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M A G A Z I N E D I I N F O R M A Z I O N E D I C O N FA R T I G I A N AT O I M P R E S E VA R E S E

LE INFRASTRUTTURE

CHE VOGLIAMO Le grandi opere cambieranno la fisionomia di territori e strutture economiche Impariamo a conoscerle per non finire nel partito dei “no progresso” CONCORRENZA SLEALE

Clienti più informati per tutelare chi è in regola

LA GRANDE INCERTEZZA

Negli Usa di Trump cosa cambierà con i dazi?

FENOMENO INSTAGRAM

Come usare le immagini per raccontare una impresa sul social giovane

LA REGOLA DELLA SEMPLICITA’

Lean Production ma non solo, cambiamo paradigmi per migliorare l’azienda

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La vocedelle imprese

IL NOSTRO CONTRATTO E I CONTRATTI A TERMINE QUALCOSA FUNZIONA E QUALCOSA MENO Un contratto in sette punti per chiedere al Governo di uscire dall’industria-centrismo degli anni passati e di riconsiderare al più presto ruolo, importanza e peculiarità delle piccole e medie imprese. Il presidente nazionale di Confartigianato Giorgio Merletti lo ha sottoposto ai due vicepremier dell’esecutivo giallo-verde in occasione dell’assemblea nazionale di Confartigianato Imprese con un obiettivo: ridisegnare le politiche di sviluppo economico del Paese tenendo ben presente la necessità di «modificare la normativa sugli appalti, che non permette alle piccole e medie imprese di toccare palla»; dare il via libera al decreto tariffe Inail; «mettere mano al pasticciaccio brutto del Sistri e far partire il nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti». E, ancora, «garantire una reale tutela del made in Italy senza confonderlo con quella del solo sistema agroalimentare»; «mettere alla prova la volontà degli Stati membri dell’Ue nell’arrivare alla tassazione omogenea dei giganti del web in tutti i Paesi del Continente»; «ridurre gli oneri che gravano sulla bolletta dell’energia a carico delle piccole imprese» e, per l’appunto, tenere come riferimento le piccole imprese per tutti i provvedimenti normativi del Governo. Ultimo ma, in realtà, decisivo punto di un rinnovato patto tra lo Stato e le imprese che restano, quelle che non hanno incassato finanziamenti e poi fatto la valigia per delocalizzare investimenti e sviluppo. Su quest’ul-

timo punto la prima risposta è arrivata dal “decreto dignità” del super ministro Luigi Di Maio e dall’introduzione di sanzioni e penalizzazioni a carico di quanti, dopo aver beneficiato di incentivi governativi, sceglieranno di delocalizzare entro i successivi cinque anni. Cuore del decreto, tuttavia, è stata una stretta impressa ai contratti a termine che non ha convinto le imprese, innescando non poche preoccupazioni sul futuro e sulla possibilità di agganciare una ripresa non strutturale. Critiche sono piovute anche sulla visione ingiustamente negativa impressa al contratto a tempo determinato, che le Pmi non considerano una forma di precarietà ma una risposta alle esigenze delle imprese oltre che di specifiche categorie di lavoratori. Meglio, piuttosto, concentrare gli sforzi su regole chiare, semplici e stabili, politiche attive del lavoro, incentivi alla formazione permanente (lifelong learning) e welfare aziendale. Nel merito, la contrazione a 12 mesi della durata massima di un contratto senza causali potrebbe penalizzare in prima battuta chi non ha superato le difficoltà della crisi e, al contempo, l’obbligo dell’indicazione della causale dopo il primo contratto potrebbe produrre un aumento del livello dei contenziosi. Effetti collaterali che, al momento, nessuno si può permettere.

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SOMMARIO Editoriale Il Partito dei no che preferisce lasciarci in coda

Con le grandi opere l’Italia può tornare cuore dell’europa

Tecnologie Potrà conviverci chi sarà preparato

Recuperiamoli Riciclare conviene

Credito e dimensioni frenano la tecnologia

Territori, imprese, banche Fenomenologia della produzione

Digital Transformation

Non è facile ma è semplice La rivincita della persona

Sacconago uscirà dall’angolo Parola di sindaco 4 | imprese e territorio

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Il nostro contratto e i contratti a termine

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Siamo entrati nell’era del ferro La rete che ci porta nel futuro

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Le aziende vogliono viaggiare su gomma e con la “banda”

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La legge del falso

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La grande incertezza degli Usa di Trump

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Il futuro con i robot Strategie di convivenza

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Lifelong learning per molti ma non per tutti

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NEL PROSSIMO NUMERO Dove si nascondono le tasse delle imprese L’importanza del tono di voce Focus welfare: cosa cambia per i territori Lean production: rivoluzione smart APPlicazioni d’impresa

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Scelte d’impresa Cambiare è anche non decidere in famiglia

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Instagram Potere all’immagine

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Magazine di informazione di Confartigianato Imprese Varese. Viale Milano 5 Varese Tel. 0332 256111 - www.asarva.org INVIATO IN OMAGGIO AD ASSOCIATI E ISTITUZIONE Autorizzazione Tribunale di Varese n.456 del 24/1/2002 Direttore Responsabile - Mauro Colombo Presidente - Davide Galli Caporedattore - Davide Ielmini Progetto grafico - Confartigianato Imprese Varese Impaginazione - Geo Editoriale - www.geoeditoriale.it Interventi, contributi e grafica - A. Aliverti, N. Antonello, V. Bolis, D. Ielmini, G. Nicolussi, E. Marletta, A. Morlacchi, M. Lualdi, S. Caldirola Stampa Litografia Valli Tiratura 9.000 copie - Chiuso il 12 luglio 2018


editoriale

63.958 IL “POPOLO DEL NO” CHE PREFERISCE LASCIARCI IN CODA

DIEGO MINONZIO*

*Direttore La Provincia

Ci sono numeri che assumono un impatto ben diverso, indossando gli occhiali del traffico e delle infrastrutture. Prendiamo i frontalieri in Ticino: sono 63.958 dopo la lieve flessione del primo trimestre 2018. Ora cambiamo prospettiva e non guardiamoli all’interno delle aziende che - lo ricordiamo - li hanno cercati per le loro competenze e le loro capacità. Osserviamoli piuttosto in auto ogni giorno, mentre varcano il confine. Le tensioni con il Cantone vengono - anche - da lì. Non è un caso che nel minacciare nuovamente lo stop ai ristorni, il Governo ticinese avesse tirato in ballo la necessità di un intervento italiano su infrastrutture e mobilità. Facile a dirsi. Per realizzare un’opera conosciamo a memoria tutte le difficoltà: si può scomodare la volontà politica oppure la burocrazia. Non si può scordare un’altra fonte di andamento lento, se non destinato a sconfinare nell’immobilismo: basta che si prospetti l’arrivo di una nuova infrastruttura e con una puntualità che neanche gli svizzeri (per rimanere in tema) possono ostentare, sorge il comitato del No. No sempre, no comunque, no prima ancora di esaminare insieme pro e contro. Il risultato è sotto i nostri occhi. Abbiamo una Pedemontana nata tar-

divamente e incompleta, che in certi momenti fa venire il dubbio all’automobilista distratto (e solitario): non è che l’hanno chiusa oggi e non me ne sono accorto? D’altro lato, scorre la fatica quotidiana dei pendolari sull’Autolaghi, con Milano che appare come un’oasi nel deserto. Allarghiamo lo sguardo al resto del Paese e gli esempi si moltiplicano. Tutto è difficile, che sia un’opera immensa o un piccolo intervento in grado di migliorare la vita alla comunità. Perché viene spontaneo lamentarci per strade, ferrovie, strutture nettamente visibili, ma se pensiamo a reti e connessioni non è che scoppiamo di felicità. Gli imprenditori hanno citato in passato Paesi felici, sì, uno dove già anni fa il digitale era una certezza, tanto che per primo votò in questa maniera: si chiama Estonia. Da noi si doveva introdurre la fatturazione elettronica obbligatoria e non si è stati in grado di fornire alle aziende gli strumenti adeguati. I nostri territori, in simbiosi produttiva, vivono da separati in casa, con merci che viaggiano troppo lentamente. Siamo riusciti a far scappare anche i cinesi nel realizzare la – determinante – Varese Como Lecco. Ci vuole una rivoluzione? Sì, culturale, a ogni livello, a partire dal singolo. Se non vogliamo rimanere in coda. E neanche solo dell’Europa, in questo mercato globale.

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SIAMO ENTRATI NELL’ERA DEL

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FERRO Le grandi opere che interesseranno la provincia nei prossimi anni cambieranno economia e rotte A che punto siamo? Cerchiamo di capirlo per permettere alle imprese di pianificare le strategie ANDREA ALIVERTI

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inchieste

Infrastrutture, anche la provincia di Varese entra nell’era del ferro. Centrale nel piano “Connettere l’Italia” contenuto nel Def 2018 (ancora opera del Governo Gentiloni con il ministro della “cura del ferro” Graziano Delrio) è il tema del «rilancio del trasporto ferroviario delle merci». Nel documento si legge in particolare che «l’obiettivo sfidante che si è dato il Mit (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ndr) è raggiungere entro cinque anni, nel 2021, un +50% di treni per km/anno rispetto al 2014, così da recuperare il gap rispetto ai traffici del 2007 e raggiungere un modal share in linea con la media UE». La nostra provincia in particolare si trova in una posizione strategica, visto che è di fatto nel cuore della confluenza tra i due principali corridoi merci che attraversano il Nord Italia, quello sull’asse Nord-Sud che passa per il sistema Alptransit (che verrà definitivamente completato sul lato svizzero alla fine del 2020 con la prevista attivazione del tunnel di base del Ceneri) e quello Est-Ovest che corre pochi chilometri più sotto, a Milano, ma che vede nel sud della provincia di Varese dei punti di riferimento significativamente importanti, grazie alla presenza dell’aeroporto di Malpensa, di gran lunga il primo scalo cargo italiano, ma anche del terminal Hupac tra Busto e Gallarate, centro intermodale che rappresenterà lo sbocco naturale delle merci che la scelta strategica svizzera di Alptransit consentirà di spostare dalla gomma al ferro. È proprio legata a queste due strutture strategiche la maggior parte dei progetti infrastrutturali che toccano il territorio della provincia di Varese. Lo sono le ultime “grandi opere” che hanno visto la luce nel Varesotto: il sistema autostradale pedemontano, che in questo momento è rimasto in stand-by, a metà

strada (ma il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha assicurato che se anche il nuovo Governo volesse ridimensionare l’opera «sarò io a combattere contro questo nuovo Governo. Ho già detto che questa infrastruttura è fondamentale per il territorio e mi batterò con tutte le forze per completarla»), la bretella ferroviaria transfrontaliera Arcisate-Stabio, il cui obiettivo primario era proprio quello di aprire un collegamento diretto tra il Canton Ticino e lo scalo aeroportuale, e infine l’adeguamento del corridoio ferroviario Luino-Gallarate, su cui la stessa Confederazione Elvetica ha investito ben 120 milioni di euro per fare in modo che, una volta completato il sistema Alptransit, i maxi-treni merci lunghi fino a 750 metri possano arrivare alle porte di Milano.

DA ALPTRANSIT AL CORRIDOIO LUINO-GALLARATE PASSANDO PER L’ALTA VELOCITÀ A MALPENSA: SU QUESTE OPERE NIENTE RETROMARCIA SÌ AL RAFFORZAMENTO DELLA SMART MOBILITY Sempre più ferro, insomma, non solo per le merci ma anche per i passeggeri. Sea, il gestore aeroportuale, chiede infatti che Malpensa possa essere al più presto servita da treni di frequenza “metropolitana” (una partenza ogni 15 minuti dalla stessa stazione), ma rimane d’attualità anche l’ipotesi di far passare dall’aeroporto l’alta velocità ferroviaria, attraverso il collegamento con la linea Milano-Torino del “Frecciarossa”, su cui Rfi ha già effettuato uno studio di fattibilità e per il quale nei

prossimi mesi verrà condotto un ulteriore approfondimento. E le strade? Detto di Pedemontana, sono molti i cantieri annunciati o solo progettati, ma ancora non partiti. Come la Varese-Como-Lecco, un progetto che ricalca la versione originaria della Pedemontana e che, mettendo in comunicazione le due tangenziali di Varese e Como, arriverebbe fino a Lecco per unire tre capoluoghi che in linea d’aria sono vicini ma le cui strade di comunicazione li rendono lontani anni luce. Qualche anno fa si era parlato addirittura di un interessamento cinese per finanziare l’opera, ma poi non se n’è fatto nulla. Più a sud, sempre nell’ambito dell’accessibilità a Malpensa, si muovono due opere, che hanno ricevuto l’avallo del Cipe: la variante alla Statale 341, di cui è stato finanziato il lotto “gallaratese”, da 118 milioni, che raccorda la A8, la Pedemontana e la superstrada 336 (il secondo lotto, tra Samarate e Vanzaghello, conduce fino allo svincolo della Malpensa-Boffalora), e il prolungamento della superstrada della Malpensa (220 milioni), da Boffalora ad Abbiategrasso e Vigevano, stralcio di una sorta di “tangenziale ovest esterna” che con il lotto mancante dovrebbe collegare Malpensa alla Tangenziale Ovest all’altezza di Milano-Baggio. Ma le infrastrutture su cui puntare ed investire non sono soltanto tradizionali. Nel Programma strategico triennale per la ricerca e l’innovazione di Regione Lombardia, presentato dal vicepresidente Fabrizio Sala, si parla infatti anche di “Smart Mobility”: «Big Data e tecnologie IoT per ottimizzare i flussi degli oltre 16 milioni di spostamenti quotidiani effettuati in Lombardia, attraverso, ad esempio, l’adattamento dei tempi semaforici alla situazione istantanea e il miglioramento della gestione del traffico merci e del carico e scarico nelle aree urbane».

