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Baldassarre Molossi

Il coraggio di scrivere

A cura di Giuseppe Massari Prefazione di Antonio Patuelli


MFS MONTEFALCONE STUDIUM


Coordinamento editoriale Fabio Di Benedetto Redazione Leandro del Giudice Anna Bartoli Progetto grafico BosioAssociati, Savigliano (CN) In copertina Riproduzione con i caratteri della Olivetti Lettera 32, usata abitualmente da Baldassarre Molossi, di un brano della lettera indirizzata al figlio Filiberto nell’aprile 1969 e pubblicata sulla «Gazzetta di Parma» il 5 ottobre 2003.

Il curatore e l’editore ringraziano chiunque abbia consentito la riproduzione delle immagini contenute nel libro. Si dichiarano disponibili a far fronte a eventuali aventi diritto.

ISBN 978-88-8103-626-4 © 2014 Edizioni Diabasis Diaroads srl - vicolo del Vescovado, 12 - 43121 Parma Italia telefono 0039.0521.207547 – e-mail: info@diabasis.it www.diabasis.it


Baldassarre Molossi

Il coraggio di scrivere A cura di Giuseppe Massari Prefazione di Antonio Patuelli


Baldassarre Molossi

Il coraggio di scrivere A cura di Giuseppe Massari

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Prefazione di Antonio Patuelli

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IL CORAGGIO DI SCRIVERE

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«Pagine libere». La guerra è finita

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Ripresa Marco Pontirol

Politica interna. La politica e i suoi compromessi Molto rumore per nulla? Un miraggio nel deserto Ecco il perché del nostro «no» Uno specchietto per le allodole La maschera e il volto Agosto, Pci non ti conosco Il comunismo all’italiana A sinistra niente di nuovo Salutiamoci senza rancore Come perdere l'ultimo autobus A proposito della Dc La grande ammucchiata L’occasione perduta Oggi, domani, dopodomani Fanfani, il Pci e i voti di destra Risultato chiaro, prospettive oscure Che fare? Non lamentiamoci del brodo grasso La questione comunista Avvisaglie di regime I due Molossi (secondo La Malfa) Né esultanza, né disperazione Da qui al Quirinale Avanti adagio quasi indietro «Scusateci ci siamo sbagliati»


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Ci risiamo «Noi righeremo diritto» Pannella ha chiesto aiuto a Montanelli Voteremo per simpatia La protesta che viene dal basso L’illusione e la delusione C’è maretta di crisi Chi ha paura di Berlinguer? Un grosso vuoto nel governo Un voto per l’Italia pensando all’Europa Le elezioni al buio Una pulce nell’orecchio Dalla parte dell’Europa Vittoria centrista Quel giorno io c’ero Parma europea Non è mai troppo tardi La questione socialista Cosa si può fare oppure non fare Nell’uovo di Pasqua c’è un governo Guai all’eretico Il colpo di coda della balena bianca

Terrorismo. Il regime del terrore Dietro i fatti dell’Università Chi tocca il Pci avrà del piombo Gli incerti del mestiere “Infortunio” o errore tecnico? Interrogativi senza risposta La sinistra si interroga Siamo in guerra Che cosa fare dopo lo sdegno «No» alla resa e al baratto Un delitto inutile Le vittime e i carnefici Una virata di 180 gradi Due uomini di coraggio Ciascuno raccoglie ciò che ha seminato Gli orfani del ’69 si confessano Qualcuno li ha sulla coscienza Gli assassini sono fra noi C’è qualcosa di nuovo anzi: d’antico


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Politica estera. Noi e gli altri Quando qualcuno bussa alla porta Una lezione dalla Spagna Praga e dintorni dieci anni dopo La tecnica del colpo di Stato La lezione della Francia Viaggio all’interno dell’«Austria Felix» Perché il comunismo non ha radici oltr’Alpe Come ci vedono da Vienna? Esattamente come siamo Le distrazioni della storia Pari siamo (o quasi) Prima, durante e dopo Tito Le «sabbie stupide e ignote» Dalla parte dell’America Il fallimento del comunismo La classe operaia non va in Paradiso Come non cercare freddo per il letto La sconfitta della violenza

Bilanci, Recensioni, Ricordi. La Società civile La forza bruta della ragione Gli agnelli e la tigre Dall’angoscia alla speranza Omaggio allo spirito della Resistenza Come salvare il salvabile Per chi suona la campana La mancia di Natale Siamo uomini o caporali? I pescatori di Aci Trezza Questo film è da bruciare Albertini e il «Corriere» L’arroganza del potere Ma come parli bene: non si capisce niente Ora e sempre, Resistenza Oggi, domani e dopodomani Dopo la pioggia splende il sole Dalla parte del vincitore Novecento ultimo atto? La racchetta antifascista Arrendersi o perire


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La lotteria di Tripoli Metti una sera a teatro a Parma Un miliardo più o meno Pietro Bianchi un anno dopo Vent’anni di «Gazzetta» Tagliatelle senza ragù A Giovanni Mosca con grande affetto Il nostro amico Charlot Il «sei» è ancora un voto che vale Dalla fantasia alla realtà Sei condanne, due evasioni Lo stile è l’uomo Il cordoglio e il pronostico Uomo di popolo, uomo di Dio La repubblica di Utopia È morto Tito De Stefano primo direttore (1945-‘46) della libera «Gazzetta» Il Sant’Ilario a Zavattini Lajolo, De Ambris e Corridoni Quando il cinema era una droga La freccia nel fianco Prima della contestazione Sotto il segno dell’intelligenza Un fantasma bussa alla porta Da noi non accadrebbe Anno che va anno che viene Il ritorno di don Camillo Chi tocca il Pci avrà del piombo Un mito di nome Marlene La festa è finita: si salvi chi può Meglio tardi che mai Per Carnevale ogni scherzo vale Quando alla « Gazzetta» guadagnava 1.050 lire al mese Saluto ai lettori Caro Pietro Caro Indro, quanti bei ricordi Il più amato dagli italiani Il mio amico Pietrino, maestro di tutti noi Ricordo di Egisto Corradi cronista impavido L'orgoglio di essere italiano


