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anno III numero 26 giugno 2006

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FIGLI DEI FESTIVAL


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Quelli della mia generazione sono tutti figli dei festival, cresciuti con il mito di Woodstock, i papà con i vinili di Hendrix e Santana in bella mostra accanto a quelli di Drupi e Fausto Papetti. Figli dei cortei, delle assemblee, dello stare insieme. Animali sociali eravamo al Parco Lambro nel 1976, al mitico concerto di Bob Marley al Meazza di Milano nel 1980. È in questi riti collettivi, in questi rituali studiati da Durkheim in ambito religioso e da Goffman in quello teatrale, l’atto è puro, irripetibile e unico. Il live è il solo supporto impossibile da riprodurre, è ogni volta diverso, un momento in cui la gente si incontra catalizzata da qualcosa. Festival, parola presa in prestito dall’inglese, in italiano, quello del Panzini (1905), sarebbe “Musicone”. I Musiconi sono “feste musicali all’aperto”. E quale stagione migliore per i musiconi se non l’estate. Ce ne sono ovunque, da ieri fino a settembre e ancora dopo. E sotto le stelle di questa nuova estate non c’è solo spazio per la musica, ma anche per il teatro e la letteratura. A volte sono l’escamotage per stare insieme (altra creatura dei situazionisti) altre volte eventi da non perdere, maratone del divertimento, scorpacciate di cultura, full immersion di libertà. Qualunque siano il motivo e lo spirito questo numero di Coolclub.it è una piccola guida (parziale e non esaustiva) ai Festival. Abbiamo prediletto quelli musicali, i più grandi, stranieri e nazionali (sui festival locali ci concentreremo nei prossimi numeri), abbiamo intervistato gli organizzatori, raccolto testimonianze, stilato un piccolo calendario. Troverete ancora le interviste ad alcuni tra i protagonisti dei festival musicali di questa estate (Super Elastic Bubble Plastic, Bugo, Massimo Bubola, Harddiscount, Assalti Frontali), quelle a Efraim Medina Reyes ( è appena uscito il suo nuovo romanzo La sessualità della pantera rosa), Tommaso Pincio ( è nelle librerie Gli Alieni, il suo ultimo libro), Libero De Rienzo (nelle sale con Sangue, il suo primo film da regista). Continua la nostra inchiesta sulle etichette discografiche e case editrici piccole e indipendenti (Wallace per la musica, Zandegù per i libri), la nostra rubrica sul fumetto, quelle dedicate ai dischi, ai libri, ai film in uscita. Tra gli appuntamenti consigliati manca però il più importante, un evento che la famiglia di Coolclub.it vive con una felicità che da tempo non si sentiva nell’aria. Questo mese Tobia e Cecilia si sposano e il loro amore ci ha contagiati, più che auguri verrebbe da dire grazie ma si finisce col sorridere guardando un sogno che si realizza. Osvaldo Piliego

CoolClub.it Via De Jacobis 42 73100 Lecce Telefono: 0832303707 e-mail: redazione@coolclub.it redazione_bari@coolclub.it Sito: www.coolclub.it Anno 3 Numero 26 giugno 2006 Iscritto al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n.844 Direttore responsabile Osvaldo Piliego Collettivo redazionale Dario Goffredo, Pierpaolo Lala, C. Michele Pierri, Cesare Liaci, Antonietta Rosato Hanno collaborato a questo numero: Davide Rufini, Viviana Martucci, Roberto Cesano, Valentina Cataldo, Dino Amenduni, Federico Baglivi, Giovanni Ottini, Rakelman, Ennio Ciotta, Giovanni Copertino, Nicola Pace, Ilario Galati, Lorenzo Coppola, Gianpaolo Chiriacò, Livio Polini, Dario Quarta, Stefania Ricchiuto, Rossano Astremo, Pierpaolo Quarta, Sabrina Manna, Arcangelo Licinio, Marco Montanaro

FIGLI DEI FESTIVAL 4 Sziget Festival 6 Arezzo Wave

9 Keep Cool

19 Bugo

18 Assalti frontali

23 Coolibrì

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26 Efraim Medina Reyes

Per la foto di copertina ringraziamo Antonello Maggi e tutta l’organizzazione del Sziget Festival

29 BeCool

Ringraziamo le redazioni di Blackmailmag.com, RadioErre di Foggia, Primavera Radio di Taranto e Lecce, Controradio di Bari, Mondoradio di Tricase (Le), Ciccio Riccio di Brindisi, L’impaziente di Lecce, QuiSalento, Pugliadinotte.net. Progetto grafico dario

36 Appuntamenti

Impaginazione Danilo Scalera

38 Fumetto

Stampa Martano Editrice - Lecce Chiuso in redazione prima dell’Impaziente (evvai!!!). Per inserzioni pubblicitarie e abbonamenti: Antonietta Rosato T 3404722974 antonietta@coolclub.it

foto: Viviana Martucci


CoolClub.it C L a W O O dst O C K del da N u B i O 

figli dei festival

dal 9 al 16 agosto Sziget Festival -Ungheria Da più di dieci anni Budapest, “la perla del Danubio”, “la Parigi dell’est”, ospita in agosto, nel suo cuore verde, l’isola di Obuda, decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo, giunte in Ungheria per partecipare a uno degli eventi musicali estivi più eccitanti d’Europa: il Sziget Festival. L’Italia, e in particolare la Puglia, gode di un rapporto privilegiato con questo mega-evento, grazie al lavoro e alla passione dei ragazzi de “L’Alternativa” che da anni collaborano con il festival ungherese. Abbiamo contattato uno di loro, Antonello Maggi, per approfondire un po’ le nostre conoscenze sul passato e sul presente della Woodstock del Danubio. Il Sziget è nato nel 1993 come festival per band locali, ma già dal secondo anno è stato capace di richiamare artisti del calibro di Jethro tull, Ten year after, Birds. Oggi è diventato qualcosa di megagalattico. Tu che hai vissuto praticamente tutto il suo sbalorditivo sviluppo, avresti mai creduto che si sarebbero potuti raggiungere certi risultati, tanto da guadagnarsi il titolo di “più grande festival europeo”? Francamente non mi aspettavo una simile evoluzione perché già il mio primo Sziget (sto parlando di dodici anni fa) mi pareva un evento immenso. Però, ricordo di aver subito colto le straordinarie capacità organizzative di quei pochi giovani che sono riusciti a mettere su una macchina così perfetta. E quando, in seguito, ho avuto modo di conoscere personalmente tutto l’organico che ci lavorava, e che ancora ci lavora, mi è sembrata assolutamente

naturale questa crescita esponenziale. Considerato che l’impegno di questi giovani si è concretizzato in un momento e in un contesto socio-politico decisamente difficile, quello dell’est europeo, credo che i risultati siano da ritenersi più che straordinari… C’è da imparare molto da questi popoli, che non perdono tempo a piangersi addosso, che sposano ogni forma di collaborazione e che hanno solo voglia di riscattarsi: poche parole e tanti, tantissimi fatti! Anche quest’anno il cast è davvero variegato. Quali sono i nomi che reputi più interessanti? Personalmente sono ansioso di vedere dal vivo i Deus, gli Exploited, Femi Kuti (il figlio del mitico Fela - che sarà anche nel Salento il 21 luglio ndr), e, lo confesso, Robert Plant. Anch’io “confesso” che Robert Plant è tra i miei preferiti di quest’anno. Ma personalmente ho imparato ad apprezzare tutta la buona musica, ragion per cui attendo con ansia le performance più disparate: Radiohead, Ministry, Gogol Bordello, Placebo, The Gathering, Natacha Atlas, Enzo Avitabile & Manu Dibango… e rivedo con piacere alcuni amici come Roy Paci & Aretuska, musicisti eccellenti che tengono alto il “made in Italy”! Poi, per affinità artistiche, non posso esimermi dal presenziare alcuni dei concerti più “cattivi” proposti sul metal-stage: Cathedral, Exploited, Fear Factory, Morbid Angel, Sick Of It All… Ma non c’è Sziget senza una buona dose di musica elettronica, che quest’anno ospita in consolle: Anthony

Rother, Carl Craig, Mylo, Hernan Cattaneo, Tiefschwarz, Layo & Bushwacka… Ci sono anche alcuni artisti italiani, come Jovanotti e Roy Paci e Enzo Avitabile. Quanto è diffusa la musica italiana ‘alternativa’ da quelle parti? Anche in questo gli ungheresi (e, secondo me, non solo loro nell’Europa dell’est) dimostrano di avere un’ottima cultura musicale. A differenza, ad esempio, dei tedeschi che hanno accolto a braccia aperte i vari Ramazzotti e Pausini, già da anni gli ungheresi ospitano e ci richiedono nomi, come Subsonica, Mau Mau, Modena City Ramblers, Africa Unite, Sud Sound System, 99 Posse, Linea 77, Almamegretta, Banda Bassotti…Ciò denota un’attenzione straordinaria per la musica di qualità e riscatta noi italiani dal solito stereotipo “pizza, spaghetti e mandolino”, di cui è pregna anche quella musica commerciale che, ahinoi, ci rappresenta nel mondo. La caratteristica principale del Sziget è la sua capacità di abbracciare davvero ogni genere artistico-musicale. Come sono suddivisi gli artisti: ci sono diverse aree per ogni genere? E quali sono le attività e gli eventi collaterali? Il Sziget Festival nasce in un momento storico in cui era improponibile un evento musicale così eterogeneo. Ma questa scelta, che io


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ritengo essere nobile, col tempo ha dato ragione al Sziget, che ha fatto scuola in questo senso ed ha aperto molte menti. Oggi la convivenza di generi musicali, stili e culture disparate all’interno di un raduno è diventata un trend imprescindibile. Il Sziget si svolge sulla verdissima isola (in ungherese “sziget”) di Obuda, che per tutto il periodo del festival si trasforma in una vera e propria cittadina attrezzata di ogni servizio, pronta ad accogliere circa 100.000 campeggiatori. All’interno della stessa area sono disseminati i 60 stage che ospitano ognuno un genere musicale diverso, ma non solo… infatti, il Sziget è anche teatro, mostre, installazioni, danza, rassegne video e cinematografiche, sport estremi, cucina internazionale… un’immensa vetrina per artisti ed artigiani provenienti da tutto il mondo. A tutto ciò vanno aggiunte aree ludiche per bambini, molteplici follie e spettacoli extracalendario improvvisati da artisti di strada che, spesso, finiscono col rapire i visitatori distraendoli anche dagli eventi principali… ed è questo, a mio avviso, lo spirito giusto con cui va affrontata



l’esperienza dell’isola di Obuda. In effetti, credo che la cosa più affascinante sia proprio la sua vastità e la sua ecletticità. Ci sono così tante cose e così diverse che il rischio è quello di perdersi nel marasma... ma probabilmente è proprio questo lasciarsi andare la cosa più bella, vero? Senz’altro! Vivere il Sziget è un po’ come essere in un gioco virtuale che cambia ad ogni quadro: più lo si esplora, più ci si abitua ai suoi ritmi e più si resta rapiti. Ed, infatti, in tantissimi lo aspettano tutto l’anno, fino a raccontare simpaticamente sul forum del nostro sito ufficiale di avere delle vere e proprie crisi di astinenza da Sziget! A Bari ci saranno le selezioni per partecipare con la propria band al festival. Ma non solo, ci sarà la possibilità di esser selezionati per dei festival italiani, ci saranno ospiti speciali, dj e vj. Giustamente, avete deciso di nominare il tutto Sziget Sound Fest. Parlaci dell’edizione 2006. Per questa edizione, in qualità di direttore artistico, ho selezionato dodici band emergenti pugliesi, ognuna proponente un genere diverso. In palio, oltre alla partecipazione al Sziget Festival 2006, ci sono altri due premi prestigiosi: una esibizione dal vivo al M.E.I. Fest di Faenza (meeting delle etichette indipendenti) ed una al Neapolis Festival. Le due serate di selezioni si sono tenute il 2 e il 3 giugno e la serata finale il 10 giugno. Si esibiranno: Modaxì, Astrea, Contrada Caipiroska, Queimada, Orient express, The Carving, Ushuaia, Il kif, Ragion pura, Godyva, Rocky horror fuckin’ shit, Jolaurlo. In ognuna delle tre serate del festival è previsto un gruppo ospite: Marta sui tubi (2 giugno); Bambole di pezza (3 giugno); Ozric Tentacles (10 giugno). Le esibizioni dei gruppi ospiti saranno sempre seguite da dj e vj set. In particolare segnalo la crew di lab080 che il 10 giugno, dopo il concerto degli Ozric, prolungherà la maratona elettronica con i dj set di Arpino e Doraemon. So che organizzate anche dei viaggi dall’Italia per raggiungere l’isola di Obuda. Come funzionano e come si fa per aderire? Sono dieci anni che organizziamo viaggi dall’Italia per il Sziget ed ogni anno aggiungiamo nuove partenze. I viaggi sono comprensivi di ogni servizio e per alcune città c’è la possibilità di scegliere tra autobus ed aereo. Inoltre, siamo in grado di procurare alloggi alternativi al campeggio dell’isola di Obuda con sistemazione in comodi appartamenti nel centro di Budapest. Ogni informazione a riguardo la si può trovare sul nostro sito ufficiale (www.szigetfestival.it) dal quale è anche possibile effettuare la prenotazione. Mi preme aggiungere solo una cosa: chi decide di vivere l’esperienza del Sziget, data la durata della manifestazione (7 giorni + 1 di start, 24 ore su 24!), ha tutto il tempo di visitare anche la città di Budapest, una delle più belle capitali est europee. Davide Rufini

figli dei festival

Festival internazionali dal 9 all’11 giugno Isle of Wight Festival Seaclose Park - Inghilterra Info: www.isleofwightfestival.org

dal 15 al 17 giugno Sonar Barcellona - Spagna Info: www.sonar.es

dal 23 giugno al 2 luglio New Orleans Jazz Ascona Canton Ticino (Svizzera) Info: www.jazzascona.ch

dal 25 giugno al 2 luglio Roskilde Festival - Danimarca

Il più grande festival musicale del Nord Europa si tiene a Roskilde (35 km da Copenhagen). Il programma m u s i c a l e spazia dal rock contemporaneo all’elettronica, dall’hip hop al jazz passando per la etno e molto altro ancora. Tra i grandi nomi di questa edizione ci saranno: Bob Dylan, Roger Waters, Morrissey, Placebo, Guns’n’roses, Franz Ferdinand (foto) , Sigur Ròs, Arctic Monkeys, Rufus Wainwright, Tool, Coldcut, The Streets e tanti altri non meno importanti. Il prezzo del biglietto è 180 Euro (biglietto di 8 giorni, valido dalla domenica). Info: www.roskilde-festival.it

dal 29 giugno al 16 luglio Vienna Jazz Festival Vienna Austria Info: www.viennajazz.org

dal 30 giugno al 2 luglio Eurock Belfort - Francia Info: www.eurockeennes.fr

dal 30 giugno al 15 luglio Montreux Jazz Festival Montreux Svizzera Info: www.montreuxjazz.com

dal 30 giugno al 2 luglio Wood Stage Roitzschjora Germania Info: www.woodstage.de

dal 4 all’8 luglio Quart Festival Kristansand Norvegia Info: www.quart.no


dall’11 al 12 luglio Rockwave Festival Grecia

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figli dei festival Atene

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Info: www. didimusic.gr

dal 13 al 16 luglio Dour Festival – Belgio

Quattro giorni di musica alternativa, indipendente con uno spazio riservato ai gruppi emergenti. Sei palchi dalle 11 del mattino sino all’alba del giorno dopo. Nel cartellone Maxïmo Park, Miss Kittin dj set, Primal Scream, Mercury Rev, Capleton, Adam Green, Nada Surf (solo per fare alcuni nomi). Il biglietto giornaliero costa 32 euro. L’abbonamento ai quattro giorni è di 70 euro. Info: www.dourfestival.be

dal 20 al 23 Luglio Benicassim - Spagna

Andare a Benicàssim è come calarsi in una realtà parallela, esporsi a una valanga di sensazioni che concorrono a creare un’esperienza che non ha confronti. Un luogo dove incontrarsi con migliaia di persone che arrivano da tutto il mondo, un’armonia pacifica nella quale condividere eccitanti emozioni e incontenibili entusiasmi. Una settimana sulle rive della Costa Azahar proprio nel pieno dell’estate, per una vacanza autenticamente intensa (dal sito www. mtv.it). Tra gli ospiti Scissor Sisters, (20 luglio), Echo & the Bunnymen, The Pixies, Babyshambles, Lou Barlow e The Strokes (22), Franz Ferdinand e Morrisey (22) Depeche Mode, Madness, Deus e Placebo (23). Info: www.fiberfib.com

dal 24 al 26 agosto Reading Festival - Inghilterra

Il Reading Festival è il più vecchio festival musicale inglese, la prima edizione risale infatti al 1960. Nel cast di quest’anno Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs, Audioslave, Feeder, Bell & Sebastian, (venerdì 24 agosto); Muse, Arctic Monkeys, The Streets, Yeah Yeah Yeahs (sabato 25); Pearl Jam, Placebo, Slayer, (domenica 26). Info: www.readingfestivalonline.co.uk

AMORe e MusiCa, AuguRi AReZZO Wave

dall’11 al 16 Luglio Arezzo - Italia C’è aria di festa ad Arezzo Wave. Quest’anno uno dei più grandi festival italiani festeggia il suo ventesimo compleanno. Quale occasione migliore per parlarne con il suo “patron” Mauro Valenti. Prima di tutto auguri. Venti anni di amore e musica, venti anni di un festival che quest’anno decide di festeggiare alla grande. Mi anticipi qualcosa? Grazie per gli auguri! Quest’anno festeggiamo il nostro ventesimo anno di età e lo faremo in modo stellare, extraterrestre! Sì, perché il fil rouge di questa edizione 2006 di Arezzo Wave sarà lo spazio; avendo ormai coperto tutte le aree geografiche, abbiamo deciso di rivolgerci all’altro, all’alieno. Ma, se vuoi dei nomi, posso dirti che ad Arezzo Wave, che ti ricordo sarà dall’11 al 16 Luglio, si potranno ascoltare Caparezza, Sinead O’Connor, Daniele Silvestri, Skin e Gianna Nannini, Mau Mau, Marlene Kuntz, Roy Paci, Greg Dulli, Bandabardò, Verdena, Baustelle, Africa Unite, Giuliano Palma. Accanto a questi nomi famosissimi, ci saranno anche gruppi meno conosciuti nel nostro Paese ma di altissimo livello tra le novità dell’Europa, degli Stati Uniti e di altri paesi. Per fare alcuni nomi, ci saranno Cocorosie, zZz, Baba Zula, Gogol Bordello, Susheela Raman, Bersuit, N’Guyen Le, Kaizers Orchestra e i Sunshiners, molti di loro per la prima volta in Italia, come Soil & Pimp Sessions che arrivano direttamente da Tokyo. Altri appuntamenti interessanti saranno nei palchi della mattina e del pomeriggio dove Marky Ramone insieme a Super Elastic Bubble Plastic e Hormonauts daranno vita a un tributo ai 30 anni dalla

nascita dei Ramones. Per il popolo della notte, invece, nei palchi di Elettrowave si alterneranno Carl Craig, Laurent Garnier, Jimmy Edgar, Alex Neri&Planetfunk e molti altri. Nel corso di tutta queste edizioni Arezzo Wave è sempre cresciuto, non solo palchi dedicati alla musica, ma molto di più, ce ne parli? Arezzo Wave nasce come festival esclusivamente musicale, ma negli anni abbiamo dovuto aprire le porte a molte altre forme di arte perché la cultura e la creatività si manifestano in un’infinità di modi e noi vogliamo dare voce a tutti ma soprattutto vogliamo che il nostro pubblico coltivi interessi variegati, che continuino ad essere curiosi. Così, uno alla volta, sono nati i palchi collaterali, ma non secondari, a quelli musicali. Da qualche anno abbiamo il Word Stage, un luogo dove si parla di letteratura con scrittori del calibro di Lucarelli, Baricco e Sepulveda. C’è ComicsWave, lo spazio dedicato ai creatori e agli amanti del fumetto, c’è CabaWave, che prevede un concorso per giovani cabarettisti e una finale durante il Festival con la partecipazione di nomi già affermati della comicità nazionale. Ma c’è anche un palco per il cinema, quest’anno il collaborazione con Fandango, uno per il teatro, uno per la musica polifonica, uno per il cibo… La filosofia del festival in poche parole... Siamo un Festival con il cuore. La nostra mission è valorizzare la diversità culturale e la creatività. Non diamo niente per scontato, cerchiamo di essere sempre curiosi verso


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figli dei festival BAUSTELLE