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LA RETE CHE PORTA NEL

FUTU

PEDEMONTANA LOMBARDA

ALPTRANSIT

La Pedemontana Lombarda è un sistema viabilistico composto da 67 km di autostrada, dallo svincolo sulla A8 a Cassano Magnago allo svincolo sulla A4 a Osio Sotto (Bergamo), 20 km di tangenziali (Varese e Como) e 70 km di viabilità connessa, svincoli, raccordi e nuova viabilità locale che miglioreranno le connessioni alla nuova autostrada e contribuiranno a risolvere la storica congestione di molte direttrici provinciali che oggi attraversano i centri abitati. Ad oggi sono state realizzate e messe in funzione le tratte A e B1 del tronco principale (A36), tra Cassano Magnago e Lentate sul Seveso, e i primi lotti delle due Tangenziali di Varese e Como. Per le tratte rimanenti, dopo la rescissione del maxi-contratto con il costruttore austriaco Strabag e l’affidamento di un incarico di verifica della validazione del progetto definitivo delle tratte dalla B2 alla D, è attesa a breve una nuova gara d’appalto da un miliardo di euro per il completamento dell’opera.

In Svizzera i lavori del tunnel di base del Ceneri, secondo grande traforo alpino dopo la galleria di base del Gottardo (già ultimata e inaugurata), procedono a pieno ritmo, tanto che il contractor italiano Gcf (Generale costruzioni ferroviarie) ai primi di giugno, con più di un mese d’anticipo sulla tabella di marcia, ha terminato la posa dei binari. La consegna definitiva dell’opera è prevista per il settembre 2020 (da marzo 2020 inizierà l’esercizio di prova), per poter avviare l’esercizio sulla linea nel mese di dicembre del 2020. Per quella data Rfi conta di completare le opere di adeguamento della sagoma sul lato italiano (lungo il corridoio ferroviario Luino-Gallarate, in parte finanziate dalla Confederazione Elvetica), in modo da consentire il transito dei convogli merci da 750 metri provenienti da Alptransit e diretti al centro intermodale Hupac di Busto-Gallarate. Il corridoio Luino-Gallarate sarà strategico anche perché il Consiglio federale Svizzero ha dichiarato che «il prolungamento di Alptransit da Lugano verso Chiasso non è un tema all’ordine del giorno».

Centosessanta chilometri di velocità

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La rivoluzione del 2020


URO ACCESSIBILITÀ A MALPENSA

CORRIDOI TRANSNAZIONALI

Lo scorso 10 giugno, con l’entrata in esercizio della nuova linea ferroviaria Como-Mendrisio-Varese-Malpensa (treni ogni due ore), è giunta al completamento la bretella ferroviaria Arcisate-Stabio. La “metropolitana dei frontalieri”, inaugurata all’inizio dell’anno, completa la sua funzionalità con il servizio diretto per Malpensa, che permetterà un accesso agevole allo scalo via ferro anche da nord (Varese, Como e la Svizzera). Il prossimo passaggio, approvato in febbraio dal Cipe, è il collegamento tra la stazione del T2 di Malpensa e la ferrovia Milano-Varese all’altezza di Gallarate: un’opera da circa 200 milioni pensata per rendere possibile un collegamento diretto (Malpensa Express) tra la stazione Centrale e l’aeroporto passando per la “ferrovia del Sempione” invece che per la rete di Ferrovie Nord, come succede ora. Fondamentale in quest’ottica sarà il potenziamento della tratta ferroviaria Rho-Gallarate, per il cui primo lotto è stata completata l’integrazione del progetto definitivo sulla base delle osservazioni del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Da un lato, il corridoio Reno-Alpi (Genova-Rotterdam), che con il completamento dell’Alptransit dovrà completare l’ultimo “anello” mancante, l’accesso diretto al sistema portuale di Genova attraverso il “Terzo Valico appenninico” lungo la linea ferroviaria ad alta capacità Genova-Milano-Novara. Sono numerosi i cantieri aperti sia nel versante ligure che piemontese, per l’ammodernamento della tratta Genova-Tortona. Nel novembre 2015 sono stati avviati i lavori della galleria più lunga dell’intera opera, la “galleria di valico”, la cui ultimazione è prevista nel 2020. Nell’agosto 2016 il Cipe ha approvato l’assegnazione di un finanziamento di 1,63 miliardi di euro per la realizzazione del quarto lotto, che prevede l’avanzamento dello scavo della galleria di valico e il perfezionamento delle interconnessioni con il nodo ferroviario di Genova. Dall’altro lato, c’è il corridoio Mediterraneo (Lisbona-Kiev), le cui opere principali sono la galleria di base transfrontaliera della “Tav” Torino-Lione e la ferrovia ad alta capacità Brescia-Verona (contratto da 1,6 miliardi per il primo lotto dell’opera).

Non solo Arcisate-Stabio

Un incrocio di strategie

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FOCUSINCHIESTE Le norme europee sulle emissioni e il rischio di soffocamento delle infrastrutture viarie rendono di fatto impossibile l’incremento dell’autotrasporto. Immaginiamo un nuovo triangolo che mantenga ai vertici Genova e Torino ma che possa arrivare fino a Trieste, se non addirittura trasformarsi in un quadrilatero. Elaboriamo un nuovo paradigma, in cui tutti capiscano di essere necessari l’uno all’altro, senza conflitti. Andrea Aliverti «Le infrastrutture e la logistica per riportare l’Italia, e il Mediterraneo, al centro dell’Europa. Ma occorre anche un’alleanza tra la grande e la piccola impresa». È la visione del futuro di Edoardo Rixi, neo-sottosegretario alle Infrastrutture del Governo Conte. Viene da Genova, città che più di ogni altra in Italia è l’emblema della necessità del sistema Paese di colmare il gap infrastrutturale per connettersi ai corridoi europei delle merci e di investire sulla logistica per riacquisire centralità nella geografia economica internazionale, e ha decisamente le idee chiare sulla svolta da imprimere. Le imprese chiedono al Governo di puntare sulle infrastrutture per essere più competitive. Quali risposte intendete dare su questo fronte? Sono assolutamente d’accordo. Occorre investire sulle infrastrutture che servono, sia materiali che immateriali, non solo i collegamenti sulle reti ferroviarie e autostradali, ma anche la banda larga ad esempio. Servono infrastrutture studiate per le esigenze delle imprese e dei territori. Noi siamo assolutamente per portarle avanti, valutando le opere e vedendo se su alcune si riescono ad apportare dei miglioramenti. È chiaro che per noi è fondamentale che i progetti vadano avanti velocemente, con procedure più semplici, nella massima trasparenza, ma anche cercando di pagare le aziende che le realizzano. Perché uno dei temi da affrontare è quello di uno Stato che è indietro con i pagamenti, ma siccome le infrastrutture possono essere un volano per l’economia, i soldi non vanno tenuti nel cassetto dello Stato. Al di là delle scelte sui singoli progetti infrastrutturali, quali impegni prevedete per sostenere la filiera della logistica e l’intermodalità? Nel Contratto di Governo c’è scritto esplicitamente che la logistica, e soprattutto l’intermodalità sono elementi qualificanti da potenziare, perché l’Italia sia un grande hub logistico nel Mediterraneo, un mare che deve tornare a generare ricchezza e non povertà. L’Italia da questo punto di vista deve ambire ad essere leader a livello europeo, e in questo senso o parte la piattaforma logistica italiana oppure non ci sono alternative, perché la facciamo noi o la fa la Grecia...Per noi in quest’ottica è fondamentale ripensare la mission della ferrovia, per il trasporto merci oltre che di persone. Oggi in Italia è molto più facile gestire le merci con l’autotrasporto che non su ferro: l’aumento dell’efficienza passa da una diminuzione dei costi per merce trasportata, visto che le norme europee sulle emissioni e il rischio di soffocamento delle infrastrutture viarie rendono di fatto impossibile l’incremento dell’autotrasporto. Il corridoio Genova-Rotterdam è interessato da una grande opera che sta per giungere a compimento, il sistema Alptransit svizzero: ritiene strategico un impegno sul potenziamento di questo corridoio, che

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permetterebbe a Genova e al suo Porto di avvicinarsi all’Europa e non solo alla Lombardia? La Svizzera è molto interessata ad aprirsi al mercato internazionale ma per anni ha ricevuto scarse risposte dalla nostra parte. Lo sviluppo del corridoio Genova-Rotterdam è un’occasione storica, perché vuol dire portare investimenti in Italia, movimentare i capitali elvetici per iniziare a guardare al Mediterraneo con un’attenzione diversa, come elemento cruciale per l’efficientamento del sistema logistico. Per fare questo occorre rivedere, e farlo insieme alle imprese, quelle che dovrebbero essere le priorità del Paese sul trasporto merci: alcune cose sono state fatte dal vecchio Governo, altre sono ancora da fare e altre ancora vanno cambiate. Secondo le analisi più recenti, il “vecchio” triangolo industriale Milano-Torino-Genova sta per essere spodestato da quello che da Milano guarda all’Emilia e al Veneto. Pensa che gli investimenti nelle infrastrutture possano servire a restituire centralità al Nord-Ovest del Paese? È un problema europeo: l’Europa si sta spostando a Est, in quanto la Germania ha investito molto di più nell’Est Europeo di quanto non abbia fatto nel bacino del Mediterraneo, favorendo così i centri industriali del Nord-Est, più vicini al mercato di riferimento. Ma se torna a girare il Mediterraneo, Genova è il punto in cui il Mediterraneo è più vicino al centro dell’Europa. È una grande scommessa, che non vuol dire ri-sfidare il nuovo triangolo che guarda verso il Nord-Est, ma far sì che i lati di questo triangolo vadano ad abbracciare un’area che sia la più vasta possibile: immaginiamo un nuovo triangolo che mantenga ai vertici Genova e Torino ma che possa arrivare fino a Trieste, se non addirittura trasformarsi in un quadrilatero con un altro vertice a Bologna-Modena. Vuol dire aumentare le aree di sviluppo del Paese. Purtroppo in questi anni è mancata una politica industriale per il Nord-Ovest, che non ha ancora del tutto superato i contraccolpi della crisi dell’industria automobilistica a Torino e quella dell’industria di Stato a Genova, mentre si è imposta la più dinamica impresa del Nord-Est. I grandi corridoi internazionali sono un’occasione da sfruttare, ma non basta. Che cos’altro suggerisce? È fondamentale che si elabori un modello in cui la grande impresa, la poca che è rimasta, faccia da ombrello alle piccole e piccolissime imprese, che sono la parte più dinamica e specializzata del nostro sistema produttivo. Gli industriali per primi devono pensare che piccolo non è per forza brutto né per forza bello, ma è per forza utile. Ai piccoli va data una collocazione e delle fasce di protezione, a livello di mercato del lavoro e di accesso al credito, oggi proibitivo per le piccole e piccolissime che spesso rischiano di fallire per crisi di liquidità. Sono temi che dobbiamo affrontare partendo anche da un nuovo paradigma, in cui tutti capiscano di essere necessari l’uno all’altro, senza conflitti. La rivoluzione digitale può essere utile per garantire processi più rapidi, uniformità nella catena e il mantenimento di una certa flessibilità. La vitalità e la flessibilità delle nostre piccole imprese a forte specializzazione ci garantisce un vantaggio competitivo. Questo deve farci capire quanto sia importante avere una filiera flessibile e sinergica tra grandi e piccole imprese.


