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Coolclub.it Anno 1 numero 1 Iscritto al Registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n. 844 Direttore responsabile Dario Quarta Collettivo redazionale Osvaldo Piliego, Dario Goffredo e Pierpaolo Lala Progetto grafico e impaginazione fuoridaltunnel Associazione Culturale CoolClub Redazione Via De Jacobis 42 73100 Lecce telefono: 0832 303707 e-mail:redazione@coolclub.it Stampa Poligrafica Desa Srl Copertino

Cercando casa Fra destra e sinistra delle colonne del giornale, gialle le pagine, come di ogni elenco che si rispetti, corre l’occhio ormai esperto, pronto e sveglio a cogliere l’annuncio che è proprio quello che stavi aspettando. Il telefono bolle e assai caro rischia di essere il conto se non sei fortunato. Almeno tre settimane, ma cercando davvero, con impegno come fosse un lavoro, ti dice l’amico che anche lui ha cercato casa poco tempo fa. Fortunato, l’amico, lui ha trovato proprio quello che cercava, due stanze più cucina, un piccolo gioiellino nel centro pieno. Ma, a ben guardare dice l’amico, in fondo cercando un po’ meglio forse di meglio trovavo. Ma accontentarsi è importante. E cerchi cerchi. Vedi le case. La prima è da scartare quasi sempre, se non sei Gastone Paperone, il cugino dello sfortunato Paperino. La prima è un due stanze ricavate in un sottoscala, gialli i muri per l’umido, e quel quadro che ricorda, ma solo per vaga tristezza las meninas. La cucina è in corridoio e affaccia sulla camera da letto. Come non detto niente da fare. Neanche il prezzo è davvero notevole. E dopo che ridi un pochino e un pochino bestemmi, di nuovo sei pronto a sfogliare l’elenco di case in affitto. Una la scarti perché troppo grande, un’altra perché troppo cara, quella carina ma fuori mano, se proprio non trovi di meglio.E poi d’improvviso sembra che tutti abbiano una casa giusta per te. E cominci a girare. Domenica mattina alle 9 da un lato alle 9 e 30 dall’altro della città. Rincorri padroni tra tappeti consunti e poltrone improbabili. Entri straniero nelle vite di giovani coppie senza figli – così ti presenti anche tu per fare colpo – giovani, non sposati, entrambi impiegati, ben referenziati, nessuno ti dice di no. E già questa è una bella fortuna. Cercare casa, alle volte è un poco spiazzante. Cambiare abitudini, lasciare gli amici con cui da anni vivevi. E come quando il tuo quotidiano rischia di chiudere perché non c’ha soldi e vorresti davvero dare una mano di più. Quotidiano comunista ma ancora per poco quotidiano. Cercare casa è come attraversare un ponte a occhi chiusi e soffri pure vertigini. Cercare casa è come una canzone che non ti aspettavi: un poco ti piace un poco ti annoia, ma alla fine, chissà, magari è bella davvero. Una è carina davvero, accettabile il prezzo, onesto, quattro vani più accessori dice l’annuncio, e c’è pure il camino per le, rare, sere di neve. Ma è il padrone stavolta ad essere strano sul serio. Lasci perdere ormai convinto che non molto può mancare. E quando la vedi sai già che è quella di certo. Per le case, peccato, non c’è periodo di prova, non è come al lavoro, non torni indietro: è quella e te la tieni. E quando decidi di prenderla devi essere serio e convinto. Indietro non torni. Ma quando la vedi sai già che è quella di certo. Non sbaglio ti dici se la prendo subito. E subito la prendi. Ottima scelta ti dici. Piccola ma ben organizzata, stavolta va bene. E cambi casa. Cambiare casa è decisamente spiazzante. Ti si apre davanti un nuovo orizzonte. La casa in fondo è la vita.

Il dubbio rimane ma forse per poco, pensi a quello che avevi e quello che avrai. Sistemi gli oggetti, i libri per primi, poi tazze e piattini. Inviti gli amici a cenare: oggi la pizza ancora è un casino scusate. Ed ecco che piano ma non troppo la casa prende i tuoi odori, i tuoi tempi, i tuoi ritmi. Sistemi le luci, fai i primi lavori: roba da poco ma meglio di niente. Cambiare casa non è male. Guardo te che subito rassetti appena mangiato, dai rimani con me ti dico, ma dopo rispondi correndo e dicendo la casa è sporca bisogna pulirla. Accendo il pc, accendo la musica, continuo a guardarti e ti scrivo che sì. dario goffredo

CoolClub.it

Anche questo mese esce Coolclub.it, ma questo è un mese speciale, dopo quasi un anno quello che era nato come un flyer gigante, un semplice contenitore di eventi e deliri autoreferenziali, diventa un giornale a tutti gli effetti. Quello che era nato come un foglio di sole quattro pagine oggi ne ha sedici, quello che era un veicolo per pochi incoscienti oggi è uno spazio dove sempre più persone trovano un posto. Da oggi Coolclub.it ha un editore, un direttore e i suoi collaboratori. E c’è entusiasmo a dare voce a quello di cui solitamente non si parla o poco. Con l’imperativo costante di non prendersi mai sul serio abbiamo cercato e cercheremo di parlare di un altro Salento e in modo diverso di dischi, libri, cinema e altro. Da questo mese un altro giornale si unisce alle tante pubblicazioni, da questo mese c’è un nuovo giornale. Ma c’è anche un giornale che non c’è più, un giornale sparito nel silenzio. Se oggi esiste Coolclub.it il merito o la colpa è anche di alcune persone, poche in realtà, che mi hanno fatto amare questo lavoro o meglio mi hanno fatto capire e imparare tante cose. Persone che ho amato e a volte odiato come dei genitori, uomini e ragazzi che mi hanno fatto assaporare il piacere e l’amarezza che si nasconde dietro le passioni. Un microcosmo che mi ha illuminato sui meccanismi a volte crudeli della realtà più grande e sulle grandi e piccole soddisfazioni che lo scrivere può dare. Grazie a loro ho capito di essere un sognatore con un cassetto grande grande e ho capito anche come il potere logora le cose sincere e belle che ci sono, perché dietro a una penna o una tastiera c’è sempre una persona e dietro una persona idee e valori. Chi come me scrive in queste pagine non ha nessuna pretesa, non vuole fare politica, non vuole imporre i suoi gusti o quelli di qualcuno, non vuole altro che esercitare quello che anche se è un diritto a volte viene accantonato per lasciare spazio ad altro. Parlo della libertà di poter scrivere di ciò che si ama e si odia e di volerlo far leggere agli altri. Coolclub.it nasce con il desiderio di crescere e di arrivare a più persone possibili, come un giornale gratuito perché non vuole fare commercio ma informazione e anche perché probabilmente non lo comprerebbe nessuno. Questo mese mi sono imposto di essere professionale e quindi concludo con i ringraziamenti di rito. Grazie a Dario e non solo per quello che mi ha dato in queste pagine, grazie a Paola senza il cui magico aiuto tutto questo non sarebbe così bello e perché ha reso felice una persona speciale. E poi grazie al presidente Cicci e alla sua lisergica lucidità che fa sembrare tutto divertente e serio come una partita a Risiko, grazie a Pierpaolo e alla sua ventata di allegria, instancabile dedizione e logorrea, a Vale e alla sua amorevole assistenza e al suo grande cuore, a tutti quelli che ogni giorno si aggirano tra le scrivanie di Coolclub, a tutti quelli che hanno scritto e scriveranno in queste pagine, grazie ad Adolfo per tutto quello che ha provato a insegnarmi, a Gigi perché è sempre e comunque doveroso. E grazie a chi ci legge e ci ha fatto credere che tutto questo in qualche modo ha un senso. Osvaldo

Un giornale coi baffi “In India, i poliziotti che si lasceranno crescere i baffi riceveranno un extra di 56 centesimi nello stipendio mensile. Secondo il responsabile della polizia dello stato di Madhya Pradesh, i baffi conferiscono autorità agli agenti che vengono presi in maggior considerazione”. Accolta con stupore questa notizia pescata da qualche parte nell’etere, ho purtroppo dovuto constatare, pensando di metterla in pratica, che al “mio” collettivo di redazione le usanze indiane,a meno che non riguardino altro tipo di... pratiche, non interessano assolutamente. Al mio nuovo incarico e alla mia carica di Primo Direttore dell’Ufficialmente Registrato CoolClub.it, ho infatti cercato di abbinare l’autorità conferitami dai miei mustacchi, se non per ottenere i 56 centesimi di euro al mese, almeno per riuscire a scrivere un editoriale degno e autorevole; cosa invece tassativamente, benché simpaticamente, vietatami sia dalla proprietà del giornale che dall’intero collettivo (tutti senza baffi). Così, un po’ mesto ma orgoglioso, con gillette e schiuma da barba in mano, mi limito, dopo proficue preghiere e suppliche nei confronti del benevolo nucleo redazionale, ad accontentarmi e (quindi) a godere del mio piccolo spazio in pagina, per dare un breve e discreto saluto ai lettori e alle lettrici (a voi, pure, i miei... abbracci). Con un po’ di rammarico però, per non aver potuto raccontare le emozioni di una mattinata in tribunale, della cartellina (vuota) in pelle di Osvaldo utilizzata per l’occasione, delle tenere esternazioni di affetto manifestate da Pierpaolo all’uscita prima su un succo di frutta e poi su un copioso aperitivo. Saluti, baci e quant’altro.

Firmato: Primo Direttore di CoolClub.it ufficialmente registrato. Dario Quarta

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GR AT UI TO


Caffé Letterario

mercoledì 4 dicembre

Pleo

- Lecce

Serata speciale al Caffè Letterario con sound & vision for the club, questa settimana ospite d’eccezione Pleo, al secolo Pierpaolo Leo. Pierpaolo Leo comincia la sua attività di musicista elettronico nel ’97 con il gruppo di rock-avanguardia Les Enfantes Rouges creando sonorità granulari e aritmiche per i loro live-set. Nell'anno successivo concretizza il primo lavoro solista, "Dyn-Aphonic", ispirato alle esperienze canadesi sulle mappature sonore. Dopo una serie fitta di collaborazioni realizza nel 2001 l’album Before Breakin' pubblicato dalla fiorentina Audioglobe Records in mp3. Sempre con l'Enfance Rouge registra nello stesso periodo il loro nuovo disco "RostockNamur", curando in particolare le tracce di musica concreta. Oggi è uno dei nomi più importanti della “nuova elettronica” in Italia, conosciuto anche per i concerti nei quali vi è l’interazione tra suono e immagine. In quest’occasione Pleo selezionerà per voi la sua musica ma anche i suoi ascolti in un susseguirsi di sperimentazione e ascolto più easy...una serata da non perdere.

venerdì 6 febbraio

Piaccainocchio Cinema Elio - Calimera Primo appuntamento per la sezione Prova D’Autore della rassegna teatrale Meta-Scena del Nuovo Cinema Elio di Calimera. Sul palco Roberto Corradino presenta il suo sventramento scenico dal titolo impronunciabile “Piaccainocchio”. Una “cosa di teatro” - concerto mentale, monologo o flusso di ipercoscienza pensata e costruita, prima che Collodi scrivesse il suo libretto di disinformazione pedagogica, o dopo che Collodi/Lorenzini lo scrivesse, abbandonando all’adultità-carne-ragazzo il burattino-guaio. Una rilettura del famoso libro in cui Il problema di Piaccainocchio è Dio. Ingresso 7 euro. Info www.coopkama.com telefono 0832875283

mercoledì 11 febbraio

Sonic the tonic Caffé Letterario - Lecce Il nuovo appuntamento con la musica dei dj di Cool Club, un’ altro mercoledì in musica con le selezioni di Sonic the Tonic. I generi selezionati saranno il soul, il r&b, i classici degli anni 60, le tappe fondamentali della storia del rock e le nuove uscite discografiche. Il dj che ha fatto ballare il Salento con la sua mitica Ska in town sceglie di suonare per voi i suoi dischi preferiti, i suoi amori musicali di ieri e di oggi, se non vuoi ascoltare la solita musica, scegli il Caffè Letterario, scegli sound & vision for the club. Start ore: 22:00 (ingresso libero)

12-13-14-15 febbraio

Emergenza Istanbul Cafè - Squinzano

EMERGENZA è il più grande contest musicale europeo. Un festival al quale possono partecipare gruppi di ogni genere e tendenza. Il festival permette alle bands che non hanno ancora trovato un canale promozionale di conquistare uno spazio nel panorama europeo attraverso le produzioni discografiche e la realizzazione di concerti dal vivo sui più importanti palchi internazionali. In 12 PAESI EUROPEI, negli U.S.A ed in CANADA oltre 4000 BANDS avranno la possibilità di salire sui palchi dei clubs più famosi per esibirsi dal vivo. I migliori 24 GRUPPI parteciperanno alla FINALE EUROPEA DI ROTHENBURG in Germania. Quattro giorni per la seconda fase delle selezioni all’Istanbul Cafè per il Salento.

venerdì 6 febbraio

Oisin

giovedì 5 febbraio

Le Loup Garou Mata Hari - Cutrofiano Tornano nel Salento Le Loup Garou, il gruppo che si è messo sempre in mostra per la sua originalità artistica. La stampa li descrive come un miracolo. I quattro musicisti provenienti da mezza Europa danno vita ad uno show emozionante e drammatico, irrazionale e coinvolgete, un antico rito tribale nello spirito del lupo. La lingua dei testi spazia dal francese allo spagnolo, dall’inglese al tedesco, dal finlandese all’italiano e al latino. Con un cammino artistico alle spalle che ha inizio nel lontano 1986, dopo varie vicissitudini, e sconfinamenti in progetti musicali e teatrali , Le Loup Garou tornano in studio nel 2003 per realizzare il loro nuovo lavoro uscito in ottobre che vede la collaborazione di artisti del calibro di Roy Paci e Cristiano della Monica. Inizio ore 22.00, ingresso libero.

Istanbul Cafè - Squinzano

sabato 7 febbraio

Il febbraio dell’Istanbul Cafè si apre con le sonorità pop-rock ed elettroniche dei brindisini Oisin. Chitarre sempre in evidenza, un gradevole uso delle doppie voci ed ipnotici groove ritmici: una sintesi che il gruppo porta in giro sin dal 1991. Recentemente hanno pubblicato un mini cd “Gracile”. Gli Oisin si sono fatti apprezzare in giro per l’Italia partecipando a vari festival tra cui Alterfesta 1996, Rock Targato Italia ’97 e ’99 e Arezzo Wave ’99 e 2001.

