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Nel video, diretto da Romana Meggiolaro, non compaiono i Bludinvidia ma due bellissime ragazze che fanno catfighting (si azzuffano come gattine), e siamo contenti. Un po’ Betty Page, un po’ japan wrestling, e non può che piacerci. Intrigante e intricato il percorso che congiunge immagini a musica, scambievole come un passo a due in cui si porta a turno. Ancora prima della tv, della Mtv generation, il suono era legato a un’immagine, a volte a un colore. Codici espressivi diversi ma contigui, parenti stretti e amanti fedeli. Come se fosse possibile usare la musica come un pennello e le note come una tavolozza o come se dinanzi alla successione di immagini a ben scavare, nel silenzio, si trovasse il ritmo, il suono delle cose. Così, dall’emozione che si consuma in tre minuti, o poco più, siamo rapiti. Una colonna sonora, il carosello, un video musicale, un documentario, un’opera d’arte, poco importa. Figli dell’immagine musicata, siamo affascinati dalla fantasia altrui, riceventi e autori di quel sottofondo, l’accompagnamento per ogni gesto, che sia un fruscio o un accordo di do. Non sempre didascalica, non solo documentaristica ma sganciata, indipendente l’immagine è commento, autonoma, percorso parallelo alla musica. Qui entra in gioco il fruitore che scova nelle immagini rimandi alla musica, al testo (Gianni Sibilla). Con l’avvento della televisione e l’impazzare dei videoclip negli anni 80 il ruolo della musica cambia, si assume una nuova responsabilità, si espone. Il successo di Elvis è in parte determinato dalla sua visibilità mediatica, dal suo essere un volto. Il vero libero interagire tra immagini e musica, il vero videoclip, non sono i Beatles che suonano in differita, ma un distaccarsi tra immagine e musica (Agrò), il suo essere parte comunicante ma indipendente con il brano. Tra chi sostiene che il primo videoclip della storia sia quello di Bohemian Rapsody dei Queen (1975) e chi attribuisce la primogenitura al regista Peter Whitehead e al suo alcolico video sui Rolling Stones, immagini e video hanno una storia lunga e ricca. Non solo video clip, ma anche video arte, vjing, musica e cinema, spot. In questo numero abbiamo cercato di offrire spunti su questi rapporti. Solo un assaggio, uno stimolo a interrogarsi e a trovare risposte. Poco lo spazio, ma importante. E in questo primo numero del 2006 colgo l’occasione, doverosa ahimè, per responsabilizzare i lettori di Coolclub.it. Da tre anni Coolclub.it arriva sempre a più persone, nel corso di questi tre anni Coolclub.it è cresciuto cercando di migliorare. Ma in questi tre anni Coolclub.it ha anche dovuto sostenere sforzi incredibili per sopravvivere. Convinti della natura gratuita di questo mensile visto come servizio e non come oggetto commerciale Coolclub.it ha sempre centellinato sponsor per non rubare spazio ai contenuti. Questo però ha un costo, che spesso non riusciamo a sostenere e che richiede l’aiuto di chi ci vuole vedere ancora in giro. Alla mia sinistra potete vedere le modalità di abbonamento alla rivista. Un piccolo sforzo per voi, un grande passo per chi, come noi, vuole continuare ad offrire un punto di vista diverso su quello che si può fare, vedere, leggere e ascoltare. Osvaldo

CoolClub.it Via De Jacobis 42 73100 Lecce Telefono: 0832303707 e-mail: redazione@coolclub.it Sito: www.coolclub.it Anno 3 Numero 22 febbraio 2006 Iscritto al registro della stampa del tribunale di Lecce il 15.01.2004 al n.844 Direttore responsabile Osvaldo Piliego Collettivo redazionale Dario Goffredo, Pierpaolo Lala, C. Michele Pierri, Cesare Liaci, Antonietta Rosato Collaboratori: Giancarlo Susanna, Valentina Cataldo, Sergio Chiari, Davide Castrignanò, Antonio Iovane, Rossano Astremo, Rita Miglietta, Daniele Lala, Fulvio Totaro, Federico Vaglio, Lorenzo Coppola, Nicola Pace, Giacomo Rosato, Nino D’Attis, Luca Greco, Emanuele Carrafa, Francesco Lefons, Camillo Fasulo, Federico Baglivi, Lorenzo Donvito, Gianpaolo Chiriacò, Livio Polini, Bob Sinisi, Eugenio Levi, Nise No, Giancarlo Bruno, Davide Ruffini, Loris Romano, Dario Quarta, Carlo Chicco, Anna Puricella.

OCCHIO NON SENTE? 4-5 Video Clip

16 Transex

6-7 Occhio allo spot

18 Cesare Basile

9 Keep Cool

22 Fabrizio De Andrè

23 Coolibrì 28 Leonardo Colombati 29 Be Cool

32 Blackmailmag

Ringraziamo le redazioni di Blackmailmag.com, RadioErre di Foggia, Primavera Radio di Taranto e Lecce, Controradio di Bari, Mondoradio di Tricase (Le) e Pugliadinotte.net.

34 Creative Commons

In copertina Tv Shots tratti da Danneggiamento del sistema periferico dei Bludinvidia Progetto grafico dario Impaginazione Roberto Pasanisi Stampa Martano Editrice - Lecce Chiuso in redazione alla fine del mese quasi sempre il 31. Per inserzioni pubblicitarie: Cesare Liaci T 3404649571 cesare@coolclub.it

Nella foto i Bludinvidia 36 Appuntamenti 38 Fumetti

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“I’M NO LONGER AN ARTIST, I Frankie

Goes

to

Hollywood,

come la relativa identità che ne deriva. di Claudia Attimonelli Questo sembra essere il punto chiave Questo titolo è tratto dal prologo del video della seducente funzione svolta dal di un pezzo dei Frankie Goes to Hollywood videoclip: prodotto audiovisivo che, con del 1985, il quale, a sua volta, cita il celebre il suo linguaggio, si situa proprio sulla poema romantico soglia tra l’opera Kubla Kahn (1797), d’arte, quale può ispirato a Coleridge essere un film e lo da un sogno indotto spot pubblicitario, dall’oppio. Il sottotitolo fatto per sedurre del poema riferisce, e, dunque, infatti, A Vision in a promuovere non Dream. solo il singolo Due anni dopo Relax estratto, ma proprio - video censurato l’immagine della per le scene di band o della star. sesso omoerotico e i Dalla tensione fra corpi nudi, al punto arte e pubblicità da dover uscire in e m e r g o n o versione edulcorata dinamiche che ( D e P eche M ode ) – il regista Bernard Rose fanno, ad esempio, fa partire Welcome to the Pleasuredome, di un video del 1982 quale The Chauffeur con la scena della band che ruba dei Duran Duran - le cui radici si ritrovano un’auto parcheggiata fuori dallo stesso nella fotografia erotica di Helmut Newton locale dove era stato girato il video - una gemma preziosa e, al contempo, di di Relax, il Las Palmas; dall’interno del un successo come Fotoromanza (1984) di locale echeggiano in sottofondo le note Gianna Nannini un modello di come un del pezzo che aveva dato scandalo, a video non debba mai (più) essere girato sottolineare come, nonostante le vicende (e pensare che l’autore è Michelangelo giudiziarie la canzone avesse guadagnato Antonioni!). una fama tale da divenire un simbolo; Ironicamente definito attraverso la citazione autoreferenziale di frutto della 3minutesRelax era chiarita la contiguità ideologica culture, il videoclip, a 25 con i contenuti del pezzo censurato. Il anni dalla sua nascita viaggio in macchina conduce la band si presenta come un ad un carnevale grottesco che inscena ricchissimo bacino un’intera gamma di impensabili piaceri. da cui attingere un La citazione d’apertura: “Non son più un patrimonio iconografico artista, son divenuto un’opera d’arte” e culturale non da incarna, solennemente, la messa in scena poco, principalmente del corpo della star che, attraverso il se si pensa che è il video, assurge a simbolo della star stessa, più forte strumento di trasformandola da artista a opera d’arte acculturazione giovanile, autonoma, sulla quale il regista inscrive oltre che luogo visuale un intero mondo rappresentato dallo dove si sono sedimentate, scenario evocato. Il corpo, così, non è come è stato da sempre per la musica a più solo un organismo ma qualcosa su cui partire dagli anni Cinquanta, le relazioni e intervenire, da deformare, sfuocare, così gli attriti fra gruppi di giovani intorno ad un

Welc

genere piuttosto che un altro. Il valore artistico misurato nei tre minuti che in media sono previsti dai tempi di trasmissione televisivi fa sì che il videoclip abbia svolto e tuttora svolga un’altra funzione essenziale, quella di avanguardia stilistica. Molti videomaker si sono misurati sperimentando su questa forma breve, differenti canoni di stile, nuove tecniche e ultime tecnologie digitali; lo stesso sembra oggi riguardare un altro genere visuale ancora più breve, inaugurato da MTV, gli idents, quelle clip fra uno stacco pubblicitario e il successivo, finalizzate a promuovere il logo MTV. Anton Corbijn, videomaker olandese dall’estetica pop/ dark (molti dei video dei Depeche Mode sono firmati da lui, così come il perfetto incubo surreale di Heart Shape Box dei Nirvana) ha girato idents stranianti, al limite del comico con Dave Grohl e Beck. Per le molteplici ragioni fin qui descritte, se si volesse raccontare una storia del videoclip si dovrebbe naturalmente partire dal 1981, con la nascita di MTV che apre i battenti con quello che è giustamente considerato il primo video trasmesso: Video killed the radio stars, imperituro successo dei Buggles. In realtà la cronistoria è sempre meno interessante dei percorsi trasversali, maggiormente trattando una forma audiovisiva che già nel nome – to clip significa tagliare – suggerisce il suo amore verso il frammento: cinematograficamente, il montaggio. È questa l’arma segreta dei video, ciò che dona unità di suono e immagine. Un abile regista come Chris Cunningham rivela la sua professionalità nel rendere a tratti imperscrutabile l’origine delle due fonti, se sia, cioè, nata prima la traccia musicale a cui poi è seguita


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I’VE BECOME A WORK OF ART”

come

to

the

Pleasuredome,

1985

Dalle prime radio private a MTV

( F R ankie G oes to holl Y wood ) quella video – come di regola dovrebbe tecnico preesistente o ostentando un essere – o se, per le perfette sincronie tra finto stile home made, come ad esempio immagine e suono, misurate su microloop accade in un curioso video di Fat Boy in combinazioni sinestetiche, dal video Slim: The Joker. Qui i protagonisti sono Come on my selector (1997) il dj drum’n dei gattini in un scenario antropomorfo bass Squarepusher abbia poi realizzato la evidentemente costruito artigianalmente; traccia omonima! Naturalmente è vero indicative sono le finte sbavature che il contrario, però a guardare il video il mostrano la mano fuori campo che spinge dubbio ritorna (cfr. www.director-file.com/ il micio verso il centro della scena così cunningam/). come la transizione da un’immagine alla Allora si potrebbe profilare una storia del successiva con un effetto in stile power videoclip che attraversi l’avvicendarsi nei point. lustri degli effetti, o di quelli che un grande Ma il percorso attorno al quale più di altri studioso del cinema, Metz, chiamava sembrano svilupparsi e avvilupparsi negli i trucchi. Molti effetti abusati negli anni anni i video è quello incentrato sul tema Ottanta divengono presto banali: le della corporeità. transizioni con tris, tendine, le deformazioni, Si potrebbe trovare quasi una naturale sfuocature, inversioni, accelerazioni e crescita del mezzo video nella forma di ralenti, freeze-frame, sovrapposizioni, arte su commissione, come l’ha definita morphing, split screen, per dirne solo in una sua conferenza Luca De Gennaro alcuni. - il responsabile Talent & Music per MTV Di sicuro si può stabilire una differenza in Italia - guardando esclusivamente alle estremamente significativa tra questo diverse rappresentazioni del corpo offerte genere e il cinema ed è quella che si basa da video e progetti musicali esemplari. sul principio di veridizione. Se nel cinema il Dopo un iniziale interesse dei primi gruppi livello di veridicità va mantenuto alto, gli a vedersi rappresentati nei video secondo effetti speciali vanno limitati allo stretto l’immagine coincidente con quanto il necessario, nei videoclip, au contraire, pubblico si attendeva, e dunque votata è d’obbligo non solamente adoperare al bello – i video trasgressivi di Madonna, l’artificio ma, specialmente, inventarne l’icona queer dei Culture Club, Boy uno che differenzi sin da subito una clip da George, l’estetica dark/pop dei Cure al un’altra, a tratti esasperando un lavorio (continua a pag. 6)

“Solo raccontando quello che fai ti rendi conto di averlo fatto veramente”. Così ha detto Luca De Gennaro quando, riavuto tra le mani il suo libro E tutto il mondo fuori. Un dj in tourneé con Vasco Rossi, ha ripensato all’esperienza vissuta nel 2005 e narrata in modo appassionato anche attraverso flah back di quando cioè era lui a seguire in giro per l’Italia e non solo le date dei suoi gruppi preferiti. Ho invitato Luca De Gennaro, responsabile Talent & Music di MTV Italia, a Bari il 26 gennaio perchè tenesse due lezioni: “Mondi rappresentati: comunicare con la musica. Dalle prime radio private a MTV”, all’interno del seminario interdisciplinare organizzato da Patrizia Calefato alla Facoltà di Lingue e letterature straniere di Bari e “Arte su commissione. MTV e 25 anni di videoclip“ per gli studenti di Cinema, fotografia e televisione di Taranto. Il seminario di Taranto si è concluso sulle immagini del videoclip Hurt, vera opera poetica, dedicata a Johnny Cash da Mark Romanek e Luca ha ricordato l’uscita a breve del film sul cantante country americano interpretato da Joaquin Phoenix Walk the line di cui lui ha curato l’anteprima per MTV a Milano lunedì 30 gennaio. Luca De Gennaro, pioniere in programmi radiofonici seminali e celebri come Planet Rock e Weekendance che hanno tenuto magicamente incollati alla radio giovani sparsi in tutt’Italia, ha selezionato dischi in due dj set durante la sua permanenza barese; da segnalare, in onore di vecchi e nuovi tempi, la scelta di suonare in perfetto stile mash up Planet Rock di Afrika Bambaata con Around the World dei Daft Punk e You are always on my mind remixata da Erlend Oye. Claudia Attimonelli, ha collaborato Francesca Savino.


CoolClub.it (prosegue da pag. 5) tempo di Lullaby – si passa alla successiva tendenza a mostrare la manipolazione del corpo nel corso degli anni Novanta. È di quel periodo l’uso sapiente e perturbante del morphing. Nel 1998 circola il video di Hunter, contesto nel quale Bjork lascia che siano i tratti di un orso polare a prendere il posto di quelli sensuali del suo volto. La frontiera successiva era rappresentata da quella che Peverini (Il videoclip. Meltemi, Roma 2004) ha definito come “messa in scena della manipolazione del corpo”, includendo il video di Madonna Hollywood dove la star è sotto i ferri della chirurgia estetica per quello che sembra un ritocco al botulino. Nel 1998 Marilyn Manson interviene in maniera radicale sul proprio corpo nel celebre video The Dope Show, esibendo una corporeità transgender che, pur non offendendo nessuno, poneva seri problemi nell’opinione pubblica circa il significato di tale operazione. Lo stesso può dirsi per il processo di scarnificazione cui si sottopone Robbie Williams in Rock DJ o la faccia di Aphex Twin che da un certo momento in poi, giustapposta a qualunque volto, diviene il suo stesso logo, o, infine, le sembianze non proprio gratificanti da Nosferatu assunte nel bellissimo video Ava Adore da Billy Corgan. Qui il corpo della star diviene un luogo provvisorio dove costruire delle identità audiovisive utili a promuovere il nuovo disco, a diffondere un’idea di rinnovamento d’immagine e a resistere a lungo nella programmazione televisiva. Tutto questo ha avuto un ulteriore sbocco in quella che potremmo chiamare la fine del corpo così come lo intendiamo in carne e ossa per offrire di esso i suoi simulacri. Ricordiamo i Kraftwerk e i Residents che aprirono la strada in tal senso ai Daft Punk. Costoro nel 1999 finsero d’esser morti per tornare sotto le sembianze eteree di un cartoon giapponese, ingaggiando nella realizzazione dei disegni lo stesso autore di Galaxy Express e Capitan Harlock, Leiji Matsumoto. Simile è stata l’operazione tra fiction e reality dei Gorillaz: si sa chi siano ma non li si può vedere. Anch’essi partecipi di quello spazio che Bowie già nel ‘72 aveva definito strano: Space Oddity.

Riciclaggio delle note Alcune canzoni, parto con una ovvietà degna di una Domenica In o di una Italia sul Due, entrano nelle nostre teste e difficilmente le abbandonano. Soprattutto quelle che (per un motivo o per l’altro) ci rintronano come martelli pneumatici per settimane, mesi, anni. Le canzoni restano nella memoria per la loro bellezza, la loro efficacia, la voce straordinaria dell’esecutore, il testo incisivo o poetico oppure per qualcosa che è fuori dalla canzone. E sarebbe bello se quel fuori fosse un film (seppur melenso come Ghost) o una manifestazione o un sentimento pacifista (Give peace a chance di John Lennon, The ballad of Sacco & Vanzetti firmata da Baez-Morricone). No qui si parla di popolarità molto più spicciola: si parla di televisione. Sebbene la massima espressione del rapporto tra immagini e musica, negli ultimi trent’anni, sia rappresentata dai videoclip, una espressione più popolare ma ancor più dirompente è invece la musica destinata (o dirottata) agli spot o alle sigle televisive. La macchina infernale fa miracoli. Il tubo catodico lancia note destinate a rimanere impresse. Dalla famosa sigla di Carosello (trasmissione dedicata alle “reclami” che chiuse i battenti nel 1976) ai giorni nostri la musica o meglio il tormentone ha caratterizzato molti lanci di prodotti di vario tipo. E se il gingle (tipo Brava brava Maria Rosa) un tempo era studiato per una storia vera e propria che si chiudeva poi con la pubblicità, oggi la musica viene “sottratta” ad un autore (con grandi guadagni per tutti). Negli ultimi tempi il ritorno in grande stile di alcuni “vecchi” della musica internazionale è condizionato dai cellulari (anche grazie alle suonerie): sono eclatanti i casi dei Duran Duran e di Vasco Rossi. La straordinaria dimostrazione di come gli spot possano cambiare, almeno per poco, le sorti della carriera di un musicista è rappresentata da Breathe dell’ex leader degli Ultravox Midge Ure che alcuni anni fa divenne famosa grazie alla pubblicità di orologi all’epoca molto di moda (e ora diciamocelo francamente un po’ meno). E Pago? Da dove è spuntato l’autore (con



OCCHIO A

il nome di succo di frutta) del tormentone della scorsa estate Parlo di te? La memoria porta poi in giro a brani come Run Baby Run (ma forse era anche l’avvenente ciclista in minigonna che attirava l’attenzione) o I don’t want to miss degli Aerosmith senza sottovalutare grandi autori della musica contemporanea come Ludovico Einaudi, Philiph Glass, Moby, Zero 7, Mauro Pagani, Giovanni Allevi, Keith Jarret, Ennio Morricone, Goran Bregovic che hanno prestato le proprie musiche per spot di varie tipologie. Chi invece non si piega anzi contrattacca e conduce i suoi cloni in tribunale è Tom Waits. Un altro grande della musica italiana, invece, è finito sotto “processo” per aver consegnato un suo pezzo alla famosa bevanda con le bolle. Tra gli italiani hanno prestato la propria musica anche Mina, Roberto Vecchioni, Edoardo Bennato, Claudio Baglioni, Lucio Dalla e molti altri. Il discorso potrebbe diventare infinito spostandoci sulle sigle televisive (come dimenticare il Tuca Tuca della Carrà o le parodie di Renzo Arbore che diventano tormentone). Un argomento meraviglioso e affascinante ma che rimandiamo ad una prossima volta al ritmo del Gioca jouer, fortunata sigla del festival di Sanremo del 1980, cantata (??) da Claudio Cecchetto e composta dal mago dell’horror Claudio Simonetti. (Pila)


CoolClub.it LLO SPOT

Nebbia sull’argomento Qualche giorno fa il giornale che state leggendo mi ha chiesto un breve intervento su un tema che non mi ricordo. Potrei saperlo consultando la mail di richiesta che mi è arrivata solerte dopo una telefonata del mio amico Osvaldo, ma oggi è domenica e, per varie ragioni, non posso collegarmi a internet. E solo oggi posso scrivere l’articolo e recapitarlo per tempo. Quindi non mi rimane che ricostruire pazientemente la domanda, servendomi di indizi distribuiti nel flusso delle cose, o almeno di quelle che mi ricollegano a questo giornale. Conosco i ragazzi di CoolClub, soprattutto Cesare e Osvaldo, ma anche Pierpaolo e Tobia. Trovo che facciano un ottimo lavoro di movimentazione nel Salento, e penso che l’idea di una free-press principalmente musicale sia molto interessante perché sintesi glocal di competenze e opinioni. Il giornale non è schiacciato sulla dimensione locale – e poteva essere un rischio – ma parte dal territorio per stringere una rete di contatti che spingono verso la globalità della produzione e della diffusione. L’idea che un giornale di questo genere sia letto anche a Bologna e a Milano è molto confortante e molto avanzata. Ma questi elementi, pur importanti,



non illuminano sulla ricostruzione dell’argomento che mi era stato richiesto. Il ricordo più recente prima dell’amnesia è una conversazione con Osvaldo avvenuta prima di Natale, in cui lui (O.) mi diceva che l’argomento del numero era il concetto di “remix”. Mi ricordo anzi che mi disse che pensava sarebbe stato utile scrivere qualcosa sul remix in letteratura. Il tema è intrigante – pensai – e immaginai alcune possibilità di documentazione, del tipo di confrontare l’Iliade che ci è giunta dal melografo (o dai melografi) chiamato/i Omero con versioni successive (soprattutto riduzioni per ragazzi) fino al lavoro di Baricco di qualche stagione fa. Rimixare significa inserire nuovi suoni in un format musicale dato. Il suono si presta all’arricchimento e alla trasformazione in altri suoni che – pur restando per alcuni importanti elementi fedeli all’originale – prendono direzioni diverse, crescono come sequenze autonome. Capaci però, come in un movimento ellittico, di ritornare al motivo d’origine. Il remix è un plagio consentito dalla logica stessa dell’arte contemporanea, che rigetta obbligatoriamente il concetto stesso di “originale”. In fondo l’assemblaggio di suoni (e di parole) fatica a trovare una purezza definitiva sul piano dell’ideazione. L’ideazione, a differenza dell’ispirazione (espressione romantica difficilissima da giustificare nella nostra epoca) punta sul già-realizzato come un capitale di creatività universale: il remix diviene allora una delle forme produttive più diffuse, con l’ovvia conseguenza di spingere all’utilizzo dei residui creativi in fase di definizione dei nuovi prodotti. Il remix, in questo senso, è protagonista di una sorta di ecologia dei residui espressivi, che vengono avviati verso una raccolta differenziata (e quindi un riutilizzo) della creazione. Bene, mi pareva un’ottima traccia, ma sono pressoché certo che nella mail che O. mi ha spedito non era questo il tema. Anzi, devo pensare che probabilmente il tema del remix era argomento dell’ultimo numero di Coolclub.it, e non di questo, e quindi scaduto. Mi resta, come ultimo sforzo possibile per arrivare al dunque, la ricostruzione di una

sensazione dovuta alla lettura della mail di Osvaldo (che pure ho letto, quindi deve essere ancora a spasso nelle mie sinapsi, ma chissà dove). La sensazione di aver letto la parola spot e/o la parola televisione. Se così fosse, considerato che Coolclub.it è un giornale musicale, si potrebbe azzardare come un plausibile argomento del numero il rapporto tra musica e spot, oppure tra sigle musicali e televisione. In effetti la presenza di agenti sonori specializzati che scandiscono le nostre abitudini di consumo è un fatto poco indagato dalla ricerca. È forse noto che alcuni nomi importanti della sperimentazione musicale contemporanea (il primo che viene in mente è Brian Eno, con la sigla del tg3) hanno lavorato sulla realizzazione del riconoscimento sonoro degli oggetti comunicativi, ma è sentiero poco battuto riflettere sull’equilibrio strategico di suono e immagine, mentre la musica (ma sarebbe meglio dire: la dimensione sonora del mondo) assume il carattere di medium ambientale in cui essere immersi perennemente, per la prima volta nella storia dell’uomo. Quali generi di conseguenze potrà comportare questo fenomeno? Ridiventare uomini principalmente auditivi (dopo la cosiddetta oralità primaria dell’uomo tribale, questa sarebbe per McLuhan una oralità di ritorno indotta dalle tecnologie elettriche della comunicazione) che tipo di nuovo equilibrio psichico potrà determinarsi? Ma soprattutto: e se poi non era nemmeno questo il tema da analizzare? Stefano Cristante

( so P ra brian eno , in alto al centro R affaella carra ’ )