CON LE GRANDI OPERE L’ITALIA PUÒ TORNARE

CUORE DELL’EUROPA Edoardo Rixi - Sottosegretario alle Infrastrutture

ANDREA ALIVERTI

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focusinchieste

ATTENTI AL FERRO LE AZIENDE VOGLIONO

VIAGGIARE SU GOMMA E CON LA “BANDA”

Marco Ponti - Traspol del PoliMi

Va controcorrente da sempre e anche stavolta Marco Ponti (Traspol del PoliMi) sulle grandi opere resta scettico: le imprese vogliono una buona catena della logistica e velocità online

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Grandi opere ferroviarie, ne vale davvero la pena? «Per le imprese no, l’incidenza dei costi di trasporto è irrisoria. Meglio investire sulla banda larga». Ad andare contro corrente sul tema delle grandi infrastrutture in corso di realizzazione nel “quadrante Nord-Ovest” è il professor Marco Ponti, docente di economia dei trasporti e fondatore del laboratorio di politica dei trasporti (Traspol) al Politecnico di Milano. Il neo-ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Danilo Toninelli ha annunciato che verrà fatta un’analisi costi-benefici delle principali opere in fase di realizzazione, a partire da Torino-Lione, Terzo Valico, Pedemontana, alta velocità Brescia-Padova, considerate strategiche per il Nord-Ovest...

«Alt, va fatta una premessa. L’analisi costi-benefici di tutte le grandi opere era stata annunciata anche dal suo predecessore, il ministro Graziano Delrio. Come ministero hanno anche predisposto le linee guida per la valutazione, a cui io stesso ho collaborato. Però si dà il caso che non ne abbiano valutata nemmeno una, su 150 miliardi di investimenti. Nemmeno una». L’analisi è rimasta lettera morta? È stata fatta rimanere lettera morta, direi. È stata ammazzata. Se, a quanto è dato sapere, non una sola opera è stata fermata perché ritenuta, alla luce di una valutazione quantitativa, troppo costosa in relazione ai benefici attesi. Sarà davvero la volta buona? La tempistica suggerita dal nuovo ministro sembra comunque poco realistica. Una valutazione dettagliata degli investimenti pianificati richiederebbe necessariamente tempi molto più lunghi. È però possibile assumere subito decisioni prudenziali.


xxxx trasporto su camion. Non è quello che fa andare avanti l’industria moderna, è un dibattito privo di senso. Di quali opere avrebbe davvero bisogno quest’area? Ripeto, l’incidenza dei costi di trasporto sulle produzioni moderne è molto bassa, se pensiamo all’abbigliamento di marca o ai device tecnologici, quindi dare una grande importanza ai costi di trasporto non ha molto senso. Ha molta importanza tutta una serie di fattori logistici. Infatti sulla Milano-Genova si guadagnerà un’ora con il Terzo Valico e se ne continueranno a perdere sette, di ore, per la lentezza burocratica al Porto di Genova.

Se la riporto alle opere citate in precedenza per il Nord-Ovest? Credo che ad esito di una valutazione costi-benefici non sarebbe stato fatto nulla, in particolare la Torino-Lione. È la vicenda più vergognosa, perché i promotori stessi dell’opera due mesi fa hanno dichiarato che non serve a niente, però che forse val la pena farla lo stesso perché tanto un giorno o l’altro potrà servire… Ma questo è un atteggiamento irresponsabile, e dico irresponsabile in senso benevolo. Perché con la situazione finanziaria italiana si potrebbero utilizzare anche aggettivi un po’ più “vivaci”... Lo stesso discorso vale anche per il Terzo Valico? Siamo lì, un’analisi indipendente aveva stimato benefici pari a 2,05 miliardi contro un costo di investimento di 6,3 miliardi. Però in questo caso non c’è una dichiarazione esplicita dei promotori che non c’è traffico. Parliamoci chiaro, anche sul Terzo Valico non c’è

traffico tale da giustificare una simile opera, però il caso della Torino-Lione è ancor più clamoroso perché l’hanno dichiarato i promotori che gli avversari dell’opera avevano ragione dieci anni fa a dire che non c’era traffico.... Ci dice dunque che si tratta di cantieri non giustificati? Non sono giustificabili da un’analisi economica. Quindi non è vero che il “vecchio” triangolo industriale Milano-Torino-Genova sta per essere soppiantato da quello con l’Emilia e il Veneto anche per via del gap infrastrutturale? Non c’è nesso. Alle industrie, dei collegamenti ferroviari non gliene può fregar di meno. L’incidenza sui loro costi del trasporto su ferro è pari ad uno zero virgola: già adesso è inferiore a quello su gomma, ma le industrie per una serie di ragioni hanno bisogno del

Eppure le imprese storicamente “tifano” per le infrastrutture… Sì, le infrastrutture in fondo vanno bene perché tanto quelle ferroviarie sono al 100% a carico dello Stato, quindi male non fanno. Nel triangolo industriale di cui si parlava ci sono produzioni di imprese di buon livello tecnologico ma non grandissime, medio-piccole ma molto vivaci. Ma non ci sono santi che questa produzione possa essere trasportata su ferro, rimarrà comunque su gomma. Allora, il treno riduce di zero virgola i costi di trasporto, e se c’è un aspetto dei costi di trasporto che è di qualche rilevanza, tutt’al più è il prezzo della benzina. Ma sotto questo punto di vista, tanto poco interessa il costo tecnico del trasporto rispetto al buon funzionamento della catena della logistica, che sono pronto a scommettere che le imprese nemmeno chiederebbero alla politica di ridurre il prezzo della benzina. Si fa dunque troppa retorica sulle infrastrutture? Certo. Perché è bello inaugurare una grande opera, poi ci passano anche i passeggeri che sono contenti. Come i politici e tanti altri.... Andrebbero ridimensionate? Si dovrebbe ragionare di più con le imprese. E con quella mole di miliardi da investire, si faccia ad esempio un’analisi comparativa sulla banda larga diffusa in modo capillare: se ci fossero dei soldi pubblici da spendere, quell’investimento produrrebbe sì un vero salto tecnologico. A. ALI. imprese e territorio | 13


TECNOLOGIE GABRIELE NICOLUSSI

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CHI SI PREPARA POTRA’ CONVIVERCI


«Non bisogna cadere nella trappola del determinismo tecnologico, cioè che qualsiasi cosa che potrà essere automatizzata, lo sarà. Tutto dipende dalle scelte politiche e da imprese, società civile e social partner». Stefano Scarpetta, direttore per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), annulla così l’allarmismo che prevede un futuro distopico governato dalle macchine. Le sfide sono tante, tantissime. Intelligenza artificiale, automazione e robotica aiuteranno alcuni (settori digitali e mansioni altamente qualificate) e penalizzeranno altri (agricoltura, manifatturiero, servizi e lavori a basso livello di competenza). Una vera e propria bomba a orologeria pronta a esplodere, che produrrà nuovi mercati e modificherà le mansioni oggi esistenti. Bomba che può essere disinnescata con una buona regia a livello locale, in cui politica, privati, scuole, università e centri di ricerca uniscono le forze per fare rete e progettare il futuro del proprio territorio. «Si stima – continua Scarpetta - che nei prossimi 15 anni il 14% dei posti di lavoro verrà perso e che il 50-70% delle mansioni sarà svolta da macchine. Ci sarà un aumento delle disuguaglianze, con lavori a basso livello sempre più a rischio e pagati sempre meno». Bisogna quindi reagire in tempo, farsi trovare preparati. «È necessaria una policy a livello non solo nazionale, ma soprattutto locale. Un punto molto importante è avere una capacità previsiva, perché sappiamo quali settori saranno più a rischio». Vediamo un caso esemplare, quello di Tampere, la cittadina finlandese (duecentomila abitanti) dove ha sede la Nokia. Dopo il crollo della

multinazionale, ora diventata una divisione di Microsoft, si è rischiata la catastrofe, soprattutto occupazionale. «Per noi non è stato uno choc – dice Aleksi Jäntti, vicesindaco di Tampere – perché eravamo preparati. Siamo riusciti a creare nuove conoscenze e nuove tecnologie grazie all’impegno del governo locale, delle imprese, dell’università e del nostro capitale umano». Hanno investito sull’innovazione, andando ad attrarre nuove competenze per sviluppare ‘Tampere 3’, modello di innovazione creativa e aperta a tutti gli attori in campo. «Il risultato – continua Jäntti - è Demola, una piattaforma di open innovation che offre agli studenti universitari l’opportunità di contribuire a veri progetti per le imprese durante il proprio curriculum di studi». «Paesi come Finlandia e Svezia – spiega Scarpetta - hanno attività concertate da imprenditori, sindacati e società civile per aiutare i lavoratori al cambiamento se il loro posto è a rischio. Creano programmi per ricollocarsi nei posti che sono ancora a disposizione». In questo il ruolo della scuola e dell’istruzione più in generale è fondamentale, perché devono fornire ai ragazzi quelle competenze digitali che, volenti o nolenti, in futuro saranno presenti in tutti i lavori. Scarpetta ricorda l’epoca d’oro dei distretti industriali italiani: «Negli anni ’80 avevamo un sistema formativo equilibrato tra formazione accademica e professionale. I distretti avevano un tessuto di Pmi che era supportato da scuole molto legate al contesto produttivo locale, che fornivano quindi manodopera. Adesso abbiamo competenze sempre più accademiche e si è disinvestito nelle scuole tecniche». E questo non è buono.

Stefano Scarpetta - alto dirigente Ocse

inchieste

IL FUTURO NON SARÀ PER FORZA AUTOMATIZZATO MA TANTO CAMBIERÀ. LA CAPACITÀ DI ADATTAMENTO DIPENDERÀ DA COME TERRITORI, IMPRESE, POLITICA E SCUOLE INVESTIRANNO NELLA PREDITTIVITÀ imprese e territorio | 15


INCHIESTE

LA

LEGGE Il rispetto di norme e regole imposte a una categoria professionale è spesso complesso o costoso. E rischia di alimentare i fantasmi della concorrenza sleale e della corsa al ribasso. La soluzione? Clienti informati

L’occhio cade e lì ci rimane: fisso. Perché l’ultima riga di qualsiasi preventivo decide la sorte di qualsiasi azienda. Dall’arrivo della crisi economica, quella riga si è trasformata in diaframma tra qualità e quantità: «In alcuni casi conta solo la cifra, senza “se” e senza “ma. Va bene quando si arriva a una contrattazione del prezzo che resta tra il 3% e il 5%», dicono gli imprenditori. Quella fatidica riga traccia sempre più il confine che spesso separa il lavoro fatto a “regola d’arte” (e secondo legge) da quello che di norme e abilitazioni se ne fa un baffo. In tutto questo ci sono due parole che rimbombano nel dibattito tra imprenditori: concorrenza sleale. Che non è un’esclusiva del comparto Moda (nel 2018 il giro d’affari della “fabbrica del falso” in Italia, dal cotone al detergente intimo, vale otto miliardi e mezzo di euro; 142 euro l’anno per abitante) perché interessa anche un settore come quello degli impianti. Siano termici, elettrici o idraulici. Tutti d’accordo sulle motivazioni che hanno portato alla crescita del fenomeno: Fausto Morandi (titolare della M.F. di Germignaga), Lino Arioli e Walter Milani (della Nord Elettrica di Gemonio) e Salvatore Giudice della Eco Clima Srl (assistenza autorizzata Riello) di Gallarate lo dicono a chiare lettere: «La concorrenza sleale è un fantasma, va a braccetto con la crisi e alcuni clienti non si rendono conto di quanti danni può produrre una scelta “al risparmio”». Se il portafogli non si sgonfia, la casa potrebbe subire gli effetti di un lavoro «fatto male o fatto solo a metà». La sicurezza diventa un optional. Ma c’è di più: «Corsi e aggiornamenti professionali hanno un costo di tem-

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D


INCHIESTE

DEL

FALSO DAVIDE IELMINI

po e soldi: le ore per evadere la burocrazia necessaria per un’attività che operi secondo le norme sono infinite, e il costo annuo per un’azienda si aggira tra i quattro e i cinquemila euro», incalza Arioli. Corsa al ribasso, scarsa formazione del cliente, il web che si trasforma in «consulente per gli acquisti e riduce sempre più la marginalità» (con l’impiantista che si fa solo installatore), componenti a volte non sicuri o già usati e grandi catene che vendono pezzi delicati a chiunque, corrodono il mercato. Gli imprenditori, però, per contrastare il fenomeno denunciano cause, effetti ma ragionano anche sulle possibili soluzioni. A partire da qui: «Consigliamo ai clienti di chiedere al professionista la visura camerale e gli attestati che lo abilitano all’esecuzione dei lavori, e agli enti deputati di aumentare il numero dei controlli sugli impianti domestici. Perché dall’esperienza – proseguono le aziende – sappiamo che il lavoro a norma si chiede solo se c’è il rischio di pagare multe salate. Poi, l’obbligo di allegare copia dei patentini alle fatture: l’aumento delle agevolazioni fiscali per il risparmio energetico potrebbe essere una buona via d’uscita perché tutto deve essere tracciato». Non guasterebbe, e su questo le imprese insistono particolarmente, anche «un corpo legislativo più snello e semplice. Perché spesso le norme sono in contraddizione fra loro, e non sempre è facile far percepire al cliente quanto rischia, e quale sia anche la sua responsabilità, di fronte a un impianto affidato a personale non qualificato».

