosi sul senso dell’esistenza, il dialogo e il confronto dei punti di vista, l’apertura alla pluralità delle opinioni, ecc. La frequenza dei diversi corsi finora offerti agli allievi varia fortemente da una regione all’altra: mentre nelle Fiandre, nel primario, la frequenza ai corsi «cattolici» è globalmente dell’82% (97% nelle scuole


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«libere» cattoliche), nella regione di Bruxelles scende al 23,7%, considerate anche le «scuole libere» (il 43% è iscritto all’insegnamento musulmano); infine in Vallonia l’insegnamento alla morale laica raggiunge nel primario statale il 37,3%. (da EREnews, 1012/1).

Opzione obbligatoria in Russia. Dopo due anni di sperimentazione, da questo autunno, i «Fondamenti di religione» diventeranno materia obbligatoria in tutte le scuole russe. Il premier Vladimir Putin ha approvato il decreto (8 febbraio 2012) con cui si introduce l’insegnamento della religione su tutto il territorio nazionale dopo la sperimentazione avvenuta in una ventina di regioni. Gli studenti delle scuole primarie e secondarie potranno scegliere di studiare o la storia di una tra le quattro religioni definite tradizionali (cristianesimo ortodosso, islam, ebraismo e buddismo), oppure frequentare corsi più generici sui «Fondamenti della cultura religiosa» o «Fondamenti di etica pubblica». Finora le lezioni si sono concentrate solo in un quadrimestre dell’anno scolastico, ma la Chiesa ortodossa ha chiesto di estenderle su tutto l’anno. Bandita durante il periodo sovietico, la religione è tornata sui banchi di scuola nell’aprile 2010, ma solo in 19 regioni, a seguito di un’iniziativa fortemente voluta dal Patriarcato di Mosca e benedetta dal Cremlino, interessato a cementare su valori comuni l’identità nazionale. Fin dall’inizio, l’idea ha sollevato forti critiche in Russia, paese che ha sperimentato settant’anni di ateismo di Stato e dove convivono diverse etnie e religioni. «Penso sia sbagliato dividere i bambini in gruppi secondo la fede religiosa – ha dichiarato Ivar Maskurov, esperto di religioni – potrebbe causare molti problemi». Un’altra obiezione sollevata dai critici della religione a scuola è la mancanza di insegnanti qualificati e di validi libri di testo: lo ammette Elena Romanova, responsabile dell’insegnamento della religione al Ministero dell’istruzione pubblica. Lo scetticismo del mondo laico non è condiviso da quello religioso: non solo il Patriarcato di Mosca, ma anche la comunità musulmana ha sostenuto il progetto. A febbraio 2012, per ordine di Putin, il Ministero ha dato il via ai corsi di formazione per gli insegnanti di religione, mentre a marzo le famiglie hanno dovuto decidere a quale corso iscrivere i figli. (da EREnews 2012 – 1).

cronaca

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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

La scelta del nuovo vescovo. A distanza di un anno delle dimissioni, per raggiunti limiti d’età di mons. Pier Giacomo Grampa da vescovo di Lugano, finalmente sembra che si avvierà la procedura per la successione. I cattolici luganesi non sembrano particolarmente interessati alla vicenda, anche perché mons. Grampa non ha cessato la sua frenetica attività, con presenze verbali, scritte e di persona. A condurre le cosiddette «consultazioni» è il nunzio apostolico, da poco entrato in carica e giustamente necessitante di tempo, ma anche di informazioni e consigli. «Dialoghi» chiede, come fa dal 1968 (!), che si proceda a una vera e onesta consultazione, estesa per quanto possibile a tutto il «popolo di Dio», che dopo il Vaticano II esige il rispetto dei suoi diritti-doveri, come li indica anche il Codice di diritto canonico. Per essere veramente una consultazione «democratica» (pardon!, comunionale…), occorre che non sia coperta dal segreto: la prima condizione per una scelta seria è di dare sufficiente informazioni. Quindi è necessario (come ripetutamente richiesto) che, dopo una prima indicazione di possibili candidati (con ampia facoltà per tutti di indicare i nomi), almeno i consigli diocesani (presbiterale e pastorale), abbiano la possibilità di esprimere un preavviso, eventualmente con votazione segreta, sulla rosa dei presbiteri risultati tra i più segnalati per «servire» la Chiesa luganese. «Dialoghi» si riserva di promuovere una libera consultazione, qualora ritenesse insoddisfacente la procedura seguita in sede ufficiale. Il denaro è per l’uomo. I Vescovi svizzeri, per la penna di mons. Marcus Büchel, vescovo di San Gallo e nuovo presidente della Conferenza episcopale, hanno pubblicato una lettera collettiva in occasione del Primo d’Agosto, per ricordare agli svizzeri che «il denaro è per l’uomo e non viceversa». «Dal punto di vista cristiano è fondamentale sapere per quale attività commerciale un capitale è investito». Si pagano equamente gli operai? Si rispettano le risorse naturali? I diritti umani? La dignità dei lavoratori ? Domande «da incompetenti» per economisti e speculatori, ma inevitabili per ogni cri-

stiano, anzi: per ogni essere umano. Poi i consigli, per ognuno: «Accontentarsi del necessario è un’arte che dobbiamo riscoprire nei nostri Paesi altamente industrializzati». Viene citato san Basilio: «Il pane di cui non ti servi è il pane degli affamati, l’abito appeso nel tuo armadio è l’abito di chi è nudo; il denaro che tieni nascosto è il denaro dei poveri; le opere buone che non compi sono altrettante ingiustizie che fai». La lettera è stata ripresa e commentata efficacemente da mons. Grampa, in occasione della messa celebrata il 1. agosto sul Passo del San Gottardo.

Nuovo presidente dei vescovi svizzeri. Mons. Markus Büchel, 63 anni, vescovo di San Gallo dal 2006, è stato nominato presidente della Conferenza dei vescovi per il periodo 2013-2015, in sostituzione di Norbert Brunner, vescovo di Sion, giunto al termine anche del suo mandato episcopale per limiti di età. Vicepresidente è stato designato Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo; l’ausiliare di Basilea Denis Theurillat completa l’ufficio presidenziale. Meno soldi alla giustizia. Per motivi finanziari, i Vescovi svizzeri hanno ridotto drasticamente il personale assegnato alla Commissione nazionale «Giustizia e Pace», incaricata di occuparsi dei temi sociali e dei diritti umani. La commissione, composta in gran parte di laici che prestano gratuitamente la loro collaborazione, è stata istituita, come altre (esiste un comitato di coordinamento europeo), a seguito del Concilio Vaticano II: averle ristretto i mezzi non è certo un incoraggiamento a una sottolineatura della Gaudium et spes in una Svizzera ricca e… spilorcia con i poveri, locali e mondiali. Alcuni membri hanno annunciato le dimissioni, tra essi il cappuccino Martino Dotta, presidente della Commissione. Una Dieta svizzera. Il 25 agosto si è costituita a Niederuzwil (S. Gallo) l’associazione Tagssatzung.ch, che discute il tema: «Gioie e speranze, tristezza e paura degli uomini del 2012, sfide nella Chiesa e nella società». La Dieta svizzera vuol essere lo sviluppo di quella basilese,


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presieduta dal cappuccino Adrian Müller, interessando membri di altri cantoni. Un gruppo di lavoro ha redatto un testo sul tema «Un nuovo linguaggio religioso»; si è discusso della costituzione conciliare Gaudium et spes, delle relazioni tra Chiesa e società, nonché della riorganizzazione finanziaria decisa dalla Conferenza dei vescovi svizzeri, che ha penalizzato in modo grave la Commissione «Giustizia e pace». Conferma francescana. Fra’ Mauro Jöhri, grigionese di Bivio ma ticinese per amicizia, è stato rieletto ministro generale dei Frati cappuccini, e così resterà lontano dal Ticino ancora per altri sei anni. Ci complimentiamo con lui e con i suoi frati ma continuiamo a sperare nel suo ritorno, al servizio della provincia svizzera. Intanto accogliamo fraternamente il soccorso di frati polacchi e indiani: già don Milani aveva previsto l’arrivo di missionari cinesi per rievangelizzare l’Europa!

