210 dialoghi Locarno – Anno 42 – Febbraio 2010
di riflessione cristiana
BIMESTRALE
Keystone
«Il problema è Roma»?
Haiti, la tragedia e la solidarietà Immagini drammatiche che hanno fatto il giro del mondo. Taluni si sono scandalizzati che i media abbiano potuto trasmettere immagini così brutali. Ma lo scandalo più grande è quello di un Paese, Haiti, dimenticato dalla storia e dagli uomini dopo essere stato il primo al mondo ad abolire la schiavitù tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Il terremoto del 12 gennaio ha, d’altra parte, suscitato uno slancio di solidarietà che merita apprezzamento. Non tutto l’aiuto, data l’enormità della sciagura, è potuto andare a segno con la tempestività e l’efficacia desiderate. Ma non sono mancate prove di generosità al limite dell’eroismo. Si spera, ora, in una ricostruzione che sia anche una resurrezione del Paese così duramente provato.
«Madre e maestra» (Giovanni XXIII), «esperta in umanità» (Paolo VI): queste definizioni della Chiesa sono dell’immediato pre-Concilio e post-Concilio, anche se riflettono un’autocoscienza che risale a molto prima. Già le encicliche, per esempio, di Pio XII avevano ricevuto riconoscimenti esterni alla Cattolicità. Fa dunque piacere che il recente documento di papa Benedetto XVI – Caritas in veritate – sia stato letto e apprezzato anche fuori della cerchia di coloro per i quali, qualunque cosa dica o faccia, «il papa è infallibile» ben oltre la definizione canonica. «Dialoghi», che all’ultima enciclica aveva dedicato un commento redazionale nel numero 208 (novembre 2009), ritorna oggi sull’argomento con due contributi: il primo di Carlo Silini circa le considerazioni che il Papa fa sull’economia: prudenti ma per molti aspetti «profetiche» – come si sarebbe detto al tempo del Concilio; il secondo di Simone Morandini sui contenuti di Caritas in veritate riferiti all’ambiente, anche questi molto incoraggianti per l’impegno che esige per la tutela della qualità di vita delle generazioni future. Questi apporti del magistero papale alla riflessione in campi non strettamente di competenza e di giurisdizione della «cattedra di Pietro» sono nella linea di una «traduzione» nei termini della società civile dei valori evangelici, più specifici della testimonianza della Chiesa. È da respingere il pregiudizio laicista che vorrebbe espunto dalla riflessione comune ogni argomento che abbia sorgente remota o prossima in un contesto religioso. È nella linea «inclusiva» dell’ultimo John Rawls – suo il famoso «consenso per intersezione» – che i beni religiosi possano confluire nei valori costituzionali a tutti comuni e prendere la forma di diritti umani. Il compiacimento non può tuttavia essere disgiunto dalla constatazione (Continua a pagina 2)
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che, in definitiva, il Papa parla ma le decisioni ultime in materia devono adottarle le autorità civili. Nessuno farebbe carico al pontefice romano di una mancanza di coerenza, per esempio, nell’applicazione del Protocollo di Kyoto o nelle scelte del Fondo Monetario Internazionale. Neppure gli statisti cattolici, d’altra parte, devono essere giudicati sul rispetto dei precetti della Chiesa: essi rispondono innanzi tutto alla base democratica che li ha espressi, per realizzare il «bene comune» (una dipendenza diretta dal magistero ecclesiastico, senza mediazione, è da escludere – cf. Solo la mediazione non è negoziabile, in «Dialoghi» n. 196, aprile 2007). Il magistero ecclesiastico deve tenere le distanze rispetto alle scelte politiche dei regimi e dei governi. Purtroppo, questo non accade: bastano a dimostrarlo le poco trasparenti intese che il Vaticano e la Conferenza episcopale italiana negoziano con i governanti attuali dell’Italia. È perciò nelle faccende direttamente di competenza della Chiesa che dev’essere valutata la qualità del pontificato attuale, delle Conferenze episcopali e dei singoli vescovi. Questa riflessione sostanzia la scelta di «Dialoghi» di intervenire criticamente, senza piaggerie nei confronti della gerarchia, su quel che accade nell’ambito della comunione ecclesiale. In questo spirito pubblichiamo oggi le Osservazioni di Giovanni Franzoni, «padre» conciliare e poi abate dimesso di San Paolo fuori le Mura, circa la prospettata beatificazione di Karol Wojtyla. Non sminuisce la granitica testimonianza personale di papa Giovanni Paolo II sottolineare, come fa Franzoni, le lacune e le inadempienze del suo pontificato, e specialmente la mancanza di lealtà verso lo Stato italiano dimostrata circa il coinvolgimento della banca vaticana nelle manovre finanziarie portate alla luce dall’inchiesta «Mani pulite» (cf. l’articolo di Giancarlo Zizola Lo IOR e gli scandali ricorrenti delle finanze ecclesiastiche, in «Dialoghi» n. 209, dicembre 2009). Riflettendo alle quasi contemporanee perplessità emerse circa la beatificazione di Papa Pacelli, viene facile ricordarsi di un bell’articolo di Luigi Accattoli in cui si obiettava «Attenzione a che cosa può significare una rapidissima beatificazione di papa Wojtyla: l’auspicio di zittire ogni questione critica nei confronti del suo go-
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verno con l’applauso della sua santità». E poiché non si creda che Accattoli facesse obiezione solo nei confronti di Giovanni Paolo II, completiamo la citazione: «Nessuno se l’abbia a male se dico che non serve beatificare i papi» («Il Regno Attualità» 14/2005). Continua dunque a essere non solo lecito ma necessario esprimere insoddisfazione per la mancanza di chiari indizi, da parte del pontificato di Benedetto XVI, per la riforma della Chiesa cattolica nel senso indicato dal Concilio Vaticano II. Persiste, anzi, il tentativo di isterilire il magistero di quel Concilio dentro una «tradizione» che esiste solo nella fantasia dei conservatori. Tutta la storia della Chiesa (ma non solo della Chiesa!) è fatta di svolte e di rotture, di avanzamenti e di ritorni indietro, di affermazioni e di smentite delle affermazioni fatte. Non tutto va posto, ovviamente, sullo stesso piano: la geBILANCIO 2009
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rarchia delle verità di fede (un’altra «novità» del Concilio che non si cita mai: Unitatis Redintegratio, 11; Catechismo della Chiesa cattolica, 90) impone che coerenza e fedeltà debbano essere misurati in primo luogo sul Vangelo. Ma è pur sempre preoccupante, per esempio, constatare come la burocrazia clericale romana tenda a soffocare ogni autonomia dei singoli vescovi e delle Conferenze episcopali – in chiaro contrasto con la direzione impressa dal Concilio alla riforma dell’istituzione ecclesiastica. È nelle mie orecchie la desolata espressione di un vescovo sentita non molti mesi fa: «Il problema è Roma!». Su questo, la responsabilità del magistero romano attuale è diretta, non mediata. Negare che faccia problema, e che sia una contro-testimonianza pesante nella valutazione per altri aspetti positiva dell’attuale pontificato, non è possibile. E. M.
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«Dialoghi» ringrazia in particolare gli abbonati sostenitori, che hanno permesso di limitare il disavanzo d’esercizio. Pietro Lepori, amministratore Tengia di Rossura, gennaio 2009
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Dalla critica del capitalismo all’utopia religiosa Il versante economico dell’ultima enciclica sociale
L’enciclica Caritas in veritate, come tutti i documenti di papa Benedetto XVI, è una grande costruzione sul piano delle idee, un edificio dottrinale che sorge sulle macerie di un altro palazzo concettuale, ma non cristiano: quello dell’economia di mercato così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi. Di fronte ai fallimenti del sistema economico il Papa potrebbe rispolverare un atteggiamento «buonista», da parroco di paese: con la ricetta dell’amore, della carità, dei buoni sentimenti e del «volémose bene» si risolve tutto. Ma Ratzinger è un professore tedesco, ed è convinto che la luce con la quale si può mettere ordine nel caos economico è quella della verità: «Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale». Immaginiamo ora il Papa che passeggia tra le mura rimaste in piedi del sistema liberista. La prima cosa che si chiede è se vale la pena di distruggere anche le poche pareti rimaste in piedi o se buttarle giù definitivamente. La drammatica domanda potrebbe essere questa: basta un restauro di questo sistema o occorre una ricostruzione a partire da zero? Da nessuna parte nell’enciclica c’è una condanna diretta ed esplicita del sistema liberista. A tratti sembra quasi che il Papa riproponga la nota dottrina delle mele marce: il sistema non è né buono né cattivo, sono solo le persone corrotte che lo pervertono: «l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici». In realtà, poi, leggendo, si ha impressione che Benedetto XVI quei muri li abbatta senza rimpianti perché le critiche al sistema liberista sono tali e tante da non lasciare spazio alla possibilità di salvarlo.
E infatti, buona parte del suo testo si presenta come una critica radicale ragionata della società capitalistica. Il Papa prende il piccone e comincia a smantellare alcuni miti che resistono alla crisi: per esempio l’idea che l’economia di mercato che abbiamo conosciuto sia il miglior sistema possibile per la creazione di ricchezza; oppure l’ideologia della «mano invisibile», la metafora creata da Adam Smith per rappresentare la Provvidenza, grazie alla quale nel libero mercato la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe tendenzialmente all’interesse dell’intera società. E soprattutto l’idea che il liberismo economico sia una sorta di immenso robot, una macchina che si regola da sé, senza intervento umano, un gigante inarrestabile retto da forze impersonali: «Talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». A tutto questo il Papa dice: non è vero. di Carlo Silini
Abbattuti i muri residui del sistema, tuttavia, il Papa non butta via i suoi mattoni e prova a ricomporre la casa economica del mondo secondo un nuovo progetto, anzi secondo nuove gerarchie di valore. Tra quelle proposte ne indico tre. L’importanza della politica
Scrive il Papa: «Ci si adopera per il bene comune avvalendosi delle istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale». In altri termini: le strutture giuridiche, civili, politiche, culturali della società possono e debbono essere utilizzate per realizzare il bene comune. «È questa la via istituzionale – possiamo anche dire politica – della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della polis». Su questo fronte, nell’annosa questione più Stato/meno Stato, Benedetto
XVI sembra optare decisamente per la prima opzione: «Nella nostra epoca, lo Stato si trova nella situazione di dover far fronte alle limitazioni che alla sua sovranità frappone il nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale, contraddistinto anche da una crescente mobilità dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione materiali ed immateriali. Questo nuovo contesto ha modificato il potere politico degli Stati». E anche: «Oggi, facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in atto che vede i pubblici poteri dello Stato impegnati direttamente a correggere errori e disfunzioni, sembra più realistica una rinnovata valutazione del loro ruolo e del loro potere». Più Stato, per il Papa, non significa meno società civile, al contrario: «Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri, è prevedibile che si rafforzino quelle nuove forme di partecipazione alla politica nazionale e internazionale che si realizzano attraverso l’azione delle Organizzazioni operanti nella società civile».
La riforma dell’ONU
Il Papa che chiede di rivalutare il ruolo dello Stato per una più equa ridistribuzione delle ricchezze sull’umanità non risparmia una critica radicale anche alla politica internazionale, troppo debole per far funzionare bene il mondo. Benedetto XVI si spinge fino alla richiesta di una riforma dell’ONU: «Per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi; per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai va-
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lori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti». Il primato dell’etica
Il cemento con il quale Benedetto XVI propone di saldare i mattoni della società è quello dell’etica. L’assenza di etica figura già in una prima diagnosi della situazione: Su questo aspetto si sono scatenati i titoli di tutti i giornali. «Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano». E anche: «La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente». Il Papa non chiede semplicemente di rafforzare la finanza, le banche o il commercio etico. «Occorre adoperarsi — l’osservazione qui è essenziale! — non solamente perché nascano settori o segmenti “etici” dell’economia o della finanza, ma perché l’intera economia e l’intera finanza siano etiche e lo siano non per un’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura». A mio modo di vedere, il Papa giunge qui al rovesciamento delle gerarchie di governo che potremmo immaginare come piramidi: prima al vertice c’era l’economia, a metà la politica e in fondo l’etica. Qui è l’esatto contrario: in cima alla piramide c’è l’etica da cui discende la politica e infine l’economia. Se si preferisce si può anche dire che il Papa prende le tre parole chiave dell’illuminismo «Liberté, Fraternité, Egalité» per riaffermare il valore del pilastro della Fraternità, (schiacciato dall’individualismo liberale) da intendere, però, in chiave cristiana: la fraternità di cui parla si fonda sul fatto che tutti gli uomini sono figli di un unico Padre che è Dio. «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro».
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Un salto di qualità
Fin qui il pensiero del Papa, per quanto radicale e corrosivo, può senz’altro essere fatto proprio, penso, anche da molti laici credenti o non credenti: questo ritorno alle regole, questa rivalutazione del ruolo dello Stato e della politica, questa necessità di un agire etico corrispondono ad un’idea di economia sociale di mercato largamente condivisibile. Ma il Papa non si ferma qui. La città dell’uomo che immagina va molto oltre un sistema basato sulla sussidiarietà e sulla solidarietà. Senza essere fondata in Dio, sostiene il Papa, l’economia non può essere umana. Questo è probabilmente il nodo più problematico e nello stesso tempo coraggioso della sua enciclica: «Lo sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’autosalvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato». Il Papa chiede quindi alle scienze, evidentemente anche alle scienze economiche, di non chiudersi alla metafisica e alla disciplina scientifica della teologia. «L’eccessiva settorialità del sapere, la chiusura delle scienze umane alla metafisica, le difficoltà del dialogo tra le scienze e la teologia sono di danno non solo allo sviluppo del sapere, ma anche allo sviluppo dei popoli, perché, quando ciò si verifica, viene ostacolata la visione dell’intero bene dell’uomo nelle varie dimensioni che lo caratterizzano». Ma il vero salto utopico del Papa si manifesta nell’immaginazione di un sistema economico basato sul criterio della gratuità: «La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza». Qui il Papa capisce bene di osare molto, infatti scrive: «Il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco». E anche: «il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produr-
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re quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave».
Bello, ma è realistico immaginare gli imprenditori e gli operatori economici di oggi, in pieno tempo di vacche magre: che per risanare i loro conti cominciano a pensare che il profitto non è tutto, che bisognerebbe regalare qualcosa? Molto altro andrebbe detto del testo di Papa Ratzinger, anche in chiave critica. L’enciclica, ad esempio, pecca di un certo esclusivismo cattolico [«Dialoghi» ha affrontato questo aspetto dell’enciclica nell’editoriale del numero 208, ottobre 2009, ndr.]. Questa è una possibile chiave interpretativa della sua enciclica e qui pare sufficiente sintetizzarla in questi termini: la costruzione del nuovo pensiero economico proposto da Benedetto XVI (l’edifico dottrinale di cui parlavamo all’inizio di questo articolo) parte da un’operazione di abbattimento dei muri delle illusioni liberiste, passa dal sovvertimento delle gerarchie di valore (l’etica viene prima della politica, la politica viene prima dell’economia) e giunge al sogno di una società perfetta, fondata sulla fraternità e sull’economia paradisiaca del dono. Caritas in veritate è senz’altro il testo più utopico di Joseph Ratzinger. Rifugiati nel mondo. L’Alto commissario dell’ONU calcola che i rifugiati e i richiedenti l’asilo nel mondo sono 16 milioni, mentre 26 milioni sono forzatamente migrate all’interno del loro Paese. Molti di questi spostamenti interni, causati da conflitti e carestie, sono di lunga durata: 29 gruppi, di oltre 25.000 persone, sono esiliati da più di cinque anni in 22 diversi Paesi, con nessuna probabilità di soluzione immediata. Gli abitanti e le autorità europee, di fronte alle immigrazioni (che oltretutto rappresentato una preziosa mano d’opera, come il mezzo milione di «badanti» attive in Italia) dimostrano egoismo e cattiva informazione, se è vero (come insegnano i Papi) che «la terra è di tutti», mentre l’Italia di Berlusconi e di Bossi ha approvato leggi che criminalizzano chi cerca rifugio e lavoro.