8,5 miliardi

il giro d’affari della fabbrica del falSo nel 2018 imprese e territorio | 17


focusinchieste

PROVARLO È DIFFICILE SERVONO

Luca Trevisan - avvocato

REGOLE E CONTROLLI Contraffazione e mercato del falso nel Fashion e Moda; concorrenza sleale – in tutti gli altri settori - per capirci ancora meglio. Un fenomeno che è difficile mappare ma non impossibile fare emergere. Luca Trevisan – dello Studio Legale Trevisan & Cuonzo con sedi a Milano, Parma, Roma e Bari – la concorrenza sleale la porta in tribunale. Cosa non facile, perché la materia non è solo giuridicamente complessa ma anche avvolta da un velo di complicità che si trasforma in connivenza. Avvocato, materia spinosa quella della concorrenza sleale? Spinosa perché non facile da provare. Per farlo ci vuole la buona volontà da parte di tutti. Se parliamo del settore degli impiantisti, per esempio, gli enti deputati alle ispezioni. Mancano gli strumenti? Gli strumenti, così come la giurisprudenza, esistono e le norme non mancano. Forse bisognerebbe fare leva sui controlli: di più e più mirati. Tanto sulle imprese quanto sui privati. D’altronde l’irregolarità è sempre sotterranea e a volte le leggi da sole non bastano. Come si manifesta la concorrenza sleale? In tre modi diversi: con atti di confusione, atti che toccano l’apprez-

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xxxx

zamento commerciale di un’azienda e l’uso di mezzi contrari alla correttezza professionale. Gli atti di confusione si generano quando ci sono due attività simili, a poca distanza fra loro o sulla stessa via; prodotti che sembrano uguali, cognomi che si richiamano, esposizione delle merci che si copia. Nel secondo caso, invece, c’è l’imprenditore che denigra e offende: «Quello lavora male, è un farabutto, le banche non gli fanno credito». Oppure: «Ho sempre fatto il lavoro al suo posto; non rilascia mai la fattura». Infine resta la concorrenza basata su mezzi che vanno al di fuori della correttezza professionale: quando non si sta alle norme, leggi, certificazioni e abilitazioni.

IL CLIENTE È CORRESPONSABILE DI UN EVENTUALE DANNO ALLA PROPRIA ABITAZIONE: È LUI AD AVER AFFIDATO IL LAVORO AL PROFESSIONISTA

Il punto di riferimento sta nel Codice Civile? Per quanto riguarda la violazione della correttezza professionale, vale l’articolo 2598 n.3. Però per portare in superficie questo tipo di concorrenza sleale – e arrivare infine davanti al giudice – l’iter non è semplice. Serve una triangolazione: dal cliente privato che fa nome e cognome dell’imprenditore che non lavora secondo la legge, dell’impresa che “denuncia” l’impresa e degli enti e istituzioni che devono

fare un passo in più sul fronte degli accertamenti. Nelle città dove l’aumento delle norme si allea a una fitta rete di ispezioni il fenomeno ha durata breve. Sembra di capire che la vigilanza sia la misura più forte per contrastare il fenomeno: è così? Purtroppo ci sono casi di connivenza tra cliente e imprenditore, quindi la migliore prevenzione avviene proprio con la vigilanza e le verifiche: quanto più le norme sono stringenti e tanto più lo deve essere l’attività delle istituzioni.

Alcuni imprenditori del settore impianti dicono che, per diminuire il fenomeno, sarebbe importante che il cliente chieda la visura camerale e le abilitazioni per l’esecuzione di determinati lavori: è corretto? Sì, perché anche il cliente è corresponsabile di un eventuale danno alla propria abitazione: d’altronde è lui ad aver affidato il lavoro al professionista. E spetta sempre al cliente “denunciare” l’imprenditore che non è in possesso delle abilitazioni richieste o che non lavora secondo la legge. D.IEL.

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approfondimenti

RECUPERIAMOLI VALENTINA BOLIS

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Riciclare conviene ma in Italia mancano incentivi strutturali per arrivare davvero all’economia circolare


approfondimenti

Riciclare conviene ed è la parola d’ordine di molte aziende che hanno fatto dell’economia circolare in Italia, e in particolare in Lombardia, un modello di sviluppo. L’ultimo rapporto sui rifiuti speciali dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Ispra, conferma come il nostro Paese sia il primo in Europa per il riciclo, proiettato com’è nel restituire una seconda vita ai rifiuti prodotti, in maniera più o meno consapevole. Nel 2016 la produzione dei rifiuti nel nostro Paese è aumentata del 2% rispetto all’anno precedente, con 135 milioni di tonnellate, il 4,5% in più rispetto all’anno 2014. A crescere, però, sono anche i rifiuti definiti ‘pericolosi’ che nel 2016 hanno raggiunto 9,6 milioni di tonnellate, con un aumento del 5,6% rispetto al 2015. «Un rapporto quello presentato quest’anno che rivela luci e ombre - ci spiega la responsabile del Centro Nazionale per il Ciclo dei Rifiuti di Ispra Rosanna Laraia - L’aumento della produzione dei rifiuti nel nostro Paese non è certamente un dato incoraggiante per i risvolti sull’ambiente che questo fenomeno comporta, ma l’Italia ha da sempre una grande vocazione al recupero a causa della scarsità di materie prime».

ri strumenti di tipo economico come agevolazioni fiscali e incentivi che incoraggino le aziende ad adottare queste buone pratiche - sottolinea Laraia - In Italia si stanno sviluppando distretti e casi di simbiosi industriale, ma sono fenomeni del tutto spontanei. Basterebbe qualche incentivo per rendere questa pratica strutturale». L’economia circolare è un concetto che si sviluppa in maniera trasversale e che investe tutti i fattori. Tanto che gli istituti di credito già lo considerano un driver bancabile e quindi utile ai fini della richiesta di credito. L’adozione di modelli di economia circolare consentirebbe all’Europa di acquisire diversi benefici: secondo gli studi portati avanti dal McKisey Center for Business and Enviroronment la produttività delle risorse in Europa potrebbe aumentare fino al 3% ogni anno qualora venisse adottato un sistema circolare facilitato dalle nuove tecnologie e dai nuovi materiali.

LA SECONDA VITA DEI RIFIUTI PRODUCE UN RISPARMIO NOTEVOLE PER LE AZIENDE. MENO SCARTI SIGNIFICA MENO SMALTIMENTO, MENO ACQUISTI, MENO COSTI: REGIMI DI RESPONSABILITÀ ESTESA, STANDARD DI QUALITÀ E ATTIVITÀ DI BENCHMARK ANCHE TRA PICCOLI PRODUTTORI POTREBBERO AIUTARE

L’Italia del riciclo è infatti molto attiva: siamo tra i primi paesi in Europa per il riciclo di rifiuti speciali, che nel 2016 ha raggiunto il 65%. Sulla qualità dei rifiuti prodotti c’è ancora molto da lavorare: la performance può essere ulteriormente migliorata con un incremento qualitativo e quantitativo, anche attraverso la definizione di criteri end-of-waste, per esempio per i rifiuti da costruzione e demolizione, in linea con i principi dell’economia circolare. Il riciclo di qualità consente, infatti, di reimmettere materiali nei cicli produttivi, riducendo al contempo il ricorso allo smaltimento, in particolare a quello in discarica. Tra i rifiuti speciali, quelli del settore delle costruzioni e demolizioni, costituiscono uno dei flussi più importanti in termini quantitativi: con oltre 54,8 milioni di tonnellate, rappresentano il 40,6% dei rifiuti speciali, seguiti da quelli prodotti dalle attività di trattamento dei rifiuti e di risanamento (27,2%) e dal settore manifatturiero (20,7%).

La Lombardia è la regione che produce più rifiuti speciali: 29,4 milioni di tonnellate, pari al 21,8% del totale nel 2016. «Servono maggio-

Non solo. Un modello che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono prodotti di scarto e in cui le risorse vengono costantemente riutilizzate genererebbe per le economie del continente un risparmio in termini di costi di produzione e utilizzo delle risorse di base pari a 1.800 miliardi di euro all’anno entro il 2030, che si tradurrebbe in una crescita del prodotto interno lordo fino a 7 punti percentuali e in più alti livelli di occupazione. Benefici dunque anche sulla diminuzione delle spese ad esempio per le aziende per un modello che necessita ancora di un approccio sistemico. La Lombardia da questo punto di vista rappresenta una realtà dove l’economia circolare è già in atto ed è infatti la Regione dove il ciclo di vita del prodotto è di fatto più ‘longevo’. Non più un modello lineare (acquisto, consumo, rifiuto), ma un modello appunto circolare che trasforma il prodotto, pronto per essere utilizzato, in qualcosa di diverso.

«La seconda vita dei rifiuti produce un risparmio notevole per le aziende. Meno scarti significa meno smaltimento, meno acquisti, meno costi - conferma Laraia - Regimi di responsabilità estesa, standard di qualità, attività di benchmark anche tra piccoli produttori potrebbero aiutare. Pensiamo solo al settore degli inerti e quanto il mercato si stia aprendo all’eco design».

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APPROFONDIMENTI

LA GRANDE

INCERTEZZA DEGLI USA DI TRUMP Alberto Forchielli - economista

ANDREA ALIVERTI

Sta smontando il Wto con una strategia mirata a creare incertezza scompaginando il flusso degli investimenti globali cross-border. Un’offensiva tale da far impazzire le aziende: è tutto mirato a provocare una deflagrazione della supply chain globale

«Trump vuole un mondo diviso in due: o stai con l’Occidente o stai con l’Oriente. La soluzione? Muoversi e correre in America». Anticonformista, schietto e senza peli sulla lingua, come da par suo, l’economista Alberto Forchielli offre una chiave di lettura in prospettiva sulla guerra commerciale che il presidente degli Stati Uniti ha innescato con la sua politica di dazi, iniziata imponendo le “tariffe” sull’acciaio e sull’alluminio. Una politica che Forchielli, investitore alla guida del fondo Mandarin Capital Partners e grande conoscitore in particolare del mercato cinese, definisce «brutale». Come mai? La brutalità di Trump è nel creare incertezza. Incertezza sul futuro, sulle normative, i dazi, le regole, per costringere tutte le grandi compagnie che dagli Usa hanno imboccato la strada dell’esodo a tornare in patria. Non solo, perché oggi non esiste impresa multinazionale non americana che non stia contemplando di aumentare gli investimenti negli Usa, per crearsi un paracadute una volta che ci saranno i dazi. Un’offensiva che promette di essere durissima, perché ormai l’America si considera in guerra: il sostegno a Trump sul commercio è bipartisan, Trump viene costantemente superato a destra da membri del Congresso. A cosa mira il presidente Usa con questa sua strategia? Con l’accesso al Wto, l’Organizzazione mondiale del Commercio, che rese permanente lo status di “most-favorite nation” fino ad allora concesso annualmente, c’è stata un’ondata di investimenti verso la Cina che ha svuotato l’hinterland americano di industrie. Ora Trump sta smontando il Wto con una strategia mirata a creare incertezza scompaginando totalmente il flusso degli investimenti globali cross-border. Un’offensiva tale da far impazzire le aziende, costrette a prendere una componente in Cina, una in Messico. È tutto scientificamente mirato a provocare una deflagrazione della supply chain globale. Cosa succederà? Si creeranno due supply chain, due catene di approvvigionamento per la grande industria, globali. E a quel punto l’Europa dovrà scegliere se stare a destra o stare a sinistra. Se vuoi vendere in Occidente devi comprare i pezzi in Occidente, se vuoi vendere in Oriente dovrai approvvigionarti in Oriente.

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L’Europa è proprio in mezzo, non sembra un bel quadro... Il dramma vero è che di quei 150 miliardi di euro di surplus commerciale dell’Europa nei confronti dell’America, più di un terzo (65 miliardi) sono della Germania, un quinto (30 miliardi) sono dell’Italia, e il resto se lo dividono gli altri venti e rotti Paesi dell’Unione europea. Ma gli Stati Uniti in realtà ce l’hanno solo con la Germania, sia perché ritengono che l’euro senza la Germania renderebbe il marco più forte, sia perché la Germania è uscita dalla crisi esportando in America e facendo pareggio di bilancio, mentre avrebbe potuto puntare sulla domanda interna con una politica espansiva e con qualche investimento in più. L’obiettivo è la Germania, Paese mercantilista da punire, e in questo scenario l’Italia è il classico vaso di coccio. Non c’è possibilità di retromarcia sui dazi, dunque? Il prossimo passo di Trump saranno i dazi sull’auto, che per definizione è l’export tedesco. Ma che sarà una mazzata bestiale per l’Italia, se consideriamo che di quei 30 miliardi di surplus commerciale almeno cinque sono di Fiat-Fca, che produce le auto a

Melfi e le esporta negli Stati Uniti. O trovano il sistema per derogare Fca, ma ne dubito, oppure per noi sarà una botta del ‘32, pur senza avere alcuna colpa. Una minaccia terrificante dal punto di vista commerciale.

