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218 dialoghi Locarno – Anno 43 – Ottobre 2011

di riflessione cristiana

BIMESTRALE

PER UN BILANCIO DI UN EPISCOPATO «[I laici], secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa». (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’, 37).

«Dans les batailles décisives, c’est parfois du front que partent les plus heureuses initiatives». ‘L’importance de la presse catholique’, 17 febbraio 1950, Pio XII, AAS 42 (195) p. 256.

Il 29 ottobre, Monsignor Pier Giacomo Grampa, vescovo di Lugano, compie 75 anni. Per rispetto del canone 401 del «Codice di diritto canonico», lo stesso giorno presenterà le dimissioni al Papa. Fino al Concilio Vaticano II, i vescovi stavano in carica a vita. Pochi erano quelli che davano le dimissioni (in generale per ragioni di salute). Gli storici – perché quasi nessuno in Ticino può ricordare d’averlo conosciuto di persona – ci dicono che Monsignor Aurelio Bacciarini (1873-1935) rimase in carica malgrado indicibili sofferenze fisiche e psichiche fin quasi alla morte. Un altro vescovo – Monsignor Alfredo Peri Morosini (1862-1931) – fu rimosso dalla funzione per tutelare la pace religiosa in Diocesi (manca ancora uno studio completo sul «caso Peri Morosini»…). Non vi sono ragioni oggettive, che noi si sappia, per ritenere Monsignor Grampa inadatto a continuare nella funzione episcopale. Per questo, alcuni ritengono/auspicano che la Santa Sede possa invitarlo a rimanere in carica per uno o due anni ancora. Le ragioni potrebbero essere (oltre alla buona salute del titolare) l’attuale necessità di provvedere l’episcopato svizzero di pastori nuovi, e/o lasciare che il Nunzio apostolico da poco insediato si guadagni un poco di esperienza, visto che sarà chiamato a «filtrare» le candidature. * * * Nella prospettiva non solo teorica delle dimissioni «obbligate» di Monsignor Grampa, si può comprendere che, come per le precedenti vacanze episcopali, in Diocesi sia iniziato il «toto Vescovo», ossia le scommesse sulla persona del successore. A questa specie di lotteria, in passato, «Dialoghi» ha sempre opposto la necessità di una vera consultazione del Popolo di Dio. È nota l’insofferenza che Roma prova per i diritti di cui godono, per concordato, in tre Diocesi svizzere (Basilea, (Continua a pag. 2)


2 (Continuazione da pag. 1)

San Gallo, Coira), i capitoli della cattedrale e assemblee di laici (per Basilea persino i Governi cantonali interessati) nella nomina dei vescovi. Ma il richiamo che Roma fa al Vaticano II e all’invito che il Concilio ha rivolto alle autorità civili perché rinuncino a taluni diritti nella nomina dei vescovi (Christus Dominus, 20) è del tutto pretestuoso: il coinvolgimento di una più ampia cerchia di persone nella nomina di un nuovo vescovo corrisponde infatti – mutatis mutandis per quanto riguarda la specificazione degli aventi diritto – allo spirito del Concilio, che nei suoi documenti più importanti insiste sul diverso peso che il Popolo di Dio ha da avere in tutto ciò che riguarda la Chiesa (per es. tutto il Capitolo II della costituzione dogmatica Lumen gentium). Auspichiamo che non si ripeta, anche per la successione di Monsignor Grampa, l’intrasparente procedura di consultazione da parte del Nunzio avvenuta in occasione delle ultime successioni, nonché le lungaggini che hanno prolungato la vacanza episcopale a Friburgo. Altra è la questione se del Vescovo che termina il suo mandato sia da discutere pubblicamente l’operato. Ne abbiamo discusso tra noi*, con qualche dubbio iniziale se fosse utile: e alla fine abbiamo deciso di dire quello che comunque ciascuno in privato pensa dell’episcopato di Monsignor Grampa, senza attribuirci un particolare diritto di parola, semmai cercando di dar valore al fatto che siamo un gruppo di amici che edita una rivista e non ha mancato di esprimere opinioni e proposte in questi ultimi anni. Siamo stati pure del parere che non solo le realizzazioni (o le mancate realizzazioni) del «programma di governo» del Vescovo uscente siano da discutere, ma anche il modo, lo stile, il carisma o l’assenza di carisma – ossia le qualità e i difetti dell’uomo, cui l’ordinazione all’episcopato si aggiunge senza niente togliere di quanto in lui vi è di umano. Il Vescovo uscente non ha fuggito la pubblicità (qui intesa nel senso di Publizität e non di Werbung). Ai propri diocesani si è aperto con una sincerità talvolta brutale, da loro si è lasciato interrogare, esponendo la propria persona ai consensi e alle critiche, anche dei mass media. Tale opzione è resa anche più evidente, nel caso di Monsignor Grampa, dal

opinioni

fatto che fin dall’inizio ha coinvolto i diocesani sui «problemi prioritari» (in «Eccomi. Prime parole del vescovo alla sua Chiesa», Pasqua 2004, pp. 62 ss.). «Dialoghi» n. 182 (giugno 2004) aveva risposto con un dossier di proposte, scegliendo tra una ventina di «problemi prioritari» indicati dal Vescovo. Sarebbe ingeneroso (e persino ingiusto) ripubblicare quell’elenco e chiedere perché molti problemi sono stati «dimenticati». Ma sarebbe sbagliato anche trascurare, nella valutazione, il modo, lo stile, il carisma con cui egli vi si è applicato. Il giudizio vale nella misura in cui le sue decisioni (o non-decisioni) sono dipese esclusivamente da lui, o vi abbiano inciso circostanze esterne note o non note. La difficoltà di sceverare le une dalle altre pone un limite alle nostre valutazioni, ma questo è per tutte le opere dell’uomo.

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Ecco in quale spirito «Dialoghi» offre pubblicamente la sua valutazione sull’episcopato di Monsignor Grampa. Lo ha fatto con un esercizio collegiale, che ha coinvolto in una discussione aperta (solo guidata da una griglia di questioni) i membri del Comitato. La cordialità e l’amicizia personale che contrassegna per alcuni di noi il rapporto con Monsignor Grampa non hanno fatto velo a tale valutazione. L’ha mossa solo il desiderio di servire la Chiesa in azymis sinceritatis, che è da sempre il programma di questa nostra testata. Dialoghi

* La discussione in «Dialoghi» è avvenuta il 1. giugno 2011, è stata registrata e in seguito sottoposta ai partecipanti per verifica e conferma. La precisazione vale come risposta a chi la mettesse in relazione con gli scritti seguiti all’intervento di don Claudio Laim su «laRegioneTicino» del 2 luglio 2011, tutti successivi alla nostra discussione.

BILANCIO 2010

ATTIVI Conto corrente postale Contributo cantonale da incassare Transitori attivi Totale ATTIVI

PASSIVI Creditori Transitori passivi Riserva per stampa testi Capitale proprio Totale PASSIVI

Utile (+) Perdita (-) da Bilancio

CONTO ECONOMICO 2010 COSTI Stampa periodico Spedizione Spese postali e porti Spese varie Totale COSTI

RICAVI Abbonamenti ordinari Abbonamenti sostenitori Vendita copie singole Sussidio cantonale Donazioni Totale RICAVI Disavanzo d’esercizio

Fr. Fr. Fr. Fr.

4.139.56 1.500.00 180.00 5.823.81

Fr. Fr. Fr. Fr. Fr.

-4.869.60 -120.00 -1.093.50 -305.04 -6.388.14

Fr. Fr. Fr.

Fr.

20.382.90 3.284.30 594.33 Fr. 450.00 24.707.28

Fr. Fr. Fr. Fr. Fr. Fr.

-14.640.00 -3.900.00 -63.00 -5000.00 -539.95 -24.142.95

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«Dialoghi» ringrazia in particolare gli abbonati sostenitori, che hanno permesso di limitare il disavanzo d’esercizio.

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Pietro Lepori, amministratore Faido Tengia, giugno 2011


Il Comitato di «Dialoghi» sull’episcopato di Monsignor

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Un Vescovo di carattere

Serse Forni – «Don Mino» veniva da un’esperienza asconese molto intensa, sia alla testa del Collegio Papio, sia come parroco-arciprete. Una situazione florida aveva trovato, una situazione florida ha lasciato. Con la Parrocchia, o tramite le diverse fondazioni, aveva fatto molto per gli anziani (la ristrutturazione della Casa Belsoggiorno), per i bimbi piccoli (l’asilo di suor Ginetta), gli adolescenti (il centro parrocchiale), la cultura (la riattazione del Teatro del Gatto e il nuovo museo d’arte sacra nell’oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano). La sua era stata una presenza forte e apprezzata. Carlo Silini – La sua è stata una presenza forte anche nell’episcopato. Al suo attivo va messo che non si è risparmiato: aveva tante energie da spendere e tante ne ha spese. L’ha fatto con il suo carattere franco, dicendo anche ai suoi parroci quello che gli passava per la testa in quel momento (salvo poi a scusarsene con loro, in camera caritatis). Ho l’impressione che ogni tanto abbia dovuto controllare la propria tendenza a considerare gli interlocutori della Diocesi come se fossero i suoi allievi del Papio. Non sempre ci è riuscito.

Alberto Lepori – Sulla sua forte presenza sono d’accordo. Ma il Vescovo è rimasto un isolato. Con chi si consultasse veramente, non si sa. L’uso che faceva delle riunioni che convocava, comprese quelle durante le visi-

dossier

te pastorali, era molto particolare: parlava lui a lungo e i suoi interlocutori non si sono sentiti mai veramente coinvolti nella conversazione. Anche i suoi collaboratori più diretti hanno avuto l’impressione di non avere mai, veramente, voce in capitolo. In definitiva, di contatti ne ha avuti molti, ma gli scambi non andavano molto a fondo. Ernesto Borghi – Io vorrei testimoniare un tipo di presenzialismo anche positivo. Se penso a tutti i preti che sono morti in questi anni nella Diocesi, devo dire che la stragrande maggioranza di loro, per non dire tutti, hanno avuto il Vescovo vicino e non solo al momento delle esequie. Lo stesso è avvenuto per varie situazioni di presbiteri in fase di difficoltà rispetto al loro ministero o in fase di uscita da esso. D’altra parte, ho avvertito nel Vescovo Grampa anche una certa instabilità di posizione, nel senso che, non di rado, una cosa detta o fatta in un momento poteva trovarsi, se non smentita, magari cambiata radicalmente a distanza di pochissimo tempo (un esempio: di una pubblicazione importante, di respiro pastorale, edita dalla Diocesi con la sua prefazione, lo si è sentito dire, in concomitanza con la sua diffusione, che tale testo non avrebbe dovuto essere pubblicato). E tali «cambiamenti» sono avvenuti, penso, non perché non si ricordasse di quel che aveva detto o fatto in precedenza, ma per una certa sua mutevolezza di opinioni. D’altra parte, nel contesto dei vescovi italofoni, dal Ticino a Lampedusa, in cui le figure si-

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gnificative per cultura, affidabilità umana e coerenza pastorale non pullulano, la sua è una personalità comunque di rilievo.

Margherita Noseda Snider – Mi pare anche che, in certi suoi interventi pubblici, non sia sempre stato capace di calibrare le parole, attirandosi così critiche, anche costruttive, che ha fatto fatica ad accettare. È mancata soprattutto l’apertura verso il mondo esterno, insomma il dialogo con i non credenti, come hanno fatto invece altri vescovi, che hanno istituzionalizzato tentativi di incontro (penso in particolare al Cardinal Martini a Milano, che Monsignor Grampa cita sempre come suo modello). Il mondo che sta fuori lo ha percepito come un avversario con cui fare i conti; e su questo certamente hanno influito dei preconcetti: anche dall’altra parte, nei suoi confronti, ma non solo. Occorre riconoscergli un aspetto esteriore di grande simpatia, e anche di slancio, ma non una grande predisposizione all’ascolto di chi su posizioni diverse dalle sue. È anche mancato un rapporto continuato e di apertura ecumenica con i nostri fratelli della Chiesa evangelica, nello spirito che anima la realtà ecclesiale svizzera d’oltralpe. Serse Forni – Vorrei ricordare l’incidente della sua dichiarazione nella vicenda di un sacerdote diocesano condannato nell’ottobre 2005 per atti sessuali con una ragazza. Anche prescindendo dall’interpretazione di quel suo intervento («Mi domando se non si sa-

L’ultima sua lettera pastorale – Roma e Gerusalemme –

Quale messaggio lascia monsignor Pier Giacomo Grampa alla «sua» diocesi? In settembre, è uscita una lettera pastorale – «che potrebbe anche essere l’ultima del mio servizio episcopale» – intitolata Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi1, da cui estraiamo alcuni passi significativi, ben consapevoli che solo la lettura integrale può rendere piena giustizia al suo pensiero. La lettera segue uno schema, ispirato alle immagini che Grampa aveva scelto per il suo stemma episcopale.

Quello che scrive non è, per mons. Grampa, «nessun bilancio, semmai una rilettura per cercare di comprendere meglio quello che ho inteso fare e come ho cercato di farlo» (p. 11).

Ripartire da Gerusalemme

Egli ricorda di aver voluto «ripartire da Gerusalemme (…), nel desiderio di risalire alle sorgenti della nostra fede, di risalire alle origini della nostra Chiesa, di ricercare lo spirito autentico e genuino dell’Evangelo di Gesù e

delle prime comunità cristiane», secondo cioè «un desiderio di autenticità, di genuinità, anche di semplicità ed immediatezza» (p. 15), perché «occorre che la nostra vita cristiana personale e di comunità riacquisti il profumo schietto e luminoso dei suoi ini-

1. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Lettera pastorale del vescovo Pier Giacomo Grampa, Lugano, settembre 2011, pp. 95. In Appendice sono elencati 29 discorsi (Le parole del vescovo), gli scritti, tra cui le nove Lettere pastorali, i fascicoli preparati per la lectio divina di ogni anno pastorale e i Documenti della Diocesi di Lugano relativi a questo episcopato.


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Grampa – La sua è stata una presenza forte – Ha fatto dossier

rebbe dovuto informare e chiedere l’intervento del Vescovo prima di rivolgersi ad altri»), che ha fatto pensare a un tentativo di insabbiamento, rilievo questa dichiarazione della vittima sedicenne: «Mi domando se non era il caso di venirmi a trovare e non solo di andare a trovare don Italo in prigione. In qualità di cristiana mi aspettavo sostegno da lei, ma niente!». Ed erano passati un anno e dieci mesi dai fatti.

Aldo Lafranchi – Che avrebbe dato tutte le sue forze alla Chiesa ticinese mons. Grampa l’ha promesso il giorno della consacrazione episcopale. Non si può dire che non l’abbia mantenuta. Mi è capitato di sfogliare la rivista mensile della diocesi alla pagina che manda a futura memoria l’attività del vescovo. Non c’era un solo giorno del mese nel quale il vescovo non si era imposto un’attività pastorale. Trovava il tempo anche di partecipare, con tanto di matita e calepino, a serate tenute da personalità interessanti. Ricordo, tra le altre, quella con Padre Zanotelli a Bellinzona. Per la lettera pastorale sulla famiglia ha interpellato laici «specialisti» in materia. Un episcopato d’azione il suo, condizionato da una personalità contraddistinta da un forte carattere, poco propenso alla delega, che lo ha destinato a una forma di solitudine perché non facilita il sintonizzarsi emotivamente sulla lunghezza d’onda dell’altro. Alberto Lepori – Questa difficoltà di rapporto è risultata specialmente evi-

dente verso le altre religioni cristiane, e poi anche verso i musulmani. Parecchie volte gli sono sfuggite espressioni di poco rispetto, che evidentemente non rispondevano a una veduta ragionata. Il punto essenziale è questo: Monsignor Grampa si richiama continuamente al Concilio e al Cardinale Martini, ma il modo con lui egli si pone verso gli altri riflette un tipo di Chiesa forte, visibile, «ambrosiana». Lo spirito del Concilio è quello di una Chiesa povera, che non va incontro alla gente con lo stile e le insegne dell’autorità. Monsignor Grampa usa spesso citare don Milani, per il quale: «non si fanno parti uguali tra diseguali». Ora, don Milani voleva dire che, ai diseguali, cioè ai piccoli, ai poveri, bisogna dare di più. Grampa invece ha usato questo detto per appoggiare l’idea che i cattolici ticinesi, essendo maggioranza, devono avere di più.

Aldo Lafranchi – Con le altre religioni (ebrei e musulmani in particolare) il Vescovo sostanzialmente ha manifestato apertura e solidarietà, raccogliendo gradimento e simpatia. Ha visitato, dopo avere tolto le scarpe, la moschea. È entrato nella sinagoga. Fu presente alla fiaccolata a seguito dell’incendio della sinagoga di Lugano. Non esistendo motivi di dispute teologiche, con le altre religioni tutto si risolve con il facile reciproco rispetto. Ben altra cosa è l’ecumenismo di casa propria, con una Chiesa lacerata in quattro brandelli, incapace di ricucire gli strappi, malgrado dalla volontà del fondatore sia sollecitata ogni

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mattina a fare qualcosa per ritrovare entro sera l’unità, e ciò per un’elementare questione di serietà, per essere credibile («che siano una cosa sola, affinché il mondo creda»). L’ecumenismo oggi è fermo, bloccato. Nell’arco degli ultimi cinquant’anni la prospettiva del come tendere all’unità ha subito variazioni. Si è passati dal riconoscimento dell’impraticabilità della pretesa cattolica del ritorno delle altre tre Chiese all’unico ovile alla constatazione dell’incapacità di trovarsi tutti a metà strada (con concessioni da parte di tutti), all’ipotesi attuale del riconoscimento, da parte di ciascuna Chiesa, delle altre tre Chiese con il loro percorso storico, promovendo l’intercomunione a sigillo di una visibile unità nella diversità. Già prima di diventare vescovo, don Mino l’ecumenismo lo affrontava ponendo quale premessa una chiara affermazione da parte di ciascuna Chiesa della propria identità, senza un’esplicita predisposizione a una eventuale disponibilità di metodo a rimetterla in discussione. Presa così, l’identità si fa ostacolo, separa in partenza, alza un muro, blocca il discorso perché mantiene l’accento su ciò che divide e non su ciò che unisce, quando, in realtà, sono molto più le cose che uniscono di quelle che separano. Non l’ha detto Giovanni XXIII? Ci si concentrasse su ciò che unisce (il Signore Gesù, le Scritture!), si capirebbe che ci sarebbe solo da guadagnare rinunciando a molto del poco che ci divide. A cominciare dall’esasperato centralismo romano, sempre

Sub Petro, ma anche cum Petro – Una Chiesa divenuta

zi, la fragranza, l’impulso, la testimonianza delle origini» (p. 17). «Ripartire da Gerusalemme ha voluto dire per me ripartire dall’amore del Salvatore (…) annunciandolo instancabilmente in ogni luogo e ad ogni persona, non per smania di presenzalismo, ma per bisogno del cuore, per dovere di missione, per fedeltà all’impegno preso» (p. 24). In prima linea, dunque, «non il precetto, le regole, le prescrizioni, ma la condivisione dell’amicizia, la disponibilità a mettersi a tavola insieme, ascoltare, parlare, condividere, com-

prendere e spezzare il pane della Parola e della Vita» (p. 20). «Il mio andare per strade e villaggi del Cantone non aveva altra finalità che questa: per essere compagno di viaggio, per spezzare insieme il pane che cambia il cuore, che apre gli occhi e dona coraggio e slancio per ritornare sui propri passi e portare agli altri la testimonianza del Risorto» (p. 21).

