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anno III numero 32/33 dicembre 2006 gennaio 2007

poste italiane spa spedizione in abbonamento postale DCB 70% Lecce


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“Abbassa la tua radio per favor, se vuoi sentire i battiti del mio cuor” (Bracchi, D’Anzi 1940) Silenzioso slow più conosciuta come Abbassa la tua radio è una canzone d’amore, censurata al tempo perché sembrava invitasse all’ascolto di Radio Londra, emittente bandita durante il periodo fascista per il suo taglio “diverso”. Abbassa la tua radio è anche il titolo di un disco di Stefano Bollani che rivisita squisitamente alcune canzoni della nostra musica leggera del passato. Abbassa la tua radio è anche il titolo del numero di Coolclub.it che state sfogliando. Ci siamo sempre un po’ sentiti il giornale delle radio. Più o meno tutti nel collettivo abbiamo un passato o un presente in radio, molta della nostra formazione musicale parte e si nutre dalla radio. Di mitiche trasmissioni, di voci che ci hanno fatto innamorare della musica. Moltissimi dei nostri collaboratori si muovono nell’etere (Ciccio Riccio, Primavera Radio, Contro Radio, Rete Otto, Radio Città Futura, Radio Capital, Repubblica Radio, Radio Paz). Un compleanno, quello delle radio libere, ci ha spinto a dedicarle questo numero. Ad alcuni sembrerà un mezzo desueto, passato, ma è con un certo orgoglio che registriamo che la radio non è mai passata di moda, anzi, oggi più che mai, raccoglie ascolti record. Perché ha saputo tenere il passo con i tempi che cambiano, si è evoluta, ha esplorato e trovato casa in nuovi canali (ultimo la rete). E anche perché la radio è da sempre e sempre sarà vicina, calda, familiare, poco invadente. Per me è stata sempre un rifugio, nelle notti insonni una voce che come me non dormiva tenuta sveglia dalla passione. A ognuno la sua radio, ce n’è veramente per tutti i gusti. Abbiamo provato a offrirne un campionario attraverso le voci (mai come in questo caso parola azzeccata) dei protagonisti. Quella di Antonello Dose co-conduttore del Ruggito del Coniglio (in onda su Radio Due), quella di Alessio Bertallot (B-Side su Radio Deejey) e di Enea Roveda direttore di Life gate. Abbiamo esplorato il passato e il presente della radio anche attraverso le parole di chi della radio ha fatto la storia, il nostro amico Giancarlo Susanna (mitica voce di Rai stereo notte), ma anche il suo futuro con una panoramica sul fenomeno del podcast e delle radio on-line. E poi ancora interviste con Sodastream, Franklin Delano, Marlene Kuntz, Casino Royale e soprattutto Gianmaria Testa, al quale abbiamo dedicato la copertina, che sarà in concerto a Lecce e Bari (21 e 22 dicembre). Si avvicina il Natale e gli scaffali dei negozi straripano di dischi. Noi abbiamo selezionato per voi le nostre scelte, i nostri consigli all’acquisto. E come ogni mese, lo abbiamo fatto anche per i libri e i film. Settimane, le prossime, piene di appuntamenti. Abbiamo cercato di segnalarne il maggior numero possibile. Questo numero di Coolclub.it come ogni anno, questo è il quarto, è doppio. Ci ritroverete in giro a febbraio. Nel frattempo si apre la nostra campagna abbonamenti. Se volete che questo giornale continui ad esistere regalate un abbonamento a Coolclub.it alle persone a cui volete bene. Io che il regalo più bello l’ho già ricevuto non posso che augurarvi un nuovo anno pieno di amore, di felicità e di amicizia. Buona lettura. “Abbassa la tua radio per favor, perché io son geloso del mio amor” Osvaldo Piliego

CoolClub.it Via De Jacobis 42 73100 Lecce Telefono: 0832303707 e-mail: redazione@coolclub.it redazione_bari@coolclub.it Sito: www.coolclub.it Anno 3 Numero 32/33 dicembre 2006/gennaio 2007 Iscritto al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n.844 Direttore responsabile Osvaldo Piliego Collettivo redazionale Dario Goffredo, Pierpaolo Lala, C. Michele Pierri, Cesare Liaci, Antonietta Rosato Hanno collaborato a questo numero:Giancarlo Susanna, Dino Amenduni, Ilario Galati, Livio Polini, Federico Baglivi, Valentina Cataldo, Giancarlo Bruno, Nicola Pace, Dario Quarta, Camillo Fasulo, Gianpaolo Chiriacò, Gennaro Azzollini, Carlo Chicco, Silvestro Ferrara, Rossano Astremo, Mauro Marino, Raffaella De Donato, Anna Puricella, Sabrina Manna, Maria Grazia Piemontese, Daniele Rollo, Roberto Cesano Ringraziamo Pick Up a Lecce e le redazioni di Blackmailmag. com, Primavera Radio di Taranto e Lecce, Controradio di Bari, Mondoradio di Tricase (Le), Ciccio Riccio di Brindisi, Rete Otto di Lecce, L’impaziente di Lecce, QuiSalento, Pugliadinotte.net.

4 Il fascino discreto della radio 7 Prova un due tre prova

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8 Antonello Dose 9 LifeGate

11 Alessio Bertallot

22 Casino Royale

13 Keep Cool

23 Marlene Kuntz

In copertina Gianmaria Testa (foto M. Caselli) Progetto grafico dario Impaginazione Danilo Scalera Stampa Martano Editrice - Lecce Chiuso tra una diavola e una quattro stagioni, prima di andare a comprare l’aspirinetta. Per inserzioni e abbonamenti: 3394313397

27 Coolibrì 33 Be Cool

41 Gianmaria Testa

43 Appuntamenti 46 Fumetto


F IGLI DEI FESTIVAL

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“Amo la radio perché arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente / se una radio è libera ma libera veramente /piace anche di più perché libera la mente” Nel 1976 la nascente Radio Popolare commissionò – a mo’ di scherzo - un pezzo al cantautore Eugenio Finardi. La radio divenne (ed è tuttora) un vero e proprio inno generazionale per quanti vissero la nascita delle radio libere. A trent’anni di distanza da quell’avvenimento ovviamente si susseguono i ricordi, le mostre, gli appuntamenti e le pubblicazioni per festeggiare questo importante compleanno. In casa Popolare esce, ad esempio, Ma libera veramente, un cofanetto (libro + cd) sui 30 anni della radio milanese edito da Kowalski. Il libro contiene una cinquantina di considerazioni, interviste e una selezione di foto; il cd oltre sessanta minuti di brani tratti dall’archivio di Radio Popolare. Nel 1991 su impulso della storica emittente milanese nacque Popolare Network al quale sono collegate diverse radio locali. La Puglia è rappresentata nel network da Controradio di Bari e PrimaVeraRadio di Taranto e Lecce. Radio libere - ma libere veramente (ed. Malatempora) è un viaggio nella storia e nelle storie delle radio libere, di movimento curato da Mauro Orrico. Molto interessante è l’operazione portata avanti dalla casa editrice Minerva che ha pubblicato un libro Radio Fm 1976-2006 Trent’anni di libertà d’antenna a cura di Peppino Ortoleva, Giovanni Cordoni e Nicoletta Verna che racconta questi trent’anni di libera radiofonia attraverso immagini, aneddoti, interviste, testimonianze e contributi di importanti personaggi legati al mondo della radio. Il cammino è ripercorso dalla Minerva attraverso un’articolata iniziativa che, oltre al volume, prevede anche una mostra itinerante in quindici città (partenza da Bologna e arrivo a Roma) che raccoglie foto, suoni, immagini, musica, jingle, siglie di apertura e di chiusura dei programmi, filmati, oggetti, materiali storici, una galleria cronologica e molto altro, e un sito internet www.30annidiradiofm.it che fornisce tutte le informazioni sul progetto e permetterà un dialogo interattivo tra appassionati ed organizzatori.

È il 1976 e una sentenza della corte costituzionale riconosce la legittimità delle radio private. Prima di questa data potevano trasmettere solo le radio di stato, il resto era illegale, le altre erano radio pirata. Era infatti dalle onde del mare che arrivavano le onde radio libere, l’inglese Radio Caroline a metà degli anni 60 trasmetteva da una nave fuori dalle acque territoriali inglesi aggirando leggi e invadendo pacificamente la terra ferma con le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones. In America già dagli anni 40 le radio private cominciarono a moltiplicarsi, erano le famose radio indipendenti dipinte magistralmente in film come Radio Days di Woody Allen e nel più recente Fratello dove sei dei fratelli Cohen. In Italia, come al solito (pensare che la radio l’ha inventata il nostro Guglielmo Marconi) siamo sempre un po’ in ritardo e, in questo caso, stavamo a sentire cosa succedeva oltre i confini. Negli anni 60 tutti gli appassionati si sintonizzavano, potenza dell’etere, sulle frequenze di Radio Caroline o su quelle della più vicina Radio Luxembourg per sentire il nuovo che impazzava nel mondo. In Rai esperienze di trasmissioni come Bandiera gialla e Per voi giovani aprirono la strada a quella che sarebbe stata una vera e propria rivoluzione. Con l’avvento della banda cittadina (frequenze con

copertura locale) e con l’abbattimento dell’ostacolo tecnico (farsi una radio divenne accessibile ai più) le frequenze radio furono in pochissimo sovraffollate dalle radio libere. Dopo l’entusiasmo iniziale quelle a resistere furono poche e pochissime quelle ad arrivare fino ai nostri giorni: Radio Città futura e Radio Blu a Roma, Radio Popolare a Milano, Radio Alice a Bologna (quella raccontata in Lavorare con lentezza). E ieri come oggi i problemi erano gli stessi. Fenomeni come quello delle radio negli anni 60 a distanza di un ventennio in televisione con la nascita delle televisioni private e ancora circa venti anni dopo con la diffusione di internet. Un momento di improvvisa e inebriante libertà seguito da una necessaria e a volte troppo restrittiva regolamentazione (quella per le radio è la legge Mammì dell’80). La lotta delle radio libere contro la Siae è la stessa che oggi si combatte in rete con il file sharing e gli mp3. La televisione commerciale non è altro che il corrispondente di quelle che a un certo punto hanno smesso di chiamarsi radio libere e sono diventate radio private. In alcuni casi, non in tutti per fortuna, la radio si è piegata alla pubblicità, ai palinsesti imposti, alle scalette di brani scelti dalla classifica e non dal gusto di chi è dietro il microfono. Ma la radio non si è arresa. Accanto a cellule resistenti dell’antenna, ci sono gli


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esploratori, gli avanguardisti del mezzo. Ecco che la radio conquista la rete, i cellulari, gli ipod, cambia e si trasforma pur rimanendo fedele alla sua essenza, quella cantata anche da Eugenio Finardi negli anni 70, il suo essere discreta, mai invadente, ma vicina. Ed è per questo che la radio è di quelle cose vintage che non passano mai di moda. Uno dei motivi è sicuramente il ruolo del pubblico che da semplice ascoltatore diventa consumatore sempre più protagonista. È cambiato il luogo della radio non più solo domestica ma sempre più mobile (metà dell’ascolto della radio è infatti registrato nel cosiddetto drive time, il tempo trascorso in auto). Importante per la radio è tenersi lontano dai codici della televisione, la sua grammatica è diversa. Un fenomeno importante di questi ultimi tempi, inversione di tendenza rispetto al passato, è il rifugiarsi di molti personaggi televisivi in radio (su tutti Fiorello) e anche il grande successo della radio portata in tv. Questo sottolinea sempre di più la longevità del mezzo che ha saputo mantenere in questi anni un rapporto privilegiato con il pubblico, un rapporto stretto, intimo. C’è la magia della voce, c’è una cosa che il bombardamento di immagini e di informazioni ci ha tolto: la fantasia, il sogno. Osvaldo Piliego



ABBASSA LA TUA RADIO

Avete presente il famigerato “blocco dello scrittore”? Quella specie di timor panico che ti prende quando proprio non sai come riempire una pagina bianca? è quello che sto sperimentando adesso, mentre mi sforzo di dare un senso e un ordine ai mille pensieri che la sola parla “radio” porta con sé. Quando ero piccolo – sei o sette anni, fin dove arrivano i primi ricordi – a casa mia c’erano due apparecchi radio: uno era un mobile abbastanza ingombrante, con due sportelli anteriori che celavano quadro e manopole e uno superiore che proteggeva il fonografo, troneggiava in salotto e veniva acceso soltanto in occasioni particolari. L’altro, più piccolo e moderno, era sistemato in cucina: in bachelite bianco crema con un comando per la sintonia che una volta acceso diventava arancione. Era una Emerson, americana come tanti altri oggetti che alimentavano i nostri sogni. Non so dove sia finita, scacciata dal suo posto più familiare dopo l’arrivo di un più maneggevole transistor giapponese, ma nella mia memoria è ancora “la radio” e non è un caso che il modello che ho appena acquistato per la mia nuova casa le somigli moltissimo. A quei tempi non immaginavo certo che un giorno la mia voce sarebbe uscita da un altoparlante quasi identico e che sarei stato io a scegliere la musica da far ascoltare a migliaia di persone. Il mio è uno di quei rari e fortunati casi in cui una pura e semplice passione diventa un lavoro ed è per questo che della radio non riesco a parlare – men che mai a scrivere – in modo distaccato e oggettivo. La radio è stata – ed è ancora – la mia finestra privilegiata sul mondo, quella che ha dato aria e luce alla mia infanzia e alla mia adolescenza, una scuola molto più affascinante e proficua di quella che frequentavo e che come tanti non amavo troppo. Perfino la radio un po’ ingessata (e al tempo stesso più elegante) degli anni ’50 e ’60, la stessa in cui una commissione di censura bloccava le canzoni sgradite a un’Italia provinciale e bacchettona, riusciva a insegnare una quantità incredibile di nozioni. Un esempio? Una serie di sceneggiati in cui Philip Marlowe, il disincantato investigatore creato da Raymond Chandler, aveva la voce bellissima di Arnoldo Foà. Per non parlare di “Alto gradimento”, la trasmissione di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni – con gli interventi surreali e travolgenti di Mario Marenco e Giorgio Bracardi – che cambiò radicalmente il modo di fare radio nel nostro paese. La radio è un mezzo di comunicazione caldo. Puoi ascoltarla facendo altre cose. Non ti impone la sua presenza ma ti accompagna nelle situazioni più varie. Non ti costringe a star fermo. Anzi. Ti spinge a muoverti e a spostarti. Sbagliava chi ha pensato che la televisione l’avrebbe sostituita. Sbagliava chi pensava che Internet l’avrebbe superata. Non solo fa spesso ascolti più cospicui di quelli della tv, ma è entrata in rete allargando il suo raggio d’azione. è il futuro senza perdere nulla del suo fascino romantico. E ogni volta che siedo dietro a un microfono, intenzionato a condividere pensieri ed emozioni con chi ascolta, il bambino ammaliato dalla Emerson in bachelite bianca si sovrappone al vecchio e rodato conduttore. Come se passato, presente e futuro coincidessero per un magico istante. Giancarlo Susanna


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Non è solo una trasmissione radiofonica, è un vero e proprio club, una grande e imponente opera di psicanalisi dell’etere dove tutti chiamano, si raccontano, mettono a nudo vizi e virtù della propria vita, narrano episodi irraccontabili e amori ormai introvabili. Da dodici anni su Radio 2 (mirabile rete che propone anche altre chicche come Fiorello, Caterpillar, Decanter e altre ancora) ogni mattina va in onda il Ruggito del Coniglio, trasmissione condotta da Marco Presta e Antonello Dose. La loro ironia è fulminante, attraverso le storie degli ascoltatori, la lettura semiseria dei giornali, le rubriche più o meno fisse, raccontato l’evoluzione dell’Italia, questo strano paese. Abbiamo fatto qualche domanda al più alto dei due, Antonello Dose. Innanzitutto una domanda di rito. Come e perché nasce il Ruggito del Coniglio? Io e Marco siamo approdati in Rai grazie a Enrico Vaime, che praticamente ci ha insegnato il mestiere. Dopo alcune trasmissioni il 2 ottobre del 1995 lanciammo il Ruggito che doveva essere un contenitore di attualità con le telefonate in diretta degli ascoltatori. La prima puntata avevamo il timore che nessuno chiamasse, poi per fortuna tutto funzionò, le telefonate arrivarono e iniziammo questa avventura. Com’e cambiata la trasmissione in questi anni? In base a quali criteri avete scelto le rubriche? Noi siamo due tipi poco tranquilli che cercano di far divertire il pubblico. Proprio per questo motivo ci piace cambiare e proporre cose sempre nuove. In questi anni abbiamo ideato e proposto centinaia di rubriche diverse; alcune vanno ancora avanti a furor di popolo come Coniglierò o gli Stai su: tutte espressioni che sono entrate nel linguaggio del nostro pubblico. La cosa che è rimasta immutata nel corso delle edizioni è il grande spazio dedicato all’attualità. L’Italia è un paese dove abbondano strane notizie, cose che in altri paesi del mondo non succedono. Ci sono contrasti, nella vita civile e politica, talmente stridenti che è quasi fin troppo facile parlarne. Inoltre un’altra caratteristica che non cambia è la diretta del pubblico. Per il resto Il Ruggito muta continuamente. Il successo è più merito vostro o dei vostri radioascoltatori?

Secondo noi esiste un’Italia migliore. In tante altre trasmissioni radiofoniche e televisive l’ascoltatore suscita una grande attenzione soprattutto se è mostruoso, se ha fatto cose abnormi. Noi cerchiamo invece di far raccontare la vita di tutti i giorni. In essa c’è una sublime bellezza, una voglia di ridere, di scherzare, di sforzarsi alla ricerca del buonumore nonostante i tanti problemi di denaro, di salute, d’amore. Diciamo che nel corso degli anni ci siamo appassionati a questa missione sociale. Qual è la storia più curiosa che ti ricordi? È difficile fare una classifica perché le storie che sono state raccontate sono talmente tante, però ricordo una puntata in cui il tema era “Chiamateci se non vi restituiscono degli oggetti”. Chiamò un uomo che aveva prestato una capra ad un amico e la rivoleva indietro. Il problema è che questo disgraziato l’aveva cucinata e mangiata e non c’era più nulla da fare. In generale però la casistica è molto più interessante delle sceneggiature che mettono in piedi gli autori dei reality show. L’Isola dei famosi mi ha ormai infastidito anzi, dirò di più, credo di non aver mai visto una puntata intera di un reality. Ritengo sia una follia pensare che questi spettacoli siano il più grande risultato della televisione. Secondo me basterebbe mettersi sul balcone di casa per vedere uno spettacolo migliore. È meglio osservare un bancomat che

l’isola. Dalla radio alla televisione. Qual è il tuo bilancio su Dove osano le quaglie, andata in onda su RaiTre? È stata una bella esperienza. Siamo stati molto contenti perché ci siamo divertiti e abbiamo ottenuto buoni risultati di share per i mezzi a disposizione. Cosa ti ricordi delle prime radio libere? Nel periodo del movimento del ‘77 mi ricordo che le radio politiche erano un vero e proprio bollettino di contro informazione. La versione ufficiale, quella dei giornali, delle radio di stato, della televisione, raccontava delle cose e la controinformazione diceva come erano andati i fatti. Una cosa che mi colpì molto avvene durante una manifestazione a Roma. Mi era capitato di assistere ad una carica della polizia e poi di vedere il racconto dei fatti di Bruno Vespa. Era assolutamente una cosa diversa da quella che avevo visto... E della radio di adesso cosa pensi? Il vero problema è che da troppi anni si sta dando poco spazio alla creatività personale. Una curiosità... spesso prendete in giro i brani che mandate in onda... Io e Marco non scegliamo la musica che va durante il Ruggito. Noi subiamo completamente la playlist scelta dalla Rai per uniformare il sound della rete. L’ironia è un nostro modo per interagire con questo obbligo editoriale. Che influenza hanno avuto le radio private nei confronti della Rai? Grandissima. Quando abbiamo iniziato su Radio 1 la radio aveva ancora una estrema formalità, c’era una grande attenzione nei confronti della lingua parlata, l’uso doveva essere quello imposto dall’Accademia della Crusca. Ognuno di noi aveva un libro di regole e di parole da non pronunciare assolutamente. Le cose sono man mano cambiate anche per l’arrivo in radio di gente comune che non aveva competenze di dizione. Noi abbiamo sicuramente contribuito all’abbassamento della soglia di formalità. Quando l’ascoltatore va in diretta poco importa la pulizia linguistica. Negli anni la lingua parlata dalla gente comune è entrata sempre di più nel mezzo radiofonico. Insomma come si direbbe a Roma si è diffuso il “Parla come magni”. Pierpaolo Lala


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Non poteva mancare, in questa nostra panoramica sul mondo della radio, Lifegate, una filosofia assolutamente unica di concepire musica, pubblicità, vita, benessere. Una radio che rispetta l’uomo, l’ambiente in cui vive, il suo ritmo, il suo futuro. Attualmente Lifegate copre Piemonte, Lombardia, Roma e parte del Lazio, trasmette via satellite e si può ascoltare on line tramite il portale (www.lifegate.it). Abbiamo fatto qualche domanda al direttore Enea Roveda. Quale filosofia c’è dietro la radio? Life Gate nasce come radio nel 2001 insieme al portale internet, l’idea alla base era quella di veicolare il nostro progetto, il nostro messaggio, ma anche quello di aziende e privati che condividono i nostri stessi valori. Vale a dire l’eco-cultura, lo stare bene, l’amore per l’ambiente. La radio è un modo per far sapere alla gente cosa si può fare e cosa già si fa per l’ambiente. Questo implica naturalmente la selezione di inserzionisti che siano in linea con i nostri valori. Life gate ha anche un precisa programmazione musicale? Si. Quando abbiamo pensato a una radio, abbiamo esaminato le caratteristiche e le programmazioni di tutte le altre radio e li abbiamo cestinati. Life Gate ha imposto come primo parametro la qualità. Qualità della musica prima di tutto. Spaziando tra i generi (forse l’unico genere che non programmiamo è l’hiphop) cerchiamo di proporre buona musica, suonata da grande artisti, senza tener conto delle classifiche, delle mode, delle ultime uscite. Life gate non è solo radio, ci parli un po’ delle vostre altre attività? Life gate è moltissime cose. Diciamo, per semplificare, che la nostra attività si divide in due grandi ambiti. Il primo è quello che riguarda il network di cui abbiamo già parlato. Oltre al portale internet e alla radio, Life gate produce anche un giornale, un bimestrale in 100.000 copie distribuito ai nostri abbonati e



in tutta Italia. Poi abbiamo una serie di progetti che portiamo avanti. Uno di questi è rivolto alle aziende. Offriamo il nostro aiuto per portarle verso le certificazioni sociali e ambientali. C’è poi Impatto 0 e Lifegate energy. Impatto 0 è un’iniziativa rivolta alla compensazione dell’anidride carbonica prodotta. Ognuno di noi produce anidride carbonica, la si produce leggendo un libro, la produce un’industria come un’auto. Per compensare Life Gate riqualifica e protegge aree boschive. Lifegate energy è invece indirizzato alla scoperta e all’utilizzo di nuove fonti di energia rinnovabile. Ma Lifegate è anche molto altro. Potete scoprirlo visitando il nostro portale. Come vi ponete nei confronti dei palinsesti frenetici delle altre emittenti? Noi crediamo di fare una radio avanti rispetto alle altre. Cerchiamo con i nostri ritmi di seguire quello della gente, le sue esigenze. È per questo che i nostri spazi pubblicitari non superamo mai il 5% della programmazione. La pubblicità è affidata a un’unica voce senza ricorrere a effetti speciali. Credete di rivolgervi a un pubblico di nicchia Beh, dipende cosa intendi, a Milano a breve dalla nostra messa in onda abbiamo raggiunto il 13% di share, un dato che ha posto la altre radio nella condizione di accodarsi al nostro stile. Ho letto di una trasmissione on the road, ce ne parli? Sempre nell’ottica di un continuo cambiamento abbiamo realizzato questa trasmissione in collaborazione con Kia Motors. Una monovolume adattata a studio mobile percorre l’Italia, l’ospite sceglie una playlist ispirata dal viaggio. Questa insieme ad altre fa parte di una nuova rivoluzione in corso nella radio. Per il futuro prevediamo l’incremento della parola, stiamo pensando a piccoli programmi parlati, il nostro obiettivo è riuscire a dare la visione, riuscire a dare all’ascoltatore la suggestione delle immagini. Osvaldo Piliego


