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> Quando il cinema è

TRASH POLITICO In sette terrorizzati da un pettirosso+I bei tomi antichi+Il terzo paradiso+Illuminazionit:Venezia incontra l'arte=?

Maggio 2011


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Trash politico pg 4 In sette terrorizzati da un pettirosso pg 10 I bei tomi antichi pg 18 Il terzo paradiso pg 22 Illuminazioni pg 24 Incipit & Explicit pg 30 EyesWideShut pg 32 Heartbit pg 34 Speaker's corner pg 36

Sommario


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uando si pensa al cinema politico, quelli con qualche primavera in più sulle spalle non possono fare a meno di pensare al grandissimo passato italiano con i vari Elio Petri (“La classe operaia va in paradiso"), Francesco Rosi (“Il caso Mattei”) e compagnia cantando. I più giovincelli avranno, invece, ancora fresco nella mente il ricordo de il caimano-Berlusconi o il divo-Andreotti. Ma se con tutta probabilità, negli anni 70 come oggi, il pubblico dei meravigliosi film appena citati è composto da persone che hanno una ben formata coscienza politica e che (solo come conseguenza) per questa loro formazione vanno a vedere i cosiddetti film politici; allora si potrebbe dire che le tesi pero-

rate da questi film andranno facilmente a confermare quelli del pubblico che li va a vedere. Credo che la classe politica e i vertici militari della prima guerra mondiale abbiano operato per sfruttare il proletariato e utilizzarlo come carne da macello al fronte per interessi particolari interni alla casta? Allora vado a vedermi “Uomini contro” e ne esco ancora più convinto. Credo che Berlusconi abbia traviato il paese attraverso le sue televisioni e sia diventato potente grazie ad operazioni finanziarie poco limpide? Vado a vedermi “Il Caimano” e ne esco rinfrancato. Bene. Ma, ribadendo il valore cinematograficamente eccelso di tutti i film di cui si leggono i titoli in queste righe, quanto è politicamente efficace questo (ma an-

che quello di Ken Loach, tanto per scavalcare Alpi e Manica) cinema politico? A mio parere meno di quanto efficaci siano film di genere (se non trash) come “Starship Troopers - Fanteria dello spazio” (Paul Verhoeven, 1997); “La terra dei morti viventi” (G. A. Romero, 2005) o del recentissimo “Machete” (Robert Rodriguez, 2010). Tre film che, tra spruzzate di sangue ad ogni piè sospinto e un po' di mostri e zombi qua e là, nascondono (ma neanche tanto) un messaggio politico che magari non è compiutissimo, ma sicuramente colpisce. E soprattutto colpisce (ferisce) un pubblico che non se lo aspettava (e magari non lo voleva) e che finisce per portarsi a casa i segni di questo messaggio.


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Ovvero: quando il cinema di genere (magari con una spruzzata rosso sangue di trash) è piÚ politico del cinema-politico.


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Starship Troopers Partiamo dal meno recente dei tre: Starship Troopers. In un futuro non lontanissimo, il pianeta Terra viene colpito da un attacco galattico da parte di alieni molto simili a ragni giganteschi. Per combattere e distruggere la minaccia aracnide, la fanteria dello spazio sbarca nel pianeta alieno e stermina, tra storie d'amore, amputazioni e squartamenti vari, i mostri cattivi. Questa la trama in soldoni. Ma prima, ovviamente, c'è un “prima”: sappiamo che la Terra degli uomini è, tutta, tenuta sotto una dittatura militare (un caso che il personaggio pro-

tagonista sia argentino?) che vive di violenza e propaganda (e che ipocritamente censura le immagini truculente che passa nei suoi spot televisivi). Qui per acquisire diritti civili per noi imprescindibili, come il diritto di voto, è necessario arruolarsi nell'esercito. Questo incipit, tenuto in sottofondo anche nelle più pure e cruente scene di battaglia, mostra le conseguenze (la mancanza di diritti e la violenza insita) di un regime totalitario e fascista. Il regista olandese Paul Verhoeven ha affermato di essersi ispirato agli Stati Uniti, considerati come un paese militarizzato fino all'osso alla continua ricerca di un nemico da distruggere, magari con

il sacrificio necessario di quella fascia di popolazione meno istruita e più influenzabile (da dire che era il 1997, praticamente un lustro prima della guerra in Afganistan post 11 settembre). Si sia o meno d'accordo con Verhoeven, è evidente che anche nello spettatore più superficiale, complici scene gratuitamente cruente o nudi completi improvvisi che senza dubbio colpiscono, qualche domanda sorge. Ma è davvero necessaria questa violenza? C'è un collegamento tra il potere che hanno i militari e la necessità di una guerra? La risposta, come ovvio, è dello spettatore, ma la domanda è del/nel film.


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Land of the dead Altro film, ma stesso messaggio, è quello di George Romero “La terra dei morti viventi” in cui avviene lo scontro tra la “civiltà” dei ricchi approfittatori, rinchiusi nelle loro torri d'avorio tra mura di contenimento e forze militari a difesa della loro sicurezza, e il popolo degli zombie derubato e vilipeso. Anche qui il riferimento è alla politica nazionale e soprattutto internazionale degli Stati Uniti, tra globalizzazione e neocolonialismo, temi cari da almeno 30 anni al cinema Romero (il quale, ma sarà anche questo un caso, è di padre cubano). Qui il messaggio critico nei confronti delle società opulente (USA in primis) è straevidente, ma la sua efficacia politica non sta tanto nel messaggio, bensì nella capacità di passare il messaggio attraverso una pellicola di genere (horror) piena di “entertainment” che ha, ontologicamente, un vasto audience tra gli adolescenti e i giovani adulti che film come “Hotel Rwanda” (sulle responsabilità dell'Occidente nella guerra civile ruandese) o “Blood diamond” (su quanto sporchi di sangue siano i diamanti che troviamo nelle gioiellerie di tutto il mondo) non avranno mai.