«Sub Petro», «cum Petro»?

A un tale che gli diceva: «Si deve ri-

partire da Roma, non da Gerusalemme», mons. Grampa ricorda di avere risposto: «Sì, quando mi dimostrerai che il Signore Gesù è stato crocifisso, è morto, fu sepolto ed è risorto a Roma, invece che a Gerusalemme» (p. 15). Ricordato che i vescovi cattolici si definiscono sub Petro et cum Petro [cioè soggetti al Papa ma insieme con lui], «credo di poter dire di essere sempre stato fedele ‘sub Petro’» (p. 27). «Ma oggi il primo [termine] è amplificato in maniera esagerata dall’azione della Curia romana, che dovrebbe


fatica ad accettare le critiche – Dialogo a una direzione? –

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più insopportabile anche per molti di noi cattolici.

Ernesto Borghi – Circa la passione ecumenica, le idee del Grampa rettore del Collegio Papio erano forse più aperte di quelle del Grampa Vescovo. Che poi certi protestanti ticinesi diano al Vescovo Grampa elementi obiettivi per non essere ecumenico, è un fatto. Alcune posizioni assunte, per esempio, sull’istruzione religiosa nelle scuole, danno da pensare: è esistito, talvolta, da parte di taluni ambienti riformati un vero desiderio di lavorare insieme, oppure si è voluto talora semplicemente affermare una presenza diversa da quella cattolica? A influire sulle posizioni del Vescovo Grampa potrebbe essere anche la propensione generale dei vertici vaticani, oggi, assai propensi più a rivolgersi all’Oriente ortodosso (con il quale condividono anzitutto il rifiuto, nonproprio evangelico, di molti aspetti del mondo moderno) che all’Occidente protestante, con il quale i motivi di diversificazione e di scontro, non soltanto dottrinali, sono gravi.

Aldo Lafranchi – Un aspetto particolare che vorrei sottolineare è il grado di umanità che il Vescovo ha rivelato nel trattare e risolvere casi di persone in difficoltà, preti compresi. Contrariando in qualche caso qualche collaboratore, don Mino ha mostrato sensibilità, cioè giustizia e carità, nel non aggravare le difficoltà (finanziaria compresa) di chi si trovava a doverne già affrontare altre.

dossier

Il «Giornale del Popolo» e i media

Alberto Lepori – In uno scritto di Monsignor Gramp del 2004, sul tema «Il ‘Giornale del Popolo’ e la comunità ecclesiale», si legge: «È il traguardo che vorrei raggiungere attraverso il ‘Giornale del Popolo: l’impegno è di aprire un tavolo di dialogo e di confronto, non solo con la cultura del mondo ma pure con le diverse militanze ecclesiali. Che ci si possa conoscere meglio, accettare diversi, integrarsi complementari, senza pregiudizi, senza scomuniche, senza esclusioni». Ma il GdP rispetta queste pregiudiziali? Continuo a leggere: «La Chiesa circumamicta varietate, la Chiesa che si presenta nella pluralità delle sue componenti e risorse, unita nelle cose necessarie e rispettosa di ciascuno in quelle libere, dimostrando sempre carità…». Questo il programma proposto. Ma non mi sembra che sia stato realizzato. Enrico Morresi – Il «salvataggio» del «Giornale del Popolo» fu uno dei primi interventi di Monsignor Grampa, il quale non voleva passare alla storia come l’affossatore dell’opera del suo predecessore Aurelio Bacciarini Consistette essenzialmente nel cambiare alleato editoriale, che la gestione precedente prevedeva fosse Giacomo Salvioni, e invece la scelta si portò sul «Corriere del Ticino». Il Vescovo promise che sarebbe cessato il finanziamento diretto da parte della Diocesi e questa promessa è stata mantenuta, perché si sono trovati finanziatori

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«esterni» che hanno turato i buchi, specialmente in questi ultimi anni di magra nelle inserzioni. La scelta di Claudio Mésoniat come direttore è stata molto problematica. Si sapeva benissimo che il coordinatore di CL in Ticino ne avrebbe fatto un giornale a immagine e somiglianza del movimento. Inoltre, il GdP dimostra una reverenza quasi indecente rispetto a certi ambienti finanziari e ha sposato le posizioni di destra di CL e della Chiesa italiana, pur assicurando l’accesso a voci anche diverse (come la mia). So di certo che Monsignor Grampa non ha sempre condiviso le scelte del giornale. Ma, per il principio sacrosanto dell’autonomia redazionale, si doveva prevedere che il direttore (e non il Vescovo) avrebbe dato il tono al foglio. La situazione rimane a mio avviso insoddisfacente. Mi piange il cuore pensando che potrebbero essere a rischio due decine di posti di lavoro, ma le mie perplessità crescono ogni giorno.

Carlo Silini – Sottoscrivo quello che è stato detto sul «Giornale del Popolo». C’è qualcosa di miracoloso nel fatto che continui a uscire tutti i giorni. È evidente che Monsignor Grampa non vuole passare alla storia come il Vescovo che lo chiude. Il fatto che abbia trovato i finanziamenti «esterni» per tenerlo in vita è da mettere al suo attivo: come procacciatore di fondi, per dei fini positivi, è bravissimo. A me disturba il taglio eccessivamente apologetico del giornale (aggiungo: apologetico per una certa parte, per una certa corrente…).

minoranza, in cui c’è tanto da fare – Formazione della

svolgere un ruolo puramente esecutivo, di coordinamento, mentre ne esercita di fatto uno normativo, sovrapponendosi alle Chiese locali, e il secondo rimane inoperante, non andando oltre la funzione consultiva del Sinodo dei vescovi (…) Così si restaura una visione ecclesiologica preconciliare, di impronta ‘monarchica’, con il rischio di allontanare la Chiesa dal mondo di oggi e dalle sue esigenze, mentre la fede deve camminare nella storia e con la storia» (pp. 27/28). Grampa ricorda l’enciclica di

Paolo VI Ecclesiam Suam, che parlava di «dialogo intraecclesiale»: «ma quando i documenti arrivano già preconfezionati, senza coinvolgimento dei vescovi, senza partecipazione alla elaborazione, prevale l’idea che la comunità cristiana non abbia bisogno di dialogo, tutto viene dall’alto, e così si favoriscono la passività e il conformismo o la ribellione (…) appiattendo tutto su un pensiero unico che non lascia spazio a pluralità di opinioni legittime. Chi non la pensa come i vertici viene ignorato o condannato» (pp.

28/29). Anche perché «non so quanto favoriscano il dialogo i moderni mezzi della comunicazione» (ivi).

«Probati viri uxorati» e divorziati risposati

Su quali punti potrebbe essere riformata la Chiesa, in uno spirito di dialogo? Grampa cita le «pagine chiare e forti» scritte da Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia-Bovino, che toccano «temi attuali come quelli dei probati viri uxorati [uomini


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Umanità nel trattare le persone in difficoltà – Il dossier

Alberto Lepori – Però manca l’informazione sulla Chiesa svizzera, sull’attualità religiosa internazionale al di fuori di Roma: come se in questo momento il Sudamerica, l’Asia e l’Africa non fossero dei luoghi «centrali» per l’avvenire del cattolicesimo! È sicuramente anche per mancanza di mezzi, ma è in gioco l’apertura mentale, per cui la Chiesa è solo Roma. Sono d’avviso invece che il GdP faccia bene a pubblicare i discorsi del Papa, perché i riassunti che ne danno le agenzie di stampa sono sempre distorti, in quanto selezionano una frase e ne fanno il centro del discorso. Dare a chi li voglia leggere questi testi integrali è una buona cosa. Sono pur sempre un punto di riferimento.

Aldo Lafranchi – Non siamo comunque in pochi a ritenere che il GdP non sia il giornale di tutti i cattolici. È in primis il quotidiano di CL: articoli, collaborazioni, informazioni, propaganda. Anche dal profilo politicopartitico il GdP è sulle posizioni di CL, con la simpatia che va a Giuliano Bignasca («il Mattino della domenica»!) e alla Lega dei ticinesi di cui CL è una costola, alla destra liberale (prima Marina Masoni, poi Sergio Morsoli alle elezioni di aprile 2011), all’UDC per le prossime elezioni di ottobre (Morisoli). Quanto all’Italia, le simpatie del GdP sono naturalmente le stesse di CL italiana: Berlusconi (!), il berlusconismo e l’alleata Lega lombarda.

sto episcopato sono partite trasmissioni televisive – come «Strada regina» – e radiofoniche – come «Chiese in diretta», in collaborazione con il pastore Tognina. Sono un merito di questo Vescovo: un impulso a un’informazione più aperta e più obiettiva.

Aldo Lafranchi – Vorrei rilevare la capacità di monsignor Grampa di porsi rispetto ai media. Nato e cresciuto in Lombardia, alla lingua dà del tu. È un Vescovo che sa parlare, mai in difficoltà a rispondere. Nel passato non è sempre stato così. La sua abilità nel reagire a domande anche imbarazzanti (come nel caso del preservativo «autorizzato ma non autorizzato») è risultata apprezzata. Ha reso un buon servizio all’immagine della Chiesa.

Le organizzazioni e le parrocchie

Carlo Silini – C’è stata però anche una nota positiva per quanto riguarda l’informazione religiosa: durante que-

Daria Lepori – Definisco positivo il rapporto con «don Mino» nella mia funzione di responsabile del Segretariato di Sacrificio Quaresimale nella Svizzera italiana. All’inizio è stato un po’ difficile ma poi mi è stata data fiducia e col tempo mi ha appoggiata; non mi sono sentita mai messa sotto tutela. Per ciò che concerene il Sacrificio Quaresimale, il Vescovo ha sempre invitato i parroci e le parrocchie a sostenere la nostra organizzazione e ha raccoandato loro più volte che durante la Quaresima le raccolte di fondi siano destinate a un’opera pur sempre promossa dai vescovi svizzeri. E questo lo ha ripetuto per esempio ogni Mercoledì delle Ceneri, addirittura

sposati di una certa età], o dei divorziati risposati. Sono suggestioni per una stagione conciliare che rischia di perdere l’appuntamento con la storia, se non ha il coraggio di prestare attenzione al nuovo che matura» (p. 31). A livello diocesano, mons. Grampa ricorda le strutture di dialogo in cui ha operato («Ho pensato anche all’opportunità di convocare un Sinodo diocesano, ma il tempo fattosi breve me lo ha sconsigliato», p. 32), le zone pastorali, la parrocchia (che «non basta, non risponde più a tutti i bisogni

e alle necessità dell’evangelizzazione»). Sarà introdotta la figura del vicario interparrocchiale,«in attesa che il laicato sia opportunamente preparato e pronto per passare da un lavoro di collaborazione ad uno di corresponsabilità» (p. 33). «C’è tanto da fare in una Chiesa che sta passando da un regime di maggioranza a uno di minoranza, all’interno di una società orientata in ben altre direzioni. Al collasso della forma sociale della Chiesa non si risponde guardando nostalgicamente al passato, ma affron-

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con veemenza, eppure c’era gente (io ero in navata a sentire) che scuoteva il capo! Ma qui tra lui e alcuni preti c’è scollamento: il Vescovo su questo dice una cosa e loro ne fanno un’altra. È dunque, per noi, un ottimo partner. Sul piano strettamente personale l’ho anche apprezzato per il calore con cui ha parlato alla gente quanto è venuto nella nostra piccola chiesa di Oggio, e anche per la franchezza del discorso sui minareti durante un Primo d’Agosto.

Marina Sartorio – Sul penultimo punto toccato ho qualche riserva, da cittadina di un piccolo comune della Valle Onsernone. La gente della mia parrocchia (in cui era venuto poco prima della votazione sui minareti) diceva: il vescovo può dire quello che vuole, noi votiamo per il divieto. Forse perché il messaggio cadeva dall’alto, non era un modo «pastorale» di proporlo. Più importante è però il suo atteggiamento generale sul futuro della Chiesa nelle valli. Nella stessa occasione, parlando al nuovo parroco, un polacco, si è espresso come a scusarsi di averlo mandato lì. Per noi non è stato incoraggiante. Mi è stato detto: il Vescovo le dà per morte, le valli, senza speranza. Ma non è vero che le valli siano morte. Da noi, proprio in questi anni, sono arrivate famiglie nuove, con figli. Non siamo vecchietti che vivono come cent’anni fa. Bisogna saper guardare a questa realtà con occhi nuovi. Enrico Morresi – Su questo punto, io ho sentito il suo parere quando è

coscienza, più che le tradizioni – La scelta dei vescovi

tando i problemi nuovi del contesto presente, prendendo atto che una comunità cristiana non è più lo spazio di tutte le possibili attività».

Circa le modalità per la scelta dei vescovi, mons. Grama si pronuncia per «una consultazione aperta, libera, intelligente, responsabile», che equivale a interpellare il popolo di Dio nelle sue svariate espressioni «senza condizionamenti, senza preclusioni, sostenuti dalla preghiera». (p. 8). Previa è «un’adesione convinta e leale alla


«salvataggio» del «Giornale del Popolo» – Preti presi da

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venuto in visita pastorale a Massagno. Ha detto: se esiste una possibilità di ripresa pastorale, in Ticino, essa non può venire che dai centri. È vero, pareva quasi disperato circa le parrocchie periferiche. A lui aveva fatto una cattiva impressione che i consigli parrocchiali di molte piccole parrocchie di valle facessero ostacolo a un minimo di riorganizzazione. Forse ha incontrato soprattutto gli anziani, citava un comunello in cui ci sono addirittura tre parrocchie, i cui responsabili (non i parroci, naturalmente, perché lì non ce n’erano) che non hanno nessuna intenzione di fondersi… Carlo Silini – Noi di «Dialoghi» siamo tra i pochi che portano avanti l’ideale del «laico impegnato». Ma dov’è che si porta avanti questa bandiera? Ci lamentiamo del fatto che nelle parrocchie c’è poca gente che si impegna, ma abbiamo ancora una media di un prete ogni mille abitanti, che è altissima in Europa. Abbiamo preti venuti da fuori che sanno fare solo messe perché non hanno un vero contatto con la gente, sono qui di passaggio (con qualche eccezione, naturalmente!). Questo essere ben serviti di preti, anche se sono anziani e stranieri, blocca l’alternativa. È vero che la gente dice: non mandatemi un laico a farmi la predica la domenica! Ernesto Borghi – Negli anni Novanta, il Cardinale Martini mi incaricò di far avere della documentazione sull’esperienza oltre le Alpi al suo vicario generale: questo in vista (tenetevi

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forte!) di otto assistenti pastorali per una Diocesi di 1170 parrocchie! A mia conoscenza, non se ne è fatto nulla. E questo perché il numero dei preti è ancora troppo rilevante. Quando saranno ulteriormene diminuiti, allora ci si penserà. È tragico ma è così!

Alberto Lepori – Nessuno chiede che si facciano rivoluzioni da un momento all’altro. Però i cambiamenti vanno preparati, se ci si crede, e se si conosce il contesto. Grampa il Ticino lo conosceva, non arrivava da chissà dove. Nella pastorale della Pasqua 2004, indicava una ventina di «problemi prioritari», tra cui la formazione di laici per i ministeri e gli assistenti pastorali. Oggi, in diocesi, i diaconi permanenti sono cinque. Nel 2000, in Svizzera, i laici impegnati a tempo pieno erano 1200, contro 1313 preti. A Basilea, gli agenti pastorali erano, già nel 2000, più dei preti (423 contro 355. In Ticino, al posto di preti stranieri (che almeno erano residenti) vengono inseriti giovani preti che si preparano a concludere gli studi alla Facoltà di teologia. In gran parte non conoscono né la lingua né le abitudini, dicono messa… e poi «scappano» a studiare! Ma questo non è un servizio pastorale, perché, mancando la stabilità, non si costruisce la comunità come potrebbero fare dei laici con incarichi nelle parrocchie. So che c’è la difficoltà finanziaria, ma se se si vuole innovare e rispondere ai nuovi bisogni bisogna affrontare tale aspetto. Ricordo che «Dialoghi» aveva affrontato questo problema già nel n. 182 (giugno 2004).

Enrico Morresi – I confronti con le altre diocesi possono essere fuorvianti. In Ticino, le parrocchie non avrebbero i mezzi per mantenere un personale con famiglia e figli. Al di là dei pregiudizi correnti di cui anche il Vescovo deve tener conto («Al funerale di mio padre voglio dei preti veri, non degli assistenti pastorali!»), il problema finanziario è decisivo. Però non ho capito perché il Vescovo ha praticamente tolto dal suo programma una trattativa con lo Stato per un diverso finanziamento delle parrocchie e delle diocesi. È vero: più volte, anche su «Dialoghi», abbiamo sottolineato l’enorme contributo che le parrocchie danno, per esempio, al turismo, mantenendo in ordine chiese e cappelle che rappresentano uno splendido patrimonio d’arte e di bellezza aperto a tutti: perché non potrebbe esistere un contratto di prestazione che garantisca alle parrocchie i mezzi per farvi fronte? Quel che si spende per tenere in ordine le chiese potrebbero, le parrocchie, destinarlo al proprio personale religioso…

È stato un vescovo «conciliare»

Carlo Silini – È vero che certi progetti, espressione di orientamenti più aperti nella Chiesa, non sono andati in porto. In questo il Vescovo ha le sue responsabilità. Tuttavia, egli è diventato vescovo nel 2004, nel 2005 è diventato papa il Cardinale Ratzinger. Ed è evidente che ci sono molte leve nella Chiesa che nessuno può muovere se non le muove il Papa. Sappiamo

«aperta, libera, intelligente, responsabile»

dottrina e al Magistero ecclesiale, in particolare su alcuni punti come il sacerdozio ministeriale, l’ordinazione delle donne, il matrimonio, la giustizia sociale e le indicazioni dottrinali contenute nel Concilio e nel Catechismo universale della Chiesa cattolica» (p. 38). Per l’elezione del vescovo di Lugano, «la norma del ressortissant tessionois, legata al momento in cui la diocesi di Lugano è nata, è stata sentita subito come troppo restrittiva, ma intanto è ancora valida e da rispettare». Mons. Grampa non

condivide l’idea che il sacerdote candidato debba essere anche «incardinato» [cioè compreso tra gli attivi in diocesi]: «anche un prete ressortissant tessinois [cioè cittadino ticinese], non incardinato, perché religioso o residente altrove, può entrare in considerazione» (p. 39).

