219 dialoghi Locarno – Anno 43 – Dicembre 2011
di riflessione cristiana
BIMESTRALE
Exit Berlusconi
C’è del marcio dietro il bancomat Amici lettori, non è un temporale d’estate la crisi che sconvolge il mondo dell’economia e della finanza e che destabilizza il dollaro e la moneta unica europea, insieme con i bilanci degli Stati. È una crisi sistemica, che cioè va affrontata ponendo con sincerità le domande più radicali. È ancora sostenibile la scelta del libero mercato come dato di fondo della civiltà post-industriale, se la forza della sola finanza è otto volte maggiore della ricchezza prodotta sulla Terra da industria, agricoltura, servizi? Il prodotto interno lordo (pil) mondiale è pari a 74 mila miliardi di dollari, i soli prodotti derivati messi sul mercato dalla banche, scambiati fuori da qualunque Borsa o listino regolamentato, valgono 466 mila miliardi*. Che cosa può il bilancio di uno Stato di fronte alla pressione di questo solo elemento, soggetto alle valutazioni di agenzie di rating immerse fino al collo nei conflitti di interesse? È giusto mettere in causa le acquisizioni della sicurezza sociale in nome di valori così labili e incontrollati? «Dialoghi», che non è una rivista specializzata in economia ma affronta il tema a partire dai diritti e dalla dignità delle persone, dà la parola a quattro esperti, divisi sulla diagnosi, uniti però su un principio di terapia: le democrazie devono tornare ad avere la parola decisiva. Ecco il dossier che vi presentiamo: – Le banche lucrano come prima sui titoli «dubbi» (Alfonso Tuor) p. 2 – I mercati hanno espropriato l’anima della democrazia (Silvano Toppi) p. 3 – La speculazione: se la conosci la puoi dominare (Pietro Veglio) p. 6 – Ma chi sono i mercati? E chi li governa? (Guido Rossi) p. 7 – Mercati fuori controllo, democrazie senza risorse (Gianfranco Fabi) p. 9 * «Il Sole/24 Ore», 6 agosto 2011, p. 10.
«Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Non è la prima volta che ci occorre di annotarlo: chiunque sceglie la militanza politica deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda (…). Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica (…). Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato. Da una situazione abnorme se ne generano altre, e l’equilibrio generale ne risente in maniera progressiva». (dalla prolusione del card. Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, al Consi(Continua a pag. 11)
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Le banche lucrano come prima sui titoli «dubbi» Sono sicure che gli Stati non le lasceranno fallire Due domande al giornalista economico Alfonso Tuor Il giornalista Alfonso Tuor era stato designato nel 2007 «giornalista dell’anno» nella Svizzera italiana da una giuria nominata dal mensile «Schweizer Journalist». Responsabile del settore Economia e vicedirettore del «Corriere del Ticino», aveva anticipato con coraggio la denuncia dell’opacità del mercato dei prodotti finanziari derivati («Corriere del Ticino» del 4 ottobre 2007), che nel 2008 avrebbe provocato lo scoppio della bolla dei «subprimes», il fallimento della banca americana Lehman Brothers e creato le premesse per l’attuale crisi globale. Lasciato il «Corriere del Ticino» alla fine del 2009, Tuor è attualmente giornalista libero specializzato. Gentilmente, ha risposto a due nostre domande.
– Al nuovo presidente della direzione generale dell’UBS (CEO), Sergio P. Ermotti, si attribuisce il detto che la Svizzera si è arricchita con il denaro sporco. Il giudizio – certamente condivisibile per il passato – è ancora valido, almeno in una certa misura? È possibile che, con l’attuale crisi dell’Italia, la musica riprenda alla più bella come negli anni Sessanta e Settanta, oppure i nuovi obblighi legali in materia di riciclaggio sono dei paletti sufficienti? – Non credo che Sergio Ermotti abbia parlato di denaro sporco, poiché in materia le norme svizzere sono molto severe, sicuramente tra le più severe del mondo. Credo che abbia invece parlato di soldi neri, che non vuol dire soldi frutto di attività criminale, ma soldi evasi al fisco dei Paesi di provenienza. Non è un segreto per nessuno che i capitali detenuti da cittadini europei in Svizzera sono per lo più soldi non dichiarati alle autorità fiscali del Paese di provenienza. È a tutti noto che i problemi del nostro Paese con molti Paesi europei e con gli Stati Uniti derivano proprio dall’accusa che la piazza finanziaria svizzera con il suo segreto bancario si presta ad aiutare gli evasori. In base a queste considerazioni, molti Paesi stranieri, e anche l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE), di cui anche la Svizzera fa parte, hanno chiesto l’abolizione del segreto
bancario e il passaggio ad uno scambio automatico di informazioni in materia fiscale. A queste pressioni la Svizzera aveva risposto sottoscrivendo con l’Unione Europea l’accordo sulla tassazione del risparmio, che ha introdotto un’euroritenuta sui redditi da interessi dei non residenti prelevati dalle banche svizzere e ristornati ai Paesi di provenienza di questi capitali. Questo accordo tuttavia conteneva molte scappatoie, che sono state utilizzate dalle banche del nostro Paese per non far sottostare gli averi dei loro clienti a questa euroritenuta. Questa elusione fiscale ha fatto sì che i ristorni versati ai Paesi d’origine fossero modesti, con la conseguenza di riaprire di fatto il contenzioso. Alle nuove pressioni la Svizzera ha reagito con il cosiddetto «modello Rubik», in base al quale le banche svizzere prelevano le imposte sugli averi detenuti in Svizzera dai non residenti e li riversano all’erario dei rispettivi Paesi di origine. In base a questo principio sono già stati siglati con Germania e Gran Bretagna due accordi sulla doppia imposizione fiscale. Ma il «modello Rubik» sembra avere il fiato corto. Bruxelles è già intervenuta sostenendo che della materia è competente solo l’Unione Europea e perciò Berlino e Londra non possono ratificare questi accordi. Nella medesima direzione si sono mossi il G20 di Cannes e il Governo francese; anche il Governo Monti sembra orientato in questo senso. – Nella tua intervista a un banchiere luganese del 2007, tu avevi definito un imbroglio i «prodotti derivati» che venivano offerti agli investitori anche dalle nostre banche. La realtà ha confermato le tue preoccupazioni. Ma i prodotti derivati sono sempre in circolazione. Le nostre banche (o talune nostre banche, o gli uffici fiduciari) continuano a offrirli come se niente fosse accaduto? O questo tipo di investimento può essere considerato una necessità, dato che promette una remunerazione elevata a investitori che non possono ritenersi contenti dell’uno o del due per cento, come per esempio le casse pensioni?
– I prodotti della nuova ingegneria finanziaria non sono affatto una necessità o meglio sono una necessità solo per le banche, per gli Hedge Fund, ecc. e soprattutto per i banchieri e per i gestori di questi fondi che vogliono guadagnare sempre più, sebbene non siano sicuramente da annoverare nelle schiere dei working poors. La crisi finanziaria ha dimostrato che questi strumenti non solo non sono necessari ma sono dannosi e pericolosi: e non solo per chi li usa, ma per tutti i cittadini che sono poi chiamati a salvare dalla bancarotta gli istituti bancari che ne hanno fatto ampio uso. È verissimo che la crisi dell’autunno del 2008 è stata colpevolmente sprecata, poiché non sono state attuate quelle riforme indispensabili del sistema finanziario per regolamentare alcuni di questi strumenti finanziari e per vietarne altri, come i Credit Default Swap (CDS): oltre che inutili molto dannosi e pericolosi. È pure indubitabile che le banche continuano ad operare come se nulla fosse accaduto. Il motivo è molto semplice: queste attività sono molto redditizie e dunque gonfiano gli utili delle banche e soprattutto i bonus dei banchieri. Per quanto riguarda i rischi di queste attività, ai banchieri è chiara la ricetta: non preoccuparsene, tanto interverranno Stati e banche centrali a salvarti. Non a caso la risposta alla crisi è stata un’ulteriore attività di fusioni nel settore bancario e quindi di concentrazione, soprattutto negli Stati Uniti. L’obiettivo è chiaro: più si è grandi e più si gode dell’assicurazione statale di essere troppo grandi per poter fallire. Il problema è dunque interamente politico. La classe politica sia di destra sia di sinistra europea e americana è cresciuta sulla base dei paradigmi inculcati dalla finanza globale (i mercati hanno sempre ragione, l’economia di mercato si sa autoregolare, gli interventi dello Stato sono dannosi, ecc.) e quindi non può contestare questi assunti che ha fatto propri, anche perché sa che il vero potere non sta nelle mani dei Governi ma nelle mani dei potentati della finanza mondiale. Intervista: E.M.
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È stata espropriata l’anima della democrazia «Questa è più di una crisi finanziaria» (J. Stiglitz) Anche se a molti sembrerà stramberia, parto dal linguaggio. Elenco: default, spread, bond, bot e cct, btp, btp future, derivati, hedge fund, bolla finanziaria, cartolarizzazioni, eurobond, Dow Jones e Nasdaq, asset allocation, bid, pil, fmi, bce, agenzie di rating, downgrading, fondi di liquidità, bailout, stability bond… Termini quotidiani che sembrano tanti spiriti maligni che possiedono le nostre vite. Non è un’esagerazione. Tra giornali, riviste, radio e televisione imperversano e su di essi o attorno ad essi si imposta o si decide buona parte della nostra sopravvivenza. Si sa che una delle migliori strategie per imporre un potere è sempre stata quella di far capo a un linguaggio opaco, escludente, elitario. Se il linguaggio sta alla base del comunicare e la comunicazione, con la comprensione, è anima della democrazia, siamo già di fronte a una espropriazione dell’anima della democrazia. Anzi, forse siamo già entrati nella logocrazia. di Silvano Toppi
Il teorico e padre di quell’economia che ci domina ormai da trent’anni, Milton Friedman, poco tempo prima di morire (novembre 2006), faceva notare che «la scienza economica è diventata in maniera crescente una arcana branca della matematica, piuttosto che occuparsi di problemi economici reali»1. L’ammissione permette di chiederci se all’origine della situazione che stiamo vivendo non ci sia stata anche l’assurda pretesa di fare dell’economia una scienza metafisica, divinizzata, dogmatica. Mi spiego. Si sa che l’incertezza è coessenziale all’uomo perché è data dal tempo: non sai quello che può capitarti oggi o domani. All’incertezza è legato il rischio economico che può fare dei vincenti o dei perdenti. L’economia degli ultimi trent’anni si è convinta, ottenendo persino premi Nobel, che il mercato è razionale e che con formule matematiche-algoritmiche, applicabili grazie alla istantaneità dei computer, si può imitare Dio, si possono anticipare o addirittura annullare gli imponderabili del tempo e lo stesso rischio. Anche per questo ci si è spostati più sulla finanza, che permette l’impossibi-
le, che non sulla economia reale. Eliminare il tempo vuol però dire estromettere l’uomo, le sue irrazionalità e passioni. Neppure la finanza c’è riuscita. Sappiamo infatti com’è andata a finire.
Collasso e trionfo degli esperti Il 18 marzo 2008 la Lehman Brothers (la banca d’investimento che ha applicato quegli schemi finanziari che sono poi stati all’origine di molti tracolli) annunciava per il primo trimestre utili elevati. Presentava i risultati una incantevole manager: Erin Callan. La quale utilizzò quattordici volte la parola «favoloso», otto volte la parola «incredibile», ventiquattro volte la parola «forte». Un giornalista, pure a suo modo speculatore, David Einhorn, ritenne che c’era qualche parola di troppo, forse si nascondeva una coscienza poco tranquilla, forse il marcio era fuori bilancio e la banca, non tenendo conto dei rischi, era indebitata più di quanto poteva e ammetteva. Quell’intuizione (molto umana e poco algoritmica) diede l’avvio al crollo che porterà alla catastrofe del settembre 2008. L’uomo, il linguaggio, il rischio, la logica o il semplice buon senso, erano tornati prepotentemente in scena. La storia, con tutto il bailamme che è seguito, può apparire banale e non è mai raccontata. È però la genesi, la segnalazione del peccato originale: forse per questo gli «esperti», a cominciare dalle quattro agenzie mondiali che sulla base degli algoritmi davano i voti alle banche (le famose AAA, ecc.), rimasti buggerati, l’hanno voluta ignorare2. Gli esperti, dunque: qualcuno ha parlato di una «espropriazione delle istanze democratiche a profitto di una tirannia di esperti», preludio di una tirannia politica (qualificata addirittura come «liberal-stalinismo»). C’è un po’ di esagerazione, ma la tesi non è sbagliata. Oggi si parla più comunemente di «tecnocrati», che sono sia quelli che dettano e impongono dall’esterno i comportamenti che gli Stati e i parlamenti devono adottare (i tecnocrati di Bruxelles, della Banca centrale europea) sia quelli che chiamati dalle università, dalle grandi banche (in particolare dall’onnipotente Goldman Sachs) o organizzazioni internaziona-
li (Fondo monetario), formano i governi di salvezza nazionale per far fronte a problemi finanziari (l’indebitamento o i debiti sovrani, l’incubo del famoso spread o della divaricazione dei tassi di interesse tra i prestiti nazionali contratti), problemi che i «normali» politici non sono riusciti ad affrontare e tanto meno a risolvere. Uno studioso che con notevole anticipo ha previsto dove poteva portare l’espertismo o il «tecnocratismo» è stato il francese Jacques Sapir (sua è anche l’espressione « liberal-stalinismo»)3. La tesi di fondo, che dieci annni dopo torna di piena attualità, era enunciata quasi profeticamente: « Spoliticizzare la decisione economica porta un giorno o l’altro ad attaccare il principio stesso della democrazia: la sovranità del popolo». Come ? «Le istituzioni democratiche sono spossessate della loro capacità a legiferare, regolamentare, stabilire delle norme, in nome di un principio di competenza reputato superiore alla democrazia. Lo spossessamento si fonda su rappresentazioni d’impotenza delle istituzioni democratiche, in particolare degli Stati-nazione, di fronte alle «forze» del mercato. Quest’ultimo, interamente feticizzato, perde il suo statuto di istituzione umana per affermarsi come una forma quasi divina con decreti senza appello». In principio, quindi, ci sono le forze del mercato. Il discorso è lungo e complesso ma possiamo ridurlo a quegli aspetti che qui ci interessano: la crisi che stiamo vivendo e la democrazia dentro questa crisi.
Governare il mercato è ritenuto un assurdo Da oltre un trentennio siamo inscatolati nel dogma che il mercato è tutto e che ad esso tutto si riconduce: là dentro si scambia, si è costretti a crescere all’infinito, si opera solo per guadagnare, ci si autoregola nel senso che gli inefficienti o i non competitivi per una pretesa razionalità incorporata vengono eliminati ma, alla lunga, tutti ne traggono beneficio (la famosa «mano invisibile»). La globalizzazione, rompendo le barriere commerciali, eliminando quelle finanziarie (libera circolazione dei capitali) ha esteso, esasperandola, la sfera del mercato sia all’interno di ogni società sia su
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scala planetaria. Il mercato è però allergico allo Stato. È pressoché ovvio: la funzione di governare interferisce per sua natura con i meccanismi del mercato. Ad esempio: l’offerta pubblica di beni e servizi riduce il perimetro del mercato, gli sottrae possibilità di guadagno (opportunità di profitti scompaiono se le telecomunicazioni o l’energia elettrica o persino l’acqua rimangono nella sfera pubblica): necessità quindi di privatizzare e mercificare tutto quanto può rendere monetariamente; l’imposizione fiscale, che è un principio democratico di ridistribuzione della ricchezza, riduce l’uso privato o l’allocazione più efficace delle risorse (minori imposte creano investimenti, competitività e posti di lavoro): necessità di ridurla e di favorire le esenzioni concorrenziali; ogni regolamento introdotto dal legislatore mortifica l’efficacia del mercato, che sa autoregolamentarsi e crearsi anche la propria etica (liberarsi quindi delle regole; anche se, si deve ammettere, senza sicurezza giuridica delle transazioni un mercato non può funzionare). Se ci pensiamo bene, le misure che si propongono oggi dagli esperti per uscire dalla crisi sono le stesse: liberalizzazioni e privatizzazioni, ristrutturazioni concorenziali-fiscali e conseguentemente riduzione della spesa sociale, deregolamentazioni per il mercato del lavoro, etica funzionale agli affari.