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Fondare una casa per l’umanità in forme capaci di futuro La cura dell’ambiente nell’enciclica «Caritas in veritate» Pensare la carità nella sua rilevanza per la nostra forma sociale cogliendone tutta la complessità, senza la pretesa di fornire ricette complessive per gestirla, ma piuttosto indicando alcuni fondamentali criteri per abitarla. Pensarla come stimolo per la riflessione (veritas) e per la prassi. Pensarla in relazione allo «sviluppo umano integrale», «volto alla promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» (14) e dunque nella varietà delle sue dimensioni – incluso, in particolare, il suo collegamento con i «doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale» (48). Questa la prospettiva sottesa alla Caritas in veritate di Benedetto XVI, che tocca il tema ambiente nei numeri 4851: una porzione breve (tanto che alcuni commentatori vi hanno dedicato poca attenzione), ma molto densa. Dono di Dio…
Il n. 48 si apre con un’indicazione chiara: «Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera». È un orizzonte teologico forte, che scopre nell’ambiente soprattutto il dono di Dio per tutti, l’ambiente di vita da condividere: non solo la «natura», né la cava di materiali disponibili all’azione umana, ma la creazione buona, il primo radicale dono di Dio, in cui Egli esprime la sua benedizione fondante per la vita. È un’affermazione di forza tutta particolare nel 2009, a trent’anni dalla proclamazione di Francesco d’Assisi a patrono dei cultori dell’ecologia; essa rimanda a un approccio ai problemi ambientali che ha alle spalle un’esperienza del mondo come realtà buona, donata, di fronte alla quale il primo atteggiamento da assumere è la lode grata. Dono, prosegue ancora il testo, è anche l’indicazione di una realtà non nata dal mero caso, ma espressione di una vocazione, di un disegno di amore e di verità. È lo sguardo del credente che – al dilà dell’ateismo metodologico della scienza – «nella natura (…)
riconosce il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio». La confessione di una tale dimensione di intenzionalità operante al cuore del reale conferisce ad esso un valore teologico che nella CV si riverbera sul piano etico: la natura è realtà che «l’uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso». Attenzione all’espressione «legittimi»: in nessun modo potremmo leggere in questo testo una legittimazione della società dei consumi, con la sua promozione del desiderio senza limite quale motore dell’economia. L’intenzionalità creatrice di Dio mira alla vita degli uomini e delle donne («Gloria Dei homo vivens», Ireneo di Lione), ma vi sono equilibri che fanno parte delle strutture di sostegno alla vita e che esigono di essere rispettati. di Simone Morandini*
Tale prospettiva centrata sul dono-perla-vita fonda un concezione equilibrata del rapporto uomo-ambiente, ben distante dagli opposti estremismi, che pure facilmente incontriamo in quest’ambito. Da un lato, infatti, è presente talvolta un’immagine di natura come realtà quasi intoccabile; d’altra parte incontriamo figure e prospettive che relativizzano a tal punto la datità del mondo naturale da legittimare ogni forma di utilizzo (una prospettiva di unilaterale accentuazione del valore della tecnica che la CV esaminerà ai nn. 68-77). Per indicare una prospettiva che tenga lontani da tali due poli, il n. 48 parla di «un uso responsabile» del mondo che abitiamo. Il termine – di estrema importanza per la riflessione morale contemporanea – compare ben 39 volte in CV ed è molto caro a papa Benedetto, che già nel discorso della Pentecoste 2006 ne aveva evocato la varietà delle dimensioni, fino a collegarle a quella fondamentale responsabilità che Dio nel suo Spirito ha nei confronti della sua creazione. Qui, in particolare, si richiama una responsabilità «nei confronti dei * della Fondazione Lanza e della Facoltà teologica del Triveneto.
poveri, delle generazioni future, dell’umanità intera»; le prime due voci non vanno intese come referenti esclusivi, ma piuttosto come punti focali, su cui si misura l’universalità di un’etica e di una prassi credente. Da sottolineare – accanto all’attenzione per i poveri, tradizionale nella dottrina sociale cattolica – il riferimento alle «generazioni future», a evidenziare la complessa struttura temporale di un’etica della responsabilità. Non è solo colui che mi sta accanto – il volto o il corpo di cui mi scopro prossimo – che mi chiama a responsabilità, e neppure soltanto coloro che al presente io posso cogliere come destinatari della mia azione, in quanto mediata da istituzioni. Si tratta certo di dimensioni fondamentali e giustamente Benedetto XVI sottolinea al n.7 di CV che c’è «una via istituzionale — possiamo anche dire politica — della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis». Qui, però, egli si sofferma su una dimensione della carità in cui la mediazione è ancora più ampia, ma non per questo meno rilevante: quella che si rivolge alle prossime generazioni. È un tema entrato nel magistero cattolico con Giovanni Paolo II e che ha trovato ampio spazio nel Compendio della dottrina sociale della chiesa cattolica (CDSC); qui esso assume un ruolo chiave per l’etica ambientale della CV – antropocentrica, ma di un antropocentrismo teologicamente fondato, attento al futuro dell’umanità ed alla casa-oikos in cui esso si realizza. …da modellare, con un’attenzione intergenerazionale
Le prospettive che abbiamo appena accennato le troviamo espresse in forma condensata in una frase pregnante, tesa a disegnare il ruolo attivo dell’uomo entro il creato: «l’uomo interpreta e modella l’ambiente naturale mediante la cultura, la quale a sua volta viene orientata mediante la libertà responsabile, attenta ai dettami della legge morale». Abbiamo qui un’antropologia complessa, che rifiuta di considerare l’agire umano come mera perturbazione di un ambiente
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che sarebbe di per sé armonico, ma che neppure mostra accondiscendenza verso quell’unilaterale accentuazione della libera creatività del soggetto che caratterizza la modernità. Libertà creativa, certo, ma anche responsabile – pronta a rispondere agli appelli che le vengono dal reale che le sta dinanzi e che trovano espressione nella legge morale in tutta la sua complessità. Tale attenzione per la dimensione etica si traduce in questo contesto soprattutto in un richiamo alla declinazione della solidarietà e della giustizia intergenerazionali su una varietà di piani: «l’ecologico, il giuridico, l’economico, il politico, il culturale». È una ricchezza di aspetti che richiama lo spettro semantico associato a un termine che non è presente nella CV: quello di «sostenibilità», che dice proprio di una forma di vita socio-economica capace di provvedere alle necessità delle generazioni presenti, senza precludere analoga possibilità per quelle future. Formulata per la prima volta nel contesto del Consiglio Ecumenico delle Chiese nel 1974, tale nozione ha trovato ampio impiego nel linguaggio della politica ambientale a partire dal Rapporto della Commissione Bruntland all’ONU nel 1987, che lo caratterizza nella sua triplice dimensione – ambientale, sociale, economica. Negli ultimi decenni, la stessa espressione è stata pure utilizzata da diversi testi di episcopati nazionali, tanto che nel periodo immediatamente precedente alla stesura del Compendio, ne era addirittura stata ipotizzata la sua inclusione tra gli assiomi della dottrina sociale, accanto a nozioni tradizionali come sussidiarietà, solidarietà e giustizia. Di fatto l’evoluzione non è andata in questo senso e, anzi, il termine non è presente nel Compendio, né viene utilizzato nella CV, ma è evidente che l’argomentare di Benedetto XVI non può fare a meno di tale plesso concettuale. Un governo responsabile dell’ambiente
Ciò che interessa a papa Benedetto è, però, soprattutto che per tale prospettiva occorre un governo responsabile dell’ambiente (50), per il quale la CV offre solo alcune linee fondamentali, lasciando all’interpretazione e alla prassi dei destinatari l’esplicitazione dettagliata di aree e temi in cui applicarla. In primo luogo l’affermazione che «c’è spazio per tutti su questa no-
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stra terra: su di essa l’intera famiglia umana deve trovare le risorse necessarie per vivere dignitosamente, con l’aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva». È facile cogliere qui un rimando implicito all’attenta meditazione delle questioni demografiche presentata al n. 44 e caratteristica della dottrina sociale cattolica. Anche più diretta è, però, la presa di distanza dalle cosiddette «etiche della scialuppa di salvataggio», che – sostenendo l’insufficienza delle risorse terrestri per l’intera popolazione presente – vorrebbero privilegiare la difesa dei privilegi nazionali delle aree attualmente più sviluppate, anche a detrimento delle altre (una sorta di estensione della politica del respingimento a metodo di gestione delle problematiche internazionali). È una posizione evidentemente incompatibile con il tema della solidarietà e con quell’affermazione della destinazione universale dei beni della terra, che – nitidamente formulata in Gaudium et Spes 69 – attraversa l’intero magistero sociale degli ultimi decenni e costituisce l’asse portante della riflessione economica del Compendio. Contro di essa Benedetto XVI richiama la fecondità della natura, ma anche l’importanza della creatività umana, quale si esprime nel lavoro e nella tecnica. Occorre un’«alleanza tra l’uomo e l’ambiente» che sappia vedere il futuro – e l’azione umana in esso – illuminati da una speranza teologicamente fondata, come ambiti di una positiva coevoluzione possibile. Sbaglierebbe gravemente, insomma, chi volesse leggere in tali sottolineature un ottimismo superficiale o una presa di distanza dall’attenzione ambientale: ne dà conferma l’affermazione di forza assolutamente singolare che troviamo subito dopo, come vero centro focale della sezione 48-51. Si parla, infatti, di un «dovere gravissimo», «di consegnare la terra alle nuove generazioni in uno stato tale che anch’esse possano degnamente abitarla e ulteriormente coltivarla». Da sottolineare, in primo luogo, l’espressione «dovere gravissimo», che esprime una qualifica etico-teologica molto forte per un’indicazione che (ancora una volta nei contenuti, pur se non nella terminologia) orienta decisamente alla sostenibilità. È tale dovere che la CV affida alla corre-
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sponsabilità della comunità internazionale: occorre imparare a «decidere insieme», affinché «la comunità internazionale e i singoli governi sappiano contrastare in maniera efficace le modalità d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad esso dannose». Il governo responsabile dell’ambiente deve cioè articolarsi su vasta scala: la protezione dell’essere umano e del clima esige una forte azione congiunta, che si faccia carico dei soggetti deboli citati in precedenza. Solo se capace di collaborazione la famiglia umana può prendersi efficacemente cura della terra, superando una politica di mero accaparramento delle risorse. Troviamo tale istanza esplicitata, tra l’altro, con riferimento al tema del clima: «la protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta». L’energia
La stessa istanza trovava ampio spazio nel numero precedente (il 49), dedicato ad un tema che un osservatore superficiale potrebbe considerare fin troppo specifico, qual è l’energia. In realtà Benedetto XVI ha un attenzione privilegiata per le questioni energetiche, cui aveva già fatto ampi riferimenti nei Messaggi per la Giornata Mondiale della Pace del 2007 e del 2008. È chiara la lucida percezione delle centralità di tale tema per la questione dello sviluppo, come per l’ambiente. Un forte invito è rivolto qui alle società tecnologicamente avanzate che «possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico sia perché le attività manifatturiere evolvono, sia perché tra i loro cittadini si diffonde una sensibilità ecologica maggiore». All’esigenza di sobrietà nell’uso dell’energia, si aggiunge quello al «miglioramento dell’efficienza energetica» e alla possibilità di «far avanzare la ricerca di energie alternative» – un riferimento che nel Messaggio per la pace 2010 si espliciterà nella citazione dell’energia solare. Solo tale prospettiva consente di fare spazio alle necessità dei Paesi più poveri, consentendo loro di accedere ad una risorsa così centrale per la qualità della vita. Benedetto XVI riprende, focalizzandolo sull’energia, il tema del diritto a un equo accesso ai beni am-
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bientali, già affrontato nel Messaggio per la Giornata della Pace 2007. La salvaguardia del creato come etica
Le indicazioni conclusive del n. 51 potrebbero sembrare relativamente eterogenee, ma offrono importanti messe a punto per una riflessione credente sulla salvaguardia del creato. In primo luogo, osserva il Pontefice, il rapporto con la natura non è indipendente da quello che intratteniamo con noi stessi, con la forma complessiva che diamo alla nostra esistenza. C’è un’indivisibilità del libro della natura che lega tra loro da un punto di vista etico ambiti a prima vista distanti: «I doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri». In questo senso assume una forte centralità la questione degli stili di vita; il loro rinnovamento non è solo un’esigenza imprescindibile in vista del conseguimento della sostenibilità, ma un modo di dare espressione a valori fondamentali. Con le parole della Centesimus Annus si afferma che è necessario «un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti». Solo nel contesto di una positiva costruzione di un’ecologia umana è, dunque, possibile un vissuto positivo di quella naturale; solo nel quadro di un riorientamento morale della società è possibile dar vita ad una positiva etica dell’ambiente. C’è un’imprescindibile componente antropologica del discorso sulla custodia del creato, che non può essere sottovalutata. Una valenza particolarmente forte assume in questo senso la dimensione della solidarietà, come condizione per evitare alle economie più fragili la trappola della povertà che costringe a un uso distorto dell’ambiente, generando situazioni talvolta drammatiche (desertificazione). Così anche la pace appare come una condizione necessaria per un uso non conflittuale delle risorse, centrato sulla solidarietà e non sull’accaparramento. È in questo quadro che si colloca anche il richiamo alla responsabilità della Chiesa per il creato, da far valere anche nello spazio pubblico: è l’invito a un agire chia-
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ro e incisivo su tematiche che non sempre hanno avuto una tale centralità nella prassi ecclesiale. Conclusione
La CV è una preziosa meditazione sulla carità nella storia, cui non poteva mancare un’attenta considerazione della salvagurdia del creato. I nn. 48-
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51 offrono una riflessione forte in quest’ambito, che il Messaggio per la Giornata per la Pace 2010 amplierà e approfondirà, affinché le comunità cristiane apprendano ad amare quella terra che egli stesso nel Messaggio 2008 aveva colto come la casa della famiglia umana, spazio in cui essa è radicata e chiamata a vivere in forme capaci di futuro.
SPIGOLI & SPIGOLATURE
Una rondine non fa primavera L’Ufficio stampa vaticano, ripreso dalle agenzie di tutto il mondo (o quasi…), ha annunciato il 21 gennaio che Flamina Giovanelli è stata nominata sottosegretaria del Consiglio pontificio Giustizia e Pace: «Questa italiana di 61 anni diventa la prima donna laica (sic!) a occupare un posto di responsabilità in un dicastero romano sotto il pontificato del papa tedesco». E continua (APIC del 21 gennaio): «In un comunicato pubblicato lo stesso giorno, il dicastero considera infatti questo gesto come rivelatore della ‘grande fiducia’ di Benedetto XVI verso le donne». Sullo stesso tono celebrativo (oppure vuol essere ironico?), APIC informa anche che «Flaminia Giovanelli entra così nel clan molto ridotto delle donne che occupano posti di responsabilità in Vaticano, dopo la laica (e dài: ma da quando nella Chiesa cattolica una donna può essere chierico?) australiana Rosemary Goldie, sottosegretario al Consiglio pontificio per i laici dal 1966 al 1976, e suora Rosanna Enrica (laica o non laica? l’APIC dev’essere in dubbio…), attuale sottosegretaria della Congregazione per gli istituti della vita consacrata e delle società di vita apostolica, nominata a questo posto da Giovanni Paolo II nell’aprile del 2004». La nomina è più che meritata, anche se tardiva. Flaminia Giovanelli è nata a Roma nel 1948, ha studiato economia per poi seguire i corsi della Biblioteca apostolica vaticana, e poi anche dell’Università gregoriana; dal 1974 (da 35 anni!) lavora al Consiglio «Giustizia e Pace», dove si è specializzata nella dottrina sociale della Chiesa sulle questioni dello sviluppo e della povertà: era incaricata delle relazioni tra il Consiglio e le Conferenze «Giustizia e pace» degli episcopati europei. I membri svizzeri di G+P ne hanno potuto apprezzare la gentilezza, soprattutto di non far pesare mai la sua presenza di silente e minuta osservatrice. Del resto il Vaticano, in tutt’altre faccende occupato, non è che avesse molta considerazione per le Conferenze episcopali che sul terreno operavano per la giustizia e la pace …. Sempre nell’intento di magnificare l’apertura femminista del Vaticano (ma, ripeto, forse il redattore friburghese vuol divertirsi), il comunicato di APIC informa che persino il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, nel luglio 2007 (… meno di tre anni fa!) «aveva promesso la nomina di donne in seno alla curia» (e ora arriva con la vettura Negri!). A sottolineare l’importanza della nomina fatta dal Papa si ricorda ancora che il Consiglio ha dal 22 ottobre 2009 un nuovo segretario nella persona del salesiano (ovviamente prete) Mario Toso e, due giorni più tardi, anche un nuovo capo nella persona del cardinale gaanese Peter Kodwo Appian Turkson (chierico al cubo). La nostra Flaminia occupa il terzo posto, vacante dall’aprile 2006 (tanto doveva essere importante!). Non si allarmino comunque troppo i conservatori antifemministi vaticani e lefebvriani : una rondine non fa primavera, e la Giovanelli (61 anni) andrà presto in pensione. Le facciamo i migliori auguri di goderla rivalutata per tanti anni: se l’è meritata. Presto sarà probabilmente sostituita da un prete, maschio ovviamente. Non è infatti previsto come imminente il presbiterato femminile, anche se l’«apertura» (?) agli anglicani concerne già gli «uxorati»! A.L.
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notiziario (in)sostenibile
NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE a cura di Daria Lepori
Crisi della crescita. In un’intervista pubblicata dalla WOZ a margine dell’uscita in tedesco del suo nuovo libro (Leben ohne Erdöl, Rotpunktverlag Zürich 2009), Vandana Shiva ha dichiarato: «Gli indici di crescita economica non dicono nulla su quanto le persone hanno da mangiare, quanta acqua potabile hanno a disposizione o se possono guadagnarsi da vivere bene e con dignità; misurano solo il settore degli affari. E dal momento che gli affari sono sempre più nelle mani di grandi imprese, gli indici di crescita sono oggi solo gli indici di crescita delle disuguaglianze. Perfino il premio Nobel per l’economia Stiglitz ha dichiarato che con la crescita economica non si può misurare il benessere delle persone. Il modello economico che conosciamo ha prodotto un miliardo di persone che non hanno cibo a sufficienza, e altri tre miliardi che soffrono di ipertensione, diabete e obesità perché la qualità del cibo che mangiano è infima. Abbiamo bisogno di meno cose la cui qualità sia migliore. Non di sempre più cose, di cattiva qualità».
Sabbia per Singapore. Da un anno Singapore compra sabbia alla Cambogia perché ne ha bisogno per fabbricare cemento. Enormi quantità di questo materiale gli servono per costruire argini e fondamenta atti ad aumentare la sua limitata superficie e i grattacieli per alloggiare una popolazione sempre in crescita. Prima era l’Indonesia a fornire la sabbia, ma da quando alcune delle sue isole sono sparite a causa dell’erosione, Singapore ha dovuto ripiegare dapprima sul Vietnam (ma la qualità è scadente) e poi ha trovato nel delta del fiume Kob Kong ciò che cercava. Mensilmente sono stimate a 50 mila le tonnellate di sabbia prelevate da imbarcazioni che, sette giorni su sette e per 24 ore al giorno, percorrono le acque tra fiume e mare. In Cambogia l’impresa è un grosso affare per molti, ma non per la popolazione del luogo. Si tratta di famiglie di pescatori che vedono minacciate le loro basi vitali. I proventi della pesca sono già diminuiti del 70% poiché dove è stata asportata la sabbia pesci e gamberetti non tornano più. Per pescare occorre avventurarsi sempre più verso il mare aperto: un’impresa rischiosa per le piccole barche
che non dispongono di attrezzature adatte. Ora le donne devono acquistare il pesce al mercato e i soldi per comprarlo li devono guadagnare gli uomini, costretti a cercare lavoro all’interno del Paese, a giorni di distanza dai villaggi, il che li tiene lontani dalle loro famiglie. Le imprese coinvolte nell’estrazione della sabbia impiegano manodopera a basso costo: vietnamita, tailandese o di Singapore. Gli unici locali ad approfittare marginalmente della situazione sono i tassisti e le prostitute. Le poche ONG che hanno osato esprimersi sulla gestione poco trasparente della vendita di sabbia e sull’arricchimento personale di alcuni potentati rischiano di essere espulse.
Cinture tirate. «oeku» ha inoltrato alla Conferenza centrale cattolico romana e alla Conferenza delle Chiese riformate della Svizzera una richiesta di aumento dei contributi versatigli. I compiti del segretariato dell’Organizzazione ecumenica Chiesa e ambiente sono molto aumentati negli ultimi anni, per esempio con i corsi per sagrestani nella gestione più parsimoniosa delle risorse, il calcolatore di emissioni di CO2, ecc. Ma le due istanze hanno negato un maggiore impegno finanziario. Martin Lehmann, redattore di «Reformiert», sul numero 12 della rivista bernese si esprime criticamente a riguardo. Egli osserva che le Chiese non sono all’altezza delle loro ambizioni se, dopo aver inoltrato al Consiglio federale una lettera in cui si chiede un maggior impegno nella politica climatica (riduzione delle emissioni di CO2 del 40% entro il 2020), non sono in grado di dimostrare la necessaria coerenza.