Primato della coscienza

Mons. Grampa afferma con forza la sua adesione alla dottrina conciliare sul primato della coscienza. «Il pri-

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mato della coscienza è valore decisivo non solo nel dialogo interreligioso, lo è anche e soprattutto sul piano di una educazione alla fede che non può più affidarsi, come in passato, alla forza dell’ambiente, delle tradizioni. Visitando la nostra diocesi quante volte ho toccato con mano la forza delle nostre radici religiose ma insieme la necessità di affidare la trasmissione della fede alle giovani generazioni: più alla scelta consapevole, cioè alla formazione della coscienza, che alle consuetudini ereditate dal passato» (p. 50).


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fuori, laici non incoraggiati – Le difficoltà finanziarie – In

che tipo di papato sia stato fin qua quello di Ratzinger, cioè fondamentalmente un papato che ha fatto qualche passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II. Questo mette in difficoltà, automaticamente, anche tutti i vescovi «conciliari». Io ritengo che Grampa sia un «conciliare», lo ha dimostrato molte volte. Non riesco perciò a sintetizzare il suo episcopato oscillando tra «è stato un bravo vescovo» e «è stato un cattivo vescovo». Potrebbe anche essere un «vorrei, ma non posso». C’è stata tutta una serie di cose sulle quali da Roma non gli avrebbero mai dato il «via libera» di fare. Faccio un esempio: le confessioni comunitarie. Se Roma dice «no», che cosa può fare un vescovo?

Ernesto Borghi – Alcune sue lettere pastorali sono state di ottimo livello… Quella intitolata «Non hanno più vino» gli ha attirato contro reazioni virulente, laddove il Vescovo integrava nella lettera pastorale la proposta della Pastorale familiare della Diocesi a ripensare la questione dei divorziati risposati. Questo fatto gli ha scatenato contro critiche di vario genere: anzitutto, in Diocesi, da parte di coloro che si dice avessero contribuito da vicino alla sua nomina (in particolare taluni esponenti «ciellini»). Dal Vaticano si dice abbia ricevuto una dura reprimenda, a testimoniare l’idea non cristiana che certi ambienti hanno della libertà dei figli di Dio e del rispetto evangelico. Su questo, come su altri temi, Monsignor Grampa si è dimostrato innegabilmente coraggioso. Che egli abbia sposato e sposi integralmente lo spirito del Vaticano II, è assai difficile dire…

Carlo Silini – Quando si fece il totovescovo, nel 2003 e 2004, si disse chiaramente che Grampa non era un «parrocchialista» né un «movimentista». Lui questo profilo lo ha confermato, e questo lo ha condannato a camminare da solo, tra le due sponde. Il suo profilo di «indipendente» (lo aveva fin dall’inizio rispetto ai due gruppi) ha un che di messianico, perché cerca di risolvere da solo i problemi, ma attenua anche la sua responsabilità. Io ho anche l’impressione che abbia pagato pegno ai «movimentisti», perché se è diventato vescovo lo deve senz’altro all’appoggio di costoro alla sua candidatura

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quando è arrivata a Roma. C’è addirittura chi sostiene di avere le prove, ma questo a me non interessa: è la politica, le cose vanno così… Bisogna chiedersi allora se Grampa ha dato almeno gli stimoli necessari per un cambiamento.

Alberto Lepori – Alcune deficienze che oggi notiamo dipendono anche dal modo con cui Monsignor Grampa ha retto la Diocesi. I consigli pastorale e presbiterale, istituiti dopo il Concilio, hanno contato sempre meno. E neppure è stato fatto lo sforzo di farli conoscere. L’esempio di Martini era un altro: a intervalli ben precisi si facevano, tra il cardinale e i suoi preti, degli incontri che duravano due giorni. Qui non è mai successo niente di simile. Consultazioni anche iniziate– come il Comitato dei garanti per il «Giornale del Popolo» – sono morte perché nessuno si curava di dare un seguito a quel che si discuteva, non si facevano neppure i verbali delle sedute! Perché noi pensiamo al Vescovo come a colui che non ha risolto certi problemi della Diocesi? Perché non si è preoccupato abbastanza di delegare, affidando precise responsabilità a collaboratori, stabili o temporanei, era sempre lui a occuparsi di tutto. Capisco che dietro questo problema c’è quello delle persone disponibili, che non può ridursi alla disponibilità dei preti. Bisogna avere a disposizione del personale laico, anche da retribuire… Il problema finanziario (e Monsignor Grampa lo riconosceva al secondo posto tra le sue preoccupazioni già nel 2005) è stato del tutto trascurato, almeno per quanto riguarda le necessità pastorali.

Ernesto Borghi – Con l’episcopato attuale è stata costituita, in continuità anche con l’ultimo scorcio dell’episcopato Torti, una serie di uffici e di servizi pastorali (penso all’incarico che ho io, di coordinatore della formazione biblica nella Diocesi) che prima non esistevano. Certo, se il denaro che sostiene alcuni di questi servizi fosse venuto solo dalla Diocesi, probabilmente sarebbero già venuti meno o non sarebbero neppure nati. D’altra parte, con l’avallo esplicito del Vescovo attuale, la Fondazione TortiBernasconi ha potuto operare a supporto economico di tali incarichi e ciò è un fatto certamente positivo. Il Ve-

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scovo Grampa ha fatto in modo che si potesse lavorare nell’ambito della catechesi e della formazione a livello molto largo, e grazie a lui è stata data la possibilità di muoversi in diverse direzioni, raggiungendo anche persone lontane dagli ambienti ecclesiali in quanto tali… La scelta di don Sandro Vitalini come pro-vicario generale (un uomo dallo spessore culturale notevolissimo e con un cuore davvero evangelico, che, se fosse diventato vescovo nel 1985, forse lo sarebbe stato sino a pochi mesi fa o lo sarebbe ancora…) ha reso possibili molte iniziative non solo culturali, al di là delle personali possibilità del Vescovo. Enrico Morresi – Visto che parliamo di preti e di pastorale, vorrei sottolineare l’impegno del Vescovo Grampa sul fronte della liturgia. L’ha sempre considerato un suo dovere centrale, fino ad adottare qualche fastosità che si può ritenere superata nelle forme e nei gesti. La riforma liturgica del Concilio l’ha difesa unguibus et rostris. Le sue uscite estemporanee – à côté del testo scritto – hanno dato vivacità alle sue prediche. Qualche volta mi sono parse inopportune, ma sono da mettere sul conto della sua generosità, che lo porta spesso ad andare sopra le righe.

Ernesto Borghi – Sulla religione nelle scuole, la sperimentazione attuale è frutto di un’apertura d’orizzonte che il Vescovo Grampa ha operato, d’intesa certo con altre istituzioni, anzituttoil DECS e la Chiesa evangelica riformata cantonale, ma che gli deve essere riconosciuta come scelta anche contro ambienti cattolici particolarmente apologetici, che certamente gli stanno «alle costole» con determnazione.

Enrico Morresi – Non dimentico neppure il placet dato alla fusione delle due associazioni di scout. Si sa benissimo che una parte delle sezioni «cattoliche» non era d’accordo. Ma il Vescovo ha detto «sì» e queste sezioni hanno dovuto accettare di organizzare la (più che legittima, del resto) formazione cristiana dei giovani con strutture a parte, senza insistere in una separazione – cattolici da una parte, «laici» dall’altra – che risale a Monsignor Bacciarini: quasi cent’anni fa.


equilibrio tra movimenti e parrocchie – Lo rimpiangeremo?

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«Caritas», la Facoltà di teologia e i seminari

Aldo Lafranchi – Istituzione diocesana, occupata da CL, Caritas Ticino vive e opera in stato di divorzio dalla Caritas centrale dei vescovi svizzeri. Per la diocesi un tema spinoso. Non si sa se il vescovo la questione l’abbia affrontata. Probabilmente si sarebbe scontrato con un ostacolo insormontabile. La cosa gli avrebbe richiesto troppe energie, a scapito di altri investimenti considerati meno dispersivi.

Alberto Bondolfi – Ho vissuto tutti gli anni di questo episcopato fuori Ticino, e quindi il mio punto di vista è del tutto particolare. Ho notato con piacere che Monsignor Grampa ha operato attivamente nell’ambito della Conferenza dei Vescovi svizzeri, rompendo così una certa quale tradizione che vedeva i vescovi del Ticino non particolarmente attivi. Su questo ho raccolto voci elogiose parlandone con altri membri della stessa Conferenza episcopale. La presenza di ticinesi nelle commissioni di questa Conferenza non è del tutto adeguata. Il clero più giovane non ha contatti continuati con le altre regioni svizzere e sembra culturalmente più legato al contesto italiano che a quello svizzero. I vescovi ticinesi devono saper guardare sia a nord sia a sud, e ciò richiede una sensibilità non comune.

Ernesto Borghi – Sulla Facoltà di teologia, Monsignor Grampa ha preso un’intensa e giusta posizione due anni fa contro certe derive apologetiche, autoreferenziali e anticonciliari che vari professori della Facoltà avevano assunto e, temo, continuano ad assumere. Ha difeso l’attuale rettore, Monsignor Chiappini, contro alcune critiche ingiuste che gli sono state variamente rivolte. Fu, d’altra parte, inutilmente frettoloso, quando, appena consacrato, riconfermò don Libero Gerosa per un secondo quadriennio di rettorato. D’altra parte, un’incidenza diretta del Gran Cancelliere non pare esserci stata all’interno della Facoltà di teologia, forse anche per rispetto dell’autonomia di questa istituzione accademica, che rimane molto meno utile alla Svizzera italiana di quanto potrebbe essere, sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista della divulgazione teologica e storico-reli-

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giosa, per l’idea autoritaria e apologetica ella teologia e dell’evangelizzazione che guida certi docenti per la limitata interazione anzitutto con l’azione formativa della Diocesi. Un’altra questione importante è quella della formazione dei presbiteri nei due seminari diocesani, che resta assai problematica per molte ragioni e che dovrà essere affrontata dal Vescovo attuale se il suo ministero sarà prolungato, come pure da chiunque verrà dopo di lui.

Lo rimpiangeremo?

Alberto Lepori – Sul «Giornale del Popolo» del 7 luglio è stato pubblicato un «programma» esposto da don Italo Molinaro ai preti. Presentato nell’ultimo anno di episcopato, è senza dubbio un bel programma (forse troppo esteso, e ancora senza indicazioni di priorità). Se uno lo confronta con quanto esiste in Diocesi, potrebbe trarne una constatazione piuttosto impietosa. Come richiamo dei temi da affrontare è senz’altro utile: sia nei «tempi supplementari» che fossero concessi a Monsignor Grampa, sia come proposte per il successore. Poi anche Don Zanini (GdP del 14 luglio) critica la ridotta attuazione della riforma liturgica, ma non fa proposte, e Padre Callisto (21 luglio) indica l’importanza della diaconia, con molte «cose» ancora da fare…

Enrico Morresi – Io credo che lo rimpiangeremo. La vedo male la successione rebus sic stantibus, cioè con l’aria che tira a Roma e anche in diocesi. Monsignor Grampa potrebbe rimanere ad nutum Sanctae Saedis, che è un termine burocratico per dire: «al cenno» di chi può decidere se puoi stare o devi andartene. (Il latinorum seguita a essere un modo per farla inghiottire ai poveri, come ai tempi dell’Azzeccagarbugli, ed è come minimo un linguaggio poco evangelico).

Ernesto Borghi – Se il Vescovo dopo di lui sarà una persona più equilibrata, meno accentratrice, più rispettosa delle idee altrui, più colta e più rasserenante, non lo rimpiangeremo. Se invece il Vescovo prossimo sarà espressione di qualche posizione ecclesiale rigida ed eticamente moralistica – e le possibilità in tal senso, purtroppo, sussistono – allora penso pro-

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prio che lo rimpiangeremo. Infatti, nel quadro in cui ci troviamo, sia pure tra luci e ombre, sia pure con prese di posizione incomprensibili, con veemenze fuori luogo, che lo hanno portato anche a far sembrare o diventare sbagliate talune cose giuste dette o fatte, il Vescovo Grampa ha permesso e permette all’eterogeneità del cristianesimo-cattolico ticinese di esprimersi con libertà. E questo è comunque, con l’aria che tira in varie parti della Chiesa e della società, davvero moltissimo.

Aldo Lafranchi – La nomina del successore dirà se Roma, cui purtroppo spetta ancora la scelta dei vescovi (nel 1986 la Chiesa locale a larga maggioranza aveva designato vescovo Sandro Vitalini!), ami o non ami la Chiesa ticinese. La amasse, le risparmierebbe la dolorosa esperienza di lacerazione del tessuto ecclesiale avvenuta per un periodo nella seconda metà del secolo scorso. L’esponente di un movimento «ecclesiale» come CL (o l’Opus Dei) introduce di fatto una separazione, la distinzione tra cattolici di serie A e cattolici di serie B, dovuta a una sopravvalutazione del movimento, un plus valore per la consapevolezza che il ciellino fa di se stesso e del gruppo. Il movimento diventa la prima cosa, la più importante. Si spiega così perché una persona intelligente come Claudio Mésoniat non ce l’abbia fatta a non trasformare il GdP in giornale di CL e perché Caritas Ticino non si adatti alla Caritas dei vescovi svizzeri. Loro sono i più bravi. Queste cose Roma non può non saperle. Anche se, guardandoci attorno c’è poco spazio per le illusioni.

Chiese vuote. Secondo una stima del Consiglio esecutivo della Chiesa riformata del canton Zurigo, due terzi delle chiese della città di Zurigo sono superflue e causano spese insopportabili alle comunità: invece di 47 chiese ne basterebbero 20. Di qui la proposta, avanzata da alcuni, di usare gli edifici a turno: il venerdì per i musulmani, il sabato per ebrei e avventisti, la domenica per i cristiani, proposta che ha sollevato proteste e scandalo, e difficoltà di attuazione. Mons. Sterkman, vicario episcopale della diocesi di Basilea, ha ricordato che per molti secoli si sono avute nella Svizzera settentrionale «chiese paritarie», utilizzate da cattolici e protestanti.


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notizie belle e buone

Notizie belle e buone

I Vescovi svizzeri (e anche qualche amico prete) ci hanno invitato a pubblicare «belle e buone notizie»: cerchiamo ancora di accontentarli.

Volontariato. In Svizzera, una persona su quattro (il 29% delle donne, il 25% degli uomini) è attiva volontariamente in associazioni e istituzioni, accanto agli impegni famigliari. Secondo l’Ufficio federale di statistica, il volontariato rappresenta un valore monetario di 370 miliardi all’anno, oltre ai vantaggi in relazioni umane, sostegno spirituale e nuove esperienze. Per i diritti umani. È stato inaugurato a Berna, il 6 maggio, un Centro svizzero di competenza per i diritti umani, avente per scopo, attraverso conferenze e scambio di informazioni, di sostenere le autorità e la società civile ed economica nel rispetto dei diritti umani. Pur non rispondendo ai criteri internazionali prescritti in materia, per le ONG attive nel settore costituisce un primo passo nella buona direzione, con un periodo sperimentale di quattro anni e un contributo federale annuo di un milione.

Solidarietà cantonale. Il governo di Friburgo ha sottoposto al parlamento un progetto di legge sulla cooperazione allo sviluppo e all’aiuto umanitario, in applicazione all’art.70 della Costituzione che impone al Cantone di attivarsi in tal senso. Friburgo ha destinato nel 2011 a questo aiuto l’importo di fr.170.000 (lo 0,5 per mille del preventivo statale). La città di Ginevra, nel quadro di un suo programma strategico di sviluppo durevole, prevede di destinare entro il 2018 lo 0,7% del suo budget (attualmente vi dedica lo 0,47%) a progetti di aiuto in città come Dakar, La Paz, Sofia, Asuncion, in collaborazione con la Federazione ginevrina di cooperazione, alla quale ha versato nel 2009 di 1,8 milioni di franchi. E il Ticino?

Laureato. Lo scorso giugno, all’Università di Bergamo, è stata conferita la laurea honoris causa a mons. Loris Capovilla, già fedele segretario, prima a Venezia dal 1953 al 1958 e poi dal 1958 al 1965 del patriarca Giuseppe Roncalli, infine di papa Giovanni XXIII. Ritirato a Sotto il Monte, mons.Capovilla ha 96 anni (è prete da settantuno) e cura con scritti e interventi la memoria del Papa del Concilio e della Pacem in terris. A conferirgli l’onorificenza accademica è stato l’Istituto europeo dell’Accademia russa (ma sì!) delle scienze; tra i messaggi augurali quello del (già comunista) presidente Giorgio Napolitano, e del (già primo ministro) Mikail Gorbaciov. «Koinonia», che diffonde la buona notizia, non cita rallegramenti giunti dal Vaticano ….

Dodici ragazze generose. Dodici volontarie del Mendrisiotto, accompagnate dai parroci don Crivelli e don Ministrini, hanno passato due settimane delle loro vacanze a Calcutta, lavorando nelle opere delle Missionarie della Carità, fondate da Madre Teresa, recando la somma di fr. 50.000 raccolta in occasione del Natale, e medicinali messi a disposizione dal farmacista cantonale. Bella notizia di una buona azione.

Basilea rispettosa… Il Cantone di Basilea Città ha progettato di offrire agli anziani di religione musulmana un servizio sociale che tenga conto delle loro particolari esi-

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genze per quanto riguarda il cibo, la lingua, il personale curante. Si calcola che questa esemplare preoccupazione «costerà», nei prossimi 15 anni, quattroceno posti in istituti medico-sociali. Case di accoglienza rispettose delle esigenze religiose delle minoranze già esistono in Svizzera per iniziativa della comunità ebraica e degli avventisti. Prego, sorrida! Un libro recentemente pubblicato in Belgio (alle edizioni «Fidélité» di Namur) raccoglie sotto il titolo «Il riso e le religioni» gli atti di un convegno svoltosi nel 2009 all’università cattolica di Lovanio, dedicato all’umorismo nelle diverse religioni, con la collaborazione di celebri umoristi e caricaturisti. Da regalare ai religiosi dal pianto facile sulle nequizie del tempo. Più efficace la decisione della Chiesa cattolica del canton Argovia, che per festeggiare i collaboratori volontari (diecimila, nelle diverse parrocchie e comunità) ha organizzato un incontro festoso, conclusosi con uno spettacolo al Circo Monti.

Osare la fraternità. Un gruppo di vallesani di diversi partiti, appartenenti al Movimento politico per l’unità, ha elaborato una «Carta della fraternità» in otto punti, destinata sia ai politici sia al semplice cittadino, per favorire l’impegno di tutti ad un dialogo rispettoso e al conseguimento del bene comune. Si attendono adesioni.

