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Dialoghi 252

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252 dialoghi Locarno – Anno 50 – Giugno 2018

di riflessione cristiana BIMESTRALE

Lezioni da uno sfascio

Il papa a Ginevra Prima del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica invitava i protestanti «a tornare a Roma». Ora papa Francesco, dopo aver visitato i valdesi a Torino e festeggiato coi Luterani a Lund (Svezia), ha festeggiato a Ginevra, la «Roma di Calvino», il settantesimo del Consiglio ecumenico delle Chiese, la Federazione di tutte le Chiese cristiane salvo la cattolico-romana, con 348 Chiese di oltre 100 paesi e circa 500 milioni di aderenti. Ricevuto dal presidente della Confederazione svizzera e dalle autorità locali, il Vescovo di Roma ha presieduto l’Eucarestia per migliaia di cattolici, realizzando (pacificamente e simbolicamente) la «riconquista papale» di Ginevra, auspicata da papa Pio IX, il papa del Concilio che proclamò l’infallibilità pontificia, che provocò lo sdegno del governo radicale e l’espulsione «manu militari» dal Cantone del vescovo e cattolico mons. Mermillod!

Oltre settemila abbonati defraudati del quotidiano che hanno pagato per riceverlo tutto l’anno, non solo per cinque mesi. Oltre 1600 attestati di solidarietà con la redazione o a sostegno del pluralismo dell’informazione (…­ma saranno stati abbonati?), versamenti per quasi centomila franchi a sostegno dei redattori (o del giornale? o di un’Associazione di amici di cui non si indicano né gli scopi né i responsabili), trenta persone che perdono il posto di lavoro e certamente meritano rispetto per loro e per le loro famiglie, trascurando per un momento di fare il conto finale delle responsabilità e delle incompetenze nel contribuire al fallimento del «Giornale del Popolo»… Perché non è il momento, né il luogo, per ripercorrere quasi un secolo di storia e come il GdP abbia servito il popolo cattolico e l’intera società ticinese: ma è pur necessario ricordare che in vari momenti, sostenendo Mussolini, o Franco, o De Gaulle, o Berlusconi, oppure una parte soltanto del Sinodo 71, «il giornale della Curia» non era di sicuro in sintonia con l’opinione della totalità, e forse neppure della maggioranza dei cattolici ticinesi… Sulle vicende che hanno condotto alla fine del «Giornale del Popolo», a seguito della scelta della via solitaria, «Dialoghi» non ha mancato di far presenti la difficoltà a tenere in vita un quotidiano omnibus, ripetutamente sollecitando il coinvolgimento degli organismi diocesani (cui va perlomeno il rimprovero di inettitudine): in primis la Commissione diocesana dei mass media, mai convocata per anni! La sopravvivenza di un giornale da sempre deficitario è pesata su fondazioni di diritto ecclesiastico svuotate dei loro averi, sulla generosità di sponsor quale più quale meno interessato a dare una mano, e per finire sul «Corriere del Ticino» che, entrato in società nel 2004, ha messo sul tavolo (insomma: ha perduto) una


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decina di milioni. Nell’editoriale del n. 248 (ottobre 2017) noi si concludeva: «Le alternative al quotidiano omnibus (cioè con tutte le rubriche, dalla cronaca allo sport, alla cultura) esistono e vanno discusse», e nel n. 249 (dicembre 2017), con il servizio «Scenari possibili dopo la separazione tra GdP e “Corriere del Ticino”», si citava l’esperienza di «le Courrier» a Ginevra, tuttora vivo e vivace dopo 150 anni, che tuttavia la redazione del «nostro» diocesano aveva escluso dalla sua lista di giornali cattolici (GdP 12.1.2017). Monsignor Lazzeri – al quale va la rinnovata solidarietà di «Dialoghi» –

nell’editoriale pubblicato sul numero del 18 maggio in cui annunciava ai lettori «la decisione più difficile», scrive anche: «È prematuro esprimersi in proposito, ma ci metteremo all’opera per cercare nuove strade». Questo però deve avvenire indipendentemente dalla direzione attuale e dai suoi consiglieri (che il 5 giugno hanno gettato sull’editore la responsabilità della mancata ripartenza su basi, se possibile, ancora più inconsistenti di quelle che hanno determinato il naufragio della formula. Per prima cosa occorre separare i fondi a disposizione del sacrosanto «piano sociale» in favore dei dipendenti da quelli destinati

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ad andare incontro ad altre eventuali avventure sotto la guida degli stessi che hanno fatto affondare la barca. Quegli esponenti di «Comunione e Liberazione» che, per la responsabilità dei due ultimi vescovi si sono trovati in mano senza spesa per anni un bollettino di propaganda, non siano più determinanti per le scelte future. «Dialoghi», che continua dopo cinquant’anni «nella libertà dei figli di Dio», offre ancora e sempre disponibilità a collaborare, in una «comunione» che sia veramente tale, espressione dell’intero Popolo di Dio della Diocesi ticinese. Dialoghi

i corsivi di dialoghi Dov’è il popolo sovrano? Alla votazione del passato 29 marzo, il «popolo sovrano ticinese» ha partecipato nella ridotta percentuale del 32,40 per cento degli aventi diritto, e ha deciso «sovranamente», a nome dell’intera popolazione di oltre 350.mila persone (perché sono popolo ticinese anche i minorenni e gli stranieri), con 35.422 voti a favore e 35.229 contrari, di abbassare alcune imposte specialmente ai ricchi, contro la promessa di maggiori prestazioni sociali per le famiglie. L’oggetto della votazione (unico in questa occasione) era forse difficile da capire o l’abbinamento imposte-socialità ha creato forse confusione o almeno diffidenza; ne tengano conto i futuri legislatori. Mentre sono da rispettare i diritti popolari del referendum e dell’iniziativa (mentre taluni ne propongono persino la facilitazione e l’estensione), urge tuttavia porre qualche rimedio a questo «scempio» della democrazia; con poche migliaia di firme si mette in discussione il lavoro di un parlamento, democraticamente eletto, e presumibilmente meglio informato dei comuni cittadini chiamati a giudicarne le scelte. Perché non è lecito continuare a chiamare «popolo sovrano» gli aventi diritto di voto che, esclusi minorenni e stranieri, sono solo una parte della popolazione, si disinteressano del loro diritto-dovere, e abbandonano la decisione ad una «maggioranza» di 193 cittadini! Ben venga il nuovo programma scolasti-

co di istruzione civica per «educare i cittadini» (che ne hanno urgente bisogno, da noi e in Italia!), ma forse occorre qualcosa di più per guarire dal malandazzo del «sedicente popolo sovrano». [a.l.]

Stampa cattolica dopo cent’anni L’ultima assemblea, svoltasi l’8 giugno, dell’Associazione cattolica svizzera per la stampa ha preso atto con costernazione della scomparsa dell’ultimo quotidiano cattolico pubblicato in Svizzera: il «Giornale del Popolo». L’associazione, che conta tuttora 600 associati (ma erano 2.300 nel 2000!) aveva festeggiato l’anno scorso cent’anni di esistenza con la pubblicazione di un bell’opuscolo di un centinaio di pagine a colori, in cui è tracciata a grandi linee la storia della stampa cattolica in Svizzera («Katholische Medienarbeit. Rückblick und Ausblick»/«Travail médiatique catholique. Rétrospective et perspectives»; può essere ordinato all’indirizzo: www.skpv.ch). La pubblicazione comprende un articolo di Cristina Vonzun sul GdP, scritto evidentemente prima del crash, e notizie sulla presenza cattolica nei media elettronici: sia privati (la trasmissione settimanale di Caritas su TeleTicino) sia pubblici («Strada Regina» alla TSI, «Chiese in diretta» sulla prima rete radio). Riflettendo alla situazione venutasi a creare con la chiusura del quotidiano

cattolico, risaltano i meriti di persone «scomode» come don Valerio Crivelli, che aprirono la via alla presenza dell’informazione cattolica sui media elettronici. È questa, evidentemente, la… strada regina che deve essere percorsa in avvenire: in un clima di pluralismo religioso (i rapporti con i responsabili della Chiesa evangelica sono ottimi!) e, soprattutto per quanto riguarda «Chiese in diretta», coraggio nell’affrontare temi delicati e difficili. Oggi come ieri, sarebbe tuttavia limitativo limitarsi alla presenza nei media di servizio pubblico. Diversamente dall’epoca in cui fu fondato il GdP (gli anni Venti del Novecento), la presenza del discorso cristiano sui media «non-cattolici» è più importante che mai. Sono passati anche i tempi in cui a «Il Dovere» si buttavano via persino le notizie su Lepontia. Un giornalista che non ha mai nascosto la sua fede cattolica dovette per dieci anni nascondersi dietro una sigla («Timoteo») per giustificare i suoi servizi sul «Corriere del Ticino». Oggi nei media ticinesi, a tutti i livelli, agiscono professionisti cui l’essere cristiano o cattolico non impedisce di essere giornalisti fino in fondo. Discutendosi le prospettive rimaste aperte anche dopo la scomparsa del GdP, questa presenza va considerata e valorizzata. Ma è ancora necessario il superamento di alcuni pregiudizi, perché le gerarchie della Chiesa difficilmente sopportano la libertà rivendicata dai giornalisti di professione. Sono queste però le vie aperte, non più il buttar soldi per seguire i campionati minori… (e.m.)


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Cronaca di una fine (purtroppo) prevista: quella del giornale cattolico del Ticino 2004 31 marzo – (dal Registro di commercio): Iscrizione della Nuova Editrice del Giornale del Popolo, con capitale fr. 100.000, amministratori mons. Grampa, avv. Fabio Soldati, […]. 18 maggio – (dal Registro di commercio). Il capitale sociale è portato a fr. 2 milioni, 1.000 azioni al portatore per l’apporto del GdP della diocesi. La Diocesi mantiene la maggioranza delle azioni (50% più una)

2015 23 ottobre – (dal Registro di commercio): il capitale sociale è ridotto a fr. 300.000, interamente liberato. Sono annullate 2.000 azioni di fr. 1.000 e le firme di Mons. Grampa e di […]. Nuovo amministratore Mons. Lazzeri. Amministratori sono ora: Mons. Lazzeri e Fabio Soldati.

2017 18 luglio – Il «Giornale del Popolo» e il «Corriere del Ticino» annunciano contemporaneamente la rescissione, a contare dal 1. gennaio 2018, dell’accordo societario che lega i due giornali. «È l’unico modo – scrive la direttrice, Alessandra Zumthor – per far sì che il GdP rimanga il quotidiano che conoscete e apprezzate». (Per la storia del GdP prima di questo accordo, cfr. «Dialoghi» n. 249 (dicembre 2017, pp. 2 e 9). 8 agosto – Mons. Lazzeri amministratore unico. 31 dicembre – Cessa la collaborazione del «Giornale del Popolo» con il «Corriere del Ticino».

2018 17 maggio – Mons. Lazzeri annuncia alla redazione la cessazione della pubblicazione. I conti del giornale sono stati presentati al pretore per una dichiarazione di fallimento. I media si occupano ampiamente della notizia e intervistano molte persone, tra cui il Vescovo stesso (di cui stupisce l’opinione pubblica l’affermazione che

non sono a disposizione fondi per assicurare un piano sociale ai dipendenti rimasti senza lavoro) e la direttrice del GdP, che si dice fiduciosa in un rilancio con altri… imprenditori che assicurino continuità alla pubblicazione.

le», un rilancio della pubblicazione?) i fondi raccolti saranno destinati. Fino a fine maggio il sito del «Giornale del Popolo» recava notizie e informava di aver ricevuto oltre 1800 dichiarazioni di solidarietà.

18 maggio – Ultimo numero pubblicato del «Giornale del Popolo». In un editoriale («La decisione più difficile») Mons. Lazzeri spiega che «l’improvvisa incapacità della nostra agenzia pubblicitaria a garantire la prevista quota di proventi generati dalla pubblicità […] ci costringe a trarre l’inevitabile conseguenza: interrompere la pubblicazione del nostro quotidiano». Il Vescovo aggiunge: «Ora abbiamo bisogno un po’ di tempo per riflettere sul futuro. Le idee non mancano per altri canali di comunicazione, su cui offrire ciò che finora è passato attraverso le pagine di questo giornale». In un piccolo riquadro redazionale, la direttrice scrive: «dopo l’annuncioshock del nostro editore non me la sono sentita di chiedere ai colleghi di scrivere i loro articoli per il quotidiano che avete sotto gli occhi». Seguono molte pagine bianche. Da altre persone intervistate (tra cui il redattore di questa scheda) è contraddetta l’informazione secondo cui decisiva per la chiusura sia stato il fallimento di Publicitas. Il giornale era in ogni caso ampiamente deficitario, e fu dunque l’improvvida decisione di separarsi dal «Corriere del Ticino» la causa del dissesto. I sindacati (OCST, Associazione Ticinese dei Giornalisti, Syndicom) si attivano per assicurare ai dipendenti – una trentina, compreso il personale tecnico – un piano sociale a breve termine. Persone esterne al giornale si mobilitano per raccogliere fondi a questo fine.

5 giugno – Il pretore di Lugano-Città decreta il fallimento del «Giornale del Popolo». La Diocesi di Lugano, che comunica la decisione delle autorità in una nota, conferma che la scelta di interrompere la stampa del giornale è intervenuta dopo il fallimento di Publicitas, principale partner pubblicitario. La mancanza di ricavi pubblicitari avrebbe reso quasi impossibile pagare i costi di esercizio, stimati a 388.000 franchi al mese, spiega ancora il comunicato. La direttrice dichiara ai media che il Vescovo ha rifiutato un piano di salvataggio (?) e il contatto con una nuova agenzia di pubblicità.

19 maggio – Compare online nel sito del «Giornale del Popolo» (ancora attivo) l’ultima edizione del quotidiano. Il Vescovo induce direzione e dipendenti a rinunciare anche a questa pubblicazione. È costituito un fondo «Amici del “Giornale del Popolo”» che raccoglie, secondo la direttrice del «GdP», oltre 70mila franchi. Non è ancora certo a quale fine immediato (il «piano socia-

6 giugno – In un’ampia intervista concessa il 6 giugno al «Corriere del Ticino», il Vescovo nega che gli sia mai stato presentato un piano in tal senso. 12 giugno – Tra 800.000 franchi e un milione: è l’importo necessario secondo i sindacati per finanziare il piano sociale per la trentina di dipendenti del «Giornale del Popolo» rimasti senza lavoro a causa del fallimento della testata. L’informazione è emersa mercoledì nel corso di un incontro durato 4 ore tra OCST, ATG, Syndicom e il personale. La direzione ha illustrato un progetto per salvare il giornale, che è stato presentato al vescovo Valerio Lazzeri, ma che non è stato preso in considerazione. Restano da definire i contenuti del piano sociale e come verrà gestito il fondo di solidarietà. 12 giugno – È annunciata per il 1. luglio l’uscita di una testata online: si chiamerà «L’osservatore» e avrà per promotore/editore Cleto Pescia, nato a Massagno e attivo da alcuni anni a Francoforte sul Meno, persona nuova nell’ambiente giornalistico ma esperto imprenditore di comunicazione online. Tra i collaboratori annunciati: Manuela Camponovo, Corrado Bianchi Porro e Armando Boneff, tutti ex membri della squadra del GdP. (e.m.)


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«Discese agli inferi» Che inferno è se vuoto? Nel «credo apostolico», nucleo delle verità di fede dell’antica Chiesa di Roma che si riafferma la domenica a messa, sta «discese agli inferi»: «… morì, fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò dai morti». Non nel simbolo niceno-costantinopolitano, pure utilizzato dalla liturgia: «… morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato…». Attorno a Pasqua, sulla stampa italiana si riuscì a fare polemica attorno a una professione di fede, negativa, di Eugenio Scalfari. In una conversazione al telefono con papa Francesco ha confidato di non credere nell’esistenza dell’inferno. Per avere, nella circostanza, sorvolato il dettaglio (sacrosanto diritto del papa), Francesco è stato criticato da taluni cattolici, pochi ma… cattivi. Un soddisfatto Antonio Socci sentenziò «Papa eretico». Con l’articolo «Passaggio all’Inferno con la mistica svizzera Adrienne von Speyr, (1902-1967)», il giornalista Claudio Mésoniat è tornato sull’episodio (GdP, 28 aprile 2018). Citando la von Speyr, ha chiamato in causa il teologo Urs von Balthasar (19051988) che per lunghi anni accompagnò la mistica raccogliendo in oltre sessanta volumi i racconti delle sue visioni e cercando di dare forma alla dottrina che da esse si poteva dedurre. Esiste una conclusione di von Balthasar, affermata nel 1948 al termine di un convegno su vita e figura di Adrienne von Speyr: «l’inferno c’è ma è vuoto», diventata in un baleno celeberrima nonché apprezzatissima, in grado di insidiare, ben al di là di Eugenio Scalfari (da qui la preoccupazione di Mésoniat) due verità del Catechismo della Chiesa cattolica, l’esistenza dell’inferno e del giudizio individuale che attende tutti e ciascuno nel momento della morte. Le premesse che hanno portato U. von Balthasar all’ipotesi che l’inferno esista, ma vuoto, sono le visioni mistiche di Adrienne von Speyr ricorrenti nei giorni di Sabato Santo quando, dopo la morte il Venerdì santo e prima della risurrezione la Notte di Pasqua, Cristo discese agli inferi. «Dopo la morte in croce, l’amore trinitario scese agli inferi per assumere su di sé il pecca-

to. Il subabbraccio di tutti i peccati, grazie all’infinità dell’amore di Dio, avvalora l’idea che il peccato, il male, debba essere limitato, finito, e che troverà pure la sua fine nell’amore che lo abbraccia». L’inferno descritto da Adrienne von Speyr era «un radicale vuoto, dove regna il nudo peccato senza il peccatore, dove il Figlio, staccato dal Padre, pativa l’estremo senso della solitudine». di Aldo Lafranchi

Si noti che «l’inferno c’è ma vuoto» per U. von Balthasar non aveva nulla di rivoluzionario. Riaffermava soltanto la liceità «di sperare per tutti», difesa da Padri della Chiesa dei primi secoli del cristianesimo quando la fede era in statu nascendi. Per chi fosse interessato ad approfondire il tema, esiste un prezioso agile contributo dello storico Sabino Chialà, monaco della Fraternità di Bose, «Discese agli inferi», ed. Qiqajon. Vi si legge quanto il «discese agli inferi» fosse importante per la tradizione patristica orientale e per nulla sconosciuto a quella occidentale. «Alla domanda su chi sia stato liberato da Cristo nella sua discesa agli inferi il Sabato santo è legato il problema della salvezza universale e cosmica e il problema dell’inferno vuoto». Che sia abitato o vuoto, per Origene la questione era aperta. Per Gregorio di Nazianzo è vuoto. Per Cirillo d’Alessandria non può essere che vuoto: «Cristo vinse soffrendo e costituì la sua morte da fondamento della nostra salvezza. Spogliando l’intero inferno e spalancando le impenetrabili porte agli spiriti dei dormienti, vi lasciò il diavolo deserto e solo». Alcuni Padri, soprattutto di area siriaca, si spinsero fino a «sperare e invocare anche la conversione di satana, certo che l’amore di Dio è più forte del potere dei demoni». Nella Chiesa d’Oriente «il tema è presente nella fonte per eccellenza della catechesi, la liturgia. Qui non si parla di giusti, santi o fedeli che risalgono con Gesù dagli inferi, ma di genere umano e razza dei mortali». Per Isacco il Siro «la misericordia di Dio non può

essere condizionata dal tempo: è più grande del tempo; non può essere vinta dal peccato, perché è più forte del peccato; per cui la discesa agli inferi è vittoria totale sul male e sulla morte». L’accento posto sulla misericordia di Dio non è la novità di papa Francesco. In ambito latino «il tema della discesa agli inferi è attestato fino al VII secolo». Nel Medio Evo fu ripreso da Tomaso d’Aquino. «Nell’ambito della Riforma, sarà Calvino a insistere perché si riprenda a meditare su un argomento così centrale del mistero cristiano». Nel XX secolo si registra un rinnovato interesse tra teologi come K. Rahner, J. Ratzinger, H.U. von Balthasar, H. Küng e L. Lochet: «con la discesa agli inferi l’inferno appartiene al Cristo. In lui e attraverso di lui anche l’inferno è trascinato per sempre nel mistero della salvezza». Si può forse ricordare, per chiudere, come il Catechismo tante verità le affermi senza poter dire il «come». Così, pensare nello stesso istante Dio uno e trino, per la mente umana non è possibile. La Trinità è un mistero. «Triunità» è la formula con la quale i monaci di Bose cercano un passo incontro al mistero inarrivabile per la mente umana. «Mistero della fede» la Chiesa lo afferma a voce alta a ogni Eucaristia: immaginare il corpo glorioso del Risorto (ormai al di là del tempo e dello spazio) presente nei segni del pane e del vino, supera le possibilità della nostra mente. Negli Anni Cinquanta del secolo scorso don Martino Signorelli, docente di dogmatica, dovendo spiegare i Novissimi (morte giudizio inferno paradiso) invitava ad anteporre sul frontespizio, in grandi lettere, IGNORAMUS, non ne sappiamo nulla. Dopo di che, aggiungeva: «e ora andiamo a vedere che cosa nel passato gli uomini sono riusciti a dire sul tema». «Ignoramus» è il ritornello che accompagna il discorso di fede. Rimarrebbe la questione dell’eventuale possibile contributo delle visioni dei mistici al corpo delle verità della fede della Chiesa. Questione troppo impegnativa per non lasciarla agli specialisti.


