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ARTE

C U L T U RA

COSTUME

magazine

Reality is not Real

SOCIETÁ


magazine

C magazine Febbraio 2014 Mensile Straybop di arte, cultura, politica, costume e società registrato al Tribunale di Reggio Calabria aut. N.5 del 19/03/2007

Fondato da: S.La.M. Project

Direttore Responsabile: Ginaski Wop

Art director: S.La.M. Project Redazione: via Pasquale Andiloro 41/g · 89128 Reggio Calabria tel. e fax 0965.29828

Hanno collaborato a questo numero:

AlteriA - Federico Bonelli - Erika Grapes Andrea Lehotska - MoniR - Domenico Oriente - Luis Rizzo Pino Scotto - Ruben Toms - Alfonso Tramontana - Enrico Tromba Foto di Copertina: Andrea Lehotska fotografata da Luca Patrone

Concept del mese: La Realtà

Editore: Farandula s.a.s. via Pasquale Andiloro 41/g · 89128 Reggio Calabria tel. 0965.29828

Progetto grafico: S.La.M. Project per Officine Farandula

Pubblicità: Farandula Editore - luisrizzo.cmag@gmail.com

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte della rivista può essere riprodotta in qualsiasi forma senza l’autorizzazione scritta dell’editore. ©Farandula. Chiuso in redazione il 29 Gennaio 2014 alle ore 20:00


#Editoriale

L

a realtà è il concetto più irreale del quale ci nutriamo. La visione più effimera e mendace è quella offerta dallo specchio che riflette oggettività mutevoli dettate da umori, condizionamenti psico-ambientali e fattori a noi sconosciuti. Anche le cosiddette vie di fuga dalla supposta realtà, sono ormai la composizione di iperrealtà costruite e rappresentate: ci abbandoniamo ai social, sotto ogni punto di vista; ci riveliamo per mezzo di ostentazioni mediatiche e consumiamo talenti frutto del reality; ingeriamo, sciogliamo sotto la lingua o inaliamo robe ideate al semplice scopo di resistere e insistere in questa realtà destrutturata e oggettivizzata per mezzo di canoni seriali che impongono modelli equiparati e tecnicizzati. Pare che l’accettazione del vivere reale, sia una forma indispensabile di sopravvivenza. Forse perché accettare un’irrealtà fatta solo di istinto e rito, ad esempio, renderebbe tutto più folle, meno globalizzato ma anche meno controllabile. E allora ci costruiscono sentieri, dettami, e si distingue nettamente ciò che è vero da ciò che è un fake. Ci si esprime in caratteri da 140 battute; ci si innamora per corrispondenza; ci si whattsappa da un tavolo a un altro e si manifesta la propria esistenza marchiando l’atto di presenza con tag e condivisioni che ne accertino il reale accadimento. E così, in ogni settore, inseguiamo un modello di realtà imposta, autogenerando un fake dopo l’altro e dimenticando che tutto ciò che l’occhio umano vede non è altro che una sublimazione. In questo numero di C magazine affronteremo il tema dell’assurdo gioco al realismo, e attraverso le opinioni di esponenti del mondo dell’arte e della filosofia, indagheremo su quali siano i tasselli perduti e cercheremo quell’invisibile forma di VERO che così come le melodie, il pensiero, il sentimento, il rito, non è oggettivabile allo specchio dell’esistenza. Del resto, per citare Hesse, la realtà è al di là delle cose visibili. Cheers! Ginaski Wop




AlteriA

zioni

a cura e di

AlteriA


È

un periodo di cambiamento. Sta cambiando il mio corpo, il ritmo del sonno, le abitudini alimentari. Divento grande, vado verso i fatidici 30 anni e cambiano persino i miei gusti musicali. O meglio, la mia attenzione, la mia curiosità e fame musicale vengono rapiti da artisti nuovi che forse prima non mi avrebbero colpita. Qualche tempo fa , cliccando da un video all’altro come una giovane youtuber, mi sono imbattuta nella perfomance live di una cantante: voce maestosa, presenza catartica ma soprattutto occhi sinceri e gioia spontanea nel fare la sua musica, una naturalezza sul palco disarmante. Sembrava Vera. D’istinto ho sentito l’esigenza di saperne di più, vedere e ascoltare altro di suo. E mi sono appassionata. Artisticamente innamorata. Non mi succedeva da tempo.

se non sono portatissima. Insomma non ci si può sempre improvvisare. Credo, specie nel mondo delle arti, che una certa disposizione, vocazione, sia innata. Ed invece siamo circondati da gente che si improvvisa. Ed ecco che sono arrivata al punto: il mio cambiamento. I 30 anni (non ancora compiuti, precisiamo precisamente!) mi stanno regalando il dono dell’empatia. EMPATIA: εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), sentire e comprendere lo stato d’animo altrui, l’emozione altrui. A pelle e ad istinto ecco che trovo quella Realtà che per me è reale (giuro, sono le 11.20 del mattino, sono in viaggio su un treno Firenze - Milano e ancora non ho bevuto nulla). Su Facebook, Twitter e affini, pubblicazione compulsiva di foto dove siamo tutti bellissimi e senza tratti somatici grazie al filtro “fammi figa”, “fammi interessante con questo libro in mano che non so neanche di chi è”. Ed ecco che qualcosa dentro di me decide di darmi una sveglia, una sorta di istinto animale alla sopravvivenza : essere umano vero Vs essere umano cazzaro. Il discorso può essere declinato davvero in ogni ambito ma per evidente vocazione personale mi sono fatta tutto questo ragionamento su un file word pensando alla musica.

Qual è la stranezza? Tutti i giorni nascono nuovi fans di nuovi artisti. La stranezza è stato il motivo principale per il quale questa artista mi ha rapita. La Realtà. Presunta o tale, oggettiva o soggettiva, il suo sguardo era vero: emozionalmente coinvolto. Realtà & Musica: SI PUO’ FAREEEE !! (Direbbe cosi il Dr. FreIn un periodo come quello che stiamo vivendo, dove tutto è derick Frankenstein) falsato, forse il mio istinto mi ha spinto a cercare qualcosa di più semplice, meno sovrastrutture, più cuore e più viscere. Basta fake, io da oggi - o forse l’ho sempre fatto ma ora ne ho consapevolezza - vado alla ricerca di musica genuina. Quanti artisti veri, concreti esistono oggi? Sto realmente in- Non ne sto facendo un discorso di generi, c’è musica genuina vecchiando e diventando l’acida polemica, la patetica nostal- nel pop cosi come nel rock e viceversa. gica fuori dal tempo, quella che si scandalizza davanti alla lec- Mi lascerò guidare dall’empatia, scruterò lo sguardo di artisti cata del martello della Cyrus? e cantanti alla ricerca di quella scintilla, di quel carisma che Che poi, oh! Mica mi scandalizzo… Io accetto i vari fenomeni non può essere dono di tutti. del momento: Cyrus, Biber e compagnia bella, io li accetto, a Ed è bello così, è giusto così, altrimenti nella storia avremmo modo mio: li ignoro. centinaia di John Lennon, manciate di Jimi Hendrix. Per me sono i cosiddetti cantanti da macello. Un videoclip dietro l’altro, dove l’oggetto canzone non è in- Non parlo di “bravura”, virtuosismo: quanti al giorno d’oggi si terpellato, dove l’obiettivo è “devo fare la roba più strana del piazzano su YouTube a suonare o a fare clincregistrate nelle mondo cosi da catturare l’attenzione”. proprie camerette, dimostrazioni pubbliche del proprio tecIo mi immagino incredibili art director, di incredibili video, nicismo... sì, ma il cuore dov’è? con queste incredibili idee fulminanti: “Ehy! Ho trovato! Lecchiamo un martello! Siii, figata! e poi e poi? Usiamo il culo di Io sono alla ricerca di questo cuore e quando scoverò questi Rhianna e le facciamo fare del twirkin. Evviva. Ma tu, ma tu artisti li andrò a sentire live per poter godere di tutta la loro queste idee da dove le tiri fuori? Genio!” energia, rubarla e riutilizzarla. E comprerò anche il loro album..sì, lo so è pazzesco, sono in totale controtendenza: comFino a prova contraria, genio sì: funziona. Milioni di views. prerò musica! Fatto sta.. artisti bellissimi, precisi nelle loro sembianze ed ap- Che poi a pensarci bene cosa c’è di più reale nell’andare a senparenze che però fanno parte del catalogo “cantanti” dell’anno tire un live di un bravo artista? Entrare in un locale, incontrarche corre. si con altra gente, condividere emozioni, birre e…birre. Nell’attesa del prossimo fenomeno mediatico, si strizza fino E poi … acquistare un album, oggetto fisico e reale, testimoall’ultima goccia l’artista in questione: finita la frollatura, fuori nianza tangibile del lavoro di un bravo artista. Ma volete metuno dentro l’altro. tere? Merce in vendita. Carne da macello. Per me il 2014 sarà l’anno della musica, ma solo quella Vera. A questo si aggiunge un altro fenomeno che ultimamente ha preso strada paurosamente: tutti possiamo fare tutto. Per carità!!! È un bellissimo pensiero: “Volere è Potere” , giusta e sacrosanta energia vitale per il nostro ego ma. C’è un “ma”. Anche a me piacerebbe essere la prima ballerina di danza classica della Scala a Milano, mi piacerebbe tantissimo: mi ci vedete con dei collant rosa e tutina di tulle, saltellante e leggiadra? Meraviglia. Ma qualcosa mi dice, in fondo in fondo dentro di me, che for-

Ps: come ogni rubrichetta che si rispetti faccio una paio di nomi di artisti che mi hanno colpita per questa trasparenza e che mi hanno accompagnata in cuffia durante questo mio scrivere: -Blastema. -Florence & the Machine -il terzo nome lo lascio scrivere a voi. Compito del giorno: trova un artista vero anche tu!


The Zen Circus la rivolta è una questione di forma mentis

testo

Erika Grapes

È uscito pochi giorni fa il loro ottavo album Canzoni Contro La Natura. loro sono di pisa e suonano da oltre dieci anni. sono quel tipo di band che all’estero definirebbero true. si sono guadagnati credibilità nella scena rock indipendente italiana grazie ad un approccio serio verso la musica, ad un’attitudine libera e lontana da logiche di posa e di hype e all’incessante attività live: un migliaio di concerti circa fra italia, europa e australia, dove hanno condiviso il palco con nick cave. Hanno collaborato con violent femmes, pixies e talking heads. la consacrazione è arrivata nel 2009 con l’album Andate Tutti Affanculo, che si è rivelato un successo di pubblico e di critica. in merito al loro nuovo album dichiarano: “Canzoni contro la natura è un disco che ci rappresenta al 100%. non c’è stato nessun produttore e nessun fonico a seguirci. il risultato lo troviamo davvero esaltante, di gran lunga la cosa più energica e vicina ad un nostro concerto che abbiamo mai messo su album”. si chiamano The Zen Circus e abbiamo intervistato il chitarrista, ufo, per cercare di comprendere meglio il ZenCircus-pensiero nei riguardi della Natura.


