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215 dialoghi Locarno – Anno 43 – Febbraio 2011

di riflessione cristiana

BIMESTRALE

Malgrado tutto segni di speranza

Nel 1961, la celebrazione del primo centenario dell’unità d’Italia avveniva in un contesto economico, politico e culturale che avrebbe partorito di lì a poco due eventi di grande portata: il Concilio Vaticano II e il «Sessantotto». Il popolo italiano, a stragrande maggioranza cattolica, visse esperienze inedite come la candidatura di cattolici dichiarati nelle liste del Partito comunista, le comunità ecclesiali di base, il referendum sul divorzio, l’affermazione dei diritti dei lavoratori, un generale cambiamento di costumi e di mentalità. Fu una stagione breve. Il pontificato altamente carismatico e mediatico di papa Wojtyla, la crisi del socialismo/comunismo sfociata nella caduta del muro di Berlino, «Tangentopoli», con il tracollo del partito dei cattolici e l’entrata in politica di Berlusconi, sono tutti avvenimenti che vanno nella stessa direzione: la rinuncia da parte del popolo al proprio potere decisionale, cedendo il posto alla figura del «capo». Difficile, impossibile, non leggere questi fatti come regressione, restaurazione di un ordine appartenente al passato.

CATTOLICI NELL’ITALIA DI BERLUSCONI L’Italia festeggia quest’anno i centocinquant’anni della propria unità. «Dialoghi» dedica il dossier di questo numero alla ricorrenza, proponendosi di fare il punto sul rapporto tra il Paese e i cattolici che lo abitano. Oggi il rapporto tra la Chiesa e le istituzioni politiche attraversa uno stadio di profonda incertezza. Molto abbiamo ricevuto, noi svizzeri italiani, della cultura prodotta dai cattolici italiani, soprattutto nel secondo dopoguerra, per dimenticarcene in questo momento difficile, in cui ai vertici dello Stato si danno prove così lontane dalla sobrietà e dalla legalità democratiche. Agli amici d’Italia, con la nostra solidarietà, i nostri auguri più sinceri. Dossier, da pag. 3 a pag. 11

Si direbbe che tale restaurazione corrisponda a un desiderio della maggioranza degli italiani: e questo può far cadere nella disperazione e/o rassegnazione chi di quella breve stagione finita sente nostalgia e sogna, ma solo sogna ormai, la rinascita. Personalmente provo rabbia per lo spreco di un’altissima esperienza storica, culturale e spirituale: ma mi danno fiducia nel futuro il fare memoria di periodi bui e di lotte e vittorie del passato (in primo luogo la Resistenza al nazifascismo, che vide agire insieme donne e uomini di diverso credo religioso e politico), insieme a una buone dose di umanesimo, che per me vuole anche dire la convinzione che ogni creatura umana è e rimane, anMarina Sartorio

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che nelle più miserevoli condizioni, immagine di Dio.

Il Concilio Vaticano II ha dato anche a noi cattolici la possibilità di attingere direttamente alla Parola di Dio e in questa Parola, soprattutto nei Vangeli, troviamo insegnamenti sempre di nuovo attualizzabili e praticabili nel nostro tempo. Sempre il Concilio ci ha aperti all’incontro dei «fratelli maggiori» ebrei che, in questi decenni di dialogo, non si stancano di ripeterci che la prassi conforme alla Parola è prioritaria rispetto alla dottrina. Convinzione che è stata affermata e approfondita anche dai teologi della liberazione latinoamericani (ortoprassi, non solo ortodossia). Il santo patrono dell’Italia è Francesco d’Assisi, un laico che ha cercato di vivere il Vangelo senza «se» e senza «ma». Oggi, come al tempo di san Francesco, la decadenza del clero e dei vescovi potrebbe, dovrebbe, suscitare non la rassegnazione dei laici ma una loro più radicale prassi evangelica. Il concetto di «popolo di Dio», ripreso e proclamato dal Concilio, non può che favorire questo nuovo protagonismo dei laici.

Tutto facile allora? No. Agire nella storia da protagonisti richiede uno sforzo. Non viene da sé, e inoltre sono sempre in agguato personaggi determinati a usurpare per sé soli spazi, ricchezze, potere, facilitati da ormai quasi un secolo (radio, poi tv, vedremo che ne sarà di Internet) dalla pericolosissima arma a doppio taglio che sono i mass media. Usati non per informare correttamente ma per manipolare, possono danneggiare la vita democratica più della più sanguinaria delle dittature, rendere passivi e ciechi. Nell’Italia di oggi, non solo Berlusconi e i suoi seguaci ma anche la gerarchia cattolica, dove può, ostacolano entrambi la libertà di espressione, il pluralismo, la pacifica convivenza di pratiche ispirate a principi non riconducibili a un «pensiero unico», non ne sopportano l’esistenza e tentano di censurarli e negarli. Non bisogna però adeguare lo sguardo al loro sguardo. Alternative al loro modello esistono, sono praticate – vorrei fare, per brevità, un solo esempio: i ragazzi e le ragazze del movimento «Libera», animati (non capeggiati!), guarda un po’, da un prete cattolico, don Luigi Ciotti. Se si parlasse di loro tanto quanto si parla di Berlusconi e di Bagnasco (il cardinale che presiede la Conferenza episco-

opinioni

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pale), forse l’Italia di oggi sarebbe diversa. I mass media non lo faranno e se lo facessero forse sarebbe peggio, per la loro funesta capacità di trasformare tutto o in scoop o in fiction. Penso che occorra ridiscendere per la strada, in piazza, incontrare gli altri reali in uno spazio reale e storico. Non virtuale. Agire. Non seguire il capo, agire responsabilmente. Come cittadini. Come credenti, se si crede in Dio. Spegnere la televisione e (ri)cominciare a vivere. Nessuno può impedirlo: per adesso; forse, semmai, la rassegnazione, la passività, la pigrizia mentale contro cui nessuno è vaccinato. La memoria di chi ha agito in

condizioni ben più difficili delle attuali può incoraggiarci. La costruzione del Regno di Dio, per i cristiani, la costruzione della comunità-Stato di tutti i cittadini, a partire dalla base, negli incontri, le assemblee, la scelta consapevole delle rappresentanze, il loro costante controllo, il ritrovato gusto della partecipazione e del protagonismo e anche del dibattito tra diversi ma tutti titolari di uguali diritti: questo mi auguro, anche come cittadina binazionale italo-svizzera (nata l’anno in cui Angelo Roncalli divenne papa), per la centocinquantenaria Italia e per la sua Chiesa cattolica. M. S.

È con un sentimento di pena che si legge la notizia dell’ordinazione sacerdotale, avvenuta nella cattedrale cattolica di Londra, di tre vescovi anglicani «divenuti nuovi membri di un Ordinariato personale per gruppi di fedeli provenienti dall’anglicanesimo, una figura prevista dalla costituzione apostolica Anglicanorum coetibus promulgata dal Papa il 4 novembre 2009» (dal «Giornale del Popolo» del 15 gennaio). Umiliazione per i tre pastori, forse mitigata dalla circostanza, detto molto banalmente, che se la sono andata a cercare. Ma umiliazione soprattutto per una Chiesa sorella, con la quale ci si dice in dialogo ecumenico, e alla quale sarebbe dovuto anzitutto rispetto per i secoli di testimonianza che ha dato alla comune fede cristiana. Le ragioni di questa nostra pena forse sfuggiranno a un canonista come don Arturo Cattaneo, autore dell’articolo citato del GdP, che impassibile snocciola seguenti «ragioni»: (1) «la nullità delle ordinazioni anglicane fu dichiarata nel 1897 da Papa Leone XIII (…) principalmente per il fatto che i riformatori inglesi hanno voluto riformare il rituale romano con la precisa intenzione di negare la dimensione sacrificale della Messa e del sacerdozio»; (2) per i tre non era prevista l’ordinazione episcopale perché

«la Chiesa cattolica (e anche quella ortodossa) richiede il celibato per i vescovi, ed essi sono sposati»; (3) a causa dei recenti sviluppi in seno all’anglicanesimo, fra cui soprattutto la decisione di procedere all’ordinazione anche di donne, «possibilità mai accettata da cattolici e ortodossi e sulla quale Giovanni Paolo II si è pronunciato in modo definitivo». Sul primo punto osserviamo che la questione del rituale può e dovrebbe essere riesaminata alla luce dell’approfondimento, promosso dal Concilio Vaticano II, del rapporto tra agape e sacrificio nel rito della Messa – ma questa è teologia, non diritto canonico. Sul secondo, si può obiettare che la norma del celibato ha un’origine storica e – ancora una volta! – non teologica: è solo per ragioni di convenienza ecclesiastica che i vescovi da un certo tempo in poi (San Pietro era pur sposato!) sono stati cercati tra i monaci. Circa il terzo punto – la giustificazione di Papa Wojtyla circa l’impossibilità dell’ordinazione sacerdotale delle donne – ancora una volta la teologia non è unanime. Davvero, la Chiesa non può fare altrimenti senza mancare di fedeltà a Cristo e al Vangelo? Rimane il gesto, allora: che più scortese non si poteva immaginare alla vigilia dell’inizio della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. E. M.

Anglicani umiliati

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Vescovi, siete con il potere o con il Vangelo? Il grido di dolore di una comunità cristiana

Sul numero di dicembre della rivista «Il Margine» di Trento, mensile dell’Associazione Oscar Romero – periodico con il quale «Dialoghi» si è trovato più di una volta in sintonia – è stata pubblicata una «Lettera per i nostri vescovi» che denuncia le gravi compromissioni dei vertici della Conferenza episcopale italiana con la maggioranza attualmente al governo*. La confusione sui valori, in cambio di favori spiccioli ma ben concreti, è ormai caratteristica di una politica ecclesiastica che anche noi riteniamo deviata rispetto al Vangelo. Quella del «Margine» è dunque una denuncia forte che condividiamo, manifestando ai fratelli e colleghi di Trento la nostra solidarietà. Caro vescovo, da semplici credenti, tenacemente appartenenti alla comunità ecclesiale e ancorati ai documenti magisteriali del Concilio Vaticano II, scriviamo a Lei, pastore a cui facciamo riferimento nella nostra Chiesa locale, per denunciare con dolore l’attuale clima politico e sociale, che la comunità cristiana appare incapace di affrontare. Certamente alcuni laici credenti non la pensano come noi e valutano coerente alla nostra fede questa stantìa atmosfera che circonda l’attuale momento storico. Ma siamo sicuri che tutti condividano l’odierna fatica della testimonianza cristiana in Italia. Perdono e condanna. A senso unico

Sono anni che chiediamo alla nostra Chiesa di dire parole decisive sulla crisi della fede in atto da tempo, sul degrado morale e umano a cui l’Italia sembra condannata, sullo sfascio dell’etica pubblica, sulle questioni cruciali che riguardano l’uomo del mondo globalizzato e multietnico. Sentiamo voci discordanti. Chi ha il coraggio di smascherare apertamente il disegno truffaldino che la classe politica attualmente al potere (e purtroppo non solo quella che governa) sta portando avanti, con spregiudicata scientificità, ai danni della Chiesa cattolica e della coscienza dei credenti, viene subito messo a tacere o etichettato come partigiano, disfattista, laicista, Ogni finestra socchiusa per far entrare un po’ d’aria ristoratrice viene immediatamente rinserrata e sigillata in modo ermetico da chi sembra aver scordato le parole del Vangelo che dovrebbe annunciare, conoscendo invece a memoria quelle della diplomazia più ritrita oppure del politichese più raffinato. In questi anni ci siamo abituati a tut-

to. O meglio: i vertici della Chiesa italiana ci hanno abituato a tutto. Quasi come se la morale cattolica si applicasse per i nemici e si interpretasse per gli amici. Abbiamo imparato che perfino il sacramento dell’eucaristia, perfino la bestemmia, possono essere soggetti alle logiche politiche. Ci hanno insegnato che la Segreteria di stato vaticana perdona settanta volte sette a Pilato, Erode e Caifa, ma lapida la peccatrice, dimentica al suo destino il buon ladrone e lascia Lazzaro nella tomba. Siamo stati abituati a vedere prelati e cardinali partecipare allegramente e senza ritegno ai banchetti organizzati dai potenti di questo mondo per celebrare una triste union sacrée, dimentica di quanto avviene fuori del palazzo. L’educatore d’Italia

Sono anni che il cardinal Ruini parla giustamente di «emergenza educativa». Ricordiamo tutti come l’allora presidente della CEI aveva salutato la massiccia astensione al referendum sulla fecondazione assistita del 2005: il mancato raggiungimento del quorum sarebbe stato «frutto della maturità del popolo italiano, che si è rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza che pretenda di manipolare la vita» (Radio Vaticana, 14 giugno 2005). Ma dov’è oggi questa maturità, dov’è quest’Italia migliore? A Rosarno, sulla gru di Brescia, nei rifiuti di Napoli, nel canale di Sicilia? Ha forse il volto di un onorevole Scilipoti qualsiasi, grazie al «senso di responsabilità» del quale il cardinale Bagnasco ha potuto dire: «Ripetutamente gli italiani si so* Il Testo integrale della Lettera, qui brevemente accorciata, sul numero di dicembre della rivista «Il Margine», casella postale 59, I-38100 Trento.

no espressi col desiderio di governabilità e quindi questa volontà, questo desiderio espresso in modo chiaro e democratico deve essere da tutti rispettato e perseguito con buona volontà e onestà» (Dichiarazione alle agenzie di stampa, 15 dicembre 2010). Oppure la ritroviamo soltanto ad Arcore? È proprio il padrone di Villa San Martino il vero educatore dell’Italia, ormai da trent’anni. L’educatore che ha creato l’emergenza. L’educatore a cui si domanda un appoggio per educare ancora e meglio gli italiani, questa volta nientemeno che ai valori cristiani, quelli «non negoziabili». È questa la vera tragedia della Chiesa italiana. L’educatore farà forse le leggi che piacciono ai vertici ecclesiali, ma continuerà a immettere nel Paese quei «valori» testimoniati dalla sua vita privata e determinanti per il suo successo prima imprenditoriale e poi politico. I valori delle sue televisioni. Apparenza, denaro, successo, barzellette, bellezza artificiale, salutismo, volgarità, disprezzo della donna. È questo insieme a essere la cifra della realtà italiana. E chi propugna questa visione antropologica dovrebbe sostenere i diritti di malati e disabili a essere valorizzati e curati? Credono i vertici della CEI che l’ideale dei soldi a buon mercato sia un esempio per i giovani? Credono certi prelati che gli atteggiamenti maschilisti, maleducati e volgari nei confronti della donna favoriscano il rispetto nei suoi confronti? Sono realmente persuasi che un certo tipo di messaggio valorizzi una sessualità responsabile e matura, e promuova la tutela della vita? Chi garantisce la Chiesa sull’8 per mille, sull’esenzione dall’ICI, sul testamento biologico, sulla scuola cattolica, sull’aborto è colui che propugna una visione della vita in cui la sofferenza è esclusa, la povertà è una colpa, l’edonismo è una virtù. Un uomo che tratta la CEI come il sindacato delle tonache, l’associazione dei vescovi italiani come una Confindustria qualsiasi alla cui platea dire: «il mio programma è il vostro», L’uomo della provvidenza che afferma: «Da parte mia non verrà mai nulla contro il Vaticano» («la Repubblica», l0 dicembre 2010). O vi sta forse minacciando? Vi minaccia di aprire il fuo-


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co con le sue corazzate mediatiche, per distruggere l’immagine della Chiesa in Italia? Abbiate il coraggio di dircelo, di denunciarlo, Altrimenti saranno nuovamente altri a restare sotto le macerie, e il silenzio dell’episcopato vi porrà non tra le vittime, ma tra i colpevoli, Qualche vescovo ha protestato per questo andazzo, ma la sua voce scompare dall’organo di informazione della Conferenza episcopale: il cardinale di Milano Tettamanzi, pesantemente insultato da esponenti di governo, non è stato adeguatamente difeso. Ma si dice che il governo presieduto da Berlusconi garantisce meglio di altri le istanze più importanti per i cattolici. Lui farà le leggi che stanno a cuore alla Chiesa, lui fermerà la deriva secolarista. Si pensa che siano le norme a costruire e a indirizzare la morale pubblica, ma il più delle volte è vero l’inverso, in quanto sono i costumi, i modi di pensare diffusi, la sensibilità comune a venire sintetizzati in una legge valida per tutti. Se non c’è più fiducia nella coscienza individuale e, in fondo, nell’uomo, allora, per imporre la propria visione, si deve ricorrere alla forza coercitiva della legge. Una strada sbagliata e sicuramente perdente. Un giorno apriremo tutti gli occhi e vedremo un Paese imbarbarito, impoverito, più corrotto e corruttore, soprattutto meno aperto alla speranza. Perché l’Italia vive un momento di gravissima crisi etica che si sta già riversando in una serie di norme lesive non solo della democrazia ma anche dei diritti umani. La politica dei respingimenti in mare, per esempio, di quanti fuggono dalla guerra e dalla miseria, il chiudere gli occhi di fronte a sofferenze e morti di cui anche noi siamo responsabili, sono offese alla dignità dell’uomo e a qualsiasi valore cristiano. Chi ha voluto questi provvedimenti, secondo le dichiarazioni ancora di monsignor Rino Fisichella, «manifesta una piena condivisione con il pensiero della Chiesa» («Corriere della Sera», 30 marzo 2010). Perfetto: quindi la Chiesa, secondo uno dei vescovi più presente sui media, è d’accordo con i respingimenti in mare, con la politica della paura e dell’esclusione, con un’ideologia volgare e anticristiana, benché dopo l’ampolla del dio Po oggi si tenga in mano il Crocifisso. Tutti si rendono conto che i «difensori della fede» non hanno mai letto il Vangelo e in verità sono contro il Vangelo. Tutti lo sanno, anche chi inneggia ai valori. Ma quel che conta è che sono

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contro la pillola Ru486, quella dell’aborto definito «fai da te»! Peccato che la metà degli aborti sia praticato da dorme straniere, non di certo aiutate da certi provvedimenti, ma forse, così come loro sono di serie B, anche i loro bambini mai nati sono di serie B. In nome di Chi?