Candle - Lecce

sabato 7 febbraio

Coolnite

Dj war Istanbul Cafè - Squinzano Dj War. Nel Salento il reggae è una realtà radicata sul territorio e le Dance Hall sono grandi momenti di aggregazione e divertimento. Con più di 20 anni di attività, dj War è da considerare sicuramente tra i padri fondatori dell’attuale scena musicale (REGGAE - HIP HOP E JUNGLE/DRUM’BASS ) e della Cultura del SOUND SYSTEM in ITALIA, una figura importantissima per chi si avvicina a questo mondo, uno di quelli che ha cambiato le cose perché le ha fatte. L’uomo che ha reso il reggae la colonna sonora della nostre estati in spiaggia, delle nostre serate tra amici, una vera e propria parte della cultura giovanile salentina.

Chlorò - Calimera Non vi accalcate in attesa di belle ragazze semi (o totalmente) nude. Il nome potrebbe trarre in inganno. Le Pornoriviste nascono nel 1994 e suonano un punk rock molto aggressivo, ma sono formate da ragazzi, tenete a mente, solo ragazzi. Il nome è nato per caso in un autogrill forse nel corso di un brainstorming alla ricerca del colpo ad effetto. Dopo alcuni demo e quattro cd nel 2003 è uscito il loro ultimo lavoro “Tensione 16”, pubblicato con la Tube Records, che segna la definita maturazione artistica del quartetto. L’appuntamento con il gruppo dal nome indimenticabile è al Chlorò di Calimera. Inizio ore 22.30.

Pornoriviste

venerdì 13 febbraio

Sabato è una grande festa per Coolclub. Sabato coolclub presenta ufficialmente questa zine. E come tutte le nascite va festeggiata. Triplo concerto e doppia presentazione. Oltre alla zine sarà presentato il neonato booking di Coolclub con tre delle sue proposte. Sul Palco del Candle StudioDavoli, Psychosun e Insintesi live. E poi ancora musica con i Dj di Coolclub Da non perdere.

giovedì 12 febbraio

Ratti della Sabina Mata Hari - Cutrofiano

Ballate e divertitevi con l'accattivante ritmo dei “Ratti della Sabina”, il gruppo rock-folk laziale. Otto musicisti che si scateneranno sul palco del Mata Hari. I Ratti della Sabina sono nati nell’Ottobre del 1996, con l’intento di unire i colori della musica folk alle sonorità della musica rock. I ritmi sfrenati sono impreziositi da interessanti testi. Il gruppo presenterà le canzoni del nuovo album “Circobirò”. Nel loro secondo lavoro, giunto dopo Cantiecontrocantiincantina, partecipano anche di Cisco dei Modena City Ramblers e Marino Severini dei Gang. Le danze si aprono alle 22.00, l'ingresso ovviamente è libero.

C’è chi lo scrive e c’è chi lo vende. Ma chi lo legge? Ode al giornalaio aggiornato A quindici-sedici anni ogni lunedì mattina entravo in classe con l’Unità sotto il braccio. Il segretario del Pds (nato da circa due anni) era ancora Achille Occhetto e io non ero né comunista né di sinistra. Anzi ero ancora un cattolico praticante e osservante di rigide leggi da concilio ma andavo fiero di quel rosso sotto l’ascella (e non era infiammata). In realtà il giornale quasi non lo leggevo (mi sa che vedevo la cultura – ché c’era l’Unità2 – e lo sport), Berlusconi non era ancora sceso in campo ma aveva regalato molte vittorie ad una squadra di calcio. Premesse reazionarie a parte, il direttore Ualter Ueltroni mi stava facendo un grande regalo. Con quel giornale usciva la raccolta completa degli album Panini. Le figurine, per chi era un cannibale del calcio giocato, erano un must. Stop. Quello fu il mio primo approccio con i regali pagati dei giornali. Dopo il furore di metà anni ’90, la calma dei seguenti, la riflessione sul calo delle vendite, le poppute copertine patinate, i direttori sono tornati alla carica. Per tentare di coprire l’uniformità scadente della media dei contenuti (e il calo vertiginoso delle pubblicità), gli editori pensano bene di darci qualcosa ogni giorno, così per non perdere l’abitudine. In principio furono i piccoli libri, i fascicoli, i supplementi (che sono talmente doppi che non hai abbastanza saliva per sfogliarli interamente), le cassette, le videocassette, i cd, i cd-rom poi i dvd. Poi si passò a cose ben più sostanziose profumi, sedie, magliette, cappellini, bandierine, passate di pomodoro, scatolette di tonno, orologi, macchinine, tazzine, sottobicchieri. Tutto ciò che vi viene in mente è stato incellofanato e venduto. Quei santi martiri che si chiamano giornalai ogni mattina ti devono aggiornare e presentare la merce giacché per noi umani consumatori di carta stampata è complicato stare dietro alle novità e non beccare doppioni. Come per le figurine, di fronte alle leccornie di carta e inchiostro (con relativi regali) bisogna stare attenti. Celò, celò, mimanca. Ad esempio i libri (800-900, i classici, gli erotici, i fumetti) che messi in pila dai nostri amici quotidiani sembrano trincee. Con tutti i volumi che ci cuzzettano potremmo costruire case, ponti, sedie, mobili. E poi dicono che grazie a queste iniziative gli italiani leggono di più. Attenzione, comprano più libri ma siamo sicuri che leggano di più? Non è un male avere in casa molti libri ma non si riesce materialmente a stare dietro alle uscite. Tutti si ritrovano gli angoli delle librerie perfettamente uguali. I rischi di “finta omologazione” sono dietro l’angolo. I direttori e gli editori (e i loro consulenti) ci dicono cosa leggere e cosa no? Un po’ come a scuola il docente impone le proprie letture? Ma quando i ragazzi scopriranno il piacere di passeggiare per gli scaffali della libreria e cercare, annusare, sfogliare, rubare frasi o capitoli interi, e tornare con la faccia furtiva per ripescare quel libro e continuare la lettura senza la necessità di comprarlo? È bello entrare in libreria ed essere salutati, è bello entrare in libreria è sentirsi a casa. È bello chiedere, confrontarsi, tentare un autore e sbagliare e dare la colpa solo al proprio intuito. Ma, se è fatto con la necessaria consapevolezza, è bello entrare anche in edicola e chiacchierare con il paziente Andrea o il mitico Maurizio e chiedergli che c’è oggi e comprare giornali e riviste per quello che i giornalisti e i commentatori hanno scritto e i fotografi immortalato e non per l’impermeabile o i guanti che oggi ci offrono. E va be’ che quello che scrivono i giornali va preso con i guanti. Ma non esageriamo. Pierpaolo Lala

Le ricette di Silvana “Panzerotti” (per gli italianisti: crocchette di patate) Mi hanno chiesto: -cosa vuoi dalla vita?– -che fosse…Cosa si può volere dalla vita se non che sia vita? Vita, fatta di cose semplici, di affetti, di un gatto nero, di un gatto bianco. Vita fatta degli scodinzolii dei cani che hai svezzato, curato. Cani che ti hanno addestrato alla passeggiata quotidiana, all’ossessivo abbaiare, alla fossa scavata in giardino, sotto la pianta di rosa preferita. Vita fatta di una pianta di rosa rossa vellutata e profumata di infinito gusto arcano, come se emanasse odore di vita, di fecondità, di sesso. A chi volesse fare l’amore tutto il giorno consiglierei di coltivare in camera da letto una rosa rossa di una varietà che, a casa mia, chiamano “Papa Giovanni”. Figuratevi che cosa direbbe un Papa a sapere quali pensieri peccaminosi vengono alla mente e al corpo annusando un fiore a lui dedicato dalla solita donna grassoccia di sessanta anni… Vita fatta di nomi strani attribuiti alle cose più improbabili. Prendiamo ad esempio il termine panzerotto. Noi, in un microscopico paese alle soglie del nulla [giusto per citare un noto poeta locale: Bodini (saranno soddisfatti gli intellettuali salentini che si gloriano di una letteratura inesistente e di pubblicazioni ridicole in una terra che offre solo a chi ha già) (comunque Bodini è sicuramente il massimo descrittore di quello che è il Salento, luogo assolato e umido, gente assolata e umida…)]… Stavo parlando di altro, prima di perdermi in matematiche parentesi critico/letterarie. Noi, bodiniani salentini di Soleto, noi, a casa mia, chiamiamo panzerotti due cose diversissime tra loro, per natura e senso. Panzerotto è un tizio, di quelli con un po’ di ciccia qua e là, di quelli che ridacchiano risate “guttu-nasali” simili al verso delle foche… la cosa buffa è che ridono, succulenti ammassi di grasso, di qualsiasi cosa e si fanno presentare l’immaginaria fidanzata dallo zio ballerino di tango… Panzerotto è: un tizio grassoccio, a volte tonto. Panzerotto è: quello che ogni patata, destinata al piatto, vorrebbe essere. La patatina bollita viene passata da ruvide mani che brandiscono il passatutto come un’arma di distruzione. Morbida pasta gialla, si modella in una forma affusolata (altro che panzerotto!). Si rotola nell’uovo, nel pane grattato. Così si sentì Dio quando creò Adamo dalla terra? Si sporcano le mani, gode l’animo pensando al risultato… L’essenza è il peperoncino, sostituto eccellente del prezzemolo in ogni pietanza. Nell’olio a friggere per qualche minuto. Croccante doratura. Mi hanno chiesto: - cosa vuoi dalla vita? Che sia come un panzerotto. Lunga quanto basta. Croccante. Piccante. Stuzzicante. Ma, soprattutto, semplice da cucinare. E, come un panzerotto, vorrei che desse una certa gioia infantile quando è a tavola. Silvana la cuoca stanca


cinema

Lost in Traslation Sophia Coppola

È figlia di papà, è affascinante, è vissuta in 3 continenti e lo dice con la leggerezza con cui voi raccontate l’ubriacatura della sera prima. E riesce a costruire un film delizioso. Possibile? Si, possibile. Il film di Sofia Coppola si fa amare dal primo fotogramma: Ben Murray appoggiato al finestrino con l’espressione svuotata di desideri va incontro ad un destino ridanciano nella Tokio da caroselli pubblicitari. E già lo capisci che mai prima della Coppola era stato così bravo. La sceneggiatura, di cui la Coppola è anche autrice, è minima. Lui è un attore stanco, in Giappone per girare 1 spot pubblicitario, lei sposina saccente è al seguito del marito fotografo che sembra perennemente tirato di coca. Prigionieri di un mondo che non capiscono, passano i giorni in albergo tra bar e piscina con sauna imperiale, annoiandosi mortalmente, mentre noi ce la spassiamo per le facce attonite di un divertentissimo Murray. Finchè si guardano e si riconoscono. Senza forzature. E iniziano a giocare in una terra di nessuno in cui il Sol levante entra di soppiatto e ti rapisce comunque. In notti insonni da jet lag Ben Murray, che ti da l’impressione di recitare se stesso, e Scarlett Johannson, pannosamente seducente, si raccontano a braccetto in un universo di parrucche fucsia. Forse si innamorano. Forse solo si piacciono. Forse succede che a volte le solitudini si incontrino per non esserlo più. Solo per una settimana. Quando la settimana finisce, se ne tornano nelle loro case. E noi nelle nostre pensando: ma che brava questa Sofia. E poi: ma chi è l’idiota che è stato capace di tradurre lost in translation con “L’amore tradotto”? Stupenda la scena dello Spot. Di lui nella stanza di lei. Di loro in ascensore. Della casa dell’amico...ok basta, smetto, giuro, smetto...se voi mi giurate che lo andate a vedere. Per imparare ad amare. E per ridersela un po’. Maurizia Calò

Lo strano mondo di Josè Mojica Marins (in arte Zè do Caixao)

Nel 1963 come un fulmine a ciel sereno il cinema brasiliano viene sconvolto dal folle stile di un giovane regista che risponde al nome di Josè Mojica Marins e dalla sua terribile creatura Zè do Caixao. Ma facciamo un passo indietro. Marins, classe ’29, già attivissimo fin da età adolescente nella direzione di filmetti in 16mm, aveva diretto precedentemente tre film di cui un western tacciato di blasfemia e un riparatore film neorealista finanziato dal clero, ma i suoi frequenti incubi popolati da una figura nerovestita recante il suo volto, gli dà la giusta ispirazione per un horror (il primo in Brasile). Nasce così “A meia noite levarei sua alma” ( A mezzanotte ti porterò via l’anima) (portato a termine a fatica: leggenda vuole che Marins finiti i soldi costrinse , pistola alla mano, attori e manovalanze che già smontavano baracca e burattini a finire di girare. E questo per farvi capire il suo caratterino!) Il primo film del regista che vede come protagonista Zè do Caixao, personaggio destinato a giocare un ruolo preponderante nella vita del regista. Zè vestito di nero, con un lungo cilindro, barba, uniciglio e lunghissime unghie, è il becchino di un villaggio. Ateo, non curante delle tradizioni religiose, violento e maldisposto verso i suoi compaesani è temuto e odiato da questi per le sue amene caratteristiche. Quello che cerca Zè, come un novello Nietzche, è una donna virtuosa che gli doni il figlio perfetto e per raggiungere il suo scopo, uccide e tortura tutte le donne che gli si parano davanti fino a scovare la perfetta genitrice. La dottrina di Zè è infatti infarcita di teorie pseudo nitzchiane che tendono alla spasmodica ricerca del superuomo incarnato in un fanciullo. Tanto odia gli uomini, infatti, tanto il nostro è affascinato dai bambini quali depositari della purezza e della verità. Particolarissimo per le sue trovate e per la visionarietà con cui condisce il tutto Marins è così destinato a lasciare un’impronta indelebile nel cinema horror mondiale grazie anche alla popolarità del suo personaggio che diventerà completamente il suo alter ego. Anche nella vita Marins veste di nero e conserva gelosamente le lunghe unghie alle mani (“Voglio dimostrare che la natura è sbagliata: le unghie crescono naturalmente ma non tagliandole puntualmente vado incontro ad artrosi e problemi !), fino alla totale sovrapposizione delle due personalità. Altra caratteristica per cui Marins si è reso famoso è l’enorme quantità di rettili e insetti che assalgono le sue attrici. La cosa sconcertante è che non vi è nessun artifizio! Le attrici durante i provini erano, infatti, sottoposte a estenuanti “contatti” con ogni genere di animale. A distanza di tre anni la figura di Zè ritorna nel seguito “Esta noite encarnarei en tu cadaver” (Questa notte mi incarnerò nel tuo cadavere) continuazione delle terribili gesta del becchino folle che questa volta finirà anche all’inferno. L’idea originaria del progetto (poi mai realizzata) vedeva Zè attraversare in 6 lungometraggi, anche Limbo, Purgatorio e Paradiso in una sorta di viaggio dantesco. Da qui Zè do caixao non sarà più protagonista dei film del regista brasiliano ma farà sporadiche apparizioni in altri film come fantasma, presenza diabolica, ossessione dei protagonisti (citiamo Esorcismo Negro, Delirios de um anormal, O estranho mundo de Zè do Caixao, O despartar a besta). In seguito è doveroso segnalare sul versante horror “O estranho mundo de Zè do Caixao” trilogia di racconti che sebbene mantengano vive le caratteristiche del cinema di Marins, strizzano l’occhio alle coeve produzioni anglosassoni; “O despartar a besta” è invece un trip allucinatorio dove degli studiosi, Marins compreso, analizzano gli effetti del fenomeno droga dando vita così a un quadro assolutamente visionario e bizzarro, indice dello stile naif e interessante dell’autore che si conquista anche le simpatie di esponenti del cinema colto brasiliano come Glauber Rocha. Negli anni ’70 Marins dà vita a un nuovo personaggio esatto contrario di Zè: Finis Hominis predicatore, trascinatore di masse, messia dei giorni nostri, protagonista di due film, “Finis Hominis-O fim do Homen” e “Quando o deuses adormecem” destinato però a non essere creduto e confinato in manicomio. È l’ultimo spunto del regista che girerà nel corso degli anni ’70 delle operette morali (per quanto condite sempre da sesso e violenza) e horror senza nerbo. E anche lui cade seppure per poco nel vortice del porno, girando un paio di film con la promessa di finanziamenti da parte del produttore per un successivo progetto. Il suo tentativo era però quello di deridere il genere, girando con attrici bruttissime e persino animali. Ma invece: “Mi resi conto che erano tutti dei maniaci tarati. Per un anno la gente fece la coda dove si proiettava quel film. Sono molte di più le persone con tare mentali che quelle normali”. I titoli? “24 horas do sexo ardente” e “48 horas do sexo allucinante”….Ora Marins si gode un po’ del frutto del suo successo grazie alla figura ancora viva nel popolo brasiliano di Zè do Caixao (dopo essere stata sfruttata da spietati produttori), oggetto di gadgets, merchandising di ogni genere, fumetti, libri, trasmissioni tv e programmi per bambini. Ma un ultimo desiderio lo pervade ancora, quello di girare il terzo capitolo della saga di Zè. E noi altro non chiediamo che essere ancora una volta assaliti dagli incubi del truce becchino.