CoolClub .it Contaminazione - Sviluppi non premeditati della videoarte

La nascita del video è abbastanza problematica. Le versioni sono discordi. C’è chi la vede nascere con Lucio Fontana fra la fine degli anni ‘40 e gli anni ‘50, chi in Germania nel 1963, quando Wolf Vostell e Nam June Paik fanno la prima azione tramite il mezzo televisivo alla galleria Parnass di Wuppertal. Questi sono i primi esperimenti di video come medium artistico. Sin da subito il video è stato investito da un’aura particolare che lo ha trasformato quasi immediatamente in “video-arte”, tradendo un po’ quell’aspetto effimero, di fragile, che inizialmente ha costituito la sua differenza rispetto al più nobile cinema. Il video è lo strumento tecnico più vicino all’uomo contemporaneo forse proprio per questo suo aspetto effimero, per la velocità con cui viene prodotto, per la sua stessa capacità di introspezione. Una grossa influenza per quello che riguarda la ricerca sul video e la musica ce l’ha Fluxus, di cui Wolf Vostell è un protagonista di spicco. Inizialmente la maggior parte delle ricerche del gruppo sono di tipo cinematografico, nel 1966 Fluxus realizza, appunto, un programma, Fluxfilm program, con brevi filmati di Erich Andersen, Chiko Shiomi, John Cavannaugh, George Brecht, John Cage, Albert Fine, Robert Watts, Pieter Vanderbeck, Wolf Vostell, George Landow, Yoko Ono. Sono immagini di straordinaria violenza sia dal punto di

vista contenutistica, sia formale. È negli anni ’90 che la contaminazione tra video e musica trova la giusta commistione, il videoclip d’arte è un linguaggio all’interno della produzione video la cui identità è sempre più frastagliata. Si prenda per esempio l’esperienza di D.J. Lamù, nel cui lavoro si fonda l’esperienza televisiva del videoclip, con la cultura del fumetto giapponese (Umeboshi,1999), o quella di Andrea Lottero (Tape,1998) in cui è forte il rapporto fra musica e immagini, come anche in Malesseri Speciali del 1996 di Interzone. Ultime Tendenze Che qualcosa stia cambiando anche nell’arte lo si può capire guardando al contesto internazionale. Si sta facendo strada la tendenza a mescolare la sintassi del video d’arte con contenuti musicali, della moda, delle culture giovanili in generale, al punto che questi nuovi prodotti “meticci” risultano di difficile collocazione. Potrebbero stare in una mostra d’arte o anche passare su Mtv. Si veda ad esempio il video Serendip, secondo lavoro del duo ConsiglioCesolari, vanta una collaborazione straordinaria: autore del concept musicale e della sonorizzazione è Claudio Coccoluto, tra i più famosi dj italiani al mondo. Ed è la musica a fare da collante alla collaborazione di Fabrice Coniglio e Andrea

Raviola. Nell’ultimo anno il loro lavoro si è concentrato sulla videoraccolta Recuperate le vostre radici quadrate, dove con il nickname Coniglio-Viola operano una sorta di coverizzazione estrema, inventando un mondo carico di citazioni tra glem e kitsch. È concepito invece come un format televisivo il progetto dei genovesi Corpicrudi. Cinque personaggi che abitano un’unica stanza allestita come un set televisivo dove le loro azioni e movimenti diventano il filo conduttore di queste piccole storie. Attenti ai dettagli, con passione per la moda che sfiora il feticismo, Corpicrudi immagina una serie di episodi per una tv più giovane e libera con una particolare passione per l’erotismo patinato. Ai confini dell’hard i lavori dell’artista pugliese Lucia Leuci, che indaga sui luoghi comuni e gli stereotipi della sessualità maschile collegandosi alle chat line, chiedendo a persone sconosciute amanti di ogni variazione del tema della coppia, di farsi riprendere in un’atmosfera soffusa e ovattata. Ciò che Leuci inscena è uno dei pochi lavori di artiste italiane in cui risulta un punto di vista femminile riguardo al sesso. Sono immagini che si riconoscono subito grazie all’utilizzo del mosso, in un sottile gioco di vedere-non vedere. Ray Worbas ray.worbas@libero.it




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Pop, Alternative, Metal, Elettronica, Lounge, Italiana, Indie

la musica secondo coolcub

Mark Lanegan & Isobel Campbell Ballads of the broken seas V2 Folk – rock / *****

Come se gli opposti attraendosi si incontrassero a metà strada. Come se la più eterea delle cose decidesse per un giorno di scendere su una terra rossa sulfurea. Da una parte l’angelica voce di Isobel Campbell, dall’altra quella luciferina di Mark Lanegan. La prima figlia della Glasgow più acustica, violoncello e voce fuoriuscita dai Belle and Sebastian, un debutto solista dal titolo Amorino di qualche anno fa e un paio di dischi a firma Gentle Weaves. Il secondo è l’anima oscura degli Screaming Tress, voce ospite dei Queen of the stone age, protagonista di una carriera solista tra folk, rock e blues che ci ha regalato album bellissimi. Quando gli opposti si attraggono e quando si incontrano il risultato può essere sorprendente, come in questo caso. Cominciato per gioco, realizzato

in parte a distanza e concluso in studio insieme, questo Ballads of broken Seas è un disco che non ti saresti mai aspettato di ascoltare. Il disco si apre con Deus ibi est, la voce greve di Mark in cattura subito con uno “spoken” da tremare pensando a quell’altro diavolo di Johnny Cash fino all’apertura che sembra quasi una filastrocca irlandese soffiata dalla voce di Isobell. La successiva Black mountain si apre con un arpeggio che sembra “rubato” a Nick Drake su cui si libra angelica la voce di lei, leggera come il vento sostenuta da un violoncello che è ricamo semplice e toccante. The False Husband parte liquida e pulp, per trasformarsi in un duetto che fa pensare al Gainsbourg e alla Birkin di Bonnie & Clide. La title track sembra fare omaggio a Tom Waits, poi Isobell sembra accodar-

si, seguire Mark nei meandri del suo folk fino al tributo ad Hank Williams (Rambling man). Il resto scorre lento, cadenzato con la “divertita” (Do you wanna) come walk with me in cui Mark prende per mano Isobel in un duetto dolcissimo. In Saturday’s Isobel riprende il timone e impone lo stile a cui ci ha abituato. La successiva It’s hard to kill a bad thing è uno strumentale ideale per un remake di Pat Garret and Billy the Kid (al tempo musicato da Bob Dylan). Sul finale il ritmo aumenta e sembra impossessarsi del presente che questo Ballads of the broken seas stagioni spezzate o interrotte, ma è solo un attimo prima di Dusty Whreat, dolcissimo valzer dalle rimembranze natalizie e la bellissima chiusura The circus is leaving town anche questa di dylaniana memoria. Osvaldo Piliego


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The Strokes

First impressions of heart Sony/Bmg Rock / **

Ed ecco il nuovo album degli Strokes, tutti lo attendevano sperando che il miracolo annunciato anni fa con l’uscita di Is this it trovasse conferma almeno in questo episodio. Dopo la parentesi poco felice del precedente album arriva First impressions of heart e la prima impressione è che tutto quadri di più, che il suono sia più curato, che forse, questa volta, i ragazzi siano riusciti a imboccare una strada tutta loro. Ma è solo un’impressione, dopo pochi minuti il disco si rivela una serie di tentativi che a lungo andare annoiano un po’. Uno pensa: perché loro se l’originale è pure migliore? E allora andiamo a riascoltarci Iggy Pop, i Television e tutto quel rock and roll anni 70 dal quale sembrano nutrirsi osmoticamente. Se sembro severo è solo perché di fronte agli Strokes ci si sente come un professore con un alunno talentuoso che non si applica. Forse rimandare a settembre non potrà che far bene. Il carattere c’è ed emerge in brani come Juicebox ma la voce di Casablancas è così svogliata e sporca che non può non piacere, il basso è l’elemento portante come raramente capita di sentire nel rock, ma manca ancora qualcosa per giustificare tanto clamore intorno ad una band. (O.P.)

Artic Monkeys

Whatever People Say I am, That’s what i’m not Domino Rock / *** 1/2

Potere della rete. Chi dice che il file sharing uccide la musica dovrebbe ricredersi di fronte al fenomeno Artic Monkeys: quattro ragazzini inglesi coccolati da stampa e pubblico prima ancora di avere un album all’attivo. Quello che dovrebbero fare i Babyshambles, quell’ingenuità che gli anni e le troppe birre hanno fatto dimenticare al rock made in England è tutto nella musica degli Artic. Un frullato di ascolti assorbiti come riesce solo a un ventenne: i Clash su tutti ma filtrati con un’attitudine e un piglio di chi è

cresciuto nei 90. Uno spirito scanzonato rock and roll che si possono permettere. Il singolo Killer Bet she look good on the dancefloor li rende fenomeno ma non “mainstream”. Meno fichi degli Strokes ma con qualcosa da dire hanno un pacchetto di canzoni che colpiscono tutte nel segno. Considerati i vent’anni di media il futuro non potrà che riservarci grandi cose. Per il momento godiamoci questa manciata di brani che giocano con il power pop spruzzandolo qua e là di punk, senza pretese ma con tante ambizioni. (O.P.)

Modey Lemon The Curious City Mute/Virgin/EMI Pop rock / ****

Questo disco è un’autentica lezione di pop-rock classico, vero, sanguigno. Mescolando influenze che vanno dai Pink Floyd ai Blues Explosion, i Modey Lemon riescono a sviluppare uno dei progetti più interessanti di questi ultimi tempi in ambito post-psichedelico. La loro musica è una lucida certezza: recuperando energie 70’s e seppellendole sotto strati più o meno spessi di suoni grunge si permettono di mischiare le carte per tirar fuori un disco davvero degno di nota. Qui ogni suggestione viene filtrata da un gruppo “indie” moderno che non è assolutamente un trio tradizionale con chitarra, basso e batteria, ma una formazione i cui membri si scambiano costantemente ruoli e strumenti passando tranquillamente dalle tastiere alle chitarre, dalle chitarre ai synth e dai synth alle tastiere. Non deve essere facile però per una garage band di Pittsburgh, in Pennsylvania, emergere per farsi notare. Eppure i Modey Lemon hanno saputo compiere decisi passi in avanti. Hanno iniziato come duo (oggi sono un trio) sotto le insegne di un non meglio identificato movimento neo-garage, realizzando singoli ormai diventati merce rara per maniaci collezionisti e poi, passando attraverso due album lunghi, l’omonimo Modey Lemon (2001) e Thunder & Lightning (2004), sono approdati di recente alla Mute realizzando con The Curious City l’album più bello della loro pur breve ma intensa carriera. La realtà raccontata da questa “curiosa città” non è fatta però di verdi parchi e di cieli azzurri, ma da disumanizzanti paesaggi suburbani. In fondo questo disco è stato partorito sull’onda della guerra in Iraq. Nulla potrà più tornare ad essere come prima dopo questo ennesimo fallimento dell’umanità. Camillo Fasulo

Rogue Wave

Descended Like Vultures Sub Pop Indie rock / ***

Secondo disco per il progetto indie-

rock nato dalla mente di Zach Rogue. A differenza del precedente Out of the Shadow, un lavoro quasi del tutto solista, Descended Like Vultures nasce dalla mente dei componenti di un vero e proprio gruppo. L’esperienza accumulata insieme nei tour ha contribuito molto alla riuscita di questo disco. Stimolante e di una certa influenza è stato per la band americana poter socializzare ed incontrare, in ambienti come quelli dei festival, altri gruppi (molto interessanti e apprezzati) come The Shins e TV On The Radio. Il risultato di questa esperienza, quindi, è estremamente positivo, le sonorità sono creative e molto diverse fra loro (da My Bloody Valentine a Mojave 3, da Yo La Tengo ad Arcade Fire, da Nick Drake a Neil Young, si può sentire di tutto, viva la contaminazione!). Chitarra, basso, sintetizzatore, batteria ed effetti vari costruiscono brani folk, pop e rock. Prodotto da Bill Racine e dallo stesso Zach, registrato a Portland, questo è uno di quei rari album da poter riascoltare più volte, sì, perché spesso, molte volte, ci si annoia a riascoltare dei dischi, anche se nuovi, invece qui si può notare con piacevole sorpresa come un bel dipinto, un mondo strambo e colorato, di gran stile, tutto da scoprire e immaginare. Livio Polini

Belle and Sebastian The life pursuit Rough Trade Pop / ***

Sembrano aver definitivamente abbandonato gli autunni di Glasgow i Belle and Sebastian che dopo lo spiazzante, iperprodotto Dear Catastrophe Waitress continuano a muoversi nella primavera della musica con un altro disco dai toni un po’ hippy e molto happy. Chi era affezionato alla loro malinconia degli anni ’90 dovrà rassegnarsi. Le stagioni passano per tutti e i Belle and Sebastian sono oggi un collettivo musicale diverso, cambiato nei componenti e nelle direzioni musicali. Senza mai perdere quel piglio un po’ “vintage” i B&S hanno sommato elementi arrangiamenti, decadi musicali di riferimento, diventando un contenitore pop che spazia con agilità dalle colonne sonore dei telefilm anni 70 alle atmosfere da musical, da soluzioni freakbeat ad altre vagamente disco. Pollice alzato per questo disco che fa muovere spallucce e testolina. Se cercate lirismi e ballate intime prendete i Camera Obscura, sempre di Glasgow, hanno tutto il meglio dei vecchi B&S. (O.P.)


KeepCool

Mi and L’Au

Mi and L’Au Young God records Folk / ***

Chiudete gli occhi giusto un secondo e immaginateveli. Lei, modella, finlandese. Lui francese con un lavoro che ha a che fare con la musica. Si incontrano a Parigi (e dove sennò?) e si innamorano perdutamente. Ma la capitale francese non va bene per i loro progetti e lasciano tutto. Si trasferiscono in Finlandia, ma non a Helsinky. Piuttosto in una baita di legno immersa e sperduta nella neve, l’essenziale per vivere e per fare musica. Lui imbraccia una chitarra acustica, lei la sua voce (il resto poi - di violini e qualche altra leggera orchestrazione - viene inserito dopo, a Brooklyn, in fase di produzione). Ecco, loro sono Mi and L’Au, al secolo Mira e Laurence, e questa non è solo una bella storia d’amore. Il risultato di quest’incontro è anche un bel disco. Fragile, essenziale, candido. Chi poteva scoprirli se non Micheal Gira e la sua Young God Records, produttrice fra gli altri del tanto osannato Devendra Banhart? E lo stesso Banhart pare avesse già conosciuto e apprezzato le doti musicali della coppia, incontrata a Parigi. Che sia folk o semplici ninne-nanne non importa, incuriosisce e cattura il loro minimalismo, la limpidezza di certa musica che in alcuni momenti fa molto bene alle orecchie. Quattordici pezzi che sanno di ruscelli e di neve. Valentina Cataldo

Vashti Bunyan Lookaftering FatCat Folk / ****

Sono passati ben 35 anni da Just Another Diamond Day, unico album, finora, della talentuosa cantautrice folk inglese Vashti Bunyan. Nel 1970 infatti venne pubblicato quello che da molti è considerato un capolavoro, valutato anche tra i collezionisti. Il successo vero e proprio, la risposta da parte del pubblico, però, non è mai avvenuta. La delusione portò Vashti a rinunciare alla carriera, ma non a far spegnere la passione per la musica, per la scrittura di testi importanti. La ristampa recente di questo disco ha fatto sì che il suo nome ricircolasse improvvisamente. Probabile che nasca anche per questo motivo la collaborazione e l’incoraggiamento da parte di nomi illustri della scena alternativa attuale come Devendra Banhart, Animal Collective e Piano Magic. Così, a più di cinquanta anni d’età, una delle più importanti signore della musica folk ci propone un altro entusiasmante disco, Lookaftering, regalandoci così nuove e forti sensazioni, melodie dolci, voce sottile e delicata, a volte di gioia, a volte di lieve malinconia, in una dimensione di incantevole poesia. Il suono del piano, fiati, chitarra, i violini e l’arpa (suonata dalla brava Joanna

11 Newsom) costruiscono percorsi delicati, di forte intensità emotiva, piacevolmente avvolgenti e rilassanti. Senza dubbio un ottimo album. Livio Polini

Cat Power

The Greatest Matador Records Folk da bancone / ***

Col suo ultimo tour italiano Cat Power aveva diviso tutti. Era spesso salita sul palco ubriaca, iniziando a suonare dieci pezzi senza finirne uno, lamentandosi, tra un “sorry” e un altro, di non riuscire ad avere un uomo o la prescrizione per il Valium. Molta gente, infastidita da tanta “mancanza di professionalità”, se n’era tornata a casa dopo il terzo pezzo, senza conoscere la commozione di chi ha visto la signorina Marshall concludere il suo show cantando seduta tra il pubblico o stesa per terra a firmare gli autografi. A tre anni di distanza da tali eventi, ecco il suo settimo album, destinato probabilmente a dividere tutti un’altra volta. Ci vada piano chi ha amato i suoi primi tre dischi, perché potrebbe storcere il naso sentenziando un piegarsi dall’indie al pop. Si avvicinino invece senza timore quanti si sono innamorati della sua dolce malinconia da Moon pix in poi, ma lo facciano comunque con cautela, perchè la Cat Power di The Greatest, avvolta da un elegante veste soul che mette in risalto tutta la bellezza della sua voce rauca, è pressoché inedita. Canzoni che profumano di anni sessanta, orecchiabili, efficaci nella loro semplicità, raffinate ma non mielose, pulite nei suoni, farcite di archi, fiati e cori ma non sovraprodotte, addirittura solari, se non fosse per i testi. Tutto questo, almeno fino alla nona traccia (Willie, versione accorciata e “classicizzata” di Willie Dead Wilder, già presente nello strambo dvd Speaking for trees). Dopodichè succede qualcosa: Chan strizza l’occhio ai vecchi fan spiazzati e li accoltella al cuore con Where is my love, che sarebbe piaciuta moltissimo a Jeff Bukley. E per convincere infine gli ultimi scettici che tutto sommato lei è ancora quella di una volta, quando è il turno di Hate caccia fuori dalla sala d’incisione la big band che l’ha fin qui accompagnata e, armata di chitarra, se la suona e se la canta da sola (“She said I hate myself and want to die”). Insomma, non lasciatevi inquietare dal ciondolo a forma di guantoni che campeggia sull’orribile copertina: non avete davanti l’album di un rapper del Bronx, ma il disco più accessibile di Cat Power. P.S. E se siete ascoltatori distratti, in cerca di intrattenimento, o pensate che la “professionalità” di un artista debba rimborsarvi dei soldi spesi per andare a sentirlo, beh, quando il The Greatest Tour toccherà il nostro stivale statevene pure a casa: nessuno sentirà la vostra mancanza. Lorenzo

Vega Enduro

Bigtime 25:33pm Macaco records Indie Rock / ****

Non c’è da meravigliarsi se, dopo solo pochi secondi, questo disco ti cattura in una spirale da cui non vorresti uscire. Basta leggere che alla sei corde presenzia il signor Giovanni Ferrario, vero e proprio re mida dell’indie italiano, per avere un’idea di quello che sono i Vega Enduro. Un viaggio psichedelico che parte dai Velvet Underground per ripercorrere tutto il rock and roll lisergico per ritrovarsi a correre nei prati fioriti con Julian Cope. Un disco maturo, come una dichiarazione d’amore alla musica fatta bene, a una musica che trova la sua giusta collocazione in un tempo che non esiste, le 25:33 pm (titolo dell’album). Le chitarre, tra fuzz e crunch, cesellano fraseggi incisivi che danno carattere a un disco nelle apparenze in bassa fedeltà ma che a ben sentire è ricco di spunti, contrappunti. Diretto come il buon rock dovrebbe essere il nuovo album dei Vega Enduro è uno di quelli da avere sul comodino e da stringere dopo aver sognato Apicella che imbraccia una stratocaster intonando un classico dei Dire Straits. Osvaldo Piliego

Tomviolence Tomviolence Black candy Post rock / ***

Prende ispirazione da un celebre brano dei Sonic Youth il nome di questo super gruppo appena sfornato da casa Black candy. E già la referenza è un indizio per questo progetto che dalle prime note ci porta in orchestrazioni post rock da togliere il fiato. Alla normale formazione basso chitarra batteria si aggiungono archi e fiati e l’effetto nell’immediato è quello di una colonna sonora per un film ancora da girare, suite per il crepuscolo. E la voce arriva come un sottotitolo, la guida per queste 9 tappe che lievitano tra intrecci melodici fino a irrompere deflagranti in sprazzi noise. È in Quite good not song che la passione per i sonici si esprime in pieno tra feed back stop and go da manuale. La scuola è quella dei Mogway e June of 44 e i Tomviolence sembrano aver imparato la lezione alla perfezione, se poi si aggiunge la naturale italica propensione alla melodia e la scena che nel nostro Paese si sta muovendo in tale direzione hanno quel quid, quella marcia in più che li fa emergere dal gruppo. (O.P.)

Il generale inverno Mohole Jestrai Post Rock / ***

Uscita insolita per la Jestrai che con questo disco abbassa e rilassa i toni notoriamente elettrici delle sue produzioni. La musica


KeepCool

12 de Il generale inverno come il freddo vento che sbaragliò Napoleone sembra congelare per un attimo tutto quello che c’è intorno. E soffia fragile come se reggesse un fiocco di neve in cui tutta la musica si tiene in un flebile equilibrio. Una voce fragile si dilata su arrangiamenti ricchi di sfumature che sembrano voler creare un ponte, con le dovute differenze e il rispetto di circostanza, tra Sigur Ros e i penultimi Radiohead. L’italiano sembra non inficiare l’esperimento che affascina anche se a volte non coinvolge. (O.P.)

Dilaila

Musica per robot Il re non si diverte Rock / ***

A t m o s f e r e malinconiche ed emotive quelle contenute in Musica per robot, secondo lavoro in studio dei Dilaila. Riverberazioni e melodie che richiamano alla mente le sonorità d’oltremanica unite ad un intreccio stilistico dell’indie-pop made in Italy. Dieci canzoni sinuose e fluttuanti in balia della loro stessa miscela di suoni e ambiente. Una situazione emotiva e musicale stabile dall’inizio alla fine, che esclude qualsiasi irruenza o imprevisto musicale e dalla quale non emerge una canzone in particolare, ma un tutto unico morbido e lucidamente controllato: miscela d’inerzia paranoica e suadente, che nel suo insieme richiama molte, forse troppe cose che appartengono alla grande famiglia del già sentito (che a seconda dei punti di vista ne fanno la forza o la pecca). Il primo sussulto che scuote dal torpore introspettivo è L’ora del te, elegante ed energica settima traccia, ma che in ogni caso non esce dal seminato tracciato dal suond dei Dilaila. Una voce femminile trasparente e suadente, carica di emotività, trascinata e supportata, a volte sopraffatta da un apparato musicale che la asseconda e la accompagna nelle sue melodiche rivendicazioni di surreale malinconia, salvo concedersi contenute evoluzioni in pieno stile Radiohead. Musica per robot è uno di quei classici dischi da ascoltare con attenzione e parsimonia. Un disco che sembra esprimere un grado di surreale ma cosciente rassegnazione nei confronti di una circostanza inaspettata ed inevitabile, quasi una sorta di timore nei confronti di quel motore imprevedibile e incontrollato degli eventi. La quotidianità è nemica della ricetta musicale di Musica per robot, disco che ha la grande capacità di trasmettere con sincerità tutta la sua tacita rassegnazione, ma che a lungo andare anestetizza la voglia di fare e ti riflette in uno stato di catatonico e prima o poi stucchevole silenzio. Francesco Lefons

Rosso fluido

Con la bellezza barcollante al tuo fianco Autoprodotto Indie rock / ***

Perfettamente inseriti nei binari dell’indie rock in italiano che tanto deve al seminato dal Cpi, i Rosso fluido si muovono agilmente dove Marlene Kuntz e gli ultimi Csi si muovevano da re. Tra rumori e melodie i Rosso fluido sono essenziali nei loro proclami quasi (ma mai come) un signor Diaframma. Attitudine rock, voce aspra come le chitarre post punk che scandiscono i forti-piano di questo terzetto di Monza e atmosfere in acido capaci di muoversi tra blues noise, accelerate, brusche frenate. Una passione per i Velvet Underground che emerge qua e là e si palesa infine con la cover tradotta in italiano di All tomorrow’s partyes. (O.P.)

Songs for Ulan

You must stay out Stoutmusic Indie / ****

Songs for Ulan è il progetto dietro il quale si nasconde il nome e la splendida voce di Pietro de Cristofaro. You must stay out, candidato a diventare il preferito disco indie italiano, è capace di unire la carica rock and roll dei Violent femmes, il blues, il folk, i Gun Club, Nick Drake, Sparklehorse, Tom Waits. Un disco maturo, di un’artista che arriva alla piena consapevolezza della sua poetica musicale. Un disco fragile, teso tra le corde di una voce che è stomaco e gola e una chitarra che scava nella tradizione e pesca nell’indie. La produzione dell’amico Cesare Basile è il controluce che mancava, a questa istantanea in 11 tracce, per sfiorare la perfezione. (O.P.)