Festival italiani dal 1 giugno al 22 luglio Pop Eye Festival - La Spezia

le nuove proposte, di prestare attenzione soprattutto alla qualità e quindi, invitando il nostro pubblico a seguirci sempre, soprattutto quando si parla di sostenere il valore delle diversità culturali, cerchiamo di incentivare la sua crescita non solo in termini quantitativi. Arezzo Wave è da sempre gratuito, a differenza degli altri festival, perché? Come fate? Per quanto riguarda questo aspetto, quest’anno c’è una novità: siamo stati costretti ad inserire un biglietto per l’ingresso al Main Stage. In linea di principio il festival resta comunque gratuito, al pubblico la scelta se pagare o meno! Fino alle 21.15 si continuerà ad entrare liberamente allo Stadio Comunale, dopo di che si pagheranno 5 euro per poter assistere ai concerti degli headliners. Non è stata una scelta facile da prendere, ma si è resa necessaria fondamentalmente per due motivi: il primo è di carattere puramente economico in quanto i fondi che fino ad ora ci venivano dalle Istituzioni (in particolare da Regione e Comune) sono stati drasticamente ridotti. Il secondo motivo è invece di carattere più ideologico: vorremmo che anche i gruppi che sono i primi a salire sul Main Stage (molti dei quali di qualità eccellente e provenienti da ogni parte del mondo) avessero una quantità maggiore di pubblico. Arezzo Wave oltre ad ospitare nomi di fama internazionale è anche una importante vetrina per band emergenti... qual è il rapporto con i nuovi fermenti musicali? Arezzo Wave per i giovani gruppi

emergenti italiani, e non solo, è una vetrina molto importante, un punto di partenza dal quale poter iniziare una carriera nel mondo dello spettacolo. Non pochi degli artisti che hanno suonato nei nostri palchi quando erano completamente sconosciuti sono poi diventati molto famosi. Un nome per tutti? Ben Harper, che ha suonato ad Arezzo Wave come proposta e oggi è diventato quello che tutti conoscono. Arezzo Wave è come una grande famiglia che ha parenti in tutta Italia ed è sempre aperta alle adozioni, tra antenne e responsabili regionali si è in tanti, come funziona questa rete? Arezzo Wave è esattamente una grande famiglia. In molti lavorano perché la macchina del festival che dà mostra di sé durante la settimana di Luglio, ma che in realtà esiste tutto l’anno, continui a portare i risultati di partecipanti e pubblico ai quali siamo abituati. I responsabili regionali e le antenne, che oggi sono diventate 232, sono gli occhi, le orecchie, le braccia della Fondazione Arezzo Wave Italia in tutto il territorio nazionale. A loro spetta il compito di monitorare l’orizzonte musicale nazionale e raccogliere tutte le proposte dei giovani talenti per poi operare le selezioni che portano alla scelta dei gruppi che si esibiranno nei palchi di Arezzo Wave. Invita i lettori di Coolclub.it alla nuova edizione di Arezzo Wave... Dall’11 al 16 Luglio 2006 venite ad Arezzo Wave Love Festival, parteciperete alla festa di compleanno più divertente della vostra vita! Osvaldo Piliego

Pop Eye nasce nell’ambito di un network denominato Metamorphosea che comprende i festival Neapolis di Napoli e Primavera Sound di Barcellona. Il programma di prevede (tra gli altri): Lou Reed (1 giugno), Ivano Fossati (29 giugno), Notte del Salento feat. Nidi D’Arac (21 luglio), 24grana-Alamamegretta-BiscaDaniele Sepe-O Zulù-Linea 77 (22 luglio). Info: www.popeye.it

dall’ 8 all’11 giugno Rockando Parco del Villino Rossi Povolaro (Vi) Info: www.rockando.it

dal 9 al 10 giugno Miami Festival - Milano

Info: 02.30351633 – info@rockit.it. Ingresso: 7 euro; abbonamento due giornate: 10 euro.

dal 9 all’11 giugno Rumble festival - Milano Info: 02 36533507; info@rumblefishlive.com

dal 15 giugno al 28 agosto Salento Negroamaro – Provincia di Lecce

La sesta edizione della Rassegna delle culture migranti organizzata dalla Provincia di Lecce, che include musica, libri, cinema, teatro,arte, è dedicata all’Africa. Tra gli ospiti (nell’ambito musicale) Lokua Kanza (7 luglio a Maglie), Tambours De Brazza continua a pag. 34


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Pop, Alternative, Metal, Elettronica, Lounge,Italiana, Indie

la musica secondo coolcub

K I M G OR D ON

Sonic Youth

Rather Ripped Geffen L’indie rock/***** Niente ma e niente se. Quando si parla di loro non transigo e sono pronto a negare anche l’evidenza. I Sonic Youth sono la mia prima volta, la mia iniziazione musicale e come tale sono uno dei più bei e anche dei più traumatici ricordi che custodisco gelosamente nel mio cuore. A rischio di sembrare melenso e romantico posso affermare candidamente che senza di loro non sarei così: probabilmente non avrei impugnato le bacchette, forse non ci sarebbe questo giornale... Questa stupida parentesi serve solo a spiegare, nel piccolissimo, quale influenza e peso un gruppo come i Sonic Youth abbia avuto nel mondo della musica. Passando dall’infinitamente piccolo ai grandi spazi del mondo e della storia si può semplicemente dire che i Sonic Youth sono stati e sono ancora un gruppo seminale, uno di quelli che ha influenzato gli ultimi venti anni di rock alternativo. Si possono trovare tracce della loro paternità (o maternità) quasi ovunque. Nati in piena no-wave, figli del punk, hanno fatto del rumore (noise) il filo conduttore delle loro strutture musicali a tratti isteriche altre volte ipnotiche, sexy,

carezzevoli, altre ancora morbide come una ninna nanna. Un percorso fatto di dischi, varie collaborazioni (anche in contesti di musiche cosiddette “colte”), esperimenti e una solida coerenza, la stessa che alle origini fece scegliere loro l’indipendenza nonostante i corteggiamenti delle major. Oggi i Sonic Youth sono cresciuti, hanno superato gli anta, hanno messo su famiglia, ma non hanno perso un briciolo del loro smalto e della classe (provate a vedere Kim Gordon sul palco). Il loro nuovo album Rather Ripped, che uscirà in Italia il 13 giugno ma si può già ascoltare per intero sul sito della band (www.sonicyouth.com), è una piacevole concessione alla “melodia”. Parola pericolosa quando si parla dei Sonic Youth ma che si tiene in bilico tra le dissonanze di una splendida doppietta in apertura (Reena, Incinerate) dove tra arpeggi ritmiche essenziali e l’alternarsi al microfono di Kim e Thurston riconosci l’inconfondibile impronta di sempre. La forma canzone ha svolgimento quasi regolare, non mancano le svisate più “soniche” e momenti più grintosi. Nella cadenza di Do you believe in rapture

sembra a un tratto di sentire lo spettro dei Velvet, l’attacco di Sleeping Around sembra un tuffo nel passato ai tempi di Dirty (1992). Ma c’è un’aria diversa, uno stato emotivo che attraversa le canzoni. Alcuni la chiamano maturità, altri consapevolezza, basta sentire Jams run free per capirlo. Il suo incedere ansimante ma allo stesso tempo rilassato sono l’immagine di una band che non ha perso la passione ma ha messo da parte, forse, le escandescenze giovanili. Può il rumore diventare silenzioso? Ascoltate il tappeto di Rats. E come non ci si può innamorare ancora una volta di Kim Gordon dopo aver ascoltato Turquoise Boy (6:14, con tanto di inciso con muro di chitarre noise). La mancanza di Jim O’Rourke (per un periodo unitosi alla formazione originale e ora tornato ai suoi mille progetti) non si sente, segno che l’assenza di una figura geniale come la sua non ha inficiato la grande ispirazione dei “ragazzi sonici”. Alcuni diranno sempre la stessa minestra, altri è il mio piatto preferito e ne mangerei a valanghe. Io sono tra i secondi. Osvaldo Piliego


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Snow Patrol

Eyes Open Polydor Brit pop/***

là, di superare il risultato ottenuto con il precedente. Alla fine, nonostante il sottobosco di trame strumentali, l’idea è quella di un quaderno di appunti. Il tutto scritto con una grafia elegantissima, non può non piacere, ma difficilmente conquista. Musica da sottofondo, e non credo sia un complimento. E pensare che solo qualche tempo fa con When it falls ci bevevo l’ultimo bicchiere e accendevo il nuovo giorno. (O.P.)

Radio Dept Pet Grief Labrador Pop/*** Il successo del precedente e bellissimo The Final Straw ha montato attenzione e pressione intorno agli Snow Patrol e questo nuovo Eyes Open arriva a giustificare i due milioni di copie vendute e le vette delle classifiche conquistate nel 2003. Titoli e numeri che nel mondo del Brit-pop possono sparire nell’arco di una manciata di settimane ed eclissarsi come comete per sempre. Il loro ritorno vale e pesa molto dunque. La formula degli Snow Patrol pur rimanendo fedele a quel suono tra Inghilterra e America, qualcosa a metà tra i Sebadoh e i Lowgold (a proposito di comete) ha in sé la grande capacità di concentrarsi in canzoni capaci di sprigionare dolcezza anche da un muro di chitarre, di saper alternare momenti intimi (bellissima Set the fire to the tird bar in coppia con Martha Wainwright) e crescendo che (sarà l’originale irlandese?) hanno un non so che di vagamente U2. Il disco ha in serbo ottime cartucce da classifica e uno stato di ispirazione stabile, senza guizzi, senza cali. Merito forse della splendida voce di Gary Lightbody il disco catalizza l’attenzione, trascina e poco importa dargli un peso perché basta ascoltarlo. (O.P.)

Zero 7

The Garden Atlantic/ Warner Downtempo/ ***

Prima miscelatori di canzoni per grandi nomi, poi esordienti compositori, ancora dopo fenomeno inglese con When it falls (2004), la riposta anglosassone ai cugini francesi Air secondo alcuni. E dire che i presupposti c’erano proprio tutti. Gli elementi sembravano tutti ben disposti sul piano di lavoro per costruire un disco perfetto. Ma qualcosa non è andata. La ricerca del down tempo a cadenzare melodie un po’ retrò, un po’ futuribili, gli inserti chill-out trendy ma non troppo, la bossa da tastierina casio in stile Nouvelle Vague trovano scarsa consistenza e ingranaggi poco oleati in cui muoversi. Sembra di sentire tra gli arrangiamenti e le melodie la voglia di andare più in

Si apre con quello che sembra un omaggio ai Cure l’ultimo album dei Radio Dept, tastiere che si perdono in un’eco lontano, una batteria elettronica new wave, accennati fraseggi di chitarra effettati e lunghi come la malinconia. Poi ci si risolleva, sempre restando in zona eighteis shoegaze con un brano (la title track) dai toni sognanti. Su questo clima sospeso e aereo, i brani si susseguono rilassati, soffiati quasi da una voce filtrata, da batterie sottili e cascate di tastiere. C’è grande passione per gruppi come Jesus and Mary Chain, Prefab Sprout ma anche New Order, Pet shop Boys, le diverse anime di un decennio. Non è bello come l’osannato Lesser Matters, sembra librarsi a pochi centimetri da terra senza mai decollare veramente ma ci sono momenti, istanti preziosi, in cui tutto riesce ad avvolgerti in una spirale da cui non vorresti uscire. (O.P.)

Zutons

Tired of hanging around Deltasonic – Sony Pop/***

Mersey è il nome del fiume che attraversa Liverpool, mitica città inglese che ha dato i natali ai Beatles e che sembra aver mantenuto tutt’ora una particolare fascinazione per gli anni 60. Gli Zutons sono figli di quello che è stato rinominato Merseyssipi. Perché questi ragazzotti inglesi sembrano venire, per certi versi, dal delta del mitico fiume americano dove nacque il blues. Nella loro musica c’è un approccio molto black, soul, r’n’b, il tutto filtrato passando attraverso il country, il funk gli anni 80. il risultato è un mix di citazioni in cui è piacevole ritrovare tracce di band che ami (Rolling Stones, Sly and the family stone, Talkin Heads e tanto di più). Questo era il loro precedente Who killed the Zutons? Questo, con dovute variazioni sul tema, il nuovo Tired of Hangin’around. Manca l’effetto sorpresa dell’esordio ma il tiro è più o meno quello ci trascina a pattinare in pista cosparsa di apposito borotalco per evoluzioni

come tradizione di ballerino mod docet. Provate ad ascoltare canzoni come Why don’t you give me your love dal retrogusto un po’ glam, la più rock Hello Conscience, o il mid tempo di Valerie e provate a stare fermi. E poi ci sono i coretti, il sax che incalza e trascina, che dire di più... buon divertimento. (O.P.)

Ron Sexsmith

Time Being V2 Folk-pop-country/****

Ron Sexsmith viene da una terra, il Canada, che vanta un tradizione di song writer di tutto rispetto (basta citare Neil Young). Ron Sexsmith è uno di quelli che definiresti artigiano della canzone, ha in sé il fascino del nerd, quelli che all’apparenza non diresti ma che nascondono un grande dono. Senza curarsi delle mode, senza alzare troppo lo sguardo fa le sue cose, canzoni dolci che non serve a niente gridare, ma basta cantare nel modo più semplice e vero. Non ha paura di mettere in mostra i suoi sentimenti come se ci si muovesse in un film anni 50 (Reason for our love), è blues nel senso più ampio del termine, folk perché fedele a stilemi classici. Acustico, intimo, lirico Ron Sexsmith è un sacco di cose che ammaliano. Soffuse le sue canzoni ti entrano dentro e hanno sangue, vigore, quel mezzo sorriso per non prenderti troppo sul serio e tutto quello serve per ricordarti che di cuore vive l’uomo. (O.P.)

Juana Molina Son Domino/Self Electro-folk/***

Non ben identificati suoni elettronici una tuba forse?- e limpidi accordi di chitarra acustica aprono questo disco. Poi una delicata voce spagnola inizia a cantare. Stiamo parlando di Juana Molina e il suo nuovo quarto disco Son. Lei è di Buenos Aires, volto noto della televisione argentina, e le sue radici latino-americane si ritrovano tutte nel gusto folk di questo lavoro. Non c’è solo questo però. L’attenzione della Molina per le sperimentazioni digitali e le contaminazioni tra generi diversi fanno di Son un disco originale, che ben coniuga tradizione e ricerca. Voce bassa e lenta, atmosfere che richiamano spazi aperti, chitarre soffici si equilibrano a vicenda, creando dei ritmi di piacevole ascolto. Nei commenti ai suoi tre precedenti album è stata più volte accostata a Björk, e proprio come Björk si dice assembli i suoi lavori da sé, a casa. Con una certa fantasia e originalità, a giudicare dall’ascolto di Son. Perché in questo disco


KeepCool c’è di tutto, dagli strumenti popolari quali corni ai cinguettii di uccelli a vocalizzi che imitano miagolii, tutto frullato insieme per un electro-folk spagnoleggiante. Non tutti i pezzi del disco rimangono sullo stesso livello, ma si tratta comunque di un lavoro interessante. Valentina Cataldo

The Czars Goodbye Bella Union Songs/****

Non è un disco estivo, questo va premesso. Ma poco importa. Li ha scoperti e lanciati Simon Raymonde (ex Cocteau Twins) e questo la dice lunga sul clima musicale in questione. Bisogna avere il tempo necessario e la giusta predisposizione per avvicinarsi a questo disco. Bellissimo, inutile dirlo, vicino a tutta quella nutrita schiera di dischi che cantano lo spleen, vicini all’abisso, sorprendenti per spessore musicale, capaci di mettere in piedi ballate elettro acustiche minimali come robuste. L’incedere da camera dell’intro della commovente Goodbye, la marcia country crepuscolare di Paint the moon, l’incipit mistico di Hymn, la “pinkfloydiana” My Love, la più incalzante I am the man, il carillon jazzato di I saw a Ship e di Little pink house il finale rock di Pain sono alcuni dei brani che compongono un disco da prendere con cura, da non sprecare. (O.P.)

11

Thievery Corporation Versions lounge remixes/****1/2

Eric Hilton e Rob Garza non hanno inventato niente. E ne sono consapevoli. Il nome del loro gruppo, tradotto, è semplicemente “una corporazione di ladri”. I Thievery sono cresciuti e hanno accresciuto le loro doti musicali acquistando vecchi vinili nei negozi di Washington, la loro città. Ma anche per essere ladri ci vuole classe. E questo lavoro ne è forse la prova più evidente. Pur nell’ennesima riproposizione della loro formula lounge, bellissima anche se ripetitiva alla lunga, è con queste Versions che i Thievery hanno pescato l’asso vincente. Dopo il mezzo flop di The Cosmic Game, l’ultimo cd tutto loro, i due dj impongono il loro classico mood su tutte le canzoni scelte per essere “riviste” (e la grandezza di un cd di remix sta anche nella selezione delle tracce). Alcune migliorano addirittura rispetto all’originale (The desert di Emilie Simon), su altre era proprio impossibile migliorare ancora (Angels dei Wax Poetic). Protagonisti più o meno consapevoli anche i Doors, con Strange Days, Sarah McLachlan, e la generazione Gilberto (Astrud e Bebel). Un cd senza punti deboli, bello dall’inizio alla fine, buono per un cocktail, una cena un po’ chic, una notte d’amore. Magari in loop. Dino “doonie” Amenduni

Sud Sound System

Live and direct 2006 Salento Sound System/V2 Records Reggae/****

Quando salgono sul palco la piazza salta, i locali si infuocano, il dialetto salentino risuona mischiato a strani accenti piemontesi, toscani, padani. I Sud Sound System, con un po’ di retorica, sono i paladini della salentinità in Italia (e non solo). Dopo più di dieci anni di carriera discografica esce il primo cd live, registrato il 22 marzo all’Alcatraz di Milano. E non è l’unica sorpresa per gli appassionati. La confezione, prodotta da Salento Sound System e V2 Records, contiene anche un Dvd molto

ricco e ben curato con le interviste a Terron Fabio, Don Rico e Nandu Popu, i video clip, i brani live, il backstage e altro ancora. Audio e video che raccolgono quello che i Sud sanno fare meglio: cantare e mpunnare di fronte al pubblico, accompagnati dalla Big a riddim Band. E non è un caso che la lista dei concerti previsti per questa estate sia lunghissima. Pedroso

Samuele Bersani

L’aldiqua Ricordi/SonyBmg Canzone d’autore/****

La nuova scuola cantautorale emilianoromagnala passa inevitabilmente da questo (ormai non proprio) giovanotto di Cattolica. Samuele Bersani, a tre anni di distanza dall’osannato Caramella Smog, torna con L’aldiqua. È inutile sprecare troppe parole sulla vena artistica del cantautore, consolidata dagli anni e dalle belle canzoni, forse è meglio focalizzare l’attenzione sulla sua crescita nelle scelte di produzione del disco che suona meno piatto e più caldo dei precedenti (questa è l’impressione). Il cd, aperto da una convincente Lascia stare, si muove tra sottile ironia (La soggettività del pollo arrosto, Il maratoneta e Maciste), impegno civile (Occhiali rotti, dedicata al giornalista Enzo Baldoni ucciso in Iraq, Lo scrutatore non votante e Sicuro precariato) e (più o meno) dolci ballate (Sogni, Una delirante poesia, Come due somari – che richiama calde atmosfere sudamericane). Forse, ed è l’unico peccato de L’aldiqua, manca un brano memorabile. Pierpaolo Lala


KeepCool

12

Nathan Fake

Drowning in a sea of love Border community rec.

Indietronica/****

Questo ragazzo appena ventitrenne è bravo davvero. Il suo ultimo album Drowning in a sea of love ci lascia intendere come il ragazzo abbia imparato in fretta la lezione dell’elettronica applicando le sue conoscenze in undici tracce di indubbia bellezza. Fresco ed originale, riesce a ficcar dentro svariati panorami elettronici degli ultimi anni: dall’electro alla minimal, alla techno, facendoli confluire in una dolce indietronica che strizza l’occhio a tutte le nuove produzioni glitch pop degli ultimi tempi, senza per questo uniformarsi a queste. Dai Mum ad Aphex Twin, passando per Mogwai, Boards of Canada, Pan Sonic, un miscuglio eterogeneo che non stona mai. Charlie’s House, Bumblechord, You Are Here, tra le tracce migliori, anche se la scelta è ardua. Dolcezze indietroniche da un mondo naif, come già la splendida cover lasciava presagire, ci introducono in un sogno tanto allegro (You are here) quanto teneramente malinconico (Long Sunny). In definitiva un lavoro da laptop e cameretta ben riuscito; ed ora si ha già fame delle sue prossime creazioni. Il futuro, visto l’età, è tutto suo. Federico Baglivi

Gomez

How we operate Ato Indie/***

Sembra ieri ed invece sono passati otto anni da quando, nell’Inghilterra di Radiohead, Verve e Massive Attack, iniziavano ad irradiarsi le contagiose ed accattivanti melodie di Bring It On, felice esordio di questo simpatico gruppo del nord-est. Maturi e capaci come non diresti di cinque sbarbatelli che hanno appena finito le scuole, i Gomez si fanno subito apprezzare per la disinvoltura con cui maneggiano tante cose.

