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LE SCIENZE E LE ARTI


Lo studio della natura a Parma nel tramonto dell’antico regime Giuseppe Olmi

«Oh che gusto e consolazione eccellenza il vederlo portato pe nostri studi. Oltre il dovere mi sento un certo attaccamento per questo saggio Principe, che vorrei di continuo esser adoperato per lui»: così si esprimeva in una lettera diretta al conte Stefano Sanvitale (1764-1838) alla fine del luglio 1789, l’abate Giambattista Guatteri (1739-1793), docente nell’Università parmense e direttore dell’orto botanico. Il personaggio cui faceva riferimento e verso il quale manifestava grande devozione, definendolo anche «nostro amabilissimo Real naturalista», era Lodovico di Borbone, figlio del duca Ferdinando ed erede al trono1. A questa lettera si può attribuire un valore sotto molti aspetti emblematico, perché il mittente, il destinatario e il giovane principe in essa citato costituirono, pur giuocando ruoli diversi, la triade attorno alla quale ruotò buona parte della ricerca naturalistica nel ducato di Parma e Piacenza alla fine del XVIII secolo e certamente quella più direttamente legata alla corte. Una ricerca, occorre sottolinearlo subito, che sostanziandosi pure di rapporti stabiliti con studiosi ed istituzioni operanti al di fuori dei confini del ducato, fu tutt’altro che asfittica e provinciale e che, come tale, sollecita oggi anche lo storico della scienza a rivedere certi affrettati giudizi, di segno complessivamente negativo, dati sul regno del «duca sagrestano» Ferdinando di Borbone2. Già don Filippo, padre di Ferdinando, nell’ambito di quel rinnovamento culturale promosso dall’abile ministro Guillaume Du Tillot, del quale le campagne di scavo di Velleia rappresentarono uno dei momenti caratterizzanti, aveva dimostrato un interesse per la storia naturale, chiamando a corte nel 1763, a rivestire l’ufficio di ornitologo («ornythologista»), il religioso francese Jean Baptiste Fourcault (1719-1775) dell’ordine dei Minimi3. Se il signore di Parma aveva mirato, tramite l’opera di questo personaggio, non solo a rimpinguare le raccolte naturalistiche saccheggiate, assieme a quelle artistiche e antiquarie, dal fratello Carlo al momento del suo trasferimento a Napoli, ma anche ad entrare in possesso di reperti in grado di stupire e dilettare, la scelta fu quanto mai azzeccata. Il Fourcault, infatti, possedeva straordinarie doti di tassidermista e già «rinomatissimo» in Francia appunto «per la perfezione, alla quale [aveva] condotta l’arte di preparare gli ucelli, ed i quadrupedi», lo divenne anche in Italia, entrando a far parte di importanti accademie, quali quelle delle scienze di Parigi e di Bologna, l’Accademia di Scienze, Belle lettere e Arti di Lione, l’Accademia di Digione e l’Accademia di S. Luca o del Disegno di Roma4. Oltre a possedere l’arte di preservare perfettamente e a lungo «dalla voracità degl’Insetti» gli animali, egli si era segnalato, quando ancora si trovava nel suo paese d’origine, per l’abilità con cui aveva allestito in modo spettacolare gabinetti di storia naturale nel suo convento di Mâcon e per l’arcivescovo di Lione e al-