Mesas

Spasmi che sanno di me Maninalto Rock / ***

Spaghetti Stoner è il titolo di una loro vecchia registrazione ed è forse l’etichetta migliore da affibbiare ai Mesas. Rock and roll polveroso, serrato in alcuni episodi come Uh!, dilatato (Intermezzo III), di stampo Queen of the stone age nel singolo Sdegno. Ciò che colpisce e che resta è che i ragazzi sanno mettere mano e fiato a canzoni di buona fattura. Quando riescono a evitare alcuni piccoli manierismi e clichè del genere i Mesas dimostrano grinta e talento. In alcuni episodi ricordano qualcosa degli Afterhours ma è solo un attimo spazzato da ruggiti alla Cornell dei bei tempi. (O.P.)

Il Pasto Nudo

20/05 Promo tape 2005 Rock / ***

Il Pasto Nudo ci propone un promo tape di quattro brani di rock italiano, molto potente e ben curato negli arrangiamenti. Insomma di musica tirata, incandescente, con ritornelli violenti che riescono a catturare l’attenzione. Emergono in questa band due caratteristiche ben precise: la prima è la consistenza e solidità degli strumenti ritmici, anche se la batteria è penalizzata dalla registrazione, la seconda è l’aggressività e personalità della voce. Sicuramente questo è un promo tape che dovrebbe dare dei responsi positivi. (N.P.)

Sikitikis

Fuga dal deserto del Tiki Casasonica Eltettropunk / **

E chi più ne ha più ne metta. I Sikitikis usciti per Casonica di Max Casacci (Subsonica) mettono in un unico calderone rimembranze sixties e seventies (la cover de L’importane è finire), colonne sonore (Milano odia: la polizia non può sparare), surf (Non avrei mai), garage (Amore nucleare). Il tutto è tenuto insieme da ruvidezze punk senza l’ausilio di chitarre (?!?). il suono è saturo (voce compresa), distorto, tirato a tratti un po’ “subsonico” (Donna Vampiro). Le rivisitazioni (3 cover sembrano un po’ troppe) sono i momenti più convincenti dell’album, i brani originali sembrano non aver trovato, nel mare delle influenze, un loro indirizzo. In Fuga dal deserto del Tiki (strumentale in coda) sembrano scrivere la colonna sonora per una spystory del 2000, in un altro episodi fanno il verso al rock and roll anni 80 di Ivan Cattaneo (Rock and roll contest). Alla fine ti chiedi: ma i Sikitikis chi sono?

Bellini

Small Stones Temporary Residence Noise rock / ****

Secondo album per Bellini, supergruppo italostatunitense noise rock. La formazione cambia rispetto a quella del precedente Snowing Sun (2002). Durante il tour di quell’anno infatti, il batterista Demon Che (dei Don Caballero) li abbandonò nella data di Athens. Poi, come se non bastasse, alcune date negli U.S.A. saltarono a causa dell’uragano Lily. Subentra così in formazione Alexis Fleisig (ex Soulside e Girls Against Boys), si affianca alla cantante Giovanna Cacciola ed il chitarrista Agostino Tilotta (entrambi membri degli Uzeda) e al bassista Matthew Taylor (proveniente dai Romulans). La supervisione della produzione di Small Stones, è


KeepCool ancora una volta affidata al celebre e stimato Steve Albini. Troviamo così dieci nuove entusiasmanti tracce, della durata totale di poco più di mezz’ora, vere e proprie esperienze di intensità viscerale, ruvide, in vero tradizionale stile noise (richiami a Sonic Youth e Shellac), ma anche innovazione, tentativo ben riuscito di coordinare lati più melodici a violente ed esagitate sferzate elettriche. La differenza nella batteria si può notare (certo è difficile sostituire uno come Demon Che), l’approccio è diverso, il risultato riuscito, buono il dialogo col basso. Cerebralmente stimolante, sapientemente ragionato, un gioiello nel suo genere. Livio Polini

Soulfly

Dark Ages Roadrunner Metal / ***

Sette anni dopo il debutto della sua band post Sepultura, gruppo metal tra i più importanti della scorsa decade, e proprio quando cominciano a trapelare voci di una possibile (?) riparazione, arriva Dark Ages, nuovo capitolo della saga Soulfly di Max Cavalera. Riappacificarsi con il proprio passato, forse proprio con quello oscuro cui fa riferimento il titolo di questo quinto disco di Max con i Soulfly. Ancora più presente il lato metal, ancora più feroci gli attacchi quando sono frontali, ancora il tribale che rimane e viene accostato, nello stesso disco, ad un glorioso passato chiamato Sepultura. È probabile che l’aria di riavvicinamento abbia giocato il più grosso scherzo a Cavalera e combriccola suonante: ci si trova di fronte ad un disco di notevole spessore, spesso addirittura superiore ai precedenti. Non c’è aria di copia e incolla, qui, e neppure voglia di auto-celebrarsi scimmiottando il passato, al contrario. Qui si viaggia spediti verso una sorta di modernizzazione degli schemi aggiungendo, strato su strato, quanto di buono già espresso di recente dagli stessi Soulfly. Dunque è proprio ciò che serve alla preparazione di una reunion? Camillo Fasulo

Premiata Forneria Marconi Dracula Bmg Musical Prog / ****

La Premiata Forneria Marconi è un’istituzione della scena musicale italiana, in oltre trent’anni di carriera si è espressa in progetti di notevole spessore artistico, raggiungendo fama internazionale. Purtroppo con l’avvento degli anni ottanta e la fine dell’era “progressiva”, a causa del diffondersi di musiche più commerciali, entrò in un periodo di lungo silenzio. Dai primi anni novanta è tornata in piena attività, fino ad arrivare a questo Dracula un’opera rock

13 di un musical che il 2 marzo debutterà al Gran Teatro di Roma. L’opera già dal titolo potrebbe far pensare ad un lavoro dai forti connotati gotici ed orrorifici, ma non è così. Quello che viene messo maggiormente in luce non è tanto l’aspetto vampiresco del conte Vlad di Transilvania, ma il rapporto d’amore infinito che aveva verso la sua amata. Infatti la moglie dopo aver saputo della morte, (non vera), dell’amato crociato in terra santa, preferisce morire al pensiero di una vita senza di lui. E qui che Vlad, saputo l’inganno della Chiesa, in quanto fedele servitore di Cristo, decide di rinnegare il cristianesimo, la luce, il cibo e di diventare un essere dell’oscurità e di nutrirsi del sangue delle sue vittime. I primi brani immediatamente dopo l’overture, (una intro in cui si presagisce l’orrore e il dramma delle tematiche che verranno affrontate), sono eccezionali poiché Dracula parla in prima persona annunciando che è diventato un essere orribile e minaccia tutti di temere della sua presenza. Nei brani successivi si addolcisce, incominciando a ricordare i tempi passati in cui era un uomo vivo che lottava per un ideale, accanto alla sua amata e non era costretto a cercare la vita nella morte di un’altra persona. Musicalmente è ineccepibile, ma non vi aspettate di trovare lunghissime suite. Tuttavia l’opera è intrisa degli elementi che fecero grande il rock progressivo: virtuosismi di chitarra incrociati a grandi fraseggi tastieristici, bellissime linee di basso e di batteria, per non parlare dell’espressiva performance alla voce di Franz Di Cioccio. Importanti gli inserti orchestrali che hanno dato dinamica al suono, senza mettere in secondo piano l’operato della band. Nicola Pace

Pinomarino

Acqua, luce e gas RadioFandango Cantautore / ****

Il terzo album segna la piena maturità del cantautore romano Pinomarino che sforna un lavoro completo e sognante, ironico e depresso, arrabbiato e dolce. Acqua, luce e gas è un bel disco, tra l’altro godibile sin dal primo ascolto, perché associa in maniera non scontata musica, voce, arrangiamenti, testi. Insomma buone canzoni in una ottima “confezione”. E non sembri poco di questi tempi in Italia e soprattutto nel mondo cosiddetto cantautoriale. Pinomarino, coadiuvato nella produzione e negli arrangiamenti da Andrea Pesce, si sbilancia e non poco in testi che giocano con le parole “la voce più misera/ spesso diventa la più autoritaria/perché non potendo esser compresa/le resta soltanto d’essere obbedita” sottolinea in Fatto una volta, fatto per sempre oppure “Non è mica semplice/scegliere il punto del mondo/più adatto per scendere/con

due gambe incapaci fra loro/a tenere i piedi all’asfalto bruciato/che ogni volta c’è da camminare/ogni volta mi tocca imparare daccapo”, bella metafora per descrivere L’uomo a pedali. Il cd si chiude con un intenso omaggio a Giorgio Gaber: Lo Shampoo è infatti una piacevole ghost track. (pila)

Vinicio Capossela Ovunque proteggi Warner Cocktail sonoro / ***

Dalla parte di Spessotto è il primo ostico singolo destinato alla rotazione radiofonica di Ovunque proteggi, nuovo lavoro di Vinicio Capossela che esce a ben cinque anni distanza dall’ultimo cd di inediti Canzoni a manovella. Un brano che richiama la fanciullezza del musicista di Hannover (“Siamo dalla parte di Spessotto,da appena nati dalla parte di sotto, senza colletto, senza la scrima, senza il riguardo delle bambine”). Nelle tredici tracce Capossela spazia dalla musica araba (Non trattare), alla tradizione bandistica (L’uomo vivo), dal jazz a ritmi techno (la strana Moskavalza); il suo più grande pregio è quello di citare (non facciamo nomi per quanto son palesi) dando sempre l’impressione di non copiare, con trovate vocali e soprattutto testuali imprevedibili. Medusa cha cha cha (ricordate in Aprile l’improbabile musical sul pasticcere trotzkista di Nanni Moretti?), la title track, Nutless, Pena de l’alma (tratto da una struggente canzone messicana), Lanterne rosse sembrano i brani più convincenti. Capossela in qualche pezzo sembra invece osare troppo per un verso o per l’altro come in Brucia troia, Al Colosseo, S.S. dei naufragati. L’autore spiega di aver scritto i brani in giro per l’Italia con la consulenza e l’aiuto di validi musicisti (tra i quali Ares Tavolazzi, il trombettista Roy Paci e Marc Ribot il chitarrista più amato da Tom Waits) e soprattutto di getto. Consiglio invece un ascolto molto più tranquillo e ponderato. Ovunque proteggi è un cd che ha bisogno dei suoi tempi di assimilazione. So che in molti grideranno al miracolo. E va bene così! (pila)


KeepCool

14

Chris Brown

Dwele

modo più spontaneo e istintivo per esprimere il proprio mondo. E si afferma: “Ben fatto!”. Gianpaolo Chiriacò

Primo lavoro da solista per Chris Brown, nuovo protetto della Jive Record nato sotto la stella di Juelz Santana e grande amico di Cam’Ron. Chris in questo suo primo lavoro accarezza le ritmiche r’&’b con delle ballad azzeccate più sotto l’aspetto emotivo che sotto quello musicale (sembrano un po’ scontate). Il singolo portante Run It fa un piccolo passo in avanti se non altro per le sonorità molto “da bomb” che ricordano al pubblico in ascolto che prima di tutto Chris è un breaker (come fa notare nel video). Nelle restanti 15 tracce c’è solo poca trasparenza e molta superficialità per un ragazzino che va avanti come tanti in questo momento solo per la grandezza della holding che lo produce. Può sicuramente fare di meglio. Speriamo. Eugenio Levi

Avevamo lasciato questo ragazzone del South America ai tempi dell’album Subject, disco con un grande riscontro nel mercato r’&’b, ma poco osannato dalla critica. Il pianista Dwele ci riprova con Some Kinda che ripropone le ritmiche vellutate del precedente con ancora più professionalità e più “mestiere”. Le tracce hanno bisogno di più ascolti per entrare nell’anima, ma già al secondo ascolto si percepisce una strana vocina interiore che ti dice “ehi ma che mi sta succedendo, mi sto rilassando?”. Ebbene si, la Virgin ha fatto centro. Anche se molti ancora non conoscono Dwele è di rigore acquistare l’album di un artista che secondo il mio modesto parere farà molto parlare di sé in futuro e che è paragonabile al vecchio Rahsaan Patterson o a Anthony Hamilton. Eugenio Levi

B.Fleischmann

Chris Brown Sony/Bmg r’&’b / **

Zina

Zina 11-8 Records Contaminazione / *****

I ritmi gnawa, la furia verbale di Don Rico, la tensione nelle voci di Bachir Gareche e Ahmed Benbali, i riff dei fiati, l’esuberanza di Riccardo Pittau o di Claudio “Cavallo” Giagnotti intasano questo disco oltre ogni dire. E sarebbe sicuramente un ingestibile caos se a dirigere il traffico non ci fosse l’intelligenza sanguigna e il polso fermo di Cesare Dell’Anna. È grazie a lui, infatti, se le mille anime di Zina, diversissime e potenzialmente conflittuali, invece di scontrarsi si incontrano magnificamente e danno vita a dodici tracce di intensità stupefacente. Talvolta l’ispirazione proviene dal dub, come in Venez Voire; in altri punti sono le percussioni magrebine a scandire il tempo, come in Hamuda; altrove ancora l’apporto elettronico di Daniele De Rossi si fa più massiccio, come in Rimitti; ma è sempre la voglia di suonare strumenti acustici a dominare l’atmosfera, a inasprirla, a renderla densa come il fumo di un narghilè. Il risultato necessita più ascolti ma alla fine ci si rende conto che, una volta per tutte, le contaminazioni hanno fatto stile. Cosimo Farma

Some Kinda Virgin Soul / ****

Simona Salis

Chistionada de mei Upr/Edel Folk / ****

“Inconsueto”, “inaspettato”, “ben fatto”. Queste le reazioni, nell’ordine, passando in rassegna il primo disco di Simona Salis. Per prima cosa si nota il contrasto fra il dialetto sardo, usato in tutti i testi, e un sound dal calibro leggero, curato, incline all’ascolto più immediato e condiviso. E si sussurra: “inconsueto”. Dopo si avverte nella voce della Salis una voglia di prendere in mano la musica, di condurre gli altri musicisti, e allo stesso tempo un desiderio di liberarsi degli accompagnamenti e lasciar vibrare la melodia. Ricorda Dulce Pontes o Maria João, non tanto per le strutture e nemmeno per i timbri, ma per la concentrazione di stati d’animo diversi in una sola frase, per l’interpretazione vibrante. E si ragiona: “inaspettato”. Infine si gode di un ordito fresco, curioso ma cauto, disteso, che non vuole stupire ma rendere gradevole l’esperienza d’ascolto. E, superato lo stupore iniziale, si possono cogliere le numerose attenzioni in fase d’arrangiamento, che non sono fronzoli ma decorazioni sfiziose volte a offuscare il confine tra la world-music e il pop d’autore. Quando il disco si avvicina alla fine si capisce perfino che l’uso del dialetto per la Salis non è né ostentazione né fissazione, né provincialismo ma soltanto il

The Humbucking Coil Morr Music Elettronica / ***

Un’altra release dal cilindro della fortunata Morr Music. Prima traccia, Broken Monitor, sette minuti e otto secondi: nonostante abbia sempre odiato i pezzi oltre i sei minuti, qua siamo di fronte a melodie che non si possono odiare, fantastica. O la prima è la migliore del disco oppure mi preparo ad ascoltare veramente un bell’album. Sette minuti di dolcezza interminabile ma senza aver esagerato troppo con il glitch, ed è cosi che già dal primo pezzo ci si immerge nella giusta atmosfera. Le successive tracce non sono da meno: atmosfere dilatate e sommesse, melodie lente e malinconiche. Laddove si aumenta un po’ la velocità, vedi la terza traccia Composure, non si perde in dolcezza. Meravigliosi suoni in Phone and Machines e la successiva Static Grate, dove ancora una volta, come in altri pezzi del disco, suoni di rhodes e tastiere riscaldano le orecchie, aiutati da fiati e glitch occasionali. Le melodie si ripetono, dall’inizio alla fine del pezzo e sembrano non finire mai. From to tra le tracce più disconnesse. Alla fine mi capita di non riuscire a scegliere le tracce migliori ed è un bene, veramente un bel disco. Riuscite ad immaginare una versione leggermente più lenta di Lali Puna e Ms John Soda? Vi piace il nuovo suono Morr? Procuratevi questo disco allora, non vi dispiacerà. Federico Baglivi

Afterhours

Ballads for little hyenas Mescal Rock / ***

Da un po’ la Mescal ha deciso di sbarcare all’estero. Lo ha fatto prima con Cristina Donà e oggi con gli Afterhours. Esce in tutta Europa e presto in America Ballads for little hyenas. Peculiarità dell’operazione è la riedizione in inglese di dischi già usciti in Italia. Un ritorno alle origini per gli Afterhours che cominciarono la loro, ormai lunga, carriera proprio con l’inglese. L’impressione è che questo disco degli Afterhours risulti per certi versi datato. Accostarlo alle


KeepCool produzioni americane contemporanee sembra relegarlo a stagioni musicali che appartengono agli anni ’90. La domanda che si insinua e continua per tutto il disco è che forse la potenza espressiva della band dia il massimo proprio nell’utilizzo dell’italiano. Alla fine ci si chiede perché in un mercato globale della musica (e non parliamo della Pausini e Nek) ci sia il bisogno di tradurre i testi per avere più appeal. Alla fine forse un disco rock del genere, in italiano, potrebbe apparire alle orecchie straniere più esotico e accattivante. (O.P.)

The departure Dirty Words Parlophone New Wave / ***

Melodia e ritmo ma con stile. Dirty Words è un concentrato di adrenalina, orecchiabilità, sfacciataggine ed energia. Andy, Sam, Lee, Ben e David sono cinque amici di Northampton, piccola cittadina, a circa un’ora di macchina da Londra. Cosa c’è da fare a Northampton se non chiudersi in un pub a bere birra? Si può bazzicare per i negozi di dischi usati e ritrovarsi con gli amici a riascoltare vecchie cose degli U2, Cure, New Order, Echo & The Bunnymen, Psychedelic Furs… Essi stessi raccontano che si sono avvicinati con curiosità alla musica dei primi anni ’80 e ne sono rimasti folgorati. Così hanno deciso di formare una band e di ispirarsi a quei dischi che hanno dato loro degli stimoli per venire fuori da una vita di provincia non troppo frizzante. Sono raffinati in tutto The Departure, dalle minimali copertine dei loro dischetti fino al look, passando ovviamente per la musica. E prendendo come riferimento proprio gli undici brani di Dirty Words ci si rende conto di quanto il momento attuale sia magico. Le nuove band suonano come non mai. Sono in grado di ispirarsi ai maestri incontrastati degli Eighties come anche di andare oltre. E The departure, tra le nuove leve del british sound, sono quelli che, senza dubbio, riescono meglio ad esplorare certa new wave intrigante e particolare. Dirty Words resta, in ogni caso, un’affascinante collezione di esili e neo-romantiche trame musicali, di abiti di classe disegnati su modelli del passato, comodi e belli da indossare, ma tutti firmati da un giovanissimo gruppo di stilisti pop che ha tanto gusto e tanto stile. Sul loro conto si sono già ampiamente espressi i più importanti

15 commentatori della scena musicale europea. E voi siete pronti per il mainstream da classifica? Camillo Fasulo

The Real Swinger Rubber ball Valium Records Garage punk / ****

I Real Swinger tornano finalmente alla ribalta, dopo quasi 5 anni, con una nuova line-up. Sterzata garage/punk-rock ’77 e pezzi Crime-addicted come What I Call Love (la successiva si intitola Frustration...) e una produzione sobria e viva che li fa suonare al meglio. Apre The Day That Martians Took Control Of My Life che rassicura subito sul fatto che l’amore per il caro vecchio r’n’r punk nel frattempo non si è spento. Poi Girl (And now can’t get you out of my head, I know I’m gonna feel this way till the day I’m dead) trascinante dichiarazione d’amore folle per questa creatura celestiale che (tanto per cambiare) fa sputare plasma. Get along boy... she belongs to me. Arriva You’re so plastic ed è ossigeno. Pezzi dall’invidiabile verve-compiuti nella loro natura viscerale e naif - quali Love Hurts, o il drone ramonesiano di You’re a quitter, fino all’ottima I’m Bored. Tra punk californiano, powerpop di buona fattura e dirty teenage dreams il risultato si fa ascoltare con grande piacere. Antonio Olivieri

The Giljoteens

Get a head Misty Lane/Teen Sound Sixties punk / ***

Gran polverone da new sensation attorno agli svedesi The Giljoteens. Premetto che personalmente mi è sempre più difficile provare autentico entusiasmo per gruppi moderni che suonano sixties punk e dintorni, ma nel settore costoro sono davvero tra le migliori cose che abbia sentito negli ultimi anni. Diciamo che se amate Shadows of Knight, Pretty Things e molta altra roba di Nuggets, ma anche le compilation della Teenage Shutdown potete andare a colpo sicuro. Non aspettatevi comunque fuzz a go-go dall’inizio alla fine, il disco è più “moody” che pestone e il loro garage un ottimo

mix di arroganza e coolness, folky e tantissimo beat. E la differenza la fanno gli originali, dalla scrittura sempre buona e coerente. Per citare le note interne: c’è un unico motivo per sentirsi un gruppo che suona oggi della roba di 40 anni fa, con tutto il materiale d’epoca (sicuramente migliore) ancora inesplorato...“because it’s fucking great”. Mi associo. Antonio Olivieri

Psycho sun Silly Things Urtovox Rock / ****

Come si fa a scrivere una “recensione obiettiva” del nuovo cd degli Psycho Sun? Come si fa a sorvolare su un’amicizia che dura da parecchi anni e diventa sempre più forte? Si butta a mare il distacco da “manuale del perfetto critico” e ci si lascia trasportare dall’emozione. Prima di tutto perché ci siamo conosciuti grazie a un demo e la loro musica mi è subito piaciuta. E poi perché la solida coesione degli Psycho Sun nasce proprio da un affetto che il tempo non riesce e non riuscirà a scalfire. Basta vederli una volta sul palco per rendersene conto. Non credo abbiate mai incontrato. un gruppo formato da persone tanto diverse e al tempo stesso tanto legate tra loro. In tempi così burrascosi, in cui sembra sempre che a prevalere siano l’interesse economico e il mercato, gli Psycho Sun ci dicono che loro si muovono su altre coordinate e che è ancora possibile farlo. Qualche sintonia - vedi quella con la Urtovox, un’etichetta discografica fortemente motivata dalla passione - alla fine si riesce a trovarla. Ma anche se così non fosse, loro andrebbero avanti lo stesso. E la musica? C’è, eccome se c’è. E’ un rock energico e nervoso che si muove sul crinale pericoloso tra melodia e rumore (vedi fra tutte le canzoni la splendida About Your Man, la mia preferita) e si riallaccia all’intuizione geniale dei primi Velvet Underground. Ma anche il suono sempre più coinvolgente e maturo degli Psycho Sun, gli intrecci delle chitarre di Cesare e Tobia, il canto tagliente di quest’ultimo, il drumming martellante di Osvaldo, il basso cronometrico di Antonino, hanno a che fare con la visione del mondo di cui si diceva. E’ un gran disco, Silly Things. Il disco che rende finalmente merito a una delle migliori rock band del nostro Paese. Giancarlo Susanna


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IL DOMINO DEI TRANSEX

Quando si parla di Punk nel nostro bel Paese l’immancabile occhio di riguardo si rivolge a una città come Roma. La scena capitolina sta crescendo e maturando nel tempo. A questa realtà appartengono i Transex, sorti dalle ceneri di due formazioni gloriose e indispensabili per ogni appassionato, Bingo e Ufo Diktatorz, responsabili di vinili considerati ormai classici; i primi a recuperare un’attitudine ed un suono che, nonostante i detrattori, rimane base immarcescibile della modernità musicale nel passato secolo come nel nuovo millennio: parlo del punk dei seventies, ovviamente. Da allora il rock’n’roll si è metallizzato, è tornato freakettone, si è finto moderno, quando non faceva altro che recuperare le proprie radici chitarristiche, concentrandosi su di esse. Noia mortale. I Transex, a partire dal colorito nome, pongono l’accento sulla provocazione. Il rock c’è e spacca, il disco c’è e spacca, ma provoca un luccichio sinistro, uno scarto, qualcosa che era nelle pieghe e nelle corde di una generazione allo sbando fra le luci dei neon e la metropolitana, quell’ansia di futuro alla quale il rock apparteneva, non formalmente (i “soliti” tre accordi), ma esteticamente e concettualmente. Il rock oggi si è fatto “muscolare” e poco prezioso; Domino, il disco dei Transex, invece, inquieta e impressiona. Confonde a partire dalla cover e dai titoli delle canzoni. Come nascondesse altro. Come se il rock fosse nuovamente il pretesto e l’amore per il medesimo scotto da pagare. Come nel ’77, così nel 2006. Scambiamo due chiacchiere col leader e cantante Pierpaolo De Lulis, poliedrico personaggio, che fra un concerto e l’altro della sua band, trova il tempo di organizzare un festival come il Road To