Folk e blues bianco, rock e altcountry, mescolati con stile e fare scanzonatamente pop. Chi all’epoca puntava su di loro oggi non si pente, tranne la Virgin forse (loro etichetta di sempre), che due anni fa li lasciò per strada. Oggi tornano con un nuovo disco, nuova etichetta, e per la prima volta, si avvalgono di un produttore esterno come Gil Norton (Doolittle dei Pixies vi dice niente?) che si fa notare per la chiarezza con cui incasella gli elementi della loro poliedrica scrittura. Abbandonati i volumi da stadio del loro ottimo precedente Split The Difference, ora i nostri si concentrano maggiormente su melodie e parole che si fanno più spesse che mai, intime, talvolta un po’ scontate e ridondanti, ma si tratta sempre di canzoni spigliatamente leggere e dal piglio facile. Dolci e rassicuranti come le commedie romantiche di Meg Ryan alla tv, piacevolmente consueti come gli auguri il giorno del tuo compleanno, ai Gomez non si può non voler bene. Anche quando ti aspetteresti qualcosa di più. Giovanni Ottini

Lou Rhodes

Beloved one Infinite bloom Folk ballad/***

Finisce l’amore e finiscono i Lamb, uniti ai Moloko in un destino assolutamente identico. Inspiegabilmente ignorati dal grande pubblico nonostante la notissima Gorecki (colonna sonora di uno spot di crociere di qualche anno fa), raggiungono un improvviso successo quando grazie alla colonna sonora del film Tre metri sopra il cielo tutti (o quasi) gli adolescenti iniziano a cantare a squarciagola le prime strofe di Gabriel. Purtroppo questo boom nel nostro Paese è coinciso temporalmente con lo scioglimento del duo. Louise Rhodes ed Andrew Barlow erano uniti non solo musicalmente, erano anche marito e moglie, e così la prima prova solista della cantante è un episodio fortemente intimista, che non può non risentire della separazione. Lou, una delle voci più brillanti della scena anglosassone (se non di più) degli ultimi 15 anni, dà corpo ai suoi pensieri in un’opera di songwriting che purtroppo non è possibile cogliere a un ascolto disattento. Svincolata dai ritmi sincopati, a volte addirittura ossessivi (ma era anche questo il bello dei Lamb), la sua voce può essere l’unica protagonista. Allo stesso tempo l’album appare musicalmente un po’ scarno, anche se probabilmente questo era già nelle intenzioni della cantante la quale, a parte un paio di episodi realmente felici (la title-track su tutte) non riesce a emozionare sin da subito. Un cd per cultori. Dino “doonie” Amenduni

Candi Staton

His hands Honest Jons/Astralwerks Soul/****

Stando alla sua bio, la nostra Candi (66 anni suonati) a sfiga se la gioca con la più famosa Tina: alcolismo ­ vinto con 20 anni di chiesa, ‘sti Americani! ­Matrimoni sbagliati, botte e soprusi. Dopo un best of uscito nel 2004, ritorna on stage rinnovata in tutti i sensi. Sweetheart of gospel per gli amici, alternativa “dannata” all’Aretha, la Staton partorisce 4 dei 10 pezzi inclusi nell’album, registrato nella Beech House (Nashville) di Mark Nevers (leader dei Lambchop) e prodotto da Will “Bonnie Prince Billy” Oldham (autore della title-song): His hands, dalle mani di un bastardo a quelle del Redentore, questo il senso. La leggenda narra che Candi la canti al telefono e Oldham pianga a dirotto. Ascoltare per credere. Un ritorno maiuscolo dell’indimenticabile interprete di Young hearts run free. Rakelman

Built to spill

You in reverse Warner Rock / ****

I Grandaddy si sciolgono, ma per fortuna in giro c’è ancora gente come i Built To Spill. You in reverse è la rivincita dopo la tiepida accoglienza riservata ad Ancient melodies of the future (2000). Obiettivo centrato, si direbbe. Forte senso di libertà, slide guitars, echi di Neil Young e guizzi elettrici danno vita a lunghi brani registrati in presa diretta. Evviva il coraggio del primo singolo Goin’ against your mind, che per quasi 9 minuti frulla desert rock e new wave con “stupore”. E tanta psichedelia si respira in Wherever you go, Conventional wisdom e Gone, vero valore aggiunto ad un album eccezziunale. Poi la malinconia tutta californiana di Traces; Liar, lo-fi pop da ballare all’happy hour in spiaggia, l’appeal hard di Mess with time e pure il mantra elettro-velvettiano Just a habit. Rakelman

The Vines

Vision Valley Capitol/EMI Pop / ****

Brevi, fresche, accattivanti: così sono le canzoni che compongono questo terzo album dell’ensemble australiano. 13 pezzi da un paio di minuti l’uno, ­ unica eccezione i 6 minuti dell’ovviamente psichedelica Spaceship in chiusura ­ nei quali si alternano soffici momenti di 60’s power pop (l’omonima Vision Valley) a


KeepCool bastonante di rawck (!) sporco brutto e cattivo (Gross out, fulmineo e irresistibile secondo singolo estratto). Il primo singolo, Don’t listen to the radio, è un pop rock che non potrete fare a meno di ballare nei vostri party estivi, parola d’onore. Nicholls, front-man della band, dimostra ancora una volta di riuscire ad essere sguaiato come un accanito bevitore di XXXX e smielato come un dandy con la fissa per i Beatles. Per ora questo è il miglior prodotto di casa Vines down here. Rakelman

13 come originale anche se spesso queste soluzioni post-core si assomigliano fra di loro e fanno calare il livello d’attenzione dell’ascoltatore. Ennio Ciotta

Tool

10.000 Days Volcano Nu Metal/*****

Dopo una lunga assenza – cinque anni passati ad aspettare il seguito

My dear killer

Clinical Shyness Madcap collective/Under my Bed/ Eaten by Squirrels Indie rock/***

Succede all’ improvviso: siete in casa, bussano alla porta, voi andate ad aprire e chi ci trovate? È Thruston Moore dei Sonic Youth, un po’ triste perché ha troppi pensieri per la testa (di cui non vuole parlare), ma ha in mano un cd-r di canzoni intime di stampo cantautorale che ha registrato in casa da solo mentre Kim Gordon era al Mall (centro commerciale americano). Superando rapidamente questo fantasioso volo pindarico atterriamo “soffici” su My dear killer, all’anagrafe Stefano S., che nella vita fa tutt’altro che suonare, ma nonostante tutto ci regala un disco costellato di canzoni dai toni dimessi ma piene di sentimenti forti. I suoi arpeggi, i suoi accordi e il suo modo di cantare ricco di sensibilità sono totalmente coperti da feedback chitarristici. Non siamo di fronte ad un mattatore, e di questo sono davvero contento. Fragile, schivo e totalmente indipendente, per me può bastare così. Ennio Ciotta

Oshinoko bunker orchestra Oshinoko bunker orchestra Anti Dot Rock/***

Oshinoko bunker orchestra nasce dalle ceneri della rock band De Glaen, attiva dalla metà degli anni novanta con due dischi pubblicati ed un tour insieme allo scrittore Enrico Brizzi. Anche in questo caso si parla di rock, ma sicuramente più viscerale e carico di tensioni. Il sound della band è scarno, minimale e nervoso: spesso le sonorità si ripetono in maniera ossessiva, quasi alla ricerca di una catarsi nell’ascoltatore. Le forme melodiche non sono riconoscibili come tali e vanno ricercate nelle sequenze di rumori chitarristici presenti nei brani. La formula è stimolante e credo che non abbia la pretesa di presentarsi

estremizzano, creando a sorpresa brani coerenti e naturali. Ascoltiamo serratissimi riff death-metal, growl rabbiosi e potenti, accompagnati da grandi accordi di hammond, alternati ad incursioni acustiche, dove jazz, folk, goth e persino momenti psichedelici fanno capolino, fondendosi alla perfezione. Per non parlare della preparazione strumentale e vocale del leader e maggior compositore Mikael, capace di esprimersi con tecniche diverse sempre ad altissimi livelli. Io reputo gli O., veri e assoluti protagonisti della musica contemporanea, non solo nel settore heavy, poiché propongono realmente qualcosa di originale, senza mai pensare cosa piace o non piace al pubblico. In oltre giudico la loro opera una sorta di laboratorio di ricerca e sperimentazione musicale, dove un gruppo di ragazzi ha deciso di innovare, con stile e sonorità contemporanee, quella che fu la grande esperienza progressiva degli anni settanta. Nicola Pace

Dark Lunacy dell’entusiasmante Lateralus – e dopo i dischi realizzati dai bravissimi A Perfect Circle, ritorna finalmente la rabbia di Maynard e compagni. Gli undici brani di 10.000 Days, uno più entusiasmante dell’altro, ripercorrono le psicosi degli album precedenti, dall’oscuro Aenima al penultimo Lateralus, ma con una visione più moderna nelle architetture melodiche. Un viaggio nella profonda dimensione tooliana, con gli agenti mentali claustrofobici, la psichedelia di suoni e immagini, e alcune chicche. Tra cui spicca Lipan Conjuring: un canto sciamanico, da scenari lunari, che sconfinano nella successiva Intension. Molto “vecchio stampo” le tracce iniziali: allucinazioni acustiche che, senza scostarsi dalla forma consueta, dimostrano però una notevole evoluzione nei suoni. Insomma, i Tool sono tornati e sono sempre loro: dei grandi maestri. Giovanni Copertino

Opeth

Ghost revieres Roadrunner /Universal ProgDeathMetal/****

Gli Opeth sono una di quelle band che sin dagli esordi, ha clamorosamente diviso il pubblico in due frange estreme ed opposte. C’è chi li considera non solo grandi musicisti, ma una specie di semidei della musica (esagerati); dall’altra parte quelli che li hanno da sempre superficialmente bistrattati. Comunque la band propone un difficilissimo connubio fra death-metal e progressive anni settanta. Il pregio fondamentale degli O. è quello di non ammorbidire queste due opposte influenze, al fine di amalgamare più facilmente il tutto, ma al contrario le

The Diarist Fuel/Self Death-metal/****

Ottimo ritorno dei parmensi Dark Lunacy, dopo l’acclamato Forget me not del 2003. Ritornano con il loro grande e monumentale, drammatic deathmetal; essenzialmente un deathmetal molto teatrale coadiuvato da numerosi arrangiamenti orchestrali. Le composizioni di Forget…, riferibili ad un tardo barocco, rompevano la forma canzone, per costruire con gli ossessivi e determinanti riff degli archi, antiche forme strumentali. Questa volta in The Diarist, la band ha confezionato un lavoro più vicino alla forma canzone, dove la componente sinfonica è determinata da grandi inserti corali ed orchestrali, facendoci assaporare un certo tardo romanticismo. La massiccia presenza di sinfonismo, non ha negato la possibilità dei D.L. di essere taglienti ed aggressivi, ma ne ha migliorato la propria vocazione drammatica. The Diarist è un concept incentrato sull’assedio a Leningrado, durante la seconda guerra mondiale, dei nazisti. Attacco a sorpresa, al cuore pulsante della rivoluzione socialcomunista. Gli eventi raccontati, ci spiegano come l’armata rossa seppe reagire e respingere il nemico ( successo che galvanizzò tutti i comunisti del mondo). Sono completamente soddisfatto non solo dell’operato dei D.L., ma in genere di tutto il movimento musicale italiano, che allontanandosi da i soli e sorpassati stereo tipi rock, comunica ai fan storie e messaggi intelligenti. Insomma Dark Lunacy=musica colta+death-metal. Provare per credere. (N.P.)

Carmen Consoli


KeepCool

14

Eva contro Eva Universal Pop d’autore/ ****

Carmen è finalmente Carmen. Non è più la Janis italiana, non ha bisogno di piume di struzzo e ammiccamenti alle sue eroine. È una donna. Ha abbandonato (per sempre) i capelli a caschetto per una chioma folta, ha abbandonato (per ora) la chitarra elettrica per ambizioni più intimiste. Appare lenta, saggia, matura. Aveva minacciato di mettere in piedi un ultimo album da due milioni di copie, e poi sparire dalle scene. Ha costruito un album quasi ostico, che sicuramente non farà il botto nei negozi di dischi. Il singolo, Signor Tentenna, non di discosta troppo dalle sue abitudini melodiche, Sulle rive di Morfeo potrebbe anche essere un nuovo Ultimo bacio, il quadro di una Sicilia afosa o forse di un’Italia ancora poco ispirata non manca (Maria Catena). Poi basta. Per il resto cambia tutto. Ambientazioni pop-folk, testi probabilmente mai così ispirati (Tutto su Eva è tra le 5 migliori canzoni di sempre della Cantantessa), all’interno dei quali si intravedono anche riferimenti alla politica e alla società, elemento abbastanza evidente nel “blob” curato da Enrico Grezzi e proiettato nelle date del tour. Carmen ha oramai una sua chiara personalità: per questo, chi la amava, la amerà ancora di più. Chi la odiava, non smetterà di farlo. Chi non la conosce, probabilmente non verrà rapito da quest’album, troppo fuori dagli schemi discografici attuali. Peccato per loro. Dino “doonie” Amenduni

Assalti Frontal

Mi sa che stanotte… Il Manifesto Hip hop/****

A distanza di due anni dall’acclamato Hsl, gli Assalti Frontali - la più coerente, poetica e politica entità rap del nostro Paese - ritornano con un disco nuovo di zecca che li vede ancora indiscussi protagonisti di un’epopea che a più di 15 anni da Batti il Tuo Tempo sembra non conoscere cedimenti. Mi sa che stanotte…, che esce ancora una volta sotto l’egida dei materiali musicali de Il Manifesto, è un grande disco di rap urbano, dove poesia di strada e voglia di denunciare soprusi vanno di pari passo senza stridere. I testi di Militant A non cedono mai allo “sloganismo” puerile ma al contrario sono capaci di raccontare con intensità fatti privati che assumono facilmente una dimensione pubblica, nei quali non è difficile riconoscersi. Le rime di Luca, dicevamo, trovano in questo nuovo lavoro, un supporto convincente ed “evoluto” nei beat di Max Casacci e nel talento del giovane Bonnot, in una sintesi riuscita che risulta appagante tanto per il neofita quanto per il fan di vecchia data dando vita a strani ibridi (Plus Militant, Gaia per Davvero, Dall’altra parte) che innovano senza snaturare un percorso musicale fiero e di rigore. Bello lo scatto della cover, che fa il verso ad una celebre istantanea che ritraeva Malcom X, il che chiarisce meglio di mille parole la sostanza barricadiera di un disco riuscito ed emozionante. Ilario Galati

Petra Magoni- Ferruccio Spinetti Musica Nuda 2 Radiofandango / Edel Pop d’autore/****

La voce di Petra Magoni è una sorta di usignolo schizofrenico che s’arrampica, si spinge ovunque senza timore. Ferruccio Spinetti e il suo contrabbasso s’accollano l’ardua impresa di tenerle testa, e ci riescono divinamente. Sebbene paresse difficile che potesse esserci un seguito a Musica Nuda (Storie di Note, 2004), album in cui i due bombardavano una manciata di covers a cui di fedele alle originali restava giusto il titolo o poco più, rieccoli con un doppio album che comprende anche degli inediti. Quando si è consci della propria, singolarissima, personalità ci si può concedere il lusso di rifare classici già riletti da cani e porci (Come together, Over the rainbow) o di rendere l’adattamento di Ne me quitte pas di Brel cadenzato e a tratti isterico. Si può ridurre alle ossa l’aria di un’opera (Lascia ch’io pianga dal Rinaldo) e poi pescare dal repertorio di Madonna (Like a virgin) o Donatella Rettore (Splendido splendente), correndo su un ponte che va dalla ricerca al pop senza sembrare incoerenti. Meno emozionante il secondo cd in cui Petra e Ferruccio fanno gli onori di casa a Stefano Bollani, alla bravissima Monica Demuru e ad altri ospiti forse però non molto graditi dall’ascoltatore. È una vergogna che in Francia i due siano così famosi e che da noi l’intensa Io sono metà, con testo firmato da Pacifico, non sia riuscita neppure a vedere le luci dell’Ariston sanremese. Lorenzo

Fiamma Fumana Onda Mescal Etnopop/**

Dopo 1.0, Home, partecipazioni internazionali e un discreto interessamento degli addetti ai lavori, arriva Onda, la terza prova discografica realizzata dai Fiamma Fumana. Undici pezzi (più un remix) improntati alla inanità


KeepCool melodica pressoché assoluta. L’energia prodotta è discreta, i suoni freschi, le collaborazioni di livello – da segnalare la presenza di Peter Walsh in produzione –, ma sono del tutto assenti spunti melodici rilevabili. E non si rintracciano né frasi acchiappone né contaminazioni particolarmente ragguardevoli. La voce di Lisa Kant e l’uso di strumenti etnici sono i fattori maggiormente caratterizzanti, capaci di dare qualche sfumatura accattivante ai pezzi in scaletta, tuttavia le canzoni proposte sono destinate a perdersi nella memoria con inevitabile precisione. Nel singolo Prendi l’onda compaiono anche Lorenzo Cherubini e Mc Navigator, invitati a fornire il proprio talento al lavoro che avrebbe dovuto portare ancora più in alto la band, ma che finisce per essere un episodio poco riuscito. Che va presto superato con altri lavori, più spontanei e immediati. Gianpaolo Chiriacò

Corde Oblique Respiri Ark Folk/***1/2

Riccardo Prencipe, oltre che chitarrista abilissimo, è un compositore gentile. Il suo mondo è sospeso, aurato, impalpabile. E gentile (appunto) giacché i brani non mirano a conquistarsi uno spazio sonoro ma piuttosto a dissolverlo, abbandonandosi a soffi sottili. Accantonato il progetto Lupercalia, Prencipe elabora, con il nuovo pseudonimo di Corde Oblique, un lavoro meditato e ciò nonostante ispiratissimo. La cura negli arrangiamenti disvela una perizia maniacale ma anche un gusto elevato, il cui risultato più valido è probabilmente Ascesi: un insieme di frasi che fluttuano sostenute dall’impertinenza del clarinetto e dalla leggerezza degli archi. A evidenziare l’eleganza e la sensibilità dell’autore ci sono poi Orme, My Promise, Dentro. Strumenti prettamente acustici – percussioni, pianoforti, voci, in aggiunta a quelli già citati – che si cullano in atmosfere rarefatte e sognanti, impregnate di un folk senza età e suggestioni celtiche. Respiri richiede un ascolto assorto, non è certo un disco per tutte le situazioni, ma dedicargli del tempo vale sicuramente la pena. Gianpaolo Chiriacò

15

Ataraxia

Arcana Eco Ark Neofolk/***

Un tuffo nelle sonorità e nelle suggestioni della musica antica. Atmosfere rarefatte, esecuzioni raffinate e la voce di Francesca Nicoli sono la cifra stilistica di questa formazione emiliana (una pietra miliare per gli amanti del genere) che contempera folk, musica medievale e un immaginario gotico. La confezione del cd racchiude un secondo supporto: un libro digitale con numerose informazioni sul gruppo, interviste, e una carrellata di visioni in vario modo correlate alle composizioni degli Ataraxia e ad Arcana Eco. I sette pezzi di quest’ultimo si dividono tra versioni originali di canzoni già pubblicate e composizioni inedite. Proprio i lavori nuovi sono indubbiamente il tassello più prezioso; spiccano in particolare Mirsilio, un quadro sfaccettato, retto da un andamento chitarristico limpido e deciso, e Fire In The Wood, un flamenco intorno al quale il canto si avvinghia e contorce come un’anaconda. La mancanza di varietà appesantisce un po’ gli arrangiamenti, nondimeno la grana sognante del lavoro permette di abbandonarsi con trasporto al suo fluire. Gianpaolo Chiriacò

The Reverse

The Reverse Copasetik Recordings

E chi lo dice che l’elettronica italiana non può sbarcare all’estero? A chi crede che il beat catturato non sia musica arriva The Reverse, un progetto unico nel suo genere. Unire due tradizioni apparentemente antitetiche: il turntablism (far girare dischi, skracciare) il basso e la chitarra. Mettere insieme dj Myke, Svedonio, Lillo e un’infornata di ospiti, andare a Londra da Nigel Godrich (Radiohead) a farselo mixare, ad Abbey road (gli studi dei Beatles) per la masterizzazione (John lennon è tra l’altro omaggiato con un versione incredibile di Imagine) è pericoloso come confezionare una bomba...e questa è riuscita benissimo. Il groove è pazzesco prezioso, talentuoso, gli strumenti sono il collante perfetto per questo puzzle caleidoscopico. Dentro

c’è, rock, blues, hip hop, trip hop e chi più ne ha più ne metta, roba che pompa forte, spacca le casse. (O.P.)

Ushuaia

Disarmonie Autoprodotto Rock/*** 1/2

Tra le band salentine a persistere e resistere nel segno della coerenza ci sono sicuramente gli Ushuaia. Da sempre fedeli al verbo del rock, cresciuti eppur giovanissimi, si presentano oggi con cinque nuovi brani. Le loro “disarmonie” sono il risultato di un percorso che rispetto agli esordi li vede raggiungere una maturità che fa rima con personalità. Se prima l’amore per i Litfiba e per certo rock era evidente e dichiarato, oggi il tutto ha un sapore più denso e corposo. Sembra abbiano scelto di prendersi del tempo, di ammorbidire alcuni toni, per poi dirompere in generose aperture. Fin dall’apertura di La verità è una bugia, si respira un sound che ha corpo e anima. Hanno il senso del pop, lo afferrano un attimo prima del ritornello che arriva e rimane in testa. Ciecamusa si lascia trascinare compatta da inserti di elettronica ed un groove lento e grintoso. Cera (la migliore tra le cinque a mio avviso) è ispirata, romantica, sottile e potente allo stesso tempo come la voce di Alfredo che sembra migliorare e crescere con il tempo e sa ruggire e sussurrare. La titletrack Disarmonie è un funky rock dispari che esprime al massimo le potenzialità e la grinta della band. Lame nel cuore parte piano per poi crescere ed esplodere generosa.