«Non mi avete accolto». Avranno qualche difficoltà a mostrare la faccia quei cattolici che dovranno giustificare, il giorno del Giudizio universale, perché non hanno accolto il forestiero (rifugiato o zingaro) come insegna il Vangelo, non riconoscendo in esso il loro Signore che nel «Padre Nostro» ci fa fratelli di tutti gli uomini. Si può sostenere con ragione che in Svizzera non possiamo accogliere tutta l’umanità bisognosa, ma molte delle motivazioni, invocate da autorità o da singoli, per rifiutare edifici da destinare agli «asilanti», o terreni per ospitare temporaneamente carovane, denotano una ostilità radicale al diverso o almeno una totale indifferenza ai bisogni altrui e una clamorosa mancanza di comparazione tra la nostra ricchezza e la povertà e le necessità degli altri. Sembra che nel Ticino, cristiani e non, siano tutti della stessa… Lega. Particolarmente ingiustificata è l’ostilità dimostrata nei confronti dei nomadi, che mancano ancora di luoghi attrezzati di sosta in Ticino, mentre nella Svizzera tedesca ne esistono una trentina, e in Romandia almeno quattro. È questa l’unica soluzione umana e cristiana (oltretutto richiesta dal diritto internazionale) per porre fine a inconvenienti e dispute deplorevoli.

Notifiche al Vescovo. Il Consiglio di Stato ticinese propone di respingere l’iniziativa parlamentare che vorrebbe

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abolire l’obbligo delle autorità di avvisare il Vescovo nel caso di un procedimento penale verso un prete. Viene inoltre proposto di estendere l’obbligo di notifica alle competenti autorità nel caso di un procedimento verso un pastore evangelico, fissando un termine massimo di tre mesi. Molto bene, o quasi: come diceva padre Cristoforo, sarebbe meglio che non ci fosse necessità né di procedimenti né di notifica.

«Vade retro». Quanto comparvero nel Ticino le prime biciclette, il Sinodo diocesano di Lugano del 1910 ne proibì l’uso ai preti, ritenendole sconvenienti (lo ha ricordato don Carlo Cattaneo sul «Giornale del Popolo» del 16 giugno). Ora, nella Nuova Zelanda, i vescovi hanno ricordato ai preti l’obbligo di usare nelle cerimonie liturgiche il messale, vietando di sostituirlo con gli i-pads o altri aggeggi elettronici. È per promuovere la vendita della nuova edizione, oppure si vuole contrastare la diffusione di nuove «diavolerie»?

Al suono dei tamburi… Parecchie centinaia di africani residenti in Svizzera si sono incontrati ad Einsiedeln, a fine agosto, per il loro secondo pellegrinaggio, su iniziativa della Commissione Migratio. Al suono dei loro strumenti tradizionali hanno condecorato l’eucarestia, presieduta da mons. Eleganti, ausiliare di Coira, mentre una preghiera finale è stata recitata davanti alla cappella della «Vergine nera», a loro particolarmente cara.

Preti conviventi. Secondo la presidente (Gabriella Loser Friedli, convivente dal 1974 e sposata dal 1994 con un ex religioso domenicano) dell’Associazione delle donne conviventi con un prete cattolico (Zöfra), sono circa 140 i preti con una relazione femminile clandestina, in aumento a seguito della presenza di preti giovani d’origine africana, asiatica o sudamericana. Particolarmente preoccupante è la situazione della donna e dei figli quando viene scoperta la relazione irregolare e il prete deve lasciare la Svizzera, venendo meno il permesso di lavoro. L’associazione Zöfra, fondata nel 1987, conta 2500 membri (donne, preti e simpatizzanti) e cerca di aiutare queste famiglie. Si constata però che la situazione dei preti tenuti al celibato ma con relazioni clandestine peggiora sempre più.

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Proposta antisociale. I giovani radicali grigionesi hanno promosso un’iniziativa popolare, raccogliendo le oltre 4.000 firme necessarie, per abolire la cosiddetta «imposta di culto» delle persone giuridiche. Le 9.500 imprese dei Grigioni versano alle due Chiese, evangelica e cattolica, circa otto milioni di franchi all’anno. Certo le persone giuridiche non frequentano i culti (e neppure hanno una coscienza da preservare!), ma le Chiese cantonali prestano molti servizi a favore del pubblico, e se le imprese non pagano più, aumenterà l’imposta richiesta a tutti gli altri contribuenti. Così le imprese potranno aumentare i salari dei propri dirigenti… Bravi giovani radicali!

Un cardinale libero. Mons. Henry Schwery, già vescovo di Sion (19771995) e dal 1991 cardinale, ha compiuto lo scorso 14 giugno ottant’anni e ha rilasciato una lunga intervista all’agenzia Apic, in cui non lesina critiche alla Curia romana, che conosce bene come membro di ben cinque dicasteri, che lo tenevano impegnato a Roma in media una settimana al mese. Occorre proseguire la sua internazionalizzazione, ma con vescovi che hanno svolto funzioni pastorali (e non solo burocrati come la maggior parte degli italiani, ancora troppo favoriti nelle recenti nomine di Papa Benedetto XVI). Sul caso Lefebvre (a lui noto perché Ecône era nella sua diocesi), ritiene che il contrasto sia fondamentalmente politico perché si tratta, da parte dei dissidenti, del rifiuto della modernità (Stato laico, libertà religiosa, ecc.), e su questo argomento molti prelati italiani sono «ingenui», se non consenzienti. Come il card. Sodano, già segretario di Stato con papa Wojtyla, che a suo tempo convocò «per un esame» i candidati alla guida del governo italiano! (Apic, 6 giugno, n. 158).

Il pilota, e poi? Il teologo protestante Erich Fuchs e il pastore Virgile Rochat, in collaborazione con la Facoltà di teologia dell’Università di Ginevra, hanno dibattuto, lo scorso 20 aprile, sul tema: «C’è ancora un pilota sull’aereo? I protestanti cercano la rotta». Più volte negli ultimi tempi i protestanti svizzeri si sono interrogati sulla loro identità e sul loro futuro. Sul pilota non ci dovrebbero essere dubbi: è Gesù Cristo, ma poi bisogna badare dove mettere i piedi, invece di volare. Come insegnava José Comblin, il «teologo della zappa».


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone

Nuova evangelizzazione. La notte di Pasqua, nella chiesa di San Nicolao a Lugano-Besso, il vescovo Giacomo Grampa ha amministrato i segni dell’inizio cristiano (battesimo, cresima, comunione) a una decina di adulti. Il Vangelo è ancora «buona Novella» in Ticino, non solo per gli infanti.