Ruins e gestire un’etichetta, la Rave Up records, che sta semplicemente facendo la storia del Punk (www.raveuprecords. com). Buon divertimento. Caro Pierpaolo, parlaci un po’ della genesi di questo secondo capolavoro e in cosa differisce eventualmente dal vostro indimenticabile debutto. Caro Sergiolone, credo che tra i due lavori ci sia qualcosa di molto consistente di mezzo: i soldi! Il primo lp è stato registrato e mixato in due giorni, un vero record. La spesa è stata irrosoria e la qualità sonora risente di tutti i limiti di una produzione che definire ‘low-cost’ è un eufemismo. Il secondo lavoro è decisamente meglio prodotto, suonato e realizzato secondo un criterio decisamente più professionale. Poi, dal punto di vista prettamente musicale, i brani sono decisamente più arrangiati e meglio eseguiti. Come è avvenuto il contatto con la Tre accordi records? Dario, il ‘boss’ dell’etichetta si è interessato a noi e noi ci siamo interessati a lui. È un bellissimo ragazzo e per me si trattava di un’occasione unica per stabilire un contatto con questo stallone meneghino. Se ne parlava molto bene negli ambienti “Queer punk” del Nord Italia. Perché non provarci, mi son chiesto?! Tempo pochi mesi ed eravamo in contatto, perfettamente “sintonizzati” su ogni cosa. Sesso compreso. È stata una manna dal cielo. Di cosa parla un pezzo come Domino? Parla di Stalin, la mia grande passione dal punto di vista politico. Evoco il suo nome ogni volta che mi trovo di fronte ad un’ingiustizia. Il testo parla proprio di questo. Sei gay? Quanti anni hai realmente? Lo stivale sulla cover del disco ti appartiene? Gay? Molto, e gli stivali della copertina

sono quelli che amo indossare nei miei rendez-vous amorosi. La mia età? 21 anni compiuti a dicembre. Li porto male...lo so, ma la vita che conduco mi ha logorato precocemente. Passo infatti intere nottate nelle “dark room” dei peggiori locali gay-trans per uscire devastato fisicamente e mentalmente solo all’alba. Hard life.... Il 4 e il 5 febbraio due locali di Roma ospiteranno la seconda edizione del festival da te diretto e curato, il Road To Ruins. Parlacene. Sul palco Avengers, White Flag, Paul Collins Beat, Pf Commando ed altri... Gruppi storici, per la prima (ed unica) volta in Italia. Bella storia.... Inoltre dj set punk, power pop, garage, video proiezioni, dischi e molto altro...Per tutti i dettagli visitate il sito www.roadtoruins.it Sparami cinque dischi indispensabili dalla tua discoteca. La serie Back from the Grave ( dedicata al garage 65/67 americano ), la serie Killed by Death ( dedicata al punk 77/81 americano), Dead Boys (quel poco che hanno fatto), Rolling Stones (tutto, ultimo disco compreso!), Joe Yellow e la disco italiana 80/90/2000. Quando verrete a suonare dalle nostre parti? Quando tu vorrai, mio caro. Voglio essere pagato in specialità culinarie salentine (orecchiette con le fave, carteddate, mustazzoli, cozze e peperoni, zuppa di frutti di mare alla “gallipollina” etc... ) non cerco danaro, voglio solo le vostre attenzioni. Baci e abbracci ai lettori di Coolclub Scrivetemi e venitemi a trovare. Il mio letto e’ capiente e confortevole. C’e’ posto per tutti. Sergio Chiari


KeepCool Tre accordi records

La Tre accordi records, fondata e gestita da Dario Emari, è una label milanese indipendente attiva dal 2000, ed è specializzata nella produzione di musica rock, punk, garage e r’n’r. Unitamente alla sua principale attività di produzione, si occupa anche della promozione e della gestione dei propri artisti. Ha inaugurato il proprio catalogo (distribuito in esclusiva da Self) con la pubblicazione di tre 7” rispettivamente delle band Thee STP (Motherfuckin’ town), The Crooks (You make me feel so sick) e Berenice beach (‘99). Nel 2004 la Tre Accordi Records ha realizzato due importanti progetti: la registrazione dell’ultimo album dei Valentines (Life Stinks) con la produzione di Daniel Rey (produttore newyorkese che ha lavorato con artisti internazionali come Ramones, Misfits, Hellacopters), e l’affiliazione con la Polyester sas, il cui titolare Bruno Chiodi è un noto promoter che opera nell’area milanese da più di vent’anni e organizzatore di centinaia di concerti l’anno. Ad oggi, il catalogo della Tre Accordi include Domino, il nuovo lavoro dei Transex e prossimamente Tito and the Brainsuckers e la ristampa della discografia completa dei Nabat. Sito: www.treaccordi.com

Transex

Domino Tre accordi records Punk / *****

Il punk in italia: né più, né meno. Nati dalle ceneri di Bingo e Ufo Diktatorz (occorre aggiungere altro?), dopo il tripudio “killed by death” style dell’omonimo debutto, i Transex vampirizzano il glam ’70 con l’attitudine incompromissoria che già li contraddistingueva: il ’77 che si fotte le radici. Sboccato e seducente, moderno e indispensabile per le vostre serate da buttare via: una vitale orgia di Dead Boys, Slaughter and the Dogs, Dictators, Marc Bolan e bambole newyorkesi. Una produzione compatta e quadrata. Domino e Suicide inni da subito. Comprare o morire. (S.C.)

The Valentines

Life Stinks Tre accordi records Rock / ***

Con Daniel Rey ai controlli questi Valentines giungono al secondo album per la Tre Accordi Records. La produzione eccelsa del signor Rey (dai Ramones, ovviamente, ai Misfits, dai Gluecifer ai nostrani Senza Benza) giova non poco ai quattro, che propongono una miscela di Avengers, Social Distortion e reminiscenze west coast dark-punk, opportunamente tradotta in brani compatti e veloci. Piace la vena ramonesiana e pezzi come Listen dove la voce di Vale Valentine ricorda da vicino quella di una giovane Siouxsie, un po’ meno la sostanza pop-core di numeri come Blue Job. Da avere comunque. (S.C.)

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SE LA LUNA FOSSE DI PONGO Intervista a Roberto Angelini

Roberto Angelini, cantautore pop che ha scalato le classifiche di vendita grazie ad una canzonetta estiva (Gattomatto, la ricordate?), rischiava di essere risucchiato dai meccanismi asfissianti delle major: allora ha fatto marcia indietro, ha salutato quelli che si consideravano proprietari della sua musica, ha aperto uno studio di registrazione e, con il violinista Rodrigo D’Erasmo (già al fianco dei nostrani Nidi D’Arac) ha dato vita a Pong Moon – Sognando Nick Drake (Storie di Note), un progetto a dir poco rischioso: rileggere Nick Drake nella maniera più pedissequa possibile per omaggiare, far conoscere e finanche ricreare le atmosfere originali di quelle canzoni indimenticabili. E intanto lavora in totale indipendenza al suo prossimo disco. Come nasce l’idea di rileggere Drake e soprattutto perché un musicista che si è guadagnato classifiche e apparizioni televisive decide di rischiare autoproducendosi un disco come Pong Moon? Cosa c’è dietro? Dietro ci sono tante cose che provo a sintetizzare. Anzitutto un paio di anni fa, insieme ai miei amici musicisti, abbiamo aperto uno studio di registrazione per avere una libertà di movimento che altrimenti era molto compressa. Quello che mi è accaduto in questi ultimi anni non mi è piaciuto… certo, se mi avessero detto da ragazzino che i miei pezzi sarebbero andati in radio oppure che mia mamma mi avrebbe visto in tv, non ci avrei creduto. Ma purtroppo ho scoperto a mie spese che questo non corrisponde propriamente alla felicità, per lo meno alla mia idea di felicità. L’errore è stato il mio, ma non stavo bene, non riuscivo più a suonare. Ho provato a vestirmi da sera per entrare in certi ambienti e poi, quando ho rimesso la mia maglietta la gente pretendeva che mi rivestissi da sera. Io sono un musicista prima di essere uno che scrive canzoni, e ho bisogno di suonare. Per questo ho messo su lo studio. Per quanto riguarda Nick Drake, ho passato un lungo periodo totalmente immerso nella sua musica, studiavo i suoi pezzi, i giri, le accordature, per puro gusto personale, attaccato allo stereo come si fa da ragazzini, quando si tiran giù le partiture delle canzoni direttamente dai dischi. Ma lo stavo facendo senza secondi fini, fin quando ho incontrato Rodrigo D’Erasmo, che era più appassionato di me, e in più suonava il violino. Ci siamo detti, incontriamoci e proviamo a suonare queste canzoni, dopo un po’ ci siamo resi conto che era una bella cosa e che

nessuno lo aveva mai fatto prima, perché rifare Drake arrangiato in altra maniera, reinterpretandolo, dandogli un nuovo sound, è quello che si fa generalmente quando ci si accosta ad una cover. Noi invece abbiamo lavorato da restauratori, perché abbiamo voluto ricalcare proprio le atmosfere di Drake, riproporre gli stessi intrecci… … E così facendo non temi di attirarti critiche feroci? Ti dirò, a me non è mai capitato di sentire Drake risuonato alla stessa maniera, forse perché aveva un modo di suonare molto personale. Non sono canzoni accessibili, non è Bob Dylan: prendi le accordature o l’uso del capotasto, sembrano fatti apposta per rendere la vita impossibile a chi vuole riproporle. Devo dirti la verità… grazie a internet ho trovato un forum straniero che metteva in contatto diversi musicisti alle prese con le sue canzoni, e questo mi è stato molto d’aiuto. Io e Rodrigo abbiamo dunque accettato questa scommessa che è anche un pretesto, se vuoi, per suonare certe canzoni, farle conoscere a chi non le conosce, e più in generale ricreare quelle atmosfere. Inoltre Drake ha suonato pochissimo dal vivo: fece qualche concerto e poi si chiuse nel suo isolamento. Ecco, noi vorremmo portare in giro, per un’ora, quelle atmosfere, per dimostrare tra l’altro la loro attualità a trent’anni di distanza da quando sono state composte. Nick è morto nello sconforto più completo e noi, nel nostro piccolo – anzi, piccolissimo - vogliamo tributargli questo omaggio

Mi dici che ti piacerebbe suonare dal vivo queste canzoni ma mi sembra di capire che Pong Moon ve lo siete fatti più che altro per voi stessi. Si, decisamente. Abbiamo registrato un disco nei nostri studi, abbiamo provato a trovare qualcuno che ce lo distribuisse e, te lo confesso, è stato come nei sogni di bambino. È una soddisfazione che non ho mai provato in quattro anni di lavoro alla Virgin. Ho trent’anni, non ne ho più ventidue: tutte le ferite che mi sono procurato in quattro anni di incomprensioni adesso me le rimargino qui, da artigiano, con i miei amici. Non voglio subire orride mutazioni genetiche imposte da personaggi che vorrebbero trasformarti in un oggetto. Ovvio, serve una struttura che ti distribuisca il disco e ti promuova ma sono fiducioso e credo proprio che il mio prossimo lavoro solista seguirà questa strada. Ilario Galati


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LA SICILIA HA IL PROFUMO DEL MONDO Intervista a Cesare Basile A quasi tre anni di distanza da Gran Cavalere Elettrica il musicista catanese Cesare Basile torna con Hellequin songs (Mescal), il suo quinto album solista. Hellequin è il re dei morti, un demone medievale che assolda le anime dei valorosi ma anche un antenato della maschera di Arlecchino. Si tratta di uno strano gioco di opposti, o semplicemente di due approcci diversi alla morte? Nel tuo nuovo disco la morte, la consunzione, sono analizzate da diverse prospettive, ce ne parli? Si c’è un legame tra il personaggio di Hellequin e Arlecchino, il costume stesso di Arlecchino, i suoi tanti colori, altro non sono che i pezzi delle divise dei soldati caduti, di diverso colore perché appartenenti a diversi eserciti, il Carnevale in fondo è la celebrazione della vita come della morte. Riguardo al tema della morte, credo ci sia un bisogno di instaurare un rapporto con la morte, come con tutti gli eventi forti e non ignorarli, come invece si tende a fare. La morte è un evento inevitabile, ecco direi che bisogna frequentare la morte. La scrittura e la lettura sembrano ricoprire un ruolo importante nella stesura dei brani, quali sono gli autori che ti hanno segnato? È difficile dirlo con precisione perché sono un lettore confusionario così come sono

un ascoltatore confusionario. Ti posso dire cosa mi piace...Cechov, Céline, Houellebeq, Bukowsky più umanamente che letterariamente. Nel disco c’è una canzone, Finito questo che è tratta da una poesia di John Donne. Ascoltando la tue canzoni si ha la netta sensazione che musica e testi, presi separatamente, si reggano da soli, che ruolo hanno nel processo creativo? In linea di massima parto dalla musica, mi creo un canovaccio, più che altro ritmico su cui poi modello e adatto i testi. A volte mi succede di prendere cose che ho già scritto... La tua attitudine è rock, anche grazie alle numerose collaborazioni e agli ospiti il tuo disco ha il profumo della Sicilia e del mondo, alcuni ti definiscono un cantautore ma non credo sia un’etichetta che ti si addica, è complesso spiegarti... ci aiuti. Innanzitutto ti ringrazio, tutti si ostinano a definirmi un cantautore ma non mi riconosco in questa definizione. Si la mia attitudine è rock ed è vero anche che nella mia musica c’è il mediterraneo e il mondo... fa parte della mia crescita. Attraverso i miei viaggi, le collaborazioni, il mio gusto musicale, che è indirizzato verso il song writing americano, quello che mi appartiene, che fa parte delle mie origini ha acquistato un respiro

internazionale. Noto con piacere che hai prodotto a uno dei dischi più belli che girano nella mia casa in questo momento (Songs for Ulan), ci parli un po’ di questa collaborazione? Pietro (Songs for Ulan) è come un fratello, avevamo già collaborato in passato, ci conosciamo da un sacco di tempo. Dopo una esperienza disastrosa con una major, Pietro si è dedicato a quello che gli piaceva veramente. Un giorno è venuto con le sue canzoni, mi sono subito piaciute e abbiamo registrato in poco più di una settimana. Il nuovo album mantiene la sua attitudine folk ma ha anche momenti più dirompenti, rock. Presto in tour con John Parish, com’è nato il tuo rapporto (ormai consolidato) con lui? In maniera assolutamente fortuita. Un giorno una mia amica giornalista mi chiese con chi mi sarebbe piaciuto registrare il mio disco. Io feci il suo nome e lei casualmente aveva i suoi contatti, gli ho scritto e spedito il mio materiale, ci siamo incontrati a Roma e poi in studio insieme, l’amicizia, fino al tour insieme. Ormai fa parte della famiglia del rock italiano come un po’ tutta la gente che è coinvolta nel disco. Osvaldo Piliego


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IT CAME FROM THE UNDERGROUND

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PARTE ALLO ZENZEROCLUB DI BARI “BLANK GENERATION”, LA RASSEGNA CHE COMMEMORA IL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA NEW WAVE

Per quei quattro caproni montanari senza i-pod, internet, laptop, tv, radio, telefono, jukebox, commodore e grammofono, senza mp3, cd, mc, floppy, vhs, super8, flexidisc, betamax, 33, 45, 78 giri, che ancora non se ne fossero accorti, faccio presente che da alcuni anni (troppi) il revival degli anni ’80 sta vivendo un florido periodo di fermento socio-commerciale che ha permesso a zombie, vecchi rottami, meteore, parassiti, cani e porci di ogni angolo del mondo dell’intrattenimento di rifarsi vivi, di resuscitare, di tornare alla ribalta. Per quanto mi riguarda, i due eventi che mi fecero avvertire del pericolo furono la masterizzazione della compilation Futurism - che raccoglieva i singoli della nuova scena elettroclash, una musica dichiaratamente figlia dell’eighty-sound - (vi anticipo a tal proposito che il 3 marzo allo Zenzero ci saranno le Client, una tra le più efficaci formazioni elettroclash) prestatami da un amico; e la visione, sempre a casa dello stesso tipo, del programma di Amanda Lear dedicato al famigerato decennio (che poi era quasi un ventennio: dalla fine dei ’70 a i primi dei ’90). Tuttavia, se sulle prime, il fenomeno, almeno musicalmente, si stava sviluppando a livello underground, il che significa che possedeva un che di fresco e innovativo (rifacendosi all’idea di innocenza, ingenuità, emancipazione e libertà concettuale, creativa ed espressiva propria dell’originaria scena punk - new wave attiva a cavallo dei ’70 e gli ’80), la rapida acquisizione, da parte dell’intellighentia delle major discografiche, delle case di moda e delle televisioni di tutto il mondo, dei temi e dei caratteri del nuovo movimento (standardizzandoli e replicandoli in tutte le salse) ha portato ad una riedizione di quel macabro episodio avvenuto a metà degli ’80 in cui l’innocenza si tramutò in impunità, l’ingenuità in scemitudine,

l’emancipazione in effeminatezza, la libertà in immoralità: oggi come allora, siamo costretti a sorbirci un intollerabile abuso di frivolezza, frufrullaggine spacciata per arte, moda, innovazione, buon gusto, cool-eria. Tuttavia, se l’esaltazione dell’immagine superficiale, della stravaganza estetica, il monopolio della leggerezza intellettuale, negli anni ’80, erano esplosi in quanto risposta all’esasperazione ideologica e politica della gioventù dei ’70, oggi questa tendenza è completamente priva di ogni giustificazione se non spudoratamente commerciale; puzza di finto, inutile, fasullo: la vacuità di questi giorni è più insensata di quella degli anni ’80. Ora, come sono arrivato fin qui non lo so, ma il punto è che dal 3 febbraio 2006, cioè esattamente (vabbhè, senza stare a contare proprio i giorni….) a trent’anni dalla data (1976) che usualmente va a segnare l’inizio di quella innovativa ondata socio-culturale che è passata, prima sotto il nome di punk, ma poi, per eterogeneità di stili, concetti, caratteri, geografie, sviluppi, venne denominata col più generico nome di “new wave”, partirà una rassegna che omaggia questo importante anniversario. Tale manifestazione, patrocinata dall’Assessorato alla Cultura di Bari, ha il merito di puntare il dito su quelle realtà che rappresentarono a loro tempo lo spirito originario del movimento. Ancor più interessante è l’aver saputo raccogliere i rappresentanti illustri delle tre più importanti scene della new wave:

Berlino, New York e Londra. Questi i nomi, e che nomi: Alexander Hacke alias Alexander Von Borsig, chitarrista dei geniali Einsturzende Neubauten (venerdì 3 febbraio), Martin Rev (venerdì 10 febbraio) dei seminali Suicide (pazzesco), e, per concludere allegramente, i devastanti Uk Subs (sabato 18), la storica band del “godfather of punk” Charlie Harper. Roba grossa dunque, gente i cui nomi li trovi puntualmente su qualsiasi enciclopedia musicale, anche la più abbattuta. Non starò qui a spender chiacchiere inutili su chi siano e cosa hanno fatto i suddetti, andatevelo a leggere da qualche altra parte (se volete andate direttamente sul sito www.zenzeroclub.it e troverete le schede sulla rassegna). Ciò che è importante qui è sottolineare che un tale evento ci offre la possibilità di affrontare il recupero degli anni ’80 in una maniera più civile e sensata, cercando di scoprire (o riscoprire) come tutto ciò che oggi ci viene propinato sia in realtà una degenerazione dell’opera creativa di questi grandi personaggi del passato che agirono dal basso dando però una spinta creativa a tutto il mondo culturale, sociale, economico e dell’intrattenimento. Partecipare a questo evento commemorativo è di certo utile per tentare di salvare le nostre povere anime dannate da questo inferno odierno di pura demenza. Altrimenti tenetevi zenzerology anni ’80. A voi la scelta. Gennaro Azzollini


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STEFANO BOLLANI (IL VIRTUOSO ECLETTICO)

Da tempo, nei confronti di Stefano Bollani, si sprecano elogi, ammirazioni, osanna e apologie. Senza alcun torto, dal momento che Bollani, pianista jazz di rara bravura, ha saputo coniugare l’abilità tecnica e una simpatia irresistibile, riversandole negli ambiti artistici più vari. Il suo eccezionale talento, la sua pazzia, la sua vulcanica creatività, la sua smisurata ironia sono così coinvolgenti che nessuno (né il critico né tanto meno il fan) riesce a contestargli il suo impareggiabile eclettismo. E ciò nonostante, Bollani continua a rivendicare le sue idee e il suo diritto a sfoggiare mille facce, forse perché, in fondo, non ha ancora deciso cosa vuole fare nella vita. Dal Pop al Jazz, dall’orchestra sinfonica a un’originale forma di canzone, di teatro e di letteratura. Qual è, se esiste, il filo conduttore della tua carriera? Il filo conduttore c’è ma all’esterno, purtroppo, è poco visibile. Per quel che mi riguarda io credo che sia la voglia di sperimentare sempre cose nuove, di giocare, di divertirsi. Poi, naturalmente, mi rendo conto che invece all’esterno possa sembrare che Bollani continua a confondere le carte e magari che lo faccia anche apposta per stupire, ma di fatto lo faccio per stupire me stesso.

E come si influenzano l’un l’altro i tuoi campi d’interesse? Guarda, ne parlavamo oggi con Paolo Silvestri (arrangiatore e direttore di Concertone, n.d.r.). Lui mi diceva - credo che fosse un complimento, o comunque lo spero - che io ho un approccio teatrale nel mio modo di suonare il pianoforte, o di comporre. Cioè, lui ha l’impressione che i miei temi siano dei personaggi e che quindi si sviluppino in questo senso. A me piace molto questa idea: l’idea che tu stia in qualche modo narrando una storia. E la grandezza della musica è che può farlo senza parole, e che quindi sia talmente imprecisa da consentire a ognuno di vederci una storia diversa. Per i tuoi dischi hai utilizzato melodie italiane e melodie scandinave. Cosa c’è di te nelle due tradizioni? A me piace la musica che mi piace. C’erano delle melodie scandinave che mi sono piaciute e le ho incise. È lo stesso per quelle italiane, anche se ovviamente ci sono più legato emotivamente. Questo per dire che Abbassa la tua radio, ad esempio, non era una presa di posizione per affermare che le canzoni italiane sono belle quanto quelle americane e quindi le dobbiamo suonare. Non le “dobbiamo” suonare: se ci va, lo facciamo. Ci sono delle canzoni italiane, come Ma l’amore no, che sono meglio di molte canzoni americane. Ci sono altre canzoni italiane che non lo sono, come Il pinguino innamorato, che io ho inciso per motivi affettivi e per giocarci insieme con altri musicisti. Ma non è una presa di posizione: cerco di suonare musica bella Come pianista rappresenti un caso un po’ anomalo, perché la televisione ti concede diversi spazi. Hai partecipato agli show di Renzo Arbore, sei stato ospite della Dandini con la Banda Osiris e ti è stata dedicata un’intera puntata di Cervelloni d’Italia. Come vivi questa anomalia, può essere un ostacolo alla tua creatività? Ovviamente no! A me piace la televisione se ti dà la possibilità di essere te stesso. Se invece,

come quasi sempre accade, ti mangia, ti fagocita, ti obbliga a fare cose diverse da quelle che sai fare, allora me ne tengo ben lontano. E onestamente in questo periodo mi sembra che l’unica cosa possibile sia tenersene lontani. Io ho fatto il programma di Arbore perché era una specie di zoo, in cui era possibile ancora suonare un pianoforte, o scherzare e ridere senza per questo dire delle cose stupide. Mi hanno intervistato per Cervelloni d’Italia perché era il programma culturale di Raitre ma per il resto è molto difficile che io possa essere ospite di qualche programma televisivo per come va la tivù oggi. Ti faccio un breve gioco, Stefano, io nomino due opposti e tu mi esprimi una preferenza. Piano Solo o Concertone? Un po’ uno e un po’ l’altro. Una sera uno e una sera l’altro Istinto o ragione? Tutti e due. Mi stai fregando. Puoi anche articolare la risposta. Ironia o serietà? Ah, ironia in maniera molto seria. Stefano Benni o Daniel Pennac? Difficile. Stefano Benni perché lo conosco. Pennac non lo conosco e quindi non si offende. Insegnare o fare concerti? Fare concerti, purtroppo. Direi di sì. Comporre musica o scrivere libri? Beh, decisamente comporre musica. Professione o amicizia? Cosa vuol dire questa domanda? Preferisci suonare con amici o preferisci suonare per professione? Anche qui preferisco suonare con amici professionisti. Io ho inventato il nuovo quintetto in cui ho la fortuna di avere il mio ex-compagno di banco, un altro mio compagno di conservatorio all’epoca, per potermi divertire anche fuori dal palco. Ma perché so che quando un gruppo funziona umanamente, funziona anche musicalmente. Detto ciò, se loro non fossero quei grandi musicisti che sono, o che io reputo essere, non li avrei chiamati, per cui non basta essere amici, naturalmente. Gianpaolo Chiriacò

Giovedì 16 febbraio Stefano Bollani torna al Teatro Politeama Greco di Lecce con Primo piano, un divertente viaggio musical-teatrale. In scena la Banda Osiris racconta vita, opere, missioni, omissioni e morte di Bollani, il “Maradona del pianoforte”, come è stato definito da alcuni critici. Sipario ore 20.45. Poltronissime e I ordine: € 20,00. Poltrone e II ordine: € 17,00. Ridotto poltrone e II ordine: € 10,00


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GIOVANNI ALLEVI (O DEL POTERE DELLA TV)