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Machete Concludiamo con il film più trash dei tre: “Machete” del texano (la terra di frontiera che più terra di frontiera non si può) dal cognome molto messicano Robert Rodriguez. Al centro della vicenda c'è una storia di vendetta. Un operaio messicano, Machete appunto, immigrato clandestino negli USA, viene coinvolto in un complotto per uccidere, durante un comizio, un senatore xenofobo il quale si diverte ad uccidere gli immigrati messicani che tentano di introdursi illegalmente nel “suo” paese. In realtà l'attentato è organizzato da uno scagnozzo del senatore il quale vuole far accusare l'immigrato Machete del tentato omicidio (infatti l'attentato fallirà) e portare così una caterva di voti al senatore razzista sfruttando l'odio nei confronti del “criminale” clandestino. Il senatore, interpretato da Robert De Niro, utilizza, nei suoi comizi, espressio-

ni e modi che facilmente si potrebbero sentire in qualche raduno o comizio dei gruppi politici xenofobi che tanto successo stanno avendo in Europa (vedi in Danimarca) e anche in Italia: immigrati definiti come parassiti, vermi, terroristi che, con il loro sconfinamento, fanno un'implicita dichiarazione di guerra al paese “ospitante” il quale è, di conseguenza, legittimato a rispondere con mezzi estremi (e il senatore decide di rispondere a fucilate per esempio). Ecco, la critica del film verso questa politica e verso questi personaggi non sarà sicuramente raffinata, ma di certo è palese ed esplicita. E poi, quanti tra quelli che simpatizzano per posizioni xenofobe andrebbero a vedere un film di Ken Loach (magari uno sull'amore tra un pakistano e un'irlandese in Scozia come succede in “Un bacio appassionato”), e quanti invece andranno a vedere un film come “Machete”?


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Ok, non è che ora si sta affermando che se qualcuno va a vedere “Machete” diventa, poi, un paladino dei diritti umani. Non è questo l'obiettivo del film e, soprattutto, non è compito del cinema. Ma se all'interno di un prodotto (perché di questo stiamo parlando) di puro intrattenimento si trova qualche messaggio politico (più o meno profondo), questo potrebbe avere un effetto su chi certe questioni magari, al solito, nemmeno se le pone e che si ritrova, invece e forse inaspettatamente, in un film che lui ha scelto e da cui si aspettava di trovare solamente l'esaudimento di quel che, in principio, andava cercando: l'intrattenimento. E credo che questo sia, soprattutto in riferimento ad un pubblico giovane e disinteressato, uno strumento efficace per trattare (non imporre) certe questioni. In fondo, spostando (anche se non di molto) il tiro, in un cineforum per adolescenti sul tema dell'Olocausto fareste vedere il drammatico e, ahimé, super realistico capolavoro di Steven Spielberg “Schindler's List” o un meno complesso e a tratti molto divertente “La vita è bella”? Quale dei due lascerebbe qualcosa ai ragazzi?


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Alberto Fabris Soundtrack: Autobahn- Kraftwerk Thanks to Luca Illetterati

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enire a contatto con le opere di Enrico Mitrovich significa dover fare i conti con alcune qualità assai rare in un mondo (quello dell'arte contemporanea) normalmente impegnato a prendersi terribilmente sul serio: l'ironia, l'umorismo sottile e lo sberleffo sembrano rivolti al fruitore dell'opera tutto preso e pensoso di fronte a tele che “essendo arte” non possono che ispirare serissime e meditatissime riflessioni. Enrico ci guida invece, attraverso un uso intelligente dei titoli, ad una lettura “sovversiva” della realtà così come “appare”, andando a colpire soprattutto la vanagloria di un mondo che si arresta spaventato di fronte ad un pettirosso o a irridere il severo scrutare dei raggi X che rivelano un orsacchiotto nel bagaglio di un bambino. Affascinato

dall'immagine fotografica Mitrovich non si accontenta di collezionarla e riproporla come percorso della memoria, spesso invece è proprio l'immagine a spingerlo verso una reinterpretazione dei dettagli del mondo, vendicando in qualche modo la pittura messa all'angolo dalla fotografia e spinta ai margini estremi del concettuale per usarla come fonte ermeneutica, come ribaltamento del “falso” fotografico nell'autentico pittorico. Mitrovich ci invita con la sua intelligenza mite e leggera a riflettere sulle parole di Richard Bandler: “Se siete seri siete bloccati. L'umorismo è la via più rapida per invertire questo processo. Se potete ridere di una cosa, potete anche cambiarla.”

in sette

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n rosso

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Parlare di Enrico Mitrovich vuol dire parlare anche di Officina, centro d'iniziative culturali che spaziano dagli allestimenti d'arte ai concerti, dalla poesia alla pittura, dall'incisione alla stampa raffinatissima di piccole pubblicazioni con vecchi macchinari e caratteri mobili raccolti nel tempo e riproposti come sopravvivenza di una qualità e bellezza tipografiche, fatta di lavoro e manualità, ormai perdute. Officina si trova a Vicenza in Contrà Carpagnon al numero 17, in una ex fabbrica di scarpe, 300 metri quadrati di tavoli sedie tele macchine libri colori lastre, in un caos tipicamente da 'fabrica' luogo di attività e d'incontro che ha visto il passaggio e la collaborazione di poeti e artisti come Guy Goffette, Yves Bonnefoy, Chris Fallace-Crabbe, Fernando Bandini, Alberto Casiraghi, Achille Bonito Oliva, Guido Giuffrè.


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Il balzo compiuto dal ghepardo per superare un capitello ionico(la cui texture ricorda il design postmoderno) si svolge in un contesto artificiale, enfatizzato dalla presenza di neon*che riproducono la sequenza dei numeri Fibonacci (dal nome del matematico pisano del Trecento Leonardo Fibonacci, che li formalizzò per descrivere la crescita riproduttiva di una coppia di conigli in cattività).Nella composizione di questo quadro ho cercato di seguire le riflessioni del pittore inglese Francis Bacon: “Vogliamo qualcosa di nuovo. Non un realismo illustrativo, ma un realismo che scaturisca dall’invenzione di un modo effettivamente nuovo di bloccare la realtà in qualcosa di completamente arbitrario”.