Le vie del Signore. Daria, della nostra redazione, ha vinto il premio «Belle Notizie» indetto dalla trasmissione televisiva «Strada Regina». Grazie a «Dialoghi», a «Nonviolenza», o c’è la coda del «Diavolo»?

Allegria. L’ultima settimana di agosto, gli abitanti del quartiere basilese attorno alla chiesa di Santa Elisabetta, invece dell’abituale suono delle campane, hanno avuto una «prestazione artistica» di alcune sonore risate. Così, dalle 10 del mattino alle 18, ogni quarto d’ora, al posto del rintocchi, il campanile si metteva a ridere, e ad ogni ora piena eseguiva una «melodia di risate» più sonora. Chi dice che la Chiesa è afflitta da musoneria?

Sposi e vescovi felici. Più di 230 coppie della diocesi di Basilea hanno celebrato felici, il 1. settembre a Frauenfeld (Turgovia), il cinquantesimo del loro (speriamo) consolidato matrimonio, presente il vescovo Gmür di Basilea, felice di fatto e non solo di nome. Dalla teologia all’economia. Economiesuisse (l’associazione padronale dell’industria svizzera) sarà diretta dal 1. ottobre dal teologo riformato Rudolf Werli, dottore in teologia, filosofia e germanistica e assistente dal 1974 al 1978 al seminario teologico di Zurigo. Che l’economia svizzera diventi più cristianamente solidale?

Votare per le donne prete. Il Foglio ufficiale del Cantone di Basilea Città ha reso noto che l’iniziativa, promossa nella Chiesa cantonale cattolica romana, ha raccolto 878 firme valide e pertanto i cattolici del Cantone saranno chiamati a votare sulla possibilità di ordinare donne al presbiterato. La votazione ha solo carattere consultivo, non avendo le Chiese cantonali (organismi di diritto statale) competenza di modificare le condizioni di ammissione ai ministeri ecclesiastici. Tuttavia del risultato non si potrà non tenere conto, mentre si celebra il cinquantesimo del Concilio Vaticano II che ha riscoperto la Chiesa «popolo di Dio» e l’uguaglianza fondamentale tra tutti i battezzati.

Tutti cristiani. Nella loro 296. Assemblea, svoltasi ad Einsiedeln all’inizio di giugno, i vescovi svizzeri hanno espresso l’intenzione di proporre il riconoscimento reciproco del battesimo per tutti i membri della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera (CTEC). Attualmente la reciprocità vale solo tra le Chiese cattolica romana, protestante e cattolica cristiana, e il progetto di estendere il riconoscimento realizza una indicazione contenuta nella Carta ecumenica, firmata dai membri della CTEC nel 2005. Non è mai troppo tardi!

Miliardi per lo sviluppo. Finalmente il Parlamento svizzero ha compiuto un gesto (quasi) generoso a favore dello sviluppo, approvando un contributo di 11 miliardi su

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quattro anni destinati alla cooperazione internazionale. Seppure non si sia ancora raggiunto lo 0,7 % del prodotto nazionale lordo, come deciso a livello mondiale quale obiettivo per combattere la povertà mondiale (ma solo gli Stati scandinavi rispettano l’impegno…), la Svizzera con lo 0,5 % è nella media europea. Che dire? Bene, bravi. Ma è solo una parziale restituzione dei 20 milioni di franchi dell’attivo 2010 della bilancia commerciale con il Terzo mondo, e dei 5 miliardi di evasioni fiscali in provenienza ogni anno dal Sud e dall’Est del mondo! Secondo Alliance-Sud (consorzio delle organizzazioni per lo sviluppo), si tratta di un franco al giorno per ogni svizzero. Ma è vero che non bisogna strafare…

È… in Germania! La stampa inglese ha pubblicato un documento, sottoscritto da 140 preti di Friburgo, che dichiarano di voler dare la comunione ai cattolici divorziati risposati. Dopo un momento di sorpresa (e di panico?), la Curia sulle rive della Sarine ha accertato che si trattava di preti della arcidiocesi (ci mancherebbe …) di Freiburg in Breisgau. Una grana di meno per il Nunzio papale a Berna, che può continuare a occuparsi dell’organizzazione del ricevimento d’inizio anno a Palazzo federale. D’accordo, dovrebbe anche provvedere a selezionare due nuovi vescovi, ma con calma, perdio!, la Chiesa è eterna.

Ha tanti numeri. Il cardinale arcivescovo di Parigi si chiama André Vingt-Trois e certamente, grazie al suo nome, ne vale… molti di più, tant’è che i suoi confratelli (non il Papa) l’hanno nominato presidente della Conferenza episcopale. In una intervista rilasciata alla radio «Notre-Dame» ha detto che le recenti vicende di fughe di documenti dal Vaticano sono motivo di turbamento per tutti i cattolici: «Tutto ciò è ben triste, specialmente per Benedetto XVI, che vede tradita la fiducia che accorda all’ambiente che lo circonda». La stessa organizzazione della Curia romana non è più dal cardinale ritenuta adeguata al funzionamento attuale della Chiesa. Quanto poi al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato (un chilometro quadrato…), non c’è bisogno di corvi per immaginare che, avendo 78 anni, dovrà presto lasciare l’importante funzione. I romani dicono: «Morto un papa, se ne fa un altro»: vale anche per i segretari, anche quelli di Stato.

Solidarietà. A due riprese, una ventina di guardie svizzere, in servizio in Vaticano, si sono recate a Carpi, presso Modena, per aiutare la popolazione colpita dal terremoto del 20 maggio, prestando servizio nell’ospedale e aiutando a montare tende. Un servizio volontario, a loro spese, senza alabarde né morioni, e certamente apprezzato da tutti. Generosa anche la risposta dei cattolici ticinesi che, sollecitati dal Vescovo Grampa, hanno donato quasi 150.000 franchi per le chiese sinistrate delle diocesi emiliane.

Contro la mafia. La Congregazione per le cause dei santi ha riconosciuto il 28 giugno il martirio di don Giuseppe Puglisi, assassinato dalla mafia di Palermo il 15 settembre 1993, in strada, con un colpo di pistola alla nuca. Don Puglisi era parroco di San Gaetano, una parrocchia nel quartiere di Brancaccio, e cercava di sottrarre i ragazzi alla strada (e quindi alla mafia), turbando gli interessi dei boss locali. Benedetto XVI, parlando al clero di Palermo nel 2010, aveva citato don Puglisi quale esempio di impegno. Come mons. Romero, no ?


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Carlo M. Martini (1927-2012): senza paura, per la vita di tutti Chi è stato Carlo Maria Martini? Anche per chi, come me, era adolescente quando fece il suo ingresso a Milano da arcivescovo, ma poi l’ha conosciuto di persona, a dieci anni dalla conclusione del suo servizio episcopale milanese, durato oltre ventidue anni, è possibile tentare alcune riflessioni sull’apporto illuminante che quest’uomo «di Chiesa e di umanità» ha offerto in tanti anni di vita culturalmente assai operosa. di Ernesto Borghi

L’attenzione alle Scritture ebraiche e cristiane è stata l’architrave della sua vita, secondo una direttrice scientifica ed eminentemente esistenziale. Carlo Maria Martini, forte della ricchezza e libertà interiori donategli da un confronto pluridecennale, rigoroso ed appassionato con queste radici della cultura universale, le ha considerate come modello di contenuto e metodo da proporre coraggiosamente e tenacemente a sé e ad altri per guardare alla realtà della vita quotidiana. Uno tra i tanti esempi luminosi di questa sua capacità di approccio complessivo si trova nella lettera pastorale Sto alla porta (n. 39), dove la riflessione condotta a partire da Mt 25,37ss conduce l’arcivescovo ad affermare: «È importante operare partendo da valori cristiani, ma sforzandosi di arrivare a gesti che, senza perdere nulla del mordente evangelico, raggiungano l’uomo in quei valori profondi che sono previ a qualunque confessionalità e comuni a tutti gli uomini. Bisogna esprimere concretamente la carica di umanizzazione che si radica nella fede in Cristo. Essa ha un’origine che non potremmo negare senza negare noi stessi e senza farci vanto di ciò che non è nostro (cfr. 1Cor 4,7); poiché è puro dono di Dio siamo chiamati a comunicarla a ogni uomo attraverso diversi modi e diverse forme culturali».