Sono bastati sei secondi di musica per Il senso della vita di Paolo Bonolis per rilanciare il nome di Giovanni Allevi nel convulso mondo dei media. Potere della televisione. Se poi sarà vera gloria o il classico quarto d’ora di celebrità è tutto da dimostrare. Allevi ha composto la musica del suo nuovo album per solo piano, No Concept (BMG Ricordi), a New York durante l’estate del 2004. Un passo importante, per un musicista che si muove dalla musica classica - è diplomato in pianoforte e composizione oltre ad essere laureato in filosofia - e vuole approdare a una forma vicina a quella del pop. Finora era conosciuto al grande pubblico soprattutto per aver aperto i concerti del tour dell’Albero di Jovanotti, ma Allevi è letteralmente immerso nella musica fin da quando, bambino, eludeva i divieti del padre clarinettista e insegnante e ascoltava per ore la Turandot di Puccini. Partiamo dalla frase che si legge nel libretto del suo cd: “Stiamo tornando nel Rinascimento italiano, dove l’artista deve essere un po’ filosofo, un po’ inventore, un po’ folle, deve uscire dalla torre d’avorio e avvicinarsi al sentire comune”. Ne è veramente convinto? Prima di tutto l’atmosfera rinascimentale la sento fortissima dentro di me e quindi finisco per vedere ciò che mi circonda condizionato da quello che sento. Lo cerco, il nuovo Rinascimento. È sicuramente un’utopia, però voglio pensare così, altrimenti si soffoca. Lei, che non è un uomo medio ma un artista, è in fondo un privilegiato. Ha uno strumento in più per far sì che questo accada. L’uomo medio, fruendo dell’opera d’arte, può però condividere lo stesso spirito. Per questo voglio che l’arte torni ad avvicinarsi

al sentire comune. E al tempo stesso è nell’ascoltatore, chiunque esso sia, che l’opera d’arte si realizza, non nell’artista. Questo spiega anche la sua scelta di campo: lei, come pochi altri musicisti provenienti dalla musica alta, usa mezzi propri alla musica pop, dalla veste grafica del cd all’uso della promozione. Tutto quello che dice mi lusinga, perché mi sento molto contemporaneo. In realtà sono figlio di questo tempo, pur essendo nell’anima fermo ai primi del 900, un periodo che trovo straordinario per il lavoro di compositori come Debussy, Ravel o Rachmaninoff. Oggi l’artista deve avere a che fare con la comunicazione, con l’immagine, con tutti gli aspetti che sono tipici di questo tempo frenetico. Il suo aggancio ai primi del 900 mi fa venire in mente un episodio della sua biografia: l’ascolto ripetuto e segreto della Turandot di Giacomo Puccini quando lei aveva appena nove anni. Di solito i genitori impongono ai figli lo studio, ma sembra che suo padre, che era un musicista, volesse invece impedirle di seguire la sua stessa strada. Il pianoforte me l’avevano chiuso a chiave e io avevo accesso ai dischi e al pianoforte soltanto quando a casa non c’era nessuno. Effettivamente, tornando indietro con la memoria, mi rendo conto di aver vissuto una situazione assurda e assolutamente inconsueta. Ascoltare la Turandot tutti i giorni è veramente un gesto folle. Anche se paradossalmente solo a quell’età si può fare qualcosa del genere. Quando si vive in un mondo incantato dove gli oggetti sono animati e dove la musica ti trasporta verso realtà ulteriori. Sono grato a quel momento, a quel Giovanni che sul divano ascoltava la Turandot e che ha assorbito una quantità

incredibile di musica. Forse la mia è un’impressione un po’ superficiale, ma nella sua musica non sento molto la presenza del jazz. Infatti. E questo risponde a una mia volontà. Voglio ribadire la mia identità europea e italiana. Il jazz non fa parte della nostra cultura se non di riflesso. Nel mio cd, che vuole essere la mia immagine che va in giro per il mondo, voglio affermare quanto di più bello c’è nella profondità e nella spiritualità europea ed italiana. E in questo caso non c’è il jazz. L’unico brano che si avvicina al sentire jazz è Qui danza, ma in realtà lì il jazz è un pretesto perché di fatto si tratta di un gioco ritmico fra tre piani differenti, quello della linea del basso, quello dell’armonia e quello di una piccola melodia minimale, che girano e danzano insieme. Ascoltando il suo disco mi chiedevo come potrebbero suonare i suoi brani riscritti per un’orchestra a pieno organico. Ci ha mai pensato? Sì. Ho scritto già due concerti per pianoforte e orchestra che non sono stati ancora eseguiti. Tuttavia la presenza di altri timbri va a modificare la struttura musicale e quindi brani che ho scritto per pianoforte solo difficilmente, almeno nella mia mente, possono essere riproposti per pianoforte e orchestra. Con la presenza di altri timbri, mi piace che il discorso musicale prenda altre strade. In ogni caso, a seguito della recente tournée che ho fatto in Cina, mi è stata commissionata una composizione per pianoforte e orchestra in cui elementi cinesi ed europei possano giocare e interagire e mi sto dedicando a questo nuovo progetto. Giancarlo Susanna


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LA DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA DI FABRIZIO DE ANDRE’ “[...]Tutto questo per dire che io non ho nessuna verità assoluta in cui credere, che non ho nessuna certezza in tasca e quindi non la posso neanche regalare a nessuno. Va già molto bene se riesco a regalarvi qualche emozione.” (Fabrizio De Andrè) Trent’anni di musica e storie, cantate e vissute In direzione ostinata e contraria. È uno scrigno, più che un cofanetto, la raccolta, ufficiale ed emozionale, di Fabrizio De Andrè. Ufficiale ed emozionale perché a scegliere i 54 brani sono stati Dori Ghezzi, suo amore e sua compagna per venticinque anni, con l’aiuto tecnico, e non solo, di Giampiero Reverberi, amico di Fabrizio De André nonché arrangiatore dei suoi sei album e punto di riferimento di almeno un paio di generazioni di musicisti genovesi. Non una semplice raccolta quindi, ma un percorso a tappe, cercate e volute, attraverso tutta l’opera “deandreiana” (aggettivo ormai di uso comune, da recensori e cultori); dagli esordi giovanili, culturali, romantici, anarchici e goliardici, in poi, fino alle smisurate preghiere di fine millennio. Brani pescati nel mare della discografia del cantautore, incasellati in una raccolta fondamentale, ed eccezionale. La prima, è da dire, dal gennaio del 1999, data della sua morte. Brani scelti a rappresentare sì ogni album e periodo, ma ulteriormente selezionati tra le tante versioni esistenti, tutti scelti e de-masterizzati. Procedimento tecnico questo, che più o meno consiste nella pulitura, nella rimozione dei vari strati di equalizzazioni e altri accorgimenti digitali che si erano accatastati nel corso degli anni, e delle ristampe. Una sorta di recupero dei suoni originali e, soprattutto, della voce di Fabrizio De Andrè, che emerge nelle tracce in maniera pura, e in tutto il suo (in)canto. Voce vera, e arrangiamenti autentici, ottenuti recuperando i master originali, poi restaurati con gli strumenti a disposizione negli anni di pubblicazione delle singole opere. Un’operazione complessa, portata poi su digitale per la realizzazione dello “scrigno”, e che ne rafforza la sua valenza culturale. Già pregiata di per sé, per il suo contenuto, per le singole perle dei tre cd. Dalla.... prima del primo, la vecchia e incantevole ballata Amore che vieni amore che vai, alla penultima del terzo, quella Smisurata Preghiera che contiene il verso che dà il titolo al cofanetto, e che rappresenta la perfetta sintesi della personalità di Fabrizio De Andrè, della sua carriera artistica, e quindi del suo percorso umano. Ultima canzone è invece un inedito, Cose che dimentico, brano cantato con il figlio Cristiano; una delle tre

“rarità” inserite nel cofanetto, insieme a Titti e Una storia sbagliata, vecchi singoli, mai usciti su cd. Corsivo ...Ma la mia canzone preferita di Fabrizio De Andrè è Se ti tagliassero a pezzetti! La traccia numero 3, del terzo cd. Finita la distaccata descrizione del cofanetto, non mi resta che continuare così, banalmente e un po’ da fan, questo mio intervento coolclubbino sul cantautore genovese. Inizio banale, che è forse più un ultimo tentativo per rompere l’impasse derivante proprio dal fatto di... non sapere che scrivere, di mio. Mi capita di trovarmi davanti ad una prateria così grande di emozioni, che sceglierne una e, per giunta, doverla poi (de)scrivere, diventa assai complicato. È un po’ come andare volontario ad un’interrogazione, preparatissimo su tutto, ma non saper rispondere ad una domanda a piacere. Amo Se ti tagliassero a pezzetti poiché è la canzone in cui io, e non so perché, incontro un po’ tutto quel Fabrizio De Andrè che negli ultimi dieci anni, in un modo o nell’altro, si è ritrovato molto spesso ispiratore, dirottatore, o salutare annientatore di molte mie emozioni. E usare la parola emozioni per due volte in pochi righi è cosa grave, quando si cerca di incanalare il pensiero, la tastiera e poi la scrittura verso più razionali discorsi, o “pareri”. Quello sulla sua voce per esempio; così unica, tanto bella e familiare da... sentirla un po’ tua. Sulle sue parole, le tante cantate e quelle parlate. Che, in un modo o nell’altro, hanno l’incredibile capacità di avvolge-

re di umanità ogni cosa, ogni argomento, evento, storia o personaggio. Di prenderlo, curarlo, proteggerlo, ripulirlo, per poi raccontarlo. O narrarlo. E con una assoluta limpidezza di parole, toni e sguardi, che rende impossibile l’immaginazione di altri modi di raccontare lo stesso argomento, evento, storia o personaggio. Sulla sua musica, un tramite assoluto, che unisce sempre alla perfezione le sue parole alla sua voce, o viceversa. O che forse sono un tutt’uno, inscindibile. Sul suo mondo, così vitale ed estremamente contemporaneo, sempre, sui suoi luoghi e personaggi, tutti così “scandalosamente belli”, che non perdono dignità neanche di fronte alle più stucchevoli descrizioni, o ad ampollosi e retorici cavilli e ricordi (...tipo questi); personaggi così grandi da riuscire a donarsi e ad appartenere per sempre, ognuno a tutti. Se si tagliassero a pezzetti. Dario Quarta


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Narrativa, Noir, Giallo, Italiana, Sperimentale

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la letteratura secondo coolcub

Krautrocksampler Julian Cope Lain *****

Ci sono personaggi nella storia della musica cheriesconoasuperarsi,aoltrepassareporte e confini lasciando tracce indelebili su tutti i sentieri intrapresi e percorsi. Julian Cope è decisamente uno di questi. La sua carriera artistica comincia alla fine degli anni ’70 in quel di Liverpool alla guida dei Teardrop Explodes. I dischi di questa band sono una bomba che irrompe nella new wave degli anni ’80 deflagrando e contaminando con un trasversalità musicale che sarà tra le caratteristiche principali del percorso solista di Julian. Di fronte a un uomo come Julian Cope si può parlare di genialità e follia senza remore. Eclettico, febbrile nelle sue passioni, visionario e sciamano ci ha lasciato dischi memorabili come Fried del 1984 (solo per citarne uno) capolavoro del rock pop psichedelico. A quella per la musica ha associato ultimamente la sua passione per le civiltà preistoriche, studi

a cui si è dedicato approfonditamente e che ha pubblicato. Ma tra le sue varie pubblicazioni (ricordiamo anche una sua autobiografia pubblicata recentemente sempre da Lain) oggi viene ripubblicato, quello che da molti è considerato un testo fondamentale: Krautrocksampler. Pubblicato la prima volta in Inghilterra nel 1995 Krautrocksampler è un libro in cui tutto l’entusiasmo, la passione mai nascosta per la musica tedesca degli anni ’70, le basi del Krautrock, la cosiddetta musica cosmica investono il lettore fin dalla prima pagina. Un periodo misconosciuto ma importantissimo che ha messo le basi per quelli che saranno stati gli sviluppi del punk ’77, che ha influenzato il Bowie di Low, che ha i suoi legami con la musica colta, con Stockhausen, il suo contatto con l’arte (i Tangerine Dream che incontrano Salvador Dalì).

Il tutto è scritto con una vitalità incredibile, senza possibilità di appello alle più estreme delle prese di posizione. Solo nella dedica si può già leggere: “...quando attorno a noi c’erano altro che le seghe a vuoto di Emerson lake & Palmer, la spiritualità fonata degli Yes e il peggio del peggio in assoluto: i mantra da soggiorno dei Pink Floyd di Dark side of the moon. Il lettore è avvertito fin dall’inizio. Dentro ci sono le ricostruzioni minuziose delle carriere di gruppi come Tangerine Dream, Neu!, Can e altre comete (è proprio il caso di dirlo quando si parla di musica cosmica). In appendice una Top 50 dei dischi più significativi con tanto di recensione. Un libro dalla scrittura quasi feroce, veloce, intrigante come un romanzo pur essendo una guida. Consigliato ad appassionati, curiosi e distratti. Osvaldo Piliego


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Wig Wag

Alessandra Vaccari Marsilio ***

In un periodo in cui ci si potrebbe vergognare di appartenenze e vessilli, in un momento storico caldo esiste un modo nuovo, diverso di vedere l’oggetto bandiera. Decontestualizzato secondo un approccio postmoderno la bandiera perde il suo significato politico e si presta alla moda. Indossare le bandiere è un atto ambiguo, può essere orgogliosamente patriottico o palesemente dissacratorio. Non solo la moda ma anche l’iconografia della musica ha attinto dalle bandiere (basta pensare alla copertina di My Generation degli Who o alla famosissima Union Jack stuprata dai Sex Pistols). Bandiere e simboli politici si fondono e si affollano sui giubbotti dei gruppi punk, la simbologia nazista ricompare come simbolo antimilitarista. E poi la moda e il suo approccio giocoso, a volte provocatorio con le bandiere fino all’arte e alla sua derisoria denuncia (Jota Castro). Un saggio che cattura e incuriosisce, pieno di spunti fa luce su messaggi che a volte arrivano dalle sorgenti più disparate e sui quali raramente ci si interroga veramente. Osvaldo Piliego

Sabato

Ian McEwan Einaudi

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Henry Perone è un neurochirurgo affermato, un marito felice - uno dei pochi uomini ad aver sposato la donna che ama - ed un padre orgoglioso del talento dei suoi due figli, il chitarrista Theo e la poetessa Daisy. Sua moglie è il legale di un importante tabloid, suo suocero un sommo poeta. Il 15 febbraio del 2003, mentre milioni di persone scendono nelle piazze di mezzo mondo, Henry assiste con passività al tumulto della massa che dice no alla guerra. Ha le sue idee, i suoi dubbi, ma si sente quasi deresponsabilizzato: adotta un atteggiamento cauto di fronte all’imminenza pacifista della giovane figlia, ed è invece più battagliero di fronte alla posizione interventista del suo collega statunitense. Ma la felicità rischia di essere cancellata da un incontro casuale che si rivelerà un incubo capace di offuscare le mille certezze della vita borghese. Con il suo undicesimo romanzo McEwan ci porta nelle sale operatorie dove i cervelli e le membra umane vengono messe a nudo e se anche la parte meno convincente risulta essere proprio la riflessione sull’opportunità dell’intervento militare in Iraq, terribilmente superata dagli eventi di questi ultimi due anni (verranno trovate le armi di distruzione di massa? I terroristi colpiranno Londra? si chiede

Henry), lo scrittore inglese intesse una storia rigorosa che esalta la pratica del dubbio e scava in profondità nell’animo dei suoi personaggi regalando pagine di letteratura densa e coinvolgente. Ilario Galati

Pecore nere - racconti

Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Igiaba Scego, Laila Wadia Editori Laterza

**** Nascono a il Cairo o a Bombay o piuttosto a Milano, o Trieste ma da genitori somali o indiani. Tutte e quattro comunque vivono oggi in Italia. Studiando, lavorando, dipingendo, e scrivendo, per professione o per caso. Affrontano la vita con grinta, determinazione, con passione, col sorriso. Momenti difficili di integrazione, episodi spiacevoli e difficoltà burocratiche a parte, sono felici di essere dove sono. E in questo libro ce ne danno prova. Ci offrono uno scorcio delle loro giornate, tra il pensiero e il rimpianto, forte o meno, per la terra d’origine e l’amore -forse più forte del rimpianto - per la loro nuova patria. Alcune di loro sognano di tornare un giorno a visitare i luoghi della nascita, altre vi son tornate ma sono scappate via spaventate per la diversità di cultura, di modi, di mentalità. E adesso amano la pizza ancor più del pollo al curry, ridono e si commuovono di fronte alla faccia di Sordi, leggono Enrico Brizzi e sanno a memoria pezzi di Jack Frusciante. E per il resto sono esattamente come ogni donna è. Sentimenti contrastanti, paranoie, mille cose per la testa, ambizioni. E forse anche qualcosa in più. Valentina Cataldo

L’onda del porto Emanuele Trevi Laterza ****

Con L’onda del porto, pubblicato nella collana Contromano della casa editrice Laterza, Emanuele Trevi, scrittore e critico romano, continua il suo percorso creativo, cominciato con I cani del nulla del 2003, edito da Einaudi, e proseguito, lo scorso anno, con la pubblicazione di Senza verso, uscito anch’esso con Laterza. Un tratto sostanziale della prosa di Trevi è il suo rifiuto dell’attuale culto del romanzo, del genere e di tutta la ostentazione massimalista legata alla narrativa contemporanea. Nelle pagine di Trevi a dominare è la vita dell’autore tout court. Si tratta di autobiografismo allo stato puro, che non eccede nei dettagli di vita vissuta, ma che ama sostanziarsi della presenza di vuoti narrati, di pulsioni ellittiche di senso, di interstizi inutili che nelle parole di Trevi acquistano dignità di senso. L’onda del porto (il titolo traduce il termine giapponese tsunami) è la storia

di uno scrittore romano in crisi creativa che lascia una Roma piovosa e gelida per una vacanza in India programmata prima della strage del 26 dicembre 2004. La prima tappa del suo viaggio è Mullur, un posto davvero poco interessante. Mentre i giorni passano, però, quello che deve essere la prima tappa del suo viaggio inizia a trattenerlo, come se fosse dotata di una volontà propria e di un progetto nei suoi confronti. Incontra Vijesh e Vinosh, due ragazzini che gli si fanno incontro e con i quali stringe amicizia, che lo conducono nei posti più impensabili di Mullur e che gli presentano Neema, una donna italiana che dirige, assieme a J.P., un uomo del posto, una scuola per bambini di strada. Molto significativo questo passaggio: “Si concentrò in particolare sulla mancanza di argomenti, sulla mancanza di interesse che gli suscitava il mondo, fino a poco tempo prima così amato, e così ricco, ai suoi occhi, di tesori innumerevoli. Ome se anche la sua vita, aggiunse indicando le prime luci delle barche che si accendevano all’orizzonte, fosse stata investita da una specie di tsunami, che ritirandosi avesse scoperto non più le cose che c’erano prima, ma il loro impasto schiacciato ed informe”. Ma è proprio l’incontro con Vijesh e Vinosh, le ore passate a dialogare con Neema, a determinare nell’autore un minimo smottamento interiore, una sorta di carsica messa in discussione del nulla che sino a quel momento domina la sua vita. Il finale è lirico e struggente, con lo scrittore e Neema che comprano una tartaruga da un pescatore pur di liberarla e di evitarne l’uccisione. Uno spiraglio di speranza in un testo carico di dolore e pessimismo. Rossano Astremo

Pratiche costituenti

a cura di Marco Berlinguer e Mauro Trotta DeriveApprodi ***

I docenti universitari Peter Waterman, Heikki Patomaki, Simon Tormey, Mario Candeias, alcuni fondatori del World Social Forum, Toni Negri, il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti sono solo alcuni degli autori di questo interessante volume pubblicato dalla DeriveApprodi. Pratiche Costituenti. Spazi, reti, appartenenze: le politiche dei movimenti (a cura di Marco Berlinguer e Mauro Trotta) indaga attraverso numerosi saggi, tutti inediti in Italia, il mondo frastagliato (poco battuto dalla saggistica nel nostro paese) dei movimenti. Non però le solite chiacchiere da bar su globalizzazione e nuove forme di democrazia ma una attenta analisi (o meglio varie attente analisi) su regole e prospettive, sull’embrionale “emergere di


Coolibrì una nuova soggettività ribelle, nebulosa, mutevole, multiduninaria e il suo faticoso costruirsi dell’inattualità delle forme della politica moderna”. Un ottimo strumento per approfondire.

I Settanta. Gli anni che cambiarono l’Italia Luca Pollini Bevivino Editore ****

È difficile condensare un decennio di politica, cronaca, sport, moda, televisione, giornali, curiosità in circa 300 pagine? No, non è difficile: è praticamente impossibile. Eppure la Bevivino, giovane casa editrice milanese, pubblica coraggiosamente questo volume curato da Luca Pollini e impreziosito dalla prefazione del sociologo Alberto Abruzzese. L’autore stesso spiega bene il senso editoriale di un libro che vuole soltanto “raccontare la storia di quegli anni attraverso un’opera (neanche tanto minuziosa) di archeologia culturale e giornalistica”. Molta parte del libro è dedicata alla politica, e come poteva essere altrimenti vista l’eredità del decennio precedente e le evoluzioni “violente” degli anni ’70 tra brigate rosse e stragi di stato, bombe fasciste e processi farsa. Ma, come detto, Pollini racconta, in maniera asciutta ma con dovizia di particolari, anche i casi di cronaca più eclatanti (dal Circeo a Vallanzasca), la nascita dell’impero berlusconiano, le vittorie di Panatta e della Juve di Trapattoni. Non un punto di arrivo ma un valido punto di partenza per indagare ulteriormente su fatti e personaggi sul decennio del compromesso storico. Come dice Pollini: “non importa se i nostri sogni, se la nostra fantasia non è andata al potere…perché le emozioni di questi anni, a noi che li abbiamo vissuti, non ce le potrà togliere nessuno”.

L’uomo del sertao Hugo Pratt Lizard edizioni ****

Nato il 15 giugno 1927 su una spiaggia vicinissima a Rimini, Hugo Pratt è uno dei maestri indiscussi del fumetto moderno, il suo personaggio più famoso è Corto Maltese, ma il primo fu Asso di Picche, caratterizzato dal costume giallo aderente. Trasferitosi in Argentina, Pratt continua la sua “galleria” con Jungleman, collaborando con Hector G. Oesterheld (l’eternauta) e ad altri personaggi di successo da Sgt Kirk a Ernie Pike. Dopo altre esperienze all’estero Pratt ritorna in Italia dando vita all’uomo Ombra. Poi si dedicherà a Corto Maltese che sarà il protagonista di molte avventure alla Conrad. Ed è in questo cli-

25 ma “avventuroso”, che caratterizza tutte le opere di Pratt, che si inserisce L’Uomo del Sertao. Lo scenario è quello del Brasile tra fine ’800 e primi anni del ’900, sul cui territorio dominano i “fazenderos” (i latifondisti brasiliani) e dove la schiavitù è la norma. In queste condizioni si organizzano e sviluppano gruppi di “banditi” i cangaçeiros, guerrieri girovaghi e senza padroni, inseparabili dai loro fucili i cangaço appunto. Al fondo però, questi ultimi sono solo contadini stanchi dei torti subiti che si ribellano ai latifondisti alle loro ingiustizie e alla povertà. Queste bande si muovono nel nord-est del Brasile, la stessa zona in cui si muovono i personaggi dell’avventura di Pratt: il “Gringo Vargas” ed il “Capitao Corisco” che, nella storia, incappano in un rastrellamento nel sertao e vengono uccisi dall’esercito. Da qui il racconto si sviluppa tra lo storico e il surreale: con la “mammana” di candomblè, che mediante un sortilegio mantiene in vita il “Gringo Vargas” affinché compia la sua vendetta nei confronti dei suoi assassini e del suo traditore, per così avere la pace per la sua anima e quella dei suoi compagni. Ma “Sathania” la donna del “gringo” individua per prima il traditore che, per la sua disperazione, scopre essere suo fratello “Sabino”. Ma l’amore per “gringo” è più forte, così lo uccide. Ma il sortilegio per sciogliersi necessita che sia il “gringo” a compiere l’omicidio, allo stesso dunque non resta che una possibilità: uccidere chi ha lo stesso sangue del traditore. Una storia toccante con un disegno magnifico nel momento in cui Pratt è al massimo della sua arte. Loris Romano

Hanno sete (il bacio oscuro) Robert R. Mc Cannon Gargoyle books ***

Per gli appassionati del genere il nome non è certo nuovo. Robert R. McCammon è una delle penne più amate e accreditate dagli amanti di letteratura horror e fantasy. Nel corso della sua carriera ha pubblicato ben tredici best seller. Ha vinto diversi Bran Stoker Award, alcuni pari merito con Stephen King autore al quale è paragonato da molti. Esce in Italia, tradotto e pubblicato da Gargoyle Books, Hanno sete (il bacio oscuro). Ambientato nella Los Angeles dei nostri giorni, tra bande, prostitute e polizia il romanzo dipinge senza mai cadere nei cliché una invasione di vampiri, di non morti, che partendo dalla città californiana minacciano di conquistare il mondo. Tramite l’utilizzo dei personaggi classici del genere (il detective, il prete, il bambino) il libro riesce a trasportarci in una storia avvincente senza cadere nel prevedibile. Mc Cammon si rivela un romanziere dal grande spessore, per trovate narrative, ritmo quasi cinematografico, fantasie

e precisione clinica delle descrizioni. Avvincente e inquietante, nonostante sia stato pubblicato in america nel 1981, non sembra risentire degli anni e ci fa ricordare che, forse, la paura non ha età. (O. P.)