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La Chiesa del futuro, il futuro della Chiesa nella prospettiva ecumenica e sinodale Pubblichiamo l’intervento di Luigi Sandri al convegno di «Dialoghi» del 24 febbraio scorso «I giovani e il futuro della Chiesa». In quell’occasione, Sandri ha ricevuto la medaglia celebrativa del 250.esimo della rivista. Il testo è stato rivisto dal relatore. Cari amici, care amiche, sapete che perfino i papi – salvo casi rarissimi, quando parlano «ex cathedra» – sono «fallibili». Però tanto più «fallibile» è sembrata a me la redazione di Dialoghi, che ha deciso di darmi un premio che molte altre persone meritavano certamente di più. Ma… ormai la decisione è stata presa; e a me non resta che ringraziare, di tutto cuore. E complimentarmi con la rivista che, in questi decenni, è stata una voce autorevole e coraggiosa, e non solo in Ticino, su tutte le problematiche, ecclesiali soprattutto, affrontate. Il titolo di questo mio intervento è «La Chiesa del futuro, il futuro della Chiesa»: e quando dico Chiesa non intendo solo Chiesa cattolica romana, ma ogni Chiesa cristiana. Affrontare questa immenso panorama, supererebbe di gran lunga la «economia» di un breve colloquio come il nostro. Nel quale, senza fare l’equivalenza Chiesa=Chiesa romana, con rapidi flash illuminerò il cammino che, edotto dalle mie varie esperienze, mi sembra delinearsi per il futuro che, ovviamente, per molti aspetti è incerto e impenetrabile. Nel foglio che avete in mano, ho elencato una serie di città, di vari continenti, che praticamente coprono tutto il mondo: sono città dove io sono stato per un periodo più o meno lungo; e sono particolarmente legate al desiderato bene-essere della Chiesa, e alla speranza di vedere la pace nel mondo. Con veloci lampi spiegherò perché, a mio parere, quella e quella città… sia un punto speciale da considerare per immaginare «dove va la Chiesa». Gerusalemme. È la prima città – e non a caso – della mia lista. Tutti noi sappiamo che cosa è stata, ed è, la Città santa per ebrei, cristiani e musulmani. Forse, però, conosciamo poco della situazione dei cristiani, là, oggi – cattolici dei vari riti, ortodossi, armeni, copti, siri, anglicani, luterani – che, in Israele e nei Territori

palestinesi, sono circa il 2,5% della popolazione: dunque, una piccolissima minoranza. Nella terra dove Gesù fu crocifisso ed è risorto, e dove nella Pentecoste nacque la sua prima comunità, il Cristianesimo si avvia ad essere residuale. Nella Palestina ottomana del primo Novecento, i cristiani erano circa il 13%; e nelle loro due città per loro più simboliche, Betlemme e Nazareth, raggiungevano il 70% della popolazione, contro un 30% di musulmani, ed una piccola presenza ebraica. Oggi è il rovescio: nelle due città sono i cristiani a essere scesi al 30%, e calano ogni giorno. In molte altre zone, dove avevano una presenza pur significativa, sono scomparsi. di Luigi Sandri

Perché questa emorragia? La difficilissima situazione politica di Gerusalemme e dintorni (che qui, ovviamente, do per contata) nel dopoguerra, con un crescendo inarrestabile, ha indotto molti cristiani ad abbandonare la loro patria, per raggiungere altri paesi mediorientali, l’Europa o le due Americhe in circa di fortuna. Forse, tra venti o trent’anni, qualche giovane disoccupato (magari non in Ticino, ma forse in Italia sì) troverà lavoro in Terra santa a fare il custode di qualche «luogo santo» cristiano, vuoto però di cristiani autoctoni, e visitato solo da pellegrini occidentali. Debbo aggiungere altro, per far emergere i problemi che Gerusalemme ci suscita, come cristiani, e come cittadini del mondo che vorremmo una pace giusta ed equa tra israeliani e palestinesi? Costantinopoli-Istanbul. È la «mia» seconda città. Qui, e comprendendo tutta la Turchia, oggi i greco-ortodossi sono meno di cinquemila: la parrocchia di… san Giuseppe, a Lugano, è più numerosa. E stanno scomparendo, perché soprattutto le famiglie fanariote che avevano un certo peso, tendono a lasciare il paese. E pensare che il titolo ufficiale del patriarca di Costantinopoli è arcivescovo della «nuova Roma»: la seconda Roma, la prima essendo quella papale. La gloriosa capitale dell’impero bi-

zantino, il 29 maggio 1453 cadde in mano ai turchi ottomani: fu la fine, dopo mille anni, dell’impero romano d’Oriente. Però, malgrado difficoltà, sotto i sultani i greci poterono mantenere vive le loro tradizioni. Poi, con il collasso ottomano, all’indomani della prima Guerra mondiale, e con la nascita della moderna Turchia – che fu segnata da scambi di popolazioni: minoranze turche in Grecia costrette a trasmigrare in Turchia, minoranze greche in Turchia costrette a raggiungere la Grecia – ci fu una drastica riduzione della presenza ortodossa. Un esodo che non si è più arrestato. Da anni si pone il problema se la sede del patriarcato ortodosso debba rimanere al Fanar, un quartiere di Istanbul dove è da secoli, oppure traslocare in Grecia o da qualche altra parte. Insomma, se dobbiamo giudicare dal numero di fedeli in patria (il giudizio di Dio, forse, è diverso!), la seconda Roma è evanescente. Tuttavia – la storia riserva sempre sorprese! – la tragica guerra in Iraq, e poi quella, spaventosa, in Siria, non ancora terminata, hanno avuto anche un imprevisto effetto collaterale: migliaia e migliaia di cristiani caldei, siri e altri hanno trovato rifugio in Turchia, dove dunque il numero complessivo dei cristiani è – relativamente – assai cresciuto negli ultimissimi anni, arrivando, secondo alcune stime, a due o trecentomila. Mosca. Questa è a terza città della «mia» lista. Ah, avendo vissuto là per tre anni, trattenetemi, perché potrei parlare per giorni senza fermarmi! A malincuore, mi limito a pochi cenni. Cominciamo dalla geografia: l’Urss era vasta 74 Italie; la sola Russia a 56; a quante Svizzere… fate il conto voi. In questo immenso territorio – e torniamo al nostro tema – la maggioranza dei 147 milioni di abitanti è ortodossa: chi parla del 50%, chi del 65%. Poi vi è un numero importante di atei dichiarati. Ci sono anche dai 25 ai 30 milioni di musulmani: non arrivati negli anni recenti dal Medio Oriente… ma là da otto secoli, da quando i mongoli tartari iniziarono ad invadere la Russia. Fare dunque l’equivalenza russo=ortodosso sarebbe un errore. Né possiamo ignorare una presenza


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forte di Buddhisti (tra l’altro, la Repubblica della Calmucchia, presso il Caspio, è buddista), e una piccola numericamente, ma assai importante, di ebrei; significativa, poi, la presenza di luterani e, per gli anni più recenti, di battisti e di cristiani evangelical. E anche, antica, di cattolici latini (circa seicentomila). Ovviamente, per aspetti costitutiva della sua storia, e quasi la sua anima, è, in Russia, la Chiesa ortodossa, alla quale, dopo la devastazione sovietica, in qualche modo appartiene la maggioranza della popolazione. Come patriarcato, quello russo, dal punto di vista della potenza numerica, ha la preminenza tra i patriarcati ortodossi; su duecento milioni di ortodossi sparsi nel mondo, almeno il 60% appartengono al moscovita. Il quale, perciò, insidia quello di Costantinopoli, storicamente il primus inter pares tra i gerarchi ortodossi. Esso, però, è nato solo nel 1589; fu soppresso da Pietro il Grande, ricostituito nel 1917, poi di nuovo soppresso dai sovietici e infine ricostituito da Stalin – sì, proprio lui – nel 1943. Nel giugno di due anni fa a Creta vi è stato il Santo e Grande Concilio ortodosso (che io, ovviamente, ho seguito da vicino); ma, in polemica con Costantinopoli, la Chiesa russa, trascinandosi dietro altre tre Chiese autocefale ortodosse, non è venuta, depotenziando così l’importanza di una Assemblea che, di quel tipo, non si celebrava da mille anni. Parlando di Ortodossia, oggi è pacifico tra gli storici: la traumatica divisione del 1054, tra papato e Chiese di Oriente, rafforzata dalla quarta crociata del 1204 (i militari occidentali, a cominciare dai veneziani, devastarono brutalmente Costantinopoli!), fu in sostanza dovuta a ragioni politiche – bizantini contro latini, semplificando; e, anche dal punto di vista teologico, se non ci fossero state impuntature su questioni terminologiche, si poteva convivere con un pluralismo arricchente. Tuttavia, sul papato, il dissenso era (ed è) radicale: tutti gli ortodossi riconoscono al vescovo di Roma il primato d’onore; giammai quello di giurisdizione, tanto meno nei termini dei dogmi del primato e infallibilità papali come definiti dal Concilio Vaticano I nel 1870. Se invece, si cambiasse prospettiva – lo ha intuito Francesco, quando il 13 marzo 2013 si presentò al mondo non come neo-eletto papa, ma come neo-eletto vescovo della Chiesa di Roma che presiede nella carità – forse si potrebbero

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aprire strade verso insperati traguardi di riconciliazione. Sarà asperrimo, però, per il vescovo di Roma, gravato – come istituzione – dalla pregnante eredità del passato, intrisa di luci brillanti ma anche di tremendi cedimenti mondani, liberarsi da accrescimenti di potere sorti per contingenze storiche, e un giorno forse opportuni (come il riservarsi, con rarissime eccezioni che voi svizzeri conoscete, la nomina di tutti i vescovi della Chiesa latina), per ridursi all’essenziale: testimoniare sempre, con coraggio, che Cristo è risorto. Ma torniamo a Mosca. Grande e irrisolto problema, per la Chiesa russa, è il rapporto con la modernità. Come conciliare la sua ricchissima tradizione spirituale, ascetica, monastica, con la modernità? Chiudersi a riccio, ad esempio, contro la piena partecipazione delle donne a tutti i ministeri ecclesiali, o all’ammissione della legittimità della pluralità degli amori – etero e omosessuali – è difendere la «tradizione» apostolica o non forse, rimanere schiavi di visioni culturalmente gravate, e certo non figlie dell’Evangelo? Ricordo, infine, il mito della Terza Roma, che aleggia ogni tanto nelle torri del Cremlino e al Danilovskij monastir, la sede del patriarcato: «La prima Roma, quella papale, è caduta in eresia; le seconda, Costantinopoli, in mano ai turchi; ma la terza, Mosca, la colonna dell’Ortodossia, non cadrà mai». L’8 febbraio 2016 un papa, Francesco, e un patriarca di Mosca, Kirill, per la prima volta nella storia si sono incontrati, e a Cuba! Si è rotto il ghiaccio: tuttavia, problemi epocali rimangono da risolvere, tra la prima e la terza Roma; in primo pano il «chi è» ecclesiale dei greco-cattolici ucraini, che gli ortodossi chiamano polemicamente «uniati». San Cristóbal de Las Casas. Con la quarta città cambiamo continente, e andiamo in Messico, il secondo paese latino-americano, dopo il Brasile, per numero di cattolici. Molti dei quali, indios o mestizos, almeno in certe zone, si pongono un particolarissimo problema: come essere discepoli e discepole di Gesù, innestando però tale legame non nell’eredità traumatica dei conquistadores spagnoli, pur cattolicissimi, ma nella cultura india, soprattutto maya? Insomma, si tratta di elaborare una teologia e una prassi indie, che sostengano una Chiesa india.

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Il cuore e il laboratorio di questo ripensamento – teologicamente gigantesco – è il Chiapas, lo Stato più indio del Messico, la cui capitale, nel nome, si richiama a Bartolomè de Las Casas. Era, questi, uno spagnolo che andò nelle nuove terre per fare soldi. Ma si rese conto delle atrocità dei suoi compatrioti per costringere gli indios a convertirsi: si fece dunque frate domenicano, e si trasformò in un loro difensore, ancor più dopo che nel 1543 fu nominato vescovo del Chiapas. Tre anni dopo, per perorare la causa degli autoctoni di fronte alla Corona, tornò in Spagna, dove rimase fino alla morte, nel 1566. A San Cristóbal, nel seminario, ha partecipato alla preghiera della sera (i vespri indii): ci si rivolge a tutti i punti cardinali, si lodano sole luna e stelle, e i fiori e gli animali, coinvolgendo l’intera assemblea in riti di origine maya, attenti a calpestare con dolcezza la terra-madre, per non farle male. Una meraviglia. La costruzione della Chiesa india – che ai nostri tempi ha avuto a San Cristóbal un pioniere nel coraggioso vescovo Samuel Ruiz – sarà un’ardua sfida; in particolare, la cultura maya non prevedeva sacerdoti celibi, il che riproporrà lo status dei presbìteri della Chiesa india, ipotesi respinta da non pochi vescovi messicani. E questo problema – vivo anche in molti popoli nativi del Sud del mondo – si riproporrà, immagino, nel Sinodo per l’Amazzonia che Francesco ha convocato per il 2019. Detto in breve: gli indios, in generale, trovano assurdo che un celibe gestisca un villaggio. Per essi, solo chi ha dimostrato di saper governare la sua famiglia, può aspirare a guidare un villaggio, cioè un gruppo di famiglie: il modello del prete tridentino esportato e imposto da spagnoli e portoghesi nelle «terre scoperte» rappresenta, dunque, una prepotenza culturale. In sostanza – salvo lodevolissime eccezioni – per secoli le Chiese occidentali (cattoliche e non) hanno considerato gli indios persone di serie B; invece sono, anch’essi, di serie A. Noi portiamo loro i nostri doni, loro portano a noi i loro. Tutte siamo Chiese maestre, e tutte Chiese discepole. Il Cairo. Dal Messico… salto all’Egitto. Perché? Nell’aprile del 2017 il nostro caro Francesco è andato là: e io potevo non seguirlo? Considero, qui, scontata la conoscenza dell’importanza di quel paese: chi non sa la storia dei faraoni e l’imponenza delle piramidi? – quando le ho viste da


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vicino mi sono sentito una formica. L’Egitto, oggi, in Medio Oriente è il più popoloso paese musulmano: il suo peso politico e geostrategico è evidente. Il papa ha parlato ad al-Azhar, il più autorevole centro sunnita al mondo, raccomandando dialogo tra cristiani e musulmani che, dai loro libri sacri, sono invitati a trarre motivi di fratellanza, di condivisione, di nonviolenza, mai invocando il nome santo di Dio per benedire lo spargimento di sangue. Oltre all’incontro, decisivo, con l’Islam, al Cairo Bergoglio ne ha avuto un altro, con una realtà spesso trascurata in Europa: la Chiesa copta. Una comunità cristiana di origine apostolica, un tempo dominante e, dopo la conquista araba del VII secolo, a poco a poco ridimensionata. Tuttavia a tutt’oggi essa rappresenta il 10% dei novantadue milioni di abitanti del paese. Questa Chiesa venerabile è separata da Roma, e questa da essa, dai tempi del Concilio di Calcedonia (451), perché non accettò le definizioni cristologiche di quell’assemblea. Senza addentrarmi oltre, ricorderò che, oggi, sia i papi di Roma che i papi di Alessandria (così si chiamano) ritengono di avere le stessa fede in Cristo, seppure esposta con formule differenti; e riconoscono che motivazioni filosofiche e pretesti politici pesarono molto sulla rottura della comunione. Comunque, pare a me, la Chiesa copta ha qualcosa da dire, almeno ai cattolici, anche su di un tema che, noi cattolici europei, pensiamo di dominare: la democrazia. Quando muore il papa di Alessandria vengono attuate complesse procedure che, con successive «scremature», individuano una rosa di «papabili». In questo cammino sono coinvolti anche i laici. Infine, vengono scelti tre nomi. Su tre distinte pergamene, deposte in un’urna, vengono scritti quei nomi. In una solenne liturgia vescovi, monaci, laici uomini e donne invocano lo Spirito santo. Un bambino viene portato all’altare e, messa la mano innocente nell’urna, sceglie una pergamena. Il celebrante legge il nome: quello è il patriarca. Così facendo i copti ritengono di saldare la ricerca umana e l’opera del Signore: la Chiesa, con metodi democratici, fa le sue ricerche; poi affida all’Altissimo il còmpito di guidare verso il Suo eletto la mano del bambino. Non vi ricorda, questa procedura, che la prima comunità cristiana – raccontano gli Atti degli apostoli – gettò le sorti per scegliere, tra Barsaba e Mat-

tia, il successore di Giuda? E allora… sarebbe così assurdo se, per eleggere il vescovo di Roma, ci fossero, oggi, procedure che coinvolgono anche il laicato, donne e uomini? E che i cardinali, al conclave, ponessero tre pergamene in un calice, con il nome di altrettanti candidati, e poi ne estraessero una, con il nome del nuovo vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica romana? Teheran (l’esistenza, in una repubblica teocratica sciita, di comunità ebraiche, zoroastriane, Baha’i e, in campo cristiano, di armeni ed evangelical). Johannesburg (la conversione della Chiesa riformata olandese che, fino a trent’anni fa, sosteneva teologicamente il regime dell’apartheid). São Paulo (in Brasile vi è una crescita esponenziale delle Chiese neo-pentecostali, che costituiscono una grandissimi sfida alla Chiesa cattolica. En passant, ricordo che, secondo molte previsioni, a metà secolo XXI i neopentecostali nel mondo saranno mezzo miliardo). Damasco (il martirio di musulmani, yazidi, cristiani in Siria, a causa soprattutto dell’Isis/Daesh legato al cosiddetto Califfato islamico). Busan (Corea del Sud, ove nel 2013 ho seguito la X Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che ha mostrato ricche esperienze ma, anche, limiti delle Chiese del mondo). Il tempo… tiranno, non mi permette di addentrarmi oltre nei problemi e visioni che, in queste città, e in altre, mi sono parsi evidenti. Ma lasciatemi almeno volare in Svezia. Lund. Il 31 ottobre 2016 il papa – e io là con lui! – è andato in questa città. Perché proprio là? Perché Lund, nel Medio Evo, era sede episcopale importantissima nella Scandinavia. Perché là fu creata, nel 1947, la Federazione luterana mondiale. E perché proprio là FLM e Chiesa cattolica romana hanno deciso di compiere una «Commemorazione comune luteranocattolica della Riforma», così insieme aprendo l’anno giubilare dei cinquecento anni dall’inizio della Riforma, avviata da Martin Lutero il 31 ottobre 1517. Dopo cinque secoli, adesso per la prima volta quell’evento cruciale era celebrato insieme dalle due Parti: con grande fraternità e, anche, consapevolezza teologica, fondata sull’Accordo su punti-chiave della dottrina della giustificazione, firmato il 31 ottobre 1999 ad Augsburg. E la comprensione della giustificazione fu il nodo di