Carlo Maria Martini ha mirato incessantemente a mostrare in re quanto i testi biblici possano essere significativi per la vita di qualsiasi essere umano, quali che siano la sua formazione e le sue convinzioni religiose, filosofiche, sociali e politiche. Impegnato a indicare una via di approccio alla Bib-

bia estranea a qualsiasi tecnicismo e fondamentalismo, come ad ogni superficialità e faciloneria divulgativa, Martini, nel corso di migliaia di interventi sia in ambienti ecclesiali tout court sia in tanti altri ambiti della società civile, si è dedicato a proporre costantemente la strada maestra del confronto con la radicalità della fede cristiana. Il suo confronto è stato essenzialmente corretto perché si è posto all’ascolto intelligente e generoso delle fonti per trarne indicazioni che dessero libertà e senso di responsabilità all’esistenza di tutti. Le sue lettere pastorali, varie edizioni della «cattedra dei non credenti», alcune annate della «scuola della Parola» per giovani e adulti e parecchie omelie alla vigilia della ricorrenza di Sant’Ambrogio sono momenti culturalmente esaltanti di questa attenzione distintiva del suo ministero episcopale e della sua azione culturale. Varie pubblicazioni e molti interventi degli ultimi dieci anni, sino a qualche settimana prima della morte, non hanno fatto che proseguire questa attenzione intimamente e profondamente formativa. Molti, anche nella Chiesa cattolica, stentano a cogliere il valore aggregante dell’attenzione alla Bibbia, al di là delle divisioni sociali, culturali e politiche, sulla strada della ricostruzione di un’identità individuale e collettiva creaturalmente umana. Ciò avviene fors’anche perché non hanno una frequentazione biblica sufficiente per rendersene conto. Il card. Martini ha indicato ripetutamente l’importanza di questa consapevolezza interculturale e la necessità di perseguirne gli obiettivi fondamentali. Non si nascondeva le difficoltà realizzative, ma ne mostrava le enormi positività, per l’innalzamento della qualità della vita collettiva e per un’azione ecclesiale capace di essere davvero evangelizzatrice, dunque in grado di rendere ragione positiva della bellezza e bontà gioiose del Vangelo per la quotidianità di tutti, senza indottrinamenti e moralismi di alcun genere. Nella Chiesa cattolica di oggi troppo spesso prevale la paura di fronte alle sfide pastorali che la vita impone. Sembrano aumentare le difficoltà a individuare le priorità formative reali in una progettazione ed azione pastora-

le matura ed intelligente, che sia conscia delle ricchezze della tradizione – e se la Bibbia non ne è il momento fondamentale, non si capisce che cosa lo sia – per valorizzarne il meglio, per costruire un futuro degno dell’essere umano. In uno scenario ecclesiale non tanto ricco di voci autorevoli in grado di indicare vie improntate alla libertà generosa e responsabile, Martini ha saputo dire sovente parole tanto significative da suscitare attenzione a raggio assai ampio, secondo un umanesimo del cuore e della mente, senza paure e senza grettezze. Ne è uscita un’idea di cristianesimo radicalmente evangelico, preoccupato di rendere gli esseri umani, in tutta libertà, «sale della terra» e «luce del mondo», senza per questo voler trasformare il mondo in una saliera e la Chiesa in una sorgente di luce abbagliante e spersonalizzante. I testi biblici possono interpellare gli individui nei recessi della loro coscienza e spalancare dinanzi a loro orizzonti di senso e di impegno esistenziale spesso imponderabili. Martini lo sapeva bene e ha puntato a indicare tutto ciò a quanti è riuscito a raggiungere con i mezzi più vari, guardando ai cristiani di altra confessione, ai credenti non cristiani e a chi proviene da ispirazioni culturali religiosamente non connotate: tutti trattati come interlocutori effettivi e come compagni di umanità degni di essere ascoltati, capaci di dialogo autentico sul senso della vita. Tutto quello che di giustamente e notevolmente lusinghiero ho detto sinora non può esimermi dal rilevare un fatto che è facile riscontrare: la diffi-


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coltà palesata dal card. Martini nel mettere in condizione, anzitutto il territorio ambrosiano, di disporre di persone, organi ed istituzioni sempre più capaci di proporre il confronto con la Bibbia e, più generalmente, con la teologia da lui proposta e vissuta. Ovvio era ed è il rispetto totale dovuto da tutti all’autonomia di istituzioni quali la Facoltà teologica di Milano e l’Università cattolica del Sacro Cuore. Tuttavia l’arcivescovo Martini è stato, di diritto e per ventidue anni, gran cancelliere dell’una e membro del consiglio di amministrazione dell’altra, dopo aver diretto per vari anni due delle istituzioni universitarie cattoliche più prestigiose nel mondo. Vengono spontanee due domande: egli si è sempre impegnato a fondo in «battaglie» nelle quali la sua autorevolezza scientifica e la sua esperienza nel campo del coordinamento accademico avrebbero potuto contribuire a rendere significativa per la cultura di tutti la Facoltà teologica in questione e a creare spazi di riflessione teologica ampi dall’Università Cattolica verso il mondo? Martini ha gettato uno sguardo propositivo, magari anche dietro le quinte, alla situazione degli insegnamenti di discipline bibliche e di introduzione alla teologia nell’ateneo di Largo Gemelli, per fare quanto possibile al fine di valorizzarne il ruolo, l’incidenza generale e la rilevanza culturale? Dico tutto questo anche perché, nei due incontri che ebbi la gioia e l’onore di avere con lui molti anni fa, quan-

Attenzione al nucleo del messaggio biblico

Il cardinal Martini non ha mai cercato di «convertire» nessuno, ma di testimoniare la sua fede, convinto che il messaggio cristiano sia comunicabile anche all’uomo di oggi, partendo dalla sua sensibilità, dai suoi bisogni e dal suo linguaggio. Molti cattolici hanno riposto in lui speranze di rinnovamento e di riforma che ritenevano e ritengono attualmente deluse. A chi gli esprimeva questa delusione egli rispondeva volgendo l’attenzione al nucleo del messaggio biblico e raccomandando di concentrarsi su di esso invece di coltivare frustrazioni periferiche e non essenziali. Egli mancherà a molti cattolici e non. Rimangono i suoi scritti, densi e per nulla peregrini, come la sua eredità più significativa. Alberto Bondolfi («L’Adige», Trento)

do già insegnavo materie bibliche (quaranta minuti per volta, a tu per tu, nel suo appartamento nell’arcivescovado di Milano), mi permisi di presentargli io stesso questi problemi ed ebbi la chiara percezione che ne fosse del tutto consapevole… Forse, però, per essere incisivo in questi ambiti, avrebbe dovuto essere una sorta di Titano…