E tutto questo in nome dei valori? Di quale fede? Di quale carità? Oggi sono tanti i Simon Mago che bussano alla porta dei ministri della Chiesa per ottenere i poteri magici utili a vincere le elezioni: una dichiarazione ai microfoni, un appoggio dal pulpito, un chiudere gli occhi sulle più evidenti nefandezze. E in cambio si ottiene notorietà, un lasciapassare per i salotti dei potenti, qualche gazebo per la «Padania cristiana, mai musulmana», qualche finanziamento in più per la scuola cattolica. A questo punto non è soltanto una questione politica ma è un problema che investe la natura della Chiesa. E non ci riferiamo allo scandalo, seppur grave, della pedofilia, coraggiosamente affrontato da Papa Benedetto XVI, ma proprio alla simonia, ossia alla vendita di sacramenti in cambio di denaro e di visibilità, semplicemente per conservare un potere storicamente acquisito. I vertici della Chiesa cattolica italiana sembrano rappresentare ormai una «Chiesa di Esaù» che si vende per una minestra. Mentre si ottengono a prezzi di saldo «politiche cristiane», il cristianesimo stesso è oggettivamente in declino. Facciamo con grande dolore queste affermazioni. Non le facciamo in nome di una visione astratta e insostenibile che vorrebbe un cristianesimo «che crede in Cristo e non nella Chiesa». Le facciamo perché sappiamo che la Chiesa è l’unico spazio in cui possiamo incontrare la Parola di Dio, in cui possiamo ricevere i sacramenti, in cui siamo confermati nella fede. Per questo deploriamo la svendita dell’immagine della Chiesa, svilita dai troppi mercanti nel tempio. Questi atteggiamenti offendono molti altri vostri confratelli nell’episcopato che in tutti i Paesi poveri del mondo devono affrontare problemi veri che riguardano la vita e la morte di intere popolazioni; vescovi che vivono in povertà o che magari sono minacciati da chi lavora per il disordine e per la guerra. Offendono i cristiani perseguitati a motivo della propria fede che vivono situazioni di estremo disagio in molte parti della terra. Offendono

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molti preti che nel nostro Paese vedono vuotarsi le parrocchie, languire gli oratòri, sfuggire sempre di più i fedeli, mentre buona parte delle alte gerarchie è indaffaratissima a puntellare il governo in carica. E infine offendono i semplici credenti, disgustati oramai da queste commistioni con il potere, dagli intrighi con personaggi molto discutibili, dall’incapacità di vedere e di denunciare il clima di corruttela presente nel Paese. Qual è la fede che testimoniamo? Quale speranza per i più poveri, in corpo e in spirito? Quale carità esigiamo se non quella di un’elemosina compassionevole, elargita dai miliardari senza scrupoli? In attesa della vostra parola

Non è questa la Chiesa in cui crediamo. Noi vogliamo una Chiesa che sappia rinunciare «all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Gaudium et spes, 76). Noi rimaniamo fermi al dettato conciliare. Dovrebbero essere i vertici della Conferenza episcopale italiana e soprattutto della Curia romana a prendere atto della situazione. Se fossero stati eletti democraticamente potremmo facilmente chiedere le loro dimissioni, ma sappiamo che la Chiesa non è una democrazia e che la CEI, unico consesso dei vescovi nel mondo, non elegge il suo presidente. Ormai la sfiducia è presente nel cuore di moltissimi fedeli. Il silenzio accompagna un progressivo allontanamento dall’appartenenza ecclesiale. Un silenzio che segna la cifra dello scisma sommerso ormai dilagante in seno a quella che un tempo era la tradizione cattolica del popolo italiano. Molti non si preoccupano più della Chiesa. Tacciono, non si indignano, non criticano, vivono tranquilli: non perché approvino questa situazione ma perché semplicemente a loro non importa più nulla delle sorti della fede. Ma noi che ci sentiamo ancora parte della Chiesa, e che mai rinunceremo a questa intima comunione, non possiamo tacere. Se non parliamo noi, grideranno le pietre!

Nu m e r i a r re t r a t i ?

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Tanti preti in Italia? Un mito da sfatare Il reclutamento e la formazione delle élites Da almeno un quarto di secolo i dati delle analisi sociologiche sul cattolicesimo italiano segnalano una lunga e crescente fase di depressione nel reclutamento delle élites della Chiesa, sebbene in due riprese, la seconda ancora in corso dopo il 2000. Il simbolo di questo declino è stato visibile nell’ordinazione sacerdotale celebrata personalmente da Benedetto XVI a San Giovanni in Laterano nell’aprile 2006: su 14 nuovi preti per la diocesi di Roma – la diocesi del Papa – 11 non erano italiani. Anche nelle ordinazioni romane fatte da Benedetto XVI nel 2005, poco dopo la sua elezione, di 21 nuovi preti solo 7 erano italiani. Lo studio di Luca Diotallevi pubblicato nel volume La parabola del clero – patrocinato dalla Conferenza episcopale e dalla Fondazione Agnelli1 – documenta che i processi di ricambio del clero diocesano italiano, allora formato da 33.000 sacerdoti diocesani registrati (oggi intorno ai 30/31 mila), sono in perdita di velocità. Nel periodo considerato, più del 40% del clero in uscita dal servizio attivo (per pensionamento, invalidità o decesso) non viene sostituito. In alcune regioni (Piemonte, Marche, Emilia Romagna, Triveneto, Umbria, Sardegna, Liguria) più della metà dei sacerdoti in uscita non trova qualcuno a cui passare la successione. Le ordinazioni hanno subito un dimezzamento nel giro di pochi anni, passando da 740 del 1969 a 558 nel 1972, a 388 del 1977. Il minimo storico venne toccato nel 1983 con 344 ordinazioni (come detto, successivamente le ordinazioni tornarono a salire). Per avere un dato comparativo, basterà ricordare che nel solo 1951 le ordinazioni furono oltre 800. I vescovi italiani una volta mandavano i loro preti a formarsi a Roma nelle università pontificie. Oggi si può parlare di un vero crollo delle università pontificie, sia in numero che in qualità. Alla Gregoriana insegnavano fino agli anni Sessanta 136 docenti gesuiti. Oggi i docenti gesuiti sono appena 12, per lo più anziani. Il bacino interno si sta disseccando. E poiché la Chiesa italiana copriva un tempo la maggior parte del fabbisogno dell’apparato centrale della Chiesa universale, arriva ormai poca acqua italiana nella diga vaticana. Si sti-

ma che attualmente solo un terzo della Curia romana sia italiano. L’Accademia ecclesiastica chiedeva ai vescovi italiani di indicare i possibili allievi da avviare nella carriera diplomatica della Santa Sede. Oggi riceve il 95% di risposte negative. I vescovi non si privano delle persone qualificate e nutrono sfiducia nella realtà politica del Vaticano. Così, nel 2006 i diplomati dell’Accademia sono stati 16, di cui appena 3 italiani, e tutti delle diocesi del Sud. Oggi il 75% degli allievi dell’Accademia sono africani, asiatici, americani. In molte sedi importanti ci sono nunzi non italiani. di Giancarlo Zizola*

Il clero italiano invecchia, la media dell’età è di 60 anni. La Liguria ha il record del clero anziano: un prete su cinque ha più di 80 anni. La quota di sacerdoti con più di 80 anni è il 12,8% del totale ed è in crescita. La metà dei sacerdoti diocesani italiani oggi in attività è stato ordinato e formato prima del 1967, quindi prima dell’entrata in vigore delle riforme del Concilio Vaticano II. A causa di questo fenomeno, attualmente la densità del clero diocesano è stimata in 0,58 sacerdoti per 1.000 abitanti (33.000 per 57 milioni di abitanti). All’inizio del XX secolo era superiore al 2 per mille (quasi 69.000 sacerdoti per 33 milioni di italiani)2. Le elaborazioni sociologiche (Diotallevi, 2005) stimano che, anche nell’ipotesi di un afflusso costante di circa 500 nuovi ordinati all’anno (livello da cui i dati reali di questi ultimi anni si sono tenuti molto lontani), la popolazione del clero diocesano si ridurrà dagli attuali 33.000 a circa 28.300 nel 2013 e a 25.400 nel 2023. * Questo articolo è una versione abbreviata della relazione presentata al Convegno «Le élites: un confronto tra Italia e Germania»,organizzato dalla Hanns-Seidel Stiftung di Monaco di Baviera e dal Centro italo-tedesco Villa Vigoni (Loveno di Menaggio) nel 2006, aggiornato con i dati disponibili relativi al quinquennio successivo. «Dialoghi» ringrazia il prof. Giancarlo Zizola per il permesso che ci ha dato di sintetizzare il suo articolato contributo. A chi interessi la versione completa diamo l’indirizzo dell’Autore: Via Roccaraso 43, I00135 Roma, E-mail: zizolag@libero.it

Il clero diocesano subisce una contrazione del 23%, imputabile prevalentemente alla mortalità che interesserà le leve anziane. Complessivamente, compresi i nati all’estero, il clero diocesano scenderà sotto la soglia dei 24.000.

L’indebolimento della parrocchia Non sorprende che in una situazione di crisi come quella analizzata il sistema religioso egemone in Italia subisca uno stress istituzionale difficile da governare. In effetti, la crisi del clero non è solo quantitativa ma anche funzionale, in quanto intacca la sua funzione principale: quella di assicurare il funzionamento della realtà parrocchiale come istituzione religiosa inclusiva, nella quale convergono e trovano mediazioni le risorse pastorali, gli attori apostolici e le diverse realtà associative del laicato cattolico. Precisamente per la sua struttura centripeta, la parrocchia costituiva – e continua a essere, malgrado tutto – la riserva principale del reclutamento del clero diocesano in Italia. Essa tende tuttavia a perdere questo primato: da un lato si osserva come si siano indeboliti all’interno della struttura i processi di partecipazione, dall’altro il suo ruolo simbolico appare ristretto alla funzione di erogatrice di servizi religiosi. In terzo luogo, la rete parrocchiale italiana, a partire dagli anni Ottanta, è stata ridimensionata e, secondo alcuni, perfino delegittimata dall’interno mediante lo spazio concesso a istituzioni non territoriali e meno inclusive come le comunità ecclesiali autonome, per la strategia di modernizzazione religiosa adottata dal management gerarchico. Le consulte dei laici, i consigli pastorali a livello parrocchiale e diocesano – una delle riforme preconizzate dal Concilio Vaticano II per concretare il principio della Chiesa «Popolo di Dio» – si sono ridotti quasi ovunque a larva burocratica. Vengono riuniti più spesso per organizzare le feste patronali che per cercare insieme le vie migliori per annunciare il messaggio evangelico a un mondo in cui il 50% dei matrimoni si sfasciano, si registrano centomila aborti l’anno e la violenza devasta i focolari. Le comunità cristiane sembrano restare inerti di fronte a questa crisi, che denota la de-


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bolezza della formazione cristiana delle coppie che accedono al matrimonio religioso. Questo difetto di presa in carico dei problemi reali della società si vendica naturalmente con lo svuotamento delle parrocchie e la perdita di interesse dei giovani verso la scelta del sacerdozio. A ciò va aggiunta la perplessità diffusasi tra i cattolici sulla specificità e le prerogative del sacerdote all’interno del Popolo di Dio.

Il clero d’importazione Oggi un sacerdote su venti è nato fuori d’Italia, e si stima che nel 2023 sarà nato all’estero un sacerdote ogni dieci. I sacerdoti nati all’estero e incardinati nel sistema diocesano in Italia sono 1.498, pari al 4,5% dell’insieme (sui 31.474 preti diocesani italiani). In alcune regioni la proporzione sale al 10% (Lazio, Toscana, Umbria e Abruzzo). La punta è nel Lazio con il 21%. Nelle diocesi laziali presta servizio quasi un terzo dell’insieme dei sacerdoti nati all’estero. Sulle 494 ordinazioni nette annue nella media dell’ultimo decennio, 421 sono di sacerdoti nati in Italia e 73 a nati all’estero. L’incidenza dei sacerdoti di importazione è ora stabile tra il 10% e il 15% delle nuove ordinazioni. L’età media sensibilmente più giovane dei sacerdoti nati all’estero e presenti negli organici diocesani implica speranze di vita molto più elevate, con ripercussioni importanti sull’evoluzione demografica prevista per il clero diocesano. Di fatto è diffusa la sensazione che, per il clero di importazione, specialmente africano, l’atterraggio nella realtà della Chiesa italiana sia piuttosto traumatico. Partiti da un’esperienza di fede vissuta in piccole comunità, condivisa con i poveri e i sofferenti, in una grande ricchezza di carismi e di ministeri (catechisti, animatori di comunità, guide della preghiera ecc.) e senza legami con i poteri politici e senza la sicurezze dei privilegi, incontrano in un’antica Chiesa come quella italiana alcune caratteristiche che ne fanno una terra desolata, più che una terra «di missione».

I movimenti La novità nella Chiesa cattolica in Italia dell’ultimo mezzo secolo è la nascita e lo sviluppo dei movimenti, dotati di senso di appartenenza molto forte. Molti dei movimenti ecclesiali hanno avuto origine nel cattolicesimo italiano, sono nati sotto la guida e l’impulso di un leader e quantunque sia-

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no connotati da coinvolgimenti di base hanno una impronta molto elitaria: ogni movimento tende a considerarsi una élite. Anche gli Ordini tradizionali si costituivano in élites, ma conservavano l’impulso statutario a lavorare tra la gente. I nuovi Ordini – come l’Opus Dei, i Focolarini, Comunione e Liberazione, i Legionari di Cristo – presentano piuttosto tipologie aristocratiche: rigidità disciplinare, formazione spirituale, separatezza visibile tra i sessi, forti spinte identitarie accompagnate da processi autarchici chiusi. Gli stessi collegi di formazione e gli istituti scolastici fondati da tali movimenti sono spesso divisi in maschili e femminili. Molti dei movimenti ecclesiali costituiscono realtà che si pretendono complete e che tendono pertanto a reclutare e formare un loro clero, manifestando con ciò non il solo ma certo uno dei punti di maggiore evidenza della tensione creatasi con il modello ecclesiologico convenzionale. Sono sorte nuove università pontificie dei movimenti, tra cui eccellono quelle dell’Opus Dei e dei Legionari, che si preoccupano anzitutto di potenziare le facoltà giuridiche, competitive con il Laterano e la Gregoriana. In questo modo moltiplicano il loro potere, dal momento che chi non ha la laurea in diritto ecclesiastico e canonico non può diventare vescovo. I movimenti hanno offerto alla Chiesa uno strumento per rimediare alla diminuzione delle vocazioni clericali «classiche». Essi mostrano di saper riprodurre in modo endogeno, non solo un proprio clero, ma anche propri religiosi e religiose. I «Memores Domini», filiazione religiosa di CL, hanno 58 case nella sola Milano. I Neocatecumenali di Kiko Arguello ordinano 2000 preti l’anno nel mondo e hanno aperto 52 seminari, quattro dei quali in Italia. «Producono» più preti per la diocesi di Roma i Neo-catecumenali con il loro seminario «Redemptoris Mater» che il Seminario Romano: sette rispetto a cinque nel 2006. La gerarchia ecclesiastica ha perseguito una politica di integrazione dei Movimenti e delle nuove Comunità, ma il processo di integrazione nelle strutture della Chiesa è apparso più difficile di quanto si fosse temuto, a causa sostanzialmente della divergenza fra i modelli ecclesiologici e della scarsa porosità delle strutture autorerefenziali delle nuove aggregazioni. Essi continuano a svilupparsi come Chiesa a parte, col rischio di diventare settari. E benché alcuni esponenti

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importanti dei movimenti siano stati nominati vescovi, e anche cardinali, si deve ammettere che il loro influsso sulla leadership della Chiesa cattolica rimane tangenziale e che le chiusure reciproche fra i due mondi non si sono seriamente sbloccate.

L’associazionismo laicale È appena il caso di ricordare che, in Italia, la Chiesa e le sue istituzioni formavano in passato le élites non solo per il sistema ecclesiastico italiano (da cui traeva gran parte del collegio cardinalizio, del personale della Curia romana e delle università pontificie) ma anche per il partito «cristiano» e gli apparati della società civile. L’Università cattolica era stata fondata come un’emanazione dell’Azione cattolica per la formazione di una classe dirigente cattolica idonea a contrastare l’egemonia delle forze anticlericali nello Stato post-risorgimentale. Dopo il crollo del Muro e la fine della Democrazia Cristiana è venuta largamente meno la mediazione della Chiesa nella produzione delle élites culturali e politiche della nazione. La scelta «religiosa» della stessa Azione cattolica ha attirato il laicato cattolico militante verso il primato dello spirituale ed è esplosa, in coincidenza con la rivoluzione del Sessantotto, una fuga devastante di adesioni in tutte le associazioni cattoliche, meno forse che in quella degli scout. Inoltre, la secolarizzazione crescente del «partito cristiano», sempre più estraneo alla visione propria della dottrina sociale della Chiesa, la sconfitta nel referendum del 1974 per l’abrogazione del divorzio e la diaspora di importanti intellettuali cattolici verso formazioni politiche di sinistra negli anni Settanta convincevano Paolo VI che una nuova forza doveva essere creata per riprodurre nella società italiana quel fattore di assicurazione politica che il «mondo cattolico» convenzionale ormai in disfacimento non era più in grado di garantire adeguatamente. Nasceva da tale preoccupazione, oltre che da una evidente premura apostolica, l’interesse della Chiesa per lo sviluppo di «Comunione e Liberazione». Il volontariato Qualche speranza per la nascita di una nuova generazione di élites sembrava emergere attraverso la proliferazione delle associazioni del volontariato. Secondo la rilevazione dell’ISTAT del 2003, le organizzazioni di volontariato in Italia erano 21021, con 826.000 volontari. Nella massima parte essi so-


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no un’emanazione, diretta o indiretta, della Chiesa cattolica, specialmente delle parrocchie e degli ordini e congregazioni religiose. Nella media dei casi, si tratta di associazioni con una ventina di operatori, attivi nel territorio alle frontiere delle sofferenze, delle emarginazioni e delle mobilitazioni a favore della non violenza e della soluzione pacifica dei conflitti internazionali. È raro tuttavia che da questa realtà disseminata nel territorio il sistema religioso abbia ricavato nuove élites per la Chiesa, o almeno delle impronte per la sua missione. La politica della gerarchia ecclesiastica nell’ultimo ventennio del Novecento si è affrettata a normalizzare la Caritas, che aveva assunto un ruolo trainante di grande importanza per la riforma ecclesiale e sociale dell’Italia. Le stesse ACLI, un tempo avanguardia del cattolicesimo sociale italiano, sono state inquadrate nel disegno moderato del vertice. La linea della Conferenza episcopale è visibilmente discorde rispetto a quella sostenuta da un vescovo «profetico» come monsignor Tonino Bello, vescovo di Molfetta, secondo il quale il volontariato non doveva essere inteso come produttore ed erogatore di servizi, una semplice opera di contenimento e di controllo sociale, di utile ammortizzatore tutto sommato funzionale al sistema che tali sperequazioni produce e coltiva. Al contrario, doveva diventare «generatore di coscienza critica, fattore di cambiamento della realtà, più che titolare di assistenzialismo inerte», fino a schierarsi «per giungere alla stroncatura serrata dei processi di emarginazione».