Colazione al Fiorucci Store (Milano) Gemma Gaetani Lain Fazi

*** Gemma Gaetani è uno di quei casi sempre più frequenti di blog trasformatosi in libro. E, si sa, i blog altro non sono che la versione tecnologica dei diari segreti col lucchetto in ottone e la piccola chiave che ogni bambina custodiva gelosamente, senza sapere quanto fosse inutile. Leggere Colazione…è quindi un po’ come trovare per terra uno di quei diari, e farsi guidare dalla curiosità del farsi i cazzi altrui. L’originalità della Gaetani, però, sta nell’aver privilegiato l’endecasillabo come scelta di scrittura, snocciolando così in sillabe le sue tormentate vicende d’amore. Il nodo centrale della storia è costituito dal poema “Innamorarsi di un poeta è bello”, costruito sulla falsariga di Colazione da Tiffany. Un amore tormentato, poi appagante, infine finito nel peggiore e più comune dei modi, un tradimento elettronico. L’autrice sfodera così la sua rabbia e la sua disillusione, con trovate originali (una per tutte, l’idea massima di amore, che consisterebbe nella scena memorabile di Candy Candy in cui Terence blocca l’eroina che fugge per le scale con un abbraccio che noi bambine abbiamo sempre sognato, e continuiamo a fare, di tanto in tanto). Basandosi sull’idea che ormai la sola parola scritta è insufficiente, la storia procede tra foto, e-mail, pagine invertite, ricordi dolorosi del passato, un fratello morto, un lavoro ridicolo, passeggiate per il centro e la sicurezza del rifugiarsi al Fiorucci Store, serate e uomini sbagliati (vedi il palestrato che la porta a considerare l’idea del voto a destra mentre lei gira la minestra), alcol e discoteche, musica a tutto volume e testi di canzoni. Un solo consiglio: la Gaetani dovrebbe accertarsi delle parole di alcuni brani, in special modo di Perfect Day. Se Lou Reed sapesse cosa ha scritto/ non la prenderebbe sì tanto bene. (e questi quassù, come direbbe lei, sono endecasillabi). Anna Puricella

È solo un bacio Simon Reed Luculano ***

Uno psicologo etereo, invisibile, appena accennato, raccoglie le confidenze di un paziente affetto da anni da un male terribile: il male d’amore. È solo un bacio si sviluppa attraverso questo racconto


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26 sempre più dettagliato e coinvolgente del protagonista, Simon, che deve ricordare per cercare di dimenticare. 37 anni dovranno passare prima che la malattia diventi conclamata, 37 anni scanditi da un inesorabile timer all’inizio di ogni capitolo. I primi ricordi di bambino da subito in cerca “dell’amore per sempre”, si mescolano con i ricordi dell’età più adulta dove la ricerca si trasforma dapprima in rimpianto per le occasioni mancate ed infine in ossessione. Nulla sembra andare per il verso giusto e l’immenso amore che Simon si porta dentro e non riesce a donare trova lo squallido sfogo della masturbazione e del sesso mercenario. Il frettoloso ed inopportuno matrimonio non risolve la sua ansia di quel sentimento eterno, vivo, pieno ed appagante che tanto aveva vagheggiato. Inizia il periodo dei tradimenti, più tentati che riusciti, fino alla svolta della sua vita, quell’ora x dopo la quale niente sarà più lo stesso. La svolta ha un nome, Vanessa, ed un volto, quello di una bellissima ragazza di diciassette anni. Accade quello che non sarebbe mai dovuto accadere e nel ricordo di quell’istante unico ed eterno, il protagonista vivrà il resto della sua vita, cosciente di aver mancato all’appuntamento più importante, ma anche dell’impossibilità di quella relazione. Ormai segnato dal tempo, dai ricordi e dall’incidente nel quale ha rischiato di perdere la vita, l’unica cosa che gli resta da fare è ammettere l’importanza di quell’attimo fuggito per sempre, senza ipocrisia, abbandonandosi dignitosamente a quella realtà da cui aveva cercato invano di fuggire. Marco De Carli

La notte dei calligrafi

Yasmine Ghata Feltrinelli ***

Yasmine Ghata incontra per caso sua nonna attraverso un’opera di arte calligrafica esposta nell’ala Richelieu del Louvre. La ragazza studia Storia dell’Arte alla Sorbona, e sta per specializzarsi in arte islamica. L’incontro fortuito, perché fortuito è quando tragiche vicende della vita allontanano gli esseri umani per poi riavvicinarli per mezzi bizzarri, la porta a farsi autrice della storia pesante, difficile e intensa della sua ava, che è la più celebre calligrafa turca. La vita e l’arte di Rikkat, donna di calamo e sapienza, sono sinergia meravigliosa: si svelano negli insegnamenti degli ultimi grandi calligrafi dell’Impero ottomano, e si compiono in tempi di importanti riforme nazionali, che intendono vietare l’utilizzo della lingua araba e della sua scrittura. Rikkat, donna libera e coraggiosa, convive con gli intenti di laicizzazione di Ataturk e gli inchiostri purissimi del suo atelier, e nell’accettazione ribelle della sua esistenza e del suo mestiere vi è tutto l’equilibrio ormai perduto dalla Storia.

Resiste Rikkat, nonostante le due unioni con uomini a loro modo spregevoli e ingannatori, nonostante un figlio lontano e dall’ingiusto destino, nonostante la mano che incomincia a tremare e ad allontanare gli strumenti di studio. Ma resiste Rikkat, grazie ad un figlio da poter amare da vicino, grazie agli studenti bramosi di appropriarsi delle sue remote verità, grazie alla ricerca di quei segni antichi e del loro rapporto intimo e privato con la divinità. Attraverso una scrittura scorrevole, raffinata e preziosa, la Ghata ci dona un racconto di trame eleganti, intessute da mani pregne di cultura e di memoria. A sostegno di una terra, la Turchia, e di un mondo, quello islamico, ingiustamente associati alla cecità dei suicidi del terrore, alla fede ignorante e irrazionale, al ritmo assordante di un kalashnikov che batte il tempo della morte. Tutto è messo a tacere per il corso delle pagine di un libro, perché si possa avvertire solamente la dolcezza della “punta della canna che intinge le fibre nel calamaio”. E il resto non conta più…. Il Passo del Cammello

Andrea Rapini

Antifascismo e cittadinanza Bononia University Press *****

Mi capita raramente di recensire saggi di storia, ma quando la storia diventa occasione per riflettere sul presente, sulle radici profonde su cui si poggia la società contemporanea e, soprattutto, quando la riflessione verte su un tema a me caro come l’antifascismo, mi sento sinceramente di consigliare a tutti un’attenta lettura. La Bononia University Press, casa editrice dell’ateneo felsineo, pubblica il secondo libro della collana Storie, caratterizzata da una copertina a mio avviso efficacissima. Troppo spesso si sorvola sull’importanza delle copertine dei libri, le famose e amate anticamere del paradiso. Inutile negare che in molti casi il primo impulso ad acquistare un libro viene dato proprio dalla copertina. Ed è inutile negare che troppo spesso proprio le collane di saggistica fanno sfoggio di copertine dalla bruttezza insostenibile. Antifascismo e cittadinanza. Giovani, identità e memorie nell’Italia repubblicana (Andrea Rapini, Bononia University Press) è un percorso che ricostruisce l’idea di antifascismo dalla militanza delle origini passando attraverso il ’68 e i tumultuosi anni settanta per arrivare ai giorni nostri con una serie di domande su una presunta memoria condivisa da tutti gli italiani. Un’idea, quella di antifascismo, che “fu un elemento vigoroso, in grado di dischiudere memorie,di trasmettere valori di libertà nello spirito della Costituzione e di incidere positivamente nello sviluppo della cittadinanza”. Riflessioni che, non c’è dubbio, fanno bene in questi tempi bui. Dario Goffredo

I PADRI E I FIGLI DI O

Autore del romanzo Né padri né figli, Osvaldo Capraro è uno dei volti nuovi della letteratura italiana. Nato in Svizzera, ha vissuto per alcuni anni a Brindisi e attualmente vive, insegna e scrive a Monopoli. Ha fatto diversi mestieri, come si evince dal ritratto biografico in appendice al libro: “impiegato in fabbrica, cappellano in carcere, […] assistente domiciliare, educatore in comunità per minori”. Già autore di un libro di racconti ambientato in carcere (Il pianeta delle isole rapite), ha collaborato con diverse riviste tra cui Lo Straniero e Nuovi Argomenti. Il suo libro, un “noir mediterraneo”, è già in fase di ristampa e un secondo romanzo è in cantiere. Cominciamo subito parlando del suo Né padri né figli. Ammesso che l’autore ponga un poco di sé in ogni parola scritta, appare più che mai evidente nella sua narrativa un dato esperienziale endemico al gesto creativo: quanto Osvaldo Capraro c’è nei suoi personaggi? Se intendi in senso autobiografico, poco o nulla. Anche se Mino, Teodoro, Giovanni, Anna, don Paolo, Maria, il Napoletano e gli altri protagonisti del romanzo li ho incontrati davvero. Non hanno quei nomi, né sono concretamente identificabili, ma fanno parte del mio mondo. Il personaggio di Mino, in particolare, sembra rappresentare la sua rabbia più intima nei confronti di una società che condanna o santifica a priori, senza appelli. In che maniera lei crede che la letteratura sia uno strumento efficace per raccontare la realtà? Temo che la letteratura sia oggi uno dei


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OSVALDO CAPRARO

pochissimi strumenti che raccontino la realtà. Guardiamoci intorno. Il giornalismo è quello che è. Da una parte i quotidiani sono sottoposti alla censura dei rispettivi direttori, alcuni per servilismo verso i padroni, altri per istinto di sopravvivenza. Dall’altra i telegiornali sono il massimo della disinformazione. Rimane qualche eroe, tipo la Gabbanelli che fa quel che può, non per nulla ogni puntata di Report è seguita da una cascata di denunce. Il cinema è apparentemente più libero, ma solo perché lì la censura arriva prima: niente finanziamenti e il film non ti viene prodotto. Per raccontare la realtà restano i documentari e, appunto, la letteratura che gode ancora di una certa libertà di movimento e il motivo è semplice: le poche migliaia di lettori di un libro non danno poi tanto fastidio. In una situazione del genere, il romanziere può ancora permettersi una libertà che al giornalista di inchiesta è preclusa. Per quanto riguarda la tecnica narrativa sono rimasto molto colpito dalla sua abilità di scrittura nelle parti in cui il narratore donava la sua voce ai pensieri semplici del piccolo Mino. Sembrerebbe quasi che lei abbia giocato come narratore a interpretare la parte dei figli per poter capire i padri e viceversa… Di ragazzi come Mino ne ho incontrati tanti, ognuno con la propria voce. In molti casi ho riconosciuto quella che era la mia voce alla loro età, il che mi ha aiutato a creare una sintonia nel rapporto umano. La cosa più difficile è stata questa. Superato questo scoglio e, soprattutto, interiorizzato il loro punto

27 di vista, riportarlo su pagina è stata una conseguenza naturale. In epigrafe del suo romanzo leggiamo “questo mondo è inabitabile”. Una dichiarazione iniziale che non lascia spazio a nessuna speranza, che non ci regala illusioni. Leggendo le sue pagine mi è venuta in mente un’altra possibile epigrafe di Josè Saramago, il quale nel Vangelo secondo Gesù recita: “Viene da lontano e promette di non avere fine la guerra tra padri e figli. L’eredità delle colpe, il rifiuto del sangue, il sacrificio dell’innocenza”. Quanto crede sia veritiero il motto secondo cui le colpe dei padri ricadono sempre sui figli? “Questo mondo è inabitabile” è una frase scritta da Simone Weil nei suoi Quaderni. Alla megalomania degli assolutismi nazista, fascista e comunista, la Weil opponeva l’infinitamente piccolo dell’esperienza del Gesù Cristo soffocato dai poteri forti, religiosi e politici, della sua epoca. Per me l’eredità dei padri non ha niente di metafisico, è solo l’insieme delle responsabilità individuali della mia generazione e di chi mi ha preceduto, i “padri” appunto. Continuiamo a fingere che questo sistema economico, politico e sociale così com’è adesso sia l’unico possibile e, malgrado le prove contrarie e ripetute, insistiamo nella finzione con un accanimento ridicolo e tragico. È una colpa che non può che ricadere sulla testa dei nostri figli. Nel numero di novembre di questa rivista, in una intervista, Massimo Carlotto la indicava come autore di un libro “bello e interessante”… la sua scrittura si può dire influenzata dall’opera di questo autore o più in generale dalla letteratura noir? Carlotto è un esempio di quanto ho appena detto. Il suo Nessuna cortesia all’uscita era costruito sugli atti del processo a Felice Maniero, boss della mafia del Brenta. Quel processo costituiva la cifra per raccontare cos’era diventato il Nord Est, l’allora celebrata locomotiva dell’economia italiana. Lì ho avuto la dimostrazione di come la narrativa possa servire a raccontare territori e popolazioni senza perdersi in lirismi salottieri. Ho divorato anche autori come J.-C. Izzo e J.-P. Manchette. La loro è una letteratura fatta di essenzialità della scrittura, impegno civile, sguardo disincantato sull’umanità. Izzo parte dai marginali: barboni, immigrati, prostitute. Manchette, dalle trame sotterranee del potere politico. Ma l’elenco dei maestri potrebbe continuare, fra autori di genere e non, da Sciascia a Silone a Cormac McCarthy a Carlo Levi, a Simenon e tanti ancora. Infine, sappiamo che sta lavorando al suo secondo romanzo. Ritroveremo i personaggi che hanno attraversato Né padri né figli? Qualcuno sì. Quel che è accaduto in Né padri né figli non poteva restare senza conseguenze. Spero di trovare il modo giusto per raccontare l’intreccio criminale tra mondo imprenditoriale e mondo politico e i suoi inevitabili effetti sulla società e sull’ambiente. Massimo Lafronza

La letteratura del mondo Edizioni E/O

Osvaldo Capraro è uno dei nuovi autori delle Edizioni E/0, la casa editrice fondata nel 1979 dai coniugi Sandro e Sandra Ferri con l’intento di promuovere la letteratura dei paesi dell’Est. Una scommessa allegra, ingenua forse, ma anche molto seria, che avrebbe portato soddisfazioni, gioie per scoperte e incontri, ma pure fatica, bocconi amari, ostilità. Sul finire degli anni ’80 i due decidono di aprire anche all’Ovest, agli Stati Uniti e al Canada, all’Inghilterra e all’Irlanda. Ad un certo punto crollano infatti le distinzioni tra est e ovest e nasce un’unica grande collana. “Dal mondo” unisce senza annullarle le scoperte delle varie aree linguistiche e culturali: arrivano in Italia il cubano Pedro Juan Gutierrez, lo spagnolo Juan Manuel De Prada, la nicaraguense Gioconda Belli e le israeliane Savyon Liebrecht ed Edna Mazya. Negli ultimi anni le edizioni e/o hanno iniziato a esplorare anche il territorio del genere giallo pubblicando Benjamin Tammuz, Massimo Carlotto con le sue avventure dell’Alligatore, le storie nerissime ambientate in una Torino multietnica e raccontate da Bruno Ventavoli, il marsigliese Jean- Claude Izzo (nella foto in alto), prematuramente scomparso, e la sua celebre trilogia noir (Casino Totale, Chourmo, Solea), che ha come protagonista il poliziotto Fabio Montale. La casa editrice negli ultimi anni è cresciuta molto (nel 2005 sono 50 i titoli pubblicati), ha attivato nuove collane (Assolo, I Leoni, MedioOriente, Vite Narrate) e nel 2005 è approdata anche a New York con Europa Editions, progetto parallelo che porterà i libri pubblicati dalla e/o tradotti in americano. L’ultima novità è rappresentata dalla collana BillDung-Sroman dedicata ai giovani autori. Edizioni e/o Via Camozzi, 1 - 00195 Roma, Italia Tel: 06/3722829 - Fax:06/37351096 e-mail: info@edizionieo.it


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UN MISTERO CHIAMATO PERCEBER Intervista a Leonardo Colombati

Perceber di Leonardo Colombati è il romanzo rompicapo (pubblicato da Sironi) che ha fatto impazzire critici e giornalisti, uno dei casi editoriali dell’anno appena trascorso. La narrazione prende avvio il 6 luglio del 2000, in una Roma fiaccata da un sole asfissiante. In viale Trastevere un tram travolge un anziano passante tranciandogli la gamba destra. Testimoni: Giovanni Migliore, giornalista in crisi d’identità, Luigi Dodo, giovane medico tormentato da certi sogni inquietanti su due bambine gemelle, e Antonio Baldini, avvocato in pensione con più di una rotella fuori posto e in mente un grandioso Piano Topografico sulla città di Roma. L’attuazione del Piano e una parallela indagine sulla scomparsa della gamba intreccerà i destini di questi tre uomini, in un vorticoso gioco nel tempo e nello spazio che ha per teatro non solo Roma ma anche Perceber, una cittadina spagnola i cui abitanti sono soggetti a una maledizione che li costringe a parlare senza sosta né pausa. Leonardo, hai passato dieci anni della tua vita a scrivere il tuo primo romanzo. Ora che è trascorso qualche mese dalla pubblicazione di Perceber, come ricordi quel periodo? Sono andato avanti a scrivere Perceber nei ritagli di tempo, quando il lavoro e la famiglia me lo permettevano. Ma la trama e i personaggi mi accompagnavano dovunque. Tutti i libri che ho letto in quel periodo, li ho letti in funzione del mio. Mi spingo oltre: la vita che ho vissuto dai ventiquattro ai trentaquattro anni, mi pare d’averla vissuta per un unico scopo, quello di riversarne le esperienze e le suggestioni nel mio romanzo d’esordio;

che come tutti i debutti, aveva la pretesa di essere anche un testamento, un “oltre non si può andare”. Ora che ho un anno o poco più per completare il secondo libro, mi sforzo di pensare che una scadenza così vicina non può far altro che aiutarmi a scrivere qualcosa di più “adulto” e “professionale”. E continuo a dirmi che è sbagliato voler ficcare il mondo intero in un solo romanzo. Ma la verità è che rimpiango quel tempo in cui potevo prendermi tutto il tempo. Eppure non sei stato il solo a “voler ficcare il mondo intero in un solo romanzo”. Nel 2005 sono usciti i lavori di Gianluca Gigliozzi, Massimiliano Parente e Giordano Meacci. Tutti romanzi massimalisti, tutte opere “mondo” ipercitazioniste ed enciclopediche. Tutti autori nati nei primi anni Settanta, che hanno trascorso i migliori anni della loro “giovinezza” a comporre il “grande romanzo italiano”. Si tratta solo di una coincidenza? No, non penso che sia una coincidenza. Credo si tratti di una reazione ad una stagione editoriale (più che letteraria), in cui finalmente in Italia sono arrivati, ad esempio, i romanzi di Pynchon, di Gaddis, di Foster Wallace, di DeLillo. Questa cosa del “romanzo massimalista” o “postmoderno” - del “romance” a scapito del “novel” - mostra già la corda, negli Stati Uniti. Ma qui da noi mi sembra giusto tentare, provare a rifuggire dai soliti compitini minimalisti senza sangue, messi in bella prosa per un centinaio di pagine. D’altronde, l’inventore di questo genere di letteratura è il nostro Ariosto. Nelle pagine conclusive di Perceber molto spazio è dato alle fonti che hai utilizzato per la stesura del romanzo. Se dovessi citare qualche titolo che per te è

stato fondamentale? Ho iniziato a scrivere Perceber con in mente il Tom Jones di Fielding, il primo libro “serio” che ho letto, quando avevo dieci anni. Ho la sensazione che, dopo quello, io abbia letto libri di qualità inferiore: il primo romanzo moderno è forse anche il più bello. La palla da baseball che in Underworld di DeLillo fa da filo rosso alla narrazione, è un espediente che ho cercato di imitare utilizzando una gamba amputata invece della palla. Da un punto di vista prettamente stilistico, sono stato sicuramente influenzato da Pynchon (L’arcobaleno della gravità e Mason & Dixon, soprattutto). In un’intervista hai dichiarato che non sei stato mai un grande lettore di romanzi italiani. Sei sempre dello stesso avviso? O puoi citare qualche autore che per la tua formazione è stato importante? Non sono mai stato un grande lettore di romanzi italiani. La cognizione del dolore di Gadda e Ferito a morte di La Capria sono i miei due preferiti del secolo scorso. Potrei aggiungere, forse, Landolfi e Sciascia. Se guardo agli ultimi vent’anni, pochi sono gli scrittori italiani che mi piacciono: il Busi dei primi due libri, ecco, lui sì. Sono molto amico di Giuseppe Genna, Alessandro Piperno, Mario Desiati ed Helena Janeczek; ma è un’amicizia in cui l’ammirazione per i loro libri non ha avuto un peso indifferente. Da queste mie recenti ricognizioni, mi sembra di aver capito che ultimamente da noi le acque si stanno muovendo. Ora, accantonato “Perceber”, ti aspetta la stesura del secondo romanzo. Puoi darci qualche anticipazione? Sì, il prossimo romanzo uscirà per Rizzoli nel 2007 e sarà completamente diverso da “Perceber”. Ho già scritto cento pagine, che nei giorni pari mi sembrano una schifezza e in quelli dispari un capolavoro. Oggi che giorno è? Rossano Astremo


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Noir, Commedia, Italiano, Sperimentale, Drammatico

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il cinema secondo coolcub

I segreti di Brockeback Mountain Ang Lee Paramount Pictures *****

Leone d’oro a Venezia e primo candidato agli Oscar dopo essere stato l’asso pigliatutto dei Golden Globe (l’anticamera delle più prestigiose statuette), Brockeback Mountain continua a mietere successi oltre che di critica anche di botteghino. E Ang Lee, con quest’ultimo film, riparte un po’ da dove aveva cominciato. È del 1993 il suo fortunato esordio dietro la macchina da presa con Il banchetto di nozze, in cui un giovane cinese omosessuale dopo aver fatto carriera a New York, si trova costretto a fronteggiare i tradizionalisti genitori, ai quali non ha mai confessato la sua natura, arrivati direttamente dall’Oriente per vedere il suo matrimonio concordato con una giovane pittrice in cerca del permesso di soggiorno. Ritorna dunque la tematica gay che nella narrazione dei segreti del monte Brockeback abbatte uno degli ultimi baluardi di manifesta virilità rappresentata dalla figura del cowboy. Tratto dall’omonimo racconto del premio Pulitzer Anne Proulx, il film si muove sulle grandi vallate del Wyoming

dove nell’estate del 1963, Ennis Del Mar e Jack Twist, due giovani mandriani, si incontrano mentre sono in fila di fronte all’ufficio di collocamento. In cerca di un lavoro che dia loro sicurezza, vengono entrambi assunti da Joe Aguirre, il proprietario di un ranch che li invia come mandriani ai piedi del monte Brokeback. Tra i due, soli per tutta l’estate nasce un legame sincero. Terminata la stagione devono separarsi tornando alla vita di sempre. Ennis rimane nel Wyoming; Jack parte per il Texas dove conosce una donna che sposa. Quattro anni dopo arriva a casa di Ennis una cartolina di Jack: è in viaggio per andare a trovare l’amico di un tempo. Bastano pochi attimi per capire che la loro amicizia è destinata a durare e a divenire qualcosa che li unirà per tutta la loro esistenza. L’amore dunque come filo conduttore di una storia dal tema difficile, spesso ignorato e sicuramente non banale, che in questo film assume dei contorni morbidi, quasi sussurrati, tanto da tramutarsi in una storia universale, oltre quella che è la semplice

sessualità. Ottima la direzione dunque, ma anche le singole interpretazioni, appassionate e davvero partecipi del progetto di Lee, che intendeva raccontare semplicemente l’amore, al di là delle convenzioni. Fra paesaggi sconfinati e silenzi che hanno voce e significato, i due vivono un amore strano e consolatorio, la cui natura omosessuale paradossalmente è il lato meno importante della vicenda. Che riuscirà a descrivere un sentimento fuori dalle convenzioni eppur importante, vissuto con gli occhi di chi affronta la vita per lo straordinario e imprevedibile percorso che essa rappresenta. Lontani da schemi e convenzioni che spesso anche il cinema hollywoodiano rifugge. Cavalcando le poche critiche, di Wayne e Eastwood, in questo film c’è tutto e niente, ma ciò che rimane è un senso di sana inquietudine e sincera ammirazione e la consapevolezza che nessuna lontananza o finzione può distruggere ciò che vorremmo essere. O che in fondo siamo sempre stati. Michele C. Pierri


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Memorie di una geisha Rob Marshall Eagle Pictures