Mercato e democrazia La questione dell’efficacia spontanea dell’economia di mercato, oggi come ieri, è al centro di continua discussione e tensione. Per un motivo da cui è pressoché impossibile liberarsi, come si tenta invece di fare. Infatti, la politica sociale, che è un derivato dei diritti dell’uomo e deve tener conto dell’uomo nella sua interezza, non è una semplice appendice o una filantropica elargizione dell’economia e della finanza. Essa è Politica, consustanziale della democrazia, senza di essa non c’è democrazia. In altre parole: il mercato, nonostante la sua pretesa razionalità o autoregolamentazione, offre un sistema di equità estremamente fragile e parziale e tende piuttosto a creare disparità e diseguaglianze (disparità di reddito, ad esempio, mancanza di pari opportunità). Deve quindi essere manipolabile dalla democrazia perché ne dipende la sua stessa accettabilità, e quindi la sopravvivenza del regime politico o persino dello stesso sistema economi-
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co. I sommovimenti recenti, da quelli arabi a quelli europei a quelli americani, persino a quelli cinesi, ne sono una implicita conferma. La tribolata storia dell’euro ne è comunque la dimostrazione più concreta e più devastante. Sia perché ci si è affidati solo al mercato (monetario) ritenendo che avrebbe generato automaticamente le convergenze necessarie tra le politiche dei Paesi che l’hanno adottato, lasciando quindi vaganti le politiche fiscali e di bilancio dei singoli Paesi, sia perché si è di fatto separata la moneta dall’economia reale, in continuo stallo, dalla politica, sempre subordinata o paralizzata, dalla condizione umana e quindi dalla democrazia, messe prioritariamente al servizio del mercato finanziario e dell’ideologia assurda della crescita senza limiti. Conseguenze? Svuotamento del diritto del lavoro, accumulo della ricchezza in poche mani, disparità di reddito, indebitamento crescente per stare alla pari o gonfiare la domanda, fiscalità classista, politica sociale riduttiva anche a causa della politica fiscale che ha perso lo scopo di ridistribuire la ricchezza.
La Svizzera non è «fuori» Si potrebbe arguire che la Svizzera, che ha mantenuto la sua moneta, è fuori da questo schema. Ma non è vero. Non è difficile constatare che i meccanismi che la muovono sono gli stessi e persino l’euro finisce per investirla direttamente, portandole in casa gli stessi problemi proprio perché il mercato, lo si voglia o no, è unico e condizionante, sia quello commerciale sia, soprattutto, quello finanziario. Ed è proprio quest’ultimo, con la pretesa di una singolarità svizzera, che alimenta le maggiori tensioni e lo sfaldamento degli antichi miti elvetici (v. segreto bancario, paradiso fiscale o fiscalità off shore). Coerentemente con le teorie e le politiche (neoliberali) del mercato, verità e condizione assolute, si indica attualmente come madre di tutti i mali che stiamo subendo l’irresponsabilità degli Stati incapaci di controllollare le spese pubbliche e di ridurre l’enorme indebitamento che si è accumulato. Questo attacco porta alla messa in discussione della legittimità dello Stato sociale o al cuore della crisi, che appare non solo economica-finanziaria, come si vorrebbe far credere, ma crisi della società e della democrazia. E cioè: l’incompatibilità crescente tra l’ideale democratico di coesione sociale e di riduzione delle inegua-
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glianze da un lato e dall’altro l’ideologia totalitaria (non saprei come chiamarla diversamente) secondo la quale la società deve solo conformarsi ai meccanismi del mercato libero autoregolantisi. Una contrapposizione che deriva da due ingredienti. Il primo sta nella constatazione che i meccanismi mercantili non possono essere alla base dello sviluppo armonioso delle società umane («averci creduto ha portato il pianeta sull’orlo del baratro», sostiene il premio Nobel per l’economia Jospeh Stiglitz)4. Il secondo sta nel fatto che elementi essenziali alla coesione sociale (lavoro, risorse naturali, moneta) e gli strumenti fondamentali per quella coesione sociale (la spesa pubblica ma soprattutto la fiscalità che la finanzia) non possono essere regolati da criteri esclusivamente contabili-finanziari. È trattando tutto come merce (il lavoro, le risorse naturali, la moneta) e sottomettendo tutto alle fluttuazioni e alle esigenze dei mercati finanziari che si è resa la politica serva dell’economia e della finanza e si sono via via sfaldati i fondamenti della coesione sociale e quindi della democrazia. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Si dimentica però di dire che il sovrindebitamento (che non è solo pubblico ma è pure privato) è stato una condizione imposta dalla stessa economia di mercato per poter funzionare, con la pretesa assurda di crescere all’infinito, al di là di ogni rapporto credibile o di solvibilità tra l’economia reale e finanziaria. Se il lavoro è solo merce, è pressoché ovvio che il diritto del lavoro, la disoccupazione, la flessibilità e la precarietà professionali sono interepretati come condizioni inevitabili per la crescita e il maggior profitto azionario. Lo sviluppo enorme delle ineguaglianze che ne deriva è accompagnato, sempre in nome del dogma del mercato, della competitività o di un balordo populismo, dalla paralisi delle politiche fiscali che potrebbero combatterlo: è in tal modo che si sono sviluppate vere e proprie oligarchie finanziarie, intangibili, e che i principi democratici tendono ad evaporare per poter preservare il sistema finanziario (le denunce di tutto l’apparato politico-finanziario europeo e americano, che ne temeva il risultato e quindi l’abbandono del referendum che si era proposto in Grecia è tra le vicende più emblematiche e meno sottolineate, anche dai media, di questa assurda situazione).
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Come uscirne? A questo punto ci si può ovviamente chiedere: e allora, quale l’alternativa, come uscirne ? Si potrebbe rispondere: facendo il contrario di quanto si sta facendo e tagliando le gambe alla finanza. Qualche proposta dopo lo choc del 2008 è stata fatta, ma sinora senza grandi risultati, sottomessi come sempre al ricatto finanziario-bancario tuttora funzionante (attenti: ci sarà una restrizione dei crediti e quindi la bancarotta degli Stati e di tutta l’economia). L’obiettivo di quest’articolo era però un altro: cercare di far capire che le scelte che sono e saranno fatte avranno potenzialmente delle conseguenze devastatrici per la democrazia a dipendenza del fatto che saranno privilegiate ancora le esigenze dei mercati finanziari oppure la coesione sociale, con una crescita che tenga conto di tutto l’uomo. Anche se non possiamo dimenticare che il richiamo insistente e continuo all’egoismo, all’edonismo, alla frenesia del consumo mantiene un ambiente che sembra già di per se stesso intrinsecamente antidemocratico. Allora bisognerebbe invertire o contrastare un’affermazione marxiana che, paradossalmente, ha sempre fatto scuola, anche tra i neoliberisti: non dev’essere l’economia (l’infrastruttura, come diceva Marx) che determina la cultura (la sovrastruttura) ma dev’essere finalmente la cultura (dalla formazione familiare e scolastica sino a quella dei media) che cambi un’economia sempre più fine a se stessa e disumana. Forse è dalla stessa mitizzazione del progresso che bisognerebbe cominciare. NOTE 1. B. Snowdon and H. Vane, Conversation with Milton Friedman, in Id. Conversation with leading economists, Edvard Elgar Publishing, Cheltenham U.K. 1999. Dal testo originale in lingua inglese: «Economics has become increasingly an arcane branch of mathematics rather than dealing with real economic problems» (citato da Sergio Rossi in «Plusvalore» del 24.10.2011 alla RSI, Rete Due). 2. La storia è raccontata in L. McDonald e P. Robinson, A colossal Failure of Common Sense: The Inside Story of the Collapse of Lehman Brothers, Crown Business, New York 2010 (mia trad.: Un fiasco colossale del buon senso. Il crollo di L.B. raccontato dall’interno), p.10. 3. J. Sapir, Les économistes contre la démocratie. Pouvoir, mondialisation et démocratie. Albin Michel, Paris 2002, p. 151. 4. Faccio riferimento alla trad. francese: J. E. Stiglitz, Le triomphe de la cupidité, ed. LLL, Paris 2010, in particolare da pag. 309 (C’est plus qu’une crise financière).
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Namibia, il ballo dell’uranio Come si sfrutta un Paese giovane Vent’anni dopo la sua indipendenza, acquisita nel 1990, la Namibia, risulta catapultata nel cuore della strategia mondiale dell’uranio. Attualmente ne è il quarto produttore mondiale; ne diventerà probabilmente il secondo, dopo il Kazakhstan. Molto tempo prima dell’indipendenza, la miniera di Rössing era già attiva nel bel mezzo del deserto del Namib, che dicono sia il più vecchio del mondo. Ma con la scalata dei Paesi emergenti e l’ideologia della crescita per risolvere tutti i problemi economici, gli avvoltoi dell’uranio vi si sono precipitati e le miniere a cielo aperto e i siti d’esplorazione spuntano come tumori in questo splendido deserto. Attualmente ne esistono almeno una ventina, le quattro più grandi forniscono esclusivamente uranio. La miniera di Rössing (sfruttata dalla Rio Tinto) conosce una forte partecipazione australiana ed inglese, ma anche francese ed altre difficilmente reperibili in quelle opache tele di ragno che sono le multinazionali. Pure l’Iran vi ha una partecipazione del 10%: Paese che possiede le tecnologie e gli esperti per produrre plutonio (necessario per costruire le bombe atomiche) a partire dall’uranio. Nel 2009, la Namibia ha prodotto il 10% della domanda mondiale (50.000 tonnellate). Il 45% degli acquirenti sono Paesi asiatici; in testa la Cina, che ne raccoglie il 35%. Due anni fa, il presidente Hu Jintao è venuto personalmente a negoziare con il governo namibiano. Seguono il Giappone, con il 10% degli acquisti, e tutti i principali paesi industrializzati. Un anno fa, Dimitri Medvedev ha cercato di comprare una grande parte della futura miniera di Usab a 53 km da Swakopmund, ma l’acquisto gli è stato rifiutato dal comitato della Swacop Uranium, un consorzio australiano. La Francia è sempre più presente con Areva, che ha costruito una fabbrica di desalinizzazione delle acque dell’Atlantico, perché le falde freatiche sotto il deserto sono troppo sfruttate, qui come altrove. Ha pure appena offerto 600 milioni di dollari namibiani (9 milioni di franchi) per l’elettrificazione della zona costiera. La multinazionale francese preferisce agire in un luogo in cui non ci siano islamisti. In ef-
fetti, due dei suoi impiegati in Namibia, che erano stati inviati presso Areva Niger, figurano tra gli ostaggi di Aqmi (l’Al-Qaida nel Maghreb islamico). La Francia ha concluso un contratto win-win con la Cina, fornendo uranio in cambio di cento «Airbus 380». Gli esperti assicurano che vi sono, al momento, 50.000 tonnellate di uranio sul mercato mondiale, quantità sufficiente per coprire la domanda (40.000 tonnellate) delle 376 centrali nucleari del mondo, che ben presto saranno 400, a causa dello sviluppo della Cina). L’uranio sarà ancora indispensabile per i prossimi venti anni, in attesa che altre fonti di energia lo sostituiscano almeno «parzialmente»: sole, acqua, energia geotermica, gas, energia eolica, carbone. Esperti critici parlano comunque di stoccaggio di migliaia di tonnellate di rifiuti estremamente pericolosi e altamente radioattivi per centinaia di migliaia di anni futuri. E che dire delle polveri di uranio che si diffondono nel deserto, spinte dai venti? Si dice addirittura che alcuni grandi Paesi avrebbero cominciato, già da diversi anni, ad immagazzinare rifiuti sulla «Costa degli Scheletri», nel Nord della Namibia. La maggior parte della popolazione namibiana (due milioni di abitanti) non è in grado di capire nemmeno lontanamente quali sfide strategiche mondiali abbiano per obiettivo il Paese, né le loro reali conseguenze. Neppure si sa quale sia l’importo delle tasse che pagano le multinazionali, quale sia il reddito che rimpatriano altrove, né come gli enormi utili siano e saranno utilizzate per il bene di tutti. Le licenze di sfruttamento vengono assegnate come noccioline. Le donne herero che cent’anni fa andavano a passeggiare sui siti delle attuali miniere per diventare sterili non prefiguravano già la sterilità di un mondo divenuto pazzo? Christine von Garnier
Antenna svizzera Rete Africa Europa Fede e Giustizia (traduzione di Lara Argenta e Anna Rizzo Maggi - www.alliancesud.ch)
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La speculazione: se la conosci la puoi dominare Ma è necessario non confondere le cause con gli effetti
Che cos’è speculazione?
Secondo Wikipedia, «La speculazione è l’attività dell’operatore che entra sul mercato nel momento presente, presumendo degli sviluppi ad alto rischio il cui esito, positivo o negativo, dipenderà dal verificarsi o meno di eventi su cui egli ha formulato delle aspettative. Se l’evento aleatorio si manifesterà in linea con le aspettative, l’operazione speculativa avrà un esito positivo, cioè produrrà un profitto, nel caso contrario si avrà una perdita. La differenza con molte altre attività di investimento, anch’esse basate sul concetto di valore atteso, è che nell’attività speculativa il valore atteso non si fonda su stime statistiche robuste, o quantomeno significative, ma deriva da una attività prevista puramente soggettiva. (....) Ciò espone l’operatore speculativo a grandi rischi, i quali possono essere remunerati da altrettanti grandi guadagni, ma che possono anche portare al rapido fallimento del progetto speculativo e dell’azienda stessa.» di Pietro Veglio*
È problematico limitare la speculazione alle operazioni finanziarie o borsistiche. Infatti, molte operazioni economiche di altro tipo si basano su valori attesi di difficile quantificazione e molte imprese prendono decisioni strategiche basandosi su aspettative future a volte imprevedibili. La speculazione è quindi legata a doppio filo con lo sviluppo dell’economia capitalista. Come affermava Ludwig von Mises, ogni attore economico è potenzialmente uno speculatore, in quanto l’azione umana è sempre diretta verso il futuro, che è di per sé sconosciuto e quindi incerto.