I vescovi Da me interpellato in vista di questa relazione, il prefetto della Congregazione dei vescovi, card. Giovanni Battista Re, assicura che «la qualità dell’episcopato italiano è migliorata da almeno 30 anni rispetto a quella del passato. Più alto il livello culturale (tutti hanno seguito corsi universitari), il livello pastorale, la rettitudine umana e la saggezza. I vescovi sono più vicini alla gente e più pastori. Non vivono più chiusi nei palazzi ma in mezzo alla gente»3. I vescovi in carica in Italia sono 250 per 227 diocesi, nominati mediamente a 56 anni per svolgere un ministero di circa vent’anni prima delle dimissioni canoniche. La selezione è basata su una consultazione segreta condotta dal nunzio e recentemente allargata ai vescovi limitrofi, a sacer-

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doti, a laici e laiche impegnati, a suore e a religiosi. Per essere candidati all’episcopato si richiedono anzitutto sana dottrina, capacità pastorali, doti di guida. Per questo i candidati più adatti si reclutano nel clero diocesano. L’opzione prevalente è di attingere a figure già esperte nel governo ecclesiastico diocesano: vicari generali o rettori dei seminari, dato che solitamente un vescovo sceglie come rettore del seminario il miglior prete che ha, forgia i docenti e ha influsso sugli alunni. Quanto ai livelli culturali, le università pontificie costituiscono un passaggio ineludibile per l’episcopato, tuttavia a Roma si prova una certa diffidenza per i vescovi «intellettuali», che potrebbero rischiare di staccarsi dal popolo. È concreto invece il pericolo opposto, cioè che la diminuzione delle vocazioni determini una facilitazione eccessiva nell’accesso al sacerdozio. E infatti è accaduto il fenomeno di chierici respinti da alcuni vescovi che trovavano accoglienza presso altre diocesi o movimenti per arrivare al sacerdozio comunque. Bisogna riconoscere che Roma combatte queste derive subculturali e con Papa Ratzinger è decisa a far leva sulla severità della formazione per disporre di un clero di qualità. Si esclude però che un prete politicamente schierato possa accedere all’episcopato. Si fa rilevare che la Chiesa deve indicare le vie del cielo: se uno ha una passione politica non è adatto. Un Don Sturzo non sarebbe fatto vescovo. Il vescovo deve essere di tutti, sopra e fuori della politica. Qualunque politico deve poter rivolgersi al vescovo come un’istanza spirituale superiore ai conflitti e alle partigianerie. Alcuni criteri selettivi delle élites gerarchiche sono permanenti: accanto alla formazione spirituale e alla cultura ecclesiastica, la romanità intesa come fedeltà assoluta resta in primo piano. Su questo sfondo si innestano le variabili «politiche». Paolo VI sceglieva gente socialmente aperta e culturalmente preparata. Wojtyla ha privilegiato la scelta di gente anzitutto fedele, dotata di zelo apostolico, non importa se preparata teologicamente. La sua idea era che il vescovo dovesse essere unicamente un pastore del clero, un buon parroco locale, come egli era il «parroco del mondo». La formazione permanente era trascurata da quel grande pontefice. L’opinione generale è che con Benedetto XVI saranno ripristinati i meccanismi elitari classici, oggettivi, basati sulla formazione e

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non più su criteri soggettivi di amicizie personali e spesso clientelari. Contro il carrierismo, Ratzinger ha preso posizione in numerosi discorsi al clero romano. E tuttavia non si può non percepire nella gerarchia ecclesiastica il pericolo di acquiescenza e di conformismo, scambiati per fedeltà.

Quale opzione per il futuro? Tenuto conto di alcune tendenze in atto, non si può escludere che in futuro la figura del prete cambierà. Nella Chiesa post-tridentina i preti venivano allevati da piccoli per essere parte dell’elite sacra. Questi saranno sempre meno. Già oggi cresce il numero delle ordinazioni di uomini di età matura, e ciò imporrà un cambiamento: il processo di selezione sarà invertito, si cercherà di verificare chi sia il leader reale di una comunità e se lo si riconosce come saggio, maturo, eccetera, quello sarà ordinato. Si arriverà pertanto a ordinare i leader effettivi delle comunità locali, persone mature. Si ritiene a Roma che probabilmente il dossier dei preti sposati sarà analizzato prima di quello del sacerdozio delle donne. Tuttavia anche le donne dovranno ricevere maggiori spazi e poteri nella Chiesa, fino ad assumere responsabilità di capi-dicastero, oggi vescovili o cardinalizie. Le donne sono la maggioranza nella Chiesa, hanno la responsabilità maggiore nel campo della catechesi e della scuola. Difficoltà bibliche non ce ne sono, teologiche sì: il pronunciamento del card. Ratzinger a suo tempo dichiarava che certe esclusioni del sacerdozio alle donne devono essere tenute per definitive, ma che ciò non appartiene al magistero infallibile, dunque potrebbe non costituire un ostacolo insuperabile. NOTE 1. Luca Diotallevi (a cura di), La parabola del clero. Uno studio socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia, Fondazione Giovanni Agnelli, 2005. 2. Le oscillazioni regionali sono piuttosto rilevanti:, massima nell’Umbria, Marche, Triveneto, minima nelle regioni meridionali (0,5 sacerdoti per mille abitanti in Calabria, 0,44 in Puglia, 0,39 in Lazio, 0,37 in Campania, che è in coda). L’indice di copertura delle parrocchie è molto basso in Emilia Romagna, Toscana, Abruzzo, Molise, Liguria, dove la percentuale di parrocchie non affidate alle cure dei sacerdoti diocesani, suppliti da religiosi o da altri ministeri, è relativamente elevata. Già oggi in tali regioni non viene raggiunta la soglia di un sacerdote diocesano per parrocchia. All’altro estremo i casi di Lombardia e Puglia (quasi due preti per parrocchia). 3. da un colloquio con l’Autore.


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Stato e Chiesa: un rapporto così straripante da occupare tutta la storia recente del Paese Le risoluzioni del Concilio Vaticano II sui rapporti Chiesa-Stato – una Chiesa che rivendica la libertà di annunziare l’Evangelo ma rispetta pienamente le realtà temporali ed è disposta a rinunziare ai privilegi ereditati dalla storia – fecero fatica ad essere inverate in Italia dove, dal secondo dopoguerra, era sempre stata al potere la Democrazia cristiana che il Vaticano considerava una longa manus per salvaguardare i suoi interessi, anche se, nel partito, un cattolico come Alcide De Gasperi aveva contrastato le interferenze di Pio XII nella vita politica del Paese. Quando, nel 1970, il Parlamento approvò la legge del divorzio, per Paolo VI fu uno choc, tanto più che primo ministro era un democristiano, Emilio Colombo. La DC non fece però ostruzionismo, come alcuni ambienti vaticani avrebbero voluto, per impedire l’approvazione della legge alla Camera; una sua parte tuttavia favorì quei settori oltranzisti del mondo cattolico che, per lavare l’onta della «insopportabile» legge, raccolsero le firme per far indire un referendum abrogativo. In previsione della consultazione, che si sarebbe svolta il 12 e 13 maggio 1974, la Conferenza episcopale (CEI), su sollecitazione del Pontefice, invitò i cattolici a votare «sì» alla cancellazione della legge: una pressione morale contestata da quei cattolici che invece, e con buone ragioni, sostenevano si dovesse lasciare piena libertà di coscienza nel voto. Ma le gerarchie ecclesiastiche (salvo alcune importanti eccezioni) insistettero nella loro richiesta, e punirono in vari modi decine di preti che si erano schierati per il «no» alla cancellazione della legge. Infine, il «no» vinse con circa il 60% dei voti. Un pontefice smarrito, e un episcopato confuso, si domandarono dove fosse la «presenza» della Chiesa in un paese cattolicissimo secondo le statistiche, ma dove si varavano leggi contrarie alla dottrina cattolica. Era infatti culturalmente «impossibile», per l’establishment ecclesiastico, accettare che in uno Stato laico e democratico una chiesa potesse pretendere che le leggi civili collimassero con quelle ecclesiastiche. Una minoranza

dell’episcopato e una parte importante del laicato ritennero che la via da seguire – in un Paese ormai largamente segnato dalla secolarizzazione – fosse quella della «scelta religiosa»: non più la ricerca di orpelli e di appoggi politici, non più la pretesa di imporre all’intero Paese i propri punti di vista, ma un impegno per annunziare l’Evangelo dandone prima di tutto testimonianza nella propria vita e cooperando con tutti per il bene comune. La conseguenza di una tale impostazione sanciva la fine della unità politica dei cattolici, cioè l’obbligo morale di votare compatti per la DC. di Luigi Sandri

Con l’uscita di scena di Paolo VI (che conosceva personalmente tutto lo stato maggiore della DC, e che aveva sofferto moltissimo per la tragedia di Aldo Moro) e con l’ascesa al trono pontificio di Karol Wojtyla, si pose inevitabile la domanda: come si sarebbe comportato, il Papa polacco, ignaro del mondo democristiano, nella sua valutazione dei rapporti Stato-Chiesa in Italia? Intanto, Giovanni Paolo II accolse ben volentieri i privilegi che il nuovo Concordato, del 1984 – sostitutivo di quello del 1929, di epoca fascista – confermava alla Chiesa (e a confermarlo era il socialista Bettino Craxi, il quale riteneva di trarre vantaggi politici per il suo partito facendo dei favori al Vaticano). L’ipotesi della «scelta religiosa», comunque, era ancora quella che anche molti vescovi (tra essi l’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini) ritenevano la strada maestra. Ma, in particolare con il suo discorso al Convegno ecclesiale italiano di Loreto, del 1985, papa Wojtyla indicò di fatto un’altra via da seguire, quella della «presenza». Era la via che battevano movimenti come Comunione e Liberazione, l’Opus Dei e altri ancora; ma, soprattutto, era la scelta strategica di vescovi come Camillo Ruini che, allora ausiliare di Reggio Emilia, molto aveva lavorato per il convegno di Loreto dove, appunto, se vogliamo fissare una data, avvenne la svolta. Nell’86 il pontefice nominò Ruini segretario della CEI e, nel ’91, vicario di Roma e presidente della Conferenza episcopale:

mandato quinquennale rinnovatogli per ben tre volte e che, scaduto nel 2006, gli fu rinnovato donec aliter provideatur anche da Benedetto XVI. Solo nel marzo del 2007 Ruini fu sostituito da monsignor Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. La CEI è l’unica conferenza episcopale al mondo che non possa scegliere il proprio presidente e il proprio segretario. Per motivare il fatto che il Papa si riserva tale diritto, le fonti ufficiali ribadiscono che egli, come suoi primi titoli, possiede quelli di «vescovo di Roma» e di «primate d’Italia». I critici obiettano che, in pratica, a fare il vescovo di Roma è il vicario, e non il Papa: obiezioni che, da Paolo VI a oggi, non hanno scalfito la normativa in atto: il pontefice sceglie autonomamente i vertici della CEI. Dunque, scegliendo per ben tre volte consecutive Ruini come presidente, Giovanni Paolo II si può dire abbia «commissariato» l’episcopato italiano. La battaglia per i «princìpi non negoziabili»

Agli inizi della sua carriera, Ruini sostenne, fin che poté, l’unità politica dei cattolici nella DC. Esploso, nel 1994, il partito cattolico (alcuni suoi esponenti di spicco furono coinvolti negli scandali di «Tangentopoli»), la parola d’ordine della CEI ai cattolici in politica – dunque, agli elettori e agli eletti – fu: votate per chi volete, scegliete il partito che volete ma, in ogni caso, sui «princìpi non negoziabili» i cattolici devono seguire le indicazioni della gerarchia ecclesiastica. E così la Chiesa della «presenza» si impegnò in modo campale perché, sui punti sensibili – le questioni riguardanti, sia pure in senso lato, la sessualità, la famiglia, il matrimonio, il testamento biologico – le leggi dello Stato traducessero il punto di vista della gerarchia cattolica sull’argomento. Nel febbraio del 2004 il Parlamento approvò una legge sulla fecondazione assistita che, in materia di cellule staminali, o di fecondazione eterologa, imponeva limiti severissimi, non presenti in analoghe leggi in vigore in Europa. Gruppi e partiti laici e di sinistra


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raccolsero le firme necessarie per organizzare un referendum abrogativo di alcuni punti della legge; la consultazione era prevista per il 12 e 13 giugno 2005. Secondo la legge italiana, perché il risultato di un referendum sia valido, occorre che vada a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Che fece, dunque, la CEI di Ruini? Con l’esplicita approvazione del nuovo papa (in aprile Benedetto XVI era succeduto a Giovanni Paolo II), l’Assemblea generale dei vescovi a fine maggio espresse «pieno e totale sostegno per la scelta del Comitato Scienza & Vita circa la non partecipazione al voto, che ha il significato di un doppio no, ai contenuti dei quesiti sottoposti a referendum… La difesa e la promozione dell’uomo, fin dal suo concepimento, come parte integrante dell’annuncio del Vangelo, e il sostegno alla scienza al servizio del bene integrale dell’uomo sono i valori a cui i Pastori, tanti cattolici italiani e molti esponenti delle più diverse competenze e matrici culturali stanno ispirando il loro agire e la loro parola. Si tratta di una posizione chiara e inequivocabile». Scienza & Vita era (è) una lobby sollecitata da Ruini, composta da laici schierati sempre e comunque con le posizioni delle gerarchie ecclesiastiche. Ora, la scelta, del tutto opinabile, di quel gruppo, veniva dai vescovi moralmente imposta non solo ai cattolici italiani, ma indicata a tutti i cittadini come un bene prezioso. E la scelta, si badi, non era di dire «no» ai quattro quesiti sottoposti a referendum, ma di non andare a votare, contribuendo così a far mancare il quorum e, perciò, a far fallire il referendum. Dunque, una scelta politica esplicita, chiara, inequivocabile, motivata con il fatto che sono i vescovi, e solo essi, a sapere quale sia il vero bene dell’uomo.

Ora, quando cominci la vita, quale sia l’uso moralmente corretto delle cellule staminali, se e a che stadio il concepito sia da considerare persona, se l’accanimento terapeutico debba arrivare a tenere in vita artificialmente per decenni una persona in coma irreversibile, sono domande complesse, alcune antiche e altre nuovissime (innescate dai progressi scientifici), sulle quali sia nel mondo «laico» sia in quello delle religioni e delle Chiese ci si fanno molte domande, e si danno risposte variegate. La sicurezza con cui la CEI (e Wojtyla, e Ratzinger) ri-

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tengono di avere, in merito, risposte assolute e certe, è assai discutibile; e, a latere, pone un problema: le Chiese legate alla Riforma – evangeliche e riformate, soprattutto – che su quei problemi lasciano libertà di coscienza, saranno tutte fuori di senno? D’altronde, l’aver per secoli la Chiesa romana approvato in linea di principio, la liceità (e perfino il dovere!) della pena capitale contro gli «eretici» e le «streghe» – tali secondo il potere dominante – non dovrebbe indurre la gerarchia cattolica a un pizzico di umiltà? Sono le obiezioni che anche molti gruppi e personalità cattoliche, schierate a favore del «sì» al referendum, e del «sì» ai quesiti sottoposti, fecero alla posizione della Cei e della Santa Sede. Ad ogni modo, con grande soddisfazione dei vescovi, il referendum del giugno 2005 fallì perché andò a votare solo il 25,9% degli aventi diritto. Nei quattro quesiti – per cancellare alcuni commi della legge che (1) limitavano la ricerca scientifica, (2) e (3) erano dannosi per la salute della donna e del concepito, (4) impedivano la fecondazione eterologa – stravinse il «sì»; ma inutilmente. Risultato concreto: essendo la procreazione assistita praticamente impossibile in patria, le coppie che la desiderano non hanno che l’imbarazzo della scelta ad andare in paesi, vicinissimi all’Italia, nei quali ciò è possibile. La difesa dei «princìpi non negoziabili» ha portato la dirigenza della CEI a opporsi frontalmente al governo di centro-sinistra, guidato da Romano Prodi, un cattolico coraggioso. Egli ebbe il coraggio di opporsi a Ruini, proponendo il varo di una legge sui Pacs (patto civile di solidarietà): una normativa che garantiva i conviventi e le unioni di fatto, anche se omosessuali. L’opposizione della dirigenza della CEI, e di Ruini in particolare, al progetto di Prodi – una proposta moderata, frutto di una faticosa mediazione – ebbe come conseguenza la saldatura tra i vertici ecclesiastici e il centro-destra guidato da Silvio Berlusconi. La pressione vaticano-ruiniana contro Prodi non fu l’ultima causa della caduta del suo governo e, poi, della vittoria di Berlusconi alle elezioni politiche anticipate del 2008. Lezione della vicenda: le gerarchie ecclesiastiche preferirono avere un difensore dei «princìpi cristiani» alla Berlusconi, piuttosto che un «cattolico adulto» alla Prodi.

Il caso Welby, il caso Eluana, il caso Berlusconi

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Il caso Welby. Colpito da distrofia muscolare progressiva, questo paziente fu, nel 1997, tracheotomizzato e gli fu attaccato un respiratore automatico. Chiedendo che gli fosse «staccata la spina» e fosse lasciato morire in pace, egli sollevò in Italia un appassionato dibattito: quello che chiedeva Piergiorgio, dal suo letto nella casa di Roma, era eutanasia passiva? Rifiuto dell’accanimento terapeutico? Diritto all’autodeterminazione? Che c’era di «naturale» nella sua condizione, visto che era tenuto in vita da una macchina? Si trovò infine un medico che si assunse la responsabilità di rispettare la volontà del malato, e che staccò la spina. Era il 20 dicembre 2006. Mina, la moglie di Piergiorgio, chiese i funerali in una parrocchia romana. Ma Ruini li rifiutò: «In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325)». E, con una dichiarazione successiva, il cardinale precisava: «Io spero che Dio abbia accolto Welby per sempre, ma concedere il funerale sarebbe stato come dire: ‘il suicidio è ammesso’». Una gerarchia che sa tutto, sa che Welby si è suicidato. Ma lo si può affermare, in scienza e coscienza? Dunque, mentre la «natura» prevede che per certe malattie si muoia in pochi giorni, adesso che con le macchine una persona può essere tenuta artificialmente in vita per cinquant’anni, questo è «naturale» o è totalmente artificiale e «innaturale»? A parte questa obiezione, ampio fu il coro, in Italia, proprio nel mondo cattolico, contro la decisione del Vicariato di Roma; sostenuta, invece, dai «difensori della vita». (A rendere particolarmente stridente la scelta di Ruini fu una coincidenza, del tutto casuale, che però fece riflettere. Una settimana prima della fine di Welby era morto il generale Augusto Pinochet, l’ex presidente cileno che nel ’73 con un golpe aveva rovesciato il legittimo governo co-


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stituzionale di Salvador Allende, e che per mantenere il potere aveva fatto assassinare migliaia di persone. Egli non si era mai pentito, pubblicamente, di queste sue azioni. Eppure i suoi funerali a Santiago furono celebrati da decine di vescovi e preti; e il Vaticano non disse una parola su tale scelta).