Gordio che teologicamente separò in modo invalicabile la Riforma dal Concilio di Trento, e viceversa. Dopo tanti secoli si è compreso che, infine, si è separati solo da formulazioni diverse e non, in radice, dalla fede. Un equivoco tremendo che, nei secoli XVI e XVII ha attizzato aspre guerre di religione con migliaia e migliaia di morti. Nella maestosa cattedrale romanica di Lund – presenti anche i reali di Svezia – Francesco, e altri dignitari cattolici, e con il vescovo luterano di Gerusalemme, il palestinese Munib Younan, presidente della FLM, accompagnato da altri dignitari luterani, si sono lette preghiere, elevati canti, fatti discorsi. Il punto centrale – a mio parere – è stato là ove i cattolici hanno «ringraziato il Signore per i doni che la Riforma ha portato alla Chiesa». Chiesa tout court. Parole coraggiose. Però, dal punto di vista emotivo, il momento più alto, forse, è stato l’abbraccio tra Francesco e la Primate della Chiesa di Svezia, l’arcivescova Antje Jackelén. Perché in Svezia – come in tutta la Scandinavia luterana, ma anche in Germania e in Nord America – è normale che vi siano donne-vescove, e anche «primate» della loro Chiesa. La scena, pur muta, parlava, e interrogava: sono fuori del solco dell’Evangelo le Chiese luterane (e, con esse, molte altre legate alla Riforma, e quelle anglicane) che prevedono le donne in tutti i ministeri, o la Chiesa romana – con l’Ortodossia – che, sul verbo di papa Montini e di papa Wojtyla, nega assolutamente l’ordinazione sacerdotale di donne? Eppure, ci ricordano i biblisti, il Vangelo e le lettere apostoliche prevedono «ministeri» e non «sacerdozio». Insomma, qui si tocca un problema cruciale per la riforma della Chiesa romana che non potrebbe essere bypassato. A Lund, in una dichiarazione comune, Francesco e Younan auspicano che si affretti il giorno della compartecipazione all’Eucaristia; nel frattempo… da più parti, a livello di base, la «ospitalità eucaristica» già si pratica regolarmente. Del resto, non sarebbe ora di trarre conseguenze ecclesiologiche dall’accordo di Augsburg? E di compiere «disobbedienze responsabili»? Conclusione. Il panorama cristiano mondiale – l’abbiamo intravisto – è mosso. Vi sono luci, ombre, speranze, timori. Come sarà dunque il futuro delle Chiese? Solo Dios sabe. Tuttavia, traendo qualche input dalle mie esperienze (parziali, beninteso!) suggerirei queste prospettive.


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1. La Chiesa di Dio (quella composta da tutte le Chiese locali pur divise) dovrà, coralmente, guardare alla realtà, e anche leggere l’Evangelo, ponendosi dalla parte degli impoveriti. Noi, in generale, siamo ricchi, cioè le nostre necessità vitali – vitto, alloggio, lavoro, assistenza sociale – sono garantite. In gran parte del mondo non è così; dunque non è così per gran parte dei fedeli cristiani che, in totale, sono due miliardi, di cui 1,3 cattolici. E, mentre sono in calo in quasi tutto il Nord del pianeta, sono in crescita tumultuosa nel Sud, che, con ogni evidenza, sarà il baricentro del Cristianesimo che verrà. 2. La Chiesa di Dio dovrà, naturalmente, spendersi come una samaritana per soccorrere quanti e quante nel mondo sono bastonati (e sono masse!). Ma come competenze in ecologia, sociologia, psicologia, scienza, capacità di spiegare i segreti della natura e dell’universo… forse ci sono specialisti migliori di noi. Però solo della Chiesa, e dei cristiani, è compito non delegabile annunciare, sempre e comunque, con coerenza di vita: «Gesù è il Signore, ed è risorto. Egli è il vivente». 3. Tutte le Chiese che ancora non l’hanno fatto dovranno ripensare la

presenza della donna, disposte ad un radicale ripensamento della loro struttura piramidale e maschilista che, a mano a mano che passano gli anni, sempre meno reggerà. Dunque, il futuro delle Chiese significa il futuro delle donne nelle Chiese. L’archetipo da guardare è sempre Gesù risorto, che chiama la sua amata (veramente amata): «Maria!». E alla Maddalena dà il mandato di annunciare agli apostoli che Lui è risorto. Allora, quale mai carisma e ministero potrà essere negato, nelle Chiese, alla donna, dopo questa decisione dirimente di Cristo? 4. Il nostro tempo, e forse quello che sta per aprirsi, vede un eccesso di martirio. In Medio Oriente il numero più grande di martiri sono musulmani, uccisi da altri musulmani. Anche migliaia di yazidi sono stati trucidati. E, poi, certo, anche cristiani, uccisi da musulmani. E, se guardo a un passato non lontano, penso – sconvolto – alla Shoah. E non dimentico monsignor Romero (ebbi la grazia di incontrarlo), assassinato da un regime pur «cristiano» perché si opponeva alle ingiustizie strutturali. E penso ai cristiani, come ai cosiddetti «nemici del popolo» uccisi – ad esempio in Unione sovietica

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– da gente ufficialmente atea. E permettete allora che io torni a Mosca. Là riflettendo sull’ieri e sul domani, sovente mi sono chiesto: ma questo sangue, dove è finito? Nel Volga? Nella Nieva? Nel nulla? Ecco, io ritengo che vedendo tutto questo sangue, il sangue di questi martiri – fossero o non fossero cristiani, figuratevi se Iddio fa queste distinzioni – che grida al Signore come quello di Abele, l’Altissimo si è commosso e si commuove. E per quanto il mondo sia malvagio, egli – come fece un giorno con Noè – decide di non vendicarsi ma, al contrario, di inondare il mondo con la sua misericordia. Dunque, la cifra delle Chiese del futuro, e il futuro delle Chiese, sono in buone mani. E le Chiese, come nel Concilio esemplare di Gerusalemme, forse riusciranno a dire, tutte insieme, quello che oggi non riescono ancora coralmente a pronunciare: «È parso bene allo Spirito santo ed a noi decidere… questo e questo». Sarebbe gravissimo se, per loro colpa, non lo facessero. Nulla è scontato. Noi, però, possiamo sognare che sì. Facendo la nostra parte, pur piccola, perché il sogno si avveri.

Fine precoce del giovane D.S.

Quando tutto va male

Daniele Sichem è l’ultimo discendente di una famiglia scampata alla shoah che sopravvive alla memoria dell’orrore sofferto conducendo una vita modesta a Como. Daniele è molto dotato negli studi, e diventa un economista di successo per una società finanziaria di Zurigo. Si rende presto conto, però, di essere stato coinvolto in qualcosa di più grande di lui. Anche se la trama sembra quella di un poliziesco, la storia raccontata in questo libro inizia quattromila anni fa, l’epoca di Abramo, e arriva a oggi, nell’era della globalizzazione, del consumismo, del risveglio dell’intolleranza e dell’antisemitismo, perché «la vastità del tempo non separa ma unisce».

Il nome di Guido Calgari è oggi maggiormente legato alla sua attività culturale, più che alla sua produzione letteraria. Meritano quindi di essere riscoperti questi «racconti tristi», pubblicati nel 1933 e ampliati nel 1968, col titolo Quando tutto va male. Fin dalla novella eponima l’autore mette in scena – in aperto contrasto con una «concezione arcadica della montagna» allora in voga – l’asprezza del mondo alpino, la tragedia sempre dietro l’angolo, la minaccia dell’emigrazione, l’incontro con una modernità a tratti incomprensibile. Eppure c’è attaccamento a questo mondo, caratterizzato da uno spirito comunitario che va man mano perdendosi, ora che «le rascane sono ormai tutte crollate».

di Giuseppe Curonici, collana «La Betulla», 152 pagine, 12,5 x 21 cm, Fr. 20.–

di Guido Calgari, introduzione di Nelly Valsangiacomo, collana «La Rondine», 208 pagine, 12,5 x 21 cm, Fr. 20.–

Armando Dadò editore Via Orelli 29 - 6601 Locarno - Tel. 091 756 01 20 - Fax 091 752 10 26 - shop@editore.ch - www.editore.ch


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GAUDETE ET EXULTATE con papa Francesco La chiamata alla santità nel mondo contemporaneo Resa pubblica il 9 aprile, ma datata 19 marzo, la terza esortazione apostolica di papa Francesco», Gaudete et exultate, verte sulla «chiamata alla santità nel mondo contemporaneo» e c’è da credere che non mancherà di suscitare reazioni, soprattutto quelle polemiche. Non è probabilmente uno dei testi più forti del papa, ma vi ritornano diversi temi a lui particolarmente cari: l’impegno sociale, la critica ai «burocrati» nella Chiesa e l’esortazione a vivere la fede evangelica nel tempo presente. Più tecnicamente, si tratta di una descrizione della «santità» alla luce del Concilio Vaticano II e della Costituzione Lumen Gentium sul ruolo dei laici nella Chiesa: ennesima (e importante) attestazione della volontà di Bergoglio di praticare la lezione conciliare. Nei cinque capitoli del documento Bergoglio prende le distanze dai modelli nocivi di devozione e indica la strada delle Beatitudini: «La forza della testimonianza dei santi sta nel vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale», scrive il papa. E aggiunge, «sono poche parole, semplici, ma pratiche e valide per tutti, perché il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato». Per il papa, i santi non sono solo quelli riconosciuti dalla Chiesa come tali: per essere santi «non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie». Proseguendo, il papa si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo ». Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare». I «nuovi pelagiani – spiega – complicano il Vangelo» e diventando «schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca». Questo atteggiamento si manifesta in modi diversi: «L’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la

vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo». Nel terzo capitolo, Francesco illustra una per una le beatitudini evangeliche e le rilegge attualizzandole. Quindi si sofferma sui principi dell’accoglienza, considerati come «la regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». Nel tempo presente, scrive Francesco, a volte «le ideologie ci portano a due errori nocivi». Da una parte, quello di trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», privandolo della sua «luminosa spiritualità». Dall’altra parte c’è l’errore di quanti «vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista». Molto importante è il passaggio in cui il papa polemizza apertamente con chi relativizza l’impegno per gli altri, come se ci fossero altre cose più importanti, e nello stesso tempo ripete la dottrina tradizionale in materia di bioetica. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo». «Spesso si sente dire – riprende il papa – che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi «seri» della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo

l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr. Mt 25,35)?». Francesco descrive poi i caratteri di uno stile di vita veramente cristiano e evidenzia alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: «Bisogna superare la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme». L’esempio da seguire è quello di tanti preti, religiose e laici «che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita… La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante». Il quinto e ultimo capitolo chiude sui rischi «diabolici»: «Una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male». «Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo – ricorda Francesco – è il discernimento», che «è anche un dono che bisogna chiedere». «Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento». Tale atteggiamento «implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza». «Chiediamo – conclude papa Francesco – che lo Spirito Santo infonda in noi un intenso desiderio di essere santi per la maggior gloria di Dio e incoraggiamoci a vicenda in questo proposito». Un messaggio di redenzione rivolto a tutti dunque, ma che declina i temi tradizionali del magistero recente della Chiesa, alla luce dei punti fondanti della pastorale di Francesco. Alessandro Santagata da «Adista», 21 aprile 2018


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Nicolao nei libri Le pubblicazioni in occasione del 600º anniversario della nascita del patrono svizzero Gli anniversari e le ricorrenze servono. Se non ci fosse stato nel 2017 il 600º della nascita di Nicolao della Flue (1417-1487), a pochi forse sarebbe saltato in mente di scrivere e pubblicare un libro sul santo patrono svizzero. Accadde la stessa cosa a ridosso del 1947 quando Bruder Klaus salì definitivamente agli onori degli altari (era stato beatificato nel 1669). Poi, quasi più nulla. In lingua italiana fa eccezione la recente iniziativa di Aristide Cavaliere che nel 2014 ripubblica, con le sue Edizioni Ritter, la traduzione della celebre biografia scritta dal cardinale svizzero Charles Journet (Saint Nicolas de Flue, 1947), andata ormai esaurita nelle edizioni Città Nuova (1973) e mai più ristampata. Il titolo è «San Nicolao della Flue il Padre che tiene uniti». È questo testo che con un paio d’anni di anticipo apre idealmente in Ticino le pubblicazioni legate al 600º anniversario, promosso in Svizzera interna dall’Associazione «600 anni Nicolao della Flue 1417-2017», con comitati regionali nella Svizzera romanda e in quella italiana. Associazione che nel 2016 pubblica il volume ufficiale della ricorrenza «Mystiker Mittler - Mensch. 600 Jahre Niklaus von Flue» (Edition NZN bei TVZ). Una poderosa opera in lingua tedesca alla quale hanno contribuito più di sessanta autori delle tre regioni linguistiche, e che ha il merito di presentare per la prima volta uno sguardo approfondito sulla complessità della figura dell’eremita del Ranft. Da

questo testo di 390 pagine sono state estratte due riduzioni, in francese e in italiano, con i contributi dei rispettivi autori locali. Per il Ticino, il libro «Mistico ­Mediatore - Uomo. I 600 anni di Nicolao della Flue» (Ritter Edizioni e Giornale del Popolo), raccoglie gli scritti di Roland Gròbli, Luigi Maffezzoli, Cornelio Sommaruga, Beatrice Brenni, Sandro Vitalini e Franz Enderli (usciti nel volume ufficiale), ai quali sono stati aggiunti testi di Valerio Lazzeri e Nabih Yammine, con prefazione di don Marco Dania e postfazione di Aristide Cavaliere. In edizione italiana, nel 20 l 7, col prolisso titolo «San Nicolao della Flùe. Biografia storica del Santo patrono svizzero in un paese in subbuglio» viene pubblicato per le Edizioni Ticino Management, anche un altro importante libro, scritto in originale in tedesco da Kathrin Benz Morisoli. Ben più efficace e accattivante il titolo originale: «Bruder Klaus fùr Skeptiker», dove gli scettici ai quali si rivolge l’Autrice (che vive in Ticino) sono soprattutto i suoi parenti del ramo Nidvaldese, discendenti diretti (come pure lei stessa) del santo patrono svizzero, ma del tutto indifferenti nell’apprendere questa notizia. Ecco allora la decisione di scrivere questa singolare biografia che, oltre ad essere scritta molto bene, colloca mirabilmente la vita di Bruder Klaus nella storia svizzera del tempo. Sempre da un originale tedesco (disegni e testi di Mariann Wenger-Schneiter), viene pubblicata in italiano da Armando Dadò, una biografia a fumetti: «San

Nicolao - La meravigliosa storia del santo della Flue». Carino, ben fatto, è una bella idea per far conoscere ai bambini questo papà di dieci figli che un giorno se ne fa a fare l’eremita, lasciandoli a casa con la mamma Dorotea. E forse è proprio Dorotea la grande trascurata di questo anniversario. Almeno dal punto di vista bibliografico. Quasi nulla è stato pubblicato su di lei, dedicandole un libro. Operazione non facile, certamente. Ma che prima o poi dovrà essere affrontata. Un cenno va fatto anche su un altro tipo di pubblicazione che ha cadenzato questo anniversario, legandosi a rappresentazioni teatrali o musicali. L’oratorio «Nicolao della Flue mistico - mediatore - uomo», per esempio, musicato da Vincenzo Giudici su testi di padre Callisto Caldelari. Oppure «La vera storia di San Nicolao» messa in scena dal Teatro Popolare della Svizzera italiana, su testi tratti dal dramma sacro di don Cesare Biaggini, rivisti e riadattati da don Marco Dania. Infine, i «Vespri solenni in onore di San Nicolao della Flue»: rappresentati a Locarno lo scorso anno, sono testi liturgici che Heinrich Gundelfingen compose nel 1488 (Bruder Klaus era morto da un anno) ma che l’autorità ecclesiastica del tempo proibì di divulgare, poiché non era lecito onorare con una liturgia ufficiale un uomo, sia pure in odore di santità, che la Chiesa non aveva neppure dichiarato beato. I Vespri rimasero così in un cassetto fino alla loro recentissima scoperta. Luigi Maffezzoli

Svizzera con meno svizzeri. Nel 2017 la popolazione straniera residente in Svizzera è aumentata di 24mila unità, raggiungendo quota 2,053 milioni. Quasi il 70% (1,4 milioni) degli stranieri proveniva dai 28 Stati membri dell’UE e dai tre (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) dell’Associazione europea di libero scambio (AELS). La comunità più cospicua era quella italiana (319.367), seguita da quella tedesca (305.785) e da quella portoghese (268.012). Quanto alle «naturalizzazioni» sono state 44.173 (41.127 nel 2016). Sono diminuite le entrate irregolari di migranti: il Corpo della guar-

die di confine ne ha contate 27.300, contro le 48.838 registrate nel 2016. Oltre la metà sono avvenute in Ticino (15.106). La maggioranza delle persone proveniva dall’Africa, in particolare dalla Guinea (2.968), dalla Nigeria (2.874), dal Gabon (2.593) e dalla Somalia (1.759). I rinvii sono diminuiti da 26.267 a 17.526. Oltre tre quarti (13.018) concernevano il Ticino. 344 sospetti passatori sono stati arrestati.

certati dalla Rete di consulenza per le vittime del razzismo, contro i 199 del 2016. Le maggiori forme di intolleranza sono state la xenofobia (112 casi segnalati, il 37% del totale), il razzismo nei confronti dei neri (95; 32%), in aumento l’ostilità antimusulmana (54; 18%; +2 punti). Tra le vittime figurano anche cittadini svizzeri (60) percepiti come stranieri e discriminati a causa del loro aspetto. Di norma, si rivolgono alla Rete più spesso le persone con un passaporto svizzero o con uno status di soggiorno consolidato rispetto a richiedenti asilo, ammessi provvisoriamente o sans-papiers.