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Tant’è. Carlo Maria Martini, intellettuale aperto al mondo e uomo di Chiesa dal cuore e dalla mente sensibili, ha permesso a tantissime persone di far crescere in sé la convinzione che il Vangelo sia la buona e bella notizia di un dato fondamentale: l’amore di Dio per gli esseri umani è vero e può cambiare realmente in meglio la vita di tutti e per tutti. Martini ha insegnato ciò, con le sue parole e con la sua esistenza, sino alla fine. Senza complessi di inferiorità o di superiorità, con l’ottimismo di una volontà generosa ed intelligente che mira a cercare di realizzare «qualsiasi cosa Lui vi dica» (Gv 2,5), perché dall’ascolto esistenziale della Parola di Dio si può andare alla scoperta sempre nuova del senso della propria vita in dialogo effettivo con chiunque*. L’avvenire rivelerà al mondo uomini di Chiesa di questo livello culturale e pastorale? Senza mitizzare lo scomparso, ma essendo consapevoli della sua straordinaria levatura globale, rimane lecito sognare... * Per un punto di riferimento globale del pensiero e degli scritti di Martini si veda il volume: C.M. Martini, Le ragioni del credere, Mondadori, Milano 2011. Una breve e significativa antologia di passi martiniani è contenuta nell’editoriale di «Parola&parole» (20/2012), pubblicato qualche settimana fa, periodico ufficiale dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana e dell’Associazione Biblica Euro-Mediterranea. Chi desiderasse ricevere questa pubblicazione (fr 8.- la copia, spese di spedizione comprese), può rivolgersi a: Absi – via Cortivallo 11 – 6900 – Lugano – tel. 091 993 32 59 – info@absi.ch

SONVICO - Un viaggio dalle origini ai giorni nostri a cura di Paolo Crivelli e Silvia Ghirlanda con la collaborazione di Graziella Corti e Ivano Proserpi Questo libro racchiude la storia di Sonvico e, attraverso le sue pagine, il lettore compie un viaggio che inizia nella notte dei tempi e giunge fino al novembre 2011 con l’accettazione in votazione popolare della sua fusione con Lugano. Nel mezzo di questi due estremi, Sonvico, prima castellanza poi comune, deve far fronte a molti cambiamenti, situazioni drammatiche, difficoltà economiche e socio-sanitarie senza dimenticare quelle legate all’istruzione. Una storia che evolve nel corso dei secoli, all’inizio lentamente poi sempre più velocemente, cambiando la fisionomia di Sonvico, da comune agricolo e pastorizio a comune residenziale; destino che accomuna molte realtà della fascia urbana luganese e non solo. Formato 18 x 25 cm, 440 pag. con foto a colori e in b/n, Fr. 39.–

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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

CL non fa scola. Mons. Julian Carron, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha indirizzato al Nunzio in Italia, durante la consultazione per il nuovo arcivescovo di Milano, una lettera per postulare la nomina di Angelo Scola, «unica candidatura che mi sento in coscienza di presentare». La raccomandazione era preceduta da un elenco in sette punti (come i vizi capitali?) di critica alla Chiesa ambrosiana, chiedendo «per tutte queste ragioni, l’esigenza e l’urgenza di una scelta di discontinuità significativa rispetto all’impostazione degli ultimi trent’anni». Il card. Scola ha ritenuto di smentire pubblicamente il presidente ciellino, ricordando, il 2 giugno, in Duomo, presente il Papa, che «l’eredità del lungo e ricco ministero del cardinale Carlo Maria Martini e di quello del cardinale Dionigi Tettamanzi sono gli esempi più manifesti della sagace azione ecclesiale che ho ricevuto e che sto facendo mia nell’assunzione del compito che la Santità Vostra ha voluto affidarmi». Sulla triste vicenda (col testo integrale della impertinente lettera del presidente ciellino), il conseguente imbarazzo in Curia e le reazioni degli ambrosiani, vedi «Il Regno attualità» del 15 giugno 2012. Il direttore, Gianfranco Brunelli, osserva come «Carron, che non conosce personalmente la situazione ambrosiana, sia stato male consigliato», ma ciò evidenzia un problema ecclesiologico: «Il movimento di CL continua dopo tanti anni a ragionare in termini di appartenenza a se stesso, di autoreferenzialità e non ancora, definitivamente, in termini di servizio e di condivisione nella Chiesa locale».

Otto per mille all’italiana. In continuo aumento, in Italia, coloro che scelgono di destinare l’8 per mille del gettito dell’imposta alla Chiesa valdese. Nel 2008 furono 413.000, cioè venti volte il numero dei valdesi. Si ritiene che in gran parte (oltre il 50%) siano agnostici o non credenti, ma che vi sia pure un 25 % di cattolici che scelgono la Chiesa protestante perché preferiscono la destinazione da lei scelta (gli oltre 12 milioni di euro nel 2011 destinati unicamente per la cultura o la solidarietà) o per marcare il dissenso dall’ interventismo politico della Chiesa cattolica o dall’utilizzazione che fa di tutto quel denaro (sugli oltre

1.100 milioni di euro ricevuti nel 2011, solo il 21% è stato destinato ad azioni di solidarietà – 85 milioni al Terzo Mondo – mentre il 42% è stato speso per il culto e la pastorale, e il 32% al sostentamento del clero). Questo utilizzo è in clamoroso contrasto con i contenuti degli spot televisivi «Chiedilo a loro». Contro tale campagna di disinformazione è stata presentata una denuncia alla Autorità garante della concorrenza. Verso le elezioni in USA. Difficile la scelta dei cattolici tra i due contendenti, nella prossima elezione del presidente degli Stati Uniti. I vescovi cattolici sono da tempo in polemica con l’Amministrazione Obama, per la politica sanitaria (che impone la copertura delle spese dell’aborto) ma hanno condannato le proposte liberiste del candidato repubblicano alla vicepresidenza, che si presenta come cattolico e seguace della dottrina sociale di Benedetto XVI. Nel passato in genere i cattolici statunitensi hanno votato in maggioranza per i democratici, a causa della loro provenienza da immigrati poveri (irlandesi, italiani, ispanici): ora, però, almeno in parte, sono benestanti o ricchi.

Il Vaticano non c’entra. Un giudice federale di Portland (Oregon, USA) ha stabilito che il Vaticano non poteva essere ritenuto il datore di lavoro di tutti i preti del mondo, dunque in parte responsabile dei loro crimini e perciò tenuto a risarcire le vittime dei pedofili. Secondo l’avvocato difensore del Vaticano, questa decisione dovrebbe regolare definitivamente la questione. Ma il vescovo cattolico di Kansas City è stato condannato a due anni di prigione, sospesi condizionalmente, per non avere denunciato alla polizia un prete in possesso di materiale pornografico. Il vescovo aveva sostenuto di non ritenersi responsabile giuridicamente: dopo la condanna si è scusato e ha deplorato il male causato. Anche il vescovo di Oakland (California), prima di occupare la nuova cattedra dell’arcidiocesi di San Francisco, ha passato una notte in prigione, essendo stato sorpreso, il 26 agosto, a San Diego, a guidare in stato di ebrietà mentre accompagnava a casa sua madre dopo una cena tra amici. Liberato prestando una cauzione di 2500 dollari, si è scu-

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sato coi suoi diocesani con un comunicato stampa, dicendosi dispiaciuto per il disonore provocato alla famiglia e alla Chiesa, e pregando perché «Dio, nella sua saggezza impenetrabile, trasformi l’accaduto in qualcosa di buono» (APIC, 29 agosto e 7 settembre).