Il caso Englaro. In seguito a un incidente stradale, Eluana Englaro, una ragazza di Lecco figlia di genitori friulani, visse per diciassette anni in stato vegetativo, nutrita artificialmente, senza mai riprendere conoscenza. Il papà, Beppino, anche per esaudire il desiderio che la figlia aveva espresso, semmai le fosse capitato quel che effettivamente le accadde, decise di interrompere la nutrizione artificiale: non, però, in segreto, ma ponendo pubblicamente la domanda, e ottenendo i necessari permessi. Così, del fatto si dovettero occupare tribunali, magistrati, politici: Englaro voleva che le istituzioni dessero una risposta. Infine, dopo un iter assai tribolato, la Corte di Appello di Milano consentì l’interruzione della nutrizione artificiale. Il padre fece allora trasportare la figlia da Lecco ad Udine, per farla morire là. Il presidente del Consiglio Berlusconi fece allora proporre in gran fretta un disegno di legge per impedire quello che Englaro voleva far fare. Ma prima che a Udine si procedesse, il 9 febbraio 2009, Eluana improvvisamente morì. Quando in Senato, dove si stava appunto discutendo il disegno di legge, arrivò la notizia, qualcuno dai banchi del centro-destra tuonò: «Eluana non è morta, è stata assassinata». Il cardinale messicano Javier Lozano Barragán, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della salute, chiese perdono al Signore per coloro che «hanno ucciso» la ragazza. E Ruini commentò: quel che sarebbe accaduto a Eluana, con l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione, va descritto, se si vogliono «chiamare le cose col loro nome», in questi termini: «Farla morire di fame e di sete». Gruppi cattolici si sentirono adeguatamente rappresentati da espressioni come queste; del tutto differenti furono, invece, le reazioni di altri gruppi e di personalità cattoliche, che deplorarono l’indegna strumentalizzazione politica compiuta sul corpo martoriato di Eluana, e invocarono rispetto e silenzio. Il caso Berlusconi. Di fronte agli scandali scoppiati questo gennaio su scabrose vicende che toccano da vicino

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il presidente del Consiglio, i vertici della CEI, sempre puntualissimi nel denunciare per nome i casi in cui i «princìpi non negoziabili» vengono violati, sono rimasti invece sul vago. Non volevano essere «strumentalizzati», hanno spiegato. Aprendo, il 24 gennaio scorso, il Consiglio permanente della CEI, il presidente (e ora cardinale) Bagnasco ha detto, in sostanza, che tutta la classe politica è responsabile: «Bisogna che il nostro paese superi, in modo rapido e definitivo, la convulsa fase che vede miscelarsi in modo sempre più minaccioso la debolezza etica con la fibrillazione politica e istituzionale (…). Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci – veri o presunti – di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza, mentre qualcuno si chiede a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti di indagine. In tale modo, passando da una situazione abnorme all’altra, è l’equilibrio generale che ne risente in maniera progressiva, nonché l’immagine generale del Paese (…). È necessario fermarsi – tutti! – in tempo, fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate, dando ascolto alla voce del Paese che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell’etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro». I maggiori media italiani (anche di sinistra) hanno commentato tali parole con grande rilievo, sottovalutando, tra gli altri, due passaggi cruciali: il cardinale critica le indagini eccessive (sottinteso: sul giro di donne di Berlusconi), e così dà man forte al centro-destra che continua a ripetere le stesse accuse alla magistratura milanese; inoltre, parlando genericamente

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di «sedi appropriate», non invita Berlusconi ad adire i tribunali di Milano per rispondere delle accuse, e là, se può, discolparsi (ma il premier ha ribadito che lui adirà solo il tribunale dei ministri!). Perciò molti cattolici, anche tra quelli che non fanno parte di gruppi «dissenzienti» dalle gerarchie, sono rimasti amareggiati per la genericità diplomatica delle parole di Bagnasco. Un’ultima annotazione, su un altro tema: quello della libertà religiosa. I rapporti tra Stato e Chiesa cattolica sono regolati, in Italia, dall’articolo 7 della Costituzione, che a sua volta rinvia ai Patti Lateranensi del 1929; l’articolo 8, invece, prevede apposite Intese con le altre Chiese e religioni. Mentre alcune Intese (a partire dal 1984) sono state stipulate, attualmente giacciono in Parlamento sei disegni di legge per l’approvazione di altrettante Intese con buddhisti, induisti, Testimoni di Geova, ortodossi, Chiesa apostolica, mormoni: progetti che giacciono intonsi, perché il governo Berlusconi non ha avuto fretta di farli approvare. Nel 2007-08, sotto il governo Prodi, era in gestazione una legge generale sulla libertà religiosa alla quale, di fatto, la CEI e il Vaticano erano contrari, convinti che la sua approvazione finisse per ledere i privilegi che il Concordato offre alla Chiesa cattolica. Per far piacere al Vaticano, Berlusconi non ha più ripreso quel progetto; e, sempre per ingraziarsi le gerarchie ecclesiastiche, ha varato una serie di misure che favoriscono – sul piano normativo ed economico – le opere della Chiesa cattolica. Ecco perché, di fronte a tanto benefattore, la reazione dell’episcopato italiano e della Santa Sede agli scandali che hanno coinvolto Berlusconi è stata così reticente.

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L’Italia è ancora un Paese cattolico? Il numero 1079 della rivista bolognese «Il Regno» (15 maggio 2010) reca un ampio riassunto e un interessante commento di una indagine sociologica condotta nella seconda metà del 2009 da Paolo Segatti, docente di sociologia politica presso l’Università di Milano, sulla religione praticata e vissuta dagli italiani, risultante dalle risposte ad un campione rappresentativo della popolazione adulta. Quattro le piste dell’indagine: il comportamento religioso, la dimensione spirituale, la dimensione identitaria e culturale, la dimensione istituzionale (si vedrà in seguito che cosa si intende in queste definizioni). Gli intervistati si sono dichiarati per 81,30% cattolici, l’11, 7% cristiani non cattolici, il 6,5 non credenti, lo 0,5% di altra religione. Alla domanda circa la frequenza alla messa o alle funzioni religiose, il 27,7% ha risposto di frequentare tutte le settimane, frequenze minori per circa il 30%, solo due o tre volte all’anno il 23,4%, nessuna frequenza per il 18, 3%. Se le percentuali indicate confermano dati di altre e precedenti inchieste (in Italia la frequenza domenicale è superiore a quella rilevata negli Stati occidentali a maggioranza cattolica), la scomposizione del dato per genere (donne e uomini), per istruzione (titolo di studio) e per età (nati prima del 1945, prima del 1960, prima del 1970, prima del 1980, prima del 1991) evidenzia una grande diversità di comportamenti, che vanno da una percentuale di oltre il 15% superiore alla media nazionale (cioè 28 + 16) ad un minimo di circa il 12% (28 -16%): la massima percentuale di frequenza alla messa è delle generazioni nate prima del 1945, la minima delle generazioni nate dopo il 1981; già note la maggior frequenza femminile e la diminuzione di frequenza con l’aumento del livello degli studi; ma un così netto influsso del fattore generazionale (cioè della diminuzione di partecipazione giovanile) non era mai stata verificata statisticamente (anche se la cosa non sorprende chi frequenta regolarmente le funzioni religiose e può fare confronti con i decenni passati). I dati raccolti da Segati circa altri comportamenti religiosi (credenza nell’esistenza di Dio, timore di Dio, protezione divina), mentre rilevano percentuali superiori a quelle dei messalizzanti, manifestano (e confermano) la grande varietà della religione vissuta o espressa dal campione: mentre la media del campione alla domanda sulla «fede in Dio» risulta del 72%, nettamente sopra la percentuale dell’80 si situano le persone che non hanno neppure la licenza elementare, e in generale le donne; ai piedi della scala percentuale sono i laureati (- 5 sulla media), gli uomini (- 7 sulla media) e i nati dopo il 1981 (con un meno 13 sulla media del campione). La stessa distribuzione decrescente (da donne, anziani, meno istruiti) si evidenzia nei confronti di un’altra domanda dell’inchiesta (anche se ovviamente con percentuali differenti), quella relativa alla frequenza della preghiera individuale: qui la media del campione è del 74% (superiore alla credenza in Dio!), con in testa le donne con 85% e i nati prima del 1945 con poco più dell’80. In fondo alla scala della frequenza della preghiera gli uomini, con oltre un -10 dalla media campione, e i giovani, nati tra il 1981 e il 1991, uno scarto negativo di più del 15%. Il testo pubblicato da «Il Regno» offre altri dati e approfondimenti interessanti relativi alla identità dei cattolici italiani, alle loro reazioni di fronte alle offese a Dio, alla Chiesa, al Papa, e alla considerazione in cui tengono gli insegnamenti della Chiesa in diversi specifici argomenti (bisogni spirituali, problemi familiari, problemi sociali, testamento biologico, aborto, disoccupazione, omosessualità, immigrazione, morale dei politici). Ritengono che la Chiesa ha da pronunciarsi in questi settori in media il 40-50% degli intervistati (punteggio minimo per la omosessualità e la moralità dei politici), ma l’inchiesta ha rilevato che le risposte date in questi settori non hanno che una debole relazione con i comportamenti religiosi, dando una conferma «scientifica» della scarsa o nessuna rilevanza delle pratiche religiose sui comportamenti culturali e sociali. Nella ricerca milanese le conclusioni sono raggruppate sotto il titolo «La fine di un modello»; per i commentatori «i cattolici cessano di essere una maggioranza, sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi; il futuro dell’Italia religiosa si profila come quello di un Paese che da cattolico diviene genericamente cristiano». A. L.

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I Comandamenti sono dieci. Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Bagnasco (e con lui l’«Osservatore Romano», «Avvenire» e… il «Giornale del Popolo») si è accorto che il presidente Berlusconi è un poco di buono perché non rispetta il sesto comandamento («Non commettere atti impuri», nella versione del vecchio Catechismo). Invece, quando Berlusconi violava crassamente gli altri comandamenti (settimo: «non rubare», quinto: «non ammazzare», ottavo: «non mentire», ecc.) e specialmente il primo (in quanto idolatra del Dio Denaro), il buon Bagnasco e il neoevangelizzatore mons. Fisichella proclamavano urbi ed orbi (orbi qui nel senso di non vedenti…) i buoni rapporti tra Governo italiano e Santa Sede. Noi, con molti amici e cattolici italiani (vedi la denuncia de «Il Margine» a pag. 3), non aspettiamo che i vescovi ci dicano quali sono i briganti: li sappiamo riconoscere per tempo da soli, come fecero don Sturzo don Mazzolari e don Alberti nei confronti del «provvidenziale» Mussolini. Siccome i comandamenti sono dieci e tutti vanno onorati, chiediamo che la Chiesa di Cristo (che pure li trova nel Vangelo, Matteo 19) non si limiti a esigere solamente il rispetto del sesto. Nuova materia scolastica. Un gruppo di parlamentari italiani, condotti da Giovanna Melandri (Partito democratico) ha presentato una proposta di legge per introdurre nella scuola secondaria di primo grado e nella scuola secondaria superiore l’insegnamento obbligatorio, per un’ora settimanale, di una materia indicata come «Introduzione alle religioni». Secondo la promotrice, servirà a colmare la lacuna attualmente esistente nella scuola, circa la conoscenza delle grandi esperienze religiose di tutto il mondo. Il programma dovrà comprendere l’analisi dei relativi sacri testi, delle tradizioni, delle culture e delle identità dei vari popoli. Innario luterano italo-tedesco. La Chiesa luterana in Italia (CELI) ha pubblicato un nuovo innario bilingue italiano-tedesco. Presenta 270 testi di inni, salmi, preghiere fondamentali per la liturgia, tradotti in gran parte dai testi luterani tedeschi, ma anche con inni della tradizione valdese, metodista, cattolica, e gospel in inglese. Le Chiese della CELI intendono valorizzare l’uso dell’italiano, sempre più diffuso nelle loro celebrazioni.


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Per i cinquant’anni del Concilio. L’11 e il 12 novembre 2010, cinquecento persone si sono riunite a Lione per un incontro organizzato dal Réseaux du Parvis, la rete nata nel 1999 che riunisce le realtà del cattolicesimo conciliare francese. Nel «messaggio di speranza» approvato a conclusione, sono state indicare le priorità per il futuro: «Non è più sufficiente preoccuparsi per l’avvenire della Chiesa», occorre «dare la parola agli esclusi», «lottare contro le ingiustizie e la violenza che derivano dall’evoluzione tecnologica e mercantilistica del mondo, che rovina i valori costitutivi dell’umanità e mette in pericolo il pianeta»; il messaggio liberatore del Vangelo «non può più essere portato dall’autorità: è tempo per tutti, uomini e donne, di esserne pienamente responsabili». L’associazione del Parvis dispone di una rivista e di un sito internet e ha la capacità di aggregare nuovi gruppi. Una realtà simile è quella spagnola Redes Cristianas. In Italia, le realtà di base del cattolicesimo conciliare sono ancora troppo frammentate e disperse, pur essendoci «Noi siamo Chiesa», che aderisce al Movimento internazionale We Are Church (Imwac). A Lione si è discusso degli aspetti operativi del 50 years Council project, che ha l’obiettivo di coordinare in Europa e in Nord e Sud America tutte le reti e i movimenti che vogliono riflettere sul Vaticano II in occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio e della conclusione (2012-2015), per pensare al futuro della Chiesa e alla testimonianza del Vangelo nel terzo millennio. L’obiettivo, dopo iniziative gestite localmente, è di concludere con un incontro a Roma nel dicembre 2115. A questo scopo si aprirà un sito Internet e si cercheranno contatti con tutte le reti e i movimenti con analoghi programmi.

La rete dei viandanti. Nel giugno del 2010 si è costituita a Parma un’associazione chiamata «dei Viandanti» (Via Sidoli 94) che riunisce laici cattolici che intendono vivere nella Chiesa le responsabilità loro indicate dal Vaticano II. I «Viandanti» hanno organizzato a Bologna un primo incontro al quale hanno partecipato undici gruppi con scopi analoghi, impegnati

stabilmente nella riflessione biblica e teologica, tra cui gli amici dei «Fine settimana» di Verbania e le due riviste «Koinonia» di Pistoia e «L’altrapagina» di Città di Castello. La rete così costituita è aperta ad altre adesioni: buon viaggio, quindi, ai «Viandanti»!

Santificare un papa. Secondo il vaticanista Accattoli è inutile, essendo tutti i papi, almeno dei tempi moderni «santi», o senz’altro «beati», già per l’impegno che assumono di volere essere servi servorum Dei, anche se poi non tutte le loro opere meritano la stessa qualifica. Per il Papa polacco, forse a causa della vicinanza temporale, i motivi di riserbo sono parecchi. Nel numero 210 di «Dialoghi» (febbraio 2010), Giovanni Franzoni ha elencato i suoi, tempestivamente comunicati nel novembre 2007 al competente ufficio vaticano, così come l’avevano fatto nel dicembre 2006 un gruppo di teologi, ricordati da un comunicato del 14 gennaio 2011 della sezione italiana di «Noi siamo Chiesa» (www.noi siamochiesa.org). Le due elencazioni non hanno ricevuto smentite, se non con… lo «scavalcamento» di altri candidati e l’accelerazione eccezionale della procedura. Il Vangelo ricorda ai fabbricatori di santi – pretesi o effettivi – un giudizio valido per tutti i seguaci di Cristo: «Quando avete fatto tutto quello che vi è stato comandato, dite: siamo soltanto servitori. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare» (Luca, 17,10).

Preti discriminati. La Chiesa grecocattolica rumena è una Chiesa cattolica di rito bizantino e di lingua liturgica rumena, presente, oltre che in Romania (specialmente nella regione storica della Transilvania), in diversi Paesi dell’Unione Europea e del mondo. I fedeli fuori della Romania, a causa dell’emigrazione, sono anzi la parte maggioritaria: solo in Italia, su un milione circa di rumeni, circa 800 mila sono greco-cattolici. Le celebrazioni e le attività di queste numerose comunità vengono ospitate, un po’ in tutta la penisola, dalle parrocchie cattoliche di rito latino-romano, all’interno delle quali i preti rumeni possono celebrare e amministrare i sacramenti. Tutto bene, se non fosse che questi preti, prima di essere ordinati, posso-

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no sposarsi e il clero uxorato rappresenta attualmente la maggioranza del clero cattolico rumeno. Ma la Santa Sede e i vescovi italiani accettano in Italia solo… preti celibi. Si teme che gli sposati possano suscitare scandalo se esercitassero accanto ai preti cattolici (tutti celibi) e addirittura nelle chiese cattoliche. Le Chiese orientali chiedono inutilmente al Vaticano la possibilità di inviare anche del clero uxorato nei Paesi di rito latino dove siano presenti i propri fedeli, richiesta ribadita dal recente Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente (10-24 ottobre 2010) con una «Proposizione 23» così formulata: «ll celibato ecclesiastico è stimato e apprezzato sempre e dovunque nella Chiesa cattolica, in Oriente come in Occidente. Tuttavia, per assicurare un servizio pastorale in favore dei nostri fedeli, dovunque essi vadano, e per rispettare le tradizioni orientali, sarebbe auspicabile studiare la possibilità di avere preti sposati fuori dai territori patriarcali». Finora, Vaticano e vescovi italiani si sono sempre opposti, dimostrando di avere poca considerazione per l’intelligenza dei propri fedeli, che conoscono bene preti e ministri sposati di altre confessioni cristiane (anche in Ticino). Nel Nordamerica, il clero cattolico uxorato è da tempo accettato. E poi… Il Vaticano sta accogliendo preti e vescovi anglicani con mogli e figli, che lasciano la loro Chiesa perché… contrari alle donne-vescovo. Il teologo Fisichella, lui, sarebbe pronto a trovare una soluzione per i preti rumeni sposati: basta che divorzino, come Berlusconi, che così ha potuto rientrare nella Chiesa! Nuova veste per «Riforma». Il settimanale «Riforma», dal 1993 organo ufficiale delle Chiese battiste, metodiste e valdesi in Italia, raccoglie l’eredità di testate storiche del protestantesimo: i mensili «II Testimonio» (battista) e «Voce Metodista», e i settimanali valdesi «La Luce» e «L’Eco delle Valli Valdesi» (fondato nel 1848). Luca Maria Negro, direttore del giornale dal febbraio 2010, vuole che «Riforma» sia non solo voce comune di battisti, metodisti e valdesi, ma anche un «terminale» italiano del protestantesimo e più in generale della «ecumene» internazionale, che aiuti a immergersi nella realtà di un cristianesimo globale articolato, multicolore, ricco di stimoli per una nuova testimonianza.


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Va per le lunghe a Roma la causa di mons. Romero Il processo «ufficiale» di beatificazione si trascina a Roma da 15 anni, dalla chiusura della fase diocesana nel 1996. Da fonti vaticane si apprende, secondo quanto riportato da un’agenzia francese specializzata in informazione vaticana, che la causa «è ferma», malgrado l’esame dettagliato delle omelie e degli scritti dell’arcivescovo non abbia evidenziato alcuna ombra, né a livello di ortodossia né a quello dell’ortoprassi. Secondo Jesus Delgado – che è stato segretario di Romero, ma col tempo si è andato sempre più distinguendo nel processo di «accaparramento istituzionale» della figura dell’arcivescovo martire –, il processo «è praticamente chiuso» e ora è solo una questione di «convenienza»: «Un santo – ha dichiarato – non deve fomentare divisioni, ma essere segno di unità». Come poi Romero possa essere «segno di unità», tanto per le vittime del Salvador quanto per i loro carnefici (gli stessi che hanno brindato alla notizia dell’assassinio), Delgado non lo spiega. Spiega, invece, come, secondo lui, la colpa del ritardo sia, in ogni caso, soprattutto di chi manipola la sua figura, cioè dei sostenitori della Teologia della liberazione e della sinistra locale e mondiale. Di chi, cioè, impedisce ancora alla Chiesa istituzionale di poter dire «Romero è nostro», come disse Giovanni Paolo II, stendendo le mani sulla tomba di mons. Romero, durante la sua visita in Salvador nel 1983 (la storia purtroppo ricorda come lo stesso Papa non fosse dalla parte di mons. Romero quando l’arcivescovo era in vita. «Con tutto il rispetto – ha dichiarato l’arcivescovo José Luis Escobar Alas – abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere che la figura di mons. Romero non sia manipolata, politicizzata, strumentalizzata, proprio per il processo che si sta portando avanti». E al quotidiano di estrema destra «El Diario de Hoy» (20/3), Delgado ha spiegato che «la figura di mons. Romero è stata manipolata, soprattutto dopo la sua morte». Addirittura, vi sarebbero «organizzazioni non governative che hanno lucrato sulla sua figura» e «politici che se ne fanno scudo, ma che non credono in lui». Neppure la Chiesa è del tutto esente da colpe, in quanto non sarebbe stata abbastanza decisa a contrastare la sinistra lati-

noamericana perché «non ci sottragga questo santo, questo martire, questo sacerdote che è stato mons. Romero».