Intolleranza svizzera. Secondo il Rapporto della Commissione federale contro il razzismo, in Svizzera l’anno scorso si sono registrati 301 casi ac-


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CRONACA SVIZZERA a cura di Alberto Lepori

Condanna. La Svizzera «condanna l’uso della forza da parte di Israele» nella Striscia di Gaza che, all’inizio di maggio, ha causato la morte di diverse decine di persone – tra cui bambini – e migliaia di feriti. Lo ha comunicato il DFAE. Berna «chiede di rispettare il diritto internazionale, in particolare il diritto alla vita e il diritto alla manifestazione pacìfìca». In un contesto teso legato in particolare all’apertura della nuova ambasciata americana a Gerusalemme, la Svizzera invita tutte le parti alla desescalation, richiesta che ha trasmesso agli ambasciatori degli Stati Uniti e di Israele a Bema. La Svizzera si rivolge anche alle autorità di Gaza invitandole ad assumersi le loro responsabilità affinché le manifestazioni si svolgano in maniera pacifica. La Svizzera chiede inoltre a Israele di garantire un accesso umanitario rapido a tutte le persone che ne hanno bisogno. Per lo sviluppo sostenibile. Nel 2017 il Sacrificio Quaresimale è stato contrassegnato dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Con la nuova strategia, l’organizzazione di cooperazione internazionale dei cattolici della Svizzera ha raccolto la sfida di trovare risposte alle questioni ambientali e di stile di vita, come pure alle crescenti ingiustizie. I temi dell’accaparramento delle terre, dei gruppi di risparmio solidale e dei focolari domestici efficienti sono invece stati al centro del lavoro di progetto e di campagna. A livello istituzionale, lo scorso anno è stato il primo del nuovo ciclo strategico di quattro anni, «Osare il cambiamento, promuovere la giustizia». Entro il 2022, Sacrificio Quaresimale allineerà coerentemente le proprie attività con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e l’enciclica Laudato si’. L’obiettivo è ripensare lo sviluppo, ottenere un maggiore impatto e guidare il cambiamento nel Nord e nel Sud del mondo. In concreto si tratta di avviare processi di cambiamento a livello personale, sociale, politico ed economico tali da promuovere uno stile di vita sostenibile e a garantire le basi di sussistenza a tutti gli abitanti del pianeta. Nel 2017 i ricavi sono diminuiti leggermente a 20.769.149 franchi, consentendo tuttavia di proseguire con successo il lavoro nei 14 programmi nazionali.

Ticinesi solidali. La FOSIT (Federazione delle ONG della Svizzera italiana) ha presentato i bilanci e i programmi in occasione dell’assemblea svoltasi a Manno, alla presenza di 100 persone, in rappresentanza delle 60 ONG ticinesi attive nell’ambito della cooperazione internazionale allo sviluppo. Nel 2017 attraverso la FOSIT e i suoi partner pubblici e privati sono stati finanziati 55 progetti in 22 Paesi in via di sviluppo, per un ammontare di oltre 740mila franchi; i membri FOSIT operano in più di 50 Paesi. Lo scorso anno, Soccorso d’inverno Ticino ha donato 200.000 franchi a 364 persone bisognose e altre 406 persone hanno infatti ricevuto prestazioni e contributi di diverso tipo, come vestiti, letti, buoni e vacanze. Negli ultimi cinque anni sono più che raddoppiate le domande d’aiuto, mentre sono calate le donazioni. Con l’iniziativa «Amici», promossa dall’associazione Soccorso d’inverno Ticino, nasce una nuova forma di solidarietà: imprenditori e aziende che aderiranno al progetto potranno aiutare chi si trova in difficoltà mettendo a disposizione i propri servizi e non solo offrendo donazioni in contanti, con una nuova forma di solidarietà più vicina alla gente. Se una volta si moriva di fame o di freddo, ora il problema maggiore è l’isolamento sociale causato dalle ridotte possibilità di scelta. Parrocchiani morosi. L’amministrazione della parrocchia di Bellinzona ha fatto sapere che solo il 16% delle richieste del contributo libero emesse sono rientrate nel corso del 2017. Si tratta di 1.144 casi su 7.068, per un incasso fino al 31 dicembre di 171.000 franchi, cifra ritenuta «insuffìciente ad assicurare anche solo lo stipendio mensile dei cinque preti». La media dei versamenti è di fr. 140: in alternativa alla richiesta di un contributo libero, il Consiglio parrocchiale valuterà l’eventuale introduzione della cosiddetta «imposta di culto», prevista dal Decreto legislativo del 1992, che è tuttavia quasi altrettanto libera. Il consuntivo 2017 ha chiuso con un disavanzo di 54.000 franchi. Violenza ticinese. Nel corso del 2018, la polizia ticinese ha eseguito 1.080 (+30%) interventi per violenza domestica, quasi tre interventi al giorno (!). Un aumento che assume

un aspetto preoccupante per la sua dimensione, poiché segnale di degrado sociale. Sono state registrate 798 infrazioni, in massima parte lesioni personali semplici, minacce o ingiurie; in maggioranza (75%) si tratta di violenza fra coniugi o ex-coniugi, nel 31% entrambe le parti sono svizzere. Il mantenimento dell’ordine pubblico in occasione di 63 manifestazioni sportive (25 per il calcio e 38 per l’hockey) hanno provocato una spesa di 3,3 milioni di franchi, impegnando 2.901 agenti. In questo settore non diminuisce la violenza neppure nei confronti degli agenti. Oltre al loro numero deve preoccupare la loro intensità ed il coinvolgimento di un numero sempre maggiore di persone. Gendarmi educatori. Nel 2017 l’attività della gendarmeria ha interessato anche un aumento delle richieste di intervento da parte di famiglie e privati con problemi di gestione dei figli, in particolare legati all’utilizzo di strumenti informatici: non si tratta di interventi repressivi, ma di azioni preventive, volte a sensibilizzare i giovani sul corretto utilizzo di Internet e far prendere loro coscienza dei relativi rischi. In effetti restano sempre d’attualità casi legati alla sfera sessuale (pubblicazione di foto personali intime, produzione inconsapevole di materiale pedopornografico, accesso a siti pornografici). Inoltre è importante il lavoro svolto da agenti specializzati nelle scuole: essi hanno svolto 474 interventi a sostegno degli allievi, già dalla V elementare: sovente le richieste di colloquio e consiglio viene presentata da parte dei genitori (150 lo scorso anno). Nella stampa. Il Corriere del Ticino si conferma il quotidiano più letto della Svizzera italiana, mentre il suo inserto settimanale Extra Sette cresce. Il rilevamento è stato effettuato fra ottobre 2016 e settembre 2017. Rispetto ai risultati pubblicati sei mesi prima, il lettorato del Corriere del Ticino è rimasto stabile a quota 102mila lettori. Seguono la Regione con 92mila (-3mila), 20 Minuti con 90mila (+2mila) e Giornale del Popolo seguiva con 35mila (-2mila). Per quanto riguarda la tiratura controllata, il Corriere stampa 29.791 copie (-1.024 rispetto al 2016), la Regione 24.516 (-1.027), il GdP 9.918 (-567), il 20 Minuti 32.173 (+244) e Il Caffè 53.952 (-1.937). Fra le altre testate più lette, da segnalare Azione (da 112 a 117mila lettori), Cooperazione (da 144 a 145mila), Illu-


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strazione ticinese (da 119 a 125mila) e il giornale del TCS Touring (da 84 a 87mila). A livello di stampa scritta confederata si registra un ulteriore calo dei lettori, almeno per quanto riguarda le testate più diffuse. Il Tages-Anzeiger passa da 417 a 380mila lettori, la NZZ da 247 a 233mila, il Blick da 464 a 456mila, il Blick am Abend da 567 a 534, e la Basler Zeitung da 102 a 97mila. Il 20 Minuten si conferma il più letto con 1 milione e 314mila lettori (-37mila): è l’unico quotidiano in crescita rispetto ai dati precedenti. Sostanzialmente, secondo la REMP (una ricerca professionale indipendente), il numero dei lettori della stampa scritta è da considerare stabile. L’indagine conferma una proporzione di due terzi di lettori delle versioni stampate e di un terzo per quelle online. Carità in Palestina. Il Caritas Baby Hospital di Betlemme è l’ospedale pediatrico più grande e più importante in Cisgiordania: prodiga ogni anno 45.000 trattamenti ambulatoriali e 4.600 trattamenti ospedalieri a bambini malati, indipendentemente dall’origine, dal sesso e dalla religione. La direttrice Sybille Oetlinger ha espresso ai Vescovi svizzeri la riconoscenza del personale e dei pazienti per gli stretti legami con la Chiesa cattolica in Svizzera, il cui sostegno, specie con la colletta natalizia, ne permette l’attività. La direttrice ha pure informato delle sfide future per l’aumento dei costi della salute, i cambiamenti nel sistema sanitario palestinese, le nuove forme di malattia e l’instabilità politica ed economica del Paese. L’ospedale pediatrico di Betlemme è l’opera svizzera più importante in Palestina, fin dalla sua fondazione nel 1952. Finalmente giustizia. In Svizzera, prima del 1981, decine di migliaia di persone sono state internate sulla base di un provvedimento amministrativo, senza la decisione di un tribunale. Molte donne sono state costrette a sottoporsi a una sterilizzazione o a un’interruzione di gravidanza, migliaia di bambini sono stati dati in adozione contro la volontà delle loro madri o collocati in istituti e costretti a lavorare senza alcuna remunerazione. Circa 8.880 persone hanno richiesto un contributo di solidarietà nell’ambito della riparazione in favore delle vittime di misure coercitive a scopo assistenziale; secondo le stime del Governo svizzero, le persone ancora in vita che hanno subito collocamenti coatti dovrebbero essere tra 12.000 e

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15.000. Per poter destinare a tutti un contributo solidale di un massimo di 25.000 franchi, il Parlamento aveva stanziato 300 milioni di franchi. Le vittime avevano tempo sino alla fine di marzo 2018 per presentare la domanda di contributo. Donne nella chiesa. Sulla base di diverse domande che la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) aveva posto nel 2015 al Consiglio delle donne, è stato dal Consiglio presentato alla CVS un documento di lavoro su «Femminilizzazione della Chiesa?» che analizza i cambiamenti sociali e la presenza delle donne che lavorano nella Chiesa. Sono state formulate anche alcune raccomandazioni per favorire la coesistenza tra uomini e donne. La CVS ha espresso riconoscenza per la discussione aperta e tratterà le suggestioni formulate dal Consiglio delle donne in una prossima assemblea ordinaria. Laicità contestata. Contro la legge su «La laicità dello Stato», recentemente adottata dal Gran Consiglio ginevrino, diversi gruppi religiosi e politici stanno raccogliendo le firme per sottoporla al referendum popolare. Due sono le principali critiche che si muovono alla legge, in nome della libertà religiosa: il divieto per i rappresentanti o impiegati del Cantone di portare segni religiosi (non solo il velo musulmano) e la necessità di una autorizzazione per svolgere atti religiosi in luogo pubblico (dalle bancarelle ad altre attività). La legge è invece gradita dalle Chiese storiche e anche da altre minoranze, perché prevede diverse facilitazioni e anche eventuali sussidi per attività sociali; resta inoltre confermata la collaborazione dell’amministrazione fiscale a raccogliere i contributi facoltativi da parte degli aderenti alle comunità cattolica e protestante. Suicidio assistito. Il Gran Consiglio ginevrino ha adottato una modifica legislativa calcata sul modello varato nel canton Vaud nel 2012, per la quale il suicidio assistito potrà essere praticato a determinate condizioni negli ospedali e nelle case per anziani. Fin qui l’intervento di associazioni quali Exit dipendeva dal benvolere dei responsabili degli istituti. Le nuove disposizioni prevedono che la persona deve essere in pieno possesso delle proprie facoltà e afflitta da malattie o conseguenze di incidenti gravi e incurabili. Con la persona che chiede l’aiuto al suicidio devono peraltro essere discusse le alternative. In caso di dubbio

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sulla capacità di discernimento della persona, è previsto l’intervento di una commissione di sorveglianza che può, se necessario, denunciare il caso alla giustizia. L’assistenza non potrà essere prestata a titolo professionale dagli operatori sanitari. Il Gran Consiglio ha adottato la normativa con 68 voti favorevoli e 37 contrari. Ginevra è il terzo cantone a regolamentare il suicidio assistito negli ospedali e nelle case di riposo. Il primo è stato Vaud nel 2012, seguito da Neuchâtel nel 2014. Aiuto ai rifugiati. Lo scorso anno la Confederazione ha promosso l’integrazione dei migranti e il programma federale «Mentorato 2014-16» ha contribuito in maniera importante all’integrazione scolastica, professionale e sociale dei migranti in Svizzera. La Segreteria di Stato della migrazione (SEM)ha sostenuto 39 progetti, per circa due milioni di franchi, finanziando volontari locali che aiutano i richiedenti d’asilo a orientarsi nel sistema di formazione e nel mercato del lavoro. Per un rifugiato anche attività semplici come fare i compiti, redigere una lettera di candidatura o cercare uno stage possono risultare molto difficili. Circa 2.700 persone hanno preso parte ai progetti e il 70% di chi ha beneficiato di un aiuto per integrarsi nel mercato del lavoro ha trovato uno sbocco professionale. Ingiustizia di genere. Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST) i posti di lavoro con un salario inferiore ai 4mila franchi lordi mensili per un impiego a tempo pieno, due su tre nel 2014 erano occupati da donne; il divario è in diminuzione (passando dalla media del 23,6% registrata nel 2010 a quella del 19,5% quattro anni più tardi), ma «la parte inspiegabile» di tale differenza, nel settore privato, ammonta ancora al 39,1%. I posti di lavoro dove la rimunerazione supera gli 8mila franchi al mese sono per il 73,3% occupati da uomini. Tra coloro che percepiscono più di 16mila franchi mensili solo il 15,2% sono donne, contro l’84,8% di uomini. Nel 2014, nell’insieme del settore privato, le donne guadagnavano mediamente il 19,5% meno dei loro colleghi. Nell’insieme del settore pubblico (Confederazione, Cantoni e Comuni), la differenza salariale media tra donne e uomini era del 16,6%. Così, ogni mese, le donne ricevono centinaia di franchi in meno rispetto ai loro colleghi. Ogni anno, l’impatto economico della discriminazione ammonta a 7,7 miliardi.


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CRONACA INTERNAZIONALE a cura di Alberto Lepori

Riabilitazioni papali. Padre Camillo de Piaz (1918 – 2010) è stato ricordato a Tirano, con un convegno, e lo ha ricordato anche «L’Osservatore Romano» (24/2), pubblicando parte della relazione che Marco Garzonio – già biografo di Turoldo – vi ha tenuto. Così, padre Camillo è stato ricordato, e con grande rilievo, sulle pagine del quotidiano della Santa Sede, che correttamente lo presenta come «collaboratore di padre Turoldo, anticipatore del Concilio, stimato da Montini e con un rapporto non sempre facile con la gerarchia ecclesiastica». Si tratta di un altro tassello di quella strategia, operata soprattutto da papa Francesco, di «riabilitazione» di alcune figure chiave del cattolicesimo italiano del ’900, non amate dalla struttura ecclesiastica del tempo. Per don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco si è recato il 20 giugno 2017 sulle tombe, a Bozzolo e a Barbiana; per don Tonino Bello il papa è andato il 20 aprile ad Alessano. a pregare sulla tomba, e poi a Molfetta, dove l’ex presidente di Pax Christi fu vescovo; per don Zeno Saltini, il 10 maggio Francesco è andato in visita a Nomadelfia, la comunità da lui fondata e invisa alla curia e alla polizia! Per padre Camillo le ospitali (ora…) pagine dell’«Osservatore Romano», in attesa della riabilitazione dell’amico fraterno padre Turoldo, e di altri ancora (Balducci, Franzoni ecc.) che sono in lista d’attesa. Intanto papa Francesco fa scuola: il nuovo vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero, ha voluto incontrare Franco Barbero, figura storica del dissenso cattolico e delle Comunità di Base, costretto nel 2003 a lasciare lo stato ecclesiale per le sue posizioni in materia di dottrina, pastorale e liturgia, e recente autore de: «Confessione di fede di un eretico» (edizione Mille, Torino). Un bilancio del pontificato. «Papa Francesco, arrivato a guidare la Chiesa sull’onda della crisi nella gestione della Curia vaticana oltre che della diffusa consapevolezza della necessità di una nuova ricerca su come evangelizzare, ha capovolto le priorità di prima»: le vere questioni della Chiesa dovevano diventare «i problemi dell’umanità, le sofferenze, quelle materiali come quelle spirituali, le periferie», al fine di «trovare risposte

comprensibili e credibili a domande di fondo sul senso della fede e sulla sua pratica nella vita del singolo credente e della comunità dei credenti». Di qui la necessità di procedere, in primo luogo, con l’analisi della realtà, cui solo in un secondo tempo segue «l’affermazione della verità, che con essa doveva confrontarsi non usando risposte valide sempre e dovunque». Questo, secondo il movimento Noi Siamo Chiesa, il tentativo di valutazione del pontificato di papa Francesco, a cinque anni dalla sua elezione, avvenuta il 13 marzo 2013. E a fronte della resistenza che il magistero di Francesco ha incontrato e incontra, c’è da sperare che il consenso continui «e che (Francesco) crei le premesse perché esso sia irreversibile». Il documento di Noi Siamo Chiesa per i cinque anni di pontificato, pubblicato da «Adista» del 24 marzo, si articola in otto punti, esaminando successi e ritardi sulle priorità di Francesco, gli interventi nella Chiesa, nel mondo, nell’universo cristiano, nella gestione della Chiesa, sui beni della Chiesa e sui temi morali critici, sulla Chiesa italiana, confrontati coi 6 punti dell’Appello al Popolo di Dio, documento del 1995, ispiratore del movimento internazionale Noi siamo Chiesa. Pace sempre lontana. In un appello, pubblicato da «Il Gallo» di Genova (maggio 2018) l’amico Bruno Segre, ricordando i 70 anni dello Stato di Israele (per gli Ebrei «una rinascita portentosa», per i palestinesi «la catastrofe»), deplora l’equivoca partenza da Gerusalemme del Giro d’Italia (operazione turistica di facciata), denuncia l’intenzione del parlamento israeliano di trasformare «definitivamente Israele in uno Stato ebraico» (privando di ogni diritto i non ebrei residenti) e condanna la decisione del presidente Trump di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata statunitense. «In quanto ebrei, consideriamo tale operazione un vulnus ai valori di giustizia e di ricerca della pace su cui si fonda la parte migliore della nostra tradizione». Un sinodo per le donne. La Chiesa cattolica in America Latina deve riconoscere e valorizzare il ruolo delle donne, ponendo fine alla pratica, lar-

gamente diffusa, di fare riferimento ad esse solo come lavoratrici sottomesse nelle parrocchie. Lo ha affermato, proponendo un Sinodo dei vescovi sulle donne nella vita e nella missione della Chiesa, la Pontificia Commissione per l’America Latina, durante l’assemblea plenaria che ha avuto luogo in Vaticano dal 6 al 9 marzo. La notizia è stata riportata dall’«Osservatore Romano» l’11 aprile, in un resoconto dedicato al tema «La donna, pilastro nell’edificazione della Chiesa e della società in America Latina», scelto da papa Francesco. Lo scopo: liberare la Chiesa «dai pregiudizi, dagli stereotipi e dalle discriminazioni subiti dalla donna» e far sì che le comunità cristiane progrediscano verso «una “conversione pastorale” capace di chiedere perdono per tutte le situazioni nelle quali sono state e tuttora sono complici di attentati alla sua dignità» (un ampio sunto in «Adista» del 21 aprile 2018). Per le coppie miste. Nel corso dell’ultima assemblea plenaria della Conferenza episcopale, svoltasi a Ingolstadt dal 19 al 22 febbraio, i vescovi tedeschi hanno deciso, con una maggioranza dei due terzi e dopo un intenso dibattito, a favore di un provvedimento che consente alle coppie miste, in casi specifici, di ricevere l’eucaristia cattolica e hanno pubblicato un opuscolo pastorale per aiutare i preti a discernere i casi. Quella delle coppie miste (cioè con un solo coniuge cattolico) è situazione piuttosto frequente e problematica in Germania, dove su una popolazione cristiana pari al 58,3%, i cattolici sono il 28,6% e i protestanti il 26,6%. Ma sette vescovi, tra coloro che hanno votato contro la misura, capeggiati dal card. Rainer Maria Woelki di Colonia, si sono rivolti al Vaticano per chiedere chiarimenti in merito. In una lettera del 22 marzo scorso, indirizzata al prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Ladaria, e al presidente del Consiglio per l’unità card. Koch, spiegano che la Conferenza episcopale, consentendo alle coppie miste di ricevere in casi specifici l’Eucaristia, ha travalicato le proprie competenze, e il provvedimento è contrario a quanto sancito dal Diritto canonico. A dieci anni da Sibiu. Dieci anni fa, dal 4 al 9 settembre 2007, si svolse a Sibiu, in Romania, la Terza assemblea ecumenica europea sul tema «La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento e unità in Europa». All’Assemblea, promossa come le