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Per nostra fortuna, Alessio Bertallot non disdegna il sud Italia. Affatto. E così lo abbiamo incontrato a Bari, allo ZenzeroClub, l’11 novembre, prima del suo set. Dj poliedrico (lo dimostra il suo programma, B-Side, in onda su Radio Deejay dal lunedì al giovedì, dalle 21 alle 22.30) e artista di talento (ha vinto un premio della critica nel 1992 a Sanremo con gli Aeroplanitaliani, con la canzone Zitti zitti in cui imponeva alla platea 30 secondi di silenzio assoluto durante l’esibizione), le sue considerazioni sul mondo della radiofonia e più in generale sulla musica, possono rappresentare un interessante motivo di dibattito sullo stato di salute del “sistema” oggi in Italia. La tua presenza qui oggi è veramente una fortuna. Probabilmente saremmo venuti comunque a intervistarti, a sentire la tua, ma il fatto che Coolclub.it di questo mese abbia come tema la radio ha reso quest’intervista pressoché “obbligata”. A proposito di radio, qual è lo stato di forma della radiofonia oggi in Italia? La situazione non è delle migliori, il problema maggiore è legato all’assenza di creatività. Si sacrificano sempre di più la musica, in nome dell’intrattenimento, e l’originalità. Non ci sono più linee editoriali specifiche, e così ne risente la qualità generale. Tutto questo, poi, annulla di fatto la personalizzazione della radio: le emittenti hanno palinsesti troppo simili. E la crisi della Tv generalista, di cui tanto si parla? Pensi che ci sia qualcosa di simile tra i due fenomeni? Un altro difetto della radio di oggi è che insegue troppo la televisione, perciò non è difficile riscontrare analogie, anche in senso negativo. La tv è lo specchio della società, ma di una società fittizia, in cui la gente crede di potersi immedesimare, ma in fondo non accade mai. E in questo circuito è stata travolta anche la carta stampata, che infatti appare sempre più

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interessata ad aspetti come il gossip.. E allora perché non ci vai tu in televisione? Sono oramai quasi 10 anni che non fai nulla in tivù… (l’ultimo programma, Alt-Mtv è andato in onda su MTV nella stagione ‘98-99) Sono io che non interesso alla televisione! (sorride). Di musica si parla sempre poco, e la musica che si può sentire in tv è sempre mainstream. Tornando alla radio, su Radio Deejay, dove lavori, nasce il “Deejay Store” (e-store per il download, legale e a pagamento, di mp3): che idea ti sei fatto su questa enorme novità? La pensi più come un’evoluzione o un’involuzione? Io la vedo come una cosa tutto sommato positiva, come una potenziale evoluzione. Immagino una vera e propria “triangolazione” tra radio, musica e informazione. Inoltre, gli utenti diventano protagonisti: lo diventano soprattutto perché sono coinvolti sotto l’aspetto emotivo, perché possono ascoltare una canzone di una specifica tracklist come quella del mio programma, possono apprezzarla e scaricarla immediatamente. Questo è potenzialmente un passo in avanti, mentre un’idea come il “Deejay Store” non porterebbe niente di nuovo se si distribuissero solo pezzi “mainstream”. Il tuo programma in radio vede da 23 anni un forte aumento della musica italiana in scaletta. Questo dipende da una tua scelta stilistica a monte oppure in Italia oggi si produce così tanta buona musica che quasi si è “imposta”? La prima…purtroppo. Non vedo grandi progressi nella musica italiana in questo ultimo periodo. Siamo storicamente ancorati a un modo provinciale di fare musica, anche se per fortuna le eccezioni non mancano. In questo senso il tuo ruolo è ritenuto da molti determinante: si attribuisce a te il merito di aver scoperto talenti indiscutibili

come Amalia Grè, Ivan Segreto, Diego Mancino (gli ultimi due saranno in concerto al Teatro Antoniano di Lecce rispettivamente il 13 gennaio e il 19 maggio NDR)… magari questo può aver creato un circuito positivo… Magari! Sarebbe bello sapere che in Italia qualcuno fosse stimolato a creare prodotti di qualità per il solo fatto che possa essere io a passarlo un giorno in radio.. Dopo aver parlato dei massimi sistemi, parliamo un po’ di te…mi rendo conto che questa domanda, fatta da me che ho poco più di 20 anni, ti farà sorridere; comunque, cosa vuoi fare da grande? (effettivamente sorride)…vorrei addestrare un cane da tartufo! Attività redditizia…e nel mondo della musica? Ti sei mai immaginato come produttore, ad esempio? Si, mi immagino come produttore, ma di certo non oggi: ci vuole pazienza e passione, tanta e tale da privarti del sonno la notte, e ora come ora non ci sono questi presupposti. Magari in futuro si, mi piacerebbe, a condizione che si lavori su qualcosa di realmente originale…già come DJ mi sforzo di divulgare cose nuove, non vedo perché non dovrebbe essere così da produttore. Suggerisci ai lettori un cd in uscita che merita di essere ascoltato. Sicuramente Biscuits for Breakfast di Fink, l’ultimo cd di Trentmoller, Last Resort, perché questo dj tedesco tratta l’elettronica come pochi altri e poi, per la musica italiana, vi suggerisco I Cosi: fanno musica di stampo anni ‘60, ma in modo assolutamente originale! E se dovessi suggerire un classico? Scelgo Blue Lines dei Massive Attack! Dino “doonie” Amenduni


Keep Cool

Pop, Alternative, Metal, Elettronica, Lounge,Italiana, Indie

la musica secondo coolcub

Tom Waits

Orphans Anti blues (?) / ***** Un flusso sonoro che si dipana per tre cd attraverso più di cinquanta canzoni, per un totale di oltre tre ore di musica. Il ritorno di Tom Waits ha, se volete, un aspetto seminale. E non tanto per la quantità di canzoni, per buona parte assolutamente inedite, quanto perché Orphans è a tutt’ora lo strumento più utile per comprendere uno dei massimi autori di canzoni che gli Usa abbiano partorito nell’ultimo mezzo secolo. Ogni sfaccettatura, ogni sinistro angolo dell’arte sconfinata dell’orco di Pomona confluisce in questa opera, che risponde in maniera esauriente alla domanda (in forma di canzone) che ci poniamo ogni qual volta ci accostiamo ad un suo nuovo disco: tell me, who are you this time? Bene, Orphans ci dice che Tom Waits questa volta è tutti e nessuno, e uno e trino. E lo spaventapasseri e il blues, e l’attacco di cuore e il cane randagio, e l’essere più dolce del pianeta e il più meschino cantore di postriboli. I tre cd che compongono Orphans, accompagnati da un sontuoso booklet di 90 pagine (ma inspiegabilmente avaro di notizie), hanno un titolo che chiarisce il loro contenuto: Brawlers, vale a dire

attaccabrighe, che contiene molti dei blues e degli stomp che hanno reso unico il suo stile; Bawlers, cioè urlatori, che comprende le ballate notturne ed esalta il lato squisitamente crooner del nostro; Bastards, che non ha bisogno di traduzione e che racchiude gli esperimenti più estremi, musica che puzza di zolfo, blues cubisti, reading e preghiere cavernose. Vale a dire, i molteplici aspetti della sua arte. Coadiuvato come sempre da Kathleen Brennan (dietro ogni grande uomo c’è una grande donna diceva qualcuno) Waits in questa monumentale opera raccoglie di tutto, dalla musica scritta per i film o il teatro ai cosiddetti ‘scarti’, che però in questo caso sono materiale di elevatissima fattura: ci sono melodie, arrangiamenti o semplici trovate che valgono la vita intera di sedicenti cantautori pop incensati dalla critica. Dai rantoli che diventano tappeto sonoro agli arrangiamenti mai banali suonati dal solito nugolo di musicisti strepitosi, sino alle melodie maestose che Waits sembra tirare fuori dal suo cilindro senza alcuna difficoltà, anche quando si tratta di … ehm, appunto… scarti. Citare qualcosa è assai arduo perché ogni singola

traccia di questo Orphans è al contempo paradigmatica e insufficiente a descrivere un’arte così complessa e affascinante: Little Drop of Poison, Widow’s Grave, Down There Down The Train (scritta per Johnny Cash), Road To Peace (un Waitspolitico che sentiamo di rado), Lucinda, Lie To Me… e poi Ramones, Brecht/Weill, Leadbelly, Biancaneve e i Sette Nani, Woyczek, Bukowski, Kerouac e tanto altro ancora. Sembrano mostriciattoli e sono solo canzoni. Di quelle che mordono, graffiano, seducono. Canzoni che fanno venire il mal di pancia, le eruzioni cutanee e gli eritemi. Canzoni che, per dirla con le parole di Tom, “sono dure e tenere. Rumbe e sirene, tarantelle sugli insetti, madrigali sull’annegamento. Canzoni orfane impaurite e dirette, che parlano di estasi e di malinconia. Canzoni che sono cresciute in modo difficile. Canzoni di origini dubbie ritrovate dal destino crudele ed ora lasciate sole a desiderare qualcuno che si prenda cura di loro”. In nessun caso - ed è quello che più conta - canzoni che lasciano indifferenti. Ilario Galati


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Joanna Newsom

Ys Drag City/Wide Folk / ****

All’età di otto anni Joanna decise di imparare a suonare uno strumento particolarmente difficile e fuori moda, l’arpa. La scelta fu consigliata probabilmente dal padre, chitarrista, e dalla madre, polistrumentista. Con gli anni sono arrivate le prime esperienze in alcuni gruppi musicali come cantante e tastierista (Golden Shoulders, The Pleased). Dopo due ep autoprodotti finalmente nel 2004, all’età di 22 anni, arriva l’album di debutto, The Milk-Eyed Mender, folk e rock in dodici canzoni di buon livello. Ora, a distanza di due anni, ritorna sulla scena con Ys, un disco in cui davvero nulla sembra sia lasciato al caso. Di rock questa volta ce n’è ben poco, sono il cantautorato ed il folk a dominare. Importanti collaborazioni hanno contribuito a questa realizzazione: Van Dyke Parks (per l’arrangiamento e l’orchestrazione), Steve Albini (engineer) e Jim O’Rourke (produttore). In Ys vengono proposti cinque brani di notevole lunghezza (la media è intorno ai 10 minuti), ci troviamo davanti scenari incantevoli e delicati, lontani nel tempo, tra la magia dei suoni e la poesia delle parole. La voce splendida di questa giovane cantante impreziosisce e caratterizza in maniera ulteriore un lavoro pregevole dal punto di vista della composizione. Non c’è che dire, un ottimo album. Livio Polini

Sufjan Stevens

Songs for Christmas Asthmatic kitty records/ Promorama Christmas song / ***

Che a Sufjan Stevens le cose semplici non piacciano lo avevamo già capito. Da un po’ di tempo porta avanti l’assurdo progetto di raccontare in musica i 50 stati americani (ne abbiamo già parlato in occasione di Come on feel the Illinoise, Coolclub n. 17, ndr). Quando ha un po’ di tempo, magari durante le vacanze di natale, ne approfitta per fare musica con gli amici. Il risultato sono dei dischetti registrati dal 2001 ad oggi, prima riservati a un pubblico di pochi sparsi per il mondo, oggi pubblicati in un generoso cofanetto. Un vero e proprio regalo con tanto di libretto a cura del grande romanziere Rick Mooody e molte altre chicche da scoprire. Ai brani della tradizione come Jingle bells Sufjan affianca sue composizioni originali. Difficile dare un giudizio artistico al lavoro. L’idea, anzi

lo spirito che si coglie, è quello della festa e dell’amore per le persone care. Dolce, arioso e intimo, riesce a conciliare convivenze iperboliche di strumenti a intermezzi che scavano nella tradizione americana. Non mancano uscite di pop raffinato in bilico tra Burt Bacharach e Brian Wilson, momenti vagamente jazzy, un po’ di rock (Hey Guys! It’s Christmas time) tutto nel perfetto disordine organizzato tipico di questo folle e un po’ geniale ragazzotto. Osvaldo Piliego

Dave Fishoff

The Crawl Secretly Canadian Indie-Pop / ***

Ritorna Dave Fishoff, dopo l’innovativo The Ox and the Rainbow del 2001, si ripresenta, sempre con la Secretly Canadian, con The Crawl: undici elaborate tracce che lasciano appena intuire il gran lavoro svolto da Dave Fishoff. Fondamentalmente si tratta di pop, quelle musiche che passano in questi ultimi anni nei lettori di chi ama l’indie-pop sporcato

dall’elettronica. Tra le tracce migliori Landscape Skin, Rai, Rain, Gasoline e The Matrimony vine. Si potrebbe definire un disco di geniale ricerca, all’interno della canonicità del pop. Tuttavia dopo ripetuti ascolti il disco non mi lascia del tutto convinto, resto perplesso, e in parte deluso: pur essendo cosciente dell’ottima qualità del lavoro, non riesco a pensare cosa possa dire di nuovo: un altro buon disco che tuttavia rischia di disperdersi nel grande calderone dell’elettro-pop di inizio millennio. Federico Baglivi

South

Adventures in the underground journey to the stars Cooking Vinyl Pop / ****

Un gruppo come i South meriterebbe molto di più e questo nuovo terzo album non fa che dimostrarlo. Tra Londra e Manchester, da una parte gli Stone roses, i New Order, dall’altra i Nada Surf, i Teenage fanclub i South sono un lungo sogno intriso di wave e pop. C’è il cielo prima di un temporale, quello spiraglio in cui filtra un po’ di luce, c’è una romantica malinconia nelle loro canzoni. Questo disco più del precedente recupera l’uso di suoni e strumenti tradizionali e si muove su cadenze dilatate soffi e i cori che si intrecciano agli arpeggi (all’inizio sembrano ricordare addirittura i Birds). Up close and Personal alza un po’ i toni, il clap è delizioso, il ritornello spiazzante. Il resto è un dialogo continuo tra acustico ed elettrico con qualche episodio più danzereccio. Il tutto è dolce, pop, caramelloso... e che male c’è. (O.P)

Ratatat

Classics Beggars Banquet /Self Electrorock / ***

Vengono da New York, precisamente da Brooklyn, ed entrambi in materia musicale non sono proprio dei principianti. Chitarrista l’uno, impegnato


KeepCool spesso in tour con Ben Kweller e con i Dashboard Confessional, amante dell’elettronica l’altro, con già all’attivo alcuni lavori pubblicati con l’Audio Dregs, i Ratatat si sono fatti strada nel vasto panorama musicale americano con il genere faticosamente definibile come electrorock. Dopo un album d’esordio omonimo, composto da undici tracce strumentali in cui l’assenza dell’apporto vocale era praticamente impercettibile, approdano ora al secondo album, Classics e a un tour – letteralmente - mondiale. Se ai loro esordi erano stati gli Interpol a volerli come opening act dei loro show, adesso li ritroviamo nientepòpòdimenocchè in Giappone accanto ai Mogwai. La nuova tournèe di questo duo formato da Mike Stroud ed Evan Mast è iniziata dagli Stati Uniti e Canada e ha toccato Messico, il già citato Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda, per poi ritornare, a fine Novembre, in America e avvicinarsi a noi, con delle date inglesi ed europee a breve consultabili sul sito della band (www. ratatatmusic.com). Li ho scoperti per caso su Internet - e dove sennò? - vagando per blog pieni zeppi di musica e di nomi e ancora adesso continuo ascoltando Gettysburg a ritmo forsennato. Carica, semplice, deliziosamente elettronica. Valentina Cataldo

15

Nikki Sudden

The truth doesn’t matter Sleeping star Rock / ***

The Truth doesn’t matter è il testamento artistico di un eroe vissuto nell’ombra. Nikky Sudden, che alcuni ricorderanno come fondatore degli Swell Maps, è uno di quei musicisti citati come punto di riferimento da band del calibro di Sonic Youth e Rem. Quando un’artista ci lascia, come in questo caso, si fanno le somme su una carriera. Quella di Nikky è trascorsa sotto i riflettori, magari non sulle grandi ribalte, ma una vita dedicata alla musica. Dagli esordi post-punk la sua musica si è via via spostata verso sonorità rock più classiche. Un rock onesto, semplice, che omaggia Bob Dylan come gli Stones, classico, ruvido e dolce. Una voce, la sua, inconfondibile, un amore quello per la musica che trasuda da ogni nota. Nikki Sudden non c’è più, ma la sua musica resterà. (O.P.)

The Drones

Gala Mill Atp / Goodfellas Alt-rock / ***½

Il terzo album degli australiani The Drones prende il titolo dal luogo in cui è stato registrato, Gala Mill, una fattoria nell’est della Tasmania. Interessante, potremmo dire. Paragoni importanti sono stati sprecati per questa band, da Sufjan Stevens ai Tindersticks, da Nick Cave a Neil Young, con un po’ di immaginazione si sarebbe potuto nominare anche il Mark Lanegan dei primi lavori da solista, subito dopo gli Screaming Trees. Ma questa non è una plagio-band, tutt’altro, in primo piano troviamo una forte personalità e carattere di tutti i componenti, a cominciare dai due fondatori del gruppo, Gareth Liddiard (cantante e chitarrista) e Rui Pereira (chitarrista). Malinconia e rabbia elettrica, profondità nei testi, impulsi assassini, rabbia e disperazione, ballate struggenti ed introspettive, paesaggi scuri. Ricchezza e cura nei dettagli, passionalità profonda, viscerale. Unico difetto il nome della band, è un po’ bruttino, ma per il resto sembra vada tutto bene. Per la prima volta troviamo la voce della bassista Fiona Kitschin (in Work For Me), insieme a lei nella sezione ritmica c’è il batterista Mike Noga. Un album abilmente suonato ed arrangiato, rock dalle tinte scure e buone capacità cantautoriali. Livio Polini

Arab Strap

Ten years of tears Chemikal Underground/ audioglobe Rock / ****

In un periodo in cui escono una serie di best off a celebrare carriere e storie infinite ne esce uno a dichiarare la fine di un unione. E non poteva che essere così per un gruppo come gli Arab strap. Alziamo allora il calice e festeggiamo con amara ironia la separazione di questa band che dopo 10 anni di bellissimi album decide di separarsi. E lo fa con Ten years of tears, dieci anni di lacrime, dieci anni di carriera. Dieci anni a raccontare il dolore, il sesso, la tristezza. Tutto con quella sorta di leggerezza di chi alla fine ci beve su un bel po’ di bicchieri. Questo album raccoglie una serie di brani celebri della band, alcuni live, altri riarrangiati, qualcosa manca magari, ma poco importa. Quel che si sente in queste tracce è l’essenza di un gruppo che nel corso di questi anni ha saputo percorrere strade diverse riuscendo a mantenere una coerenza di fondo, un senso profondo, che una nutrita schiera di appassionati ha amato e non potrà dimenticare. Non è la fine. Sicuramente Michael Middleton e Aidan Moffat percorreranno strade diverse ma continueranno a produrre musica. E noi gli saremo vicini. Osvaldo Piliego

Jay-z

Kingdom Come Universal hip-hop / ****

Venga il regno. Sia fatta la sua volontà. “Ho lasciato tutti per primo”, avrà pensato tre anni fa, quando dopo il suo Black Album decise di mettersi dietro una scrivania, diventare amministratore delegato della Def Jam (la sua etichetta), di spendere e spandere in abbigliamento sportivo e nel basket. Nel frattempo tutti si affannavano a piangere il morto prima ancora che fosse


KeepCool

16

Mario Biondi & The high five quintet

Handful of Soul Schema Records

Nu-Jazz / ****

Ascoltare a freddo questo album, dopo che le radio hanno rallentato un po’ la frenetica rotazione giorno e notte, consente di apprezzare il lavoro anche sotto un’ottica più jazzistica. Il quintetto con cui Mario Biondi incide il suo primo album a suo nome è di tutto rispetto; il trombettista Fabrizio Bosso non ha ormai bisogno di molte presentazioni, ha suonato e continua a suonare con i migliori jazzisti a livello mondiale, scopritore di nuovi talenti (vedi il nostrano Andrea Sabatino), batte ormai le strade consapevoli delle grandi tradizioni del passato ma fortemente proiettate al futuro; Daniele Scannapieco (in passato già sassofonista di Dee Dee Bridgewater) impreziosisce le dodici tracce con eleganza e carattere; la sezione ritmica (Luca Mannutza al pianoforte, Piero Ciancaglini al contrabbasso e Lorenzo Tucci alla batteria) crea atmosfere geometriche e profonde e offre la possibilità a voce e fiati di esprimere il meglio. Il lavoro di Mario Biondi rappresenta un punto fondamentale nello sviluppo di questa corrente definita nu-jazz; la larga diffusione di cui sta godendo ha permesso di sdoganare un genere troppo spesso relegato nelle intimissime stanze del jazz oppure bollato superficialmente come musica da cocktail…musicisti come Nicola Conte o Gerardo Frisina che sempre per Schema Records avevano inciso i loro primi lavori, non rappresentano più un isolato esempio di lettura in chiave moderna della tradizione jazzistica, ma rappresentano dei pionieri che con il loro impegno hanno dato la possibilità a validi artisti come Mario Biondi di fare ascoltare a più orecchie possibili un assolo bop. Giancarlo Bruno stato seppellito. Nel frattempo i tributi, nelle parole e nei fatti si sprecavano. Nel frattempo Beyoncè cambiava, diventava star più di quanto già non lo fosse. La fanciulla, che accidentalmente è anche la sua fidanzata, si faceva produrre proprio da lui. Nel frattempo lui contava i soldi che venivano su da soli, superava i 35 anni d’età (siamo arrivati a 37), si presentava in giacca e cravatta a fare il “chiamatemi Shawn” per una famosa pubblicità. Nel frattempo lui pensava a una hall of fame dell’hip-hop mondiale. Nel frattempo corteggiava il pop d’oltre Manica. 21 novembre 2006, il regno è venuto. Tutto ciò che faceva nel frattempo, appare oggi, in un unico album. Just Blaze e Dr. Dre dietro il mixer, John Legend, Pharrell, Usher, Beyoncè, Ne-Yo, e il jolly, Chris Martin dai Coldplay (che, nonostante un inaudito taglio del duetto dal cd di Nelly Furtado, deve averci preso gusto). Applausi per le prime 4 tracce (intro compresa), tutto merito suo e di Just Blaze: la serie finisce col singolo Show me what you got, e sono già tutti pazzi per quel campione che potrebbe tranquillamente venire da una jam session di New Orleans. La città che affogava sotto Katrina. Shawn è potente e lo sa, e così tira le orecchie a Bush sulla questione, campionandolo in Minority Report. Tratta gli ospiti come se fossero a casa loro, in particolare John Legend, protagonista di un’ottima Do U Wanna ride, o la coppia Usher-Pharrell in Anything. Beyoncè fa il suo compitino (che non è mai –ino) in Hollywood. E nel finale, riesci anche a intravedere i Coldplay in Beach Chair. La sua volontà è stata fatta, è vero, è il migliore come dicono in tanti. Lo aspettiamo senza amici e amichetti, per fare, da solo, l’album definitivo. Dino “doonie” Amenduni

Planet Funk

Static Virgin Elettronica / ***

Iniziamo dalla fine, ovvero da una dichiarazione rilasciata dalla band all’uscita dell’album: “un lavoro controcorrente, essenziale, che non ha la minima pretesa di finire ai primi posti in classifica”. Interessante analizzare un prodotto a partire dalle parole di chi lo ha creato. A partire da un concetto inopinabile: l’album non finirà al primo posto. Non perché sia brutto, ma perché sono state operate delle scelte musicali ben precise: per darvi un’idea, la carta “pop” i Planet se la sono già giocata, sparando It’s your time come primo singolo, un singolo rassicurante, che suona proprio così come ce lo saremmo aspettati. È vero, è un lavoro essenziale, un prodotto che appare in maniera lampante come un divertissement da parte dei quattro italianissimi componenti del Pianeta (Marco Baroni, Alex Neri, Domenico Canu, Sergio della Monaca). Ecco, questo è il punto: cantante nuovo a parte (Luke Allen, meno indimenticabile di Dan Black, ma anche più affidabile, a detta dello stesso Alex Neri), c’è poca comunicazione reale tra gruppo e pubblico. Non mi sento di dire che sia un errore, ma a quel punto ti tocca sfornare un capolavoro per mettere tutti d’accordo. E invece abbiamo a che fare con un cd onesto, con un pugno di tracce ben confezionate (Static su tutte), alcuni tentativi di contaminazioni pop, un richiamo alla dance elegante stile Chicane (Running through my head), ma tutte condizionate dalla sindrome da “già sentito”. Anche se alla fine di questo terzo album (storicamente un album difficile), c’è il tentativo di colpo di coda:

la collaborazione con Jovanotti per Big Fish, uno space-dub riuscito solo in parte. Per (de)merito di Lorenzo, che sembra poter esplodere da un momento all’altro, e che invece appare un po’ stretto nel vestitino messo a punto dai Planet: nella parziale incompiutezza, è proprio questa traccia più delle altre, a farci riscoprire il potenziale della musica italiana. Di cui abbiamo tanto bisogno. Dino “doonie” Amenduni