LA SOLUZIONE? CORRERE IN AMERICA E INVESTIRE. L’ASIA ORMAI PER LE IMPRESE ITALIANE È CHIUSA ANDATE OLTRE Un vaso di coccio in mezzo ad una guerra globale, insomma? Si, proprio un terribile vaso di coccio, anche se l’America ci vuole bene e vorrebbe non prenderci in mezzo. Teniamo comunque conto che chi ha più del 60% di esportazioni non avrà nessun problema. Nel nostro ambiente si dice che “più un Paese è fottuto, più le imprese esportatrici vanno bene”.

Ma in questo scenario le imprese italiane cosa dovrebbero fare? Che consiglio si sente di dare? Correre in America e investire in America. L’Asia ormai per le imprese italiane è chiusa: chi è entrato cerca di rimanerci, chi ha provato ad entrare ma è rimasto fregato non ci torna più e per chi non c’è ancora ormai è troppo tardi, perché ormai non si entra più. E siccome nel futuro ci saranno due supply chain distinte, una in Occidente e l’altra in Oriente, non resta che correre come dei matti e insediarsi in America. I “piccoli” però come fanno, per un artigiano è impensabile l’opzione di produrre all’estero: devono fare rete? Non la faccia dire a me questa cosa delle piccole imprese che devono mettersi insieme, perché sono laureato da quarant’anni e questa litania la sento da allora. Ad un piccolo imprenditore dico “vendi, compra, corri”, ma di fare squadra no. Purtroppo oggi piccolo non è più bello: le piccole imprese sono penalizzate su tutto e questa vicenda è solo un altro chiodo nella bara. Muoversi è l’unica cosa da fare. Proprio come nel titolo del libro che Forchielli ha dedicato ai giovani, invitandoli a «fare la rivoluzione in un Paese di vecchi». imprese e territorio | 23


FOTO A approfondimenti

L’Italia cresce. Secondo l’Istat nel primo trimestre 2018 il Pil del nostro paese è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente. Ma non basta. Dopo i ruggenti anni ‘70-’80 siamo diventati come la bella addormentata in attesa di un principe per colpa del calo della produttività. L’economista americano Paul Krugman scriveva che «la produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto». Ma perché è così importante per il benessere e la crescita di una nazione e perché è un problema per l’Italia? Risponde Matteo Bugamelli, titolare della Divisione Struttura Economica e Mercato del Lavoro della Banca d’Italia: «Perché quando la produttività cresce, si mangia tutti di più». Se produco di più, i beni prodotti costano di meno, aumenta la competitività a livello internazionale e anche il potere di acquisto dei cittadini. «Non c’è un’unica determinante che incide sul calo della produttività, perché il problema è molto complesso. Ma ne ho evidenziate alcune: innovazione e tecnologia, proprietà e management, capitale umano e regole del gioco». Secondo l’economista la tecnologia «è la variabile chiave della produttività». È evidente: la tecnologia aiuta in tutti i campi. Pensiamo per esempio al manifatturiero. Un sensore che riconosce l’operatore e sposta il macchinario in base alla sua posizione, robot che incrementano il ritmo di lavoro, software che permettono di monitorare l’attività in azienda anche a chilometri di distanza. Tutto concorre ad aumentare l’efficienza di un’impresa e quindi la sua produttività. Ma l’Italia in questo, nonostante il Piano Industria 4.0, è ancora indietro. «Ci sono vari ostacoli all’innovazione, come per esempio la difficoltà di ottenere finanziamenti o di sviluppare il proprio business. E anche la loro dimensione». Le cose sono collegate. Per le Pmi l’accesso al credito è sempre più complicato rispetto alle grandi imprese. E se non c’è credito, fare innovazione diventa difficile. xxx | imprese e territorio


approfondimenti

CREDITO E DIMENSIONI FRENANO LA

TECNOLOGIA Dobbiamo imparare a delegare, perché un’azienda che rimane nelle mani di una sola famiglia (ceo, ad, manager) cresce meno rispetto a un competitor in cui la proprietà e il management sono distinti. «L’unica ad avere per lo più aziende in cui tutto il management appartiene alla famiglia che l’ha fondata è l’Italia. Prendiamo la Germania, che in questo è abbastanza simile a noi. Anche da loro spesso il proprietario coincide con l’ad, ma non tutti i dirigenti sono parenti. È ovvio che se tutto rimane in famiglia sei meno disposto a rischiare. Il nostro modo di pensare, in cui “non mi fido degli altri, in famiglia siamo perfetti”, va cambiato». Ad affossare la produttività dell’Italia concorrono anche altri fattori. Innanzitutto le imprese con connessioni politiche vanno meglio di quelle senza. «Questo vuol dire che stiamo allocando risorse (bandi, commesse, e quindi soldi) solo a chi ha contatti con quel mondo». A discapito delle altre, spesso più meritevoli, che devono cavarsela da sole. Secondo Bugamelli in una struttura economica che funziona, le piccole aziende devono avere maggiori opportunità di crescita. Opportunità che, come abbiamo visto, non

ci sono. Questo ha una conseguenza chiara: le micro imprese italiane sono micro da troppi anni. «Negli altri paesi dopo un po’ diventano medie e poi grandi, oppure muoiono. In qualche modo insomma evolvono, diventando più competitive e aumentando la propria produttività. Da noi invece molte sono congelate. Se per esempio ci sono tremila start-up che in qualche anno crescono, significa che lasceranno spazio ad altre start-up. E allora sì che l’Italia cambierà».

LE IMPRESE CON CONNESSIONI POLITICHE VANNO MEGLIO DI QUELLE SENZA. VUOL DIRE CHE STIAMO ALLOCANDO RISORSE (BANDI, COMMESSE E QUINDI SOLDI) SOLO A CHI HA CONTATTI CON QUEL MONDO

GABRIELE NICOLUSSI

Dott. Matteo Bugamelli - economista di Bankitalia

E ADDIO X-FACTOR DELLA PRODUTTIVITÀ

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APPROfoNDIMENTI

IL FUTURO CON I ROBOT

STRATEGIE DI CONVIVENZA Non fermateli. Interagite

Alan Bennett Krueger- Economista, Bendheim Professor of Economics and Public Affairs alla Princeton University. È stato capo del Consiglio dei consulenti economici del presidente Barack Obama

Dal punto di vista storico abbiamo avuto cambiamenti tecnologici che hanno sconvolto il mondo del lavoro, ma che hanno anche creato prodotti nuovi e incrementato gli standard di vita. Non bisogna farsi prendere dal panico, l’ondata tecnologica a cui stiamo assistendo ora non è diversa da quelle del passato, la possiamo gestire.

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Negli anni ’50, per esempio, potevi essere assunto come telefonista o comptometro. I lavori non diminuiscono, ma cambiano. Ci sono 54 nuove mansioni riconosciute dal Bureau dagli anni 2000, come programmatore, istruttore di robot, sviluppatore web. I settori a maggior rischio automazione, secondo l’Oecd (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sono preparazione del cibo, edilizia, pulizie, trasporti, agricoltura. In fondo troviamo l’insegnamento, anche se non sono d’accordo, perché è un campo in cui possiamo lavorare molto. La preoccupazione principale non è quindi la scomparsa del lavoro, ma la pressione verso il basso del reddito dei lavoratori meno qualificati, perché la tecnologia svolgerà sempre di più le loro mansioni. Pensiamo al pc: chi lo usa per lavoro guadagna in media il 15% in più rispetto agli altri. Cosa può fare la politica in questo? La prima via è quella di bloccare il progresso, tassando per esempio i robot, bloccando le piattaforme online e ostacolando la scienza. Lo stanno facendo Trump, che vuole tornare a usare il carbone, o l’Italia, che blocca Uber, con un brutto effetto sul turismo. L’altra strada è quella di sposare la tecnologia, investire in istruzione permanente e in protezione sociale, aiutare i lavoratori autonomi e coloro che sono obbligati a cambiare lavoro. Se non lavoriamo bene su questi fronti, succederà che i politici sceglieranno la prima via. Dobbiamo agire al meglio per attutire gli effetti negativi del cambiamento.


APPROfoNDIMENTI

Parlando di robot, siamo alla preistoria dell’uomo artificiale. Per il momento non dobbiamo avere paura. Prendiamo per esempio iCub, il robot androide che abbiamo costruito nel nostro istituto. Ha la vista molto simile alla nostra, una pelle che permette di capire dove viene toccato e un equilibrio dinamico simile al nostro, di modo che se viene spinto si muove per non cadere. Sa scrivere, riesce a interagire in modo basilare, può prendere decisioni. Fa cose tipiche da primato, da bambino piccolo. Solo che per farlo spreca un sacco di energia. È un problema di architetture, che si riassume bene in un esempio: la partita di calcio. Un ragazzo che gioca in porta vede arrivare la palla. Non ha studiato fisica, non sa qual è la forza del vento. Vede la palla e si butta, pensando che riuscirà a prenderla. E ci riesce. La macchina, invece, per farlo deve calcolare tutto. Prevede le possibili traiettorie, la forza di chi l’ha calciata, le sue caratteristiche. Solo che nel frattempo la palla è in porta e ha usato circa ventimila watt di energia (che è quello necessario alla sussistenza di un intero quartiere di una piccola città). Noi abbiamo gruppi di neuroni che sovrintendono il movimento, la capacità di vedere e di capire il linguaggio. Questo per essere rapidi, intuitivi. La macchina non lo può fare. Poi ovvio, se giochi a scacchi lei è più forte. La prima domanda da farsi è: veramente dobbiamo temere un oggetto così inefficace? L’umanoide sarà sempre inferiore all’umano. Bisogna capire come crearne uno che sia veramente utile. Ovvio che se lo collego al cloud dobbiamo stare attenti, perché se qualcuno lo hackera riesce a comandarlo. Ma qui il problema è l’utilizzatore. Se uso un Boeing male posso schiantarmi sulle torri gemelle, o un cuscino posso usarlo per soffocare qualcuno. Ma non mi interrogo se sia giusto avere un cuscino in casa. Non voglio supportare grandi timori, perché la robotica ha anche un fondo etico. Pensiamo alle macchine usate negli ospedali, al robot che ad Amatrice entrava nelle case e fotografava tutte le crepe per far capire come erano messe all’interno o in agricoltura i macchinari che curano solo le piante malate. Queste macchine fanno cose straordinarie.

Richard Barry Freeman - Economista, Herbert Ascherman Chair in Economics ad Harvard e Faculty co-Director del Labor and Worklife Program presso la Harvard Law School

Roberto Cingolani - direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova

Non si teme l’inefficienza

Ottimizzate con la collaborazione I titoli di prima pagina che dicono che l’intelligenza artificiale riduce i lavori, sono gli stessi falsi allarmi che c’erano durante gli anni ‘60 con la paura dell’automazione. C’eravamo lì in quel momento, abbiamo creato nuovi lavori e lo faremo ancora. Bisogna guardare al passato per vedere il futuro. I robot, l’automazione, non sono il problema. Il poco potere dei lavoratori lo è. Una macchina è solo una macchina, un aggeggio meccanico. Vero è che, anche se l’uomo ha una versatilità straordinaria, nel tempo il vantaggio competitivo dato dall’uso delle macchine potrebbe spingerci verso mansioni sempre più residuali. Eleni Vasilaki, neuroscienziato all’Università di Sheffield, nota come mentre l’intelligenza artificiale batte gli umani nei calcoli complessi e nella precisione (pensiamo per esempio al campione di scacchi Kasparov, battuto già nel 1996 da Deep Blue, super computer della Ibm), non ci riesce nelle operazioni semplici, come per esempio correre, camminare o calciare una palla. Bisogna capire se correre, camminare e calciare una palla paghi di più che fare calcoli complessi o usare la precisione. Questo per dire che i lavoratori le cui competenze sono complementari alle macchine, ci guadagneranno, mentre quelli che sono dei buoni sostituti, ci perderanno. Il problema è che governi ed economisti non hanno iniziato a affrontare la questione. La soluzione è nella collaborazione tra uomini e macchine perché permetterebbe di ottimizzare le capacità di entrambi. Sul piano economico si potrebbero invece condividere almeno in parte i diritti di proprietà delle macchine, che ora sono nelle mani dello 0,001% della popolazione, con i lavoratori. Discorsi vecchi ritornano con vesti nuove: comproprietà e cogestione dei mezzi di produzione. Il modello è dato dai fondi pensione negli Usa e dai fondi sovrani, che generano un effetto simile a quello del reddito di cittadinanza, garantendo a tutti i cittadini livelli di sostentamento adeguati. imprese e territorio | 27


approfondimenti

TERRITORI, IMPRESE, BANCHE FENOMENOLOGIA DELLA

PRODUZIONE NICOLA ANTONELLO

La produttività è un mix fra investimenti in innovazione, evoluzione tecnologica e formazione. Ma pensare all’oggi non è più funzionale: serve una visione prospettica Si lavora tanto, un monte di ore pro-capite nettamente superiore alle principali nazioni europee. Ma si lavora male, visto che la produttività è diminuita dello 0,4 nel 2016 (ultimi dati disponibili), dopo gli aumenti, timidi, registrati sia nel periodo 2009-2014 sia nel 2015. Lo rileva l’Istat nell’ultimo report dedicato alla “contabilità della crescita”, che segna un altro ribasso per la produttività del lavoro. Perché? Lo spiega, con un focus sulle piccole e medie imprese e alcune considerazioni sul territorio varesino, Anna Maria Arcari, docente del corso di laurea in Economia dell’Insubria: «La produttività – dice – è l’esito di un mix fra gli investimenti in innovazione, l’evoluzione tecnologica e la formazione degli individui. In generale vi è una scarsa attenzione delle istituzioni e delle aziende verso un percorso virtuoso nel lungo periodo». A tutti i livelli non vi è una tendenza a guardare al domani, a far quadrare i conti oggi e non a rischiare, pensare, avere una visione per un futuro potenzialmente migliore: «Il dato più eloquente – aggiunge Arcari –