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due precedenti (Basilea 1989 e Graz 1997) dalla Conferenza delle Chiese europee (protestanti e ortodosse) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali (cattoliche) d’Europa, parteciparono 2.100 delegati delle varie Chiese. Delle tre Assemblee ecumeniche europee, questa fu la più difficile e la più sofferta, in quanto si è svolta in un periodo di crisi acuta dell’ecumenismo e si è conclusa con un messaggio finale che ha lasciato molti insoddisfatti. L’Assemblea è stata vittima del suo stesso successo, nel senso che non è stata all’altezza delle speranze che aveva suscitato. Tuttavia molte delle raccomandazioni contenute nel messaggio finale di Sibiu sono tuttora valide, come l’insistenza sull’accoglienza dei migranti e rifugiati, l’invito a proseguire il dibattito sul riconoscimento reciproco del battesimo, l’impegno per la lotta alla povertà a livello globale e per la giustizia ecologica. L’ultima raccomandazione del messaggio di Sibiu era di stabilire il periodo che va dal 10 settembre al 4 ottobre come «Tempo del creato», dedicato alla preghiera per la salvaguardia del creato e alla promozione di stili di vita sostenibili per contribuire a ridurre il cambiamento climatico. Discutono i cardinali. Le donne nella Chiesa devono assumere ruoli decisionali e la questione dell’ordinazione femminile potrebbe essere affrontata solo da un Concilio. Lo ha affermato in un’intervista al quotidiano Salzburget Nachrichten (1/4) il card. Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna. Interpellato sulla necessità di un cambiamento nella Chiesa a livello di ministeri ordinati e a commentare un recente appello del vescovo di Linz, mons. Manfred Scheuer, all’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, Schönborn ha detto che «le questioni organizzative sono importanti e ritengo che vi siano margini di miglioramento, nonché il potenziale necessario per il cambiamento», e che in questa prospettiva «una delle questioni chiave è il ruolo della donna nella Chiesa. Poiché le comunità religiose hanno bisogno di uno sviluppo da tutti i punti di vista». Ha poi affermato che è augurabile «una percentuale maggiore di donne in posizioni decisionali. La questione dell’ordinazione è una questione che può essere chiarita solo da un concilio. Un papa non può decidere da solo. Si tratta di una questione troppo grande per essere affrontata dalla scrivania di un papa». Ma di parere opposto è il

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cardinale Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che in un articolo dell’«Osservatore Romano» del 30 maggio scorso, «chiarisce» che l’impossibilità di ordinare donne è «dottrina definitiva». Rapiti e battezzati. 35 anni dopo la fine della feroce dittatura del generale Jorge Rafael Videla, la Chiesa argentina sta per consegnare 127 documenti che certificano l’avvenuto battesimo di altrettanti bambini nati tra il 1976 e il 1983 nei locali della ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina militare, da donne sequestrate, torturate e assassinate. I neonati, sottratti alle madri, furono consegnati a coppie di militari di alto grado e a persone comunque vincolate alle Forze Armate. I documenti sono stati «trovati» nella Cappella Stella Maris dell’ESMA. Il libro con la registrazione dei battesimi viene finalmente consegnato alla giustizia argentina, dopo che nessuno lo aveva prima segnalato fra i tanti anche ecclesiastici che potevano sapere della esistenza di quel registro, fondamentale per fare giustizia a madre ed a bambini vittime della dittatura. L’iniziativa di rendere pubblica l’esistenza del famigerato elenco e di metterlo a disposizione della giustizia è opera dell’attuale vescovo castrense, mons. Santiago Olivera, intenzionato a dare un «contributo» allo studio di quel tragico periodo. L’associazione delle Nonne di Plaza de Mayo, sempre alla ricerca dei nipoti desaparecidos, stima che siano circa 500 i bambini rapiti alle madri scomparse; finora ne hanno ritracciati 127. Si calcola che le persone assassinate all’interno della ESMA siano state circa 5mila, mentre complessivamente negli anni della dittatura sono scomparse circa 30mila persone. Perché sono valdesi. La Chiesa valdese di Torre Pellice (Piemonte) ha avviato una ricerca per capire che cosa trattiene e che cosa respinge i membri della Chiesa. Un questionario servirà a conoscere meglio come la pensano sul modo con cui è gestita oggi la loro comunità. Il questionario riguarderà molti temi: i mezzi per comunicare, l’importanza di essere valdese, l’ecumenismo con il cattolicesimo e le altre religioni, come si pratica l’appartenenza alla Chiesa, che cosa si pensa circa i figli e i nipoti, come ci si rapporta con gli immigrati, il finanziamento della Chiesa e l’aiuto statale dell’otto per mille. Il gruppo di lavoro, che ha elaborato il questionario, spera

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di ricevere molte risposte e di elaborare i risultati entro la fine dell’estate. A quando una inchiesta simile per i cattolici? Calvino in arabo. Lo scorso novembre la Scuola di teologia del Vicino Oriente (Beirut), in occasione delle celebrazioni del suo 85. anniversario, ha presentato la versione in arabo dell’«Istituzione della religione cristiana» di Calvino, considerato uno dei più importanti trattati di teologia protestante del XVI secolo. Si tratta di un primo importante contributo per la cultura araba e per le Chiese evangeliche in Medio Oriente. Infatti la maggior parte degli scritti teologici che hanno modellato la società occidentale negli ultimi 500 anni è assente negli scaffali delle biblioteche del Medio Oriente. Pochi arabi hanno letto perciò i testi di Giovanni Calvino, o Karl Barth, perché quasi nessuno di questi autori è stato tradotto in arabo. La carenza di testi religiosi cristiani tradotti nella quarta lingua più parlata al mondo riguarda soprattutto il protestantesimo, che si è sviluppato nelle lingue europee quali il latino, il francese, il tedesco e l’inglese. Iniziativa europea. È in corso una raccolta di firme a sostegno di una «Iniziativa dei cittadini europei» (ICE), designata «Welcoming Europe» per una Europa accogliente. Il testo afferma i seguenti principi: 1. Salvare vite non è un reato, per cui occorre decriminalizzare la solidarietà e impedire la criminalizzazione di atti umanitari compiuti da parte di volontari e attivisti nei confronti dei migranti; 2. Libertà di accogliere i rifugiati, creando passaggi sicuri e ampliare i programmi rivolti a rifugiati (incrementare i fondi, modificare il sistema di finanziamento e allargare ad attori della società civile la possibilità di fare da sponsor per l’ingresso in Europa di rifugiati); 3. I diritti umani sono inviolabili, per cui vanno protette le vittime di abusi e bisogna rafforzare i meccanismi di tutela e di denuncia nel caso di abusi, sfruttamento e violazioni dei diritti umani, in particolare nella gestione delle frontiere esterne. Si tratta di raccogliere un milione di firme in 12 mesi in almeno 7 paesi membri. L’ICE è uno strumento di democrazia partecipativa con cui si invita la Commissione europea a presentare un atto legislativo in materie di competenza europea. Le sottoscrizioni utili dovranno essere raccolte entro febbraio 2019.


No. 252 15 testimoni e profeti

TESTIMONI E PROFETI HANS KÜNG Un teologo che ascolta il suo tempo Hans Küng è uno dei teologi germanofoni più importante e più influente degli ultimi cento anni. Ha messo la sua teologia all’ascolto del suo tempo e delle persone senza nascondere i soggetti ardenti. Ha costantemente chiesto «cambiamenti necessari» per la Chiesa cattolica. Quest’ultima sarebbe stata in una situazione diversa oggi, se essa «si fosse veramente confrontata con i contributi e i suggerimenti di Hans Küng», invece di affrontarli. Il teologo ha mostrato molto presto il suo orientamento decisamente ecumenico, in particolare nella sua tesi intitolata «La giustificazione» e nelle sue riflessioni sulla teologia protestante. Ha ancora più rinforzato questa scelta nel suo libro «Concilio e riunificazioni». Durante il periodo postconciliare, Hans Küng si è instancabilmente impegnato per l’attuazione delle decisioni del Concilio Vaticano II e nel dialogo ecumenico. È da sottolineare il fatto che egli abbia potuto continuare a insegnare nella università Tubingen (Germania) anche dopo la deplorevole privazione della sua autorizzazione ad insegnare decisa da Giovanni Paolo II. Ad Hans Küng la riconciliazione con le Chiese della Riforma, sta a cuore. I suoi sforzi hanno prodotto un risultato verificabile con la «Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione» firmata nel 1999 dalla Federazione Luterana mondiale e la Chiesa cattolica. Le sue esperienze marcanti come esperto al Concilio Vaticano II (1962-1965) han fatto di Hans Küng un promotore di una Chiesa in continua evoluzione, impegnata a rispondere ai segni dei tempi. Egli pensa che la Chiesa non deve adattarsi alla società, ma essere per essa una compagna credibile nella ricerca di vie praticabili. Hans Küng ha cercato di cambiare le strutture superate e mortificanti. Ha sempre stimato che la Chiesa dovrebbe interessarsi alle questioni economiche, politiche e giuridiche e che essa dovrebbe impegnarsi nella ricerca scientifica e umanistica, nell’educazione, la letteratura e l’arte. Per lui nella sua visione di difesa della vita, la Chiesa ha bisogna di una visione globale. Essa deve essere una voce profetica che pensa più lontano, interroga e condanna, affinché la famigli umana e ogni persona possa avere un futuro. Il teologo svizzero si è sforzato di fornire i fondamenti del Cristianesimo ad un largo pubblico, in un linguaggio adatto alla vita quotidiana. Non ha inoltre mai eluso le questioni fondamentali concernenti per esempio l’esistenza di Dio o la vita eterna. Il teologo ha sempre espresso una fede personale ciò è determinato dalla sua personalità con le radici e il suo cammino, ciò che l’ha condotto finalmente ad un credo personale. Lo scopo è stato sempre di fondare una fede responsabile, radicata nella vita concreta e questi due aspetti si arricchiscono vicendevolmente. Hans Küng si è anche impegnato nella comprensione delle altre religioni e nello sviluppo di una etica universale. Un cammino che l’ha condotto a dialogare intensamente con le altre confessioni cristiani e le altre religioni. La sua massima è: «Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c’è dialogo tra le religioni senza ricerca fondamentale nelle religioni». Un dialogo basato sul rispetto di una base di vita comune dovrebbe condurre ad un etica globale comune «Noi abbiamo bisogno di una etica universale, di un

riconoscimento e di un rispetto reciproco per assicurare un avvenire all’umanità». Le relazioni tra Santa sede e Hans Küng sono da molto tempo scabrose. La missione canonica era stata ritirata al teologo svizzero nel 1979, dopo che egli aveva messo in dubbio l’infallibilità pontificia. Le divergenze in seguito non sono diminuite, il teologo prendendo frequentemente posizioni differenti da Roma. Ha infatti auspicato a parecchie riprese un nuovo orientamento sulle questioni della contraccezione, ha sostenuto l’accesso delle donne al sacerdozio, così come l’abolizione del celibato obbligatorio per i preti. Si è ugualmente espresso a favore del suicidio assistito. Le relazioni tra Roma e il teologo svizzero si sono tuttavia migliorate con l’elezione del Papa Francesco del marzo 2013. In novembre dello stesso anno il pontefice argentino gli ha mandato una lettera definita «fraterna». Hans Küng ha così espresso la sua speranza circa il pontificato di Papa Francesco approvando in particolare il fatto che «si impegna per un rinnovamento e una riforma della Chiesa».

CAMILLO DE PIAZ Resistente d’ogni stagione Cento anni fa, il 24 febbraio 1918, nasceva il frate dei Servi di Maria p. Camillo De Piaz, amico fraterno di p. David Maria Turoldo, partigiano, profeta del Concilio Vaticano II. Nato a Madonna di Tirano (Valtellina), De Piaz ad 11 anni si trasferisce a Monte Berico (Vicenza), nello studentato dei Servi di Maria, dove incontra il futuro padre Turoldo con il quale poi, a Milano, fin dai primi anni ’40, condividerà gli studi universitari alla Cattolica e, soprattutto, la stagione della Resistenza. Il convento dei Servi di Maria di san Carlo a Milano diventa uno dei luoghi fondamentali della lotta di liberazione milanese e di tutto il Nord Italia, un «luogo di cospirazione e un rifugio dove, scrive p. Camillo, «aveva trovato salvezza, assieme a noi un campionario assortito di gente perseguitata o in pericolo e dove si erano incrociate le fila di tante trame»: lì nasce e si incontra periodicamente il Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, una delle più attive organizzazioni giovanili della Resistenza, nella quale i cattolici militavano accanto ai comunisti e, di cui p. Camillo e p. Davide erano parte attiva, incaricati dal Cln-Alta Italia di assistere le famiglie dei prigionieri politici; e lì si realizza L’Uomo, il giornale clandestino voluto proprio dai due religiosi e da alcuni docenti della Cattolica, che inizia ad uscire l’8 settembre 1943 e durerà fino al 1. settembre 1946. Dall’humus della Resistenza e nelle stesse stanze del convento sorge la libreria Corsia dei Servi. Il «periodo dopo la liberazione – scrive p. Camillo – vissuto da molti come un «ritorno alla normalità», fu per noi l’inizio di una «rigenerazione». David e io sognavamo un convento o una comunità destinata a svolgere la funzione che più in generale pensavamo fosse propria della Chiesa: un asilo sicuro per chiunque, credente o meno, uno spazio di «condizionamento» e di restituzione alla libertà, un porto accogliente, materno e fraterno, in cui gettare l’ancora per rigenerare le proprie forze e da cui ripartire verso le scelte che ognuno si sente o si trova storicamente chiamato a fare, sotto la propria non delegabile e non surrogabile responsabilità. La Corsia sarà libreria, casa editrice, «messa della carità» (un’attività a favore dei poveri, a cui partecipa tutta la comunità parrocchiale, che vuole condurre all’autosufficienza economica e spirituale le persone assistite) e luogo di incon-


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testimoni e profeti

tro e di elaborazione culturale che, insieme alla comunista Casa della Cultura (animata da Rossana Rossanda) e alla laica-socialista Umanitaria, parteciperà alla ricostruzione democratica di Milano. «Per quanto riguarda la mia di generazione – ricorda Garzonio, biografo di De Piaz –, non so che cosa ne sarebbe uscito sul piano della formazione, se non avessimo potuto disporre della Corsia. La libreria ci faceva arrivare Maritain, Congar, De Lubac: tra gli scaffali trovavamo Agonia della Chiesa?, la fondamentale lettera del cardinal Suhard, le Pagine scelte di sant’Agostino di Giuseppe Lazzati, la spiritualità dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld presentata da René Voillaume». Altri momenti attraversano la lunga stagione milanese di p. Camillo: la vicinanza con Giuseppe Dossetti e con il gruppo di «Cronache sociali». «Il meglio del cattolicesimo sociale antifascista e antiborghese», come scrive p. De Piaz, la polemica contro il partito cattolico e la «spartizione democristiana della torta, la critica alla nostalgia del regime di cristianità e alla fede “falangista” di Gioventù studentesca prima e di Comunione e liberazione poi; l’allontanamento di Padre Turoldo da Milano nel 1954, che verrà sostituito, come predicatore in duomo, dallo stesso p. Camillo fino al 1957, quando viene mandato via anche lui, “per esplicito ordine del Santo Uffizio”, come ammette egli stesso. De Piaz allora torna a Madonna di Tirano, tra i “suoi” monti, in esilio ma non in clandestinità». E da lì continua a partecipare alle attività della Corsia del Servi e a seguire gli eventi della vita sociale, politica ed ecclesiale, a partire dal Concilio, nelle cui istanze p. Camillo si identifica pienamente. Una «seconda liberazione, dopo quella della Resistenza», a cui segue però una profonda restaurazione, a partire dall’avvento di Giovanni Paolo II che, scrive p. De Piaz in un articolo del 2004, ha esercitato il pontificato «in modo totalizzante»: Wojtyla si è comportato «come un sovrano temporale assoluto, e questo indipendentemente dalle cose che via via è andato dicendo, alcune delle quali sono sacrosante; però dal punto di vista ecclesiologico non corrisponde ai dettati del Concilio». Fra le sfide che attendevano la Chiesa del post Wojtyla, p. Camillo, che morirà nel 2010, ne individuava soprattutto due: «trarre fuori la Chiesa dalla deriva populista in cui ha rischiato di cadere» sotto il lungo pontificato wojtyliano, ridimensionare il «predominio dei movimenti», soprattutto Comunione e Liberazione e Opus Dei. (da un testo di Luca Kocci in «Adista» del 10.3.2018, adattato da a.l.)