Chi manipola Romero? Ed eccolo qui il Romero che si vorrebbe «non manipolato». Delgado lo dipinge come un uomo dalla salute cagionevole e psicologicamente un po’ instabile, ma reso forte da un intenso amore per la Vergine Maria e una totale obbedienza al magistero dei papi. E ne evidenzia la spiritualità pre-conciliare, una pratica religiosa centrata sull’amore per Gesù, per la Vergine Maria e per la Chiesa. Delgado è in buona compagnia: secondo Rafael Urrutia, attuale vicario generale di San Salvador, ciò che caratterizzava Romero era «la sua grande preoccupazione di evangelizzare il popolo di Dio per muoverlo alla conversione», essendo dotato di una carità «nutrita senza dubbio della vita di preghiera, della vita sacramentale, delle devozioni private al Sacro Cuore di Gesù e alla Vergine Maria, dell’amore per la Chiesa». Andrea Riccardi, sul «Corriere della Sera» (24/3), descrive mons. Romero come equidistante dal potere militare e dalla guerriglia, impegnato a respingere «le semplificazioni laceranti per cui o si stava dalla parte dell’ordine o del popolo», e ciò in linea con quanto mons. Vincenzo Paglia, postulatore della causa di beatificazione dell’arcivescovo, scriveva due anni fa sull’«Osservatore Romano» (che in occasione del XXX anniversario ha invece preferito tacere): che, cioè, l’arcivescovo era «avverso sia alla violenza espressa dal governo militare sia a quella espressa dall’opposizione guerrigliera», tentava «di porre rimedio alla violenza condannandola da qualunque parte venisse» e «non mutò mai parere» sul fatto «che il comunismo fosse da condannare». Parola di Romero Ma sono le stesse parole pronunciate da Romero a contraddire tali descrizioni. L’arcivescovo, per esempio, anziché limitarsi alla generica condanna di ogni violenza, ne distingueva la provenienza in maniera netta (per esempio nella Lettera pastorale sulle organizzazioni popolari del 1978), indicando come radice fondamentale di ogni altra violenza quella che chia-

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mava violenza istituzionalizzata: una struttura sociale talmente iniqua da negare alle grandi maggioranze i diritti più elementari, ritenendo che solo in risposta ad essa si sviluppasse la violenza reattiva delle organizzazioni, per quanto «pensata erroneamente come ultimo e unico modo efficace di cambiare la situazione sociale». Ma Romero, richiamandosi al concetto di violenza legittima presente nella Populorum progressio di Paolo VI, sottolineava anche che, finché si fossero mantenute «le cause dell’attuale miseria e l’intransigenza delle minoranze più potenti», la situazione non avrebbe fatto che peggiorare, rendendo «meno ipotetico e più reale il caso in cui il ricorso alla forza, come legittima difesa», avrebbe potuto «essere giustificato». Allo stesso modo, lungi dall’assumere una comoda posizione intermedia tra il progetto governativo sostenuto dalle forze armate e dagli Stati Uniti e quello delle organizzazioni popolari e politico-militari, mons. Romero, in maniera prima confusa, poi sempre più lucida e netta, denunciava le responsabilità della Democrazia cristiana, che con la sua presenza nel governo muoveva «Paesi come Venezuela e Stati Uniti ad appoggiare un’alternativa che si dice antioligarchica, ma che in verità è antipopolare» (Omelia del 17/2/80), respingendo il tentativo governativo di mettere sullo stesso piano estrema destra ed estrema sinistra, «perché l’estrema sinistra non è tanto estrema, quando si legge il suo Programma di Governo Rivoluzionario» (omelia del 9 /3/80) e perché «la sinistra non è in opposizione ai progetti che realizzano il bene del popolo. Infatti le sinistre, come vengono chiamate le organizzazioni popolari, propugnano una linea che converge nettamente verso il bene del popolo» (Diario del 9/3/80). Quanto al suo rapporto con il comunismo, nella sua lettera pastorale «Missione della Chiesa in mezzo alla crisi del Paese», Romero sosteneva che non si potesse riservare al marxismo «un trattamento di semplice condanna», potendo esso intendersi come un sistema di analisi scientifica dell’economia e della società, senza alcun danno per i principi religiosi o come «una prassi politica di lotta per il potere», che invece avrebbe potuto «portare a conflitti di coscienza nell’utilizzazione di mezzi e modi non sempre conformi a quello che prescrive ai cristiani la morale evangelica». Senza neppure mancare di evi-


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Ma al di là della necessità di contrastare la manipolazione istituzionale della figura di mons. Rornero, è il discorso stesso della sua canonizzazione a porre qualche interrogativo. A proposito della «conversione al popolo» vissuta dall’arcivescovo, Enzo Mazzi scrive: «Fu la sua salvezza, perché divenne un altro uomo: restò un contemplativo ma con gli occhi e la sensibilità della gente umile che contempla dal basso, laicalmente, cioè con le mani, con i piedi, col sangue, con la collera, con la lotta, con la fede. Si può parlare di Romero senza partire da tutta questa gente, senza vederlo interno al grembo vitale della massa povera della gente del Salvador, generato da lei? Certo che si può, ma facendo torto alla sua seconda nascita. Non ha vissuto per emergere ma per convergere, per dare forza e voce e potere ai senza potere. Pur senza saldare definitivamente, neppure lui, il debito incolmabile che ognuno di noi mantiene verso la coerenza. Non fare santo lui, fare santa tutta questa gente. Questo potrebbe essere l’obiettivo delle comunità di base, delle organizzazioni popolari e della Teologia della liberazione. Liberarsi e liberare da tutte le mitizzazioni e santificazioni».

«Romero è già canonizzato dal popolo» «Che non canonizzino mai san Romero d’America – ha scritto dom Pedro Casaldaliga nel suo libro Il volo del quetzal – perché gli farebbero un’offesa. Egli è santo in un modo del tutto particolare. È già stato canonizzato dal popolo. Non occorre altro (…) nessuno deve canonizzare Romero, perché sarebbe come pensare che la prima canonizzazione non è servita»

In occasione dell’anno sacerdotale il Giornale del Popolo, con una felice intuizione, ha chiesto ai lettori di inviare liberamente uno scritto-testimonianza al riguardo di un prete, defunto o ancora vivente, di cui conservano, per i motivi più svariati, un ricordo speciale. I testi pervenuti – e regolarmente pubblicati – sono stati molti: ricchi di affetto e di riconoscenza. Un omaggio in fondo ai nostri preti, che nella maggior parte dei casi vivono o hanno vissuto la loro missione con sacrificio e dedizione, il più delle volte nel silenzio e con grande discrezione. Del resto le missioni più vere e preziose sono proprie quelle che non vogliono, né tanto meno chiedono o pretendono casse di risonanza. Ho sempre letto queste testimonianze con gioia e con commozione, trovando luminosi esempi; pagine di una grande storia scritta con il cuore nel grande libro della vita. E sono riconoscente alle tante persone che hanno voluto dare queste testimonianze, ora raccolte, con altrettanta felice intuizione e con generoso impegno in questo libro, che diviene un lungo e interessante racconto, scritto da tante mani e tanti cuori.

Il numero 33-2010 di ADISTA (dal quale togliamo questo testo di Claudia Fanti), pubblica anche un articolo critico di Celso Alcaina, già funzionario della Congregazione per la dottrina della fede, circa la procedura vaticana delle beatificazioni (in particolare sulla richiesta di un «miracolo»). La rivista «Il Margine», n. 2-2010 è invece del parere che «le beatificazioni di Benedetto XVI» rispondono alla politica di ‘emendare’ il Vaticano II. + Pier Giacomo Grampa Vescovo di Lugano

Non so se la Chiesa, nelle sue istituzioni, renderà onore a Adriana Zarri. Non foss’altro che per il suo lunghissimo amore, che è durato quanto la sua vita. Un amore esigente e critico, per il quale ella si ostinava a pensare che non necessariamente la Chiesa dovesse essere così come era, che essa potesse avere migliori papi e migliori vescovi, che potesse cambiare, rinnovarsi, per dispensare più largamente parole di vita. E di una Chiesa capace di rimettersi in questione, di riaprire tutti i canali di comunicazione col mondo, di tornare a narrare in modo nuovo il suo racconto di salvezza, Adriana Zarri era stata testimone durante il Concilio, e al Concilio è poi rimasta sempre fedele. Anche la scelta eremitica, mai pensata come fuga dal mondo o isolamento aristocratico, la rendeva più forte nella sua libertà di fronte all’istituzione, come è proprio di tutta la tradizione monastica. E anche nei momenti più critici la sua fedeltà non è venuta mai meno. Certo, parlava della Chiesa con piglio da teologa, e con quella autorità che poche donne hanno saputo esercitare nella Chiesa, e che in ogni caso ben raramente viene loro riconosciuto. Ma la sua teologia era meno interessata al «logos» che all’amore, meno alla «verità» che alla misericordia; ed è per questo che, pur dal suo eremo, la sua presenza straripava su giornali e televisioni per dire la parola necessaria; e per questo è stata compagna di speranze e di lotte, non violente e pacifiche, di molti di noi. Perciò oggi di sicuro c’è una Chiesa che le rende onore, che ne raccoglie la lezione, che ne custodisce la memoria, anche al di là della Chiesa visibile; è quella Chiesa che Adriana Zarri rintracciava nell’umanità tutta intera, fatta di santi e di peccatori, di fedeli e di infedeli, di laici e di preti, di poveri e di viandanti, tutti insieme, senza separazione né discriminazione alcuna. Certo, è un dolore che sia morta nella solitudine, e non solo in forza della sua scelta monastica, ma per amicizie fattesi avare, e per quella disattenzione e miopia che non fa riconoscere i valori, là dove fermentano per tutti. Ma lei era contenta di vivere, ed anche pronta a morire. Non so se è stato l’ultimo o uno degli ultimi suoi scritti, quello su «Rocca» del 1. agosto scorso. Era un «controcorrente» che significativamente era intitolato «Stagioni». Raccontava le stagioni come le vedeva dalla sua cascina del Canavese, ma anche le stagioni della vita. E diceva che «l’alternarsi delle stagioni è come i tempi della vita: l’acerbo verde dell’infanzia, la rossa accensione dell’età matura, lo stanco biondo dell’invecchiamento, il bianco fermo della morte. Ma la morte dà origine alla vita. È la resurrezione». E dell’autunno diceva che in esso «si raccolgono i frutti che il caldo agosto ha maturato» e che terminato l’inverno «torna la primavera. Il sole sarà ancora caldo, il prato sarà ancora verde e noi ancora con tanta voglia di vivere». Adriana Zarri se ne è andata tra l’autunno della raccolta dei frutti e l’inverno che preannuncia «ancora tanta voglia di vivere». È questa sua voglia e capacità di vivere che ora vogliamo celebrare, non la definitività della morte a cui lei negava la vittoria. E non solo celebrare, ma raccogliere come lascito e come monito. Raniero La Valle

Il mio parroco... Storie di preti raccontate dai loro fedeli a cura di Angelo Pagliarini - Edizioni GdP a cura di Angelo Pagliarini

La santità del popolo di Romero

ADRIANA AMAVA LA CHIESA

il mio parroco... STORIE DI PRETI RACCONTATE DAI LORO FEDELI a cura di Angelo Pagliarini

il mio parroco...

denziare come «di fatto, alcune delle dichiarazioni e azioni antimarxiste» dei cristiani si traducessero in «un appoggio al capitalismo, il quale concretamente è quello che configura la nostra società in un senso ingiusto e anticristiano».

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In occasione dell’anno sacerdotale il Giornale del Popolo, con una felice intuizione, ha chiesto ai lettori di inviare liberamente uno scritto-testimonianza al riguardo di un prete, defunto o ancora vivente, di cui conservano, per i motivi più svariati, un ricordo speciale. I testi pervenuti – e regolarmente pubblicati – sono stati molti: ricchi di affetto e di riconoscenza. Un omaggio in fondo ai nostri preti, che nella maggior parte dei casi vivono o hanno vissuto la loro missione con sacrificio e dedizione, il più delle volte nel silenzio e con grande discrezione.

Diffusione: Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, E-mail: info@editore.ch, www.editore.ch


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cronaca

CRONACA INTERNAZIONALE

Ne sanno di più. Atei e agnostici mostrano conoscenze più approfondite, in materia di religione, dei credenti delle varie confessioni. Il dato risulta da un sondaggio condotto negli Stati Uniti dall’istituto di ricerche Pew Forum on Religion and Public Life, che si riferisce a un campione di 3.400 persone. L’indagine si è basata su un questionario di 32 domande riguardanti il cristianesimo e le altre religioni, i testi sacri e i loro contenuti e il ruolo pubblico della fede, rivolte a cittadini di tutte le estrazioni sociali. La ricerca ha posto in rilievo che gli atei e gli agnostici dimostrano attenzione per le questioni di fede. Hanno infatti ottenuto in media risultati migliori (20,9 risposte esatte sul totale), seguiti da ebrei e mormoni (rispettivamente con 20,5 e 20,3 risposte sul totale). Punteggi inferiori sono stati ottenuti dagli evangelici bianchi (17,6), dai cattolici bianchi (16), dai protestanti bianchi (15,8), dai protestanti neri (13,4), infine dai cattolici ispanici (11,6). La metà circa delle risposte date dal campione degli intervistati è risultata errata, denotando una conoscenza più o meno lacunosa degli elementi fondamentali della propria e altrui fede. Per esempio: il 43 per cento dei protestanti dichiara di non sapere che Martin Lutero è stato il promotore della Riforma. Inoltre, più di 4 cattolici su 10 (il 45%) ha avuto difficoltà nel rispondere in maniera corretta sul significato di «transustanziazione». Dal quadro d’indagine emerge poi una scarsa, o addirittura totale ignoranza delle religioni altrui. Per esempio, meno della metà del campione di intervistati (47%) ha saputo indicare il Dalai Lama come un leader religioso buddista, e soltanto il 27% è a conoscenza che gli indonesiani sono in maggioranza musulmani. (da EREnews, Roma, ottobre-dicembre 2010) Protestanti in Francia. Una grande inchiesta è stata realizzata sul protestantesimo in Francia, promossa dal settimanale «Réforme» e dal quotidiano cattolico «La Croix» ed eseguita tramite contatti telefonici. I protestanti sono circa 1,7 milioni, dispersi tra Francia e Territori d’Oltremare, cioè tra il 2,5 e il 2,8% della popolazione, divisi all’incirca in luterani-riformati (56%), evangelici (23%), pentecostali (5%), carismatici (2%). La

minoranza protestante appare in buona salute: il 26% assiste settimanalmente al culto, il 45% prega ogni giorno, il 39% sono praticanti regolari. Ma vi sono diversità notevoli: tra i luterani-riformati la pratica settimanale scende all’8-9%, mentre evangelici e pentecostali segnalano un 65%. I protestanti francesi sono in crescita (in vent’anni sono passati dal 2,5 al 2,8%) per l’esplosione delle Chiese evangeliche, anche se i luterano-riformati restano ancora nettamente la maggioranza. I dati sono stati presentati al convegno «I protestanti in Francia, una famiglia ricomposta. Analisi e punti di riferimento», svoltosi a Parigi dal 18 al 20 novembre 2010. Secondo un sondaggio, mentre il 39% dei protestanti è «praticante regolare» (cioè frequenta il culto almeno una volta al mese), i cattolici praticanti regolari (cioè che vanno a messa almeno una volta al mese) sono il 7%.

Cristiani in Israele. Secondo l’Ufficio centrale di statistica, i cristiani residenti nello Stato d’Israele erano 143.000 a fine 2010, cioè il 2% della popolazione. Nel 1970 erano il 2,9%. L’80% sono arabi, 28.000 sono congiunti di ebrei immigrati dall’ex Unione sovietica grazie alla «legge del ritorno», valida anche per loro. La popolazione complessiva di Israele (esclusi i lavoratori temporanei) è di 7,6 milioni: il 75,5% sono ebrei, il 20,3% arabi, il 4,2% «altri» (immigrati non ebrei). Una famiglia ebrea ha in media 2,2 figli, una musulmana 3, una famiglia cristiana 2.

Diaconi in Austria. Il cardinale Christoph Schönborn di Vienna ha celebrato i quaranta anni dell’istituzione dei diaconi permanenti in Austria, definendoli «testimoni della fede per la nostra età». I primi diaconi furono istituiti nel 1970 dal cardinale Franz König, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II. Attualmente, i diaconi permanenti sono circa 700, dei quali l’85% volontari; il 15% svolge una attività pastorale retribuita. Le professioni rappresentate sono 34: si va dall’impiegato di posta al giornalista, al pilota di linea.

Chiese e integrazione. In un convegno svoltosi lo scorso dicembre alla Facoltà teologica pentecostale ad Aversa è stata illustrata la funzione

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delle Chiese, sorte specialmente dall’immigrazione, nel favorire la crescita di una società multiculturale e integrativa. In una ricerca sulle realtà delle Chiese evangeliche a Castel Volturno è stato dimostrato come le Chiese possano essere luoghi di integrazione e spazi di incontro, svolgendo anche un importante funzione di promozione sociale. Nel territorio del comune casertano è attiva una quarantina di comunità evangeliche: una presenza spirituale e sociale di grande vitalità. Secondo alcune stime, riferite dal prof. Paolo Naso dell’Università «la Sapienza» di Roma, quattrocentomila persone immigrate in Italia appartengono alle diverse Chiese protestanti del Sud del mondo (Africa settentrionale, America meridionale), e la sfida è valorizzare questi apporti per il cristianesimo e la società italiana.

Difendere i diritti umani. Il rapporto 2010 dell’Osservatorio per la protezione dei difensori dei Diritti umani, presentato lo scorso 13 settembre, dedica un centinaio di pagine all’Africa subsariana, dove sono numerose le uccisioni di difensori dei diritti umani in Paesi come il Burundi, il Kenia, la Nigeria, i due Congo e la Somalia, e dove si registrano sempre nuovi interventi repressivi contro coloro che denunciano irregolarità o violenze nelle elezioni: così in Mauritania, Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Kenya, Zimbabwe. Mentre sono in aumento gli Stati che sottoscrivono le carte internazionali dei diritti umani, i governi continuano a ostacolare l’attività di associazioni o di singoli che ne denunciano le violazioni, sia con interventi diretti di polizia, sia creando difficoltà legali e amministrative, sia con misure censorie. L’ultimo caso è stato perpetrato dalla Turchia, che è riuscita (grazie alla complicità e alla negligenza di altri Paesi, «campioni» dei diritti umani) a privare l’associazione CETIM di Ginevra (Centre Europe-Tiers Monde, rue J.C. Amat 6) della possibilità per due anni di partecipare, come ONG accreditata, alle attività dell’ONU a Ginevra. Motivo: denunciando le violazioni commesse in Turchia, il CETIM ne avrebbe pregiudicato… l’integrità territoriale! Sulla procedura, gravemente inficiata di illegalità, si è diffuso il fascicolo CETIM n.38 dell’agosto 2010. Cina esemplare. La Repubblica cinese è sotto il tiro dei difensori dei diritti umani dopo l’attribuzione del Pre-


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cronaca

mio Nobel per la pace all’oppositore Liu Xiaobo, tuttora in prigione. Ma la Cina può anche vantare una benemerenza nella promozione dei diritti: assicura infatti cibo sufficiente ad almeno 1,3 miliardi di persone, cioè al 20% della popolazione mondiale. Quale altro Paese può vantare tale primato? Contro la pena di morte. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha rinnovato, nella seduta del 21 dicembre 2010, la risoluzione che istituisce una moratoria dell’esecuzione delle condanne a morte. I voti favorevoli sono stati 109, contrari 41, 35 gli astenuti (7 delegazioni erano assenti). I voti favorevoli sono dunque aumentati, specialmente tra gli Stati asiatici e africani; sette Paesi arabi si sono astenuti.