Kelis

Kelis was here hip-hop, r’n’b / ***½

Eclettica per forza. È il suo stile che lo richiede, la sua propensione alla sperimentazione. Se si desse una calmatina o perlomeno sperimentasse un po’ alla volta, saremmo costretti a inchinarci, e invece siamo qui a parlare di un cd che ha letteralmente spaccato in due le critiche. In America tutti d’accordo (pubblico compreso, solo 120000 copie vendute): troppo fumo, poco arrosto. In Europa, da sempre primo mercato della Rogers, classe ‘79, originaria di Harlem, NY, va già molto meglio. Le contaminazioni ci piacciono di più. E così, abbandonati a fatica gli onnipresenti Neptunes, si affida a un cast comunque stellare, capeggiato da suo marito Nas, altro pezzo molto grosso della scena americana, suo partner anche nel prossimo singolo, Blindfold me, (questa piacerà molto in America, scommettiamo?); Cee-Lo, il cantante dei Gnarls Barkley, che conferma, con il suo timbro oramai inconfondibile, il suo stato di grazia in Lil’Star, forse il momento migliore dell’album, in cui sono soddisfatte le voglie soul di Kelis; Will.i.am (ora è lui quello onnipresente), presente in Weekend, traccia assolutamente trascurabile; inoltre c’è anche Linda Perry, ex-Four Non Blondes, che dopo aver prodotto Pink, deve averci preso gusto. C’è anche lo spazio per una metamorfosi, in Peaches precisamente, in I don’t think so: sfido chiunque a distinguerle. E in questo campionario di pezzi unici, che definire eterogenei è comunque un eufemismo, va assolutamente citata la “sfida” brasiliana di Have a nice day: che Sergio Mendes abbia fatto scuola? Lasciata alla fine, ma non a caso, la citazione per il singolo ora in rotazione: Bossy. Al primo ascolto, si rimane perplessi, al secondo già va meglio, dal terzo in poi credo che si impari a memoria in automatico. Un grande merito per una grande artista, capace di giocare con la voce (non entusiasmante, ma eccezionalmente flessibile). È giovane e si farà. Per il momento, invito tutti a fare la caccia al tesoro in questa vera e propria eruzione. Dino “doonie” Amenduni


KeepCool Sly & Robbie

Rhythm Doubles Rootdown/Promorama Ritmi / ***

Quando si parla di ritmo, non si può non parlare di loro. Sly & Robbie, direttamente dalla Giamaica, sono una vera e propria macchina che ha fatto muovere e ballare il mondo. Una carriera lunghissima che ha come base di partenza il raggae e ha sconfinato nei generi più disparati. Basta ascoltare l’apertura di questo Rhythm doubles per testarne l’ecletticità. El Cumbachero, celeberrimo ritmo latino precede l’hip hop di Bounce che ospita Wyclef Jean ex dei Fugees. Nella lunga carrellata di produzioni a firma Sly & Robbie si sprecano le star coinvolte. Da Elephant man, passando per Lady Saw fino al grande Luciano. Trait d’union di questa compilation è il pulsare di basso e batteria. Sly & Robbie sono i migliori e si sente, che si tratti di reggae, raggamuffin, hip-hop o r’n’b, la spinta è sempre incalzante e trascinante. Insuperabili sul beat lento Sly & Robbie sono il motore propulsivo, hanno il sound e il colore dell’Africa, della Giamaica, della metropoli. (O.P)

Node

As God kills Massacre/ Audioglobe Death-thrash / ***½

Il nuovo As God kills si pone subito ad un primo ascolto come degnissimo successore del precedente Das Kapital e come il

17 precedente disco continua ad esplorare, sotto forma di inchiesta, i mali del nostro mondo. Il tema che lega tutti i brani, anche se non ci troviamo al cospetto di un concept, è la guerra. I Node indagano sul perché di tante guerre diffuse in tutto il mondo ed in particolare si chiedono e ci chiedono, per farci prendere coscienza, le motivazioni delle guerre scatenate da una nazione in particolare, cercando di portare alla luce le diffuse conseguenze di queste, cioè le più disparate violenze come gli stupri ed i più atroci e meschini abusi perpetrati alle spalle delle popolazioni inermi. Musicalmente il deaththrash dei Node si è rinnovato portando in superficie il lato thrash, ispirato dalla bay area americana; non mancano incursioni melodiche ed i growls laceranti di Botti, che si conferma cantante e scrittore ispirato. Nuovo elemento formale, nello stile della band è l’inserimento nei ritornelli nelle clean vocals del chitarrista D’Eramo che riescono a dare forte musicalità e fluidità alla scrittura dei brani. Nicola Pace

Khaosphere

Entering The Khaosphere Autoproduzione Metal sperimentale / ***

I pugliesi Khaosphere rappresentano la realtà di un metal che sta cercando assolutamente di cambiare e rinnovarsi, aprendosi alle più svariate influenze musicali. La cosa eccitante e che le influenze prese in considerazione, il più delle volte e nelle maggior parte dei casi, non abbiano nessuna vicinanza storica con gli schemi creativi tipici del rock-metal. Così anche per i pugliesi accade che in Entering the Kaosphere le premesse di metal estremo evocate dalla voce del cantate siano subito smentite dal lavoro musicale dei rimanenti cinque

AA.VV.

Rhythms del mundo Universal Cover / ****

Che c’azzeccano gli Arctick Monkeys con il “mondo” Buena Vista Social Club? E i Coldplay? Si direbbe niente, o quasi. Almeno prima di ascoltare i simpatici inciuci eurocubani, o caraibicoccidentali, di Rhytms del mundo, che qualcosa fanno scoprire. Che è assai piacevole, per esempio, il colore e il calore del romanticismo cubano dato a Clocks dei Copldplay, e alla voce di Chris Martin, non per niente scelta per aprire il disco. È molto divertente immaginare, o veder ballare, le scarpe dei freschissimi Arctic Monkeys (Dancin Shoes) sostenute da passionali battiti latinoamericani. E si inserisce bene pure la voce di Dido nell’orecchiabile One step too far. Ballabilissima, un po’ alla Richard Cheese, è la Modern Way dei Kaiser Chiefs, davvero dolce, è Better Together di Jack Kohnson. E, per dar gloria a tutto, si sporcano di salsa anche le star: U2 (I Still Havent Found What Im Looking Fore), Sting (con la celebre Fragile che diventa Fragilidad). E così via, lungo 16 tracce, attraverso le strade polverose de l’Havana, dove si incontrano voci del posto, ma anche Franz Ferdinand, Radiohead e pure i Maroon 5. Ovviamente immancabili, in due splendidi inediti, Ibrahim Ferrer e Omara Portundo, alle prese prima con i classici occidentali (As time goes by, Killing me softly). Poi, nella bonus track, in duetto, in una Casablanca ancora più immortale. Disco simpatico, e importante, con parte degli introiti Artists Project Earth (APE), l’associazione che sostiene le aree colpite da disastri naturali e cambiamenti climatici. Dario Quarta

componenti del gruppo. Il metal estremo parte, subito colpisce i padiglioni auricolari degli ascoltatori e contemporaneamente il bandolo della matassa si complica, la loro proposta incomincia ad essere celebrale complessa, nasce una fitta rete di complicati arrangiamenti fusion passando poi da lidi free-jazz fino ad arrivare a soluzioni al limite del progressive estremo in stile Sadist. Non aggiungerei altro se non per dire che i K. per le doti creative espresse e per la qualità del suono di registrazione utilizzato nel loro EP auto prodotto, abbiano dimostrato di essere già pronti ad un serio e dignitoso contratto discografico, complimenti. Contatti:www.Khaosphere.net Nicola Pace

Vanden Plas

Christ-O Inside Out/Audioglobe Prog / ***

Ispirato al romanzo Il conte di Montecristo di Dumas, ha finalmente visto la luce il nuovo e più volte posticipato lavoro Christ – O, uno degli album prog più attesi del 2006. E non deludono i Vanden Plas! È in ogni caso fin dall’ormai lontano 1994, anno in cui esordirono con lo splendido Colour Temple, che questa band non sbaglia un colpo. Confesso di aver sempre avuto un debole per questa formazione tedesca che, a mio modesto avviso, meglio di chiunque altro, ha saputo rielaborare in modo molto personale i dettami stilistici impartiti dagli immensi Dream Theater. Forse non saranno mai ricordati come una band originale e, se proprio vogliamo cercare il classico pelo nell’uovo, anche la favolosa scorrevolezza di quest’album è lievemente increspata da qualche rimando fin troppo evidente al combo newyorkese di cui sopra, ma la musica dei Vanden Plas è così intensa ed emozionante che gli si perdona anche qualche piccola caduta di stile. Christ–O rimane, comunque, uno spaccato di prog-metal assolutamente esaltante, quasi un compendio di quanto questo genere abbia offerto negli ultimi quindici anni. Emozionante dal primo all’ultimo istante è anche il lavoro più complesso e appagante che i Vanden Plas abbiano mai composto. Camillo “RADI@zioni” Fasulo

Voivod

Katorz Nuclear Blast/Audioglobe Heavy metal / ****

È triste proporre un album sapendo che questo rappresenta in effetti il testamento artistico di una band. E l’ottimo livello qualitativo di questo lavoro non fa che aumentare il rammarico sapendo anche


KeepCool

18

Beatrice Antolini

Big Saloon Madcap Collective

caleidoscopio sonoro / **** Arriva dalla italianissima Madcap Collective questo nuovo preziosissimo lavoro di indie nostrano. Beatrice Antolini, all’esordio come solista, ci confeziona con Big Saloon un caleidoscopio sonoro in formato digipack. Fa subito impressione leggere la miriade di strumenti suonati tutti dalla ragazza, una polistrumentista a tutti gli effetti. Sin dai primi minuti di ascolto si è immersi in un mondo di psidechelia circense di trapezisti e equilibristi, cowboy, topolini e scimmiette, fenomeni da baraccone e personaggi fiabeschi... un genere indefinibile, come assistere a un grande abbuffata di film comici di inizio secolo mista alle sventure di Willy, il coyote. Tra le tredici tracce del disco è stupefacente Topogò, ideale per una festa di topolini. Per questo lavoro, Beatrice Antolini si avvale anche dell’aiuto del Jennifer Gentle Marco Fasolo che lascia la sua impronta. In definitiva un gran bel disco, fantasioso e fantastico, per i momenti più allegri delle nostre giornate. Federico Baglivi. che non potrà mai più esserci un futuro nell’evoluzione del gruppo. Katorz è la quattordicesima uscita del mostro Voivod e ruota tutto attorno alla chitarra di Denis “Piggy” D’Amour. Non potrebbe essere altrimenti visto che il processo creativo si è sviluppato proprio seguendo le istruzioni dettate dallo stesso musicista fino a poche ore prima della sua dipartita. Scomparso la scorsa estate, stroncato da un incurabile male, Piggy ha combattuto per la propria musica fino alla fine e Katorz si è purtroppo trasformato in un tragico epitaffio per la band. Oggi Away, Snake e Jasonic si ritrovano soli con il loro dolore ma con una piccola grande certezza: Piggy ha speso tutte le sue energie per far vivere il più a lungo possibile la musica dei Voivod e il semplice fatto che Katorz sia diventato realtà rappresenta la sua più grande vittoria. Questo è un lavoro che va ad aggiungersi, senza mezzi termini, alle migliori pagine di un’autentica leggenda del rock di tutti i tempi e allo stesso tempo anche un davvero sentito tributo per uno sfortunato amico. Camillo “RADI@zioni” Fasulo

l’autore lascia che le sue parole si perdano, vaghino in tranquillità. Per poi riprenderle con uno strattone, con un verso icastico, o con un riff di chitarra più aspro a sottolineare e riverberare una frase. Una scia, quella del folk d’autore, sempre viva ma senza mai troppo apparire. Costituita da personaggi, quali Stefano Maria Ricatti, gli Acustimantico fino all’ultima veste di Ginevra di Marco o alle rare apparizioni di Piero Brega -, che si muovono tra folk, poesia, jazz, pop sofisticato. Allo stesso modo, Stefano Rossi Crespi, che può vantare un’assidua frequentazione del leggendario Folk Studio di Roma, si affida ad arrangiamenti scarni, prosciugati, essenziali. E pur nell’apparente semplicità, si riconoscono uno stile limpido (Amico mio, L’uomo che hai davanti) e un approccio attento e concreto (La città, Non sento, Il comico). Gianpaolo Chiriacò

Stefano Rossi Crespi

“Si può essere interpreti dei Pink Floyd?”. Occorre partire da questa domanda per capire i Fluido Rosa e il loro disco. La formazione, conosciuta in tutta Italia come la più autorevole cover band dei Pink Floyd, afferma infatti di essere un’interprete di Waters e soci e non una pedissequa fotocopia. Cioè, chiama in causa la tradizione tipica della musica colta di rileggere le pagine

Vola via Fuoristile/Tempi moderni Folk d’autore / ****

Dignitoso, riflessivo, ironico, sottile ma aperto, Stefano Rossi Crespi ha pubblicato un bel disco d’esordio. La formula introspettiva, ancorché presente in gran parte dei testi, non è abusata:

Fluido Rosa

Live Fuoristile/Tempi moderni Rock psichedelico/ ***½

scritte (da Beethoven piuttosto che da Shostakovich) e di eseguirle in maniera personale, con il proprio tocco e la propria sensibilità artistica. Va detto allora che Astronomy Domine è molto bella, Mother è intensa, ed è intrigante anche il pezzo originale posto a chiusura dell’album. Di grande efficacia le due voci femminili, e impeccabile è il suono complessivo. Forse, il punto è che i Pink Floyd della loro musica ne hanno dato una versione così sacra da rendere difficile l’ascolto distaccato di altre interpretazioni, però sono personalmente convinto che la rilettura libera potrà essere una delle strade future del rock - il quale, sia detto per inciso, fonda l’intera propria storia sulla pratica delle cover. Gianpaolo Chiriacò

Swan Lake

Beast Moans Jagjaguwar Pop-rock psichedelico / ***

Daniel Bejar lo avevo già conosciuto con il suo precedente progetto, i Destroyer. Poi ho scoperto che stava in mezzo ai New Pornographers, e ora ha messo su questo nuovo progetto con Spencer Krug dei Wolf Parade e Carey Mercer dei meno conosciuti Frog Eyes. A firmare con loro è la fidata Jagjaguwar e Beast Moans, autoprodotto in un cottage estivo, è il loro album di debutto. Ascoltandolo, a farsi notare fin dal primo brano Window’s Walk è inevitabilmente l’inconfondibile stile vocale di Bejar e l’attitudine pop rock leggera e sognante che accomuna in vario modo i tre anche nei loro personali progetti. Il disco scorre che è una meraviglia, con punta di goduria nell’intensa All fires e la coinvolgente Are you swimming in her pools?, perfetta indie song che ti rende difficile andare avanti con il disco e ti fa ballare come un cretino in mezzo alla strada quando stai con il walkman. Nubile Days ha un intro che sembra rubato a Beck, City Calls e il dark ipnotico di Shooting Rockets richiamano la sofferenza di Jamie Stewart degli Xiu Xiu, mentre Nel complesso un bel disco, che conferma ancora una volta quanto oggi come oggi la terra promessa di tutti gli indiekids sia il Canada. Interessante anche l’artwork curato dall’artista Shary Boyle Gennaro Azzollini


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19

Morose

First Nation

Benni hemm hemm

La band ligure composta da Valerio Sartori, Davide Speranza e Pier Giorgio Storti, giunge al suo terzo album, la produzione è affidata all’abilità di Fabrizio Modonese Palombo. Dopo lo strambo La mia ragazza mi ha lasciato del 2002 ed il mirabile People Have Ceased To Ask Me About You del 2005, dopo qualche cambio durante questi anni di line-up, i Morose tornano con un nuovo album di slowcore e sperimentazione carico di forte emotività. L’inquietudine e la riflessione, tema al centro di tutto, è una pazzia o secondo voi si può accettare come proposta di pensiero? Certo che si può, in certi casi è necessario. Quest’album è a dir poco affascinante, il magnetismo ed il pathos accompagnano tutta la durata, la base elettrica è contaminata in varie occasioni, pianoforte, carillon, strani e svariati rumori, voci spettrali ed inquietanti, trombe, chitarra classica, come in veri e propri mosaici visivi oltre che sonori. Immaginate di entrare in un labirinto, è difficile trovare l’uscita, ma in mezzo all’agitazione e lo smarrimento puoi scorgere i colori che non conoscevi, e soprattutto sfumature importanti, preziose, rare. Una buona sorpresa per chi ancora non li conosceva, i Morose, un album importante e di indubbia qualità. Livio Polini

Continua l’ondata weird folk americana, questa volta con un trio di streghette (Melissa Livaudais, Nina Mehta e Kate Rosko, da New York) prodotto dalla etichetta degli Animal Collective (e come sarebbe potuto essere altrimenti). Ancora natura selvaggia, spiritata, oscura e fantasmagorica, docile e accogliente e improvvisamente terrifica e minacciosa. Le cantilene che si susseguono per tutto il disco accompagnate da un inquieto rumoreggiare, antichi giochi atonali, balletti infantili, flauti incantatori, percussioni ipnotiche, permettono un viaggio assicurato nei territori ancora incontaminati, almeno nella loro immaginazione, del continente americano (atmosfera gotico-rurale tipo The Village di Shyamalan). A tratti le vocette stridule e i giri di chitarra ossessivi ricordano i primi Blonde redhead (nel pezzo Omen in particolare) e ci sono dei punti davvero accattivanti (Swells e Creation). In generale il disco si lascia ascoltare con piacere se si è nella condizione giusta. Ad ogni modo dura poco, una mezz’oretta. Ma è giusto così, sta roba dopo un po’ inizia a scassare le palle. Gennaro Azzollini

A soli tre mesi di distanza dall’omonimo debutto torna l’ensemble islandese vincitore dell’Icelandic Music Award. Tredici nuove canzoni, scritte in una manciata di giorni, segno del ricco periodo produttivo e di ispirazione che stanno vivendo. Numerosi i momenti strumentali, e anche laddove appare una voce o un coro (difficile non farsi venire in mente i Sigur ros), le singole fonti sonore si condensano in un tutt’uno fluido e sinfonico (i fiati dominano come sempre). La musica rispecchia il vento gelido e la ricerca costante del calore tipici della loro terra. Il fatto che escano per Morr music non deve lasciarvi ingannare. Qui di pop e di elettronica c’è ben poco. L’atmosfera è molto spirituale, quasi mistico-religiosa. Ma il bello di sti nordici è che sanno essere intensi ma leggeri, armoniosi ma mai pomposi, nonostante l’elevato numero di musicisti e strumenti. Affrontano l’infinito ma con spirito libero e gioioso. Sarebbe una perfetta colonna sonora per qualche storia di avventura fantastico-moralistica per bambini in cui dopo tanti casini (nella penultima traccia c’è pure la lotta definitiva con il mostro finale e nell’ultima il ritorno della pace e della tranquillità, giuro) il bene vince sempre, o cose così. Vabbhè, se non riuscite a provare le mie stesse sensazioni durante l’ascolto fatevi una canna e vedrete. Gennaro Azzollini

On The Back of Each Day Suiteside slowcore, post-rock / ***½

First Nation Paw Tracks weird folk / ***

O-side

Nowhere Autoprodotto Rock / ***

Che tra le band ispiratrici degli O-side, solida e affiatata formazione leccese, ci siano i Muse non è un segreto neanche per loro. Dopo la necessaria gavetta, una miriade di concerti e una assurda causa legale per appropriazione indebita di nome gli O-side autoproducono il loro primo full length. Il paesaggio sonoro degli O-side vede l’Inghilterra all’orizzonte, quella dei Radiohead, dei Manic street preachers e degli anni 90. C’è cuore e nervi nei loro brani, una certa maturità nell’assemblare i pezzi del loro mosaico e la padronanza di una gamma espressiva non indifferente. Tra lunghe ballad psichedeliche e momenti più ruvidi gli O-side sembrano aver trovato un equilibrio nel contrasto degli opposti. Sono anche coraggiosi nel cimentarsi con l’italiano in un brano dal riff killer. Il disco nel complesso ha in sé brani con uno slancio verso la migliore delle strade percorribili, quella in cui grinta melodia e pochi fronzoli sono gli elementi forti. D’altro canto in alcuni episodi uno spirito glam un po’ datato ingolfa e imbarocchisce un po’ le idee. Prova superata a pieni voti comunque. È il caso di dire “i ragazzi sono intelligenti e si applicano”. (O.P.)