MARTIN LUTHER KING A cinquant’anni dall’assassinio dell’apostolo dei diritti umani Il 14 aprile del 1968, una fucilata uccise il pastore battista afroamericano Martin Luther King. Molti commentarono che con la morte del pastore King svaniva il sogno che egli stesso aveva proclamato in un celebre discorso del 1963, quando aveva descritto l’America che aveva nel cuore: un paese in cui – aveva invocato in un crescendo retorico che ancora oggi commuove – «i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza»; un Paese in cui «i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati

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per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere». Altri ancora commentarono che il 4 aprile del 1968 non svaniva solo il sogno del reverendo King, ma lo stesso sogno americano, la visione fondativa di un Paese che, nella sua Dichiarazione d’indipendenza, riconosceva evidente la verità che «tutti gli uomini sono uguali» e che il loro Creatore li ha dotati di diritti inalienabili tra i quali «la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità». Per altri ancora, quel sogno non era mai esistito perché era stato sopraffatto dall’incubo di un Paese che sin dalla sua origine ammetteva la tratta e l’uso degli schiavi; che in anni successivi aveva approvato le leggi della segregazione sulla base del colore della pelle; che, ancora all’inizio degli anni ’60, negava il diritto di voto a oltre venti milioni di afroamericani; e che, mentre contava milioni di poveri, spendeva cifre enormi per finanziare la guerra in Vietnam. In cinquant’anni, quella di King è diventata un’icona popolare, una star nel firmamento culturale e politico degli Stati Uniti. E in effetti fondamentali conquiste democratiche e civili dell’America moderna si devono al movimento nonviolento guidato da Martin Luther King: il superamento della segregazione, il diritto al voto ai neri, l’integrazione delle minoranze in una società multietnica e interculturale, il concetto stesso di comunità riconciliata, bianche e neri insieme come si cantava nelle memorabili marce per la libertà. Nel 1965 King aveva ottenuto il premio Nobel per la pace ed era probabilmente al picco della sua popolarità. Soltanto tre anni dopo, però, la sua denuncia della guerra in Vietnam e della connessione tra razzismo, militarismo e povertà ne avevano fatto un personaggio più controverso. Non è più il King di una volta, dicevano in molti, quello che sapeva parlare ai bianchi moderati e alla loro coscienza. È vero: di fronte all’escalation militare in Vietnam l’azione del pastore battista aveva acquistato un respiro più ampio e il suo giudizio sull’America si era fatto più radicale: egli ripeteva che la logica del potere economico e militare stava aggredendo l’anima degli Stati Uniti, quei principi ispiratori che volevano farne «una città sulla collina», un faro di civiltà e democrazia nel mondo, come predicavano i puritani che avevano fondato le prime colonie oltreoceano. Ma, come un profeta biblico che gridava verità sgradevoli, King fu ignorato, criticato, isolato. La chiave del suo omicidio è in questa progressiva solitudine e nell’avere scelto l’America dei poveri e degli ultimi. Cinquanta anni dopo, ci pare questo il King da ricordare: il leader e il predicatore che non si accontenta dei risultati raggiunti, e che continua a ammonire, predicare e lottare perché sa che la terra promessa della giustizia e della vera libertà è ancora lontana. Paolo Naso Docente alla Sapienza di Roma, autore di: L’altro Martin Luther King, Brescia, Claudiana, 1993; da «Adista» 21 aprile 2018.

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No. 252 17 religioni nel mondo

RELIGIONI NEL MONDO Tra le Chiese in Italia Un importante passo è stato compiuto a Roma il 15 dicembre nel cammino ecumenico delle Chiese cristiane in Italia con la costituzione di un organismo, da tempo invocato da più parti, cioè della «Consulta ecumenica delle Chiese cristiane presenti in Italia». Si tratta di un punto stabile di incontro che nasce come segno della volontà di continuare insieme il cammino intrapreso negli ultimi anni dalle Chiese italiane, con l’intenzione di avere un organo di collegamento e consultazione il più veloce e agile possibile, per poter intervenire come cristiani su temi di attualità o di emergenza e promuovere iniziative comuni. A dare il via all’iniziativa nella sede della Conferenza episcopale italiana, i rappresentanti della Chiesa cattolica, della Chiesa apostolica armena, della Chiesa copta ortodossa, della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (con tutte le sue Chiese membro, battisti, esercito della salvezza, luterani, metodisti e valdesi), della Chiesa cristiana avventista del 7º giorno, della Chiesa d’Inghilterra. Pure interessate a farne parte si sono dichiarate i rappresentanti della diocesi ortodossa romena d’Italia e della sacra arcidiocesi ortodossa di Italia e Malta (Patriarcato ecumenico). Il 12 febbraio 2018 i rappresentanti delle varie Chiese si sono incontrati per definire un regolamento ad uso interno sulle modalità della consulta, i luoghi e la frequenza degli incontri e i membri che vi parteciperanno. Il nuovo organismo resta aperto all’adesione di altre Chiese, che per vari motivi finora non hanno fatto parte di questo gruppo di lavoro.

Centenario ortodosso Grandi celebrazioni si sono svolte dal 5 al 10 dicembre a Mosca in occasione del centesimo anniversario della restaurazione del Patriarcato di Mosca. Per l’evento sono arrivati quasi tutti i Patriarchi del mondo ortodosso: Teodoro II di Alessandria, Giovanni X, Patriarca di Antiochia, Teofilo III di Gerusalemme, il patriarca serbo Irinej, quello rumeno Daniele, come anche i capi delle Chiese ortodosse in Cipro, Albania, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, Usa e Canada e delegazioni dalla Chiesa georgiana e quella bulgara. La restaurazione del Patriarcato nella Chiesa russa è un grande evento, gioia per tutto il popolo ortodosso, per tutte le Chiese ortodosse. Infatti, con il Sinodo dei vescovi del 1917-1918 a Mosca venne eletto il Patriarca Tihon, primo Patriarca dopo 300 anni, durante i quali la Chiesa russa fu guidata unicamente da un Sinodo, deciso dall’imperatore russo Pietro l.

Chiesa restaurata Dopo quasi due anni di chiusura, a causa di un incendio doloso, è stato riaperto l’atrio della chiesa della Moltiplicazione dei pani e dei pesci, situata a Tabgha sul lago di Tiberiade, dove secondo la tradizione biblica Gesù compì il miracolo di sfamare 5.000 persone, moltiplicando 5 pani e due pesci. L’atrio e l’ingresso del complesso della famosa chiesa che appartiene ai benedettini tedeschi furono pesantemente danneggiati da un attentato incendiario avvenuto nel giugno del 2015 e attribuito ad estremisti ebrei. Nel recente passato, sono stati colpiti diversi obiettivi per mano di estremisti ebrei o coloni, fra cui la chiesa che si trova

vicino al Cenacolo, la basilica di Nazareth, altri luoghi di culto cattolici e greco ortodossi. Nel mirino ci sono anche moschee, secondo la logica del cosiddetto «prezzo da pagare» molto utilizzato da estremisti israeliani, che minacciano cristiani e musulmani per aver «sottratto loro la terra. Un tempo il fenomeno era diffuso solo nelle aree al confine con la Cisgiordania e a Gerusalemme, ma oggi si è esteso in gran parte del territorio. I lavori di ristrutturazione della chiesa della Moltiplicazione sono durati otto mesi e sono costati circa un milione di dollari, con un contributo dello Stato di Israele di quasi 400.000 dollari.

Salvi gli apostati Il Consiglio superiore degli Ulema, la suprema autorità religiosa del Marocco, ha deciso che chi abbandona l’islam non deve essere messo a morte. La notizia, diffusa dalla stampa lo scorso 6 febbraio rappresenta una svolta storica, perché l’apostasia non sarà infatti più punibile con la morte, consentendo quindi ai musulmani di cambiare religione. Viene così smentita una Fatwa (le sentenze che regolano allo stesso tempo il diritto e il culto islamico) di pochi anni fa, che dichiarava che sulla base della giurisprudenza e di una solida tradizione, il musulmano (o la musulmana) che si convertiva a un’altra religione doveva essere punito con la morte. Con un esame più approfondito delle fonti l’autorità religiosa ha ritrattato le precedenti posizioni, ridefinendo l’apostasia in senso non più religioso ma politico, associandola al concetto di alto tradimento.

Chiese santuario Prima ancora che il neo-presidente Donald Trump venisse insediato alla Casa Bianca, la resistenza era pronta a non farsi cogliere di sorpresa. Stiamo parlando di un’organizzazione ecumenica che si propone di proteggere i migranti minacciati di espulsione, che si allarga a macchia d’olio negli Stati Uniti. Si tratta delle «chiese santuario», che ora si stanno trasformando in un vero e proprio movimento che interessa anche sinagoghe e università. Da New York alla California, dal Texas a Chicago, sono infatti sempre di più i luoghi di culto che vanno a ingrossare le fila del movimento delle «chiese santuario», che aprono le porte per accogliere stranieri senza documenti. Una pronta risposta a Trump, che già in campagna elettorale aveva promesso di espellere tre milioni di migranti senza permesso di soggiorno, sulla scia – per la verità – di quanto era già successo sotto l’amministrazione Obama, che aveva riportato oltre confine due milioni e mezzo di persone, il 21% più del suo predecessore George Bush jr. Centinaia di parrocchie cattoliche e protestanti e molte sinagoghe si sono offerte di aiutare i rifugiati in difficoltà, forti di un’antica tradizione, che vede i luoghi di culto, così come gli ospedali o le scuole, inaccessibili a polizia e agenti federali. Non è la prima volta che le chiese degli Stati Uniti si ergono a rifugio dei più deboli: era già capitato negli anni ’50, quando cinquecento parrocchie avevano ospitato 500.000 esuli fuggiti dall’America Centrale, all’epoca minacciati di espulsione da un inasprimento della legge sul diritto d’asilo durante la presidenza Reagan. Il primo passo riguarda ovviamente l’accoglienza delle persone in difficoltà, ma l’impegno delle «chiese santuario» non finisce qui: in molte città le comunità offrono infatti anche aiuto materiale e consulenze legali ai migranti irregolari e alle loro famiglie. L’obiettivo finale è però uno: far sì che questi «santuari» non siano più necessari e nessuno sia più costretto a nascondersi.


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NOTIZIARIO ECUMENICO Una sfida Il movimento della riforma protestante, nato in Europa, oggi si espande soprattutto nel Sud del mondo: America latina, Asia e soprattutto Africa. Secondo le statistiche, dall’inizio del secolo XXI, le Chiese protestanti hanno registrato un declino di quasi 6 punti percentuali in Europa e di 4 negli Stati Uniti, mentre sono cresciute dell’1% in Asia e in America Latina, e addirittura del 7,3 in Africa. Oggi il presidente della Federazione luterana mondiale non è né tedesco né svedese, ma nigeriano. Ed è in paesi come la Nigeria, la Corea, il Brasile che vivono le più grandi Chiese evangeliche del mondo. Tutto questo si percepisce anche nelle chiese protestanti europee, dove è sempre più visibile è la presenta di immigrati provenienti dal sud globale. Ciò non è solo un dato geografico e quantitativo, ma una grande sfida che impegna la teologia della Riforma a ripensarsi in un contesto diverso da quello in cui è nata ed è cresciuta, con una componente rilevante costituita da Chiese di matrice carismatica e pentecostale che predicano in forme e con accentuazioni teologiche talora molto diverse da quelle proprie delle Chiese protestanti storiche.

Mancano i vescovi Le donne della Wicas (Donne nella chiesa e nella società) della Federazione luterana mondiale (Flm) dell’Europa occidentale hanno tenuto il loro incontro annuale a Hannover, Germania, dal 14 al 16 febbraio. Tra i temi di discussione, il ruolo delle donne nelle Chiese e la loro partecipazione agli organi decisionali, il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita, il tema delle violenze e molestie a sfondo sessuale soprattutto sui luoghi di lavoro, ma anche in altri contesti, come le Chiese. Circa l’82% delle Chiese che fanno parte della Flm prevedono l’ordinazione delle donne a vescovo, diversi importanti paesi, tra cui il Regno Unito, la Francia, i Paesi Bassi e l’Austria, ancora non hanno vescovi. Per incoraggiare le donne ad assumere maggiormente ruoli di leadership, la rete Wicas dell’Europa occidentale ha intenzione di avviare dei programmi specifici, in modo che le donne con esperienza in ruoli di leadership possano trasmettere le loro conoscenze alle più giovani.

Una radio per il Lesotho Dal 2008 Radio Kel, fondata da un gruppo di giovani della Chiesa evangelica del Lesotho in Africa del Sud Africa (Lecsa), svolge il suo ruolo sociale, culturale e spirituale. La stazione radio ha una grande notorietà in tutto il paese. Oltre alla testimonianza evangelica svolge un ruolo sociale informando su temi legati alla società, alla salute (come l’Aids) e all’ambiente. Negli studi lavorano, tra tecnici, speaker e registi, 17 persone, tra i quali anche 13 volontari, che dedicano le loro energie e offrono agli ascoltatori le loro specificità per trasmettere 24 ore al giorno. Kel-102.4 è una radio della Chiesa ma è anche una radio comunitaria capace di dare un prezioso contributo sociale e informativo e in tempo reale; è altresì un progetto culturale in grado di accogliere nello stesso luogo adulti e giovani della comunità. La radio è nata da un gruppo di giovani della Chiesa evangelica (membro della Comunità di Chiese in Missione, Cevaa). La program-

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mazione prevede meditazioni bibliche, tre ore ogni mattina, con un messaggio di un pastore, canzoni e momenti di lode a Dio; informazioni sulla vita della Chiesa, molta musica, e programmi di sensibilizzazione; in particolare su questioni ambientali e di salute. Kel è un vettore d’informazione e di formazione, molto importante perché per molti paesi dell’Africa orientale la radio è oggi uno dei pochi mezzi d’informazione accessibili per una gran fetta della popolazione, soprattutto nelle zone rurali. La Chiesa evangelica del Lesotho (Lecsa) è una forza sociale nel paese con le sue 650 opere scolastiche (scuole primarie, scuole secondarie, istituti tecnici), 5 dispensari, 2 ospedali, una scuola di formazione infermieristica, un centro di formazione artigianale, agricoltura e domestica. La tipografia Morija, creata nel diciannovesimo secolo, a esempio oggi impiega sessanta persone. Lecsa è una delle più antiche chiese protestanti dell’Africa ed è stata fondata nel 1833 da missionari della Società evangelica missionaria di Parigi (Pems): è la più antica denominazione del Lesotho e conta diverse centinaia di migliaia di membri distribuiti in 109 chiese. La Chiesa ha più di 100 pastori e più di 200 diaconi esperti.

Conoscere gli altri Nel 2007 alcuni insegnanti che si occupano di intercultura nelle varie scuole di Mantova realizzano una attività sulla convivenza religiosa e interculturale, fortemente presente nella città e nelle scuole facendo incontrare gli alunni con i testimoni delle diverse religioni e portandoli a visitare i luoghi di culto del territorio, di cui a volte non conoscono l’esistenza. L’iniziativa «Viaggio nelle religioni della mia città» nasce dalla collaborazione fra le scuole e il Centro di educazione interculturale della Provincia, e le comunità baha’i, buddista, cattolica, indù, ebraica, islamica, ortodossa, protestante, sikh. Le classi, i loro insegnanti e i rappresentanti delle comunità religiose si ritrovano in un luogo pubblico (il cortile del museo diocesano, una piazza, i giardini pubblici, la scuola) e i rappresentanti delle comunità si presentano con un bastone in mano, per indicare l’avvio del cammino, con brevi parole, talvolta con la musica (chitarre, trombe, i rifugiati africani con i tamburi). Dopo il primo incontro, gli insegnanti (di solito di religione e di lettere) richiedono un appuntamento con le comunità per visitare i loro luoghi di culto.

Riunione di Chiese La riunificazione fra la Chiesa metodista britannica e l’anglicana Chiesa d’Inghilterra ha fatto un passo in avanti forse decisivo lo scorso febbraio. Dopo un ampio dibattito, il Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra ha approvato un rapporto che si propone di creare e attuare la piena intercambiabilità dei ministri di culto fra le due chiese, muovendosi in questo modo verso la piena comunione, se non la piena unità. Sebbene durante i lavori sinodali siano state sollevate non poche preoccupazioni a riguardo, alla relazione è stato comunque dato un sostegno schiacciante, ben oltre i due terzi degli aventi diritto al voto fra i tre rami in cui si dividono i delegati, cioè i laici, i presbiteri e i vescovi. Ciò significherebbe che, d’ora in poi, tutti i ministri di culto metodisti non solo diventeranno pastori ordinati in modo collegiale durante l’annuale Conferenza, ma anche sacerdoti ordinati dal vescovo anglicano. Il presidente della Conferenza diventerebbe un presidente-vescovo e tutti i futuri pastori metodisti verrebbero da esso ordinati. La principale differenza fra le due chiese risiede proprio


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nella comprensione di come esse devono essere guidate. Le chiese anglicane operano sotto il modello episcopale con i vescovi intesi quali seguaci degli apostoli. Successione apostolica che non è invece parte del panorama metodista, e che invece ora in qualche modo ne entrerebbe a far parte. Spetta alla prossima Conferenza metodista approvare la soluzione proposta che porrà fine a 200 anni di separazione tra le due Chiese.

Chiese in Spagna Nella Spagna tradizionalmente cattolica, le Chiese evangeliche sono in costante aumento. Solo negli ultimi sei mesi del 2017 sono stati aperti 87 nuovi luoghi di culto, portando il numero totale di locali evangelici a 4.045. Le cifre della sorprendente crescita delle Chiese evangeliche in tutta la Spagna si evincono dal rapporto semestrale dell’Osservatorio del pluralismo religioso del ministero della Giustizia spagnolo sui luoghi di culto in Spagna. I dati governativi includono i luoghi di culto delle denominazioni anglicana e avventista, anche se sono le Chiese pentecostali a essere maggiormente in ascesa, come sta accadendo in America Latina. Circa una Chiesa e mezza viene fondata in Spagna ogni settimana, sei Chiese al mese, cioè 82 chiese all’anno. La crescita delle Chiese evangeliche in Spagna è molto simile a quanto sta accadendo negli ultimi anni in America Latina, dove le Chiese evangeliche crescono a scapito della Chiesa cattolica. Tra il 1900 e il 1960, il 90% dei latinoamericani era cattolico, ma negli ultimi cinquant’anni tale cifra è scesa al 69%.

Presidenza scozzese La pastora Susan Brown sarà la prossima moderatrice dell’assemblea generale della Kirk, la Chiesa di Scozia, la principale denominazione cristiana del Paese. Cinquantottenne, alla guida della storica cattedrale di Dornoch, ha assunto a maggio 2018 il nuovo incarico che dura 12 mesi e sarà ambasciatrice della Chiesa di Scozia, visiterà i suoi quattro presbiteri e, predicherà in occasioni speciali e incontrerà leader religiosi in Scozia e all’estero. Il tema che guiderà il suo anno di lavoro sarà «camminare a fianco delle persone». Mrs Brown ha un bagaglio di esperienze acquisite in 32 anni di ministero. La sua prima parrocchia è stata a Killearnan, dove ha trascorso 13 anni prima di trasferirsi presso la cattedrale di Dornoch. La sua nomina a moderatora arriva 50 anni dopo l’ordinazione della prima donna al ministero della Parola e del Sacramento in Scozia. «Quando da bambina ho sentito che Dio mi stava chiedendo di servirlo attraverso il ministero pastorale, non avevo mai incontrato né sentito parlare di una donna pastore». Sposata con Derek Brown, cappellano presso un ospedale, la coppia ha due figli: Simon, 30 anni, romanziere, e Hannah, 27 anni, laureata in antropologia sociale. Oltre al ministero parrocchiale, Susan Brown ha servito la Chiesa a livello nazionale come vicepresidente del Comitato degli affari ecumenici, e attualmente è vicepresidente del World Mission Council.