Gianpiero (sonique)

sabato 14 febbraio dopo le 24

Montecarlo night Istanbul Cafè - Squinzano Torna nella tana del lupo, torna nella sua usuale location e situascion. Tobia Lamare, idolo delle folle di teenager con il ciuffo ribelle e di attempati ballerini dai pochi capelli, gigante nella sua consolle, il giocoliere del vinile, un ragazzo di strada dagli occhi come fari abbaglianti, entusiasmerà la platea di uomini e donne salentini cone le sue eccezionali evoluzioni ai piatti. Chi ha visto il miracolo non lo dimentica: Montecarlonight è musica che fa crescere le basette e scampanare i pantaloni. È un tuffo in un martini vodka con pinne fucile ed occhiali. Montecarlonigth è una corsa in lambretta attraverso i mitici anni 60. Un cocktail esplosivo di lounge, beat, soul, funky che fa fumare le suole ai mocassini e rizzare le frangette.

18-19-20 febbraio Selezioni provinciali Arezzo Wave 2004

venerdì 20 febbraio

Dj Punch Istanbul Cafè - Squinzano

Serata con ospite ormai consolidato dell’Istanbul cafè di Squinzano. In consolle Dj Punch. La sua musica attinge ai suoni "urbani", i breakbeats, l’hiphopstyle e la drumnbass più oscura per poi aprirsi ad atmosfere più "solari" come il dub e il reggae, alle ipnotizzanti ritmiche delle tablas e dei sitar della musica bhangra, il tutto però rivisto in chiave moderna, con abbondanti dosi di drumnbass e breaks. Un a nuova serata per ballare insieme ai Dj dell’Istanbul Cafè di Squinzano nei pressi della stazione.

Chlorò - Calimera

Loma Mata Hari - Cutrofiano

giovedì 26 febbraio

Un martedì grasso indimenticabile al Candle di Lecce con la musica dei Folkabbestia e le selezioni dei dj di CoolClub. Chiudi il tuo carnevale in compagnia dello scatenato gruppo barese e dei ritmi ska, rock, soul, bossa nova, brigitte bardot per scatenarvi in trenini mascherati che vi terranno svegli fino alle ceneri.

Folkabbestia Candle - Lecce

martedì 24 febbraio

Cinema Elio - Calimera

venerdì 20 febbraio

Sete

Meta-Scena, la stagione teatrale del Nuovo Cinema Elio di Calimera, ospita Sete di Teatro Blitz-Fondo Verri. Lo spettacolo di Giovanni Piero Rapanà, tratto da quattro opere teatrali di Albert Camus, è interpretato dallo steso autore e da Piero Olla, Meri Gigante, Fabio Colonna, Sara De Giorgi, Stefania Valletta e Marta Vedruccio. Sete è un invocazione esasperata, delirante e necessaria contro “l’inganno della menzogna”. Uno spettacolo scarno di orpelli, una scena essenziale, un trono piramide per un grottesco Governatore, e la parola delirante , rivelatrice di verità nascoste e di presenti menzogne. Dalla mancanza di informazione di un tempo si è passati alle forme di comunicazione a volte eccessive che scatenano il dramma amletico dei nostri giorni: chi ha torto, chi ha ragione?. “Il desiderio di verità non è promosso solo dal “desiderio di sapere”, ma soprattutto dal desiderio di “incontrare se stessi”, affinché la vita che ci è data non sia vissuta a nostra insaputa” sottolinea Rapanà. Ingresso 7 euro. Info www.coopkama.com telefono 0832 875283

Torna anche quest’anno come le buone tradizioni Arezzo Wave, il più famoso dei concorsi dedicato a band emergenti. Quest’anno più che mai il festival è cresciuto: sono ben 1700 le iscrizioni all’edizione del 2004, una sfida all’ultima nota che vede anche le band pugliesi e salentine in concorso. Nato nel 1987 come uno dei primi appuntamenti musicali dedicato alle nuove bands italiane, il festival è diventato nel tempo un punto di riferimento fisso, costante, di conseguenza, anche il più grande concorso per gruppi emergenti italiani. In 18 anni, sono state circa 17.000 le bands che si sono iscritte gratuitamente al concorso. Tra queste, anche bands che successivamente sono riuscite ad emergere e ad imporsi tra le realtà più significative nel panorama musicale italiano: Mau Mau, Marlene Kuntz, Negrita, Ritmo Tribale, Lou Dalfin, Scisma, Agricantus, Almamegretta, Reggae National Tickets, Quintorigo e tanti altri... Sono 110 le serate di selezione live in svolgimento in tutta Italia tra gennaio e marzo 2004 in cui si esibiranno le migliori bands iscritte al bando di concorso; saranno infine 25 i nuovi della musica giovanile italiana che avranno la possibilità di esibirsi sui palchi di Arezzo Wave Love Festival 2004 insieme ad artisti di fama nazionale ed internazionale. Arezzo Wave Love Festival, per la sua continua ricerca e la costante qualità della proposta artistica, si afferma sia come il più autorevole osservatorio delle nuove tendenze musicali che come punto di riferimento importante per tutte le realtà musicali del panorama emergente italiano. Parte anche per il Salento la prima fase del concorso: le selezioni provinciali. Dodici le band selezionate quest’anno per tre giorni di live che si svolgeranno al Chlorò di Calimera il 18, il 19 e il 20 febbraio. Mercoledì 19 febbraio si esibiranno: Ushuaia, giovane band che suona un rock italiano dalle venature hard, Blekaut e la loro trascinante carica di patchanka salentina, Lingerie e il suo indie grunge tra rabbia e melodia, Therese e Isabelle e la loro musica ai margini della psichedelia e del postrock. Giovedì è il turno dei Cosmica e il loro nuovo rock italiano dai mille colori, i vento di fronda e il loro ska e una nuova veste, i Superpartner giovane band che suona un pop tra sSereolab e Cardigans e infine i Bizzarro nuova band garage dalle ammiccanti sonorità sixties. Venerdì serata finale delle selezioni provinciali con Homer, una miscela di hardcore, noise, postrock, i Cucuwawa e la loro solare contaminazione tra ska, rock e reggae, gli Helvetica rock italiano accattivante e melodico e Cantina Sociale Band, un incrocio rock italiano e musica d’autore.

sabato 21 febbraio

Daddy Freddy Don Rico e Terron Fabio Candle - Lecce

Un appuntamento da non perdere al Candle di Lecce con una dance hall che vedrà impegnati due salentini doc come Don Rico e Terron Fabio e uno dei re del raggamuffin internazionale Daddy Freddy. I due Sud Sound System non hanno bisogno di presentazioni: veri padri della dancehall italiana, in 10 anni di carriera sono diventati un punto di riferimento per la scena reggae nazionale. Daddy Freddy è il campione del ragamuffin più veloce del mondo, ma è anche uno fra i più versatili dj di sempre, formatosi nelle infuocate dances del Youth Promotion Sound nella Giamaica primi anni ‘80, capace di cavalcare in scioltezza i ritmi più assurdi e inconsueti. Per gli amanti del genere un’occasione imperdibile.

L’ultimo appuntamento live di febbraio del Mata Hari di Cutrofiano è con i Loma. Si tratta del nuovo progetto musicale e discografico di Massimo Ferrarotto e Paola Maugeri, il celebre volto di Mtv e in passato di numerose trasmissioni Rai e Mediaset. Il loro primo cd è composto da otto canzoni registrate a Catania con la produzione artistica di Cesare Basile e gli arrangiamenti d’archi di John Bonnar. Appuntamento per le ore 22.00, ingresso libero.


venerdì 27 febbraio

Appaloosa Istanbul Cafè - Squinzano Il venerdì live dell’Istanbul Café di Squinzano concede agli intenditori della musica strumentale un gruppo che proviene dalla fucina inesauribile di Arezzo Wave. Gli Appaloosa sono stati finalisti nel 2002. Il loro disco è stato prodotto dall’etichetta del Festival Onda Anomala. Propongono un rock sperimentale, a tratti fusion, a tratti jazz condito da sano noise rock, suonato dai tre ventenni in maniera molto convincente.

sabato 28 febbraio

Insintesi Istanbul Cafè - Squinzano Insintesi è la scena elettronica salentina. Oltre a una delle band più sperimentali della scena Insintesi porta avanti, da tempo ormai, un progetto parallelo di Dj set. Insintesi è un progetto di musica elettronica nato nel '98, partendo dal "drum'n'bass", dal"dub" ed il "trip-hop" ha rielaborato questi generi dando una propria chiave di lettura. Le nuove produzioni si muovono sulle ritmiche del dub elettronico con innesti di voci e suoni di chitarre dilatati, creando sonorità sospese ed ipnotiche ed utilizzando testi sia in italiano che in inglese. Insintesi si è avvalso di varie collaborazioni, sia nelle registrazioni che nei live con circa 100 date all’attivo tra live e dj set.

Il pianto e il rimpianto

sabato 28 febbraio

...a Fabrizio De Andrè Cinema Elio - Calimera La quinta edizione della serata in ricordo di Fabrizio De Andrè, organizzata dall’associazione “Amo per Amo”, in collaborazione con Arci Novoli, quest’anno si sposa con l’idea del comune di Calimera di intitolare al cantautore genovese il foyer del Nuovo Cinema Elio. La giornata prevede alle 16 un incontro con Dori Ghezzi, Piero Milesi e altri ospiti per ricordare Fabrizio a cinque anni dalla scomparsa, alle 17 verrà inaugurata la mostra “De Andrè e io” di Mariano Brustio (visitabile sino al 6 marzo). Subito dopo si terrà la cerimonia di intitolazione della saletta. Alle 19 sarà proiettato il video “Faber” con seguente dibattito. Mentre alle 22.00 prenderà il via lo spettacolo con musica e performance teatrali di artisti salentini che reinterpreteranno alcune canzoni di De Andrè.

Ho un grande rimpianto nella mia vita. Non ho mai visto un concerto di Fabrizio De Andrè. La malattia lo ha portato via prima che mi potessi accomodare su una poltrona a sentire la sua musica e le sue parole. L’ultima occasione nei paraggi, se la memoria non m’inganna, la ebbi nel 1997. Ma il biglietto costava troppo per le mie allora scassatissime tasche e decisi di abbandonare l’ardua impresa di reperire i fondi necessari. Un errore di cui ancora oggi mi pento. La notizia della morte mi lasciò molto deluso per quella mia mancanza e mi lasciò ancora più deluso per la mia mancata competenza nei confronti dell’autore. Non conoscevo tutto di lui perché le mie piste cantautorali seguivano e avevano seguito altre tracce. A cinque anni di distanza dalla scomparsa sarebbe troppo facile fare commenti e ricordare canzoni. Qui mi limito a sottolineare due cose della straordinaria carriera di Fabrizio. Il fatto di aver introdotto in Italia, non so se per primo ma sicuramente con metodo e continuità, il concept album: il disco tematico nel quale tutte le canzoni vengono tenute insieme da un filo conduttore. Una cosa non semplice che De Andrè ha invece fatto in più occasioni e con grandi risultati. La seconda cosa importante, che secondo me in un certo senso esplicita l’umiltà e l’intelligenza dell’uomo, è stata la capacità di collaborare con colleghi vicini e lontani musicalmente, trasformando con il passare degli anni la propria scrittura (testuale e musicale), affiancando semplicità compositiva e ampollosità degli arrangiamenti in una corsa alla perfezione (che forse non era sua ma è solo una mia impressione) tra parole e musica. Una sottile alchimia che percorre tutte le canzoni di Fabrizio. Sono passati cinque anni e ancora mi dolgo della mia assenza nei teatri e in tutti i luoghi nei quali ha suonato. Spero prima o poi di incontrarlo. Pierpaolo Lala

giovedì 4 marzo

Vallanzaska Mata Hari - Cutrofiano In pista da più da più di dieci anni, i Vallanzaska sono un mix di ska rocksteady, pop, reggae, punk e rock. Autori dell’indimenticabile refrain “Vorrei vedere la piramide di Cheope/ ma sono miope”, da alcuni definiti demenziali, i Vallanzaska uniscono l’allegria della loro musica all’ironia dei testi. Con una line up di sette elementi invaderanno il palco del Mata Hari di Cutrofiano con un live graffiante che gioca con la musica italiana (tra i brani anche una cover di Vasco Rossi) e cita in maniera rocambolesca autori come Battisti e Paolo Conte. Ingresso libero.

C’È POSTA PER TRE? Problemi di cool? di drink? di link? di funk? Il nostro trittico di specialisti risolve i vostri drammi, chiarisce i vostri dubbi, fornisce i vostri alibi. Il collettivo redazionale di Coolclub.it risponde alle vostre lettere inviate all’indirizzo redazione@coolclub.it. Potete scrivere quello che volete, potete inviarci proposte di collaborazione, complimenti gratuiti, insulti, inviti per passare insieme una serata. Potete farci domande sulla musica, sui libri, sui film, potete commentare tutto quello volete raccontarci quello che vi piace, quello che non vi piace, qualcosa di strano o di bello o di brutto che vi è successo. Potete confidarci i vostri sogni, i vostri vizi, potete lamentarvi. Insomma scrivete scrivete scrivete.