Kajak Morr music Atmosfera spirituale / ***½

Simon Joyner

Skeleton Blues Jagjaguwar Alt-country-folk / *** ½

Con questo Skeleton blues festeggia il suo decimo album ufficiale (ma la sua storia è costellata da una miriade di lavori paralleli, ep, singoli, e le solita introvabilie, raccolte in Beautiful Losers) Simon Joyner, per l’occasione accompagnato da una band vera e propria, i Fallen Men, di Omaha. Il sound intimista alla Smog, sbilenco alla Bob Dylan e leggermente lofi alla Bright eyes del cantautore di New Orleans (ma da anni ormai trasferitosi in Nebraska), viene sostanzialmente rispettato, senonché la presenza della band rende alcuni dei brani (tutti lunghi,


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7 in quasi 50 minuti), più corposi e rockbluesy (come l’iniziale Open window blues o il country-rock anni ’70 di Medicine blues). Nei pezzi finali Simon tira fuori tutta la sua verve crepuscolare per lunghi lamenti accompagnati da poche e dilatate note fino alla conclusiva, lentissima e soporifera My side of the blues. In buona sostanza un altro grande cantautore americano, solo che non si sa perché, nonostante la lunga carriera, non è ancora riuscito a sollevarsi dalla inestricabile poltiglia sotterranea di musicisti americani, rivisitatori, ciascuno a suo modo, della splendida tradizione della loro terra contaminata di bianco e nero. Sarà in tour a cavallo del 2006/07, speriamo di vederlo in italia. Gennaro Azzollini

AA.VV

Soul shaker vol. 3 Record kicks Funk-Soul / **

Siamo al terzo volume di Soul Shaker, una delle compilation prodotte dall’etichetta milanese Record Kicks e selezionata dal patron Nick Recordkicks. Qualsiasi genere di compilazione dopo un certo numero di volumi perde forza e sorprende sempre meno l’ascoltatore, a maggior ragione

C’è un appuntamento fisso da tre anni a questa parte organizzato dall’Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Galatina in collaborazione con Coolclub.it. Si chiama, senza troppa fantasia, Giovani e ed è voluto dall’amministrazione per festeggiare il compleanno del Centro Progetto Giovani, una struttura riservata appunto ai giovani e a tutte le informazioni sul lavoro, sul diritto allo studio, sulla cultura, sullo spettacolo, sull’attualità, sulla salute.

quando i brani selezionati sono circoscritti per ovvie ragioni in un genere così poco frequentato dal grande pubblico e che punta solo ad una fetta di ascoltatori attenti, senza considerare i tre progetti molto simili (Let’s Boogaloo 1-2-3). La particolarità forse più rilevante consiste nell’aver escluso dalla scelta brani datati anni ’60 e ’70 per concentrarsi sulla scena attuale o di non molti anni addietro (del 1993 è la travolgente Practice what you Preach dei Poets of Rhythm). Sonorità afro-funk che raccolgono la struttura degli arrangiamenti di Fela Kuti si possono ascoltare in Aynotchesh Yereflu di The Budos Band, mentre viene in mente Lyn Collins, che suona con la band di James Brown alle spalle, nell’ascoltare Take my time dei Breakstra con la partecipazione di Choklate alla voce. Rispetto alle precedenti è sicuramente è la compilation più marcatamente funk; a fare da padroni ci sono bassi puliti e potenti, rullanti tirati all’estremo e ottoni in prima linea: suoni essenziali, non altrettanto il disco. Giancarlo “Zanca” Bruno

Piers Faccini

Nordgarden

A brighter kind of blue Stoutmusic Folk / **** Questo

biondo

per caso dalla Norvegia in Italia e nel belpaese ha trovato asilo artistico ed etichetta discografica (la Stoutmusic). Nordgarden è al suo secondo cd e conferma l’ottima impressione suscitata dal suo omonimo esordio di circa tre anni fa. La ricetta è ancora più semplice e diretta, chitarra acustica e voce, pochi ulteriori inserti per una produzione scarna ma completa. Tra gli ospiti Pete Hanafin (violino), Julie Lillehaug Johnsen (cori), Arvid Solvang (percussioni) e soprattutto Peder Oiseth (tromba) che ha curato la produzione del cd (il primo capitolo era stato ottimizzato da Paolo Benvegnù). Il risultato complessivo forse è di poco inferiore alla sua prima prova ma sicuramente apprezzabile. Un passo indietro negli arrangiamenti, nel senso che basso e batteria sono praticamente spariti, un passo avanti nella scrittura e nella impostazione di una forma canzone che denota un elemento che dalle nostre parti spesso viene messo da parte: il talento. Pierpaolo Lala

folksinger

Tearing sky Label Bleu – Edel Pop rock / **** è

arrivato

Si tratta di una importante opportunità per sperimentare e proporre una formula diversa dal concerto. Sul palco infatti il nostro amico e collaboratore, Giancarlo Susanna (voce storica di Rai Stereo Notte e uno dei più apprezzati giornalisti musicali d’Italia) conduce una specie di talk show (se la parola non fosse abusata e brutta) su tematiche diverse anno dopo anno. Nella prima edizione parlammo dei 50 anni del rock e del compianto Jeff Buckley con la partecipazione di Alberto Campo e Niccolò Fabi. Nel 2005 l’attenzione era rivolta al rapporto tra parola e musica con la presenza di Cristina Donà, Federico Fiumani, Amerigo Verardi e di Iain Matthews. Il musicista inglese, anima negli anni ’70 dei Fairport Convention, proprio da questa esperienza ha ripreso il suo lungo viaggio nei club e sui palchi, attività che aveva ridotto da

Dopo l’esaltante esordio (neanche tanto prematuro,

tempo. Sabato 16 dicembre presso il Salone Oratorio San Biagio di Galatina (il freddo ci costringe ad abbandonare l’atrio del Palazzo della Cultura), si discuterà del rapporto tra immagini e suoni e della nuova scena musicale italiana. Gli ospiti sono, secondo noi, tra i migliori esempi della “nuova generazione” di musicisti italiani. Paolo Benvegnù, Cesare Basile e Songs For Ulan. Il primo, dopo la sua lunga esperienza con gli Scisma, nel 2003 ha sorpreso tutti con un esordio solista bellissimo (senza esagerare), Piccoli fragilissimi film, ed è diventato punto di riferimento e produttore di numerosi artisti. Cesare Basile presenterà il suo cd-dvd live “14.06.06”. Legato a doppio filo a Basile è il napoletano Songs for Ulan (al secolo Pietro De Cristofaro). Il suo primo lavoro è il frutto di una session tra amici, registrata allo Zen Arcade di Cesare Basile (che è anche il produttore) e mixata al The Cave da Daniele Grasso a Catania, nel luglio, torrido, del 2003. Ma “Giovani e” ospita anche un


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a 35 anni) con Leave No Trace l’italoanglofrancese Piers Faccini torna, sempre per la Bleu – etichetta cui si deve il lancio di Gianmaria Testa – con un cd lungo e intenso. La sua musica sa di soul e blues, west coast e jazz, New Orleans e Africa, Inghilterra e rock, gli arrangiamenti sono ancora più articolati e densi del precedente. Il cd ospita anche Ben Harper (di cui Faccini ha aperto i concerti del tour italiano) nel brano Each Wave That Breaks e Chris Darrow. Forse manca un pezzo memorabile ma il cd è da segnalare. Era difficile ripertersi a certi livelli, Faccini ce l’ha fatta. (pila)

Luciano Revi

Thoughts in the wind autoprodotto

Dal Salento arriva un disco che non ti aspetti. Il venticinquenne leccese Luciano Revi sforna Thoughts in the wind, un’opera prima molto interessante. Nulla di nuovo, sia chiaro, ma le ballate folk scivolano via che è una bellezza. Arrangiamenti minimali, una chitarra e un’armonica bastano per intrattenere l’ascoltatore per una quarantina di minuti. Undici tracce in inglese (ma nel booklet c’è la traduzione in italiano) di stampo statunitense in bilico tra Bob Dylan, Joan Baez, Neil Young, Bruce Springsteen e, tra gli italiani, De Andrè e Battisti. (pila)

corso per la realizzazione di Video Clip (dal 4 al 15 dicembre). L’idea è infatti quella di realizzare, sulla scia del successo del precedente Foto-grammi (che ha portato alla produzione di quattro mini spot sulla città di Galatina) un laboratorio finalizzato alla realizzazione di video clip. La novità rispetto all’edizione precedente è l’introduzione di un corso interamente dedicato alla musica per immagini. Il corso avrà nelle sue prime fasi una struttura aperta. I partecipanti seguiranno una prima parte teorica in cui verranno istruiti sul rapporto tra musica e immagini. I ragazzi saranno seguiti dall’attore e regista Ippolito Chiarello, già coordinatore del progetto lo scorso anno e regista del cortometraggio Fumo che vie proprio del rapporto tra musica e immagini, e dal critico musicale Gianpaolo Chiriacò, collaboratore delle testate musicali nazionali Muz e Jazzit e dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Lecce. I lavori saranno presentati domenica 17 dicembre. L’ingresso è gratuito. Info e iscrizioni: www.progettogiovanigalatina. it; 0836564097; www.coolclub.it – 0832303707

Hanno trovato in Casasonica di Max Casacci il trampolino per tuffarsi dal Salento direttamente sul mercato nazionale. Nipotini degli Africa Unite gli SteelA hanno le idee chiare, l’energia e la vitalità dei vent’anni, tanta esperienza alle spalle e un futuro pieno di impegni. Un miscela di reggae, pop ed elettronica che li porterà lontano. abbiamo parlato con Moreno ( cantante della band) in occasione di una pausa del loro tour promozionale. Prima di tutto, le presentazioni di rito. Nomi e provenienza. Iniziamo quindi con le presentazioni. Moreno(voice)-Ruspa (key)-V. Bass (basso)-Sciampy (guitar)-Dema (drums)Cusci (key,sinth).Tranne Dema che è di Martano, proveniamo tutti da Borgagne. Non solo venite dal Salento, ma da Borgagne, vale a dire il fulcro del reggae nella nostra terra. A pochi passi dalle vostre case c’è Torre Sant’Andrea, un luogo dove si sono svolti mitici concerti. Anche se siete giovanissimi, che ricordi avete? Anche se eravamo abbastanza piccoli, abbiamo avuto modo di vedere i concerti di tutta la Torino alternativa e non solo a S. Andrea e quindi di prendere spunto e input giusto per iniziare a fare un po’ di musica. Questo è stato un punto a nostro favore e ci ha aiutato tantissimo. Non dimentichiamo che da tutti quei concerti visti nascono gli SteelA! Facile dire Salento = reggae. Come vivete questa associazione, proprio voi che alla fine il reggae lo suonate. Salento=reggae perchè i Sud Sound System hanno spianato la strada facendo diventare il dialetto salentino una realtà importantissima nel panorama reggae nazionale e non. E poi diciamocela tutta... le dance hall più belle le fanno soltanto nel Salento. Cosa c’è di più “reggae” di questo? Come avete conosciuto Max Casacci? Come è stato l’ingresso in Casasonica? Il Salento ha fatto la sua parte in quanto Max lo ha sempre prediletto per le sue

vacanze, poi abbiamo proposto a lui alcuni nostri lavori e quindi siamo entrati a registrare in Casasonica, per la prima volta, il nostro primo brano “Resto in piedi”(incluso anche nel disco). È uscito in questi giorni il vostro primo disco, ce ne parli un po’, cosa di voi e della vostra terra è in queste canzoni, cosa volete comunicare con la vostra musica, perché questo titolo? E’uscito il 10 di novembre ed è in vendita in tutta Italia(quindi acquistatelo...) il nostro “1°livello”. è un disco fresco, pieno di un sacco di emozioni che un gruppo al primo disco può provare. É un misto tra il reggae-ragga e l’elettronica un po’ più grezza, quindi c’è del Salento nel dico, ma contaminato... un po’ come vorremmo (in meglio ovviamente, senza renderlo banale e senza togliere niente di quello che lo caratterizza e rappresenta). Il titolo poi rivela tutto...primo livello, prima tappa, primo lavoro prima esperienza, ”primi passi” in un ambiente dove la musica é veramente una professione. Avete condiviso il palco con grandi nomi, ci racconti tra le varie esperienze quella che più ti ha emozionato? Abbiamo suonato prima di Giuliano Palma (Blue Beaters), di Anthony B, Caparezza e qualcun’altro, ma in assoluto la “botta” più forte è stata quella del cornetto free music a Roma prima dei Subsonica e BlakeyedPeas. Non avevo mai visto 100.000 persone di fronte... viste dal palco insomma... un ricordo allucinante. Qual è il vostro rapporto con la scena musicale locale, e il vostro giudizio? Parto dal presupposto che nel salento abbiamo la materia prima, quindi ottimi musicisti e artisti. Stimiamo le nostre realtà musicali (Apres la classe, i Sud, le varie crew; i Negramaro per quello che hanno fatto) perchè non fanno altro che fare del bene a noi e a tutto ciò che è Salento.Per quanto ci riguarda, spero che gli SteelA diventino ennesimo motivo d’orgoglio per questa terra e per la gente. (O.P.)


I Casino Royale sono tornati. Dopo nove anni di silenzio e di “progetti paralleli” arriva Reale. Abbiamo fatto qualche domanda ad Alioscia. Ciao Ali, come stai? Finalmente un nuovo disco a nove anni da Crx, anche se poi di Reale mi parlavi anche ai tempi di Royalize? Abbiamo fatto come i maestri di pittura giapponese che stanno li nove anni a guardare un filo d’erba e poi zac un segno, in un solo gesto, senza togliere il pennello dal foglio di carta di riso (!!?) a parte gli scherzi sono passati nove anni da Crx ma mentre eravamo impegnati con il progetto Royalyze pensavamo ugualmente ad un nuovo album con i Casino Royale, poi però sono successe un po’ di cose. Giuliano è andato via e cose del genere, ci siamo fermati a pensare ed abbiamo fatto delle cose attraverso il nostro sito come il singolo protect me firmato Casino Royale e poi abbiamo fatto un tour dove sul palco ero accompagnato da altre persone, quello in cui eravamo nascosti dietro uno schermo con le proiezioni, era però

un momento di interregno per i Casino Royale, ci siamo resi conto che per il mercato discografico italiano e dei live era difficile far girar la macchina con sporadiche uscite discografiche o dal vivo, quello che abbiamo fatto sul sito era un lavoro un po’ concettuale, allora abbiamo deciso di metterci seriamente a lavorare sul disco lo abbiamo fatto per sei mesi anche a distanza tra di noi e poi confrontandoci, tirando fuori alla fine un po’ di tracce anche se poi ne abbiamo utilizzate solo dieci perché il buon Howie b ha detto che bastavano 50 minuti per questo disco. In verità bisogna sottolineare che non vi siete mai fermati, il sito era ormai una fucina di artisti che hanno collaborato con voi a 360°, artisti che andavano in direzioni diverse da quella musicale formando una squadra completa.. Effettivamente abbiamo fatto questa squadra allargata; la nostra creatività parte sempre dalla musica e speriamo sia sempre così, però c’erano una serie di soggetti che hanno reso il progetto tridimensionale come i grafici che, oltre alla copertina, hanno curato l’estetica dell’idea. Chi si occupa di video ha cercato di integrare il tutto, insomma abbiamo una serie di amici e collaboratori di riferimento che lavorano con noi da tanto, con i quali a noi piace avere degli scambi creativi. Abbiamo intrapreso però una nuova collaborazione ultimamente con dei ragazzi di un collettivo di Bologna che hanno curato la grafica del nuovo lavoro. Alla fine nulla di nuovo ma credo che un progetto per essere completo e ad ampio respiro ha bisogno di più persone coinvolte. Casino royale è quello che è perché ci sono più persone che ci lavorano Come è andata con Howie B? Quando è stato a Bari mi ha costretto a mangiare alle 8 di mattina penne all’arrabbiata molto piccanti senza mai smettere di bere.. È così, lui è così!! Cosa avete bevuto? Lui ha una resistenza incredibile….. la nostra scelta è stata un po’ a scatola chiusa nel senso che lo conoscevamo, è un personaggio noto, sapevamo che venendo dalla Gran Bretagna aveva un background british come noi, amante di black music, è uno che ha ascoltato hip hop a suo modo e lo ha rielaborato come abbiamo fatto noi, ha un background 70-80 inglese come noi, insomma punkrock dub etc e poteva capirci. Ma la rivelazione è stata soprattutto dal punto di vista umano. È una persona amabile e disponibile con il quale puoi avere un rapporto diretto anche se poi è un “partyman” e vuole stare sempre in giro ed è difficile seguirlo. Sul lavoro è molto professionale e riesce a creare il giusto equilibrio in studio.. Alla fine ha tirato fuori un bel disco, anzi come diresti tu “stiloso”!! A me fa piacere che a te piaccia perché hai sempre trovato lati negativi nel nostro lavoro, nelle varie interviste e chiacchierate che abbiamo fatto in passato, sul fatto che non capivi quale direzione stesse prendendo il progetto Casino Royale, anche per Royalyze. Credo che con questo disco abbiamo dimostrato che i Casino riescono a fare cose di qualità e di un certo livello, poi può piacere di più o di meno ma non importa. In venti anni di attività abbiamo cambiato un po’ il nostro stile ma sempre mantenendo una forte personalità, abbiamo un disco che come dici tu è “stiloso” che suona meno elettronico e più rock. C’è un po’ tutta la nostra storia musicale in questo album, il sunto del nostro background e penso che possa mettere d’accordo un po’ tutti, siamo riusciti anche con l’aiuto di Howie a non dover forzatamente sperimentare ma ad avere delle canzoni forse diverse tra loro ma che insieme formano un album coerente con quello che volevamo. Il tour partirà il prossimo anno, giusto? Noi ripartiamo dal prossimo 27 febbraio 2007 aspettando che alcuni di noi finiscano le tournee con Bluebeaters e Africa Unite e Bari sarà sicuramente una tappa. Spero di venire presto in Puglia per suonare ma soprattutto per mangiare le cozze! Carlo Chicco


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Dopo un anno e mezzo dall’ultimo lavoro in studio, Bianco Sporco, i Marlene Kuntz tornano con il cd live S-Low e con un dvd. Ne abbiamo parlato con Cristiano Godano. Partiamo dal dvd, cosa contiene? Il dvd contiene la nostra partecipazione ad un programma format televisivo di Mtv Storytellers dove essenzialmente la band viene chiamata a spiegare il proprio processo creativo, come nasce una canzone con lo scopo di insegnare l’affascinante percorso che porta alla creazione che ha un suo travaglio come un’altra forma espressiva artistica Siete stai voi a lanciare l’idea oppure Mtv? Siamo stati noi a lanciare l’idea a Mtv perché alla fine c’era dell’ottimo materiale sia audio che video e abbiamo pensato fosse un’idea carina, probabilmente ora anche altri seguiranno il nostro esempio, però noi siamo stati i primi! Parliamo di S-low, un cd live, una testimonianza dell’ultimo tour, avete fatto uscire un live ma da quanto non entrate in studio? Il live semplicemente racconta l’ultimo tour, le date del 2006. In verità poi in studio ci entriamo in continuazione anche quando siamo in giro per concerti, Riccardo e Luca entrano in studio perennemente da mesi per lavorare su delle nuove tracce, io lavoro da casa su altre, poi ci incontreremo per mescolare le nostre creazioni e vedere quale materiale utilizzeremo per il nuovo album che però non sappiamo quando uscirà. Magari se siamo bravi ad aprile o maggio, abbiamo già una ventina di brani utili, dieci persino con testo, vorremmo raggiungere i venti brani completi di testo per poi poter scegliere. La bravura sta nelle scelte giuste e non impantanarsi mai, se saremo bravi di qui in avanti vorrà dire che ce la faremo. Qual è la differenza di approccio che hanno i Marlene quando entrano in studio e quando salgono sul palco Qualsiasi band credo si senta costretta tra 4 mura quando è in studio e possa esplodere quando suona dal vivo, sono due aspetti complementari della stessa personalità. Quando un artista riflette in studio lavora più a livello intellettivo e cerca di trovare soluzioni interessanti per la propria musica dal vivo, c’è una componente fisica, si interpreta quello che si è creato in studio credo valga anche per noi! E poi ogni concerto riplasma ogni pezzo, quando per esempio un brano lo suoniamo per molte volte allora assume una connotazione diversa, una sua evoluzione musicale. Ci sono dei brani in S-low che durano tanto, anche uno da 11 minuti, e terminano nel caos di distorsioni. Credo che sia una caratteristica dei Marlene dal vivo che non perderemo mai; lo facciamo perché a noi piace, ci diverte, e capisci bene che dal brano originale di tre minuti aggiungendo distorsioni per sei la traccia si allunga notevolmente assumendo una connotazione diversa. Una nostra caratteristica imprescindibile.. Tornerete in Puglia? Speriamo di tornare presto in Puglia perché la gente ci aspetta sempre con tanta ansia e calore, a noi piace molto l’accoglienza che ci avete sempre riservato, quindi...a presto. Carlo Chicco


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24 Bari, Auditorium Vallisa, 22 novembre. Il festival Time Zones continua a emozionare il pubblico, quanto mai eterogeneo, perché è la musica proposta ad essere quanto mai eterogenea. Lo scopo del festival, giunto alla sua 21ima edizione, in fondo è proprio questo: illustrarci le “vie delle musiche possibili”. Oggi protagonisti i Jackie O’Motherfucker, avanguardisti americani del post-rock, ma soprattutto i Sodastream. Album appena uscito, distribuito qui da noi grazie a una label tutta italiana (Homesleep), gran forma, grande disponibilità, nonostante la stanchezza di un tour massacrante e affascinante al tempo stesso, fatto di continui spostamenti e di vita “on the road”. È molto affascinante l’idea che una band australiana possa essere distribuita da un’etichetta italiana. E non una qualsiasi, la Homesleep! perché avete scelto proprio loro e come è nato il tutto. Il come e il perché si sono intrecciati: avevamo un contratto con un’altra etichetta, la Spin!go (distribuzione Rough Trade, ndr), che era sì piuttosto grande ed efficiente, ma ci mancava il contatto diretto con le persone con cui lavoravamo. E così abbiamo inviato una demo da noi costruita apposta per la Homesleep: loro sono stati entusiasti di noi e noi siamo molto contenti di lavorare con gente giovane, che tra l’altro cura la distribuzione di altri ottimi artisti. A questo proposito, avete sentito qualche artista italiano sotto Homesleep? Si, gli Yuppie Flu più di tutti! Ma anche Giardini di Miro e Julie’s Haircut non sono affatto male.. Questa partnership vi ha portato in modo quasi automatico a girare l’Italia. Siete qui da quasi un mese e avete concerti per i prossimi due: a parte le solite banalità sul buon cibo, il buon vino e la bella vita, vi siete fatti un’idea del “sistema Italia”? Potete contemporaneamente osservarla come musicisti, ma anche come turisti, o semplici osservatori.. La cosa che ancora oggi mi stupisce è quanto siate differenti a distanza di non più di 200 chilometri: differente stile di vita, differente cultura, diversi piatti tipici, diversi dialetti. In Australia questa cosa è ovviamente impensabile. Un’altra cosa che mi ha colpito è la vostra disponibilità: ho conosciuto un sacco di gente pronta a mettersi a nostra completa disposizione, cordiali, calorosi, al nord come al sud. Da italiano sono contento di sentire un ragazzo straniero che vede l’Italia omogenea sotto questo aspetto: spesso siamo noi stessi a considerarci separati, il nord dal sud e viceversa. E del vostro rapporto con l’Australia che mi dite? Siete praticamente in tour costante, non ne sentite la mancanza? Se tu pensi che noi siamo in tour praticamente da quattro anni, capisci come sia normale che ci manchi casa. Tra l’altro, abbiamo suonato in posti completamente diversi dall’Australia: siamo stati addirittura in Bangladesh a suonare! Allo stesso tempo essere in tour non è una cosa definitiva, quindi siamo

consapevoli che torneremo e questo ci fa stare molto meglio. Poi, suonare in un posto come questo ti gratifica a tal punto da pensare che ne vale la pena...magari in Francia mi manca un po’ di più casa, lì sono un po’ più noiosi (ride). Ma in Italia e in Germania ci divertiamo e quindi la nostalgia la si sente un po’ meno. Siete stati considerati come esponenti del NAM (New Acoustic Movement). Vi identificate in questa definizione? E cosa pensate del movimento in generale? Sembra essere un po’ scemato l’interesse generale sulla questione.. Sono solo cose che crea la stampa! Non abbiamo mai vissuto preoccupandoci di come venivamo etichettati: se pensano che noi apparteniamo al New Acoustic Movement va bene, noi continueremo a suonare la nostra musica, non dobbiamo certo seguire una tipologia musicale, ma la nostra personalità. Se suoniamo acustici è solo perché oggi sentiamo di esserlo. Riguardo il NAM in generale, è ovvio che, come tutte le etichette create dalla

stampa, la cosa si sia sgonfiata; basta che un qualsiasi artista precedentemente etichettato come “acustico” passi al rock o all’electro-clash, per farti capire come queste definizioni siano semplicistiche. Prima di andare a dormire, Pete (contrabbasso e voce) scrive sul sito della band: “Lo show è andato bene. Un luogo incredibile. Una specie di chiesa, qualcosa del genere. Era piena di gente. Direi che ce la siamo cavata. Ora sono distrutto. E vedremo quali avventure ci aspetteranno domani” (ho scoperto il giorno dopo l’intervista che i ragazzi sono giunti a Bari in ritardo e con un guasto al radiatore del van, hanno fanno un soundcheck di 5 minuti dopo un viaggio di 500 km: considerando che hanno rilasciato l’intervista intorno all’una di notte, c’è davvero da apprezzarli). Dino “doonie” Amenduni