Succede in Papuasia. Il vicario generale di un arcivescovo della Papuasia ha approvato un programma di informazione sull’educazione sessuale e la salute riproduttiva destinato agli adolescenti nel distretto di Merauke (Indonesia). Tra gli scopi del programma, la lotta all’AIDS e l’adeguata conoscenza della trasmissibilità della malattia. Il tasso di infezione in Papuasia è del 2,5%, specialmente nella fascia d’età dei 15- 34 anni: è una delle regioni più infette del mondo, dopo l’Africa.

Onore alle donne. Il Premio Marga Bührig è stato attribuito a Beatrice Bowald, teologa ed eticista di Kriens, e a Klara Butting, pastora riformata tedesca e specialista del Primo Testamento. Beatrice Bowald ha pubblicato nel 2010 una ricerca sulla prostituzione; Klara Butting uno studio, in via di pubblicazione, sulla spiritualità biblica e la responsabilità sociale. Il premio è stato istituito per ricordare la teologa femminista morta nel 2002 e sostenere studi nel settore della teologia femminista. Altre buone notizie. Eva Maria Faber, nominata nel 2007, è stata confermata rettrice dell’Alta scuola teologica di Coira per un nuovo periodo di quattro anni. Confermata per un nuovo mandato anche Birgit Jeggle Merz, professoressa di liturgia. Due altre donne sono state onorate con la nomina alla direzione di importanti organismi ecclesiastici in Norvegia: Else Britt Nilsen, teologa domenicana di 64 anni, è la prima donna (e prima cattolica) che presiederà l’ecumenico Consiglio delle Chiese cristiane; il vescovo (vescova?) luterano di Borg, Helga Haugland Byfuglien è stata eletta presidente dei vescovi del Paese.

Pregano in strada. Un venerdì dello scorso luglio, causa la presenza di molti turisti musulmani, i fedeli convenuti alla moschea di Eaux-Vives di Ginevra hanno dovuto accontentarsi del marciapiede antistante, turbando la circolazione e violando la legge cantonale che vieta manifestazioni religiose negli spazi pubblici. La notizia sarebbe più bella se fosse accaduta per una messa cattolica.


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opinioni

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A MILANO, DA TETTAMANZI A SCOLA

Un gruppo di presbiteri e laici della diocesi di Milano, il 12 giugno 2011, solennità di Pentecoste, ha scritto una lettera di ringraziamento al cardinale Dionigi Tettamanzi che terminava il suo servizio quale arcivescovo. La lettera è stata pubblicata dalla rivista «Il Regno» di Bologna, sottoscritta in un primo tempo da ottanta milanesi (v. il n. 1103 del 15 giugno): tra esse parecchie personalità del mondo ecclesiastico ed accademico che la redazione di «Dialoghi» stima, per cui la facciamo conoscere ai nostri lettori.

Eminenza, in questo periodo in cui è previsto l’avvicendamento sulla cattedra di sant’Ambrogio intendiamo farle pervenire i nostri più sinceri ringraziamenti per la qualità e la misura, la sostanza e le forme del suo ministero episcopale nella Milano di questo inizio di millennio. In questi anni abbiamo apprezzato la qualità pastorale della sua proposta, che ci ha invitato a vivere e a sognare una Chiesa sul modello del Concilio: appassionata alla causa del Signore Gesù, autenticamente missionaria, quasi «testarda» nell’interpretare la vocazione al confronto franco, alle ragioni del dialogo con tutti nella comunità cristiana e con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, con tutti i credenti delle diverse confessioni cristiane e tradizioni religiose. Abbiamo parimenti apprezzato la misura del suo governo, pacata e benevolente, preoccupata non già di comandare autoritariamente, quanto di convincere e persuadere l’interlocutore, accompagnandolo con la saggezza di un padre e di un pastore. Le siamo riconoscenti poi per la sostanza delle cose che ha insistentemente riproposto a noi cattolici ambrosiani, in continuità con la tradizione che nel secolo scorso ha visto la lezione dei suoi predecessori, gli arcivescovi Ferrari, Tosi, Schuster, Montini, Colombo e Martini. La porteremo sempre nel cuore, memori anche delle forme concrete del suo magistero, rilegate nel suo motto episcopale «Gaudium et pax» (gioia e pace). Una gioia che nasce dall’incontro col Risorto e che non può essere scalfita dalle accuse e dalle cattiverie che accompagnano la vita di chi testimonia l’Evangelo; la pace poi che

si diffonde su tutti, sui piccoli e sui grandi, sui buoni e sui cattivi, su quanti sono sinceramente credenti e su quanti sono sinceramente in ricerca. E anche su quanti si trincerano dietro l’ipocrisia, il rancore e l’ostinazione, Ci sorregge, infine, il costante invito a ricalcare le orme del suo amato Paolo VI, maestro e testimone di una dedizione tenace al Signore Gesù, di un’inquieta ricerca per parlare al cuore degli uomini e delle donne nostri contemporanei, privilegiando soprattutto i poveri e gli emarginati, proponendo a se stesso (e a tutti noi) l’icona dell’«uomo spirituale». Come ricorda san Paolo: «L’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (l Cor 2,15). (seguono le firme) Il nuovo arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola è nato a Malgrate (Lombardia) il 7 novembre 1941, dottore in filosofia dell’Università cattolica di Milano, prete dal 1970, ha quindi studiato teologia a Friburgo, dove ha anche insegnato. In quegli anni ha partecipato al movimento «Comunione e Liberazione» ed è diventato amico del futuro vescovo di Lugano Eugenio Corecco. Assieme al futuro papa Joseph Ratzinger partecipa alla creazione della rivista internazionale «Communio» (antagonista di «Concilium», espressione dei teologi promotori di una interpretazione «progressista» del Vaticano II); quindi occupa diversi importanti uffici ecclesiastici. Vescovo di Grosseto nel 1991, rettore dell’Università del Laterano (1995), infine patriarca di Venezia (2002). La nomina è stata salutata da monsignor Grampa, vescovo di Lugano, come «un grande dono per tutti», per la sua competenza teologica e la conoscenza del Ticino («Giornale del Popolo» del 30 giugno). Per l’agenzia romana «Adista» (9 luglio 2011) il cardinale Angelo Scola è stato dal Papa nominato arcivescovo di Milano nonostante i suoi quasi 70 anni di età, che gli consentiranno pochi anni di «governo» della diocesi ; nonostante rivestisse il ruolo di patriarca di Venezia, città da cui i suoi predecessori si mossero solo per essere eletti papi; nonostante la sua sto-

ria ecclesiale, distante dalla linea teologico-pastorale seguita negli ultimi decenni dalla diocesi ambrosiana; nonostante da Milano, nel 1970, Scola fosse stato addirittura allontanato, allora seminarista del Venegono, e costretto a farsi prete a Teramo; nonostante la sua smaccata appartenenza ciellina, che crea un oggettivo «conflitto di interessi» in una Regione dominata dal movimento fondato da don Giussani. La rivista «Confronti» (Roma, luglioagosto) sostiene che con Scola viene interrotta la linea conciliare MartiniTettamanzi. Si osserva: «Sulla laguna il patriarca ha promosso l’iniziativa di Oasis, per favorire un rapporto amichevole, schietto e senza pregiudiziali con l’islam, e certamente si esprimerà a favore della costruzione di una grande moschea a Milano, malgrado l’opposizione della Lega. Si può insomma essere certi che il neo arcivescovo si farà notare per interventi progressisti sui temi sociali e del rispetto del pluralismo religioso, nel contempo, però, riaffermando la centralità della Chiesa romana, il cui magistero – a suo parere – è l’istanza suprema per decidere sulle conseguenze della legge naturale a proposito dei ‘principi non negoziabili’». Secondo Giancarlo Zizola – l’ottimo informatore religioso, collaboratore di «Dialoghi», purtroppo deceduto il 14 settembre – la nomina di Scola rappresenta bene «un pontificato che si narra come proiezione dell’autobiografia di Joseph Ratzinger nelle scelte istituzionali». («la Repubblica» del 30 giugno) Per Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale dell’associazione «Noi siamo Chiesa», «questa nomina è il prodotto di una imposizione dall’alto, che lascia sconcertata gran parte della diocesi, che vede ritornare da vescovo chi, a suo tempo, non fu accettato come prete. Le consultazioni sono state condotte, in segreto, in ristretti circuiti ecclesiastici. Inoltre, la storia personale del card. Scola e le sue posizioni preconizzano per il suo episcopato una diretta contraddizione con gli episcopati dei cardinali Martini e Tettamanzi. Ciò è percepito immediatamente dall’opinione pubblica cattolica e non, che pure avverte che questa


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nomina potrebbe essere poco capace di capire il nuovo corso della città di Milano dopo le recenti elezioni. Tra i collaboratori del card. Tettamanzi si cerca di sostenere che sono la diocesi e le situazioni concrete che “fanno” il vescovo, che può essere “convertito” (come avvenne per mons. Romero…!).

«Noi siamo Chiesa» agli inizi in Italia

Federico Zanda, già membro del Consiglio pastorale diocesano, ha osservato: «L’episcopato del card. Martini ha messo al centro la Parola, Gesù deve “crescere”, la Chiesa “diminuire”. Forte impulso all’ecumenismo, al dialogo ìnterreligioso, al mondo che cambia. Ascolto dei “segni dei tempi” e dialogo con laici, modernità, diversamente credenti. La profezia biblica era la sua posizione verso la politica. Tettamanzi ha accentuato l’attenzione ai poveri, agli ultimi, alle vittime. Ha criticato il potere, ha ascoltato la gente, intervenendo in modo concreto. Scola ha una formazione filosofica meno attenta al primato della Parola. La sua storia, in particolare la vicinanza a CL, sembra presagire una maggiore contrapposizione al mondo laico, il primato dei ‘principi non negoziabili’ e, in politica, la difesa dei privilegi della Chiesa. L’albero si vedrà dai frutti. Speriamo che lo Spirito soffi con potenza».

Anche «Dialoghi», naturalmente, si augura che Scola sia un ottimo arcivescovo. La realtà della metropoli milanese, per tanti aspetti, è «pesante» e a poco le serviranno le rigidità intellettuali. Il primato della carità, e pure quel sano pragmatismo che è nel codice genetico della Chiesa ambrosiana, possono aiutare un uomo intelligente come l’arcivescovo Scola a dimostrarsi non troppo diverso dai pastori che l’hanno preceduto sulla cattedra di San Carlo.

Una Chiesa accogliente. La Celi (Chiesa Evangelica Luterana in Italia), riunita nel Sinodo annuale, celebrato a Roma tra il 12 e il 15 maggio, ha approvato la relazione della Commissione sinodale in merito alle benedizioni per le persone, etero o omosessuali, che vivono forme di «comunione di vita particolari». Secondo il Sinodo luterano, «Compito di una Chiesa è quello di accompagnare le persone in tutti i modi di vivere. Con la benedizione di Dio, le persone possono sentirsi creature amate e accettate indipendentemente dal giudizio altrui».

Il 19 giugno scorso si è tenuta a Rosate, vicino a Milano, l’Assemblea della sezione italiana del movimento internazionale «Noi siamo Chiesa», presente una quarantina di persone di varie regioni italiane, soprattutto Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna. La lunga presentazione dei partecipanti (ognuno diceva qualcosa di sé) è stata di per sé molto interessante: persone impegnate nel sociale, nel volontariato, la promozione della donna, l’integrazione degli immigrati stranieri; alcuni rappresentanti del movimento dei preti operai, dei preti sposati, dei cattolici omosessuali. Originale l’idea di inserire l’incontro nella Messa, che è quindi cominciata la mattina, con la Liturgia della Parola, per poi proseguire con la Celebrazione Eucaristica prima del pranzo e finire con il Padre Nostro e un abbraccio di pace. Alle letture bibliche hanno fatto seguito le relazioni centrali della giornata. Vittorio Bellavite, presidente della sezione italiana di «Noi siamo Chiesa», ha informato sulle attività del movimento nell’ultimo anno: prese di posizione su temi scottanti come i preti pedofili, il silenzio dei vescovi sul comportamento privato di Berlusconi, l’esposizione del crocifisso nelle scuole, la beatificazione di papa Wojtyla, la nomina del nuovo arcivescovo di Milano, le celebrazioni dell’unità d’Italia. Per quanto riguarda l’anno prossimo, vi sarà a Milano un incontro mondiale sulla famiglia e si vorrebbe organizzare un incontro alternativo sul tema; continua inoltre la preparazione, a livello internazionale, del progetto «50 anni dal Concilio Vaticano II». Luigi Sandri, giornalista e saggista, ha proposto una riflessione sul magistero che, se si guarda la storia della Chiesa cattolica lungo i secoli, non può che essere relativizzato; l’attuale Papa invece, e coi lui i vescovi italiani (CEI), pretendono di esercitare il magistero su tutti i temi sensibili che la società di oggi deve affrontare – e questo con il consenso di molti esponenti della politica, non soltanto cattolici. Ha parlato quindi Franco Fer-

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rari, dell’organizzazione «I viandanti» (rete di gruppi di base di Parma): c’è un grande disagio di fronte alle posizioni della CEI e difficoltà a far sentire voci diverse. I gruppi non allineati con la CEI sono frammentati, agiscono in una ristretta dimensione locale, comunicano poco tra di loro. Si spera di migliorare la situazione servendosi del nuovo sito internet. Anche Roberto Fiorini, prete operaio di Mantova, ha invitato a visitare il sito del suo movimento per conoscerne la realtà e il messaggio; ha ricordato che il regno di Dio è più grande della Chiesa, e che «la» Chiesa è più grande della sola Chiesa cattolica. Infine, anche Mauro Castagnaro ha osservato che è forte l’esigenza di coordinare le attività di «Noi siamo Chiesa» con quelle promosse da altri gruppi e movimenti. All’organizzazione del movimento è stata dedicata la discussione del pomeriggio. Si vorrebbe ampliare la presenza di gruppi locali, soprattutto nel Centro e del Sud Italia. Sarebbe auspicabile organizzare nelle varie città eventi sui temi «scomodi» di cui nessuno parla nei media più diffusi; una difficoltà è però il finanziamento, dato che il movimento non può contare su molti iscritti e grandi risorse economiche. Per il 2012 ci si concentrerà comunque, a livello nazionale, sulle celebrazioni, che avverranno anche in altri Paesi, non solo europei, del cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II. Marina Sartorio

Un incontro a Lugano il 26 novembre

Sia il movimento «Noi siamo Chiesa» sia, più in particolare, il progetto «50 anni dal Concilio Vaticano II» destano interesse anche da noi in Ticino. Segnaliamo che il 26 novembre si terrà (luogo e orario saranno comunicati dalla stampa) un incontro aperto a tutti per valutare la possibilità di iniziare nella nostra Diocesi un gruppo locale del movimento e di ricordare i cinquanta anni del Concilio.


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Ai piedi della scala. Il Centro di orientamento pastorale di Roma ha realizzato negli scorsi mesi un’indagine sul laicato nelle parrocchie italiane, interrogando 516 persone, in prevalenza uomini, tra cui 89 preti e diaconi e 38 consacrati, per evidenziare chi sono e che cosa fanno i laici nelle parrocchie. Il risultato rivela come il Concilio sia ben lungi dall’essere stato recepito per quanto riguarda «la dignità battesimale» del laicato (vedi «Il Regno» 15 luglio 2011); una analoga (e auspicabile) indagine ticinese non dovrebbe dare risultati molto diversi. Intanto, la Curia romana, nonostante la vantata fedeltà al Concilio, per rimpiazzare il laico Carriquiry Guzman, già sottosegretario del Consiglio pontificale dei laici e promosso alla Commissione pontificale per l’America latina, ha scelto un prete spagnolo, membro dell’Opus Dei. Il Consiglio dei laici ha per presidente un cardinale polacco, per segretario un vescovo tedesco. A cinquant’anni dal Vaticano II, che aveva messo al primo posto «il popolo di Dio», anche a Roma i laici sono sempre in fondo alla scala.

Preti disobbedienti. Il 19 giugno, domenica della Trinità, un gruppo di circa trecento parroci e cinquanta diaconi austriaci ha lanciato «Un appello alla disobbedienza». Radunati dal 2006 sotto la sigla «Iniziativa dei parroci» e schierati su posizioni vicine a quelle della piattaforma «Noi siamo Chiesa», nata nei paesi di lingua tedesca nel 1995 e poi diffusasi in tutta Europa, i parroci disobbedienti richiamano in effetti richieste già espresse in altre occasioni: ma l’elemento nuovo e dirompente è l’invito esplicito alla disobbedienza, a causa della chiusura e dell’indisponibilità dei vescovi e di Roma a promuovere la necessaria riforma della Chiesa. Affermano dunque di sentirsi tenuti a seguire la loro coscienza, e d’ora in avanti porranno in essere i seguenti segni, per la gran parte non ammessi dalla vigente disciplina ecclesiastica della Chiesa cattolica: a ogni messa faranno una preghiera per la riforma della Chiesa; ammetteranno alla comunione chiunque ne faccia richiesta, anche divorziati risposati, membri di altre Chiese cristiane e persone uscite dalla Chiesa; non celebreranno nelle parrocchie sen-

za prete («meglio una liturgia della Parola autogestita delle tournée liturgiche»); faranno tenere l’omelia a laici e laiche competenti; nomineranno per ciascuna parrocchia un direttore, uomo o donna; coglieranno ogni occasione per esprimersi pubblicamente a favore dell’ordinazione delle donne e degli uomini sposati. Infine si dicono solidali con i colleghi che a causa del matrimonio non possono più svolgere il loro ministero, ma anche con quelli che nonostante una relazione portano avanti il loro servizio come preti. L’invito alla disobbedienza è stato, ovviamente, condannato dai vescovi, ma anche dalla Comunità di lavoro delle organizzazione del laicato cattolico, che teme una divisione tra i fedeli. Il cardinale Schönborn ha avviato un dialogo coi promotori della dichiarazione, pur richiamando loro le conseguenze della violazione delle regole canoniche.

Finanze vaticane. Per la prima volta dopo quattro anni, le finanze della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano si chiudono in attivo, rispettivamente di 9,8 e di 21 milioni di euro. È diminuito di 15 milioni di dollari l’importo raccolto a livello mondiale dal cosiddetto «Obolo di San Pietro», che ha fruttato nel 2010 67,7 milioni.

Ora alternativa. La Consulta torinese per la laicità delle istituzioni ha elaborato un corso sperimentale di «Storia delle religioni e del libero pensiero», proposto alle scuole secondarie superiori in alternativa all’ora di religione cattolica. Il progetto ha già trovato l’adesione di sei licei torinesi. Secondo i promotori si tratta di combattere l’analfabetismo religioso, provocato dall’attuale insegnamento impartito, secondo il Concordato, solo a cura della Chiesa cattolica, con una nuova disciplina culturale e scientifica, autonoma dalla teologia e assolutamente aconfessionale.