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Nota del curatore Fortissimamente volli di Giuseppe Massari De re publica. Discorso di insediamento di Luigi Einaudi


Nota editoriale Per la realizzazione di questo volume è stato necessario il supporto di molti attenti amici di Diabasis. In particolare si ringrazia Giuliano Molossi per il supporto e per le fotografie presenti in questa edizione, nonché Ilaria Molossi per aver pazientemente raccolto, negli anni, gli editoriali del padre ritagliandoli quotidianamente e raccogliendoli in un unica collezione. Questa raccolta è stata poi valutata e curata da Giuseppe Massari per una selezione degli scritti. Si ringrazia inoltre Tommaso Savina per aver recuperato e trascritto dagli archivi della «Gazzetta di Parma» ogni editoriale, e Leandro del Giudice per aver accompagnato la redazione del testo dall’alba a oggi. Una laboriosa ricerca d'archivio ha fatto sì che gli editoriali contenuti in questo volume potessero godere, quasi tutti, di una precisa datazione.


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Prefazione

È un vero onore per me scrivere la prefazione al volume che pubblica una così interessante selezione di articoli di Baldassarre Molossi sulla «Gazzetta di Parma», di cui sono un antico collaboratore. Molossi è sempre stato un personaggio nitido, con precisi ideali e valori morali ed una forte coerenza, con la quale ha vissuto e ha diretto il suo giornale portandolo ad essere una delle eccellenze dell’editoria non solo provinciale. I principî a cui Molossi si è attenuto sono in particolare quelli pubblicati in appendice a questo stesso volume e condensati nel discorso di Luigi Einaudi, dell’11 maggio 1948, di insediamento alla Presidenza della Repubblica. In particolare Molossi si attenne sempre ai principî einaudiani, convinto con lo statista piemontese che «la costituzione che l’Italia si è ora data è una sfida a questa visione pessimistica dell’avvenire. Essa afferma due principî solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l’onnipotenza dello Stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza». Anche la visione della storia di Einaudi (e di Croce) fu molto cara a Molossi, così come la conclusione del discorso citato di Einaudi: Venti anni di governo dittatoriale avevano procacciato alla Patria discordia civile, guerra esterna e distruzioni materiali e morali siffatte e ogni speranza di redenzione pareva ad un punto vana. Invece, dopo avere salvata, pur nelle diversità regionali e locali e pur dolorosamente mutilata, la indistruttibile unità nazionale dalle Alpi alla Sicilia, stiamo ora tenacemente ricostruendo le distrutte fortune materiali e per ben due volte abbiamo dato al mondo una prova ammiranda della nostra volontà di ritorno alle libere democratiche competizioni politiche e della nostra capacità a cooperare, uguali da uguali, nei consessi nei quali si vuole ricostruire quell’Europa donde è venuta al mondo tanta luce di pensiero e di umanità.

Il discorso di Einaudi era del 1948 e già nel maggio del 1945 Molossi scriveva su «Pagine libere» che «il 25 luglio 1943 la libertà ci fu elargita come dono e ci fu tolta 45 giorni dopo. Era necessario conquistarla questa libertà con gli stenti


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Baldassarre Antonio Patuelli Molossi

e i sacrifici…». Con queste profonde e utili convinzioni Molossi iniziò e sviluppò per decenni il suo magistero morale divenendo un punto di riferimento di intransigenza rispetto a tutte le mode passeggere. Questo è uno dei principali lasciti di Molossi: anche nei momenti più confusi occorre legarsi ai principî ed ai metodi delle libertà costituzionali senza farsi coinvolgere né stravolgere dalle mode sempre passeggere. Così Molossi fu felice il 12 giugno 1979 dopo le prime elezioni dirette del Parlamento europeo, così fu nitidamente intransigente negli anni più bui contro il terrorismo, al quale non dette tregua anche contestando tutti gli equivoci che circondarono quella terribile ed indimenticabile stagione. Ma gli orizzonti di Molossi erano ben più ampi, egli era “glocale” ante litteram, radicatissimo a Parma, con visioni internazionali. La sua attenzione alla politica estera era, come lo fu contemporaneamente per Giovanni Spadolini dalla “cattedra” bolognese del «Resto del Carlino», la cornice dalla quale l’Italia non poteva e non doveva assolutamente estraniarsi, ma essere coerente con le alleanze di civiltà e di libertà che sia Molossi sia Spadolini difesero sempre, la Nato e l’Europa, ben consci che le fratture della prima metà del Novecento avevano prodotto danni di tali gravità che assolutamente non avrebbero più dovuto essere ripetuti. L’umanità, la passione emiliana e parmigiana, le caratteristiche del suo carattere emergono ancor più nitidamente nelle recensioni e nei ricordi sulla vita civile. Emblematico è l’articolo del 1974 sulla «forza bruta della ragione», che conteneva anche una definizione di Luigi Einaudi sui «nemici degli uomini», ovvero i responsabili delle violenze degli anni più bui della seconda guerra mondiale. Molti interventi di Molossi sono dedicati allo «spirito della resistenza», lontani da qualsiasi tentativo di appropriarsi della sua eredità storica e morale, interessato principalmente a salvarne i principî di libertà e di democrazia. Il 25 aprile 1976 Molossi concluse il suo editoriale con un no «contro ogni totalitarismo, contro ogni sopruso, contro ogni dittatura, contro ogni dominio straniero. O il 25 aprile è la festa della libertà; o, se no, non ha senso. In questo giorno – concluse Baldassarre – noi siamo con l’epigrafe di Pietro Calamandrei: “Ora e sempre, Resistenza”». L’esempio giornalistico di Molossi fu in particolare quello di Luigi Albertini e del suo «Corriere della Sera», al quale significativamente dedicò un lungo articolo nel 1976: lo stile, il respiro e il metodo di lavoro di Albertini al «Corriere» erano un modello anche per il quotidiano parmigiano, che cresceva sotto la di-