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è il taglio sugli investimenti, compresi quelli sul sistema universitario. E ciò vale anche per le imprese: quando sono in difficoltà, la strategia di tagliare i costi dà un effetto immediato». È un po’ come se in una casa si rinviassero l’imbiancatura o il cambio della caldaia. Nel breve periodo il portafoglio resta pieno ma, con il passare del tempo, il valore dell’immobile crolla. Una situazione che si accentua nelle piccole e medie imprese: «In queste realtà, spesso, l’imprenditore è solo. E quindi, ai problemi classici di un’impresa, si aggiunge la difficoltà ad accedere al credito. Una volta c’era un rapporto personale con la banca, ora sono state create norme per cui questo sistema è cambiato e la credibilità dell’imprenditore non basta più per arrivare ai finanziamenti necessari all’eventuale sviluppo dell’azienda. Il quadro non è drammatico e ci sono territori ancora molto vivaci, ma per restare nella competizione globale è utile che tutti siano coscienti che la produttività è fondamentale». Quali soluzioni dunque? «Le istituzioni dovrebbero incrementare la capacità di un


territorio di essere attrattivo, valorizzando le potenzialità – dichiara la professoressa – a partire del miglioramento sull’accesso al credito. Il Varesotto ha sviluppato un sistema economico evoluto, dal manifatturiero al terziario e quindi bisogna incentivare questo trend, creando nuove soluzioni. Magari non si accontenteranno gli elettori nell’immediato ma, nel lungo periodo, si avvantaggeranno tutti». Per quanto concerne gli imprenditori, «visto che lo sviluppo necessita degli investimenti, serve superare il concetto di lavorare da soli e, al contrario, scoprire nuove forme organizzative. Solo così si può essere flessibili, adattandosi a un mercato mondiale e sempre più esigente, mantenendo la struttura delle Pmi, ma avviando nel contempo collaborazioni in grado di creare certe dimensioni tali per poter raggiungere mercati, clienti, fornitori». Infine il rapporto università-impresa: «I giovani possono essere una “materia prima” fondamentale per le imprese».

LE PMI DEVONO SCOPRIRE NUOVE FORME ORGANIZZATIVE PER ESSERE PIÙ FLESSIBILI E ADATTARSI A UN MERCATO MONDIALE E SEMPRE PIÙ ESIGENTE E IN EVOLUZIONE

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Giuseppe Croce - docente di Economia Politica

LIFELONG PER MOLTI MA NON PER TUTTI QUESTIONE DI FLUIDITÀ Sta crescendo la mobilità del lavoro e a farne le spese sono soprattutto i giovani e i precari: perché pagare la formazione a un collaboratore che magari domani andrà da un competitor? Se lo chiedono molte imprese ma è un errore strategico GABRIELE NICOLUSSI

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approfondimenti

Le piccole imprese hanno grandi chance da giocarsi, perché hanno due caratteristiche fondamentali: adattabilità e snellezza. Devono diventare delle spugne per assorbire le novità dall’esterno e assumere personale qualificato

LEARNING Un miliardo di persone nei prossimi anni perderanno il lavoro a causa delle nuove tecnologie. E molti bambini, da adulti, faranno lavori che ancora non esistono. Una rivoluzione tecnologica di questa portata, forse, non si era mai vista. E come ogni rivoluzione, che distrugge il passato per ripartire, porterà molto anche di buono ma occorrerà farsi trovare preparati. La ricetta per non soccombere? Formazione, formazione, formazione. La formazione continua (in inglese lifelong learning) è un fattore spinoso per le imprese italiane, soprattutto per quelle più piccole. Facciamo parlare i dati: secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, nel 2015 ha fatto formazione il 53% delle imprese con più di dieci dipendenti, percentuale che cala drasticamente (7,9%) quando ci si focalizza sulle micro imprese (meno di dieci dipendenti). I dati sono direttamente proporzionali alla grandezza delle aziende. Così fa formazione il 65% delle imprese tra 20-49 dipendenti, l’82% di quelle tra 50-249 dipendenti, fino ad arrivare al 98% per i colossi con più di mille lavoratori. Da cosa dipende questa forbice?

«Il primo problema – spiega Giuseppe Croce, docente di Economia Politica alla Sapienza di Roma - è la liquidità». Tradotto: se sei piccolo hai meno liquidità e quando vai in banca non ottieni finanziamenti per la formazione. «Ci si scontra poi con un ostacolo di concetto: pagare un corso non è come comprare un prodotto che conosco. La sua qualità e la sua efficacia sono imprevedibili, all’inizio non si conoscono. L’imprenditore pensa spesso che la fregatura sia dietro l’angolo». Secondo Croce c’è inoltre un problema che riguarda il mercato del lavoro, che è «reso fluido dal progresso tecnologico. Il modello del lavoratore dipendente con lo stesso datore si sta limitando. Sta cre-

scendo la mobilità e a farne le spese sono soprattutto i giovani e i precari». Perché pagare la formazione a un collaboratore con partita iva o a un dipendente “a scadenza”, che magari domani se ne andrà da un competitor? Mancanza di liquidi a parte, «se l’imprenditore non è laureato, tutte le ricerche ci dicono che farà a volte più fatica ad assorbire le nuove conoscenze». Ma non bisogna disperare. «Le piccole imprese hanno grandi chance da giocarsi, perché hanno due caratteristiche fondamentali: adattabilità e snellezza. Devono diventare delle spugne per assorbire le novità dall’esterno e per farlo devono assumere laureati, che sono più predisposti a quest’opera di assorbimento». Ci sono poi i fondi interprofessionali. «Se tutti li finanziano, ma vengono sfruttati solo dalle grandi, finisce che le piccole pagano la formazione alle grandi». Il che è assurdo, soprattutto pensando che sono proprio le Pmi ad aver maggior bisogno di aiuto. È quindi fondamentale sensibilizzare e informare le aziende, per spingere e invogliare gli imprenditori a sfruttare qualcosa che di fatto stanno già pagano e di cui possono usufruire appieno.

Secondo Croce bisogna infine cambiare le regole del gioco. Se la formazione è importante per le imprese e, soprattutto, per i loro dipendenti, è bene pensare a misure diverse. Come la dote sul finanziamento della formazione, che il lavoratore può portare in un’altra azienda; il potenziamento dei voucher formativi; o un’alternanza scuola-lavoro al contrario, in cui siano i lavoratori a tornare a scuola. Insomma, legare la formazione non tanto all’impresa, quanto al dipendente, in modo che diventi più competente e competitivo sul mercato del lavoro. imprese e territorio | 31


Marco Minghetti - docente all’Università di Pavia

approfondimenti

Se si vuole che una nuova macchina funzioni davvero non si deve partire dalle tecnologie, ma delle esigenze delle persone. Le funzionalità che servono non sono necessariamente quelle che gli informatici ritengono le migliori

DIGITAL TRANSFORMATION ADRIANA MORLACCHI

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L’intelligenza collaborativa oggi è un modello che assomiglia alla Rete


approfondimenti

A tutti gli imprenditori sarà capitato di interrogarsi sulla Digital Transformation, spesso arrivando a pensare di non avere abbastanza dimestichezza con la tecnologia per portarla in azienda. Ma è proprio così? Molto frequentemente quando si parla di Digital Transformation si cade nell’equivoco di pensare che sia una sfida tecnologica associata a modelli come Blockchain o Industry 4.0. Il tema posto dalla Digital Trasformation, invece, è, prima di tutto, quello di un nuovo mindset, un approccio mentale, cognitivo e culturale che richiede di abbondonare il tradizionale modello Comando-Controllo con le logiche organizzative e gestionali a questo associate - risponde Marco Minghetti, partner di OpenKnowledge e docente all’Università di Pavia - Il problema tecnologico è solo un alibi. Eppure top manager, spesso di grande esperienza, prevalentemente nella piccola e media impresa, rifiutano di cambiare le cose e insistono su comportamenti padronali dello scorso millennio che impediscono crescita e sviluppo. La vecchia frase di Ford: “Pago delle persone per lavorare e non per pensare” porta alla stupidità diffusa ancora oggi. Quello che serve, invece, è valorizzare l’intelligenza collaborativa diffusa a tutti i livelli, proprio come accade in Rete. La Digital Transformation può dunque essere interpretata come una nuova imprenditorialità che valorizza le persone, mettendo al centro i loro bisogni e i loro punti di forza? Nella pratica: pensiamo a un imprenditore che intende sviluppare una nuova piattaforma per i clienti e per far dialogare i dipendenti. Se vuole che la piattaforma funzioni davvero non deve partire dalle tecnologie, ma delle esigenze delle persone. Le funzionalità che servono non sono necessariamente quelle che gli informatici ritengono essere le migliori. Quando si ha a che fare con le persone, dipendenti in primis, bisogna saper catalizzare il loro entusiasmo. Come fare? Così come bisogna evitare la retorica paternalistica del modello tradizionale, così è illusorio pensare che attivando le persone dal basso tutto si risolva, come si legge in certa pubblicistica entusiasta di tutto ciò che è “social”. Se non si impegnano concretamente in primo luogo l’imprenditore e i top manager, dando l’esempio in prima persona, si ottiene poco. È vero, si tratta di un processo difficile perché bisogna avere il coraggio di intraprendere un percorso di trasformazione anche personale. Coinvolgere, per chi guida un’azienda, deve significare essere il primo disposto a trasformarsi. Oggi sono pochi i manager seriamente intenzionati a cambiare. Il vero ostacolo è di tipo cognitivo e culturale. Però credo non sia un caso che fra i servizi di consulenza che nell’ultimo anno ci sono stati richiesti sempre più spesso ci siano proprio il coaching e la formazione digitali per imprenditori e general manager. Fino ad ora abbiamo parlato di persone, ma non dimentichiamo che un’azienda ha l’obiettivo di produrre. Come la Digital Transformation investe i prodotti? Uno dei concetti chiave è che, con la trasformazione digitale, sempre di più oggetti e prodotti tendono a diventare processi e azioni, come ha ri-

levato Kevin Kelly (cofondatore della rivista Wired, autore di libri sulla digitalizzazione, ndr). Un libro, nella trasformazione digitale, diventa un “librare”: acquistandone una copia digitale non solo si ottengono vantaggi nella comodità di trasporto, ma si modificano le modalità di fruizione. Non si sfoglierà più il libro commentandolo, ma si condividerà l’azione della lettura con una community di persone con interessi comuni. Tutta la nostra vita è destinata a diventare un’enorme conversazione, con altri esseri umani, ma anche con robot, macchine ed elettrodomestici. La fantascienza è sempre più attuale, siamo immersi in questo flusso conversazionale. Può spiegarci, con un esempio concreto, come la Digital Transformation può far crescere un’azienda? Introduco il concetto di “cognitivizzare”, che significa collegare prodotti e processi ai “big data”. Bella&Brava, una start up veneta che propone ai suoi clienti una pizza gourmet molto sofisticata e particolare, ha chiesto a noi di OpenKnowledge di sviluppare una strategia per aprire punti vendita nelle città europee. Abbiamo lavorato con i big data, collezionando le foto di pizze pubblicate sui social e abbinate ad hashtag collegati ai concetti chiave che ispirano la creazione delle particolarissime pizze di Bella&Brava. Così facendo abbiamo ottenuto una mappa europea dei mangiatori di pizza unita alle motivazioni che spingono a consumare certi tipi di pizza e non altri. Mettendo insieme tipologie e modalità di fruizione abbiamo individuato dieci città europee adatte all’espansione del mercato di Bella&Brava. Un consiglio per le aziende: da dove partire per diventare “digital”? Un punto di partenza è sviluppare la fiducia dei consumatori nei confronti del brand. Oggi internet è la più grande fotocopiatrice del mondo: ogni idea, anche la più innovativa, viene subito copiata e magari fornita a un prezzo inferiore, se non addirittura gratis. Quello che fa la differenza, oltre la qualità dei prodotti, è innescare la fiducia nei consumatori. Il responsabile media di Cucinelli, ad esempio, ha svelato che il successo riscosso dal brand nell’e-commerce è dovuto alla tutela del cliente, che sa che acquistando lì non sarà oggetto di spam. Gli imprenditori, inoltre, dovrebbero tener presente che il modello di successo è quello fornito da Google, Apple, Amazon, etc, aziende che sono prima di tutto piattaforme di condivisione. Pensiamo a Facebook che, consentendo agli utilizzatori di trovare in tempo reale quello che interessa, è diventato il più grande produttore di contenuti del mondo, e questo senza in realtà produrre un solo contenuto. Il successo di Facebook non è legato alla piattaforma tecnologica, ma a un modello mentale che consente interazioni efficaci ed efficienti. Cosa può fare un’azienda medio piccola per mantenersi al passo con i tempi? La prima cosa è informarsi, partecipare a convegni e workshop. Poi definire una strategia della visione, studiare il proprio posizionamento competitivo e sviluppare progetti organizzativi. Il manifatturiero italiano, ad esempio, ha grandi capacità di crescita in tanti settori dalla robotica, alla stampa virtuale e 3D. Stiamo facendo passi da gigante verso il futuro. imprese e territorio | 33