Bio-sacchetti. Una ditta di Gland ha sviluppato materiali alternativi alla plastica in armonia con l’ambiente. Per fabbricare contenitori di diverso tipo e diversi accessori BioApply utilizza materiali completamente degradabili e compostabili a base vegetale. I sacchetti delle marche Switcher e Alinghi sono prodotti da BioApply.
Filtra l’aria. La soluzione adottata da Lugano per ridurre l’inquinamento da polveri fine nel centro città è una centralina che filtra l’aria. È situata sotto la «pensilina Botta», quella che fa da
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scambio e capolinea alla maggior parte delle linee della rete di trasporto pubblico (a fianco del parcheggio exscuole). L’aggeggio, dall’aspetto di un gazebo, è lungo quattro metri, alto altrettanto e largo due. Aspira l’aria inquinata in un raggio di 500 metri, la filtrata la ributta nell’ambiente circostante libera da polveri fini e da ozono. Ma deve essere alimentato con energia: è quindi a sua volta causa emissioni di CO2, di calore e di rumore. L’Ufficio federale per l’ambiente esprime scetticismo e sottolinea che sarebbe meglio intervenire sulle cause delle emissioni inquinanti, riducendole alla sorgente: comunque sia, attende con interesse i risultati dell’esperimento.
Si è comprato l’acqua. L’ONU prevede che nel 2025 la domanda di acqua potabile aumenterà globalmente del 50% e che tre miliardi e mezzo di persone ne avranno solamente un accesso limitato. In questa prospettiva la Patagonia attira le più grandi fortune del pianeta e gli industriali più potenti. Siccome in Argentina nessuna legge limita la vendita di terre, nel 2006 una superficie pari a sette volte la Svizzera e al 10% della superficie del paese latino-americano (270 mila chilometri quadrati) era già di proprietà di stranieri. La regione possiede beni strategici: terre coltivabili, risorse minerarie e soprattutto riserve d’acqua. Douglas Tomkins, fondatore della marca di abbigliamento per il tempo libero North Face, in Argentina è soprannominato «padrone dell’acqua». L’americano si è convertito all’ecologia e possiede tra il Cile e l’Argentina più di 900 mila ettari di laghi, ghiacciai e cime innevate. È come se il Vallese, i cantoni Vaud e Neuchâtel fossero stati privatizzati. La sua fondazione – Conservation Land Trust – acquista terre con lo scopo di «preservarle da ogni attività umana». Ma da entrambe i lati della frontiera la polemica è accesa. Ci si chiede se, nel momento in cui l’acqua si fa più rara, sia opportuno lasciare le risorse naturali di un Paese in mani private, e per di più straniere. Le terre in questione sono situate nel Campo de hielo, la famosa distesa di ghiacci (350 km. quadrati) a cavallo dei due paesi andini. È la terza riserva d’acqua al mondo. Ma anch’essa soffre della tendenza rilevata negli ultimi decenni in tutte le masse glaciali: si sta sciogliendo a ritmo sostenuto a causa dell’aumento della temperatura globale.
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Perché papa Wojtyla non dovrebbe essere «beato» Le ragioni alla base dell’Appello di Giovanni Franzoni Beatificazioni contestate
Agli inizi del 2007 la «Postulazione della causa di beatificazione di Karol Wojtyla», convocò al Vicariato di Roma anche Giovanni Franzoni – già abate del Monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura e «padre conciliare», più tardi sospeso a divinis per il sostegno dato alla legge italiana sul divorzio – per portare la sua testimonianza nel processo stesso. La sua deposizione giurata è avvenuta il 7 marzo 2007. Franzoni ha ovviamente mantenuto il segreto sulla sua deposizione, fino a che la causa non è stata ufficialmente chiusa, per la fase che riguardava il Vicariato. Nel novembre scorso, chiusa appunto quella fase, diversi prelati, e tra essi anche cardinali, salutando positivamente l’iter del processo, anche con interviste ai media riportavano testimonianze di fatti, e anche di asseriti miracoli, che a loro giudizio dimostravano appunto la santità di Wojtyla. Dalle varie interviste e dichiarazioni emergeva un coro di voci favorevoli alla beatificazione. Nessun cenno era fatto alle voci critiche, e tanto meno emergevano tentativi di risposta alle obiezioni che pure, in sede di tribunale, erano emerse, contro la beatificazione. In tale contesto Franzoni ha ritenuto di non essere più tenuto al segreto e, dopo aver informato, il 25 novembre 2009, l’apposito Tribunale del Vicariato, ai primi di dicembre rendeva pubblica la sua testimonianza. Sabato 19 dicembre il Vaticano ha annunciato che il Papa aveva autorizzato la Congregazione delle cause dei santi a promulgare decreti riguardanti, tra l’altro, le «virtù eroiche» di due papi: il «servo di Dio» Pio XII (Eugenio Pacelli), e il «servo di Dio» Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla). A questo punto, una volta che la stessa Congregazione accerti che i due «venerabili» hanno compiuto un miracolo, il Papa regnante potrà decidere sulla loro beatificazione, almeno per quanto riguarda papa Wojtyla, che talune fonti annunciano come probabile per il 17 ottobre 2010, all’indomani del 32. anniversario della sua elezione al pontificato. Potrebbe slittare a più tardi – e anche sine die – la beatificazione di papa Pacelli, la notizia della quale ha sollevato molte obiezioni, a causa del silenzio da lui mantenuto sulla Shoah durante la seconda guerra mondiale (controbilanciata, si è detto pure, dalla generosa, incontestabile opera svolta in favore degli ebrei minacciati di deportazione).
L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha sollecitato tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, a inviare le loro testimonianze sulle opere del romano pontefice scomparso il 2 aprile precedente. Come era stato correttamente annunziato, potevano essere inviate, all’ufficio competente del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte fondate su dati obiettivi. Valutando, in tutta scienza e coscienza, il pontificato di Giovanni Paolo II, un gruppo di cattolici (teologi, teologhe, storici), al quale mi sono unito, ritenne che le dichiarazioni pubbliche sul pontefice scomparso e le iniziative suscitate per favorire la sua causa di beatificazione, fossero spesso caratterizzate da una valutazione superficiale e acritica del suo operato. E perciò, nel rispetto – ovviamente – di altri e differenti pareri, lo stesso gruppo a dicembre 2005 pubblicò un Appello, confermato e firmato anche da altri esattamente un anno dopo e quindi inviato al Vicariato di Roma, nel quale metteva brevemente in luce quelli che, a parere dei sottoscrittori, erano dei pesanti limiti del pontificato. Limiti così grandi da ostare alla beatificazione. Quell’Appello si limitava ad indicare alcuni punti critici del pontificato. I firmatari, comunque, confidavano, e confidano, che l’apposito Tribunale del Vicariato approfondirà adeguatamente le piste segnalate per fare maggior chiarezza. È naturale che un pontificato durato quasi 27 anni sia carico di eventi, variamente valutabili. Se, in quell’Appello, erano sottolineati quelli, a giudizio dei firmatari, «negativi», non si presumeva certo, con questo, ignorare gli aspetti «positivi» del pontificato, e perciò, en passant, si ricordava in particolare l’impegno di Wojtyla contro la guerra. Nello stesso spirito dell’Appello, e lasciandolo sullo sfondo, in questa deposizione, e come testimonianza personale, vorrei precisare le ragioni delle mie fondate riserve alla beatificazione di papa Wojtyla, il che naturalmente non mi fa dimenticare gli aspetti a mio parere lu-
minosi dell’azione del pontefice. Ho detto «papa Wojtyla»: la mia attenzione, dunque, è rivolta unicamente e solamente a come questa persona ha vissuto il suo pontificato, e in essa ha operato. Nulla io so, direttamente, della sua vita precedente in Polonia, e su di essa nessun giudizio posso esprimere. Parlo, dunque, del pontefice eletto il 16 ottobre 1978, e deceduto il 2 aprile 2005. Sempre in rapporto alla beatificazione, questa, a mio parere, è la questione previa che si pone: è possibile, in un papa, distinguere la persona dal suo ruolo, le virtù private dalle decisioni pubbliche? È bene evidente che su questa terra nessuno può giudicare la coscienza dell’altro, solo il Signore può farlo. Dunque, sotto questo aspetto, nulla io avrei da dire su Giovanni Paolo II. Se intervengo è perché mi domando se alcune sue scelte – così come valutabili dall’esterno – siano state una trasparente e cristallina testimonianza di quello spirito evangelico, e di quelle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza) che debbono rifulgere in grado altissimo in un «candidato» alla gloria del Bernini. Il caso Ior-Banco Ambrosiano
Sul pontificato di Giovanni Paolo II incombe un’ombra nera che, a mio parere, mostra come quel pontefice violò gravemente le virtù della prudenza e della fortezza: mi riferisco a come egli gestì la vicenda dell’Istituto per le opere di religione (Ior) in connessione con il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Non è, questo, il luogo per esaminare in lungo e in largo la complessa vicenda; mi limito a rilevare che giudici italiani erano giunti alla conclusione che mons. Paul Marcinkus, presidente dello Ior, aveva avuto gravissime responsabilità per il crack dell’Ambrosiano e, dunque, dalla Città del Vaticano doveva essere estradato in Italia per essere arrestato e interrogato. Del resto, questa era anche la possibilità, per lui, di dimostrare limpidamente la sua innocenza e l’infondatezza delle accuse addebitategli. La linea difensiva della Santa Sede, in tale vicenda, non fu quella di accertare se le accuse a Marcinkus fossero fondate, ma solamente quella di respingere, in quanto a suo parere
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contrastanti con i Patti Lateranensi, le richieste della magistratura italiana, perché queste avrebbero interferito in un àmbito e in uno Stato (Vaticano) in cui l’Italia non poteva entrare. In effetti, dopo una lunga schermaglia giuridica e diplomatica, la stessa Corte di Cassazione nel luglio 1987 diede ragione alle tesi vaticane. Senza entrare in questioni giuridiche, la domanda da porsi è la seguente: Giovanni Paolo II favorì l’accertamento della verità sul caso Ior? La risposta, mi pare, è negativa. Infatti, il Papa decise, o lasciò che decidessero, di impedire, con pretesti giuridici, l’accertamento della verità. Infatti, ammesso e non concesso che i giudici italiani non avessero titolo a chiedere l’estradizione di Marcinkus, nessun processo pubblico si è tenuto nella Città del Vaticano per accertare i fatti. Wojtyla diede allora, e offre anche oggi, motivi fondatissimi per dubitare dell’innocenza di Marcinkus e, anche, della trasparenza della gestione economica della Santa Sede. Pochi mesi dopo i fatti sopra citati (l’appello ai Patti lateranensi per evitare l’estradizione di mons. Marcinkus), Wojtyla, il 26 novembre 1982, così affermava alla conclusione di una plenaria del Collegio cardinalizio che aveva discusso anche dello Ior: «(...) La Santa Sede è disposta a compiere ancora tutti i passi che siano richiesti per un’intesa da entrambe le parti perché sia posta in luce l’intera verità. Anche in questo, essa vuole solo servire la causa dell’amore». Mai parole tanto impegnative sono state altrettanto contraddette: infatti, pubblicamente, nulla ha fatto Wojtyla per fare accertare la verità. È vero, ha poi riformato lo Ior e allontanato Marcinkus: ma la verità sui rapporti tra il prelato e Calvi, e il crack dell’Ambrosiano, non si è potuta sapere, da parte vaticana. E il fatto che la Santa Sede, pur dicendosi estranea al crack dell’Ambrosiano, abbia dato, a titolo di buona volontà, un sostanzioso contributo per aiutare chi da quel crack aveva subito ingenti danni economici, non risolve affatto, ma rende più aspro, il problema di fondo. Beatificare un Papa che, su tema tanto scottante, non ha fatto luce, mi sembrerebbe assai grave. L’impressione – dall’esterno – che molti hanno è che, al dunque, Wojtyla abbia sacrificato l’accertamento della verità per non compromettere l’istituzione ecclesia-
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stica che avrebbe subito danni rilevantissimi se il mondo intero avesse scoperto trame incredibili e imbrogli economici inimmaginabili. Per non parlare dello sbigottimento di milioni di semplici fedeli cattolici nel mondo intero. Dal punto di vista religioso, a me pare che, nel caso citato, Wojtyla sia venuto meno, in modo obiettivamente gravissimo, alle virtù della prudenza e della fortezza: la prudenza che avrebbe dovuto imporgli, come capo della Chiesa cattolica romana, di salvaguardare il buon nome di tale Chiesa, e dunque di fare ogni cosa per accertare la verità; la fortezza, che avrebbe dovuto spingerlo ad opporsi alle prevedibili resistenze dell’apparato ecclesiastico della Curia romana restìa a «scoprire gli altarini». Quali che siano state le motivazioni soggettive per cui il Papa agì come agì (motivazioni che io non so), il risultato pubblico di tale decisione è aver obiettivamente impedito l’accertamento della verità. Come persona il Papa forse non ha fatto nulla di male o, soggettivamente, ha creduto di non farlo; ma come pontefice ha compiuto un gesto gravido di conseguenze. La beatificazione di Pio IX
Quando, a fine 1999, fu annunciato che, di lì a pochi mesi (sarebbe effettivamente accaduto il 3 settembre del 2000), il Papa avrebbe beatificato insieme Pio IX e Giovanni XXIII, da molte parti emersero fortissime perplessità. Perché? Non solo per l’ «abbinamento» voluto da Wojtyla – dall’evidente significato di accontentare, da una parte, i «tradizionalisti», e, dall’altra, i «progressisti» – ma per due motivi ben precisi, legati alla pena di morte e alla vicenda di Edgardo Mortara. Mastai Ferretti, come re dello Stato pontificio, aveva rifiutato la grazia a due patrioti, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, che avevano compiuto un attentato, e nel 1868 i due, a Roma, erano stati messi a morte. Protetto da Pio IX, l’inquisitore di Bologna nel 1858 aveva fatto rapire alla famiglia Mortara – un’illustre famiglia ebraica – il piccolo Edgardo in quanto nascostamente battezzato da una domestica. Perché il piccolo, ormai cristiano, fosse educato nella «vera religione», era inevitabile – secondo Pio IX – che esso fosse sottratto con la forza alla famiglia di origine: «I diritti del Padre celeste vengono prima di quelli del padre terreno», sostenne sempre il pontefice per giustificare la sua decisione.