Fanno causa al Papa. Per la prima volta in Europa, un gruppo di vittime di abusi sessuali chiede un risarcimento alla Santa Sede. Una causa analoga era stata presentata qualche anno fa negli Stati Uniti. La richiesta, inoltrata a un tribunale belga da 80 presunte vittime, è diretta contro vescovi e superiori e chiede una decisione

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provvisoria per i danni subiti. I casi denunciati da testimonianze sono in Belgio 475 e tra le vittime ci sarebbero trecento fanciulli di meno di quindici anni, (tredici sarebbero deceduti per suicidio e sei altri l’avrebbero tentato). Il Papa viene chiamato congiuntamente in causa, perché autorità di nomina dei vescovi e in quanto responsabile di omessa vigilanza. Anche due associazioni statunitensi che rappresentano vittime di preti pedofili vogliono far condannare Benedetto XVI e alcuni vescovi, addirittura per «crimine contro l’umanità» di fronte alla Corte penale internazionale dell’Aia, per non essere tempestivamente e decisamente intervenuti a rimuovere e punire i trasgressori. Successo del toto-prete. Un fantasioso tedesco ha lanciato, lo scorso aprile, un originale «totoprete» (Hirtenbarometer), offrendo agli internauti la possibilità di dare consigli e giudizi sugli ottomila preti delle venticinquemila parrocchie. Per la Chiesa protestante, dare la parola al pubblico può essere utile; riservato sin qui il giudizio delle autorità cattoliche. La valutazione positiva (massimo 6 punti) viene espressa con il colore, più o meno bianco, di una pecora: i ruoli sono quindi invertiti, non più il buon pastore, ma la pecora migliore. Per ora prevale il colore grigio (punti dal 3 al 5). Anche i papi vengono valutati: Benedetto XVI, dopo 309 giudizi espressi, aveva una media del 3,88, mentre il beato Giovanni Paolo II ha ottenuto il punteggio di 4,55 da parte di 130 votanti. Se la pensata favorisce l’opinione pubblica nelle Chiese, è una buona idea. La Curia luganese non potrebbe aprire un sito per la scelta del futuro vescovo?

Affari religiosi. La Provincia britannica della Compagnia di Gesù (in quella storica c’era uno che si intendeva di vendite...) ha messo all’asta un Vangelo di Giovanni, formato tascabile, manoscritto risalente alla fine del VII secolo e già dell’eremita san Gutberto. L’ha acquistato per oltre undici milioni di franchi la British Library. I gesuiti destineranno la somma ad alcune scuole ed edifici sacri in Inghilterra e a creare un nuovo istituto in Africa. La tessera d’identità di Albino Luciani (poi Giovanni Paolo I), messa all’asta da parte di un prete suo amico, ha reso solo 5.200 euro, che saranno destinati a opere umanitarie. Molto più fruttuosa la vendita dell’automobile, una Golf grigia metal-


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lizzata, appartenuta al cardinale Ratzinger (poi Benedetto XV). L’ha acquistata un giovane tedesco per 9500 euro, che poi l’ha rivenduta in America per 190.000 euro.

Contro l’eutanasia. La Comunione delle Chiese protestanti d’Europa (Ccpe) è contraria a una giustificazione teologica ed etica dell’eutanasia e del suicidio assistito e si impegna in difesa dei diritti umani dei morenti e per una vita e una morte dignitosa. È la posizione espressa nello studio A Time to Live and a Time to Die (Un tempo per vivere e un tempo per morire), primo documento comune della Ccpe su questo argomento. Lo studio è il risultato di una consultazione che ha coinvolto 105 Chiese membri della Ccpe in 30 Paesi. Il testo si occupa di alcune questioni fondamentali sulla morte da una prospettiva sociale, medica e giuridica. Dal punto di vista teologico ed etico, le domande di fondo poste sono quelle relative alla definizione di vita umana, della responsabilità morale e della volontà del paziente. Vengono quindi esaminate questioni medico-etiche come la rinuncia a interventi per il prolungamento artificiale della vita, l’implementazione delle cure palliative, l’eutanasia e il suicidio assistito. Constatando che l’atteggiamento delle nostre società su alcune forme di eutanasia e suicidio assistito è cambiato, il documento insiste sulla necessità di migliorare le condizioni sociali, l’assistenza medica e le cure per una vita e una morte dignitose. (da «Voce Evangelica», giugno 2011) Contro l’omofobia. Il Consiglio dei diritti dell’uomo di Ginevra ha approvato con 23 voti (tra cui quello della delegazine svizzera) contro 19 e 3 astensioni, una risoluzione contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Il testo chiede all’Alto commissario per i diritti umani di elaborare uno studio sulle discriminazioni basate sul sesso. Secondo Amnesty International, l’omosessualità è proibita in 76 dei quasi duecento Stati appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Musulmani in Francia. L’organismo promosso dal Governo francese per realizzare una rappresentanza unitaria dei musulmani è entrato in crisi, a causa della decisione di due delle tre grandi federazioni (l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia, UOIF, e la Federazione nazionale della Gran-

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de Moschea di Parigi, GMP) di non partecipare alle elezioni dei propri delegati al Consiglio francese del culto mussulmano (CFCM), presieduto da un rappresentante dell’Assembramento dei musulmani di Francia (RMF), unico rimasto in gara. Motivo del boicottagio: la mancata riforma del modo di elezione, fissato in base alla superficie delle moschee, che assegna un delegato regionale per una sala di preghiera fino a 100 metri quadrati, fino a 15 per più di 800 metri quadri e 18 delegati alla Grande Moschea di Parigi. Secondo il presidente del Consiglio francese del culto musulmano, Mohammed Moussaoui, in Francia sono in costruzione da 100 a 150 moschee, principalmente finanziate dai fedeli, ma i musulmani sono circa 3,5 milioni, il 62% di età inferiore ai 35 anni, e frequentano nella percentuale dal 17 al 23%, per cui gli edifici disponibili sono insufficienti. Secondo il ministro dell’interno della Francia laicista, Claude Guéant, i luoghi di preghiera dei musulmani, in dieci anni, sono aumentati da mille a duemila, circostanza apprezzata perché evita ai musulmani di pregare in strada e ostacolare la circolazione.

Libertà minacciata. Secondo uno studio statunitense, un terzo della popolazione mondiale, 2,2 miliardi di persone, vive in Paesi dove la libertà religiosa è minacciata o limitata. Sui 198 Stati considerati, in 23 le limitazioni sono aumentate in questi ultimi anni, in 12 sono diminuite. Tra i paesi più repressivi figurano la Cina e diversi stati musulmani, come l’Egitto, l’Iran, l’Arabia Saudita. In altri paesi, come l’Irak, il Pakistan, l’India e l’Afganistan, l’intolleranza verso i gruppi religiosi minoritari è particolarmente presente nella popolazione. Anche il Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso ha denunciato, nel messaggio rivolto ai musulmani per la fine del Ramadan, i pregiudizi, le polemiche e le discriminazioni di cui sono spesso vittime i credenti nella vita sociale e politica e da parte dei media. Particolarmente deplorevoli sono le conversioni forzate in Pakistan di donne cristiane costrette a sposarsi con musulmani, pratica che alcuni religiosi musulmani favoriscono e giudicano conforme alla charia. In Cina, invece, le autorità cercano, con mezzi violenti, di costringere preti cattolici, appartenenti alla «Chiesa clandestina», ad aderire all’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, una Chiesa nazionale indipendente da Roma.

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Si stima infine che circa il 50% dei cristiani abbiamo abbandonato l’Irak dopo il 2003, a causa degli attentati che colpiscono chiese e singoli cristiani.

Islam italiano. Un Comitato per l’Islam italiano, di 19 membri, è stato costituito presso il Ministero degli interni il 10 febbraio 2010 dal ministro Roberto Maroni. Grande assente l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (UCOII), esclusa, secondo le parole del ministro, perché non avrebbe un «atteggiamento positivo». Il Comitato ha fin qui espresso due pareri: uno sui requisiti per i luoghi di culto, l’altro sulla formazione degli imam. In precedenza si era espresso sul porto del velo islamico. Per quanto riguarda i ministri del culto, si sottolinea la loro azione come fattore d’integrazione; il riconoscimento è quindi visto come lo strumento per garantire il collegamento con le autorità pubbliche da parte delle comunità musulmane che intendano inserirsi nel tessuto sociale e civico italiano, rispettando le leggi e rispondendo alle esigenze di trasparenza e sicurezza. Tra i requisiti richiesti per l’approvazione: la firma della Carta dei valori e un percorso formativo centrato sulla conoscenza dei principi fondamentali dell’ordinamento giuridico. Si auspica inoltre la costituzione di un albo pubblico dei ministri di culto approvati.

Contro la discriminazione. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra ha abbandonato la risoluzione che condannava la diffamazione religiosa, optando per un testo che sostiene il diritto individuale alla libertà religiosa. La decisione, presa all’unanimità il 24 marzo e denominata «Combattere la discriminazione e la violenza», porta a conclusione un dibattito che aveva visto la netta opposizione dei difensori della libertà di pensiero. Per essi, la precedente risoluzione, condannando ogni espressione di pensiero considerata blasfema dai fedeli di una data religione, poteva facilmente venir usata per limitare la libertà di parola e per reprimere minoranze religiose e politiche, come già avviene in quelle nazioni che hanno promulgato una legge in tal senso. La nuova formulazione difende il diritto alla libertà religiosa senza violare i diritti umani dei singoli individui. La precedente risoluzione era stata sostenuta dall’organizzazione della Conferenza islamica e combattuta dai rappresentanti degli Stati occidentali.


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L’unica guerra giusta è la pace A Kingston mea culpa delle Chiese Difendere Abele da Caino: ma come, affermando che «solo la pace è giusta», e dunque non usando le armi? Questo interrogativo, aspro e doloroso, ha attraversato, senza ottenere risposte definitive, la Convocazione internazionale ecumenica per la pace (Iepc, in sigla inglese) che, alla luce del motto «Gloria a Dio e pace sulla terra», ha visto riunirsi a Kingston, in Giamaica, dal 18 al 25 maggio, un migliaio di rappresentanti delle Chiese aderenti al Consiglio ecumenico (CEC) e anche ad organizzazioni cattoliche, come Pax Christi. La VI Assemblea generale del CEC (Vancouver, Canada), nell’83 aveva avviato il processo conciliare pacegiustizia-salvaguardia del creato. Era poi stato lanciato il «Decennio [20012010] per superare la violenza», e infine stabilito che esso fosse concluso da una grande Convocation. Si era infine scelto, come luogo, Kingston, per dare un messaggio di pace a questa città, una delle più violente del mondo, a causa degli scontri tra le bande che controllano il narcotraffico verso il Nordamerica. L’appuntamento caraibico avrebbe dovuto verificare le esperienze compiute nel Decennio, caratterizzate dall’invio di «Lettere viventi», piccole delegazioni ecumeniche recatesi nei punti del pianeta dove per la gente, e dunque anche per la Chiese, più forti erano le sfide poste da drammatiche situazioni geopolitiche e sociali: dalla Regione dei Grandi Laghi in Africa a Israele-Palestina. Queste, con altri apporti teoretici, hanno aiutato alla redazione del documento-base di Kingston che, dopo varie revisioni, era stato infine approntato nel febbraio scorso. Tre voci differenziate, dall’Oriente e dall’Occidente

La Convocation, dopo il saluto del pastore norvegese Olav Fykse Tveit, segretario generale del CEC, è stata introdotta da tre relazioni. Ha iniziato Hilarion, metropolita di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per gli affari ecclesiastici esterni del patriarcato di Mosca, denunciando una intollerabile cristianofobia crescente nel mondo: «Che stiamo facendo noi, come cristiani, per proteggere i nostri

fratelli e le nostre sorelle nella fede che (in Egitto, Iraq, India, Pakistan e Indonesia e in una serie di altri Paesi prevalentemente musulmani) sono sottoposti ogni giorno a umiliazioni, minacce, discriminazioni a motivo dell’intolleranza religiosa?». «Non vi è guerra giusta, solo la pace è giusta»: questo il Leitmotiv di Margot Kässmann, già presidente del Consiglio della Chiesa evangelica tedesca. A proposito di pace-giustiziasalvaguardia del creato, la relatrice ha spiegato: «Una Chiesa che ignora la guerra, l’ingiustizia e il processo di distruzione della creazione non è una Chiesa... È giunto il momento di negare qualsiasi legittimazione teologica alla violenza. Non vi è guerra giusta: è quanto abbiamo appreso dalla storia. Vi è solo pace giusta». Il terzo relatore è stato il teologo Paul Oestreicher, quacchero. «Riuniti a Kingston da tutti gli angoli della terra, Gesù ci parla ancora, parla a noi, piccola rappresentanza del suo popolo. Vogliamo ascoltarlo? L’esperienza del passato ci dice che non lo vogliamo. La maggioranza dei nostri teologi, pastori e assemblee, ortodossi, cattolici e protestanti, dall’epoca dell’imperatore Costantino nel secolo IV, si sono chinati dinanzi all’impero e alla nazione. Abbiamo fatto un patto con Cesare, con il potere, lo stesso patto che i primi cristiani avevano chiamato idolatria». Insomma, i cristiani, tradendo Gesù, hanno legittimato la guerra contro i nemici; ma «fino a che non avremo gettato nell’immondezzaio della storia la giustificazione della guerra, la teologia della ‘guerra giusta’, avremo disperso il contributo etico unico che l’insegnamento di Gesù può portare alla sopravvivenza dell’umanità». A Busan, in Corea del Sud nel 2013 la X Assemblea del CEC

I partecipanti all’Iepc si sono poi disseminati in circa centocinquanta workshops, che hanno riflettuto su

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temi di carattere biblico, teologico, storico, e su situazioni odierne che gridano al cielo per l’ingiustizia che le domina: le donne violate in Congo e in Colombia, i popoli indigeni delle Americhe spesso privati delle loro terre dalla bramosia delle multinazionali, l’antifemminismo che caratterizza ancora la strutturazione di molte Chiese, il dramma dei cristiani che debbono fuggire dall’Iraq… Ogni giornata era aperta e chiusa da preghiere elaborate in molte lingue e con differenti modulazioni liturgiche. La domenica 22 maggio le varie «famiglie» di Chiese si sono riunite per celebrare, separate dalle altre, la loro Eucaristia: testimonianza amara dell’impossibilità di una riconciliazione teologica tra le Chiese, che pur pretendono di annunciare la pace al mondo. Infine, l’Iepc si è conclusa con l’approvazione, per consenso, di un Messaggio finale(*) che, partendo dall’esperienza giamaicana, punta i fari sulla X Assemblea generale del CEC, che nel 2013 si svolgerà a Busan, in Corea del Sud. Il documento fa autocritica per i cristiani «spesso complici di sistemi di violenza, ingiustizia, militarismo, razzismo, separazioni di casta, intolleranza e discriminazione»; invita i credenti di tutte le religioni ad operare per la pace; ribadisce che «solo la pace è giusta» ma ammette: «Molti aspetti pratici del concetto di pace giusta richiedono discussione, discernimento ed elaborazione. Continuiamo a dibattere su come le persone innocenti possano essere protette dall’ingiustizia, dalla guerra e dalla violenza; sul concetto della ‘responsabilità di proteggere’ e sul suo possibile abuso… Chiediamo all’intero movimento ecumenico e in particolare a coloro che stanno preparando l’Assemblea di Busan, sul tema “Dio della vita, guidaci verso la giustizia e la pace”, di fare della pace giusta in tutte le sue dimensioni la priorità fondamentale». Luigi Sandri (*) Il Messaggio, con tutti i testi principali di Kingston, si può trovare in: Luigi Sandri e Gianni Novelli, Ecumenismo e pace, Icone edizioni, Roma, luglio 2011, pp. 110; collana «Strumenti di pace» a cura del Cipax: cipax.roma@gmail.com.

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osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO AMBASCIATRICE DEI CRISTIANI

Una pastora newyorkese riprende nel governo Obama l’incarico di vigilare sulla libertà religiosa nel mondo. Il Senato degli Stati Uniti ha confermato la nomina della pastora Suzann Johnson Cook. Al termine di un lungo processo di designazione, il 14 aprile scorso un voto ha permesso alla pastora Cook di diventare la prima donna e la prima afroamericana a ricoprire la carica. «Sono persuasa, in coscienza, che la libertà religiosa è un diritto che ogni abitante del mondo acquisisce alla nascita, un fondamento della società civile, una chiave della sicurezza internazionale e che essa deve sempre essere un pilastro della politica estera degli Stati Uniti», ha dichiarato. Suzann Johnson Cook è stata la prima donna con la funzione di cappellano della polizia di New York, ruolo che ha svolto fino al 1990. Dopo l’11 settembre 2001 si è occupata degli agenti di polizia traumatizzati e ha collaborato con i responsabili delle comunità musulmane di New York per ristabilire la pace sociale e religiosa nella metropoli (da «Voce Evangelica», giugno 2011).

LA STRAGE DEI VALDESI IN CALABRIA

Sono stati ricordati quest’anno i 450 anni dal massacro dei valdesi di Calabria, avvenuto nel giugno 1561 per opera delle truppe papali di Pio IV e del cardinale Michele Ghislieri, futuro Pio V. I valdesi erano giunti in Calabria nel corso di ondate migratorie fra il XIV e il XV secolo, come pure in Puglia e Campania. Per molto tempo gli insediamenti valdesi nel Sud d’Italia convissero senza grandi contrasti con la realtà locale. La loro adesione alla Riforma e l’attiva diffusione della Bibbia attirarono l’attenzione della Chiesa cattolica, decisa a mantenere il controllo sulla regione e a sopprimere ogni eresia. Il risultato fu una violenta e sanguinosa repressione: si calcola che furono trucidate più di duemila persone nella sola città di Guardia Piemonte. Il tragico anniversario è stato ricordato con conferenze, spettacoli teatrali, l’inaugurazione di un centro culturale e un convegno con la partecipazione di storici ed esponenti religiosi.