Prefazione

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rezione di Molossi con assai simili principî e una forte attenzione alla cultura. Un anno dopo, il 21 settembre 1977, Molossi tracciò il bilancio dei primi vent’anni di sua direzione della «Gazzetta», nei quali i giornali italiani erano fortemente cresciuti. Molossi rivendicava giustamente la coerenza del suo modo di essere ripetendo le stesse parole che aveva scritto il 21 settembre 1957 nell’assumere la direzione del giornale: «La libertà è un bene supremo che noi difendiamo e come essa intendiamo difendere l’indipendenza della Patria, il prestigio della Nazione, l’unità dello Stato, l’ordine sociale e le norme che regolano la convivenza di ogni consorzio civile», garantendo ai lettori la massima imparzialità nella «scelta delle informazioni e una rigorosa obiettività nella loro stesura», rivendicando «il diritto alla più ampia libertà di giudizio su uomini, fatti e idee del nostro Paese e del mondo intero». Insomma, i fatti separati dalle opinioni. Indimenticabile rimane in me un lungo pomeriggio a Parma nella stanza del direttore Molossi alla «Gazzetta», nel dicembre 1989, nell’antivigilia di Natale. Andavo a trovare Molossi di tanto in tanto, anche se ci intendevamo così facilmente e velocemente che gli incontri erano occasione di conferme e di incoraggiamenti. Quel pomeriggio rimanemmo per ore incollati davanti alla televisione nel seguire i fatti di Romania con la caduta del regime di Ceauşescu. Eravamo increduli nel vedere il mondo che cambiava dopo decenni di “cortina di ferro”, che spezzava in due l’Europa, e di “guerra fredda” dopo la quale molto poi sarebbe cambiato. Forse anche questo nuovo clima, l’aver concluso quasi una missione civile, convinse Molossi a lasciare «per raggiunti limiti di età» la direzione della «Gazzetta di Parma» a fine dicembre del 1992: «Ho difeso gli ideali di libertà, di giustizia e di dignità della Patria». Ed era vero. Un esempio indimenticato ed indimenticabile, un modello di giusta prevalenza dei principî e degli ideali sugli opportunismi e sulle mode fallaci.

Antonio Patuelli


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IL CORAGGIO DI SCRIVERE


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«Pagine libere» La guerra è finita

«Lavorando nella “Gazzetta”, ebbi l’onore di cominciare la mia vita letteraria e giornalistica accanto a fraterni amici che oggi illustrano il nome di Parma» (p. 304).


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Nella foto: Baldassarre Molossi con i suoi ex compagni del Regio liceo classico “Romagnosi�, sezione B: Giorgio Torelli, Luca Goldoni, Pier Luigi Boselli.


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Ripresa «Pagine libere», 25 maggio 1945, anno i, n. 1.

Dopo aver blaterato per venti mesi dalle ospitali colonne dei giornali umoristici locali, (vedi «Gazzetta di Parma» e «Fiamma repubblicana») è tempo ormai che i pennivendoli fascisti si ritirino nell’ombra e nel silenzio per lasciare il posto alle forze vecchie e nuove che hanno nuovamente acquisito di poter finalmente parlare a voce alta. Ritornano gli uomini di ieri dalla prigionia, dall’esilio, dalla tana che avevano dovuto scavarsi con la propria disperazione, costrettivi dalla tirannica violenza fascista, e sorgono gli uomini di oggi che ieri erano niente ma che domani vogliono essere qualcosa: è logico, dico di più, è necessario che accanto agli uomini vecchi si muovano e lavorino gli uomini giovani quando tutti ci si muove e si lavora per uno stesso fine, per un medesimo ideale. E mai c’è stato da lavorare come in questi giorni in cui ci siamo ubriacati un po’ troppo di libertà: c’è tutto da rifare a cominciare dalle fondamenta e poi, su su, fino al tetto e ai comignoli; ci sono le nostre case e le nostre cose da rifare, ma ancor più ci sono le nostre coscienze da rieducare a quel dignitoso senso di disciplina e di responsabilità cui l’asservimento al dispotico regime mussoliniano ci aveva disabituati; dobbiamo lavare la macchia di questi mesi in cui all’onta del giogo fascista abbiamo dovuto aggiungere la vergogna del servaggio tedesco. E con sereno senso di serietà che ci accingiamo oggi al lavoro mentre lanciamo agli studenti parmensi questo grido nuovo che fino ad oggi abbiamo dovuto trattenere in gola, questa fiamma che ha covato tanto sotto la cenere e che ora vuole divampare e non essere più e soltanto un misero focherello, ma anche un grande, un immane fuoco. Noi non siamo degli scrittori, per carità, ci mancherebbe altro: basterebbe questa presuntuosa affermazione al nostro professore d’italiano per rimandarci tutti in blocco all’esame d’ ottobre: ma per frugare nella nostra anima e lanciarvi queste quattro parole che vogliamo dirvi non crediamo sia necessario aver pontificato a lungo dalle cattedre giornalistiche internazionali. Scriviamo perché non potremmo farne a meno, perché anche gli altri sappiano quello che noi pensiamo e quello che noi vogliamo, noi che, liberi di ogni falsa modestia, vogliamo essere gli antesignani della rinascita di quello spirito studen-