KeepCool

16

Psychocandy Chiusi Dentro Autoprodotto Rock/***

La rabbia non è una cosa che ti puoi inventare, la grinta non la compri insieme con l’amplificatore. Gli Psychocandy tutte queste cose le hanno in gola e nelle mani, sono autentici, abbastanza giovani da potersi permettere un nome così pretenzioso ( Psychocandy è un disco dei Jesus and mary chain) ruvidi, abrasivi come qualcosa che dopo il suo passaggio lascia un segno, un graffio, una ferita. Segnati dalla poetica decadente di Kurt Cobain, dal suo urlo lancinante e i suoi bicordi, affascinati dalla new wave e dal sound robusto di gruppi come Melvins gli Psychocandy potrebbero sembrare ai più distratti vicini ai Verdena. Ma è solo uno spunto, una radice comune, da cui il gruppo parte per intraprendere un discorso musicale personale. Piacevolmente acerbi in alcuni frangenti, devono forse ancora mettere a fuoco alcune cose, ma, merito di un drumming convincente e di un tiro compatto e nervoso promettono bene. Vedremo.

Smoke

Smoke V2 Records Reggae/*** ½

Ha decisamente un giusto sound questo esordio degli Smoke. Nulla di innovativo o di trascendentale, per carità, ma nel marasma di lavori reggae che invadono gli scaffali dei negozi e le piazze (soprattutto dalle nostre parti) questo nuovo progetto, prodotto dalla V2 e distribuito nei live dalla Wayout, ha qualcosa in più. Smoke nasce dall’incontro tra Alessandro Soresini (batterie, voci, production), Gianluca Pelosi (basso, production) e Marco Zaghi (sax, flauti, production), che già avevano militato in band reggae di rilievo,e include numerosi musicisti italiani e stranieri (Zoe, Raymond Wright, e Alborosie aka Stena). Tredici brani, mixati in Giamaica, che mischiano ritmi in levare, roots, blues e soul. Pedroso

Kessler

Un altro giorno d’amore Alternative Produzioni Rock e altro/** ½ Insomma... non è proprio un debutto con i fiocchi questo dei Kessler. Quattro ragazzi che propongono Un altro giorno d’amore, prodotto

da Riccardo Tesio dei Marlene Kuntz e (in un paio di episodi) dall’elettroreggae Madaski. Rock alternativo? Marlene? Verdena? Subsonica? I Kessler mettono dentro queste undici tracce un po’ di tutto. Il risultato? Banale nei testi, ripetitivo nelle melodie e nelle composizioni ma ottimamente arrangiato ed eseguito. (Pila)

Matmos

The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast Matador elettronica sperimentale/****

Drew Daniel e Martin Schmidt, in arte Matmos, tornano con un nuovo entusiasmante concept album di pura sperimentazione elettronica, 10 tracce, ognuna delle quali dedicata ad un personaggio famoso. Tante ed importanti le collaborazioni per questo nuovo disco (Zeena Parkins, Bjork, Laetitia Sonami, Antony, Kronos Quartet…). Nel passato di questo duo di eccellenti artisti vi è una serie di album contraddistinti dalla ricerca di nuove vie sonore (sia elettroniche che non), di nuove combinazioni, come in The Civil War, interpretazione del tutto personale della guerra civile, o come in A Chance To Cut…, dove sono le voci degli strumenti della chirurgia estetica a parlare. Il nuovo The Rose... , forse più riuscito rispetto ai suoi predecessori, continua lo stile singolare che ha caratterizzato e resi famosi in ambito internazionale Drew e Martin. I brani proposti incontrano i generi più diversi, miscelati tra loro, lo scopo è quello di produrre visioni, veri e propri mosaici. La complessità è parte del fascino di un album sicuramente non facile da assimilare, anche per gli ascoltatori più esperti. Uno dei migliori album dell’anno probabilmente, nettamente lontano da ogni stereotipo musicale. Livio Polini

Carla Bozulich

Evangelista Constellations dark-blues, folk *** ½

Carla Bozulich (ex Geraldine Fibbers ed ex Ethyl Meatplow) con questo disco è riuscita senza dubbio a stravolgere la psiche di molti ascoltatori. Il blues di chitarra ed organo accompagnato da una voce straziante può produrre manifestazioni di forte disturbo emotivo, momenti di meditazione sul dolore, far emergere se non già presenti forti pensieri di amoralità, perversione, istinti suicidi (questi ultimi solo su predisposizione). La struttura musicale è apparentemente semplice, a volte volutamente irregolare, di buon livello, la voce si aggiunge come un vero e proprio strumento esaltando l’album, rendendolo unico. Il passato

difficile di droga e prostituzione che ha caratterizzato la vita di Carla determina certamente una credibilità maggiore relativa all’interpretazione, le atmosfere create risultano vere e coinvolgenti come visioni di film drammatici, in bianco e nero, pronte per inghiottire chiunque sia davanti lo schermo. Tra i collaboratori di questo disco vi sono alcuni membri di Godspeed You! Black Emperor, A Silver Mt. Zion e Black Ox Orkestar, inoltre nella tracklist è presente Pissing, una cover dei Low. Sorprendente, senza dubbio, un disco che entusiasmerà gli amanti del buio. Livio Polini

Danielson Ships

Secretly Canadian indie-rock, alt-folk *** ½

Dietro il nome Danielson, per questo album, si nascondono all’incirca una quarantina di musicisti. Al gruppo base, formato da Daniel Smith e i suoi fratelli, si aggiungono svariati amici ed ospiti importanti della scena alternativa, rappresentanti di generi musicali differenti (Sufjan Stevens, Why?, Deerhoof, Serena Maneesh,...). Le canzoni di quest’album, quasi tutte d’istinto folk, come doti principali hanno l’estro e l’imprevedibilità, spesso e volentieri le contaminazioni nei suoni ostacolano gradevolmente l’equilibrio spostando i confini verso indie-rock, pop, jazz e perfino glam, materializzando forti energie in un clima festoso fatto di disordine e rumore. Il tema nei testi di queste canzoni è l’amore per la vita, all’insegna di valori come l’uguaglianza, la fratellanza ed il rispetto. Gli strumenti musicali usati sono i più diversi: basso, chitarre acustiche ed elettriche, batteria, percussioni, tastiere, fiati, violino,…. Questo gruppo a conduzione non più esclusivamente familiare, sembra si sia trasformato in qualcosa di altamente complesso e qualificato, somigliante per freschezza e buone capacità ad Architecture In Helsinki ed Animal Collective. Davvero un gran album questo Ships, estremamente piacevole. Livio Polini


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GLI ARTISTI SONO SEMPRE NELL’ARIA Intervista a Massimo Bubola Una vecchia Tdk da 90’ con lo storico live di Fabrizio De André e della Pfm. A riempire gli ultimi giri di nastro una strana ballata, tipo country, che parlava di un bar, il Bar dei cuori infranti. A metà degli anni ’80 non c’era internet, fu così una gran fatica trovare chi fosse l’autore di quel pezzo; fatto sta che in “piena tarda” adolescenza, quando aprire un bar poteva rappresentare un sogno, e il cuore infranto era una realtà, quel pezzo mi è rimasto dentro. Come tutti di quella cassetta, molti (Andrea, Rimini, Sally...) scritti da Massimo Bubola, trent’anni fa o giù di lì. Poi decenni di dischi e canzoni, altre celebri collaborazioni, libri, poesie e, adesso, Neve sugli aranci. Uno scrigno con otto poesie, tre lettere musicate, due canzoni e un racconto irlandese. Cantautore, narratore popolare, poeta... nel corso degli anni sei stato definito in tanti modi, hai pensato a Neve sugli aranci per mettere un po’ tutti d’accordo? L’intento non era proprio questo... ti ringrazio, comunque, non avevo considerato quanto questo lavoro fosse onnicomprensivo. Neve sugli aranci mi ha accompagnato in questi anni: mentre realizzavo i miei dischi “canonici”; lentamente prendeva corpo quest’opera, nata per una necessità interiore. È comunque un prodotto anomalo, sia come libro che come disco, in contrasto con le regole del marketing che oggi spingono ad un consumo veloce, anche dei sentimenti. Ti senti un po’ vecchio? Se “vecchio” significa autore di lavori estremamente curati, sia dal punto di vista della registrazione che da quello del packaging, ebbene sì: sono vecchio. Comunque, non mi pare di avere sbagliato più di tanto neanche dal punto di vista del marketing, in quanto la tiratura limitata di questo libro mi risulta che sia già in

esaurimento. Come trovi sia cambiato il mondo della musica rispetto a 30 anni fa? Dal punto di vista della produzione, del pubblico, del mercato. Oggi a nessuno viene data la possibilità di provarsi in più di un disco prima di emergere. Gli artisti, come i batteri, sono sempre nell’aria. È la grande discografia che non è più quella, che non ha l’ambizione né la cultura per far crescere nuovi artisti. Una fioritura di nuovi talenti come quella degli anni settanta oggi sarebbe impossibile. Il fatto che sia diventata così fruibile è positivo, o ha anche aspetti negativi? La musica è fruibile, tutto è fruibile; ma spesso mi confronto con persone che hanno perso le categorie di giudizio: non saprebbero più dirmi se quel disco è bello o brutto o, peggio, se amano o non amano la persona che hanno accanto. Sei stato uno dei primi, anche da cantautore rock, ad interessarti del “filone folk- popolare”, continui a seguirlo? Che pensi dell’ondata di “rivalutazione” degli ultimi anni? La musica popolare, il folk ha innervato tutta la mia produzione e anche quella di tanti grandi maestri. Hai osservato quante volte ritorna sul folk Dylan nella sua recente autobiografia? Rivalutazione? In fondo non si era mai svalutato. Che cosa ascolta oggi Massimo Bubola? Lila Downs, Le Nozze di Figaro di Mozart, Street Legal di Dylan: questi sono i dischi appoggiati accanto al mio lettore cd oggi. Il filo conduttore di Neve sugli aranci è la memoria; ti capita spesso di “scavare nella tua storia, e colpire un po’ a casaccio, perché non hai più memoria?” ...Uhm! ...Lo confesso, la citazione di Coda di Lupo, magari un po’ forzata, è strumentale per

una domanda assai più banale: in ogni parte d’Italia ci sono commemorazioni e celebrazioni - anche istituzionali - di Fabrizio De Andrè, tu hai vissuto molto tempo al fianco, ci racconti “una cosa”? In effetti poche volte vengono interpellati coloro che, come me, hanno co-firmato molte canzoni di Fabrizio. Eseguo ancora alcune fra le canzoni scritte con Fabrizio in concerto: negli anni si sono allargate dallo spunto iniziale, sono diventate più vaste, come Fiume Sand Creek. Quando scrivemmo quei versi di Fiume Sand Creek: “Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura / sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura”, in effetti la coperta poteva essere anche chiara; solo che la rima forte era su “paura”, la parola su cui si doveva comunque centrare la rima. “Scura” con “paura” andava bene. La canzone, scritta nell’80, era dedicata ad un massacro di pellerossa; negli anni, poi, ha continuato a parlare anche di altre guerre diverse da quelle che l’hanno ispirata, anche grazie a queste rime. Quando scrivemmo Fiume Sand Creek non ci avevo pensato: la “coperta scura”, oltre alla coltre del cielo, ricorda anche un soffitto o una prigione e ha moltissime possibilità di richiami, una grande potenza, che è stata scatenata dalla rima. Ti senti più uno che ha lavorato “con” altri o “per” altri? Mi sento uno che ha lavorato. Ci sarà una promozione “live” di Neve sugli Aranci? Qualche data in Puglia? È già in atto una promozione, attraverso reading e presentazioni nelle librerie. Spero avremo modo di ritornare anche in Puglia, regione che già altre volte ha accolto il mio lavoro con attenzione. Dario Quarta


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IN ALTO LA MIA BANDA Intervista agli Assalti Frontali Sono passati più di 15 anni da Batti Il Tuo Tempo e, inevitabilmente, gli Assalti Frontali sono cambiati. Mi Sa che Stanotte… (il manifesto) ce li riconsegna in piena forma, grazie a canzoni ispirate e a collaborazioni riuscite. Eccovi il resoconto di una intervistatelefonica con Militant A, da sempre voce e anima poetica della band romana, che a questo giro si prende una pausa dai fidi Brutopop per abbracciare la collaborazione con Casasonica e non nasconde la soddisfazione per il nuovo lavoro. La prima cosa che credo gli appassionati della musica di Assalti Frontali avranno notato sono i tempi, insospettabilmente ridotti tra HSL e Mi sa che stanotte. Urgenza di comunicare? In passato, una volta fatto il disco veniva il tour, dopodiché ognuno si prendeva una pausa dal gruppo per seguire stimoli personali. Questa volta, finito il tour di Hsl, ho chiesto ai Brutopop di riprendere subito il lavoro perché avevo già pronti i pezzi. Mi sentivo ‘in battuta’, dopo il tour mi sentivo davvero allenato, per cui avevo l’esigenza di mettermi subito a lavorare al nuovo disco, ma loro avevano altri tempi, così abbiamo optato per un’altra soluzione, con il nuovo ingresso di Bonnot, un giovane talento che ci seguiva ormai da diversi anni e che conosceva bene la storia di Assalti. Inoltre ho incrociato per caso Max Casacci e la sua Casasonica e alla fine, nel giro di pochi mesi, siamo riusciti a fare il disco. A proposito di Casacci, credo che il suo apporto sia stato notevole e mi sembra molto riuscita la sintesi tra i suoi suoni e le tue rime. Rispetto ai dischi precedenti il sound mi sembra molto cambiato ma il tuo stile è rimasto invariato. Come ti sei trovato con loro? Qual è stato il metodo di lavoro seguito? Loro sono bravissimi, dei grandi professionisti. Ho portato il mio demo, con i provini preparati da Bonnot, e ho dato mano libera a Casacci per quanto riguarda la produzione artistica perché gli riconosco una grande capacità e un grande stile. Anzi, ero davvero curioso di vedere cosa sarebbe uscito fuori da questa collaborazione. C’è stato un lavoro molto accurato, che è durato circa 40 giorni, per 15 ore al giorno. Credo che abbiano svolto un grande compito. Per quanto riguarda l’identità di Assalti, quella magari è più legata ai testi, per cui non temevo troppo il rischio di uno snaturamento. Anche nei dischi precedenti avevamo osato soluzioni

diverse dal solito, decidendo di mettere molte chitarre oppure di dare ai pezzi un vestito più hip hop, e in nessun caso ho corso il rischio di perdere la mia identità, per cui non lo temevo nemmeno per Mi sa che stanotte… che secondo me ha uno standard compositivo molto alto. Mi parli della scelta dellacopertina, graficamente meno ricercata dei dischi precedenti, ma che contiene una citazione nemmeno tanto criptica. La cover è ripresa da una famosa foto egli anni 60, che ritraeva Malcom X che guardava fuori dalla finestra con un fucile in mano. Per lui bisognava difendere “con tutti i mezzi necessari” il popolo nero, facendo riferimento all’arma che aveva in pugno. Chiaramente, noi abbiamo pensato bene di sostituire al mitra il microfono, ma è l’inquietudine che è negli occhi di chi guarda fuori dalla finestra e vede quello che accade che ci aveva colpito maggiormente. Ecco, la tensione di quello sguardo era quello che volevamo cogliere. Attraverso le canzoni di questo disco secondo me è possibile costruire un bel pezzo di storia recente. Ce n’è una in particolare, introdotta dalla sigla di un telegiornale, Che Stress i Ros, nella quale parli di una vicenda che ti ha visto, tuo malgrado, protagonista in prima persona in quanto oppositore culturale ad un pensiero dominante. Si, io sono stato spiato e pedinato per diverso tempo finché non si sono presentati i carabinieri a casa mia alle prime ore del mattino e quello che si prova non è cosa facile da mandar giù. È una violenza molto forte. Naturalmente la gente che hai intorno ti aiuta e se conosci i tuoi diritti non ti fai mettere i piedi in testa. L’articolo 270 bis, che sostanzia l’accusa di terrorismo, introdotto dopo l’attentato dell’11 settembre, permette di fare certe equazioni solo perché frequenti certi posti o perché hai partecipato, 20 anni prima,

all’occupazione di spazi sociali nella tua città. Chiaramente io analizzo questa vicenda sia da un punto di vista politico, cioè il rapporto fra democrazia e diritti, e dal punto di vista personale, e cioè le inquietudini che si provano in situazioni come queste. Mi pare di capire che anche le situazioni più pesanti abbiano un risvolto sempre molto comico. Ho letto che in sede di interrogatorio avete detto che avreste fatto una canzone su questa faccenda… Beh, si, abbiamo necessariamente spostato la cosa su un piano anche ironico, un po’ per dissacrare quello che ci stava accadendo e per non risultare troppo pesanti. Siete già in tour. Il tuo è un pubblico molto affezionato. Che tipo di reazioni hai potuto notare? Siamo contentissimi perché le reazioni sono ottime. Credo che questo sia un disco molto immediato, diretto, che racconta cose pubbliche ma da un punto di vista più personale rispetto ad Hic Sunt Leones. Quando ho finito il disco la sensazione che c’avevo era di grande serenità, a differenza dei dischi precedenti, per i quali una volta registrati continuavo a stressarmi perché pensavo che una certa cosa l’avrei potuta fare meglio. Questa volta sono davvero felice, per l’evoluzione che hanno avuto i testi, per il lavoro con Casasonica e per tutto il resto. Ilario Galati


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HARDDISKAUNT, I L S U P E RM E RC A T O DELLA MUSICA La buena y la mala onda, da poco uscito per la Maninalto!, è il disco che celebra i dieci anni di carriera degli Harddiskaunt. Dodici tracce (e un remix dub firmato da Kearney) in cui l’elemento fondamentale è lo ska con una spruzzatina di ritmi sudamericani, swing, reggae, punk, dub, tarantella. Abbiamo fatto due chiacchiere con Luka, il cantante. Una prima, stupidissima, domanda. Perché questo nome? Harddiskaunt, il supermercato della musica!!! Potrebbe essere una trovata per il nostro ufficio marketing (?!?)...Ma il nome vuole ricordare la matrice working-class a cui siamo da sempre legati, e in tipico stile Ska, il supermercato a più basso costo diventa il nome della nostra band... Il disco è uscito prima in Europa e poi in Italia. Una scelta o una casualità? Una scelta casuale... Scherzo... L’idea di uscire prima in Europa che a casa nostra ci allettava parecchio... una

sorta di band in esilio... si, in esilio sulla SpondaMagra... non dimentichiamoci che siamo dei reietti!!! La realtà poi sta a metà tra le difficoltà discografiche e la leggenda... Questo numero è dedicato ai festival. Credi che ci sia differenza nella filosofia dei festival tra l’Italia e il resto d’Europa? Due parrocchie completamente diverse. In Italia la maggior parte dei festival sono ad oggi meeting di band e di etichette, accomunati dalla sola passione per il soldo... questo lo dimostra il fatto che lo sponsor viene sempre prima del nome dell’evento nel resto d’Europa, ma senza andare troppo lontano, anche nella vicina Svizzera, i festival sono l’occasione per divertirsi, ballare, conoscere nuove band e nuovi suoni... Il tutto a basso costo e incentivato il più possibile e i giovani non se lo fanno dire due volte.