Approfondimenti

SCELTE D’IMPRESA CAMBIARE È ANCHE

NON DECIDERE IN FAMIGLIA

Emilio Reyneri - sociologo del lavoro

ADRIANA MORLACCHI

Quando Alan Bennett scriveva “ogni famiglia ha un segreto, e il segreto è che non è come le altre famiglie” non aveva fatto i conti con le famiglie degli imprenditori italiani. In Italia, infatti, in una cosa gli imprenditori sono quasi tutti uguali: investono nell’azienda di famiglia solo in funzione dei figli, meglio se maschi. Lo ha rilevato Emilio Reyneri, sociologo del lavoro e professore emerito di Sociologia del lavoro nell’Università di Milano Bicocca, elaborando i dati raccolti da uno studente. La ricerca è stata sviluppata a Parma, città simile a Varese perché il tessuto produttivo è costituito prevalentemente da piccole e medie aziende. «Dallo studio realizzato dal mio studente è emerso che gli imprenditori scelgono quali investimenti fare in azienda in funzione dei figli, indipendentemente dalle tendenze del mercato. La cosa è umanamente comprensibile perché deriva da un fatto culturale, gli investimenti però dovrebbero seguire valutazioni economiche – continua il sociologo del lavoro - Per avere un futuro, una piccola e media azienda deve puntare sull’innovazione e deve competere sui mercati internazionali. Le aziende che hanno superato la crisi sono quelle che non si limitano al mercato del lavoro interno e che fanno rete con altre imprese». Le aziende, infatti, possono diventare più forti sul mercato connettendosi, cooperando, sviluppandosi in una rete. Eppure in Italia esempi del genere sono rari, in molti casi proprio per colpa della “famiglia ingombrante”. «In Italia, la famiglia è spesso sia il proprietario, sia il gestore dell’azienda. Questo perché si tende a conservare il controllo di tutto e non si ha voglia di immettere professioni-

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Approfondimenti

sti esterni, che pur non mancano in Italia. Quando però si passa da una generazione all’altra, anche grandi imprese possono entrare in crisi perché non tutti i figli degli imprenditori sono bravi come i padri. Risultato? A causa di una barriera culturale le imprese tendono a non svilupparsi. Bisognerebbe dunque avere il coraggio di pensare in grande, aprendosi all’esterno; un’associazione imprenditoriale può avere una funzione educativa in questo».

GLI IMPRENDITORI DECIDONO QUALI INVESTIMENTI FARE IN FUNZIONE DEI FIGLI PIÙ CHE DELLE TENDENZE DEL MERCATO. E QUESTO, INSIEME ALLA SCARSA MANAGERIALITÀ, PUÒ DIVENTARE UN PROBLEMA

Stare fermi, irrigiditi in una struttura familiare che non vuole aprirsi all’esterno, significa non accettare le sfide che pone la contemporaneità e non riuscire ad affrontare i cambiamenti. Un esempio? «L’ultima indagine sulla competitività mostra che per due aziende su tre la digitalizzazione non è importante – afferma il professore - Non la si sente come un tema su cui aggiornarsi. Per quanto riguarda le competenze digitali, siamo tra gli ultimi in Europa». Non è un caso se, in Italia, non aumenta l’occupazione nei settori creativi e qualificati, ma piuttosto in quelli di basso livello (parliamo di servizi, cura della persona, ristorazione). «La tecnologia digitale incide sulle attività ripetitive, non soltanto manuali, ma anche intellettuali – spiega il sociologo – Si pensi alle banche: ormai gran parte delle attività che si facevano allo sportello sono in rete, su internet. Con l’innovazione digitale aumentano i lavori creativi e diminuiscono

le attività ripetitive. In Italia, invece, cresce ancora la fascia più bassa. A questo si unisce il problema del debito pubblico che ha causato una riduzione degli investimenti in sanità e istruzione e che, conseguentemente, ha limitato il numero di medici, infermieri e insegnanti. L’invecchiamento della popolazione, invece, ha fatto sviluppare i servizi alla persona e l’assistenza, ove è forte la domanda di lavoratrici immigrate».

In questo contesto si incontra un’altra problematica, quella della scarsa crescita dimensionale dell’impresa, intesa sia in senso quantitativo, che qualitativo (sviluppo delle competenze manageriali e del capitale umano). «Negli anni 70 l’Italia è stata salvata dalle piccole imprese, ma adesso bisogna favorire la crescita dimensionale dell’impresa – conclude Reyneri – A questa sfida si somma quella demografica. Oggi in tutti i Paesi d’Europa ad eccezione di Francia e Gran Bretagna, sono sempre meno le persone in età attiva che devono sostenere una crescente popolazione anziana. Sono i trentenni a dover affrontare un paradosso: l’Italia ha la minor percentuale di laureati tra i Paesi europei. Ma, nonostante i laureati siano pochi, lo sbocco occupazionale nelle professioni coerenti con il titolo di studio è tra i più bassi d’Europa. La difficoltà è creare posti di lavoro di alto livello per non costringere i giovani più bravi a dover andare all’estero». imprese e territorio | 35


approfondimenti

NON È FACILE MA È

SEMPLICE LA RIVINCITA DELLA PERSONA

In un modo di urgenza, semplificare è necessario. Dalla lean production alla trasversalità della comunicazione: la parola chiave è sempre più spesso delegare, anche per le piccole e medie imprese

Sabrina Colombo - imprenditrice e coach

MARILENA LUALDI

Sembra troppo facile, con il digitale e la rivoluzione tecnologica: è tempo che sia anche semplice in azienda e la trasformazione passa dalle persone. Semplicità è un concetto chiave in un mercato più complesso e quella vincente parte dall’organizzazione in azienda, arrivando ai rapporti con i consumatori. La programmazione dei ritmi di lavoro, il fare impresa, la progettazione dei processi produttivi oggi devono essere sempre più impostati con una logica orientata alla semplicità. «Ormai viviamo in un mondo di urgenza – rileva Sabrina Colombo – per cui si percepisce la semplificazione come necessaria. Ciò che può essere ingabbiato, rende tutto complesso». Lei si occupa di persone e di team da oltre vent’anni e ha assunto diversi ruoli, da startupper a Ceo, a imprenditrice e coach. Una prima rivoluzione si era già respirata con la produzione snella (lean manufacturing). L’approccio lean introdotto in Giappone passava soprattutto dall’identificazione degli sprechi per minimizzarli: si individuavano bisogni come quello di ridurre le attese o l’eccesso di attività. Qual è invece il passo successivo, dei giorni nostri? «La semplicità – spiega ancora Sabrina Colombo - è fatta di comunicazione trasversale, e non più solo verticale. Questo implica una crescita dal punto di vista culturale della gestione della responsabilità all’interno dell’azienda. Oggi passa dalla capacità di delegare». Attenzione, una delega non di facciata: «E chi la riceve deve accettare ed essere delegato fattivamente». La digitalizzazione e la semplificazione possono andare di pari passo, ma non se non c’è un cambio culturale, insomma. Colombo riprende il concetto di lean, buon punto di partenza, ma oggi il mondo va ancora più veloce. Il rischio del blocco e dell’inefficienza è dietro l’angolo. Che cosa rende ancora più preziosa la semplificazione? Che venga percepita da chi gode del prodotto: un valore aggiunto inestimabile. Se un imprenditore rende tutti partecipi

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approfondimenti

Luciano Canova, docente di Economia della felicità, fotografa il «designer dei comportamenti, quello che pensa ai processi decisionali e deve mettere le persone in condizione di fare una scelta rapidamente e in maniera efficace». Una decisione – prosegue – può essere scomposta in diversi punti di attivazione. Voglio comprare una sedia, vado a cercare su internet un catalogo, la inserisco nel carrello, procedo all’acquisto, verifico i dati di pagamento e clicco. Amazon – rileva Canova - ha costruito un sistema per il consumatore, riducendo anche questi punti: può snellire la procedura, è il rilievo, come togliere l’attenzione a ciò che si fa. La burocrazia evoca la carta, quindi digitalizzare fa pensare alla sua scomparsa. Eppure bisogna impegnarsi di più: «Ad esempio, la stessa società ha introdotto l’institutional yes, per cui quando la persona al posto inferiore della gerarchia fa una proposta, l’opzione di default è approvata e l’onere è sul capo, che scrive le motivazioni». E le riunioni? Qui tra gli esempi più menzionati, quello dell’esercito americano che le convoca in piedi: più scomode, meno lunghe. Poi la snellezza passa dallo smart working: il lavoro a casa. Giova a chi lo pratica (flessibilizza gli orari di lavoro e di vita), come all’azienda. Difatti, si snellisce il processo (meno ore in ditta, più produttive) e a medio lungo termine si tagliano i costi dello spazio. Oltre a rafforzare – anche tramite i programmi di welfare – il senso di appartenenza. Anche il coaching e in generale offrire più formazione, conta. Ma serve pazienza, perché le cose possono non scorrere fluide dall’inizio. Dubbio, visto i casi citati: non è affare solo per grandi? «Al contrario – osserva Canova – la struttura piccola è snella per definizione. E la semplificazione viene da micro comportamenti. Tutto sta nell’attenzione su come le persone provano a fare diversamente le cose».

Luciano Canova - docente di Economia della felicità

della crescita, non fa sentire cioè solo un numero all’interno dell’azienda, questo arriva dritto fino a chi acquista il prodotto. Non è solo a portata di mano del “grande”.

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CAMPEGGI SRL - Catalogue. January 2007. Designer Giovanni Levanti. Photo Efrem Raimondi

INSTAGRAM

MARILENA LUALDI

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POTERE ALL’IMMAGINE Come una foto può cambiare la vita delle Pmi che ci credono


Approfondimenti

Una foto (social) ti cambia la vita. Non è un mito, ma neanche un automatismo per le piccole e medie imprese: è un’opportunità concreta, su cui bisogna lavorare parecchio. Lo dimostrano i dati, come le storie delle aziende. Una premessa: quando si parla di immagini, Instagram fa la differenza visto che è il social a esse dedicato (ma ricordiamo che si stanno facendo strada con crescente autorevolezza i video). Ciò non significa che non occorra prendersi adeguata cura del profilo Facebook, ad esempio. Secondo quanto divulgato dalla stessa sezione business di Instagram, sono attivi in tutto il mondo oltre 800 milioni di account ogni mese (dati aggiornati allo scorso settembre). L’80% segue un’azienda. La community di imprese ha nel frattempo raggiunto i due milioni di inserzionisti e i video hanno visto quadruplicare la loro presenza. Ancora, oltre 200 milioni di iscritti ogni giorno visitano almeno un profilo aziendale. Un altro dato citato è che il 45% delle imprese ha dichiarato di aver aumentato i propri profitti grazie all’uso di questo social. Se 25 milioni sono i profili aziendali, il balzo avanti è stato compiuto proprio grazie alle piccole attività. Del resto, un terzo delle storie visualizzate – e non solo dai follower – proviene da qui. Con i profili aziendali si ottengono anche degli strumenti, come il monitoraggio sui dati, compresi gli orari in cui i follower interagiscono più frequentemente con i post. Ma si può andare oltre ed esaminare ogni

risultato filtrato per genere, età e luogo di provenienza. Certo, oggi chi ottiene più eco sui media è il popolo degli influencer, che – secondo un report di eMarketer – genera qualcosa come 570 milioni su Instagram. Un fenomeno planetario, in cui la prima star è l’americana, di origini iraniane, Huda Kattan: un post sponsorizzato da lei vale 18mila dollari. Per arrivare a una figura italiana, si scende alla posizione sei dove come prevedibile c’è Chiara Ferragni.