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É bello sapere che esistono gruppi come i Franklin Delano. Ascoltare dischi come il loro ultimo Come Home (Ghost Records) ti riappacifica con la musica. Ti fa credere che l’Italia ha ancora tante cose da dire anche in ambito rock e che i confini nazionali sono solo linee tracciate che non fermano e non possono racchiudere la musica. Abbiamo intervistato Paolo Iocca, cantante e chitarrista della band. Franklin Delano, nome strano per una band. Una scelta frutto di una casualità ma allo stesso tempo a presa rapida. È un nome che in qualche modo dona senso al progetto, visto che abbiamo avuto sempre un legame con gli States, fin dall’inizio, e che ora, con questo nuovo album, emerge con più precisione e nitidezza. Noi consideriamo il nome del progetto come una bussola che ci consente di non allontanarci troppo da un percorso organico, rivolto ad ovest. Quando penseremo che avremo esaurito le nostre esplorazioni in quella direzione (o ci saremo stufati di proseguire in quella direzione), allora forse sarà il momento di cambiare nome - o di fondare altri progetti differenti, chissà. Però noi diamo molta importanza al nome, che è un po’ una dichiarazione d’intenti, e anche un po’ una “benedizione” del progetto in sé. Il fatto che sia a presa rapida e quindi efficace nella comunicazione esterna, ci da la sensazione che dobbiamo insistere e proseguire in questo cammino. In altre parole, la sensazione che il progetto funzioni passa anche attraverso il nome scelto. Quali ascolti ti hanno fatto maturare questo suono? È stato, sia per me che per Marcella, una sorta di percorso a ritroso, un po’ come uno che studia il cubismo per progressivamente arrivare al classicismo. Noi abbiamo iniziato con i Red Red Meat e i Califone, perché cercavamo un legame con il blues vero, e non con quella terribile parodia che è diventato il blues come genere da tanto tempo a questa parte. Cercavamo un modo “bianco” di fare blues, o anzi un modo “universale” di fare blues. La nostra successiva esplorazione di tutta la scena neo-folk e post-rock è partita da lì. Poi abbiamo iniziato a renderci conto di quanto differente fosse la loro cultura dall’idea che se ne ha qui in Italia. Abbiamo sentito l’esigenza di andare ad ascoltare i maestri dei nostri maestri. Cercare un’origine comune, per

ripartire da zero, in una direzione più “nostra”, meno “nel trend”. Questo è il nucleo di pensiero nascosto dietro Come Home. Ho visto che avete sostenuto un tour senza respiro in America. Ci parli di questa esperienza? Guarda, non basterebbe un libro per raccontare tutto quello che abbiamo passato, nel bene e nel male. Mi rammarico di non aver tenuto un diario, ma so anche che non sarebbe stato possibile. Ti bastino un po’ di dati alla mano: quasi 24 mila km percorsi in 50 giorni, per la bellezza di quasi 40 date (un paio ci sono saltate per ritardi nostri). La media dei pagamenti (percentuale sugli incassi del locale) si aggirava sui 50 dollari, che chiaramente bastavano a coprire la benzina e poco altro. Spesso ci si faceva ospitare dai promoter o da qualcuno del pubblico. Abbiamo dormito in quasi tutti i generi di posti: dalle case superconfortevoli alle baracche luride, da letti veri e propri a pavimenti di legno zozzi. Per non parlare dei Motels, di cui conosciamo tutti i segreti (prezzi, zone, coupons di sconto, etc.). Il secondo tour è stato un po’ più “leggero”: meno di un mese, ma con soli 3 day off, impiegati tutti per un viaggio lunghissimo nel deserto dell’Arizona, tra Los Angeles e Little Rock nell’Arkansas. Abbiamo conosciuto persone meravigliose, che speriamo di poter rincontrare in futuro. Nel vostro ultimo Come Home si nota una ulteriore crescita. Alcune soluzioni sembrano addirittura più pop, l’uso dei fiati in alcune tracce vi da un colore quasi soul. Cosa è cambiato? Il percorso è stato proprio quello di indagare cosa c’era sotto i Red Red Meat, sotto i Wilco, sotto l’underground. Cosa è la tradizione americana. Non sai quante volte abbiamo ascoltato e riascoltato Otis Redding per esempio, o i Beach Boys. Volevamo fare un album che suonasse classico e contemporaneo allo stesso tempo. Abbiamo desiderato più di tutto non essere accomunati a un trend o a un altro. Volevamo mescolare le carte e vedere cosa succedeva. Aggiungi che le composizioni nascono proprio dalle

esperienze del tour negli States (nei testi se ne parla quasi dovunque), e quindi il tono emotivo dell’album rispecchia un po’ la carica delle emozioni vissute durante il tour, e la colonna sonora a base di FM radio rock’nroll. Quanto vi riconoscete in una scena italiana e quanto credete nella natura apolide della musica? La scena italiana si evolve sulla falsariga di quelle americana o inglese. Non la definirei neppure scena. La scena nascerà quando più musicisti (noi compresi beninteso!) avranno il coraggio di osare distaccandosi da quello che ci arriva dall’estero e dai clichè imposti dai media (come succede in Francia ad esempio), e quando i giornalisti smetteranno di snobbare i progetti italiani a favore di tutti i cialtroni che arrivano dall’estero per guadagnare due soldi in Italia (perché non tutto quello che arriva dagli States o dalla Gran Bretagna è superiore alle nostre produzioni, anzi). Riguardo la natura apolide della musica, è una bella questione. Non è facile rispondere. Nell’era della globalizzazione tutto si muove con fluidità. Non dimentichiamo che culture che sembrano lontanissime da noi, sono in qualche modo più vicine. Penso non solo a tutti gli italiani che hanno influenzato la cultura americana, ma anche a cose più profonde. Ad esempio alla Santeria cubana, che è un sincretismo tra panteismo africano e cattolicesimo spagnolo. Ecco perché penso che bisogna, in questo periodo di estremo culto della superficie, andare a cercare il sommerso della cultura, ovunque esso sia. Il futuro della buona musica sono forse le culture minoritarie? Osvaldo Piliego


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Quando la passione si riflette nell’amicizia nascono cose preziose come il collettivo Madcap. Ragazzi uniti dall’amore per la musica un po’ pazzi, un po’ artigiani. Abbiamo parlato con Fred e Paolo. Innanzitutto perché Madcap. È un tributo ad Alice nel paese delle meraviglie o a Syd Barrett? Fred: Il nome Madcap fu suggerito da Andrea (Oswald) durante una merenda pomeridiana tra il sottoscritto, Andrea appunto e Paolo (Littlebrown). Se non ricordo male, non distante c’era anche Chiara Lee. Avevamo appena scoperto quanto i rispettivi nostri primi dischi, da poco scambiati l’uno con l’altro, fossero contraddistinti da una sorta di dichiarazione d’amore nei confronti del buon Barrett. Quando poi arrivò Roger Keith, che a quel tempo viveva ancora nella campagna vicino a Treviso, ottenemmo anche tutta la sua approvazione, e quindi Madcap fu. Paolo: La risposta non mi è chiara, ma penso di propendere verso Syd Barrett. È tanto noioso quanto necessario dare un nome a qualsiasi cosa, e anche per Madcap doveva essere così. Syd Barrett è un artista che sicuramente ci unisce tutti, Roger stesso ha voluto assemblare il collettivo dandoci ancora, di tanto in tanto, qualche indicazione. Non posso però tralasciare del tutto Alice… Vi presentate come un collettivo e non come un’etichetta in senso classico, ce lo spieghi? Fred: È una questione di sincerità, trasparenza e conoscenza dei propri mezzi. Abbiamo deciso di definirci Collettivo perché è il termine che meglio descrive i rapporti e le dinamiche che esistono tra i vari progetti che ne fanno parte. Mi accorgo che effettivamente non

è facilissimo spiegarlo in poche parole... ecco, il lato “etichetta” rientra in parte nel macrocosmo del collettivo, ma non è che una parte del tutto. Ci sono le produzioni video, c’è la nostra piccola St.Louis & Lawrence Books... ci sono i reading qui e lì... Se Madcap dovesse essere vista dal suo lato promozionale/distributivo/ organizzativo per quanto riguarda i soli progetti musicali, allora la vedrei forse più come un trampolino che come appunto un’etichetta. Paolo: La scelta è abbastanza semplice. Non siamo un’etichetta in senso classico. Madcap è composta da persone che collaborano attivamente allo sviluppo del collettivo. Non esiste un rapporto “etichetta/artista”, piuttosto un rapporto “persona/persona” e proprio per questo abbiamo sempre lavorato con artisti che ci vanno a genio prima di tutto come persone e poi, ovviamente, per quello che fanno. Altra precisazione: Madcap non è solo musica. Se dovessi in breve spiegare il vostro orientamento musicale...ce la faresti? Fred: Potrei risponderti che siamo convinti che l’orientamento musicale di Madcap derivi dal fatto che, essendo Madcap stessa 6, tutti le proposte sonore che ne fanno parte non possano che partire dal 3. Penso che ogni progetto di Madcap sia contraddistinto dal fatto che all’interno della propria produzione ci siano tantissime piccole dichiarazioni d’amore. Contraddistinte da un’attitudine comune e da un forte credenza nella cabala. E per questo ci possono essere produzioni davvero molto diverse l’una dall’altra, ma rese vicine quasi da un “puzzo” comune... Paolo: Oddio. no. È come chiedere a un gatto di dirti cosa farà durante il giorno.

Il vostro catalogo presenta un serie di produzioni con una precisa immagine, un’estetica. È parte anche questo del progetto Madcap? Fred: È una tacita comunanza che parte anche da piccole cose, come la scelta di cercare di evitare il più possibile la plastica nel packaging dei cd. Paolo si occupa della veste grafica del sito (www. maledetto.it) e supervisiona un po’ tutte le produzioni, ma molte altre sono le persone che hanno collaborato o continuano a collaborare con noi per la grafica dei dischi o dei libretti, e non ho mai notato alcuna discrepanza con quello fatto fino a quel momento. Paolo: Si, anche se non vorrei che si pensasse che Madcap veicola gli artisti nella scelta grafica. Per rifarmi a quanto detto prima, siamo persone con attitudini molto vicine. Ecco perché l’estetica è omogenea. Avete proposte musicali abbastanza trasversali, ce ne parli un po’? Fred: Fondamentalmente Madcap, a tutt’oggi, è costituita da: Father Murphy, Littlebrown, Oswald, Gomma Workshop, Franklin Delano (si si, so che escono per Ghost adesso, ma fanno sempre parte del Collettivo) Stop the Wheel e Beatrice Antolini. Più supporta altre realtà come Pentolino’s Orchestra, Princesa e Lorenzo Fragiacomo. Vedendo le varie recensioni, articoli apparsi a proposito dei progetti Madcap penso che uno degli aggettivi più utilizzati sia “obliquo” e quindi anche appunto “trasversale”. Penso che, in forme e con caratteristiche tutte differenti, parta comunque tutto da un gusto diverso nell’approcciare il pop e, tirandola un po’ per il collo, la psichedelia. Ecco un’idea: credo che tutti noi riteniamo la produzione solista di Barrett come una delle espressioni più riuscite di psichedelia acustica (anche se non so cosa possa voler dire), per quanto almeno concerne i nostri gusti. Da qui poi aggiungi un po’ di attitudine che non può non essere contaminata dal punk, e dall’amore per la melodia, viva viva la melodia! Paolo: Su questo non ho molto da dire. Madcap è nata per promuovere la musica dei tre artisti che inizialmente la componevano (Littlebrown, Father Murphy e Oswald). Da qui ci siamo sempre più “ingranditi” facendoci ammaliare da progetti musicali. Domanda di rito per chi, come voi, non gode di grandi distribuzioni. Dove e come si possono trovare i dischi della Madcap? Paolo: Ci sono dei punti di vendita “fidelizzati”, ma in linea di massima il metodo più veloce di comprare dischi Madcap è il web. www.maledetto.it e si trovano tutti i dischi in vendita. Se non si ha la possibilità di comprarli via paypal, utilizzate il servizio di mailorder e verrete subito ricontattati. Fred: a quanto detto da Paolo aggiungo solo che, oltre a maledetto.it, ad ogni concerto di ciascun progetto di Madcap sono disponibili sempre tutti i titoli prodotti. E che a volte, il non aver la distribuzione come almeno è concepita adesso, può anche essere un bene. Che internet e il mailorder trionfino! Osvaldo Piliego


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Narrativa, Noir, Giallo, Italiana, Sperimentale

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la letteratura secondo coolcub

Critica della Ragion Criminale Michael Gregorio Einaudi Stile Libero BIG

1804. Prussia. Napoleone terrorizza o eccita gli animi di mezza Europa. I suoi nemici lo temono, i suoi seguaci lo aspettano fiduciosi. Una nuova corrente di pensiero si affaccia nelle menti più sensibili: il Romanticismo. L’Illuminismo, ormai al tramonto, viene messo alla berlina, così come il suo più grande interprete, Immanuel Kant, ormai autoreclusosi nella sua casa di Koningsberg, per non essere più preda degli sberleffi dei suoi concittadini, gli stessi che fino a pochi anni prima usavano regolare l’orologio sui suoi spostamenti. Ma in quei giorni alcuni avvenimenti inquietanti spingono il grande filosofo a uscire di nuovo di casa: un misterioso serial killer ante litteram semina il terrore per le strade di Koningsberg. Il Re Federico è convinto che si tratti di spie francesi che vogliono seminare il terrore in Prussia per spianare la strada alle armate

napoleoniche. Con il carisma che si pensa debba avere il filosofo più temuto dai liceali di mezzo mondo, il professor Kant sfodera un metodo di indagine talmente evoluto da fare impallidire Gill Grissom di CSI, mettendo a frutto i suoi studi sulla logica e le sue vaste conoscenze dello scibile umano. E così, tra colpi di scena, atmosfere noir al limite dell’horror, si dipana questo Critica della Ragion Criminale mirabile thriller a metà tra il romanzo storico e la noir-fiction alla Fox Crime. Michael Gregorio riesce a costruire una trama che non ha cedimenti, compatta e con un ritmo serratissimo, che costringe il lettore a non lasciare il libro prima di essere arrivato alla fine delle quasi 500 pagine, gustando, pagina dopo pagina, le numerosissime chicche e i saggi del pensiero kantiano applicato alla scienza

forense. Sembra quasi, lo scrittore, voler dare una solida base filosofica alle più moderne tecniche di indagine delle scienze criminali, dall’autopsia alle fotografie – nel romanzo rudimentali ma efficaci disegni – della scena del crimine, dalla raccolta dei referti agli interrogatori dei sospetti, alle perquisizioni e alla catalogazione sistematica delle prove, con uno sguardo quanto mai attento all’arma del delitto. Sarà una mia deviazione, ma davvero leggendo questo romanzo ho dato a Immanuel Kant il volto sornione del supervisore del turno di notte dell’Unità Scena del Crimine di Las Vegas. Sarò un bestemmiatore per gli amanti della Critica della Ragion Pratica, ma che ci volete fare, sono un figlio bastardo della mia formazione classica e della mia deformazione televisiva. Dario Goffredo


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S’è fatta ora

Antonio Pascale Minimum Fax

Nella seconda di copertina di S’è fatta ora, nuovo romanzo di Antonio Pascale, edito da minimum fax, viene riportata una considerazione di Alfonso Berardinelli: “Qualunque cosa racconti, Pascale è credibile, è divertente, smonta e rimonta la realtà davanti ai nostri occhi portando ogni elemento e dettaglio al più alto grado di evidenza”. Parole che sottoscrivo pienamente, poiché la forza di Pascale sta proprio in questa prosa accattivante, coinvolgente, che ci pone dinanzi ai dolori che minano le nostre esistenze, senza, però, perdere mai quel pizzico d’ironia che dona alla disperazione una tenue aura di speranza. Il romanzo è strutturato in cinque episodi, tutti aventi come protagonista Vincenzo Postiglione, alter ego dell’autore, già presente in altri libri di Pascale, nel pieno di alcuni momenti focali della vita di un uomo: la giovinezza, la politica, l’amore, il rapporto con il dolore e quello con le scienze. In realtà i cinque episodi possono essere letti singolarmente, come se si trattasse di cinque racconti, senza perdere la loro forza narrativa. In Pascale, il tempo della narrazione viene smembrato. Non un intreccio lineare, ma circolare. Cinque cerchi concentrici, uno per ogni episodio, all’interno dei quali si dipana la vita dell’io narrante. Vincenzo Postiglione è infatti alle prese con cinque iniziazioni fondamentali della sua vita (iniziazioni sentimentali, civili ed esistenziali) che intarsiandosi tra di loro creano un romanzo di formazione prezioso e originale, con momenti di profonda bellezza. Chiudo con un estratto del divertente episodio Amori romani: “Non perdiamo tempo, perché le chiacchiere stanno a zero, c’è chi l’amore lo fa per strategia chi per desiderio. Io lo faccio per desiderio, cerchiamo di non analizzarlo più del necessario, tanto è destinato a spegnersi, dura giusto il tempo di un attraversamento di strada. Lo sai tu e lo so io. Tu sei qui, su questa terrazza borghese che guarda l’isola Tiberina, solo perché soffri; io per lo stesso motivo. Quindi niente parole, cene, dichiarazioni, complimenti o autopromozioni, niente trucchi e subito sesso. L’unico modo reale che abbiamo per comunicare”. Quanta verità in queste parole! Rossano Astremo

Pancho Villa e lo squadrone ghigliottina

a lacerarsi fra la tensione verso i suoi ideali e l’abbaglio della sirena della Storia. Tanto divertimento dunque, ma non solo. Silvestro Ferrara

La Rivoluzione Messicana del 1910 raccontata in toni picareschi. L’avido Feliciano Velasco y Barbolla de la Fuente, un paffuto avvocato conservatore, ha messo a punto la ghigliottina perfetta e, insieme ai suoi imbranati aiutanti, si presenta al cospetto di Pancho Villa convincendolo a comprarla. Sperava di arricchirsi e invece si ritrova, suo malgrado, arruolato in un esercito straccione e volgare, agli ordini di un colonnello con la pancia e l’alito cattivo e di un ladro di galline che si fa chiamare generale. A capo dello squadrone ghigliottina, lui, discendente da una famiglia di gran lignaggio, si ritrova a giustiziare membri della sua stessa classe e ben presto diventa, grazie a una serie di esilaranti equivoci, l’eroe più acclamato della Rivoluzione. Guillermo Arriaga, l’apprezzato sceneggiatore di 21 grammi e Babel, rivela in queste pagine una vis comica sorprendente. Con penna leggera dà vita ad un Messico surreale, colto nei giorni più caotici della sua storia. La trama è una girandola di situazioni comiche perfettamente orchestrate, con il colpo di scena sempre in agguato. Riuscitissimo il personaggio dell’antieroe - deplorevole ma spassoso - Velasco, capace di acquistare gradualmente una inaspettata complessità che lo conduce

Una donna in bilico

Guillermo Arriaga Fazi Editore

Lucía Etxebarría Guanda

La versione originale del romanzo risale al 2004 con il titolo, eloquente, di Un milagro en equilibrio. Esce ora la versione italiana con un titolo completamente diverso ma altrettanto eloquente. La donna in bilico in questione è Eva, neo mamma, alle spalle anni passati tra storie e persone sbagliate, molte insicurezze e fiumi di alcool per tappare i buchi che quelle insicurezze avevano prodotto, un lavoro appagante come solo la scrittura può essere ma economicamente poco redditizio, cadute e sollevamenti e di nuovo altre cadute. Adesso, di fronte ad un computer e con in braccio la piccola Amanda che le respira profondo sul collo e dorme placida, Eva prova a fare il punto della situazione, in una lettera-diario indirizzata proprio a questa figlia, in cui affiorano i pensieri, le paure, i tentavi, le delusioni, i rapporti difficili della sua vita fino a quel momento. Vengono a galla segreti di famiglia, svela il tormento di essersi “sempre sentita doppia”, “mai tutta d’un pezzo”. Scritto nello stile che da sempre

caratterizza la “enfant terribile” della letteratura spagnola, questo romanzo di quattrocento pagine si snoda veloce, chiaro e coinvolgente, tanto da aver fatto vincere alla sua autrice il premio Planeta 2004. In queste pagine potrebbe essere racchiusa la storia di ogni donna in bilico. Valentina Cataldo

La Merca

Chiara Daino Fara editore

Entri nel testo e ne rimani scosso. La protagonista di La Merca, romanzo d’esordio di Chiara Daino, è Jenny, una giovane donna affetta da disturbi del comportamento alimentare (d.c.a.). All’inizio della storia Jenny è rinchiusa in una clinica. Lo scopo è quello di guarire. In realtà Jenny declina ogni invito alla guarigione. Preferisce scoparsi uno dei dottori che svolge il proprio “lavoro” in clinica. Un certo Gian. Personaggio sgradevole. Basti annusare il suo nome. Jenny evade da quell’angusta prigionia. Abbandona la clinica. Le uniche armi di sopravvivenza l’alcol, le sigarette, la scrittura e il cazzo. Jenny ama autodistruggersi. Lo fa con consapevolezza. Come se non conoscesse alternative più costruttive. A questo lento logorio del suo corpo corrisponde, sul piano stilistico, la presenza di una lingua sperimentale, connotativa, frammentaria, sfuggente. Distruggere il proprio corpo. Decostruire il linguaggio. La fine è presto detta. Persino scontata. La morte aleggia sin dal primo respiro. “Per Jenny mangiare in ganga era pari ad urinare/ defecare in pubblico: solo esibizionisti e depravati possono farlo. Certi bisogni fisiologici dovevano, per lei, essere protetti da romito pudore, ma si assoggettava al malcostume generale di banchettare in compagnia, ingurgitando cibo cucinato da estranei, volte numero 3 all’anno: Pasqua, Natale e il suo compleanno. Più volte avrebbe poi (naturalmente) espulso tutto, ignorando e (volutamente) omettendo che negli ultimi giorni rimettesse sangue”. Tenete ben in mente questo nome: Chiara Daino. Ne


Coolibrì sentiremo presto parlare. Rossano Astremo

Bungee Jumping Gero Giglio Marsilio

Esce il nuovo romanzo della collana Marsilio X, interessante contenitore di nuova letteratura del più antico editore italiano. Bungee Jumping è un tuffo nei meandri più oscuri della vergogna. Un libro che scava e passa oltre i muri delle case nel privato che alcuni vorrebbero nascondere anche a se stessi. Il ritmo che scandisce le pagine di questo libro è quello della città, del rap. Attraverso i versi in rima Tommy sfoga la sua rabbia repressa, l’odio per gli abusi sessuali subiti per una vita così giovane e già irrimediabilmente compromessa. Sullo sfondo l’apparente normalità. E poi c’è la piccola Sole, anche lei ha un segreto, vorrebbe essere come le sue amiche ma lei non può. Quando Tommy e Sole non serve spiegare niente, c’è attrazione, la purezza che nessuno dei due ha. E si legano, si stringono uno all’altro con una tenerezza che riscalda il cuore. Ma c’è sempre la realtà, violenta e cruda a fare male. Nel rapporto di questi due ragazzi si apre però uno spiraglio, una via di uscita, un po’ di luce. Un libro crudo quello di Gero Giglio che tratta tematiche scomode con realismo e senza mezzi termini. Uno spaccato degli adolescenti di oggi visto da un’ottica diversa. Come lui stesso ha affermato in un’intervista “Bungee Jumping sta a Tre metri sopra il cielo come Capitan Harlock sta a Kiss me Licia.” Osvaldo Piliego

ÒperÉ

Stefano Di Lauro Besa

Un vecchio garage sotto il livello del suolo, permanente odore di benzina, il necessario e il superfluo mischiati insieme alla rinfusa, la moto con il pieno, una tromba; un posto dove tutto è a portata di mano, senza finestre. Dà un senso di riposo. “Abbasso la saracinesca e mi scordo del mondo”, dice Io/Orfeo. Questo Orfeo/giocatore di Stefano Di Lauro, che si mette occhiali neri per mediare il conto dei tanti “sonni sfiniti col sole negli occhi”. Il suo corredo minimo di sopravvivenza è tutto qui, contenuto alla rinfusa e poi… Euridice, a sanare la solitudine, la fuga, il sentirsi nel fastidio del mondo. Euridice, veleno e antitodo. Mancanza e necessità, incontrata nella vertigine di un destino nuovo, che all’improvviso spazza tutto via e t’innamora, t’innamora! Ah come t’innamora, la malattia del mondo. Tanto da perderti in una affabulazione che viene a cascata

29 dove la realtà trova conforto in una disperata virtualità, senza passato e senza futuro, tutta nella libertà del presente. Atto che si consuma e si rigenera. Basta un clik e …open file e un clik e …close file. Chiuso, tutto finito, andare e venire dal niente di sé, dal rammarico, dall’acido vivere. Basta un clik, per tornare nel ‘sogno’, nel gioco, nel non esserci. C’è un poetare sotteso, che fa la trama. Lirico, sospeso, ‘mitico’… Le ninfe dei boschi, uscendo dalle loro querce, si affrettano verso il cantore, e perfino le belve accorrevano dalle loro tane al melodioso canto. Una ritmica del ‘raccontar-dicendo’ che accompagna il lettore in un avventura fatta di immagini costruite con la luce. Una dannazione di paesaggi che mischiano le suggestioni della pittura (Edward Hopper, con le sue stazioni di servizio sulle lunghe e desolate strade d’America, e il blu meraviglia di Yves Klein) ai pixel, a fluttuazioni elettriche. “Invisibile che diventa visibile” è questo romanzo, che travalica le categorie e mischia, frulla, centrifuga, lasciando il succo d’amore vivo, presente, unico. Un soliloquio, un monologare, in un Sistema dove non smette mai di piovere, dove sembra abitare la sensibilità di Ridley Scott, di Orwell, di Huxley, un plot transgender dove la lettura diventa un attraversamento fantastico e il mito conferma la sua carica profetica il so tutto degli antichi. L’ammonimento che ieri non abbiamo saputo ascoltare, profondamente conoscere!