Qual è la situazione dello ska oggi? Mah... lo ska resta, piaccia o meno, una musica alternativa che paga poco... e questo credo che sia una sorta di castrazione-iniziazione. Detto questo chi ama lo ska, va avanti per la sua strada... ma noto che si sta abbandonato quell’integralismo che generava definizioni quali ska band. Le ultime produzioni di diversi artisti dediti solo allo ska da sempre, sono divenuti una miscellanea tra levare e altri suoni... vicini, simili... ma cercando di aggiungere i famosi ingredienti segreti alla ricetta e lo ska in Jamaica, dove è nato, resta solo un ricordo legato, ormai, a pochi nostalgici di questa solarissima musica d’intrattenimento caraibica. (pila)

L O sgua R d O C O N te M p O R a N e O intervi sta a B ugo Io e Bugo non ci siamo capiti. un giorno mi scrive che ho sbagliato... e ha ragione. Io gli dico che sono un suo fan dai tempi di Sentimento Westernato, gli faccio leggere la mia recensione di Golia e Melchiorre e gli propongo un’intervista. Dal suo concerto nel Salento (gennaio 2003) dai tempi di Dal lo fai al ci sei molto è cambiato. Il suo nuovo Sguardo Contemporaneo è la nuova parabola del rock italiano. Fedele alla poetica della semplicità Bugo è un pittore del quotidiano, uno che con pochi tratti riesce a ritrarre il complesso. Quello che sembra gioco, gioco non è, semmai può divertire. Dietro alle canzoni di Bugo c’è sentimento, amarezza, critica ai clichè, passione. Tante anime musicali convivono in lui (folk, rock, hip hop, electro) e tutto sembra convivere sul filo della lucida follia che fa del suo lavoro un caso unico in Italia. Sguardo contemporaneo è un disco maturo, il tuo sguardo sul mondo (Che lavoro fai) e sui particolari (La caffettiera) sembra più profondo e attento... È un disco molto personale, è come mi vedo adesso nel mondo, in Italia, nel mio ruolo di artista, è molto profondo con

alcuni momenti di divertimento. Musicalmente il disco è diretto. Com’è stato lavorare con Giorgio Canali? Giorgio è stato l’inchiostro con cui ho scritto le canzoni, è riuscito con il suo stile a far trasparire qualcosa di me che prima era più nascosto. È un disco rock perché volevo fare come si faceva una volta, con un gruppo a registrare in diretta. Non hai rinunciato al tuo lato più giocoso, al tuo ironizzare sui clichè (Ggell), quante anime ci sono in Bugo? Vediamo quello che vogliamo. Ho momenti di gioia così come quelli di riflessione e di abbandono. Non mi nascondo a me stesso anche se è la cosa più difficile per vivere bene. Sempre restando in tema di gioco, è una cosa che ti piace fare con le parole, con le loro somiglianze, i loro accostamenti per assonanza, c’è lavoro o istinto in questo? La mia musica è sempre nata da un insieme di più fattori. C’è l’ aria così come c’è la terra il cielo e il mare. La lingua italiana è meravigliosa, un frigorifero che non si svuota mai. Il tuo passaggio ormai consolidato ad una major non ha intaccato il tuo spirito

libero, anzi sembra avere aperto strade e possibilità per la tua musica...è così? Non mi sono mai preoccupato di questo passaggio. Io faccio la mia musica e la Universal la distribuisce. Ho sempre saputo le mie priorità e questo mi rende forte. Universal è pronta ad ascoltare le mie idee ma è anche con loro che sono nate delle idee. Questo numero del nostro giornale è dedicato ai festival, come sarà l’estate di Bugo, promozione, concerti? Promozione, concerti, gelati, docce fredde, mari caldi, pizza, spero di suonare il più possibile, ho una gran voglia. Molti si sono sprecati in paragoni riguardo alla tua musica, ma come vive l’ascolto della musica Bugo? Cosa ti piace? Quali sono i dischi che girano nel tuo lettore in questo periodo? Ho quasi sempre lo stereo acceso, ascolto tantissima musica: metal, rap, cantautori, sperimentale, africana, classica, non mi importa il genere. Ora sto ascoltando Amari, Ali Farka Toure, Stefano Fontana, Marco Passarani, Rino Gaetano, Prince. Osvaldo Piliego


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I l R u M O R e delle pi C C O le sta N Z e

Intervista ai Super Elastic Bubble Plastic Tornano i Super Elastic Bubble Plastic. Dopo il successo di critica e pubblico dello scorso The swindler e una serie infinita di concerti arriva il nuovo atteso album. Small rooms è il titolo di questo nuovo capitolo di storia della band mantovana. Ne abbiamo parlato con Gionata (cantante, chitarrista della band). Esce in questi giorni il vostro nuovo album, dopo un anno intensissimo, cosa c’è dentro dei Sebp di the Swindler e cosa è cambiato rispetto all’esordio? Perché Small rooms? Dentro ci sono i Sebp al 100%, solo un po’ più “vecchi” (vorrei dire più maturi, ma non sta a me...) rispetto a The Swindler, visto che sono passati quasi 4 anni tra le due registrazioni... Siamo meno irruenti e abbiamo cercato di incanalare la nostra “violenza” in un modo diverso rispetto al vecchio disco. Abbiamo capito che non c’è bisogno di suonare velocissimi per essere violenti... Perché Small Rooms? Small Rooms perché ci piace pensare a questo disco come ad un appartamento pieno di stanze, ognuna arredata in modo diverso, a volte piene di cose, a volte minimali, ma sempre parti della stessa casa. Come nel disco, piccole canzoni, piccole stanze... E poi, personalmente amo i luoghi un po’ claustrofobici.

Il vostro debutto è stato accolto con un entusiasmo sorprendente da critica e pubblico. Un piccolo miracolo per un gruppo di Mantova, prodotto da una piccola indipendente (la Red Led Records) che suona la vostra musica. Che ne pensi? Una bella soddisfazione, decisamente oltre le nostre aspettative. E con Small Rooms speriamo di bissare... Come definiresti il sound dei Sebp? Nervoso. Che taglia. Small Rooms è un disco più “scuro”, notturno... Molti vi hanno accostati ai One dimensional man... Ti ritrovi in questa affermazione? Abbiamo un background di ascolti abbastanza simile ed era inevitabile che ci accostassero a loro. Ma credo che con questo disco si sia riusciti ad allontanarsi dal cliché “alla Jesus Lizard”; o forse mi sbaglio... Credo che in questo disco ci siano più Melvins, Neurosis, Appleseed Cast o Unwound che Jesus Lizard... E, perché no, molto più Super Elastic... Il vostro caso sembra la dimostrazione che un mondo migliore è possibile, come vedi il mercato indipendente in Italia, come ci si muove fuori dai grandi circuiti? Penso che non sia giusto che in Italia ci siano un sacco di gruppi musicalmente validi (potenzialmente anche a livello

commerciale) che restano nell’ombra più totale. Penso che non ci sia coraggio da parte di quasi tutte le etichette; ma penso soprattutto che non ci siano soldi, da una parte e dall’altra. Non si può pretendere che uno vada a un concerto, paghi un biglietto, beva (perché è col bar che i gestori riescono a pagare i gruppi e a guadagnare), compri un disco e magari una maglietta. Mica uno può spendere 50/70 euro in 4 ore! Io non potrei... Non so se mi sono spiegato, il fatto è che mi ci vorrebbero un paio d’ore per farlo decentemente... Comunque posso anche dire che il fatto che ci sia così tanta attenzione (mediatica e non) attorno ai SEBP è il segno che qualcosa può funzionare nel verso giusto... Non voglio sbilanciarmi e pensare a un mondo migliore, ma, chissà... magari, piano piano... L’anno scorso tra le tantissime date anche una nel Salento. La dimensione live è sicuramente congeniale al vostro sound...Quando di nuovo in tour? Subito! Non riusciamo a stare più di un mese senza fare concerti..! Siamo ripartiti appena finito di registrare Small Rooms (nei primi di marzo) e contiamo di non fermarci fino all’anno prossimo o, per lo meno, fino al prossimo disco... Osvaldo Piliego


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IL SALTO NELL’INDIE:

W A L L A C E R E COR D S Ha sede a Trezzano Rosa, alle porte di Milano, una tra le più apprezzate e interessanti etichette indipendenti italiane. E sorprende sapere che dietro al marchio Wallace ci sia una sola persona, che dal 1999 porta avanti questa bella realtà con ortodossia “do it yourself”. Mirko Spino è colui che ascolta tutti i demo, sceglie i gruppi da pubblicare, realizza le ricercate grafiche dei suoi dischi, va su e giù dalle poste con pacchi e pacchetti, cura il sito web… Cosa sto dimenticando? Non dimentichi niente, c’è da dire che non stiro le camicie e non importuno le fidanzate dei musicisti. “Do it yourself” in teoria vuol dire suonare e pubblicarsi i dischi, però è una filosofia che condivido pienamente e quindi cerco di pormi come l’elemento aggiunto del gruppo, colui che non suona ma fa gli interessi della band come se fosse parte di loro. Questo comporta uno stretto rapporto personale con i gruppi, quindi un fattore decisivo nel decidere se collaborare o meno è che io mi senta parte del combo e che loro mi accettino in quanto tale. Mi capita a volte di fare anche grafiche o promozione per amici che poi non escono su Wallace. Credo comunque che non ci sia niente di particolarmente eccezionale in tutto ciò, ognuno dà anima e core ad amici, famiglia, vicini di casa, associati al motoclub o compagni di merenda. Io ho la Wallace. Cosa deve avere un gruppo perché tu ti senta, appunto, parte di loro? E parlando più strettamente di stili e generi musicali, cosa ti piace pubblicare? È difficile dirlo, si tratta di rapporti personali e quindi non ci sono regole affinché nascano e si consolidino. Certamente mi verrebbe difficile lavorare con qualcuno che intende il mio lavoro come un utile trampolino di lancio in una carriera rock (cosa che peraltro non è pensabile). In linea di massima ci deve essere un minimo comune denominatore nell’intendere il modo di fare musica. Ma, ripeto, sono cose che nascono casualmente, annusandosi e chiacchierando, guai a deciderle a tavolino. Il genere musicale è spesso secondario, che non vuol dire meno importante ma intendo “non determinante” nel decidere se il gruppo mi piace o meno. Del resto il mio catalogo va dal cantautorato all’elettronica minimale, passando per una miriade di diversi stili. Non so cosa abbiano in comune i dischi che pubblico, una linea di fondo ci sarà sicuramente ed è ben nascosta nei meandri del mio cervello. Probabilmente è una semplice questione di gusti. Certo che mi piacerebbe pubblicare un gruppo di heavy metal anni 80 e un

disco di techno, ma non ho mai conosciuto nessuno che mi convincesse a pieno. Capiterà... Nell’epoca delle 5000 canzoni in tasca, tu scegli di ridare dignità al supporto fonografico racchiudendo i cd in speciali confezioni, perlopiù cartonate, dalla grafica ben curata. L’ultimo album dei Rosolina Mar è disponibile anche in vinile (in passato pure One Dimensional Man, Zu, Bugo, Old Time Relijun...). È una scelta che viene ripagata in qualche maniera? Ripagata non certo dal punto di vista economico, dato che le confezioni costano di più ma vendo i dischi a poco prezzo. Ho notato che alcune persone, magari ai banchetti dei concerti, si convince ad acquistare i dischi perché hanno una bella confezione. Per me comprare dischi è come comprare libri, tocchi la copertina, li metti in ordine alfabetico e te li riguardi ogni tanto. Toccare l’iPod non mi da questa sensazione. E comunque dopo 70 dischi questo è uno dei segni distintivi dell’etichetta, che non deve essere in primo piano rispetto alla musica, ma sono parecchio affezionato alla cosa, ed aprire lo scatolone con i dischi usciti freschi freschi dalla fabbrica mi da ancora una bella sensazione... E nei prossimi scatoloni cosa ci sarà? Tantissima roba... È appena uscito il nuovo dei Sedia, ed ho quasi pronto il debutto su lunga distanza per Polvere, che pubblicarono un miniCD per la wallaceMailSeries, dischi “piccoli”, 8cm con una confezione particolare. Questa serie si sta per concludere con le uscite di Oleo Strut e The Shipwreck Bag Show. Poi è pronto l’album nuovo dei Rollerball e il debutto su Wallace degli Hutchinson. Quest’autunno, speriamo, ci sarà una raccolta dei SixMinuteWarMadness, forse CD+DVD. Anche il DVD per il Wallace Party di un anno e mezzo fa sta giungendo a termine. In studio poi ci sono i Bachi da Pietra, Uncode Duello, Bron y Aur, R.u.n.i., Anatrofobia, Permanent Fatal Error e un po’ più in la Hell Demonio e Agatha. Mentre questa estate insieme a Sound Metak, il negozio di Xabier Iriondo (www. soundmetak.com) inizieremo una serie di vinili in 10” split, la cui prima uscita è ZU/ ICEBURN. Seguiranno lavori di Paolo Angeli, Mats

BACHI DA PIETRA

Gustaffson, Sinistri, Arrington De Dionyso e poi si vedrà. Ce n’è per riempire quattro garage.... Ho letto dal sito che la Wallace è distribuita nella Repubblica Ceca e Benelux, oltre che in Giappone e Stati Uniti. Qual è la reazione ai tuoi dischi in questi paesi? Suscitano molta curiosità. Diciamo che il rock alternativo italiano non è troppo conosciuto all’estero, forse gli ZU sono la band più esportata che abbiamo. Tuttavia credo che la qualità sia molto elevata, quindi chi si trova in mano una band sconosciuta con un bel disco, ben prodotto, ben suonato, ben confezionato, al settantesimo numero di catalogo di un’etichetta... viene portato a pensare che ci sia una scena attiva e vitale. Con le distribuzioni estere ho iniziato a ricevere un gran numero di promo dall’estero, richieste di interviste etc... e per qualche disco anche delle vendite interessanti. Oltre a questo si sono anche aperte alcune possibilità di tour, i Sedia a fine estate potrebbero avere delle date in Repubblica Ceca e Giappone, dove i dischi Wallace sono piaciuti in maniera particolare. Sette anni e più di settanta dischi dicevamo. Riusciresti a fare un bilancio sommario di questa esperienza? Soddisfazioni, delusioni, obbiettivi raggiunti, ripensamenti… Giovanni Ottini


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Ogni anno , in settembre, nel mio paesotto in provincia di Brindisi ha luogo il più grande festival estivo pugliese. Non ho dubbi nell’affermare questo, e non sono certo uno sprovveduto: ho fatto i miei giri a destra e a sinistra, dall’Alterfesta di Cisternino, ai raduni reggae e metal nel Salento. Il mio paese è di destra così come potrebbe essere di sinistra se solo fosse posizionato sul Reno. Per noia e tradizione. E sarò sincero, quello di cui sto parlando non è un festival vero e proprio: è molto di più, è una kermesse, è un rito tribale di rigenerazione della gente. È la festa della Madonna della Fontana. Fuochi d’artificio, sagre degli gnimmareddi, della sasizza, ti lu mieru, si mangia gratis e la gente non si fa pregare, ringrazia gli organizzatori della Chiesa Madre, e comincia a vociferare, spettegolare, sul nome del gruppo che chiuderà la festa il quattordici settembre. Come ogni anno, sono quasi sempre due i nomi che arrivano in finale, uno è quello di un gruppo giovane, che potrebbe attrarre ragazzi da fuori paese, il secondo è invece il nome di qualche vecchio trombone italiano. Sicché il dilemma degli organizzatori è sempre quello: cambiamento, aria fresca, birra e amore giovanile davanti al piazzale della Chiesa Madre, o orgasmi per vecchi contadini e vecchine truccate per l’occasione? Al mio paese l’evento che ha fatto epoca e che segna il termine di paragone per organizzare qualsiasi cosa, è il concerto di Gigi d’Alessio di qualche anno fa, che ha portato migliaia di persone nella zona industriale. Capite bene che è sempre il vecchio trombone a vincere la finale. L’anno scorso Antonella Ruggero ha scalzato l’ipotesi Negramaro, due anni fa Enrico Ruggeri ha disintegrato le chance dei Negrita. Ma capita, nel mio paesino annoiato e conservatore, che la kermesse porti ugualmente qualche serata innovativa. Ad esempio, due anni fa dimenticai completamente che nel piazzale della Chiesa Madre c’era uno spettacolo che apriva la kermesse patronale. Passai di lì a piedi, dovevo uscire, ed eccomi davanti una folla assolutamente narcotizzata di signori e signore anziani, rigorosamente

E NR I CO R U G G I E R I

P O C H I A L L U C I N A T I V E CC H I E T T I

seduti dietro assessori, consiglieri e sindaco, a godersi uno spettacolo d’arte “contemporanea”. Mi fermai, incuriosito. Vidi esibirsi, sul palco montato davanti alla Chiesa Madre, una ragazza nuda, mi dissero che era originaria del paese ma che era emigrata a Milano, e voglio vedere, pensai, giacché si trattava di un body painting live. Era nuda, “e si pitta le menne culli croci”, si disegnava delle croci sul petto e sulle braccia, e le vecchiette stringevano i denti, guardavano un po’ in cielo e un po’ allo sguardo dei mariti. Qualche giorno dopo, poi, l’apocalisse. Era il giorno di Enrico Ruggeri. Non potevo mancare, era l’anno in cui era uscito Punk prima di te, il cd che festeggiava il passato del vecchio Enrico. Ed eccolo lì sul palco: tirato, vestito di nero, occhiali da sole neri, come il Lou Reed di Take no prisoners, terribilmente finto. Ma, pensai, se fa quello che penso... Fece molto di più. Testi punk, noia punk, disgusto punk, vecchiette punk intorno a me (non lo sono, forse, quando rifanno la tinta ai capelli?), e un mucchio di cover che lì, davanti alla mia bella Chiesa Madre, insomma, non l’avrei mai detto. Ruggeri mise in fila, davanti alla Madonna e ai suoi riti sacri e tribali, davanti alla pietra

barocca e al pubblico immobile, Ramones, Sex Pistols, Lou Reed, Stooges. E negli intervalli parlò di anarchia, guerra in Irak, televisione, Berlusconi, droga. Il pubblico alternò sguardi stupiti, ad altri decorosamente indignati, almeno quelli che erano rimasti. Gli altri, la maggior parte, “ma no putìano fa viné cuddu tell’isola, comu si chiama, Pappalardo”. L’anno scorso, invece, una svolta più soft. Come detto, è stato scongiurato il rischio Negramaro e tutta la ventata di modernità che avrebbe potuto interdire i più, così ecco sul palco Antonella Ruggero. Questa volta nessun attacco frontale all’ordine costituito: ma subito l’ex Matia Bazar annuncia di aver composto molta musica di ritorno da un recente viaggio in India. Chiesa Madre psichedelica. Campanelli ipnotici, suoni lunghi e lisergici, cantilene in loop, una viola che fosse stata distorta ecco John Cale, la folla in visibilio perlomeno interiore, gli occhi illuminati fissi sul palco, ogni tanto la domanda, “ma questa no ‘ccantava vacanzi romani?”. Sì, ha finito con Vacanze Romane. Mi sono girato per andar via, eravamo rimasti in pochi come un anno prima. Pochi allucinati vecchietti. Marco Montanaro


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Narrativa, Noir, Giallo, Italiana, Sperimentale

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la letteratura secondo coolcub

Il caso Jane Eyre Jasper Fforde Marcos y Marcos *****

Romanzo colto e surreale, ambientato in un 1985 strampalato, narra di tempi e spazi dalla dimensione elastica, in cui agiscono personaggi stravaganti, per i quali i libri sono il bene più prezioso. Conosciamo i bizzarri protagonisti attraverso pagine erudite e ricercate: Mycroft, inventore folle, appassionato studioso del senso “fisico” del tempo e dello spazio, sperimenta e concretizza la possibilità di entrare ed uscire in libertà, con il proprio corpo, da un testo letterario; Acheron Hades, suo nemico giurato, si appropria del risultato della ricerca, e grazie all’illuminazione di Mycroft riesce a rapire Jane Eyre direttamente dal manoscritto della Bronte, chiedendo un improbabile riscatto; Thursday Next,

nipote del vecchio e amatissimo zio Mycroft, lavora come detective letteraria e si occupa proprio del caso Jane Eyre, cercando di strappare dalle grinfie del crudele Acheron l’eroina brontiana, e riportando forse la pace nel cuore di milioni di lettori, disperati per l’assurdo sequestro. Lo spunto che dà l’avvio alla storia è assolutamente originale, e la trama scorre senza inciampi nonostante la complessità narrativa. La scrittura è fresca ed efficace, e paralizza il lettore, che segue con il fiato sospeso le avventure fantastiche ed arzigogolate di un’indagatrice da biblioteca. Non si comprende bene, però, perché nel titolo si faccia riferimento all’episodio che compare molte pagine dopo

rispetto all’inizio, a lettura praticamente avanzata. Quando, invece, il romanzo tutto è un invito a riflettere sulla dinamicità fisica del mondo, sui tentativi maldestri dell’uomo di governare tanta naturale scorrevolezza, sull’opportunità di vivere in armonia con le leggi universali attraverso il semplice abbandonarsi ad esse. Ma è l’unica pecca, peraltro irrilevante, del capolavoro dello sceneggiatore di Entrapment, che si è visto rifiutare il manoscritto per ben settantasei volte, per poi diventare, grazie all’intuizione della casa editrice Hodder&Stoughton, l’autore riconosciuto di un’autentica saga-fenomeno. Il passo del Cammello


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La misura del mondo Daniel Kehlmann Feltrinelli *****

Invenzione narrativa e fedele fondamento storico si coalizzano nell’ultima fatica di Kehlmann, e sorprendono il lettore con un intreccio ironico e divertente. Nel 1828 Humboldt, esploratore e padre della moderna cartografia, riesce a convincere Gauss, illustre matematico, a partecipare ad un congresso di scienziati a Berlino. Gauss è un solitario pigro ed indolente, per niente attratto dalle occasioni mondane e affezionato alle sue rassicuranti abitudini quotidiane. Humboldt, di contro, sguazza nella socialità, è pieno d’iniziativa e di interessi, ed assolutamente testardo e volitivo. Queste due personalità, così diverse ma egualmente geniali, nate e formate nella potente Germania illuminista, sono ora piuttosto avanti con l’età, e possono contare su fama e prestigio. Si incontrano così nel racconto dell’autore, che può dare inizio ad un viaggio notevole ed intelligente attraverso scoperte ed intuizioni, interrogativi ed intenzioni, dubbi e soluzioni. Come sfondo, il disordine politico e sociale della Germania postnapoleonica, che coinvolgerà le due menti in un’avventura dai tratti filosofici. Il tutto senza tralasciare deliziose digressioni sul privato dei due studiosi, che essendo prima di tutto uomini, e poi scienziati, vivono come il resto dell’umanità tra passioni e manie. I ritratti arguti e mordaci, però, non si limitano ai due protagonisti, ma toccano anche altre identità sacre della cultura tedesca, Goethe e Kant su tutti, costruendo uno scherzo narrativo godibile e frizzante. La scrittura è sciolta e nervosa, è ben rende aneddoti ed ambienti. Una penna che si definirebbe pienamente matura, per uno scrittore appena trentenne, già autore di casi letterari riconosciuti come Io e Kaminski, e vincitore in patria di premi importanti e prestigiosi. Il Passo del Cammello

John Belushi. blues Boo Williams Bevivino Editore *****

La mattina del 5 marzo 1982 John Belushi viene trovato morto in un albergo di Los Angeles stroncato da un micidiale cocktail di droghe. È la fine di un mito giovane e famosissimo che in pochi film è riuscito a diventare una icona

Mio

fratello

del cinema mondiale. John Belushi. Mio fratello blues di Boo Williams, uscito per la sempre interessante collana I Cattivi della Bevivino Editore, ripercorre la breve vita (era nato nel 1949) dell’attore di origine albanese dalle sue avventure sportive al college, alle sue prime esperienze come attore sino al suo esordio televisivo con il Saturday Night Live (con giovani attori destinati ad avere un brillante futuro come Steve Martin, Bill Murray e Dan Aykroyd) dove Belushi si esibisce in imitazioni e caroselli vari che fanno letteralmente impazzire il pubblico. Come scrisse Mel Gussow sul New York Times “Non c’è bisogno di sapere che Belushi sta facendo la parodia di Joe Cocker per gustare la sua straordinaria esibizione cortorsionistica. Sembra che l’abbiano infilato in una presa elettrica”. Questa palestra di comicità sarà viatico per i successi cinematografici Animal House, 1941: Allarme a Hollywood, Chiamami aquila, I vicini di casa e soprattutto The Blues Brothers. Le straordinarie capacità d’attore, una mimica ineguagliabile e una fisicità coinvolgente sono disturbate dal carattere difficile e soprattutto dall’implacabile tunnel della droga. Sul finire degli anni ’70 durante una delle sue tante fughe per New York alla caccia di roba, Belushi diventa amico di Hertzan, uno dei pezzi grossi del narcotraffico e decide di fare un film su di lui. La Universal vorrebbe finanziare il progetto ma la risposta dei registi John Landis e Steven Spielberg e categorica “La droga è come lo sport: la gente si diverte di più a praticarlo che a guardarlo”. Peccato certamente che un duro come lui abbia finito così presto di giocare.