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tesco che è quello di mille battaglie: questo lo dicono gli studenti caduti durante il tempo della tirannia nazi-fascista nella lotta per la liberazione nazionale, nelle vie della città e dei paesi, nelle balze dei nostri monti. Il 25 luglio 1943 la libertà ci fu elargita come un dono e ci fu tolta 45 giorni dopo. Era necessario conquistarla questa libertà con gli stenti e i sacrifici, il sangue e le lagrime, a fianco dei volontari di tutte le formazioni partigiane i giovani studenti italiani, accorsi alla voce della patria straziata e calpestata dal tallone tedesco. Noi ci inchiniamo di fronte ai nostri compagni caduti, non per puro formalismo retorico, ma per fare un giuramento a quei morti che sono più vivi dei vivi: quello di difendere fino all’estremo la libertà che essi con il loro olocausto hanno consegnato alla nostra vita e alla nostra morte.


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Marco Pontirol «Pagine libere», 25 maggio 1945, anno i, n. 1.

Marco Aurelio Pontirol Battisti, studente liceale è caduto a diciassett’anni in combattimento a fianco dei patrioti della sua terra che avevano attaccato un presidio fascista superiore in uomini e munizioni – Notte di San Giovanni 1944. E io adesso dovrei parlare di te. Ma la mia penna, che scivola veloce quando parlo delle piccole cose di questo mondo, adesso che deve scrivere di te non ne vuole sapere di andare avanti. Prendo un foglio di carta, scrivo due righe, le rileggo, non vanno, non vanno assolutamente; straccio il foglio e lo getto nel cestino. Ne prendo un altro: mi dico che devo scrivere qualcosa, non importa cosa, qualcosa di te, per me, per i miei compagni, per te, soprattutto per te, e mi metto d’impegno, butto giù cinque righe e poi arrivo al tuo nome, Marco, e allora i miei occhi vedono il tuo corpo gettato a terra esamine, con due fori qui, a sinistra nel collo: due colpi che ti ànno raggiunto, quando verso la fine del combattimento ti sei alzato, chi sa perché, forse per guardare in faccia il nemico. I tuoi compagni, ripiegando ti ànno portato via con loro, non ti volevano abbandonare: ma poi non ne potevano più, avevano fatto tanta strada e tanto ancora ne dovevano fare; videro che ormai non c’era più speranza e ti lasciarono lì, sulla terra nuda e spoglia della collina, lì ti lasciarono, perché noi sapessimo ritrovarti. E adesso dovrei forse parlare della tua vita, di te che eri amico di tutti e che, pur così serio e taciturno, scontroso quasi, ti facevi voler bene da tutti: e invece no, non voglio dir niente di tutto questo: qualunque cosa tu abbia fatto durante la tua breve vita scompare dinnanzi a quello che ài fatto alla fine: sei morto sul campo, come sanno morire soltanto i migliori. Da allora, da quella notte in cui suggellasti col sangue la tua purissima fede, tu ài comiciato a vivere. E vivrai per sempre qui accanto a noi per insegnarci ancora una volta la via dell’onore e del sacrificio. Del vero onore e del vero sacrificio.


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Politica interna La politica e i suoi compromessi

«tutta la prima pagina della “Gazzetta” occupata da un disegno di Nani Tedeschi [...] in alto una vistosa scritta “W Pertini”» (p. 316).


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Nella foto: Baldassarre Molossi sfoglia la ÂŤGazzetta di ParmaÂť.


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Molto rumore per nulla 13 marzo 1974, anno 239, n. 71.