#MusiC

Siamo diventati tutti brutti? Beh, “tutti brutti” è un po’ forte. Certo è strano constatare che a fronte di un’ossessione ormai generalizzata per l’apparenza estetica, ci sia così tanta trascuratezza nei confronti del linguaggio, delle idee, della visione del mondo. Non so come spiegarlo, ma ricordo un paese nel quale le persone erano meno impeccabili dal punto di vista dell’aspetto, ma davano un’impressione di sincerità e di umanità (nel senso di humanitas) che ora stento a ritrovare. Come se ora dell’umano avessero ormai solo l’aspetto, e neanche... Alla fine questo si può dire, che siamo diventati in media tutti più belli, ma in modo inquietante. Di qui il paradosso del “tutti brutti”. Nella quasi-title-track del vostro nuovo album Canzoni contro la natura (Tempesta Dischi) citate Giuseppe Ungaretti: “Ogni uomo è fatto in modo diverso nella sua struttura fisica e nella sua combinazione spirituale, tutti gli uomini sono in contrasto con la natura...” Volete dire che noi umani siamo in realtà alieni Annunaki? No di certo. Il dibattito è sul grado di separazione e sulla distanza dalla natura, non sull’appartenenza ad essa (e comunque anche gli alieni apparterrebbero al mondo naturale). Ungaretti faceva notare come sia proprio l’atto di civiltà, l’organizzarsi dell’umanità fin dai suoi primordi a metterci in una condizione di sfida, contrasto insomma, con la natura. Trovare o meglio ri/trovare un accordo con essa può essere oggetto di una ricerca, un’aspirazione, ma non è il ritorno a una condizione da Arcadia che forse non c’è mai stata... Anche se ci sono molti paleoantropologi che vedono, ad esempio, nella civiltà di Cro Magnon il punto più alto raggiunto dall’essere umano. La questione è incredibilmente complessa, tant’è che sul posto che si deve attribuire all’uomo nel creato si giocano interi sistemi filosofici. Il tema centrale di questo numero di C Magazine è il rapporto fra l’uomo e la cosiddetta realtà. Pensate che sia preferibile osservare, magari nauseandosi, la realtà circostante oppure sognarne una migliore e sognando cambiare le cose? A mio avviso le due cose non sono in contrasto fra loro. Fortunatamente abbiamo avuto fra di noi molti sognatori, utopisti, creatori di fantasticherie che poi hanno anche dato un contributo materiale al cambiamento. Pensa a Gaetano Bresci!   “La natura ci disprezza ed il resto vien da sé”. Personalmente spero che gli animali comincino ad organizzarsi, che l’umanità perda questa guerra ad armi impari, facendo tornare la creatura-uomo ad essere parte della catena alimentare. Ci sarebbe un equilibrio. Voi per chi tifate? Se lo chiedi a me, uno dei miei sogni sarebbe, ad esempio, il ritorno delle mucche selvatiche nei boschi d’Europa, assieme a tutti i predatori maggiori. Certo non sarebbe quella natura addomesticata che tanto piace ai vacanzieri, e anche l’andar per funghi diventerebbe un affare da condurre con prudenza, ma sarebbe più giusto: cioè io accetterei tutto ciò con la dovuta abnegazione. Se fossi presente, ovviamente.

A volte provo una grossa invidia per la generazione di mio nonno: sono stati gli ultimi a vedere le spiagge del Mediterraneo come dovrebbero essere, senza neanche una bottiglia o una busta di plastica, solo conchiglie e legni... è molto strano se ci pensi: a noi questa visione sarà preclusa per sempre. Molto malinconico questo aspetto. In linea di massima concordo con questa ipotesi di palingenesi vagamente catastrofista che vedrebbe l’uomo decisamente ridimensionato: sarebbe una specie di risarcimento.  Attenzione però che in un mondo siffatto non ci sarebbe posto per sogni vegani et similia; come dicevo prima NON sarebbe l’Arcadia... Queste ipotesi funzionano in un contesto relativamente benestante caratterizzato dall’abbondanza e dalla varietà di scelta. Non c’è a tutt’oggi nessuna evidenza che nel passato l’uomo abbia fatto scelte alimentari o ecologiche particolari, semplicemente erano pochi e attrezzati alla meglio, e il loro impatto ecologico era trascurabile. Anche i primati, nostri parenti stretti, alla prima occasione si abbuffano di termiti, molluschi, girini, tutto quello che riescono ad acchiappare. Se ci fossero 7 miliardi di scimpanzé farebbero estinguere molte specie anche loro!  

alla fine Siamo diventati in media tutti più belli, ma in modo inquietante. Di qui il paradosso del “tutti brutti”

Canzoni contro la natura è interamente prodotto da voi. Parlateci di questa esperienza di totale libertà artistica. Beh, dopo tutti questi anni ci sentivamo in un certo senso legittimati a tentare questo passo. Siamo molto, ma molto contenti di averlo fatto. Ci tengo a sgombrare il campo: non è che fin qua non abbiamo avuto libertà artistica, anzi. Tutto quello che senti nei nostri dischi precedenti è stato fatto in totale indipendenza, nessuno ci ha mai detto quando e come fare qualcosa. Anche quando si trattava di darsi la zappa sui piedi (e nel nostro passato non è mancata l’occasione), abbiamo agito deliberatamente e svincolati da qualsiasi imposizione esterna. Qui più che altro è stata una questione di metodo, non di merito. Abbiamo iniziato da dei provini registrati senza metronomo e senza l’aspettativa che generalmente si crea in uno studio “ufficiale”, e lì sono iniziate le sorprese. La cosa interessante è stato lo scoprire quasi casualmente che le take fatte in sala prove avevano una marcia in più...ci senti un gruppo che praticamente non sa che quello che sta facendo finirà in un disco, e il risultato è una naturalezza particolare. In tutti questi anni non avevamo mai registrato per bene le nostre prove, e a questo punto ci dispiace di non averlo fatto prima, tutto qua.




Ascoltando il passaggio “Guardate questa vecchia quercia, distrutta dalla vostra guerra. Voi piangeste mille figli morti, ma questa pianta ne vale altrettanti” nella vostra canzone “Albero di Tiglio” mi sono commossa. Non esisterà vera giustizia su questo Pianeta, fino a quando anche animali e piante e fiumi e mari avranno diritto di voto e firmeranno il loro consenso (o anche no) per lo sfruttamento. Sappiamo che questo non sarà attuabile “prima che sia troppo tardi”. Resta soltanto la rassegnazione? Un futuro da bere per non pensarci?  A volte penso a questo paradosso: le leggi dell’antica Roma prevedevano la pena capitale per chi chiudeva un pozzo, o inquinava un fiume. Ora in tanti vogliono la pena di morte per i reati contro la persona, come se un reato che tocca un singolo fosse una cosa enorme, mentre un reato che coinvolge tutti, umani e non, fosse per così dire più “diluito”... bParadosso a parte (e fermo restando che per noi la pena di morte è un abominio) capisco l’angoscia che si prova interrogandosi su queste questioni...e se davvero fosse troppo tardi? Io continuo a sperare che non sia così, anche se molti indizi fanno intravedere una specie di “fine della storia” o “sciopero degli eventi”, per dirla con Baudrillard. La rassegnazione però non deve trovare spazio: l’esistenza trova il suo significato più autentico nella rivolta, tanto per citare un altro illustre francese. Che poi questa rivolta può essere anche minima, è una questione di forma mentis. Se passo mezz’ora da solo a ripulire un bosco dalle cartacce mentre potrei andare a fare i freni a mano in un piazzale ho già fatto un passo importante, e non importa se non lo nota nessuno, se non gliene frega niente a nessuno. Qual è il futuro della musica in Italia? Radioso, direi. Molti si lamentano, io però ci tengo a ricordare che quando ho iniziato ad avvicinarmi a questo mondo — era il 1989 — c’erano più che altro cover band insieme a gruppetti da concorso a un livello veramente base, e in alto un’élite, una manciata di gruppi rinomati e visti come inavvicinabili. Che le cose da allora siano cambiate in modo evidente è un fatto: chi lo nega secondo me è profondamente in malafede o ha una visione mitizzata del passato. Adesso vediamo l’espandersi inarrestabile di una fascia di band che si crea un suo seguito, un suo giro, un suo riscontro, spesso senza sottoporsi a quella forzatura della “gavetta”, pretesto tutto italico per tenere una proposta musicale a brancolare nel buio per almeno un decennio. Fortunatamente adesso molti dischi d’esordio vengono perlomeno considerati. Per non parlare degli enormi progressi stilistici di generi come il rap, del ritorno incoraggiante della musica da film, eccetera. Prossimi concerti? Abbiamo già fissato molte date nei club. Seguirà una tranche estiva che speriamo di vedere ben fitta e variegata, per accontentare un po’ le richieste di tutti. Abbiamo veramente tanta voglia di tornare a fare concerti: per gente come noi che viene dal “busking” quello è il momento caratterizzante, quello che dà al nostro progetto il crisma della realtà.




Roy Paci


Rosario Paci, detto Roy per esigenza eufonica, trombettista, musicista, arrangiatore, produttore,

imprenditore musicale nato ad Augusta 44 anni fa; emigrante, tornante. Ăˆ per ora esportato dalla Sicilia alla Puglia, a Lecce, dove ha messo su una casa di produzione musicale che sforna lavori di prestigio dalla canzone d’autore allo skapunkboh, alla musica d’avanguardia (http://www. posadanegrostudios.com). Se scorrete la pagina su Wikipedia esce il ritratto eclettico di qualcuno che negli ultimi venticinque anni oltre che aver lavorato come un pazzo ha anche saputo scegliere a chi dire di no.

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Federico Bonelli


#MusiC

E

non sembra andare per il sottile perché suona con i famosi, ma inoltre scopre talenti e li produce. Da una sbirciata su Wikipedia - perdonatemi la lista - spuntano Negrita, Vinicio Capossela, Piero Pelù, Samuele Bersani, Luca Barbarossa,Teresa De Sio, Bluebeaters, Mau Mau, Linea 77, Giorgio Conte, Nicola Arigliano, Cesare Basile, 99 Posse, Subsonica, Marlene Kuntz, Frankie HI-NRG MC, Carlo Actis Dato, e stranieri quali Manu Chao, Eric Mingus, Sean Bergin, Ned Rothemberg, John Edwards, Amy Denio, Han Bennink, Walter Weibous, Flying Luttembachers, New York Ska Jazz Ensemble, Zap Mama, Trilok Gurtu, Tony Levin, Macaco, Gogol Bordello, Mike Patton”. Ginaski ordina e io domando. Molto cortese Roy risponde.

mettono di confrontarci con l’underground vero, quello delle cantine, dei garage, degli sforzi e sacrifici di chi cerca con tutte le forze di emergere dal costrittivo territorio italiano. Da un po’ di tempo, ad esempio, abbiamo creduto in un bravissimo giovane cantautore di nome Diodato, che quest’anno sarà anche a Sanremo. Ma nella nostra etichetta abbiamo anche proposte musicali che si confrontano senza temere confronti col panorama internazionale come i fortissimi See You Downtown.