Enrico Mitrovich a Bassano il 21 maggio inaugura Atelier MoMo. Ore 18,00. Cocktail con mostra dei suoi lavori, Per chi avesse l’occasione di passare questo è l’indirizzo: via Scalabrini, 76 Bassano Atelier di Monica Monta


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cerco il pelo nell’uovo

paolo parisi


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www.paoloparisi.it


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Paolo Armelli

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el mondo della cultura ci sono spesso dogmi incrollabili e contro cui è parecchio difficile lottare: gli impressionisti sono dei geni assoluti, la tragedia greca è insuperabile, l’opera italiana non ha nulla a che vedere con le altri nazioni, il cinema giapponese incomprensibile… Molti di questi dogmi, che spesso ci si vede bene dal criticare per non risultare esclusi da un certo ambito di riconoscimento intellettuale, sono anche perfettamente ragionevoli e meritori. Sono allo stesso tempo piuttosto astratti: uno può ritenere l’espressionismo russo migliore dell’impressionismo francese, bluffare dicendo il contrario e continuare in pace la propria vita. Ci sono altri obblighi assoluti e intoccabili, invece, soprattutto nel

sistema scolastico su cui sembra non potersi sollevare il minimo dubbio senza poi scatenare polemiche sbrodolose. Sì, ce l’ho coi Promessi Sposi che, a parte un giudizio prettamente personale dell’autore qui che li ritiene un romanzo dalla linearità discutibile e dall’impianto provvidenziale piuttosto irrealistico (altro che romanzo storico), sono imposti ormai da decenni allo studio dei ragazzini dei primi anni delle superiori. Un altro obbligo simile c’è per la Divina Commedia negli anni successivi, ma lì l’intoccabilità è di ben altri livelli. Siamo chiari: un’opera come quella di Manzoni è fondamentale per varie ragioni nella storia letteraria italiana, se non altro per evidenti meriti di uniformazione linguistica (l’italiano che parliamo adesso l’hanno fatto

Manzoni e la Rai, fondamentalmente). Certo che, dopo anni di imperterrita e spietata inoculazione dei Promessi Sposi – per gli amici PS – a tre-quattordicenni, vieni da chiedersi se effettivamente sia il caso. I risultati di tale operazione narrativa sono variabili ma collegati: avversione totale per i PS che dura tutta la vita, abbandono autoimposto del genere prosastico per gettarsi su qualsiasi poesia basta-che-vada-a-capo-ogni-riga, odio generico e diffuso per qualsiasi tipo di lettura ecc. Bisogna affrontare la dura realtà: i PS sono un romanzo complesso, denso, dalla sintassi estenuante e dalla trama puritana e scontatamente a lieto fine. Somministrare un tomo del genere a ragazzini che a malapena tollerano di arrivare in fondo alla lista del menù in


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I bei tomi antichi


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pizzeria è inutile, se non masochistico. Non scatta nemmeno più il meccanismo che in letteratura dovrebbe essere fondamentale: l’immedesimazione. Basta fare un confronto: Lucia e ragazzina che guarda Gossip Girl; Renzo e bulletto anabolizzato che si spinzetta le sopracciglia; il cardinal Borromeo e papa Ratzinger. Insomma, i tempi son cambiati e le sensibilità letterarie pure: pretendere che i giovani conoscano e magari apprezzino per forza i PS – quando una stringata ed efficiente scelta antologica colpirebbe più nel segno – è un’idiozia, cercare oltretutto di farli appassionare di letteratura in questo modo lo è ancor di più. E che i PS avessero qualche problemino non l’han mica scoperto in tempi recenti; il poeta scapigliato di fine Ottocento Iginio Tarchetti affermava: “Non vi ha luogo a dubitare

che i Promessi Sposi sieno finora il migliore romanzo italiano, ma non occorre dimostrare come esso non sia che un mediocre romanzo in confronto dei capolavori delle altre nazioni.” Intorno alle date dei PS (dal 1827 al 1840), in Europa, escono romanzi dai sapori più intensi e dalle capacità sperimentali estremamente più appassionanti: Les Chouans di Balzac nel 1829, Il rosso e il nero di Stendhal nel 1830, Notre-Dame de Paris di Hugo nel 1831, Oliver Twist di Dickens nel 1837, Il sosia di Dostojevskij nel 1845 (e perfino nella giovanissima America bastano pochi altri anni perché qualcuno scriva un romanzo monumentale: Moby Dick è del 1861). Il problema fra i romanzi dell’Ottocento in Italia non sono certamente solo i PS (che pur faranno “danni”, dopo la loro pubblica-


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zione, esaurendo in qualche modo le potenzialità romanzesche e costringendo a poco meritevoli imitazioni di genere e stile gli scrittori successivi). Prendete, ad esempio, le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, scritto fra 1857 e 1858: un romanzo di mille pagine, dai capitoli infiniti, denso di eventi privati mescolati ad eventi storici, con un numero spropositato di personaggi… Insomma, una palla pazzesca (anche se con alcuni moti di spirito e di vitalità estremamente più rari, invece, nei PS). Non si più biasimare nessuno, comunque: la cultura italiana nell’Ottocento era provinciale ed arretrata, impegnata a discutere questioni filosofiche ed estetiche che altri paesi europei avevano già digerito e rielaborato da tempo – con buona pace degli assertori della superiorità del genio italico.

Probabilmente il genere romanzesco non si sarebbe ripreso mai più, nonostante slanci di genialità sporadici, ma sempre un tono più sotto rispetto alle esperienze europee (basta confrontare D’Annunzio e Wilde, Svevo e Joyce…). Ciò non toglie che la letteratura italiana sia (stata) grande: il problema è se valga la pena ancora insegnarla così, andando avanti per preconcetti e paletti prestabiliti, o non si debba invece trasmetterne la grandezza e la varietà attraverso scelte più intelligenti e magari meno convenzionali.