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tri «amatori» della stessa città. Dentro grandi «vetrine dipinte, e dorate», provviste di «grandi Cristalli di Boemia», egli aveva disposto gli animali conferendo loro varie «attitudes naturelles» e talvolta in modo tale che gli stessi rappresentassero le «favole, istruttive, e graziose» di Fedro e fornissero pertanto degli insegnamenti morali. A Parma (dove giunse dopo un breve soggiorno a Torino, nel corso del quale aveva allestito un gabinetto per il «Marchese di Priès» (probabilmente Ercole III Turinetti di Priero), gli riuscì poi, nel 1765, «dopo molti anni d’inutili tentativi» e grazie a un metodo tenuto segreto che si portò nella tomba, di introdurre uccelli entro cilindri di vetro aventi orifizi del diametro «otto, e dieci volte» più piccoli degli stessi volatili. Ma il risultato più grandioso e come tale celebrato dopo la sua morte, lo ottenne allorché all’interno del convento parmense dei Minimi compose una «piramide sorprendente» con 52 di questi cilindri, «i quali corrispondono per mezzo di molle a un manubrio, che li fa girare come più piace, ciascuno sul suo asse, e varia continuamente la composizione di questo gruppo ammirabile. Oltre i piccioli ucelli racchiudonsene quivi dei grossi, come per esempio Cornacchie, Cucù, Civette ecc... Ne ha talmente egli animati gli atteggiamenti, contrastate le posizioni, e variati i caratteri, che ne è risultato quindi un numero grandissimo di quadri quanto belli, altrettanto inalterabili. Non scorgesi in questi una semplice imitazione della natura, ma piuttosto la natura stessa arrestata quasi nel suo corso, e sorpresa nei suoi più deliziosi momenti»5. Alla morte del duca Filippo, allorché venne avviata una riduzione delle eccessive spese della corte, il padre Fourcault fu licenziato assieme al pittore Giuseppe Baldi, che miniava uccelli sotto la sua direzione6. All’ornitologo fu tuttavia concessa una piccola pensione, il che gli consentì di restare a Parma, nel convento dei Minimi, e di continuare sino alla morte il suo lavoro7, arricchendo, pertanto, «d’uccelli, di quadrupedi e d’insetti» quel gabinetto naturalistico di don Ferdinando che nelle Novelle Letterarie veniva definito «per questa parte il più completo che abbia l’Europa». Se riferito all’intera collezione il giudizio era certamente troppo benevolo, ma non v’è dubbio che, grazie al lavoro del religioso, almeno il settore ornitologico fosse assai ben fornito. La situazione generale veniva limpidamente “fotografata” fra gli anni Settanta e Ottanta da Lazzaro Spallanzani, che, notando come il «nascente Gabinetto di cose naturali» di Parma fosse «ricco in genere di uccelli», tanto da possedere «duplicati, e triplicati», ma «povero in tutto il resto», proponeva al direttore dell’istituzione Michele Girardi, di cedere al suo museo di Pavia alcuni di tali volatili in cambio di altri reperti, quali «minerali, e […] altre produzioni fossili»8. I preparati ornitologici del Fourcault servirono pure come modello all’artista Clemente Bernini per i due volumi dell’Ornitologia dell’Europa meridionale, usciti nel 1772 e 1773, composti ognuno da dieci splendide tavole all’acquaforte acquerellate e dedicati al duca Ferdinando e alla sua consorte Maria Amalia (Fig. 2). Il progetto, che prevedeva 100 tavole, fu ripreso più tardi dalla figlia del Bernini, Rosalba, che pubblicò (1790 e 1793) due altri volumi, sempre di dieci tavole ciascuno, dedicandoli al principe ereditario Lodovico di Borbone e al primo ministro Cesare Ventura (Fig. 3)9. Non v’è dubbio che le modalità secondo le quali il Fourcault conduceva la ricerca e organizzava le collezioni affondassero largamente le radici nella vecchia tradizione di origine rinascimentale, basata sul confronto fra arte e natura: ne costi-


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tuiscono testimonianza i suoi sforzi per introdurre gli uccelli, anche coi loro nidi o appollaiati su rami, nei cilindri di vetro e soprattutto il fatto che tali “composizioni” venissero ritenute pure quanto mai adatte a fornire dei «perfetti modelli ai pittori di uccellami e di paesaggi» e ad «adornare gli appartamenti e le gallerie». La riforma degli studi universitari promossa da Du Tillot contemplava invece, anche per quanto riguardava lo studio della natura, una decisa rottura col passato e l’affidamento della ricerca e dell’insegnamento a studiosi dotati di un patrimonio di conoscenze affatto al passo coi tempi o addirittura appositamente preparati per i nuovi compiti che si intendeva loro attribuire. Fu quest’ultimo il caso sia dell’abate Guatteri inviato nel 1766, su decreto del duca Ferdinando, a studiare «Botanica e Storia naturale» a Padova, sia del più giovane Giuseppe Orus (1751-1792) iscritto nel 1770 alla famosa Scuola reale di veterinaria di Parigi, affinché fosse poi in grado di ricoprire in patria la nuova cattedra di zooiatria10. Dopo aver seguito i corsi dei «più rinomati professori di Botanica, di Dendrologia e di tutta la storia naturale»11 – in particolare quelli di Giovanni Marsili – e aver studiato anche a Bologna sotto la guida di Ferdinando Bassi, Guatteri si laureò nell’ateneo veneto nel 1768 e rientrato a Parma l’anno successivo, andò ad assumere pressoché immediatamente l’incarico di docente all’università, con una applaudita «lezione d’ingresso» giudicata dal Paciaudi «degna della luce della stampa»12, e di direttore dell’istituendo orto botanico13. Da questo momento e sino alla sua morte Guatteri, pur se assai poco produttivo come autore di opere a stampa14, fu uno degli scienziati più in vista del ducato borbonico e soprattutto un intellettuale pienamente organico al potere, così come lo era in Spagna il botanico suo amico e corrispondente Casimiro Gómez Ortega15. Lo studioso profuse ovviamente buona parte delle sue energie nel mettere in funzione l’orto, avendo a disposizione come base di partenza il solo terreno. Fu necessario innanzi tutto creare aiuole e serre (le «stuffe») e quindi seminare le piante e curare la loro crescita. Non potendo avere a disposizione da subito le essenze vegetali da mostrare agli studenti, Guatteri dovette incontrare qualche difficoltà nell’impostare in modo corretto il suo insegnamento universitario, come si arguisce da un passo di una lettera del suo maestro Marsili: Il piano della vostra lettura mi pare un pasticcio (come a dirla a voi mi par quello di tutta la vostra Università finora) né può essere altrimenti. Già il modo d’insegnar quest’arte vuol essere lasciato alla discrezione del Professore; e che può far questo senza un Giardino? Non so come potrete aver pronte le piante per le ostensioni; e quasi preferirei il metodo dell’erborizzazioni fuori della città per due giorni alla settimana, se a voi non increscesse il passeggiare. Speriamo che un giorno vi sarà fabbricato il Giardino16.