Tu hai lavorato a diverse colonne sonore, in particolare mi riferisco al film “Se chiudi gli occhi” di Lisa Romano. Mi racconteresti un po’ il cinema dal tuo punto di vista? E come vedi oggi un cinema in cui si può anche raccontare una storia con pochi soldi? Sai, per me è come quando la musica uscì dagli studi di registrazione e farla diventò a Musicista, auto-esportato, esportabile, con la storia in mezzo mon- portata di chiunque: oggi è cosi’ per il cinema. Non so, magari non do, salti fuori nei miei ricordi di una festa ambiente sud pugliese nel ha senso parlare di cinema invece che di musica... 2007, una specie di idolo pazzo su un palco stretto. Da questo sud Il cinema ha da sempre occupato un posto fondamentale nella mia vita. da cui oramai si va e viene un po’ come ci pare... Tu dove vivi ora? Ho scritto per 8 colonne sonore, ho avuto anche un Nastro d’Argento e Io vivo sempre in giro nel mondo, ma mi vanto di aver creato un bel- una candidatura al David di Donatello per “La Febbre” di D’Alatri. Amo lissimo luogo della musica in Puglia, esattamente a Lecce. Ho messo su morbosamente il grande Lynch e il contributo indissolubile delle musidegli studi di registrazione professionali (Posada Negro Studios) dove che di Badalamenti. In Italia penso che registi come Sorrentino e Virzì registrano un sacco di amici e stiamo dando a vita delle interessanti pro- stiano facendo un ottimo lavoro e i risultati si vedono. La cosa imporduzioni audiovisive che presto vedranno la luce. tante per scrivere un bel film per quanto mi riguarda è lo stupore, che possa stordire il fruitore e lo trasporti verso immaginari visivi e sonori La cosa che mi colpiì quella volta è che i ragazzi del Gargano co- del tutto imprevedibili. noscevano tutte le tue canzoni a memoria... e anche mi colpì che esistesse una scena underground che mischiava rap e taranta tra i A proposito di Sorrentino, per C magazine ho visto e recensito La ventenni di lì. La cosa sorprese me che sono ignorante, ma per te Grande Bellezza, che mi è sembrato un film poetico, bello, commoè probabilmente ovvia. Cosa ne pensi di queste commistioni, dove vente ma un po’ tossico nel modo in cui toglie ogni speranza alla vedi succedere le cose musicalmente più interessanti oggi? generazione nuova. Non dico nulla di male e spero Sorrentino vinca Le commistioni nella musica sono la linfa vitale della musica stessa. l’Oscar, ma vorrei anche annusare altri messaggi, altre utopie, anSenza le contaminazioni si avrebbe un appiattimento creativo che non che irrazionali, anche senza speranza. Che ne pensi dell’utopia? darebbe alcun risultato innovativo. Mi considero un bastardo perché Sono d’accordo con te sull’uso dei messaggi irrazionali nel cinema, che non sono stato mai un musicista ortodosso e ho sempre rifiutato le eti- facciano vacillare le certezze dei botteghini, che possano sovvertire l’uso chettature. smodato delle leccate trame amorose che racchiudono una certa ovvietà In un mondo senza confini si ha la percezione più limpida dello sviluppo di facciata. L’utopia ha un ruolo importante nell’esprimere concetti nati della creatività, in ogni campo dell’arte. Tra i vari Paesi nel mondo dove dal sogno, come contraddizione del reale. Del resto De Andrè diceva vedo un incredibile scena culturale metto il Giappone al primo posto. “un uomo senza sogni, senza utopie, senza ideali sarebbe un cinghiale laureato in matematica pura”. Sono sempre più convinto che per immaE dieci anni fa? ginare il futuro bisogna partire dalle rovine del presente, dribblando il Dieci anni fa, tutti i gruppi nati nel fermento delle posse e dei vari centri riduzionismo semplicistico del pensiero totalitario, e proiettandosi in di produzione indipendente hanno creato in Italia una scena indipen- uno stato di perpetua mutazione. dente veramente importante. Mi riferisco a gruppi come gli Almamegretta, Casino Royale, Mau Mau e subito dopo ovviamente anche i miei Sapendo di doverti fare delle domande ho cercato qualche ispiraAretuska! Eh eh eh zione su you tube e ho trovato questo link: http://www.youtube. com/watch?v=RbwtwFMhCdA È forse il segno che stiamo reinventando di nuovo, in un’altra incar- Genova per me è stata la goccia in più che mi spinse a emigrare. nazione, la musica folk? Personalmente non ci andai e quel luglio, impotente, da solo in una Il folk inteso come folklore ovvero sapere del popolo, ha sempre una Roma deserta, ricordo che spaccai il televisore a manate. Ti vedo nel parte determinante nella formazione di nuovi stili e commistioni. La video intonare Bella Ciao in mezzo alla marching band sul lungoconoscenza della radice popolare è fondamentale: mio nonno diceva: mare e mi sembra di assistere a una storia che non è successa, che “prima di curriri a sapiri camminari” (prima di correre devi imparare a non ha visto nessuno, al film caduto qui da un universo parallelo. camminare). Mi racconti cosa ti dice a te questo clip di Genova? Se vuoi... Genova è stata una prova inconfutabile del regime occulto in cui riversa Ho letto che ti sei prodotto da solo, hai prodotto altre band, sei riu- da anni il nostro Paese. Preferisco non ricordare lo schifo e la violenza scito a portare in Sicilia artisti importanti e allo stesso tempo a far- che abbiamo subito in quei giorni di repressione militare che ha scavalne uscire dal ghetto alcuni che sono diventati importanti. Come hai cato i limiti dell’umanità. fatto? Ho iniziato circa 17 anni fa con la mia piccola etichetta indipendente Ok, magari possiamo parlare di musica, un’ultima domanda del tuta produrre dischi che altrimenti le major non avrebbero mai prodotto. to irrazionale: qual è la tua nota preferita, il si bemolle, il sol? E che Da lì, è stato un continuo appassionarsi a progetti e musicisti che hanno colore ha? alimentato a far crescere la scuderia musicale. La mia nota preferita è il mi bemolle, la stessa tonalità di quei blues della Etnagigante nel frattempo, grazie a valorose e preziose persone come grande Billie Holiday che si piantano nel cuore. Esprime esplosione, sia Manuela e Grazia, è diventata una sorta di bacino creativo che realizza nell’accezione gioiosa che in quella triste del termine. Il suo colore è il eventi, festival, produzioni audio/video e gran parte dei tour degli artisti marrone, quel colore che non esiste nell’arcobaleno, ma che infonde neldella Label. l’uomo un costante bisogno di ricerca d’armonia e di benessere fisico. Si dice generalmente che chi predilige il marrone è una persona positiva Adesso stai producendo qualche giovane? Vale la pena produrre e soddisfatta della vita che conduce. Sarò per caso io? giovani, investire su giovani? Quali? Bisogna sempre aiutare i giovani talenti, perché sono loro che ci per- ...Grazie Roy, buon lavoro!


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Il cocktail giusto per le tue esigenze. 1/3: progetti grafici e comunicazione creativa per la pubblicità ed il marketing. 1/3: editoria, produzioni, stampa di: libri, CD, DVD, brouchure, leaflet, manifesti, locandine, biglietti da visita. 1/3: produzione e postproduzione video.

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Ridatevi Fuoco...Bastardi! a cura e di

Pino Scotto

Pino Scotto, ogni mese, risponde alle domande dei lettori. Invia una mail a: staffcmag@gmail.com

Droman - Ciao Pino, sto partendo per trovare un po’ di vita altrove. Mi chiedo: perché con i grandissimi Vanadium non siete andati in un paese meno ingrato per il Metal? Ti abbraccio e ti ascolto! Ciao Droman, purtroppo per colpa di un potere infame e ladrone che ha messo in ginocchio l’economia e la dignità di questo Paese, moltissimi ragazzi come te sono già andati via o pensano di andare a cercarsi un futuro in un altra Nazione. Comunque, sicuramente sarà un’ottima esperienza di vita da cui potrai ritornare più maturo e magari economicamente più tranquillo. Riguardo ai Vanadium, invece, le opportunità le abbiamo avute... ma credimi, mettere d’accordo una band è molto difficile. E poi comunque erano altri tempi, inutile piangere sul latte versato. Stay Rock ! Adriano - Ciao grandissimo Pino, ti seguo sempre su Rock Tv e adesso ti leggo anche su C magazine. Spero che risponderai a questo messaggio o che lo leggerai, mi farebbe molto piacere. Io noto che il problema dell’Italia, oltre ai politici ed altro, è il popolo… il popolo italiano sempre più incoglionito. Ed il problema più grave è che i giovani sono, a mio avviso, la fascia peggiore. Parlando di politica, il partito di Beppe Grillo mi sembra l’unica alternativa allo schifo istituzionale di oggi, eppure, quando parlo di Beppe molti mi prendono in giro e si vantano di aver votato partiti come il PD o il PDL... ma stanno male?! Partiti che hanno condotto l’Italia allo sfascio, invece di essere criticati fortemente, vengono sostenuti specialmente dai Giovani che poi rappresentano la classe più colpita dalla crisi e dagli scempi politici. Trovo sia sintomo di idiozia! Io vengo da Napoli e la mia terra è purtroppo stata colpita dall’ olocausto dei rifiuti tossici, e i politici e le persone di quelle zone sapevano tutto, ma ciò nonostante vengono ancora votati ed in certi casi addirittura elogiata dal popolo, quando invece dovrebbero essere “linciati”, a parer mio. Io partecipo a molte manifestazioni per i diritti dei lavoratori e dell’ambiente, e quando chiamo persone per farle partecipare, ricevo sempre risposte negative. Poi però, queste stesse persone, sono le prime a lamentarsi che l’Italia fa schifo, ed io credo sia un comportamento incoerente! Ritengo che il popolo italiano ed i giovani italiani, per quello che vedo e sento, si meritino in fondo un Paese così di merda. Altro cosa che vedo è l’intolleranza, persone che vanno in Chiesa, e poi non esitano 2 volte ad essere omofobi e razzisti. Ci sarebbe molto altro da dire, ma l’ unica parola che racchiude tutto è Schifo. Grazie per la lettura ed Auguri Ciao Adriano, sono più che d’accordo con te su tutto, ma purtroppo il problema non sono gli italiani... bensì la razza umana, che per la maggior parte è composta da ladri, puttane e leccaculo. Per questo motivo il mondo fa schifo, altrimenti sarebbe un luogo bellissimo dove vivere questa magica esperienza chiamata vita. Un posto dove i bambini possano essere protetti e dove gli adulti sappiano cos’è la dignità e la compassione. Fortunatamente c’è una buona parte di persone che vorrebbero un mondo pulito nel quale la parola giustizia non sia solo scritta nelle aule dei tribunali. Comunque, amico mio, ognuno di noi ha l’opportunità di poter scegliere come vivere e da che parte stare. Tutti gli altri si dessero fuoco! Carla – Ciao Pino, la musica è una mia grande passione da sempre, ma purtroppo i miei genitori mi impedirono di studiare uno strumento quando ero ragazzina. Adesso ho 35 anni e mi piacerebbe coronare questo sogno… credi sia troppo tardi? E che strumento mi consiglieresti ? Io adoro il basso elettrico. Un bacio! Ciao Carla, a parte che non è mai troppo tardi, ma vista questa tua passione devi assolutamente coronare questo tuo sogno e vedrai che ogni nota che imparerai a suonare sarà una grande emozione diversa. Io non mi stancherò mai di dirlo: se non era per la musica, probabilmente sarei diventato o un ladro o uno spacciatore. Non credo che sarei riuscito a reggere tutto il male di questa schifosa società che ogni giorno cerca di fottere la tua dignità e i tuoi sogni. Ti mando un grande abbraccio e un in bocca al lupo per tutto. Kisses ‘n’ Roll!!! 15


#Cove


erBeat


Io ti Guardo!