Mauro Marino

Diario dall’Apocalisse Eleanor Coppola Minimum fax

“A Francis dirò: non aver paura. Ricordi quelli che si buttarono dalla finestra quando crollò la borsa? Credevano di essere i loro soldi. Tu non sei il tuo film. Se gli altri pensano che è grandioso, tu non sei Dio. Se gli altri pensano che fa schifo, tu non sei uno scemo. Tu sei un essere umano che ha dato a questo film tutto quello che aveva.” Queste alcune frasi del libro dove si intuisce che se è vero che dietro ogni grande uomo c’è una donna altrettanto importante, questo libro ne è la prova vivente. Scritto da Eleanor, moglie del regista, Diario dell’Apocalisse è il racconto della genesi di un capolavoro, un documento eccezionale su un film indimenticabile, che ha segnato un’epoca e ha mostrato al mondo cos’era davvero il Vietnam. Questo diario non è una semplice sequela di avvenimenti, ma molto di più. Porta con se il travaglio interiore che segna la nascita di un’opera, descrive dubbi ed amarezze, racconta i sogni e la vita e lo fa con la sensibilità che solo una penna femminile può avere. Un’opera imperdibile per ogni appassionato, ma anche didattica. Soprattutto per chi, molto superficialmente, vede un film come un semplice rotolo di celluloide. C. Michele Pierri

Il cinema salvato dal Sud Rita Picchi Kurumuny

Ci si interroga sempre più spesso su quello che voglia dire oggi, in tempi di globalizzazione, avere tratti locali, distintivi, attraverso i quali si cerchi di raccontare a noi stessi e agli altri il microcosmo in cui viviamo. Con tutti i mezzi, compreso il cinema. Quello di Rita Picchi è un libro interessante, che prova a descrivere il cosiddetto “cinema del sud” in una chiave differente. Non più partendo dal locale, ma intraprendendo un percorso a ritroso, che va dal cinema d’autore e si sposta pian piano per motivare la nascita e la diffusione di un fenomeno limitato, ma di forte influenza. Tralasciando entusiasmi ed aspetti folkloristici, l’autrice sceglie la strada del rigore analitico, accompagnata da una prosa leggera che rende la lettura agevole e veloce. Truffaut e Rubini diventano così il mezzo per intraprendere riflessioni sociologiche che spaziano dalla radio alla tv commerciale, per arrivare al moderno concetto di documentario. Un’occasione in più per riflettere, informarsi e seguire un po’ più da vicino i mutamenti, sempre più veloci, che caratterizzano il mondo in cui viviamo. C. Michele Pierri

Un’ultima stagione da esordienti Cristiano Cavina Marcos y Marcos

“Non vedo l’ora di diventare vecchio (…) per raccontare a un bambino come un pallone possa trasformare i più deboli nella Rocca di Gilbilterra”. È il potere del calcio: fare di novanta minuti di polvere, calci d’angolo, passaggi e goal una storia di epiche peripezie. Cristiano Cavina fa proprio questo: racconta le vicende di piccoli calciatori come se stesse scrivendo di battaglie epocali. Basta poco per scoprire che questa non è solo la storia dei tredicenni di Casal Valsennio, ma è la sua storia. È la storia dei suoi fantastici tredici anni, quelli in cui nulla poteva competere con la brama di calcio e di vittoria, neanche i sorrisetti maliziosi delle belle compagne di classe e le grida assillanti di mamme premurose. È il racconto di partite giocate nei campetti di calcio di periferia con personaggi fuori dalle righe, protagonisti di un calcio goliardico e sincero. Cristiano Cavina, pagina per pagina diverte con i suoi aneddoti di “benniana” ironia. Attraverso la scelta di una scrittura semplice e lineare racconta l’abbandono dei sogni adolescenziali e il passaggio obbligato al futuro attraverso i tempi di un ultimo, ma glorioso, campionato da esordienti. Raffaella De Donato


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Gay every day A.A.V.V. Manni editori

La nuova sfida editoriale di Manni esce in questi giorni a replicare il successo di Tu quando scadi? raccolta di racconti sul mondo dei precari. Quanto mai azzeccato il tempismo e il tema in entrambi i casi, segno di sguardo attento e di una politica di intervento su temi di grande interesse e attualità. In un momento in cui si parla tanto di outing esce nei negozi Gay every day, racconti dalla quotidianità omosessuale. Operazione delicata quella di delimitare in un libro dei racconti a tema, si rischia di sortire un effetto contrario all’intento. Per farlo bisogna calibrare bene la scelta degli interventi, farne un libro che sta in piedi da solo e non perché alla moda. Gay every day tutto sommato ce la fa. Al suo interno ci sono dei racconti carichi di disarmante sincerità, pieni d’amore. Alcuni scritti molto bene, altri meno. Una panoramica sui mille modi di vivere l’omosessualità, firmata da nomi noti ai più (l’apertura è affidata al mitico Giò Stajano) e da molti pseudonimi (piccolo neo, ma comprensibile). Like a virgin e Un anno di amore spiccano per scrittura, freschezza e intensità. (O.P.)

Daniele Del Pozzo è il direttore artistico del Gender Bender, festival internazionale delle arti legate alle rappresentazioni del corpo, alle identità di genere e di orientamento sessuale. Quest’anno il festival, accompagnato da mille polemiche di stampo politico e religioso, ha avuto più di 10.000 presenze. Merito anche del grande lavoro del Cassero, gay lesbian center di Bologna, dalla storia ventennale. Recentemente ha pubblicato per Mondadori Gay – la guida italiana in 150 voci. Il Gender Bender, giunto al suo quarto anno, si è appena concluso. Come è cambiato e cresciuto il festival rispetto alla prima edizione? Il festival è cresciuto sia come programmazione che come pubblico. Per quanto riguarda la programmazione, quest’anno si è dato ampio spazio a spettacoli di danza e teatro, oltre che concerti. Si è mirato a creare luoghi di incontro tra artisti e pubblico, con incontri e dibattiti che seguivano le performance. Ogni anno viene fornito un questionario anonimo, compilato in questa edizione da 850 persone. Rispetto all’anno scorso, c’è stata maggiore affluenza di pubblico, soprattutto femminile. Lo scorso anno si contava un 50% di uomini e 50% di donne – tra gay, lesbiche ed etero – quest’anno le donne sono state il 60%. Molti omosessuali prendono le distanze dalle manifestazioni folcloristiche di matrice gay, come i Pride, ritenendo che sviliscano la loro condizione e li ghettizzino ulteriormente agli occhi dell’opinione pubblica. Lei cosa ne pensa? Tutte le forme di socializzazione gay e lesbiche sono un’occasione di formazione oltre che di incontro. Non mi riferisco solo ai Pride, ma anche alle discoteche, alle saune. Sono luoghi dove si socializza, aiutano la persona a crescere, a formare la propria identità. Inoltre permettono di trovare dei modelli di comportamento, anche solo per conoscerne l’esistenza e sperimentare. Più che di ghettizzazione, parlerei di momenti di esperienza formativa salutari. La ghettizzazione – faccio anche riferimento agli attacchi arrivati al festival è infatti più nel cervello delle persone che nelle attività del Gender Bender. Queste occasioni offrono un’ulteriore scelta, dato che la partecipazione non è obbligatoria. Ecco perché ritengo siano un’occasione

in più per la propria crescita formativa. La guida gay in 150 voci esce in Italia con notevole ritardo rispetto ad altri paesi europei. Quali sono le ragioni e a chi si rivolge la guida? La guida si rivolge innanzitutto ai gay. Costruisce però una memoria storica del nostro paese che può permettere al mondo gay di uscire dal ghetto, ed essere riconosciuto come elemento fondamentale nella cultura italiana, anche mainstream. Credo che la guida, oltre agli omosessuali, possa rivolgersi a chiunque si interessi di cultural studies o di costume della società italiana. Offre infatti una nuova chiave di lettura alle trasformazioni sociali e storiche avvenute nel nostro paese. Il ritardo rispetto agli altri paesi è semplicemente dovuto al fatto che la teorizzazione arriva sempre per ultima: prima ci sono forme di espressione mediatica, culturale. Solo in un secondo momento si passa ad analizzarle e definire un ordine. Pensa che la guida possa aiutare un eterosessuale a muovere i primi passi verso la conoscenza del mondo gay? Sì, appunto perché non parte dall’identità gay in sé, che può interessare o meno. Parte dal contributo che quella identità ha avuto sul sistema culturale italiano tout court. Ecco perché può interessare chi si interessa della cultura italiana, aiutando a capire perché, ad esempio, Renato Zero si è trovato a cantare la sigla di Fantastico, a evidenziare la personalità di un cantante quale Umberto Bindi, capire perché appaiano i Gay Pride a dar così fastidio al Vaticano. Tempo fa ne L’infedele di Gad Lerner si parlava dell’accettazione del gusto gay da parte del mercato. La diffusione del gusto gay è giustificata dal fatto che ultimamente gay fa tendenza. Crede che l’immagine del gay offerta dai media corrisponda a quella reale? I media hanno sempre i loro linguaggi e modi di comunicazione che non rispondono in toto alla realtà, la quale è molto più stratificata. È interessante che si occupino di omosessualità perché permettono di aprire un dibattito. È sempre meglio dialogare che censurare. È vero che i gay hanno avuto delle nicchie di ascolto e attenzione più o meno tutelate o coperte. Ma ci sono anche grandi nomi della letteratura e del cinema, universalmente riconosciuti,


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come Pasolini e Almodovar, o Testori sul Corriere della Sera, i quali hanno dato la loro interpretazione del mondo partendo dall’esperienza personale, da una visione molto vicina all’estetica omosessuale. Come evidenziato anche dal libro, possiamo dire che il gay è accettato nella cultura. La vera novità invece è che ora si ha una maggiore attenzione e visibilità delle vite private delle persone gay. È stata proprio questa la vera svolta degli ultimi anni. Un aggettivo che descriva i Pacs. Necessari. Come vede la condizione gay in Italia tra dieci anni? Purtroppo credo ci sia una rimonta dell’integralismo, che mi fa pensare male. Le conquiste delle libertà civili e sociali sembrano tornare indietro di 3040 anni. Dall’altra parte, però, ritengo che ci sia una sorta di avanguardia profetica. Proprio i Pacs, ad esempio, si inseriscono in un contesto di grande cambiamento della società. Non parlo solo per i gay, perché i Pacs offrono un’alternativa al matrimonio valida anche per gli eterosessuali. La realtà che viviamo oggi – penso soprattutto alla generazione dei 40enni - ha subito dei profondi cambiamenti economici. Si vive nell’insicurezza, nel precariato. Affrontare un matrimonio diventa impossibile. Proprio i Pacs quindi garantirebbero delle forme di tutela alternative e valide. Ecco perché credo che in questa lotta per i diritti civili i gay abbiano una missione profetica. Certo, c’è sempre molto lavoro da fare, ma se da un lato vedo ombre nere, dall’altro c’è voglia di prendere atto delle trasformazioni della società italiana. Che consiglio darebbe ad un adolescente in piena crisi di identità? Sperimentare e non darsi dei giudizi. Né tanto meno partire da pregiudizi. Trovare in ogni modo la sua strada, qualunque essa sia, senza aver vergogna. E ad un omofobo? Uscire di più la sera e incontrare gente Cosa suggerisce ai politici italiani, tanto presi dalla necessità di dare un bagno a Vladimir Luxuria? Credo che le questioni cocenti e importanti della politica italiana siano ben altre. Dovrebbero occuparsi di quelle. Anna Puricella

Quella che vi presentiamo è una intervista con Giancarlo De Cataldo all’indomani della ripubblicazione di Terroni, saggio sulla “sua” Taranto, scritto una decina d’anni fa, in piena epoca Cito. Nonostante questo, un libro terribilmente attuale che può aiutare a comprendere la situazione tragica di dissesto, economico e culturale e umano, che vive la città bimare. Nella prefazione alla nuova edizione scrivi che avresti voluto aggiornare Terroni alla luce di quanto accaduto negli ultimi dieci anni ma poi hai lasciato perdere. Come Mai? Perché mi sono reso conto che avrei dovuto riscriverlo per intero e questo avrebbe snaturato e alterato lo spirito con cui questo libro è stato scritto che è un po’ lo spirito di distacco, di presa di distanza. E anche di bilancio, in qualche modo, per cercare di capire se c’erano degli elementi comuni per tentare di legare le varie storie di una terra di cui si parlava pochissimo: la Taranto di Cito, appunto. A distanza di anni tutto sembra terribilmente mutato, anche se credo che si tratti principalmente di apparenza. Anzi, certi meccanismi fondanti sono rimasti gli stessi al punto che una riscrittura mi avrebbe portato ad un altro libro. Perciò ho ritenuto che la ristampa fosse il modo migliore per sottolineare il senso che questo libro ha avuto allora e credo possa avere anche adesso. Qual è la relazione tra un passato legato ad un personaggio come Cito e un presente disastrato per colpa di una amministrazione comunale sicuramente più presentabile del suo predecessore ma portatrice di un modo di fare politica che ha spinto la città alla bancarotta? Sono le facce di una stessa medaglia? Sai, ci sono delle inchieste in corso per cui preferirei non esprimermi. Io direi che in democrazia le elezioni si vincono conquistando il consenso. Per cui se la città si trova in questo stato la colpa è di chi ha scelto una maggioranza piuttosto che un’altra. Quindi, non solo i politici, ma anche la società civile. Inoltre distinguerei molto bene tra chi ha governato e ha le sue responsabilità, e chi non ha governato al quale si può imputare solo il non aver vinto le elezioni. Si può e si deve invece puntare il dito contro una borghesia piccola o media che, dovendo scegliere tra un onesto magistrato e un pregiudicato, ha preferito quest’ultimo spalancando le porte al baratro.

La Puglia, pur con le sue sacche di miseria e le sue contraddizioni, ha visto negli ultimi anni mutare certe situazioni. Non mi riferisco solo a Vendola, che tu definisci new-entry, ma a tutta una serie di produzioni culturali che hanno denotato una vivacità artistica sorprendente. Come mai questo ‘new deal’ non ha interessato affatto la provincia di Taranto che è rimasta al palo? Io sono convinto che ci sia una ragione contingente, nel senso che lo slancio alle nuove comunità viene dai nuovi amministratori. Prendi la provincia di Lecce che è diventato un luogo capace di evocare miti con una portata mondiale, senza che questo ne snaturasse l’essenza. Lo stesso vale per Bari, che in un momento di crisi molto profonda, si è buttata nelle mani di un sindaco che proveniva dalla magistratura e che ha molti meriti nel cambiamento della città. Certo, non tutto è risolto ma la situazione è migliorata. Tutto questo a Taranto è mancato. Inoltre c’è un altro elemento che è quello dell’orgoglioso isolamento che caratterizza i miei concittadini. È quell’aspetto ‘leghista’ di cui parlo proprio in Terroni. Isolamento e cattiva amministrazione danno vita ad un cocktail micidiale che ti spinge ai margini. Eppure in Terroni parli anche della Taranto degli anni ’70 e racconti una città ben diversa… Quando faccio questi discorsi vivo l’imbarazzo dell’osservatore distante, informato dei fatti se vuoi ma non presente perché a Taranto non ci vivo da tempo. Io voglio sperare che i fermenti in città ci siano ma al contempo lamento il fatto che questi fermenti non abbiano ancora prodotto un’alternativa alla Taranto degli ultimi anni. Il problema è sempre lo stesso: una borghesia retriva, soffocante, conformista che non ha mai colto le tante occasioni di slancio che sono state offerte nel tempo alla città. L’appartenenza a cui tu fai riferimento invece di indebolirsi si consolida. Cos’è, autodifesa? Se il rapporto con le proprie radici è una rivendicazione orgogliosa può anche andar bene. Se deve diventare una chiusura verso l’esterno invece… noi, non dimentichiamolo, abbiamo avuto le ronde contro gli immigrati, in una città che immigrati non ne aveva. Se deve essere questo, se deve essere la ritualità di una belle epoque tarantina che non è mai esistita allora buttiamola a mare. Ilario Galati


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Il nostro viaggio tra le piccole e medie case editrici prosegue con DeriveApprodi. Ilaria Bussoni ci ha raccontato la nascita e l’evoluzione Come nasce la casa editrice e da chi è composta attualmente? Prima di una casa editrice DeriveApprodi è una rivista. Nasce nel 1992, contemporaneamente al riflusso, politico, culturale e teorico, degli anni Ottanta. È un periodo molto ricco, dal punto di vista dell’innovazione del pensiero critico. Insieme a DeriveApprodi, nascono molte altre riviste: Luogo Comune, Altre ragioni, La balena bianca. Sono tutti dei laboratori che tentano di ripensare le condizioni, lo stile e le forme di una critica del presente. In qualche modo si tratta di riannodare dei fili con i movimenti e le prassi degli anni Settanta, analizzandone i limiti e i possibili superamenti, ma tracciando anche una linea di continuità oltre la parentesi degli anni Ottanta. Si tratta, insomma, di riprendere interi blocchi di pensiero finiti nel dimenticatoio del “pensiero debole”, ma anche di sdoganare delle biografie o dei percorsi esistenziali ritirati a vita privata. Tutto questo avviene in un clima estremamente effervescente: il movimento universitario della pantera del 1990-1991 porta alla nascita di decine di collettivi, luoghi di riflessione e seminari; i centri sociali subiscono una grande trasformazione e da luoghi di semplice resistenza diventano spazi in cui si sperimentano nuove forme di creatività e di esistenza. Inoltre, si vanno a cercare nuovi strumenti teorici e il pensiero critico italiano si innesta sul post-strutturalismo francese (Foucault e Deleuze ad esempio), sul pensiero della differenza e di genere (soprattutto americano) e su molti altri filoni tra cui quello delle nuove tecnologie. La rivista DeriveApprodi nasce in questo contesto e rimane attiva per molti anni, contribuendo a questo dibattito e a questo lavoro di innovazione. La casa editrice, che nasce nel 1998, eredita questo bagaglio di esperienze, discorsi e problemi e continua a riproporlo anche nel suo lavoro editoriale. A lavorare in casa editrice oggi sono cinque persone e sette sono i soci. Ma c’è una vasta rete di collaboratori, amici, sostenitori, consulenti che hanno partecipato al progetto in modo volontario. La casa editrice, come già la rivista prima, è nata come un progetto

collettivo, con un impianto fortemente cooperativo. Senza i contributi di figure come Nanni Balestrini, Gianni-Emilio Simonetti, Paolo Virno, Franco Berardi (bifo) per citare solo alcuni nomi conosciuti, non saremmo sopravvissuti e forse nemmeno mai nati. In tanti ci danno una mano, ciascuno dal proprio ambito di competenza, dalla grafica a chi cura il sito internet… La nostra principale risorsa è stata appunto questa rete, che ci ha fornito idee, proposte, spunti e non di rado anche aiuti materiali. L’intelligenza della casa editrice DeriveApprodi non è quella di un singolo editore, ma è collettiva. Il vostro catalogo è molto variegato. Ci spieghi un po’ la divisione? Quali sono i vostri autori di punta? Siamo principalmente un editore di saggistica. Facciamo libri di approfondimento, per lo più interdisciplinari e non universitari, anche se spesso molti degli autori per professione insegnano. Più che per collane raggruppiamo i libri per aree tematiche, il che comporta spesso una varietà di scrittura che va dal piccolo saggio al reportage, dal diario al racconto letterario. Un’area importante è senz’altro quella destinata alla riflessione sui movimenti radicali e le esperienze politiche degli anni Settanta. Poi c’è il filone di storia dei movimenti ereticali avviato con la monografia su fra Dolcino. Ma anche testi di etnografia, antropologia urbana e di ricerca sociale che si presentano come veri e propri racconti (con personaggi e un intreccio) della realtà sociale di volta in volta indagata. Ci piace anche pensare di aver contribuito alla nascita di un genere letterario, quello dei ricettari storici. La serie della “cuoche ribelli” (La cuoca rossa o La cuoca di Buenaventura Durruti) ci ha consentito di parlare di alcuni dei fatti più tragici e determinanti del Novecento in un modo completamente nuovo, partendo dall’intreccio tra il racconto della vita quotidiana o materiale e le ispirazioni e la dimensione ideale di quel secolo. Ma ci sono molti altri temi, abbiamo dato spazio alla gay culture e alla analisi di genere; ci siamo occupati di migranti

e migrazioni, di trasformazioni del lavoro e movimenti, di società di controllo e media-attivismo. La vostra esperienza editoriale ha una forte radice ideologica. Ci illustri i motivi che sono alla base della Deriveapprodi. Ideologia non è un buon termine. Abbiamo semplicemente deciso da che punto di vista parlare. Non esiste una cultura “oggettiva”, ogni teoria, analisi o narrazione è sempre di parte. Siamo continuamente sommersi da enunciati che assumono una consistenza oggettiva. Sostenere che è in atto uno scontro di civiltà tra Oriente e Occidente, ad esempio, significa configurare la percezione delle cose, dare sostanza a una realtà. I sostenitori di questa tesi lavorano strenuamente perché questo enunciato non sia una semplice tesi, ma sia percepito come l’effettiva descrizione della realtà. Quello che facciamo è cercare di mettere in crisi ciò che sembra un dato di fatto. Le tesi, le analisi, i discorsi portano con sé rapporti di dominio, dispongono ciò che può essere detto e non detto, modificano la percezione. Ciò vale per ogni enunciato, per questo è importante sapere da che luogo si parla. Qual è lo stato dell’editoria oggi in Italia? Non buono purtroppo. La concentrazione sul piano distributivo e la configurazione delle librerie in catene non favorisce le piccole realtà editoriali. Librai ed editori indipendenti vivono le stesse difficoltà. Ciononostante sembra difficile trovare un comune denominatore per proporre un’alternativa al modello commerciale oggi dominante. Forse anche per i libri si dovrebbe guardare alle esperienze del consumo critico, immaginando forme di filiera corta, vendita diretta e gruppi di acquisto. Crediamo poco nell’intervento “protettivo” istituzionale o nelle iniziative per la promozione della lettura. Per le case editrici piccole o persino medie, anche per quelle esistenti da anni, sembra essere più difficile conservare uno spazio di accesso ai banchi delle librerie. (pila)


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Il vento che accarezza l’erba Ken Loach Bim distribuzione

Un Paese lacerato da un conflitto civile, prima che da una guerra di liberazione e l’eterna e mai semplice lotta per la conquista della libertà. Questi gli ingredienti de Il vento che accarezza l’erba, poetico titolo del nuovo film di Ken Loach. Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, il regista britannico riprende in questo lavoro i temi già affrontati in Terra e libertà (guerra di Spagna) e La canzone di Carla (i Sandinisti in Nicaragua), concentrandosi stavolta sul conflitto irlandese degli anni ‘20. Molti gli elementi che lo rendono un film di qualità, ma ciò che ne ha senza dubbio garantito la vittoria è la possibilità di legarlo istantaneamente alla situazione odierna, di poter scorgere in quel conflitto civile la moderna situazione irachena, come lo stesso autore ha tenuto a sottolineare.