È sempre «colpa» della speculazione? Sono complesse sia la realtà economica e finanziaria globalizzata attuale sia le varie forme di speculazione. La realtà sotto i nostri occhi ci indica che è sempre più diffcile trovare misure adeguate per rassicurare i mercati finanziari, implacabili nelle loro valutazioni economiche. A poco serve dare la colpa alle reali o presunte manovre speculative contro i titoli pub-
blici di tale Paese o contro tali valori borsistici e valute. Per sincerarsene basta osservare come le élites politiche attuali, per esempio nei Paesi dell’Eurozona, facciano fatica a capire la logica dei mercati finanziari nel caso dei debiti sovrani. Dopo aver lasciato degenerare per più di due anni la crisi dei debiti sovrani, i più ragionevoli strumenti di intervento sono diventati inefficaci o insufficienti. Certo, l’orizzonte di breve termine dei mercati e i tempi lunghi necessari alla riforma delle istituzioni europee sono in contraddizione. Ma il fatto è che oggi all’Eurozona – nonostante il Nein tedesco (ma fino a quando?) — non resta che contrastare la pressione dei mercati mediante la sola istituzione con capacità di intervento potenzialmente illimitate: la Banca centrale europea (Bce). Se la Bce potesse fungere da «ente prestatore di ultima istanza» a favore del Fondo «salva Stati» trasformato in un’istituzione bancaria abilitata ad acquistare i titoli pubblici dei Paesi membri in crisi di liquidità ma solventi, il contenimento della crisi dell’euro sarebbe probabilmente migliore. Almeno questa è la speranza... È quindi essenziale analizzare le responsabilità specifiche della speculazione finanziaria – che esistono, eccome! – ma anche altri fattori, altrettanto importanti. Gli speculatori agiscono spesso approfittando di situazioni create da squilibri finanziari globali generatori di eccesso di liquidità internazionale. Oppure gli stessi approfittano legittimamente di nuove opportunità di investimento più rimunerative in certi Paesi emergenti. Causa la diminuzione dei tassi d’interesse negli Stati Uniti e in Europa, entità che non possono essere bollate a priori come speculative – come i fondi pensione – possono essere interessate a questo nuovo tipo di investimenti. Gli stessi pensionati dei Paesi occidentali chiedono alle casse pensioni un adeguamento delle loro pensioni che è possibile soddisfare solo se aumenta pure il rendimento degli investimenti effettuati dalle casse. Gli stessi detentori di titoli pubblici devono fare fronte alla crisi dei debiti sovrani europei svendendo le obbligazioni dei Paesi «non virtuosi». Da ultimo, gli speculatori possono approfittare della crisi alimentare per
operazioni speculative che amplificano gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari, un aspetto particolarmente deprecabile dal profilo etico. Allora non si tratta soltanto di trovare dei colpevoli, ma di determinare le misure più adeguate per incidere su queste situazioni e per modificarle, per lo meno parzialmente e progressivamente. Alcuni esempi
La crisi dei «subprime». Negli Stati Uniti, la crisi dei prestiti immobiliari subprime è stata provocata da una massiccia sottovalutazione dei rischi cumulativi da parte delle entità finanziare attive sui mercati immobiliari. Il tutto approfittando di una regolamentazione insufficiente, conseguente alla liberalizzazione dei mercati finanziari e alla creazione di nuovi strumenti finanziari sempre più sofisticati, poco trasparerenti e apparentemente miracolosi (securitization). L’opportunità ha accresciuto la propensione al rischio ed alla speculazione, evidentemente nella prospettiva di lauti profitti e di bonus manageriali milionari. Bisogna però riconoscere che senza due fattori complementari la crisi dei subprime non avrebbe potuto verificarsi, per lo meno non nella dimensione conosciuta. Il primo è di carattere macroeconomico e si riferisce agli squilibri globali fra Paesi risparmiatori (Cina, Giappone, Paesi produttori di petrolio, Germania) e Paesi consumatori (Stati Uniti, Regno Unito, Spagna), con il conseguente enorme aumento – nel periodo 2004-07 – della liquidità internazionale in cerca di opportunità redditizie di investimento. Le bolle speculative immobiliari ed il consumo esagerato dei Paesi consumatori sono stati finanziati essenzialmente dai Paesi risparmiatori. Nell’assorbimento di tali risparmi, la parte del leone è toccata agli Stati Uniti, che hanno utilizzato il 70% dell’eccesso di risparmio generato nel resto del mondo. Complici i bassi tassi di
* Pietro Veglio, bellinzonese, impegnato per molti anni nell’aiuto della Svizzera all’estero per conto della Confederazione, è stato in anni più recenti tra i direttori, a Washington, della Banca Mondiale. Rientrato in Ticino, insegna all’USI e all’Università di San Gallo ed è collaboratore di giornali e della Radiotelevisone.
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interesse nei Paesi consumatori e l’eccesso di liquidità internazionale, il volume dei prestiti bancari è esploso. Parallelamente è aumentata la tendenza ad assumere rischi spropositati. Il secondo fattore è di carattere politico. Sia le amministrazioni Clinton sia successivamente quella di Bush jr. hanno spinto il finanziamento dei prestiti immobiliari, attraverso le banche pubbliche Fannie e Freddie e con l’implicita garanzia statale. Vista la crescente disuguaglianza sociale nella società americana e la mancanza di un consenso politico su misure atte a ridurla, le due amministrazioni hanno trovato la valvola di sicurezza sociale: un mandato pubblico in favore dell’accesso all’alloggio e al finanziamento immobiliare – indipendentemente da ogni considerazione sensata di sostenibilità futura, individuale e collettiva, dei debitori ipotecari. Ne conosciamo i risultati: non solo crisi finanziaria globale, ma anche indigenza di molte famiglie a basso o medio reddito, trovatesi nell’impossibilità di ripagare i prestiti ricevuti e vittime del pignoramento delle loro case ed appartamenti.
Paesi emergenti e investimenti più rimunerativi. Dati i bassi tassi d’interessi prevalenti sui mercati dei Paesi industrializzati, varie entità finanziarie o fondi di pensione hanno identificato nuove fonti di investimento più rimunerative che non l’acquisto dei buoni del Tesoro americano. Hanno investito in parecchi Paesi emergenti, in primis quelli asiatici, ma anche in Brasile, Turchia, Cile, ecc. L’esempio del Brasile è illuminante. L’afflusso di ingenti nuovi capitali esteri attirati dagli alti tassi di interesse brasiliani ha creato tensioni inflazionistiche ed a contribuito alla lievitazione della moneta locale penalizzando le esportazioni industriali ed agricole. Inoltre tali capitali hanno privilegiato le attività speculative come l’acquisto di beni immobiliari di lusso, le azioni quotate nelle borse locali e i titoli statali. Ciò ha obbligato la Banca centrale brasiliana a intervenire e a tassare tali movimenti per evitare una eccessiva dipendenza dagli stessi a causa della loro grande volatilità. Questo esempio dimostra che in un’economia globalizzata le decisioni in materia di politica economica e finanziaria sono sempre più dettate da realtà e logiche transnazionali. I maggiori Paesi emergenti sono ormai diventati attori fondamentali. La crisi dei debiti sovrani in Europa.
Ma chi sono i mercati? E chi li governa? dossier
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La speculazione, pur necessaria come riconosceva lo stesso Max Weber, deve essere disciplinata da regole precise ed efficaci per evitarne le devastazioni. Qui sta la differenza tra il pubblico, indirizzato al bene comune, e il privato, indirizzato solo alla ricerca del profitto di pochi (…) È vero infatti che i mercati sono dominati dai privati e in questo momento soprattutto dalle società di rating, le quali, principali responsabili della crisi che ha gettato gli Stati Uniti nella peggiore recessione di tutti i tempi, con penosa ironia, come sottolinea il «Wall Street Journal», minacciano ora di togliere la massima valutazione di «tripla A» da sempre riservata ai bond americani. La «relazione incestuosa», come l’ha definita la Sec, fra le società di rating e le corporations di Wall Street è il vero crogiolo e la sentina del conflitto di interessi che ormai domina i mercati finanziari. Il rating è frutto spesso del pagamento di lauti compensi da parte dei valutati (…). Le valutazioni dei rating possono essere assolutamente arbitrarie e capricciose perché opache. Non vi è infatti nessuna norma che ne garantisca la serietà e la validità dei criteri che ne stanno alla base. Non esiste alcuna autorità pubblica indipendente che controlli queste società e vigili sui loro comportamenti. Guido Rossi «Il Sole/24 Ore» 17 luglio 2011 Guido Rossi (1931) è stato professore di economia alle Università di Venezia, Pavia, Milano e alla Bocconi, consulente di banche e società, senatore della Sinistra indipendente dal 1997 al 1992.
Le agenzie internazionali di valutazione dei rischi (Moody’s Investors Service; Standard & Poor’s e Fitch) sono spesso state accusate di incompetenza e di parzialità. È verissimo che queste agenzie non sono state capaci di anticipare la crisi dei subprime. E che non agiscono sempre in modo trasparente. Ma nel caso dei debiti sovrani della Zona euro hanno operato in modo soddisfacente. La critica dei politici mediterranei nei loro confronti, in particolare quella di stimolare la speculazione sui titoli pubblici, è ingiustificata. È piuttosto una scusa per addossare ad altri le colpe di una situazione insostenibile, causata dagli stessi politici. Per esempio, in Italia. Il fatto duro e crudo è che da anni l’economia italiana e anche la produttività delle imprese non crescono. Di fronte a questo, la responsabilità di tutte le forze politiche è innegabile. Molte delle misure (e delle riforme) che sarebbero state necessarie in questi ultimi anni, e che sono iscritte nella «famosa» lettera della Banca Centrale Europea (Bce) al Governo italiano, sono state aspramente osteggiate sia dal controdestra berlusconiano che dal centrosinistra. Pertanto, l’intenzione di Bruxelles di censurare l’attività delle agenzie di valutazione sfiora il ridicolo. Come se, nell’era della comunicazione istantanea, si potesse impedire la diffusione di notizie allarmanti! Sarebbe molto più sensato promuovere la creazione di nuove agenzie di rating, anche europee, con l’obiettivo di stimolare la professio-
nalità e la concorrenza fra le stesse.
L’aumento dei prezzi dei generi alimentari e la crisi alimentare. L’era dei prezzi agricoli bassi è tramontata. La speculazione sull’evoluzione dei prezzi agricoli può avere un certo ruolo nell’aggravare situazioni già deteriorate, ma non ne è la causa principale. Fattori sistemici, come l’aumento dei consumi alimentari nei maggiori Paesi emergenti, il cambiamento della dieta alimentare negli stessi Paesi, con espansione del consumo di carne e verdura a scapito dei cereali, i sussidi americani ed europei alla coltivazione di mais per produrre etanolo da utilizzare come carburante, la scarsità di investimenti nell’agricoltura in parecchi Paesi in via di sviluppo e i recenti cambiamenti climatici con ripercussioni sulla siccità in varie parti dell’Africa sono le vere cause della fine di un ciclo di prezzi bassi iniziato 40 anni fa. L’aumento dei prezzi degli alimenti coincide con seri interrrogativi legati alla capacità dell’agricoltura di sfamare in modo sostenibile una popolazione di ormai 7 miliardi – anzi: 9 miliardi fra 40 anni. Ma si possono mettere dei paletti alla speculazione?
Sì, sempre e quando le misure incidano sulle cause della speculazione e non solo sugli effetti, e quando non siano palliativi per accontentare l’opinione pubblica. Perché la speculazione è inerente al funzionamento del si-
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stema capitalista ed è velleitario pensare di venirne a capo solo con la regolamentazione e le proibizioni.
Politiche macroeconomiche nazionali più sostenibili. Il miglioramento di queste politiche sarebbe nell’interesse delle maggiori economie. Gli Stati Uniti sono preoccupati perché troppi Paesi dipendono dalle importazioni americane e dall’acquisto di titoli pubblici del Tesoro americano e dei loro attivi. A loro volta, gli altri Paesi sono allarmati perchè gli Stati Uniti sono focalizzati sulla immediata crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Per i Paesi emergenti, prima fra tutti la Cina, l’imperativo dovrebbe essere di diminuire la dipendenza dai Paesi industrializzati e di riorientare la loro economia sugli immensi bisogni di consumo delle loro popolazioni. A loro volta, i Paesi industrializzati, in primis gli Stati Uniti, dovrebbero aumentare le loro capacità di produzione e di esportazione. Quanto ai flussi internazionali di capitale, dovrebbero essere meno volatili e meno propensi ai rischi esagerati. Cambiare questo stato di cose non sarà certamente facile. Ma la direzione è logica ed i benefici collettivi sarebbero immensi. Regolamentazione. È evidente che sono auspicabili norme più severe di controllo delle banche pubbliche e private attive nei prestiti immobiliari. Non si tratta di mettere in discussione le buone intenzioni governative di stimolare la costruzione e il finanziamento di alloggi per i ceti medi e bassi. Ma occorre evitare che la generalizzazione indiscriminata di tali politiche crei nuove bolle speculative illusorie, provocando situazioni sociali insostenibili a carico dei poteri pubblici.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI). A seguito della crisi finanziaria, il FMI sembra aver capito che alcuni dogmi del passato non si giustificano più. Nella prospettiva dei Paesi emergenti e della lotta contro la speculazione, il FMI stesso ha messo in discussione il suo approccio, spesso «feticista», sui presunti effetti (sempre) positivi della liberalizzazione dei flussi transfrontalieri di capitale. Ciò equivale a riconoscere non solo la legittimità ma anche la pertinenza di scelte come quelle del Brasile e di altri Paesi, orientate ad introdurre strumenti fiscali che penalizzano l’affusso disordinato di capitali esteri.
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Europa: le realtà economiche sono pesanti. Ma l’austerità da sola non serve. C’è chi vede nella crisi dei debiti sovrani un complotto delle finanza anglo-americana contro l’Europa, con intenti speculativi contro l’euro e le banche europee. Tali visioni tendono a nascondere la dura realtà attuale dei Paesi mediterranei, dell’Irlanda, del Belgio e magari anche della Francia, la loro insufficiente crescita economica e la diminuzione dei livelli di competitività e produttività, soprattutto nei confronti della Germania. Se si guarda, per esempio, alla Grecia, si possono individuare rapidamente le cause di una situazione di insolvenza ormai generalizzata. Oggi un greco su quattro lavora per un settore pubblico che impiega 800 mila persone, con un aumento dei 2/3 negli ultimi trent’anni. È evidente che la burocrazia greca è sproporzionata, inefficace e persino nido di corruzione, e che deve essere ridotta. Il problema è come farlo, quando non esistono ammortizzatori sociali adeguati. Perché, se è vero che le misure di austerità della troika FMI-BceUE finiranno per uccidere il pazienteGrecia, è altrettanto ovvio che della situazione non sono responsabili né i mercati, né le agenzie di valutazione dei rischi, e neppure la troika. È la classe politica greca che non è stata capace di affrontare prima le riforme indispensabili. Ma, allora erano i tempi delle vacche grasse, dei crediti facili e poco onerosi, delle Olimpiadi dai costi mirabolanti, della speculazione immobiliare e dell’evasione fiscale... Prezzi dei beni alimentari. Esistono misure che, in caso di crisi alimentare, possono contribuire a limitare la speculazione. Anzitutto, non è impos-
sibile introdurre controlli sulle grosse operazioni di compra-vendita a termine dei cereali. Inoltre l’esperienza della crisi alimentare nel 2008 insegna che – soprattutto in Asia – è essenziale convincere i governi dei Paesi esportatori di alimenti a evitare le proibizioni all’export della produzione nazionale. Questa misura accentua il panico sui mercati regionali e rafforza ulteriormente le tendenze speculative esistenti. Inoltre, sarebbe opportuno immettere sui mercati le riserve strategiche di alimenti di cui dispongono Paesi come gli Stati Uniti, per compensare almeno parzialmente le insufficienze di produzione. Ma, a media e lunga scadenza, solo politiche nazionali adeguate di stimolo agli investimenti e alla produzione agricola possono risolvere i problemi di fondo. L’esempio del Vietnam, diventato autosufficiente nella produzione di riso, dimostra che percorrendo questa via si possono ottenere ottimi risultati. Conclusione
La speculazione è una realtà. È tuttavia possibile e urgente prevenire e combatterne le manifestazioni e le conseguenze più negative. Scandalizzarsi per certi tipo di speculazione è giustificato dal profilo etico ma anche da quello politico ed economico. La sola indignazione però può essere cattiva consigliera al momento di orientare le misure anti-speculative. Essenziale è conoscere le cause a monte dei fenomeni speculativi, per evitare di prendere misure forse popolari ma in fin dei conti poco utili.