ECUMENISMO E MISSIONE

È stato diffuso a Ginevra un documento di cinque cartelle intitolato «La testimonianza cristiana in un mondo multi-religioso. Raccomandazioni di condotta», risultato di una riflessione sullo stile che deve assumere la missione ad gentes in un mondo multi-religioso, elaborato insieme dal Consiglio ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, con la partecipazione per la prima volta anche della «World Evangelical Alliance», organismo che rappresenta quei movimenti «evangelicali» del mondo protestante che non aderiscono al Consiglio ecumenico delle Chiese, quindi rappresentativo di oltre il 90 per cento delle denominazioni cristiane presenti oggi nel mondo. Il documento elenca dodici principi che definiscono lo stile della missione cristiana in un contesto interreligioso. Alla base di tutto c’è il riconoscimento del primato dell’amore di Dio: «I cristiani credono che Dio sia la sorgente di ogni amore e, di conseguenza, nella loro testimonianza sono chiamati a vivere l’amore

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ed amare il prossimo come se stessi». Da qui deriva una serie di conseguenze molto pratiche: «I gesti di servizio come promuovere l’istruzione, la sanità, l’assistenza e le azioni in favore della giustizia e di difesa dei diritti sono parte integrale della testimonianza evangelica (…). Non c’è posto per lo sfruttamento di situazioni di povertà e di bisogno nello stile del cristiano. I cristiani devono denunciare e astenersi dal praticare ogni forma di seduzione, inclusi incentivi e premi in denaro, in questo tipo di servizio». Inoltre «i cristiani sono chiamati a rifiutare ogni forma di violenza, anche psicologica e sociale, incluso l’abuso di potere nella propria testimonianza». Per quanto concerne le conversioni, «i cristiani sono chiamati a riconoscere che cambiare la propria religione è un passo decisivo che deve essere accompagnato da un tempo sufficiente per un’adeguata riflessione e preparazione, attraverso un processo in cui sia garantita la piena libertà personale».

RELIGIONI ED EUROPA

Le istituzioni europee sono più aperte che mai alla cooperazione con le Chiese. Questo il commento del pastore Rudiqer Noli, direttore della Commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (KEK), al termine dell’annuale meeting tra le massime cariche istituzionali dell’Unione europea (UE) e una ventina di leader religiosi delle diverse comunità di fede del Vecchio Continente. Si è trattato del settimo incontro del genere dal 2005, nello spirito del «dialogo strutturato» previsto dall’art. 17 del Trattato di Lisbona. Gli esponenti cristiani, ebraici, islamici e buddisti di 13 Stati membri della UE sono stati accolti dal presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, dal presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek e dal presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy. All’ordine del giorno vi era l’importanza di promuovere i diritti e le libertà democratiche con l’obiettivo di costruire un partenariato per la democrazia e per una prosperità condivisa in Europa e nei Paesi vicini. Si è discusso anche delle rivolte arabe e della risposta europea, così come della crisi finanziaria ed economica, esprimendo la necessità di un nuovo approccio dell’UE basato sui valori e sulle comunità che la compongono, invece che sul solo sistema economico.

RECORD AL «KIRCHENTAG»

Si è concluso lo scorso 5 giugno, con un grande culto sulle rive dell’Elba, il 33. «Kirchentag» dalla Chiesa evangelica tedesca (EKD), svoltosi col motto, ispirato a Matteo 6:21, «Là c’è anche il tuo cuore». Tra i relatori, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il segretario del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), pastore Olav Fykse Tveit, il presidente della Conferenza episcopale tedesca (DBK), arcivescovo Robert Zollitsch e il metropolita Augoustinos della Metropolia greco ortodossa della Germania. Il «Kirchentag» di Dresda ha radunato il numero record di 120.000 partecipanti, anche da altre parti del mondo ed è stato un momento di riflessione su temi importanti, quali il dialogo ecumenico, i rapporti interreligiosi (con particolare attenzione ai rapporti fra cristiani e musulmani e fra cristiani ed ebrei), i rapporti tra l’Europa e il mondo arabo, i cristiani nel Medio Oriente, i Paesi dell’Africa, Chiesa e omosessualità, Estremismo di destra, la giustizia sociale e l’economia. Il prossimo «Kirchentag» si svolgerà fra il 5 e il 10 maggio 2013 ad Amburgo.


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«Sacrificio Quaresimale» è attivo da cinquant’anni Per aiutare i poveri e parlare alla coscienza dei ricchi Una vita in abbondanza per tutti. Questo è il principio-guida (Giovanni 10,10) dell’impegno che «Sacrificio Quaresimale» da cinquant’anni porta avanti a favore dei poveri, perché la dignità e i diritti di ogni essere umano – uomo, donna o bambino che sia – siano rispettati, ovunque. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’entusiasmo e lo slancio di 16 organizzazioni giovanili cattoliche che, in seguito spronate anche dal Concilio Vaticano II, nel 1959 fondarono l’Arbeitskreis der Jugendverbände (Comunità di lavoro dei movimenti giovanili): una base organizzativa per l’Anno Missionario, che si celebrava nel 1960. I giovani offrivano il loro contributo per eliminare le ingiustizie e rendere il mondo migliore. In quell’Anno Missionario furono raccolti ben 17,5 milioni di franchi, la colletta di maggior successo in Svizzera. Il 17 e il 18 giugno dell’anno successivo, i rappresentanti dell’Arbeitskreis si riunirono a Einsiedeln, e Meinrad Hengartner propose di lanciare una campagna annuale di sensibilizzazione e di raccolta di fondi. La proposta fu accolta positivamente da religiosi e laici e furono così create le basi per la nascita, nel 1962, di «Sacrificio Quaresimale», l’organizzazione di cooperazione internazionale dei cattolici svizzeri. Il risultato della prima azione di solidarietà, intitolata «Wir teilen» (Noi condividiamo), fu un successo: fruttò 4,2 milioni. Il risultato crebbe di anno in anno fino a raggiungere, nel 1972, i 12 milioni.

A sostegno dei più poveri Il Vangelo, la dottrina sociale della Chiesa e l’opzione preferenziale per i poveri sono stati e ancora oggi restano alla base del lavoro di «Sacrificio Quaresimale». Una solidarietà reale, vissuta nella quotidianità e ben illustrata nel logo: la croce e il pane condiviso. Un principio, quello del condividere, valido cinquant’anni fa e oggi più che mai, in un mondo in cui i bisogni e le disparità sono in aumento! Oltre a portare avanti programmi e progetti di cooperazione internazionale al Sud, per favorire gli indispensabili cambiamenti strutturali a beneficio dei poveri, è molto importante per «Sacrificio Quaresimale» agire

anche qui, al Nord, al livello delle politiche di sviluppo, per evitare che gli sforzi intrapresi a favore delle persone più svantaggiate siano resi vani dalle politiche che i Paesi industrializzati portano avanti, dove a prevalere sono soprattutto gli interessi economici e geopolitici. Questo è stato fatto a più riprese, l’ultima volta con una petizione al Consiglio federale e al Parlamento (durante la Campagna ecumenica 2011) in cui si chiede una maggiore coerenza nella politica economica ed estera della Confederazione, che in particolare obblighi le imprese transnazionali a rispettare i diritti umani ovunque, anche al Sud. Ogni anno infatti le multinazionali privano in modo fraudolento i Paesi in sviluppo di 160 miliardi di dollari di entrate fiscali. Le imprese del Nord gonfiano le fatture dei beni e dei servizi che forniscono al Sud. Nel 2007 (secondo i dati pubblicati da Christian Aid), l’aiuto allo sviluppo ha raggiunto i 103,7 miliardi di dollari. La perdita subìta da quei Paesi supera dunque di gran lunga gli aiuti che ricevono. E i casi in cui la mano sinistra, per così dire, si riprende più di quello che la destra ha donato, sono innumerevoli. Cambiare le regole del gioco Per ottenere un maggiore impatto e un più forte influsso sulla politica estera ed economica della Svizzera, così da perseguire una giustizia globale e uno sviluppo sostenibile, «Sacrificio Quaresimale» ha fondato insieme ad altre ONG svizzere la comunità di lavoro Alliance Sud. Inoltre, ha aderito alla CIDSE, un’alleanza internazionale che raggruppa 16 organizzazioni di cooperazione internazionale cattoliche. Perché l’economia e la politica tornino al servizio delle persone e del bene comune serve l’impegno e la collaborazione di tutti. Solo così si possono cambiare le regole del gioco. La dimostrazione è stata offerta con il programma di azzeramento del debito promossa in occasione del 700.mo della Confederazione; con lo sviluppo del commercio equo in Svizzera e con la fondazione di «Max Havelaar»; e ancora con il sostegno all’aumento allo 0,5% del preventivo per l’aiuto allo sviluppo della Confederazione (raggiunto grazie anche a una petizione:

«0,7% insieme contro la povertà», portata avanti principalmente da «Sacrificio Quaresimale» e da «Pane per tutti»).

Investire sulle persone La lotta contro la fame, il rispetto dei diritti umani e la sensibilizzazione in Svizzera sono dunque gli assi portanti dell’impegno di «Sacrificio Quaresimale», fin dalle origini. Giusto chiedersi che cosa fa in concreto l’organizzazione di cooperazione allo sviluppo dei cattolici svizzeri a favore dei poveri, e come sono utilizzate le offerte raccolte durante la Quaresima nelle parrocchie. «Investire sulle persone»: si potrebbe riassumere così la filosofia con cui «Sacrificio Quaresimale» opera in 16 Paesi con un programma nazionale e con 400 progetti in Africa, America latina ed Asia. L’esperienza ha insegnato che un progetto ha successo e ripercussioni positive a lungo termine solo quando è portato avanti da tutta la comunità. Per questo motivo si dà grande importanza alla creazione e al rafforzamento delle comunità di villaggio e di gruppi in cui i singoli si impegnano per la causa comune. Si punta sulla collaborazione di organizzazioni locali ben radicate nella realtà e sulla valorizzazione di saperi e di competenze in loco: una metodologia che evita di fornire un aiuto esterno standardizzato e si fonda invece su soluzioni messe a punto, sul posto, da tutte le parti coinvolte. Grazie all’approccio detto «aiuto all’auto-aiuto», si promuovono autonomia e responsabilità e si evita che si possano instaurare rapporti di dipendenza. «Sacrificio Quaresimale» non ha personale proprio nel Sud del mondo, il compito di scegliere le organizzazioni locali con cui cooperare è affidato a coordinatori locali. Assieme alle organizzazioni-partner si sostengono fra l’altro la riscoperta degli antichi saperi locali, l’introduzione di nuove tecniche di coltivazione adatte al clima, si spiega come creare e gestire un gruppo di risparmio comune, ci si impegna per condizioni di lavoro rispettose dei diritti dei lavoratori e per regole di mercato eque, si assicura appoggio alle rivendicazione dei diritti umani. Federica Mauri «Sacrificio Quaresimale»


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Le Chiese svizzere e l’apartheid opinioni

Il 3 maggio 2000, dopo le polemiche seguite alle rivelazioni sui rapporti segreti tra la Svizzera e il Sudafrica dell’apartheid, il Consiglio federale decise di aggiungere al progetto nazionale di ricerca PNR42 sulla politica estera elvetica, concluso nel 1999, un’appendice dedicata alle relazioni tra Berna e Pretoria (PNR42+). Quaranta studiosi furono incaricati di chiarire le relazioni economiche, i contatti fra le Chiese, il contesto internazionale, l’immagine pubblica della politica sudafricana e il ruolo della Svizzera rispetto alle sanzioni dell’ONU. Uno degli studi, condotto dal giurista Jörg Künzli, già nel 2005 rivelava che la politica elvetica era stata chiaramente influenzata da interessi economici. Le imprese svizzere, nonostante la crescente indignazione internazionale e l’embargo sulle armi imposto dall’ONU nel 1977, continuarono infatti a fare affari con il regime. Berna rifiutò in particolare di adottare sanzioni diplomatiche ed economiche, giustificandosi tra l’altro con la neutralità e il diritto internazionale e nazionale. La ricerca avrebbe dovuto concludersi nel 2003, ma i lavori sono stati ritardati dalla decisione del governo elvetico di limitare l’accesso ai documenti. Accesso che le Chiese evangelica prima, cattolica poi, hanno invece concesso senza limiti, per contribuire a far luce su un periodo piuttosto buio del nostro recente passato. Dopo il mea culpa della Federazione delle Chiese evangeliche della Svizzera (FCES) che, nel presentare tre studi sulle relazioni intrattenute con Pretoria, ha espresso rammarico per la posizione a suo tempo assunta di fronte alla segregazione razziale in Sudafrica, ora è il turno della Chiesa cattolica. Quattro anni fa, la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) ha commissionato un rapporto sull’atteggiamento della Chiesa cattolica in Svizzera nei confronti dell’apartheid in Sudafrica (1970-1990). Secondo l’autore dello studio, lo storico Bruno Soliva, solo dopo un lungo periodo di esitazione e di indecisione, la Chiesa si è impegnata con decisione per un cambiamento in Sudafrica. È stata una mancanza di coraggio, oggi deplorata dall’abate Martin Werlen (responsabile del settore Chiesa e Mondo della CVS) in occasione della presentazione del rapporto, a metà settembre di quest’anno. «Sacrificio Quaresimale» non si è limitato a co-finanziare lo studio ma ha contribuito, assieme ad altre ONG e a movimenti giovanili, a scrivere un capitolo di questa storia. Fin dagli anni Settanta, a più riprese, ci si è impegnati per meglio far conoscere alla popolazione svizzera, Chiesa compresa, la drammatica situazione della popolazione di colore nel Sudafrica. Un impegno sfociato nel 1986 nella campagna ecumenica «Spezzare le catene», condotta assieme a «Pane per tutti», in cui erano denunciate senza mezzi termini le ripetute violazioni dei diritti umani causate dall’apartheid. Una delegazione di vescovi sudafricani fu invitata in Svizzera: fu l’occasione per dare finalmente voce agli oppressi, fino a indurre la CVS a condannare pubblicamente la violazione dei diritti umani. L’impegno del «Sacrificio Quaresimale» in questo ambito non è tuttavia concluso: come ha ricordato il direttore Antonio Hautle in occasione della presentazione del rapporto, è giunto il momento che anche gli archivi delle autorità e delle banche aprano le loro porte ai ricercatori. Si farà il possibile perché ciò avvenga. f. m.

Cristiani democratici nella storia europea

di Lorenzo Planzi Statisti e pensatori, avvocati e giornalisti, preti e scrittori. Questo libro raccoglie venti biografie di uomini che, dalla seconda metà del XIX secolo ai nostri giorni, sono all’origine dell’esperienza politica del cristianesimo democratico. Alla ricerca, attraverso i loro scritti e attività, di una «terza via» percorribile tra liberalismo e socialismo, ovvero di un nuovo ideale in grado di promuovere la partecipazione dei cattolici alla vita pubblica. Formato 17x24, 112 pagine con illustrazioni, Fr. 20.– In co-edizione con il Partito popolare democratico ticinese «Popolo e Lbertà»

Per ordinazioni: Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, E-mail: info@editore.ch, www.editore.ch

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Ricordo di Giancarlo Zizola

Vedo un segno del deterioramente qualitativo della stampa italiana nel fatto che Giancarlo Zizola, l’ottimo collega improvvisamente deceduto il 14 settembre a Monaco di Baviera, è definito ancora «vaticanista», un termine che credevo si attagliasse piuttosto ai cronisti della generazione di Silvio Negro (1897-1959), ai quali il Vaticano interessava per il fastoso aspetto esteriore (e magari pure per le piccole miserie), non come un elemento di una nuova disciplina giornalistica: l’informazione religiosa. Conobbi Giancarlo Zizola, nato come me nel 1936, nella Sala stampa del Concilio, nel 1962. Tutti noi venivamo, chi più chi meno, dalle organizzazioni giovanili cattoliche. Lui dal Veneto, «bianco» (non ancora atrocemente leghista), io dal già più secolarizzato Ticino, nascosto dietro lo pseudonimo «Timoteo» per timore che qualcuno chiedesse al «Corriere» spiegazioni perché mandava un non-ecclesiastico a seguire l’avvenimento. Con lui e con un altro innovatore dell’informazione religiosa in Italia, Raniero La Valle, ci mettemmo a scuola dei francesi e dei tedeschi (Henri Fesquet, di «Le Monde», morto pure lui quest’anno, René Laurentin del «Figaro», Ludwig Kaufmann di «Orientierung»). Nasceva un genere nuovo: l’informazione religiosa appunto, cui Zizola dedicò tutta la sua vita: dapprima al «Messaggero», poi al «Giorno», al «Sole/24 Ore» e infine a «laRepubblica». La sua vasta bibliografia (L’utopia di Papa Giovanni, 1973, La restaurazione di Papa Wojtyla, 1985, Il microfono di Dio, 1990, Il Conclave, 1993, L’altro Wojtyla, 2003, Benedetto XVI, 2005, Santità e potere, 2009) sta a testimoniare ampiezza e profondità di interessi in ogni direzione dell’attualità religiosa. Fu sempre geloso della sua autonomia professionale e come tale era giudicato severamente da altri giornalisti – come lui, amici nostri – più disposti a impegnarsi direttamente nelle lotte per la giustizia e la riforma della Chiesa. Era un limite che egli assumeva pacatamente, e che tuttavia lo accreditava in ambienti lontani – ostacoli ben conosciuti, del resto, da chi come lui si professi apertamente cristiano ma non per questo accetti di venire ingabbiato in un fronte apologetico. I funerali si sono svolti sabato 17 settembre, in Santa Maria in Trastevere. «Dialoghi», che ha avuto l’onore di pubblicare molti suoi articoli (per l’ultimo decennio, cf. Indici: n. 175, p. 30; n. 200, p. 21), presenta ai familiari le più sentite condoglianze. E.M.


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Nella Chiesa svizzera. I Vescovi svizzeri, nella loro riunione d’inizio settembre, hanno nominato quale loro nuovo segretario Edwin Tanner, un giurista e teologo di 44 anni, nato a San Gallo e che ha studiato dai cappuccini di Appenzello e nelle università di Friburgo e Monaco. È la prima volta che un laico viene nominato a questa importante funzione. Alla presidenza della Commissione «Giustizia e Pace», organo consultivo dei vescovi per i problemi sociali e politici, è stato designato il ticinese fra Martino Dotta, anni 45, noto per il suo impegno sociale, che ha studiato teologia a Friburgo, laureandosi con una tesi sul «martire» protestante Dietrich Bonhoeffer. Don Maurizio Silini, parroco di Pregassona, è stato nominato delegato presso la Comunità di lavoro delle Chiese cristiane. Agli eletti l’augurio di un fruttuoso servizio alla Chiesa svizzera.

Lutti nell’episcopato. All’età di 89 anni è morto a Bellach (Soletta) mons. Giuseppe Candolfi, già vescovo ausiliare di Basilea, a due riprese amministratore apostolico e presidente nel 1989 della Conferenza episcopale, in un momento particolarmente impegnativo per il caso del contestato vescovo di Coira Wolfgang Haas. Nato nel Giura (era originario di Comologno), aveva conseguito il dottorato in teologia trattando il tema dei «matrimoni misti» in Svizzera. È pure deceduto, all’età di 90 anni, mons. Gabriel Bullet, vescovo ausiliare emerito di Losanna Ginevra e Friburgo. Originario di Estavayer-le-Lac, ordinato prete nel 1945, era stato vicario a Ginevra e poi insegnante in seminario, dopo aver completato gli studi a Roma e a Friburgo. Come vescovo ausiliare residente a Losanna, dal 1987 al 1994, fu anche vicepresidente della Conferenza episcopale dal 1988 al 1991 e responsabile dei settori del laicato, della famiglia e della pastorale specializzata. Partecipò ai Sinodi romani dei vescovi del 1980 sulla famiglia e del 1987 sul laicato.