Italian Sud Est

Fluid video Crew

Denis Arcand

Dario Fo e Franca Rame

«Mi spiace deluderti ma volevo proprio parlar male di Berlusconi» è stata la risposta secca di Dario Fo, durante l’incontro del 16 ottobre 2003, organizzato dal Corriere della Sera in occasione della messa in scena dell’ultimo spettacolo del premio Nobel. Il giovane giornalista, al quale Fo rispondeva, stava supponendo che lo spettacolo in questione non intendesse ‘semplicisticamente’ ricordare ancora una volta vizi e virtù del nostro spettacoloso premier bensì L’ anomalo bicefalo poteva finalmente essere la fine sintesi delle denunce nei riguardi di un sistema interplanetario di scelleratezze, ovviamente attraverso l’allegorico racconto dell’ascesa al potere della creatura che a tal proposito sarebbe la più rappresentativa. Pazienza! Non è così. D’altra parte Fo è soltanto un giullare. Lui scherza! Vorrà dire che ci terremo anche questa volta ‘solo’ una irriverente affabulazione dettagliata sui trascorsi del protagonista indiscusso della nostra storia politico-sociale contemporanea. E c’è davvero tutta - la sua storia intendo - da Del Lutri al suo cavallaro – come suol dire Veronica-Franca - dai rapporti con Putin a quelli con i figli più piccoli. Raccontata da Veronica Lario su richiesta di suo marito redento, smarrito di sapersi così, nano malcomplessato con le gambe di braccia di Fo e con le braccia di mani di un altro (stesso faticoso espediente del nano de Il Fanfani rapito). Sulla scena Dario Fo e Franca Rame e basta. A settantasei anni l’uno e poco meno l’altra. Accompagnati da un giovane mimo che fa le braccia, quando Dario veste i panni di Silvio, e pochi altri attori che occorrono soprattutto da collante fra una scena e l’altra, fra una fuoriuscita di ruolo ed un rientro in un altro ruolo dei due istrioni. Per non parlare della necessità di modificare a scena aperta il marchingegno scenico che hanno costruito tutti assieme ridefinendolo fino all’ultima prova del 20 novembre a Milano, in via Bordighera 2. Franca Rame interpreta contemporaneamente i ruoli di un’attricetta del cinema Anastasia e della firstlady Veronica; Dario Fo quelli di un regista, del fatidico presidente del consiglio, del suo dottore, di un suo amico e chi più ne ha si sbizzarrisca a mettercene. Tanto lui Dario, non si è risparmiato fino a sei giorni dalla prima di Bagnacavallo, quando ancora era lì a rimaneggiare il copione. E scommetto che lo ha fatto ancora in questi giorni e lo rifarà in quelli avvenire. Ma la vera doppiezza non sta nel vestire i panni di più personaggi. La vera doppiezza è nel tono in cui Dario-Berlusca si rammarica di sé. Impressionato e inorridito dal suo operato, a tratti ci scherza su divertito adducendo le motivazioni più bislacche per spiegare le sue scelte. Tutto da vedere ed ascoltare. Inutile stare qui a soffermarsi oltre. Altre due parole assolutamente per dire del linguaggio dello spettacolo - come al solito di Fo - è plastilina. Prende suoni diversi e forme nei gesti degli attori che fanno capo ad un automatismo geniale, istintuale e sempre ancora assolutamente di portata sperimentale. Ho avuto la fortuna di assistere e partecipare attivamente alle prove milanesi de L’anomalo bicefalo. Quando sono cominciate credevo, ed in verità non solo io, che Dario e Franca non sarebbero arrivati in fondo. Sono cresciuti man mano che cresceva lo spettacolo. Non lo scrivo per scrivere ma credo che coloro che vedranno l’ultima data saranno i più fortunati. Viviana, la nostra inviata da Milano

L’ anomalo bicefalo

Prendi un brillante Don Giovanni con un passato fatto di parole che finiscono con –ismo, prendi la sua vivace cerchia di amici, affiatati e divertiti dalla vita, dai loro in pasto ad un regista canadese con già delle glorie alle spalle, Arcand, quello del “Declinio dell’impero americano”, e ne verrà fuori un film denso, con molti livelli di lettura, non tutti pienamente sviscerati. Alcune le date chiave che inseriscono il film in una cornice temporale che aiuta a capire: il 1966 data in cui a Montreal le chiese iniziarono a svuotarsi, 11 settembre 2001 giorno in cui ebbero inizio le nuove invasioni Barbariche. Molto forte il primo tempo in cui la figura del figlio neobarbaro arroccato nel suo capitalismo puritano rifiuta il modo del padre irresponsabilmente goliardico anche in punto di morte. Bello lo spirito che ne viene fuori, in cui l’invecchiamento viene presentato come un divenire della vita naturale e sereno. Ma nella seconda parte la tessitura inizia ad apparire forzata, con figure inutilmente poetiche. Le spacconerie del figlio quasi routinarie. Su tutto restano le dissacranti battute della cricca di amici, qualche chicca da cinefilo, e la chiosa sulla situazione italiana. Da cineforum. Maurizia Calò

Le invasioni barbariche

Sulle orbite del Salento Opinioni sul Salento a parte, una domanda mi ha arrovellato per un bel po’ al termine del film: “quali sono le stazioni di partenza e arrivo delle Ferrovie del sud est?, quale il tracciato dei binari sul territorio? Insomma da dove e per dove portano i treni?”. Ripercorrendo nella memoria il lungometraggio, nessuna immagine ha risolto il mio quesito, finché ho capito che la mia domanda era insinuosa e ansiosa. In effetti credo che mi abbia condotta fuori strada, nel senso di esternamente al centro, al nocciolo della questione, e piuttosto dentro la traiettoria circolare delle orbite che attorno a quel centro ruotano se c’è moto; ed è così girando e rigirando in tondo che ho potuto ricostruire nella mente il film. Dentro un luogo astratto le cui coordinate spazio temporali non sono svelate allo spettatore, Fluid Video Crew ci racconta di abitanti e pianeti della galassia Salento: come orbite attorno ad un pianeta le rotaie delle ferrovie del sud est si srotolano su una traiettoria che non è percorso o tragitto, binari e trenini galleggiano senza gravità tra ulivi e cieli mobili; piuttosto che partire per andare, quello che posso fare è affacciarmi come da una giostra e lasciarmi circolare. Allo stesso modo personaggi, storie e storia roteano attorno al nostro mondo ordinario che mai toccano. Se non fosse per le storie che ci raccontano dalla telecamera, penseremmo che questi personaggi dalle sembianze umane siano effettivamente ominidi, ma le loro storie, incredibili, li rendono come extraterrestri, extraordinari. Insomma orbitano attorno alla nostra normalità di città e strade velocemente trafficate, lenti trenini, calessi, pagghiare, menhir, villaggi deserti, feste magiche e paesaggi lunari; almeno così a me sembra racconti Fluid Video Crew, eppure, ciò che c’è tra noi e l’altro mondo è solo un passaggio a livello, oppure il mare tra la terra e un’isola, l’esterno tra l’interno di una pagghiara, una stradina sterrata tra la nostra diritta carreggiata e la campagna, una porta tra il carcere o la stazione e la città. I due mondi convivono ma a quanto pare non si intersecano e nemmeno l’ospitalità di Re Vincent che apre le porte del suo Regno a noi esseri umani ci convince di questo. Eppure stanno seduti accanto sui treni delle sud est gli extraterrestri e gli studenti, gli operai, i turisti d’estate e chiunque altro decida di raggiungere un posto del Salento con il treno, questa normalità nel film non compare, Caterina inizia a raccontarla ma si perde nella galassia. La frase di Carmelo Bene che nel girare a vuoto racchiude l’immagine orbitale del film, credo spieghi, il mio desiderio di ricostruzione di uno spazio aperto di tracciati e linee di comunicazione che mettono in relazione persone, cose, azioni e costruiscono in parte desideri e aspettative di una comunità che su quelle brevi rotte tra Otranto e Maglie, o tra Gallipoli e Leuca percorre tragitti oltre che orbitare. Certo è che una sferzata del moto di Fluid Video Crew bisognerebbe darla alle Ferrovie del Sud Est. Rita MIglietta

L'ultimo episodio della saga (finalmente), di gran lunga superiore ai precedenti, l'ultimo capitolo del "Signore degli anelli" è un film tecnicamente perfetto. Altissimo livello stilistico, meravigliosi gli effetti speciali, splendida scenografia e i paesaggi neozelandesi che parlano e trasmettono molto più degli attori, nella loro “Tolkieniana” essenza. Una fotografia impeccabile che rende merito e risalto a tutto questo. Sempre più intenso e avvincente nelle scene d’azione, sopratutto rispetto ai precedenti, e più fedele al romanzo da cui è stato tratto, è una perfetta fusione di magia, azione, fantasia. Una convivenza stretta e forzata, però, con la lotta tra il bene e il male negli animi e nelle storie dei personaggi, in una narrazione un po’ piatta, a volte melensa. Continua la corsa dei giovani Hobbit verso il Monte Fato per distruggere il famigerato anello forgiato dal malvagio Saruman. Frodo, a cui non giova l'efebica faccia e l’interpretazione di E. Wood, alla fine, come in ogni bella favola dal finale "... e vissero tutti felici e contenti!", riesce nell'intento, riportando a casa tutti gli amici superstiti, ai quali aspetterà una vita di soddisfazione e pace. Della serie eravamo stupidi hobbit bassi brutti e pelosi, torniamo a farlo, e addio vita avventurosa. Solo nell'animo del protagonista qualche ferita resta aperta e abbandona l'amato (non si capisce bene quanto) amico Sam per andar per mari con gli elfi e il mago Gandalf. Insomma, ingredienti un po' tossici e diabetogeni per chi ha più di nove anni. Ma tutto questo passa in secondo piano; quello che veramente inchioda alla poltrona è la spettacolarità dell'azione. Cinetosiche battaglie, di durata che potrebbe essere micidiale (quasi metà del film è incentrata sui combattimenti), e che invece emozionano e coinvolgono; l'estrema ricchezza di dettagli, un pizzico di crudeltà e splatter, il fascino del coraggio e del valore guerriero. In definitiva il film rende vive le pagine del libro che più volentieri si avrebbe avuto voglia di saltare, e annienta i sentimenti, i dialoghi e le emozioni più intime dei personaggi. D'altronde un romanzo resta un romanzo, e mai potrà essere sostituito da un film, sebbene alcuni veri stimatori di Tolkien salvino la produzione cinematografica. In poche parole un film, e una saga, da molti brividi lungo la schiena e qualche sbadiglio. Stefano Toma

Peter Jackson

Il ritorno del re Il signore degli anelli III

cinema


Scusate se ho quindici anni Zoe Trope/Einaudi 2003

Valentina Cataldo

C’era una volta…una casa editrice con un progetto ambizioso. Scovare le 20 supreme menti “scriventi” inglesi sotto i 40 anni scegliendole secondo un politicamente corretto che dalle nostre parti non sappiamo più che voglia dire. Metterle a scrivere i racconti della buona notte. O del buon quello che ve pare. E pubblicare il risultato finale per conclamare la loro bravura davanti alla città e al mondo. La formula già sperimentata 20 e 10 anni prima ha lo scopo di promuovere il gusto molto british di essere e stare. Come da titolo. E infatti ci sono alcuni buoni racconti. C’e’ quella Zadie Smith che in Denti bianchi, suo libro di esordio, ci era si, piaciuta ma già ci aveva fatto un po’ mal di pancia, c’è un meltin pot di razze e lingue che è poi l’Inghilterra di questo secolo già iniziato. A dimostrazione del fatto che le differenze arricchiscono e che l’incastro di mondi ne crea uno più colorato. E più vero. Qualche spunto interessante ma un senso di fatica. Che è poi la solita che si avverte quando forzatamente inviti le persone a lavorare su un progetto, senza linee guida, senza un tema comune, ma in “andate e fate” per il solo gusto di andare e fare. C’è in quasi tutti i racconti un’aria generale di buonismo rarefatto. Come se le emozioni fossero trattenute in una rete fitta da cui è vietato uscire. Vietato dissacrare, mai osare. Solo un racconto tra tutti riesce ad uscire dal prefissato schema di siamo bravini ma con moderazione. E riesce a farci sorridere in un modo nuovo. Alla fine la parte più bella del libro resta la prefazione. Un po’ poco per un progetto collaudato che si vanta di aver scoperto Mc Ewan. Inutile con una stellina. Maurizia Calò

Minimum Fax

New British Blend

Dopo Marco Buratti l’Alligatore, dopo Sandrone Dazieri il Gorilla, dopo l’ispettore Sarti, per citarne solo alcuni, ecco un nuovo squinternato personaggio che si affaccia sull’ormai vasto palcoscenico del noir italiano: il suo nome è Caino Lanferti e nasce dalla giovane penna di Clemente Tafuri, genovese, classe ’74. Dopo ore di anticamera, dopo interminabili viaggi, dopo mesi di attesa davanti al telefono ce l'ha fatta a pubblicare le avventure del suo protagonista. Marsiglia 1974: un investigatore privato si muove tra le strade della città, lasciandosi dietro “una striscia di sangue come la bava delle lumache”, è Caino, un uomo disilluso e violento che non riesce ad instaurare rapporti decenti con le donne, che beve troppo e fuma di più. Per indifferenza nei confronti della sua vita e stretto dal bisogno di denaro, si lascia coinvolgere nel traffico di una nuova droga, dal nome improbabile, prodotta da un gruppo di hippy che vogliono destabilizzare il sistema capitalista. Entra in scena un gruppo di mafiosi italo-francesi, alla cui testa c’è il boss goloso di dolci italiani, che, tra un omicidio e un altro, vuole appropriarsi della formula di questa sostanza; circondato da uomini e donne persi, senza speranza, che tradiscono, e che uccidono senza rimorsi Caino si difende. Magari a volte esagera con omicidi che sembrano esecuzioni. È la cattiveria a travolgerlo. Molto spesso la cattiveria di un mondo in subbuglio. Caino reagisce e uccide. In un crescendo di sesso, bugie, tradimenti e violenza il nostro investigatore privato si smonta pagina dopo pagina, perde pezzi, ma nessuno riesce a fermarlo fino al capitolo finale. Interessante, anche se un po’ troppo cruenta, opera prima di un giovane scrittore che si propone di occupare un posto di rilievo accanto a nomi ormai cult del noir nostrano quali Macchiavelli, Lucarelli, Carlotto Baldini, ecc. Da seguire attentamente. Daniele