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Mi si chiederà che cosa c’entri tutto questo con Wojtyla. C’entra, invece. In questione non è infatti l’intima coscienza di Pio IX, che fece le sue scelte – nel suo contesto storico e culturale – ritenendo di fare il meglio possibile. In questione è il fatto che un «beato», molti anni o anche secoli dopo la sua morte, e dunque in un altro contesto storico, culturale ed ecclesiale, viene proposto a tutti i fedeli come esempio da imitare. Ora, all’alba del Duemila, e quattro decenni dopo il Concilio Vaticano II, all’interno della Chiesa cattolica romana si era enormemente accresciuta la sensibilità (pastorale e teologica) su due temi: la pena di morte e il rapporto Chiesa/popolo d’Israele. Perciò, elevare agli onori degli altari un papa che aveva permesso esecuzioni capitali e aveva fatto rapire un bambino ebreo battezzato era una provocazione impressionante. Infatti, la domanda non era, e non è, se Pio IX fosse in buona fede (lo diamo per accertato), ma quale significato assumesse oggi proclamare beato un papa che fece l’opposto di quanto oggi i buoni cattolici pensano. Dopo i gesti coraggiosi (basti citare la sua visita alla grande Sinagoga di Roma, del 1986, e al Muro del pianto di Gerusalemme, nel marzo del 2000) da lui compiuti verso il popolo ebraico, l’annunciata beatificazione di Pio IX appariva contraddittoria ed incomprensibile. In effetti, nei mesi precedenti l’annunciata beatificazione, personalmente ebbi modo di constatare l’amarezza e lo sconcerto della comunità ebraica romana per la decisione di Wojtyla. E analoghi furono i sentimenti in molti cattolici. (...) I diritti umani violati
Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di decisioni sue, o di organi ufficiali della Curia romana (in particolare della Congregazione per la dottrina della fede), che in sostanza hanno in vario modo punito la libertà di ricerca teologica: teologi, teologhe, studiosi non «in linea» sono stati allontanati dalle loro cattedre, o impediti di proseguire le loro ricerche. Nella maggior parte dei casi le procedure adottate da Roma per punire gli indiziati non soddisfano lo standard che nei Paesi occidentali si esige perché un processo sia considerato giusto, e comunque i provvedimenti punitivi non hanno dato all’imputato il modo di difendersi adeguatamente. Questa situazione è particolarmente stridente
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in un Papa che è andato pellegrino in tutto il mondo a proclamare le esigenze della giustizia e l’intangibilità dei diritti umani. Eppure, la ricerca della giustizia – nella Chiesa, anzitutto! – è, appunto, una delle virtù cardinali che dovrebbero rifulgere in un «beato». Tanto più se papa. (...) L’emergenza della questione femminile
Risolvere d’autorità i problemi acuti ed aspri può, all’apparenza, sciogliere i nodi ma, in realtà, essi si aggrovigliano rendendo tutto più difficile. È quanto – a mio parere – è accaduto, sotto Wojtyla, con la «questione-donna». Le crescenti e diffuse richieste di piena partecipazione della donna alla vita della Chiesa sono state da Wojtyla soffocate. Senza entrare qui nelle problematiche teologiche dei ministeri femminili o della donna-prete, si deve rilevare che il pontefice ha accuratamente evitato di permettere, in proposito, un ampio dibattito, ad esempio in un Sinodo dei vescovi ad hoc, o ascoltando pubblicamente un’ampia e variegata rappresentanza delle donne. Ma è prudente un pastore che deliberatamente evita di ascoltare che cosa dice l’«altra metà del cielo»? Pur avendo esaltato più volte il «genio femminile», ed avendo dedicato alla «dignità della donna» una lettera apostolica (Mulieris dignitatem, del 1988), in realtà Wojtyla non ha ascoltato le richieste delle donne; le ha solo interpretate a modo suo per conservare lo status quo dell’istituzione ecclesiastica. Avendo negato, a livello istituzionale, un reale dibattito sulla «questione donna», Wojtyla si è assunto la responsabilità di impedire che varie posizioni emergessero, si confrontassero, si arricchissero nel reciproco ascolto e nella comune ricerca della volontà di Dio. La vicenda di Oscar Romero
È in atto il tentativo – così a me sembra, leggendo i più recenti libri su mons. Oscar Romero scritti da persone «sensibili» ai desiderata della Curia romana – di descrivere come idilliaci i rapporti tra l’arcivescovo di San Salvador e il Papa. Credo che tale descrizione non corrisponda alla realtà, e che, al contrario, essa sottenda il forte desiderio di proporre, sulla vicenda, un Wojtyla «comprensivo» che non è esistito. Varie testimonianze, tutte basate su affermazioni di mons. Rome-
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ro, concordano nel dire che il Papa accolse con freddezza Romero quando (1979) a Roma lo ricevette in udienza. In proposito posso portare anche un’esperienza personale. Nel febbraio 1989 ho incontrato a Managua una religiosa – suor Vigil – che lavorava presso il Centro ecumenico Valdivieso. Essa mi confermò di aver incontrato a Madrid mons. Romero di ritorno da Roma (siamo sempre nella primavera del 1979) e di averlo trovato «costernato» per la freddezza con cui il Papa, durante l’udienza, aveva valutato l’ampia documentazione, da lui stesso fatta pervenire in Vaticano, circa la violazione dei diritti umani e della vita di quanti si erano opposti, anche fra i suoi diretti collaboratori, all’oppressione esercitata dal governo salvadoregno sulla popolazione. Oscar Romero avrebbe ricevuto dal Papa una secca esortazione ad andar «più d’accordo» con il governo. A commento di quell’udienza – mi riferì ancora suor Vigil – Romero disse alla religiosa: «Non mi sono mai sentito così solo, come a Roma». (...) Al di là della vicenda dell’udienza, è un fatto che Wojtyla non fece gesti pubblici e inequivocabili per mostrare di essere dalla parte di Romero, e di sostenerlo. Del resto, se avesse voluto dire al mondo, con un gesto riconoscibile anche dai più umili, di essere dalla parte di Romero, Wojtyla lo avrebbe pur potuto creare cardinale nel suo primo concistoro (giugno 1979). Il che non fece. Del resto, in oltre 26 anni di pontificato – e, cioè, sia prima sia dopo la caduta del muro di Berlino – Wojtyla ha mostrato, mi pare, un’incapacità radicale di cogliere la sensibilità di quei milioni di persone che vedevano in Romero un martire della giustizia, e la fondatezza pastorale ed evangelica di quei cristiani – religiose, preti, vescovi, laici, uomini e donne – che si ispiravano alla «teologia della liberazione». Una teologia con la quale, agli inizi, lo stesso Romero riteneva di non essere in sintonia, con la quale poi finì per incarnarne in modo esemplare lo spirito. Nessun vescovo dell’America latina apertamente schierato con la «teologia della liberazione» è stato creato da Wojtyla cardinale: non che essi cercassero tale onore, ma, nell’attuale sistema ecclesiastico, sarebbe pur stato importante che il Papa mostrasse apertamente la sua stima dando all’uno o all’altro la porpora. Non solo: Wojtyla ha portato nella Curia romana pre-
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lati latinoamericani apertamente ostili a Romero, accaniti avversari della «teologia della liberazione» e, anche, talora, non troppo coperti amici di dittatori. Se, in tutte queste vicende, Wojtyla si sia segnalato per la virtù della prudenza è tema che, ritengo, meriti approfondita riflessione. Molti dubbi, comunque, sono leciti. In particolare, non vi sono segni che egli si sia chinato per cercare di capire una «pastorale» e una «teologia» diversissime dalle sue. Il concubinato del clero
Non intendo esaminare tutta l’ampia problematica del celibato sacerdotale, cioè l’insieme delle ragioni storiche, bibliche, ecclesiali che oggi ne consigliano, o meno, il mantenimento nella Chiesa latina. Voglio solo affrontare uno spicchio di tale realtà: il concubinato del clero. Con ciò non intendo affatto dire che tutto il clero sia oggi concubinario: assolutamente no! Tutti conosciamo preti lieti e fedeli al loro celibato, e carichi di umanità. Ma certo, per una parte, sia pure limitata, del clero, il problema esiste. Ricordo un episodio: quando, come «padre» conciliare, ero al Vaticano II, avevo come vicino di banco un vescovo dell’America latina. Questi rimase molto male quando Paolo VI avocò a sé la questione della legge del celibato nella Chiesa latina, impedendo dunque al Concilio di discuterne liberamente. In tale situazione, mi disse: «Caro padre abate, e adesso come faccio, dato che nella mia diocesi tutti i preti sono concubinari? Ero venuto in Concilio proprio per favorire l’abolizione della legge del celibato!». Già incombente ai tempi di Paolo VI, la questione del celibato si è fatta ancor più grave sotto Giovanni Paolo II. A questo Papa imputo come scelta assai temeraria quella di avere impedito, in proposito, un reale dibattito ai vari livelli della Chiesa. Wojtyla ha talmente insistito sulla «saldatura» tra ministero presbiterale e celibato da rendere di serie B i sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati. Ma, soprattutto, la sua esasperata difesa della legge in atto ha dimenticato un particolare decisivo, che un pastore saggio in nessun modo potrebbe ignorare: il problema dei figli dei preti, e delle donne dei preti. Obbligando i preti latini che, in relazioni clandestine, avessero avuto dei fi-
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gli, ad assumersi apertamente le loro responsabilità, e dunque a sposarsi per essere – coram populo – padri amorosi dei loro figli, e sposi affettuosi di donne non più tenute nascoste, si compirebbe un gesto di giustizia. Ribadendo invece la legge del celibato, di fatto si esimono questi presbiteri dall’assumersi le loro responsabilità, e si permette loro di continuare a trattare le madri dei loro figli come persone senza diritti. Sono migliaia e migliaia, nel mondo – dalla Germania, al Brasile al Congo – i figli dei preti che non hanno diritto di avere una normale famiglia, essendo il loro padre «inesistente». Una tale situazione lede molti diritti umani, e stringe il cuore. È impressionante che Wojtyla non abbia mai voluto affrontare pubblicamente questo «tabù», preferendo le certezze dell’istituzione alle dolorose conseguenze derivanti dall’addentrarsi con realismo nelle problematiche concrete della vita, spesso assai complicate. Tema differente, ma sempre legato al clero, è quello delle violenze sessuali di preti contro minori. La sgradevole impressione che si ha, in proposito, è che Wojtyla abbia affrontato questa piaga tremenda solo quando essa esplose negli Stati Uniti d’America, sul finire degli anni Novanta. Le dimissioni dal pontificato
Una delle conseguenze più corpose, perché più incidenti nella realtà, del Vaticano II è stata la norma, infine stabilita dal nuovo Codice di diritto canonico, che chiede ai vescovi che compiono 75 anni di presentare le loro dimissioni al papa, che valuterà caso per caso. Non so se si sia riflettuto sino in fondo sulla «teologia» che sottostà a tale norma: una volta, infatti, si diceva che il vescovo è lo «sposo» della sua Chiesa, cioè della sua diocesi, e perciò l’ama fino alla fine, cioè – in linea di principio – ne resta titolare fino alla morte. Perché mai, infatti, uno sposo non sarebbe più tale quando è avanti con gli anni? Ad ogni modo, ammesso il principio, non solo della legittimità, ma anche dell’opportunità delle dimissioni dei vescovi diocesani a 75 anni, non si comprende perché a tale normativa si sottragga il vescovo di Roma. Anche se non giuridicamente, ma di sicuro moralmente, egli dovrebbe essere il primo ad applicare una tale legge. Perché è il re il primo servo delle leggi di tutti.
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Invece, quando Wojtyla compì i 75 anni, e ancor più quando, più tardi, andò aggravandosi in modo irreversibile la sua malattia, impedendogli un reale controllo della Curia romana, a chi direttamente o indirettamente gli suggeriva di rassegnare le dimissioni, egli rispondeva che «Cristo non si dimise dalla croce». Vi è una contraddizione teologica grande nel ragionamento di Wojtyla: perché mai sarebbe normale che, a 75 anni, un vescovo (che magari sta ancora bene in salute) si dimetta dalla sua diocesi, e sarebbe inaudito invece che nella stessa situazione si dimettesse il vescovo di Roma? A me pare che da tale ragionamento emerga un substrato che considera il papa un «super vescovo»: ma questo è del tutto contrario alla Lumen gentium. La mistica della sofferenza connessa con il papa che, in quanto tale, «non può» dimettersi senza tradire il Cristo sofferente, confligge con la decisione giuridica e pastorale adombrata dal Vaticano II che chiede al vescovo «normale» di… discendere dalla croce e lasciare in altre mani la diocesi. A parte una tale questione di fondo, vi è poi un problema concreto: è stato prudente, Wojtyla, a voler rimanere in carica quando era evidente da tanti mesi la sua impossibilità di governare? Non ha forse, così facendo, favorito maneggi che permettevano all’una o all’altra «cordata» curiale di far prevalere la propria linea, e dunque imporre scelte, nomine, decisioni, tutte formalmente del pontefice, ma in effetti tutte forse non sue? Se la «resistenza» di Wojtyla fino alla fine è, per alcuni, un segno di particolare fedeltà al proprio dovere, a me suscita invece molta perplessità, e mi induce appunto a domandarmi dove, in tale dolorosa vicenda, lui abbia dimostrato in modo forte le virtù dell’umiltà e delle prudenza. Lasciamo Wojtyla nella sua complessità
Esaminando i pochi fatti elencati appare evidente come sia difficile, per non dire impossibile, distinguere tra le scelte dell’uomo Wojtyla e di Wojtyla papa. Ora, è vero che, qualora lo si proclamasse «beato», si preciserebbe che ciò avverrebbe per aver accertato che egli visse le virtù in modo eroico ma non si intenderebbe con questo «santificare» tutte le sue scelte come pontefice. In teoria, la distinzione corre; e infatti – per
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rispondere in qualche modo alle critiche per sua incredibile decisione – la propose lo stesso Wojtyla nel discorso in cui spiegò perché beatificava Pio IX. Nei fatti, però, essa è zoppa, come dimostrò appunto la vicenda di Pio IX. Immagino bene che la «macchina» del processo per la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II procederà inarrestabilmente verso il traguardo atteso. Per parte mia, ritenevo mio dovere elencare i gravi dubbi che ho via via sollevato. Ho detto in altra sede, e ci tengo qui a ribadirlo, che le mie riflessioni non derivano da alcun interesse personale, o da alcun fazioso pregiudizio, ma solo da un’onesta valutazione di fatti e circostanze che, secondo la mia scienza e coscienza, non si dovrebbero sottacere. Sono consapevole di essere solo una piccola voce, e naturalmente rispetto le molte voci di altro tono. Ho parlato, e parlo, per amore della nostra Chiesa romana. Mi rendo conto che, in un clima prevalentemente apologetico rispetto a Wojtyla, alcune mie affermazioni sembreranno quasi inaudite. Eppure, molte persone, soprattutto (ma non solo) in America latina, si ritroverebbero in esse. Non ho potuto e voluto fare un’analisi esaustiva del pontificato di Wojtyla, delle sue (secondo me) luci e delle sue (secondo me) ombre. Ad altri l’arduo compito! Ma, ritengo, le pur poche cose dette potrebbero dare un aiuto per evitare sia critiche aprioristiche sia applausi scontati al pontificato wojtyliano. Se potessi esprimere un sogno, sarebbe questo: che Wojtyla sia lasciato al giudizio della storia, abbandonando dunque l’idea di elevarlo agli onori degli altari. Sono infatti così complesse, e contraddittorie, le scelte del suo pontificato, che è difficile separare luci e ombre, le personali convinzioni dell’uomo Wojtyla, la sua pietà privata, dalle sue decisioni pubbliche. Credo che, lasciare Wojtyla nella sua complessità, e come tale affidarlo alla storia, oltre che alla memoria della Chiesa, sarebbe la scelta migliore per onorarlo nella sua sfaccettata verità. L’insistenza e l’ansia con cui molti ambienti lavorano per la beatificazione di Wojtyla, a me pare un atteggiamento che poco sa di evangelico, e molto di voglia di esaltare il pontificato romano come istituzione. Giovanni Franzoni Roma, 7 marzo 2007
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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori
Un protagonista del cattolicesimo democratico Il 27 agosto 2009 è morto a 96 anni Joaquin Ruiz-Gimenez, una delle personalità più importanti del cattolicesimo democratico europeo e mondiale. Dal 1939 al 1946 (per gli studenti) e dal 1966 al 1971 era stato presidente internazionale di Pax Romana, l’organizzazione internazionale voluta e promossa da Giovan Battista Montini (poi Paolo VI) per raccogliere gli universitari e i laureati cattolici. Figlio di un ministro liberale spagnolo, Gimenez era laureato in giurisprudenza e ha insegnato filosofia del diritto all’Universidad Complutense di Madrid. Eminente uomo politico, ha dedicato la propria vita politica al superamento dell’isolamento internazionale, riforma interna e democratizzazione del regime franchista, dando uno tra i contributi più significativi alla pacifica e rapida transizione della Spagna nel novero delle grandi democrazie europee. Dal 1948 al 1951 era stato ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, poi, dal 1951 al 1956, ministro dell’Educazione, poi costretto alle dimissioni a seguito delle pressioni dell’ala più intransigente del regime franchista. Ha lavorato all’interno delle commissioni del Concilio Vaticano II a seguito della nomina a «esperto di questioni sociali, giuridiche e politiche» da parte di Giovanni XXIII, con il quale intratteneva un rapporto diretto. Dal 1967 al 1972 è stato membro del Consilium de Laicis della Santa Sede, nominato da Paolo VI, con il quale aveva un consolidato rapporto di amicizia. Alle elezioni della neonata democrazia spagnola nel 1977 presentò una lista democristiana (di caratterizzazione laica e di sinistra; il suo gruppo all’interno della lista si chiamava «Sinistra democratica») con scarso successo, addebitabile anche alla scelta della Chiesa spagnola di non favorire la nascita di un partito democristiano sul modello italiano (durante la campagna elettorale, la lista di Ruiz Gimenez ebbe l’appoggio in vari comizi di Moro e Zaccagnini). Tra le ultime assemblee di Pax Romana cui ha partecipato c’è quella di Assisi 1997 e di Parigi 2000. La «Corsia dei Servi», ricordate? Il 30 gennaio si è spento a Tirano, improvvisamente, padre Camillo de Piaz, dell’Ordine dei Serviti, inseparabile sodale di Davide Maria Turoldo, con lui e con Mario Cuminetti punto di riferimento della libreria milanese della «Corsia dei Servi». Era nato a Tirano nel 1918 ed era entrato in religione nel 1934. Ordinato presbitero nel 1941, fu attivo nella Resistenza, promotore di attività sociali, anticipatore per molti aspetti del Concilio Vaticano II. Osteggiato, come Turoldo, da tutte le destre, comprese quelle cattoliche, il Convento di San Carlo al Corso divenne con loro, a seconda dei punti di vista, un focolaio di ribelli oppure un segno di speranza, durato fin quasi alla fine del secolo. Dopo la morte di Turoldo, nel 1992, si ritirò definitivamente a Tirano, da dove continuò a tenere contatti e a ispirare iniziative. Era familiare a molti di noi, di «Dialoghi»: la rivista lo ricorderà più degnamente nel prossimo numero. Il critico dell’economia. All’inizio di
gennaio, a 82 anni, è morto il gesuita francese Jean-Yves Calvez, riconosciuto specialista dell’insegnamento sociale della Chiesa e del pensiero di Karl Marx. Era stato provinciale di Francia e assistente, dal 1971 al 1983, del «generale» Pedro Arrupe, nonché insegnante al Centro Sèvres di Parigi e direttore per sei anni della rivista «Etudes». Autore di numerose opere, ha pubblicato nel 1999 una critica all’insegnamento sociale di Giovanni Paolo II, dal titolo «I silenzi della dottrina cattolica», in relazione alla disoccupazione, all’economia finanziaria, alla proprietà delle imprese, ai diritti dell’uomo e alla democrazia. Nel ottobre 2008 è apparso un suo «Piccolo dizionario della mondializzazione» (dove tratta di sviluppo durevole, commercio equo, ingerenza, ecologia, finanza, ecc.), proponendo una pedagogia della mondializzazione, alla quale occorre dare un’anima e un senso. Per Calvez, «il pensiero sociale cristiano è ancora sottosviluppato». Un prete libero. È morto a Milano,
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all’età di 81 anni, don Leonardo Zega, giornalista dei Periodici San Paolo, «storico» direttore che modernizzò il settimanale «Famiglia cristiana» dirigendolo dal 1980 al 1998, quando fu costretto alle dimissioni per un intervento del Vaticano che gli rimproverava eccessiva libertà di giudizio, quale don Zega esprimeva specialmente nella rubrica «Colloqui col padre». Il suo impegno e il suo insegnamento, anche se pagato duramente, resta un esempio di come si può (e si deve) operare per una opinione pubblica libera nella Chiesa cattolica: purtroppo i suoi discepoli sono scarsi e sempre meno tollerati, non solo a Roma.
Un gigante del post-Concilio. La vigilia di Natale è morto, all’età di 95 anni, il teologo Edward Schillebeeckx, uno dei protagonisti delle aperture del Concilio Vaticano II e della loro diffusione nel post-Concilio, tramite numerosi libri e articoli sulla rivista «Concilium». Secondo il «Giornale del Popolo», Schillebeeckx sarebbe «una figura legata ad un’epoca e tramontata con le sfide del suo tempo». Per noi l’insegnamento del domenicano olandese è più vivo che mai, anche se non piace a coloro che predicano e sostengono un cristianesimo anticonciliare e retrodatato.
Un patrono sospetto. Erwin Teufel, già presidente del Land tedesco del Baden-Würtemberg, e membro del Consiglio tedesco di etica, vuole ottenere la riabilitazione di Hans Küng, al quale nel 1979 era stata tolta la «missio canonica» per insegnare quale teologo cattolico. Il teologo svizzero, che vive a Tubingen, si è detto contento del tentativo del politico tedesco ma piuttosto scettico sugli effetti della riabilitazione. Küng non ha mai cessato, negli ultimi trent’anni, di… insegnare, in molte prestigiose sedi, e di pubblicare decine di apprezzati testi, non risparmiando critiche al suo vecchio collega, ora… sommo pontefice. Ha ragione: se, a Roma, cardinali e censori non leggono i suoi scritti, il Papa tedesco non ha bisogno del dizionario per diffidare delle iniziative di un tale che si chiama Teufel!
Appuntamenti ecumenici. Il Segretariato attività ecumeniche (SAE) terrà la tradizionale «Settimana di formazione ecumenica» a Chianciano dal 25 al 31 luglio sul tema: «Sognare la
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comunione. Costruire il dialogo. Cento anni di speranza ecumenica». Dal 14 al 17 aprile prossimi il SAE organizza un «pellegrinaggio ecumenico» a Ginevra, con visita ai luoghi di Calvino, al Consiglio ecumenico delle Chiese, alla comunità delle suore di Grandchamp e all’Istituto ecumenico di Bossey (informazioni su www.saenotizie.it). La Giornata mondiale di preghiera è programmata per venerdì 5 marzo 2010. Il tema, proposto dalle donne del Camerun, sarà: «Ogni respiro lodi il Signore». (Informazioni e materiale a www.wgt.ch).