Le geishe erano artiste del mondo che fluttua, né mogli né prostitute. In Giappone la loro presenza era considerata un rito sociale. Un rito era la danza dei loro corpi sinuosi, le loro mani fini che giocavano con i ventagli e accarezzavano strumenti. Gli uomini pagavano cifre esorbitanti per la loro compagnia, e la competizione tra geishe era alta, e dura. In questo mondo tanto affascinante quanto chiuso e crudele, non c’era posto per i sentimenti, geishe lo si diventava perché non si aveva altra scelta. La piccola Chiyo dagli occhi pieni d’acqua senza dubbio non era nata per quel mondo. Vi si trovò sbattuta per caso e -come l’acqua sempre riesce a faretentò di aprirsi un varco. Dell’incantevole best seller di Arthur Golden, diario in prima persona di una geisha davvero esistita, Rob Marshall, regista già premio Oscar per Chicago, ne fa un film. Colossale, holliwoodiano, con un cast d’eccezione. Con occhi occidentali guarda all’oriente, ripercorre la storia di Sayuri, ricostruisce minuziosamente ambienti e paesaggi, parla delle geishe come probabilmente un giapponese non farebbe mai. Perché le memorie di una geisha, in fondo, resteranno sempre un segreto. Valentina Cataldo

Broken flowers

Jim Jarmusch Mikado Jim Jarmusch torna alla regia con Broken Flowers a due anni di distanza dall’ultimo film a episodi Coffee and cigarettes. Regista autodefinitosi punk, è uno dei cineasti più orgogliosamente indipendenti del cinema americano, anche se sin dall’inizio della sua carriera è stato adottato dal cinema europeo, da Wim Wenders in particolare, (di cui è stato anche assistente alla regia). Ritorna con questo film che ha vinto il gran premio della giuria al festival di Cannes. È una commedia che ha per protagonista il cinquantenne Don Johnston (Bill Murray), nome molto simile a quello di un altro divo. Uomo di mezza età quindi, stanco, disilluso, anche un po’ noioso, che dopo anni da “casanova” si rende conto improvvisamente di avere un figlio che non ha mai visto. Poi forse questo figlio non esiste neanche per davvero. Insomma,

Don dopo essere stato abbandonato dall’ultima compagna, riceve una lettera anonima di una probabile precedente amante che gli comunica l’esistenza di un figlio diciannovenne che è in giro alla ricerca del proprio padre. Partendo da questa lettera di colore rosa (indizio importante…) e pressato da un vicino di casa che lo spinge alla ricerca a ritroso, Don si mette sulle tracce delle donne con cui in passato ha avuto una relazione. Le donne sono straordinarie, viene di fargli i complimenti per essere riuscito a conquistarle tutte: Sharon Stone con la figlia di nome Lolita (e di fatto), Jessica Lange che “comunica” con gli animali (tra i suoi pazienti un’iguana di nome Iggy) e altre ancora. In pratica la lettera dell’amante lo scuote dal torpore esistenziale e lo costringe a fare i conti con il passato e quindi anche con il presente. Nel film c’è molta ironia, ma l’atmosfera è amara; sembra che nessuno sia felice, il vero tema del film sembra essere la volontà di riempire un vuoto della vita. Il viaggio del protagonista si può intendere come un viaggio metaforico nell’America di oggi: spaesamento, mancanza di radici e valori forti. Il film scorre, lento ma lineare, con la musica giusta al momento giusto, in cui il tema portante è quello dell’etiope Mulate Astatke, che con il suo esotismo contrasta con il paesaggio della provincia americana, risaltandone l’amenità. Senza dimenticare la presenza di “pezzi” di uno dei gruppi preferiti da Jarmusch, i Greenhornes. Loris Romano

di una bella ragazza dotata di una innata spontaneità sexy, Nola (Scarlett Johansson) fidanzata di Tom, americana senza dote, poco interessata alla vita agiata e piuttosto motivata a diventare un’attrice; dà la caccia ai provini ma proprio non le riesce di recitare. Chris e Nola infrangono le regole e si abbandonano a vera passione sotto lo scrosciare di un diluvio agreste. Una bellissima scena in cui la pioggia, inesorabilmente, sembra richiamare i personaggi alla ricerca di un senso della vita. Tuttavia, le regole del gioco impongono strade diverse, Tom, senza mai sapere di essere stato tradito, lascia Nola per una ragazza dell’alta borghesia, Chris sposa la sorella di Tom ma non rinuncia alla veemenza di Nola, che nel frattempo diventa sua amante. Ma Nola infrange le regole una seconda volta, innamorandosi di Chris. Proprio non sa recitare Nola, che nel disperato tentativo di svelare la mascherata di Chris a fare il finto marito e il finto rampollo, ci rimette la vita: Chris la uccide con un fucile inscenando un furto, non vuole fastidi nella sua nuova vita, ha già un futuro assicurato, una casa lussuosa, una bella moglie e un bel lavoro. La polizia lo guarda con sospetto, i diari di Cloe spuntano a galla, tuttavia, per fortuna la scampa. Non è facile raccontare una storia senza colpe ci vuole un certo coraggio. Rita Miglietta

Match Point

Il 29 gennaio si è concluso il Sundance Film Festival, che quest’anno festeggia il 25° anniversario nel consueto scenario innevato di Park City nello Utah. Il festival, fondato da Robert Redford e diretto da Geoffry Gilmore, si è negli anni attestato come unico grande appuntamento del cinema indipendente mondiale, che qui vede riuniti pubblico e addetti ai lavori. Alcuni dei suoi film hanno avuto successo al di là dei circuiti sperimentali ed è da qui che provengono personaggi come Quentin Tarantino, Kevin Smith, i fratelli Coen e Jim Jarmusch e si sono fatti conoscere Twyker, Gaspar Noé, Danny Boyle, Steven Soderberg e, per l’Italia, Gabriele Muccino, Davide Ferrario e Roberta Torre. Due le Sezioni principali, American Competition riservata a 16 lungometraggi di fiction e 16 documentari statunitensi e World Cinema Competition. A completare cortometraggi, film sperimentali e opere prime. In questa edizione a farla da padrone è stata la tematica sempre attuale dell’immigrazione e del sogno, che spesso è un miraggio, di una vita migliore. Quinceanera, un dramma di adolescenti ispanici, ha vinto il premio della giuria e quello del pubblico per i film drammatici; invece God grew tired of us, racconto sull’inserimento di tre sudanesi nella società americana, ha ricevuto il premio della giuria e quello del pubblico per i documentari. Presente nella sezione documentari Viva Zapatero di Sabina Guzzanti.

Woody Allen Dreamworks

La fortuna può condizionare la nostra vita in modo cruciale, Allen non ha timore di ammetterlo e, con disincanto e franchezza, racconta di un delitto senza castigo. Amore e giustizia non sono ideali perseguibili, piuttosto ci si adopera per una vita agiata e senza fastidi, tentare poi di essere se stessi, in questa storia, porta diritti nella fossa, senza un paradiso o un inferno, solo con fortuna o sventura. Chris (Jonathan Rhys-Meyers) è un bel ragazzo irlandese, povero ma una promessa del tennis. Stufo dei sacrifici necessari per diventare un campione, decide di inventarsi una vita nella Londra bene; impartisce lezioni in un circolo sportivo e pian piano, il suo allievo Tom lo introduce nell’alta società. Tra opera, party in campagna e ristoranti chic, conosce Chloe la sorella di Tom e, da copione, si convince di innamorarsene; in dotazione, un posto di punta nell’azienda di papà, un autista personale ed una macchina all’altezza. Ma la tragedia sta per dipanarsi, preludio la comparsa

Sundance Film Festival 2006


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LA MUSICA ELETTRONICA INCONTRA IL CINEMA La musica elettronica, o meglio elettroacustica (prima), ha da sempre un legame particolarmente stretto con il cinema sin dagli esordi. La possibilità di invertire la pellicola e di manipolarla è stato il modo in cui alcuni cineasti hanno potuto inventare altri modi di realizzare la musica per un film: la partitura retrograda e la sintesi ottica, superate poi dalle invenzioni personali di cineasti e musicisti in grado di sfruttare, in modo originale, le potenzialità dei mezzi a disposizione. L’evoluzione della musica elettronica, nel termine e nei mezzi, l’ha resa una fonte importante e originale per la realizzazione di progetti cinematografici soprattutto nell’arco dell’ultimo cinquantennio. Un ruolo ottenuto grazie alle considerazioni estetiche che si diffondevano tra i teorici del cinema, negli anni successivi al cinema muto; e all’evoluzione della tecnica che veniva messa a servizio dei linguaggi audiovisivi fonte d’innovazioni nelle consuetudini della filmografia. Dalla fine degli anni ’20 alcuni tra i cineasti e compositori vicini agli ambienti dell’avanguardia s’impadronirono delle possibilità offerte dall’apparizione sul mercato della traccia ottica (una particolare tecnica di sovraincisione su pellicola delle onde sonore) per la realizzazione di film a carattere commerciale. Negli anni ’30, con l’interesse centrato sul ritmo delle immagini, la maggior parte della produzione filmica era basata sul contrasto ombre-luci che portava la musica a un ruolo connotativo per il film, un ruolo nuovo, non più solo di commento, ma portatore di una forza comunicativa all’interno dell’opera cinematografica. L’utilizzazione di strumenti elettronici è stata fondamentale per introdurre un nuovo livello di percezione degli spettatori della seconda metà del secolo scorso; soprattutto dopo l’invenzione dei sintetizzatori che hanno rappresentato il trait d’union tra i compositori dal linguaggio classico/sinfonico e gli ambienti della nuova musica. Negli anni ’50 la costituzione di un gruppo francese (il famoso GRM dell’IRCAM), specializzato nella ricerca della “musica concreta”: musica creata a partire dalla riproduzione di rumori, è stato tra coloro che ha creato più opere nel campo della sperimentazione. Per quanto riguarda il mainstream invece, il cinema di alcuni autori è stato legato a figure di alcuni compositori che distinguevano la loro opera dal sound particolarmente vicino a ciò che le chart definiscono musica elettronica: Kubrick-Carlos, TarkovskijArtemiev, Argento-Les Gobelins, LynchBadalamenti, etc. I film definiti di fantascienza hanno usato tantissima musica elettronica, a partire dagli anni ’50, larga parte di effettistica e musica era creata da musicisti propriamente elettronici (Vangelis, Carpenter, Moroder, etc.) con i nuovi strumenti: il Teremin, Novacord e le onde martenot. Già dai primi film di Hitchcook (Rebecca del 1945) il sonoro risentiva di suoni metallici, passando dalle saghe di Star Trek (anni ’70) e fino ad arrivare a Matrix (anni ’90)

dove il lavoro dei musicisti non era creato per la pellicola ma era il risultato di una serie di unioni di musicisti conosciuti dalle chart (Propellarheads, Prodigy, etc.). Le colonne sonore di musica elettronica negli ultimi anni hanno subito una deviazione di tendenza. La creazione delle colonne sonore è divenuto il risultato di performance di musicisti o gruppi che propongono generalmente set di elettronica in circostanze diverse dal film, le quali vengono riadattate alle esigenze filmiche. Parliamo ad esempio di Tinderstick che hanno musicato Trouble Every Day (2001) per Claire Denis e poi hanno continuato la collaborazione con il film Nenette et boni. Morven Callar (2002) dove la musica è stata affidata ai maggiori esponenti della etichetta tedesca Morr Music o i film di Darren Aronofsky: Pi Greco, teorema del delirio (1998) e Requiem for a Dream (2000) che mettono in scena il ritmo di sonorità create da Aphex Twin e musicisti vicini ai lavori elettronici tedeschi. Un ultimo lavoro conosciuto, che pone l’attenzione a un gruppo di musica elettronica relativamente conosciuto tra il pubblico è The raftmans razor, storia fantastica del regista Keith Bearden che ha voluto fortemente le atmosfere del gruppo islandese Mùm, cariche di ambientazioni dilatate. Non da meno anche alcune esperienze artistiche, marginalmente cinematografiche, di artisti o collettivi, che fanno uso della musica elettronica o delle tecniche di produzione della stessa: l’esperienza che ha goduto di maggior diffusione in tutta Europa negli ultimi dieci anni è stata la rinascita del film muto nuovamente sonorizzato (nel 1995 Martin Matalon ha composto una nuova partitura per il film Metropolis di Fritz Lang) e in casa nostra abbiamo assistito al film Sciopero (1921) di Eisenstein sonorizzato dagli YO YO Mundi (2002). Anche altri gruppi in Italia hanno preso parte a questi progetti: il gruppo torinese Gatto Ciliegia Contro il Grande Freddo e i napoletani Frame.

Delle altre esperienze hanno sfruttato le modalità di produzione della musica elettroacustica, soprattutto concreta, per impiegarle nella realizzazione delle performance artistiche. Movimenti come Fluxus, che utilizzano degli oggetti comuni non propriamente musicali che servono alla creazione di rumore all’interno dello spazio occupato (un po’ come le sorelle Cocorosie propongono i suoni nei loro concerti…). Le cellule d’intervention Metamkine, gruppo formato da due cineasti, Christophe Auger e Xavier Quérel, e un musicista Jérôme Noetinger che hanno base a Grenoble dal 1987 e fanno della musica elettroacustica il perno fondamentale della riuscita delle loro opere cinematografiche, producendo “una musica cinematografica liberata da tutte le servitù del rapporto con il film, una musica con dei proiettori”. Il collettivo realizza le performance creando in diretta la manipolazione delle immagini e dei suoni attraverso gli strumenti a disposizione della tecnologia non digitale. Ancora Dj Spooky, può essere considerato l’ultimo inventore di uno specifico linguaggio sonoro-cinematografico. Paul Miller, vero nome del dj americano, ha miscelato le immagini del film Birth of a Nation (1915) di David Wark Griffith creando la sua performance Rebirth of a Nation (2004), intrisa di significato politico. Il lavoro ultimato era caratterizzato da scene del film, in sovrimpressione colorate tali da creare due livelli visivi accompagnati dalla musica live composta dal suo pc. Non indifferente ancora da segnalare il ruolo che la musica elettronica ha avuto nella esposizioni artistiche. L’artista Mario Airò con l’esposizione Quel Pomeriggio sulla terra (1998), ispirata dal film Soigne ta droite (1987) di Jean Luc Godard ha utilizzato la musica degli Orb Back side of the Moon. La musica aveva un ruolo importante nella percezione dell’esposizione, creava l’elemento vettoriale (il tempo) nella dimensione scenica. Marina De Giorgi ( U n ’ immagine tratta da metro P olis )


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CATASTROPHE # 02 – autunno/inverno 2005/06 (Venerea Edizioni, pp. 130, € 7,00) Torno abbronzatissimo da una lunga permanenza alle Bermuda (non sono certo un tipo da Chiantishire!) e poche ore dopo il mio arrivo a Roma mi ritrovo tra le mani il secondo, attesissimo volume di una rivista-libro No copyright che mi piace da matti fin dal nome: Catastrophe, nata (o rinata, a seconda dei punti di vista) nella primavera scorsa dalle ceneri dell’altrettanto interessante Torazine (quattro uscite, “...una miscela tossica di testi e immagini per un delirio rizomatico di segni impazziti, di simboli scoppiati, di detournamenti scandalosi, tra terrorismo estetico e pornografia della visione”). Casa editrice: Venerea, sede nella capitale, catalogo appetitoso che comprende l’edizione italiana dell’indispensabile Culture dell’Apocalisse di Adam Parfey, l’antologia di racconti L.C.I. Letteratura Chimica Italiana e l’autobiografia illustrata di Anne Sprinkle PostPorn Modernist. Ok. Ok. Ok. Allora scaravento dalla finestra l’opera omnia di William Butler Yeats regalatami chissà perché (mi vuoi male, stronza???) da una sedicente poetessa inglese più brutta di Carole Thatcher che di certo non capirà mai la massima di Pascal “Ci consoliamo perché ci affliggiamo con poco” (Nota Bene: se qualcuno getta un libro dal quinto piano non sta facendo bookcrossing ma un’azione di segno diametralmente opposto al bookcrossing per cui, a meno che il tomo non vi cada accidentalmente in testa sfondandovi il cranio e facendovi girare le palle ad elica, lasciatelo lì a morire sul selciato). Ok. Ok. Ok. Stacco i telefoni. Mi verso un Long John. Infilo nel lettore cd Astral Disaster dei Coil. Sono pronto a divorare d’un fiato queste 130 pagine “cross-senses” ed “oversenses” freschissime di stampa (ah, l’impagabile fragranza dei prodotti editoriali che non hanno tra i loro collaboratori Gianni Baget Bozzo e Francesco Alberoni!). L’editoriale apparso in occasione della prima uscita presentava in questi termini la nuova impresa: “Il capovolgimento di Catastrophe consiste nella sublimazione, nello slittamento, nell’accumulazione dei segni scaturiti dalle superfetazioni dell’immaginario pop dominante – non, quindi, dalla sua nemesi avversa. Sono superfetazioni a loro volta bastarde, quantizzazioni deformate scaturenti da quegli interstizi oscuri che, sotto il drammatico ricordo dell’epoca d’oro del pop e delle sue decadi più rappresentative (i 60 e gli 80 del novecento) ha gettato le fondamenta del neocitazionismo dilagante, imposto non più come divagazione postmoderna, ma come tetra constatazione della mancanza di nuovi slanci immaginifici: è la morte del futuro, il postmortemismo.” Pesante? Cervellotico? Non più di un mattonazzo di Matt Ruff, se volete sapere la mia opinione. Non più di un disco di Hell o di un film scritto e diretto da Larry Clark, a ben vedere. Qui ci si diverte pensando e viceversa. Terreno fertile per quei lettori che cercano essenzialmente di depistare se stessi dopo aver abbandonato la cattiva autostrada di una (non)informazione rassicurante, di una cultura conformista prodotta e diffusa con lo scopo oramai neanche tanto occulto di addomesticare se non proprio indurre al coma profondo le masse. Il sommario del nuovo numero promette bene quanto la doppia copertina realizzata da Infidel e Serpeinseno (team che ha anche ideato l’esilarante Crucix – il gioco dell’oca della Via Crucis a pagina 59): Christian roots – le radici cristiane dell’occidente; integralismo cattolico, scienza e fede, letteratura millenarista (apocalisse, guerra a Satana, 11 settembre), Christian Pop (“l’avanguardia christian pop si prepara a invadere di peso le maglie fin troppo larghe della cultura indipendente USA”), papaboys (una conversazione con Christian Raimo sulle Giornate Mondiali della Gioventù a Colonia) e ancora: pseudobiblia (un articoletto veloce di Francesco Dimitri sul mito lovecraftiano del Necronomicon e sulla sua influenza su personaggi come Anton LaVey, Ramsey Campbell, Stephen King, Sam Raimi; un maggiore approfondimento del tema non avrebbe guastato); cassette a nastro (autore: Valerio Mattioli; parole chiave: registrazioni domestiche, net communities, mitologie audio, R. J. Porter; numero caratteri: 11626), una breve guida ai fluidi corporei che ingloba un sondaggio condotto dalla prestigiosa casa editrice underground americana Research e che apre così: “Il più rilevante prodotto del nostro corpo nonché estrema sintesi dell’intera categoria dei fluidi corporali è quello noto ai più col nome di “merda”. Questo prodotto di scarto esercita un’indiscussa influenza su ogni recesso della storia e del sentire umano, ma di esso si conosce poco e niente”. Ottimo il pezzo sui fumetti cristiani firmato da Francesco Warbear Macarone Palmieri, ma si segnalano altresì Heat wave, disturbante intervento grafico di www.globalgroove.it e il racconto di Laura Cingolani Il disordine sperimentalmente indotto con fotografie di Federica Romagnoli. Considerazioni finali: rispetto al primo numero, tutto sembra decisamente più a registro, in particolare la parte grafica: 7,00 € spesi degnamente (e adesso non mi resta che aspettare la prossima mossa...mi consolerò con Hot Video). Il migliore aperiodico di carta presente sul territorio italiano (basta cercarlo, non fate i pigri!). C’era una volta Frigidaire, oggi c’è Catastrophe nell’aria! Nise No www.catastrophe.it


CoolClub .it COPIA, INCOLLA E MIXA

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VJing VS Schratcher video e altre storie performative Il vjing è un sistema di arricchimento percettivo e spettacolare che si affianca, sul piano visivo, a quello che rappresentano il djing o i live electronics sul piano sonoro. Un Vj contest è una competizione in cui si confrontano tecniche e virtuosismi nella miscelazione di immagini in movimento in un’arena multimediale attraversata da suoni e immagini. Vi si raccolgono una serie di performance audio-visive di team professionisti dell’aria dello styling audiovisivo (grafici, webdesigner, registi, musicisti ma anche artisti visivi). La frontiera, pensabile come una sorte di bizzarra forma di post-cinema e il live media act, una performance in cui immagini e suoni si strutturano con un percorso più o meno narrativo che sfugge alla sola decorazione visiva. In questi live media-act le immagini vengono processate utilizzando software che danno la possibilità di “dipingere con il suono” e “comporre con la luce”. La live performance finisce così per essere un’interpretazione multi-livello dei processi linguistici operanti, multidirezionalmente, nella città. Il Vjing è definito da Lucio Apolito, come atto performativo che manipola e mixa immagini derivate da fonti e repertori vari in una dimensione live. Si tratta di una nuova forma di produzione artistica che implica l’utilizzo di piattaforme digitali mix-mediali, attraverso il metodo del “copia, incolla e mixa”, tipico del lavoro dei dj e produttori elettronici, esteso anche al linguaggio delle immagini in movimento. Ne derivano dei dispositivi “sinestesici” nuovi che espandono e attualizzano la forma delle video-sinfonie urbane. Con l’utilizzo di dispositivi di proiezione e sonorizzazione (multiscreen, monitor, videowall…) le jam-session tra manipolatori visivi e operatori sonici acquisiscono una grande versatilità e qualità performativa che, nei casi in cui utilizza reperti audiovisivi urbani, riesce a mutare le interfacce mediali - visive, acustiche, cognitive… - in veri e propri “ambienti sensibili”. In passato delle performance del genere erano già state utilizzate in una versione più di cut-up che tanto come “opera” creata in diretta; oggi attraverso software come

Arkaos e Flexer, ieri con videoregistratori e nastri. Erano gli albori degli anni 80, della trilogia Qatsy (Geoffrey Reggio e Philiph Glass) e in questo caso dello Scratch Video. Lo “scratch video” è un fenomeno iniziato in America alla fine degli anni Settanta e in Inghilterra nella prima metà degli anni Ottanta. Esso dipendeva dalla disponibilità di videoregistratori domestici e da sofisticate attrezzature per il montaggio video. L’aspetto manuale dello scratch eseguito sui dischi è assente in quello su video. Lo scratch video è fondamentalmente l’equivalente televisivo di un collage o di un fotomontaggio. A differenza del collage bidimensionale lo scratch video possedeva la dimensione sonora, costituita sia dalla musica che dal parlato, e il movimento. Quando vengono incluse delle parti parlate, queste sono trattate alla stessa maniera delle immagini, producendo una sorta di “staccato” verbale con degli effetti di balbettamento, secondo una tecnica oggi comune. Interrompendo in questo modo il parlato l’attenzione viene portata sui suoni in quanto tali, che diventano gli elementi di una specie di poesia astratta. Ma tornando ai giorni nostri vorrei soffermarmi su alcune ricerche del collettivo fiorentino Ogi:no Knauss, (a parer mio insieme al progetto Claudio Sinatti e al salentino Pleo sono tra quelli più interessanti della Penisola). Ogi:no Knauss, indaga sull’utilizzo delle tecnologie audiovisive (principalmente il video e la fotografia digitale) come strumento di analisi adatto alla velocità di trasformazione delle fenomenologie urbane, nel quale far confluire le pratiche mutuate dalla musica elettronica: campionamento, loop (la ripetizione sequenziale del frammento campionato), scratch (la produzione di un suono ottenuta facendo graffiare il disco in vinile dalla puntina del piatto), mix. Uno dei loro progetti, Extreme Urban Ratio (eseguito, nel 2001, al Batik Festival di Perugia e poi anche al Netmage ’02 di Bologna e al Teatro Studio di Scandicci), è un’indagine nei modi della performance live sulla città “nello scenario del

( un ’ immagine tratta da K o Y aanis Q atsi ) linguaggio” che prova a sviluppare una pratica dell’ascolto metropolitano che, nella tradizione delle ricerche internazionali sul Soundscaping introduce l’innovazione di una scansione visuale, quasi iconica, della città. Le trasformazioni in atto sul tessuto urbano (nella prima versione progettata si tratta di Firenze, nella seconda di Riccione) vengono lette attraverso l’infinito repertorio mutante dei segni e delle secrezioni apparentemente irrilevanti. La commistione dei due linguaggi (quello dei suoni e quello delle immagini) riesce a restituire un senso pieno della dimensione urbana odierna. Il ribaltamento dei punti di vista, l’evidenziazione dei segnali dissonanti, la cattura dei messaggi fluttuanti come dei rumori di fondo, diventano, in questo quadro, i paradigmi di un metodo d’analisi che mette a fuoco la “metropoli del conflitto” generata dalle dissonanze tra un centro cristallizzato a misura di turista e una periferia estrema ed esplosa. E.U.R è una sinfonia urbana distorta e disturbata che disseziona (sul tavolo di montaggio con 5 videocamere digitali in proiezione su altrettanti schermi da un mixer) la periferia nord di Firenze: le sue mappe, le sue trame senza qualità, i suoi non luoghi, i viadotti, le discariche e gli svincoli in forma di mosaico e la contrappone ad un centro luccicante di vetrine e show room a misura di turista. Oggi possiamo dire che il grande sogno di una” grande opera Totale” idealizzato da Wagner è diventato realtà. Giuseppe Scarciglia