Clemente Tafuri/Einaudi

Caino Lanferti. Una storia di Marsiglia

Con il titolo originale di “Please Don’t kill the Freshman” (Per favore non uccidete la liceale del primo anno ndr) esce il primo lavoro della giovanissima di Portland (USA) che si firma col nome di Zoe Trope, ma la cui identità ed età restano ignote. Un diario pieno di tutti quei pensieri che riempiono la testa quando si ha quindici anni, di tutti quei problemi esistenziali e sentimentali e sessuali che appaiono insormontabili solo a quella età, e forse non solo, che paiono incomprensibili e irrisolvibili. E un po’ incomprensibile risulta in diversi momenti anche il suo stile, non a caso definito più volte dalla critica Bukowskiano. Sai quando vuoi buttar fuori tutto quello che hai dentro ma c’è un tale casino nella tua testa che non riesci a capirti neanche da solo? Ecco, adesso pensate quanto sia difficile capire i pensieri incasinati di qualcun altro. È un po’ quello che succede nella lettura di questo libro. Che però, se ti impegni e ti lasci coinvolgere, alla fine un po’ ci entri pure nella sua testa, e va a finire che ti piace. Ti piacciono i personaggi che le girano intorno, tutti molto particolari a dir la verità, ti piace il suo modo, riflessivo e profondo, di vedere le cose. Ti piace la maniera in cui si sente estremamente inadeguata, ti piacciono i baci che dispensa con generosità al suo amico del cuore gay e alla sua Scully, la skater punk in giubbotto di pelle che le ha rubato il cuore e la mente e che diventando maschio l’ha trasformata in etero. Ti piace la poeticità che emerge tra l’ironia, la delusione e la spontaneità che riempiono le pagine. Perché in fondo anche dietro la voglia di ribellione e l’atteggiamento scanzonato di tutti gli adolescenti si nasconde un modo poetico di vedere e vivere la vita. Dietro i Doctor Martens e il collarino al collo, dietro le bugie e i refusi da cui si sente oppressa, dietro il linguaggio volgare e sin troppo diretto si nasconde l’indecisione di chi si chiede “Non sono Zoe Trope. Sono Zoe Trope. Sono Zoe. Chi Sono?” e la dolcezza di chi ammette “Voglio troppo bene agli altri e per questo sarò sempre sola”. Soprattutto si nasconde una quindicenne che, nonostante tutto, nonostante la tragedia dell’11 settembre per cui ha pianto, “il giorno dopo, però”, nonostante quello che i suoi occhi vedono, nel liceo che è il suo mondo e in ogni cosa intorno a lei, nonostante questo, lei è ancora convinta che tutto è “solo amore”. In una delle tante lettere dirette a chissà chi, a lui o a lei, scrive: “È uguale se ci baciamo alla stessa ora in posti diversi? Ci possiamo baciare da così lontano se ci pensiamo alla stessa ora e chiudiamo gli occhi e muoviamo le labbra? È amore diviso dagli spazi se crediamo che gli spazi che dividono possono riunirci e che in due posti diversi vedremo la stessa cosa in modo diverso? Vorrei che fossi qui”. In un diario dai mille frammenti, in una mente quindicenne confusa, quello che trionfa è sempre comunque l’amore. Scusate se è poco.

"Per ogni agire ci vuole oblio" scrive Nietzsche. L'agire di Fabio Rossi, giornalista trentenne, ha inizio da un black-out di memoria di 50 giorni. Dopo il risveglio nel letto di una clinica, il protagonista di Un amico perfetto ricorda solo i fatti precedenti un misterioso incidente, ma soprattutto ricorda ciò che era allora. E forse è questa l'intuizione più felice di un romanzo che cede con troppa facilità a un epilogo giallistico. La mia storia coincide con la mia memoria? è costretto a chiedersi Rossi, constatando come i suoi ricordi vengano smentiti pagina dopo pagina dalla realtà. Dubbi dell'esistenza. Ma presto l'interrogativo che avrebbe collocato Suter tra i narratori alti viene sostituito da più facili: cosa mi è successo? Perché ho lasciato Nerina, che so di amare? Qual era il grosso scoop che avevo tra le mani e di cui non ho conservato alcuna traccia? Suter sceglie così di dipanare una storia à rebours cedendo alla fin troppo facile tentazione del giallo. Ne viene fuori una trama vagamente consolatoria e stucchevole che non incuriosisce, in una realtà dove, parafrasando Gadda, è già la vita a essere un giallo. Suter è un ottimo dilettante della narrazione. La sua scrittura è fluida, piana, senza sorprese oltre qualche ardito tentativo di metafora (le lunette delle unghie affilate come "lametta da barba" di pagina 140 o due lacrime che scivolano lungo il collo e si fermano "nelle fossette della clavicola che sembravano fatte apposta per quello" di pagina 159). I suoi dialoghi scorrono, forse con un'eccessiva attenzione alle "chiuse" a effetto. L'Italia che disegna è immaginifica e un po' stereotipa, come lo è il giornalista-protagonista. Antonio

Martin Suter/Feltrinelli 2003

Un amico perfetto

libri

Jonny Greenwood

Bodysong EMI (2003)

d i

m u s i c a

c o n t e m p o r a n e a

Il mistero delle meccaniche della vita nella trasformazione del corpo umano dalla nascita alla morte può essere pensato come un continuo scaturire di suoni che muta e si evolve in eufonia con le diverse fasi dell’esistenza. Da questa idea Jonny Greenwood, chitarrista e polistrumentista dei Radiohead, ha composto la colonna sonora del film-documentario del regista inglese Simon Pummell, un collage di immagini e riprese degli ultimi cento anni messe assieme per raccontare la storia del corpo umano. Pur ricorrendo ampiamente al vasto spettro di suoni elettronici marchiati Radiohead, Greenwood riesce a dosare sapientemente suggestioni classiche, da Debussy alla musica da camera di Satie, e forti influenze jazzistiche, Mingus e Davis su tutti, raggiungendo risultati assai eterogenei, sempre deliziosamente evocatori, a tratti ultra cervellotici, in ogni caso dominati da un gusto sopraffino. Strumenti acustici ed elettrici si rincorrono in sofisticati intrecci di sobria eleganza classica, intramezzati da vaneggianti improvvisazioni jazz (“splitter”) e concitati sussulti elettronici (“trgnch”). L’ouverture “moon trills”, sognante avanzare di pianoforte su un tappeto di violini, riverbera lo stupore per l’inizio della vita e genera la parabola dell’esistenza che, dopo aver toccato la trepidazione di “iron swallow” e l’energia di “24 hour charleston” (ospite il fratello Colin Greenwood), culmina nella grave sezione d’archi di “tehellet”. Bodysong, lavoro concepito e cucito in empatia col divenire delle immagini del film, paga in una certa frammentarietà lo scotto della subordinazione alla pellicola, ma la qualità del progetto e l’acme di alcuni episodi preludiano comunque a brillanti future produzioni, probabilmente in era post-radiohead. Marco Leone

s p a z i

Twinkle

Echo

Owen Ashworth, ovvero CASIOTONE FOR THE PAINFULLY ALONE, questo è il terzo album per lui e forse quello riuscito meglio, di una semplicità elementare quasi disarmante come uno degli strumenti che usa…una tastiera casio a pile, di quelle che un po' tutti abbiamo avuto da piccoli. Come se non bastasse poche note suonate in loop e il gioco è fatto, forse basta questo per non essere uno dei tanti gruppi di sinth-Pop presenti oggi sulla scena. Ma la parte che forse colpisce di più di questo album è la voce, rauca confusa e a tratti malinconica che sembra quasi messa a caso su una base che però la fa sembrare perfetta visto il prodotto finale. Come un po' tutta la musica elettronica anche questa rievoca i suoni degli anni ottanta, ma non aspettatevi niente di già sentito altrove; le quattordici tracce dell’album scivolano via veloci, piacevoli senza quasi voler essere di disturbo, si dissolvono con la stessa semplicità con cui sono state fatte. La caratteristica della semplicità arriva al paradosso se poi parliamo della qualità del suono infatti quello che ascolterete è di una qualità che dire a tratti bassa è poco, ma tutto poi coincide alla perfezione, tutto quadra nella mente di Owen Ashworth. Un disco davvero particolare, direi quasi soft nonostante la voce cruda e diretta che lo contraddistingue. Augusto

Tomlab

Casiotone For The Painfully Alone (CFTPA)

Avete trascorso un buon fine d’Anno? Spero proprio di sì… Adesso Extranet ha tante novità da proporvi. Come al solito i cd in uscita sono davvero troppi… è risulta sempre più articolato selezionare quello che di interessante propone il mercato della musica “indipendente”…. Da qualche tempo nei nostri incontri serali su Reporter (www.radioreporter.net) ho lanciato un idea quella di dare a voi la possibilità di suonare il vostro set musicale. Siete degli amanti delle sperimentazioni ? Bene inviatemi una mail (info@patriziolongo.com) con una breve descrizione di quello che suonate…. Chissà che il prossimo spazio di Extranet non abbia come sonorizzazione il vostro set. Questo mese volevo porre alla vostra attenzione. SUN KIL MOON - FIREWATER Due ottime uscite per l’etichetta americana JetSet. La prima è l’attesissimo debutto dei Sun Kil Moon, nuova creatura nata dalla mente di Mark Kozelek dei Red House Painters. Ghosts of the Great Highway è un capolavoro che supera in bellezza le produzioni del gruppo d’origine, unendo alle indubbie capacità liriche di Kozelek una rinnovata energia strumentale ed una sensibilità quasi orchestrale. Registrato con i batteristi Anthony Koutsos (Red House Painters) e Tim Mooney (American Music Club), il bassista Geoff Sanfield e un trio d’archi del Conservatorio di San Francisco, l’album vedrà la luce all’inizio di marzo. Cameron Crowe (che ha diretto Mark Kozelek in camei nei film Almost Famous e Vanilla Sky) ha pubblicato sulla propria etichetta la traccia Duk Koo Kim come 12” che, uscito in un’edizione limitata a 2000 copie, è andato presto esaurito. Inoltre, JetSet pubblicherà due lavori per i Firewater, The Man On The Burning Tightrope e Songs We Should Have Written, rispettivamente alla fine di gennaio e all’inizio di marzo. I Firewater sono nati per mano di Tod A nel 1996 dalle ceneri dei Cop Shoot Cop e in The Man... continuano il percorso dei tre precedenti album, fondendo in modo originale e potente soluzioni eccentriche con una idiosincratica visione del mondo. In questo nuovo album nacchere, organi, flauti, fisarmoniche e altre percussioni aggiungono colore al film noir creato dai Firewater, permettendo all’album di spaziare dal rock a quello che potremmo definire “punk gitano”. Songs We Should Have Written è invece un disco di cover, nel quale i Firewater decostruiscono e riassemblano in modo inimitabile classici di Johnny Cash, Rolling Stones, Tom Waits, Beatles e molti altri. Britta Phillips (Luna, Dean and Britta) duetta con Tod A nei pezzi di Sonny & Cher (The Beat Goes On) e Lee Hazlewood & Nancy Sinatra (Some Velvet Morning).

Devendra Banhart

Oh me, oh my… The black babies

Tutti i dischi usciti negli ultimi tempi (tempi di “nuova rivoluzione rockettara”) hanno in comune una durata molto ridotta, solitamente compresa tra i trenta e i quaranta minuti. Ma il proprio verbo sonoro lo si può declinare in un lasso di tempo ancora più breve: agli americani Thermals bastano ventotto minuti per sciorinare il proprio manifesto musicale in questo entusiasmante disco di debutto intitolato “More Parts Per Million” (uscito per la SubPop, e già questo è un piccolo “certificato di garanzia”). Il gruppo di Portland si fa alfiere di un indie-rock dall'esplosiva carica punkeggiante, condito da un’attitudine marcatamente lo-fi. La voce di Hutch Harris è un guaito lancinante e spesso sopra le righe (e fuori le note), ma è proprio questa “bellezza dell’imperfezione” che rende ancora più fascinoso questo dischetto. Ogni canzone mette in mostra delle melodie incantevoli, perfette, dalle linee assolutamente pop. Su tutte, citerei “No Culture Icons”, “I Know The Pattern” e quella magica “Time To Lose” in cui l’effetto filtratissimo della voce sembra riportare in vita il fantasma di John Lennon del ‘67 (ma anche il Liam Gallagher del ’94 e, ahimè, sempre di fantasma si tratta…). Mia madre direbbe che in questo album “le canzoni sono tutte uguali”, e forse questo è uno dei pochi casi in cui potrei anche darle ragione: indubbiamente le strutture delle canzoni, a cominciare dai pattern di batteria e dal grattugiare ferroso delle chitarre, si assomigliano parecchio, ma cosa importa? Cosa importa la somiglianza quando possiamo ascoltare brani come questi? Brani irriverenti, fulminanti, sguaiati, incendiari. Non abbiamo bisogno delle accademie: preferiamo le bombe! E i Thermals sono una vera bomba. Astenersi giovani-indie cardiopatici. Tutti gli altri, invece, potranno goderne in maniera belluina. Gianpiero (sonique)

“More Parts Per Million” SubPop © 2003

The Thermals

Avvolto nel suo cappotto e nella lunga sciarpa variopinta: un vero dandy che sembra uscito dalle pagine di Uomo Vogue. A vederlo si potrebbe pensare di trovarsi di fronte a un nuovo Vincent Gallo che gioca a fare il folksinger. E lui folksinger lo è davvero, di quelli che attingono alle radici americane e le rielaborano secondo il proprio stile; ma è un folksinger da cameretta, di quelli che scrivono le canzoni per uso personale, registrate su chissà quale aborto di registratore. Eccolo dunque macinare arpeggi ed accordi con un cantato, spesso a due voci, ora intenso ora talmente spiritato da immaginarlo a cantare con gli occhi sbarrati rapito da una qualche crisi mistica. E ancora chitarra percossa, falsetti, ululati e grida ma mai per un istante viene tradita la tradizione rurale del folk. E non si sarà sbagliato Michael Gira (Swans, The Angel of the light) se ha deciso di pubblicare questi due lavori sulla sua Young Gods Rec. Non si sarà sbagliato se si è accorto di questo ragazzo belloccio che non possiede una tecnica eccelsa, non si cura della bellezza del suono e che scrive rime stranite In una parola: un genio! Gianpiero (sonique)