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I

Ginaski Wop -

illustrazione

MoniR

ncontriamo Fausto Enni, autore televisivo che da anni compone e dà forma a svariati reality show, uno su tutti il Grande Fratello, sin dalla prima edizione. Chi meglio di lui potrebbe esporre cosa c’è dietro alla costruzione e al confezionamento di una realtà... ma pare che per concepirla, basti solo far muovere le pedine giuste nella giusta scacchiera. Non confezionare... basta solo mostrare!


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Come si confeziona la realtà? Una domandina da niente eh?! (ride, nda). È un tema fondante. La realtà non deve essere confezionata, nel senso che nel momento in cui lavoriamo a un format, come potrebbe essere ad esempio il GF, non partiamo da sovrastrutture. Quando montiamo una “giornata-tipo” del GF facciamo delle scelte, e naturalmente decidiamo cosa montare e cosa mandare in onda, offrendo una nostra interpretazione della realtà. Quando invece ti poni davanti a uno schermo e segui il flusso di un’ora o 24 ore di vita di un gruppo di ragazzi chiusi in una casa, l’unico confezionamento della realtà è dato dalla scelta del regista: cosa seguire o cosa mettere in evidenza rispetto a quanto accade in quel lasso di tempo. Quindi direi che gli unici “interventi” riguardano montaggio e scelte registiche. Perché la realtà rappresentata affascina più della realtà vissuta? Perché scatta il meccanismo di identificazione, suggerita dalla surrealtà offerta da una situazione straordinaria che vede gente ordinaria sotto i riflettori intenta a fare quanto potrebbe accadere in una qualsiasi casa comune. È un po’ come il cinema verità, il neorealismo... abbiamo esempi illustri del passato. Uno spaccato di realtà, in qualche modo filtrata attraverso la visione di un autore o di un regista. Se esistono - ed immagino di sì - che parametri psicologici deve avere un concorrente che viene selezionato a un reality? È un discorso molto difficile, perché bisogna sempre avere una visione globale in quanto un concorrente non ha solo un valore in sé, ma acquisisce un valore relativo agli altri che andranno a comporre il cast. Ci poniamo sempre un’idea di come un personaggio possa relazionarsi con un altro. Dopodiché, come valore assoluto di un concorrente ci deve essere la capacità e la voglia di raccontarsi, di esporsi, di compromettersi, senza troppi filtri. La Motivazione è fondamentale. Potrebbe sembrare un dato banale, ma non lo è. È ovvio che il super timido è difficile che possa entrare a far parte di un programma del genere... Chiaramente chi viene a fare un’esperienza di questo tipo ha alla base una buona dose di narcisismo e il desiderio di mostrarsi, che poi è la molla che smuove l’interesse di chi guarda un programma del genere. In realtà non c’è un parametro precostituito, si tenta di comporre un quadro con più colori possibili. Che è quello che poi dà ricchezza a un racconto.

Il reality è stato un linguaggio molto forte, specie ai suoi inizi. Ma non credo abbia influito sulla vita comune, anche se inizialmente il rischio è stato alto: il rischio di cadere in quello che noi chiamiamo il Rialitìsmo, che potrebbe portare il concorrente a forzare alcuni lati del carattere per accattivarsi la simpatia del pubblico. In parte forse è stato slatentizzato un voyerismo popolare, ma anche questo è un fattore che varia di Paese in Paese. Ad esempio, la reazione che certi programmi suscitano in Italia e Spagna, dove hanno preso un aspetto più preponderante, sono differenti a quanto invece accade negli Stati Uniti o Australia... In Italia o in Spagna forse si è più interessati alle relazioni umane. Siamo un Paese già di per sé più portato a vedere e osservare determinati aspetti, ma da prima del GF. Forse fa parte della nostra natura l’aspetto della “piazza”, dello “struscio” del paese, di vedere la gente come si comporta e cosa fa. In America invece il format è tutto più giocoso e basato su prove ludiche e fisiche. Ci sarà un calo di ascolti fisiologico del reality oppure la sua preponderanza resterà intatta nel tempo futuro? Il reality è diventato un genere televisivo. Ma naturalmente rispetto all’exploit delle prime edizioni, è una realtà che si sta normalizzando, e trovo sia un dato del tutto nella norma. C’è da dire che il reality così come il talent resta sempre una grande piattaforma di intrattenimento. Anche in ambito artistico, il talent ad esempio, resta quasi l’unica vetrina che l’aspirante artista ha.

In virtù delle critiche che spesso vengono mosse nei confronti dei reality, colpevoli secondo alcuni critici, di aver corrotto alcuni aspetti della nostra società, ti capita mai di porti in modo critico nei tuoi stessi confronti? Sensi di colpa o crisi di coscienza? Io lo prendo come un momento di vita che i concorrenti devono vivere, e ripeto, non credo che possa cambiare la società. Non volendo nascondermi dietro a un dito e volendo fare un’autocritica - non come autore ma come ipotetico spettatore - riconosco che attraverso le nostre scelte può capitare di creare modelli sbagliati, e ci sono infatti alcuni concorrenti del GF con i quali non ci andrei certo a prendere il caffè, e altri con cui invece andrei volentieri a cena. Di alcuni ne posso condividere i comportamenti come di altri per nulla. Ciò detto, non penso di avere fatto questi danni epocali che spesso ci vengono ascritti. E come diceva Hitchkock: Il reality ha modificato il modus vivendi dell’italiano- “Stiamo solo parlando di televisione!”. medio o ne ha solo slatentizzato gli aspetti più intimi, L’Italia ha problemi ben più gravi. In fondo noi propocome ad esempio voyerismo ed esibizionismo? niamo solo una forma di intrattenimento.

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Dialogo su


ulla Realtà testo

Federico Bonelli

Rocco Siffredi, nom de plume del più noto talento di Ortona, re del porno maschio, sdoganatore del genere, dalla psicopatologia sociale segreta al mainstream turgido pansessuale del quotidiano. A dire il vero Rocco non è stato il primo in assoluto. Le prime furono le “dive future” di Schicchi: Cicciolina in Parlamento e l’affaire della “povera Moana”. Ma non fa nulla, perché Rocco non fatica ad ammettere che le donne stanno sempre avanti. Siffredi è stato regista di 251 film, attore in 452 [fonte wikipedia], ha interessato, scandalizzato o fatto incazzare, con la sua spigliata e esplosiva capacità di performer, femmine e maschi di ogni tipo e orientamento sessuale. É quindi persona nota, persino troppo. Ricordo quando mise un po’ in imbarazzo mezza Italia con lo spot sulla patatina... Tutti a sghignazzare, finché la moglie o la sorella di qualcuno non ti chiede “Perché ridi?”. Situazionismo puro. Il porno, nell’arco della gioventù di molti, è passato dallo svillaneggiamento del cinema sordido da militare in libera uscita, a quello trasversale d’oggi, in cui la pornografia vera ti arriva dalla tv in prime time e dalle gallerie d’arte di mezza Europa. Ci siamo detti qui a Cmagazine che Rocco, proiettato nel XXI secolo e ben radicato nel più sodo e variegato dei business - quello del sesso immaginifico, della grande illusione del “point and fuck” – avrebbe potuto illuminarci meglio di chiunque altro sulla sottile commistione di reale e falsità che respiriamo ogni giorno. Così ci abbiamo fatto una chiacchierata e dopo qualche ripensamento, qualche storia sul cinema d’autore, ha iniziato a elargirci piccole perle di sociologia di prima mano. Intervista telefonica, Amsterdam - Budapest, come dire il passato e il presente dell’immaginario porno-industriale...


Il cinema è visto in genere come artificio, irrealtà per definizione. Eppure è in grado di dare accesso a un livello di sensibilità superiore, di iperreale. Del cinema di genere la pornografia ha potuto sperimentare entrambe le varianti: dalla montatura assoluta all’iperreale. Tu che ne pensi? Io non parlo per il cinema parlo per il porno, che è un’industria che conosco, ma anche un lavoro di cui ho esperienza trentennale. Per quanto riguarda me io amo il surreale. O come tu dici l’iperreale. Che alle volte si può vedere nel porno. Non è questione di genere. La pornografia rispecchia la società del momento, per questo ora è così mainstream, tutta violenza. La gente vuole le triple penetrazioni anali, l’estremo. E l’impatto della pornografia sulla società è fortissimo, proprio per il fatto che sia così facilmente accessibile, anche gratuitamente, tramite la rete. È un linguaggio che si sta universalizzando con effetti abbastanza dirompenti sul modo con cui la gente scopa ed è importante per come vive: effetti non sempre positivi. Lo so perché oggi come oggi arrivano da me delle ragazze che fanno tutto in un certo modo: tutte uguali! Come se fossero programmate e lo facessero perché si fa così: sono già in una rappresentazione ancora prima di cominciare. Non importa se arrivano dall’Est o dalla Francia. Scopano tutte allo stesso modo. La cosa diventa tutto sommato abbastanza inutile, anche per produrre porno. Ti va di parlarmi del rapporto tra realtà e pornografia? Alle volte sul set si incontrano persone strane. La conosci Sasha Gray? Mi trovavo su un set con lei, uno dei suoi primi film. Aveva compiuto diciotto anni da poco, e prima di girare mi viene lì e mi dice: “Se ti va di colpirmi allo stomaco, di darmi dei pugni... fallo!”. Sono rimasto colpito e le ho chiesto il perché. Lei mi rispose: “Pensavo che nel porno foste più aperti alla sperimentazione”. Indipendentemente dal fatto che poi Sasha abbia fatto carriera in un certo modo, questa attitudine è il messaggio che è passato. Si presentano un po’ tutte così, con questo genere di aggressività, che poi alle volte è vera, altre volte maschera fragilità. Capisci? Quanto c’è che può essere rappresentabile in un contesto che è aperto a questo genere di interazione? Sì, il porno si può fare come ginnastica, ma ci può essere anche molto di più: si può essere al massimo della vulnerabilità o al massimo della concentrazione e farne uno strumento d’espressione”. Quindi secondo te il problema della realtà oggi è soprattutto un problema di essere o non essere liberi rispetto alla gran quantità di modi con cui


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ci ingabbiamo in rappresentazioni? Be’ sì, se poi guardiamo all’immaginario sessuale, è importante e dovrebbe essere curato di più. Ma quindi in senso extramorale cosa ci insegna la realtà del pornografico? Se andiamo a scavare nella cosiddetta realtà dei rapporti umani, troviamo che la più grossa delle ipocrisie è proprio legata al sesso. Ho conosciuto amiche escort che vanno con gli arabi perché questi preferiscono fare sesso con loro e non con la moglie, mentre la moglie si chiama un escort uomo. Guarda, non c’è niente di più triste nella vita di andare a chiavare con la propria donna quando non ti tira più, magari sforzandosi per farla contenta, e lei al tempo stesso, magari finge l’orgasmo. E questa è una realtà diffusissima, al di là del cattolicesimo o della morale. E succede che a 40 o 50 anni uno molla tutto, molla la moglie e i figli per una scopata come si deve. Ma ti sembra bello? Quindi in prospettiva cosa cambia? E cosa cambierà nella realtà a causa del porno? A mio avviso l’apertura che c’è oggi è meglio di prima. Ma al tempo stesso c’è anche una ipocrisia di base per cui si dice Noi accettiamo ma non vogliamo metterci la faccia, non ci riguarda. Non è possibile. In un mondo in cui la pornografia è dilagata a livelli surreali - e te lo dico da produttore - bisognerebbe fare attenzione a non mischiare troppo. Forse era meglio quando c’era il red district: non tutti vogliono vedere tutto e io ero favorevole a separare il materiale di un certo tipo dal mainstream. Ma oggi hai internet in cui c’è tutto e i ragazzini di 13/14 anni si formano su un’idea sbagliata del sesso perché non sono pronti a quello a cui si espongono. Se non si interviene si rischia un genere di coscienza deviata. Rimane il fatto che anche fuori dall’industria la realtà in cui viviamo è ipocrita fino al midollo; chi fa la morale non convince. E sono i primi fruitori di roba estrema. Cosa pensi della moda del porno in arte? Finalmente! Non tutta la pornografia è arte e viceversa. C’è però gente che fa porno con convinzione: il sesso è sempre stato uno spunto per gli artisti. Chi fa porno con la costruzione di un’enfasi mentale particolare, che ti prende in modo forte e ti coinvolge, fa arte. Un film può essere pornografico, un film di merda, bruttissimo. E al tempo stesso può non essere pornografica, ma erotica, una donna con 10 uomini che lo fa in modo coinvolgente, senza limitazione in ciò che vedi. Non c’è altro discriminante: non è quello che vedi, ma quello che senti a darti la situazione erotica o pornografica. Pornografico è un termine che uso apposta in senso negativo. Porno è un grande calderone - e mi ci trovo benissimo - in cui ci può essere di tutto. E io ci sguazzo benissimo, non mi tiro fuori per fare quello che “fa l’erotico”. Io faccio molto porno, ma credo di aver captato le potenzialità del mio lavoro e ci metto il massimo della passione.