Questa volta, non ci sono vincitori e vinti. Ma l’unico, vero, autorevole vincitore che esce dal responso delle urne è il popolo italiano. Il quale ha confermato la sua maturità, il suo civismo e il suo naturale buon senso: anche virtù e peculiari caratteristiche, che noi abbiamo sempre sottolineato, di un popolo che ha molto sofferto e molto amato e che è capace di travolgenti passioni così come di pacata e serena riflessione. Questa maturità, questa concretezza, questo senso dello Stato si riscontrano prima di tutto nell’alta affluenza alle urne, la quale è stata superiore a tutte le più ottimistiche previsioni; e poi, nel voto così ragionato e ragionevole, e pur diversificato fra i cinque referendum che è stato deposto alle urne. I no sono stati cinque. Ma c’è un sesto no, invisibile eppure appariscente: è il no che l’elettore ha inteso dare a questa sagra referendaria a getto continuo, a questa giostra di referendum abrogativi di leggi esistenti. I quali costano tempo e denaro (qualche centinaia di miliardi andati in fumo, decine e decine di comizi, ore e ore di trasmissioni in tv, colonne e colonne di piombo sui giornali, polemiche politiche e morali); e rischiano di provocare una crisi non soltanto di disaffezione al voto ma addirittura di rigetto. Troppo facile, con la raccolta di 500 mila firme, è il ricorso al referendum; e, visti i risultati, anche i Radicali dovrebbero rendersi conto che le leggi approvate in Parlamento e non corrette né annullate dalla Corte costituzionale, sono rimediabili e perfettibili in aula, senza il bisogno di ricorrere al voto popolare. Paradossalmente, è il Parlamento – tanto bistrattato, tanto criticato, spesso esautorato dagli stessi partiti – che esce vittorioso in questa circostanza e testimonia la propria superiorità, la propria forza, la sua centralità nella vita democratica. Un’altra osservazione da fare, è che – come già avvenuto nei precedenti referendum – l’elettorato ha dimostrato la sua piena autonomia nei confronti delle indicazioni dei partiti. Ciò vale, soprattutto, per i due referendum sull’ergastolo e sull’aborto (parliamo di quello proposto dal Movimento per la vita perché quello proposto dai radicali era improponibile: tant’è vero che ha segnato la percentuale più bassa di «sì»). Circa l’abolizione della pena per l’ergastolo si


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erano espressi per il «sì», oltre al Pdup e al Pr, anche il Pci e il Psi mentre il Pli si era pronunciato per la libertà di voto. Dunque, si doveva arrivare almeno a un 45% di voti a favore mentre ci si è fermati al 25%. Perché? Ma perché l’elettorato ha fatto suo il discorso che il sottoscritto aveva proposto ai lettori di questo giornale e cioè – chiesto scusa dell’autocitazione – che «se l’ergastolo può sembrare, come in effetti è, una pena inumana per il delinquente occasionale, esso è il minimo che si possa pretendere per un terrorista o per l’autori di stragi particolarmente efferate, tanto più che, giustamente, l’ergastolo in Italia esiste di nome e non di fatto: nel senso che anche il più incallito degli ergastolani, dopo 28 anni di buona condotta può ottenere la libertà». Analogo il discorso può farsi per il referendum sull’aborto proposto dal Movimento per la vita, il quale, se avesse sommato i voti dei due partiti – la Dc e il Msi – che l’appoggiavano avrebbe potuto raggiungere anch’esso il 45 per cento mentre si è arrestato al 35. E anche in questo caso, vorrei ricordare che la «Gazzetta di Parma» non si è associata al fronte laico del «no» e non ha preso posizione pro o contro. Tuttavia, a dieci giorni dal voto, come mia opinione personale mi sono permesso di scrivere che «la legge esistente, pur con tutti i suoi difetti, i quali possono essere corretti e rimediati, non costringe nessuno, che sia ostile all’interruzione della maternità, ad agire contro le proprie convinzioni». Aggiungendo che «l’aborto è una piaga sociale, come la droga, come l’alcolismo. Ma esso non si può abolire per decreto legge. E l’aborto clandestino sarebbe sempre peggio di quello, per così dire, legale, o legalizzato per dir si voglia dalla legge 194». Dunque, in conclusione, abbiamo tutte le ragioni per essere soddisfatti dell’esito del voto referendario di domenica e lunedì. Esso conferma la nostra visione delle cose e dà ragione a chi crede, come noi, che il giornalismo ha un senso quando esiste un fluido magnetico fra il giornale e il lettore.


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Un miraggio nel deserto 28 febbraio 1975, anno 240, n. 54.

L’argomento del giorno, in campo politico, è l’ «alleanza laica». Che cosa è, e quali sono gli scopi che si prefigge l’alleanza laica? Nelle intenzioni dei promotori essa ha lo scopo di promuovere un movimento di opinione fra l’elettorato laico e democratico che si identifica nel Pli, nel Pri e nel Psdi, per facilitare il progressivo “avvicinamento” dei tre partiti e favorire un “collegamento” elettorale. Ciò come premessa di un futuro, e per ora alquanto ipotetico, “blocco laico” capace di inserirsi come “terza forza” nei confronti dei due maggiori schieramenti politici italiani: la Dc e il Pci. L’argomento non è nuovo. Se ne parlò già, agli inizi degli anni Cinquanta, dopo il voto del 18 aprile 1948, soprattutto nel «Mondo» di Pannunzio. È invece nuovo, e insolito, il fervore che oggi accompagna questo vecchio argomento. L’odierna iniziativa, nata quasi per germinazione spontanea, è stata rilanciata da un dibattito svoltosi sulle colonne del «Giornale nuovo», dopo di che la questione procede ora su due binari. Da una parte, si è costituita una «Associazione per l’alleanza laica» sotto la presidenza del prof. Aldo Sandulli ex presidente della Corte costituzionale e convinto assertore dell’utilità di questa operazione; dall’altra, il Pli ha preso la palla al balzo e ha subito proposto a socialdemocratici e a repubblicani l’attuazione pratica di un collegamento elettorale fra i tre partiti fin dalle prossime consultazioni regionali e amministrative di giugno. Purtroppo, le risposte dei due partiti interpellati sono state deludenti: per dirla con le parole dell’on. Malagodi, «cortese seppure incompleta» e quella del Psdi e «scortese e finora negativa» quella dell’on. La Malfa. Il motivo del “ni” socialdemocratico e del “no” repubblicano è duplice. Il primo motivo è che le segreterie di partito ragionano in termini corporativi, ignorando, quando non travisando, gli umori dell’elettorato. Il secondo motivo è che il Pri e il Psdi vedono nel Pli un partito “perdente”, anche perché emarginato dall’area di potere del centrosinistra, e sperano quindi potersi spartire parte del bottino elettorale liberale. Quest’ultima ipotesi è probabile, ma non certa. E, tuttavia, l’errore di calcolo più grosso non è questo, bensì il precedente. Bisogna, infatti, tenere presente