Young Gods rec

musica


Sophia

People are like season (city slang)

musica Rage Against the Machine

Ancora un bel lavoro per la tedesca MORR MUSIC che produce i TIED & TICKLED TRIO al loro terzo disco. L’impronta è di quelle davvero alternative perché non si parla della solita musica elettronica, ma di una vera ricerca di sonorità fondamentalmente elettro-jazz. Per la band o meglio il duo formato dai fratelli Micha e Markus Acher il jazz è una questione di famiglia, in quanto la loro musica è quasi un tributo al padre jazzista. Nelle quindici tracce del disco all’elettronica viene lasciato quanto basta per non essere definiti propriamente una jazz-band, anche se avrebbero tutte le carte in regola per esserlo. Forse ai più ci vorrà qualche ascolto in più per apprezzare davvero l’essenza di questo album, ma difficilmente si potrà non avere un giudizio positivo per l’ennesimo centro fatto dalla MORR MUSIC. I due fratelli tedeschi hanno saputo miscelare le tracce di elettronica e quelle jazz a dovere, alternando queste ultime con intermezzi di elettronica quasi minimale che sembra vadano a completare le raffinate performance jazz. Sicuramente i TIED & TICKLED TRIO ora in tour in Stati Uniti e Canada, saranno apprezzati a dovere, e per gli amanti del genere potrà essere un piacevole ascolto. Augusto

Tied & Tickled trio

Observing Systems

Questo live dei Rage è come una bomba innescata tre anni fa, che solo oggi esplode con un fragore sonoro della durata di 70 minuti. Personalmente non amo gli album "post-mortem", perché cavalcano la scia e hanno il malinconico sapore del passato. Ma i RATM non sono il passato, né tanto meno delle meteore, hanno segnato gli anni '90 col loro inconfondibile crossover, una miscela corrosiva di funky, metal e hiphop; questo li rende attualissimi (Audioslave a parte). Ed allora il "Live At The Grand Olympic Auditorium" va preso per quello che è: l'ultima esibizione di una band che, oltre ad aver fatto della buona musica, ha cercato di smuovere le coscienze del grande pubblico a colpi di rime baciate e riff pesanti, nell'illusione di calpestare il sogno americano. Ideali politici e commerciali slogan a parte, nell'album si ritrovano i pezzi classici, da Bombtrack a Guerrilla Radio, passando per una rabbiosa cover di Kick Out The Jams degli MC5, ispiratori degli stessi Rage; forse all'appello mancano un paio di canzoni "storiche", ma la scaletta è astutamente costruita. Tom Morello anche sul palco si rivela essere un campionatore umano che alterna dissonanze acute a poderosi riff heavy metal, scandendo una guerriglia sonora fatta di fischi, spari, sirene e quant'altro esca dalla sua chitarra, mentre Zack De la Rocha si lascia andare ai soliti scioglilingua. La formula proposta, insomma, è sempre la stessa e può intendersi come un contentino atteso da molti per elaborare il lutto, per rendersi conto che simili esperienze, se non ci si vuole calare in scenari underground, sono irripetibili. Amedeo Savino

Live at the Grand Olympic Auditorium

Per quanto riguarda il sottoscritto gli unici due lp dei God Machine stanno al rock degli anni ’90 come “Unknown Pleasures” e “Closer” dei Joy Division a quello degli anni ’80. Due disperati capolavori attraversati dal senso di morte imminente. Per quanto concerne le musiche direi che nessuno aveva suonato negli anni ’90 (e nessuno ci sarebbe più riuscito) così epico e scarno al contempo (nei Joy Division invece la faccenda riguardava di più basso e batteria, e l’influenza di un gruppo come i Buzzcocks, anch’essi di Manchester, che fu determinante). I God Machine si sciolsero da veri signori: Jimmy Fernandez, il bassista, muore per un tumore al cervello a soli 28 anni. Via! Kaput! Perché vivere la musica è vivere un sogno e una dimensione morale al contempo. Si sciolgono, beninteso, consci di essere a un passo dal successo massiccio, consci di essere incensati dalle colonne di testate di ogni tipo di tendenza musicale. È il 1994 e un uomo cambia definitivamente il mio modo di percepire la musica (e un sacco di altre cose). Robin Proper Shepard, l’Autore, si rannicchia nel suo intenso dolore personale, e dopo un po’ forma questi Sophia. God Machine parte seconda? Neanche a parlarne. Gli album dei Sophia contengono quasi esclusivamente ballate sospese fra radici folk roots americane e delicatezze di matrice britannica, pregne di un dolore insostenibile. Un’estemporanea “emo” a titolo May Queens (altro grandissimo disco di canzoni) e poi ritorna con i suoi Sophia. Agisce nell’underground con la sua Flower Shop Records, e influenza i musicisti che voi, poveri bagonghi ammantati di alternative e di post-cazzi, non direste mai (una su tutte: andate a rintracciare il suo nome fra i ringraziamenti di quel best seller “alternative” che è “Come On Die Young”, non a caso, dei Mogwai). Il nuovo dei Sophia, il quarto, rischia di essere da subito il capolavoro del 2004 (sempre per chi mastica musica, e non mode e tendenze). E la gamma di suggestioni, dopo tre dischi di puro spleen cantautorale, chiama in causa, in alcuni dei suoi episodi, a distanza di dieci anni il frastuono divino (solo per pochi attimi, solo sullo sfondo) dei God Machine. Rimane un disco unico, come sempre. Faccio mente locale su alcuni brani: “Oh my love” è una spedita ballata: mi fa pensare a dei cupissimi R.E.M. (quelli che in pratica vorremmo sentire nei nostri sogni, ma che non sentiremo mai) che suonano con la disperazione (e con le chitarre) dei Cure di “Pornography”. Una cosa inaudita ed è solo la prima canzone. “Desert song n.2”, programmaticamente titolata in questa maniera, riscopre il dolore lancinante per la perdita dell’amico scomparso: si apre lunare come poche ballate nell’abbecedario universale dei soffi al cuore e tira allo spasimo, fino a coprirci, finalmente, nuovamente, di quelle stesse leggendarie chitarre, che fecero a pezzi la meteora shoegazer con uno spessore completamente diverso, come se fossero davvero la trascinante macchina di Dio (altro che Sigur Ros, maledetta stampa inglese). Arriva “Darkness” e suona come la migliore jam session potreste mai immaginare, poveri bambacioni orfani del grunge, fra un allucinato Perry Farrel e dei ritrovati Alice in Chains, traghettati dal feedback dei Jesus and Mary Chain. Segue “If A Change Is Gonna Come” (it will be rock..aggiungerei), che come e più del brano precedente, piacerà tanto ai rockers vestiti dal sarto di Lou Reed e che ascoltano BRMC a oltranza: prendete un qualsiasi brano degli Stooges (No fun?), piazzatevi Dave Gahan davanti, metteteglielo in culo (attenti a non beccarvi l’AIDS..) mentre Martin L. Gore assiste compiaciuto al festino chitarra in mano. Devo parlarvi della qualità delle ballate? Volete farmi scrivere un intero romanzo? L’unico avvertimento è quello di tenervi alla larga da qualunque forma vivente mentre le gustate; sarebbero capaci di farvi innamorare del vostro cane e…non fatemi pensare! Gli ingredienti sono gli stessi dei precedenti dischi dei Sophia, ovvero abbracciare 60 anni di canzoni senza tempo (frullate solo le migliori) col tocco e la leggerezza dei grandi. Adesso raggiungete il più vicino negozio di dischi e compratevi dieci copie di questo lp, recitate dieci Ave Maria, quattro Padre Nostro e scrivete una lettera a Robin per ringraziarlo di esistere. Non ne riceve così tante a quanto pare. O forse solo quelle. Piggy

AA.VV.

A Tribute to Pavement Homesleep Rec. Tempo di tributi e questa volta i prescelti sono i reucci dell’indie a stelle e strisce, i Pavement di Stephen Malkmus. A testimonianza dell’importanza musicale che il gruppo ha avuto su un’intera generazione di musicisti, c’è il gran numero di adesioni al tributo dato da nomi illustri della musica mondiale. Abbiamo così i coevi e altrettanto altisonanti Trumans Water tra chitarre dissonanti ed elettronica sporca, i Bardo Pond con una versione sonica di “Home” (tanto da assomigliare curiosamente ai Yo La Tengo), Appendix Out con la loro chitarra rurale, Solex e il loro pop sgangherato, Thinderstick con una versione di “Here” (il pezzo più gettonato della compilation) al solito ammantata di raffinato cantautorato, Yuppie Flu che confermano di essere uno dei migliori gruppi italiani, gli altrettanto acclamati Julie’s Haircut e i sempre nostrani astri nascenti Perturbazione con la bella versione acustica di “We Dance”. E tutt’intorno una pletora di band emergenti che danno il loro contributo a volte originale o efficace (Spearmint e la loro pop-dance, C-Kid con una versione virata in suoni Morr), spesso invece si limitano alla ripetizione pedissequa dell’originale o tentano una trasmutazione in qualcosa d’altro (i Kicker che condiscono i Pavement in salsa Cure, gli Sparesnare che ripropongono le ripetute menate del finalmente morto post rock ma che si salvano in maniera degna sia per la scrittura elevata del pezzo originario sia per la bella voce profonda del cantante). Ma in tutto questo qualcuno si farà sentire alla lunga distanza. Due nomi: i Number One Cup con la bellissima versione folk di “Here” e i Tiger Wood con l’acustica “Elevate Me Later”. Piacevole nel complesso. Gianpiero (sonique)

Cinematerapia Nancy Peske, Beverly West/Feltrinelli 2003

libri

Se inizierete a leggere questo libro, difficilmente riuscirete a fermarvi prima della fine cantata a più voci. Grossman ti cattura e ti trasporta nel fantastico mondo di Nono che sta per uscire dallo scomparto dell’infanzia troppo solitaria con il dito conficcato nella scalfitura nel muro per non piangere, ed entrare nello scomparto di una adolescenza più consapevole. Nono è nel corridoio del treno e da subito fai il tifo per lui per I suoi occhi distanti e questo suo farsi leggere dentro, bambino guerriero, matador improvvisato con attorno il suo coro di banderillos. Nono é un bambino di 13 meno 5 giorni ed è ebreo. Questo implica che il giorno del suo 13esimo compleanno farà il barmitza, la maturità religiosa che per la comunità ebraica nel mondo equivale entrare nel mondo degli adulti. Ma come, così presto? Si perché 13 anni non è poi presto (ultimi orrori letterari ci raccontano che a 16 puoi fare la battona in scioltezza). Capisci quello che ti accade attorno, inizi ad avere consapevolezza della tua immagine fuori e dentro, fai capolino dal mondo immaginifico di mostri e fate e poi ci ritorni per troppa paura. Nono è un bambino a zigzag. Ci sono quelli tondi, ci sono quelli ad angolo acuto e Almond, Nono, Nonik, il bambino no. Il padre investigatore e la donna che gli ha fatto da madre, l’immensa Gabi che ha protetto la natura del bimbo zizagante come fosse una rarità, gli regalano un viaggio da Gerusalemme a Haifa per andare a trovare lo zio studioso che ha il compito di indicargli il cammino per diventare un bravo adulto ebreo. Ma il viaggio esce fuori dalla rotta prestabilita. Nono incontra i suoi eroi di bambino che ha bisogno dei sogni per volare: Felix il ladro che fa librare in aria una spiga d’oro a sigla di ogni colpo di successo, e Lola Ciperola, la divina dallo scialle viola. E scopre quanto siano connessi alla sua vita. Nono ferma un treno in corsa e regala il mare alla sua nonna ritrovata. Nono incontra il fantasma della madre mai conosciuta e si fa cullare. E finalmente capisce chi é, perché ha quella forma. E noi capiamo con lui che bisogna guardare in faccia I propri fantasmi se vogliamo smettere di avere paura. E poi che sempre bisogna continuare ad osare. Con un linguaggio ricco di allegorie, Grossman fa tuffare il lettore in un mondo da Calvin & Hobbes. Il ritmo di un fumetto in un romanzo che colpisce al cuore. Maurizia Calò

David Grossman/Feltrinelli, 1996

Ci sono Bambini a ZigZag

Una sex comedy che parla di virtù. Così Adam Thirwell, la nuova promessa della letteratura anglosassone definisce il suo romanzo di esordio Politcs. Quasi a dire che il sesso, i rapporti di coppia e lo stesso mènage a trois non sono altro che scelte politiche, opzioni dove tendenzialmente si cerca sempre di prevedere la mossa dell’altro e compiacerlo. Moshe e Nana sono due giovani fidanzati nella Londra di oggi: elegante e distaccata, dolce e protettiva lei, goffo e insicuro lui. Si incontrano, si piacciono, forse si amano, ma nonostante ciò il sesso è l’unica vera ossessione irrisolta di entrambi. Entrare nella loro camera da letto e seguirli nei dettagli della loro, francamente problematica, vita sessuale è per il giovane Thirwell un gioco spassoso e allo stesso tempo il pretesto per un’ampia, letteraria e ottocentesca disquisizione sulla psicologia della coppia, la generosità, l’altruismo. Si tratta di un pamphlet letterario dai risvolti poco ortodossi: un modo per mettere a confronto grandi temi filosofici e ambientazioni pornografiche, tra le teorie sul totalitarismo di Gramsci e i dettagli anatomici di un rapporto anale. Ciò che sorprende è che Thirwell ci riesce in maniera chirurgica, essenziale, un po’ malevola. Tutto quello che nessuno vorrebbe sentirsi dire è scritto nero su bianco e ad addolcire la pillola solo un po’ di ironia e compassione. Perché in fondo è capitato a tutti, narratore compreso: di trovarsi in situazioni incresciose col partner, di vergognarsi del proprio corpo, di ammettere che in certe inibizioni non c’è nulla di male. Una voce fuori campo, quindi, che è spettatore, telecronista da documentario ma anche bonario moralista. La sintesi è che un buon sano egoismo renderebbe le cose molto più semplici e il gusto perverso e masochista di compiacere l’altro non fa altro che distruggere, come ci dice sul finale l’angelico “papi” di Nana, anche le storie d’amore più belle. Politics è un buon libro per chi vuol ridere del sesso, per chi vuol piangersi addosso, per chi ha voglia di prendere tra le mani l’esordio di un autore brillante e spregiudicato e magari illudersi di uscirne arricchito. Elisa de Portu

Adam Thirwell/Edizioni Guanda

Politics

Se siete alla ricerca di un regalo per qualche amica o per la fidanzatina amante del cinema e non volete la solita videocassetta (o dvd) o il mattoncino (sempre utile) Morandini o Mereghetti, vi consiglio questo volumetto uscito da poco in Italia ma affermatosi negli Stati Uniti dal 1999. Le due autrici Nancy Peske e Beverly West in “Cinematerapia”, sottotitolo “C’è un film per ogni stato d’animo”, raccomandano una serie di pellicole divise per capitoli tematici (film da sindrome premestruale, film sui rapporti madrefiglia, film per lavoratrici stressate, film per donne appena scaricate e assetate di sangue, film per una serata tra sole donne). Una carrellata di trame, raccontate in maniera veramente bizzarra, avvertenze, citazioni e perle di saggezza dedicate alle donne ma dalle quali noi uomini possiamo attingere interessanti notiziole sul comportamento del gentil sesso. Un agile libricino da consultare prima di andare ad affittare qualcosa per passare la serata (tentando di carpire l’umore della propria lei), ma anche divertente da leggere in compagnia per assaporare l’ironia delle autrici e le battute tratte dai film che di tanto in tanto fanno capolino. Basti pensare alle “peggiori battute per rimorchiare” tra cui spicca quella di Clark Gable a Carol Lombard in “Nessuno le appartiene”: Cosa ci fai con tutti i cuori che spezzi? Vorremmo saperlo tutti. Semplicemente geniale!