Donna presidente Quale presidente della Commissione ecumenica delle Chiese cristiane in Argentina (Ceica), è stata eletta la pastora luterana Sonia Skupch, prima donna a guidare il forum nazionale delle Chiese anglicane, protestanti, ortodosse e cattoliche. Creata nel 1988, la Ceica è l’unica piattaforma

cristiana in Argentina: le 15 Chiese membro riconoscono reciprocamente la validità del battesimo celebrato in ciascuna di esse. Skupch ha assunto il nuovo incarico dal febbraio del 2018, al termine del mandato del presidente uscente, il vescovo della Chiesa metodista in Argentina, Frank de Nully Brown. Vicepresidenti sono stati nominati l’arcivescovo metropolita Crisostomo Ghassali dell’arcidiocesi di Argentina della Chiesa ortodossa siriana, mentre è ancora da designare un rappresentante della Conferenza dei vescovi cattolici. La Ceica è composta da: Chiesa evangelica dei discepoli di Cristo, Chiesa evangelica del Rio de la Plata, Chiesa metodista argentina, Chiesa evangelica luterana unita, Chiesa anglicana del Sud America, Chiesa apostolica armena, Chiesa cristiana dei discepoli di Cristo, Chiesa ortodossa del Patriarcato ecumenico, Chiesa ortodossa del Patriarcato di Antiochia, Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, Chiesa riformata d’Argentina, Chiesa cattolica, Chiesa presbiteriana San Andrea, Chiesa siriana ortodossa, Chiesa evangelica valdese. È così facilmente comprensibile che… il Padre Eterno, secondo un racconto di Bruno Salvarani, si interessi poco di sapere quale è la Chiesa vera!

Otto per mille valdese Il gettito dell’8 per mille dell’IRPEF erogato per il 2017, sulle dichiarazioni dei redditi 2014 corrisponde alle firme di 514.628 contribuenti che si sono espressi a favore dell’Unione delle Chiese metodiste e valdesi, cui va aggiunta la quota in proporzione non espressa, per cui si tratta di un totale di poco più di milioni 34. 277.439 euro. È un chiaro segnale che la fiducia che la società italiana nutre nei confronti della Chiesa, ben superiore al numero dei fedeli dichiarati e sostanzialmente invariata agli anni precedenti. Come da mandato sinodale, circa il 60% dei fondi a disposizione è destinato a progetti in Italia e un altro 40% circa a progetti all’estero, in ambito sociale, assistenziale, sanitario, e anche per l’accoglienza ai migranti, oltre che per attività culturali e formative. I progetti all’estero sono sostanzialmente di cooperazione allo sviluppo e per la loro stragrande maggioranza sono gestiti attraverso apposite convenzioni da Chiese sorelle e dalle loro agenzie specializzate in questo tipo di interventi. Nessuna somma è invece destinata al culto o alla retribuzione dei pastori. La discussione sulla ripartizione dei fondi dell’Otto per mille avviene ogni anno, in occasione del Sinodo di fine estate, nella seduta dedicata alla gestione delle risorse finanziarie della Tavola valdese, con la presentazione di una relazione consuntiva su gestione, valutazione e controllo dei fondi dell’Opm, quest’anno un fascicolo di 59 pagine. I progetti approvati e finanziati sono centinaia, mentre le richieste presentate nel corso dell’anno giungono agli uffici romani della Tavola, sommergendo ogni spazio libero di pacchi e plichi postali. Tra i progetti particolarmente apprezzati figurano, a favore dei migranti, il Mediterranean Hope e i Corridoi Umanitari, che riscuotono consensi e sostegni economici in tutta l’Italia e all’estero.

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notizie belle e buone

Notizie belle e buone Presidenza femminile. Lo scorso 7 maggio, il parlamento ticinese ha designato alla presidenza, fino alla primavera prossima, la signora Pelin Kandemir Bordoli, nata in Turchia e arrivata in Svizzera a 11 anni. Di professione operatrice sociale, vive a Bellinzona ed è deputato dal 2007. Un bel esempio di integrazione, anche… da parte dei 72 gran consiglieri (su 90) che l’hanno votata. Primizie ginevrine. Nel Gran Consiglio ginevrino, rinnovato lo scorso aprile, è stata eletta Katia Leonelli, la prima deputata ventenne nella storia del Cantone. Sarà accompagnata da altre due giovani donne, Stefania Valentino di 27 anni e Delfine Bachmann di 29 anni, ambedue in attesa di un nascituro ! Auguri alle elette e complimenti agli elettori. Primizia svizzera. Donata Krethlow-Benziger è stata nominata lo scorso maggio alla testa della Luogotenenza svizzera dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme: è la prima volta in Europa che una donna è a capo di un’entità nazionale del celebre ordine cavalleresco cattolico. L’Ordine del Santo Sepolcro ha come scopo di sostenere spiritualmente e finanziariamente i cristiani in Terra Santa. A livello mondiale i membri sono 30.000, mentre in Svizzera esiste dal 1950 e ha 380 affiliati. Prima donna presidente. Lo scorso 12 aprile la signora Franziska Driessen-Reding è stata eletta alla presidenza del Consiglio sinodale della Chiesa cattolica del Canton Zurigo, cioè il «governo» della corporazione ecclesiastica (organismo statale) che raccoglie e rappresenta i cattolici del cantone. Di formazione pedagoga, per molti anni insegnante di economia familiare, è impegnata a favore degli immigrati (vi lavorano 20 persone nella pastorale) e ha ospitato a casa due anni fa un giovane eritreo. Presenza femminile. Nelle 115 parrocchie del Cantone Friburgo, il consiglio parrocchiale per il periodo amministrativo 2018-2023 (in gran parte composto da 5 membri) comprenderà 277 donne e 314 uomini; nessun consiglio conta solo uomini, ma uno è composto da sole donne! Per 440 consiglieri parrocchiali si tratta di una rielezione e in 105 parrocchie l’elezione è stata tacita, significativi segni di stabilità e collaborazione. Il giuramento dei consiglieri si è svolto il 21 aprile nella chiesa di San Pietro a Friburgo. Sagrestana presidente. Sabato 24 febbraio, a Delémont, la 62.ma assemblea generale dei sagrestani del Giura ha eletto, per acclamazione alla presidenza, la signora Myriam Beuret. Nel Giura i sagrestani sono circa una novantina, e restano importanti, anche se diminuiscono le cerimonie liturgiche, perché assumono compiti nuovi in collaborazione agli assistenti e agli animatori pastorali, che integrano il servizio dei presbiteri. Avanzano le donne. In Svizzera le donne tra i 25 e i 34 anni hanno una formazione di grado maggiore rispetto agli uomini: nel 2016 quasi il 39% di esse possedeva un diploma universitario, contro il 35% del maschi. Considerando tutte le categorie d’età, gli uomini precedono ancora le donne: gli uomini tra i 25 e i 64 anni che hanno conseguito un diploma di grado terziario sono il 46%, contro il 37% delle donne, ma il margine si riduce di anno in anno.

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Per un sinodo delle donne. La Commissione pontificia per l’America latina ha suggerito al Papa di convocare un sinodo dei vescovi sul ruolo delle donne nella Chiesa. La proposta è stata formulata in occasione di una riunione che ha trattato il tema: «La donna, colonna per la costruzione della Chiesa e della società nell’America latina». Per la Commissione si tratta di tener conto dei cambiamenti in atto e di por fine ad atteggiamenti di chierici machisti che utilizzano le donne come domestiche nelle parrocchie e come mano d’opera per servizi di base, mentre le donne sarebbero più utili in tutti i compiti pastorali e decisionali, curia vaticana compresa. Aumentano le vescovo. Il primate della Chiesa episcopale scozzese, il vescovo Mark Strange, ha consacrato all’inizio di marzo la prima vescovo del Paese, durante una celebrazione alla cattedrale di St. Andrew di Aberdeen, trasmessa in diretta televisiva. Anne Dyer è stata eletta dal sinodo episcopale scozzese lo scorso novembre, a 14 anni dalla decisione di ammettere la consacrazione vescovile femminile. Il 21 aprile è stata consacrata vescovo Marinez Santos Bassotto, quarantaseienne con due figlie, per la Chiesa anglicana del Brasile, che presiederà la diocesi di Amazonas, dello Stato più esteso in gran parte coperto dalla omonima foresta; l’accesso delle donne a tutti i ministeri in questa Chiesa esiste dal 1983, ma ci sono volute più di trent’anni per una donna vescovo. Lo scorso 5 maggio è stata consacrata Patricia A. Davenport, la prima vescovo afroamericana della Chiesa evangelica luterana in America (Elca), per la congregazione che comprende la città di Filadelfia, L’indomani veniva consacrata Viviane Thomas-Breitfeld, pure afroamericana, per il Sinodo centromeridionale del Wisconsin. La Chiesa evangelica luterana in America (Elca) è la più numerosa denominazione luterana degli Usa con 3,5 milioni di membri, e circa 9300 congregazioni raggruppati in 65 sinodi regionali. A lezione di islam. Gli agenti del penitenziario cantonale alla Stampa seguono corsi di istruzione sull’Islam, per essere in grado di meglio seguire i detenuti musulmani (15-20 persone su circa 250 detenuti) in modo da evitare situazioni spiacevoli causate da manifestazioni di estremismo. Il corso avviene in collaborazione con la Facoltà teologica della Svizzera italiana (dal Giornale del Popolo del 5.2.2018). Un’idea svizzera. Il vescovo Pierre Bürcher che dal 2015 vive specialmente in Terra Santa e collabora con la Caritas locale, ha promosso l’iniziativa di far fabbricare a Betlemme un milione di corone del rosario con il legno d’ulivo Si tratta di far lavorare per alcuni mesi circa 800 cristiani e mussulmani, mentre i rosari (30 tonnellate…) saranno distribuiti il prossimo gennaio ai partecipati delle Giornate Mondiali della Gioventù di Panama. Siccome i partecipanti previsti saranno «solo» 500.000, ognuno riceverà tre rosari: uno per sé, uno da regalare a un giovane di Panama e l’ultimo per un compatriota al rientro. Scarpe grosse (vallesane), cervello fine ! Costo dell’operazione, 1,5 milioni di dollari: la raccolta dei fondi è in corso. Carità concreta. Grazie all’iniziativa «Osiamo l’accoglienza», finora 153 persone sono state accolte da 68 famiglie del Cantone Friburgo. L’iniziativa promossa da un medico, ha ricevuto l’appoggio di diverse personalità ecclesiastiche e politiche, ed è stata sostenuta dalla Direzione della salute e degli affari sociali. Il periodo di accoglienza va da tre mesi a due anni, in media è però di 8 mesi; a


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fine marzo 2018 ne fruivano 26 richiedenti asilo in 16 famiglie ospitanti, mentre una trentina di persone erano in lista d’attesa. Una chiesa per i serbi. La chiesa cattolica di San Giuseppe a Perlen (Lucerna) sarà affittata per 30.000 franchi annui alla comunità serbo-ortodossa del Cantone, per la parrocchia cattolica bastano due delle chiese di cui è proprietaria, e già dal 2006 ne metteva un’altra a disposizione degli ortodossi, attualmente tuttavia troppo piccola. La chiesa di San Giuseppe potrebbe anche essere venduta agli ortodossi, ma sono sorte opposizioni che potrebbero condurre ad una votazione dei parrocchiani. Per il sacerdozio universale. I delegati della Federazione delle Chiese protestanti della Svizzera (FEPS), deliberando sul progetto di una nuova costituzione (statuto) che raggrupperà le Chiese riformate cantonali, più la Chiesa evangelica metodista e la Chiesa evangelica libera di Ginevra, hanno deciso che il presidente dei riformati svizzeri potrà in futuro essere un laico, e non come fin qui un «ordinato», nel rispetto del principio protestante del sacerdozio universale che afferma che tutti i credenti sono uguali nella missione della Chiesa. Dopo una seconda lettura, il voto finale sulla nuova costituzione è previsto per fine anno. Belle dal Vaticano. Papa Francesco ha incontrato tre vittime del prete cileno Fernando Karadima, per domandare loro perdono e condividere il loro dolore; il 2 marzo, «venerdì della misericordia», ha compiuto a sorpresa una visita alla Casa di Leda a Roma che ospita da 20 a 25 giovani detenute con i loro bambini. Il Papa si è intrattenuto con le madri, ha giocato coi i bambini, regalando loro le uova di Pasqua; il 23 aprile, per celebrare San Giorgio e il suo onomastico, ha fatto distribuire 3.000 gelati ai poveri di Roma; infine ha accettato l’offerta di una associazione ecologista italiana, i «Patriarchi della natura» di Forlì, di lasciar piantare un frutteto di diverse specie rustiche nei giardini vaticani, in «perfetta armonia» con l’enciclica «Laudato si’» sull’ecologia globale. Tre donne al sant’ufficio. Papa Francesco ha nominato i 30 consultori che per cinque anni collaboreranno con i cardinali ed i vescovi della Congregazione per la dottrina della fede (già Sant’Ufficio): tra di loro per la prima volta anche tre donne: Laetitia Calmeyn, belga professore a Parigi, Luisa Ghisoni, sottosegretaria al Dicastero per i laici, e Michelina Tenace, professore all’Università gregoriana. I consultori si riuniscono di regola settimanalmente e preparano testi e documenti per la riunione mensile dei membri della Congregazione. Suore liberate. L’organo magno della Santa Sede, L’Osservatore Romano del 1. marzo scorso, ha pubblicato un articolo sulle religiose che fanno le domestiche a salario ridotto o nullo presso vescovi e cardinali. Invece da tempo Mons. Morerod, vescovo di Friburgo, ha assunto due laiche per svolgere i lavori domestici, e ha liberato, ritornandole alla loro missione religiosa, le quattro suore filippine che prima lo servivano. Comitato islamo-cattolico. Il cardinate Jean-Louis Tauren, presidente del Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso, ha firmato un accordo per costituire un gruppo di lavoro con la Lega islamica mondiale. Presieduto alternativamente dal capo dicastero vaticano e dal presidente

della Lega, si riunirà ogni due anni, dopo che un gruppo di coordinamento avrà preparato il materiale da discutere. Secondo il cardinale, è necessario credere nel pluralismo e rifiutare ogni utilizzazione ideologica delle religioni. Turisti generosi. La Caritas di Roma continuerà a finanziarsi anche con le monete (1,4 milioni di euro nel 2017) che i turisti gettano nella fontana di Trevi, esprimendo l’auspicio di ritornare nella Città Eterna. La Municipalità capitolina in difficoltà finanziaria voleva incamerare il malloppo, ma poi ha cambiato idea, forse temendo che mutando il destinatario, la generosità dei turisti si sarebbe ridotta. Ospitalità ecumenica. La comunità cattolica di Lund, nel sud della Svezia (dove si svolse nel 2016 lo storico incontro di papa Francesco con la Chiesa luterana celebrante il 500º della Riforma) potrà dal prossimo otto dicembre celebrare la messa domenicale nella cattedrale luterana, essendo inagibile per lavori la chiesa cattolica di San Tommaso. Si torna così ad una pratica ben conosciuta agli inizi della Riforma protestante, almeno in diversi Cantoni svizzeri… Presidente economo. George Weah, già calciatore del Milan, eletto presidente della Liberia (3,6 milioni di abitanti), si è fatto ridurre del 25% l’onorario presidenziale: «Non cerco privilegi, ma la prosperità dei liberiani». Semi di pace. È un programma d’incontro tra testimoni di dialogo, opinion leader, rappresentanti di comunità religiose, intellettuali, studiosi e rappresentanti di organizzazioni israeliane e palestinesi che giungono in Italia per condividere con il pubblico le loro analisi sul conflitto israelo-palestinese. L’iniziativa è promossa da 19 anni dalla rivista «Confronti» di Roma, grazie al sostegno dell’Otto per mille della Chiesa valdese, Unione delle chiese metodiste e valdesi, si propone di mostrare la complessità della situazione mediorientale e prevede una formula ormai consolidata: coppie, composte sempre da israeliani e palestinesi, percorrono l’Italia per incontrare gruppi, associazioni e istituzioni che hanno richiesto la loro testimonianza a favore di una pace possibile. Tra i temi affrontati: la situazione politica in Israele e nei Territori palestinesi, il lavoro delle associazioni e delle organizzazioni (molte di queste formate da donne), che operano per la pace, il ruolo delle religioni e della mediazione culturale e, ancora, le annose questioni che da sempre infuocano il dibattito: i confini, la costruzione di insediamenti, Gerusalemme Est, il ritorno dei profughi, la paura del terrorismo e di attentati nelle città israeliane e nei kibbutz, l’obiezione di coscienza o la difficile realtà dei giovani, ragazze e ragazzi, impegnati nel servizio militare obbligatorio. L’iniziativa ha toccato anche il Ticino, ospitata dalla Comunità evangelica di Lugano. Progressi sociali. Allo scopo di incitare ad esercitare una attività professionale le madri in possesso di buone qualifiche, il Consiglio federale ha chiesto al Parlamento di aumentare da 10mila a 25mila franchi il tetto massimo per le deduzioni fiscali per la cura dei figli. Tali limiti sono valevoli esclusivamente per l’imposta federale diretta (IFD), vista l’opposizione dei Cantoni a concedere pure loro una deduzione di almeno 10mila franchi. La proposta comporterà minori entrate per circa 10 milioni di franchi all’anno, ma il Governo ritiene che a lungo termine, grazie all’impulso positivo dato alle economie domestiche con un reddito elevato, in cui ambedue i genitori hanno un grado di occupazione alto, la misura si autofinanzierà.