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Mercati fuori controllo, democrazie senza risorse La dottrina sociale della Chiesa di fronte alla verità negata «La situazione attuale del mondo esige un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali. Esperta in umanità, la Chiesa, lungi dal pretendere minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati, non ha di mira che un unico scopo: continuare, sotto l’impulso dello Spirito consolatore, la stessa opera del Cristo, venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, per salvare, non per condannare, per servire, non per essere servito». di Gianfranco Fabi*
Con queste parole nel 1967 Papa Paolo VI indicava nella Populorum progressio gli obiettivi, ma nello stesso tempo i limiti, della responsabilità della Chiesa di fronte alla realtà economica mondiale. E queste stesse parole sono state riprese in maniera molto significativa nel documento che il Pontificio Consiglio per la giustizia e per la pace si è sentito in dovere di pubblicare a metà ottobre 2011 nel pieno della crisi finanziaria globale. «Rendere testimonianza alla verità»: quindi, come punto centrale, una verità che è innanzitutto quella di credere in Cristo, centro del cosmo e della storia, non solo per l’annuncio di salvezza, ma per il suo aver condiviso la natura umana in tutto e per tutto fino alla morte. Nella convinzione che la verità sull’uomo non è solo trascendentale, non riguarda solo il destino ultimo ed infinito, ma nella concretezza dell’attualità il messaggio cristiano può portare «un contributo di verità alla questione del posto dell’uomo nella natura e nella società, affrontata dalle civiltà e culture in cui si esprime la saggezza dell’umanità».
La catena delle illusioni In questa prospettiva si può riflettere sul fatto che la crisi economico-finanziaria è stata innanzitutto una crisi di verità. Alla radice ci sono state infatti una lunga catena di illusioni che in qualche caso sono diventate delle vere e proprie truffe intellettuali. • 1. Alla base c’è stata l’illusione che la finanza potesse camminare con le proprie gambe e che fosse possibile
continuare senza fine a fare soldi con i soldi: le banche d’affari e d’investimento sono diventate il centro della ricchezza e del potere. • 2. Poi è venuta l’illusione che si potesse annullare il rischio spezzettandolo e dividendolo, e alla fine nascondendolo all’interno di strumenti finanziari sempre meno trasparenti. E i titoli «tossici» hanno invaso il sistema finanziario, attraverso un sistema di palesi complicità tra i grandi banchieri attirati solo dalla possibilità di aumentare il proprio giro d’affari, i guadagni virtuali e i loro bonus invece molto concreti e reali. • 3. Quindi c’è stata l’illusione che i debiti, anche quelli degli Stati, potessero essere considerati come un dato di fatto, come un elemento della normale gestione della politica, di cui nessuno avrebbe mai chiesto la restituzione. E con i debiti si sono coperte le inefficienze della politica. • 4. In Europa la moneta unica, che avrebbe dovuto essere un aiuto alla disciplina di bilancio, è stata utilizzata, grazie ai bassi tassi di interesse, più per coprire e rinviare i problemi che per risolverli. • 5. Un’altra illusione è stata quella di pensare che la crisi fosse di natura strettamente congiunturale, provocata cioè da fattori momentanei e quindi facilmente superabili con una diversa politica economica e soprattutto monetaria: dimenticando gli importanti elementi strutturali come il calo demografico, l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita media da una parte e la rivoluzione tecnologica dall’altra. • 6. Infine c’è stata l’illusione che l’economia potesse fare a meno della persona nei suoi molteplici aspetti di cittadino, lavoratore, risparmiatore, consumatore, imprenditore, portatore di bisogni e di speranze, di rispetto della vita e di qualità della vita stessa. Su queste basi politiche, banchieri e finanzieri hanno costruito un castello di carte in cui ognuno ha giocato il proprio ruolo cercando di massimizzare profitti e consenso in una continua rincorsa a nascondere la dimensione più vera degli squilibri economici e sociali. C’è stata così una crisi di verità e di conoscenza. «Il rischio del nostro tempo – afferma la Caritas
in veritate – è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione critica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere uno sviluppo veramente umano».
Il mondo era cambiato Tanti elementi sottovalutati, tanti fattori che non sono stati presi in considerazione da chi aveva responsabilità politiche nazionali o internazionali. In pochi anni infatti si sono verificati cambiamenti di scenario a molte dimensioni. Con l’ingresso della Cina nel sistema degli scambi commerciali e finanziari la globalizzazione è diventata completa. Con l’avvento di Internet come strumento normale di comunicazione si sono completamente annullate le barriere dello spazio e dei confini politici. Con la potenza e la velocità di calcolo e di esecuzione delle operazioni dei più moderni computer si sono moltiplicati in misura esponenziale gli scambi di strumenti finanziari dettati solo da motivi di immediata speculazione. Con la caduta dei controlli e delle limitazioni al sistema finanziario si è aperto lo spazio a una moltiplicazione virtuale del denaro grazie ad un impiego spregiudicato di quello che viene chiamato «effetto leva»: prestare cento sulla base di una garanzia di dieci. Con i cambiamenti demografici sono gradualmente cambiate le esigenze di finanziamento e i parametri di fondo della sanità e della previdenza. Ed è stato così che i debiti privati sul fronte americano e i debiti pubblici sul fronte europeo hanno scavato la terra sotto il terreno dell’economia con una crisi che ha avuto i suoi punti di maggiore impatto nel fallimento della banca Lehman Brothers da una parte e con il crollo della Grecia dall’altra. Fallimento del mercato? Oppure drammatica verifica del fatto che il mercato funziona tanto bene da non poter sopportare a lungo squilibri e * Gianfranco Fabi, laureato in economia, è stato redattore al «Giornale del Popolo» negli anni Settanta. Entrato nella redazione milanese de «Il Sole /24 Ore», il grande quotidiano economico, ha occupato la posizione di vice-direttore vicario (cioè di immediato collaboratore del direttore) fino al 2009. Attualmente è collaboratore libero di varie testate, tra cui la Radiotelevisione svizzera e il «Corriere del Ticino».
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forzature? La Caritas in veritate afferma molto puntualmente che il mercato «non esiste allo stato puro: esso trae forme dalle configurazioni culturali che lo specificano e lo orientano. Infatti l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono essere mal utilizzate quando chi le gestisce ha solo riferimenti egoistici». E il documento della Consiglio Giustizia e pace sottolinea come il grande errore degli ultimi tempi sia stato il considerare un «apriorismo economico» la dimensione del mercato «senza confrontarsi con la realtà». Siamo quindi ancora di fronte al tema della verità. In quella che è stata spesso enfaticamente chiamata «l’economia della conoscenza» si sono invece realizzate una serie di circostanze in cui c’è stato un utilitaristico rifiuto nell’accettare la realtà. Con una volontà ostinata nel rimandare politiche strutturali e a lungo termine privilegiando invece la ricerca del consenso a breve termine e a qualunque costo. Inoltre, con una pervicace fiducia negli strumenti strettamente tecnici di controllo dell’economia, ponendo in secondo piano o quasi annullando le decisioni delle persone.
Politica senza autocritica Rimane infine una grandissima difficoltà a trovare nei politici qualche forma di autocritica. Merita allora citare come una, pur tardiva, eccezione, quella del cancelliere tedesco dal ’74 all’82, Helmut Schmidt, che nel suo libro scritto dedicato al bene comune ammette «di aver tralasciato, ovvero di non aver riconosciuto, l’invecchiamento e il ridimensionamento della nostra società che era già in atto dai tempi del mio governo: la recessione dei tassi di natalità rappresenta un dato oggettivo già a partire dagli anni ‘60». È allora necessario ripartire dai fondamentali, affrontare la dimensione della verità, anche se può essere drammatica, per ricostruire su nuove basi la speranza di poter realizzare un sistema in cui ognuno possa valorizzare i propri talenti e la dimensione dell’equità possa associarsi con quella altrettanto importante della crescita e dello sviluppo. La dottrina sociale della Chiesa appare in questa prospettiva un binario importante su cui avviare un cammino. Non perché offra soluzioni tecniche e indicazioni procedurali, ma perché mettendo al centro la persona sottolinea che la crisi è dovuta più ai comportamenti che alle strutture economiche e che quin-
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di il problema più importante non è tracciare nuove ideologie ma ripartire dall’educazione per orientare al bene comune la responsabilità di ciascuno. Per usare espressioni «laiche» e moderne si potrebbe parlare della necessità di valorizzare il «capitale umano», attraverso un forte investimento nei processi educativi, perché si colleghi con il «capitale sociale», cioè con la capacità di rispondere a quegli interessi collettivi che stanno alla base del bene comune. C’è un problema di istruzione, di capacità di dominare le tecnologie per garantire una sempre maggiore produttività del lavoro, ma c’è soprattutto un problema di orientamento della società, perché considerare l’uomo nella sua integralità vuol dire anche misurare il progresso non solo sotto il profilo della quantità, del valore materiale, del costo monetario, ma anche sotto l’aspetto della qualità, dei valori relazionali, della soddisfazione spirituale e relazionale. Non si tratta solo di rimettere il discussione il pil come misura economica fondamentale. Il prodotto interno lordo potrà restare un punto di riferimento per misurare quella creazione di valore di cui ci sarà sempre bisogno in una società integrata in cui, molto banalmente, l’Europa dovrà pur sempre trovare i mezzi necessari per importare il petrolio e il gas dai paesi produttori. Ma il pil dovrà sempre di più essere affiancato da altri indicatori in grado di definire le linee guida
Il Vaticano a favore di una tassa sulle transazioni finanziarie
Il Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace ha formulato al G 20 (la riunione degli Stati economicamente più forti del pianeta, convocata a Nizza in novembre) le sue raccomandazioni per una riforma del sistema finanziario globale. In una conferenza stampa tenutasi in Vaticano si è dichiarato espressamente a favore di una trassa sulle transazioni finanziarie speculative. Una proposta importante che il Consiglio federale svizzero continua a rifiutare.
Alliance Sud, comunità di lavoro Swissaid, Sacrificio quaresimale, Pane per tutti, Helvetas, Caritas, Aces. Comunicato diffuso il 25 ottobre 2011 (www.alliancesud.ch). Maggiori informazioni: Mark Herkenrath, Alliance Sud (078 699 58 66) oppure Markus Brun, Sacrificio quaresimale (078 835 15 90).
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della politica economica: indicatori di equità sociale, di partecipazione al lavoro, di capacità di innovazione, di equilibrio generazionale, di sostenibilità ambientale. Evitando anche le suadenti tentazioni della «decrescita» basate su di un improponibile ritorno di massa ad una dimensione rurale, romanticamente accattivante, ma che porterebbe inevitabilmente con sé un declino economico e una maggiore povertà sociale.
L’uomo da riporre al centro In fondo, si tratterebbe invece di cercare di realizzare una delle profezie dimenticate di John Maynard Keynes: «Il mio obiettivo è quello di porre le questioni economiche in secondo piano. A mio avviso gli economisti, al momento la corporazione scientifica più incompetente, saranno nondimeno per i prossimi venticinque anni gli scienziati più importanti al mondo. C’è da sperare che, qualora riescano nel proprio compito, non abbiano più alcuna importanza». C’è bisogno di una nuova generazione, sia di politici sia di economisti. Ma devono essere convinti gli uni e gli altri che rimane profondamente vero quello che diceva la Centesimus annus dopo la caduta del muro di Berlino: «L’errore fondamentale del socialismo è di carattere antropologico (…) L’uomo è ridotto ad una serie di relazioni sociali, scompare il concetto di persona come soggetto autonomo di decisione morale, il quale costruisce mediante tale decisione l’ordine sociale. Da questa errata concezione della persona discendono la distorsione del diritto che definisce la sfera di esercizio della libertà, nonché l’opposizione alla proprietà privata». Solo riconoscendo gli errori del passato sulle macerie della crisi si può riscoprire la concretezza dell’etica delle scelte quotidiane e l’attenzione ai valori più profondamente umani (tutt’altro rispetto ai «valori» degli indici di Borsa). Perché, come afferma ancora la Caritas in veritate, «difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione, sono forme esigenti e insostituibili di carità». E solo su queste basi sarà possibile riprendere un cammino di speranza e di fiducia. Se la speranza è una virtù cristiana, la fiducia è il motore che muove i mercati, che guida gli scambi, che permette alla società di crescere. Una fiducia che per ora può solo essere considerata una delle più grandi vittime di questa crisi.
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cronaca
CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
A cinquant’anni dal Concilio. Il numero monografico di settembre di «Confronti» – mensile di fede, politica e vita quotidiana – è dedicato al Concilio Vaticano II a cinquanta’anni dall’apertura. Il direttore Gian Mario Gillio descrive il Concilio come una schiarita ricca di aperture e di speranze. «Quali furono, in concreto, i temi dibattuti, le dinamiche innescate, i contrasti teologici, gli approdi finali? E cosa rimane, oggi, a mezzo secolo di distanza, di quella straordinaria ‘schiarita’ ecclesiale?». Senza pretendere di fare una sintesi esaustiva del Concilio, gli interventi vogliono offrire «una griglia storica, teologica, interdisciplinare e interreligiosa per poter inquadrare lo ieri del Vaticano II e l’oggi del post-Concilio, con luci e ombre (o, almeno, quelle che a noi sembrano tali)». Curato da Brunetto Salvarani, «Confronti» propone contributi di Giovanni Bachelet, Mauro Castagnaro, Giancarla Codrignani, Fulvio Ferrario, Giovanni Franzoni, Paolo Ricca, Luigi Sandri. («Confronti», Via Firenze 38, 00184 Roma; www.confronti.net; www.confrontiblog.it).
Otto per mille. La quota di imposte di cui lo Stato italiano si priva e che, apparentemente in base alla volontà dei cittadini, riversa alla Chiesa cattolica e alle altre confessioni religiose che hanno firmato un’Intesa, da dieci anni è di oltre un miliardo di euro l’anno, l’ 8 per mille del gettito totale dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). Nel 2011 la cifra ha raggiunto per la Chiesa cattolica il record di 1.118 milioni, in gran parte utilizzata per il funzionamento della struttura ecclesiastica: 467 milioni per «esigenze di culto e pastorale», 361 milioni per il «sostentamento del clero», 235 milioni per «interventi caritativi», 55 milioni accantonati «a futura destinazione». A firmare per destinare allo Stato o a una confessione religiosa l’otto per mille dell’importo totale da ripartire è appena il 44% dei contribuenti, e solo il 35% sceglie la Chiesa cattolica, ma il sistema prevede che l’intero importo venga ripartito secondo le indicazione espresse. In questo modo alla Chiesa cattolica, con il 35% dei consensi, viene assegnato l’ 85% del totale, ma così non si rispetta la volontà dei contribuenti che non hanno indicato alcuna scelta. Par-
tecipante alla ripartizione dell’8 per mille è anche l’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, che pur avendo poco più di 25mila membri riceve la preferenza di oltre 413.000 contribuenti, ossia 12.120.794,54 euro dalle dichiarazioni del 2008 (riferiti ai redditi del 2007), con un aumento del 18% rispetto all’anno precedente. L’Unione valdometodista utilizza l’intera somma ricevuta dallo Stato a progetti sociali e culturali realizzati in Italia e all’estero, niente viene invece destinato alle spese di culto, all’evangelizzazione, alla costruzione o al restauro delle chiese o agli stipendi dei pastori. Questa gestione «laica» dei fondi incontra il favore di un numero crescente di italiani, mentre le preferenze di molti per una Chiesa di minoranza è forse anche un modo di protestare contro certe decisioni della gerarchia cattolica.