Quando io vedevo suoni Consolata Chiantelassa Salani editore ****

Lucida ma anche piuttosto confusa, sincera, trasparente, dura e dettagliata. A n o r e s s i c a , schizofrenica e tossicodipendente. Consolata - o “Consi, Cochi, e persino Colgate, senza offendermi” - scrive a trentasette anni la sua autobiografia, per essere d’aiuto a sé stessa ma soprattutto agli altri, per far luce sugli anni e le esperienze ormai passate, per affermare ormai convinta che si può tornare indietro, e recuperare. La Torino perbene di sottofondo, e poi una Londra di droghe e techno, una Boston ricca e complicata. Le visioni, le fissazioni, i sogni. L’elettroshock, gli attacchi, le cliniche. Il teatro, la montagna, di nuovo la coca. Gli anni difficili di una ragazza considerata per anni affetta da sindrome bipolare (continuo alternarsi fra periodi di depressione profonda e grande euforia), poi schizofrenica, e infine borderline. Un racconto che non lascia spazio ai respiri, una confessione che ti spiazza ma che ti apre anche gli occhi con forza sulla realtà. Ecco di cosa ha paura Consolata:

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“che la sua vita non abbia significato né per se stessa né per nessun altro”. Ma questo non accadrà, anche grazie al suo libro. Valentina Cataldo

Dimettersi dal sud Franco Ungaro Laterza ****

Venti anni di storia. Un percorso artistico e umano intensissimo, dalle tre masserie di Aradeo sino alla ex fabbrica alla periferia di Lecce. La storia dei Cantieri Teatrali Koreja, Teatro stabile di innovazione riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali ma non dall’Amministrazione Comunale di Lecce, viene ripercorsa da questo volume scritto da Franco Ungaro che raccoglie le difficoltà e gli ostacoli, l’entusiasmo e il sacrificio di fare teatro oggi nel sud d’Italia, promuovendo la ricca e complessa identità culturale di un territorio tra i più peculiari del nostro paese. Dimettersi dal Sud è il racconto in presa diretta di una esperienza teatrale particolare, quella di Koreja, radicata in quel Salento ricco di fascino e contraddizioni, arcaico e innovativo allo stesso tempo e di cui l’autore (direttore organizzativo) indaga luoghi, relazioni e utopie. Il libro ricostruisce amori e umori, successi e insuccessi, ossessioni e contraddizioni di una comunità teatrale che continua ad operare lontana dallo star system e dall’impero mediatico, impegnata a valorizzare il patrimonio di energie, risorse e memorie di un territorio in un dialogo costante e ravvicinato con la contemporaneità.

Vertigine

periodico di scrittura e critica letteraria Nuove serie, numero unico 2006 Luca Pensa Editore

Vertigine, il periodico di scrittura e critica letteraria, curato da Rossano Astremo, dopo tre anni e la pubblicazione di sei numeri autoprodotti, cambia totalmente pelle. È da poco disponibile nelle librerie il primo volume della nuova serie della rivista, pubblicato dalla Luca Pensa Editore. Oltre duecento pagine per ripercorrere la storia della rivista, a partire dal numero dell’esordio, uscito nell’agosto del 2003, per proseguire con il secondo numero, stampato nel novembre del 2003, dedicato ad alcuni episodi di sperimentazione letteraria. Il terzo numero, del marzo 2004, è dedicato ad Antonio L. Verri, poeta e narratore totalmente dimenticato dalla critica letteraria pugliese e non solo. Nel


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quarto numero, uscito nell’estate del 2004, comprendente interventi di alcuni grandi animatori della scena letteraria italiana, Vertigine ha ospitato in anteprima assoluta un estratto di New Thing di Wu Ming 1, che sarebbe poi uscito nell’ottobre dello stesso anno. Il quinto numero, Merda d’autore, uscito nel marzo 2005, è una raccolta di testi giudicati pessimi e impubblicabili dagli stessi autori. Vertigine ha reso possibile la pubblica lettura di interventi altrimenti destinati all’oblio. In Politicamente scorretto, dell’ottobre 2005, ampio spazio, invece, a racconti, poesie e riflessioni sulla situazione politica e sociale italiana. Oltre al già pubblicato, questo numero contiene una sezione di inediti, Tritature, nella quale sono presenti recensioni e riflessioni su libri dimenticati nel corso della passata stagione editoriale. A partire dai prossimi numeri la rivista presenterà al suo interno due sezioni, una sezione di argomento tematico sul quale si accederà per invito, come d’altronde è accaduto in questi anni, e, questa la grande novità, una sezione dedicata al laboratorio delle scritture, nella quale verranno ospitati poesie, racconti e contributi critici di giovani autori in cerca di nuovi luoghi d’espressione. Per contattare la redazione rossanoastremo@libero.it, per ordinare una copia della rivista penspol@ alice.it.

Pulsatilla

La ballata delle prugne secche Castelvecchi ***

In un periodo in cui va di moda il sesso sbandierato, le lolite disinibite, libri come reality mordi e fuggi, diari on line, blogghisti romanzieri, l’editore più provocatorio d’Italia lancia la sua nuova sfida: Pulsatilla. Giovanissima scrittrice senza peli sulla lingua, la risposta al finto erotismo da salotto di Melissa P., Pulsatilla si racconta senza mezzi termini. Votata ai più umani dei vizi, affetta da paranoie generazionali quali la linea e l’estetica, vive la sua sessualità, il suo rifiuto per la città natale (Foggia) con la naturalezza con cui si parlerebbe per ore al telefono con la migliore amica. Ci sono momenti assolutamente esilaranti, altri un po’ faciloni in realtà. Quello che sorprende è la sfrontatezza con cui si mette a nudo. Senza filtri, senza stare a girarci intorno. È per questo che Pulsatilla non può che piacerti alla fine, per quella sua acerba semplicità, per il suo sguardo fresco sul mondo, per le sue ragazzate che un po’ vorremmo aver fatto anche noi. Tra le leggerezze e le risate c’è anche spazio per momenti più bui. Non perdetevi la sua iniziazione sessuale, le sue lezioni di foggiano, il suo James, il suo bestiario di blogghisti. Libro un po’ da ombrellone, un po’ da voyeur. (O.P.)

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G L I A L I E N I S E CON D O T OMM A S O P I NC I O Come mai gli extraterrestri hanno impiegato secoli e secoli per entrare compiutamente nel nostro immaginario quotidiano? È soltanto un caso che gli alieni siano giunti fra noi all’indomani della seconda guerra mondiale? E che dire della loro spiccata predilezione per gli Stati Uniti? A tutte queste ed ad altre domande risponde Tommaso Pincio in Gli alieni (Fazi, euro 16), suo ultimo e recente lavoro, pubblicato ad un anno di distanza dal lisergico romanzo La ragazza che non era lei. Chi conosce le tue opere narrative prima o poi avrebbe dovuto aspettarsi questo libro sugli alieni. I tuoi romanzi giocano molto spesso con questa relazione con l’“oltreumano”. Quando è iniziata questa tua “passione” per gli alieni? Hai qualche aneddoto in proposito? È andata più o meno come racconto in Un amore dell’altro mondo: da bambino pensavo di essere un piccolo alieno che per qualche ragione era stato punito e costretto a vivere sulla Terra in una famiglia che non era la sua. Speravo che un giorno o l’altro i miei veri genitori mi venissero a riprendere con un disco volante. Non è mai accaduto. Col tempo ho cercato di farmene una ragione, ma non è che abbia perso del tutto la speranza. Disfarsi dei fantasmi dell’infanzia è impossibile. Quanti film, serie televisive e libri hai ingurgitato sul tema degli extraterrestri? Moltissimi film e tante serie televisive. Quanto ai libri, relativamente pochi. La saggistica sull’argomento è spesso noiosa e inconcludente. Non di rado rasenta anche il ridicolo. Del resto, non potrebbe essere altrimenti. La ragione per cui l’ufologia non viene considerata una scienza è l’impossibilità di un accesso diretto al suo oggetto di studio. Gli alieni sono elusivi per natura. Ci provocano con fugaci apparizioni ma alla resa dei conti puntualmente si ritraggono, quasi pretendessero un nostro atto di fede. Vogliono che crediamo in loro alla stessa maniera in cui si crede alla favole o in Babbo Natale. La loro dimensione ideale è il mito, non la realtà in cui pretendiamo

di vivere. Per questo le riflessioni più serie e credibili sugli extraterrestri vanno cercate nel cinema di fantascienza. Perché non dedicarti al tuo quinto romanzo? Per liberarti da un’ossessione personale? Per cercare di chiarire alcuni punti oscuri sulla questione degli alieni che sono sconosciuti a gran parte del pubblico o per altre ragioni? Il libro sugli alieni è nato quasi per caso. Mi si è presentata l’occasione e l’ho colta al volo in quanto volevo evitare di immergermi subito in un nuovo romanzo. Ti sembrerà incredibile ma le storie che racconto le vivo mentre le scrivo e “La ragazza che non era lei” è stata un’esperienza difficile da vivere. È da poco consultabile in rete Aliens don’t suck!, un periodico di integrazione non violenta degli extraterrestri da te curato (www.webalice.it/tommasopincio). Che tipo di spazio sarà? Uno spazio anarchico con regole precise. Una di queste è di non usare il web alla stregua di un contenitore dove accumulare materiali a tempo indeterminato. Ogni due settimane i contenuti verranno cambiati senza dare ai visitatori la possibilità di accedere ai numeri precedenti. L’accesso limitato è la principale direttiva imposta dagli alieni al fine di giungere a un’integrazione pacifica con noi terrestri. A proposito del prossimo romanzo, è già in cantiere qualcosa? Ha un titolo provvisorio: Apocalypse Rome. Dal che ognuno potrà evincere che sarà ambientato nella città in cui sono nato. Ovviamente, trattandosi di un mio romanzo sarà una Roma alquanto devastata dalla mia immaginazione. Il cantiere è già aperto ma contemporaneamente sto lavorando ad un altro libro che andrà in stampa prima del romanzo e sul quale preferisco mantenere il riserbo. Per concludere questa nostra chiacchierata? Soltanto il monito il finale: gli alieni esistono ma forse è meglio se non ci crediamo. Rossano Astremo


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S E S S O , A L COO L E ROM A NZ I : L A ROCK S T A R D E L L A LETTERATURA SUDAMERICANA Intervista a Efraim Medina Reyes Il suo romanzo C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo è stato un caso letterario, un vademecum per i delusi dall’amore, dedicato a quelli ancora incazzati come iene per una lei che non c’è più. Il suo Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin è una guida, un manuale per diventare un seduttore infallibile. La sessualità della Pantera Rosa è il suo ultimo romanzo. Ne abbiamo parlato proprio con l’autore Efraim Medina Reyes in occasione di una sua visita in Italia. Notoriamente si associa alla letteratura dell’America Latina un immaginario fatto di folklore, magia, tradizione. I tuoi romanzi rappresentano una rottura in questo senso, anche le tue posizioni rispetto ad autori apparentemente intoccabili, perché? Non mi sono mai proposto di diventare uno scrittore, mia madre voleva che diventassi medico e infatti ho studiato medicina per quasi quattro anni. La mia prima rottura è stata quella, con la tradizione fatta di madri colombiane umili il cui unico sogno è quello di avere un figlio medico (a quel tempo essere medico era importante), che desse loro uno status e una vita più degna. Mi dissi: Se realizzo i sogni di mia madre chi cazzo realizzerà i miei? Quando lasciai l’università rimasi alla deriva, avevo fatto della musica e praticato la boxe senza alcun successo, e da un momento all’altro, per calmare la rabbia e l’ansia, cominciai a scrivere. I miei libri rappresentano la Colombia e l’America Latina della mia generazione: siamo stati tutti alimentati, attraverso la televisione, con merda gringa del tipo: se lo vuoi puoi farcela; puoi essere biondo, forte e vincere un milione di dollari. Da bambino andavo al cinema con gli amici del quartiere per vedere i western e quando quei pistoleri biondi sparavano agli indiani e ai negri, festeggiavamo con risate e applausi. Divertente no? È il lavoro che fanno i mass media, ti insegnano a odiarti e a disprezzarti, a sentire schifo per quello che sei. I miei libri parlano di quello schifo, il mio folklore non ha nessuna magia; è fatto di pezzi di merda gringa e ricordi personali. I miei eroi sono Morrison o Cobain. Mi riconosco nella letteratura di Capote o Bukowski, non in García Márquez. Sono, in fin dei conti, un figlio bastardo dell’impero

yankee. Nei tuoi romanzi quello che sorprende subito è la lingua, il modo diretto che hai di dire e raccontare le cose, la stessa capacità di sintesi che hai nel scegliere i titoli dei tuoi libri...uno stile che ha fatto del tuo primo libro un grande successo e di te un caso letterario. Quale è il tuo approccio alla scrittura? Non ho mai studiato letteratura ne ho mai sognato di scrivere, da bambino passavo il tempo leggendo fumetti e durante l’adolescenza mi appassionai ai romanzi polizieschi. Andavo continuamente al cinema, penso che il mio linguaggio abbia molto a che fare con tutto ciò; sottotitoli (in Colombia i film non vengono doppiati), frammentazione, giochi con le strutture e i generi. Descrivere un albero o una stanza mi sembra una stupidaggine, mi interessa la situazione, la circostanza umana. Il lettore può fare il resto. Quando scrivo cerco di proporre un dialogo, i miei libri non sono pappa per bebè come Il Codice Da Vinci. Scrivo per gente che non teme di confrontarsi con le proprie tare, gente con l’anima nel posto giusto. Da C’era una volta l’ amore ma ho dovuto ammazzarlo a La sessualità della Pantera Rosa, cosa è cambiato a Città Immobile? Le cose vanno di male in peggio, ora l’unico turismo che arriva è fatto di orde di vecchi grassoni e calvi, spagnoli e italiani, con un pacchetto che include droga a buon mercato e bambine o bambini tra i 7 e 15 anni, ancora più a buon mercato. Il centro storico della città è una bella cartolina ma fuori da lì circa un milione di persone affondano nella miseria più atroce. Si tratta di uno dei luoghi più ingiusti e spietati che esistono al mondo. Anche se nei miei libri non c’è un vero e proprio discorso politico e sociale, i miei personaggi rappresentano questa realtà crudele e a suo modo unica e vibrante. Si balla ancora, si beve, si ride e si ama quasi con disperazione. Ognuno sa che la canzone che sta ascoltando potrebbe essere l’ultima. La gente sogna di andarsene da qualche altra parte, come il personaggio centrale de La Sessualità della pantera Rosa che pensa che la vita possa essere migliore a Parigi fino a quando non conosce i francesi...


Coolibrì Le donne, il sesso, l’alcool che ruolo hanno nella tua vita? Il sesso e l’alcool sono la nostra religione, le donne un male necessario. La maggioranza dei miei amici non mi ha mai invitato a cena, a noi colombiani sembra pomposo e anche un po’ stupido. Bere è ciò che abbiamo fatto per quasi tutta la vita e quando si beve ci sono sempre musica e donne. Ci piace ballare, muoverci. Balliamo stringendo le nostre donne come preliminare a una buona ripassata. Sono cresciuto e ho vissuto tra questi elementi; intorno al rum e al whisky di contrabbando ho avuto le esperienze più intense, divertenti e tragiche che possiate immaginare. La musica è sempre nei tuoi romanzi, quale musica e quali band ami? Ho un gusto eclettico, come dev’essere per un vero bastardo: The Doors, Roy Buchana, Zeppelin, Sex Pistols, Ramones, King Crimson, ma anche Ben E. King, Sam Cooke, The Temptations, Marvin Gaye, Smokey Robinson, Gladys Knight. Degli anni novanta naturalmente Nirvana e Pearl Jam. E poi The Cure, Radiohead, Disco Inferno, Cul de Sac, Talk Talk fino ai fratelli Hartnoll e i suoi Orbital. Della musica latina adoro Richie Ray, Lavoe, Héctor Casanova. La musica per me è come una droga, è l’unica cosa per cui sono ancora vivo. A proposito, ho formato una band con due musicisti italiani del Veneto, Sebastiano e Taddeo Tronca, la 7 Torpes Band (cfr. La banda dei 7 imbranati) e stiamo registrando un album sperimentale con i miei testi e la loro musica il cui titolo è Canzioni ancora più mediocri, che credo sarà pronto per il prossimo autunno. Quali letture ti hanno segnato? Sono adirittura più eclettico come lettore: Ray Bradbury, il poeta peruviano César Vallejo, Celine, Pavese, Onetti, Stefano Benni, Laurence Sterne, Heinrich Boll, Andrés Caicedo, il poeta colombiano Juan Manuel Roca, Raymond Chandler, Carson McCullers, Djuna Barnes e molta, moltissima peosia anglosassone ma anche tedesca, soprattutto poeti del XIX secolo come Heinrich Heine. Quanto della tua vita è nei tuoi romanzi? Non negherò che c’è un bel pò della mia vita in quello che scrivo, però tutto viene filtrato per produrre determinati effetti. Uno non vive nella verità, la costruisce e il linguaggio, che è la bugia più grande che abbiamo inventato, può essere un eccellente alleato della verità. Come dice José Bergamín: “Si mente più del necessario per mancanza di fantasia, ma anche la verità si inventa”. Che rapporto hai con l’Italia? Per qualche ragione che ignoro mi sento bene qui; è un paese patetico e impostato, però più vitale del resto dei paesi europei, inclusa la Spagna. Gli italiani non sanno ballare ma almeno ci provano. Hanno una lunga storia e una gran cultura però sono sempre più ignoranti. Il cibo è sempre uguale, eppure riescono a farlo sembrare differente. Sanno che il loro calcio è una farsa ma soffrono e si emozionano comunque. Gli uomini si truccano più delle donne e, proprio come i colombiani, ovunque vadano si credono i più furbi e applaudono quando l’areo atterra. Osvaldo Piliego

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ZANDEGU’, CASA EDITRICE CON TANTA VOGLIA DI CRESCERE Per partire, un po’ di retorica non guasta: in un Paese come l’Italia in cui i lettori sono putride mosche bianche e l’editoria è nelle mani di pochi potenti che bavosi arraffano tutto, che senso ha dare vita ad una nuova casa editrice? Lo abbiamo chiesto a Marianna Martino, ventiduenne di Torino, a capo della casa editrice Zandegù, piccola realtà editoriale che ha tanta voglia di crescere. Allora Marianna, come è nata l’idea di aprire una casa editrice? L’idea nasce dopo che ho finito il master Holden. Che fare? Non è che proprio i lavori da scrittore piovano dal cielo, tanto meno sei hai solo 20 anni e esperienza zero. E poi, a dirla tutta, a me di scrivere non mi andava per niente, perché durante il master avevo scoperto una grande passione per l’editing e la revisione dei testi altrui. Così, un giorno, mio papà mi ha detto “perché non apri una casa editrice?” E io ho pensato, “perché no? Sarà difficile, ma sai che divertimento e che soddisfazione?”. All’inizio ero spaventatissima, non sapevo cosa fare, da dove cominciare. Allora ho frequentato dei corsi di editoria, ho studiato libri, ho chiesto consigli ad altri editori e alla fine ero sempre più convinta e mi sono messa a cercare i testi da pubblicare. È stato complesso e spesso avevo momenti di smarrimento, ma grazie all’appoggio dei miei genitori e del mio ragazzo ce l’ho fatta e ho tenuto duro. Però non sono completamente sola. Con me, collaborano Antonio, il grafico, e Marco, che si occupa dei contratti. Qual è la linea editoriale della casa editrice? Zandegù pubblica racconti e romanzi italiani surreali. Cioè storie che esaltino l’aspetto buffo e assurdo della vita di tutti i giorni. Racconti rocamboleschi del quotidiano. Ma anche favole moderne, con aspetti tipicamente fantastici. Insomma, pubblico tutto ciò che è molto divertente, originale e fuori dal coro. Un accenno ai primi due titoli usciti? I libri usciti per primi, a marzo 2006, sono due raccolte di racconti, Hollywood Party, antologia di giovani autori, e Cosa faccio quando vengo scaricato di Simone Marcuzzi. La prima è una raccolta di nove racconti ispirati ad altrettanti film famosi americani dagli anni 50 ad oggi (da La donna che visse due volte a Million dollar baby). I racconti sono intervallati da tre “pareri dell’esperto”, scritti da Marco Ponti, Steve Della Casa e Bruno Fornara. La seconda uscita è una raccolta di storie d’amore tipicamente maschili, cattive, sboccate, audaci,

divertentissimamente feroci. A metà maggio è uscito il primo romanzo I sassi vanno matti per le sasse di Roberto Tossani, una storia di sassi che contengono misteriosi ricordi al loro interno, di un uomo che li sa leggere, ma ha un brutto rapporto con le donne. E un rapporto migliore coi palloncini colorati I prossimi libri? Tra settembre e novembre usciranno altri tre romanzi e un’altra raccolta. Scrittori preferiti? Gli autori che più amo sono Amelie Nothomb, Yehoshua, Saramago, Bradbury, Ammaniti, Nori. E poi il mitico Lansdale. Irraggiungibile! Quali le speranze e le paure? La strada che hai intrapreso è impervia, no? La mia speranza è di diventare un marchio che sia sinonimo di qualità, bei libri, scritti bene, storie interessanti e tematiche mica da ridere. Però ridendo! Cioè grandi pensieri detti senza annoiare il lettore con tanti giri di parole. La mia paura più grande è di deludere gli autori che si sono affidati a me e che con me si sono lanciati in questa epica avventura. E spero proprio di non deluderli mai. I primi riscontri di critica e pubblico? Per il momento mi sembra che ci sia un buon interesse. Piccolo ma positivo. Quindi, non mi resta che lavorare sodo perché il riscontro aumenti! Qualcosa da aggiungere? L’indirizzo del mio sito www.zandegu. it e quello del mio blog www.zandegu. splinder.com, dove racconto le mie vicissitudini da editore. Rossano Astremo Zandegù Editore Via Giovanni da Verrazzano 59 Torino Tel. 0115681564 info@zandegu.it