Marsili seguiva con interesse e partecipazione l’impresa non certo facile affidata al suo allievo, non lesinando i consigli; al botanico parmigiano, che gli aveva richiesto le misure dell’orto di Padova, con l’intenzione, evidentemente, di prenderle a modello, egli saggiamente rispondeva: Sappiate per altro che, avendo a fondare e distribuire un orto novello io non mi servirei né della forma né delle proporzioni di questo, e in generale voi avete a regolarvi secondo l’area, il sito, e l’esposizione per tracciare il vostro, indipendentemente da qualunque altro esempio. Voi avete giudizio, discrezione ed esperienza abbastanza per diriger l’opera e ridurla a dovere17.


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Grazie alle cure assidue del Guatteri, al suo «modo di vivere laborioso» che contemplava il risveglio «verso le quatro ore della mattina» e il trascorrere parte della giornata personalmente «seminando […], piantando, rimettendo, moltiplicando»18, i continui intoppi e le difficoltà furono via via superati e il giardino andò assumendo una sua fisionomia. In particolare l’arricchimento in essenze vegetali fu garantito dai rapporti di collaborazione da lui stabiliti con vari colleghi e pertanto dalla sua capacità di far entrare la neonata istituzione parmense in quel circuito di scambi così essenziale per i progressi della botanica del tempo. È pur vero che non sempre era possibile ricavare il massimo profitto dai risultati dei suoi sforzi a causa di una non ancora annullata carenza in Parma di strumenti di base per la ricerca: «Molti errori – scriveva al Sanvitale – trovo ne semi venutimi quest’anno da tutte le parti; ma io non li posso correggere per mancanza di libri. Vado di sovvente alla R. Biblioteca e non li trovo. Gran pena per un povero Professore, conoscere gli errori e non poterli corregere»19. Soprattutto grazie a una presenza piuttosto consistente di piante esotiche, dovuta ai rapporti privilegiati con la Spagna20, l’orto divenne, già nel giro di pochi anni, meta non solo di botanici di professione, ma anche di nobiluomini appassionati proprietari di giardini, come il «Botanofilo» Ippolito Durazzo o il «colto cavaliere Torinese il sig. Co. Fraglino di Bottigliera [Lorenzo Freilino conte di Buttigliera], amante e intelligente di Botanica, e diligente coltivatore di piante esotiche»; di visite del marchese Ferdinando Cusani non abbiamo notizia, ma nel 1780 Carlo Amoretti annunciava l’arrivo nell’orto parmense del suo giardiniere (Antonio Villoresi?), che curava le «molte piante esotiche» e le «grandiose serre» dello splendido parco della villa di Desio21. La vita da studioso del Guatteri non si svolse però esclusivamente all’interno dei poli dell’orto e dell’università. Anche nel piccolo ducato borbonico i rapporti fra scienza e potere alla fine dell’antico regime si andavano articolando secondo quelle modalità che si potevano riscontrare in altri paesi e soprattutto in Francia. Se lo Stato si aspettava che lo scienziato producesse conoscenze economicamente utili e in grado di generare prosperità, a sua volta quest’ultimo, specialmente in cambio di sostegni per la ricerca (e l’orto botanico era uno di questi) e di uno status professionale garantito, sentiva doveroso mettere le sue competenze al servizio delle autorità22. Dunque, come Daubenton, Félix Vicq d’Azyr o André Thouin in Francia, pure Giambattista Guatteri a Parma operò sovente come consulente o esperto al servizio della corona. Si impegnò, per esempio, in uno dei settori dai quali i governi, nel XVIII secolo, si attendevano maggiori vantaggi economici, quello minerario. Come Ispettore delle Miniere e Fossili e su ordine reale fece almeno due viaggi nel ducato (1770 e 1787), recandosi «sul luogo delle ferriere ad’oggetto di riconoscere quelle miniere, ed esaminare non solo l’annuale fabbricazione del ferro, ma eziandio tutto ciò che ha relazione alle stesse fabbriche, onde rilevare il loro stato attuale»23. Negli anni 1785-86 si occupò invece dei gravi danni provocati all’agricoltura dai bruchi in alcune zone dello «Stato Parmigiano». Anche in questo caso compì (assieme allo speziale Giovanni Ulrici) una ispezione diretta al fine di «visitare i danni cagionati dalle Rughe dette Carughe de’ prati nelle quattro ville di Zibello e Pieve Ottoville, ed in quelle di S. Boseto, e Frescarolo di Busseto che vanno devastando le Erbe ne’ Prati, e le Biade ne’ Campi». Dopo aver preso visione del fenomeno, facendo anche raffigurare i bruchi dal pit-