Non c’è posto per loro. Il Vangelo racconta che, giunta a Betlemme, la Santa Famiglia dovette rifugiarsi in una stalla (Luca, 2,7). Dopo oltre duemila anni, nel Ticino che mantiene crocefissi (morti...) alle pareti pub-

bliche, non ci sono comuni disposti ad ospitare in un prato per qualche giorno le carovane di un popolo che fu spesso «crocefisso» dalla storia. Se questa è la volontà degli eletti dal popolo, il «popolo di Dio» deve dire «No!». I Vescovi svizzeri, nella pastorale dello scorso Primo Agosto, dal titolo «La Chiesa fa politica», ricordano che «chiunque annuncia il Vangelo è chiamato a prendere posizione a favore dell’uomo» e che «ciascuno deve poter vivere in modo dignitoso, anzi trovare la vita in abbondanza».

Finanze ecclesiastiche. Nel numero di giugno della «Rivista diocesana luganese» vengono pubblicati i conti 2010 della Diocesi, chiusi con un passivo di fr. 191.377,17, coperto dalla partecipazione delle parrocchie per fr. 185.000. Tra le spese più rilevanti, 847.000 franchi per il personale, 267.000 per la pastorale diocesana, 166.000 per sovvenzioni ai sacerdoti (per le parrocchie di periferia), oltre 1,2 milioni per «strutture diocesane». Non si può dire che i conti diocesani, nella loro «perfezione» contabile, siano il massimo della trasparenza: così sono stati approvati dall’Assemblea diocesana. Finanze floride per la Chiesa cattolica del cantone Zurigo, che ha chiuso i conti 2010 con un utile di oltre 3 milioni di franchi (entrate per fr. 51,86 milioni, uscite per 49,8 milioni). Saranno aumentati del 5% i salari del personale e sarà studiato un contributo alle parrocchie per la pastorale negli istituti di cura. In attivo anche la Chiesa cattolica di Nidvaldo, con entrate per 2,2 milioni di franchi e uscite per 1,6. A San Gallo, il «parlamento cattolico» ha dibattuto sul contributo di fr. 1,5 milioni di franchi destinato alle cosiddette «missioni linguistiche»: è stato infine mantenuto, sia perché rappresentano un fattore non indifferente per l’integrazione degli stranieri (oggi specialmente provenienti dall’America latina), sia perché il 30% dei cattolici sangallesi derivano dall’immigrazione! A livello nazionale, la Conferenza centrale cattolico romana (RKZ), che assicura il finanziamento di numerose attività pastorali a livello svizzero (in collaborazione con il Sacrificio quaresimale), sta elaborando

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una nuova ripartizione dei contributi imposti alle Chiese o organizzazioni cantonali, per tenere meglio conto delle 26 diverse situazioni locali.

Aggiornare il vocabolario. Mons. Sandro Vitalini ricorda (in «Rivista diocesana», 2011, pag. 140) che p. Yves Congar aveva proposto di sostituire il termine «gerarchia» con «gerodulia», per ricordare che nella Chiesa, secondo l’insegnamento del Fondatore, l’autorità è servizio. Ma si tratterebbe del solito imbroglio da intellettuali: per indicare collettivamente i servitori, la gente normale usa il termine «servitù»; così papa, vescovi, preti e frati tutti insieme compongono la «servitù della Chiesa». C’è qualcuno che non è d’accordo?

Suicidio assistito. Il Consiglio federale ha annunciato il 29 giugno che rinuncia a una legge sul suicidio assistito, considerate le critiche e le opposizioni rilevate nella procedura di consultazione su due progetti: uno che proibiva le associazioni di aiuto (come «Exit» e «Dignitas»), l’altro che voleva fissare regole restrittive, ma intanto «legittimava» la pratica. I cittadini del Cantone Zurigo, il più popoloso della Svizzera, hanno nettamente respinto due iniziative tendenti a regolamentare la pratica dell’assistenza al suicidio, prevista dal Codice penale con una formula molto vaga, che non impedisce il cosiddetto «turismo della morte» (stranieri che vengono in Svizzera per… farsi suicidare da Dignitas), o l’aiuto al suicidio a persone in buona salute. Il Consiglio federale intende unicamente potenziare le cure palliative di sostegno ai malati terminali, ma sarà comunque difficile evitare abusi o casi deplorevoli.

Premio ecumenico. Il Premio della giuria ecumenica del Festival di Locarno (dotato di ventimila franchi messi a disposizione dalle Chiese svizzere) è stato quest’anno assegnato al film «Vol special» che descrive la situazione deplorevole dei soggiornanti al Centro di detenzione di Frambois (Ginevra), in attesa di forzata espulsione dalla Svizzera. La commissione del Premio, attributo dal 1973, per segnalare opere che sottolineano valori religiosi, umani e sociali, era presieduta dal tedesco Joachim Valentin, direttore del Centro cattolico di cultura e formazione di Francoforte, e comprendeva altri quattro membri di diverse nazioni, tra cui Daria Lepori, del Comitato di «Dialoghi».


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I comodi del Vaticano. A un anno della morte di mons. Bernard Genoud, la Diocesi di Losanna Ginevra e Friburgo (che comprende anche Neuchâtel) è sempre senza titolare, mons. Pierre Farine fungendo da amministratore, con poteri limitati. Così, in attesa delle scelte (o dei comodi?) romani, i vicari episcopali – Niklaus Kessler e Kurt Stulz, che si erano dimessi in attesa del nuovo vescovo – hanno deciso di riprendere con molta responsabilità le loro funzioni. Il prevosto della cattedrale, mons. Ducarroz, tra i preti più autorevoli della Diocesi, ha fatto conoscere, in un’intervista apparsa su «La Liberté» del 27 agosto, il disappunto e la delusione di preti e laici, sia per il «segreto» in cui si è svolta la cosiddetta consultazione, sia per il menefreghismo romano che prolunga in modo inaccettabile la vacanza. Desta meraviglia anche che tra il clero romando, e tra gli undici nomi (sic!) segnalati a tre riprese dal Nunzio, non ci fosse nessuno che Roma ritenga adatto (o abbastanza malleabile…) per esser fatto vescovo in questa per Roma evidentemente insignificante parte della Chiesa elvetica, tutta del resto più o meno in odore di eresia.

Ecumenismo solidale. In giugno, a Lucerna, è stato celebrato il cinquantesimo del «Sacrificio quaresimale», attivo dal 1961 con lo scopo di sensibilizzare i cattolici dell’intera Svizzera alla solidarietà, specialmente verso il Terzo Mondo. Con il motto «Dividere» e il logo di un pane spezzato da una croce, la grande organizzazione nazionale, partita specialmente con intenti pastorali, ha via via allargato la sua azione ecumenica e politica, in collaborazione con l’opera umanitaria protestante «Pane per i fratelli» (con la quale da anni viene preparato il tema della raccolta quaresimale) e con la creazione nel 1969 di «Alleanza Sud» che collega le principali organizzazioni svizzere impegnate per lo sviluppo. Tra le iniziative di esplicito carattere politico, da ricordare la petizione per la riduzione del debito del Terzo mondo, promossa in occasione del 700.mo della Confederazione, con la richiesta di costituire un fondo di 700 milioni di franchi e che raccolse ben 250.000 firme. Anche le due altre organizzazioni cristiane «Pane per i fratelli» (protestante) e «Essere partecipi» (cattolico-cristiana) hanno partecipato, a Losanna all’inizio di ottobre, ad una celebrazione ecumenica nella catte-

cronaca

drale di Losanna, per sottolineare il comune mezzo secolo di collaborazione.

Caritas svizzera. Nel 2010, Caritas Svizzera ha contribuito a migliorare la situazione alimentare di circa 750.000 persone, delle quali seicentomila in Africa, centomila in Asia, ventimila in Europa (ex Unione sovietica), 25.000 in America latina. Più di centomila persone hanno seguito una formazione per lo sviluppo nelle zone rurali, la commercializzazione di prodotti agricoli e l’utilizzo razionale delle risorse. Più di trecentomila persone hanno ora accesso all’acqua potabile o a istallazioni sanitarie a meno di un chilometro o di 30 minuti da casa. Duecentomila persone hanno avuto una formazione sull’uso parsimonioso dell’acqua potabile, il miglioramento dell’igiene e la manutenzione di istallazioni idrauliche. Gli aiuti di emergenza nel 2010 sono stati destinati specialmente per soccorrere le vittime del terremoto di Haiti e delle inondazioni in Pakistan, oltre che per le conseguenze della siccità e catastrofi precedenti in diversi paesi. In totale, l’aiuto urgente di Caritas ha interessato settecentomila persone e sessantamila hanno ricevuto un aiuto per la ricostruzione. Purtroppo, molte promesse di aiuti fatte ad Haiti non sono state mantenute: a fine luglio 2011 solo il 38% (sul totale 4,58 miliardi di dollari annunciati da parte di 55 donatori) era disponibile presso la Banca Mondiale, incaricata di gestire i fondi a favore per la ricostruzione.

Questione di donne. Un’iniziativa per l’uguaglianza dei sessi nella Chiesa cattolica è stata lanciata nei due cantoni di Basilea da un comitato comprendente esponenti cattolici e giuristi e da Pentecoste nelle parrocchie è in corso una raccolta di firme a sostegno. Il Sinodo della Chiesa cantonale di Basilea campagna ha deciso di discutere in autunno una proposta analoga, formulata dalla parrocchia di Binningen-Bottmingen. Mons. Brunner, presidente dei Vescovi svizzeri, ha ricordato che un’eventuale decisione a favore del presbiterato alle donne è rivendicata dal Papa come di sua competenza. Il cardinale Policarpo, patriarca di Lisbona, ha dichiarato che dal punto di vista teologico non esiste alcuna difficoltà all’ordinazione delle donne: li vede piuttosto all’interno della Chiesa e sul piano ecumenico. Una Com-

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missione giuridica della Conferenza centrale vede difficoltà nell’iniziativa basilese, in quanto potrebbe creare problemi nei rapporti tra diritto canonico e diritto statale, già in discussione da parte di esponenti ecclesiastici, come a Coira. Intanto, diversi gruppi cattolici chiedono di riaprire il dibattito che Roma ha dichiarato ripetutamente chiuso: oltre ai preti austriaci «obiettori», 157 preti statunitensi hanno dichiarato il loro sostegno a padre Bourgeois, condannato per aver sostenuto l’ordinazione di donne, e più di trecento preti e diaconi in Australia hanno manifestato solidarietà al vescovo William Morris, «deposto» per essersi dichiarato favorevole all’ordinazione delle donne per ovviare alla scarsità nel suo clero («Dialoghi» n. 217). Meno radicali le richieste della Comunità delle donne cattoliche tedesche, riunite in quattromila a Münster, che domandano una maggiore responsabilità nella Chiesa, il conferimento almeno del diaconato e l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati.

Pluralismo religioso. La Costituzione del Canton Vaud, del 2003, prevede la possibilità di un riconoscimento giuridico di altre comunità religiose, oltre alle Chiese storiche protestante e cattolica e alla comunità ebraica. Così la Federazione evangelica vodese (cinquemila aderenti) ha inoltrato richiesta di essere riconosciuta di interesse pubblico, e sembra siano in preparazioni analoghe domande della comunità anglicana, di quella cristiano-cattolica e della Unione vodese delle associazioni musulmane. La procedura prevede un esame che accerti il rispetto da parte delle nuove Chiese delle regole dello stato di diritto (anche da parte di tutti gli aderenti?) e la pubblicazione della contabilità; tra i motivi di discussione, l’uguaglianza tra donne e uomini e i diritti degli omosessuali. Il riconoscimento non comporta un finanziamento pubblico ma solo alcuni esoneri fiscali, e dovrà avvenire mediante apposita legge per ogni comunità, da approvare da parte del parlamento cantonale. Una procedura lunga e complicata, non certo adeguata al pluralismo religioso in crescita in Svizzera! Una strada in teoria più agevole sarebbe quella di una legge federale sulla libertà delle comunità religiose, mentre per riconoscere esenzioni fiscali basterebbe (come in Ticino) adeguare le leggi tributarie.


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opinioni

Segni religiosi in pubblico Necessità di un approfondimento

Di fronte al diffondersi di «religioni nuove» o di provenienza estera (in particolare l’Islam) si ripresentano problemi già noti e ne sorgono di nuovi. Riguardano spesso direttamente la libertà religiosa (come libertà di coscienza individuale e come libertà di associazione e propaganda comunitarie), e la laicità dello Stato democratico (che non deve preferire né reprimere alcuna religione o scelta religiosa personale). Si fa strada un nuovo motivo di conflitto, originato dalla minaccia che molti avvertono alla loro «identità» (non è qui il caso di meglio definirla), spesso relazionata al sentire religioso (le vantate «radici cristiane», anche di molti atei): clamorosa smentita della pretesa laicista che la religione sia un affare privato.

La libertà religiosa, come libertà della coscienza personale, fu oggetto storicamente di una particolare tutela, specialmente nell’ambito della educazione, da quando i Cantoni organizzarono un sistema scolastico obbligatorio. La Costituzione federale del 1874 conteneva uno specifico capoverso (art. 27,4), per cui: «le scuole pubbliche devono poter essere frequentate dagli attinenti di tutte le confessioni senza pregiudizio della loro libertà di credenza e di coscienza», mentre «nessuno può essere costretto a prender parte (…) a una istruzione religiosa» (art. 49). Sono disposizioni non più riprese letteralmente nel nuovo testo costituzionale del 1998, perché da tempo principi riconosciuti e chiaramente confermati dai tribunali. Ma un simbolo religioso (un’immagine del crocefisso o una statua della Madonna) in una scuola pubblica può costituire violazione della regola costituzionale? Per il Tribunale federale («sentenza di Cadro», del 1990) è data violazione, di fronte ad allievi non cattolici, se il crocefisso è esposto nell’aula scolastica (ma non in altri locali dell’edificio scolastico). Per la Grande Camera di Strasburgo (sentenza del 18 marzo 2011), non è data invece violazione della libertà di educazione dei genitori, perché la presenza del crocefisso non ha influenzato l’insegnamento ed è un simbolo non solo religioso ma anche culturale nell’Italia cattolica. Le due decisioni si presterebbero a diverse considerazioni, ma già le specifiche circostanze sopra esposte dovrebbero mettere in guardia da applicazioni generalizzate oltre i casi particolari sui quali i due tribunali hanno sentenziato.

Un tentativo serio di approfondimento non può che fondarsi, in uno stato di diritto, sulle disposizioni costituzionali, che, fino alla loro eventuale modificazione, vanno accettate come volontà popolare. Per la Svizzera (restiamo al nostro orticello), valgono gli articoli relativi alla libertà religiosa (art. 15), al rapporto tra Stato e Chiesa (art.72), all’uguaglianza di tutti di fronte alle autorità statali (art. 8), che è la formulazione negativa della laicità dello Stato (la scelta religiosa non può essere motivo di discriminazione).

A mio modo di vedere il tema generale della presenza di segni religiosi in pubblico esige oggi di essere affrontato a partire dal rispetto del principio generale della laicità dello Stato, attuata come assenza di una preferenza (o privilegio) nei confronti di una specifica religione o idea, a scapito di altre. Vale per le leggi, le decisioni delle autorità governative, giudiziarie e amministrative. Vale anche per gli edifici in cui l’autorità statale esercita le funzioni sue proprie: come un’aula parlamentare (anche se i deputati ticinesi e friburghesi hanno ritenuto che

Il tema della presenza di segni religiosi (crocefisso, velo islamico, minareti, ecc.) ritorna sempre più frequentemente nella discussione pubblica, senza però che una vera analisi approfondita serva a indicare soluzioni valide per una società sempre più plurale come quella in cui viviamo. Il tema, ampiamente dibattuto già nell’Ottocento e poi nel primo Novecento, aveva trovato una sistemazione giuridica largamente accettata nelle democrazie occidentali, in un clima di tolleranza per le religioni tradizionali (cattolica, protestante, ebraica), anche se non sono mancati nel Novecento episodi di vera e propria repressione (come negli Stati comunisti) o comportamenti intolleranti (come in Italia con la legislazione fascista dei «culti ammessi», mentre la Chiesa cattolica fruiva del trattamento favorevole previsto nel Concordato del 1929).

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un simbolo religioso particolare non influenzi le loro scelte… ma è determinante il giudizio che ne deducono i cittadini), o quella di un tribunale (perché l’imputato non deve neppure dubitare di essere discriminato per la sua religione) e persino per un locale di voto (ha fatto discutere un caso italiano: cfr., di Sergio Luzzato, Il crocefisso di Stato, Einaudi, 2011), e quindi anche una scuola statale per il possibile giudizio che ne possono dedurre scolari o genitori. Il prof. Silvio Ferrari, riconosciuto specialista in materia («Il Regno», 15 marzo 2011), commentando la decisione della Corte europea, ha proposto, per il caso del simbolo del crocefisso nella scuola, di lasciare la decisione ai diretti partecipanti (allievi e genitori, personale scolastico). Questa mi sembra una soluzione poco pratica, in quanto può continuamente essere messa in discussione variando le persone interessate. Per ovviare alla radicalità del divieto assoluto (espressione di un laicismo negativo, e oltretutto diseducativo per la pretesa di lasciar fuori la religione dalla scuola), si potrebbe proporre la presenza di più simboli religiosi, rispondenti alle religioni professate dagli allievi presenti. Per ricordare l’identità nazionale, dovrebbe bastare la bandiera, magari accompagnata da quella europea (come si fa in Italia nei luoghi ufficiali), per i valori comuni il testo della Costituzione svizzera e/o della Dichiarazione universale dei diritti umani. La bandiera svizzera, esposta in un edificio pubblico, è avvertita unicamente come un segno di identità patriottica, anche se reca una croce che non viene più percepita come un segno cristiano. Basta osservare le folle dei tifosi negli stadi quando gioca la nazionale di calcio, che ostentano la «croce federale», non certo quella del Crocefisso. Il velo islamico (non il burka, che impedisce il riconoscimento) può essere portato da una scolara in una scuola svizzera, quale scelta personale (ma è proibito nella Francia superlaica), non invece dalla professoressa che svolge una funzione pubblica, e che perciò deve anche apparire neutrale (come è stato deciso a Ginevra). Mentre la «laicità negativa» (proibizione a tutela delle minoranze religiose) ha già un’ampia esperienza, ritengo ancora in gran parte inesplorata l’applicazione della «laicità positiva» (o della libertà religiosa protetta, o promossa, dall’ente pubblico). La soluzione svizzera affidata ai Cantoni


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(art. 72 CF), che attribuiscono ad alcune confessioni un riconoscimento pubblico con effetti più o meno estesi, a mio giudizio è senza sbocchi. Fin qui, tale riconoscimento è stato attribuito a poche religioni tradizionali (le confessioni cristiane, talvolta alle comunità ebraiche), ma è una soluzione alla lunga non facilmente praticabile. Il Canton Vaud che prevede una procedura per nuovi riconoscimenti, è interpellato attualmente da una serie di nuovi «pretendenti», anche socialmente rilevanti, che impongono alle autorità politiche e poi magari giudiziarie complicati esami e sempre opinabili decisioni. Anche la soluzione di tipo legislativo (come avviene in sede fiscale, concedendo agevolazioni a tutte le «religioni»), non dispensa dal dover decidere «cosa è una religione». I Testimoni di Geova hanno solo recentemente ottenuto il riconoscimento in Francia, gli «scientologi» non lo sono dappertutto. Lo stesso vale della possibilità, data alle religioni, di usufruire di spazi nella scuola pubblica, limitata sin qui in Ticino alle sole Chiese cattolica e protestante, penalizza la «libertà positiva» sia religiosa sia educativa degli allievi appartenenti ad altre religioni; per cui la soluzione sperimentale in corso nel Ticino (con un insegnamento sulle/delle religioni, svolto dalla stessa istituzione scolastica) appare la più ragionevole, già attuata in altri Cantoni svizzeri. Difficilmente estensibile pare invece la soluzione di introdurre, accanto all’insegnamento impartito dalle Chiese cattolica o protestante, corsi affidati alla comunità musulmana (come avviene in Germania, e in qualche scuola cantonale), e domani alle varie comunità ortodosse, e poi (perché no?) ai «liberi pensatori», con evidenti difficoltà di organizzazione e introducendo un «apartheid» certamente non favorevole alla convivenza tra diversi. Alberto Lepori

Religiosità giovanile. Da un’ indagine commissionata dal Credito Svizzero, una maggioranza dei giovani svizzeri tra i 16 e i 25 anni «crede in una potenza superiore» o sono membri di una Chiesa nazionale. Il 39% si dichiara cattolico, il 27% riformato, ma solo il 22% si sente di appartenere a una comunità religiosa, e solo il 27% si reca più volte in un anno in un edificio di culto.