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Manuela de Lorenzi

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alibran: serata inaugurale della Biennale danza. In scena l’ultimo lavoro, in ordine di tempo, del suo curatore, Ismael Ivo. E non è casuale il titolo “Babilonia – il terzo paradiso”. Un forte messaggio che il coreografo di origini brasiliane Ismael Ivo vuole offrire alla fine della sua trilogia alla Biennale Danza. Babilonia è un sogno, il desiderio di arrivare alla felicità intesa come accettazione delle differenze tra i vari mondi e le varie culture. Tutto inizia in un’atmosfera ovattata: in scena un unico colore non-colore, il tutto bianco dall’inizio alla fine. Una fitta nebbia attraverso la quale venticinque danzatori si rincorrono, freneticamente, per poi cadere ammassati uno sull’altro, tutti eguali. La terra, ovvero la Babilonia che rimanda all’idea di confusione, caos, subbuglio, è invece una mescolanza di linguaggi e di culture (non a caso i danza-

tori provengono da più parti del mondo). È il luogo dove ciascuno con la propria identità comunica all’altro senza prevaricazione. È il “donare” la propria esperienza e far sì che l’altro ne possa usufruire. È guardarsi allo specchio e prendere coscienza dell’altrui diversità e farne tesoro. È il condividere, come un’ultima cena, le esperienze, e non tradire, perché solo superando uno sterile individualismo si può raggiungere la felicità. Il messaggio forte e chiaro è trasmesso attraverso una danza fatta di movimenti, gesti e silenzi, non sempre sincronizzati con la musica, a sottolineare appunto le diversità. L’attesa di un movimento corale non viene soddisfatta, forse perché troppo scontata. Ma forse il significato è da trovarsi proprio nella volontà di non omologare pensieri o movimenti diversi e mantenere, nell’armonia comune, l’accettazione per potersi conoscere.

Ismael Ivo, nato a San Paolo del Brasile, è direttore artistico del Settore Danza della Biennale di Venezia dal 2005. Deve la sua formazione alle esperienze con Alvin Ailey a New York e a Berlino con Johann Kresnik e Ushhio Amagatsu, l’artista giapponese dei Sankai Juku: tutte esperienze che si fondono con la sua naturale essenza afro-brasiliana. Babilonia –Il terzo paradiso è un nuovo tassello ai suoi precedenti lavori realizzati per l’Arsenale Danza. Si aggiunge infatti a The Waste Land che esprimeva la desolazione della terra minacciata dalla devastazione dell’uomo e Oxygene che parlava invece della capacità di sopravvivenza dell’uomo ponendo l’attenzione soprattutto sul respiro, l’attività più naturale e necessaria.


Il terzo paradiso 23

Ismael Ivo è l’ideatore a Venezia dell’ Arsenale della Danza, centro di perfezionamento di danza contemporanea, giunto al suo terzo anno, nel quale vengono accolti danzatori da varie parti del mondo, con l’intento di creare un luogo d’incontro, di scambio e di crescita per le nuove generazioni.


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Elisabetta Badiello

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algrado sia ora più che centenaria, il secolo se lo porta benissimo, anzi sembra proprio in ottima forma. Risale infatti al 30 aprile 1895 l’inaugurazione a Venezia della prima Esposizione Biennale Artistica Nazionale, più conosciuta come Biennale Arte. Istituita dall’allora giunta guidata dal sindaco Riccardo Selvatico, la rassegna ha attraversato nei decenni alterne vicende e tra scandali e guerre ha seguito, nella sua evoluzione, il percorso della storia d’Italia. Diretta da Bice Curiger, storica dell’arte, critica e curatrice di mostre a livello internazionale, la 54ª Biennale Arte di Venezia coinvolgerà, dal 4 giugno al 27 novembre 2011, gli spazi dei Giardini e dell’Arsenale per estendersi con gli eventi collaterali all’in-

ILLUMInazioni tera città. Sono 89 le partecipazioni nazionali rispetto ai 77 paesi presenti nella passata edizione Fare Mondi del 2009. Andorra, Arabia Saudita, Bangladesh e Haiti sono presenti per la prima volta mentre altri tra cui India, Iraq, Congo, Sudafrica tornano dopo una lunga assenza. Inoltre 37 eventi collaterali proposti da enti ed istituzioni internazionali coinvolgeranno l’intera città. È un avvenimento al quale si accompagnano, oltre ad una certa dose di polemiche, soprattutto molte aspettative. La Biennale rappresenta lo stato dell’arte internazionale e anche per coloro che sono assolutamente digiuni di correnti e tendenze artistiche, nuove espressioni e ricerca, la visita degli spazi espositivi rappresenta un tuffo, ovvero

un’immersione totale in quello che verrà. Percorsi i giardini attraverso i padiglioni dei singoli paesi o gli ampi spazi dell’arsenale si esce magari con qualche perplessità ma sicuramente con l’impressione di essere parte di un mondo che cambia, con grande ricchezza di espressioni e linguaggi, e con la consapevolezza che ci sia ancora molto da dire. Una vera scossa per i cinque sensi ed uno stimolo a guardare oltre ciò che appare, ad indagare la nostra storia e il domani con occhi diversi. È come un viaggio attraverso il mondo, dove la lingua parlata perde limiti e importanza perché la comunicazione avviene attraverso altri canali, a volte inimmaginabili. È l’arte contemporanea che superata la fase di “anti-arte” e con il recupero dei generi classici (quali pittura,