Sentenza liberatrice. Una corte indiana ha dichiarato incostituzionali alcune norme della legge anti-conversione dello Stato indiano di Himacal Pradesh, statuendo che «una persona ha non solamente il diritto alla libertà di coscienza, il diritto di professare una fede, il diritto di modificare la sua fede, ma anche il diritto di tenere segrete le sue convinzioni». Parecchi Stati indiani hanno, dal 1967, introdotto leggi limitative, in vario modo, della libertà di coscienza, che vengono utilizzate da estremisti indù per accusare i cristiani di proselitismo (APIC, 31 agosto).

Riconoscimenti all’Islam. La città di Amburgo ha stipulato un contratto con quattro associazioni di musulmani e di aleviti (specialmente turchi) per cui, in compenso del pieno riconoscimento dei valori della Costituzione tedesca e dell’uguaglianza tra uomini e donne, ricevono la qualifica di «comunità religiose di diritto pubblico», con diritto a tre festività ufficialmente riconosciute (ma da ricuperare) e uno spazio per corsi nelle scuole, da definire in collaborazione tra città e associazioni per un periodo di prova di cinque anni. In diversi Länder tedeschi si attuano da tempo soluzioni pragmatiche su temi specifici, favorendo l’integrazione; dal 2006 esiste una Conferenza tedesca sull’Islam, mentre quattro università sono state incaricate di sviluppare formazione e programmi islamici. Nel Nord della Germania, dove vivono 320 mila giovani di fede mussulmana, i corsi di religione per loro sono iniziati nel 2012 in 44 scuole primarie (da un articolo de «La Liberté», 24 agosto 2012). Non prevalebunt. Continuano dal 1993 (sic!), anno della firma di un Accordo fondamentale tra Israele e la Santa Sede, le discussioni per regolamentare il trattamento fiscale dei beni della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni da parte delle autorità israeliane. In discussione vi è è anche l’utilizzazione della «sala del Cenacolo» che i cristiani possono solo visitare e dove vorrebbero celebrare l’Eucarestia, concessa attualmente solo per il Giovedì Santo e per la Pentecoste. Le


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trattative proseguono con grande impegno «turistico» dei diplomatici delle due parti.

Un pulpito tarlato. Mons.Fisichella, presidente del Consiglio pontificio per la promozione della nuova evangelizzazione, presentando ufficialmente il 21 giugno in Vaticano l’Anno della fede –che avrà svolgimento dall’ottobre 2012 al novembre 2013 – ha detto che esso «si inserisce in un contesto più ampio, segnato da una crisi generalizzata che tocca anche la fede». «L’uomo contemporaneo non sa più dove situarsi […], colpa di decenni di secolarizzazione, di autonomia individuale, di indipendenza da ogni autorità rivelata, che fa vivere come se Dio non esistesse», per cui «molti non sentono l’assenza di Dio come una mancanza da colmare», e via denunciando. Forse sarebbe il caso di «contestualizzare», come per esempio fece Monsignore a proposito delle bestemmie di Berlusconi, né il rimedio può essere praticare la politica della Lega di Bossi, dal medesimo Monsignore giudicata conforme alla dottrina sociale cattolica! Forse è vero che non c’è più fede, ma in qualche caso manca anche il pudore. Sul numero del 15 luglio del «Regno Attualità», il teologo Severino Dianich esprime diverse fondamentali riserve all’Instrumentum laboris del Sinodo che dibatterà della evangelizzazione, rilevando la mancata critica alla contro-testimonianza fornita (almeno in Europa) da una «Chiesa di potere» in contrasto con la cultura democratica contemporanea, e dove il laicato, porzione maggioritaria del «popolo di Dio», è emarginato.

Condanna della mafia. L’arcivescovo di Agrigento mons. Francesco Montenegro, durante la celebrazione eucaristica in occasione della festa di S. Calogero, compatrono di Agrigento, il 1. luglio, ha detto che mafiosi «sono coloro che, usando la prepotenza e la violenza, decidono sulla vita e sulle cose altrui, sulle scelte politiche come sulle economiche. Sono coloro che per favorire guadagni illeciti e supremazia criminale hanno tutti gli interessi a incrementare il clientelismo, il controllo sociale, l’emarginazione e a ripudiare le forme pacifiche e oneste di vita». È seguita la decisione, altrettanto coraggiosa, di non tenere la celebrazione eucaristica, ma una semplice liturgia della parola, al funerale di Giuseppe Lo Mascolo, 73 anni, ritenuto il vice capo manda-

cronaca

mento della zona. È la prima volta, nell’Agrigentino, che la Chiesa vieta la celebrazione dei funerali per un boss di mafia.

Pompa magna. Il card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, ha visitato i terremotati di Poggio Retico in grande spolvero, come si dice: bottoni e cordoncini rossi, protetto da un maestoso casco rosso-cardinale. Il vescovo di Modena, mons. Antonio Lanfranchi, ha incontrato i terremotati modenesi in giacca a vento e un semplice berretto in testa. Per fare memoria del Concilio, anche lo stile conta.

Ingiustizia televisiva. Dall’analisi delle trasmissioni televisive in Italia del periodo-campione (settembre 2010-agosto 2011), risulta che in campo religioso regna praticamente solo un punto di vista: quello della Chiesa cattolica, oltretutto intesa solo come vertice gerarchico. Minima la presenza di ebrei, protestanti e musulmani, nulla la testimonianza del pluralismo interno al cattolicesimo. Nelle principali trasmissioni di attualità e approfondimento sono apparsi nel periodo preso in esame 166 esponenti cattolici, a fronte di un ortodosso, 4 ebrei. 2 buddisti, 6 musulmani. Raiuno ha mandato in onda 233 trasmissioni religiose unicamente cattoliche, nessuna dedicata a protestanti, ebrei o musulmani, che complessivamente in Italia superano il milione e mezzo, dei quali più di cinquantamila nati italiani. Le trasmissioni di protestanti ed ebrei, confinate su Raidue, vanno in onda dopo l’una di notte la domenica, con una replica il lunedì mattina. In termini di ore, alla Chiesa cattolica toccano 291 ore, agli ebrei 36, ai protestanti 42, comprese le repliche, per cui le trasmissioni reali dedicate all’ebraismo e al protestantesimo vanno dimezzate. Nel periodo considerato c’è stato un piccolo programma dedicato all’Islam, di un’ora e quarantuno minuti. Di fronte a questi dati, è inutile che i Vescovi italiani o la Curia vaticana pretendano di essere fautori dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso. Islam a Milano. A Milano le persone di fede musulmana sono circa centomila, per la maggior parte migranti. Di queste circa 5.000 sono, invece, cittadini italiani convertiti all’Islam. La comunità musulmana è cresciuta del 100% negli ultimi anni: si calcola che nel 2005 fosse composta di poco più di 50 mila persone. Questi dati emergono da una ricerca condotta dalla Scuo-

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la Superiore Universitaria IUSS di Pavia. Lo studio ha messo a fuoco il problema delle moschee e dell’integrazione delle comunità islamiche nella vita pubblica italiana. Dalla ricerca emerge che a Milano manca un luogo di culto che possa rappresentare un punto di riferimento per i fedeli musulmani. La moschea di Segrate, una delle tre moschee ufficiali italiane insieme a quelle di Roma e Catania, è molto piccola e non è sufficiente. I fedeli musulmani, pertanto, si trovano a pregare in decine di luoghi di fortuna. Sulla mancanza di una moschea a Milano incide, secondo la ricerca, anche il fatto che la minoranza islamica non è rappresentata in città da una «voce unica»: la comunità, infatti, si divide in numerosi gruppi di diverse nazionalità ed etnie.