Il fatto che il tuo nome sia conosciuto, sia il nome per eccellenza del “pornografo”, al di fuori di tutto, non può che essere segno del fatto che fai ciò che fai con passione e cura estrema nel prodotto. Un mio caro amico diceva, in modo un po’ cinico, che l’unica arte onesta è la pornografia perché si misura in seghe. Io penso che si possa trovare della qualità in ogni arte ben applicata e la passione di chi la fa si percepisce. Sia di un liutaio che di un “trombatore”... Certo, però ricorda che il porno è ciò che si vede di più nel mondo: sul porno ci si butta chiunque, hai tanta roba che non vale una cazzo in giro! E ciò che ti arriva così agisce su di te: c’è così tanta aggressività... e l’aggressività viene dall’insicurezza. É soprattutto l’insicurezza che fa caricare un ventenne di viagra prima di un incontro. Il che è assurdo, no? É l’insicurezza soprattutto dei maschi che è insostenibile e genera violenza vera. Ne siamo pieni e sembriamo volerne consumare sempre di più. Non è bello. Cambiamo discorso. Il famigerato libertino Donatien Alphonse François de Sade, si provò a dare una definizione senza pregiudizi della realtà. Scrisse un libro intitolato “La filosofia del Budoir” in cui si alternava un incontro di sesso spinto a disquisizioni filosofiche. Scrisse in definitiva che l’universo di infiniti soli, di galassie pronte a collidere tra loro, di mondi che si distruggono in esplosioni immense o gelano, in cui l’uomo è un caso assurdo, non ha che un solo principio razionale, una legge naturale implacabile e reale, quella del piacere, e che quindi l’unica cosa da fare per assecondare la legge della natura sia fottere. Ti senti vicino a questo genere di pensiero? Magari, lui ci ha fatto pure la galera! Io mi considero uno piccolino al confronto. Ecco, un seguace, un epigono. Ma dai, non ti interesserebbe fare una cosa del genere, in cui si mischia pornografia e disquisizione filosofica? Perché no!? Mi hanno chiamato di recente a Milano a fare del coaching per persone che lavorano ad alti livelli, e volevano che gli parlassi del sesso. Una platea di 1200 persone. Io mi dicevo Ma che gli racconto a questi?. E lui mi ha detto Rilassati, partiamo come un’intervista e poi vai, fai come vuoi, improvvisa. Sorprendentemente mi sono trovato a mio agio e alla fine ho parlato per un’ora e mezzo. Vedi, quando decisi di fare questa carriera non avevo certo la prospettiva che ha uno che inizia oggi: mica era un lavoro allora, mica lo potevi dire in giro. L’ho fatto per scelta, e affrontato in un certo modo, costruendo con l’esperienza. Ho una moglie strepitosa, due figli bellissimi, non rappresento certo il tipico esempio di pornoattore. Quindi alla platea ho parlato più che altro di me, delle scelte della vita, e non di di sesso, e ho avuto grande attenzione e interesse. Mi sono sentito a mio agio. Tutto sommato direi che sei un buon artigiano, che conosce la sua arte... Ecco sì, un buon artigiano...

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Rito È realtà

N

icolai

Lilin è uno che di rito, codici e

simboli ne ha fatto il messaggio che gli

consente di muoversi un uno spazio artistico, letterario, filosofico e civico.

lo abbiamo contattato telefonicamente ed abbiamo fatto una lunga chiacchierata sulla realtà e altre testo

Verità.

Erika Grapes e Ginaski Wop

I bambini, i saggi, gli animali conoscono la verità pura. È così? Esiste un principio. Forse i bambini, gli animali e i vecchi, si avvicinano di più a questa fonte iniziale di quel che può essere il “principio” della vita. Essendo meno distratti dalla quotidianità, riescono ad essere più concentrati su quella nostra base naturale fondata sull’istinto. Qual è la relazione fra religione e realtà? Be’, ci si potrebbe scrivere un libro (ride, nda). La religione è forma, mentre la realtà è materia. La prima tende ad adattare la seconda alla propria forma. Ed è un eterno processo nel quale gli uomini sono impegnati da sempre, perché cercano, attraverso la religione, di dare una forma a quella che è la realtà e trovare una Verità universale alla quale forse non ci si può arrivare né tanto meno darne un vero senso, probabilmente perché noi non siamo adatti a conoscerla. È più preziosa la paura o il coraggio?  Sicuramente la paura! Il coraggio, senza una dose di paura è un sentimento distruttivo. Le persone prive di paura, in cui eccede il coraggio, arrivano all’au-

todistruzione, diventando in certi casi elementi nocivi nei confronti della società. Basti vedere i casi recenti di terrorismo in Caucaso e il comportamento dei suicidi. Comportamenti che ho studiato molto, nell’epoca in cui lavoravo per i Servizi alla cattura dei terroristi. La prima cosa che mi colpì durante le lezioni di psicologia del terrorismo, fu scoprire che queste persone subiscono trattamenti veri e propri in cui vengono somministrati loro farmaci e psicofarmaci, e sedute di psicoanalisi, per eliminare totalmente il sentimento della paura. Si genera un’enorme fonte di coraggio insensato, che naturalmente porta i soggetti in questione a compiere atti distruttivi nei confronti della società e di sé stessi. È proprio senza la paura e con il solo il coraggio che una persona perde il buon senso e la capacità di ragionare e diventa facilmente manipolabile. È meglio avere la paura, che oltretutto è il primo sentimento naturale che ci protegge. È molto importante sapere che la paura non deve però trasformarsi in terrore, perché in condizioni di terrore tutti gli istinti umani si bloccano e avviene una sorta di morte spirituale in cui non siamo più capaci di guidare il nostro corpo. Ecco, in quel momento, una buona dose di coraggio forse servirebbe all’uomo. 


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Cos’è il crimine? Quanto la cosiddetta “malavita” ha contaminato la società, o quanto la società ha contaminato la malavita?  Bella domanda. Per rispondere alla prima parte: ci sono diverse modalità di attuazione e diverse opinioni sul crimine. Il concetto di crimine è relativo e non tutti la pensano allo stesso modo su ciò che è considerabile come tale. È come per la verità: la verità può essere tua, può essere mia, di una terza persona o può essere assoluta — la vera Verità — quella di cui nessuno fa esperienza. Lo stesso ragionamento si può applicare al concetto di crimine. Il crimine di solito è una situazione che va contro un ordine prestabilito da una maggioranza di persone all’interno di una comunità. Un codice di comportamento. Ad esempio, se io e altri cento abbiamo deciso che all’interno della nostra comunità bisogna comportarsi in un determinato modo, l’individuo a cui le nostre leggi non vanno bene, automaticamente può diventare un criminale. Allo stesso modo, una persona perversa per propria natura, una persona con forti impulsi autodistruttivi o antisociali, che agisce con la sola finalità di danneggiare la vita e la proprietà altrui, anche lui può essere considerato un criminale. Poi ci sono anche interpretazioni del crimine che vanno oltre la comprensione morale ed etica. Ad esempio in Unione Sovietica, dove sono nato — un Paese caratterizzato a quei tempi da un sistema politico estremamente dittatoriale — un partito politico totalitario come il partito comunista, era addirittura tutelato dalla Costituzione dello Stato e chiunque aveva visioni politiche differenti da quelle proposte dal partito, veniva considerato un criminale... Ecco, in questo caso il concetto di crimine viene sfruttato, strumentalizzato per annientare la libera opinione degli uomini. Per cui, il concetto di crimine è molto elastico e può essere utilizzato in diversi modi, con diversi criteri, con astuzia, o con onestà... insomma è un concetto molto vasto. Per rispondere alla seconda domanda: credo che la lotta fra il bene ed il male esista, è sempre esistita e sempre esisterà. Cambia solo la qualità delle parti: a volte il bene assume le sembianze delle parti minoritarie e quindi viene chiamato criminale. Altre volte il bene diventa maggioranza (nella società umana, intendo) e assume la visione più civile, più istituzionale, più importante e quindi diventa contro-crimine. Si può dire che i due concetti siano molto legati, molto uniti vicindevolmente. Ci troviamo in un Paese dove il crimine, in certe zone e in certe situazioni, fa quasi parte di una sorta di identità nazionale come facesse in qualche modo parte della tradizione. Mi viene in mente Napoli, o la Calabria, dove ad esempio si vendono cd contenenti canzoni criminali in cui mediante il gergo, e diversi dialetti, si parla bene del crimine e lo si contrappone allo Stato, esprimendo concetti contro il Governo o contro la Polizia. E queste sono piccole briciole di ciò che accade in Italia. Sotto questo punto di vista l’Italia è un Paese particolare, perché se la paragonassimo ad un altro Paese, come ad esempio la Svezia, ci renderemmo conto che lì non esiste questa cultura criminale; lì un criminale viene malvisto da tutti. Qui invece, specie in alcune zone, capita che alla cultura criminale strizzino l’occhio e la vedano un po’ come propria identità. Ci sono ragazzini che pensando di essere divertenti e carismatici girano con magliette con scritto “Cocaine business”, senza capire però che per il business della cocaina ogni anno muoiono centinaia di migliaia di persone innocenti. Si tratta di un business distruttivo per tutta l’umanità e non solo per un Paese o per un’istituzione locale, ma per tutti quelli che ne sono coinvolti. Se noi analizziamo il nostro background italiano, senza andare tanto lontano e parlare del posto dove sono nato io – dove, se pur di altro tipo, esisteva là criminalità - si può dire che qui la criminalità si è in molti casi fusa con la società in un’unica situazione. In Italia esistono persone oneste che lottano contro la criminalità: polizia, agenti, forze dell’ordine, carabinieri, guardia di finanza... Insomma, esistono tantissimi agenti onesti, ma loro devono combattere non tanto un criminale in carne ed ossa, quanto una cultura sostenuta dalla maggioranza dei cittadini. Quindi questo è il problema. Questo è l’esempio di come la criminalità può reagire, interagire con la società e cosa la società può dare alla criminalità. Lo si vede anche dalle nostre connessioni politiche e dal fatto che abbiamo un governo pluri-corrotto e composto da elementi che in un altro Stato non potrebbero neanche avvicinarsi, non dico al Governo, ma proprio a nessuna struttura amministrativa e non potrebbero svolgere alcun incarico, tanto meno fare da portaborse del sindaco di un paesino. Invece da noi ci sono nel Parlamento delle persone veramente allucinanti... basta leggere le cronache e ci spaventiamo. Ecco, questo è un esempio di come la società e di cosa questa società può offrire al crimine. Oggi la debolezza della criminalità organizzata italiana, l’unica debolezza, è la sua totale fusione e la sua necessità di avere appoggio statale. Infatti, se lo Stato Italiano dovesse per ipotesi crollare, la mafia e il resto della criminalità organizzata non saprebbero più cosa fare. Perché sono ormai talmente strettamente legati con le strutture dello Stato da gene-