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INFORMAZIONI Venezia, Giardini – Arsenale, 4 giugno > 27 novembre 2011 Orario: 10.00 - 18.00 Chiuso il lunedì escluso lunedì 6 giugno e lunedì 21 novembre 2011 Biglietterie Arsenale, Giardini e Ponte dei Pensieri Come raggiungere le sedi espositive da Piazzale Roma / Ferrovia: per Arsenale: linee ACTV 1, 41 per Giardini: linee ACTV 1, 2, 41, 51, 61 solo da Piazzale Roma

scultura, fotografia e video) tende a risvegliare il potenziale latente impegnando sempre di più il pubblico nel suo coinvolgimento. Quale espressione di tendenze collettive e identità frammentarie, l’arte contemporanea è fortemente radicata nell’interiorità ed è per questo che richiede una complicità sempre maggiore da parte dell’individuo/spettatore rispetto all’opera. Riguardo all’ultima Biennale “Fare mondi”, dove il curatore Daniel Birnbaum poneva l’enfasi sulla creatività costruttiva, il titolo scelto da Bice Curiger è ILLUMInazioni, con riferimento alla “luce” generata dall’incontro con l’arte. ILLUMInazione anche per il suo richiamo agli echi dell’Illuminismo, perché

rappresenta una “luce” sugli sviluppi attuali dell’arte, un’occasione di riflessione che va oltre i confini nazionali in una società svincolata dalle singole identità, dove gli stessi artisti sono divenuti dei migranti culturali. L’arte affina la percezione, acuisce il sentire attraverso nuove possibili esperienze. Ci parla del futuro perché è in continua evoluzione. La biennale è forte dell’incontro con le voci del mondo, è come una luce che guida i visitatori, coloro che vi partecipano come membri della società che sta sempre più abbandonando i confini nazionali. Una novità è costituita anche dal criterio di scelta degli artisti presenti al Padiglione Italia all’Arsenale. Il curatore Vittorio Sgarbi ha

infatti coinvolto scrittori, poeti, registi e uomini di pensiero (di riconosciuto prestigio internazionale e volutamente non critici d’arte) chiedendo loro singolarmente di individuare, motivandone la scelta, un artista da invitare alla Biennale. È stato così costituito un Comitato tecnico scientifico che ha scelto i 200 nomi presenti in Biennale. Il progetto, oltre ad uno spazio riservato ai 150 dell’Unità d’Italia, si completa con la presenza delle Venti Accademie di Belle Arti che hanno selezionato i loro allievi più promettenti e che saranno presenti all’esposizione.


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Giulia Piscitelli

Lyin Faulkes


Si, mi lavo la faccia e vado a dormire ma quando mi sveglio sono sempre Lady Gaga.

strada statale 11, Km 331 36053 Gambellara VI (Italy) lineabeta@lineabeta.com www.lineabeta.com


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INCIPIT&EXPLICIT

SE UNA NOTTE D'INVERNO Paolo Armelli "Se una notte d’inverno un viaggiatore" di Italo Calvino è un libro che sorprende per tantissime ragioni. La principale è perché è un libro fatto di incipit. Sviluppandosi come una straordinaria carrellata sulle potenzialità della parola e dell’inventiva, l’opera segue un lettore (il Lettore) alle prese con un romanzo di cui non riesce a proseguire la lettura a causa di misteriosi errori di stampa o problemi tipografici; la ricerca del seguito lo porterà a leggere ben dieci inizi di romanzi diversi e a trovare anche l’anima gemella: la Lettrice. Calvino dimostra la sua genialità compositiva (composizionale) già nell’incipit vero e proprio del libro, un capolavoro di allusione metanarrativa: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti.

Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. (…) dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.” I mondi diversissimi fra loro che Calvino abbozza nei successivi dieci incipit – da una grigia rarefatta stazione al Giappone magico, a uno sperduto villaggio sudamericano… – danno l’idea di quanto la letteratura possa destrutturarsi pur rimanendo affascinante e coinvolgente. In un estremo tocco di genio (non leggete questa se vi è venuta voglia di prendere il libro, fatelo dopo), Calvino ha legato i vari incipit dei capitoli in un ennesimo incipit autonomo: “Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dall’abitato di

Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano…” La magia della letteratura sta nell’incipit, tutta quanta lì.


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∞ QUENTIN BELL VIRGINIA WOOLF, MIA ZIA | La Tartaruga “Da signorina, Virginia Woolf si chiamava Stephen. Quella degli Stephen è una famiglia che emerge dall’oscurità verso la metà del XVIII secolo. Erano agricoltori, mercanti e trafficanti di merci di contrabbando nell’Aberdeenshire.” * “Deposto il bastone sulla riva del fiume, si infilò una grossa pietra nella tasca della giacca. Poi andò incontro alla morte: «l’unica esperienza», come aveva detto a Vita, «che non descriverò mai».”


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EYES|WIDE|SHUT

POCHI ELEMENTI DI ANALISI Federico Tosato Siamo in sala, coinvolti dal film che stiamo seguendo. Osserviamo un’inquadratura. Si passa alla successiva e quindi a quella dopo ancora… Di inquadratura in inquadratura il film termina e noi, più o meno eccitati, galvanizzati, annoiati, delusi, entusiasti, divertiti, tesi o compiaciuti, usciamo. Ma vi siete mai chiesti i motivi per i quali quel certo film ci ha così appassionati? Tra i tanti, uno è senz’altro il montaggio, che in senso pratico consiste nell’unire la fine di un’inquadratura con l’inizio di quella che la segue. Perciò il montaggio relaziona reciprocamente alcuni elementi, realizzando, per mezzo di uno stacco, la transizione da un’inquadratura all’altra. Si passa da “A” a “B” con uno stacco, come appena detto, oppure per mezzo di altri elementi, quali la dissolvenza d’apertura (l’immagine appare a partire dal nero dello schermo), quella in chiu-