Dopo 150 anni di Azione Cattolica

No. 218

i corsivi di dialoghi

L’Azione Cattolica non va in vacanza, si diceva all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento per scongiurare il letargo estivo dei circoli della Gioventù Cattolica Ticinese (GCT, già espurgata dalla «F» di «Fascio»). Ma l’Azione cattolica o, più giustamente, i laici cattolici ticinesi, erano già attivi (non in vacanza) da quasi un secolo, da quando cioè i liberali-radicali avevano imposto, manu militari, la Riforma costituzionale del 1855 in cui era stabilito che «gli esercenti professione ecclesiastica, secolari o regolari, non potranno essere né elettori né eleggibili alle cariche costituzionali». Con la museruola imposta al clero, toccava ai laici prendere la parola: e così nel 1861 fondarono la sezione ticinese del «Piusverein», intitolato a Pio IX – il Papa promulgatore nel 1864 del Sillabo che terminava con la condanna della proposizione per la quale «Il Romano Pontefice può e deve riconciliarsi e venire a composizione col progresso, col liberalismo e colla moderna civiltà». A Lugano il 1. e 2 ottobre si è tenuto un «convegno internazionale», con il motto Il Popolo e la Fede da 150 anni testimoni in Ticino, «promosso dall’Azione Cattolica Ticinese per il 150.mo della sua fondazione». Ne ricostruisce il cammino un denso volume, frutto della collaborazione di alcuni ricercatori ticinesi e introdotto da un saggio di Giorgio Vecchio, dell’università di Parma, che meriterà in «Dialoghi» più di questa segnalazione. Il cardinale svizzero Kurt Koch ha svolto il tema «L’impegno dei laici cristiani in Europa e il compito di impregnare la società dello spirito evangelico», presentando un quadro eccessivamente negativo della «secolarizzazione» (che tra le conquiste positive ha portato la libertà di religione, che oggi i cattolici rivendicano in tutto il mondo!); mentre Paola Bignardi, già presidente dell’AC italiana, ha parlato di «Laici cristiani per rendere migliore la società di tutti». Sono seguiti esempi di «testimoni nel mondo», con l’arbitro Massimo Busacca per lo sport, lo scrittore Dominique Lapierre per l’impegno umanitario, la Scuola malcantonese di balletto per il divertimento (?) e rappresentanti di Svizzera, Italia, Polonia, Africa e Argentina, a comprova

di una diffusione e solidarietà mondiale. Il vescovo mons. Grampa, riaffermando il suo privilegiato sostegno all’Azione Cattolica, ne ha ricordato la definizione classica di «cooperazione/partecipazione all’apostolato gerarchico della Chiesa» e la caratteristica della relazione speciale con la gerarchia (per lui «una brutta parola!»). Ripetutamente, durante il Congresso, è stato ricordato l’insegnamento del Concilio Vaticano II, per il quale la Chiesa non è la gerarchia ma «il popolo di Dio», cioè l’insieme dei cristiani (mons. Koch), chiamato alla missione di far conoscere e realizzare l’insegnamento evangelico, mentre specifico del laico cattolico sono l’indole secolare e l’impegno nelle realtà temporali (Bignardi ha esemplificato sulla cultura). Aspetti che andranno approfonditi e chiariti (non era il caso in un convegno commemorativo), ma lo dovranno essere se, per i prossimi decenni, l’Azione Cattolica Ticinese non vorrà «andare in vacanza» o starsene in sagrestia ma aiutare a crescere laici adulti per essere sale e lievito nel mondo. Il papà aveva impedito al figlioletto Turoldo di accettare la tessera dell’Azione cattolica, «perché basta il battesimo». Jacques Maritain (in Struttura dell’Azione, appendice di «Umanesimo integrale», 1936) mette l’Azione Cattolica in un «terzo piano», «a collaborare all’apostolato della Chiesa docente», dove «il cristiano agisce e appare davanti agli uomini proprio in quanto cristiano, e in tale misura impegna la Chiesa»; mentre nell’agire da cristiano egli impegna solo se stesso. Da segnalare la relazione su «Laici dopo il Vaticano II», tenuta dal teologo Giacomo Canobbio, pubblicata da «Il Regno» del 1. luglio scorso, secondo cui il futuro modello è (sarà?) quello di «laici cristiani come volto simbolico della Chiesa estroversa»: «La ragione non è semplicemente sociologica (mia nota: ieri l’esclusione del clero dalla vita pubblica, oggi la scarsità di preti), bensì teologica: ogni vocazione cristiana si configura nella sua concretezza mediante le congiunture storiche nelle quali entra in gioco la libertà della persona» (cit, p. 426). Vedi anche, di Luigi Maffezzoli sulla «Rivista della Diocesi» l’articolo «L’attività apostolica del popolo di Dio» (n. 9, settembre 2011). A.L.


No. 218

notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

Taxi driver. A Ginevra dal mese di giugno esiste un’alternativa ai tradizionali tassì per spostarsi da un capo all’altro della città: il TaxiBike. L’iniziativa ha visto la luce grazie all’entusiasmo di due studenti, che hanno portato l’idea sulle rive del Lemano dopo un viaggio a Cuba, e a un mecenate che li ha sostenuti nell’acquisto del… parco biciclette. Per il momento sono in funzione tre tricicli muniti di motore elettrico che fornisce un aiuto alla pedalata. L’équipe mobile è composta di sette persone, compresi i due proprietari che si avvicendano alla guida dei veicoli sui quali possono accomodarsi due adulti e un bambino. Il TaxiBike piace soprattutto ai turisti, ma potrebbe ben presto conquistare i favori della clientela tradizionale dei tassì, specialmente nelle ore di punta. Infatti pur essendo più lento di un’automobile, farne ricorso nel traffico cittadino risulta economicamente più vantaggioso in quanto, se è fermo ai semafori, il tachimetro si ferma. Per la stagione fredda è previsto l’arrivo di dieci nuovi veicoli equipaggiati con una cabina riparata e calde coperte saranno a disposizione dei clienti più freddolosi. A Berna, con un concetto simile, l’impresa RikschaTaxi, è attiva da tre anni e da alcuni mesi ha allargato la sua attività a Zurigo e Basilea.

Monastero a bassa impronta ecologica. Le suore carmelitane di Liverpool hanno deciso di traslocare in un altro quartiere della città perché il terreno sui cui sorge il monastero che le ospita da 104 anni interessa due scuole che hanno bisogno di ingrandirsi. Nella sede di Allerton le 30 suore inizieranno una nuova vita: il monastero sarà meglio adattato al loro stile di vita e permetterà di ridurre drasticamente la loro impronta ecologica. Il progetto prevede l’utilizzo della geotermia per il riscaldamento degli edifici, il fotovoltaico per l’elettricità, lo sfruttamento dell’acqua piovana nonché una foresta di 1500 alberi e una prateria di fiori selvatici.

Popolazioni autoctone in pericolo. Dal monitoraggio annuale presentato lo scorso 30 giugno dal CIMI, un organo della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, emerge che la violenza sulle popolazioni autoctone per-

siste malgrado i passi da gigante che il Paese latinoamericano sta compiendo sul piano economico a livello mondiale. Minacce di morte, uccisioni, assenza di servizi sanitari e scolastici, lentezza nel processo di regolarizzazione della proprietà della terra, invasioni e sfruttamento illegale delle risorse naturali esistenti sulle terre che appartengono loro… sono all’ordine del giorno per le persone che appartengono a popolazioni tradizionali, oggi impoverite, fragilizzate ed emarginate. Le violenze esistono, ma raramente arrivano al grande pubblico, oppure passano inosservate. Nel 2010 vi sono stati 60 omicidi e 27 tentativi d’omicidio, 15 persone sono state oggetto di aggressioni a sfondo razziale, 152 hanno ricevuto minacce di morte e 92 bambini sono deceduti per la mancanza di cure adeguate. I casi più gravi si sono registrati nel Mato Grosso, dove la violenza va di pari passo con lo sfruttamento illegale delle foreste, con l’invasione e l’occupazione di terreni di proprietà delle popolazioni indigene da parte di grandi imprese e di latifondisti.

Svendita invece di salvaguardia. La Sierra Leone fu uno dei 178 stati che nel 1992, a Rio, si impegnarono per uno sviluppo sostenibile. Per garantire il diritto delle generazioni future di far fronte ai loro futuri bisogni, si sarebbe dovuto rispettare un equilibrio tra la sostenibilità ambientale, l’efficienza economica e la giustizia sociale. Nel 2010, però, il Governo del Paese africano ha accettato un accordo che mette in pericolo il futuro di milioni di persone. Ha infatti concesso ad Addax Bioenergy lo sfruttamento di 57’000 ettari di terre per una durata minima di 50 anni allo scopo di coltivare agrocarburanti per il mercato europeo. L’impresa, con sede a Ginevra, ha ora il diritto di sfruttare a titolo esclusivo tutte le risorse naturali, ossia, oltre alla terra, l’acqua e i corsi d’acqua, le foreste e anche i villaggi. La popolazione locale ha così perso il controllo sulle sue basi vitali per almeno due generazioni. L’accesso a risorse indispensabili alla sua sopravvivenza dipende ormai completamente dal volere e dai piani dell’impresa svizzera.

Finlandia all’avanguardia. Il progetto Hinku interessa cinque comuni

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finlandesi, che si sono impegnati a ridurre dell’80% le emissioni di gas a effetto serra, aderendo al progetto di sette uomini d’affari che vogliono sviluppare un modello d’ecologia in collaborazione con l’Istituto dell’ambiente finlandese. I comuni investono 200.000 euro ogni anno e fanno prova di un ottimismo senza limiti ma anche di molto pragmatismo. La chiave del successo consiste nel coinvolgimento di tutti gli attori: autorità locali, singoli cittadini, imprese. Si va dal migliorare l’isolamento delle abitazioni all’aumento del rendimento calorico dei camini per riscaldare gli ambienti, alla rinuncia dell’utilizzo di combustibili fossili da parte degli artigiani, alla sensibilizzazione nelle scuole. La piccola città di Uusikaupunki, situata nel Sud-Ovest del Paese scandinavo (17.000 abitanti), è riuscita in soli due anni e mezzo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 50%.

Uniti per salvare quattro fiumi. La Chiesa cattolica in Corea del Sud si mobilita per fermare il progetto governativo dei Quattro Fiumi. Si tratta di una serie di interventi sui quattro dei maggiori fiumi del paese asiatico: scavo dei letti dei corsi d’acqua per aumentarne la portata, correzioni di percorso, bacini e chiuse con relative centrali idroelettriche. La società civile sudcoreana denuncia l’impatto distruttore e irreversibile dell’opera, che metterebbe in pericolo interi ecosistemi con gravi ripercussioni sul mondo vegetale e animale. Il presidente è accusato di mettere gli interessi delle imprese implicate nel progetto davanti ai diritti della popolazione e alla salvaguardia dell’ambiente. Dall’inizio dei lavori di bonifica nel 2009 si sono già verificate inondazioni all’arrivo dei monsoni, a dimostrazione che l’impresa è ad alto rischio e non è in grado di risolvere né di prevenire i problemi legati a situazioni meteorologiche estreme. La protesta, oltre a coalizzare più di un centinaio di organizzazioni della società civile, ha per la prima volta nella storia del Paese unito cattolici, protestanti, e diverse correnti buddiste.

N u m e ri a r re t r a t i ?

I numeri arretrati di «Dialoghi» si possono ordinare a: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia al prezzo di fr. 12.–


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Onore a Giancarla Codrignani coraggiosa militante cattolica Il «Nettuno d’Oro» è un premio istituito per quelle cittadine o quei cittadini che abbiano onorato con la propria attività professionale e pubblica la Città di Bologna. Quest’anno il Comune ha deciso di assegnarlo a Giancarla Codrignani, 80 anni, cinquanta di impegno politico ed ecclesiale (ricostruiti puntualmente nel suo ultimo libro Ottanta, gli anni di una politica, Servitium, 2010, pp. 222, € 16). Giornalista, teologa, militante femminista, saggista, ex parlamentare della Sinistra Indipendente, esponente di primo piano del mondo cattolico, Giancarla Codrignani ha assunto posizioni coraggiose e decisamente «di rottura» sul versante politico-ecclesiale. Dal «sì» al divorzio alla decisione di candidarsi, nel 1976, insieme ad altri esponenti del mondo cattolico (ma c’era anche il pastore valdese Tullio Vinay) come indipendente nelle liste del Partito Comunista; dalla decisione di sostenere il diritto delle donne all’autodeterminazione, anche in materia di aborto, al «no» alla revisione del Concordato siglata nel 1984; dalla militanza nelle comunità di base, all’impegno nel movimento delle donne, per la pace e il disarmo, per l’obiezione di coscienza al militare (è tuttora presidente della LOC, Lega degli obiettori di coscienza). Ha partecipato a diverse missioni come osservatrice internazionale, in diversi comitati di solidarietà con i popoli oppressi (al tempo delle campagne per Vietnam, Mozambico, Corea, Iraq, Ci-

le, Argentina, Nicaragua, Sudafrica), ricevendo per questa attività, a Ginevra, il riconoscimento dall’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu. La Città di Bologna, con l’assegnazione del premio, intende esprimere riconoscenza alla Codrignani «per la sua generosa partecipazione all’evoluzione civile della nostra città e del Paese, per la dedizione profondamente laica e il costante impegno politico». Di diverso avviso «Bologna Sette», il settimanale diocesano, inserto domenicale dell’edizione locale di «Avvenire», che contesta il passaggio in cui le autorità comunali definiscono la Codrignani una «cattolica» impegnata «in importanti battaglie legate ai temi più delicati dell’agenda politica quali l’interruzione di gravidanza», perché non potrebbe essere qualificato come «cattolico» chi sostiene la liceità dell’aborto. Ha replicato la Codrignani: «Spiace constatare che i responsabili curiali e laici di “Avvenire” continuino a non voler capire. Vorrei che fosse chiaro che l’aborto (…) non sta bene a nessuno. Le donne cattoliche sono ‘adulte’ e ricordano che in Italia prima della legge si verificavano centinaia di migliaia di aborti nella clandestinità e nell’ipocrisia (…); a causa della paternità irresponsabile, noi donne consentiamo, come in altri Paesi ancora incapaci di eliminarne le cause, l’aborto, incominciando dall’eliminazione della clandestinità e dell’ipocrisia». (da «Adista», Valerio Gigante)

«Dialoghi» è offerto in vendita nelle seguenti librerie del Cantone: – Libreria San Paolo, Corso Pestalozzi 12, 6900 Lugano. – Libreria San Vitale, Corso San Gottardo 48, 6830 Chiasso. – Libreria «Dal Libraio», Via Pontico Virunio 7, 6850 Mendrisio. – Libreria Eco Libro, Via A. Giovannini 6a, 6710 Biasca. – Librerie Alternative 1, Via Ospedale 4, 6600 Locarno. – Libreria Elia Colombi SA, via Dogana 3, 6500 Bellinzona. – Melisa Messaggerie SA, via Vegezzi 4, 6900 Lugano. – Libreria del Mosaico, via Bossi 32, 6830 Chiasso. Il prezzo di vendita della copia in libreria è di fr. 12 (Euro 8). Rimane sempre ancora la possibilità di rivolgersi all’amministratore di «Dialoghi»: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, e-mail: leporipietro@bluemail.ch per abbonamenti (annuale fr. 60, Euro 40) o per ricevere copie singole, anche arretrate (prezzo per copia: fr. 12, Euro 8).

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In questo numero

Dossier: Per un bilancio di un episcopato ✧ EDITORIALE UNA VIGNETTA DI A. BONEFF 1 ✧ IL COMITATO DI «DIALOGHI» SULL’EPISCOPATO DI MONSIGNOR GRAMPA 3-9 ✧ L’ULTIMA SUA LETTERA PASTORALE 3-7 I corsivi di «Dialoghi» ✧ DOPO 150 ANNI DI AZIONE CATTOLICA (A.L.) Articoli

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✧ A MILANO, DA TETTAMANZI A SCOLA (red.) ✧ «NOI SIAMO CHIESA» AGLI INIZI IN ITALIA (M. Sartorio) ✧ A. KINGSTON, MEA CULPA DELLE CHIESE (L. Sandri) ✧ «SACRIFICIO QUARESIMALE» DA CINQUANT’ANNI (F. Mauri) ✧ LE CHIESE SVIZZERE E L’APARTHEID (f.m.) ✧ RICORDO DI GIANCARLO ZIZOLA (E.M.) ✧ SEGNI RELIGIOSI IN PUBBLICO (A.L.) ✧ ONORE A GIANCARLA CODRIGNANI (Adista) ✧ I CONTI DI«DIALOGHI» ✧ NOTIZIE BELLE E BUONE ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO ✧ CRONACA INTERNAZIONALE ✧ CRONACA SVIZZERA ✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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