Parma culla della nuova dottrina medica italiana Giorgio Cosmacini

Don Ferdinando diviene duca a soli quattordici anni, per la scomparsa prematura del padre don Filippo, morto di vaiolo il 18 luglio 1765 nonostante che Du Tillot abbia incentivato a Parma la pratica dell’inoculazione antivaiolosa (applicata a don Ferdinando per mano del Tronchin). Anche il suocero del duca defunto, Luigi XV, morirà nel 1774 del “male del secolo” nonostante le misure adottate dai medici “inoculisti” francesi. Il 1767 è un anno importante per la cultura, l’Università e, in particolare, la medicina parmense. Di quell’anno è una Lettera inviata da un gruppo di studenti di medicina al Du Tillot, datata 17 gennaio, nella quale si lamenta che le «giornate di lezione neppure formano per intiero quella quinta parte a cui abbiamo rappresentato a S.A.R. essere di presente ridotto l’anno di corso delle ordinarie lezioni di Medicina». Di quello stesso anno è una relazione anonima inviata al sovrano e intitolata Disordini ed abusi nello Studio pubblico di Parma tanto per rapporto alle cattedre di Legge come di Medicina. In essa si pone l’esigenza di una riforma universitaria, specialmente della facoltà di Medicina, che sappia sopperire alla non più sopportabile impreparazione di una classe medica formata attraverso l’apprendimento teorico e l’apprendistato pratico al domicilio di questo o di quell’insegnante. La relazione, senza peli sulla lingua, squalifica come «non sufficienti, ad ottimamente istruire con segnalato profitto la gioventù, gli studi privati e le lezioni ricevute nelle case». Condillac, dal canto suo, non manca di rimarcare sul piano teorico, nel suo Cours d’études, la necessità dell’«osservazione come elemento di conoscenza» con cui forzare gli «schemi senz’anima dell’astrazione»: questo metodo di conoscenza “sensibile” dovrebbe sostituirsi ai metodi di studio tradizionali e ai vecchi programmi didattici, tanto più in un campo, quello medico, dove l’observation del malato attraverso i sintomi e segni percepibili dai sensi del medico dovrebbe essere, o tornare a essere, il criterio fondante di una nosologie médicale (classificazione delle malattie) non schematica né astratta. Da tali premesse muovono le istanze di riforma di cui si fa portavoce un “sentimento”, anche questo anonimo, esternato a Du Tillot Sopra il modo che si crede più conducente e facile per rilevare da presente suo decadimento lo studio particolarmente della medicina nell’Università di Parma (1767): si chiede che la parte pratica sia affidata a quattro distinti lettori, più uno di chirurgia e uno di medicina ippocratica, e che a lettori altrettanto distinti siano affidate l’anatomia, la medicina teorica (fisiologia e patologia), la botanica, la fisica, la chimica, la storia naturale. La riforma è matura per essere varata. A un Piano medico per le Scuole Regie di S. Francesco, redatto dal protomedico del ducato Silvestro Antonio Ponticelli, con-