sura (l’immagine scompare fino a diventare nera, generalmente), quella incrociata (l’immagine che compare e quella che scompare si sovrappongono per alcuni istanti; splendida, per fare un esempio, è la dissolvenza incrociata in Psyco che mostra sovrapporsi, anche geometricamente, l’occhio di Marion appena assassinata e il sifone della vasca da bagno). Transizioni di questo tipo si utilizzano in special modo per sottolineare la presenza di un’ellissi o di un salto temporale, in primis quelle in chiusura, che in maniera ancor più netta delle altre interrompono il flusso narrativo e separano ciò che precede da ciò che segue. Anche se ormai quasi completamente in disuso, altri elementi di punteggiatura sono poi l’iris e la tendina. Tanto premesso, torniamo al montaggio in senso stretto: complicando un po’ il concetto, possiamo

dire che la sua funzione è di articolare lo spazio diegetico in differenti unità, evidenziandone le più rilevanti – e conseguentemente gli eventi che le rappresentano –, selezionando così i momenti salienti della vicenda narrata e, al contrario, spingendo nelle ellissi gli altri. La settima arte mostra insomma la vita, depennandone però i momenti diegeticamente inefficaci al fine del prosieguo della storia. «Drama is life with the dull bits cut out», ha detto Hitchcock. Sullo schermo vediamo una segmentazione spaziotemporale; segmentazione che tecnicamente si definisce découpage. I suoi “estremi” sono noti: ricordate le “vedute” dei Lumiere, quei pochi secondi di immagini prive di movimenti di macchina che mostrano ad esempio l’arrivo del treno in stazione, l’abbattimento di un muro, l’uscita degli operai dalla fabbrica o la


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colazione del bambino? In quelle “vedute”, così come nel cinema primitivo, il découpage non c’era, non era ancora stato concepito. Ma negli anni ci saranno poi autori che lo useranno sino alle sue massime possibilità narrative, espressive, intellettuali o tecniche: per esemplificare, senza scomodare qui Ejzenstejn, al quale relativamente al montaggio si deve molto, sarà sufficiente rifarsi nuovamente al film di Hitchcock del ’60 e precisamente alla scena che mostra l’assassinio della giovane donna sotto la doccia; provate a cronometrarne la durata e a contare, se ci riuscite, il numero delle inquadrature. L’uso che però più frequentemente si fa del découpage, perlomeno nei lungometraggi narrativi, è conosciuto col nome di découpage classico, col quale il passaggio da un’inquadratura alla successiva sembra scomparire; ovviamente

rimane, non potrebbe essere altrimenti, ma noi spettatori non lo percepiamo, immersi come siamo nel flusso narrativo della vicenda che si snoda in ordine cronologico, ad eccezione dell’eventuale presenza di flashback, o, più rari, di flashforward. L’elemento primario al fine di ottenere un montaggio invisibile è il raccordo, che di base conta tre tipologie: quello di posizione, di direzione e di direzioni di sguardi. Per esemplificare il primo, se in un’inquadratura il personaggio “A” è ripreso a destra e “B” a sinistra, nella successiva dovranno mantenere la medesima posizione; per il secondo, possiamo dire che se un soggetto esce di campo a destra, nell’inquadratura successiva dovrà rientrare da sinistra, perché in caso contrario avremmo l’impressione che se ne stia tornando indietro; per l’ultimo, inquadrato singolarmente, l’attante “A”

mostrerà lo sguardo rivolto a “B” e viceversa. Muovendo da questi pochi concetti di fondo, la faccenda si complica poi meravigliosamente.


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HEARTBIT

OLD/NEW ROMANTIC GENERATION DJ Chemikangelo

Compost/Schema records

È proprio vero che gli anni Ottanta stanno tornando di moda, e se così è non potevano certo mancare loro, i Duran Duran, il gruppo-bandiera di quel periodo. Da qualche mese è uscito il loro (atteso?) lavoro dal titolo “All You Need Is Now”. Si tratta del tredicesimo album della loro carriera, grazie all'arrivo in squadra del’abile produttore Mark Ronson, amante dei pastiche e gran rimestatore di suoni, il quale per questo progetto ha voluto riavvolgere indietro il nastro dei ricordi e stopparlo al 1983 (quando lui aveva otto anni) per assemblare una sorta di “figlio di Rio”, come questo disco è già stato da taluni battezzato. Effetto Nostalgia 80? Ebbene, sì, e stavolta riesce assai bene…I quattro signori panciuti di Birmingham di mezza età suonano bene, sembrano rinvigoriti dopo il tremendo flop dell’ultimo album e il paladino

dell’ondata New Romantic Simon Le Bon canta quasi meglio adesso che vent’anni fa, un mezzo miracolo...? Indubbiamente i Duran Duran rimangono nell’Olimpo degli anni 80, un miracolo mediatico dell’innovazione – dai primi video che assodarono un’ancora incerta MTV fino a quei “fidanzamenti di massa” con fan ossesse – ma la scure dell’età e del fluire delle mode non conosce passati, ed ora con questa nuova prova/esame i Durans sono arrivati all’ultimo tentativo di salire di nuovo su di un palco d’interesse oppure, ahimè, finire come figurine della Panini incollate dentro album spiegazzati… E la novità è che la band non ha più vergogna di essere quello che è. È come se degli eleganti cinquantenni che hanno ammassato fortune le avessero prima disperse e poi recuperate, e qui siamo

proprio alla fase dei ritrovamenti insperati. Si sentono gli slap di John Taylor che piacciono tanto ai Killers (Girl Panic), i ritmi disco serrati di Roger Taylor rubati dai White Lies (Blame The Machines), i tappeti vintage dei synth analogici di Nick Rhodes, arguti ripescaggi sonori presi dai Cure, dai Depeche Mode, dagli Chic, distribuiti equamente nelle 9 tracce, che provocheranno invidia alle centinaia di b-boy indie band sparse per tutta Europa. Un album decisamente british, e quando i Duran fanno i Duran sul serio Simon si riprende quel tono acuto pre-Arcadia che non si sentiva da tempo, le liriche ritornano più ironiche, Safe riapre la serranda dello Studio 54 e Before The Rain il portale della cattedrale gotica dove i Depeche Mode hanno fatto Peace. Anche i Duran Duran del 2010 hanno fatto pace, con se stessi.