Pluralismo inglese. Il presidente della Camera dei comuni ha proposto la creazione di un gruppo di cappellani per il Parlamento inglese. Da tre secoli lo Speaker’s Chaplain è sem-

pre stato anglicano e apre ogni seduta con una preghiera. Alla Camera bassa di Westminster, oltre ad anglicani e cristiani di varie confessioni, cattolici compresi, siedono anche otto musulmani. Per mettersi al riparo da futuri possibili‌ sviluppi, l’attuale cappellano propone una cappellania multi-confessionale che potrebbe comprendere anche musulmani, indÚ, buddisti, bahai, zoroastriani, ecc. Avrà chiesto un parere ai liberi pensatori? Non c’è fretta. Papa Benedetto XVI ha nominato i primi 19 membri del nuovo Consiglio pontificio per la promozione della nuova evangelizzazione. Si tratta di nove cardinali, e poi arcivescovi, vescovi e monsignori, in grande maggioranza europei. Per il presidente, il vescovo Fisichella, il Consiglio non dovrà occuparsi solo dei Paesi di vecchia cristianità (e pertanto ne sono membri un africano e un asiatico). In un’intervista al giornale La Croix ha detto di contare sui laici per trovare nuove forme per

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annunciare il Vangelo nel mondo di oggi (anche se fin qui nessun laico ne fa parte). Il Consiglio è stato annunciato a fine giugno 2010, in ottobre è stato pubblicato il motu proprio di istituzione; nell’ottobre 2012 sarà tenuto un Sinodo di vescovi sull’argomento. Evidentemente, non c’è fretta.

Chiese vuote. Nella provincia canadese del QuÊbec, il calo dei fedeli mette in difficoltà le parrocchie nel mantenere gli edifici religiosi, molti anche di notevole pregio artistico. Il fenomeno riguarda anche le comunità religiose che vedono svuotarsi i conventi e gli edifici destinati a scuole od opere assistenziali. Il fatto preoccupa in particolare i cultori di architettura e di storia e cosÏ vengono proposte riutilizzazioni piÚ o meno felici. Anche la cattolica Francia è confrontata con lo stesso problema di fronte alle sue 45.000 chiese, in gran parte tuttavia di proprietà dei comuni in base alla legge del 1905: in un secolo, 150 chiese sono state sconsacrate.

Negli anni del fascismo italiano piĂš placido e trionfante, attorno al 1930, il prete e uomo politico siciliano don Luigi Sturzo, esiliato in Inghilterra a causa del suo tenace antifascismo, entra in contatto con il Cantone Ticino. Un suo lungo soggiorno in terra elvetica risale all’estate del 1933. Debutta, al tempo stesso, uno scambio epistolare con un parroco della Val Verzasca, don Giuseppe Daldini, che diviene suo portavoce clandestino nella vicina Penisola. Nella seconda metĂ degli anni ’30, nella vita di Sturzo si apre l’opportunitĂ nuova di collaborare con l’allora quotidiano “Popolo e LibertĂ â€? e con il settimanale “Il Lavoroâ€?, diretti da don Francesco Alberti e don Luigi Del-Pietro, con i quali nasce una fraterna amicizia. Grazie a fonti storiche inedite, questo libro racconta, con sensibilitĂ e passione, la storia del Cantone Ticino che, attraverso i suoi giornali nonchĂŠ i suoi preti, diede voce a don Sturzo, dichiarando battaglia al fascismo italiano.

Lorenzo Planzi, Luigi Sturzo e il Cantone Ticino Presentazione di Francis Python e prefazione di Fabrizio Panzera Formato 18x25, 440 pagine con illustrazioni, rilegato in tela con sovraccoperrta, prezzo di vendita Fr. 30.– Per informazioni e ordinazioni: Armando Dadò editore, Via Orelli 29, 6601 Locarno, Tel. 091 756 01 20, Fax 091 752 10 26, E-mail: info@editore.ch, www.editore.ch


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CHIESE EUROPEE CONTRO LA POVERTÀ

osservatorio ecumenico

OSSERVATORIO ECUMENICO DAL SINODO DEI VESCOVI ORIENTALI «Le nostre Chiese rifiutano l’antisemitismo e l’antiebraismo. Le difficoltà dei rapporti dei popoli arabi con il popolo ebraico sono dovute piuttosto alla situazione politica conflittuale. Noi distinguiamo tra realtà religiosa e realtà politica. I cristiani hanno la missione di essere artefici di riconciliazione e di pace, basate sulla giustizia per entrambe le parti. Vi sono delle iniziative pastorali locali di dialogo con l’ebraismo, come ad esempio la preghiera in comune, principalmente a partire dai salmi, e la lettura e meditazione dei testi biblici. Questo crea buone disposizioni per invocare insieme la pace, la riconciliazione, il perdono reciproco e i buoni rapporti. Il problema sorge quando di alcuni versetti della Bibbia si danno interpretazioni tendenziose, per giustificare o favorire la violenza. La lettura dell’Antico Testamento e l’approfondimento della tradizione dell’ebraismo aiutano a conoscere meglio la religione ebraica. Offrono un terreno comune a studi seri e contribuiscono a conoscere meglio il Nuovo Testamento e le tradizioni orientali. Nella realtà attuale sono presenti altre forme di collaborazione». (…) «Le ragioni per intrecciare rapporti tra cristiani e musulmani sono molteplici. Tutti sono connazionali, condividono la stessa lingua e la stessa cultura, come pure le gioie e le sofferenze. Inoltre i cristiani hanno la missione di vivere come testimoni di Cristo nelle loro società. Fin dalla sua nascita, l’Islam ha trovato radici comuni con il cristianesimo e l’ebraismo, come ha detto il Santo Padre. Deve essere maggiormente valorizzata la letteratura arabo-cristiana. (…) L’Islam non è uniforme, esso presenta una diversità confessionale, culturale e ideologica. Alcune difficoltà nei rapporti tra cristiani e musulmani derivano dal fatto che in generale i musulmani non fanno distinzione fra religione e politica. Deriva da qui il disagio dei cristiani, per cui si sentono in una situazione di non-cittadini, benché siano a casa loro nel proprio Paese molto tempo prima dell’Islam. Abbiamo bisogno di un riconoscimento che passi dalla tolleranza alla giustizia e all’uguaglianza, basate sulla cittadinanza, la libertà religiosa e i diritti dell’uomo. Questa è la base e la garanzia per una buona coesistenza. Da questo deriva che tutti, musulmani e cristiani, in quanto cittadini, dobbiamo agire insieme per il bene comune. Inoltre, i cristiani sono anche motivati dalla loro missione, che è contribuire a edificare una società più conforme ai valori del Vangelo, soprattutto la giustizia, la pace e l’amore. In questo seguiremo l’esempio e le tracce delle generazioni di cristiani che hanno avuto un ruolo essenziale nella costruzione delle loro società. Molti sono stati dei pionieri della rinascita della cultura e della nazione araba. Anche oggi, nonostante l’esiguità del loro numero, il loro ruolo è riconosciuto e apprezzato, soprattutto nel campo dell’educazione, della cultura e della promozione sociale». Dalla «relatio ante disceptationem» del patriarca di Alessandria dei copti, all’Assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei vescovi, Roma, 10-24 ottobre 2010 (da «Il Regno», n. 1088 del 1. novembre 2010).

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Un documento dal titolo «Non negare giustizia ai tuoi poveri», è stato presentato lo scorso 30 settembre al Parlamento europeo durante la conferenza «Nuove strade per la solidarietà: un impegno comune per combattere la povertà e l’esclusione sociale», organizzata da Caritas Europa, dalla Commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (KEK), dalla Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea (COMECE) e da Eurodiaconia. Il testo contiene, tra l’altro, 14 raccomandazioni indirizzate alle istituzioni dell’Unione Europea (UE) e agli stati membri su aspetti considerati essenziali dalle quattro organizzazioni religiose per combattere la povertà nel continente. Con questo rapporto le Chiese hanno partecipato all’Anno europeo «contro la povertà e l’esclusione sociale» e in particolare al dibattito per la definizione delle strategie sociali, economiche e ambientali della Unione Europea per i prossimi dieci anni. Ciò che i quattro organismi chiedono alle istituzioni europee è «un forte impegno politico verso una società che si proponga il benessere di ogni persona e permetta a ciascuno di vivere con dignità». I quattordici punti evidenziati dal documento rappresentano il contributo delle Chiese al progetto dell’UE di sollevare dalla povertà e dall’esclusione sociale, entro il 2020, almeno 20 degli 87 milioni di persone a rischio povertà presenti nel nostro continente. Le raccomandazioni riguardano l’attuazione della «clausola sociale» del trattato di Lisbona; chiedono, tra l’altro, che i servizi sociali e sanitari siano accessibili a tutti, l’istituzione di un salario minimo, efficaci politiche abitative, l’uso di indicatori economici che sappiano misurare l’effettivo impatto della povertà nelle società europee, l’attuazione di politiche a favore delle famiglie. Le quattro organizzazioni ecclesiastiche chiedono infine la destinazione del 10% del budget dell’UE (pari all’1% del PIL) alla lotta alla povertà. Il rapporto – in inglese sul sito www.ceceurope.org – è accompagnato da analisi specifiche che motivano le diverse raccomandazioni.

COSTRUIRE UN FUTURO COMUNE

Si è svolto a Ginevra, lo scorso novembre, un convegno di quattro giorni di dialogo interreligioso dal titolo: «Trasformare le comunità: cristiani e musulmani costruiscono un futuro comune». L’iniziativa è stata organizzata congiuntamente dal Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), dal consorzio «A Common World» e da istituzioni caritative e culturali del mondo islamico, come il «World Islamic Call» e il «Royal Aal al Bayt Institute». Sessantaquattro capi spirituali, dignitari, studiosi e attivisti hanno discusso su come promuovere concretamente la convivenza civile fra le diverse comunità religiose e costruire così un percorso comune nella giustizia, nel rispetto reciproco e dando corpo a un’idea condivisa di cittadinanza. Tre le aree tematiche principali: «Oltre la maggioranza e la minoranza», «Dal conflitto a una giustizia compassionevole» e «L’educazione per la comprensione e la condivisione della cittadinanza». Per il primo argomento, l’impegno assunto consiste nel «contrastare le discriminazioni, gli abusi di legge e le indebite restrizioni legali in materie connesse all’identità religiosa», «annullare gli effetti delle ingiustizie storiche e degli stereotipi che continuano a gravare nei confronti delle diverse comunità religiose» e «non con-


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osservatorio ecumenico

sentire alle autorità religiose e spirituali di giustificare discriminazioni ed esclusioni di sorta». Ai giornalisti è stata consegnata una «Dichiarazione di condanna dell’attacco criminale nei confronti della chiesa ‘Nostra Signora’ di Najat, a Baghdad» del 31 ottobre. «Condanniamo quest’atto inumano, che va contro tutti gl’insegnamenti religiosi e la cultura mediorientale, che ha permesso alle genti di coesistere pacificamente per diversi secoli». Rispetto al secondo punto, i delegati riconoscono il «dovere di svincolare la religione [dai conflitti] e di mobilitarla in favore della [loro] risoluzione e di una giustizia compassionevole». Quanto al terzo punto, è stata individuata la necessità di elaborare progetti educativi per le giovani generazioni, volti a promuovere la conoscenza e la comprensione reciproche e per diffondere le esperienze di vita comune e pacifiche in società pluraliste. A tale scopo, si auspica una maggiore attenzione alla «religione dell’altro» nei programmi scolastici di diverso ordine e grado. La consulta di Ginevra è destinata a non restare un episodio isolato: secondo i partecipanti, la volontà di rinnovare tale esperienza è a sua volta condivisa. (da «Voce evangelica», dicembre 2010)

CENTENARIO DI FEDE E COSTITUZIONE

Il 1910 non è solo l’anno di nascita del movimento ecumenico, con la Conferenza missionaria mondiale di Edimburgo, ma anche l’anno di nascita di «Fede e Costituzione», una delle due «anime» del movimento ecumenico. La commissione fu costituita nella convinzione che, siccome le ragioni fondamentali della divisone tra le Chiese sono di natura teologica, non è possibile giungere all’unità cristiana, se non si superano le divergenze profonde che esistono nelle questioni di «fede» e di «costituzione» (in inglese: Order, cioè: «ordinamento»), relative alla struttura, all’organizzazione e alla disciplina della Chiesa. È vero che un’azione comune, ad esempio per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, può unire dei cristiani che appartengono a Chiese tra loro divise, e questo sta già accadendo, ma questa azione comune, estremamente importante e quindi senz’altro da promuovere e incoraggiare in ogni modo, non può (né vuole) cancellare le divergenze di ordine dottrinale che tuttora dividono le Chiese e che impediscono però la piena comunione, cioè l’unità cristiana. Il lavoro di «Fede e Costituzione» è dunque indispensabile e insostituibile. L’idea di dar vita a questo organismo venne nel 1910 a un vescovo episcopaliano di nome Charles Brent, che, di ritorno dalla Conferenza missionaria di Edimburgo, parlò della necessità dell’unità alla assemblea generale della sua Chiesa, e manifestò la sua convinzione che fosse necessario convocare una conferenza mondiale su ‘Fede e Costituzione’. Fu subito creata una commissione ad hoc che cominciò a lavorare e in seguito, nel 1920, fu allargata ad altre Chiese, e preparò la prima assemblea mondiale del movimento, che ebbe luogo a Losanna nel 1927. Vi presero parte oltre 400 rappresentanti di ben 127 Chiese: ortodosse, anglicane, protestanti e libere. Dopo cent’anni, «Fede e Costituzione» è una Commissione del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), composta di 120 membri che appartengono, si può dire, a tutte le Chiese cristiane, anche a quelle che non sono membri del CEC: Dal 1968 vi partecipano 12 rappresentanti della Chiesa cattolica romana. Questo organismo, che può quindi essere legittimamente considerato «la tribuna teologica cristiana più rappresentativa del mondo», secondo gli statuti ha per

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scopo di «proclamare l’unicità della Chiesa di Gesù Cristo e di spingere le Chiese verso l’unità visibile di un’unica fede e un’unica comunione eucaristica, espressa nel culto e nella vita comune in Cristo, in modo che il mondo creda». Due i modi per raggiungere l’obiettivo: affrontare insieme le divergenze dottrinali che dividono le Chiese (ad esempio la successione apostolica, il ministero, il papato, il culto mariano, e tante altre) e cercare, attraverso il dialogo, punti di incontro o di convergenza che consentano di trasformare in differenze compatibili con l’unità le divergenze che attualmente impediscono la comunione. Unità infatti non vuol dire uniformità. Non c’è bisogno di essere uguali per essere uniti. L’unità cristiana non può essere che un’unità plurale. La diversità è costitutiva dell’unità e bisogna amare l’unità amando la diversità, e amare la diversità amando l’unità. Chi non ama la diversità non ama neppure l’unità. Purtroppo in passato la diversità non è stata amata, anzi spesso venne scomunicata. «Fede e Costituzione» vuole aiutare le Chiese a transitare dalla diversità scomunicata alla diversità riconciliata. Il secondo modo con cui «Fede e Costituzione» persegue il suo obbiettivo è elaborare una visione comune dell’unità della Chiesa, da costruire e manifestare insieme nel quadro del movimento ecumenico. La visione dell’unità cristiana oggi più largamente condivisa è quella della «comunione conciliare», cioè di Chiese diverse ma tra loro riconciliate, che affermano ed esprimono la loro unità in una struttura conciliare o sinodale, come avveniva nella Chiesa antica. «Fede e Costituzione» lavora infine per creare le condizioni che rendano possibile la convocazione di un «concilio cristiano veramente universale». Ho avuto il privilegio di essere membro di «Fede e Costituzione» per una quindicina d’anni. È stata un’esperienza indimenticabile, di inestimabile valore, un’impagabile palestra di ecumenismo vissuto, e non solo teorizzato. Lì ho potuto ammirare la straordinaria varietà dei doni e delle operazioni dello Spirito Santo. Lì ho per così dire toccato con mano la grande diversità e al tempo stesso la profonda unità, pur attraverso forti tensioni, della comunità cristiana mondiale. Lì ho imparato a conoscere e ad amare tanto l’unità quanto la diversità cristiana. Lì ho capito, o almeno intuito, che cosa significa «cattolicità», cioè universalità. Lì ho avvertito l’importanza decisiva (ma anche relativa) dei diversi contesti in cui il messaggio evangelico si è, come si dice, «inculturato». Lì ho potuto più volte constatare la sorprendente giovinezza della religione cristiana. (Paolo Ricca, teologo valdese, da NEV, Notizie evangeliche, via Firenze 38, 00184 Roma, ottobre 2010)

ACCORDO STORICO SUL BATTESIMO

I vescovi cattolici degli Stati Uniti hanno approvato il 16 novembre, con 201 voti contro 11, un accordo per il riconoscimento reciproco del battesimo con la Conferenza episcopaliana (anglicani) degli Stati Uniti, la Chiesa cristiana riformata in America del Nord, la Chiesa presbiteriana (Usa), la Chiesa riformata in America e la Chiesa unita di Cristo. L’accordo è il risultato di un lavoro di sei anni svolto da un gruppo di specialisti del dialogo cattolici-riformati. Il documento è senza precedenti per la Chiesa cattolica degli Stati Uniti: d’ora in poi, secondo l’arcivescovo Gregory, presidente per l’ecumenismo, l’accordo «permette ai ministri cattolici di considerare i battesimi celebrati nelle comunità cristiane riformate come dei veri battesimi, secondo la dottrina e la legge cattolica».