IL 45% DELLE IMPRESE HA DICHIARATO DI AVER AUMENTATO I PROPRI PROFITTI GRAZIE ALL’USO DI QUESTO SOCIAL Ma questo è un mondo a sé, che non cambia la vita alle piccole e medie imprese. Anche perché i social e l’uso delle immagini sono un universo abbordabile, capace di attirare l’attenzione a livello vastissimo. Tra l’altro, Instagram si è anche aperta al commercio con il tag shopping: è possibile così connettere i prodotti all’eCommerce. Tante chance, ma quanto sfruttate e sfruttabili? Un viaggio nelle imprese mostra come non ci siano formule magiche, ma strategie sì. Non a caso, un mondo maestro è quello del design. L’arredamento ha credu-

to moltissimo, e da tempo, in questo mezzo e il periodo del Salone del Mobile di Milano è un racconto nel racconto. Si viaggia sopra i diecimila, in certi casi anche 20mila followers e anche qui, la differenza non è marcata dalle dimensioni dell’azienda. Si dà spazio al mobile e al particolare, o ancora all’allestimento di uno stand, ma si è attenti anche all’evento, vip o sussurrato in azienda, per narrare le persone, vere artefici di ogni passo. E ancora, ci sono imprese che fanno scuola, citate come esempio, fondata da due sorelle che sul lago di Como decidono di produrre ballerine con “Mia Moltrasio” e si affidano – anche - a Instagram. Un brand che viaggia a mille, anzi sopra i 25mila, mostrando scarpe ma sempre in modo accattivante, indossate e magari vicino a fiori stupendi o a un accessorio. Un elemento decisivo è l’interazione. Non postare la foto e dimenticarsi di ciò che viene poi, quindi: così l’insuccesso è assicurato. Le vie per coinvolgere il visitatore, e potenziale o già cliente, sono tante. Polti ha affidato a Instagram anche i volti dei suoi dipendenti (oggi 220) diventati ambasciatori degli elettrodomestici prodotti qui da quarant’anni: anche il direttore generale Francesca Polti ha postato un video scherzoso. Ecco, anche l’ironia – da maneggiare con cura – è un elemento che addirittura può diventare cardine, mezzo di espressione. Come racconta Estetista cinica, che attraverso Instagram esalta in maniera divertente e originale il lavoro di Veronica Benini e Cristina Fogazzi: più di 114mila seguaci.

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focusapprofondimenti

Efrem Raimondi iPhonephotography

Nel suo curriculum ci sono le star e il design: Efrem Raimondi è testa e cuore con la macchina fotografica

SOCIAL-FOTO E FOTOGRAFIA PIÙ CHE LO SCATTO

CONTA IL PROGETTO Efrem Raimondi è il fotografo che ha immortalato le star, come il cuore del design. E sul tema della foto nell’era social ha preziosi suggerimenti anche per aziende. Partendo da un principio di base: «Un conto è la fotografia, un altro la social fotografia. Ma bisogna investirci». Secondo Raimondi, legnanese, questo è uno dei tempi più bui per la produzione autografica, sia per ciò che riguarda l’autorialità, sia per la sua artigianalità. Questo è un periodo in cui viene relegata ai margini, per una serie di motivi: uno è economico, ma rappresenta anche un alibi. Perché si è assistito a un aumento enorme di fotografie, non di Fotografia, fattore sempre più di nicchia. Focalizzandoci però sui social, Efrem Raimondi fa delle differenziazioni: «Twitter dal punto di vista fotografico non esiste, è ormai più usato dai politici. Ci sono Instagram e Facebook, con due percorsi distinti. Il secondo, checché se ne dica, resta di grande penetrazione e dal punto di vista lavorativo riesce a mirare di più, anche perché ha una dialettica superiore a Instagram». Sì, ma dal punto di vista dell’immagine, quanto valore le attribuisce veramente? «Dipende da chi la usa – premette – Ma ha una veicolazione molto più precisa e identificabile. Vero che le nuove generazioni tendono a non prediligerlo». Nessun problema, tuttavia, si dedica attenzione anche agli altri social. Come Instagram, naturalmente. «Interessante vedere com’è iniziato – osserva Raimondi – e cosa è diventato. Le aziende lo usano molto, a

me sembra una grandissima bolla, in attesa di uno spillo. Il valore della foto? Se si va sulla parte non aziendale, i maggiori followers sono delle belle ragazze, anche con un prodotto fotografico inesistente». Più del numero dei followers, però, dovrebbe contare un progetto chiaro. Anche perché accanto alle immagini, hanno preso piede i video, le microstories. Eppure resta una risorsa preziosa per le piccole e medie aziende. «Dovrebbero usarla in modo intelligente – precisa - Partendo da un fotografo, che sia un professionista, un artista. Michelangelo Buonarroti era questo, un professionista. Fossi poi una piccola azienda non cercherei la visibilità pura, ma proverei a percorrere uno spazio qualitativo in subordine a ciò che faccio. Se produco torni di qualità, cerco un intervento mirato, di qualità alta». Importante mostrare ciò che produci, come pure postare ritratti di coloro che dirigono o producono: «C’è la tendenza a non farlo, non esporsi. Ma nel resto del mondo vogliono sapere». Anche questo, in fondo fa parte del made in Italy. Se il consiglio è quello di rivolgersi a un professionista, è chiaro che occorra anche investire. E avere una visione chiara, ricordarsi ad esempio che i tuoi post sono osservati sul display di uno smartphone. Come che ci vuole uniformità, tra il tuo catalogo e il tuo profilo. «Comunque le piccole e medie imprese con un investimento proporzionato, possono fare un ottimo lavoro» assicura Raimondi. MA. LU.

IMPRESE, MOSTRATEVI CON QUALITÀ: IL RESTO DEL MONDO VUOLE SAPERE QUALCOSA IN PIÙ DI VOI

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Gianluca Morino ha cinque profili social e la sua Cascina Garitina ci guadagna. Diecimila follower su Instagram sono il segreto di un produttore di social-successo

TRATTORE

E SMARTPHONE

PER LA VIGNA DA EXPORT

Gianluca Morino non ha un profilo social, ne ha quattro con un quinto fresco fresco. Il suo personale, quello di Cascina Garitina e altri ancora, anche di comunità come quella rappresentata dal consorzio del Nizza. Nella sua piccola azienda di Castel Boglione, in provincia di Asti (due dipendenti fissi, oltre a lui e papà, più gli altri necessari a seconda della stagione) c’è ormai un binomio solido: trattore e smartphone. Già, Gianluca non è certo uno che smanetta perché ha tempo da perdere: alle 5.30, specialmente nei periodi di massimo lavoro, è già in vigna, ma non lascia mai a casa il cellulare, strumento di lavoro non meno rilevante. Risultato, non solo una carrellata di immagini di vigneti, azione in diretta e bottiglie accattivanti, ma affari. Anche oltre confine, oltre oceano. Nel profilo della Cascina Garitina, i followers su Instagram si avvicinano ormai a quota diecimila. I suoi post hanno superato quota cinquemila e accanto alle immagini si trovano video. Tutti capaci di raccontare la bellezza di questa parte del Piemonte, come l’esistenza quotidiana del viticoltore, appassionante e dura. In italiano, ma anche in inglese, non senza ironia: quando mostra come sta crescendo l’uva che condurrà a un magnifico Dolcetto e nella foto la sostiene quasi, Morino commenta con tanto di emoticon, «sta esagerando ed io non ho una mano tanto piccola». Oppure quando la pioggia diventa una compagna insistente, pubblica una vignetta: «Non può piovere per sempre. Firmato, Noé». Vita da

viticoltore è uno dei filoni più appassionanti esplorati da Morino. Che spiega: «Oggi il 50% del vino, lo bevono i millennials, che si muovono molto su Instagram. Se non sai cosa mettere e scrivere, il profilo è ingombrante. Ma se esegui i lavori in prima persona ne hai da raccontare. Devi usare parole facili, comprensibili da tutti. Se adoperi un tecnicismo, devi essere in grado di spiegarlo». Perché è cruciale narrare la vita del viticoltore? «Perché mostri la differenza – rimarca – tra il produttore di un’azienda come la nostra e il vino venduto a due euro al supermercato». Essenziale però è seguire i commenti, rispondere, sfruttare pienamente il mezzo. «Insieme a Facebook – sostiene Morino – Instagram è il social che mi dà più soddisfazione. Poi c’è Twitter, che mi sforzo di mantenere vivo per il mercato americano e per quello britannico». Ci vuole in fondo quella pazienza allenata nel vigneto e i risultati arrivano: «Mi taggano in Sudafrica. L’enoteca di Brooklyn chiede al distributore di New York se ha il mio vino… E un ragazzo in Cina mi ha ordinato il Niades, pagato in anticipo. Adesso si sta concretizzando un contatto a Tokyo». Per non parlare dell’Europa. Il mondo è così vicino, da quel trattore, grazie allo smartphone. Ma grazie soprattutto alla capacità di illustrare ciò che si fa e il valore di ciò che si produce. Anche via video, magari immortalando qualcosa che non ha prezzo: il silenzio incantato della vigna, preludio al fascino di un vino italiano. MA. LU. imprese e territorio | 41


approfondimenti

SACCONAGO USCIRÀ DALL’ANGOLO PAROLA DI SINDACO

Emanuele Antonelli - sindaco di Busto Arsizio

Dopo l’inchiesta tra le imprese di Confartigianato Emanuele Antonelli mette sul tavolo centro servizi e terminal

Servizi per la zona industriale, la strategia in tre mosse dell’amministrazione comunale di Busto Arsizio per far uscire la cittadella produttiva di Sacconago dal suo storico isolamento: manifestazione d’interesse per la realizzazione del centro cottura (con mensa e ristorante) in project financing, area attrezzata per gli autotrasportatori, via libera ai propositi di allargamento del terminal intermodale delle Ferrovie Nord. «Stiamo procedendo per rispondere alle esigenze degli imprenditori» assicura il sindaco Emanuele Antonelli. Ad un anno dal confronto diretto con gli operatori della zona industriale di Sacconago, è l’ora di tracciare un bilancio delle iniziative che erano state annunciate dall’amministrazione comunale bustocca. Perché, si sa, i tempi delle imprese non sono quelli delle amministrazioni pubbliche, ma le richieste di intervento per rilanciare una cittadella produttiva che è un vero fiore all’occhiello dell’ex Manchester d’Italia non finiscono nel dimenticatoio. L’opera più attesa è sempre il centro servizi, promessa ormai da diversi lustri e molto attesa dagli imprenditori in particolare per soddisfare le esigenze di una mensa per i dipendenti ma anche di un ristorante di rappresentanza dove accogliere i clienti. Palazzo Gilardoni ha definito la strategia per centrare l’obiettivo: verrà presentato un bando per una manifestazione d’interesse per la costruzione del centro cottura in project financing, inserendo all’interno del pacchetto anche gli appalti per le mense scolastiche del Comune di Busto Arsizio, che vanno a scadenza. «In questo modo - spiega il sindaco Emanuele Antonelli - confidiamo che il progetto del centro cottura possa essere più appetibile per gli operatori, che avranno la garanzia di poter rifornire le mense scolastiche cittadine. Senza questa combinazione, intravedevamo il rischio che le società che si sono mostrate interessate all’operazione potessero essere frenate dal timore di non aggiudicarsi gli appalti delle mense scolastiche. Ora prevediamo che ci possa essere un’asta tra diversi soggetti». La tempistica? Tra i tempi burocratici delle gare e i cantieri, ci vorranno un paio di anni per vedere completata l’operazione. «Purtroppo la pratica è andata un po’ a rilento perché è molto complessa» ammette Antonelli. Sul fronte dei servizi però potrebbe arrivare qualche novità interessante anche dal terminal intermodale delle Ferrovie Nord. Sul tavolo dell’assessorato all’urbanistica del Comune è infatti pervenuta una richiesta di ampliamento del Terminal, che prevedrebbe anche la realizzazione di una palazzina di servizi, in previsione di un utilizzo a pieno regime della struttura: «Ne stiamo discutendo ma siamo favorevoli - preannuncia il sindaco di Busto Arsizio - perché si tratterebbe di un allargamento finalizzato a far funzionare finalmente il Terminal. Porterebbe lavoro, opportunità per le nostre imprese e nuove attrezzature». Sarebbe un’altra incompiuta che si mette in moto, anche se i tempi si prevedono anche in questo caso non brevissimi. Ed è proprio per questo motivo che il primo cittadino bustocco sente l’esigenza di «dare subito un segnale di attenzione» rispetto alle richieste fatte dagli operatori della Zona industriale per spezzare l’immobilismo che per troppo tempo ha tenuto nel limbo un’area produttiva che è tra le più grandi d’Europa.

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