Il che ovviamente è un’arma a doppio taglio, che se da un lato lo rende un film attuale e fruibile a tutti, dall’altro lo rende vulnerabile e politicamente esposto. Sebbene lontano dal miracolo di Terra e libertà, che nel ‘95 arrivò a rappresentare il manifesto universale di ogni popolo oppresso, va dato credito a Loach di aver fatto quello che nessun regista italiano è mai stato in grado di effettuare con il periodo fascista e che il giornalista Giampaolo Pansa tenta di compiere oggi con i suoi libri (Il sangue dei vinti), ossia di rendere visibile il disagio morale di un popolo, diviso e contrapposto nei valori prima che unito in una causa comune. Composto interamente da motivati attori irlandesi, perlopiù sconosciuti (ad eccezione del protagonista Cillian Murphy), il cast rende onore all’opera,

trasudando impegno e realismo. Derive marxiste escluse e considerazioni politiche a parte, quello di Loach rimane un bel lavoro, che attraverso l’epopea di due fratelli racconta tutto quello che un popolo, lentamente e con fatica, è riuscito a diventare oggi. Il film, proprio come un malumore, prende respiro poco la volta, esprimendo una prima parte piatta e scoprendosi travolgente nel tumulto finale, dove il senso profondo della pellicola viene finalmente svelato e discusso. E mi piace pensare che là fuori, da qualche parte, ci sia davvero un vento che inizia a soffiare ogni qual volta dei diritti vengono calpestati e l’uomo diventa il peggior nemico di se stesso. Una brezza fresca, che sposta l’erba e che porta con se odore di libertà. C. Michele Pierri


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Maurizio Sciarra torna in sala con Quale amore, una produzione Rai Cinema presentata in anteprima all’ultimo Festival di Locarno. Prendendo spunto da Sonata a Kreutzer, notissimo romanzo di Tolstoj, Sciarra traspone la Russia ottocentesca del romanziere russo nel contemporaneo mondo delle banche svizzere, dando al film un salto temporale che non può non intrigare, anche per la presenza di un cast di giovani emergenti ma di provata esperienza, come Giorgio Pasotti e Vanessa Incontrada. Il regista barese è al suo terzo lavoro, dopo l’esordio intitolato La stanza dello scirocco (1998) e il pluripremiato Alla rivoluzione sulla due cavalli (2001). Veniamo subito al film. Quale amore è tratto da Sonata a Kreutzer, celebre romanzo breve di Lev Tolstoj. Me ne racconta la genesi? Mi affascinava la capacità di questa opera di esprimere il percorso che porta dalla passione alla normale routine con tutto il carico di tensione che ciò comporta. Mi intrigava anche il fatto di partire da una storia eccellente e famosa per arrivare a un tema quotidiano che tutti, prima o poi, abbiamo vissuto. Una delle critiche che le sono state mosse è quella di aver scelto un linguaggio arcaico a dispetto di uno scenario contemporaneo e di un intreccio in parte rivisitato. Come motiva questa scelta? Non condivido le critiche e in particolare questo appunto. Secondo me il linguaggio usato è esattamente quello confacente alla storia raccontata, che non ha temi banali. Purtroppo siamo in un periodo in cui impera un linguaggio povero che è quello televisivo. Ecco, se il cinema serve a qualcosa è a recuperare momenti importanti e questo mi sembrava il modo migliore di farlo. Tutti e tre i suoi lavori sono tratti dalla

letteratura. È un modo semplice per trovare un soggetto o è scelta precisa? E se si, dettata da cosa? La derivazione letteraria è una pratica tra le più diffuse all’estero. In Italia c’è stato un periodo in cui si aveva paura di osare e di confrontarsi con argomenti importanti. A mio modo di vedere in un film la storia è fondamentale e prendere un intreccio già collaudato è non solo una garanzia di successo, ma anche di qualità. Nei suoi film è presente una vena critica e come anche il suo passato da documentarista dimostra, lei ha una inclinazione all’analisi e alla fotografia della realtà. Crede che parte del cinema abbia il dovere di denunciare e di assumere una identità politica? No, quella di documentarista è stata solo una mia parentesi professionale. Il cinema deve rappresentare storie e sentimenti. Non deve servire a denunciare, bensì a raccontare. Lei sembra avere un feeling particolare

con i giovani attori, per ultimo mi viene in mente Pasotti che sembra ormai lanciato. Cosa ne pensa delle nuove leve? C’è spazio per un nuovo attore di riconosciuta statura internazionale? Non credo si possano fare paragoni. I nostri attori sono frutto del cinema che facciamo oggi. Ce ne sono tanti e di ottimi, ma per aiutarli a crescere servono buoni film. Ma a prescindere dal loro percorso quelli che hanno lavorato con me continueranno ad avere un rapporto particolare, frutto di un cammino svolto assieme. Un’ultima domanda per chiudere. Lei è di Bari, ma a differenza di altri registi pugliesi come Rubini e Winspeare, ha finora resistito alla voglia di raccontare la terra da cui proviene. Perchè? Non credo al cinema locale. Semmai credo a scenari importanti per narrare storie in cui tutti possano riconoscersi. Se mi capiterà un film dove la Puglia non sia uno sfondo, ma un mezzo per raccontare allora bene. Detto questo non credo che cinema debba avere dimensione nazionale, figuriamoci regionale. C. Michele Pierri


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Marie Antoinette

Sofia Coppola Sony Pictures

Si è già parlato tanto e si è scritto ancora di più dell’ultimo celebre film di Sofia Coppola. Della sua presentazione a Cannes e del giudizio sicuramente non uniforme dei critici. Della colonna sonora estremamente e squisitamente rock per un film ambientato nel settecento. Dei sontuosi costumi realizzati da Milena Canonero e delle immense distese verdi. Dei fronzoli, delle torte a più piani, delle All Star accanto ai tacchi a spillo. Soprattutto tanto si è scritto e detto sulla maniera in cui la regista ha scelto di rappresentare l’assoluta protagonista di questa storia: Maria Antonietta. Nel passato ci hanno già pensato storici e critici storiografici a tracciare il ritratto della giovanissima regina di Francia di origine austriaca: bella, frivola, insensibile, a commentare il lusso di cui s’era circondata a corte, a giudicare duramente i vizi, le infedeltà, i capricci che la caratterizzavano, i primi otto lunghi anni senza mettere alla luce l’atteso erede al trono, l’accusa di aver condotto il popolo francese alla rovina, alla rivoluzione. Le intenzioni di Sofia Coppola non sono state decisamente queste. Per lei, Maria Antonietta (interpretata nella pellicola dalla ventitreenne Kirsten Dunst) è stato uno shock, un personaggio - ha affermato - affascinante e magnetico, una piccola donna e mille verità nascoste a cui avvicinare il pubblico. Non un documentario storico, dunque, né la biografia completa di Maria Antonietta. Uno scorcio di vita ambientato alla corte di Versailles, col sottofondo di Air, Cure, Phoenix mescolati alle note di Vivaldi, la velata solitudine di una regina bambina che non lascia nessuno indifferente. Valentina Cataldo

The Departed - Il bene e il L’amico di famiglia Paolo Sorrentino male Martin Scorsese Medusa

Due vite parallele e speculari manovrate dal luciferino Frank Costello, magistralmente interpretato da Jack Nicholson, si aggirano in una Boston cupa e corrotta, emblema di un conflitto universale e senza tempo: quello tra bene e male. Conflitto che Scorsese intreccia, fonde e confonde lasciando in bilico l’identità di Colin (Matt Damon) e Billy (Leonardo Di Caprio). L’uno allevato dal potente boss Costello che fa di lui un poliziotto ai massimi vertici; l’altro costretto ad accettare una missione rischiosa perché membro di una famiglia non proprio per bene. Due poliziotti dunque, uno che dall’interno protegge Frank, l’altro che si infiltra nella vita del criminale fingendosene complice e amico. Due talpe che si cercano, si inseguono e si sfuggono in un susseguirsi di riprese che vorticosamente stringono l’obiettivo sui due antagonisti, fino a catapultare lo spettatore nelle loro menti tormentate: chi sono, da che parte sto? L’ambiguità è esaltata dalla somiglianza fisica delle due talpe, legate ad un uomo che tiene in mano le loro vite, e accomunate da un finale dubbioso: giustizia è davvero fatta? Maria Grazia Piemontese

Medusa

L’amico di famiglia esce finalmente nelle sale italiane (poche nonostante la distribuzione Medusa), dopo essere stato presentato già nel mese di maggio al Festival di Cannes (ricevendo critiche alterne) e in molte altre rassegne internazionali. Paolo Sorrentino, classe 1970, torna dopo L’uomo in più (2001) e il bellissimo Le conseguenze dell’amore (2003). L’Italia degli “orrori”, mediocre e arruffona, rappresenta il teatro in cui si muove Geremia, (interpretato da uno straordinario Giacomo Rizzo), un uomo sgradevole e ripugnante alla vista. È un usuraio fortemente ossessionato dai soldi, dalle donne e dalla madre, e che si accompagna a Gino (Fabrizio Bentivoglio), un singolare cowboy dell’agro pontino. Le cose sembrano prendere una svolta, quando incontra il suo ultimo “cliente”, Saverio. Quest’ ultimo, pur di regalare un matrimonio sfarzoso alla figlia Rosalba (Laura Chiatti), decide di mettersi nelle mani dell’usuraio. Geremia, che sembra non aver mai

conosciuto l’amore, perde la testa per la giovane donna e per conquistarla, decide di investire tutti i suoi soldi in un grosso affare. Paolo Sorrentino sceglie, anche in questa nuova storia, di mettere a fuoco e di far interagire personaggi insoliti, sempre in netto contrasto tra di loro, il vecchio e sudicio usuraio, “Miss agro pontino”, il cowboy nostrano; ambienta il racconto filmico a Latina e Sabaudia, tra le sterili architetture fasciste, distaccandosi esteticamente dalla odierna cinematografia italiana (e non solo). Anche qui il regista si affida all’ottima, impeccabile fotografia di Luca Bigazzi, che oppone agli interni scuri e opprimenti (soprattutto la casa di Geremia), esterni spesso accecanti, ampi spazi che richiamano le piazze di De Chirico. Sorrentino, oltre a rivelarsi un abile tecnico della macchina da presa, costruisce alla perfezione i suoi personaggi, tutti interpretati in maniera eccellente dall’intero cast, tra cui spicca Giacomo Rizzo. Lo spettatore rimane dunque incollato alla poltrona per quasi due ore, quasi fosse un thriller. Ma in fondo questa pellicola rappresenta molto di più, perché il regista si destreggia agilmente tra la commedia (anche della risata spicciola), il genere drammatico, il noir lynchciano. Sabrina “Zero project” Manna

Le rose del deserto Mario Monicelli

Tratto da un’opera di Mario Tobino, Le rose del deserto segna a 91 anni il ritorno in sala di Mario Monicelli, autentico pezzo di storia del cinema italiano. Commedia agrodolce, il film racconta del Terzo Reparto della Trentunesima Sezione Sanità che si accampa a Sorman, sperduta oasi del deserto libico. Soldati e ufficiali sono sicuri che vi rimarranno per poco tempo. Ma c’è bisogno di loro e quella che doveva essere una breve spedizione militare acquista la dimensione di una lunga missione umanitaria. Nel cast Michele Placido e Alessandro Haber.

The prestige

Christopher Nolan

Il regista britannico rivelatosi al mondo con Memento (2000) torna in sala con un film fantastico basato sull’omonimo romanzo di Chritopher Priest e che ha per protagonisti Christian Bale e Hugh Jackman. Il film racconta di due maghi che combattono l’uno contro l’altro per migliorarsi e carpire quanti più segreti possibile all‘avversario. Ma la rivalità è talmente grande che li porterà ad uccidere. Da segnalare la presenza di Scarlett Johansson e la partecipazione di David Bowie.


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Io mi ricordo che da piccolo, tipo alle feste delle medie o a quelle comandate, quando non sapevi cosa comprare te ne uscivi con il fatidico e fantasmagorico buono per i dischi. In realtà era un po’ un rifugiarsi in calcio d’angolo quando conoscevi poco una persona e non sapevi cosa regalarle. Era come la cravatta per tuo padre o il profumo per tua madre. Comunque e dovunque, andava sempre bene. Natale è alle porte e te ne accorgi anche da quello che passa la radio e da quello che vedi pubblicizzato nelle riviste o nelle meravigliose vetrine dei negozi. Natale per la musica è sinonimo di doppio, triplo, antologia, live e (nei casi migliori) nuovi album. In libreria non manca mai l’ultima fatica di Bruno Vespa (che io personalmente vorrei comprare ma non trovo il coraggio e forse lo prenderò un giorno in un autogrill dove nessuno mi conosce), nel negozio di cd non mancano mai i titoli dei big. Così la grande Mina ha deciso di tornare proprio a scadenza natalizia con il suo Bau (realizzato in collaborazione con Andrea Mingardi), Nek è entrato dopo lungo silenzio Nella stanza 26, Laura Pausini ha deciso di cantare l’Italia nel mondo (lei si che se lo può permettere) con le cover di

Io canto (dal poppissimo pezzo di Riccardo Cocciante), Fiorella Mannoia ha optato per il Brasile in Italia con Ritmo tropicale, Gigi D’Alessio esporta il Made in Italy, mentre Zucchero sta sbancando con Fly. Tutti dischi che non ci permetteremmo mai di recensire su Coolclub.it (che possano cadermi le mani) ma che alla vigilia del difficile Natale siamo costretti e “contenti” di consigliare (o sconsigliare) a tutti quelli che proprio non sanno cosa regalare (anche io cari miei un giorno sono entrato in un negozio e ho chiesto il best di Michele Zarrillo, parlando a bassa voce e facendo finta di non conoscere quel capolavoro dell’Elefante e la farfalla). Babbo Natale porta con sé però anche prodotti notevoli. Questo 2006 sembra l’anno dei tripli così Adriano Celentano (irresistibili gli esordi del supermolleggiato), Francesco De Gregori (che propone anche la sua versione di Diamante, pezzo straordinario donato a Zucchero), il compianto Fabrizio De Andrè (con la seconda parte di In direzione ostinata e contraria), il mitico Tom Waits “offrono” un cofanetto al prezzo speciale con tre cd. Vinicio Capossela regala a tutti i suoi fan un interessante doppio cd/dvd, testimonianza del lungo viaggio live di Ovunque Proteggi,

mentre Luciano Ligabue (che è sempre esagerato) di dvd ne fa cinque per un cofanetto da intenditori (anche un po’ maniaci). Un regalo enorme ai fan è anche questo Love dei Beatles con versioni inedite e rimasterizzate (assolutamente da avere). Non perdono l’occasione di un agevole successo commerciale anche Le Vibrazioni, l’improbabile duo Masini/Tozzi (che insieme potrebbe firmare Ti amo bella stronza o Gloria Vaffanculo), Tiziano Ferro, Elisa (con un best), Niccolò Fabi (con un best), I Pooh (con un live), Vasco (con un best), Venditti (con un live), Renato Zero (un best o un live, mannaggia non mi ricordo). La scelta è vasta. Ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche (non fatevi sfuggire le numerose offerte sotto i dieci euro). Insomma a Natale mettete la musica sotto l’albero (non solo ipod nani) che fa bene. Se mi è sfuggito qualcosa mi scuso, andate in negozio e cercate. (scipione)


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Come per la nascita delle radio libere negli anni settanta, all’inizio di questo secolo è arrivato il Podcasting, l’evoluzione delle radio in streaming, nuova libertà di espressione radiofonica, economicissima, senza alcun problema di frequenze, alla portata di chiunque: un pc, una connessione, un microfono. Il Podcasting è un sistema che permette di scaricare file di qualsiasi tipo, siano essi audio, video o altro, chiamati “podcast”, resi disponibili da un sito, utilizzando un semplice programma (client) chiamato aggregatore o feeder. La novità che porta questo nuovo sistema è la fruibilità della risorsa audio/video in qualsiasi momento. A differenza dello streaming infatti non è necessario che l’ascoltatore sia on line per ascoltare, il podcaster cattura lo streaming, lo scarica sul pc o su qualsiasi altro supporto e lo ascolta quando vuole (e qui non ci dilunghiamo troppo sul meccanismo di funzionamento). Un pioniere italiano del podcasting, Marco Traferri, nel suo libro Podcasting che funziona afferma: “Con il podcasting non solo l’audio è reso tascabile, trasportabile e ascoltabile in ogni momento e in base alle esigenze di ciascuno, ma chiunque può essere in grado di realizzare e diffondere informazione sonora e musica su scala planetaria. Insomma, il podcasting segna la rinascita della nuova radio libera”. Ora, il paragone potrebbe sembrare azzardato; come a volte accade sulla rete, potrebbe trattarsi di un “fuoco di paglia”, tecnologie e strumenti in apparenza all’avanguardia, sono spesso e presto diventati obsoleti in pochi mesi nella giungla internettiana. Ma nel

caso dei podcast i segnali esterni al mondo della rete sono numerosi e incoraggianti per i podcaster; infatti sempre più radio via etere, testate giornalistiche, artisti celebri aprono i loro podcast entrando a far parte del gioco, cavalcando l’onda di questi ultimi due anni. Nel gioco è entrata molto presto anche Apple, inserendo circa 3 mila podcast su iTunes: in soli due giorni ne sono stati scaricati un milione. Va quindi ad Apple il merito di aver introdotto milioni di ascoltatori al mondo del podcasting. Tuttavia non è tutto oro quello che luccica: bisogna spesso fare i conti con il copyright, perché in effetti si tratta di download di opere, spesso coperte da diritti d’autore. Già ai tempi delle radio in streaming (parliamo del 2001), il RIAA (organizzazione che rappresenta i discografici americani), appoggiata da più fronti, impose alle web-radio il pagamento di royalities per la musica trasmessa. Fu un duro colpo per le radio in streaming, tuttavia, nel 2003 a Londra, fu raggiunto un accordo che prevedeva una licenza unica per le radio in streaming. Ma per una volta il podcaster sembra avere un asso nella manica; infatti Apple, visto il suo grande impegno e impiego di risorse nel campo del podcasting probabilmente non permetterà che tutto questo si trasformi in un fallimento. E dietro queste lotte tra i giganti, potrebbe continuare a sopravvivere il ragazzo della porta accanto che dispensa con il suo podcast, la propria voce, veicolo di originalità e creatività come lo sono state 30 anni fa le radio libere. Federico Baglivi

Pandora.com è una radio on-line che fa sentire musica calibrata sui gusti dell’ascoltatore. Si inserisce il nome di un artista o di una canzone. Pandora suona una serie di pezzi simili a quello che abbiamo chiesto per armonia, melodia, ritmo, e altre caratteristiche. L’ascoltatore può segnalare a Pandora se il pezzo è di suo gradimento oppure no. Se lo fa, Pandora registra questa preferenza, e ne terrà conto per la scelta dei prossimi pezzi. A Pandora chiedo “Beatles” e ascolto nell’ordine: Mr. Moonlight, dei Beatles, appunto; Odorono, degli Who, canzone che conoscevo; Tonight at noon, dei Jam, canzone e gruppo da me totalmente ignorati; poi, The Wreck of Antoniette, altro pezzo, bello, che non conoscevo. E via dicendo. Una programmazione perfetta, per chi voleva ascoltare qualcosa di simile ai Beatles. Rispetto alla radio tradizionale se una canzone non piace si può passare al pezzo successivo. Si può anche creare più di una stazione, quindi ogni utente ha le sue stazioni personalizzate. Dal punto di vista della conoscenza, le webradio come Pandora offrono possibilità sbalorditive, perchè catturano l’attenzione dell’ascoltatore con canzoni che possono plausibilmente piacergli, ma di artisti che ignora e che magari andrà a cercare. Le potenzialit�� di queste webradio si capiscono soprattutto se si pensa che molti degli utenti-flat non disdegnano, anzi amano, scaricare musica da internet. Così queste webradio fanno il lavoro delle vecchie radio, diciamo di promozione – con il vantaggio che un semplice input dell’utente le mette in condizione di

trasmettere la musica “giusta”. Per l’ascoltatore, certo, è un piacere discreto ascoltare una serie di nuove (per lui) canzoni più o meno gradevoli, ma è un piacere immenso ottenere in breve tempo e gratis la discografia completa di un artista che lo ha impressionato per tre minuti e mezzo. E c’è un solo modo per farlo, anche se illegale. Per restare a monte della questione, diciamo che le webradio come Pandora risolvono in maniera brillante il problema della fame di nuova musica. Della voracità (figlia di Napster?), verrebbe da dire. Pandora, ancora una volta a braccetto con e-mule e gli altri, è segno, - per ora, ma presto forse anche causa – di un cambiamento culturale. Quante volte si riascolta per intero mediamente un album che si ha sull’hard-disk, nell’era dell’Mp3, prima che piaccia? Probabilmente lo si ascolta meno di una volta, mentre la traccia numero nove, che colpisce subito, finisce per essere ripetuta due o tre volte al giorno nella playlist dell’Ipod. Le eccezioni non mancano, ma il cambiamento riguarda molti di noi e il modo in cui la musica comincia a piacerci. Il riascolto attento di un disco, diventa obsoleto. In rete c’è tutta la musica del mondo e non c’è tempo per la degustazione. Pandora, in qualche modo interpreta questo cambiamento. E non è un bene né un male, stiamo semplicemente andando in questa direzione: tutti, tranne i discografici – ovviamente su Pandora non c’è traccia di musica italiana. Daniele Rollo

PODCAST

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Nel panorama della musica d’autore italiana è senz’altro uno degli artisti più apprezzati e stimati. Gianmaria Testa, classe 1958, è un ferroviere nato in provincia di Cuneo. Dopo le prime esperienze in numerose formazioni rock nel 1993 partecipa al Premio Recanati. Qui viene notato da una produttrice francese che gli propone di incidere un disco con la sua etichetta. Così la carriera di Testa parte oltralpe con Montgolfières. Come mai il suo viaggio discografico parte dalla Francia? Era troppo bravo per l’Italia? È stata una vera e propria casualità. Questa produttrice francese mi propose di realizzare un primo disco senza che dovessi scendere a compromessi. In Italia era complicato lavorare in quel modo, in molti mi suggerivano cose da modificare. Io invece avevo voglia di crescere facendo i miei errori senza dover subire troppe modifiche. Da qui la decisione di cogliere questa opportunità in Francia. Da alcuni anni pubblica in Italia, gli ultimi dischi sono andati molto bene, è diventato un “caso” musicale. Com’è cambiato in questi dieci anni il mercato discografico? Dopo i primi lavori ho iniziato a pubblicare direttamente in Italia con una buona distribuzione. Credo che in questi ultimi anni ci sia stata una vera e propria rivoluzione giacché i dischi si possono facilmente copiare da internet. Ed è inutile pensarci troppo, non c’è nulla da fare, è un dato di fatto. Semmai questa situazione dovrebbe portare ad una spinta verso l’uscita di prodotti meno “usa e getta”, quando si ha qualcosa da dire e non solo per vendere. Nella sua carriera è molto importante il rapporto con la letteratura. Basti pensare alla sua esperienza con Jean Claude Izzo e ai suoi spettacoli teatrali con Erri De Luca. Ci racconta un po’ questo rapporto con la parola? Io sono un buon lettore e avrei voluto avere la capacità di scrivere. A differenza del musicista non c’è bisogno di una presenza fisica ma tutto può essere fatto da casa, senza il bisogno di apparire. Per quanto riguarda Jean Claude e Erri sono due scrittori che corrispondono a quello che scrivono. Secondo me è importante che non ci sia nessun bluff tra autore e persona giacché di bluff è pieno il mondo. La loro scrittura è quello che loro sono.