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SHARE WHAT YOU WANT

Creative Commons: il copyleft e la nascita L’incredibile rapidità con la quale internet ha raggiunto ogni angolo della terra sembra aver stravolto l’ordine preesistente in molti campi della nostra vita. Indubbiamente l’ambito in cui gli effetti si sono manifestati in modo più evidente è quello della musica e del file sharing. La realtà che in questi ultimissimi anni (se non addirittura mesi) sta vedendo il suo maggior sviluppo è quella che riguarda le licenze Creative Commons, il fenomeno del copyleft e la nascita della Net-labels. Andiamo con ordine. Siamo nel 2001, le licenze Creative Commons vengono sviluppate da un gruppo di menti illustri della “Standford Law School Center for Internet and Society” guidato dal giurista Lawrence Lessing, difensore della nobile idea di libertà del web. Fondamentalmente le Creative Commons License nascono per “disciplinare” il Copyleft, regolandone la sua intrinseca “anarchia”, dandogli una forma legale cercando di fornire una concezione delle licenze libere quanto più internazionale possibile. Questo perché, mentre la rete sembra non avere né confini nazionali né regole ferree, spesso ci si trova in condizioni veramente controverse dal punto di vista legale a seconda della singola legislazione nazionale. In effetti le Creative Commons furono sviluppate in partenza secondo un modello legislativo americano quindi si sono scontrate nel tempo con le altre leggi nazionali. Solo ultimamente con un nuovo progetto denominato iCommons (International Commons) si sta cercando di rendere compatibile queste licenze con la normativa di tutti gli stati nazionali che prendono parte all’iniziativa. Ad ottobre 2005 i Paesi che hanno reso compatibile le licenze con la propria legislazione sono 23, Italia compresa (nel nostro paese dopo Torino, Roma, Trento, Genova, Milano, Napoli e Bologna recentemente è nato, per iniziativa di P.A.Z., il gruppo locale di Lecce). Gli ideatori delle Crea-

tive Commons, partendo dal fenomeno del software libero, dagli open source e da licenze preesistenti in questo campo come la GNU GPL, cercarono di sviluppare e allargare l’argomento anche ad altre opere d’ingegno quali: musica, immagini e testi. Volendo riassumere in poche frasi l’utilità di questa nuova concezione dei diritti diciamo che queste licenze hanno in un certo qual modo il compito di prendere vantaggi dal copyleft e dal copyright, mediando fra queste due forme estreme di concezione delle opere. Un punto d’incontro tra il mondo chiuso e costoso del copyright e l’eccessiva libertà di un totale copyleft che svuota di significato la creazione stessa. Le opere pubblicate con licenza Creative Commons vengono distribuite liberamente, tuttavia gli autori possono conservare alcuni diritti su di esse come ad esempio quello di essere citati da ogni utente che la diffonde,

dette per questo anche licenze del tipo “Some Right Reserved copyright”. Inoltre si può autorizzare o meno la modifica del lavoro da parte di un utente, con l’obbligo di distribuire il lavoro modificato sotto la stessa forma della Creative Commons. Infine, punto cruciale: “No commercial”, l’opera non può essere utilizzata da un punto di vista commerciale, nessuno può pensare di guadagnarci. Oramai queste tipo di licenze sono entrate prepotentemente a far parte del mondo musicale, come dimostra un concerto benefit tenutosi nel settembre del 2004 ed organizzato dallo stesso ideatore delle prime licenze Lawrence Lessing e da WIRED magazine, e che ha visto la presenza di artisti affermati come Gilberto Gil e David Byrne, allo scopo di sensibilizzare e far conoscere la nuova possibile forma di tutela per gli autori. Tutto questo non può far altro che piacere e dare la conferma


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, KEEP WHAT YOU WANT delle net-labels L’ETICHETTA CHE NON C’E’ che il mondo della musica non sia esclusivamente fatto da “Metallica e band dal simil-pensiero di inquisitori del file sharing”, per nulla costruttivi, disimpegnati nel cercare di proporre nuove soluzioni di fronte alle prospettive che si aprono nella distribuzione della musica nel nuovo millennio. La larga diffusione di queste licenze sulla rete si è accompagnata con la nascita di un altro nuovo fenomeno inesistente fino a pochi anni fa: le net-label, vere e proprio etichette discografiche virtuali che rendono disponibile la musica del loro catalogo tramite mp3 scaricabili liberamente. Nascono come funghi ogni giorno, propulsori di una fervida produzione mondiale sotto le ali delle Creative Commons Public License, contornate da un prolifico mondo di mp3blog, podcast, net-label chart, playlist che viaggiano da un capo all’altro del pianeta.

(Intervista a Alberto Clara ideatore della Net-label sinewaves.it) Perché una net-label? Qual è l’idea di fondo che sta dietro questo modalità di diffusione della musica? L’idea fondamentale su cui è nata sine3pm, la net-label di sinewaves.it, è stata quella di sfruttare la seppur limitata nomea del portale sinewaves.it, per rendere noti diversi artisti, italiani e non, che operano nell’ambito della scena musicale elettronica d’avanguardia. Il fatto che tutto ciò che precede la pubblicazione delle opere sia sdoganato da impegni di carattere finanziario e che quindi sia realmente slacciato da un’ottica per cui se un individuo possiede le risorse finanziarie può comprarsi gli spazi, mediatici con cui farsi conoscere, fonografici o quant’altro, porta a una realtà finalmente svincolata da quei fastidiosi lacci di natura economica che abbiamo sempre sofferto. Cos’altro può essere una net-label oltre alla musica? Sine3pm già da qualche tempo ha previsto una sezione dedicata alla diffusione di filmati, video od opere di video arte, sfruttando la sempre più facile accessibilità alle tecnologie e soprattutto all’acceso agli archivi di dati. Fino a qualche tempo fa, l’hosting dei siti web era limitato in termini di spazio. Avere la possibilità di possedere uno spazio web infinito costava piuttosto caro. Oggi giorno invece lo spazio web illimitato è diventato quasi gratuito e quindi si può passare dall’archiviazione di semplici e leggeri file html, a tracce audio e infine a veri e propri corto e lungometraggi. Qualche anno fa, nel redigere la tesi con cui mi sono laureato (e che metterò a disposizione via web anche sotto ccpl!) trattavo l’esistenza esperimenti di archiviazione e distribuzione di lungometraggi attraverso il web. Quegli esperimenti richiedevano all’epoca un consistente sforzo economico, oltre che creativo e realizzativo, per poter accedere alle tecnologie che all’epoca

non erano alla portata di tutti; oggi tutto ciò è cambiato, poiché esistono diversi software open source anche per montare i video. Ovviamente, visto la via che hai intrapreso è inutile che io ti chieda la tua posizione riguardo alle creative commons, o sbaglio? Invece vorrei sapere come immagini il futuro. Secondo te avrà successo questa nuova concezione della musica, o credi che tutto prima o poi finirà? Prendendo un’altra forma magari. Credo che la fantasia, la voglia di libertà e la necessità di espressione artistica (e non) di individui e collettivi porterà al nascere di nuove forme di espressione e di veicolamento del pensiero e della produzione artistica; si sfrutterà quindi, come si è sfruttato finora, il ritardo fisiologico della normazione per creare nuovi spazi e nuove realtà. Il futuro andrà quindi esplorato con la consapevolezza che molto ancora si può creare e inventare. Una domanda scomoda: sommiamo la larga diffusione della tecnologia, la sua facile accessibilità e le Creative Commons; non credi che rischiamo di essere sommersi da ondate di musica inutile e vuota? Ognuno avrà i mezzi per fare la sua musica, nobile idea, ma non credi che tutto diventerà fin troppo facile? Si, questo è un rischio che corriamo. Come nel mondo dell’informazione si assiste al fenomeno della moltiplicazione delle fonti e in tale sovrainformazione vi siano la presenza della disinformazione e della non-informazione che mettono in discussione l’intero universo, così nel campo artistico l’iper-affollamento può provocare il fenomeno che hai descritto. Penso però che il fruitore opererà una sorta di selezione naturale, premiando quindi quelle opere che realmente hanno valore a discapito di quelle che di valore non ne hanno. Pagina a cura di Federico Baglivi


MUSICA

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ogni martedì/ Jam sassion jazz al Willy Nilly di Squinzano (Le) ogni mercoledì/ High fidelity al Caffé Letterario di Lecce Il nuovo appuntamento in musica del Caffé Letterario si chiama High Fidelity. Ogni settimana un dj diverso si alternerà in consolle per selezionare un personale percorso alla scoperta di un genere musicale, un periodo, una etichetta o un gruppo. ogni sabato/ Open bar sino alle 00.30 al Willy Nilly di Squinzano (Le) venerdì 3/Food Sound System al Cinema Elio di Calimera (Le) venerdì 3/ Alexander Hacke allo ZenzeroClub di Bari da venerdì 3 a domenica 5/Selezioni provinciali Arezzo Wave al Candle di Lecce Quindici band per due posti. Quindici gruppi si affronteranno per raggiungere la finale regionale. Inizio ore 22.30. Ingresso con consumazione. Tutte le Info su www. coolclub.it sabato 4/Cesko ai Cantieri Koreja di Lecce Inedito appuntamento ai Cantieri Koreja di Lecce per la rassegna Strade Maestre. La voce di Cesko degli Apres la classe si adatterà ad alcune cover di brani scelti per l’occasione. Info 0832242000. Ingresso 5 euro. sabato 4/ Dj Lizard e Don Pasta all’Istanbul Café di Squinzano (Le) sabato 4/ Zenzerology allo ZenzeroClub di Bari domenica 5/ Voci di Tradizione a Cursi (le)

Una rassegna che varia dalla tradizione al metal, dal rock all’innovazione. Il Centro Dilinò di Muro Leccese, in collaborazione con il Comune di Cursi, organizza “Febbraio Dilinò” un calendario di appuntamenti settimanali all’interno di Palazzo De donno in Piazza Pio XII a Cursi. Quattro eventi diversi per lo spirito e gli ospiti che si alterneranno sul palco. Inizio concerto: 21.00. Info: 0836 341153 / 348 0442053. www.dilino.com da mercoledì 8 a sabato 11/ Festival Trasporti Marittimi a Pescara (www. trasportimarittimi.net) giovedì 9/ Bachi da Pietra alla Taverna Vecchia del Maltese di Bari giovedì 9/ Big Mama all’Heineken Green

Stage di Tricase (Le) venerdì 10/ Martin Rev allo ZenzeroClub di Bari venerdì 10/ The Real Super Band al Ueffilo di Gioia del Colle (Ba) venerdì 10/ Duff + Belintesta all’Istanbul Cafè di Squinzano (le) venerdì 10/ Serata jazz alla Città del tempo di Lecce venerdì 10/ Ninthzone Crew + Bruciatown al Candle di Lecce sabato 11/ Fausto Mesolella alla Saletta della Cultura di Novoli (Le)

La Saletta della Cultura Gregorio Vetrugno di Novoli riparte con la sua programmazione di musica d’autore. La rassegna Tele e Ragnatele prende il via con “I piaceri dell’orso” il debutto di Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel, nelle nuove vesti di scrittore, performer e cantantautore. Inizio ore 21.30. Info 347 0414709 – marioventura3@ virgilio.it sabato 11/ Minus Habens Live allo ZenzeroClub di Bari sabato 11/ Postman Ultrachics all’Istanbul Cafè di Squinzano (le) Sabato 11/ Shank a Cursi (le) sabato 11/ Bashfire (Perugia) al Candle di Lecce domenica 12/ Piano Magic + Skill allo ZenzeroClub di Bari mercoledì 15/ Nils Petter Molvaer allo ZenzeroClub di Bari mercoledì 15/ La camera migliore alla Saletta della Cultura di Novoli (le) giovedì 16/ Vinicio Capossela al Teatro Italia di Gallipoli (Le) giovedì 16/ Essenza all’Heineken Green Stage di Tricase (Le) venerdì 17/ Velma + Castanets allo ZenzeroClub di Bari venerdì 17/ Vinicio Capossela a Bari venerdì 17/ Art and Soul al Ueffilo di Gioia del Colle (Ba) venerdì 17/ Serata jazz alla Città del tempo di Lecce venerdì 17/ Cosmic + Fever Asymmetric all’Istanbul Cafè di Squinzano (le) venerdì 17/ King Tubby’s al Candle di Lecce sabato 18/ FabulaRasa a Foggia sabato 18/ The gang a Cursi (le) sabato 18/ Uk Subs allo ZenzeroClub di Bari sabato 18/ Velma + DJ Set all’Istanbul Cafè di Squinzano (le) giovedì 23/ Skarnevale all’Istanbul Cafè

di Squinzano (Le) giovedì 23/ Baffo Blues Band all’Heineken Green Stage di Tricase (Le) venerdì 24/ Violets & Swear Live Act allo Zenzero di Bari venerdì 24/ International Jah Sound al Candle di Lecce sabato 25/ Tom Farrer e Daniel Varley ai Cantieri Koreja (Le) Serata al ritmo del rock made in England per i Cantieri Koreja che festeggiano così gli ultimi giorni di carnevale. Il foyer del teatro leccese ospita un dj set con Tom Farrer e Daniel Varley del Frog di Londra. Il loro dj set che mescola il rock’n roll al sixties al brit pop all’indie, si mette in evidenza tra tutti gli altri per la capacità di mescolare nuove sonorità alle più classiche. In consolle con loro anche il più inglese dei dj leccesi Tob Lamare. Info 0832242000 sabato 25/ Dilinò Band a Cursi (Le) sabato 25/ Negramaro ad Andria sabato 25/ Esportazione senza filtro all’Istanbul Cafè di Squinzano (le) martedì 28/ Sonic the tonic e Tob Lamare all’Istanbul Cafè di Squinzano (le) martedì 28/ Ninthzone Crew + Bruciatown + Guest al Candle di Lecce venerdì 3 marzo/ Serata jazz alla Città del tempo di Lecce febbraio-maggio 2006 Elettro-reading nights allo Zenzero di Bari La sfida del progetto elettro-reading nights allo Zenzero è di trasmettere al pubblico barese una concezione “sonora” delle parole scritte, e quindi dei libri e della letteratura. Quattro serate durante le quali scrittori famosi verranno a leggere i loro testi accompagnati da dj che selezioneranno “colonne sonore elettroniche”. Una di queste è dedicata al reading collettivo di giovani autori pugliesi accompagnati da una variante democratica: posizionare dei cubi nei diversi ambienti dello Zenzero (i reading points, dotati di microfono) e chiedere, a chiunque ne abbia voglia, di leggere un suo testo nel bel mezzo della serata, mentre la musica va…La chiusura della rassegna è dedicata al cinema, alla letteratura e alla musica con Accattone di Pasolini interpretato da un noto attore romano sulle musiche degli Omega 3: chitarra classica, contrabbasso e batteria, sonorità fortemente caratterizzate dal timbro mediterraneo e solare. Info www. zenzeroclub.it

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vecchi numeri al Paisiello di Lecce giovedì 23/ Daniele Luttazzi al Teatro del fuoco di Foggia giovedì 23/ Smemorando con Gianrico Tedeschi al Teatro Moderno di Tricase giovedì 23-venerdì 24 / Edoardo II ai Cantieri Koreja di Lecce

TEATRO/ARTE

da mercoledì 1 a domenica 5/ La nuit, le ciel est plus grand al Teatro Piccini di Bari sabato 4 febbraio/ Monòcromi in estensione ai Cantieri Koreja di Lecce Il Foyer dei Koreja ospitano sino al 24 febbraio la mostra di Giuseppe Mingolla. Nella continua ricerca del rigore di una nitidezza delle forme, i Monòcromi in estensione, contemplano la capacità di raccogliere lo spazio, come punto d’approdo, mondato dal caos, dalle invasioni di confusioni. Nella quasi assoluta prevalenza del blu, nelle modulazioni appena appena curve, rimandano le estensioni ad uno stato di quiete. Inaugurazione ore 19.30. martedì 7/ Pasolini Pasolini al Teatro Moderno di Tricase (Le) venerdì 10-sabato 11/ Carnagione levigata bianca ai Cantieri Koreja di Lecce

L’educazione fisica delle fanciulle al Cinema Elio di Calimera (Le) martedì 28/ Vai e vivrai al Santalucia di Lecce

CORSI

Caffé Letterario di Lecce

Nel 1592 Christopher Marlowe un anno prima della sua tragica e prematura morte (a ventinove anni accoltellato in una taverna londinese) scrisse la sua ultima tragedia: “Edoardo II”. Verso la fine di quell’anno scoppia infatti a Londra la peste che porta alla chiusura di tutti i teatri del Regno, che saranno riaperti solo nell’estate del 1594. Un dramma crudo e impietoso, che pone l’uomo al centro dell’universo e lo costringe a indagare le ragioni del proprio esistere, riproposto ai Cantieri Koreja nell’ambito della rassegna Strade Maestre dal teatro Stabile dell’Umbria nell’adattamento di Antonio Latella. Sipario ore 20.45. Ingresso 10 euro (ridotto 7). Info 083224200. venerdì 24/ Lezioni di piano al Teatro Odeon di Molfetta (Ba) venerdì 24/ Smemorando con Gianrico Tedeschi al Teatro Impero di Brindisi sabato 25/ Smemorando con Gianrico Tedeschi al Teatro Comunale di Ceglie Messapica (Br) mercoledì 1 marzo/ Le ultime lune al Paisiello di Lecce mercoledì 1/ Stefano Bollani e Banda Osiris al Teatro Astra di Andria giovedì 2/ Stefano Bollani e Banda Osiris al Teatro Roma di Ostuni (Br)

CINEMA

sabato 11-domenica 12/ La bottega del caffè al Paisiello di Lecce da domenica 12 a giovedì 16/ Paolo Borsellino essendo stato a Latiano, Castellaneta, Andria, Torremaggiore lunedì 13-martedì 14/ Ferdinando al Teatro Kursaal Santalucia di Bari giovedì 16/ Cose perdute Teatro del Fuoco di Foggia giovedì 16/ Stefano Bollani e Banda Osiris al Politeama Greco di Lecce sabato 18/ Via al Teatro Illiria di Poggiardo (Le) mercoledì 22-giovedì 23/ Arsenico e

La redazione di CoolClub.it non è responsabile di eventuali variazioni o annullamenti. Gli altri appuntamenti su www.coolclub.it Per segnalazioni: redazione@coolclub.it

martedì 7/ Il gusto dell’anguria al Santalucia di Lecce da martedì 7 a giovedì 9 / La rosa bianca al Cinema Elio di Calimera (Le) martedì 14/ Tutti i battiti del mio cuore al Santalucia di Lecce da martedì 14 a giovedì 16 / L’arco al Cinema Elio di Calimera (Le) da martedì 21 a giovedì 23 / Il gusto dell’anguria al Cinema Elio di Calimera (Le) martedì 21/ Me and everyone we know al Santalucia di Lecce da martedì 28 feb a giovedì 2 marzo /

Per partecipare è necessario prenotare entro il giorno precedente la partenza del corso Inglese inizio corso: mercoledì 22 febbraio - ore 19.30 Docente madrelingua: Jeffrey Blancq Durata: 6 lezioni, una lezione settimanale di un’ora Giorno e orario delle lezioni: mercoledì, ore 19,30/20,30 Fotografia digitale inizio corso: giovedì 23 febbraio - ore 19.30 Docente: Marcello Passeri Durata: 6 lezioni, una lezione settimanale di un’ora Giorno e orario delle lezioni: giovedì, ore 19,30/20,30 Spagnolo inizio corso: venerdì 24 febbraio - ore 19.00 Il corso di spagnolo ha come obiettivo quello di avvicinare i partecipanti a questa affascinante lingua. Si parte dalle basi per poi dare ampio spazio alla conversazione, alla lettura di testi, a giochi e test. Docente madrelingua: Ester Sottile Durata: due mesi, una lezione settimanale di un’ora e trenta minuti Giorno e orario delle lezioni: venerdìì 19,00/20,30 Chitarra inizio corso: sabato 25 febbraio - ore 16.00 Docente: Giancarlo Del Vitto Durata: due mesi, una lezione settimanale di un’ora Giorno e orario delle lezioni: sabato ore 16.00/17.00 e 17.00/18.00


CoolClub.it MELODIE D’INCHIOSTRO: MUSICA E FUMETTI Neil Gaiman, il celebre creatore di Sandman, e la cantautrice statunitense Tori Amos (nella foto) sono legati da un duraturo sodalizio artistico che è l’esempio perfetto del connubio tra musica e mondo dei comics. Gaiman, dopo averla spesso citata nelle sue opere, ha scritto per la musicista il tour-book dell’album di Cover Strange little girls, proponendo dodici brevi descrizioni delle protagoniste delle canzoni. Tori Amos ha ricambiato dedicando allo scrittore Space Dog (nell’album Under the Pink) e Tear in your hand (nell’album Little Earthquakes) e firmando la bella prefazione di Death: l’alto costo della vita, la miniserie di Gaiman incentrata su Death, uno dei personaggi più amati dai lettori di Sandman. Ma il versatile fumettista non ha omaggiato soltanto la rossa Tori; è infatti autore, assieme al disegnatore Michael Zulli, di Last Temptation, una miniserie ispirata alla figura ed all’immaginario del rocker Alice Cooper; questi ha collaborato con Gaiman, fornendo lo spunto per la vicenda del fumetto (edito in Italia da Magic Press). Mentre il fidato copertinista di Gaiman, Dave Mc Kean, ha illustrato la copertina dell’album di Cooper del 1994, chiamato anch’esso Last Temptation. Il rocker non è l’unico musicista ad essere stato protagonista di un fumetto: la band glam-hardrock Kiss vanta una propria serie pubblicata dalla Marvel Comics negli anni ’70, all’apice del successo, ed una miniserie recentissima Kiss Destroyer (edita in Italia da Panini Comics) per la TMP di Todd Mc Farlane, il creatore di Spawn. Tuttavia, sono i Beatles i musicisti che hanno il maggior numero di apparizioni in fumetti d’ogni genere: ai tempi del primo tour negli USA, i “Fab Four” comparvero come guest-star al fianco della Cosa e della Torcia Umana dei Fantastici Quattro, nella collana della Marvel Comics,

Strange Tales, sancendo così la loro enorme popolarità presso i teen-agers americani. Anche la D.C. Comics si affrettò dunque a farli apparire in una propria collana, Superman’s Pal Jimmy Olsen, affiancandoli al suo personaggio più noto, Superman. In entrambi i casi i Beatles furono inseriti in storie ironiche e leggere, costruite allo scopo di avvicinare i personaggi delle maggiori case editrici americane alle mode del tempo. Con lo stesso fine, furono presentati in decine di collane rosa, come Summer Love, My little Margie e Laugh, in quanto icone delle adolescenti. A mio avviso i migliori omaggi che questa band abbia ricevuto dal mondo dei comics sono stati fatti dall’italiano Milo Manara e dallo scozzese Grant Morrison: il fumettista romagnolo in John Lennon (in Storie Brevi edito da Mondadori) immagina l’ingresso del musicista nell’aldilà, che egli riesce a scuotere facendo cantare e danzare assieme Allah, Buddha, Gesù, diavoli ed angeli al ritmo di Sg Pepper’s Ionely hears club band. Morrison, invece, ha fatto esordire la propria serie, Invisibles (edita in Italia da Magic Press), sotto l’egida di Lennon e soci. In Dead Beatles, il primo numero di questa serie psichedelica e stravagante, un teppistello di Liverpool incrocia due giovanissimi Lennon e Stu Sutcliffe (il membro uscito dal gruppo prima del successo) e si rivolge al primo dicendogli: “Ehi, Mr Lennon”, in un macabro gioco di citazioni, visto che queste sono le uniche parole che Marc Chapman disse all’exBeatles prima di ucciderlo. E nel frattempo il leader degli Invisibles, King Mob, invoca

in una seduta mistica Lennon, in qualità di divinità dell’LSD. Un altro esempio di contaminazione tra musica e fumetti sono le band dei Tre allegri ragazzi morti e degli inglesi Gorillaz, nate dall’incontro dei due media. I due gruppi hanno in comune il rifiuto a mostrarsi in pubblico, se non attraverso le fattezze di personaggi disegnati; dunque i Tre allegri ragazzi morti, nati dalla mente del disegnatore e musicista Davide Toffolo, si presentano, nei loro concerti, nascosti dietro maschere, mentre i Gorillaz non esistono affatto, essendo stati generati dall’idea e dalla voce di Damon Albarn dei Blur e dalla matita di Jamie Hewlett, il fumettista autore di Tank Girl e regista dei video (animati) della band. Massima espressione degli intenti di Albarn e di Hewlett è stata la splendida esibizione in 3D agli MTV Awards europei del 2005. Roberto Cesano

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Coolclub.it n.22 (Febbraio 2006)  
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Occhio non sente?

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