razioni, che se dovessero rimanere di nuovo soli e se dovessero di nuovo intraprendere la vita di strada - da zero come fecero i loro antenati che emigrarono negli Stati Uniti, quelli che hanno fatto anni di battaglie per prendere possesso delle imprese americane da New York a Los Angeles, per costruire le autostrade, per prendere il controllo delle banche - ... oggi le nuove generazioni non potrebbero più farlo perché si sarebbero estinti. Perché ormai fa parte della loro cultura l’appoggiarsi ai politici. In fondo, per qualsiasi problema cosa fanno? Chiamano il Quirinale, chiamano il Senato, chiamano amici al Comune, persone legate al sindaco o a qualcun altro. Quindi la corruzione è la loro arma, ma è anche la loro debolezza. E purtroppo questa corruzione è dovuta al fatto che anche la società civile e in questo caso la sua punta di diamante che rappresenta la società civile, che è la classe dirigente politica, è fortemente corrotta. Riflettendo su questo rapporto fra mafia e Stato, e tralasciando adesso l’esempio italiano che è a mio avviso paradigmatico - e ci tengo a precisare che non voglio buttare fango sull’Italia visto che io amo questo Paese di cui sono cittadino - potremmo guardare alla Russia per renderci conto che la situazione non è diversa, anzi, forse per alcune cose la Russia è molto molto peggio. Se poi guardiamo in Medio Oriente entriamo proprio nella zona del terrorismo che fa a braccio di ferro con i sistemi statali. Prendiamo ad esempio l’Afghanistan. O osserviamo cosa succede adesso in Siria, o quello che accade in Turchia, con gli ultimi sviluppi con il premier indagato per corruzione. Tutto questo avviene perché il sistema disonesto sta cercando di piegare sotto il proprio controllo la struttura statale. Quando la struttura sociale è disorganizzata, distratta e non ha una linea concreta, ma è distante dalla politica, in un sistema multipartitico, quando ogni partito tira dalla sua parte, non c’è un’opinione unica su un argomento, è più facile che il veleno della criminalità entri e serpeggi nel sistema. E questo adesso avviene, bene o male, in tutto il mondo. Se poi vogliamo parlare di criminalità di alto livello come la criminalità finanziaria... be’, questo è ancora peggio. Rispetto a tutto quel che ho detto, la criminalità di strada, quella che io ho vissuto quando ero piccolo, fa ridere. Noi eravamo dei disperati che vivevano sotto il dominio comunista. E odiavamo i comunisti ovviamente, perché tutti noi, soprattutto nella mia zona, provenivamo da famiglie dove sono morte delle persone. Per noi, i comunisti erano come qui negli anni ‘40 i nazisti per le famiglie dei partigiani. Noi li odiavamo e la criminalità nostra era dovuta anche a questo sentimento di non voler appartenere a una linea politica di un Paese. Però faceva ridere: noi non cambiavamo l’economia di interi Paesi. Noi, al limite davamo fuoco alla macchina della polizia e sparavamo due colpi a qualche funzionario ogni tanto, ma era una cosa da poco. Certo, parli di una “malavita” che si potrebbe sovrapporre a quello che un tempo in tutto il sud Italia era il brigantaggio... Le origini del brigantaggio infatti sono molto simili. A tal proposito, guardando al passato e a determinati codici ed alle ritualità, a me affascina la definizione della parola “rito” nella sua accezione sanscrita, Rta: “Conforme all’ordine”. Tu credi che il rito, inteso in questo senso, possa rappresentare una verità oggettiva in cui riconoscersi? Ho affrontato diverse situazioni esasperate nella mia vita. Anche se non l’ho fatto per mia scelta, è capitato così: quando avevo 12 anni sono finito nel carcere minorile ed eravamo 120 ragazzini in una cella di 70 metri quadri. I ragazzini sono gli umani più violenti che esistano, perché nell’età dai 12 ai 16 anni non comprendi ancora il senso della violenza e il peso del dolore e quindi sei pronto a commettere gli atti più efferati, più terribili. Gli adulti sono meno violenti dei bambini perché capiscono il peso della vita, perché ragionano di più. E tu immagina, sono finito in questo inferno con questi altri 120 disperati chiusi in una scatola di cemento... e lì ho scoperto una cosa pazzesca: tutti noi, indipendentemente dalla nostra provenienza, dalle nostre differenze culturali, e sociali, abbiamo creato un sistema di ritualità molto banale e molto basilare, ma che rappresentava un’esigenza di primaria necessità che aveva all’interno un rigoroso sistema di comportamento e di ritualità proprio gestuale. I modi di comportarsi, i modi di parlare e di fare erano gestiti da questa specie di codice interno che nessuno aveva creato apposta, ma che si è stabilito in un modo spontaneo, come se tutti in modo naturale avessero cercato di accettarlo dentro di sé anche portandolo fuori, attorno a sé. Questa cosa ci ha permesso di non ammazzarci fra di noi, di non creare delle difficoltà nella nostra vita quotidiana. Io lì ho capito qual è l’importanza del rito, perché il rito è questo: un ordine che l’uomo porta, anche a piccole dosi, nel grande caos della vita, perché la vita è il caos. La materia è il caos, gli atomi sono nati nel caos e generano caos. Per-


ché quando scoppia la bomba atomica abbiamo visto come fa in fretta a distruggere ciò che abbiamo costruito, tutto il nostro ordine. Però se guardiamo queste molecole, le molecole che distruggono il nostro ordine sono le stesse che ci danno la vita. Il caos di per sé è un movimento universale naturale e noi con la nostra esistenza, cerchiamo di incanalarlo in una direzione che ci permette di vivere o di sopravvivere. Per cui, io sono sicuro che per tutta la nostra esistenza, per la nostra crescita, per il nostro sviluppo, dobbiamo creare la ritualità. La ritualità è tutto per l’umano, e chi dice il contrario semplicemente non si accorge che sta vivendo una ritualità. Ci sono molte persone che dicono “ma sì, i riti sono delle scemenze... viva l’anarchia! Ognuno deve fare quello che vuole”. Ma loro non si accorgono che di mattina, nonostante tutto, si svegliano più o meno alla stessa ora, mangiano più o meno tre volte al giorno, e che anche loro nella loro esistenza seguono comunque delle ritualità, anche se banalissime, ma le seguono, perché se vivessero nel caos morirebbero. Ne sono sicuro, nessuno riesce a sopravvivere al caos. Prima mi parlavi della tua esperienza carceraria, quando eri ragazzino... Non trovi che ormai, nel 2014, la pena carceraria in quanto tale sia un po’ surreale o quantomeno non faccia altro che incrementare lo spirito di violenza che può nascere in un ragazzo? Sono un sostenitore di Amnesty International, e non perché io sia contrario al fatto che bisogna scontare la pena per un reato commesso. La pena è importante soprattutto per una persona che ha toccato la violenza e che non riuscirà mai a intendere o a smettere, se la società non lo mette in condizioni tali da capire il proprio sbaglio. Un criminale, uno che rapina le banche, uno che violenta le donne, uno che uccide per piacere, non smetterà mai di farlo se non sarà fermato e messo drasticamente nelle condizioni in cui può cambiare la propria vita. Però il carcere non è un sistema adatto. Il carcere è la vergogna dell’umanità, perché in carcere stanno persone chiuse come in una cassaforte, di cui la società non vuole occuparsi. Si fa il minimo indispensabile, si sviluppa intorno un inutile sistema burocratico che mangia tantissimi soldi e tantissime forze civili e la gente che sta lì diventa ancora più cattiva, ancora più disperata. Soprattutto negli ultimi 100 anni in molte parti del mondo (la Russia assomiglia molto all’Italia in questo, ma non è diverso nemmeno in Francia o in altri Paesi) il carcere è diventato l’università del mondo criminale. Se uno fa uno sbaglio, commette un crimine, ruba qualcosina e finisce in carcere, stai tranquillo che quando ne esce avrà già imparato tantissimo dal mondo criminale, avrà già preso tutte le connessioni e non tornerà alla vita normale, diventando un delinquente vero e proprio. Quindi per aiutare la gente ad uscire dalla vita sbagliata, dalla vita autodistruttiva e nociva per la società, bisogna dar loro le possibilità di risolvere questo problema attraverso un’unica cosa...perché attraverso un’unica cosa la società può dare il suo contributo: la condivisione, che poi è la regola che ci distingue da tutti gli altri animali. Noi umani siamo capaci di condividere, solo che negli ultimi anni, negli ultimi decenni si fa di tutto per farcene dimenticare, perché abbiamo troppa corruzione, troppi meccanismi negativi all’interno che ci allontanano da questa cosa. Ma la condivisione è la base della nostra esistenza e attraverso la condivisione anche un individuo che ha sbagliato può scoprire il proprio valore nella società. Perché noi senza di loro non ce la faremmo. I delinquenti che oggi stanno chiusi nelle carceri e marciscono e stanno male, sono quelli che potrebbero contribuire, reinserendosi, e rendere la nostra società migliore. Se usassimo un giusto elemento di azione, se usassimo i metodi giusti, potremmo aiutarli e aiutandoli aiuteremmo di conseguenza noi stessi, perché la comunità grazie al loro contributo ed al loro lavoro, potrebbe rifiorire. L’unica cosa che dobbiamo fare è creare sistemi penitenziari totalmente diversi. Certo, devono scontare la pena, ed io non sostengo il contrario, però questa pena la devono scontare lavorando e sentendosi parte della società e non chiusi all’interno di un carcere dove non vedono niente, se non la televisione che è un perverso scimmiottare della vita. Poi noi ci stupiamo quando vediamo di uno che ha stuprato una ragazzina, ha scontato dieci anni, è uscito e il giorno dopo ne ha stuprata un’altra... Perché stava chiuso ed emarginato con i suoi pensieri! Gli aiuti degli psicologi sono delle prese in giro perché ho visto come gli psicologi lavorano nelle carceri. Tutto questo è una presa in giro, sono sprechi di soldi pubblici e in realtà non c’è nessun aiuto. E poi cosa fanno? Guardano la televisione, i telefilm...ovviamente diventano violenti, cattivi e danneggiano ancora di più. E noi uccidiamo loro e uccidiamo noi stessi.