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BIBLIOTECA Cattolici di Francia: tendenze involutive Come Henri Tinq (La grande peur des catholiques de France, ed. Grasset, Parigi, 2018) molti di noi non riconoscono più il cattolicesimo francese che hanno conosciuto venti, trenta, cinquant’anni fa: la Chiesa che ha dato, sul versante teologico, gli ispiratori delle riforme conciliari (Henri de Lubac, Yves Congar, Jean Danielou) e sul versante etico-politico i fautori della riconciliazione tra Chiesa e democrazia (Emmanuel Mounier, Jacques Maritain, Robert Schuman). Dimenticata l’antica per quanto vacua vanteria a esser fille ainée de l’Eglise, i praticanti – cioè quelli che vanno a messa tutte le domeniche – si sono ridotti all’8 per cento di una popolazione che pure al censimento si dice «cattolica» nella misura del 56%. Al primo turno delle elezioni presidenziali, il 23 aprile, quasi un cattolico praticante su due ha votato per la destra di François Fillon, e il 7 maggio al ballottaggio in ragione del 38% per Marine Le Pen: percentuale, questa, addirittura superiore al 33% complessivo raccolto dalla candidata della destra. La Franca è certo un Paese speciale se si considerano i rapporti della Chiesa cattolica con lo Stato. Ragione di diffidare i laicisti ne hanno sempre avute tante, se si riflette al ripetuto pervicace tentativo dei cattolici francesi (esclusa una minoranza subito emarginata: quella di Lacordaire, di Montelembert, di Ozanam) di cancellare ogni portato della Rivoluzione dell’Ottantanove. Ma la parte più matura dell’episcopato e del laicato cattolico, soprattutto dopo l’incresciosa esperienza legata alla persona del maresciallo Pétain, è apparsa negli ultimi cinquant’anni definitivamente acquisita alla lealtà repubblicana, riuscendo a interpretare al meglio, o perlomeno alla meno peggio, la legge di separazione del 1905. Che succede, invece, ora? Una strana congiunzione di tendenze si sta operando nelle organizzazioni di base, tra reazionari della più bell’acqua (come i seguaci dell’arcivescovo scismatico Lefebvre) e i movimenti che associano migliaia di aderenti attorno a progetti di «riarmo spirituale». Sicuramente legittime le proteste pubbliche contro i progetti di legge per l’equiparazione del matrimonio con altre varianti della convivenza: ma difficile preten-

dere, come hanno fatto i più radicali, che siano espressione dell’unica fede. Conseguenza e causa di questa involuzione è, di sicuro, lo stato del clero. Da un migliaio di ordinazioni sacerdotali all’anno si è scesi nel 2016 a 68, gli effettivi da 50mila nel 1970 ai 12mila attuali. Non può che avere conseguenze sullo stile pastorale rispetto agli anni del Concilio (ricordate i «preti operai»?) che duemila preti di nazionalità diversa da quella francese rappresentino un terzo, attualmente, dei preti in attività con meno di 75 anni. La gerarchia è divisa e, come accade anche in Svizzera, le divisioni accentuano la difficoltà dei vescovi ad adottare un linguaggio comune e li riducono al silenzio. Significativo è apparso il rifiuto a dare un’indicazione di voto alla vigilia del secondo turno delle elezioni presidenziali: appaiono lontani persino gli anni non certo remoti in cui il cardinale Lustiger, ebreo di nascita e arcivescovo di Parigi, bollava il «Front national» delle qualifiche di neo-pagano e anticristiano. Negata fu persino la firma a una dichiarazione comune contro il «Front national» proposta e sottoscritta da alti esponenti protestanti, ebrei e musulmani. In tale contesto, il discorso pronunciato dal presidente Macron il 9 aprile davanti all’assemblea dei vescovi francesi ha fatto notizia. Prendendola dapprima molto alla larga, il capo dello Stato ha rivendicato come fondanti i per la società i valori cristiani e cattolici; ma poi, scendendo al pratico, ha escluso ogni interpretazione della legge di separazione tra Chiesa e Stato come una riduzione all’inconsistenza del ruolo politico dei cattolici: nel campo della cultura anzitutto ma anche nel rapporto con le migrazioni, causa di tensioni politiche in Francia come altrove. Si sapeva dell’influenza esercitata sul giovane Macron dal filosofo (protestante) Paul Ricoeur, della sua vicinanza al cenacolo di «Esprit», la rivista dei gesuiti: di fatto per gli osservatori non prevenuti (da «Le Monde» al commentatore de «Il Regno-Attualità» sul numero di aprile) non si è trattato solo di un gesto – «la mano tesa» – ma anche di un passo «alla ricerca di una terza via oltre la laicità radicale». Francia-laboratorio, insomma, oggi come ieri. Ma con qualche timore in più. (e.m.)

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Altre pubblicazioni sul tema: F. de Lamennais, Essai sur l’indifférence en matière de religion, 1817; H. Godin e Y. Daniel, France, pays de mission?, l’Abeille, Lyon 1943; G-R. Horn, The Spirit of Vatican II, Western European Catholicism in the Long Sixties, Oxford University Press, 2015;G. Cuchet, Comment notre monde a cessé d’être chrétien, Seuil, Paris 2018.

50 anni a sinistra Adista 1967-2017. 50 anni alla sinistra del Padre (A. Primerano ed., 2017) è il titolo di un libro che racconta come è cambiata l’informazione religiosa, la società e la Chiesa negli anni che vanno dal 1967 al 2017. Il testo viene introdotto da due significativi testi, scritti da vescovi particolarmente vicini al mondo conciliare e progressista. Il primo è di mons. Raffaele Nogaro, già vescovo di Caserta, in prima linea sui temi della pace, dell’ambiente, del lavoro ed esponente di quella parte minoritaria della gerarchia cattolica che ha testimoniato con coraggio e coerenza una visione diversa della Chiesa italiana negli anni in cui era egemone quella del card. Camillo Ruini; l’altro è di mons. Luigi Bettazzi, padre conciliare e tra i primi vescovi ad avviare un dialogo tra gerarchia cattolica e sinistra comunista. Segue il lavoro di due storici della Chiesa, Anna Carfora e Sergio Tanzarella, che raccontano - in un saggio rigoroso e documentato, ma al contempo agile e divulgativa, la temperie culturale ed ecclesiale degli anni dell’immediato post Concilio, quelli in cui nacque Adista, assieme a tante altre realtà del cattolicesimo di base e del cristianesimo progressista. Nel libro trovano poi spazio i brevi saggi che un altro storico, Alessandro Santagata, ha scritto durante il 2017 per spiegare come l’informazione di Adista abbia trattato alcuni grandi eventi che hanno attraversato la Chiesa e la politica negli ultimi 50 anni: dalla rottura dell’unità dei cattolici in politica alla questione degli Euromissili; dal referendum sul divorzio ai Cristiani per il Socialismo; dal Social Forum di Genova (2001) alle questioni etiche sollevate dai casi Welby ed Englaro. Il volume presenta quindi una serie di cronologie ragionate, anno per anno, di tutto quello che di significativo è avvenuto in Italia, nel mondo, nella Chiesa, tutte corredate da un’antologia di articoli comparsi su Adista. Completa l’opera una serie di foto, tra cui anche quelle di alcune storiche copertine della testata. (v.g.)


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Aldo Moro: un cristiano in politica (1916-1978) Ha compiuto davvero un lavoro prezioso Guido Formigoni, ordinario di Storia Contemporanea all’Università IULM di Milano, con questa sua biografia di Aldo Moro (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino, Bologna, 2016, pp. 486). Uno sforzo notevole di sintesi degli studi che si sono susseguiti negli anni, ma soprattutto un’analisi approfondita delle carte custodite negli archivi tra Roma e Washington. Chi era dunque Aldo Moro? Il libro si concentra sulle diverse dimensioni del politico democristiano: dirigente nazionale del partito, uomo di governo e uomo della «guerra fredda». Non mancano però in secondo piano l’intellettuale, il credente e il Moro familiare, tre aspetti che l’autore investiga facendo fronte non solamente alle difficoltà poste dalla documentazione, ma soprattutto agli ostacoli posti dallo stesso Moro, «molto parco e riservato lungo tutta la sua vita di riferimenti a se stesso e alla sua interiorità». Moro, spiega Formigoni, è passato alla storia come un totus politicus, «demiurgo» o cinico trasformista, a seconda dei punti di vista dell’epoca, eppure dallo studio emerge una diversa auto-percezione. Per comprenderne le natura occorre andare alla radici della sua esperienza politica. Formigoni entra quindi nel dettaglio della vita del giovane pugliese, studioso brillante di giurisprudenza dalla rapida carriera universitaria e dal 1939 presidente nazionale della Fuci. Siamo nel pieno della seconda crisi tra regime e Azione Cattolica che porterà alla riforma degli Statuti. Il libro descrive l’atteggiamento cauto ma deciso assunto da Moro nell’indirizzare l’organizzazione verso un impegno di elaborazione intellettuale che si «innesta in modo convinto sulla tradizione montiniana» rifiutando di ritirarsi nel campo esclusivamente ecclesiastico. Di lì a poco si aprirà il cantiere dei laureati volto a preparare la successione al fascismo. Non nasce dunque dal nulla l’attivismo alla Costituente che farà del trentenne leader dell’associazionismo un protagonista, soprattutto sui temi scolastici e nel settore dei rapporti socio-culturali. Inizia allora anche la militanza nel gruppo dossettiano, di cui Formigoni sottolinea però la collateralità, dal momento che significative erano le diffe-

renze d’impostazione e di visione del ruolo del partito. È rilevante peraltro che Moro fosse arrivato alla Dc come intellettuale in quota ecclesiastica: non era pertanto scontato che anche la sua vita politica avrebbe avuto un futuro, Torniamo ai fatti. Nel 1948 c’è il primo incarico di governo, come sottosegretario al Ministero degli Esteri, ma si tratta di un’esperienza molto breve. In conseguenza della frattura tra De Gasperi e Dossetti, Moro rimane infatti tagliato fuori, medita di tornare all’insegnamento e si deciderà a riprendere l’impegno partitico solo dopo che gli incontri di Rossena avranno siglato la fine della corrente dossettiana. Lo troviamo così a fianco di Fanfani nell’organizzazione della corrente di Iniziativa Democratica, espressione della cosiddetta «seconda generazione» democristiana. Nel 1953 viene eletto alla presidenza del gruppo parlamentare. Per spiegare la rapidità di tale percorso, l’autore chiama in causa l’abilità di Moro nel districarsi nel sistema correntizio assumendo di volta in volta una posizione originale. È proprio questa sua capacità di distinguersi senza inquadrarsi a permettergli nel 1959 di assumere il ruolo di segretario, in discontinuità con la gestione centralizzatrice del politico aretino. Moro sostiene e porta a termine l’«apertura a sinistra» con il coinvolgimento dei socialisti nell’area di governo. Lo fa però in maniera «morotea» cioè graduale, sfruttando le opportunità che vengono dalla crisi del 1960 e coinvolgendo i moderati e l’episcopato. Nella stagione della distensione internazionale e in un mondo cattolico segnato dall’apertura del Vaticano II, Moro va maturando l’idea che il progresso del Paese passi da «sinistra», anche se ovviamente senza i comunisti. La Dc viene dunque chiamata ad aggiornarsi superando definitivamente la mentalità del centrismo. Sarà questa, del resto, la cifra di tutta la sua azione politica nel corso di un decennio che, sebbene con risultati ben al di sotto delle attese, vede portare a compimento (con il sostegno in aula dei comunisti) una serie importante di riforme. Distante dalla politica delle emozioni, Moro presidente del Consiglio (19631968) si presenta come un politico esperto che ispira fiducia e smussa gli angoli, pur senza rinunciare alle forzature come quando nel 1968 rompe con la maggioranza del partito e sceglie di collocarsi con le Sinistre interne nel

coltivare la «strategia dell’attenzione» nei confronti del Partito comunista. Il progetto di lungo termine, tacciato dai suoi critici di «consociativismo», punta ad allargare le base della democrazia italiana includendo le masse operaie e governando la modernizzazione. Nel corso del decennio successivo si fa più forte anche la paura di un’uscita autoritaria dalla crisi che ha coinvolto il sistema economico e che viene alimentata dalle trame del terrorismo nero e della lotta armata. Su questo terreno si spiega l’incontro con la politica del «compromesso storico» lanciata da Berlinguer nel 1973 e che Formigoni invita giustamente a non confondere con la «Terza Via» proposta dal dirigente democristiano. La strategia di Moro, tornato finalmente protagonista, rimane competitiva e si fonda sull’idea che l’avanzata del comunisti possa essere arginata solo sul duplice piano dell’integrazione e della modernizzazione. La Dc, da lui intesa come partito cristianamente ispirato ma non confessionale, deve rimanere unita e al centro della politica italiana: garante dell’equilibrio dei poteri, camera di compensazione degli interessi di classe e punto di riferimento della politica estera italiana da lui guidata in qualità ministro dal 1969 al 1974. Il risultato di questi sforzi e degli scontri interni a un partito sempre più chiuso e in crisi dopo il referendum sul divorzio, sarà la realizzazione nel 1976 del primo governo di solidarietà nazionale, targato Andreotti con l’astensione del PC. Il rapimento il 16 marzo 1978 avverrà proprio mentre si discuteva alla Camera sulla fiducia al nuovo governo con il Pci nella maggioranza. Scrive Formigoni: «Il rapimento fu evidentemente collegato al processo politico della “solidarietà nazionale”». E conclude: «La vicenda oscura del suo assassinio non basta a obnubilare la sua parabola di politico e di statista. Ma in qualche modo ha dato il suggello definitivo a un ruolo stanco che egli pensava nel senso dell’evoluzione verso obiettivi condivisi e che invece è stato segnato dalla contrapposizione aspra e dall’incomprensione sul fronte esterno. Ma anche da una interna tensione e da una drammaticità di cui ancora oggi abbiamo la possibilità di cogliere solo alcuni bagliori. Il giudizio sugli esiti può anche essere diverso, ma questo non dovrebbe impedire di considerare l’originalità delle sue intenzioni e delle sue motivazioni». (Alessandro Santagata, in «Adista», testo adattato)


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i corsivi di dialoghi

i corsivi di dialoghi Storia delle religioni? Il Gran Consiglio ticinese ha votato una modificazione legislativa per introdurre nelle scuole ticinesi, o meglio nell’anno di quarta media, una nuova materia obbligatoria per tutti gli allievi e definita «storia delle religioni». Mentre è da salutare con soddisfazione il consenso raggiunto, prima tra governo e Chiese cattolica ed evangelica, e poi da parte di una larga maggioranza in Gran Consiglio (voti favorevoli 56, contrari 6, su 90 deputati ), dopo una più che decennale fase di studio e di sperimentazione. Ora non c’è che da attendere la realizzazione, a vantaggio della scuola ticinese, con adeguati programmi e docenti. E non potrà essere semplicemente una «storia delle religioni», perché la storia delle principali religioni (quelle antiche, il cristianesimo, l’islam, la riforma protestante ecc. ) già fa parte di un serio insegnamento di storia, mentre «il fenomeno religioso» o «l’insegnamento in materia di religione» (come insegna Pajer, vedi «Dialoghi» n. 247) «non è un insegnamento di sola civica né di sola storia», «deve, prima di tutto, aiutare gli studenti a rendersi conto che la religione ha dimensioni e identità sue proprie» (Pazzaglia, «Dialoghi» n. 248). Dopo l’etichetta, inadatta per la nuova materia scolastica, occorre definirne il vero contenuto (vedi Pajer, «Popolo e Libertà» 25 settembre 2015!). E bisogna cambiare subito l’etichetta, per non fuorviare allievi, docenti e opinione pubblica. [a.l.]

Paolo Sala, in memoriam Ci è mancato, dopo lunga malattia, Paolo Sala, amico di lunga data di «Dialoghi», teologo di spiccata competenza e di impegno ecumenico nei confronti di tutte le Chiese cristiane presenti nel Canton Ticino. Ho conosciuto Paolo Sala nel 1957, quando entrambi siamo entrati nel Collegio Pio XII a Breganzona, lui in terza ginnasio ed il sottoscritto in prima. Appartenevamo alla prima generazione di giovani allievi del cosiddetto «seminario minore»,

No. 252

In questo numero

e destinati, in maniera più o meno cosciente ed autonoma, a diventare preti della diocesi luganese. La nostra frequentazione ed amicizia continuò, ora nel seminario maggiore s. Carlo, fino a quando Paolo fu ordinato prete ed io continuai gli studi teologici presso l’Università di Friburgo. La vicinanza continuò durante il ministero di Paolo presso la parrocchia di Giubiasco, mio paese di residenza. Durante quegli anni, a ridosso del ’68, ebbi la possibilità di incontrarlo più sovente, discutendo di tanti problemi e conflitti e suonando l’organo durante le celebrazioni liturgiche che egli animava con particolare diligenza. Il suo interesse per il movimento ecumenico era già particolarmente intenso a quel momento e mi è vivo nella memoria un viaggio in comune a Taizé. Poi le nostre vie presero direzioni diverse: Paolo manifestò un disagio crescente nei confronti delle modalità di esercizio del suo ministero e chiese di esserne dispensato. Trovò una sua identità professionale nel lavoro giornalistico presso la RSI, dapprima nel settore dell’attualità e poi in quello dell’archiviazione dei materiali radiofonici. Non venne comunque a mancare il suo impegno per la riflessione teologica che egli potè ulteriormente sviluppare all’interno della Chiesa evangelicoriformata del Canton Ticino e nella comunità di lavoro della chiese cristiane, sempre nel nostro cantone. Non si deve dimenticare anche il suo apporto all’insegnamento di cultura religosa nella scuola: per molti anni è stato il responsabile appassionato e generoso di questo ambito nella CERT. Non ci perdemmo di vista nemmeno durante gli anni in cui operavo nella Svizzera romanda poiché mi chiese di animare alcuni momenti della formazione di futuri catechisti che operavano nella scuola pubblica. La malattia gli ha purtroppo impedito di poter godere tranquillamente gli anni della pensione. Il movimento ecumenico nel nostro cantone perde un testimone molto competente e convinto che ha servito il bene di tutte le chiese cristiane nel nostro paese. «Dialoghi» lo ricorda con affetto e riconoscenza, unito sia al dolore che alla speranza dei suoi cari. Alberto Bondolfi

Editoriale G LEZIONI DA UNO SFASCIO

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I corsivi di Dialoghi G DOV’È IL POPOLO SOVRANO? (a.l.) 2 G STAMPA CATTOLICA DOPO CENT’ANNI (e.m.) 2 G STORIA DELLE RELIGIONI? (a.l.) 24 G PAOLO SALA, IN MEMORIAM (Alberto Bondolfi) 24 Articoli G CRONACA DI UNA FINE (e.m.) 3 G «DISCESE AGLI INFERI» (Aldo Lafranchi) 4 G LA CHIESA DEL FUTURO, IL FUTURO DELLA CHIESA (Luigi Sandri) 5 G GAUDETE ET EXULTATE CON PAPA FRANCESCO (Alessandro Santagata) 9 G NICOLAO NEI LIBRI (Luigi Maffezzoli) 10 Biblioteca G CATTOLICI DI FRANCIA: TENDENZE INVOLUTIVE (e.m.) 22 G 50 ANNI A SINISTRA (v.g.) 22 G ALDO MORO: UN CRISTIANO IN POLITICA (Alessandro Santagata) 23 G CRONACA SVIZZERA G CRONACA INTERNAZIONALE G TESTIMONI E PROFETI G RELIGIONI NEL MONDO G NOTIZIARIO ECUMENICO G NOTIZIE BELLE E BUONE

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dialoghi di riflessione cristiana www.dialoghi.ch Comitato: Alberto Bondolfi, Ernesto Borghi, Aldo Lafranchi, Alberto Lepori, Daria Lepori, Enrico Morresi, Margherita Noseda Snider, Marina Sartorio, Carlo Silini Redattori responsabili: Alberto Bondolfi e Margherita Noseda Snider Redazione: Margherita Noseda Snider, margherita.noseda@edu.ti.ch, Alberto Bondolfi, alberto.bondolfi@unige.ch Amministratrice: Alliny Antunes Richina, via Roncaccio 7, 6900 Lugano, tel. +41 (0)79 419 22 08, allinyg@hotmail.com Stampa: Tipografia-Offset Stazione SA, Locarno Con il contributo dell’Aiuto federale per la lingua e la cultura italiana. I collaboratori occasionali o regolari non si ritengono necessariamente consenzienti con la linea della rivista. L’abbonamento ordinario annuale (cinque numeri) costa fr. 60.–, sostenitori da fr. 100.– Un numero separato costa fr. 12.– Conto corr. post. 65-7205-4, Bellinzona.


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