Insulti all’arcivescovo. L’arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi è stato volgarmente insultato dai vertici della Lega Nord, per l’invito a «coniugare solidarietà e legalità» contenuto nel consueto «discorso alla città» per festa di S. Ambrogio. Mons. Tettamanzi aveva criticato in particolare il massiccio sgombero del campo nomadi abusivo in via Rubattino, alla periferia di Milano, ricordando che «la risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive». Concludeva, l’arcivescovo: «Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere». Il quotidiano leghista «Padania» si è domandato, con pesante ironia, se Tettamanzi «è un cardinale o un imam?», perché mentre l’ arcivescovo difende rom e musulmani l’Islam avanza diritti sempre più ampi, rifiutando la responsabilità dei propri doveri di cittadinanza e legalità e, nel contempo, i crocifissi scompaiono dalle pareti delle scuole. Questi i temi che «teoricamente dovrebbero interessare di più la Chiesa» e che sarebbero stati di fatto estromessi dall’agenda «politica» del cardinale. Il ministro leghista Calderoni ha detto in un’intervista che «Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla: sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia»: resterà solo, perché «a Milano e in Lombardia un sacerdote che fa politica non lo si ascolta». Tettamanzi, abituato alle invettive leghiste, ha risposto osservando che un pastore della Chiesa non opera mai per ottenere successo e consenso: «Sono sereno; la mia bussola è la parola del Vangelo». L’attacco leghista al Cardinale ha suscitato recise condanne in vasti ambienti, non
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Testamento biologico. La Chiesa valdese di Milano ha aperto al pubblico uno sportello per depositare il testamento biologico. L’iniziativa è stata presentata il 2 dicembre al Centro culturale protestante. Giuseppe Platone, pastore valdese, ha spiegato: «Abbiamo deciso di fare qualcosa di concreto e quindi offriamo a chiunque lo voglia una consulenza per predisporre e depositare presso un notaio un ‘testamento biologico’ che, pur in assenza di una legge, indichi le cure alle quali eventualmente intenda o non intenda sottoporsi nel caso di relativa o totale non coscienza». Nel 2007, il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi aveva approvato un ordine del giorno in cui, tra l’altro, si affermava essere «principio di civiltà dare voce, attraverso una legge, alle scelte della persona compiute con coscienza e volontà e in previsione di una futura incapacità nell’esprimere validamente il suo pensiero».
cesimo. In alternativa ci sarà un corso sulla storia e la cultura delle religioni mondiali, come pure un insegnamento etico, affidati a docenti designati dallo Stato. Dal 2006 (e dopo un ostracismo decretato nel 1917!), in alcune regioni della Russia era stato introdotto un corso obbligatorio di «fondamenti della cultura ortodossa», impartito dagli ecclesiastici e che aveva sollevato le critiche degli atei e delle altre religioni. La sperimentazione ora prevista ha raccolto l’approvazione dell’arcivescovo cattolico di Mosca, mons. Paolo Prezzi, il quale ritiene tuttavia necessario che le informazioni relative al cattolicesimo nei manuali scolastici siano basate sul rispetto. Il presidente russo ha pure autorizzato la designazione di cappellani a disposizione dei soldati e ha dichiarato che queste misure «permetteranno di rafforzare i fondamenti morali e spirituali della società, come pure l’unità del Paese multietnico e multireligioso».
Retromarcia. Il direttore Vittorio Feltri del berlusconiano «Il Giornale» ha fatto sapere, nell’edizione del 4 dicembre 2009, che i documenti da lui usati per accusare Dino Boffo erano falsi. A seguito delle accuse diffuse da Feltri, Dino Boffo aveva dato le dimissioni da direttore del quotidiano «Avvenire». Dopo l’ammissione del falso (e la dimostrazione della sua clamorosa deficienza professionale), Feltri è invece rimasto al suo posto.
Allah, di chi è? Il governo della Malesia non vuole che i cristiani (850.000 su una popolazione totale di 24 milioni) chiamino il loro Dio «Allah», per non creare confusione con la maggioranza musulmana (60%). In Malesia i buddisti sono il 19%, i cristiani complessivamente il 9% e gli induisti il 6%. Ma l’Alta Corte ha riconosciuto il buon diritto dei cristiani, perché, prima che arrivasse l’Islam, Dio era designato dai malesi «Allah è nostro, grande e misericordioso».
solo cattolici.
Accogliere il forestiero. Le parrocchie di Verbania hanno organizzato quest’anno una serie di fine settimana sul tema «Ero forestiero e mi avete accolto». Gli ultimi incontri avranno luogo il 13 marzo con Paolo Branca su: «Paura dell’Islam?»; il 17 aprile con Armido Rizzi, su «Ospitalità e identità» e in data e con relatore da definirsi su: «Migrare e ospitare: voci di donne». Ogni sabato, due relazioni, a partire dalle ore 15 fino alle 18.30, al Centro presso la chiesa della Madonna di campagna.
Sperimentano anche in Russia. Il presidente Dimitri Medvedev ha lanciato un progetto-pilota di una «materia religione» che concernerà dodicimila allievi per la durata di tre anni in 18 regioni del Paese. Riguarda le religioni ortodossa, islamica, buddista e ebraica (riconosciute come religioni «tradizionali»), mentre non è previsto un insegnamento del cattoli-
Vescovo contrario. In Kosovo, il vescovo cattolico mons. Dodë Gjegrii si è detto contrario alla richiesta della Comunità islamica di introdurre un corso di religione nelle scuole pubbliche. Un tale corso sarebbe pregiudizievole alla convivenza pacifica: la religione deve essere insegnata nelle chiese e nelle moschee, non a scuola, dove l’insegnamento dovrebbe limitarsi agli aspetti culturali e nazionali della coesistenza interreligiosa. Vescovi cattolici di altri paesi (dove i cattolici sono in maggioranza…) la pensano diversamente.
Amnesty International. A nuovo segretario di Amnesty International (AI) è stata nominata Salil Shetty, di nazionalità indiana, che subentrerà nel giugno 2010 all’attuale segretaria Irene Khan. La Shetti dirige da sei anni la campagna del Millenario delle Nazioni Unite contro la povertà.
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Monsignor Romero, come ricordare? In vista delle celebrazioni del trentesimo anniversario della morte di monsignor Oscar Arnulfo Romero, avvenuta il 24 marzo 1980, vorrei offrire qualche considerazione affinché questa ricorrenza non venga in qualche modo addomesticata ma sia occasione di ripensare all’essenza profonda della Chiesa e del suo essere e agire nella storia. Innanzitutto, una constatazione inquietante, che mai va dimenticata quando parliamo di martiri in America latina. Non sono state vittime di appartenenti ad altre religioni, o a ideologie atee, ma di cattolici. Sono il sintomo più drammatico di una spaccatura interna alla Chiesa (si può dire: delle Chiese, perché situazioni analoghe, purtroppo, si sono verificate anche in altre confessioni cristiane). Cattolici conservatori, laici, clero, nunzi apostolici, Vaticano, sempre hanno accusato la parte schierata a difesa e promozione dei poveri di dividere la Chiesa. Con il loro sistematico negarsi al dialogo e alla mediazione, semmai, sono loro i fautori della divisione. L’«opzione preferenziale per i poveri», ispirata dalle encicliche di papa Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, sancita nelle conferenze episcopali latino-americane di Medellin (1968) e Puebla (1979), non è solo una questione di dottrina sociale della Chiesa: investe e a sua volta scaturisce da una teologia: Dio ha elettto gli schiavi, come erano gli Israeliti in Egitto, a co-protagonisti del suo intervento salvifico nella storia. E da una cristologia: come Gesù ha preso parte per i poveri, i deboli, i marginali, i disprezzati, entrando così in conflitto con l’establishment politico e religioso del suo tempo, così deve agire ogni credente cristiano nella storia, nella realtà concreta in cui si trova a vivere. Come Gesù, monsignor Romero e le centinaia, migliaia di martiri latinoamericani del XX secolo hanno toccato ciò che non si poteva toccare – gli idoli del loro tempo (che è ancora del tutto anche il nostro tempo!). «Compagni di Gesù»: è il titolo di un impressionante libro di Jon Sobrino scritto a caldo subito dopo l’assassinio dei sei gesuiti, suoi colleghi della UCA (Universidad Centroamericana) a El Salvador, nel 1989, libro pieno anche (e come potrebbe essere diversamente?) di memoria del martirio di monsignor Romero. Deve morire chi tocca gli idoli – così è stato felicemente tradotto in tedesco, per un’edizione fortemente voluta e curata allora da Ludwig Kaufmann e Nikolaus Klein. Inquietante è, però, appunto, che non si tratta degli idoli «pagani» di qualche altra religione o ideologia ostile al cristianesimo e alle sue Chiese. Gli idoli denunciati, profanati, dai martiri latino-americani sono interni a un mondo che si autodefinisce nella sua stragrande maggioranza cattolico: istituzioni del potere economico, politico e militare che opprimono e sfruttano i poveri spesso con la benedizione di esponenti del clero locale e della Curia romana. La ricchezza come valore intangibile: «Guai a chi tocca la ricchezza! Come toccare il filo dell’alta tensione: si muore fulminati». Sono parole di monsignor Romero, ricordate da Jon Sobrino. Quasi sempre, in nome dell’anticomunismo, dell’antimarxismo, della difesa da possibili infiltrazioni nella cattolicissima America Latina, la violenza, che a tratti ha preso dimensioni di genocidio, è stata avallata da cattolici detentori del potere economico, politico e militare contro cattolici poveri, sfruttati, emarginati e con loro un luminoso segmento di cattolicesimo benestante e colto che, fedele al Concilio Vaticano II, di questi poveri aveva abbracciato la causa. Un cattolicesimo conformista, conservatore,
orientato per un lato da una gestione in esclusiva del potere e dei privilegi e della richezza, per un altro da una visione tutta individualista e intimista della fede. E oggi, nel XXI secolo? Per certi aspetti (grazie al relativo consolidamento delle istituzioni democratiche), la situazione in America Latina è meno drammatica che negli ultimi decenni del secolo scorso. Lo scatenarsi ormai incontrastato del neo-liberismo, dopo la caduta del muro di Berlino, ha invece drammatizzato la sperequazione economica e sociale. Sono segni di speranza le elezioni a capi di stato di figure come Lula in Brasile, Morales in Bolivia o Fernando Lugo in Paraguay; ma recentemente in Cile ha vinto la destra e tutto il Centro America è dissanguato dai trattati di libero commercio che gli USA, diversamente che con i Paesi del Sud, sono riusciti a far ratificare. E la Chiesa cattolica? Da parte del Vaticano, soprattutto con le nomine dei nuovi vescovi, in sostituzione della vecchia guardia progressista, e con la persecuzione e censura dei teologi, si è fatto di tutto per cercare di mettere fine alla teologia della liberazione, la chiesa popolare, le comunità di base, i religiosi inseriti negli ambienti emarginati. Credo però che lo spirito di una Chiesa (nel senso di comunità dei credenti, di popolo di Dio) profetica, alleata e protagonista della liberazione degli oppressi e degli impoveriti sia ancora ben vivo. Se è diventato un po’ meno visibile all’interno delle istituzioni ecclesiali, lo sento soffiare forte nei nuovi movimenti politici e sociali, di cui in definitiva i vari Morales, Lula, eccetera, sono l’espressione. E noi? Nella nostra ancora opulenta (confrontata all’America Latina, ma sempre più fragile e disarmata davanti all’imperante neo-liberismo) Europa, Svizzera? Nelle nostre tranquille, un po’ noiose, assopite forse, parrocchie ticinesi? Perché ricordare monsignor Romero e, con lui, tutti i martiri latinoamericani? Soprattutto: come ricordarli? C’è un solo modo, penso, che a loro piacerebbe: agire come loro. Innanzitutto: cercare di cambiare ogni nostro comportamento che sia complice di sfruttamento iniquo dei lavoratori e della terra. Informarci, comprare «equosolidale», investire eticamente i nostri risparmi, consumare poco, non privatizzare l’acqua… E poi: essere almeno «brodo di coltura», se non protagonisti (non tutti hanno il carisma del leader!), di quella Chiesa profetica perseguitata e soffocata in tutti i modi dai potenti – quella scaturita dal Concilio... Lasciar fiorire in noi la fede che Dio ha eletto gli schiavi e i deboli come protagonisti della liberazione e della realizzazione del suo regno sulla terra e che l’agire storico di Gesù, il suo Figlio, deve essere il modello del nostro agire concreto oggi, proprio come ci hanno insegnato quei nostri fratelli nella fede latinoamericani. Quando ci sentiamo scoraggiati, o disorientati, o un po’ soli, lasciamoci ripercorrere le loro storie, anche semplicemente i loro nomi, «nel silenzio della nostra stanzetta», o nella celebrazione comunitaria. Ci rafforzerà. Marina Sartorio Un prezioso strumento per fare memoria dei martiri latinoamericani è L’Agenda Latinoamericana, disponibile anche in italiano. Per informazioni consultare il sito www.servicioskoinonia.org o direttamente www.latinoamericana.org, entrambi in varie lingue tra cui l’italiano. Mercoledì 24 marzo, alle ore 20, nella chiesa del Sacro Cuore a Bellinzona, verrà celebrata una Messa in ricordo di monsignor Romero e tutti i martiri latinoamericani, cui farà seguito, nei locali di Spazio Aperto, una serata di approfondimento e di condivisione.
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osservatorio ecumenico
OSSERVATORIO ECUMENICO Centenario ecumenico
Nel 2010, il movimento ecumenico celebrerà un anniversario importante. Fu infatti nel 1910 che si tenne a Edimburgo la Conferenza mondiale delle missioni, cui parteciparono 1200 delegati, i quali, accanto al tema dell’evangelizzazione, si posero la questione della cooperazione e dell’unità tra i cristiani. La conferenza di Edimburgo è generalmente considerata il punto di partenza dell’ecumenismo contemporaneo, anche se non vi furono presenti delegati ortodossi o cattolici romani. L’evento principale di «Edimburgo 2010» sarà una nuova conferenza sulla missione che si terrà nella capitale scozzese dal 2 al 6 giugno e vedrà la partecipazione del più ampio numero di tradizioni cristiane: dagli ortodossi ai luterani, dagli anglicani ai riformati, dai cattolici agli evangelicali e ai pentecostali. In vista di questa conferenza è già da tempo iniziato un «processo di studio» su nove temi, che riprendono i documenti prodotti dall’incontro del 1910, rivisitati alla luce della missione nel XXI secolo. Si sono costituiti gruppi di lavoro su «testimonianza cristiana e dialogo interreligioso», «missione e unità della Chiesa», «missione e potere politico», ecc. I lavori dei gruppi, costituiti con criteri interconfessionali e avendo cura di includere teologi ed esperti di ogni continente, saranno presentati ad Edimburgo. L’incontro prevede anche un culto aperto alle Chiese locali, nella stessa aula che ospitò la conferenza del 1910. Secondo gli organizzatori, «sarà un’occasione per ringraziare il Signore, per chiedere perdono per gli sbagli fatti nella missione, per rinnovare il nostro impegno per l’evangelo». Sono previsti eventi locali in ogni parte del mondo. Per maggiori informazioni: www.edinburgh2010.org
Centenario ecumenico e questioni morali
Durante la sessione plenaria della Commissione Fede e Costituzione del CEC, riunita a Kolympari (isola di Creta) all’inizio dello scorso ottobre, è stato affrontato il tema etico. È noto che spesso le Chiese cristiane si trovano ad adottare specifiche posizioni morali, che le differenziano fortemente e che spesso diventano ulteriori motivi di divisione. I partecipanti si sono confrontati sostanzialmente su tre tematiche: (1) natura e missione della Chiesa, (2) fonti di autorità all’interno delle Chiese, (3) processi di discernimento morale nelle Chiese. La novità della discussione è stata data proprio da quest’ultimo ambito di discussione, vista la ricchezza dei partecipanti di tale Commissione, ritenuta il forum teologico più rappresentativo del cristianesimo attuale per l’ampiezza di provenienza geografica e confessionale dei partecipanti (Chiese anglicane, protestanti e ortodosse appartenenti al CEC, come pure rappresentanti della Chiesa cattolica, del mondo pentecostale e di quello cosiddetto «evangelicale»). Il confronto non è stato solo teorico ma si è concentrato anche su argomenti concreti, quali il proselitismo in Russia, la globalizzazione e la giustizia economica come discussa all’interno dell’Alleanza riformata mondiale (ARM), la discussione sull’omosessualità nella Comunione anglicana, e il disaccordo sulla ricerca sulle cellule staminali in Germania. Fr. Frans Bouwen, co-presidente (con la presbiteriana Rebecca Todd Peters) del gruppo di studio, ha spiegato: «L’in-
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tento non è di mettere a confronto posizioni diverse sullo stesso argomento, quanto piuttosto di capire in base a quali percorsi e riferendosi a quali autorità Chiese diverse e, all’interno della stessa Chiesa, cristiani della stessa confessione arrivino a decisioni opposte». In sostanza, l’obiettivo è far sì che la consapevolezza del processo che porta a determinate decisioni morali aiuti ad affrontare questioni spinose senza che diventino fonte di divisione. (da NEV, n. 41, 14 ottobre 2009).
Dialogo tra Europa e Chiese
L‘articolo 17 del Trattato di Lisbona impegna le istituzioni europee a mantenere un «dialogo aperto, trasparente e regolare con le Chiese, le comunità religiose e le organizzazioni filosofiche e non confessionali». Ne hanno discusso gli addetti stampa delle Chiese europee (PONEC) nell’incontro svoltosi a Bruxelles dal 12 al 14 novembre presso la sede della Conferenza delle Chiese europee (KEK). Erano presenti una trentina di giornalisti, soprattutto protestanti, con alcuni cattolici ed ortodossi. «La missione dei giornalisti che lavorano nelle varie testate ecclesiastiche – ha spiegato Luca Negro, portavoce della KEK che ha promosso l’incontro – è aiutare le loro Chiese ad essere più visibili non solo nei singoli Paesi, ma anche a livello europeo e nelle istituzioni europee». Il Trattato di Lisbona, che dal 1. dicembre 2009 regola il funzionamento dell’Unione Europea, è criticato perché non menziona le «radici cristiane dell’Europa», e anche perché l’art. 17 equipara le Chiese alle «organizzazioni filosofiche non confessionali». Tuttavia le istituzioni europee tendono a smussare la polemica, perché dalle Chiese si attendono suggerimenti e consigli, in primis dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (COMECE) e dalla Commissione Chiesa e società della KEK. Il Parlamento europeo ha sviluppato diversi spazi di dialogo con le comunità di fede, come l’incontro annuale dei capi religiosi delle tre religioni monoteistiche con i presidenti delle tre istituzioni europee, avviato nel 2005, audizioni pubbliche su temi di interesse per le religioni oppure ancora gruppi di lavoro su temi particolari come la famiglia o la dignità della persona. Secondo Paolo Naso, dell’Ufficio stampa dei protestanti italiani, l’art. 17 costituisce una opportunità per le piccole minoranze religiose, che in Europa potrebbero trovare spazio nel dibattito pubblico, spazi che spesso sono loro preclusi nelle realtà nazionali.