concetto di cattività che viene creata. Sicuramente adesso la scuola, così come un po’ tutto il resto generale, si basa su un vuoto individualismo. Ognuno di noi deve essere un individuo a tutti i costi diverso dagli altri. Ognuno deve in qualche modo riscattare la propria individualità per dimostrare agli altri la propria diversità. Questa è una forzatura terribile che arriva dalla scuola innanzitutto. Il fatto è che oggi nelle scuole si fa molta attenzione a integrare certi elementi e a togliere via il crocifisso per non offendere ragazzi di altre religioni. Io non ho niente contro questa operazione, però mi sembra sciocco pensare a queste cose, visto che se poi guardiamo al programma scolastico ci viene da piangere. I bambini sono ignoranti. Io quando studiavo a scuola, studiavo in Unione Sovietica, in un paese soggetto ad una forte dittatura e vivevo in una delle zone più brutte dell’Unione Sovietica. Venivo da una famiglia poverissima, ma se io oggi parlo inglese è perché a scuola lo studiavo... Io non sono andato a fare corsi o altre cose, ho studiato inglese a scuola e la scuola sovietica mi ha dato tantissimo. Ho letto i classici, e non mi riferisco solo ai classici russi, perché nella nostra scuola abbiamo letto Pirandello. E se io in Russia ho letto Pirandello ed ero un delinquente di un qualsiasi quartiere periferico dell’Unione Sovietica, vuol dire che il sistema scolastico funzionava molto bene: a Milano, invece, se fermo un campione di ragazzi e gli chiedo se hanno letto Dostoevskij, magari mi risponderà affermativamente uno su cinque. Questo è terribile: viviamo in un sistema di indottrinamento all’ignoranza, perché con gli ignoranti è più facile. Perché con il sistema attuale di dittatura finanziaria basata sui consumi, noi dobbiamo essere consumatori impulsivi e compulsivi: qualsiasi vuoto dell’anima, dei nostri desideri e dei nostri sentimenti deve essere compensato attraverso un unico gesto: il consumo dii qualcosa. Mangiare finché non diventiamo ciccioni ed esplodiamo; comprare le nuove macchine finché non schiattiamo contro il muro o non uccidiamo qualcuno. Questo è il consumismo che ci allontana dalla condivisione. Quando ero ragazzo in Unione Sovietica, salivo sul tram, salutavo gli altri passeggeri e parlavo con persone sconosciute che mi raccontavano cose della loro vita. Sembra una idiozia, ma in realtà per noi era fondamentale ed era bello perché si scopriva come vivevano altre persone e si creavano dei rapporti. Oggi, se salgo in tram, gli unici che mi salutano sono i cinesi. Solo loro mi rispondono. Se saluto degli italiani, loro si girano dall’altra parte perché hanno paura. Perché ormai siamo indottrinati, spaventati dalle storie e dalle cose che ci raccontano i mass media: che tutti gli stranieri uccidono, che tutti gli zingari rubano, che tutti i marocchini spacciano, che tutte le russe sono puttane, e che tutti i terroni sono delinquenti o mafiosi. Si parla molto in questi giorni di legalizzare le droghe leggere. Cosa ne pensi? Io riguardo alle droghe leggere sono contrario, perché secondo la mia visione della realtà la droga è un male, così come lo è il tabacco, l’alcool e le altre sostanze che non ci fanno bene e che spesso vengono usate per offuscare le menti. Io personalmente non mi drogo e non mi sono mai drogato. Ogni tanto bevo qualche goccia d’alcool in compagnia di amici. Però, sulla legalizzazione della droga bisogna capire bene qual è lo scopo, qual è l’utilità di questa operazione. Io purtroppo, per alcuni degli anni in cui ho vissuto in Italia, ho capito che molte operazioni del genere, come ad esempio i discorsi sulla legalizzazione di certe sostanze, sono soltanto dei giochetti politici di persone che vorrebbero trovare un consenso dalle masse, liberando una cosa che viene in qualche modo dalle masse sostenuta. Accontentando le masse sperano di ricevere consenso elettorale. Quando sento parlare di Torino, città che conosco bene perché ci ho vissuto, come città all’avanguardia perché è stata legalizzata la marijuana, mi viene da dire: ma quale avanguardia?! Avete visto le strade intorno a Torino? Con le prostitute che a zero gradi in condizioni disumane si scaldano spaccando i bancali di legno e dandogli fuoco, per strada, senza sicurezza...neanche in Russia, paese incivile, in cui trattiamo male gli esseri umani con le guerre in Caucaso e tutto il resto, ho mai visto una cosa come a Torino! Io, se fossi un politico, punterei a questi problemi: educazione, i bambini, il trasporto pubblico... i veri problemi! Ma della marijuana...ma cosa me ne può importare?! Io non voglio discutere di marijuana, è un argomento che non mi tocca e non mi interessa. Mi viene da dire: cari politici, vi dirò quello che penso della marijuana quando mi risolverete questo elenco di 99 problemi che vi riporto sopra. Poi, al centesimo posto ci sarà la marijuana e vi dirò che cosa ne penso.

Dalle mie parti si dice che è meglio avere a che fare con un delinIn questo stesso numero ho intervistato un filosofo italiano che si quente intelligente piuttosto che con un cretino onesto. Tu che cosa chiama Umberto Galimberti e lui diceva che quello che manca, fra i ne pensi? giovani specialmente, è l’educazione sentimentale. Sono saggi dalle tue parti! Più o meno la stessa cosa la dicono anche da Non vengono educati dalla scuola o dalla famiglia a capire realmente dove vengo io: meglio un bandito con il cervello che un amministratore cosa sia il sentimento. Forse questo quindi si ricollega un po’ a questo senza.

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Umberto Galimberti

Educazione Sentimentale

testo

I

Ginaski Wop

l Professor Umberto Galimberti è uno che studia, conosce ed interpreta la fenomenologia di un vivere che forma parte del tessuto socio culturale della nostra contemporaneità. Grazie alle sue risposte ci è possibile fare maggiore chiarezza riguardo al concetto di realismo ed esistenza. E lasciamo perdere l’io. È il momento di tornare a scuola... a imparare il sentimento!


#CoverBeat

Cos’è la Realtà? La realtà esiste perché tocchiamo le cose, tocchiamo i corpi, vediamo e sentiamo... Il problema è descriverla: la realtà finisce e inizia l’interpretazione. E l’interpretazione dipende dal proprio vissuto, dalla propria educazione, dal livello culturale. Di conseguenza, la realtà è una e le interpretazioni sono molte. E questo determina la comunicazione fra gli uomini: il dialogo e anche lo scontro. Quindi c’è una realtà, ma noi non viviamo nella realtà, ma nell’interpretazione che diamo di essa.

nente egemone, che noi chiamiamo io, tiene sotto controllo tutta la restante popolazione che ci abita. Ma la cosa più importante l’ha detta Schopenhauer. Egli riteneva che noi siamo dei funzionari della specie, la quale ci fornisce di sessualità e di aggressività. La prima per la riproduzione e la seconda per la difesa della prole. Aspetti che sono poi le pulsioni di fondo che Freud colloca nell’inconscio, perché questo tipo di soggettività noi non la pensiamo mai. Continuiamo a dire “io”, fra progetti, sogni e obiettivi, senza mai pensare che in realtà siamo solo dei funzionari della specie. E come tale, la specie ci fornisce fino a un certo periodo la sessualità per la riproduzione e poi ce la toglie; ci fornisce l’aggressività e poi gradatamente ce la sottrae. Pare quasi che per suscitare interesse, la realtà debba esse- Se non non riflettiamo su questa doppia soggettività, e non dere oggettivata per mezzo della messa in scena mediatica, di pontenziamo il nostro io, è ovvio che di fronte alla morte finisce un’esposizione... Come Lei stesso segnala nei suoi lavori: Ap- il mondo, nel senso di angoscia e anticipazione della morte. Tutto parire per esserci. Nell’epoca Social, cos’è reale? questo perché non si è prodotta dentro di noi la consapevolezza L’epoca del social ha tolto molta parte della realtà: io comunico che di fondo siamo sostanzialmente degli io solo per illuderci. E con una persona che non è davanti a me fisicamente e allora fun- l’illusione è fondamentale per vivere, ma la nostra realtà non è zionano solo le parole o, al limite, le immagini che, però, possono molto dissimile da quella animale. Con l’aggravante che ne abbiaanche essere artefatte. mo coscienza, perché sappiamo che dobbiamo morire. Il corpo, in qualche modo, è il luogo della verità: nel momento in cui dico qualcosa, la mimica, i gesti e le espressioni del volto È sempre più frequente l’abuso di cocaina in questa nostra determinano un criterio di verità o di falsificazione. generazione. La coca, a differenza di altre sostanze, non proAttraverso i social network abbiamo un flusso di immagini, ma voca alcun “trip”, non fa viaggiare. L’abuso di cocaina, specie manca la segnaletica corporea, quella che rivela se sto mentendo nell’uomo comune, è forse un escamotage che consente di reo sto dicendo la verità. sistere e insistere nella realtà quotidiana? I social hanno eliminato due strutture antropologiche di base che Io divido le droghe in due categorie. La prima è quella delle droKant aveva bene indicato nello spazio e nel tempo e che aveva ghe Anestetiche: non riesco a stare al mondo quindi mi anestedefinito Intuizione a priori - che sono poi le strutture con cui l’uo- tizzo. Nella seconda categoria rientrano quelle come la Cocaina, mo finora ha conosciuto se stesso ed è vissuto. Abolendo spazio e la quale rappresenta un indotto pesante di quella che sono sotempo, oggi la comunicazione è immediata e sacrifica una grossa lito chiamare Età della Tecnica:non sono più una persona, ma componente riflessiva. un funzionario di apparato, e in quanto tale devo raggiungere gli La destrutturazione del tempo e dello spazio – prodotto dell’in- obiettivi che l’apparato mi impone - apparato in quanto fabbrica o formatica - ha distrutto questi due dati antropologici spazio-tem- ufficio o insegnante, ad esempio. Ma in questi obiettivi ogni anno porali, e la nostra psiche non è così veloce ad adattarsi alla veloci- l’asticella si alza e le uniche opzioni a noi concesse sono: o ce la si tà dell’evento tecnico. fa o ce la si fa a raggiungere questi obiettivi! Anche la sessualità funziona di più a livello virtuale che a livello L’identità è stata gradatamente spostata sulla funzionalità, nel senreale e questo la dice lunga circa la perdita di queste dimensioni so che viene solidificata dal riconoscimento, e il misconoscimento con cui l’umanità è cresciuta fino ad oggi. dunque la deprime, e siccome il riconoscimento è dato dagli altri, e gli altri sono Apparato, il riconoscimento è dell’Apparato. Nel Suo libro L’ospite inquietante, Lei utilizza il termine “Col- In uno scenario di questo tipo io mi devo organizzare in funzione mi di identità”. Invece in I Miti del Nostro Tempo associa alcu- di ciò che l’Apparato vuole per mantenere la mia identità e questa ni aspetti della nostra contemporaneità alla sofistica. è la dimensione tragica: se io non ce la faccio assumo cocaina, psiCome si fa dunque a sentirsi colmi d’identità in fase di pieno cofarmaci, antidepressivi per essere up to date... all’altezza della sofismo veicolato e sponsorizzato da media che forniscono situazione. nuovi sensi di appartenenza? L’identità è una cosa che ci fa comodo pensare di avere, ma in real- In assenza di un talento da mettere in mostra, non resta altà ciascuno di noi è una moltitudine. Questa moltitudine nei folli tro che mettere sul mercato la propria intimità. Sartre diceva: viene fuori in tutta la sua fiorescenza; per cui, il folle si comporta “Dallo sguardo degli altri siamo irrimediabilmente oggettivaora come un bambino, ora come un vecchio, ora come donna o ti”. Ma, la pubblicizzazione dell’intimo, potrebbe portare nel uomo ecc. Perché noi siamo una popolazione, e questo lo sape- tempo all’annullamento del sentimento? vano anche le antiche religioni: ad esempio quando Gesù vede un Il sentimento, devo dirlo chiaro, netto e tondo, non ci è dato per indemoniato, ingenuamente gli chiede “Qual è il tuo nome?”, e lui natura! risponde “Ma tua sai che noi siamo una legione?!”. Per natura ci è dato l’impulso, che non si esprime tanto con le Ecco, noi siamo una legione. Così come quando il musulmano parole, quanto con i gesti. prega cinque volte al giorno perché in fondo gli umori sono can- Il livello superiore è l’emozione, che significa risonanza emotiva gianti e quindi è importante che le varie colorazioni del nostro dei miei gesti e delle mie parole. E anche in questo caso siamo a linguaggio inconscio, che formano il nostro io, si riconnettano a un livello abbastanza scadente, perché capita a tanti di non comDio. prendere la differenza fra bene e male. Kant, infatti, diceva che Noi siamo molte cose, e la psicanalisi - soprattutto quella junghia- potremmo anche non definire il bene e il male perché ciascuno li na - ha detto che noi siamo una popolazione dove una compo- sente da sé. 29