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te di Farneta e Gusciola, in data 4 giugno 1767, fa seguito il 29 giugno, debitamente “approvato” dal duca Ferdinando, un Regolamento per le Cattedre di Medicina della Reale Università di Parma che riassume in nove punti una parte delle istanze organizzative e dei criteri di studio proposti, conformandoli al «bisogno di una scientifica intelligenza animata dallo spirito del pubblico bene». Ma in una serie di Considerazioni sulla situazione della regia Università, inviate dal primo ministro Du Tillot ai Magistrati dei riformatori degli studi il 21 ottobre 1768, è detto che «le cose non hanno ancora interamente risposto alle benefiche premure di Sua Altezza Reale». Questione cruciale è quella relativa al «disordinatissimo estrinseco modo d’insegnare. Le lezioni non sono, come nelle bene regolate Università, quotidiane, ma riduconsi a poche nel giro ebdomadale. E quel che di peggior costituzione è sembrato, ognun dei Professori sceglie il dì che gli aggrada e fissa arbitrariamente l’ora che gli torna più comoda. Può mai un tal composto meritare il nome di Università?» Il problema più impellente è quello della «tenuità degli stipendi»: è qui, al parere di Du Tillot, «la vera sorgente de’ maggiori disordini della Università». Chi «è obbligato a cercare l’onesto sostentamento al quotidiano esercizio della sua Facoltà od Arte non può dividere le sue cure ugualmente nell’ammaestrare gli studenti»; donde la necessità di «dare in avvenire ai Professori che sapranno meritarlo il giusto compenso» cosicché essi possano dedicarsi a formare come si deve «medici salutari alla Repubblica». Il 22 settembre 1769 Ponticelli lascia il protomedicato a Giuseppe Camuti, che lo gratifica di una Ode in suo onore e che cinque giorni dopo viene nominato rettore della Scuola di medicina. Il conte Camuti è un medico quarantenne, essendo nato intorno al 1730. Dopo la laurea nel 1752 e dopo l’iscrizione al Collegio medico parmense nel 1759, è stato mandato per meriti, da Du Tillot, a perfezionarsi in Francia negli studi clinici e chimici. A Parma la chimica, scienza che taluni ancora considerano “eretica” perché «abbassa[va] lo spirito a materia», era poco e male insegnata. Ma Du Tillot presagisce che essa è la scienza dell’avvenire che permetterà di decifrare i segreti della vita organica (biochimica) e di fondare una più efficace terapeutica (chemioterapia). Al rientro in Italia, nel 1768, Camuti è subito nominato professore di chimica nella Regia Università; l’incarico decorre dal 1° novembre 1769, successivo di un mese all’assunzione da parte sua del protomedicato e del rettorato. Egli è la massima autorità scientifica, accademica, professionale in campo medico, nel ducato di Parma. È lui che con antiveggenza propone l’istituzione di una cattedra di clinica medica; è lui che, vent’anni dopo, favorevolmente impressionato da un giovane parmigiano ventiduenne, fresco di laurea in medicina, che ha discusso brillantemente una tesi d’argomento chimico Sulle origini del calore animale, si adopera attivamente per far conferire al neodottore una borsa di studio pluriennale per l’estero, proprio come aveva fatto con lui Du Tillot. Il giovane borsista, nato a Parma il 20 agosto 1766, è il figlio del farmacista che dirige la Spezieria dell’ospedale. Si chiama Giovanni Rasori1. Con la propria attività promozionale, didattica e clinica, Rasori aveva portato «scompiglio», letteralmente, nella parte teorica e nella pratica della medicina italiana. Egli appariva, nel bene e nel male, cioè a estimatori e detrattori, come il protagonista non tanto di una riforma, quanto di una rivoluzione permanente della medi-


«Mettere il ferro nell’altrui messe». Tentativo degli agrimensori parmensi di formare un ordine professionale nella Parma di don Ferdinando di Borbone Marzio Dall’Acqua

Tomaso Garzoni ne La piazza universale di tutte le professioni del mondo, la cui prima edizione uscì a Venezia nel 1585, si trovò in difficoltà nell’esaminare la geometria, scienza vicina alla filosofia, alla matematica, all’astrazione della ricerca e scienze pratiche come l’architettura, la cosmografia e quante altre applicazioni riguardano il sociale ed il miglioramento della qualità della vita dell’uomo per scendere a definire operazioni più basse; come quelle che interessano a noi in questa sede e che furono proprie dei periti agrimensori1. Per questo egli divide la geometria in “conoscente” e “agente” e può affermare, con li geometri si mettono in numero tutti i misuratori e pesatori, imperoché dalla geometria vengono tutte le specie di misure e pesi... Ma all’altra specie detta agente s’appartengono gli instrumenti divisi in assoluti, misure e pesi. Con gli assoluti è la verga del geometra, la sesta, lo squadrante, l’archipendolo, il piombo, la riga, lo stilo.