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filh O s de B i M B a a le C C e Caà-pueera. Il “bosco che non esiste più”, in un antico dialetto degli indios sudamericani, ma anche co-puera, “campagna abbandonata”, quasi un pensiero ecologista ante-litteram: il trauma del disboscamento operato dai colonizzatori, lo scontro tra civiltà dall’esistenza simbiotica con la natura e invasori per i quali essa, privata di ogni valore spirituale, si riduce ad elemento da plasmare, nel migliore dei casi, o distruggere senza preoccupazioni di ricadute di lungo termine sull’ecosistema. Nel Brasile contemporaneo è anche il nome di un uccello, segno di una confluenza simbolica di ideali di libertà e approcci alla realtà ormai perduti e vissuti con nostalgia. Infine uno spaziare attraverso un arco di significati che parte da “teppista” o “malavitoso” sino ad arrivare a designare un’arte marziale che, proibita dal governo brasiliano sino al 1930 circa (data del suo ufficiale riconoscimento come disciplina sportiva da parte del governo brasiliano), era praticata ed utilizzata prevalentemente da quei soggetti ritenuti pericolosi dalla polizia per l’ordine sociale. Sino al XIX secolo questi individui pericolosi erano, appunto, gli schiavi di origine africana, resi violenti dallo sradicamento e dalle insopportabili condizioni di vita cui erano costretti. Una tipica strategia schiavista era quella di mescolare nelle fazendas africani provenienti da tribù diverse o nemiche, parlanti lingue reciprocamente incomprensibili, così da rendere difficoltosa l’auto organizzazione che avrebbe potuto portare alla rivolta. Nelle piantagioni di cotone essi dovettero tentare, per limitare lo spaesamento, di conservare alcune loro tradizioni religiose, quali il candomblé, e comportamenti rituali come la lotta tra I pretendenti di una stessa donna, la danza zebra. Al principio i riti religiosi vengono fortemente ostacolati, ma data l’impossibilità di una loro totale eliminazione, finiscono per essere ufficiosamente tollerati, con ciò offrendo un opportunità di mascheramento per pratiche di altro genere. Ed è proprio in questo ambito che, insieme a quelle di una lenta ma inarrestabile presa di coscienza, vanno rintracciate le vere origini della attuale capoeira, da molti

ancora erroneamente ritenuta di origine propriamente africana. La prima scuola ufficiale, il centro di cultura fisica e lotta regional bahiana, aprirà i battenti solo nel 1932, a 40 anni dall’abolizione della schiavitù, grazie agli sforzi di Manoel do Reis Machado, detto Mestre Bimba. Brasiliano di origine africana, uno dei “negros” più importanti della sua epoca in tutto il mondo. Illetterato, nacque a Salvador de Bahia nel 1900, quando ormai morivano gli ultimi africani del Brasile. Fu non solo un capoeirista, ma soprattutto un “costruttore di uomini”, che mai dimenticò le sue origini e l’eredità culturale africana. È a lui che si deve la definitiva uscita dalla clandestinità della disciplina e la sua strutturazione attraverso regole che ne mettono in risalto l’aspetto agonistico, più che quello puramente offensivo di “combattimento senza regole”. L’Assessorato alle Politiche Giovanili della provincia di Lecce, l’associazione “Progetto Ginga” e la Fundaçao Mestre Bimba di Salvador di Bahia, presentano a Lecce dal 9 all’11 giugno, presso il residence “I Giardini d’Atena”, il primo incontro italiano di capoeira regional del gruppo Filhos de Bimba. Il programma della manifestazione (visibile sul sito web www.filhosdebimbalecce-italy.org) prevede laboratori di Capoeira, danze Afro-Brasiliane e musica e sarà diretto dal figlio di Mestre Bimba, Mestre Nenel, continuatore dell’opera del padre e fondatore della escola de capoeira filhos de bimba, oltre che promotore del progetto capoeré, per il recupero degli adolescenti in situazioni di disagio. Ad affiancare il Mestre ci sarà, tra gli altri, il Profesor Tatà del nucleo Lecce. Nella mattina dell’11 giugno,

infine, avrà luogo la prima festa italiana di batizado della capoeira regional (evento che segna la vera e propria iniziazione alla pratica marziale, al ritmo del berimbau), alla quale tutti sono invitati ad assistere. L’ingresso è gratuito, su prenotazione quello per le proiezioni e lo stage. Info 340.3178900 Almesse per Progetto GINGA


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il cinema secondo coolcub

Anche libero va bene Kim Rossi Stuart 01 Distribution ****

Cos’è la fanciullezza? Non credo esista un termine che possa descriverne appieno tutte le sfumature, ma se ci fosse sarebbe crescita. Figlio d’arte e attore navigato, a 36 anni Kim Rossi Stuart decide che è il momento di rimettersi in gioco e si pone in evidenza con uno degli esordi più interessanti degli ultimi anni. Ed è proprio dall’infanzia che riparte, quasi costituisse una sorta di metafora che accomuna il film (presentato con successo a Cannes alla Quinzaine des rèalisateurs) alla sua neonata carriera. La storia è quella di una famiglia come tante di cui Renato è padre e padrone, complice una moglie assente e instabile. Al suo fianco due figli. Protagonista indiscusso è uno di loro, Alessandro Morace che nel film interpreta Tommaso ed è dal suo sguardo che passa tutta la narrazione, tra le

incomprensioni con gli amici e le pressioni di un genitore che tenta di forgiarlo alla durezza della vita. Sullo sfondo una Roma popolare e il peso della sopravvivenza. Interpretazioni al di sopra della media vengono anche da Barbora Bobulova e ovviamente dallo stesso Rossi Stuart, che interpreta un padre affettuoso ma allo stesso tempo portatore di un peso incredibile, quello di una famiglia ormai smembrata che tenta di tenere unita. Anche libero va bene (riprendendo una frase cruciale del bambino al padre) è un film sincero che respira a pieni polmoni neorealismo (De Sica, I bambini ci guardano) e nouvelle vague (Truffaut e il suo I 400 colpi in particolare) da cui riesce a riprendere e riproporre, anche se non impeccabilmente, un certo tratto intimo e personale e le tematiche

popolari. Efficace la fotografia, senza fronzoli e artifici, nuda e cruda come la situazione richiederebbe e primo viatico per una rappresentazione coinvolgente. Rossi Stuart in questa pellicola compie una scelta, ed è quella di abbandonare il cinema per puntare l’obiettivo sull’esistenza. Sulla sua tristezza e difficoltà (contestata una scena con parole di particolare crudezza), ma anche sulle piccole grandi soddisfazioni che a volte riesce a regalare. Un’esistenza non sempre facile. E vista da occhi diversi. Gli occhi di un bambino strappato troppo presto all’infanzia per la consapevolezza che non tutto va sempre per il meglio. E non fa niente se a volte i sogni vanno ridimensionati. Fa parte della vita. Non importa piccolo Tommi. Anche libero va bene.


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B U ON SANGUE NON MENTE

SCENA DEL FILM “SANGUE” n e l l a f o t o E M A N U E L A B A R I L OZZ I

Il nuovo regista Libero De Rienzo A volte raccontare nasce da un’esigenza, è la nostra carne, sono le nostre viscere che ce lo chiedono, come fosse qualcosa di cui non possiamo fare a meno. È il caso di Libero De Rienzo (David di Donatello come migliore attore non protagonista in Santa Maradona). Regista, sceneggiatore e attore è al suo primo lungometraggio intitolato Sangue - la morte non esiste, presentato al 58mo Festival di Locarno nella sezione Cineasti del Presente. Più che un’intervista a un promettente artista (inteso nel suo senso più pieno) è uno scambio di idee con una persona di rara sensibilità, un amico che ha saputo tirare fuori un lavoro a tratti politico, a tratti intimo, figlio del suo stesso sangue. Una piccola perla che non bisognerebbe smarrire, perché è vero, può non piacere, ma di certo non può lasciare indifferenti. Il tuo è un film poco italiano, di sicuro politicamente scorretto, e per nulla semplice. Me ne racconti la genesi? È nato tutto dall’esigenza di raccontare una storia per me importante, poi con il passare del tempo la vicenda è passata in secondo piano ed è diventata un pretesto per dire cose sul cinema. Sei già un attore apprezzato e per giunta giovane. Cosa ti ha spinto a metterti in gioco dietro la macchina da presa? E quali sono le maggiori difficoltà con cui ti sei confrontato? Fare l’attore era l’iter da seguire per arrivare alla regia, sui film che ho fatto ero un infiltrato che cercava di carpire tutto, da come si gestiva la produzione a come si smontava la macchina da presa, ho fatto il macchinista, l’elettricista, mi sono occupato di scenografia e mi è servito per

gestire al meglio il mio set e capire ogni esigenza della mia troupe. Questa forte necessità di rendere una cosa eterna e fare dell’arte con il cinema mi ha reso forte per realizzare il mio film che avevo già stampato nella mente da anni, gli inconvenienti ci sono stati, dai problemi economici ai problemi organizzativi, ma la nostra forza era e sempre sarà di fare di necessità virtù e risolvere le cose. Dalla struttura del film e alle scelte stilistiche ai tabù che affronta, Sangue è un lavoro indubbiamente complesso. Come lo definiresti? Sangue è la carne del mio pensiero, sono io, con tutti i miei pregi e difetti ed è il frutto di tutte le scelte che ho fatto fin’ora. Vedendo il film si ha la sensazione che tu conosca bene quello di cui parli. Quanto c’è di autobiografico? E quali influenze ti hanno maggiormente condizionato? Sono convinto che non si possano raccontare realtà di cui non si conosce nulla e a cui non si appartiene, è una condizione che conosco bene perché è il modo in cui vivo, Ogni giorno della mia vita con i suoi avvenimenti, con le sue scelte, con quel particolare libro letto al liceo mi ha influenzato e portato fino a qui. Purtroppo il film è nelle sale in solo 8 copie…credi dipenda da quanto detto prima? O da cos’altro? Sicuramente gli argomenti “tabù” di cui in Italia non si può parlare, hanno influenzato chi lo distribuiva a limitarne il numero di copie in uscita e poi c’è sempre il solito problema che se crei un prodotto diverso da tutto ciò che ci circonda, hai poche

possibilità di avere una visibilità buona. Sangue vuole essere un film per tutti coloro che stanchi di andare al cinema solo a Natale a vedere sempre le stesse cose hanno smesso di andarci, quelli della mia generazione per primi. Credi il budget ridotto abbia influito sul risultato, o ritieni Sangue un lavoro comunque riuscito? Sangue è ciò che mi immaginavo da anni, lo avevo già impressionato nella mia mente. E’ un film ricco più di tanti altri a low budget, con un sistema interno ben delineato che ha permesso cose come il digital intermediate, macchine da presa che volano, inseguimenti, sparatorie, insomma non ci è mancato nulla. Sangue ha il sapore di un fantastico film indipendente. Alla luce di questa esperienza, cosa vorresti dire al sistema cinema? Che c’è bisogno di sostegno alle opere dei registi nostrani che vogliono rivendicarsi il fatto di creare capolavori italiani e che fare un cinema diverso, un cinema che ti lascia qualcosa è possibile. Al di là della qualità di cui il tuo lavoro é impregnato, cosa pensi di aver detto e lasciato? E il tuo messaggio, se c’è, a chi è rivolto? Sangue è un film contro la paura e tutte le cose che ti porta a fare, la paura è senza età, ti segue sempre se decidi di piegartici. Una persona che ho incontrato ad un festival mi ha detto che da quando ha visto il film tutte le volte che ha paura di un qualche cosa pensa al discorso finale di Iuri e si sente più forte. Questo è ciò che speravo di riuscire ad ottenere. Michele C. Pierri


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Pedro Almodóvar Warner Bros *****

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IMMAGING IMMAGINARIA

Intervista a Giuseppe De Mattia e Luigi Iovine, direttori artistici di Imaginaria film Festival

Con questa pellicola Pedro Almodóvar puntava alla Palma d’oro come miglior film. E proprio come nel 1999 con Tutto su mia madre anche in questa occasione è stato un altro regista a festeggiare. Raimunda (Penelope Cruz, nella foto) e Sole (Lola Duenas), due sorelle originarie de La Mancha, vivono nella Madrid dei quartieri della classe lavoratrice: l’una con la figlia nel pieno dell’adolescenza e il marito, fresco disoccupato; l’altra guadagnandosi da vivere in un negozio da parrucchiera abusivo. Le due donne vengono raggiunte dalla notizia della morte dell’anziana zia, Paula, che viveva “al paese”, accudita dalla vicina Augustina. Raimunda, pur essendone profondamente legata, non può andare al funerale; ha trovato il marito morto in cucina: la figlia ha confessato di essere stata lei ad aver ucciso il padre perché questi, ubriaco, l’aveva molestata. Fa da legante alle varie vicende la “presenza” di Irene (Carmen Maura), madre delle due ragazze, morta in un incendio con il marito. È difficile racchiudere questo capolavoro in una semplice sinossi. Questa “commedia drammatica”, molto distante dal cupo e maschile La mala educacion, rappresenta l’ennesima dichiarazione d’amore del regista alle donne; ma non solo. Almodóvar, facendo sempre riferimento all’esperienza personale, fa uno straordinario affresco dei riti e del costume di una “certa” Spagna, “luminosa e solidale”, lontana dal concetto tragico della morte. Dirige magistralmente questo cast, esclusivamente al femminile, tra cui spiccano Carmen Maura e Penelope Cruz, in una delle sue prove più importanti, vicina alla tradizione italiana delle migliori Anna Magnani e Sofia Loren. Sabrina Manna- Zero Project

Come nasce il festival di Imaginaria? La manifestazione nasce quattro anni fa sull’esperienza di Vedo Corto un festival di cortometraggi diretto, tra gli altri dal regista Federico Greco. Poi Luigi co-direttore di Imaginaria, ha fondato il circolo del cinema “Atalante” che fa parte del circuito UICC e così nel 2003 è partito il festival come rassegna cinematografica. Nel 2004 è stata istituita la competizione nazionale con 350 film iscritti al concorso. Dal 2005 la selezione è diventata internazionale (800 opere iscritte); il festival si è circondato di collaboratori in Italia ed all’estero e di nuovi patrocinatori come L’Università degli Studi di Bari che si è unita a Regione, Provincia e Comune. A spiccare, in modo particolare, è la definizione di festival indipendente. Ci spieghi il senso di questa indipendenza? Indipendente da schemi festivalieri da cui prendevamo distanza con pochissimi fondi a nostra disposizione e ne prendiamo adesso con qualche soldino in più. Nel senso che abbiamo seguito la linea di un “lusso cinematografico” sciolto da passerelle e da strani sistemi di finanziamento. Di festival ne nascono centinaia ogni anno e questo è, a nostro avviso, un segnale positivo poiché sono gli unici mezzi che alcuni progetti hanno per essere visti, criticati e premiati. Alcuni dei film concorrenti ad Imaginaria nelle passate edizioni non raggiungevano i 1000 euro di costi di produzione, ma si sono rivelati lavori interessanti che hanno ottenuto numerosi consensi oltre il nostro. Di indipendente quindi, oltre alla maggior parte degli autori che partecipano al festival, c’è la nostra scelta di formare giurie eterogenee e realmente di esperti. Quest’anno il discorso non cambia: massima importanza alle giurie (documentario, video-arte e videoclip, fiction e animazione), alla cura dei contenuti del catalogo, alle pellicole delle retrospettive, ai seminari e agli incontri con gli autori. Imaginaria si svolge a Conversano. Si tratta di una scelta casuale o c’è un progetto legato al territorio? Conversano è città d’arte della provincia di Bari e da alcuni anni c’è un tentativo da parte delle associazioni locali di dare vita ad iniziative culturali non essenzialmente legate al territorio in quanto tale ma con lo scopo di aprire nuove finestre sul mondo andando “oltre le mura” della propria città, del proprio vivere quotidiano. Imaginaria è legata ad un progetto di recupero e riqualificazione di una struttura

pubblica degli anni ‘30 al fine di realizzare un centro polivalente per le arti dello spettacolo. L’iniziativa è stata finanziata dalla società Cosis di Roma grazie ad un bando nazionale per nuove cooperative sociali. Nonostante alcune difficoltà con gli interlocutori politici di turno, la cooperativa aprirà a breve il cantiere e presumibilmente entro natale 2006 ci sarà l’inaugurazione. È possibile immaginare pertanto le ripercussioni che una tale iniziativa può suscitare sul territorio e sulla possibilità concreta di dar vita a nuovi posti di lavoro nel settore dello spettacolo. Quali sono le novità quest’anno? Una delle novità di questa edizione è l’apertura del concorso ai lungometraggi nazionali ed internazionali; questo ha fatto lievitare il numero di opere pervenute da tutto il mondo che sono circa 1000. Un’altra importante svolta è la nascita della collaborazione amichevole e professionale con il gruppo barese di Lab 080 a cui è stata affidata la selezione e l’allestimento delle proiezioni di videoarte e video-clip. A loro è stato dato un nuovo spazio (la chiesa sconsacrata di San Giuseppe) rispetto ai classici che ci ospitano dalla prima edizione nel complesso di San Benedetto. Gli amici della passata edizione sono rimasti; in più, oltre a Lab 080, c’è l’organizzazione del festival toscano Visionaria, la Cineteca comunale di Bologna, la casa di animazione Loop, la Cineteca Lucana, la Cineteca Cinetoscopio di Altamura, ecc. Altro attivissimo collaboratore sul territorio regionale è il festival “Cinema del Reale” di Galatone, organizzato da Big Sur, con il quale stiamo pensando di creare un “Archivio Filmico della Memoria Familiare” grazie alla collaborazione dell’associazione Home Movies di Bologna. Ci sarà un omaggio al cinema di Marco Ferreri con la proiezione de La Cagna, L’ape regina e La donna scimmia. Il giorno conclusivo sarà proiettato il film Il ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco. Per la sezione Mutosonoro gli appuntamenti saranno tre: la proiezione di Maciste all’Inferno di Guido Brignone in pellicola musicato dall’orchestra del Conservatorio di Monopoli, il Faust di Murnau, sempre in pellicola, accompagnato al pianoforte dal Maestro Gianni Lenoci e la proiezione di Catherine work in progress: una collezione di film amatoriali (16mm, 8mm e super8) che percorrono la vita di Catherine, orgoglio di una ricca famiglia francese. Poi la rassegna sul cinema sovietico che intende aprire uno spaccato inedito sulle cinematografie nazionali delle ex – repubbliche sorelle, con un occhio particolare alle opere prime delle giovani leve della scuola statale di cinema (VGIK). Verrà dedicato un pomeriggio all’horror anni ‘80e sarà presentato anche il documentario Il sibilo lungo della taranta del regista salentino Paolo Pisanelli. Arcangelo Licinio