Ma come hai ridotto questo paese?

Michael Moore/Strade Blu-Mondadori Michael Moore aveva promesso che “a meno di un tremendo successo” il suo ultimo libro sarebbe stato davvero il suo ultimo libro, ma sfortunatamente ha avuto quel tremendo successo che voleva evitare e si è visto costretto a scrivere questo libro (cit. Pag. 263). Chissà se George W. Bush si prenderà la briga di rispondere almeno ad una delle domande dello scrittore e regista americano sulla guerra, il terrorismo, la politica degli Stati Uniti... Nel dubbio, Michael Moore, ha raccolto un po' di informazioni per conto suo, le ha messe insieme e si è dato delle risposte, che per quanto sbalorditive, non sono del tutto nuove. Niente che non fosse stato detto fino ad ora: interviste, opinioni, analisi di esperti, ricerche che però non hanno trovato quasi nessuno spazio sui grandi mass-media americani e che il l'autore di Stupid White Men ha riportato passo passo. Il tutto condito con una serie di “palle” raccontate dall'amministrazione Bush all'America e ai suoi alleati, che Michael Moore puntualmente smentisce, fornendo dati e precisazioni. Poi nel libro ci sono anche i preziosi suggerimenti per parlare, al pranzo del ringraziamento, con il proprio cognato conservatore e per mandare definitivamente a casa il presidente Bush. Oltre all'utilità di sfruttare in chiave nostrana i consigli dell'autore, il libro offre una lettura alternativa della situazione americana, ad opera di un americano (il che è già una buona notizia), ma non risulta mai pesante. Anzi, l'abilità dell'autore dei documentari Roger ed io e Bowling a Colombine riesce a esprimersi anche attraverso la scrittura dando al libro una forma scorrevole e spezzata, piena di gag e battute al limite del paradossale (ma non vi aspettate di trovare le barzellette di Totti). Michael Moore riesce a scherzare sulle questioni internazionali più scottanti del momento e in qualche modo ci aiuta a comprenderle meglio. Semmai il rischio è che qualcuno non lo prenda troppo sul serio... invece pare proprio che sia tutto vero. Fulvio Totaro

Rêveries

libri d’altri tempi


Buongiorno signor Potter, lei è un mago, giusto? Sì, decisamente sì. Mi fa molto piacere che lei abbia accettato di rispondere alle mie domande, ma come mai le è stato concesso di svelarsi al mondo dei Babbani? Vede, ne ho parlato molto con i miei amici e con i miei insegnanti e soprattutto con i signori Weasley, i genitori di Ron, il mio migliore amico. Visto quello che sta succedendo dopo il ritorno di Voldemort, eravamo tutti d’accordo nell’avvisare i Babbani, cioè voi, dei pericoli che potete correre. Il signor Weasley lavora al Ministero della Magia, e da quando i rapporti con il ministro Caramell sono migliorati non gli è stato difficile convincerlo che è una cosa opportuna da farsi. Comunque, in quanto minorenne, non posso fare uso della magia davanti a lei. Questo mi dispiace. Mi sarebbe molto piaciuto vederla all’opera, lei è una leggenda anche da noi e le sue avventure sono note ormai a tutti. Dunque, Harry – diamoci del tu - qual è il tuo incantesimo preferito? Vedi, Dario, l’incantesimo per cui sono diventato forse più famoso, perché è un incantesimo molto difficile, soprattutto per un ragazzo della mia età è l’incantesimo Patronus che serve a difendersi dai terribili Dissennatori. L’ho già usato più di una volta e mi ha salvato la vita in diverse occasioni. La tua fama si estende in ogni parte del nostro mondo e la tua immagine è oggetto vero e proprio di culto. La tua faccia compare su magliette, spilline, figurine, calendari, e su ogni altro oggetto immaginabile. Cosa ne pensi? Guarda mi hanno detto che nel mondo dei Babbani queste cose si usano molto. Mi hanno parlato di un altro signore che è diventato l’eroe per molti ragazzi. A quello che mi hanno raccontato doveva essere un tipo molto in gamba, anche se non credo che si sia mai trovato ad affrontare gli stessi pericoli che ho dovuto affrontare io. Comunque mi piacerebbe conoscere colui che condivide con me gli scaffali delle edicole. Quale pensi che sarà il tuo destino? A me piacerebbe intraprendere la carriera di Auror, che sono quelli che combattono contro le forze del male. Una specie di corpi speciali della vostra polizia. Però sono buoni davvero. E molto in gamba. È difficile diventare Auror, però, bisogna studiare molto e molto duramente. Ma so che ce la posso fare. Poi, per il resto, so che prima o poi mi toccherà di affrontare definitivamente Voldemort. Spero sinceramente di riuscire a fermarlo una volta per tutte. Spesso da noi succedono cose strane, come black out improvvisi, oppure semplicemente elettrodomestici che smettono di funzionare, o piccoli oggetti che sembrano sparire nel nulla. Secondo te questo può essere dovuto a interferenze del mondo della magia? Di questo bisognerebbe parlarne con il signor Weasley, che si occupa dell’uso improprio dei manufatti babbani. Comunque penso di poter rispondere affermativamente. Credo che si tratti proprio di questo. Mi hanno anche detto che voi attribuite a delle creature magiche, i folletti molte di queste cose, come la sparizione dei piccoli oggetti, oppure le trecce dei cavalli legate, o il mal di stomaco mentre dormite. Hagrid, il professore di Cura delle creature magiche ad Hogwarts, la Scuola di magia, vi direbbe che questo non è sempre vero. I folletti sono delle creature simpatiche anche se un po’ dispettose e in realtà non fanno del male a nessuno. Per quanto riguarda la sparizione degli oggetti spesso sono proprio i maghi a rubarli. Molte case di maghi infatti sno piene dei vostri oggetti. E al Ministero della magia ci sono interi magazzini pieni di queste cose che vengono stuidate dagli esperti come il signor Weasley. E per quanto riguarda catastrofi più grosse? Questo è proprio il motivo per cui sono venuto a parlare con te. Dovete stare attenti. Voldemort è tornato ed è molto potente. Molti Mangiamorte si sono già uniti a lui e sta iniziando una nuova guerra nel mondo dei maghi. I pericoli che corrette voi sono grandissimi. Un black out è il minore dei mali. Voldemort non ha scrupoli e non esiterebbe a uccidere anche degli innocenti pur di conquistare il potere! Grazie signor Potter, basta così adesso non vorrei spaventare troppo i lettori.

Bobby Conn

The Homeland

Glamorous piggy

Bobby Conn viene dagli ambienti del post rock americano, amichetto qual è di Jim O’ Rurco e John Mc Intairrr, nomi che faranno sbavare i seguaci del genere, gli stessi che probabilmente vomiteranno all’ascolto di questo suo quarto capitolo denominato “The Homeland”. Essì. Perché questo dischetto è un dischetto glam a tutti gli effetti. Suona come il Lou Reed di “Transformer” che fraseggia con i Beatles a merenda, c’è tantissimo Bowie, c’è tantissimo Marc Bolan, vi è persino qualche apertura disco e funk, alcuni dei luoghi sonori perennemente abusati al tempo (gli anni ’70, Santiddio!) dai lungocriniti musicisti che vestivano i colorati stracci del mercato. Unica nota dolente, e come non potrebbe esserelo, da pirla pseudoinellettuale quale probabilmente fu, il bravo Conn commette due, dico due errori imperdonabili (almeno per me): il primo è quello di tralasciare completamente la parte sozzona e americana del Glam, quella che flirtava con l’hard rock e il punk di seconda mano, quella fatta di Kiss, Dictators, Stooges, New York Dolls e tanti altri (band forse fin troppo vere in fin dei conti per cotanta boria di paraculo). Il secondo è quello di cercare di metterci mano nell’ultimo brano del disco, “My special friend”, con esiti veramente orripilanti: immaginatevi Chris Cornell e i suoi riff muscolari alle prese con un David Bowie affamato di nerchia. Va bene la spazzatura, però... Non solo, si mette a straparlare di Alice Cooper dalle colonne di un importante rivista musicale italiana (non dico quale). Cito testualmente: “Mi piace molto l’imitazione, penso che uno che tenta disperatamente di essere Alice Cooper sia molto più affascinante di Alice Cooper, che ci sia più passione e drammaticità lontano da sfarzosi apparati pop”. Una cazzata che neanche il Brett Anderson più sfondato (non scrivo dove). Che forse il buon Alice non tentasse di imitare Alice Cooper stesso’ ma dico, siamo impazziti! Questo era alla base della fenomenologia pop degli anni dai quali scopiazza il bravo Conn, ma sembra non averne capito praticamente nulla. E di certo il sottoscritto me medesimo non risultava decisamente più affascinante del caro Alice pur cercando disperatamente di imitarlo secoli e secoli or sono, ma anche oggi, sissì… D’altro canto chissenefrega se Bobby ci regala dischi come questo. E andiamo a scoprirne di più, vivvaddio! A partire dalla prima traccia, “We Come In Peace”, che ci regala un bignami fresco e frizzante di Velvet trascinati dal battito alla Moe Tucker ibridati con romantiche melodie beatlesiane; “We’re Taking Over The World” rinnova il concetto “quanto ci piace quel Lou prodotto da Bowie” con esiti più che soddisfacenti; la title track è una delle migliori del lotto, un sabbathiano riff sul quale si adagiano straniate voci su melodiche sequenze che profumano di “China Girl” (penso abbiate compreso che Davidino è un riferimento costante..), così come “Relax”, primo brano del dischetto a omaggiare il funk in odore di glam ma con una approccio moderno (pensate ai Daft punk). “The Style I Need” puzza di Ray Manzarek lontano un miglio e “Bus no.243” è un po’ la loro “Ballroom Blitz”. Divertimento assicurato dunque, ma preferisco i Turbonegro e i Toilet Boys a questo revival coooosì “english”.

musica Baustelle

La moda del lento Venus/Mimo

Non posso parlare del loro secondo lavoro prescindendo totalmente dal primo. Perché il Sussidiario mi aveva colpita al cuore. L’ironia delle storie, la sensualità delle voci, i coretti, gli orgasmi simulati, il pop melodico intrecciato a mille sonorità diverse, la droga e il sesso e l’amore e la malinconia e i ricordi nei testi. “Ruvido e postmoderno” lo aveva definito Francesco, voce della band. Un cd che mettevo in loop e non me ne stancavo mai e cantavo e ballicchiavo e urlavo e sospiravo e quando finiva ricominciavo. Con le migliori aspettative ascolto il loro secondo lavoro, uscito dopo quasi tre anni - questo perché i nuovi talenti non vengono mai valorizzati abbastanza - un’attesa infinita per quelli, e sono tanti, che hanno scoperto e amato i Baustelle sin dal primo momento. Lo ascolto e penso che è diverso dal primo, anche se - nonostante i cambiamenti di line up, di etichetta e di vite - loro sono sempre loro. Sinceri e diretti. Sessanta minuti circa di elettronica, di pianoforte, di sinth, di chitarre, di orchestrazioni, sessanta minuti di brividi, soprattutto. Il dolore agrodolce che percepisci dalle parole, la necessità di buttar fuori le emozioni nascoste dentro, la forza di dire ciò che di solito si preferisce tacere. “Se il Sussidiario era un quadro fatto di frammenti, a cavallo fra spunti di vita citati ironicamente, la Moda è più personale, è più lineare, più deluso” mi spiega Fabrizio, tastierista e programmer del gruppo. Un intreccio di sofferenze e gioie vissute realmente, e poi trascritte, con immagini letterarie complesse, mai banali. Eleganti come due figure esili che si intrecciano (vd copertina cd ndr), malinconici come il passato che non ritorna, poetici come la forza delle parole, “dannosi” come il fumo di tremila sigarette (vd Reclame). Evocativi come l’immagine di un film, intimi come le pagine di un diario, profondi come qualcosa che è lontano e non ci arrivi, preziosi come ciò che hai perso per sempre. Dalle prime note del pianoforte, da i per sempre e i ma delle prime parole, dalla splendida ghost track, dalle voci di Rachele e Francesco che cantano e dalla voce di Fabrizio che mi parla al telefono nel pomeriggio della Vigilia di Natale, da ciò che nascondono nelle loro vite, da tutto quello che appartiene ai Baustelle capisci che la musica è vera e fa male, capisci che la vita non è una barzelletta, capisci che col tempo si cresce e si matura e si cambia e si migliora. E loro sono cresciuti e maturati, grazie anche a quelle persone che hanno incontrato nel percorso e che hanno creduto in loro, da sempre, dall’inizio. Penso ad Amerigo Verardi, produttore del loro primo lavoro, e coproduttore, insieme agli stessi Baustelle, di questo secondo. “Nel Sussidiario eravamo ancora un po’ acerbi, e Amerigo ci ha portati per mano - mi dice Fabrizio - in questo disco il suo apporto è stato diverso, si è creato un rapporto umano ottimo fra noi”. In attesa del secondo video in uscita a Gennaio (probabilmente si tratterà del video di Arriva lo ye ye) e in attesa di intensificare l’attività live, i Baustelle continuano a colpire e affascinare. Un intero pomeriggio tu e questo cd, ad ascoltare la vita che ti raccontano in note, ad ascoltare il loro cuore, e il tuo. Valentina Cataldo

Sleepy Jacksons

Virgin/emi Lovers

Se questo disco fosse un tavolo da biliardo, Luke Steele sarebbe un pallino impazzito che fregandosene delle regole manda in buca le altre palle. E se le altre palle fossero canzoni rappresenterebbero benissimo questo cd: tutte diverse, colorate, tutte o più o meno spinte in direzioni differenti. È come un gioco questo disco, un divertissement con una vittima e un carnefice: da una parte il pop, dall’altra Luke Steele e i suoi Sleepy Jackson. Un personaggio a cui sarebbe interessante fare tante domande, giusto per capire se si diverte a prendere in giro la gente o se il suo è un progetto di tipo enciclopedico, una sorta di censimento di tutto quello che una chitarra può fare per essere easy. Al primo ascolto sembra una compilation, un'apertura con chitarre slide e coretti in falsetto, lascia spazio a un rock & roll di professione ortodossa, e poi il pop, tanto pop fatto di schitarrate acustiche tastiere e voce in stile dark anni 80. Poi sembra di ascoltare Badly Drawn Boy più ubriaco del solito. Piano piano cominci a capire il gioco, capisci che le canzoni in fondo non sono male, capisci che in realtà questo appena 23enne australiano ha studiato bene, e che in fondo non è neanche un disco tanto semplice e banale. Della tanta carne al fuoco ce n’è da fare uno spuntino di quelli però che ti lasciano quella sensazione che non è proprio fame ma più voglia di qualcosa di buono. Ma non ci pensi e canticchi na na na na, oppure improvvisi una quadriglia in stanza con uno dei ruspanti brani country-folk che questo disco ha in serbo. C’è pure un bimbo che canta a un certo punto, un po' di elettronica, e una bella ballatona a chiudere il tutto. Una cosa è sicura, almeno un brano vi piacerà. Osvaldo