Si fanno sentire… Un gruppo di preti e di laici fiamminghi ha diffuso un «Manifesto» intitolato «I credenti si fanno sentire», che ha raccolto migliaia di adesioni in Belgio. I firmatari non sono contestatori ma credenti e sperano che i loro vescovi li ascoltino. Così denunciano «parrocchie senza prete, eucaristia a ore assurde, liturgia senza comunione: ciò non deve accadere! Che cos’è che ritarda la necessaria riforma della Chiesa? Noi, credenti fiamminghi, chiediamo ai nostri vescovi di superare lo stallo in cui siamo bloccati. Lo facciamo in solidarietà con i fedeli austriaci, irlandesi e di molti altri Paesi, che insistono tutti sulla necessità di una riforma della Chiesa».

Una chiesa per i musulmani. A Rheydt, presso Mönchengladbach, nell’Ovest della Germania, la Chiesa metodista ha venduto il proprio tempio a una comunità di aleviti, una corrente liberale dell’lslam diffusa soprattutto in Turchia e in Siria. Da tre anni l’edificio non ospitava più alcun culto o attività. Le trattative per la vendita a comunità cristiane non essendo andate in porto, la chiesa è stata ceduta agli aleviti, benché finora le confessioni cristiane si siano sempre dette contrarie alla trasformazione di un luogo di culto cristiano in uno musulmano. Purtroppo a essere impietosi sono i numeri: in Germania i metodisti sono 60 mila, gli aleviti 600 mila. Anche i protestanti ticinesi sono costretti a cedere la chiesa di Melide, per il venir meno della comunità che la sosteneva. Speriamo che vi si pregherà anche in futuro almeno… il Dio di Abramo, padre di tutti i credenti!


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NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Per la verità e la giustizia. Suor Stella Matutina, benedettina, e suor Julita Encarnacion, delle suore dell’Annunciazione di Maria, da tempo impegnate a favore della pace, della difesa dei popoli indigeni e del patrimonio naturale di Mindanao, sono state accusate dai militari di essere comuniste e di sostenere i ribelli della New People’s Army (NPA). In passato le due religiose avevano criticato lo sfruttamento minerario da parte delle multinazionali straniere che, grazie ad accordi presi con il governo, stanno spogliando Mindanao delle sue ricchezze naturali. Si sono schierate a fianco della popolazione locale, hanno denunciato la corruzione dei poteri regionali e si sono impegnate a coordinare le attività della società civile e delle comunità cristiane dell’isola filippina. Recentemente hanno criticato la repressione militare nel quadro del piano di lotta contro l’insurrezione «Oplan Bayanihan». A detta di suor Stella e suor Julita, le operazioni militari contro i ribelli implicano spesso abusi di potere, violazione dei diritti umani, angherie nei confronti di civili ed esecuzioni sommarie. Questi fatti sono per loro da addebitare a milizie paramilitari create e inquadrate dall’esercito regolare. Le due religiose hanno lanciato una petizione che chiede il ritiro del contingente di soldati in cui si legge: «Fintanto che le forze armate filippine continuano a servire gli interessi delle multinazionali straniere, la pace che pretendono portare causerà solamente ulteriori sofferenze alla popolazione locale». Non stupisce che i militari abbiano dichiarato Suor Stella membro della NPA. La medesima accusa era stata mossa al religioso italiano Fausto Tentorio, assassinato il 17 ottobre 2011.

Chi li ha uccisi. Il 24 maggio 2011, José da Silva e sua moglie Maria, di rispettivamente 52 e 51 anni, furono trovati morti trapassati da numerosi colpi d’arma da fuoco a pochi metri dalla loro motocicletta nel cuore dell’Amazonia brasiliana. I due erano militanti ecologisti della Commision Pastoral da Tera (CPT) ed erano stati minacciati di morte più volte fin dal 2007. La polizia federale aveva aperto un’inchiesta e sospettava i grandi proprietari terrieri e chi sfrutta le ri-

sorse forestali locali. L’assassinio sembrava essere infatti stato compiuto su mandato, visto che il cadavere di José era stato mutilato dell’orecchio destro portato via come un «trofeo». A breve termine furono arrestati José Rodriguez Morera, proprietario terriero locale in qualità di mandante e Lindonjonson Silva e Alberto Lopez, esecutori materiali dell’omicidio. Il processo non ha però ancora avuto luogo e la CPT ha accusato le autorità di non voler fare luce su questo affare. Nel frattempo la casa di produzione Vice Media Inc. ha realizzato su questa triste vicenda il documentario Toxic Amazon, scaricabile da Internet. Una troupe cinematografica si era recata sul luogo del crimine appena un mese dopo. Il film racconta dell’impegno dei due militanti della CPT a difesa delle risorse naturali e del diritto di accesso che si vuole salvaguardato per le popolazioni locali.

«Premio Nobel verde». Lo scorso aprile padre Edwin Gariguez ha ricevuto il Premio Goldmann per l’ambiente. Il religioso filippino è uno dei sei difensori dell’ambiente a ricevere questo «Premio Nobel verde», che ogni anno onora l’impegno personale o collettivo in diversi continenti. Il religioso cattolico, segretario esecutivo di Caritas Filippine dal 2010, ha iniziato negli anni 90 a sorvegliare l’operato dell’impresa Norway’s Intex, che aveva ricevuto dal governo centrale l’autorizzazione a estrarre nickel nella parte orientale dell’isola di Mindoro. A cielo aperto, l’estrazione del minerale avrebbe dovuto essere realizzata utilizzando degli acidi e avrebbe creato milioni di tonnellate di rifiuti tossici. Il gigantesco cantiere si trova al centro di una riserva naturale e alla confluenza di quattro fiumi utilizzati per irrigare i campi coltivati. L’impatto sull’ambiente sarebbe stato devastante, così come per le possibilità di sostentamento delle popolazioni locali, che vivono di pesca e agricoltura. In particolar modo gli aborigeni mangyans avrebbero dovuto abbandonare la loro terra. Confrontatosi con le autorità locali che sostenevano il progetto, padre Edwin ha co-fondato l’Alliance Agains Minino (Alamin). L’organizzazione non si opponeva all’estrazione mineraria ma voleva assicurare che sarebbe stata inquadrata