Non esiste ancora uno studio, neppure preliminare sugli agrimensori dei ducati di Parma e Piacenza, per cui queste note in un certo senso possono costituire una base per ricerche future. È certo che gli agrimensori parmensi e parmigiani, dei quali presentiamo in appendice un primo elenco (documento 1 in appendice), almeno fino al XVII secolo disegnavano molto raramente e probabilmente lo facevano solo coloro che erano ad un certo livello di formazione e di preparazione, come dimostra il caso di Giuseppe Bottaccio o Bottazzi, che delinea, il 31 luglio 1596, un terreno in Collecchio e che presenta la mappa all’anonimo proprietario con queste espressioni: Mi diletai da molti anni in qua ponere in dissegno tutte quelle cose che io misurava: e questo facevo a ciò la memoria non mi fugesse di quelle cose, che io heveva già hauto per le mani e con la misura. Desiderando hora che non li fuga il sito et modo della sua possessione, io gli ho in questa piccola carta fatto il disegno per sempiterna memoria che tenghi...2

Il disegno come strumento mnemonico, presentato come un fatto eccezionale, quasi come un vezzo personale, e il fatto che di Bottaccio abbiamo un disegno dello Stradone di Ranuccio I Farnese della Cittadella, definito nel 1607, sul quale nel XVIII secolo interverrà per farne il primo boulevard italiano Ennemond Alexandre Petitot, ci fanno vedere in lui qualcosa di più del semplice agrimensore, anche se non abbiamo notizie particolari. Possiamo infatti pensare che egli sia un ingegnere agrimensore, cioè che svolga entrambe le funzioni, passando da una pratica all’altra, non sentendole incompatibili, ma semplicemente condizionate dall’oggetto del cal-


«Mettere il ferro nell’altrui messe»

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colo, che è sempre primario e dalla rappresentazione grafica successivamente3. Il carattere di “perito”, che costituisce una affermazione del valore non solo tecnico, ma anche giuridico, pubblico della loro attività, con poteri attestatori, certificatori, a garanzia delle parti e dei giudici in tribunale, gli agronomi lo acquistano abbastanza presto, e tale riconoscimento non possono che riceverlo da un ente di diritto pubblico. Ed è alla fine del XV secolo che questi tecnici acquistano nuova importanza incominciando a distinguersi professionalmente tra architetti, agrimensori, livellatori delle acque, e quelli che, come si legge in una grida di Gian Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano – Parma allora era confine estremo di questo stato –, il popolo continuava senza distinzione ad appellarli con l’unico termine di «ingegneri»: «qui per Architectos seu Agrimensores et Libellatores aquarum, qui omnes vulgo Ingegneri appellantur»4, per cui è possibile vedere una distinzione di professionalità più o meno alte, che però nella pratica operavano ancora anche sugli stessi temi. Questi tecnici erano ricomparsi nella cultura del loro tempo con l’estendersi dell’autorità comunale, che superava l’ambito cittadino per diffondersi su di un territorio provinciale, fino a stabilizzarsi su confini definiti da elementi geografici precisi, come spartiacque, fiumi e così via, che entravano a far parte di definizioni internazionali5. Le signorie non fanno altro che potenziare la tendenza, per cui questi tecnici divennero sempre più competenti ed attivi su spazi enormemente distesi6. La realizzazione di una fitta rete di navigli navigabili, realizzata anche attraverso una sorta di collaborazione internazionale, a metà del XV secolo, fu il loro capolavoro. La grida di Gian Galeazzo Maria Sforza, nel gridario parmense, è datata al 22 dicembre 1497, ma egli allora era già morto (22 ottobre 1494), per cui non si tratta che della ripresa di un provvedimento precedente del suo governo da collocare tra la fine e l’inizio del suo ducato (26 dicembre 1476). Essa ci conferma che la professione che aveva a lungo visto unite contemporaneamente le funzioni di ingegneri civili e militari – spesso anche mastri carpentieri, magister lignaminis –, quelle di agronomi, periti di geometria, idraulici, cartografi, oltre che di architetti – con parentela, come per Filippo Brunelleschi e Smeraldo Smeraldi, molto dopo, con il mestiere dell’orafo –7, andava regolata, almeno ponendo ad essa un calmiere ai prezzi per le diverse prestazioni, per cui il duca stabilisce che i loro interventi non possano richiedere più di un fiorino al giorno costituito da trentadue soldi per fiorino, dovunque cavalcheranno, oltre al cibo dell’andare e del tornare per sé, per il famiglio, le cui prestazioni sono già nel computo principale del fiorino, se la sua presenza è necessaria, e nel tempo nel quale si tratterranno senza lavorare, avranno solo il cibo per il cavallo oltre che per sé. Nelle stime avranno soldi dieci imperiali per ciascuna parte di stima fino ad un valore di cento ducati del bene calcolato. E questa somma non può oltrepassare i dieci ducati, qualsiasi sia il valore della stima. Anche gli agrimensori avranno un solo fiorino al giorno per sé, l’assistente ed il cavallo «quo quidem stipendio contenti suas postea relationes in scriptis eorum quae egerint, dare tenantur, sine ulla gravis ulterius danda». Le loro relazioni saranno quindi sempre scritte e per farle non solo non dovranno richiedere altro compenso, ma in esse devono indicare in modo esplicito quanto hanno ottenuto.