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festival

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(venerdì 14 luglio a Lecce), Femi Kuti (21 luglio a Galatina). I due ospiti più importanti di questo segmento saranno Cesaria Evora (giovedì 13 luglio) e Youssou N’Dour (sabato 15 luglio) che si esibiranno nell’atrio di Palazzo dei Celestini a Lecce. Info: www. provincia.le.it

dal 16 al 17 giugno Heineken Jammin’festival - Imola

BlueBeaters (29 giugno), Roy Paci & Aretuska (7 luglio), MondoMarcio (8 luglio, foto), Caparezza (15 luglio). Info: redazione@ sherwood.it

dal 20 al 26 giugno Adda Rock Fest - Medolago (Bg) Info: www.addarock.it

23 giugno, 25 giugno e 2 luglio Cornetto Freemusic Festival Milano, Napoli, Roma

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Info: www.cornettoalgida.com

dal 7 al 16 luglio Umbria Jazz 2006 - Perugia

l’Umbria jazz è stata la costante ed eccellente qualità; riuscire a far esibire per quattro anni quasi consecutivi un uomo di nome Miles Davis basta come garanzia. Ma veniamo al presente, il 2006 vede di scena mostri sacri del jazz passato, se passato si può definire (Herbie Hancock - nella foto a sinistra - , Chick Corea, Dr Lonnie Smith), del presente (Bill Frisell, Pat Metheney, Brad Mehldau) e del futuro (a partire dal giovanissimo fenomeno Francesco Cafiso, fino al supremo Roy Hargrove e la sua RH Factor); non mancano giganti di svariate estrazioni: James Brown, Eric Clapton, Sergio Mendes, Caetano Veloso, Santana… basta così? Info: www.umbriajazz.com Zanca

dal 7 al 15 luglio Rototom Sun Splash - Udine Anche nella nona edizione di Heineken Jammin’ Festival l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola verrà animato da una serie di eventi paralleli, che intratterranno il pubblico durante i due giorni della rassegna musicale e che avranno luogo nell’area denominata Green Village. Questo invece l’elenco degli ospiti del palco principale: Depeche Mode, Negramaro, Morrissey (foto), Hard fi, Finley, Kill the young, Goldfrapp (venerdì 16), Metallica, The darkness, Avenged seven fold, Lacuna Coil, Living thing, Trivium (sabato 17). Info: www.heineken.it

dal 16 giugno al 15 luglio Sherwood festival – Padova

Lo Sherwood Festival, che si svolge da circa 15 anni a Padova, è soprattutto la principale fonte di finanziamento di Radio. Nel cast Linea 77 (16 giugno), Assalti frontali (17 giugno), Offlaga Disco Pax (23 giugno), Indie Attack Fest, festival della scena indipendente (24 e 25 giugno), Louise Attaque (28 giugno), Giuliano Palma & The

Quando nel 1973 nacque il festival del Jazz di Perugia, la tranquilla cittadina umbra fu sconvolta da un afflusso inaspettato di giovani e non, accorsi da tutte parti d’Europa. Basti pensare che nei primi anni si esibivano gratuitamente (!) artisti del calibro di Keith Jarrett, Charles Mingus, Sun Ra, Gerry Mulligan etc.etc. Nella seconda metà degli anni ’70 il festival, al culmine della sua importanza e notorietà, aveva attirato su di sé le ire delle amministrazioni locali e della cittadinanza che non tollerava più la marea di pubblico “freak” che colorava le strade di dormitori improvvisati, e portò così alla chiusura del 1978 durata 5 anni. A detta dei partecipanti (pubblico e musicisti) dall’82 in poi l’atmosfera era differente, più sobria, più di nicchia e un po’ più cara. Ma quello che ha sempre e comunque contraddistinto

Il Sunsplash è il festival per eccellenza della musica giamaicana. Si tratta di un autentico rito, il cui nome deriva dall’usanza di protrarre lo spettacolo fino a quando il sole fa “splash”, ovvero schizza fuori dal mare per inaugurare il nuovo giorno. Il Rototom Sunsplash, proliferazione dell’omonima manifestazione giamaicana, è il primo e più importante festival di musica reggae in Italia. Quest’anno l’apertura del festival vedrà sul palco Bushman, The Bongos, Jamaica All stars (7 luglio); Andrew Tosh, Luciano, Burning Spear (8 luglio), e poi ancora per i giorni a seguire Teddy Afro, Alpha Blondy, Gladiators, The Bluebeaters, I Wayne, Africa Unite, Groundation, Tiken Jah Fakoly, Sud Sound System (foto), Third world, Steel Pulse, Eek-a-mouse, Easy star all stars. Info: www. rototomsunsplash.com; sunsplash@rototom. com


CoolClub.it dal 12 al 15 luglio Traffic – Torino free festival

Quattro giorni di eventi gratuiti, completamente sovvenzionati dal Comune di Torino, Telecom Italia e Regione Piemonte. Il 12 luglio in programma Richard Hawley e Baustelle, il 13 Manu Chao (foto), Caparezza e Joe R. Lansdale, il 14 Franz Ferdinand e Joseph O’Connor, il 15 The Strokes e Patrick McGrath. Info: www. trafficfestival.com

dal 14 al 16 luglio Pistoia Blues Festival

Info: www.pistoiablues.com

dal 14 al 16 luglio Neapolis Festival - Napoli

Il Carpisa Neapolis Festival, già dalla sua prima edizione svoltasi nel luglio del 1997, si è imposto come uno dei più importanti e significativi festival Rock d’Italia. Questo il programma: venerdì 14 luglio Baustelle, Eels, Morrissey, Santos e Peedoo (dj Set), Schneider TM, The Robocop Kraus, Tiga (dj Set), Tying Tiffany, dEUS. Il 15 luglio spazio al leader dei 24 grana Francesca Di Bella, Iggy Pop & The Stooges (foto), Jason Firrest aka Donna Summer, Liars, Mouse On Mars e il grande Robert Plant & The Stange Sensation. La chiusura di domenica 16 luglio è dedicata a Santana, Jovanotti, Mondo Marcio. Per informazioni: www.neapolis.it. Info: 0812404276

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dal 20 al 23 Luglio Porretta soul festival 2006 – Porretta (Bo)

A 70 kilometri da Bologna e 200 metri da Memphis, Porretta è la città più “nera” d’Italia; in centro trovi il Parco Rufus Thomas e un po’ più avanti ci si incammina su Via Otis Redding; l’atmosfera di questo festival è splendida, è intima ma potente; il parco (Rufus Thomas appunto) nel quale si svolgono i concerti, non ha una capienza proporzionata alla fama degli artisti che si esibiscono, capita quindi di poter assistere ad un concerto di Isaac Hayes (lo ricordate “Shaft”?) a due metri di distanza, oppure di poter vedere “The King of Rhythm and Blues” l’ enorme Mr. Solomon Burke seduto su un trono che porge rose rosse al pubblico femminile sedutogli intorno. L’edizione del 2006 (la diciannovesima) è dedicata alla memoria delle vittime (le persone quanto la città stessa) dell’uragano che ha colpito New Orleans la scorsa estate; gli ospiti in scena saranno i “Neville Brothers” (Aaron, Art, Cyril e Charles che dagli ’50 macinano hits soul una dopo l’altra), “Irma Thomas” (considerata la Queen of New Orleans e che tutti i giornali davano per dispersa dopo l’uragano), e Davell Crawford (dotatissimo astro nascente della black music vecchio stile). Una cittadina, Porretta, talmente soul da meritarsi un posto d’onore a Soulsville lo Stax (si..la gloriosa Stax) Museum Of American Soul Music di Memphis. Info: www. porrettasoul.com Zanca

dal 21 al 22 luglio Flippaut Festival - Idroscalo di Milano

Tra gli artisti già confermati: Massive Attack, Gotan Project, George Clinton, Parliament, Funkadelic, Paul Weller, Tom Verlaine, Nouvelle Vague, Robocop Kraus, Ig, e tanti altri. Info: www.flippaut.com

dal 27 al 30 luglio Ruffano Tren&blues Festival

La quarta edizione del Ruffano Tren&blues Festival ospiterà Petra Magoni e Ferruccio

Per segnalare il tuo festival estivo scrivi a: redazione@coolclub.it Spinetti, Mr Charles Walker e i Mò Amigo, Joe Castellano e Miss Keish & Charles Walker

dal 29 al 31 luglio Giovinazzo Rock Giovinazzo (Ba)

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Info: www.giovinazzorock.it

dal 4 al 6 agosto Pollino Music Festival - San Severino Lucano (Pz) Info: www.pollinomusicfestival.it

14 agosto Salento Summer Festival

Sizzla (molto probabilmente) e Antony B (foto) saranno i protagonisti della sesta edizione del Salento Summer Festival che in questi anni ha ospitato i migliori nomi del reggae mondiale ma anche del rock, del metal e della scena indipendente italiana. L’anteprima è fissata per il 30 giugno con Buju Banton. Info www.salentosummerfestival.it

dal 21 al 27 agosto Ferrara Buskers Festival

Diciannovesima edizione per la rassegna non competitiva dei migliori musicisti di strada del mondo. In termini di tradizione e dimensione è il più importante festival di questo genere. Ogni anno l’organizzazione invita a proprie spese 20 gruppi, ma a questi se ne aggiungono molti altri. Info: www.ferrarabuskers.com

dal 23 al 27 agosto Ariano Folk Festival Irpino(Av)

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Ariano

Info: www.arianofolkfestival.it

dal 2 al 3 settembre Rock in Idro - Idroscalo Milano Info: www.rockinidro.com


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MUSICA

giovedì 15/ Salento Negroamaro a Galatina (Le) L’Africa verso il Social Forum di Nairobi 2007 è il titolo del convegno che alle 18.00 presso i padiglioni della Fiera di Galatina inaugura ufficialmente Salento Negroamaro, rassegna delle culture migranti della Provincia di Lecce, quest’anno interamente dedicato all’Africa. L’articolato programma comprende musica, cinema, libri, premi, teatro, arte. La direzione artistica delle tre sezioni principali, ed è questa la grande novità di quest’anno, è stata affidata ad altrettanti artisti africani. Il musicista del Congo Lokua Kanza ha messo in piedi un cast che racchiude varie generazioni di musicisti africani da Femi Kuti a Youssou n’dour, da Dobet Gnaorè alla grande Cesaria Evora. La sezione teatro sarà diretta invece dall’attore senegalese Mandiaye N’Dyaie. Il produttore Toussaint Tiendrebeogo affiancherà Paolo Pisanelli nella selezione delle pellicole che parteciperanno alla terza edizione del Cinema del Reale, organizzata a Galatone (dal 17 al 21 luglio) da Big Sur. All’incontro di inaugurazione parteciperà anche il sindaco di Nairobi Dick Wathika. Alle 21.30 la festa si sposta in Piazza San Pietro con il concerto dell’ensemble keniota Big Matata & Nyamulo Tradicional Dancers che proporranno il loro mix tra safari, soul, reggae, pop e funky. Ingresso gratuito. Info 800242815. giovedì 15/ Paolo Conte a Bari venerdì 16/ Sound res a San Cesario di Lecce

Concerto di apertura per la terza edizione della residenza, festival e scuola estiva di musica contemporanea organizzata

da Loop House, in collaborazione con Coolclub, con la direzione artistica di David Cossin e Alessandra Pomarico dedicata alle percussioni. Sul palco Glenn Kotche (batterista dei Wilco - nella foto), lo stesso David Cossin, River Guerguerian, Maisar Ndiaye e i salentini Vito De Lorenzi e Dj Trinketto. Sarà proiettato anche il docufilm Sound Res: i giorni del suono di Ippolito Chiarello e prodotto dalla Prometeo Video. Ingresso gratuito. Info su www.soundres. com, 0832303707. sabato 17 / Sound res a San Cesario di Lecce Dopo la presentazione il confronto musicale di Sound res entra nel vivo. Il Palazzo Ducale di San Cesario ospita infatti due workshop (dalle 17 alle 20). Glenn Kotche, batterista statunitense anima dei Wilco e di molte altre esperienze musicali, presenterà “Un nuovo approccio alla batteria con molteplici percussioni. Il Kecak Balinese negli assolo di batteria. Sfide e soluzioni nello studio di registrazione”. Il dj salentino Trinketto esplorerà le “Possibilità del turn table”. sabato 17 / Adel’s ad Erchie (Br) lunedì 19 / Sound res ad Arnesano (Le) Secondo appuntamento con la scuola estiva di musica contemporanea di Sound res. La Sede università di Arnesano (dalle 17 alle 20) ospita i seminari di River Guerguerian (Guida all’ascolto profondo. Come far risuonare i tamburi. Le percussioni dal mondo e la batteria etnica) e Vito De Lrenzi (Percussioni, tamburelli e tammorre, batteria. L’evoluzione della tradizione tra musica popolare e sperimentazione). martedì 20 / Sound res a San Cesario La Cooperativa Solidarietà Salento di San Cesario di Lecce ospita (dalle 17 alle 20) l’ultimo workshop inserito nel programma di Sound Res. mercoledì 21/ Fiera della musica a Cursi (Le) In occasione del solstizio d’estate in tutta Europa si celebra la Festa della Musica, nata nel 1982 a Parigi. Il Centro di produzioni musicali Dilinò di Muro Leccese, in collaborazione con il Comune di Cursi e Quisalento ha pensato quest’anno di far coincidere questa Festa con la Prima fiera della musica che prevede mostre, show-case, musica live, dibattiti, merchandising delle maggiori produzioni


CoolClub.it indipendenti salentine. Un’idea che cerca di unire in un programma di appuntamenti e manifestazioni a partire dal primo pomeriggio le maggiori produzioni salentine che negli anni hanno realizzato progetti e prodotti “made in salento” nell’ambito musicale esportandoli anche oltre i propri confini locali. Chiunque fosse interessato ad aderire alla Fiera della musica, esponendo i propri lavori e progetti all’interno della mostra-mercato può rivolgersi entro il 15 giugno a: Centro Dilinò, v.comm. Luigi Maggiulli,12 – 73036 - Muro leccese (Le), tel. 0836/341153 – cell. 348/0442053; e-mail: centro@dilino.com. La fiera, nelle Sale di Palazzo De Donno a Cursi, è aperta al pubblico a partire dalle ore 17.00. Ingresso libero giovedì 22/ Crifiu a Vaste (Le) giovedì 22/ Superpartner e PensierinVolgare al Parco della Grottella di Copertino (Le) PopLab musik organizza un interessante evento con le sonorità raffinate dei Superpartner e il rock in dolce stilnovo dei PensierinVolgare. A seguire selezioni indie, rock, drum n bass. Ingresso gratuito. giovedì 22/ Sound Res band al Rettorato di Lecce Dopo dieci di giorni di prove, incontri, scambi sonori e culturali la Sound Res band, composta dai musicisti che hanno partecipato alla residenza artistica di San Cesario, presenterà i suoi inediti in un concerto unico. Glenn Kotche (batterista dei Wilco), il direttore artistico David Cossin, il canadese River Guerguerian, il senegalese Maisar Ndiaye e i salentini Vito De Lorenzi e Dj Trinketto proporranno una esibizione coinvolgente e rumorosa, ricca di percussioni tradizionali africane e salentine, batterie e nuovi strumenti costruiti per l’occasione. L’appuntamento, che rientra nel programma della rassegna Salento Negroamaro della provincia di Lecce, è nell’atrio del Rettorato di Lecce. Inizio ore 21.30. Ingresso gratuito. Info su www. soundres.com, 0832303707. venerdì 23/ Municipale Balcanica a Bitetto (Ba) venerdì 23 e sabato 24/ Festival dei Musicisti, dei dj e dei vj di strada a Lecce Salento Negroamaro ospita nel Centro Storico di Lecce la poliedrica carovana del Festival dei Musicisti, dei dj e dei vj di strada,

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organizzata dall’associazione culturale Altreforme. Tra gli ospiti Son 3 (Spagna), Capoeira de saia (Brasile), Taffetas (Burkina faso), Tamales de chipil (Italia), Narod (Italia), Jorge y Miguel (Galizia), i salentini Scientist&Cynic e i dj Pascal Kleiman (Francia), e David Avramov (Israele). È prevista anche la partecipazione del vj newyorkese Kyle lyons. venerdì 23/ Dixieland all’Out LIne di Lecce sabato 24/ Salentu Reggae a Sogliano cavour (Le)

La lunga estate salentina del reggae si apre con Rankin Lele, Krikka reggae e Franziska protagonisti della serata Salentu Reggae, organizzata da Mediterraneo Production e Pagano Movement con il patrocinio del Comune di Sogliano Cavour. Salentu Reggae è l’anteprima della sesta edizione del Mediterraneo Festival che il 4 agosto vedrà la partecipazione di Carmen Consoli. Per informazioni e iscrizioni www. mediterraneofestival.it Venerdì 30/ Salento Summer Festival-Buju Banton a Otranto (Le) Il grande reggae internazionale è ormai il marchio di fabbrica del Salento Summer festival, organizzato da Alta Fedeltà Produzioni, giunto ormai alla sua sesta edizione ed affermatosi come uno dei più importanti appuntamenti estivi del Sud Italia. L’anteprima del festival è nel fossato del Castello di Otranto con il concerto/evento di Buju Banton (già ospite acclamato nell’edizione 2004), portavoce in tutto il mondo della nuova scena reggae jamaicana considerato il diretto erede di Bob Marley. In apertura i salentini SteeLa. Ingresso 12 euro. Per informazioni www. salentosummerfestival.it domenica 2 luglio/ Julia Sarr (Senegal) al Castello di Otranto (Le)

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Due stRaNieRe iN paRadisO di Roberto Cesano

“Perlomeno ho imparato che non è facile trovare un rifugio fuori, né calore dentro di sé. E senza amore, noi non siamo che stranieri in Paradiso”: con queste parole esordisce Strangers in Paradise serie di punta del fumetto indipendente statunitense, scritta ed illustrata da Terry Moore e che ha conquistato un importante spazio all’interno di un mercato dominato dalle major Marvel e DC. Le “due straniere in Paradiso” Francine e Katcho (Katina Chovanski) sono due giovani donne unite da un forte legame d’amicizia che, potenzialmente, potrebbe sfociare in una relazione amorosa. Vicine sin dai tempi del liceo, le ragazze vivono assieme nella Houston (USA) dei giorni nostri (città industriale distante anni luce dalle patinate New York e Los Angeles) pur essendo completamente differente: Francine è sensibile ed insicura a causa della sua incapacità a gestire i rapporti con gli uomini ed alle continue oscillazioni del suo peso; Katchoo è irascibile, abituata a risolvere a suo modo ogni situazione. Nel suo passato vi sono violenze, alcolismo e prostituzione da cui è uscita ad un prezzo carissimo e con l’ eredità d’un odio feroce verso il genere maschile. Due personaggi, dunque, “straordinariamente” comuni assurgono a protagoniste d’un fumetto che, grazie all’estro di Moore, strega il lettore attraverso vicende cariche di una struggente, briosa umanità. Non vi sono eventi epici in Strangers in Paradise ma quotidianità, vittorie e sconfitte, catarsi e separazioni ed una forte critica alla società americana ossessionata da una alienante corsa al successo; perduta in una costante ed, a volte infruttuosa ricerca del proprio io e dell’amore, inteso come esperienza di totale fusione con l’altro. “Una volta tutto mi era chiaro... Quando tutto quel che facevo e dicevo era giusto per quella che credevo di essere... Mentivo... Il fatto è che ho paura di scoprire chi sono veramente” riflette Francine contemplando Katchoo dormire, chiedendosi cosa provi realmente per lei e quale sia la sua identità più profonda. Moore affronta l’argomento sessualità con un tono lieve: Francine e Katchoo non sono gay soltanto due persone che desiderano essere amate al di là dei rigidi schematismi

maschile/femminile/gay. Tra loro c’è David, un efebico ragazzo che prova un dolce sentimento d’amore per la “virile” Katchoo, riconoscendo in lei la ragazzina ferita che si cela dietro la sua parvenza di dura. La stessa Francine è attratta da lui, pur non riuscendo a dimenticare l’ex fidanzato, il donnaiolo impenitente Freddie. Desiderio, passione ed incertezza sul futuro, scandiscono il ritmo degli episodi, illustrati con un efficace bianco e nero ed un tratto ispirato alle “strips” popolari della tradizione americana. Moore incastona i disegni in vignette dal taglio cinematografico, per poi lasciarli esplodere in immagini a tutto campo, utilizzando spesso dissolvenze filmiche, strazianti monologhi interiori che ci trasportano visivamente nel mondo interiore delle nostre “eroine”, ed alternando uno stile grafico più convenzionale ad espressioni più sperimentali. I virtuosismi del fumettista gli hanno procurato alcuni riconoscimenti tra i quali l’ Eisner Awards, il più prestigioso premio fumettistico che prende il nome da uno dei maestri di tale medium Eisner. Grazie a questi riconoscimenti e ad un grosso seguito di fan Terry Moore è riuscito ad autofinanziarsi la produzione di Strangers, liberandosi ancor di più dalle rigide regole dell’editoria USA che soffocano la creatività degli autori in nome del profitto e dei gusti del grande pubblico. Moore è un “outsiders” al quale non importa imbonire i lettori; li emoziona con un comic tenero e dissacrante libero da false retoriche e pietismi anche nell’affrontare temi controversi quali l’Aids, l’eterno conflitto tra i sessi e tra il cuore e la ragione. In Italia la serie ha avuto una vita editoriale piuttosto movimentata. I primi (introvabili) volumi cartonati sono stati pubblicati dalla Castelvecchi per poi passare a Macchia Nera, alla defunta Lexy Production, sino ad arrivare alla “piccola” casa editrice Free Books che, contemporaneamente alla pubblicazione del materiale inedito sempre in volumi cartonati sta ristampando le prime storie in edizione pocket da edicola (Bimestrale 2,40 euro). Se rovistando tra fumetti d’ogni genere doveste trovarne una copia acquistatelo; è assicurata una buona lettura.

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Coolclub.it n.26 (Giugno 2006)  

Figli dei festival è il titolo del numero di giugno interamente dedicato ai festival musicali dell\\\'estate. In copertina Sziget festival!

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