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da misure di protezione dell’ambiente, dai diritti degli abitanti e dal principio di una ripartizione equa dei benefici che ne sarebbero derivati. Malgrado tale presa di posizione moderata, i membri di Alamin furono oggetto di continue pressioni e minacce di morte da parte dell’impresa e dei militari. Uno dei militanti, Ricardo Ganad, fu ucciso nel 2010. Dopo anni di rivendicazioni Alamin ha ottenuto dal governo nel 2002 una moratoria di 25 anni sullo sfruttamento minerario sull’isola di Mindoro. Poiché le attività dell’impresa norvegese non erano cessate malgrado il divieto ufficiale, il religioso si recò ad Oslo per sensibilizzare il parlamento norvegese e gli azionisti della Norway’s Intex sui rischi che questo progetto minerario comportava per gli abitanti di Mindoro. La miniera fu denunciata anche all’OCDE. Finalmente, ma dopo uno sciopero della fame portato avanti con una ventina di altri attivisti, il ministero filippino dell’ambiente e delle risorse naturali ha accettato di verificare l’impatto ambientale e sociale dell’attività estrattiva. Essendosi numerosi investitori ritirati dal progetto, il governo filippino ha sospeso per una durata illimitata le attività dell’impresa su Mindoro. Digiuno d’auto. Riscuote sempre maggior successo l’iniziativa delle Chiese cattoliche in Austria, Germania e Lussemburgo che invitano i fedeli a rinunciare all’uso dell’automobile durante la Quaresima. Non contenti di moderare la propria alimentazione, decine di migliaia di cattolici si sono impegnati a utilizzare il meno possibile il proprio veicolo. Il frutto delle rinunce è un minor impatto del proprio stile di vita sulle emissioni di gas a effetto serra, responsabili del riscaldamento climatico.

Canta che ti scaldi. Lo scorso inverno in Giappone la biancheria intima termica è andata a ruba nei grandi magazzini e nei negozi specializzati in attrezzature per la montagna. Dopo l’incidente nucleare del marzo 2011 e la decisione di disattivare 44 reattori nucleari, la popolazione tutta è stata costretta a economizzare energia elettrica. Se in un primo tempo si sono fermate le scale mobili e d’estate i condizionatori d’aria sono stati lasciati inattivi, con la venuta dell’inverno e del freddo è stata la volta del riscaldamento fermo sul tasto ‘‘off ’’. E i bravi giapponesi sono corsi ai ripari, adottando magliette e maglioni.


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1.10.2012

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opinioni

E adesso… un nuovo Sinodo svizzero

«Gaudet Mater Ecclesia»: «Gioisce la Madre Chiesa, perché è sorto il giorno tanto desiderato in cui il Concilio Vaticano II si inizia»: così papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura, l’11 ottobre 1992. Una gioia e una speranza, contro «i profeti di sventura, che annunciano eventi sempre infausti», speranza che contagiò gran parte della Chiesa, poi l’intera umanità, e che oggi, dopo cinquant’anni, ancora vive sotto la cenere di molte attese deluse e incomprensibili arretramenti. Oggi, tutta la Chiesa, «Popolo di Dio», con gioia e speranza si appresta a ricordare il più grande avvenimento religioso del ventesimo secolo, e come allora «i profeti di sventura» temono che diventi «un disastro», «una rivoluzione», «uno sconquasso» che metta in discussione il loro potere ben radicato nella «continuità». I cinquant’anni, tutti sono d’accordo, vanno celebrati, tuttavia nel pieno significato della parola. Per un cristiano, fedele all’insegnamento biblico, «fare memoria» è rivivere pienamente l’avvenimento, celebrare vuol dire ripetere, con gli stessi comportamenti e conseguenze del fatto ricordato. Non quindi solo ricostruzioni storiche di quanto allora si discusse (ma sarà operazione necessaria, per smentire i minimalisti cresciuti in questi decenni); non solo rassegna dei documenti e delle vicende (altrettanto significative) del Concilio nello sviluppo delle dieci sessioni sull’arco degli anni 1962-1965: ma anche l’importante, clamorosa ignoranza in tanti cristiani, purtroppo anche del clero… Ma specialmente nuovo «rinnova-

mento» della Chiesa, nelle condizione nuove dell’umanità del XXI secolo. Ma come fare tutto ciò, in un mondo sempre più distratto e frenetico? I Vescovi svizzeri hanno proposto un programma (minimo…) da svolgersi in tre anni, riprendendo doverosamente anche la decisione di Benedetto XVI di celebrare un «Anno della fede», a contrastare secolarizzazione e relativismo… Noi pensiamo che vada proposto un «momento di eccezione»: per le diocesi svizzere, il Vaticano II è stato proposto e attualizzato attraverso i Sinodi, promossi e coordinati dal «Sinodo 72» che ha costituito un formidabile (e rimpianto) momento di discussione e di confronto tra vescovi, clero e laici, sia a livello locale sia sul piano nazionale. La generazione che vi ha contribuito e partecipato si sta esaurendo: perché, intanto, non offrirle l’occasione di rivivere, con le nuove generazioni di clero e di laici, quell’esperienza e quindi trasmettere, come per una staffetta ideale, la gioia, le speranze, i propositi che il Concilio ha suscitato, che vanno aggiornati e che ancora, in gran parte, attendono realizzazioni? «Dialoghi» auspica una prima «assemblea generale» in ogni diocesi, dove proporre, in contraddittorio, i temi da affrontare, poi un comitato che prepari, entro un anno, lo svolgimento delle sessioni sinodali, per trattare i temi scelti. A conclusione, un nuovo Sinodo svizzero generale, per «fare memoria del Vaticano II» e perché tale «memoria» sia celebrata nella vita dei cristiani del ventunesimo secolo. Alberto Lepori

«Dialoghi» è offerto in vendita nelle seguenti librerie del Cantone: – Libreria San Paolo, Corso Pestalozzi 12, 6900 Lugano. – Libreria San Vitale, Corso San Gottardo 48, 6830 Chiasso. – Libreria «Dal Libraio», Via Pontico Virunio 7, 6850 Mendrisio. – Libreria Eco Libro, Via A. Giovannini 6a, 6710 Biasca. – Librerie Alternative 1, Via Ospedale 4, 6600 Locarno. – Libreria Elia Colombi SA, Via Dogana 3, 6500 Bellinzona. – Melisa Messaggerie SA, Via Vegezzi 4, 6900 Lugano. – Libreria del Mosaico, Via Bossi 32, 6830 Chiasso. Il prezzo di vendita della copia in libreria è di fr. 12 (Euro 8).

No. 223

In questo numero Dossier

✧ FIGLI DEL CONCILIO, ANCHE SENZA SAPERLO (Carlo Silini)

1

✧ PICCOLA BIBLIOGRAFIA CONCILIARE

2

✧ COME IL CONCILIO DIVENNE ASSEMBLEA DELIBERANTE (Gilles Routhier)

3

✧ GIORNALI E GIORNALISTI TICINESI AL CONCILIO (Enrico Morresi) 5 ✧ IL VATICANO II CONTIENE DUE IMPOSTAZIONI ANTAGONISTE (Giulio Girardi)

9

✧ LA SFIDA DEL PLURALISMO: UN NODO ANCORA IRRISOLTO (Marina Sartorio)

12

✧ L’ANNO DELLA FEDE SECONDO RATZINGER (Luigi Sandri)

13

✧ E ADESSO... UN NUOVO SINODO SVIZZERO (Alberto Lepori) 24 Articoli

✧ EPPUR SI MUOVE (L’INSEGNAMENTO DELLE RELIGIONI NELLA SCUOLA PUBBLICA) 15 ✧ CARLO M. MARTINI: SENZA PAURA, PER LA VITA DI TUTTI (Ernesto Borghi) 19 ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO ✧ CRONACA SVIZZERA ✧ NOTIZIE BELLE E BUONE ✧ CRONACA INTERNAZIONALE ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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