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Jean Claude aveva citato alcuni miei brani nei suoi primi libri, poi ci siamo conosciuti e purtroppo, vista la sua prematura scomparsa, abbiamo avuto poco tempo per approfondire la nostra amicizia. Erri è uno scrittore che conoscevo come lettore e che mi impressionava sempre. Ha un tipo di scrittura che mi colpisce e non ho mai trovato qualcosa che mi pottessi permettere di sottovalutare. La sua è una scrittura scarna, intensa, da uomo di montagna nonostante sia di Napoli. Dopo è nata un’amicizia che continua tuttora. Poi abbiamo intrapreso l’esperienza di uno spettacolo teatrale con Don Chisciotte. Il suo nuovo cd Da questa parte del mare è un concept album. Da dove nasce questa idea? L’idea del concept è fuori tempo massimo. Ormai la maggior parte dei dischi si vendono per le suonerie. Ho deciso di scriverlo perché non pensavo di poter liquidare il tema dell’immigrazione in una sola canzone. Nella completezza del cd ho provato a raccontare il dramma della differenza tra primo e quinto mondo. L’idea nasce proprio in Puglia quando assistetti allo sbarco di due africani. Uno morì sulla spaggia. Si tratta di un argomento molto complesso che suscita forti emozioni ma un conto è sapere e parlare, un conto è vedere. La tragedia io non la so raccontare non potrei raccontare in vece di quelli che vivono in prima persona questa esperienza. Ho scritto questo cd per mettere in discussione la nostra indifferenza. Per questo si chiama Da questa parte del mare. Nel cd ci sono anche due pezzi che raccontano quando gli emigranti eravamo noi. Com’è cambiata la condizione degli immigrati? Il cd è una sorta di arco di tensione che parte dal racconto dell’immigrazione e arriva a noi. Noi italiani, putroppo, ci siamo dimenticati che eravamo noi a partire. Rital è un pezzo dedicato a Jean Claude, figlio di salernitani immigrati in Francia. Rital è l’equivalente di terrone e così i francesi chiamavano gli italiani che arrivavano lì per lavorare. Lui mi raccontava che i suoi gli avevano praticamente proibito di imparare l’italiano, in modo che l’integrazione fosse più rapida. Miniera invece è un vecchio

pezzo degli anni ‘20. Passando dalla musica alla politica. Come giudichi l’attuale legge sull’immigrazione? Nel dettaglio credo che nessuna legge, nessun muro possano in qualche modo fermare o modificare la tendenza al disequilibrio di equilibrarsi. Nessun muro può fermare la voglia di andare dall’altra parte. Noi da questa parte non riusciremo mai a fermare quelli che provengono dall’altra parte. Chi si muove a piedi o in nave e fa viaggi lunghissimi è spinto dalla disperazione. Cosa ascolta in questo momento? Il Requiem di Mozart è uno dei miei ascolti preferiti. Ultimamente ho ascoltato gli ultimi cd di Bill Frisell e di Bob Dylan. Nel panorama italiano Vinicio Capossela mi stupisce sempre. Anche se il suo l’ultimo cd Ovunque proteggi non mi ha colpito molto, credo che meglio di nessun altro sappia utilizzare e sviluppare nuove sonorità. Giovedì 21 dicembre Gianmaria Testa sarà a Lecce (presso il Db D’essai) accompagnato da Piero Ponzo (clarinetto, sax e fiati), Claudio Dadone (chitarra acustica), Nicola Negrini (contrabbasso). L’appuntamento è organizzato dalla Saletta della Cultura di Novoli e da Coolclub all’interno della rassegna Tele e Ragnatele e del Capodanno dei Popoli della Provincia di Lecce. Inizio ore 21.30. Ingresso 20 euro (platea) e 15 euro (galleria). Prevendite presso Pick Up a Lecce. Per Informazioni e prenotazioni info@coolclub.it - 0832303707 Venerdì 22 dicembre sarà a Bari in quintetto con Erri De Luca all’interno del festival, organizzato da Princigalli Produzioni, Le voci dell’anima. Pierpaolo Lala


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sabato 9 / Petra Magoni e Ferruccio Spinetti per le Voci dell’Anima alla Chiesa della Natività di Bari Si terrà a Bari dal 9 al 23 dicembre la terza edizione del festival musicale “Le Voci dell’Anima O c c i d e n t e Oriente”: dieci concerti in altrettante chiese della città in un viaggio musicale che attraversa alcune delle molteplici visioni espresse dalle tre grandi religioni monoteistiche del Mediterraneo in un itinerario migrante fra suoni e parole, culture e religioni. Primo appuntamento con il duo Petra Magoni e Ferruccio Spinetti che proporranno Quam dilecta, un progetto speciale in collaborazione con il festival della Provincia di Milano Musica dei cieli, in prima nazionale a Bari. Inizio ore 20.30. Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili. Info 080 558.35.41; wwwprincigalliproduzioni.it sabato 9 / David Rodigan dj set allo ZenzeroClub di Bari sabato 9 / Darrel Tribute all’Istanbul Café di Squinzano (Le) sabato 9 / Vittorio Merlo alla Saletta della Cultura di Novoli (Le) È uno degli autori più ascoltati e scaricati dalla rete. Poco considerato dalla stampa e dalla televisione nazionale Merlo è diventato famoso grazie a internet e al passaparola. Tra le sue canzoni più gettonate Ferrari, Non sopporto i berlusconi, La filastrocca del cavaliere, Martina guarda il mare, La mucca pazza. Nel 2005 è uscito il suo primo cd Ho sognato Bruno Vespa che contiene sei brani. Con Merlo sul palco Roberto Manuzzi maestro di sax e polistrumentista nella band di Francesco Guccini. L’appuntamento rientra nella rassegna Tele e Ragnatele della Saletta della Cultura di Novoli. Inizio ore 21.30. Ingresso 5 euro. Info 347 0414709 – marioventura3@virgilio.it. sabato 9 / Superpartner al Sinatra Hall di Ugento (Le) domenica 10 / Trio Joubran per le Voci dell’Anima alla Chiesa del Salvatore di Bari La musica di questo trio palestinese di suonatori di oud, il liuto arabo famoso in tutto il mondo orientale, non è solo l’espressione del loro sentire, ma è anche, dalla prima all’ultima nota, un’alchimia di spirito e suono, un insieme di sensualità e dolcezza. Inizio ore 20.30. lunedì 11 / Misa Flamenca per le Voci dell’Anima alla Chiesa di San Marcello di Bari La Misa Flamenca, composta dal celebre chitarrista Paco Peña, originario di Cordoba, fu eseguita in anteprima dalla sua compagnia insieme al Coro dell’Academy St. Martin nel 1991 al Royal Festival Hall di Londra e quindi filmata e riportata su disco dall’etichetta inglese Nimbus. L’appuntamento rientra nel festival “Le Voci dell’Anima Occidente Oriente”. Inizio ore 20.30. mercoledì 13 / Sudario: Desiati, Mansueto,

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Marmo e i Nuovi poeti salentini per le Voci dell’Anima all’Auditorium Vallisa di Bari Quattro diversi momenti poetici, incroci dell’anima ritmata, accomunati da un arcaico ma insieme estremamente contemporaneo riallacciarsi alle origini comuni della oralità poetica e della musica. Inizio ore 20.30. da giovedì 14 a sabato 16 / Controfestival al Teatro Kismet di Bari e in diretta radiofonica su Controradio Controradio di Bari propone anche quest’anno il ControFestival, un appuntamento imperdibile per gli amanti della musica. 96 band emergenti da tutta la Puglia in 48 ore di musica live no stop. 96 pittori emergenti da tutta la Puglia in 48 ore di live paintings su una grande tela. E inoltre ospiti e sorprese. Tutto in diretta su ControRadio. Info www.controweb.it giovedì 14 / Coro e Ensemble Universitario in collaborazione con Sudivoce Vocal Ensemble nell’Aula Magna dell’Ateneo di Lecce. Il repertorio varia tra i generi pop, rock e soul. Inizio ore 12.00. Ingresso gratuito venerdì 15 / Stillness Blade + Special Guests all’Istanbul Café di Squinzano (Le) venerdì 15 / Ellen Alien dj set allo ZenzeroClub di Bari venerdì 15 / Cicky Forchetti al Prosit di Lecce venerdì 15 / Tanya Michelle Quartet allo Shui Bar di Lecce sabato 16 / Paolo Benvegnù, Cesare Basile e Songs for Ulan a Galatina (Le) sabato 16/ Vibronics from UK (in collaborazione con DUBRISING) all’Istanbul Café di Squinzano (Le)

Basato a Leicester (Uk),Vibronics,negli ultimi cinque anni ha conquistato potentemente la scena come pochi altri e la sua musica è suonata da tutti i migliori sound system. Vibronics possiede uno stile assolutamente originale e personale e viene considerato il futuro del dub. sabato 16 / Hanif Umair ai Sotterranei di Copertino (Le) sabato 16 / Transgender alla Saletta della Cultura di Novoli (Le) La rassegna Tele e Ragnatele della Saletta della Cultura di Novoli prosegue il suo viaggio alla scoperta della nuova musica d’autore. Sul palco i Transgender che presenteranno il loro nuovo lavoro “Mey ark vu”. I Transgender nascono a Imola nel 1997. Inizio ore 21.30. Ingresso 5 euro. Info 347 0414709 – marioventura3@virgilio.it. sabato 16 / My miles ai Cantieri Koreja di Lecce Il musicista salentino Cesare Dell’Anna, presenta in anteprima assoluta presso i Cantieri Teatrali Koreja il suo nuovo

progetto. My miles è un tributo al grande Davis a 80 anni dalla nascita del genio che con la sua testimonianza musicale fatta di svolte stilistiche ed innovazioni tecniche ha cambiato per sempre l’idea stessa di Jazz. Biglietto intero € 10,00 - ridotto (sotto i 25 e sopra i 60) € 7,00. info 0832.242000 domenica 17 / Miss Fraulein ai Sotterranei di Copertino (Le) domenica 17 / Sheikh Ahmad Al-Tuni per le Voci dell’Anima nella Chiesa di San Francesco D’Assisi di Bari lunedì 18 dicembre / Yair Dalal per la Voci dell’Anima nella Chiesa del SS Redentore di Bari Inshalla in arabo significa “con l’aiuto di Dio”, shalom in ebraico significa “pace”. Il concerto di Yair Dalal riflette questo desiderio di pace in Medioriente, la sua è una musica che va oltre i conflitti e porta unione, pace e speranza nei cuori con un repertorio di canti dai diversi paesi del Medioriente e nelle diverse lingue, tra cui araba, israeliana, aramaica. Inizio ore 20.30. martedì 19 / Jam Session all’Araknos di Aradeo (Le) Roberta&Carlo presentano Jam Session, un live itinerante dedicato ai musicisti appassionati di tutti i generi. Dodici appuntamenti per dodici locali tra le province di Lecce e Brindisi. Info 3282703046, 3293538359. Inizio ore 21.00. Ingresso gratuito. martedì 19 / Vinicio Capossela per le Voci dell’Anima alla Chiesa di San Paolo di Bari Momento magico, professionalmente parlando, per Vinicio Capossela. Fresco vincitore al Premio Tenco, la più importante manifestazione italiana di musica d’autore, grazie a Ovunque proteggi, album splendido ma complesso, che ha raggiunto la vetta della Hit parade. Inizio ore 20.30. mercoledì 20 / Yasmin Levy per le Voci dell’Anima alla Chiesa Mater Ecclesiae di Bari La celestiale voce di Yasmin Levy si immerge nella ricerca di un repertorio legato al mondo della lingua ladina, una forma arcaica dello spagnolo parlato nel secolo XV che, incrociandosi con la lingua turca e con la terminologia religiosa ebraica, diventò lingua indipendente in tutto il bacino del Mediterraneo, coltivata dagli ebrei sefarditi dopo la cacciata dalla Spagna del 1492. L Inizio ore 20.30. giovedì 21 / Sudivoce vocal e instrumental ensemble al Teatro Antoniano di Lecce Formazione canora diretta da Irene Scardia per gli arrangiamenti di Marco della Gatta. L’Ensemble propone un repertorio di assoluta originalità per una formazione corale. ingresso 5 euro. Inizio ore 21.00 giovedì 21 / Boo boo vibration + Jolaurlo + Steela allo ZenzeroClub di Bari giovedì 21 / Gianmaria Testa Quartetto al Db D’Essai di Lecce (vedi intervista pag. 41) venerdì 22 / Musica tradizionale


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mediterranea e balcanica con Claudio Prima, Redhi Hasa, Alessandro Semprevivo e Emanule Coluccia allo Shui Bar di Lecce venerdì 22 / Gianmaria Testa Quintetto con Erri De Luca per le Voci dell’Anima alla Chiesa di San Sabino di Bari venerdì 22 / X-mas party ai Cantieri Koreja di Lecce La sessione autunnale della rassegna Strade Maestre si chiude con il consueto party natalizio realizzato in collaborazione con Coolclub. Biglietto intero 5 euro. Info 0832.242000. venerdì 22 / Serena Spedicato e Marco Della Gatta al Prosit di Lecce venerdì 22 / Giuseppe di Gennaro al Mirror Wine di Martano (Le) venerdì 22 / Andrea Baccassino all’Araknos di Aradeo (Le) venerdì 22 / Shank all’Istanbul Café di Squinzano (Le) sabato 23 / Electro Night all’Istanbul Café di Squinzano (Le) sabato 23 / Goldie dj set allo ZenzeroClub di Bari sabato 23 / Emilio Solfrizzi, Giuseppe Battiston e Sufiana per le Voci dell’Anima alla Chiesa di Sant’Antonio di Bari Ultimo appuntamento per la terza edizione del festival musicale “Le Voci dell’Anima Occidente Oriente”. Sei dicembre, festa di San Nicola, il celeberrimo Santo che rappresenta il lato più orientale dell’occidente cristiano. Diciassette dicembre, festa di Jallalludin Rumi, grande Maestro vissuto in Turchia (nato il 17 dicembre 1307), fondatore della via dei dervisci roteanti. Due momenti altissimi della storia dell’umanità, pilastri imprescindibili di un possibile ponte interculturale che il festival prova a materializzare attraverso la musica e i racconti che esprimono queste due grandi figure. Inizio ore 20.30. Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili. Info 080 558.35.41 lunedì 25 / Postman Ultrachic all’Istanbul Café di Squinzano (Le) martedì 26 / Orchestra Multietnica della Provincia di Lecce a Taviano (Le) mercoledì 27 / Violle Ninfea all’Istanbul Café di Squinzano (Le) da martedì 26 a sabato 30 / Le mani e l’ascolto al Fondo Verri di Lecce Il Fondo Verri ospita la sesta edizione della rassegna che si muove tra pianoforte e voci, musica e scrittura. Il pianoforte diventa infatti pretesto di incontri, scambi e creazioni, che attraversano i generi, i modi d’espressione, l’arte. Per informazioni 0832394522 mercoledì 27 / Papa Leu, Marina e Rankin Lele a Gallipoli (Le) giovedì 28 / Tributo ai Pearl Jam all’Istanbul Café di Squinzano (Le) giovedì 28 / Luciano Revi al Teatro Paisiello di Lecce Il venticinquenne cantautore salentino Luciano Revi presenta ufficialmente i brani del suo primo cd “Thoughts in the wind”. Sul palco Revi (chitarra/armonica/voce) sarà accompagnato da Antonio Traldi (pianoforte) e Michele Calogiuri (violino). Ingresso gratuito. venerdì 29 / Mama Roots all’Istanbul Café di Squinzano (Le)

venerdì 29 / Lino Patruno al Teatro Politeama Greco di Lecce venerdì 29 / Mario Rosini a Ruffano (Le) venerdì 29 / Giusy Colì Trio allo Shui Bar di Lecce sabato 30 / Zenzerology dj set allo ZenzeroClub di Bari sabato 30 / ska in town all’Istanbul Café di Squinzano (Le) domenica 31 / Alba dei Popoli a Otranto lunedì 1 / Capodanno dei Popoli a Palazzo dei Celestini di Lecce Consueto appuntamento tra musica e gastronomia, integrazione e tradizione con il Capodanno dei Popoli organizzato dalla Provincia di Lecce. da martedì 2 a venerdì 5 gennaio / Le mani e l’ascolto al Fondo Verri di Lecce martedì 2 / Jam Session all’Agon Club di Aradeo (Le) giovedì 4 / OJM all’Istanbul Café di Squinzano (Le) venerdì 5 gennaio / Fiori e cioccolato al Prosit di Lecce sabato 6 / Montecarlo Night con Tob Lamare all’Istanbul Café di Squinzano (Le) sabato 13 gennaio / Ivan Segreto al Teatro Antoniano di Lecce

Prende il via con il concerto di Ivan Segreto la rassegna Suoni a sud organizzata dall’Assacioziane Culturale Antoniano e diretta da Irene Scardia. La rassegna ospiterà sino a maggio i gruppi vincitori del concorso cui hanno partecipato decine di band da tutta Italia. La chiusura sarà invece riservata (il 19 maggio) a Diego Mancino. Ivan Segreto, cantautore e pianista, trent’anni, nato in Sicilia, a Sciacca , fin dal suo primo singolo Porta Vagnu (maggio 2004) ha messo tutti d’accordo: critica, pubblico e operatori radiofonici, tutti hanno riconosciuto l’eccellenza della sua musica nel panorama dei nuovi cantautori italiani. Il secondo album Fidate correnti rappresenta al meglio la crescita artistica di Ivan Segreto, i cui punti di forza stanno nella capacità di amalgamare con straordinaria eleganza jazz e melodia, con testi particolarmente poetici ed evocativi. info: 0832.392567 martedì 16 / Jam Session al Bounty di Lecce martedì 30 / Jam Session al Gargantù di San Donaci (Br)


CoolClub.it strade maestre - Koreja

Continua Strade Maestre, rassegna promossa dai Cantieri Teatrali Koreja, Provincia di Lecce e Regione Puglia, Venerdì 8 e sabato 9 dicembre il Teatro Stabile di Brescia Le Belle Bandiere propone la sua versione del Macbeth di William Shakespeare con la regia di Elena Bucci. Giovedì 21 dicembre i Cantieri ospitano invece una serata dedicata alla danza con la Compagnia Nuova Euroballetto che porta sul palco In volo con zero, coreografia e regia di Marco Realino su musiche di Renato Zero. Il 2007 si apre venerdì 5 gennaio con Kitsch Hamlet della compagnia Scena Verticale. Un Amleto rinchiuso in una stanza nella provincia calabrese. I suoi tre fratelli, “eroi” mediocri, ordinari e squallidi, serviti e riveriti da una madre morbosamente dedita alla famiglia. Ofelia, cui viene concesso il diritto di esistere nella sola follia. Un contesto di case popolari degradato e pervaso di sottocultura di massa, dove le madonnine sui pianerottoli hanno un lumino acceso tutto il giorno e a ogni angolo sorride la barba di Padre Pio. Venerdì 12 e sabato 13 gennaio la rassegna prosegue con Mischelle di Sant’Oliva di Emma Dante. Sulla scena Gaetano e Salvatore, padre e figlio. Su di loro aleggia il fantasma della “francisa”, moglie e madre, che li ha abbandonati per seguire i suoi sogni di ballerina. Salvatore accudisce con cura suo padre, ma lui gli volta sempre le spalle, non vuole guardarlo in faccia perché la notte Salvatore mette il rossetto, si traveste e ancheggia nel quartiere di Sant’Oliva. Un’indagine sul lato oscuro dei rapporti familiari, sugli incubi generati fra le mura domestiche, sulla violenza e l’amore delle relazioni. Mercoledì 16 gennaio protagonista della serata sarà la scrittura di Luigi Pirandello. L’uomo, la bestia e la virtù è messo in scena dal Teatro Stabile di Sardegna Diablogues. Sabato 27 e domenica 28 infine la parigina Associoation Woo propone Trio per un solo. Cinque parole chiave: resistenza, entusiasmo, illuminazione, politica, spettacolo, scelte dal giornalista inglese Simon Barnes per definire la storia del XX° secolo attraverso il prisma dell’immagine sportiva, costituiscono la struttura di questo

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match di un’ora. Cinque individui in scena ripercorrono una storia doppiamente nostra, universale e intima allo stesso tempo. Cinque terreni di gioco, che si trasformano in territori e frontiere, ci confrontano ai nostri propri fantasmi, dalle figure leggendarie ai desideri di autofinzione. Ingresso 10 euro (ridotto 7). Info www. teatrokoreja.com; 0832.242000 – 240752.

atto unico - Scena Studio

Prosegue presso lo spazio Scenastudio di Lecce la rassegna Atto unico – tra poesia e impegno civile dedicata a titoli che recuperano la dimensione essenziale del teatro, ponendo nel rapporto parolaascolto, attore-spettatore il binomio fondante della propria forma espressiva. Giovedì 7 e venerdì 8 dicembre Alessandro Langiu (nella foto) presenta 25 mila granelli di sabbia. Il monologo tratta il complesso e conflittuale rapporto della modernità con il territorio e i suoi protagonisti, come i ragazzi di “venticinquemila granelli di sabbia”: Panz, Nunzio e Mustazz. Ultimo appuntamento giovedì 14 e venerdì 15 dicembre con la compagnia teatrale Il girasolo che mette in scena Vorrei che la rosa. Chi si attende da Vorrei che la rosa di Salvatore Calafiore una squisita ed asettica analisi “filologica” dell’opera di Corbière resterà deluso, la nostra analisi è solo “fisiologica”. Ci interessa convivere un’esperienza, un percorso interiore che da una suggestione poetica, l’attore, divenuto autore, svela in una “crudele” nudità “viva” nel tempo e nello spazio teatrale. Ingresso 10 euro (ridotto 7). Sipario ore 21.00. Lo Spazio Scenastudio è in via Sozy Carafa 48/B a Lecce. Info 0832 279356; www. scenastudio.it

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CoolClub.it Non tutti i morti lasciano il nostro mondo; alcuni infestano i luoghi in cui sono defunti violentemente per propria o altrui mano, tormentando i vivi sino a causarne la fine. Di ciò è consapevole la giovane Misaki Saiki dotata di capacità medianiche, che le permettono di percepire gli spettri e di comunicare con loro, esorcizzandone la presenza. Ma la procace fanciulla possiede altri talenti ‘particolari’: è, infatti, la più richiesta ‘regina’ sadomaso di un night-club per feticisti, grazie al suo zelo ed alla notorietà acquisita su Internet e sui giornali. Intanto, come negromante, lavora per il Dipartimento per la salvaguardia della vita a Tokyo, un fantomatico ente governativo istituito per affrontare i fenomeni paranormali, sotto la supervisione del funzionario Soichiro, il quale è perennemente eccitato dalle sue curve e terrorizzato dai fantasmi. La spregiudicata medium si impegna, suo malgrado, a risolvere incubi metropolitani, mentre un individuo misterioso incita al suicidio adolescenti dalla psiche fragile, attraverso un forum online Rock’N Roll Suicide. Questo è l’incipit di Day Dream, manga di ultima generazione scritto da Saki Okuse e disegnato da Sankiki Meguro (pubblicato in Italia da Panini Comics, ogni mese), che, similmente ad altre opere uscite di recente, presenta un affresco adulto ed avvincente del paese del Sol Levante: la Tokyo di tale manga è una metropoli dalla convulsa vita notturna, caratterizzata da un bestiario umano eccessivo ed alienato. Nell’era, per antonomasia, delle comunicazioni, nell’ipertecnologizzato Giappone, moltissime persone vivono quotidianità prive d’ogni umano contatto; nel luogo in cui grattacieli ed antichi templi convivono l’uno accanto all’altro, esistono negozi in cui si vendono biancheria usata e peli pubici delle liceali minorenni. Day Dream contiene in sé questi controsensi; è un fumetto eccessivo, morboso, nel

quale si intrecciano horror ed erotismo, spesso stemperati da esilaranti scenette comiche in perfetto stile nipponico. Appaiono chiare le suggestioni ispirate dai film alla The Ring, nei quali il tema del morto furente, tornato per vendicarsi, si fonde con le inquietudini scaturite dall’uso delle nuove tecnologie. Nel manga di Okuse e Meguro cellulari e siti Internet sono latori di messaggi di morte, soprattutto per i ragazzi (il target più in confidenza con tali media), ovvero i soggetti più deboli in una società particolarmente frenetica e competitiva qual è quella giapponese, caratterizzata da uno dei più alti tassi di suicidi giovanili al mondo. Non mancano immagini di forte impatto per la sensibilità del lettore occidentale medio: le vignette che raffigurano Misaki, in succinte tenute di cuoio, intenta a soddisfare le fantasie sadomaso dei suoi clienti, sono molto esplicite e lo stesso vale per quelle raffiguranti impiccagioni ed omicidi! Il tratto di Meguro rende in pieno l’orrore e lo straniamento che si celano dietro tali situazioni, così come riesce a restituire la tenerezza e la solarità di altre scene di Day Dream, utilizzando un bianco e nero a momenti claustrofobico e talora rasserenante e colmo di luce. Per non parlare delle splendide figure femminili che incarnano le più svariate voglie maschili, dalla dominatrice in pelle alla virginale fanciulla in tenuta scolastica, dotate di personalità sfaccettate e riuscite. Misaki è, in effetti, una giovane donna forte e consapevole della propria sensualità e dei propri poteri straordinari che non esita a sfruttare per guadagnarsi da vivere senza eccessivo autocompiacimento, con egual distacco sia verso i propri clienti che verso gli spettri. Tuttavia non sempre le riesce di mantenere tale freddezza: la voce dei morti è carica d’un’umanità che a volte ai vivi non è concesso esprimere. Roberto Cesano

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Coolclub.it n.32/33 (Dicembre-Gennaio 2007)