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un fatto molto importante e cioè, che in tutti i partiti italiani gli iscritti, cioè i militanti, sono appena il 10 per cento dei voti che poi raccoglie. Possiamo fare un’eccezione per la Dc e per il Pci, ma comunque non andiamo al di là del 20 per cento. A costoro possiamo aggiungere un altro 20-30 per cento di simpatizzanti, e siamo sul 50 per cento. Ciò significa che su ogni dieci elettori, cinque sanno già per chi votare fin da adesso; gli altri cinque, invece, no. In questa grossa fetta di elettorato, che da solo, se votasse in un’unica direzione, potrebbe decidere i destini del Paese, almeno la metà, forse di più, sono certamente orientati per un voto democratico che sia non clericale né marxista, moderato ma non reazionario, progressista ma non rivoluzionario. Questa massa di gente è alla ricerca di un partito che non esiste. Delusa dalla Dc, contraria al comunismo, avversa al socialismo marxista, vorrebbe potere esprimere i propri sentimenti con un voto che andasse diviso in parti disperse fra tre piccoli partiti, bensì coagulato in modo compatto e massiccio in una direzione unica. L’on. Malagodi ha fatto i conti. Nelle elezioni del 1972 a Milano il Pli prese il 9,5 per cento dei voti, il Pri il 6,4%, il Psdi il 5,8%. In totale, una lista congiunta cosiffatta partirebbe, a Milano con una “dote” del 21,7 per cento, poco meno del Pci (24,2%) e della Dc (28,4%) e quasi il doppio del Psi (12,1%). Questa è la situazione. Ma dobbiamo essere realisti, e perciò dire che nella storia d’Italia quasi mai i partiti hanno saputo interpretare gli umori del pubblico. I nostri uomini politici non sono peggiori degli altri, ma non rispecchiano la realtà del Paese; e, in genere, forse con l’eccezione dei comunisti, non sono capaci di recepire esattamente le istanze che provengono dal basso. Quindi, per concludere, l’alleanza laica probabilmente non si farà. Non è che essa sarebbe il toccasana dei nostri mali. Eppure, una cospicua forza intermedia tra la Dc e il Pci scoraggerebbe per sempre le tentazioni del “compromesso storico” o quelle del rapporto “privilegiato” della Dc con i socialisti. Insomma, ci sarebbe materia per rimescolare le carte e per rimettere tutto in gioco. Ma i nostri partiti, piccoli o grandi che siano, sono troppo arroccati dietro ai propri personali interessi di bottega, di potere e di sottogoverno, per poter pensare che dall’oggi al domani essi si mettano al servizio dei cittadini. Pertanto, l’alleanza laica rimane, almeno per ora, un miraggio nel deserto.


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Ecco il perché del nostro «no» 19 marzo 1975, anno 240, n. 72.

La relazione con la quale l’on. Berlinguer ha aperto i lavori del xiv congresso del Pci è di una lunghezza spropositata. Ci vogliono due ore per leggerla, e un altro paio per interpretarla esattamente, onde non commettere errori di valutazione. Difficile darne un sunto, più facile afferrarne il senso. Per fortuna, ci soccorre il rapporto tenuto dalla stesso Berlinguer il 10 dicembre 1974 al comitato centrale del Pci in preparazione del congresso attualmente in corso a Roma e che ora l’editore Einaudi pubblica sotto il titolo La proposta comunista. Non abbiamo alcuna difficoltà ad ammettere che questo contributo (152 pagine, comprese la replica e le conclusioni) rappresenta il massimo sforzo compiuto da un leader comunista occidentale di indicare una strategia nazionale (in questo caso: la «via italiana al comunismo») nel contesto di una situazione internazionale che, oggi come oggi, per quanto riguarda le due superpotenze, si pone in una posizione di disgelo e di reciproca tollerabilità. Per brevità di analisi e per necessità di sintesi, ci soffermeremo su due punti soltanto della relazione Berlinguer. Punto primo; il segretario del Pci è persuaso, e noi con lui, che un duro sforzo è necessario per la ripresa del nostro Paese: «Duro sforzo vuol dire – udite : pare di sentire parlare La Malfa o Malagodi – che bisogna produrre di più; non sprecare, ma risparmiare e impiegare bene ogni risorsa; riconvertire l’industria e riorganizzare le attività economiche e amministrative secondo i criteri di efficienza e di rigore; cambiare certe abitudini per cercare le vie di un migliore modo di vita, in forme diverse dalle attuali. Duro sforzo vuol dire che bisogna far recuperare al personale politico e a tutti gli appartenenti alle pubbliche amministrazioni uno spirito di dedizione al servizio della nazione della Stato. Duro sforzo vuol dire anche – attenzione: è sempre Berlinguer che parla – che insegnanti e studenti ritrovino l’impegno alla severità ed alla disciplina negli studi… Duro sforzo vuol dire, infine reagire a tutte le manifestazioni di delinquenza e di immoralità, ecc. ecc.». Più che presuntuoso, è quasi folle dirlo: ma è come se il segretario del Pci ci avesse tolto la parola di bocca. In Italia, paese dell’imprevedibile, tutto è possibile: perfino che l’on. Berlinguer abbia letto, per combinazione o per caso,