Le Chiese europee e le migrazioni
In occasione del III Forum globale su «Migrazione e sviluppo» promosso dalle Nazioni Unite ad Atene ai primi di novembre 2009, numerose organizzazioni di Chiese cristiane impegnate nel settore hanno stilato un articolato documento con lo scopo di sensibilizzare la comunità internazionale sulle politiche di migrazione. Secondo un’indagine presentata al Global Forum, circa 700 milioni di persone, cioè il 16% degli adulti intervistati in 135 Paesi, si trasferirebbe definitivamente in un altro Paese, se ne avessero l’opportunità. I più propensi sono gli africani sub-sahariani, tra i quali gli aspiranti emigranti sono il 38% del totale, cioè 165 milioni di persone. La Conferenza delle Chiese europee (KEK) dedicherà l’anno 2010 al fenomeno delle migrazioni, come è stato deciso lo scorso 26 novembre a Budapest in un convegno promosso dalla Commissione delle Chiese per migranti in Europa (CCME).
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Preti pedofili: «tolleranza zero» necessaria, ma non basterà In causa il rapporto tra sacerdozio e celibato obbligatorio Può un’istituzione farsi trovare senza una strategia atta ad affrontare situazioni che la espongono a un immenso danno d’immagine e avviano processi interni di disgregazione? È il caso della Chiesa cattolica alle prese con i preti pedofili. Lo si è visto negli Stati Uniti, da noi nelle diocesi romande, oggi in Irlanda, dove un orrendo bubbone è scoppiato il 26 novembre 2009 con la pubblicazione del rapporto del giudice Murphy. Invece di partire dalla preoccupazione di rendere giustizia alle vittime e alle loro famiglie, tra il 1970 e il 2000 in Irlanda i vescovi si sono lasciati condizionare soprattutto dall’«ossessione di evitare lo scandalo e proteggere la reputazione e i beni della Chiesa». Hanno coperto col silenzio 46 preti pedofili e si sono protetti stipulando polizze di assicurazione in previsione delle conseguenze finanziarie per le diocesi nel caso in cui le denunce, diventando di pubblico dominio, avessero portato i colpevoli in tribunale. Con il risultato che «un prete ha violentato cento ragazzi», un altro «ha esercitato violenza sessuale ogni 15 giorni durante 25 anni», un altro «dopo la messa ha abusato del chierichetto di 9 anni, prima di regalargli un T-shirt e un libro di preghiere», «quattro religiosi sono sempre ancora al loro posto», «due preti hanno violentato gli stessi bambini»… Nemmeno sulla base di perizie psichiche certi parroci vennero tolti dal ministero, favorendo la recidiva nella parrocchia successiva1. La Congregazione delle Suore della Misericordia, chiamata in causa dal rapporto del giudice Ryan, maggio 2009, ha versato 128 milioni di euro a titolo di «riparazione per la sofferenza dei bambini». Il rapporto denuncia «l’esistenza di abusi sessuali e violenze fisiche e psicologiche su migliaia di bambini affidati agli istituti cattolici a partire dagli anni 1930». Per una delle loro scuole il rapporto parla di «un clima di paura, di botte e di umiliazioni». I Fratelli delle scuole cristiane, per avere chiuso gli occhi su abusi sessuali avvenuti nei loro istituti, per indennizzi hanno sborsato 161 milioni di euro. Già nel 2001 alcuni ordini religiosi avevano dovuto cedere allo Stato proprietà immobiliari per far fronte a indennizzi2. Lo smarrimento dei fedeli irlandesi si ritrova anche in
un’iniziativa avviata da qualche mese su un sito internet, dove è possibile sottoscrivere l’Actus formalis defectionis, l’atto di dimissione dalla Chiesa cattolica. In sei mesi è stato sottoscritto da 5.500 fedeli3. di Aldo Lafranchi
Il 9 dicembre 2009, al termine di una riunione plenaria, i vescovi irlandesi hanno «chiesto perdono», dicendosi «profondamente scossi per la diffusione e la perversione degli abusi e l’ampiezza delle dissimulazioni», riconoscendo nel loro modo di reagire «il segno di una cultura radicata in seno alla Chiesa». Vittime di questa cultura suggerita da Roma, attorno a Natale cinque vescovi hanno rassegnato le dimissioni. L’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha chiesto la partenza di tutti vescovi coinvolti dagli scandali, minacciando di ottenere lui stesso dal Vaticano la loro rimozione nel caso non si dimettessero. A Roma, l’11 dicembre, il card. Brady e l’arcivescovo di Dublino hanno incontrato il Papa e alcuni rappresentanti della Curia. Pur esprimendo «rincrescimento, vergogna, indignazione» per «il tradimento» e i «crimini atroci», il comunicato finale non ha fatto alcun cenno «all’atteggiamento di omertà e dunque di connivenza delle alte sfere della Chiesa locale rispetto agli abusi»4, a conferma di una cultura ben radicata in seno alla Chiesa. «Profondo disappunto» per la reazione di Roma è stato comunicato dal ministro degli Esteri irlandese Micheal Martin al Nunzio: «Il Papa non ha ancora risposto alle orribili rivelazioni del rapporto Murphy, da lui ci si aspetta una risposta sostanziosa»5. Il 5 gennaio, un altro scandalo assolutamente insopportabile ha fatto il giro del mondo: quello del prete messicano Marcial Maciel, fondatore nel 1941 della «Legione di Cristo» (800 preti, 2500 seminaristi, 60.000 laici, 200 scuole e università, 650 milioni di dollari il budget annuale), tossicomane, padre di sei figli da quattro donne di nazionalità diversa, pedofilo che abusava dei novizi della congregazione (una prima inchiesta nel 1956 non aveva dato risultati, ma in una seconda nel 2009 le vittime diranno: «Ave-
vamo mentito tutti, per noi era un padre adorabile, al di sopra della Chiesa»), morto nel 2008 a 87 anni. Amico di Giovanni Paolo II, un giorno si presentò in udienza accompagnato da tre ragazzi (suoi figli)6. Assediato da più parti, il 12 gennaio 2010 il Vaticano è corso ai ripari con la notizia pubblicata da «l’Osservatore romano» e un’intervista al card. Claudio Hummes, prefetto per la Congregazione del clero, con la quale si informava della decisione di Benedetto XVI: «D’ora in poi i preti pedofili andranno giudicati dalla giustizia ordinaria e non soltanto da quella ecclesiastica. Con questa misura si intende applicare nella Chiesa la ‘tolleranza zero’ per delitti tanto gravi e abominevoli»7. Al lettore non sfugge il riconoscimento che fino a ieri sia stata la tolleranza la scelta strategica della Chiesa. La cultura dell’omertà, dell’omissione del deferimento dei preti colpevoli alla giustizia civile, la pratica del trasferimento a un’altra parrocchia erano una diga che faceva acqua da tutte le parti. Il cambiamento di rotta inietta finalmente sostanza al dovere elementare della Chiesa di erigere a protezione dei minori l’argine più solido possibile. Mai sarà dato di sapere quale percentuale rappresentino i casi rimasti protetti dal silenzio dei vescovi in rapporto a quelli in cui la giustizia ha potuto fare il suo corso. Il dato darebbe l’idea di quanto la Chiesa abbia disatteso il suo dovere di prendersi cura del grave turbamento subito dalla personalità delle giovani vittime nella delicata fase della loro maturazione. Per un ragazzo o una ragazza, vedere il prete condannato dal tribunale penale è infatti determinante per ri-orientare la consapevolezza interiore di ciò che è bene e di ciò che male. «Tolleranza zero» Dimostrare che la «tolleranza zero» sia l’anima della serietà della strategia di lotta alla pedofilia non è certo cosa ardua. Tolleranza zero significa certezza della pena. È dal 1764, anno nel quale Cesare Beccaria (17381794) pubblicò il suo Dei delitti e delle pene, che la certezza della pena è riconosciuta essere l’antidoto più ef-
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ficace a rendere difficile, più lontano, meno probabile, il passaggio dall’ideazione del reato (la tentazione) all’atto. L’ossessione della gerarchia cattolica di evitare lo scandalo e proteggere la reputazione e i beni della Chiesa che cos’era se non un vuotare di effetto la certezza della pena? Con l’allontanamento del pericolo di finire in tribunale e di essere condannati, ai preti a rischio di pedofilia la gerarchia ha reso scivolosa la strada del reato. Quasi non sarebbe bastato alla gerarchia guardarsi attorno, osservare il comportamento delle istituzioni civili, per sapere come reagire correttamente. La scuola pubblica, ad esempio, l’insegnante pedofilo lo licenzia in tronco e gli chiude per sempre la porta dell’insegnamento, mettendolo nella situazione di doversi cercare un’altra attività professionale. È questa la «tolleranza zero», reazione unanimemente considerata ineccepibile, coerente, il solo modo per proteggere gli allievi. Nella scuola pubblica i casi di pedofilia non sono frequenti. Nella Chiesa la «tolleranza zero» implicherà che si insegni ai preti ad auto-denunciarsi al procuratore pubblico e al vescovo dopo il primo peccato di pedofilia. Un modo di reagire che indicherebbe perlomeno la consapevolezza dell’atrocità del crimine, un primo passo di auto-protezione da ricadute, il segnale della permanenza di un barlume di rispetto per la vittima. Seduta stante il vescovo deciderà l’allontanamento del prete dalla parrocchia e avvierà la pratica della sua esclusione dal ministero, con la riduzione allo stato laicale. La «tolleranza zero» stringe i panni addosso al prete che comincia a giocherellare con l’idea di approfittare sessualmente di un bambino o di una ragazzina e gli rende la decisione se non impossibile sicuramente più difficile. Nella scuola pubblica il licenziamento dell’insegnante pedofilo traduce in modo cristallino il giudizio di gravità del delitto e della sua inaccettabilità da parte della società. D’ora in poi, grazie alla «tolleranza zero» anche nella Chiesa il «crimine gravissimo» (Benedetto XVI), il «crimine atroce» (Benedetto XVI), il «delitto tanto grave e abominevole» (card. Hummes) troverà risposta adeguata da parte della gerarchia. Che cosa significava infatti l’omertà dei vescovi, la protezione del prete pedofilo, il suo trasferimento in altra parrocchia «senza nessuna menzione della sua situazione»8 se non che il crimine abominevole alla fine era considerato, tutto
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sommato, sopportabile, compatibile con la sacralità del ministero? Ci si chieda: che rispetto ha la Chiesa di sé stessa e dei ministeri quando considera ancora degne di essere mantenute in funzione persone che si sono macchiate di simili crimini? È possibile che la nuova diga di protezione delle future vittime e dei preti a rischio di pedofilia venga considerata da alcuni misura crudele. Par di sentire: «Ma per i peccatori nella Chiesa c’è ancora o non c’è più posto per la misericordia? La Chiesa non è la scuola pubblica, nella Chiesa la misericordia occupa un posto di assoluto privilegio. Che ci stanno a fare due o tre confessionali in ogni chiesa se non per ricordare che siamo tutti peccatori? Forse che il prete non possa avere debolezze? Non sarebbe degno del perdono?…». È quanto pensa Pierce Wals, parroco a Dublino: «È vero che alcuni di noi hanno commesso dei crimini e devono essere puniti. Ma noi dobbiamo anche aiutarli a redimersi. La nostra è una Chiesa di peccatori, uomini e donne distrutti dalla vita. Vorrei che di questi tempi si parlasse un po’ più di misericordia»9. Diversamente dal suo arcivescovo Diarmuid Martin, il parroco di Dublino trascura il principio che la giustizia abbia qualche diritto in più della misericordia, i diritti della vittima avendo la precedenza su quelli del colpevole. Giustizia è la «tolleranza zero», il migliore grado di difesa al quale le vittime abbiano diritto. Giustizia è fare tutto quanto è umanamente possibile per ridurre i casi di pedofilia. Soltanto in un secondo tempo si apre il tempo della misericordia. Scontata la pena, a differenza della scuola pubblica la Chiesa si prenderà cura dell’ex prete, aiutandolo anche finanziariamente a riciclarsi in un nuovo lavoro e a ritrovare un posto nella società. Questa è misericordia. La recidiva: un enigma Quando c’è di mezzo un prete, la pedofilia pone alcuni interrogativi in più. Ci si chiede infatti come sia possibile che un prete arrivi al punto di decidere di cedere al crimine di pedofilia. In questa sede non si intende offrire un quadro esaustivo di risposte, quanto piuttosto riflettere sulle due o tre domande più scontate.
«La colpa è del celibato obbligatorio». Per spiegare, pur senza giustificare, scandali come quelli avvenuti ne-
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gli Stati Uniti e in Irlanda, la gente punta spesso il dito contro la facoltativa disciplina vaticana del celibato obbligatorio per quasi tutti i preti (godono infatti l’eccezione preti anglicani e pastori protestanti sposati, convertiti al cattolicesimo e attivi nel ministero). Per misurare il grado di probabilità dell’ipotesi, la via più semplice appare il confronto con le altre Chiese cristiane che, tutte, lasciano al clero la libertà di scegliere tra lo sposarsi o il rimanere celibi. Bisogna prendere atto che non si ha conoscenza dell’esistenza nelle Chiese sorelle del concetto di «prete (pastore) pedofilo». Succederà qualche caso isolato, ma la frequenza è rara al punto da non produrre, come purtroppo nella Chiesa cattolica, la definizione di una categoria. E nei casi isolati non si ha notizia che il reo possa continuare a esercitare il ministero. Che non tutto possa essere messo sul conto dell’obbligatorietà del celibato lo dicono tuttavia due dati. Il primo sono i casi di gran lunga più diffusi (vien da dire: per fortuna!) di preti che vivono una normale relazione d’amore con una donna, legame che non impedisce un ministero anche di qualità. È la dimostrazione che l’alternativa al celibato non è certo la pedofilia. Il secondo dato informa che il maggior numero di casi di pedofilia avviene dentro la cerchia famigliare da parte di adulti sposati.
«Le scuole cattoliche sono in causa» Un ruolo nella frequenza degli scandali di pedofilia nel clero lo giocherebbe, secondo alcuni, il fatto che la Chiesa cattolica, a differenza delle Chiese sorelle, abbia numerosi collegi, scuole, internati frequentati da ragazzi e adolescenti, condotti da preti. In Irlanda il 92% delle scuole primarie e il 70% delle secondarie viene gestito dalla Chiesa cattolica, finanziato dallo Stato. In altre parole: l’occasione farebbe l’uomo ladro. Sarà, ma una cosa va sottolineata: essendo assolutamente chiaro, urbi et orbi, che i minorenni non si toccano punto e basta, che nessun argomento di umana debolezza riduce la malvagità dell’atto o la responsabilità dell’adulto, nessun prete può appellarsi a una qualsivoglia costrizione esterna o interiore a sfruttare sessualmente bambine o ragazzini. Bambini e ragazzine sono vittime troppo facili, troppo a portata di mano, troppo indifesi, troppo sensibili alle attenzioni affettuose, troppo portati a idealizzare l’adulto che si prende cura di loro, troppo incapaci di opporsi ●
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in una situazione di comportamento ambiguo dell’adulto perché un prete inventi nella sua coscienza un pretesto per approfittare sessualmente di loro.