Outkast

Speakerboxx/The Love Below Arista (2003)

Quando si parla degli Air una delle prime parole che mi passa per la testa è coerenza, ogni volta che metto su un loro nuovo disco so cosa aspettarmi ma so anche che ne rimarrò stupito. Questo Talkie Walkie vede gli Air più duo che mai, tutto è suonato e cantato da loro in un lavoro che sembra staccarsi dal precedente 10.000 Hz Legend, in cui la band aveva intrapreso percorsi poco digeribili per gli amanti della loro vena squisitamente e dolcemente pop, per riscoprire le proprie origini, quelle dell’indimenticabile e inimitabile Moon Safari. Ancora belle collaborazioni che impreziosiscono il loro lavoro che ormai non sembra limitarsi alla sola musica. Si consolida la loro amicizia artistica con Sophia Coppola per cui avevano scritto lo splendido The Vergin Suicide colonna sonora di un bel film che è anche un bel libro scritto da Jeffrey Eugenides, questa volta hanno scritto per lei il brano Alone in Kioto inserito nella sound track del suo ultimo film Lost in Traslation. E poi c’è anche il piccolo mago dei controlli Nigel Godrich come produttore e un certo Michel Colombier (accanto a Serge Gainsbourg in alcune dei suoi lavori) che ha curato gli arrangiamenti orchestrali. Il ricordo di cose bellissime a volte ti impedisce di apprezzare le cose che vengono dopo, questo succede spesso nella vita, e forse mi è successo anche con gli Air. Credo che questo sia un bel disco, ma è come se mi mettesse nostalgia del tipo...quasi quasi metto su Premier simptome (loro primo lavoro). Il disco nel complesso è veramente bello, il lavoro del produttore ha svecchiato senza snaturare la loro attitudine per i suoni analogici, le canzoni ci sono, le melodie riescono come sempre a evocare immagini e colori come nella perfetta tradizione psichedelica a cui rimangono comunque legati, tutto è come deve essere, ci sono anche quelle sorpresine che spezzano piacevolmente il ritmo dell’ascolto ma manca qualcosa...non so. Forse manca quella sensazione che ho sempre avuto ascoltandoli, la sensazione di vivere ogni disco come un bel concept, come un discorso aperto con la prima canzone e chiuso con l’ultima. Comunque lo metto nella mia personale top five perché Talkie Walkie è un bel viaggio, un tassello nel mosaico di questo gruppo che continua a dare ogni volta una lezione d’eleganza, a creare atmosfere sognanti e piccole e stranianti suggestioni lisergiche che tanto mi piacciono. Osvaldo

Talkie Walkie Virgin 2004

Air

Ancora una volta il proteiforme talento degli Outkast riesce a spiazzare. Il duo di Atlanta dà degno seguito all’acclamato Stankonia in trentanove pezzi, due ore e un quarto di puro delirio sonoro, ripartite in un doppio cd (Speakerboxx realizzato da Big Boi e The Love Below realizzato da Andre 3000). La decisione di dar vita a due lavori separati è chiaro indizio delle diverse direzioni musicali che i due hanno intrapreso ed il possibile preludio di un definitivo scioglimento. Speakerboxx rimane infatti più fedele alle sonorità storiche del gruppo, sostanzialmente in linea con il movimento del dirty south georgiano, alternando episodi di hip hop più ortodosso a maestose esplosioni di creatività, tra fiati funkeggianti, bassi imponenti, ritmi impossibili e liriche molto politicizzate. Tra gli episodi più felici la spumeggiante “Ghetto Musick”, frenetica esibizione di stili in continuo cambio di direzione e “Bowtie”, puro New Orleans sound del terzo millennio. Speakerboxx è un’ulteriore importante contributo all’eclettica produzione dirty south ma non ne rappresenta né l’evoluzione né il superamento, costituendo ciò il grosso limite dell’album. Assolutamente da 5 stelle è invece The Love Below, opera di quel folle personaggio che è Andre 3000, la cui audacia nel comporre è pari solo a quella nel vestire. Il funk di George Clinton, la psichedelica anni ’60, il Motown sound, si fondono in un ricco compendio di decenni di black music, in cui risuonano magnifici gli echi delle chitarre parlanti di Hendrix e dei falsetti maliziosi di Prince. Ormai fuori da ogni confine di genere e decisamente proiettato verso la sperimentazione, Andre 3000 si rivela un’artista completo, il cui estro atipico si consacra luminoso faro di questi anni bui di hip hop. Marco Leone

Dream theater

Train of trough Elektra

È facile giustificare un passo falso di questo gruppo ricordandosi che sono passati più di dieci anni sia dalla sua costituzione che dall’uscita del disco che ne ha costituito la consacrazione (mi riferisco all’album “Images And Words”, che ha creato un vero e proprio esercito di band che continuano a cercare di riproporre quel tipo di sonorità), ma è meno semplice invece comprendere il tutto se si considera che sono passati solo due anni dal capolavoro “Metropolis Pt.2: Scenes From A Memory”, concept-album di incredibile fascino non solo musicale. Per afferrare il senso di un disco così autoavvilente come “Train Of Thought” è necessario fare delle considerazioni di carattere economico, ove solo in virtù del tentativo di cavalcare l’onda del successo (i Dream Theater sono una delle metal band che vende di più nel mondo) il gruppo ha sfornato un breve e confusionario agglomerato di tentativi di aggrapparsi a vari trend musicali; in ogni brano si possono scorgere sfacciate parodie dei Metallica, dei Pantera, di tutta l’ondata “nu metal” e di certi facili ritornelli da classifica, ma non si riesce a trovare neanche col massimo impegno nessuno degli elementi caratterizzanti (in positivo) la band: nessuna limpida e toccante interpretazione vocale di James LaBrie (a più di qualcuno è venuto il sospetto che addirittura non fosse più lui il vocalist del gruppo..), nessuna impennata strumentale (sembra quasi che abbiano tutti volutamente innescato il freno a mano), nessuno sprazzo di originalità e neanche un briciolo di sentimento. Forse il fatto di far uscire così tanti dischi nel giro di poco tempo ha un po’ mandato in tilt la vena compositiva del quintetto americano, ma a mio modesto avviso si tratta più di un maldestro tentativo (ancor più del già criticabile “Falling Into Infinity”) di piacere ai ragazzini (e ancor più alle ragazzine) dell’area metal, che costringe i veri fans a ripescare (comunque con piacere) le vecchie pagine di musica scritte da questo gruppo. Marcello

(X)-VERSIONI SESSUALI: ad ognuno la sua! Ovvero: 100 colpi di giradischi prima di andare a dormire!

Premessa: La presente raccolta (per nulla esaustiva, quanto non mai limitata alle conoscenze TEORICHE, ahimè?, del sottoscritto) nasce con il solo scopo ludico-informativo (ah!), partendo dal presupposto dell’esistenza del massimo rispetto e tolleranza per ogni essere vivente. Ogni “variante” presume la totale reciproca volontà da parte delle persone coinvolte negando fin d’ora qualsiasi forma di obbligo (non voluto) o violenza mentale fra i soggetti coinvolti. Si tratta di un testo ad alto contenuto erotico (Yuh-Uh!), rivolto a persone adulte e che non si scandalizzano o si offendono leggendo quanto scritto; se ciò fosse, leggete pure qualcos'altro.

Istruzioni per l’uso: nella trattazione delle tematiche seguenti, non si è minimamente posto il problema del genere sessuale delle persone, unica ipotesi due (o tre o quattro o ...che caspita ne so!) persone che amoreggiano (con le dovute precauzioni!). Buon ascolto:

musica

ANAL SEX, ovvero trarre piacere nel potere della dominazione (ottenuta o subita), il gusto di una parte del corpo strettamente legata al “controllo”: quale colonna potrebbe esaudire tal desiderio? Io consiglierei: Ben Harper o i Primal Scream. ANIMAL SEX... mah! Penso alla mia povera gatta e non mi viene nessuna canzone, aiuto! Forse qualche campionamento di suoni (:-@), una scanzonata “Wordy Pappinghood” delle Chicks On Speed o una bella versione di Heidi(?). BONDAGE: ovvero il piacere della costrizione e dei “legami”, della punizione. Beh! qua dipende dai gusti, se proprio volete punirvi potete scegliere tra il repertorio completo di Eros Ramazzotti e dei Blink 182 spaziando con qualche canzonetta di Marilyn Manson. Se vogliamo rimanere sul classico: gli Alice in Chains CAPELLI (CHIOME o BIONDE o BRUNE) – HAIRYsex: folte chiome iridescenti vi stimolano più di qualsiasi altra cosa? Allora qualcosa stile Pure Rock oppure Heavy Metal da classifica anni ’80 potrebbe esser congeniale, ma se non rientra nel vostro stile allora dateci pure sotto con un bel po di Boogie Woogie! CHEER GIRL (BOY?): il/la ragazza/o della porta accanto vi rende pruriginosi/e, spaziate l’aere con i Pizzicato Five, una bella compilation della Rettore, magari riciclando il Boogie Woogie di prima (soprattutto se il/la vostro/a vicino/a è un ottimo/a casalingo/a) DONNE IN CINTA: oh mio dio! Perché no? Se a qualcuno piace in cinta...mettete pure sullo stereo una collezione di pubblicità Milupa, Plasmon, etc etc.... magari ascoltando The Child di Alex Gopher (??!!) o una trilogia di Raymond Scott. ESIBIZIONISMO: perchè è bello solo se lo si fa in pubblico! (V. anche “Voyeur”).. magari in luoghi affollati, in mezzo alla gente; “spazzolatevi” una bella raccolta di successi di Madonna. Magari si potrebbe finire in un guazzabuglio di corpi a suon di “erotica” o “music” o canticchiando per strada quel pezzo di qualche gruppo italiano che ripeteva “Ma come è bello andare in giro con la vespa...etc...etc” (ahimè non ricordo i nomi!) FETISH-leather: l’oggetto, l’indumento, l’idolatria della cosa in pelle nera o in lucido latex; direi un po’ di suoni di Golden Boy, qualche vecchia canzone di Grace Jones o delle Bananarama... e Britney Spears, no? FISTING, (fist=pugno): in pratica l’uso di arti superiori al posto dei consueti “attrezzi” riproduttivi come oggetto sessuale sfonda-sfintère; forse potrebbe andar bene l’ultimo album dei Massive Attack, dopo aver ascoltato un’intera compilation di Claudio Simonetti! GANG-BANG: in pratica un’orgia dove un’unica persona (generalmente femminile) “compete” con un gruppo di persone dell’altro sesso (generalmente maschile). Dipende da quanto pock (pop-rock) siete, si può spaziare dai Blink 182 ai Kiss, passando attraverso le musiche dei Rockets e arrivare ai Prodigy o ChemicaBrothers. INTERRACIAL SEX, una miscellanea di razze speziate dalle musiche di Missy Elliot oppure Dizzy Rascal (@L@!!!) o anche qualche pezzo di Alka Yagnik. MILITARY, la passione per la divisa? Direi che una compilation riassuntiva dei Frankie Goes To Hollywood possa andar bene!... o se preferite il classic rock (?) un po di Queen!... e se vi sentite elettronici, allora meglio andare sui suoni targati Mouse On Mars!... se, invece, siete dei tipi umoristici allora sparatevi la “marcia delle sturmtruppen”. MISURE ESTREME: la passione per le misure eccessive; si va dai BIG COCKS alle BIG TITS O VICEVERSA....non saprei; mi vengono in mente solo lavori di Aphex Twin. Se invece le misure riguardano il gusto per la carne “tanta”, (FATlady o FATman) un bel pezzo come “nessuno mi può giudicare” o “il mondo”? OLDER: il piacere della maturità (si spera non troppo stagionata!) e vai con una compilation di musica italiana degli anni ‘40/’50, oppure un bel Frank Sinatra con un leggero condimento di musica classica (magari qualche concerto per pianoforte) ORAL SEX: diciamo una pratica di “incorporazione” orale dell’altro/a/i/e. Credo che Tipsy, Mùm o una canzone (video incluso) come “All is full of love” (Bjork) possano andar bene. PISSING: c’è a chi piacciono calde deiezioni corporee, allora cosa ascoltare? “Drops” di Cornelius? O “Sweet Harmony” dei TheBeloved..... SM (Sadomaso – Slave/Master): nei limiti del lecito, si tratta del piacere nella sopraffazione e “umiliazione” del partner o, viceversa, della sottomissione al partner. Qui siamo veramente nel soggettivo, si potrebbe apprezzare un mix tra Golden Boy e Grace Jones, magari, paradossalmente, conditi con Dot Allison. SPANKING (ovvero il piacere nel ricevere o dare SCULACCIATE!) o viceversa RAMMING (invece di sculacciare, si degusta!): Peaches e electroclash a go-go! STRAP-ON SEX (donne “attrezzate” per sodomizzare l’uomo) e qui si potrebbe andare a suon di Marlene Dietrich o P.J. Harvey o, perchè no, Grace Jones..... o i Cramps!!! TOYsex (come trovar piacere nell’uso di MACCHINE): uso gaudente di oggetti simil-fallici o orifizi meccanici; quale colonna sonora si potrebbe consigliare nella pratica di questa (per)versione? Die ensturzende neubaten, “Pluto” di Bjork(!!?!!) o magari qualcosina dei KraftWerk o degli UnderWorld TRANS-GENDER, uomini che adorano sembrar donna (drag-queen) o donne che vorrebbero esser uomo (drag-king), qui si può veramente spaziare con tutto il mondo musicale: Glam-Rock, Classic Rock, Pop-Rock, i Village People, Elettronica commerciale, Folk, Acid-House..... tutto può andar bene! Ad ognuno il suo...non esistono confini musicali al genere! VOYEUR: in linea generale si potrebbe sintetizzare come il piacere nell’uso dell’occhio, guardare e farsi guardare attraverso spazi nascosti-sprivatizzati; con quali musiche? I Talking Heads, per esempio, ma son sicuramente di buona compagnia anche un bel po di pezzi dei Tortoise....e una bella compilation di soundtrack HITCHCOCKiane?

P.S.: ovviamente ognuno può avere gusti differenti (musicali e non) e magari avere qualche perversione non contemplata. Son ben disposto ad acculturarmi!

Maniaco della porta accanto

Coolclub.it n.1 (Febbraio 2004)  

primo numero registrato del giornale

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