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Baldassarre Molossi

qualcuno degli articoli che su questi temi, press’a poco con le stesse parole, noi andiamo scrivendo da oltre vent’anni. Diciamo ciò, ovviamente, in tono ironico e scherzoso; ma ci fa piacere sapere che su taluni argomenti anche l’on. Berlinguer la pensi come noi. Il secondo punto della relazione Berlinguer che merita un breve commento è quello relativo all’offerta del «compromesso storico», cioè dell’ipotesi di un governo a due fra la Dc e il Pci. L’avance di Berlinguer avrebbe meritato migliore fortuna. Ma il destino vuole che i comunisti italiani, alla vigilia di ogni svolta storica siano vittime degli errori dei partiti fratelli. Nel marzo del 1948, alla vigilia delle fatidiche elezioni del 18 aprile, la «defenestrazione» (nel senso letterale della parola) del ministro degli Esteri Jan Masaryk, figlio del padre della patria cecoslovacca, aprì gli occhi agli italiani circa il concetto di «democrazia progressiva» e di «pluralismo socialista» in vigore nei Paesi ove i comunisti erano al potere. Oggi, mentre un Berlinguer tutto latte e miele annuncia e promette nuovi sviluppi della «rivoluzione democratica antifascista», da Lisbona ci giunge notizia che il governo militare , appoggiato dai comunisti, ha sospeso l’attività politica della Dc portoghese e degli altri due partiti, i quali, pertanto, non potranno partecipare alle prossime elezioni. Senza andare tanto in là nel tempo, senza ricordare i fatti di Budapest e di Praga e il muro di Berlino, a noi pare che quest’ultima notizia confermi una antica e semplice verità: cioè a dire che, se è vero che i comunisti cambiano e possono cambiare, il comunismo rimane sempre quello che taluni popoli d’Europa hanno dolorosamente sperimentato, e tuttora sopportano, sulla propria pelle. L’Italia è malata. Ciò è cosa che sappiamo da un pezzo. Ma l’avvento del Pci al governo sarebbe un rimedio peggiore del male. Il medico capace di guarirci non c’è. La guarigione sta in noi. Si tratta, cioè, di sapere se abbiamo voglia di sopravvivere oppure no.


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Uno specchietto per le allodole 23 marzo 1975, anno 240, n. 76.

La battuta che, d’istinto, viene alla penna è fin troppo facile: il «compromesso storico» è stato definitivamente… compromesso dai fatti del Portogallo. Che cos’è il «compromesso storico»? È l’offerta avanzata dal Pci alla Dc per una spartizione del potere e per un governo a due. L’argomento è attualmente oggetto di un dibattito al congresso comunista che si tiene a Roma in questi giorni. C’è chi lo vuole subito (come Amendola, il leader della destra del Pci, un comunista liberale, se così si può dire; nel senso ch’egli non ignora e non rinnega le sue origine, figlio com’è di quel Giovanni Amendola che fu il capo spirituale e l’animatore e trascinatore dell’opposizione liberale al fascismo); c’è chi lo vuole a “tempi lunghi”; senza fretta (come Longo o Terracini); e c’è chi non lo vuole affatto, o, a quanto meno, non lo vuole con «questa » Dc (come Ingrao, esponente della sinistra radicale del partito). Come è arrivato il Pci all’ipotesi del «compromesso storico»? C’è arrivato quando ha capito che, anche aumentando i propri suffragi dell’uno o del mezzo per cento alle elezioni politiche (le quali si tengono ogni quattro anni), il calcolo matematico gli diceva che avrebbe potuto conquistare la maggioranza assoluta nell’anno 2300 o giù di lì. Da qui, come nella favola della volpe e dell’uva, la dichiarazione comunista che l’Italia non è governabile con il 51 per cento dei voti che un eventuale fronte popolare Pci+Psi potrebbe teoricamente raggiungere alle soglie del duemila. Certo è che, come ci pare di avere già detto in una precedente occasione, se i comunisti (insieme con i socialisti), fossero oggi al 49 per cento dei voti, anziché al 40, non avrebbero mai avanzato la proposta del «compromesso storico» con la Dc; ma avrebbero fatto di tutto per arrivare – con la compiacenza del Psi – al 50,1: ciò che gli sarebbe stato più che sufficiente per impadronirsi del potere e per governare a modo loro. Ecco, quindi, perché i comunisti, nell’evidente impossibilità di conquistare il potere da soli, chiedono di poterlo spartire con la Dc. Che cos’è un compromesso? Lo dice la parola. È una trattazione a due, la quale presume transazioni e concessioni di ambedue le parti contraenti; e, talvolta, che le parti si rimettano a un arbitrato (e per questo incarico l’on. La Malfa, se


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Baldassarre Molossi

non si è fatto avanti, ha lasciato capire che quasi ci sta). Come si possa realizzare un incontro Dc-Pci sui tempi politici, economici, sociali e religiosi del nostro Paese, ciò è cosa che a noi appare francamente impensabile. Di questo parere, almeno per il momento, è anche la Dc italiana: la quale, già scottata dalla funesta esperienza cilena, ha certamente avuto motivo di ricavare ulteriori ammaestramenti dalle recenti vicende portoghesi. Ma – obiettano i fautori dello storico incontro, dentro al Pci e al di fuori di esso – come si fa a lasciare languire nel ghetto politico nove milioni di cittadini italiani che votano per il Pci e che rappresentano quasi un terzo del corpo elettorale? Questa è una domanda che rivela l’ infantilismo politico del popolo italiano; tant’è vero che nei Paesi di più antica e radicata democrazia essa non si pone neppure. Che cosa dovrebbero dire allora i milioni di elettori inglesi conservatori inchiodati all’opposizione dai laburisti in Gran Bretagna?; e gli altrettanto milioni di cristiano-democratici tedeschi emarginati dai socialdemocratici nella Repubblica federale tedesca? La regola della democrazia è questa: la maggioranza governa e la minoranza sta all’opposizione e si prepara a diventare maggioranza. Tutto il resto è fumo negli occhi, ovvero: specchietto per le allodole.