● La recidiva. Un dato che particolarmente impressiona nello scandalo dei preti pedofili è la capacità di ripetere il delitto anche dopo essere stati condannati dal tribunale e usciti di prigione. Una lettura possibile di questi casi particolarmente tristi pone l’accento sui rimorsi che attanagliano la coscienza del prete, il cui impatto non è necessariamente percepito. Rimorsi fatti di memoria, di vergogna, di persecuzione del delitto sempre presente e del quale non ci si può liberare, il pensiero del peccato, della vittima, della famiglia della vittima, il peso dello scandalo, la condanna pubblica. Il prete si trova imprigionato nella necessità di confrontarsi con un’immagine di sé inguardabile, sfregiata dal delitto, meritevole, secondo lui, di castigo infinito, di condanna senza redenzione. La ripetizione del crimine diventa il modo meritato e efficace di autopunirsi, di insistere nel deformare sempre più la propria immagine al punto da riflettere l’enormità del peccato abominevole. Sprofondare nell’abisso del male può dare il sollievo che offre la ripetizione della condanna e della pena più che meritate. È possibile che altri preti vivano soggettivamente la pedofilia in modo purtroppo meno tragico. La rottura della barriera morale, spezzata nella coscienza dal primo peccato, apre una strada larga alla ripetizione del delitto e rende arduo il ravvedimento. Vivono l’esperienza cercando rifugio e sollievo nel perdono ottenuto con la confessione dopo ogni peccato. In questi casi, per le vittime l’assoluzione sacramentale è una tragedia, il perdono essendo considerato assicurato… settanta volte sette. Per loro, la salvezza starebbe piuttosto in un’altra parola, quella evangelica, terribile, della macina legata al collo…
● Celibato e castità. C’è chi si interroga se un altro dato, strano, non contribuisca a suo modo alla diffusione del tristo fenomeno. I preti cattolici, si sa, non emettono il voto di castità, riservato a monaci monache e frati: si sottomettono soltanto alla disciplina romana del celibato obbligatorio. Ora, fino ad anni fa, celibato significava castità. Accettare quella disciplina significava impegnarsi a una vita casta. Da un certo tempo a questa parte sem-
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bra che, in certi ambienti, celibato significhi rinuncia al matrimonio ma non più impegno a una vita di castità. Due istruzioni di una congregazione vaticana volute da Benedetto XVI, inviate ai vescovi, hanno messo una pulce nell’orecchio: la prima su preti e omosessualità, la seconda su preti e pedofilia. Le due istruzioni chiedono ai vescovi di vegliare affinché i superiori dei seminari non ammettano più, come finora, all’ordinazione sacerdotale seminaristi che hanno mandato segnali di omosessualità o di pedofilia. Quando castità e celibato erano gemelli omozigoti, le due istruzioni vaticane sarebbero state semplicemente inimmaginabili. Conclusioni (1) Se in nome della giustizia la gerarchia è disposta a prendere tutte le misure utili a ridurre i casi di preti pedofili, l’augurio è che abbia la determinazione di applicare la strategia della «tolleranza zero» non soltanto a metà, accontentandosi della denuncia dei preti pedofili ai tribunali civili, ma anche di difendere l’onore della Chiesa decretando l’incompatibilità del ministero con il «crimine atroce e abominevole». (2) Auspicabile sarebbe che la gerarchia si desse il coraggio di chinarsi anche su qualche corollario. Se, come indicano i dati, l’obbligatorietà del celibato incide, per una parte, nella diffusione della piaga dei preti pedofili, non sarebbe ora e tempo che la gerarchia, sempre in nome della giustizia e forse anche di Dio, rinunci a imporre a tutti i preti la disciplina facoltativa, non evangelica, del celibato obbligatorio? È serietà dire e ripetere che «una sola vittima è già di troppo», se poi non si fa il possibile per ridurre al minimo il numero delle vittime? (3) Il passo successivo della riflessione porta alla magna quæstio del rapporto della Chiesa cattolica con uomini, donne e sessualità. Il tema non è da articolo di una rivista. Qui ci si accontenta di delineare la questione. La Chiesa si dà come missione anche il diritto di stabilire per i cattolici delle norme che traducano la sua visione della sessualità. Norme che secondo la gerarchia hanno valenza universale, essendo fondate sull’interpretazione della legge naturale. Con il richiamo al dovere di osservare le regole della morale sessuale, la gerarchia
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esercita un controllo sulle persone e verifica il controllo attraverso il precetto della confessione dei comportamenti (fino a non molto tempo fa anche dei pensieri) scorretti. Al lettore si può ricordare che la pratica dell’esame di coscienza quotidiano era raccomandata dai filosofi dell’antichità quale mezzo insostituibile alla conoscenza di sé, premessa indispensabile per raggiungere un buon livello dell’arte del vivere. Sconosciuto era l’obbligo di comunicare ad altri il risultato dell’esame di coscienza. Con la disciplina del celibato obbligatorio, il controllo della gerarchia sulla sessualità del prete e sulle implicazioni affettive ad essa legate è pressoché totale. È necessario ricordare che la sessualità è la forza che più di tutte muove il mondo, l’energia vitale che struttura affettivamente, ovunque e sempre, gli incontri di uomini e donne, che accende le diverse tonalità affettive che colorano la variopinta atmosfera del voler bene, dell’essere voluti bene, dell’amare e dell’essere amati, che si fa felicità quando la gente si cerca e si trova e si fa compagnia? Stiamo parlando delle fondamenta di ciò che rende umano l’uomo. C’è qualcosa da dire o da ridire sul fatto che la gerarchia si attribuisca il diritto di impadronirsi del prete al punto da intervenire a porre limiti ostacoli e proibizioni dentro lo spazio più intimo del suo essere persona? Difficile rispondere di no, che non ci sia proprio nulla da ridire. Esige infatti davvero tutto questo l’annuncio del regno di Dio? Guardare alle Chiese cristiane sorelle può aiutare a intuire ciò che qui si vuol dire. Guidate da una sorta di rispetto e di pudore, non si addentrano a dettar legge nel sacrario delle persone, fedeli o ministri che siano. Un atteggiamento che, intuitivamente, emana un soffio di libertà, un respiro fresco dal sapore delle cose vere. All’indomani della pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae (1968), la sensazione è che la maggioranza delle coppie cattoliche abbiamo invocato il diritto al beneficio del pudore, che non mette le cose in pubblico, e del rispetto dell’età adulta capace di responsabilità. Appellandosi alla libertà di coscienza, dono del Concilio, si sono allineate sulla conclusione della maggioranza della commissione pontificia che, in nome del «principio di totalità» (determinante per la valutazione morale non è il singolo atto ma il disegno globale della fecondità della coppia), non aveva ritenuto moral-
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mente illecito il ricorso alla contraccezione anche con mezzi artificiali, contrariamente alla conclusione della minoranza della commissione, fatta propria da Paolo VI. In quel frangente la gerarchia ha perso il controllo sulla sessualità di molti cattolici, in particolare delle giovani generazioni. Qualche lettore si chiederà che cosa c’entri l’Humanae vitae con l’obbligo del celibato. In sé non c’entra nulla. L’accostamento serve soltanto a chiudere il cerchio del discorso sui preti pedofili. Come si è visto, l’esperienza delle Chiese cristiane sorelle permette di concludere che l’obbligo del celibato incide, in parte, sulla frequenza dei casi di pedofilia. Essendo grave per la gerarchia il dovere di mettere in atto tutto quanto è in suo potere per ridurre il più possibile la frequenza degli scandali, la rinuncia a imporre obbligatoriamente ai preti il celibato diventa la strada da percorrere, la forma elementare di rispetto del diritto delle possibili vittime di essere protette. Per la gerarchia significherà la perdita del controllo sulla sessualità del clero, di cui nessuno a dire il vero vede la necessità, per la Chiesa e per la sua immagine un guadagno, visti i benefici conseguiti dalla tradizione di libertà per i preti e i pastori nelle Chiese sorelle, benefici comparabili alla conquista della libertà-responsabilità per molte coppie cattoliche dopo la Humanae vitae. A motivo della carenza di vocazioni, da molte parti del mondo vescovi e conferenze episcopali moltiplicano da anni le sollecitazioni a Roma affinché riveda la disciplina del celibato obbligatorio. Una questione pastorale seria. Si aggiungano le ancor più serie e impellenti motivazioni causate dagli scandali dei preti pedofili, e per l’obbligo del celibato ecclesiastico i giorni (mesi? anni? decenni?) dovrebbero essere contati. La sola cosa che non si sa è quanti chilometri manchino all’arrivo.
NOTE 1. Rapporto Murphy, «Le Monde» 12.12.2009 2. «Le Monde», 12.12.2009 3. «Le Monde», 29.12.2009 4. Adista (35353) 5. ivi 6. «Le Monde», 5.1.2010 7. «La Repubblica», 13.1.2010 8. Rapporto Murphy, «Le Monde», 12.12.2009 9. «Le Monde», 29.12.2009
cronaca
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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori
Gli ottant’anni di mons. Grab. Il 3 febbraio, Amedeo Grab, vescovo emerito di Coira, ha festeggiato gli ottant’anni. Nato a Zurigo, figlio di impiegati delle organizzazioni internazionali, trascorse la sua infanzia a Ginevra. Entrato nel 1947 come monaco all’Abbazia di Einsiedeln, emette i voti monastici nel 1950 e nel 1954 è ordinato presbitero. Insegnante nel collegio benedettino di Ascona per vent’anni, dal 1958 al 1978, nel 1987 è scelto come vescovo ausiliare di Ginevra. Accolto con diffidenza, conquista la stima e la simpatia della «Roma protestante». Promosso vescovo titolare a Friburgo due anni dopo, è quasi subito trasferito a Coira per sanare le ferite del quasi-scisma originato dall’episcopato del vescovo Haas. Giovanni Paolo II lo stima al punto di prolungare il suo mandato, alla scadenza del suo 75.mo compleanno, fino alla scelta del successore, nel 2007. Presidente dei Vescovi svizzeri e dei Vescovi europei, è da poco, dunque, al cosiddetto beneficio della pensione. Uomo di cultura, di dialogo e di apertura, Amedeo Grab gode di molte simpatie in Ticino, non solo tra i suoi ex-allievi del Collegio Papio. «In tempore iracundiæ factus est reconciliatio» – cantava l’antifona di accoglienza del vescovo nella sua cattedrale. Al vescovo Grab la riconoscenza e l’augurio di «Dialoghi».
Nell’episcopato. Il vescovo di Sion, Norbert Brunner, un alto-vallesano di 67 anni, sarà per i prossimi tre anni presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri – primus inter pares perché vi si cerca sempre il consenso. L’eletto non ha mancato di far conoscere le sue preferenze: la CES si faccia maggiormente sentire, i vescovi elaborino in comune le priorità pastorali, anche dal profilo finanziario. In varie interviste si è espresso per una difesa più esplicita dei «principi cristiani» in sede politica e ha formulato proposte «liberali» per l’organizzazione ecclesiastica. Per esempio, confermando precedenti orientamenti dei vescovi svizzeri, si è detto favorevole all’ordinazione presbiterale di uomini sposati (i fedeli svizzeri in maggioranza vorrebbero anche le donne-prete); i laici dovrebbero potere (come permette il Codice canoni-
co) celebrare battesimi e matrimoni. Non si fa illusioni, il vescovo Brunner, sulla conciliazione tra Roma e i «lefebvriani» e ha deplorato che i vescovi svizzeri siano stati ignorati quando Roma ha tolto la scomunica ai vescovi di quella comunità, violando il principio di sussidiarietà che dovrebbe valere anche all’interno della Chiesa cattolica. Particolare… dimenticato dal suo collega vescovo di Coira, Vitus Huonder, che la sera del 3 dicembre ha informato i presidenti delle Chiese cattoliche cantonali di Zurigo e di Glarona che l’abate benedettino di Uznach, Marian Eleganti, era stato nominato suo ausiliare: Roma ha dato ufficialmente la notizia il 7 dicembre. Il nuovo vescovo è nato nel 1955 a Uznach (S.Gallo), ha studiato ad Einsiedeln, Roma e Salisburgo, dal 1999 è a capo di una abbazia benedettina di orientamento missionario. Forse per calmare le acque, il vescovo di Coira ha poi nominato a fine dicembre come «vicario generale per il personale» a Zurigo e Glarona Josef Annen e vicario generale diocesano Martin Grichting. I tre nominati dovranno ripartirsi i compiti: non sarà facile, essendo personalità conosciute per posizioni ecclesiastiche e personalità divergenti. E ancora una volta occorrerà superare le diffidenze che queste nomine dall’alto, senza preventiva consultazione, hanno causato. Ma è una «politica» vaticana conosciuta: nessuna consultazione ha preceduto la recente designazione del nuovo vescovo di San Sebastian (il capoluogo del Paese Basco). L’eletto è ritenuto un «anti-conciliare», oltre 130 preti della diocesi l’hanno contestato pubblicamente. Anche in Belgio, per sostituire il primate, cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Malines e Bruxelles, che lascia la funzione avendo compiuto 76 ani, Papa Benedetto XVI ha designato mons. Leonard, vescovo di Namur, 69 anni, considerato «un conservatore, intelligente e rigoroso» ma da alcuni soprannominato «il Ratzinger belga». Si chiude così, anche in Belgio, una stagione ecclesiale caratterizzata dalla «tolleranza» di mons. Danneels (vescovo dal 1977 e cardinale dal 1983) nei confronti della «secolarizzazione». All’uscita dall’ultimo Conclave egli non aveva nascosto riserve sul nuovo papa.
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Nuova sede per i vescovi. La Conferenza dei vescovi svizzeri (CES) ha una nuova sede a Friburgo, al n. 6 della Rue des Alpes, ospitata in uno stabile utilizzato prima come sede scolastica e ceduto «a buon prezzo» dalle Suore orsoline alla Fondazione Anton Hänggi, il vescovo di Basilea morto nel 1994. Oltre al segretariato e ufficio stampa della CES (otto persone), l’immobile, completamente ristrutturato, accoglie anche altri organismi ecclesiastici (servizio migranti, commissione per la comunicazione e i media, uffici interdiocesani), per un totale di 14 persone: un ministero, ma molto piccolo, per la Chiesa svizzera.
«Viva il Concilio». Si è costituita in Italia una fondazione dal titolo «Viva il Concilio!» che intende tener desta la memoria e l’attualità dell’evento conciliare. Gestisce un sito web (www.vivailconcilio.it), promosso da un gruppo di laici ma anche da due cardinali (C.M. Martini e Roberto Tucci) e da un vescovo, Luigi Bettazzi. Vi si trovano: fonti, interventi magisteriali, saggi teologici, iniziative (testi, video, convegni e pubblicazioni), utili «per sollecitare il popolo di Dio a leggere e interpretare ‘nel cono di luce del Concilio’ (Paolo VI) l’agire e la testimonianza ecclesiale nell’oggi della storia». L’iniziativa è aperta alla partecipazione di privati e di associazioni che ne condividono le finalità. L’adesione a questa iniziativa è prevista con la sottoscrizione di una tabula gratulatoria. Fino alla chiusura redazionale di questo numero di «Dialoghi», l’avevano firmata quattro cardinali (Etchegaray, Silvestrini, Piovanelli, Tettamanzi) e 23 arcivescovi e vescovi, quasi tutti italiani (tra cui Gianfranco Ravasi e Bruno Forte). Notata con piacere la firma di Pier Giacomo Grampa, vescovo di Lugano. La redazione di «Dialoghi» ha fatto pervenire la sua adesione.
«Noi siamo Chiesa». Dal 16 al 18 ottobre si è tenuto a Freising (presso Monaco di Baviera) il «Council» di IMWAC (International Movement We Are Church, l’organizzazione internazionale di «Noi siamo Chiesa», nata nel 1995 con un «Appello al popolo di Dio»). Il Consiglio direttivo si riunisce ogni due anni ed è composto di due rappresentanti per ogni sezione nazionale. Otto erano i Paesi presenti, altri hanno inviato messaggi e informazioni. Per l’Italia hanno partecipato Vittorio Bellavite di Milano e Mauro Castagnaro di Cremona. È sta-
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ta presentata una rassegna delle situazioni di IMWAC nei diversi Paesi, dove si continua con costanza a lavorare. Le realtà dove IMWAC è più radicata restano l’Austria e la Repubblica federale tedesca. L’ IMWAC ha ora lanciato il progetto «Concilio 50 anni». Il Vaticano II si iniziò nel 1962 e si concluse nel 1965: la riflessione sarà su «memoria» e «utopia», memoria perché si tramandi, soprattutto per i più giovani, su che cosa era la Chiesa prima del Concilo e di quale portata sia stato quell’evento, utopia perché è allo spirito del Concilio cui bisogna rifarsi, per continuare a proporre un’azione riformatrice che non si fermi ai soli testi. Si prevedono assemblee nazionali nell’ottobre 2012 e un incontro internazionale a Roma nel dicembre 2015. Questa iniziativa è anche l’occasione per creare dei networks di tutti i movimenti della Chiesa cattolica che si rifanno al Concilio (esistono già Francia, con Parvis, e Spagna con Redes Cristianas). Un primo convegno avrà luogo a Lione, nel novembre dell’anno prossimo. La redazione di «Dialoghi» si è detta disponibile per promuovere una «rete» a livello ticinese e svizzero. Sono in corso i necessari contatti; è auspicata ogni utile segnalazione di persone e gruppi interessati.
Confermati nel dialogo. L’arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi ha aperto «La cattedra del dialogo 2009» con una conferenza dal titolo «Il dialogo come ethos nell’esperienza dei cristiani», pubblicata dal numero 12 (dicembre 2009) della rivista «Aggiornamenti Sociali» dei gesuiti di Milano (Piazza S. Fedele, 4). Rifacendosi all’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI, la prima enciclica di un papa sul dialogo (erano i tempi del Concilio Vaticano II e già c’erano i duri d’orecchi), Tettamanzi deplora «una tendenza al rallentamento, all’indebolimento, addirittura al rifiuto del dialogo», e constata che «in questo contesto socioculturale il dialogo potrebbe apparire pericoloso, comunque inutile, addirittura impossibile». Ma «il dialogare in realtà è costitutivo della persona umana e quindi dell’ethos del vivere umano. Non c’è convivenza senza dialogo!». Rifacendosi all’insegnamento del Vangelo, il cardinale conclude «Il fondamento ultimo del dialogo è in Dio stesso». Così autorevolmente incoraggiati, a noi di «Dialoghi» non resta che proseguire, un cammino iniziato sulla spinta dell’insegnamento ricevuto dai papi del Concilio.
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Un popolo dimenticato. Il 6 e 7 novembre 2009, la Coordinazione interdiocesana ha tenuto la sua 25. Assemblea a Delémont. Composta dei rappresentanti dei Consigli pastorali regionali, il tema discusso in gruppi di lavoro fu «Il rinnovamento del Popolo di Dio – Il Vaticano II e la Chiesa in Svizzera». Ai rappresentanti dei consigli pastorali si erano aggiunti i membri della Commissione di pianificazione pastorale della Conferenza dei vescovi svizzeri CES). Ha presieduto mons. Markus Büchel, vescovo di San Gallo. Il convegno è stato concluso da una relazione della prof. EvaMaria Faber, dell’Alta scuola di teologia di Coira, che ha illustrato come l’insegnamento conciliare sul Popolo di Dio (e quindi sulle responsabilità dei laici) sia rimasto ampiamente non applicato. Il vescovo Büchel, da parte sua, aveva denunciato la perdita di credibilità della Chiesa e postulato una maggiore apertura verso la società. Nel frattempo è stato rinnovato il Consiglio pastorale della diocesi di Lugano (fonte: Annuario 2010). Dei 48 membri, 33 sono uomini (di cui 14 preti); le donne sono 15 (comprese due suore). Auguriamo loro buon lavoro, secondo gli insegnamenti del Concilio (il secondo del Vaticano, ovviamente!) e le aspettative del nuovo vicepresidente della CES.
Aiuto al suicidio. A fine ottobre il Consiglio federale ha posto in consultazione due varianti per la modifica dell’articolo penale relativo all’aiuto al suicidio. La prima propone una serie di condizioni relative alle organizzazioni di aiuto al suicidio; la seconda prospetta il divieto di tali organizzazioni. Tre anni fa, l’allora direttore del Dipartimento di giustizia e polizia, Christoph Blocher, aveva respinto la proposta di una regolamentazione in materia. L’attuale responsabile, Eveline Widmer-Schlumpf, propone di introdurre precise condizioni per le organizzazioni di aiuto al suicidio, come Exit e Dignitas, che accompagnano annualmente circa 350 persone alla morte. Le regole proposte stabilirebbero che le persone che desiderano porre fine alla propria vita devono decidere in piena autonomia e riflettere in modo approfondito sulla propria decisione. Indispensabili sarebbero inoltre le perizie di due medici non appartenenti all’organizzazione di aiuto al suicidio: una dovrebbe attestare che la persona che desidera porre fine alla propria vita è capace di intendere e di volere, l’altra
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deve certificare che il malato soffre di un male incurabile che lo condurrà presto alla morte. Chi, infine, assiste al suicidio deve informare il malato delle alternative possibili, come le cure palliative. La procedura di consultazione terminerà il prossimo 21 marzo. Una regolamentazione sembra necessaria ma le condizioni d’intervento dovranno essere attentamente studiate e largamente discusse. L’attuale norma del Codice penale (che esclude solo il vantaggio personale del «collaboratore») si è dimostrata insufficiente per evitare gli abusi (da «Voce Evangelica», gennaio 2010).