Riapriamo dunque gli armadi e tiriamo fuori il polveroso scheletro degli anni 80, tanto non fa più puzza e la muffa la si può coprire con naftalina, vaniglia e luccichii di paillettes. Ops, anche il Tony Hadley dei rivali Spandau Ballet ritorna sulla scena in questi giorni cantando a squarciagola nel singolone pop-trash del nostro Caparezza, ma questo è un altro capitolo.. In ogni caso mi sa tanto che saremo in molti wild boys a rivederli sul palco il 22 luglio all’Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta, vicino a Padova; in fondo in fondo pure io sono un figlio di Rio.


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ANTROPOLOGIA DEL LAVORO Marco Piazza L’atteggiamento che nei secoli la civiltà occidentale ha mostrato verso il concetto di lavoro presenta una natura ambivalente, oscillante tra l’esaltazione e l’abbattimento: esaltazione quando il lavoro rappresenta uno strumento di benessere e di autorealizzazione, abbattimento se diventa alienante e orientato al mero consumo. Un breve excursus storico ci permette di risalire a questo dualismo, che nasconde però un sostrato comune di tipo materialista, legato all’importanza del fattore tecnico. Per i filosofi greci il lavoro non appartiene alle attività che perfezionano l’uomo, ma è un aspetto degli affari quotidiani che tolgono tempo alla perfezione umana, che si raggiunge con la ricerca della virtù e la contemplazione delle verità eterne. Anche la concezione romana del lavoro, in linea con quella greca, mantiene un’accezione negativa,

di fatica (labor in latino). Nel Medioevo tale concezione classica subisce l’influenza del cristianesimo: la regola benedettina ora et labora è un invito ad evitare il vizio dell’ozio, ma conserva il dualismo tra vita contemplativa e quella attiva, in una sorta di doppio binario, che comunque innalza il lavoro al livello della preghiera, aprendo le porte all’umanesimo delle arti e dei mestieri. La svolta avviene con la riforma protestante e con il razionalismo cartesiano: nel primo caso il lavoro quotidiano diventa vocazione (beruf in tedesco), dove il successo terreno è una misura della benevolenza divina; nel secondo si ha un’esaltazione della ragione tecnica, che offre dignità al lavoro come attività propria dell’uomo e della sua ragione, in quanto permette di dominare la natura al proprio volere, al servizio di un progresso

continuo, che verrà ripreso dall’Illuminismo. Con lo sviluppo tecnologico ed il progresso delle rivoluzioni industriali, il lavoro diventa azione meccanica, ordinata alla produzione di beni, e mantiene una concezione materialistica del lavoro. Adam Smith afferma che il lavoro sta all’origine della ricchezza delle nazioni, mentre Karl Marx, profetizzando l’avvento del fordismo e del taylorismo, elabora la sua filosofia materialista ed in particolare il concetto di alienazione: l’uomo diventa l’oggetto del sistema capitalistico perdendo la soggettività che lo caratterizza. La seconda parte del XX secolo segna l’importanza della conoscenza di tipo scientifico, astratto, intellettuale, dove prevalgono socialmente i lavori che richiedono innovazione e creatività; si diffonde parallelamente una sorta di ido-


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latria del lavoro, di matrice anglosassone e protestante. La tendenza di fondo di queste concezioni è la concezione materialistica del lavoro, che perde tutta una serie di elementi che caratterizzano l’uomo a livello psicologico, sociale, economico, culturale, e che diventa quindi antropologicamente alienante. In effetti le più recenti teorie sociologiche rivedono la situazione del lavoratore, da oggetto a soggetto, considerandolo nella sua condizione di animale, razionale e libero, ma soprattutto vulnerabile e dipendente dall’altro, quindi sociale, con uno spostamento dell’interesse dal mero risultato dell’attività lavorativa alla conoscenza, socialità ed esperienza necessari ad ottenerlo. Ne sono una prova l’introduzione nelle aziende di nuovi sistemi organizzativi di partecipazione auto gestionale (team working), di

compartecipazione fra produttori e consumatori (prosumers), di rotazione delle mansioni (job rotation), di arricchimento dei compiti e delle funzioni (job enlargement), e di progetti di qualità (total quality). Oltre alle varie interpretazioni sociologiche ed economico-organizzative, fra le più originali interpretazioni segnalerei quella di stampo teologico, elaborata da Josemaria Escrivà, Santo della Chiesa Cattolica e fondatore dell’Opus Dei, che intende il lavoro come occasione di santificazione del cristiano nella vita lavorativa, cioè perfezionamento umano e soprannaturale. Credo quindi che questa nuova visione antropologica del lavoro possa contribuire a riconsiderare l’uomo non solo come pedina inerte del sistema economico, ma come protagonista attivo e centrale, con una sua valorizzazione che è mancata negli ultimi secoli.


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SPEAKERS' CORNER

LA CREAZIONE DEL BRECCIOLINO Mauro Pes Che hai compagnia te ne accorgi sulle piastrelle, non importa quali. Puoi trovarti in cucina o in ufficio, a casa tua o in qualche cesso di bar. Non cambia niente: le rivelazioni te le fanno solo le piastrelle, punto. Appena entri dalla porta tua moglie ti guarda, la commessa (la più brutta, ovvio) ti guarda, quel cacchio di vecchio con l’Amplifon ti guarda (ma non sa il perché, ovvio). Il fatto è che quel dannato brecciolino è sempre della misura giusta, è perfetto. Creato ad arte per infilarsi sotto le suole. Nel carrarmato dei tuoi anfibi, tra le scanalature delle tue (nuove, ovvio) scarpette ginniche, nei fori traspiranti dei tuoi mocassini anti puzza, che pian piano diventano dei barconi pieni di sudore. Così tu avanzi nel locale come se stessi camminando sulle uova, come se la stanza fosse un nido di serpenti a sonagli. Come se