Roba da matti… Giovanni XXIII nella «Pacem in terris» aveva definito la guerra «alienum a ratione», cioè «roba da matti». L’ordinario militare per l’Italia, generale e monsignore, lo scorso 24 ottobre, durante una liturgia nella basilica romana di Santa Maria in Aracoeli, ha proposto di «promuovere la devozione del beato Giovanni XXIII quale santo patrono dell’esercito». C’è sempre qualche generale per fare danni! (da «Adista», 5 novembre 2011).
Exit Berlusconi
glio della CEI, Roma 26 settembre 2011). Due mesi dopo, il cavaliere Berlusconi se n’è andato ma ci vorranno anni per riparare i danni morali e politici che il berlusconismo ha inflitto all’Italia in due decenni. E un minimo di coerenza (o almeno di decenza) dovrebbe indurre all’abbandono cardinali, monsignori e giornalisti che per troppo tempo gli hanno fatto da palafrenieri e turiferari, e non sono certamente i più credibili per proporre «progetti culturali», una «nuova evangelizzazione», e ora anche una «sana mediazione». È «quel che ci sta a cuore» come «cattolici adulti», di qua e di là del confine. a.l. (Continuazione da pag. 1)
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Contro la pena di morte. Diverse sezioni europee (tra cui quella svizzera) di ACAT – cattolici contro la pena di morte – hanno scritto agli episcopati di Svizzera, Germania e Austria per criticare la risposta contenuta nel catechismo «Youcat» distribuito ai giovani durante le Giornate di Madrid, non sufficientemente esplicito nella condanna della pena di morte. Nelle loro risposte i vescovi richiamano la dottrina esposta nel «Catechismo della Chiesa cattolica» e assicurano l’impegno della Chiesa per l’abolizione di una pena «crudele e inutile». Un vescovo in tribunale. Per la prima volta un vescovo viene incriminato per non essere intervenuto contro un prete trovato in possesso di materiale pedopornografico. Si tratta di mons. Robert Finn, di Kansas City, che si è limitato a rimuoverlo dalla parrocchia, ma senza denunciarlo alle autorità. Il prete si trova in carcere, accusato di 13 diversi reati, mentre il vescovo (che si è dichiarato non colpevole), arrischia un anno di carcere e una multa di mille dollari.
Vade retro! Il rettore della cattedrale della diocesi cattolica di Phoenix (Arizona) ha deciso di escludere le bambine dal servire Messa, con la motivazione che, a sua conoscenza, dall’80 al 95% dei preti hanno «cominciato la carriera» servendo messa, e questa decisione avrebbe avuto successo, a suo dire, in altre diocesi. In compenso, alle femmine, padre John Lankeit ha proposto di fare le sagrestane. San Paolo la pensava diversamente, avendo persino affidato a donne alcune Chiese da lui fondate.
Ci aspetta Lutero. «II nostro cuore chiede di più»: questo a caldo il commento del pastore Nikolaus Schneider, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), a conclusione dell’incontro con papa Benedetto XVI, svoltosi lo scorso 23 settembre a Erfurt nell’ex convento degli Agostiniani. Particolare importanza per il dialogo ecumenico riveste per Schneider il 2017, quando, il 31 ottobre, verrà celebrato il quinto centenario della Riforma. Secondo il presidente della EKD è giunta l’ora di guarire la memoria dalle ferite causate dalla Riforma e di percorrere finalmente «vie concrete di riconciliazione».
Islam italiano. Un Comitato per l’Islam italiano, comprendente 19 membri, era stato costituito presso il Mi-
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nistero degli interni il 10 febbraio 2010, quale organismo di consultazione in quanto comprendente rappresentanti di diverse organizzazioni musulmane e alcuni esperti e giornalisti. Grande assente l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII), esclusa perché non avrebbe un «atteggiamento positivo». Il Comitato ha fin qui espresso due pareri: uno sui requisiti per i luoghi di culto, l’altro sulla formazione degli imam; in precedenza si era espresso sul porto del velo islamico. I ministri del culto musulmano sono apprezzati quali attori d’integrazione. Musulmani in Francia. L’organismo promosso dal governo francese per realizzare una rappresentanza unitaria dei musulmani è entrato in crisi a causa della decisione di due delle tre grandi federazioni (l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, UOIF, e la Federazione nazionale della Grande Moschea di Parigi, GMP) di non partecipare alle elezioni dei propri delegati al Consiglio francese del culto musulmano (CFCM), presieduto da un rappresentante dell’ Assembramento dei musulmani di Francia (RMF), unico rimasto in gara. Motivo del boicottaggio: la mancata riforma del modo di elezione, fissato in base alla superficie delle moschee. Secondo il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Mohammed Moussaoui, in Francia sono in costruzione da cento a centocinquanta moschee, principalmente finanziate dai fedeli; i musulmani sono circa 3,5 milioni, il 62% di età inferiore ai 35 anni, e frequentano in percentuale dal 17 al 23%, per cui gli edifici disponibili sono insufficienti.
Contro la discriminazione. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra ha abbandonato l’esame di una risoluzione che condannava la diffamazione religiosa, optando per un testo che sostiene il diritto individuale alla libertà religiosa. La nuova risoluzione, denominata «Combattere la discriminazione e la violenza», porta a conclusione un dibattito che aveva visto la netta opposizione tra il gruppo dei Paesi musulmani e quello dei difensori della libertà di pensiero. Intanto aumentano gli Stati (dopo Francia e Belgio, ora anche l’Olanda) che hanno proibito il «velo integrale» usato da alcune donne musulmane. In Catalogna, superando il divieto «alla svizzera» di nuovi minareti, si vuole regolamentare la
cronaca
costruzione di nuovi «luoghi di culto», insomma si vuole rispettare tradizione e storia negando la libertà di culto. Il Consiglio dei diritti dell’uomo di Ginevra ha infine approvato, con 23 voti (compreso quello svizzero) contro 19 e 3 astensioni, una risoluzione contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Secondo Amnesty International, l’omosessualità è proibita in 76 dei quasi duecento Stati appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Per la pace in Terrasanta. Undici leader cristiani di Gerusalemme hanno pubblicato una dichiarazione secondo cui la costituzione di due Stati indipendenti è la soluzione che meglio serve la causa della pace e della giustizia in Terrasanta, e il negoziato è la via migliore per risolvere i tanti problemi dell’area. Tra i firmatari del documento il vescovo Munib Younan della Chiesa luterana di Giordania e Terrasanta e presidente della Federazione luterana mondiale (FLM), il patriarca latino Fouad Twal e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III. Riguardo allo status di Gerusalemme, il documento afferma che essa è «la città santa dei seguaci di tutte e tre le religioni abramitiche, in cui tutti devono poter vivere in pace e tranquillità, una città da condividere tra i due popoli e le tre fedi».
Carestia nel Corno d’Africa. La fame continua a divorare i Paesi del Corno d’Africa, dove la peggiore carestia verificatasi negli ultimi sessant’anni sta mettendo a rischio la vita di quasi dieci milioni di persone. La risposta della comunità internazionale a questa crisi è stata tardiva e continua a essere insufficiente rispetto ai reali bisogni, per cui ci si deve aspettare che la situazione peggiori ancora. Le cause di questa emergenza alimentare sono diverse: due cattive stagioni delle piogge che hanno distrutto i raccolti e decimato il bestiame, il difficile accesso al cibo già prima della carestia, la conflittualità tra le diverse comunità presenti nella regione, la povertà diffusa. Una delle emergenze più acute rimane la malnutrizione infantile,
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che sta mietendo un gran numero di vittime. Secondo alcuni calcoli, per far fronte ai bisogni alimentari fino a dicembre sono necessari 400 milioni di dollari. Il cibo è certamente la principale necessità della zona ma non l’unica. Così la necessità dell’istruzione scolastica nei campi profughi di Dadaab, in Kenia, dove la Federazione mondiale luterana gestisce sei scuole con un totale di 13 mila studenti. Oltre mille insegnanti operano nei campi, ma c’è solo un libro ogni nove alunni, mancano banchi, le aule sono troppo piccole. E tuttavia, i bambini somali hanno maggiori probabilità di ricevere una educazione scolastica nei campi profughi che nel loro Paese, dove sono analfabeti il 51% della popolazione e il 76% delle bambine. Secondo dati pubblicati dalla Croce Rossa internazionale, 925 milioni di persone nel mondo soffrono la fame (il 15% dell’umanità), mentre 1,5 miliardi sono in sovrappeso (il 20% dell’umanità): una clamorosa ingiustizia nella distribuzione del cibo disponibile (che sarebbe sufficiente per tutti) della quale siamo tutti, chi più chi meno, responsabili.
Libertà e segni religiosi. La biblioteca del Parlamento canadese ha pubblicato uno studio giuridico di 22 pagine con ampia bibliografia internazionale su «Libertà della religione e segni religiosi nello spazio pubblico», diretto ai centri scolastici e agli insegnanti dei Paesi membri del Consiglio d’Europa e dell’OCSE, che presenta la situazione in Canada, negli Stati Uniti e nei principali Stati europei. Il documento è disponibile online in francese e in inglese. Le commissioni dei due rami del Parlamento svizzero hanno preavvisato di respingere l’inserimento nella Costituzione federale del principio che i simboli dell’Occidente cristiano sono autorizzati negli spazi pubblici. Motivo del rifiuto della proposta, presentata dalla democristiana lucernese Glanzmann, è la preoccupazione di non turbare la pace religiosa con una norma preferenziale che sarebbe in contrasto con la neutralità religiosa dello Stato.
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E se «evangelizzassimo» la Chiesa? Variazioni su un concetto attuale In occasione dell’assemblea del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, svoltosi a Tirana (Albania) alla fine di settembre 2011, è stata presentata la sintesi di un questionario che raccoglie le risposte dei diversi episcopati nazionali sul tema della «Nuova evangelizzazione» («Il Regno» del 1.ottobre 2011), dove si indicano, come protagonisti della nuova evangelizzazione «ogni discepolo di Gesù (…), in primis responsabilità del vescovo». «Tre protagonisti, inoltre, sono citati regolarmente: le famiglie che dovrebbero essere il primo luogo missionario dove si riceve la fede col latte materno», ma «la trasmissione della fede si è interrotta nelle nostre famiglie»; «le scuole cattoliche: la coniugazione della nuova evangelizzazione con l’istanza educativa è fonte di speranza. È l’inizio di un nuovo percorso, sorgente di nuovi dinamismi pastorali, spesso vittime di frammentazioni eccessive»; poi «i movimenti e le comunità», indicandone parecchi senza un ordine preciso (manca l’Azione cattolica!), ma «alcuni sottolineano il pericolo che i movimenti e le nuove comunità si richiudano su se stessi e non inducano al cambiamenti né le parrocchie né la società». Descrivendo quali siano i destinatari della nuova evangelizzazione, la sintesi constata «le conseguenze della mancanza di una definizione del concetto di nuova evangelizzazione»: solo i battezzati o tutti gli uomini? «Tre categorie sembrano tuttavia prioritarie: le famiglie: sono il cuore dell’evangelizzazione. Nel quotidiano e nella semplicità, trasmettono i valori del Vangelo»; «i giovani: adolescenti nelle scuole, studenti, giovani professionisti che cercano il senso della loro vita e possono diventare gli attori dinamici della nuova evangelizzazione»; «i media: in molti casi non sono facilmente accessibili (…), spesso sono percepiti come anti-ecclesiali, contribuendo a creare una nuova immagine del mondo e dell’uomo che non favorisce l’evangelizzazione. Molte conferenze episcopali sottolineano anche l’importanza di evangelizzare il mondo della politica». Non deve meravigliare la varietà e la problematicità delle risposte episcopali, che ovviamente riflettono le si-
tuazioni molto diverse presenti nelle Chiese e nelle società europee. Mons. Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, avrà il suo bel daffare per trovare una proposta valida per tutti i Paesi e per tutti le comunità!
Dalla catechesi all’evangelizzazione
Qualche indicazione più concreta e qualche pista più praticabile mi è parso di poterle ricavare da un recente «colloquio internazionale», svoltosi a fine ottobre alla Villa Cagnola di Gazzada, sul tema «La catechesi e le sfide dell’evangelizzazione oggi», che ha offerto durante tre giorni una panoramica esauriente, anche se forzatamente non completa, dei problemi che si presentano oggi a coloro che sono particolarmente impegnati a far conoscere il messaggio del Vangelo. Una premessa può aiutare a comprendere la vastità del tema affrontato, se si cerca una definizione condivisa dei termini utilizzati: per evangelizzazione propongo che si debba intendere l’annuncio cristiano a chi non lo conosce ancora (un tempo si diceva: «missione»), oggi diretto anche a molti «battezzati» che del cristianesimo hanno una concezione distorta, superficiale, persino sbagliata; mentre per catechesi si dovrebbe intendere una riflessione e una maggiore conoscenza di quanto già si «vive», si applica cioè a chi già «possiede» o è in ricerca nella fede. A Gazzada si è proposta una catechesi catecumenale…
Situazioni e modalità diverse
Il colloquio ha presentato la problematica generale del binomio catechesi/evangelizzazione offrendo due panoramiche: la prima considerando le varie «aree» culturali (anglosassone, francofona, italiana, africana, latinoamericana. asiatica, tedesca), la seconda esaminando le diversità di modalità, luoghi, destinatari e realizzazioni (giovani, adulti, famiglie, parrocchia, Bibbia, piccole comunità, religione popolare ecc.). Nella varietà facilmente immaginabile delle si-
tuazioni, persino all’interno delle Chiese dell’Europa occidentale, il dilemma che devono affrontare i cristiani (e in particolare gli operatori sul fronte) è tra annunciare il Vangelo a chi non lo conosce, oppure fare «catechesi» a chi è già cristiano; dilemma che diventa addirittura angosciante e debilitante per chi, nella nostra realtà sempre più secolarizzata e plurale, si trova di fronte ad una gioventù ormai in parte (più o meno grande) non più cristiana, e deve scegliere se approfondire o alimentare una fede che non c’è o proporre «dal nulla» (peggio, in una cultura ostile) il messaggio cristiano. È ormai unanimemente riconosciuto, anche se non sempre accettato, che l’ora d’insegnamento concessa dagli Stati al personale designato dalle Chiese non può essere né un’ora di evangelizzazione né una di catechismo, ma laicamente un insegnamento culturale, e non più essere considerato dalle famiglie un sostituto al compito di trasmettere la fede. I corsi paralleli a quello gestito dallo Stato, oltre a essere difficilmente organizzabili da parte degli istituti scolastici (perché ogni comunità religiosa potrebbe rivendicarli, a parità delle Chiese cristiane), dovrebbero apparire doppioni difficilmente giustificabili, sia per le Chiese che li gestiscono sia per lo Stato che li paga! Resistenze tradizionali e di comodo
Spesso quello che occorre è, prima, la demolizione di quanto rimane di una «evangelizzazione» ormai superata. Ma allora la priorità spetterebbe alla «evangelizzazione» o «riconversione» degli adulti, non già degli infanti che poi si perdono quando arrivano all’uso della ragione «critica». Un buon esempio delle difficoltà concrete è la discussione sempre più aperta sull’età in cui impartire i sacramenti detti dell’iniziazione cristiana: il battesimo alla nascita?; la cresima prima o dopo la prima comunione?; la cresima dopo l’adolescenza? La scelta del momento più adeguato alle situazioni odierne non solo si scontra con comodità sedimentate nel clero, ma anche con le aspettative di molti cristia-
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ni tradizionali, che vogliono celebrare «una bella festa» con nonni e parenti, e non sono particolarmente sensibili all’obbligo di educare alla fede i loro pargoli, in gran parte ignoranti o indifferenti. Evangelizza una comunità vivente!