Il GdP per un quarto ai Lombardi. Non si tratta di quelli della Prima Crociata, celebrati nel famoso coro (che s’imparava una volta nelle scuole) «O Signore, dal tetto natio…», ma di Lombardi vivi e vegeti, rappresentati dal senatore Filippo e da suo padre, l’ingegnere Giovanni. I nuovi Lombardi si sono fatti «crociati» – cioè si sono addossati una parte del capitale e delle relative responsabilità – del quotidiano cattolico «Giornale del Popolo», riscattando una parte di proprietà che apparteneva al «Corriere del Ticino». In sostanza: la quota che possedeva il CdT è passata a Ti-Media, società in (quasi) comproprietà tra lo stesso «Corriere» e la famiglia Lombardi, più alcuni bruscolini al GdP. Fatte le somme, se abbiamo capito bene, al Vescovo dovrebbe essere rimasta la metà più qualche briciola del capitale, e naturalmente il diritto di determinare la linea del giornale e di designare il direttore. La notizia è stata data da «laRegione» del 12 gennaio. «Corriere» e GdP non hanno messo lingua. In nome della trasparenza, evidentemente.
Preoccupazioni finanziarie. Il preventivo finanziario della Diocesi di
Lugano, approvato lo scorso dicembre dall’assemblea diocesana, presenta un deficit di fr. 362.300, già dedotto il contributo chiesto alle parrocchie e previsto in fr. 180.000. Preoccupante la situazione della Parrocchia di Lugano che prevede un deficit di fr. 319.950 per il 2010 e prospetta difficoltà per il futuro, in considerazione del minore gettito della cosiddetta imposta da parte delle persone giuridiche, specialmente banche, che rappresentano il 60% dell’incasso ordinario. A Chiasso il clero locale si auto-riduce le retribuzioni. A Zurigo, in applicazione alla nuova legge sul finanziamento delle Chiese riconosciute quali corporazioni, nel 2010 la Chiesa cantonale cattolica riceverà 12,5 milioni di franchi e 37,45 milioni andranno alla Chiesa riformata. L’importo destinato alla Chiesa riformata sarà in seguito ridotto, per cui nel 2013 i cattolici riceveranno 22,1 milioni e i protestanti 27,4. L’importo assegnato ai cattolici prima della nuova legge era di soli 8,7 milioni, mentre la Chiesa riformata riceveva 40,8 milioni. Restano invariati i contributi alla Chiesa dei Vecchi-cattolici e alla Comunità ebraica, fissati in fr. 250.000. La Chiesa cattolica della regione di Berna ha potuto invece abbassare per il 2010 le imposte ecclesiastiche del 10% (dallo 0,207 allo 0,186), grazie agli avanzi degli anni passati. Sono previste spese per 26,7 milioni ed entrate per 25,6. Per il quarto anno consecutivo, i conti globali, ordinari e straordinari per il 2008, della Chiesa protestante di Ginevra hanno chiuso con un saldo positivo di 2,5 milioni; i fondi propri aumentano così a 3,2 milioni: il risultato positivo dipende dalla vendita dell’edificio della Roseraie, da anni inutilizzato. Il conto ordinario accusa invece un deficit di fr. 758.172, a causa della diminuzione dei contributi volontari e
Fra le pieghe del tempo di Bruna Martinelli Prefazione di Giancarlo Verzaroli. Formato 12.5x21, 180 pp., Fr. 20.– Sono storie vere che descrivono l’ambiente di un villaggio della Vallemaggia, ma che potrebbero essere successe in qualunque vallata ticinese. La narratrice racconta le esperienze vissute da ragazza con la consapevolezza della donna matura. Si narra dei lavori quotidiani, degli animali, di alcuni mestieri, ma si parla pure di odori, colori e sapori della terra.
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dei doni (per la crisi e l’invecchiamento degli aderenti), che coprono il 94,4% delle spese ordinarie, risultate di fr. 13.536.250. Solo 4000 protestanti, degli 80.000 censiti, contribuiscono alle spese della loro Chiesa. Costretta a risparmi la Chiesa protestante vodese che, in base ad una nuovo regolamentazione, ha visto ridotto a 35, 5 milioni il contributo cantonale, mentre il preventivo indica 44, 5 milioni di uscite: ridotti gli stipendi del personale (che rappresenta il 90% delle spese), il deficit previsto per il 2010 è di poco inferiore a un milione di franchi. Nel Canton Friburgo, la Cassa che retribuisce il personale parrocchiale presenta un preventivo per il 2010 praticamente in pareggio (poco meno di 12 milioni di franchi). Il numero dei preti retribuiti è diminuito, mentre aumentano i laici (76 preti e 78 laici). Aumentata a fr. 51.000 la rendita minima garantita ai preti pensionati. La Corporazione ecclesiastica cantonale presenta un preventivo per il 2010 con un totale di spesa di fr. 8,8 milioni, con entrate previste in fr. 2.550.186 ; tra le nuove spese, un accantonamento per favorire le fusioni tra le parrocchie. Per i compiti nazionali della Chiesa cattolica in Svizzera, la Conferenza centrale cattolicoromana (RKZ, formata dalle corporazioni cantonali e dalle diocesi) ha messo a disposizione per il 2010 l’importo di fr. 6,36 milioni, cui vanno aggiunti fr. 2,75 milioni del Sacrificio quaresimale. 2,1 milioni sono stati attribuiti alla Conferenza dei vescovi per il proprio segretariato e altre strutture dipendenti, tra cui «Migratio» e la Commissione Giustizia e Pace, mentre 2,3 milioni sono attribuiti a istituzioni attive nel settore dei media nazionali o locali; 1,75 milioni sono infine versati dalle organizzazioni ecclesiastiche locali per sostenere la pastorale dei migranti.
Le pietre raccontano di Francesca Selcioni Presentazione di Luigi Snozzi. Prefazione di Riccardo Carazzetti. dell’ Università di Brera. Formato 12.5x21, 160 pp., Fr. 20.– con illustrazioni a colori. Le rivelazioni della Casa di Dio. Viaggio nella simbologia del romanico attraverso la scoperta dei misteri, ancora inediti e sconosciuti, delle chiese di San Vittore di Muralto e San Nicolao di Giornico.
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L’Azione 2010 di «Sacrificio Quaresimale» e di «Pane per i fratelli»
Più giustizia nel commercio: dirittoalcibo.ch La FAO (l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura dell’ONU) stima che il numero di persone che soffrono la fame nel mondo abbia raggiunto il miliardo. La maggior parte vivono nelle campagne; quasi la metà è composta di famiglie di agricoltori; un quinto sono lavoratrici e lavoratori senza terra e abitanti delle bidonvilles, uno su dieci affamati appartiene al gruppo dei pescatori e allevatori di bestiame. La maggior parte delle persone che non hanno cibo a sufficienza vive dunque a diretto contatto con la terra, che secondo le nostre aspettative dovrebbe dar loro da vivere. La mancanza di cibo si fa sentire un po’ ovunque: in Asia e nell’area del Pacifico sono 642 milioni gli esseri umani a soffrire la fame. Nell’Africa subsahariana, 265 milioni di persone sono denutrite. In America latina e nell’area caraibica sono 53 milioni; nel Medio Oriente e nel Nord Africa 42 milioni. Della fame, secondo il presidente brasiliano Lula da Silva – «la più potente arma di distruzione di massa di questo pianeta» – si parla troppo poco: ancor meno delle cause e delle possibilità per combatterla. Molte persone si sentono impotenti di fronte all’ampiezza di questo indicibile scandalo. Altre semplicemente non ci pensano. In Svizzera, giornalmente, sono immagazzinate tonnellate di prodotti alimentari. Un dramma, tante concause
Molte sono le cause che concorrono alla costante e rapida crescita del numero di persone che non hanno di che nutrirsi a sufficienza. La crisi economica ha colpito le popolazioni svantaggiate del Sud del mondo ancor più duramente degli altri. Non soltanto sono stati decurtati gli aiuti allo sviluppo per i Paesi poveri, ma l’economia stessa di questi paesi è ormai in ginocchio. Senza dimenticare che molti emigranti rimasti senza lavoro non possono più inviare soldi in patria. Tutto ciò non fa che peggiorare le condizioni di vita di molte famiglie e incentivare l’abbandono di progetti di sviluppo a causa della mancanza di fondi. Nel 2009 Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti, in collaborazione con Essere solidali, hanno fo-
calizzato l’attenzione dell’opinione pubblica sui cambiamenti climatici e i loro influssi sull’accesso al cibo. A causa del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze, anche l’anno scorso sono andati persi molti raccolti o resa impossibile la coltivazione. E in futuro la produzione di generi alimentari si farà ancor più problematica in Paesi già confrontati con periodi di siccità sempre più lunghi o con uragani più frequenti. Lotte di potere e conflitti, come pure malgoverno o carenti strategie di aiuto allo sviluppo contribuiscono anch’essi ad affamare intere popolazioni. Vi è però un altro corresponsabile di questa drammatica situazione: il commercio internazionale, e in particolare le sue regole ingiuste. Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti, in collaborazione con Essere solidali, hanno deciso di parlare nuovamente di un diritto fondamentale e senza il quale anche tutti gli altri verrebbero meno: quello al cibo, approfondendo il legame indissolubile con il commercio. E proprio il cibo, è bene ricordarlo, è un diritto fondamentale, sancito nella Dichiarazione universale dei diritti umani, ma ancora lontano dall’essere garantito ovunque. Attraverso la Campagna ecumenica 2010 – il cui motto è «Più giustizia nel commercio: dirittoalcibo.ch» – le tre organizzazioni cristiane, attive nella cooperazione internazionale, intendono ricordare a tutti come le attuali regole del commercio non contribuiscano al benessere di tutti gli abitanti del pianeta. Quando il commercio fomenta la fame
Il 43% di tutti gli esseri umani è composto da contadine e contadini. Questi ultimi rappresentano al contempo la maggior parte delle persone che non hanno di che mangiare a sufficienza. L’arrivo massiccio di prodotti sovvenzionati e a basso costo dall’Europa distrugge i mercati locali in Africa: per i produttori africani è impossibile competere con i prezzi stracciati praticati dal Nord. La campagna ecumenica vuole attirare l’attenzione dell’opinione pubblica svizzera su questo tipo di commercio ingiusto e inaccettabile, anche perché ha ridotto alla
fame intere popolazioni. La chiave per un miglior equilibrio fra Nord e Sud si chiama commercio equo. Esso promuove giustizia sociale ed economica e lo sviluppo sostenibile attraverso il commercio, la formazione, la cultura, l’azione politica. Con il commercio equo si vogliono riequilibrare i rapporti con i Paesi economicamente meno sviluppati, migliorando l’accesso al mercato e le condizioni di vita dei produttori svantaggiati. Il commercio equo e solidale garantisce infatti a chi produce, tramite contratti a lungo termine e prezzi fissi, un giusto guadagno, condizioni di lavoro dignitose e soprattutto niente lavoro minorile. Elimina intermediari e speculazioni e sostiene, con il pre-finanziamento, progetti di autosviluppo. In occasione del vertice mondiale organizzato in novembre dalla FAO, papa Benedetto XVI si è espresso duramente contro le sovvenzioni agricole, che danneggiano il mercato a scapito dei Paesi poveri, condannando l’egoismo di chi specula sugli alimenti al pari di altre merci. Nei confronti di chi soffre la fame, ha affermato il pontefice, il superfluo e lo spreco, come pure la speculazione e la logica del solo profitto, sono inaccettabili. La dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che l’obiettivo del libero mercato non deve essere quello di perseguire soltanto l’utile dell’individuo, ma in primis l’utilità sociale. Solo così esso diventerà funzionale al bene comune e allo sviluppo integrale dell’essere umano. Questo è ciò per cui da anni si impegnano Sacrificio Quaresimale e Pane per tutti, attraverso i loro progetti al Sud e le iniziative lanciate a livello svizzero e internazionale. (Sacrificio Quaresimale è ad esempio fra i fondatori della Max Havelaar e da anni si impegna a favore del commercio equo). Quella proposta è dunque una nuova visione dell’economia e del mondo, attenta agli interessi di tutti. È uno strumento a disposizione di ognuno di noi per difendere e promuovere i diritti economici e sociali, cambiando i meccanismi di un modello economico che antepone il profitto ai diritti fondamentali degli esseri umani. Federica Mauri Luzzi «Sacrificio Quaresimale»
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L’articolo sulla ricerca merita il nostro «sì»
A inizio marzo l’elettorato svizzero sarà chiamato ad esprimersi su un testo da introdurre nella Costituzione, riguardante la ricerca scientifica su esseri umani. Quale necessità ha spinto le nostre autorità a voler introdurre tale disposizione nella Costituzione federale? La risposta la si può trovare nel lungo iter che ha preceduto il voto popolare. I primi passi sono stati compiuti da due parlamentari ancora nel 2000 (la signora Dormann al Nazionale ed il signor Plattner agli Stati, senatore deceduto alcune settimane fa, e che perciò non potrà assistere alla sanzione popolare della sua iniziativa). A determinare le loro proposte non era tanto la constatazione di un vuoto giuridico – eventualmente sormontabile, ma attraverso procedure complesse – quanto l’incompetenza federale in materia, essendo vigenti le regole parzialmente diverse da cantone a cantone. La materia è regolata internazionalmente dalla cosiddetta Convenzione di Oviedo (o Convenzione di bioetica) del Consiglio d’Europa. La Svizzera ha ratificato questo testo l’anno scorso e le disposizioni di questo testo sono già assunte dal «diritto interno». Ma il Consiglio federale desidera iscrivere nella carta fondamentale i principi etici che regolano la materia, per motivi di esemplarità morale e per statuire con chiarezza la competenza federale in materia. La procedura di consultazione e i dibattiti parlamentari hanno evidenziato che una parte dell’opinione pubblica, anche se numericamente piccola, non accettava e non accetterà alcune formulazioni contenute da una parte nella citata convenzione europea e recepite nel testo costituzionale proposto. Una parte delle obiezioni riguarda il primo alinea dell’art. 118 a, sottoposto a voto popolare. Vi si dice che la Confederazione «provvede alla tutela della dignità umana e della personalità tenendo conto della libertà della ricerca». L’articolazione tra l’esigenza, morale e legale, di rispettare sempre e comunque la dignità umana sembra ad alcuni formulata come se si volesse mettere sul medesimo piano i due valori in gioco: la dignità umana e la libertà della ricerca. Non condivido queste preoccupazioni: una tale esegesi suggerisce che vi siano
cattive intenzioni dietro le istanze che la propongono. Altre obiezioni riguardano la ricerca biomedica intrapresa su soggetti incapaci di intendere e di volere, ma fatta a favore del gruppo di persone che si trovano nella stessa situazione dei probandi. Pensiamo ai bambini o alle persone portatrici di un handicap mentale. In entrambi questi casi, non è possibile chiedere alla persona di esprimere un consenso libero e informato: lo faranno in loro vece coloro che ne rappresentano gli interessi più fondamentali, cioè i genitori o tutori d’ufficio. Fin qui anche gli avversari dell’articolo costituzionale non formulano obiezioni di fondo. Essi chiedono però che le ricerche vadano intraprese solo quando si possano dimostrare fin dall’inizio i suoi vantaggi. E qui, a mio modo di vedere, si chiede l’impossibile. Quale ricercatore è in grado di affermare, prima ancora di avere in mano i risultati della propria ricerca, che porterà dei benefici ai soggetti che vi si sono sottoposti? Molti si chiederanno come mai il testo sottoposto al voto sia oggetto di così tante obiezioni formulate in nome dell’etica. A mio modo di vedere, ciò si deve non tanto alla lettera del testo proposto quanto al fatto che è stato formulato a partire dal solo principio di autonomia. Questo legittima la necessità del consenso informato, richiesto in maniera quasi continua e assoluta per ogni tipo di intervento di ricerca sul corpo umano. Ma «non di sola autonomia vive l’uomo», bensì anche di altri valori che fondano le norme della nostra convivenza. Tra questi non va dimenticata (il testo sembra averla dimenticata) la solidarietà. Essa lega la comunità scientifica al resto della popolazione, e soprattutto ai malati e portatori di handicap. La ricerca biomedica non è solo un affare per l’industria farmaceutica bensì un compito pubblico che lo Stato finanzia direttamente e indirettamente a beneficio di tutti, e soprattutto delle persone malate. Andiamo dunque tranquillamente a votare sì nei confronti di questo testo: pur non essendo perfetto (penso di aver mostrato un po’ dove sta il suo tallone di Achille) è comunque pienamente accettabile sul piano delle esigenze etiche. Alberto Bondolfi
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In questo numero I corsivi di «Dialoghi»
✧ «IL PROBLEMA È ROMA?» (E. M.)
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✧ L’ARTICOLO SULLA RICERCA MERITA IL NOSTRO «SÌ» (Alberto Bondolfi)
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✧ FONDARE UNA CASA PER L’UMANITÀ. La cura dell’ambiente nell’enciclica «Caritas in veritate»
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✧ SPIGOLI E SPIGOLATURE Una rondine non fa primavera (A. L.)
7
Articoli ✧ DALLA CRITICA AL CAPITALISMO ALL’UTOPIA RELIGIOSA Il versante economico dell’ultima enciclica sociale (Carlo Silini) 3, 4
✧ PERCHÉ PAPA WOJTYLA NON DOVREBBE ESSSERE «BEATO» (Giovanni Franzoni)
9-12
✧ MONSIGNOR ROMERO, COME RICORDARE? (Marina Sartorio)
15
✧ PRETI PEDOFILI: «TOLLERANZA ZERO» NECESSARIA, MA NON BASTERÀ (Aldo Lafranchi) 17-20 ✧ PIÙ GIUSTIZIA NEL COMMERCIO: dirittoalcibo.ch (Federica Mauri Luzzi) 23 ✧ I CONTI DI «DIALOGHI»
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✧ NOTIZIARIO (IN)SOSTENIBILE
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✧ CRONACA INTERNAZIONALE ✧ OSSERVATORIO ECUMENICO ✧ CRONACA SVIZZERA
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dialoghi di riflessione cristiana Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, don Emilio Conrad, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini. Redattore responsabile: Enrico Morresi, via Madonna della Salute 6, CH-6900 Massagno, telefono +41 91 - 966 00 73, e-mail: enrico.morresi@sunrise.ch Amministratore: Pietro Lepori, 6760 Faido Tengia, tel. 091 866 03 16, email: leporipietro@bluemail.ch. Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7206-4, Bellinzona. La corrispondenza riguardante gli abbonamenti, i versamenti, le richieste di numeri singoli o di saggio e i cambiamenti di indirizzo va mandata all’amministratore.