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biblioteca

Fede e secolarismo nel pensiero del Papa

BIBLIOTECA

Sarebbe ingiusto e sbrigativo liquidare l’ultimo libro di Benedetto XVI dietro la shakespiriana formula: «molto rumore per nulla». Ma è anche vero che dopo i sussulti giornalistici all’indomani delle prime indiscrezioni (in particolare sulle presunte aperture papali all’uso del preservativo), ciò che resta a lettura ultimata del saggio è un senso di incompletezza, l’impressione che molti scenari, che avrebbero potuto aprirsi, alla fine sono rimasti lì in sospeso, lasciandoci nel dubbio che di nuovo, sul fronte delle posizioni e delle idee papali, sia uscito ben poco. Il testo scorre via facilmente. Merito di Peter Seewald, già redattore di «Der Spiegel», di «Stern» e della «Süddeutsche Zeitung». Consistito nell’impresa di strappare la prima intervista personale e diretta mai concessa da un pontefice. Ma anche del Papa che, come si legge nell’introduzione del volume, «non ha modificato la parola pronunciata», ma avrebbe solo «apportato alcune piccole correzioni». A tutto vantaggio della spontaneità del discorso. Va detto però che l’intervistatore non si pone in posizione «neutrale» rispetto all’intervistato, sta sempre «dalla sua parte», con esiti a volte grotteschi. Come quando, parlando del caso Williamson (il vescovo lefebvriano con simpatie negazioniste), Seewald evoca nella domanda una sorta di vergognoso complotto dei media contro il Papa e Ratzinger, rispondendogli, riconosce invece gli errori di comunicazione del Vaticano in quel caso specifico. È chiaro, del resto, che il testo è nato dall’intenzione di riaffermare l’importanza e la bontà della Chiesa cattolica dopo lo scandalo della pedofilia del clero. Suddiviso in tre parti – una dedicata al presente (pedofilia e relativismo), una al recente passato (ecumenismo, viaggi papali, questione lefebvriana) e una al futuro (dove va il cattolicesimo) – il volume offre una rilettura del significato della Chiesa cattolica in un momento storico che per essa è a dir poco delicato. Fatta la tara sull’intervistatore, spesso più papista del Papa, l’interesse del volume risiede soprattutto nella

possibilità di capire in che modo Benedetto XVI percepisca il proprio ruolo. Il Papa si vede, anzitutto, come custode del tesoro della Chiesa. Un tesoro antico che il vecchio professore tedesco tutela con orgoglio. E con un pizzico di compiacimento nel «resistere» alle tendenze dominanti, al mondo. A volte anche con una certa rigidità: ravvisabile, ad esempio, nel suo esplicito rifiuto della creatività liturgica. Da una parte, in Ratzinger emerge la nostalgia per il defunto regime di cristianità. Dall’altra, l’orgoglio cattolico generato proprio dal fatto di essere «rimasti in pochi», di essere divenuti minoranza. Non sfugge al lettore, tuttavia, il desiderio papale di «plasmare» in un qualche modo la società. A volte Ratzinger depone gli strumenti della riflessione pensosa e diventa quasi poetico. Come quando tesse l’elogio del «Piccolo principe» e dice che il «vero è semplice, e il semplice è vero». Appare poi strenuo difensore della razionalità e nello stesso tempo suo irriducibile critico, quando parla di «arroganza» dell’intelletto. Sono i suoi temi classici, del resto. Ratzinger esercita una critica serrata dei due valorimito della modernità: progresso e libertà, che riconosce come positivi, ma che nella sua visione non vanno assolutizzati. Manca, a suo modo di vedere, un criterio regolatore di questi valori e il risultato, necessariamente, è la «dittatura del relativismo» e l’espulsione dell’«ipotesi Dio». «Il potere dell’uomo – dice – è cresciuto in modo abnorme. Quello che non è cresciuto di pari passo è il suo potenziale etico». Se è vero che il Papa non risparmia bordate alla modernità secolarizzata, è altrettanto vero che la sua vis polemica si abbatte pure, sia pure con le dovute maniere, anche sulla Chiesa cattolica, la quale, nella sua visione, ha urgente bisogno di purificazione. Anzi, di «mortificazione» a tutti i livelli: nel clero, nella teologia, nella liturgia... Si coglie, qui, qualche tratto di una psicologia tendente al pessimismo, forse un lascito degli insegnamenti di Agostino. I problemi della Chiesa, tuttavia, vengono spesso fatti risalire all’influenza negativa della secolarizzazione. Il Papa, ad esem-

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pio, non nasconde di essere stato marcato negativamente dalla stagione del Sessantotto, alla quale attribuisce numerosi mali, anche interni alla Chiesa. Come la predilezione per la «misericordia» sulla «punizione», che tanti danni avrebbe fatto, sostiene, anche nello scandalo della pedofilia, inducendo i vescovi ad insabbiare i casi dei preti colpevoli. Per il Papa, la crisi interna degli abusi del clero è quindi la spia di un’altra crisi, ad essa esterna. Come se gli atti vergognosi degli ecclesiastici sui minori siano una prova che il male è riuscito ad infrangere il santo involucro della Chiesa. Lo scenario dei nostri tempi, così come è tratteggiato da Ratzinger, è perciò quello – quasi apocalittico – dello scontro tra due mondi spirituali contrapposti e in battaglia tra di loro: quello della fede e quello del secolarismo. In questo contesto si situa l’autocomprensione di Ratzinger del suo ruolo nella Chiesa: «penso che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo elemento della riflessività e della lotta per l’unità tra fede e ragione». E le «novità» del libro? È indiscutibile che qualcosa di inaudito, nel senso etimologico del termine, sia filtrato dalle parole del Papa. Ci sono state novità, diciamo così, giornalistiche: abbiamo appreso che il Papa si dimetterebbe se fosse colpito da una malattia degenerativa; che la vera ragione della levata della scomunica dei lefebvriani consisteva in un atto automatico del diritto canonico e in nient’altro, e che esistono retroscena fin qui ignorati della beatificazione di Pio XII. C’è poi stata la «rivelazione» sulla possibilità di usare il profilattico per contenere la diffusione dell’AIDS, ma non per la regolazione delle nascite. È una novità, non una svolta. Sul fronte della morale famigliare e sessuale il Papa ha tuttavia dischiuso scenari potenzialmente inediti. È chiarissimo, per dire, il desiderio di andare più a fondo nella riflessione sulla questione dei divorziati risposati e sul modo di formulare la morale sessuale. Ci saranno novità di forma o di contenuto? Chissà? Sarebbe toccato all’intervistatore sviscerare la questione. Purtroppo non l’ha fatto. Carlo Silini Benedetto XVI, Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi. Una conversazione con Peter Seewald, Libreria editrice vaticana, 2010, pp. 284).


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notiziario (in)sostenibile

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori

4 girls 4 sun. Le tre cresimande Selina, Nina e Natasha, aiutate dalla loro compagna di classe musulmana Mirela, hanno scelto un progetto ambizioso per solennizzare il sacramento della Confermazione. Hanno realizzato un impianto solare per il tetto della casa parrocchiale del loro comune, Koppingen. Oltre a trovare chi lo avrebbe finanziato, lo hanno costruito loro stesse. L’aiuto finale è arrivato dai pompieri che hanno messo a loro disposizione una scala meccanica per istallarlo sul tetto, molto ripido. In segno di riconoscenza, il parroco e rappresentanti dell’Associazione per l’energia solare hanno piantato un albero di prugne nel giardino della casa parrocchiale.

Nettezza urbana. Fanno un lavoro da formiche in sella a biciclette elettriche e raccolgono ogni giorno numerose tonnellate di rifiuti. «Cyclotri» è un’iniziativa pensata nel 2001 dal comune di Carouge, che l’ha affidata all’associazione «Partage», curatasi a sua volta di coordinare dieci persone il cui diritto all’assicurazione disoccupazione stava per scadere. Le biciclette, silenziose e agili, si sono dimostrate più adatte degli autocarri nello sgomberare le anguste vie del vecchio comune ginevrino dai rifiuti urbani. Malgrado ora il servizio sia giornaliero, i disturbi alla popolazione (rumore, gas di scarico, traffico) sono molto diminuiti.

Città di fontane. La città di Ginevra sta riconvertendo tutte le sue fontane monumentali per farle funzionare a circuito chiuso; quaranta lo sono già. Una fontana di questo tipo può versare nelle vasche fino a 40 litri al minuto, ossia 21 milioni di litri all’anno. Tutta acqua potabile sprecata… e che costa. Nella fattispecie sono 40.000 franchi all’anno. La riconversione a circuito chiuso permette di risparmiarne 35’000. In grandi linee si tratta della costruzione di una vasca di raccolta di un migliaio di litri in cui defluisce il troppo pieno della fontana e dell’istallazione di una pompa che alimenta le varie bocche e rubinetti. Pur richiedendo un investimento di 80.000 franchi e costi annuali sul migliaio di franchi, l’investimento è «pagato» dopo due anni appena. L’unico inconveniente è che l’acqua, pur es-

sendo filtrata e purificata con il cloro, non è più potabile; il che comporta l’attivazione di fontanelle atte a dissetare umani e quadrupedi.

I care. Una maggioranza di giovani si dice preoccupata per i problemi planetari come la fame nel mondo, i mutamenti climatici o la povertà. Sette giovani su dieci vorrebbero che la scuola trasmettesse loro insegnamenti su queste sfide e l’84% di loro sarebbero disposti a impegnarsi durante il tempo libero se solo sapessero in che modo attivarsi. Inoltre, si augurano una maggiore collaborazione tra gli ambiti scolastici ed extra-scolastici. È quanto rivela uno studio effettuato tra il 25 e il 28 ottobre scorsi su un campione di 508 giovani tra i 14 e i 18 anni che vivono in Svizzera. L’istituto «Isopublic» lo ha realizzato su mandato della Coalizione delle ONG per l’educazione per le questioni di educazione e formazione, creata nel 2002 nel quadro del lancio della carta «Una formazione per lo sviluppo sostenibile». La coalizione è formata da Alliancesud, Consiglio svizzero delle attività per la gioventù, Pro Juventute, Pro Natura, WWF, Greenpeace e Santé publique Suisse e auspica che i temi dello sviluppo sostenibile siano integrati in modo ben visibile nelle discipline scolastiche. Nella Svizzera romanda la strategia d’insegnamento è gia iscritta nei piani di studio, ma occorre vegliare a che sia messa in pratica. Nella Svizzera tedesca il dibattito è acceso in quanto si sta elaborando il «Lehrplan 21». In Ticino il «Grussti» (gruppo interdipartimentale per lo sviluppo sostenibile) sta cercando con pragmatismo di introdurre l’argomento a livello di scuola media.

Mangiare sano. La piramide alimentare è quello schema che illustra semplicemente come ci si dovrebbe nutrire per vivere in piena salute. La base è formata dall’assunzione abbondante di verdura e frutta, l’apice da quella controllata di grassi (soprattutto se d’origine animale) e zuccheri. Ognuno è poi liberto di scegliere come alimentarsi. Con due premesse: che queste nozioni devono essere acquisite e che i mezzi per metterle in pratica ci siano. Caritas Svizzera, lanciando il progetto «Sano e non caro», fa notare che per alcune fasce della popolazio-

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ne non funziona. Le più a rischio sono persone povere anziane. Da una parte, non hanno i soldi per comprare frutta e verdura che sono, notoriamente, care: dall’altra, raramente sono state oggetto di campagne di sensibilizzazione, che toccano soprattutto la popolazione scolastica. E così il loro cestino della spesa si riempie forzatamente con alimenti a basso prezzo, ricchi di grassi e zuccheri. Nei suoi 19 negozi di alimentari in Svizzera, Caritas promuove, con l’informazione e offrendo prezzi accessibili, il consumo di alimenti più sani. Le persone che vi fanno capo, e previa presentazione di una carta acquisti, possono fare il pieno di salute a prezzi vantaggiosi. Una parte di questi negozi si rifornisce con stock di merce che la grande distribuzione non ritiene più di riuscire a smerciare, comunque ancora ineccepibile dal punto di vista alimentare. Per la frutta e la verdura si calcola che ogni anno se ne potrebbero recuperare in Svizzera mille tonnellate.

Compensazioni per una coscienza pulita. A qualcuno sarà capitato di notare una nuova dicitura su alcuni prodotti, o nella descrizione dell’attività di certe imprese: «neutrale in carbonio». È una «neutralità» dipendente dal fatto d’aver compensato le emissioni di gas a effetto serra risultate dalla produzione di un prodotto o dall’attività complessiva di un’impresa. Una «neutralità» di solito puramente teorica, in quanto realizzata acquistando certificati di compensazione a ditte terze. Queste si impegnano a mettere in pratica progetti che evitano l’emissione di gas a effetto serra in paesi del Sud: impianti per lo sfruttamento di risorse energetiche rinnovabili, riforestazioni, misure per aumentare l’efficienza energetica. Internazionalmente è stato stabilito un costo per ogni tonnellata di CO2 (o gas equivalente) emesso. Secondo questo principio, chi decide di compensare un volo in aereo (la compensazione è anche un affare personale) pagherà a una ditta specializzata (per es. «Myclimate» svizzera) un importo pari al 2% del prezzo del biglietto. Ma la vera neutralità sarebbe non volare, usare un altro mezzo di trasporto o non effettuare la trasferta. Una neutralità più «vera» per le imprese consisterebbe nel compensare in Svizzera le emissioni: convertendosi subito all’utilizzo di energie rinnovabili e realizzando subito l’efficienza energetica.


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cronaca

CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Largo ai giovani. Il lucernese Felix Gmür, nuovo vescovo di Basilea, ha 44 anni; il bernese Gottfried Locher, nuovo presidente della Federazione delle Chiese evangeliche svizzere, ha pure 44 anni, e ne ha 43 il basilese Christian Meyer recentemente eletto 59.mo abate del monastero benedettino di Engelberg. Una ventata di aria fresca nella Chiesa svizzera? Quale motto, il nuovo vescovo Gmür ha scelto: «Intelligentes quae sit voluntas Domini» (Comprendete qual è la volontà di Dio), e nel suo primo messaggio ha commentato: «Il fatto che Paolo parla al plurale è importante. Non siamo Chiesa da soli, cristiani o vescovo, ma sempre assieme».

Presidenza anglicana. A sostituire il vescovo di Coira, mons. Vitus Huonder, alla presidenza della Comunità di lavoro delle Chiese cristiane in Svizzera, da quest’anno e per due anni sarà Adele Kelham, pastora anglicana a Losanna, nata in Inghilterra, che prima della teologia aveva studiato fisica. Per la nuova presidente della CTECH, fisica e teologia sono una coppia armoniosa: «L’una si interessa del creato, l’altra del creatore».

Propaganda cappuccina. I cappuccini svizzeri hanno scelto di fare pubblicità, con annunci sui giornali della Svizzera tedesca, alla ricerca di nuovi frati, e con buon successo, essendosi annunciati 35 postulanti. Si tratta in gran parte di cattolici quarantenni, dalle più diverse professioni: teologi, un giurista, commercianti e artigiani. Sono previsti colloqui e periodi di prova: alcuni si sono dimostrati molto interessati e motivati, ma con scarse conoscenze religiose. La campagna continua.

Ortodossi troppo discreti. Gli appartenenti alla confessione ortodossa in Svizzera sono raddoppiati, negli ultimi vent’anni: ora sono150 mila, raggruppati in una quarantina di parrocchie. Tuttavia non rappresentano una Chiesa unitaria, essendo collegati alle Chiese d’origine di tipo nazionale. La presenza ortodossa in Svizzera è più che centenaria, cresciuta ad ondate successive, dapprima in seguito alla rivoluzione russa, poi negli anni 1970-80 per ragioni economiche e infine per la guerra civile in Jugoslavia

(da cui proviene il 60% degli ortodossi recensiti nel 2000). Secondo una recente indagine, gli ortodossi (che rappresentano il quarto gruppo religioso per numero) sono in genere bene integrati, tuttavia devono superare il loro pluralismo etnico: dal 2006 esiste l’AGOK (Arbeitsgemeinschaft Ortodoxer Kirchen) che rappresenta un primo tentativo di coordinamento. Pregare con il Cile. La Giornata mondiale di preghiera avrà luogo venerdì 4 marzo, coi testi preparati dalle donne cilene sul tema «Quanti pani avete?», che richiama il dovere della «condivisione» non solo per il pane. La colletta di solidarietà sarà destinata alla formazione, sia all’istruzione elementare, sia a quella professionale e universitaria, delle donne in Africa, Asia, Sud America. Il Segretariato svizzero è a Winterthur, Zürcherstrasse 200, dove si può ordinare il materiale per la liturgia.

Chiese in difficoltà. In occasione del sinodo autunnale, svoltosi a Muralto il 13 novembre, i delegati delle tre Comunità regionali (Locarnese, Bellinzonese, Sottoceneri) sono stati informati dal Consiglio sinodale delle difficoltà finanziarie della Chiesa evangelica cantonale. Oltre ai previsti risparmi, si fa appello alle comunità regionali, che tuttavia sono impedite di fatto a riscuotere l’imposta di culto, pur prevista dalla legge del 1992, per la difficoltà di reperire i dati degli evangelici residenti in Ticino. (Sul tema del finanziamento cantonale delle comunità religiose: «Dialoghi» n. 212 e 215). A Neuchâtel, la Philip Morris ha deciso già per il 2010 di non più versare contributi alle tre Chiese cristiane (in totale 1,5 milioni di franchi), mettendo in difficoltà finanziaria specialmente la Chiesa riformata, che perde fr. 900.000, il 10% del suo budget. A Neuchâtel non esiste una imposta ecclesiastica obbligatoria: i contribuenti ricevono un bollettino per versare un contributo volontario, ma solo il 30% dei riformati e il 22% dei cattolici si ricordano del «precetto» di contribuire ai bisogni della propria comunità religiosa.

Protestanti in politica. Il numero di gennaio di «Voce evangelica» presenta una cinquina di figli di pastori

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che si sono dati alla politica: Christoph Blocher, Condoleza Rice, Moritz Leuenberger, Angela Merkel, Gordon Brown. L’autore osserva come «il protestantesimo politico si situi su un campo definito a destra dalla libertà e a sinistra dalla solidarietà»: tra i cinque, alcuni sono molto a destra e altri un po’ a sinistra. E premette: «una nuova generazione di tali leader protestanti non sembra profilarsi nel futuro prossimo». Evviva!

Osare il nuovo. Il gesuita padre Pierre Emonet, lasciando la direzione di «Choisir» per quella della provincia svizzera della Compagnia di Gesù, ha scritto un articolo di commiato (dicembre 2010), in cui constata: «Di fronte al mondo in cui gli immensi progressi non riescono a colmare il desiderio di senso e di spiritualità, i depositari della Buona Novella si trovano spiazzati. Il loro linguaggio e le strutture istituite per trasmettere il messaggio di Cristo non sembrano accettabili dalla cultura contemporanea». Il giudizio è rafforzato da un articolo del nuovo direttore, Albert Longchamp, che osserva: «Assistiamo alla scomparsa del cristianesimo autoritario, volontarista e unico degno riferimento di fede (…). Ci si può chiedere se il cristianesimo ha ancora un futuro in Occidente». Per Emonet, «Ciascuno osi la novità, perché è di questo che si tratta»; per Longchamp, citando Gandhi, «Il cristianesimo è qualcosa di meraviglioso, ma non è mai stato sperimentato. E allora, sperimentiamolo!». Matrimoni proibiti. Dal 1. gennaio, gli svizzeri celibi possono sposare uno straniero solo se questi ha un permesso di soggiorno. La nuova disposizione, inserita nel Codice civile lo scorso maggio, vuole impedire i cosidetti «matrimoni bianchi», cioè combinati per permettere allo straniero di restare in Svizzera. In Svizzera vengono celebrati annualmente 42.000 matrimoni (2009) e 15.000 con uno dei contraenti straniero. In Parlamento è stato affermato che un migliaio di essi sarebbero «di comodo». E così, per impedire una piccola minoranza (il 6% dei totale), si limita la libertà di scelta a tutti gli svizzeri. Per fortuna (!?), un matrimonio su due finisce in divorzio (19.000 nel 2009), e ci si può sempre sposare all’estero.