Per concludere con una proposta positiva (ma impegnativa per tutti gli… evangelizzatori), ricordo una convinzione che mi è parsa comune ai partecipanti al colloquio di Gazzada: più che la famiglia (dove è ancora cristiana, ben venga!), il soggetto dell’evangelizzazione oggi dev’essere una comunità cristiana viva, e i suoi mezzi principali la liturgia (cioè la preghiera comune) e la diaconia (cioè l’amore e il servizio dei fratelli). Sul secondo elemento mi pare non manchino i buoni esempi, anche se la diffusione è ancora limitata e carente, e quindi non sufficientemente… esemplare; sul punto della «liturgia come scuola pratica della fede» mi sembra che siamo ancora all’anno zero, anzi stiamo continuamente arretrando dal modello della «cena pasquale» che ci fu indicata dal Fondatore, col «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Ha scritto di recente mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea: «Credo debba tenersi presente che la prima, fondamentale evangelizzazione, è realizzata dall’esempio – di coerenza, di onestà, di adempimento dei propri compiti – dato da chi si professa cristiano, soprattutto se si trova in posizione di rilievo (…). Anche da parte delle Chiese – dalle più piccole comunità alle Chiese nazionali o alla Chiesa universale – la prima evangelizzazione è il chiaro esempio di non cercare la ricchezza e il potere: meglio rinunciare a qualche privilegio che dare il sospetto che, sia pure a fin di bene, anche la Chiesa è serva di mammona, cioè dei soldi e del prestigio. Purtroppo non siamo riusciti, nel Concilio, a far proclamare apertamente che la Chiesa – come aveva anticipato Giovanni XXIII –, che è sempre stata la Chiesa ‘per’ i poveri, deve rivelarsi sempre più la Chiesa ‘dei’ poveri» (da ADISTA, 29 ottobre 2011). Chissà se il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II offrirà l’occasione per tentare «una nuova evangelizzazione» della Chiesa cattolico romana? Alberto Lepori
I commenti degli altri
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Osare la trasgressione
«La Chiesa ha bisogno di uomini di speranza»: queste parole di mons. Albert Rouet, già arcivescovo di Poitiers, fanno riflettere. Essere pieni di una grande speranza per la Chiesa dovrebbe essere la passione di tutti i cristiani. Ma la delusione continua il suo lavoro deleterio, specialmente tra le giovani generazioni, malgrado gli sforzi come le Giornate mondiali della gioventù (GMG) e le assemblee più locali come «Pregare e testimoniare». Le manifestazioni di massa sono ingannevoli: sono spettacolari ma superficiali. Quanti giovani, compresi quelli che hanno partecipato alle recenti GMG di Madrid, ritroveranno il cammino della messa domenicale in parrocchia e si presenteranno ai confessionali, malgrado la «dimostrazione» di Benedetto XVI in quella occasione? In Spagna, un giovane cattolico su due dice di non essere praticante. Le grandiose GMG di Parigi (1997) non hanno per niente frenato l’erosione della pratica religiosa in Francia e nelle nostre regioni. Perché alla Chiesa per testimoniare non basta una dichiarazione pubblicitaria. Deve manifestare il suo desiderio di amare l’umanità e di prestare attenzione alle miserie del mondo. «Non basta che la Chiesa sia organizzata, che essa funzioni bene – precisa ancora mons. Rouet. Queste realtà possono essere dei magnifici sepolcri» (da una conferenza a Parigi il 17 settembre 2005). La fede cristiana muore quando sperpera il suo unico bene: l’intimità con il Cristo, la vicinanza con il popolo di Dio. Inoltre, la nostra società rende fragile l’evangelizzazione e favorisce il ri-
piegamento integrista. Attenti ai teologi critici! José Antonio Pagola, prete e teologo spagnolo, è stato costretto a ritirare dal commercio la traduzione italiana di uno studio su Gesù, rischiando la nuova «inquisizione», per aver osato scrivere che «Più si conosce Gesù, più si è delusi dalla Chiesa». L’affermazione è ruvida ma non è sbagliata. La Chiesa ha bisogno di tornare a Gesù per ispirare il suo futuro, per superare le certezze o i riti del passato. Il cattolicesimo romano, in particolare, deve ritrovare l’umiltà e il coraggio di Gesù. Perciò, preferire il comportamento di Gesù alle tradizioni ecclesiali, osare aprire il dibattito sulla responsabilità dei laici e specialmente delle donne nelle nostre comunità, o ancora accettare la religiosità contemporanea che può giungere ad affermare una spiritualità senza Dio: queste audacie non mettono in pericolo il futuro del cristianesimo, sono la base della sua missione attuale, almeno per il mondo occidentale. L’anno prossimo celebreremo i 50 anni del Concilio Vaticano II, aperto l’11 ottobre 1962 suscitando una grandissima speranza di rinnovamento ecclesiale e nella relazione tra la Chiesa e il mondo. Parecchi cattolici «intransigenti» cercano attualmente di relativizzarne le visioni rinnovatrici. Essi si ostinano a voler trasformare la Chiesa in una «contro società», un’assurdità in contraddizione non solo con lo spirito conciliare ma con la sostanza del Vangelo.
Un confronto ecumenico centrato su ciò che è essenziale: questa una possibile chiave di lettura degli interventi di Benedetto XVI a Erfurt, dove, nel quadro della sua visita in Germania, egli ha incontrato il presidente della Chiesa evangelica di quel paese, Nikolaus Schneider, e altri esponenti protestanti. Riferendosi a Lutero, il Pontefice ne ha messo in rilievo l’appassionata ricerca di «un Dio misericordioso», proponendola come esemplare e contrapponendola all’indifferentismo contemporaneo, a volte con-
diviso anche da chi si considera cristiano. Davvero quella passione, la passione per Dio, per la sua parola, per una grazia infinitamente cercata, ma che alla fine ci può solo trovare, parla attraverso i secoli e al di là delle barriere confessionali. Nella meditazione su Gv. 17,20 («Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola»), poi, il Papa ha ricordato la condivisione della fede nel Dio trinitario, un patrimonio comune rispetto al quale, in effetti, le pur importanti diffe-
Albert Longchamp
(«Choisir», settembre 2011)
Lutero ci unisce, o no?
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renze tra le confessioni passano in secondo piano. Il dialogo ecumenico, ha proseguito Benedetto XVI, non va pensato in analogia agli accordi politici: si tratta invece di un incontro di fede e di preghiera, condotto in nome della responsabilità di fronte a Dio e al mondo nel quale le chiese sono invitate ad annunciare l’evangelo. Altri passaggi degli interventi papali sono parsi più convenzionali: la lamentela sulla secolarizzazione, l’elenco dei disastri del mondo, che sarebbe più breve se Dio non fosse dimenticato, eccetera. Per quanto posso vedere, tuttavia, il cuore del messaggio è nella sottolineatura di ciò che conta veramente di fronte a Dio. Il riferimento a Lutero, in questo contesto, va al di là della pur ovvia cortesia dell’ospite: ci ricorda che qui si tratta di Dio, della grazia, del peccato, dell’umanità di fronte alla santità del Creatore. Questi temi ci uniscono. Persino l’immancabile filippica contro la secolarizzazione, in questo contesto, ha un suo relativo diritto. In primo luogo, essa è collegata a un’essenziale nota autocritica (anche noi siamo esposti al rischio di dimenticare Dio); ma soprattutto, questo mondo che crede di essere adulto ha bisogno di sentirsi annunciare, a tempo e fuor di tempo, la grande notizia dell’amore di Dio in Gesù Cristo. Come avrebbe affermato lo stesso Lutero: se il papa dice questo, evviva! Quello che mi risulta difficile capire è perché, se le cose stanno così, il dialogo ecumenico corrente parla invece di tutt’altro: del «giusto» episcopato, del primato «petrino» (che con Pietro c’entra poco: è quello del papa) e faccende del genere, come minimo secondarie rispetto a ciò che, secondo Benedetto XVI, lo unisce a Lutero. Non capisco perché, se le cose stanno così, la comunione reale, piena, tra le Chiese non sia riconosciuta nell’unica realtà che conta: che cioè i credenti e le credenti sono una comunità di peccatori perduti, ma perdonati dall’infinita e sorprendente bontà (non scontata: questo il Papa lo sa e lo dice, bene anche) del Dio di Gesù. Non capisco perché, anziché gioire, insieme, di questo regalo intorno alla Cena del Signore, siamo costretti a perdere tempo in discussioni di infinita povertà sulla «pienezza dei mezzi di salvezza», che il Papa e i suoi «rivendicano» (mai verbo fu più scellerato, in questo contesto) per sé. Come evangelico, vorrei rivolgere alle mie sorelle e ai miei fratelli questo invito: prendiamo sul serio le parole
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del papa, più di quanto, mi permetto di dire, non sembri fare la sua Chiesa. E quando ci vengono a dire che no, che il problema è il ministero del vescovo, potremo citare Benedetto XVI e replicare: ma è questo che conta in definitiva di fronte a Dio? È su questo che verremo giudicati? Ed è perché un tuo vescovo non mi ha imposto le mani che quella celebrata da me non è la festa dei peccatori perdonati? Osi dire questo, fratello cattolico? Pensaci bene, perché, se le parole del tuo Pa-
pa dicono la verità, la faccenda è un po’ diversa. Lo so che il Papa stesso non la pensa così. E poiché non posso credere che il suo dire non sia sentito con autenticità, il fatto che le conseguenze non siano tratte mi lascia stupito. E se a qualcuno ciò appare ingenuo, rivendico la mia ingenuità. Fulvio Ferrari
Suggerisce alcuni interrogativi la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, sul tema «Pellegrini della verità, pellegrini della pace», convocata da Benedetto XVI ad Assisi il 27 ottobre, nel 25° anniversario del primo, e storico, incontro del genere voluto da Giovanni Paolo II. Nel 1986, i rappresentanti delle religioni ebbero momenti ufficiali di preghiera: non insieme, ma simultaneamente, ogni gruppo a sé, in una sala o in una chiesa. Perciò monsignor Lefebvre gridò al «sincretismo». e il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, prudentemente disertò Assisi. Nel 2000 il cardinale, quale presidente della Congregazione per la fede, firmò la dichiarazione Dominus Iesus nella quale affermava: le religioni non cristiane sono «oggettivamente deficitarie». Diventato Papa, l’ha riproposta. Perché, dunque, ha voluto ripetere Assisi? Forse preoccupato per la situazione del pianeta, solcato da tremende violenze che spesso si ammantano di motivazioni religiose; ma, anche, deciso a cancellare dalla Giornata un elemento invece costitutivo per Wojtyla, la «preghiera simultanea», lasciando questa, secondo il programma ufficiale, alla decisione privata e personale per il dopo-pranzo, quando i partecipanti, per un’oretta avrebbero raggiunto le stanze loro assegnate in un convento. Tale scelta minimizzante, per impedire ogni parvenza di «sincretismo», non ha però rabbonito i lefebvriani (con i quali Papa Ratzinger vuole una «riconciliazione», anche al prezzo di rendere «relativo» l’insegnamento del Concilio Vaticano II): essi infatti, il 27 ottobre, hanno invitato a pregare e digiunare per ripagare «lo scandalo» di Assisi. La scomparsa della «preghiera
simultanea» fa intravedere la difficoltà per il Pontefice di rapportarsi con le altre religioni: relativamente facile per cercare di favorire la pace, assai difficile sul piano teologico, e cioè su quello dello «statuto» che esse hanno nel piano di Dio sul mondo. Nel suo discorso, Benedetto XVI ha ricordato che nel mondo cristiano – come in altre religioni – spesso ci si è ammantati di pretesti religiosi per giustificare la violenza; e di provare, per questo, «vergogna». Ammissione importante, ma che andrebbe approfondita, perché le deplorate violenze non sono state compiute da cristiani che impudentemente strumentalizzavano il Vangelo, ma in passato furono benedette da Papi e Concili. È forse un caso di «relativismo» del Magistero? Il Pontefice ha ribadito che l’ateismo sistematico porta a conseguenze esiziali, e infine, a crudeltà inaudite: la storia ne porta molti esempi, soprattutto nel XX secolo. Ma, ha aggiunto, vi sono anche «non credenti» che, tuttavia, vanno alla ricerca di Dio; e ne ha invitati quattro ad Assisi – altra novità, rispetto al 1986 – lodandoli per il loro pellegrinaggio verso la verità. Esistono, certo, di queste persone: ma ve ne sono molte altre felicemente atee o agnostiche, eppure generosamente dedite alla causa della giustizia e della pace. Papa Benedetto ha però difficoltà a inquadrare, nella sua visione del mondo, questa «categoria». Infine, moltissimi di quanti hanno visto in TV lo spettacolo di Assisi, forse avranno pensato: tutte le religioni sono buone, l’importante è che ognuna di esse collabori per la pace. E così la forza delle immagini ha per loro confermato proprio quella tesi che Papa Ratzinger cerca di contraddire.
(da NEV, notizie evangeliche, settembre 2011, «L’essenziale dell’ecumenismo»)
Assisi, ma «senza sincretismi»
Luigi Sandri
(da ADISTA, Roma, 12 novembre 2011)
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osservatorio ecumenico
OSSERVATORIO ECUMENICO Per una domenica libera dal lavoro
La domenica libera dal lavoro e orari di lavoro dignitosi per i cittadini di tutta Europa: a chiederlo è un cartello di sindacati e di organizzazioni della società civile e comunità religiose riuniti nella European Sunday Alliance (Esa) di cui fanno parte anche la Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) e la Kek (Conferenza delle Chiese europee). «Noi firmatari crediamo che tutti i cittadini dell’Unione europea abbiano diritto a beneficiare di orari di lavoro dignitosi che, in linea di principio, escludano il lavoro in orari in tarda serata, notturni, durante le festività e di domenica». Si apre con questa affermazione la dichiarazione fondativa di Esa. Ciò che preoccupa associazioni e sindacati è che le persone che lavorano in genere di domenica e in orari irregolari lo facciano «per necessità finanziarie più che per scelta» e che queste condizioni «sono la fonte principale del crescente fenomeno dei lavoratori poveri in Europa». L’Alleanza esorta «le istituzioni europee a proteggere la domenica, in linea di principio, come giorno comune di riposo settimanale» e «a garantire in modo più efficace che le normative dell’Unione Europea e le regole del mercato interno assicurino un ruolo centrale alla salute e alla sicurezza, all’equilibrio tra lavoro e vita privata e alla coesione sociale». Per l’Unione europea il tema del tempo di lavoro non è nuovo: in una direttiva del passato si faceva riferimento alla domenica, ma è stata cancellata dalla Corte europea di giustizia perché, a suo parere, mancava una giustificazione. Attualmente la Commissione europea sta lavorando al progetto di una nuova direttiva, tuttavia la competenza dell’Unione è molto limitata, l’UE non potrà obbligare gli Stati. Per questo, nella dichiarazione fondativa, associazioni e sindacati chiedono ai governi degli Stati di assumere le proprie responsabilità per migliorare, attuare e applicare le leggi e le pratiche esistenti e rispettare gli accordi collettivi.