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Bilanci, recensioni, ricordi La società civile

«[...] mio compagno di classe e anche di banco dalla prima elementare all’Università» (p. 319).


Baldassarre Molossi

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Nella foto: «[…] il direttore della “Gazzetta”, alto e magro che mi guardava attraverso gli occhiali […]». Così lo scrittore Luigi Malerba (al secolo Luigi Bonardi) inserisce il caro amico Baldassarre Molossi – compagno di classe al liceo classico Romagnosi nella sezione B – in uno dei suoi romanzi più importanti, Il serpente (Bompiani, Milano 1966). Qui i due sono immortalati, ventenni, mentre passeggiano a Parma in strada Vittorio Emanuele, oggi strada della Repubblica, sul finire degli anni Quaranta.


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L’orgoglio di essere italiano 5 ottobre 2003, anno 268, n. 273.

Questo articolo, intitolato Lettera al figlio, fu scritto da Baldassarre Molossi nell’aprile del 1969 e pubblicato sulla prima pagina della «Gazzetta» per salutare la nascita del quarto figlio, Filiberto. Come ha ricordato ieri Giuliano Molossi durante la cerimonia funebre in San Giovanni, questo testo, letto in chiesa da Filiberto, rappresenta il testamento morale della famiglia Molossi. Mio caro figlio, non eri atteso (dovrei dire, con la terminologia di moda,che non eri programmato), ma sei ugualmente arrivato: sii dunque benvenuto, nel nome del Signore che ti ha mandato quaggiù. Sei nato in un Paese meraviglioso. L’Italia è una grande Nazione e non lo sa (o fa finta di non saperlo). Troppo spesso noi italiani scambiamo la grandezza con la pompa magna e con lo sfoggio della magnificenza e della sontuosità: ma questa è vanagloria, è ostentazione, mentre la vera grandezza di un Paese è nella sua umana dignità, nel suo decoro civile, nella sua rettitudine. Questo Paese è oggi un po’ tribolato e infelice. È un Paese giovane, cresciuto in fretta e che pertanto denuncia taluni difetti e qualche squilibrio. Ma, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, da oggi in poi l’Italia sarà la tua Patria e tu dovrai essere devoto alle sue leggi. L’indole degli italiani è buona. Essi sono piuttosto individualisti, un po’ impulsivi e generalmente privi di realismo politico; ma sono anche generosi, magnanimi e capaci di nobili imprese. Per natura non sono cattivi, ma talvolta la miseria, le privazioni e le ingiustizie sociali li hanno resi scettici e ribelli. Spetta a te e alla tua generazione fare ciò che noi non siamo stati capaci di fare: risvegliare nel popolo italiano l’entusiasmo per ogni degna azione in nome di onesti e limpidi ideali; e stimolare i governanti al dovere dell’umana solidarietà nei confronti di tutte le infinite miserie che l’egoismo umano ha accumulato sulla terra. L’augurio che ti faccio, mio caro figlio, è di crescere e di vivere in un mondo migliore di quello che ha conosciuto tuo padre. Nel 1989, quando tu avrai vent’anni, io spero che la tua Patria sarà l’Europa e che i tuoi occhi non debbano


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Baldassarre Molossi

mai vedere gli orrori che hanno sconvolto la vita e turbato lo spirito della mia generazione e di quella precedente. L’Italia sarà poi sempre la tua piccola Patria, e di essa tu sarai orgoglioso, oltre che cittadino fedele, ligio al dovere. Sii fermo e caparbio nella tua fede, ma anche benevolo e tollerante verso le convinzioni altrui; sii benigno agli umili e fiero con i potenti; ripudia la violenza come mezzo per risolvere le controversie e credi nella forza mitica e irresistibile della ragione. Che Dio ti benedica. Tuo padre.


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Baldassarre Molossi

Tornano al pubblico ostinati e attuali gli editoriali di Baldassarre Molossi raccolti in questo libro stampato nel carattere Simoncini Garamond a cura di Pde Promozione srl presso lo stabilimento di Legodigit srl - Lavis (TN) per conto di Diabasis nel maggio dell’anno duemila quattordici


MONTEFALCONE STUDIUM STUDI e RICERCHE

Siamo sempre stati consapevoli del ruolo “locale” del nostro giornale. Ma abbiamo cercato di dargli un tono, un carattere uno stile non provinciali, forse talvolta indulgendo alla retorica risorgimentale o alla suggestione del teatro lirico, ma sempre nel rispetto della cultura della città e dell’intelligenza dei lettori. Qualche volta abbiamo intinto la penna nell’acido prussico; ma abbiamo lavorato in buona fede, al servizio del pubblico, che noi consideriamo il nostro unico e vero padrone.

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Baldassarre molossi il coraggio di scrivere anteprima  

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