Appendice documentaria

DOCUMENTO N. 1 Si ricostruisce la serie dei periti agrimensori “eletti” dagli anziani della comunità di Parma, come si ricava dal registro di annotazioni varie in Archivio di Stato di Parma, Comune, b. 4172, intitolato «Formulario e memoriali degli agrimensori», che in realtà è un registro contenente annotazioni di materiali diversi registrate nella segreteria comunale in diversi tempi su fogli o quinterni sciolti e quindi successivamente rilegati insieme, che contengono anche l’itinerario annuale della processione del Corpus Domini in Parma ed exempla di documenti vari di carattere amministrativo e contabile, apparentemente senza alcun ordine. 23 agosto 1655 Giovanni Maghenzani da San Secondo 10 settembre 1664 Paolo Gonzio del già Camillo habitante a Priorato di Fontanellato 17 giugno 1665 Maurizio Calderoni del già Giovanni da San Secondo [anticopertina] 19 settembre 1699 Andrea Malvisi da Anzola 20 luglio 1701 Giuseppe Bachini da Noceto 15 maggio 1706 Arsenio Zucchi da Tabiano 18 dicembre 1711 Matteo Vasini 28 giugno 1712 frate Odalberto S 1 luglio 1713 Andrea Bordini da Stagno 12 agosto 1713 Antonio Maria Mocieri 26 agosto 1713 Pavolo Potini da Polesine 27 ottobre 1713 Giuseppe Magnani 13 marzo 1714 Giuseppe Fortunato Baistrocchi da Soragna 26 dicembre 1716 Lodovico Salato

20 gennaio 1720 fra Lorenzo Campi della Croce giurisdizione di Montecchio fra Maurizio Bedondi di Parma [sic, senza data] 15 marzo 1721 Paolo Guerdoli 8 maggio 1721 Giuseppe Macchiavelli 2 luglio 1721 Filippo Madaleni 31 luglio 1722 Donnino Pisseri 6 maggio 1723 Domenico Trancossi 16 giugno 1725 Giuseppe Macchiavelli 16 agosto 1725 Giovan Paolo Tessoni 1 settembre 1725 Angelo Maria Allegri [c. 36r] 17 agosto 1726 Carlo Francesco Stagni 23 novembre 1726 Angelo Pedardi di Parma 26 dicembre 1726 Giuseppe Maria Ventura da Roccabianca 3 luglio 1728 Pietro Fainardi 1 marzo 1730 Saverio Borelli


I Lumi e l’incenso. Trasformazioni nell’arte a Parma negli anni di don Ferdinando Giuliana Ferrari

«Immagino che quegli uomini di talento abbiano passato il segno: si dice che adesso don Ferdinando sia un bigotto, educato da Condillac» I Lumi e l’incenso sono le due polarità entro cui si colloca la personalità complessa e variamente definita del duca che sembra talora funzionare da reagente rispetto a questioni che lo trascendono: nel suo nome si scontrano i philosophes, nel suo nome la cultura illuministica e la Religione, e don Ferdinando, costretto nelle parti del «bigotto»1 «sciocco»2 e «ottuso»3, come è stato definito, non si ritrova. Necessita un’indagine che, come suggeriva in tempi recenti Bertini4, messi da parte pregiudizi e scarsa documentazione, voglia analizzare, senza peraltro intenti celebrativi o di una rivalutazione incondizionata, quello che sembra essergli dovuto: il suo posto nella storia del ducato di Parma nella seconda metà del Settecento. Anche chi voglia esaminare la situazione dal punto di vista storico-artistico si trova costretto a riprendere alcune problematiche che hanno a che fare con la figura di don Ferdinando perché quelle stesse considerazioni di segno negativo che hanno pesato sull’uomo e sul politico si sono spesso pesantemente riverberate anche sulla comprensione della situazione artistica a Parma in questi anni. Alla valutazione dell’età felice di du Tillot e di don Filippo viene contrapposta l’età di regresso culturale, di decadenza artistica di don Ferdinando. Snodo centrale è la sua educazione: il giovane duca, affidato ai maestri francesi, sottratto all’insegnamento dei gesuiti, è posto sotto il segno dei philosophes che molto si attendono dalla sua educazione come possibile modello di principe illuminato; quando poi le cose andranno diversamente e la luce dei ceri prenderà ad illuminare il duca, i philosophes reagiranno con lo sprezzo e il ridicolo. Si diceva che da parte dei philosophes forte era stato il disappunto per la riuscita del duca, per quello che consideravano un insuccesso del loro programma educativo volto appunto a creare un sovrano illuminato. Si parlava del malcontento dei suoi precettori Condillac e Keralio che lo vedevano infatuato dei frati domenicani. Il Verri affermava che i precettori erano addirittura costernati di fronte alla bigotteria di don Ferdinando che, come ricorda la Briganti5, grazie alla testimonianza di Joseph Gorani possiamo vedere anche noi intento a salmodiare coi domenicani, ad addobbare l’altare e a suonare le campane. Forti si diceva erano le aspettative, forti erano stati gli investimenti sul giovane Ferdinando, e lo testimonia anche una lettera, spesso citata, di Voltaire a d’Alembert6, in cui il filosofo affermava che se dopo una tale educazione il giovane duca fosse diventato un uomo di chiesa, questo avrebbe significato che l’intervento