Il Servizio cristiano di Riesi
Il Servizio Cristiano nasce per dare forma e sostanza all’amore di Dio, sperimentato nell’incontro delle comunità internazionali ad Agape (Prali, Piemonte). Fondatore e promotore del Servizio Cristiano fu il pastore valdese Tullio Vinay che, destinato in quegli anni alla Chiesa valdese di Riesi (Sicilia), decise che era il luogo adatto dove far sorgere il Servizio Cristiano. Nel 1962 si hanno i primi progetti del centro, pensati e realizzati dal geniale architetto Leonardo Ricci, che aveva già progettato e realizzato, insieme con Vinay il centro internazionale di Agape. Il Servizio Cristiano individuò i campi di intervento in scuole, sanità, economia, internazionalità. La visione protestante del valdismo ritiene che, prima di tutto, ogni donna ed ogni uomo vada accompagnato verso l’affrancamento da ogni schiavitù, prima tra tutte quella culturale. Perciò era prioritario, per Vinay ed il gruppo di volontari che lo seguì, creare luoghi dove contadini, braccianti e solfatari, potessero studiare e avere così un futuro di libertà. Il Servizio Cristiano è un complesso unico nel suo genere. Costruito attorno agli ulivi, da cui il luogo prende il nome «Monte degli ulivi», comprende oggi due scuole, una casa per ferie con annessa cucina e sala comunitaria, gli
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uffici con un’ampia sala convegni e conferenze, il centro culturale comprendente il Centro Studi per l’Architettura ed il Centro Culturale, la casa del direttore e un centro residenti. Pur essendo un’opera sociale della Chiesa valdese, non è un luogo confessionale. Gruppi di uomini e donne volontari, dai 18 anni in su, provenienti da ogni parte del mondo, risiedono all’interno del Centro e ne condividono la vita per un anno. L’istruzione è una delle attività principali del Servizio Cristiano. Le scuole sono suddivise in un corso con due sezioni di scuola dell’infanzia e un corso con cinque sezioni di scuola primaria. I bambini e le bambine che le frequentano provengono per il 20% da situazioni di disagio economico e sociale e, grazie alle borse di studio, possono frequentare le scuole gratuitamente. Il settore agricolo è parte integrante del Servizio Cristiano, impostato secondo l’agricoltura biologica; sono circa 15 gli ettari di terreno coltivati, con oltre 2100 le piante d’ulivo, 200 mandorli, un grande orto a terrazze. Un consultorio è attivo dal 1967, quando venne istituito l’ambulatorio pediatrico con consulenza in puericultura, consolidato dal 1975; nella struttura operano diverse figure mediche ed educative. (da ECO, Torino, maggio 2011)
La Giornata mondiale di preghiera
La storia della GMP (Giornata mondiale di preghiera) è significativa per dimostrare l’impegno di donne che hanno creduto nella forza della preghiera e nella necessità dell’impegno quotidiano per trasformare l’umanità e liberarla dai mali che la travagliano. Tutto cominciò nel 1887, quando Mary Ellen James, presidente del Comitato femminile dell’Opera Missionaria della Chiesa presbiteriana negli Stati Uniti, lanciò un appello perché venisse celebrata una Giornata nazionale di preghiera in segno di «confessione dei peccati individuali e nazionali», con raccolta di offerte quale «adeguata manifestazione di pentimento». Tre anni dopo, Helen Barrett Montgomery, scrittrice e studiosa del Nuovo Testamento, e Lucy Peabody, missionaria in India nella Chiesa battista, lanciarono un appello perché fosse organizzata una giornata di preghiera e una raccolta di offerte da dedicare all’alfabetizzazione delle donne e dei bambini dell’Africa e dell’Asia. Nel 1922 le donne canadesi, che già celebravano ogni anno una giornata nazionale di preghiera, vollero unirsi alle americane per una comune celebrazione. L’idea si diffuse rapidamente, varcò i mari e nel 1927 la Giornata di preghiera divenne di nome e di fatto la Giornata Mondiale. Donne cristiane di 170 Paesi aderiscono attualmente al Movimento della GMP, il cui comitato esecutivo è composto da rappresentanti delle Chiese evangeliche di tutti i continenti e della Chiesa cattolica. L’iniziativa ha carattere ecumenico ed è fissata, ogni anno, il primo venerdì di marzo. Lo slogan della Giornata è «Informarsi per pregare, pregare per agire» e l’obiettivo consiste nell’invitare i cristiani alla solidarietà, al fine di migliorare la condizione delle donne e delle loro famiglie in tutto il mondo. Ogni anno un diverso gruppo di donne cristiane viene incaricato di preparare i testi per una liturgia, la loro situazione sociale-politica viene fatta conoscere con relazioni e pubblicazioni e il ricavato della raccolta di fondi viene destinato alla educazione e al sostegno di donne del Paese prescelto. La prossima giornata mondiale avrà luogo venerdì 2 marzo 2012 col motto «La giustizia prevalga» ed è preparata e destinata alle donne della Malaysia. (da ECO, Torino, maggio 2011)
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cronaca
CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Nuovo vescovo a Friburgo. All’inizio di novembre è stato finalmente reso noto, dopo oltre un anno dalla morte di mons. Genoud, il nome del nuovo vescovo di Losanna Ginevra e Friburgo: il Papa, cui spettava la nomina, ha scelto il padre domenicano, d’origine giurassiana, Charles Morerod, attualmente rettore dell’università romana di San Tommaso. Padre Morerod è stato ordinato sacerdote nel 1968, è dottore in teologia dell’università di Friburgo, dove ha svolto anche la funzione di assistente degli studenti. Ha dichiarato che «si sente abbastanza vicino alla linea di Benedetto XVI», come del resto lo prova la funzione occupata di segretario della Commissione teologica internazionale. Consultore della Congregazione per la dottrina della fede e membro della Commissione di dialogo con la Fraternità lebefvriana, alla ricerca di un accordo che tutti ritengono annacquerebbe il Vaticano II, non ha cercato la nomina ma l’ha accettata per obbedienza. Non ritiene eccezionale i quattrocento giorni impiegati dal Vaticano per fare la scelta, il cui «senso del segreto» non sarebbe sempre ben compreso (da APIC, 11 novembre). La scelta di un religioso domenicano costituisce uno smacco per il clero diocesano romando, dove nessuno è stato trovato «affidabile» da parte della Santa Sede, oppure è invece la prova che gli episcopabili erano «preti adulti»? La Diocesi raggruppa i cantoni di Ginevra,Vaud, Friburgo e Neuchâtel, conta circa 690 mila cattolici (su una popolazione totale di 1,58 milioni) ripartiti in 255 parrocchie e una ventina di missioni linguistiche. La pastorale è affidata a 300 preti e a circa 400 agenti pastorali, con 52 unità pastorali costituite da gruppi pastorali formati da preti, diaconi, agenti pastorali laici e volontari. Mons. Moredod è arrivato a Friburgo senza bagaglio, rubatogli sul treno verso Domodossola. Ha detto di aver perso così «parecchie mitre e tre croci pettorali» (ECHO, 17 novembre), un poco gradito richiamo alla povertà per gli uomini di Chiesa!
Storia delle religioni. Nel numero I2011 della «Rivista ticinese di diritto», edita dalla Cancelleria dello Stato del Cantone Ticino, alle pagine 427430 è pubblicato il parere giuridico steso da Guido Corti, il 1. ottobre
2010, su «Insegnamento della storia delle religioni e neutralità confessionale della scuola pubblica». Secondo lui, «un insegnamento obbligatorio della scienza delle religioni o della storia delle religioni non disattende l’art. 15 cpv. 4 Cost. se i temi vengono trattati in modo neutrale («wertneutral») e non sfocia in un orientamento confessionale a favore di una o più religioni». Infatti, «fra gli scopi dello Stato vi è oggi quello di favorire l’integrazione di uomini di cultura e religioni diverse in una società libera e democratica e la scuola è chiamata anch’essa a dare il proprio contributo, fornendo agli allievi le conoscenze fondamentali del mondo religioso e delle diverse tradizioni». Il parere è assistito da una abbondante giurisprudenza e dottrina, a dimostrazione non solo della liceità dell’esperimento in atto, ma anche dell’ignoranza della problematica da parte di parecchi oppositori o critici. In difficoltà. La Chiesa evangelica riformata del Sottoceneri ha rivolto un appello ai propri aderenti perché aumentino i contributi volontari. Nel 2010 furono sollecitate a contribuire in totale 2197 famiglie, ma solo 1046 hanno versato un contributo, per un totale di fr. 381.581. Senza un maggiore contributo da parte delle famiglie, la Chiesa si trova in difficoltà ad assicurare gli stipendi agli insegnanti nelle scuole elementari, a impegnarsi di più per i giovani e gli anziani e per la manutenzione dei locali di culto.
Quanti preti. Nel numero del 13 ottobre, la rivista «Schweizerische Kirchenzeitung» pubblica un ampio servizio sull’evoluzione del numero dei preti nella Chiesa cattolica in Svizzera e nel mondo. Dal 1950 al 2009, il numero dei preti in Svizzera è passato da 2986 a 1560 (diminuzione del 47,8%). Nella diocesi di Lugano la diminuzione è stata del 29,1%. Una previsione calcola che i 183 preti luganesi del 2009 saranno 161 nel 2019 e 157 nel 2029, dei quali solo 104 con meno di 65 anni. Nel 1980 in Svizzera si contava un prete ogni 1217 cattolici, nel 2008 un prete ogni 2013 cattolici.Nel mondo, mentre nel 1980 si contava un prete ogni 3044 cattolici, nel 2008 c’era un prete ogni 4254 cattolici.
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Originali e utili. Il Servizio protestante svizzero (EPER) propone una serie di regali perlomeno originali per il prossimo Natale. Con 30 franchi potete offrire una capra, con 320 una mucca incinta, con 470 la costruzione di un pozzo, con 500 un granaio, con 750 un negozio per un villaggio. Più a buon mercato: un pollo (fr. 40) o una zanzariera (fr. 30). Ovviamente i regali vanno a favore dei Paesi in via di sviluppo, ma l’offerente riceve un certificato quale prova. Il catalogo dell’EPER offre 40 possibilità diverse, ed è consultabile su: www.offrir-son-aide.ch. Anche il Sacrificio quaresimale propone «regalare il futuro»: fr. 35 per trasportare pietre, 40 per produrre miele; 50 per favorire la pace; 75 per piantare alberi; 100 per insegnare il risparmio; 150 per la formazione di contadini. Non manca la scelta: avanti il primo! (www. sacrificio.quaresimale.ch).
Diritto senza frontiere. Più di cinquanta organizzazioni di aiuto allo sviluppo e di difesa dell’ambiente hanno lanciato una campagna denominata «Diritto senza frontiere» per ottenere dal Consiglio federale e dal Parlamento svizzero regole giuridiche che obblighino le multinazionali aventi sede in Svizzera a rispettare, anche nelle loro filiali e succursali all’estero, le norme internazionali relative ai diritti umani e alla tutela ambientale.
Imposte contestate. I giovani radicali del Cantone dei Grigioni intendono lanciare un’iniziativa popolare per esonerare le persone morali dall’imposta ecclesiastica, che nel 2010 ha raggiunto fr. 10,2 milioni, ripartiti in base all’appartenenza confessionale per il 54,1% alla Chiesa cattolica e il 45,9% alla Chiesa evangelica riformata. Ovvia la preoccupazione degli ambienti ecclesiastici e anche statali, perché le Chiese svolgono importanti funzioni pubbliche. Tuttavia tale imposta e il suo riparto si prestano a più di una critica, in una società sempre più pluralista, ed è auspicabile una riforma nel senso di riconoscere contributi statali alle comunità religiose che svolgono servizi sociali o di interesse generale; fermo restando l’obbligo (se necessario anche giuridico) da parte degli appartenenti a sostenere finanziariamente le loro Chiese (e chiese). Anche i giovani radicali di Zurigo e di Friburgo sembrano intenzionati a promuovere iniziative analoghe, in cerca di notorietà a buon mercato e di appoggi nel mondo finanziario, senza
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troppo preoccuparsi su chi alla fine pagherà il conto. A Friburgo l’imposta ecclesiastica sulle persone morali raccoglie tra i 7 e i 10 milioni. Da ricordare ai giovani «radicali» che nel 2010 i soli dirigenti delle 48 aziende quotate in Borsa (persone giuridiche, appunto…) hanno incassato 1,29 miliardi di franchi. Ma forse, qui, una nuova imposta non guasterebbe. Globalizzati e meno informati. Durante una giornata di studio dedicata ai media da parte delle organizzazioni umanitarie svizzere, svoltasi a Berna lo scorso giugno, è stato constatato che negli ultimi vent’anni si assiste a un comportamento contradditorio da parte di giornali e giornalisti: aumenta la globalizzazione e diminuiscono le informazioni sul «villaggio globale». In particolare, diminuiscono le notizie relative ai Paesi sottosviluppati, forse perché non hanno i mezzi per fare propaganda (come i ricchi «padroni» delle agenzie d’informazione mondiale) e forse disturbano la coscienza dei lettori occidentali. Non solo le istituzioni impegnate per la giustizia nel mondo, ma anche le Chiese e la Confederazione (mediante la Direzione allo sviluppo e alla cooperazione) dovrebbeo in futuro maggiormente impegnarsi, e ogni persona responsabile dovrebbe dare il proprio sostegno, sostenendo la stampa che promuove tale informazione.
Difficoltà economiche tra i riformati. Il Sinodo della Chiesa evangelica riformata in Ticino (CERT), riunitosi a Bellinzona il 14 maggio, si è occupato (e preoccupato) di due argomenti vitali: ha deciso di chiedere alle Comunità regionali (Sottoceneri, Locarnese e Bellinzonese) di aumentare i loro contributi finanziari al CERT (in totale fr. 33.000 nel 2012, fr. 65.000 nel 2013, fr. 100.000 nel 2014) e ha discusso una riorganizzazione degli organismi di Chiesa, per assicurare un migliore funzionamento e facilitare la partecipazione ai diversi consessi. Quest’ultimo tema, dopo ampia discussione, è stato rinviato ad una Commissione per gli statuti che presenterà una proposta elaborata alla prossima sessione autunnale del Sinodo. Paolo Sala è stato confermato esperto per l’insegnamento religioso scolastico nel periodo sperimentale dell’insegnamento non confessionale, cioè fino al 2013. Con circa un milione di utile ha invece chiuso i conti 2010-2011 la Chiesa protestante di Ginevra, grazie però a donazioni straor-
cronaca
dinarie, mentre registra una preoccupante diminuzione dei versamenti regolari e volontari. È in programma uno snellimento dell’organizzazione, non più rispondente ai bisogni pastorali odierni. Le difficoltà finanziarie delle Chiese cantonali protestanti si riflettono anche sulle finanze della FCES (Federazione delle Chiese evangeliche svizzere), che ha deciso la soppressione di due posti di lavoro per risparmiare circa centomila franchi. Difficoltà incontrano per la «forza» del franco svizzero pure le istituzioni protestanti site a Ginevra: il Consiglio ecumenico delle Chiese (560 milioni di credenti di 110 Paesi), la Federazione luterana mondiale (145 Chiese di 79 Paesi, con 70 milioni di cristiani) e la Comunione mondiale delle Chiese riformate (230 Chiese di 108 Paesi con 80 milioni di aderenti), in quanto le loro entrate sono in dollari, ma molte spese sono in franchi.