ti avessero minato il terreno tutto attorno e tu cercassi di disattivare le cariche esplosive ballando la versione idiota del Tip-tap: il Tic-tac, il balletto con le mentine sotto le suole. E ogni volta hai una performance diversa, un’esibizione che cambia a seconda della pavimentazione. Sul cotto il Tic-tac è attenuato, più caldo, si direbbe quasi timido. Ricorda i martelletti di una macchina da scrivere su di un doppio foglio imbottito con della carta calcante. Il Tic-tac sul cotto è un romanzo in fase di scrittura e se in sala non sono proprio tutti stronzi ci fai la tua porca figura. Sul marmo invece sono un altro paio di maniche. Il tic è rapido, è una frustata e ricorda la scossa di un accendino per fornelli a gas. Tic-tictic-tic-tic, non so se rendo l’idea. Il tac invece è quello della lancetta dei secondi dell’orologio da cucina di tua nonna. Tac-Tac-tac-tac-tac,

il rumore del tempo che passa, mentre ti rompi le palle aspettando che il tempo passi. Col Tic-tac sul marmo la gente nove volte su dieci chiama i carabinieri, per farti sloggiare. Ma perché? Voglio dire, da dove viene questo accanimento del brecciolino nei nostri confronti? Perché la sua perfezione ci perseguita? Qual è l’origine di questa piaga moderna? Una risposta precisa alle nostre domande non c’è, quello che si sa è solo che nella notte tra il Terzo e il Quarto giorno Dio creò il brecciolino. Non lo fece apposta, fu per via di uno slancio di generosità. Aveva passato tutto il Terzo giorno a separare la terra dall’acqua plasmando mari e monti, laghi e colline, altipiani e pianure e a tarda sera, stanco morto, s’era ritrovato con un avanzo di migliaia di inutili pietroni. Massi informi che in un

colpo di genio o di poesia la sua mano aveva trasformato in stelle, lanciandoli uno ad uno nell’oscurità del lago nero sopra la sua testa. Fu sotto la luce del firmamento che Dio si avvide del brecciolino, figlio dei pietroni e nipote delle stelle, e non avendo più ne voglia ne forza per sbarazzarsene lo lasciò lì a godersi lo spettacolo dal cielo e a progettare invasioni di scarpe e pneumatici. A insegnare il verbo sdrucciolevole a figli di Adamo. Ad allungare le frenate dei SUV sotto i sederi delle figlie di Eva. E se fosse proprio il brecciolino la famosa “Particella Dio”, quella che da tempo stanno cercando di individuare al CERN di Ginevra? Chi glielo dice a quel fior fior di scienziati che ciò che cercano noi l’abbiamo da sempre? Ogni santo giorno, sotto le scarpe.


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IMPROVVISAZIONE: L'ARTE DI TUTTI Federico Gobetti Un foglio bianco. All'inizio è solo un grande vuoto. E se non hai idee con cui riempirlo, beh, qualcosa devi trovare. Allora ti inventi qualcosa. Improvvisi. Ogni giorno tutti ci troviamo ad improvvisare: quando discutiamo su un argomento che non conosciamo a fondo, quando torniamo a casa in macchina e un gatto ci attraversa la strada, quando passeggiando una persona ci ferma per salutarci e non abbiamo la minima idea di chi sia, quando ci rendiamo conto che siamo senza la monetina da 5 centesimi che manca per comprare le sigarette. E allora che si fa? Si improvvisa; ci si inventa qualcosa lì per lì. Ci si affida all'ispirazione, alla fantasia, all'istinto. Si può dire che nell'ordinarietà delle nostre giornate ci viene più facile improvvisare le nostre azioni piuttosto che pianificarle a tavolino. È naturale.

Se nella vita di tutti i giorni l'improvvisare però è sinonimo di “trovare rapidamente una soluzione ad un problema”, con conseguenza che il risultato finale, proprio perché inventato al momento, risulti “scialbo”, in campo artistico invece il gesto improvvisato diventa l'atto principe. Pensiamo alla musica: il jazz per esempio. L'improvvisazione è parte fondante della canzone, che gira intorno ad un tema principale nella parte iniziale e finale, mentre il resto è lasciato alla fantasia di ogni musicista della band (nel bebop). L'assolo improvvisato è dunque il momento in cui il musicista ha la massima libertà di esprimere se stesso e tutta la sua passione. Senza note “giuste” o “sbagliate”. Senza suoni “belli” o “brutti”. Solamente la sua anima, direttamente dal cuore alle mani, alle orecchie di chi ascolta. In pochissimo tempo, naturalmente. “In

quindici secondi, la differenza fra improvvisazione e composizione è che nella composizione hai tutto il tempo che vuoi per decidere cosa dire in quindici secondi, mentre nell'improvvisazione hai quindici secondi” disse Steve Lacy (citazione fatta da Riccardo Brazzale in Vicenza Jazz 2011). E tutti, possono improvvisare arte. Alla faccia di chi dice che solo i maestri possono creare un capolavoro improvvisando. Certo, un'improvvisazione di un amatore non potrebbe mai avvicinarsi a un Jaco Pastorius, o un Dizzy Gillespie, un Louis Armstrong o un Duke Ellington. Neanche col telescopio. Ma l'improvvisazione è la libertà. Di essere; di fare ciò che si vuole, come si vuole. Lì, al momento. Nella maniera più spontanea e naturale del mondo. E credere che quello che fai sia Arte (con la a maiuscola). Anche se apparentemente non

ha senso nemmeno per te che lo stai facendo. Quando improvvisi tu stesso sei l'arte. E proprio per questo, che tu stia scarabocchiando su un muro, sorridendo a una vecchietta o tamburellando sulle pentole della mamma, sarà sempre e comunque uno spettacolo grandioso.


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IMAGINAREA

Sushi

Enrico Capitanio


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<prossima uscita>

ventitregiugnoduemilaundici

Cabaret Voltaire Maggio 2011  

Numero di Maggio di Cabaret Voltaire, rubrica online di cultura, arte, musica e spettacolo del Corriere Vicentino

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