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Giuliana Ferrari

della Grazia era stato molto potente. Su queste parole di Voltaire si innescano battute varie; avrà buon gioco, fra gli altri, il gesuita e letterato spagnolo Giovanni Andres, autore di una biografia di don Ferdinando, ad affermare che «la grazia era realmente forte assai più de’ loro precetti»7, per poi innescare una forte polemica antilluministica nel ricordare la «brillante educazione da maestri di molta fama, francesi però, e procurati da sedicenti filosofi, che, avendo stabilito in que’ tempi il progetto di alterare tutte le idee religiose e politiche […] si prendevano il maggior impegno d’introdurre nell’educazione de’ grandi e de’ Principi persone a loro conformi nel pensare, ed abili a contribuire al loro scopo»8. Andres distingue nei Lumi, quelli che sono portati dai cattivi filosofi, i sedicenti filosofi e i lumi letterari; sostiene infatti che Ferdinando seppe di tali maestri «[…] disprezzare le guaste dottrine irreligiose, e profittare de’ lumi letterari i quali servirono per affezionarlo alla lettura in tutta la vita, fornendogli un criterio maraviglioso nelle materie scientifiche, nelle belle lettere e nelle belle arti»9. Evidente è in lui l’intento di “difendere” la figura del duca dall’accusa di ignoranza e superstizione; vuole contrastare la montante polemica dei filosofi che schernivano il duca per le sue pratiche devozionali. Queste parole rivelano una profonda consonanza con il pensiero espresso sull’educazione, e in particolare quella dei principi, da uno dei più celebri oratori sacri del Settecento, padre Adeodato Turchi, celebre per le sue Prediche a Corte, per i suoi discorsi di tipo apologetico e morale, poi diventato vescovo di Parma. La sua confidenza col duca, di cui era anche il confessore e il rispetto di cui godeva a corte erano temuti dai suoi nemici che osteggiavano e criticavano «frate turco», «il baron mitrato» proprio per il forte influsso che esercitava sul duca, riconosciuto debole di carattere. Non casualmente don Ferdinando affiderà proprio al Turchi l’educazione dei suoi figli, nel comune intento di conciliare un metodo educativo che formasse uomini per la società e per la Chiesa, nella consapevolezza che la religione cristiana era la miglior difesa del trono; Turchi riteneva infatti che solo il Vangelo potesse formare dei veri filosofi e che senza religione non potesse sussistere filosofia: e, in una lettera scritta al Paciaudi il 13 maggio 177610, ribadiva il suo convincimento che uomini formati per la società e il Vangelo sarebbero stati anche buoni principi. Ferdinando, memore del disagio provato con i precettori francesi, individua dunque nel Turchi il precettore «ideale» per i suoi figli, quello che avrebbe saputo guidarli sia nelle «virtù di cristiana morale», che nelle lettere e nelle scienze: innesto quindi di lumi letterari e religiosi. Le conoscenze di Ferdinando, così come la molteplicità dei suoi interessi e attitudini nei diversi ambiti del sapere, dalle materie scientifiche – matematica, scienze naturali, astronomia – a quelle letterarie, risultano ormai in maniera incontrovertibile, così come la sua grande disposizione per la lettura, di cui fa fede anche la sua ricca biblioteca, per la poesia, per il teatro, di cui amava calcare le scene sia in veste di attore che di cantante, per la musica, per l’arte: sappiamo che si divertiva a disegnare.

«Principiai allora a distribuire il mio gabinetto a foggia di Chiesa» Ci sono alcune pagine scritte da Ferdinando11, a cominciare dal 13 gennaio 1770, in cui il duca si propone di narrare la storia della sua vita. In realtà esse riguardano solo i primi anni di vita e ci fanno capire l’approccio di natura visiva del

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Un Borbone fra Parma e l'Europa. Don Ferdinando e il suo tempo (1751 - 1802)  

A duecento anni dalla morte dell'ultimo dei primi Borbone di Parma, don Ferdinando, hanno preso nuovo vigore gli studi su un sovrano molto a...

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