Pluralismo religioso. Il Consiglio di Stato del Cantone di Basilea-Città ha proposto al Gran Consiglio di ricono-


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scere la Chiesa neoapostolica, in quanto rispetta i requisiti fissati dalla costituzione cantonale. Fondata nel XIX secolo, la Chiesa neoapostolica è presente in Svizzera dal 1895 (a Zurigo, San Gallo, Basilea, Zofingen, Winterthur, Sciaffusa e Berna) e registra una crescita costante. Anche il gruppo degli aleviti (cinquemila nel Canton Basilea) desidera un riconoscimento, per non essere assimilato semplicemente con i musulmani. Si tratta infatti di una comunità, derivante dagli sciiti e specialmente originari della Turchia, dove sono perseguitati. In Svizzera sarebbe circa 40.000; in alcuni Stati nord-europei sono ufficialmente riconosciuti come gruppo religioso autonomo.

Contro gli operatori di pace. Il Consiglio federale ha approvato una revisione dell’Ordinanza sul servizio civile, con lo scopo di ottenere una riduzione dei richiedenti. Siccome durante il 2010 sono state presentate circa settemila domande di ammissione al Servizio civile, l’autorità federale ha deciso di ridurne l’attrattiva, limitando la libera scelta delle possibilità d’impiego, imponendo cioè che deve essere compiuto entro tre anni dall’ammissione, riducendo i rimborsi delle spese per le persone che non ricevono prestazioni in natura dagli istituti. Pure introdotto un colloquio per accertare la volontà dei richiedenti, che tuttavia non dovrebbe costituire il ritorno dell’esame di coscienza, sostituito dalla «prova dell’atto» (cioè la disponibilità a un servizio più lungo). E se tutti i giovani scegliessero il Servizio civile? Non ci sarebbero più soldati, con meno spese e meno guerre.

Islam a scuola. Col nuovo anno scolastico 2010-2011, a Kreuzlingen (Turgovia) è iniziato l’insegnamento di religione islamica nella scuola pubblica. Il corso è destinato agli allievi di quarta di due classi elementari della città e – come già avviene per quello cattolico e quello evangelico – è facoltativo. L’ora di religione islamica è promossa dalle due principali comunità musulmane della città: quella albanese e quella turca, insieme alle autorità politiche, quelle scolastiche e alle due Chiese riconosciute dallo Stato: quella cattolica e quella riformata. I cittadini di Kreuzlingen, nel novembre 2009, avevano votato contro la costruzione di nuovi minareti, ma sanno che non i divieti ma l’integrazione è una necessità, in una città in cui il 23% dei

cronaca

1900 studenti delle scuole dell’obbligo sono musulmani, accanto al 24% di evangelici e il 32% di cattolici.

Religioni senza casa. Non è ancora assicurato il finanziamento, previsto in venti milioni di franchi, per la «Casa delle religioni» che dovrebbe sorgere a Berna, su Piazza Europa. Fin qui diversi donatori hanno contribuito versando 6,5 milioni di franchi; altri 2,75 milioni sono stati promessi, il Governo bernese sollecita dal Gran Consiglio un contributo di 2,5 milioni. Anche il Sinodo riformato ha deciso di contribuire con 60.000 franchi e di finanziare lo «spazio cristiano» con un contributo di fr. 52.260. L’inizio dei lavori era previsto per la primavera 2011, ma forse, in attesa di una copertura completa della spesa, sarà necessario rinviarlo di qualche anno. Consultazione della FCES. La Federazione delle Chiese evangeliche svizzere ha promosso tra le comunità locali una raccolta delle «confessioni di fede». L’ex presidente, pastore Thomas Wipf, ha spiegato che «l’intento è incoraggiare una riflessione sulla fede personale e comunitaria e sul modo in cui esprimere entrambe». L’idea è nata anche dalla considerazione che, a partire dal XIX secolo, le Chiese riformate svizzere si sono sentite libere rispetto alle «confessioni di fede» tradizionali, decidendo a livello locale quali scegliere e se pronunciarle durante le liturgie. Dalla consultazione, che si concluderà nell’estate del 2011, e dalla conseguente elaborazione teologica e statistica del dati ricevuti, si dovrebbe arrivare alla definizione di una raccolta di «confessioni di fede» comune a tutte le Chiese riformate svizzere.

Aiuto al suicidio. Sotto il titolo «Poter vivere – poter morire» (Leben dürfen - Sterben können), sul sito della Federazione delle Chiese evangeliche svizzere (Fces) vengono proposte dieci brevi risposte a dieci domande relative al suicidio e spiegata la differenza tra aiuto alla morte e aiuto al suicidio, così come il concetto di cura palliativa. I testi sono accompagnati da links che permettono un approfondimento, e spiegano perché non esista un diritto legale all’aiuto al suicidio e quale sia il problema morale in gioco. Il sito propone anche considerazioni sul significato di autodeterminazione della vita e della morte e indica come sia possibile gestire il desiderio di suicidarsi di una persona. La Fces ha pubblicato inoltre un libro, a cura di Frank

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Mathwig, dal titolo «Tra la vita e la morte» (Zwischen Leben und Tod). Si tratta di una riflessione teologico-etica sul dibattito relativo all’aiuto al suicidio in Svizzera (può essere ordinato su www.sek.ch/onlineshop)

Economia e finanza. In uno studio intitolato «Regole oneste per un’economia equa», la Federazione delle Chiese evangeliche svizzere (Fces) presenta il punto di vista protestante sulla recente crisi finanziaria e sulle sue conseguenze negative. L’analisi delle cause e del contesto è accompagnata da proposte in vista di una stabilizzazione del sistema economico internazionale mediante il rispetto di determinate regole etiche. Secondo il punto di vista protestante, un’etica del sistema finanziario deve contribuire alla creazione di un’economia che tenga conto dell’essere umano e che sia al servizio della vita. La Fces suggerisce e auspica che la pratica economica si conformi ad alcuni valori fondamentali: libertà e responsabilità, equità, solidarietà e «opzione per i poveri», partecipazione, ordine giuridico internazionale e rispetto per le esigenze di sostenibilità. Per la Fecs, la stabilità del sistema finanziario è un bene a livello mondiale, e spetta alle autorità pubbliche garantirlo: è dunque necessario sottoporre gli organi finanziari e le banche a un controllo più rigido e dare ai poteri politici la competenza di imporre misure e regolamenti.

Diritti umani. Il 23 dicembre 2010 è entrata in vigore la Convenzione internazionale per la protezione delle persone scomparse, che realizza un significativo progresso nella protezione contro le sparizioni forzate, nel sostegno delle vittime e dei loro congiunti e nella lotta contro l’impunità per gli autori. Un comitato sarè incaricato di vigilare sul rispetto della convenzione. ACAT-CH (Associazione dei cristiani contro la tortura, sezione svizzera) ha rivolto il 1. marzo 2010 una petizione al Consiglio federale, sostenuta da venti altre organizzazioni e firmata da novemila persone, per una ratifica della convenzione da parte anche della Svizzera, che si aggiungerebbe ai venti Stati già aderenti. Nel 2011, ACAT-CH (Speichergasse 29, casella postale 5011, 3001 Berna) festeggia il trentesimo di attività e in particolare, come ogni anno, invita i cristiani a pregare per i torturati, in occasione del Venerdì Santo (quest’anno il 24 aprile).


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Cristiani perseguitati

Tempi duri per i cristiani in varie parti del mondo: clamorosi attentati ai siro-cattolici in Iraq, strage di copti in Egitto, assassinii di vescovi, sacerdoti, fedeli in Sudamerica, Asia, Africa, condanne ingiuste in Pakistan, eccetera. I cristiani sono il gruppo religioso più perseguitato nel mondo. L’opinione pubblica, finalmente informata, si commuove, qualcuno scende in piazza, si muovono governi e diplomazia. Papa Ratzinger non è più solo nella denuncia e nell’invocare il rispetto della libertà religiosa. Al tema aveva dedicato un ampio documento in occasione della Giornata mondiale della pace (1. gennaio 2011), vi è ritornato con il discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede, il 1. gennaio, sollecitando misure efficaci per proteggere le minoranze religiose.

La varietà delle violazioni, perlopiù provocate da organizzazioni clandestine o da fanatici isolati, anche se talvolta con l’assenza compiacente degli organi statali, non permette di prevedere un rapido ritorno a situazioni pacifiche; persino la repressione poliziesca (che è sempre misura non risolutiva e spesso addirittura controproducente) non è realizzabile in Stati con strutture carenti; incidere sulle cause del fanatismo richiede tempi lunghi... Purtroppo la violenza contro i cristiani è anche manifestazione di reazione e vendetta per «torti» che, pur non risalendo direttamente alle Chiese, sono loro attribuiti semplicisticamente perché assimilati all’Occidente, considerati veicoli di una cultura avvertita come nemica, o giudicati sostenitori di governi locali che sfruttano la miseria o vi dimenticano le popolazioni. E di questi giudizi, dal più al meno, in effetti i cristiani occidentali e le loro autorità sono stati e talora sono ancora almeno corresponsabili, tollerando politiche di sfruttamento e di violenza e non manifestando chiaramente il loro dissenso. La politica guerrafondaia degli Stati Uniti dell’amministrazione Bush, condannata da papa Wojtyla per l’Iraq ma approvata dai governi inglesi, italiani, polacchi (e quindi dalle maggioranze «cristiane» che li sostengono), è certamente una delle cause ancora oggi all’origine delle «vendette» che vengono attuate con-

opinioni

i corsivi di dialoghi tro i cristiani nel Medio Oriente. L’interminabile conflitto ebraico-palestinese è un’altra delle «ferite», e anche qui le responsabilità occidentali, specialmente statunitensi, non sono trascurabili.

Per rimediare a queste cause, remote o attuali, le Chiese cristiane non possono fare molto se non pronunciare parole di pentimento e di denuncia e dimostrare solidarietà coi perseguitati e comprensione e rispetto per le «ragioni» dei persecutori. Pure con questi limiti, gli interventi recenti del Papa sono tuttavia significativi e meritano di essere presi in considerazione dagli appartenenti alle Chiese cristiane e, più ampiamente, da tutti gli uomini «di buona volontà». Con i suoi richiami alla «libertà religiosa per tutte le minoranze», Papa Ratzinger non ha parlato solo a difesa dei cattolici, ma dei cristiani in generale e dei fedeli di ogni religione, superando di fatto la prassi tradizionale della diplomazia vaticana, che garantiva con i concordati la libertà e altri diritti unicamente ai cattolici. Il forte richiamo alla «libertà religiosa» per tutti, solennemente e finalmente riconosciuta con la dichiarazione conciliare Dignitatis humanae del 7 dicembre 1965, mette fuori gioco i seguaci di Lefebvre e i loro sostenitori romani, che considerano quella dichiarazione una delle «eresie» maggiori del Concilio Vaticano II.

Nelle recenti denunce papali contro la libertà religiosa sono state richiamate anche situazioni relative agli Stati democratici occidentali, nei quali si sono verificati episodi di intolleranza verso manifestazioni o segni cristiani, a cominciare dalla ormai sorpassata denuncia per il mancato riferimento alle «radici cristiane» fino ai più recenti pronunciamenti contro il «crocefisso» nei luoghi pubblici. Anche qui si tratta di rispettare la libertà religiosa, quando rivendica il diritto di educare liberamente i propri figli e di non imporre agli appartenenti ad una minoranza, in modo diretto o indiretto, la religione della maggioranza; mentre nell’uso dei segni religiosi va applicata l’altra faccia della medaglia della libertà religiosa, che è rappresentata dalla laicità dello Stato, tenuto a rispettare nella parità tutte le religioni socialmente presenti. Così la Svizzera è

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grassamente mancante quando decide (con una maggioranza espressa addirittura con una votazione popolare) di vietare a una religione di costruire liberamente i propri luoghi di culto, e altrettanto manchevole è l’Italia che con decisione unanime del Parlamento esige la libertà religiosa per i cristiani d’Egitto ma da anni nega (per l’ostruzionismo della Lega) la ratifica di alcune cosiddette «Intese», già sottoscritte dal Governo italiano con diverse comunità religiose presenti nella Penisola.

La soluzione dei nuovi casi di contrasto, e persino di conflitto, per realizzare la libertà religiosa quando più comunità religiose sono presenti in un territorio (la Svizzera dovrebbe avere una collaudata esperienza in proposito) richiede certamente molta disponibilità al dialogo e alla tolleranza, nonché soluzioni pragmatiche dettate dal buon senso: esemplare una recente pubblicazione del Dipartimento dell’educazione del Canton Friburgo, un tempo cittadella del conservatorismo cattolico. Torna anche opportuno citare quanto nel capitolo della costituzione conciliare Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, viene affermato sui rapporti tra la comunità politica e la Chiesa: «Essa non pone la sua speranza nei privilegi offertile dall’autorità civile. Anzi essa rinuncerà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni» (Enchiridion Vaticanum, 1976, EDB n.1583). a.l.

Pastori cattolici uccisi. Nel 2010 hanno subito una morte violenta 23 preti, religiosi o collaboratori pastorali, tra cui due vescovi, la maggior parte in sette Stati dell’America Latina. L’uccisione di agenti pastorali è purtroppo da anni una costante. Secondo l’agenzia Fides, in dieci anni a partire dal 2000, in totale sono stati uccisi 284 operatori pastorali cattolici, tra cui cinque vescovi e 205 preti. A loro vanno aggiunti le centinaia di cattolici vittime di attentati da parte di fanatici musulmani, in Asia e in Africa: perseguitati, con altri cristiani, più per motivi politici che religiosi.


CONDANNA PROTESTANTE 24

In risposta alla campagna pubblicitaria “Bala i ratt”, il Coniglio sinodale della Chiesa evangelica riformata in Ticino ha emesso il seguente comunicato stampa («Voce evangelica», novembre 2010): «La Chiesa evangelica riformata nel Ticino prende atto della campagna pubblicitaria “Bala i ratt”, provando nient’altro che vergogna, ed esprime: sgomento per lo stile discriminatorio di questa campagna nei confronti dei frontalieri italiani che vengono diffamati e criminalizzati; perplessità su come questa campagna tematizza il problema degli stranieri che si sono resi colpevoli di reato; massima apprensione per l’odio che viene seminato tra ticinesi, italiani ed altri paesi europei; ripugnanza per una viltà fino ad oggi sconosciuta in Svizzera, dimostrata dall’artefice di questa campagna che si nasconde nell’anonimato; grande tristezza che una società pubblicitaria agisca priva di

CONDANNA ISLAMICA

Lega dei musulmani in Ticino ha diramato il seguente comunicato («Giornale del Popolo» del 7 gennaio): «Condanniamo severamente l’attentato del 1. gennaio 2011 contro una chiesa copta di Alessandria d’Egitto, nel quale hanno perso la vita 23 persone e molte sono rimaste ferite. In aggiunta, condanniamo ogni attacco contro i cristiani in ogni parte del mondo e contro qualunque minoranza religiosa. L’Islam vieta categoricamente ogni atto ostile contro la “gente del libro” e definisce il rapporto con loro basato sui valori del dialogo, del rispetto e della convivenza pacifica. È esplicitamente vietato colpire qualsiasi luogo di culto: dunque attaccare una chiesa, una sinagoga, una moschea o altro ancora va contro la stessa dottrina religiosa, perché si tratta di luoghi sacri. La violazione della dignità dei luoghi di culto nell’Islam è considerato come un crimine barbaro e disumano. L’Islam considera anche che uccidere un innocente è come uccidere tutta l’umanità, come sottolinea il Corano, il testo sacro dell’Islam: «Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità» (Corano, 5:32).

opinioni

ogni senso etico; delusione che una città come Lugano ‘accolga’ i suoi frontalieri con manifesti di questa campagna (sottopassaggio FFS, in Via Besso). La Chiesa evangelica riformata in Ticino (CERT) si appella: a tutte le imprese, agenzie ed enti ospedalieri e sociali dove lavorano per il bene della società i frontalieri, perché esprimano esplicitamente la loro indignazione per la campagna, dichiarando la loro piena solidarietà con i loro impiegati; alle autorità pubbliche perché esaminino la campagna “Bala i ratt” con la misura dell’art. 261 bis del Codice penale svizzero e prendano le rispettive misure giuridiche; alle Chiese e Comunità cristiane perché considerino questa campagna – in termini religiosi – un grave atto di peccato; alle scuole del Cantone perché educhino le giovani generazioni a un atteggiamento civile, onesto ed umano».

No. 215

In questo numero I corsivi di «Dialoghi»

✧ MALGRADO TUTTO, SEGNI DI SPERANZA (Marina Sartorio) ✧ ANGLICANI UMILIATI (E.M.) )

2

✧ CRISTIANI PERSEGUITATI (a. l.)

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✧ VESCOVI, SIETE CON IL POTERE O CON IL VANGELO («Il Margine», Trento)

3

✧ TANTI PRETI IN ITALIA? UN MITO DA SFATARE (Giancarlo Zizola))

5

✧ STATO E CHIESA: UN RAPPORTO STRARIPANTE (Luigi Sandri)

8

Dossier Italia

✧ L’ITALIA È ANCORA UN PAESE CATTOLICO?

11

Articoli

✧ VA PER LE LUNGHE A ROMA LA CAUSA DI MONS. ROMERO (Adista) 13 ✧ ADRIANA AMAVA LA CHIESA (Raniero La Valle)

14

✧ CONDANNA PROTESTANTE CONDANNA ISLAMICA

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✧ CRONACA INTERNAZIONALE

La Lega dei Musulmani in Ticino sottolinea in questa occasione l’importanza della garanzia dei diritti delle minoranze religiose nel mondo, che siano cristiani nei paesi a maggioranza musulmana, oppure musulmani nei paesi a maggioranza cristiana: la forza di una maggioranza si vede da come rispetta la sua minoranza, garantendo i diritti fondamentali per tutti. Speriamo e preghiamo che, in quelle terre care ai cuori di tutti, si ritorni ad assistere alla ricca convivenza pacifica vissuta per molti secoli. Il nostro appello: “no” al terrorismo, “no” all’uso della religione per scopi politici e demagogici, “no” alla discriminazione, “no” al razzismo, “no” alla emarginazione delle minoranze, “no” alle guerre di religione, “no” alle strumentalizzazioni di questi avvenimenti drammatici, “sì” al rispetto, al dialogo e alla convivenza pacifica tra le diverse religioni e civiltà, “sì” alla saggezza e alla moderazione. Preghiamo che la pace, il rispetto e l’amore regnino sull’umanità, che i focolai di guerra si spengano, e che tutti coloro che soffiano e alimentano questi fuochi se ne astengano per il bene e la pace dalla famiglia umana. La Lega dei Musulmani in Ticino esprime ai familiari delle vittime le più sentite condoglianze e augura ai numerosi feriti una pronta guarigione. Che la Pace regni su questa Terra».

1

12, 15

✧ OSSERVATORIO ECUMENICO

17

✧ BIBLIOTECA Benedetto XVI, Luce del mondo, (Libreria editrice vaticana)

19

NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE

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✧ CRONACA SVIZZERA

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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Serse Forni, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.


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