Un’iniziativa razzista. Un’associazione composta da «rispettabili» persone, posta sotto la denominazione ECOPOP (Ecologia e popolazione), propone di inserire nella Costituzione svizzera un articolo che vuole limitare la crescita in Svizzera allo 0,2% su tre anni, e destinare il 10% dell’aiuto allo sviluppo per limitare le nascite nel mondo e per… proteggere il paesaggio! Queste «ragionevoli» proposte sono l’ultimo prodotto di teorie sorte alla fine del XVIII secolo, contrarie alle fabbriche per tutelare l’alpestre Svizzera, «evolutesi» poi nei disegni nazisti sullo «spazio vitale» e la «soluzione finale». Veramente, non ci sono limiti alla stupidità, specialmente quando pretende di essere «ragionevole». In Svizzera e nel mondo saremmo in troppi: quindi riduciamo il numero dei poveri, per permettere ai «civilizzati» di continuare a consumare senza limiti. Iniziativa e ragionamenti che fanno a pugni col cristianesimo: i beni della terra sono per tutti gli uomini, sarebbe utile ricordarlo ai nuovi discepoli di Malthus.
Intolleranze elvetiche. Secondo un sondaggio pubblicato il 30 maggio, che ha toccato 519 persone (un «universo» un tantino limitato…), il 49% degli svizzeri sarebbe favorevole alla proibizione del burka (il 29% per il divieto, il 20% abbastanza d’accordo col divieto); il 14% i contrari alla proibizione. I più proibizionisti sarebbero le persone agiate (61%) e i romandi (32%), meno gli svizzeri tedeschi (27%). Un riconoscimento pubblico
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della comunità musulmana (una delle varie possibilità conosciute dal diritto cantonale) non sembra essere prossimo, dopo che l’attentato dell’11 settembre 2001 a New York ha trasformato, per molti svizzeri, l’intera comunità dei musulmani, quattrocentomila persone – che fino allora era accettata senza problemi nella sua multiforme provenienza e credo religioso – in potenziali «terroristi». Così, il divieto dei minareti è stato accolto nella Costituzione (il 29 novembre 2009, con il 57,5% dei votanti), e la Corte europea di Strasburgo ha giudicato irricevibili i ricorsi (sia pure solo per motivi di procedura), presentati da alcune organizzazioni musulmane che ritengono (giustamente!) la proibizione contraria ai diritti dell’uomo.
Matrimoni e nascite. Il numero dei matrimoni civili in Svizzera è aumentato del 2,1% nel 2010 (43.300), mentre i partenariati registrati sono diminuiti (700 coppie, il 69% di maschi). Sono aumentate anche le nascite, con una progressione del 2,6% (in totale, 80.300 bambini), ma non abbastanza per mantenere stabile la popolazione. Sarebbe infatti necessaria una media di 2,1 nascite per donna, ma quella che riguarda le donne svizzere è solo di 1,54, e quella delle straniere di 1,91. Per fortuna, malgrado la paura leghista della «massiccia immigrazione» (con lo scandaloso manifesto di stile fascista), sono le nascite e gli arrivi degli stranieri che fanno crescere la popolazione svizzera.
Difficoltà con i musulmani. Il Tribunale amministrativo di Basilea Città ha confermato la multa di fr. 350 inflitta ai genitori musulmani per ognuna delle due figlie impedite a partecipare ai corsi di nuoto in una scuola primaria. In totale, cinque famiglie sono state punite per aver sottratto per motivi religiosi bambine di meno di dieci anni ai corsi obbligatori di nuoto. Il Tribunale federale ha infatti ritenuto che esiste un interesse pubblico importante perché gli scolari imparino a nuotare. Il Consiglio comunale di Vevey ha negato, seppure di stretta maggioranza, un prestito di due milioni di franchi senza interessi da concedere alla comunità musulmana (2500 fedeli, cioè il 10% della popolazione, «ben integrata, moderata e tranquilla») per sistemare un luogo di culto in una vecchia autorimessa. L’alternativa di un aiuto dall’estero potrebbe limitare la libertà della comunità.
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notizie belle e buone
Notizie belle e buone
I Vescovi svizzeri (e anche qualche amico prete) ci hanno invitato a pubblicare «belle e buone notizie»: cerchiamo ancora di accontentarli.
Un onorevole esemplare. Nel nuovo Consiglio nazionale è stato eletto Christian Lohr, deputato democratico cristiano di Turgovia, 49 anni, senza braccia perché «figlio del talidomide». Sarà il secondo «diversamente abile» a sedere nella Camera popolare dopo il bernese Marc Suter. L’onorevole Lohr, già presidente del Gran Consiglio turgoviese e di numerose associazioni, dice di aver imparato a «vivere con» e non «malgrado» il suo handicap. Complimenti per la lezione di vita! Genitori a scuola. Nella parrocchia di Chiasso, l’arciprete don Feliciani, coadiuvato dal responsabile dell’Oratorio signor Colombo, organizza per la sesta volta una «Scuola Genitori» con scadenza quindicinale sui temi della relazione di coppia, dei rapporti con bambini e adolescenti ma anche su argomenti impegnativi come l’amore, la morte, l’educazione. Una bella notizia, che deve servire ad esempio di una iniziativa ben più efficace degli attuali incontri per fidanzati… di coppie già costituite e conviventi.
Parlamento più rosa. Grazie al subingresso di due deputate, il Gran Consiglio ticinese quest’autunno è diventato più rosa: 17 donne, numero mai raggiunto da quando nel 1971 fu esteso il diritto di elezione anche al genere femminile. Siamo ancora ben lontani dalla parità numerica, sui 90 seggi disponibili, ma la qualità degli interventi (e anche dei silenzi) può supplire alla deficienza numerica. Vinsanto svizzero. Finalmente avremo un vino svizzero per celebrare la messa: la Cantina Lampert di Steckborn, nel Cantone Turgovia, ha ricevuto il riconoscimento dal vescovo di Basilea per il suo Müller-Thurgau, meno dolce dei vini spagnoli fin qui utilizzati per la liturgia. I preti nostrani sapranno accettare questo piccolo inconveniente per salvare l’indipendenza patria.
Un po’meno clericale. In sostituzione del cappuccino Bernard Maillard, da dieci anni direttore di «Missio», l’opera missionaria della Chiesa cattolica, è stato scelto il diacono Martin Brunner-Artho, 48 anni, responsabile di due parrocchie lucernesi e già attivo in Bolivia e in Kenia per la Missione Betlemme di Immensee.
Un premiato da lodare. Il cineasta Fernand Melgar, per la realizzazione del film «Volo speciale», ha ricevuto dalla Giuria ecumenica del Festival di Locarno 2011 il primo premio di diecimila franchi che ha distribuito a dieci detenuti in attesa di espulsione. È da sperare che il gesto sia apprezzato anche da coloro che hanno criticato il film e non criticano invece la vergognosa pratica della detenzione amministrativa.
Solidarietà tra le Chiese. La Chiesa cattolica del Canton Argovia, dove esiste l’imposta ecclesiastica, verserà trentamila franchi alla consorella Chiesa di Neuchâtel, in difficoltà finanziarie per il fatto che la multinazionale del tabacco Philip Morris ha deciso di non più versare il contributo volontario annuo che ammontava a fr.700.000. In precedenza, la corporazione ecclesiastica della Chiesa cattolica di Friburgo aveva versato all’omologa neocastellana un
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contributo di ventimila franchi. La Chiesa evangelica riformata dell’unità parrocchiale di Berna (con 25 mila franchi) e le parrocchie della Chiesa cattolica romana (con 10.000 franchi) hanno deciso di partecipare finanziariamente al restauro dell’organo appartenente alla Chiesa cattolico cristiana dei Santi Pietro e Paolo. Si tratta del più antico organo della città, costruito nel 1885 dal lucernese Goll. Insomma, finalmente i cristiani cominciano a suonare assieme.
Nobildonne. Il Premio Nobel per la pace 2011 è stato assegnato a tre donne: la presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf, la pacifista per i diritti umani pure liberiana Leymah Gbowee e la yemenita attivista politica Tawakkol Karman. Un Nobile a tre donne, a tre nobildonne, alla faccia dei politici che di qua e di là dal confine continuano a disprezzarle. Superiora generale della Congregazione delle Suore di Sant’Agostino, la cui casa madre si trova a SaintMaurice, è stata eletta la togolese suor Marie-Reine Amouzou, nata nel 1952, formazione commerciale, attiva nella libreria di Lomé. Ha rinunciato invece a diventare suora la ventunenne venezuelana Ivan Lunasol Sarcos Colmenares, orfana ospitata per cinque anni in una scuola di religiose e incoronata lo scorso 7 novembre «miss Mondo»: vuole tuttavia «aiutare persone nel bisogno» e cercherà, durante il suo «regno», di sostenere un certo numero di progetti caritativi. La Federazione delle Chiese protestanti svizzere ha discusso, lo scorso ottobre, il tema della «femminizzazione delle Chiese, tra timori e speranze»: in Svizzera sono circa il 30% le donne pastore, ma i posti da loro occupati sono solo il 25%, e nelle funzioni dirigenti prevalgono gli uomini.
Folla a Betlemme. La basilica della Natività a Betlemme è stata visitata nel 2010 da 1,5 milioni di pellegrini e turisti, e l’autorità palestinese vuol proporne il riconoscimento quale patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco. La basilica è una delle più antiche chiese cristiane, costruita al tempo di Costantino nel quarto secolo e restaurata sotto Giustiniano nel sesto. Fu risparmiata dai conquistatori persiani perché i Re Magi, raffigurati in una pittura, vestivano come loro!
Carità elettorale. Le Caritas di diversi paesi europei collaborano con quella del Congo nella formazione di un personale che possa evitare, durante lo svolgimento delle elezioni, motivi di contestazione che facilmente si trasformano in conflitti. La Caritas congolese ha preso questa iniziativa per evitare il ripetersi delle violenze verificatisi dopo le elezioni del 2006 che provocarono numerosi morti e feriti.
Rifugi dello spirito. Un’inchiesta ha rilevato che nel 2010 ben 250 mila persone in Germania hanno goduto dell’ospitalità di un monastero. La domanda appare in crescita; il 37% degli ospiti cerca una esperienza spirituale, il 15% vuol verificare la propria vocazione, il 36% vuole solo un po’ di tranquillità; un quarto dei visitatori ha meno di 30 anni, un altro quarto più di 60. L’inchiesta, limitata solo ai monasteri cattolici, ha constatato che un quarto dei visitatori era di altra confessione o credenza. Molto frequentate anche le cosiddette «chiese dell’autostrada», sorte numerose negli spazi di rifornimento e che offrono agli automobilisti una occasione di riposo e di meditazione. La prima chiesa cattolica, dedicata a Santa Maria protettrice dei viaggiatori, è stata inaugurata nel 1958.
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Le religioni dell’Afriaca unite per l’ambiente. 130 i dirigenti religiosi di 34 paesi africani, in rappresentanza delle comunità musulmane, indù, cristiane, buddiste e baha’i esprimono preoccupazione di fronte all’assenza di politiche ambientali nel continente. I leader religiosi hanno presentato il documento alla Conferenza sul clima di Durban d’inizio dicembre, deplorando che molti dei loro governi non hanno ancora fatto della protezione dell’ambiente una priorità nazionale: «I governi africani devono riconoscere che i nostri interessi economici e sociali a lungo termine esigono la stabilità del nostro ambiente biofisico attuale». L’Africa è già duramente toccata dalle conseguenze negative dell’innalzamento della temperatura terreste e necessita al più presto la messa in atto di politiche ambientali. Agire è urgente. In primo luogo è necessario migliorare la comunicazione sull’ambiente e sui mutamenti climatici in seno ai governi, così come nella società civile. Le autorità a tutti i livelli devono dare priorità alle misure a favore della protezione dell’ambiente, ma anche adottare e promulgare politiche fondiarie che garantiscano l’equità e la giustizia. I religiosi richiamano alle loro responsabilità i dirigenti del mondo. Chiedono loro di definire obiettivi chiari e vincolanti, al fine di sostituire in maniera graduale e definitiva le fonti di energia non rinnovabili, responsabili delle emissioni di gas a effetto serra e del riscaldamento del pianeta.
Impronta ecologica. L’Associazione Traffico e Ambiente (ATA) e i Verdi svizzeri hanno lanciato un’iniziativa popolare affinché l’«impronta ecologica» della Svizzera diminuisca entro il 2050 in modo considerevole. Viviamo su un pianeta limitato, eppure utilizziamo più risorse di quante se ne produce, e infine produciamo più rifiuti di quanto siamo in grado di assorbire. Il sistema non collassa perché in molte parti della terra regna ancora un’economia di sussistenza, meno avida di risorse e generosa di rifiuti.
Ma se tutti i paesi del globo terrestre consumassero e inquinassimo come noi nei Paesi industrializzati sarebbero necessari… altri due pianeti. La Svizzera vive al di sopra dei propri mezzi: una situazione che da diverso tempo viene sintetizzata con l’immagine dell’impronta ecologica: e la nostra è troppo pesante. Con questa iniziativa si vogliono introdurre obiettivi di consumo delle risorse tali da… farci ritornare a un impronta di un pianeta solo. Una proposta coraggiosa ma più realista di chi sta pensando a all’espansione verso altri pianeti (ancora da trovare).
Benzina alla luce del sole. Ricercatori del Politecnico di Zurigo e dell’Istituto Paul Scherrer sono riusciti a concentrare benzina dall’acqua e dal biossido di carbonio, tramite la luce solare. Questo combustibile permette di stoccare l’energia solare e di trasportarla. Nel 2020 dovrebbe essere possibile mettere in funzione un primo stabilimento per la produzione. La fonte di questa notizia non spiega però se la combustione di questa benzina produca CO2 o altri gas a effetto serra.
L’orto della fede. A Milano, nel giardino antistante la chiesa protestante in via De Marchi, è stato allestito un orto-giardino intitolato alla fede. «Ogni giardino è un libro scritto da Dio affinché si possa vedere il miracolo che quotidianamente compie», diceva Lutero, che amava passeggiare in giardino per chiarirsi le idee, facendo anche piccoli lavori. I frutti della terra non possono essere separati da quelli della pace e della giustizia, come ricorda anche il Salmo 85. Per la comunità della chiesa luterana di Milano il giardino è un invito costante per riuscire a portare frutti abbondanti di pace e fraternità. La realizzazione dell’orto si ricollega anche ai tempi dell’Expo 2015: «Nutrire il pianeta, energia per la vita»; ma non è solo un’immagine che la chiesa cristiana protestante di Milano offre alla città, bensì un esempio concreto di attenzione alla natura.
A tutti i nostri lettori auguri di Buone Feste
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In questo numero I corsivi di «Dialoghi» ✧ EXIT BERLUSCONI (a.l.)
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✧ È STATA ESPROPRIATA L’ANIMA DELLA DEMOCRAZIA (Silvano Toppi)
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Dossier: La crisi economica internazionale ✧ LE BANCHE LUCRANO COME PRIMA (Due domande ad Alfonso Tuor) 2
✧ NAMIBIA, IL BALLO DELL’URANIO (Christine von Garnier) 5 ✧ LA SPECULAZIONE: SE LA CONOSCI LA PUOI DOMINARE (Pietro Veglio)
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✧ MA CHI SONO I MERCATI? E CHI LI GOVERNA? (Guido Rossi)
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✧ MERCATI FUORI CONTROLLO, DEMOCRAZIE SENZA RISORSE (Gianfranco Fabi)
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Articoli
✧ E SE «EVANGELIZZASSIMO» LA CHIESA? (Alberto Lepori) ✧ OSARE LA TRASGRESSIONE (Albert Longchamp) ✧ LUTERO CI UNISCE, O NO? (Fulvio Ferrari) ✧ ASSISI, MA «SENZA SINCRETISMI» (Luigi Sandri) ✧ CRONACA INTERNAZIONALE ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO ✧ CRONACA SVIZZERA ✧ NOTIZIE BELLE E BUONE ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: libreria.piumogna@bluewin.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.