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Nella teoria del “sentire” il bene e il male, prendiamo come esempio alcuni sociopatici, come Erika e Omar: dopo aver commesso la strage sono andati come sempre a bere la solita birra, al solito bar vicino casa, perché il gesto che hanno commesso non ha determinato alcuna risonanza emotiva. Per cui, non “registrandola”, non c’è la possibilità di percepire cos’è bene e cos’è male. Da lì, la differenza fra l’insultare il professore o prenderlo a calci, corteggiare una ragazza o stuprarla. Il sentimento invece è una cosa importantissima che si acquisisce con la cultura. E da sempre l’umanità ha indicato dei modelli culturali per far capire cosa siano i sentimenti. Così come accadeva per esempio nella cultura ellenica e nella rappresentazione mitologica. I sentimenti si imparano. Miguel Benasayag, autore de L’epoca delle persone tristi, mi diceva che quando aprì uno sportello per il disagio giovanile chiedeva ai ragazzi: “Di che cosa soffri?” e la risposta era: “Non lo so!”. Non conoscere il nome della sofferenza rende la sofferenza ancora più angosciante. Disconoscere il percorso del dolore significa che il dolore diventa qualcosa di terribile. I sentimenti si imparano, ma oggi non possiamo ricorrere ai miti come ha sempre fatto l’umanità. In compenso abbiamo quello scenario meraviglioso che si chiama letteratura, dove si impara cos’è il dolore o cos’è l’amore, cos’è la gioia, cos’è la disperazione, cos’è la noia... e queste cose vanno acquisite. Dunque, perché mai fare una scuola a base di internet, invece di farla sulle pagine di letteratura?! Le scuole sono tutte scuole di formazione, bisogna formare delle persone prima di dargli delle abilità tecniche. La mancanza di questo scenario, o la svalutazione del mondo culturale inteso come letteratura, non consente l’educazione al sentimento e quindi alla fuga dall’angoscia. Cosa pensa della svolta mediatica messa in atto dalla Chiesa? Twit, telefonate e strette di mano aiutano davvero la Fede o siamo di fronte al Reality della Fede? La Chiesa tenta di rinnovarsi e di stare al passo con i tempi e dei mezzi di comunicazione che circolano. Il problema è che la Fede si alimenta di un grosso equivoco che consiste nel fatto di avere conforto e speranza su questa terra. Quindi è una fede da do ut des, e all’interno di questo è chiaro che un twit mandato dal Papa per chi lo riceve è una cosa importante, è consolatorio, rappresenta un qualcosa che lo fa star bene. Però qui, siamo appunto di fronte al mercato della Fede, non dissimile dal mercato che potrebbe identificare un cantautore, per esempio. Che differenza passa fra le adunate in piazza San Pietro e le adunate ad un concerto, piuttosto che le adunate che abbiamo cono-

sciuto tempo fa nelle piazze fasciste e comuniste? Non è questo gioco mediatico che alimenta la Fede. La Fede è interiorità. Quando il Papa dice: “Preghiamo”, intende preghiamo in silenzio, e non Esaltiamoci. Anche la fase creativa nell’arte dovrebbe essere concepita attraverso il silenzio... Appunto... non attraverso il rumore del mondo! Dunque, programmi come X Factor, Amici, Masterpiece, ecc ecc... tendono a dare l’idea che ormai l’Arte, per affermarsi, debba necessariamente passare attraverso il rumore del mondo del reality o del talent show. A cosa porterà tutto questo? Ad uno spettacolo del talento o a uno spettacolo della pazzia? Più che allo spettacolo della pazzia, allo spettacolo della superficialità. Lo spettacolo del senso comune, lo spettacolo dei dettati ipnotici. Tutte le espressioni televisive sono sostanzialmente espressioni di non pensiero. Sappiamo che per essere efficaci in televisione, basta un messaggio da slogan, e mai un ragionamento, altrimenti si cambia canale. È possibile allora che i ragazzi crescano con l’immagine che ha senso solo ciò che fa effetto e non ciò che nasce da sé. È nell’interiorità che nasce il pensiero, che nasce la riflessione, che nasce la consapevolezza di sé. Mentre dagli effetti televisivi nasce solo l’emozione e l’impressione, che sono figure della passività. Cos’è la normalità? La normalità ormai viene indotta e prodotta dai modelli mediatici affinché anche i ragazzini seguano questi modelli. Abbiamo una forma di omologazione che riduce l’individualità e la specificità. Eravamo molto più specifici e individuali prima della televisione, Magari eravamo più rozzi, forse più poveri e non parlavamo bene l’italiano, però oggi che differenza passa per davvero fra un siciliano ed uno dell’Alto Adige? Molto di meno di quanto ne passasse all’epoca. Smarrimento dell’individualità vuol dire anche smarrimento della specificità culturale. E ciò produce poi quel fenomeno esasperato di localismo come la Lega: una reazione becera ed insignificante a questi processi omologanti. Se poi estendiamo il discorso a livello mondiale vediamo che l’omologazione avviene sui modelli occidentali... E perché perdere tutte le culture del mondo? È inutile pensare ai processi che noi chiamiamo addirittura di integrazione. Che cosa vuol dire integrazione? Che tu devi diventare come me o io come te? Be’, io non devo fare proprio nessun passo verso di te!

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Fake Reality

il misterioso linguaggio delle donne.

a cura e di

L

Andrea Lehotska

a finta realtà dà il meglio di sè, in questo ambiente. Intenti celati dietro alle parole, all’apparenza scelte a caso, ma strutturate in modo da avere sempre una spiegazione di riserva in caso di malintesi. A un certo punto dell’evoluzione del linguaggio femminile si pensò che bastava fare il contrario di ciò che dicevano e moltiplicare per due, ma presto si venne a scoprire che questo metodo risultava efficace solo con la risposta alla domanda “Con quanti uomini sei andata a letto?”. Il linguaggio femminile è una specie di codice segreto. Si è riusciti a risolvere quello di Da Vinci, ma con il gentil sesso ci sono ancora dei punti interrogativi e variazioni continue, perché non sono costanti nemmeno nell’esser sregolate. Si narra che l’unico uomo che sia mai riuscito a capire totalmente le donne e leggere i loro pensieri, sia morto poco dopo... Dal ridere. Non si sa se è una cosa innata, ereditaria, dovuta agli ormoni, microchippata nell’utero. Ma è come un cartello con la scritta ZTL : c’è, si nota, ma non si toglie.


Rapporto donna-uomo: “Io non farei mai sesso con due uomini”. Traduzione: Se devo fare la zoccola, che siano almeno tre.

sono appena ricordata che 6 mesi, due settima- È un po’ che non litighiamo. ne e tre giorni fa, mi hai mancato di rispetto alla festa di Haloween non riconoscendomi “Sei così....uomo!” mascherata da pecora. Mi pungi con la barba e puzzi di sudore.

“Ovvio che so parcheggiare in retro, amore” “Oggi in ufficio hanno assunto una baldracca Ma a cosa ti serviva quel paraurti ? Ne hai 4! dell’Est volgarissima, non sa fare niente e se la tira. In più ha ‘sto accento orrendo” “Devi imparare a dialogare” È una figa da cardiopalma con il curriculum Devi imparare ad esser d’accordo con me. lungo quanto le sue gambe e quando sbaglia le doppie, i maschi le sorridono estasiati. In più “Non ti tradirei mai” cammina sui tacchi senza nessuno sforzo e non Come è che si chiama quel tuo amico di Berliha un pelo sul corpo. no? “Sei il primo a cui lo confesso, sei pronto?” “Dovremmo...” L’ho detto a un sacco di gente quindi ascolta Voglio... anche tu. “Quanto mi ami?” “Veramente?” Sto per dirti qualcosa che non ti piacerà. È 23 minuti che non ti ascolto. “Ho sentito un rumore amore” “Figurati, non fa niente” Non mi va che ti addormenti ora. Come cazzo ti è venuto in mete di chiedermi se ho le labbra rifatte? “Sii romantico, spegni la luce” Non mi sono depilata intorno all’ombelico. “Cosa hai detto?” Ho sentito benissimo cosa hai detto: hai un se- “Dovremmo parlare” condo per trovare una spiegazione alternativa Ho bisogno di lamentarmi. a quella con cui non sono d’accordo. (Tutte) “Sì” “No no, tranquillo, continua pure” Vale come un “Sì” se le hai proposto qualcosa di Non è un incoraggiamento, non cascateci! Se lo utile per lei. Vale “No” nel resto dei casi. fate, è come se consentiste alla vostra eutanasia, come se tentaste di sopravvivere alla camera a “No” gas, come se provaste a piazzarvi nell’angolo di Incredibilmente vale come un vero “No.” Però una stanza tonda, come se provaste a sfuggire da intendere come “Sì” se le chiedi se si è mai a un cecchino moldavo stando legati e pendenti fidanzata con uno solo perché era ricco o se ha giù da un albero. mai avuto pensieri saffici. “Allora” È l’inizio di un monologo che elimina tutte le vostre precedenti argomentazioni, ragioni, repliche, motivazione. Ora parla lei (di nuovo) e le cose o stanno così, o non stanno proprio.

“Forse” No, no!

“Wow” Non me ne frega una benedetta mazza delle Akrapovich che hai fatto montare alla tua Aprilia dorso duro: mi entusiasma quanto la consapevolezza della diminuzione dell’acido nell’acqua piovana amazzonica. Attenzione, maschi, ‘wow’ prende un altro senso se esce dalla bocca di lei durante un film porno con protagonisti di colore dotati.

“Mi piaci ma ...” Non mi piaci.

“Mi dispiace” Ti dispiacerà.

“Per i miei trent’anni mi regalerò un anello col diamante” Per i miei trent’anni mi regalerai un anello col diamante! “Guarda che belli i capelli di quel tipo” Guarda che capelli orribili che hai oggi. “Sei come gli altri, non sai leggermi nell’anima” Fai conto che la sua anima è scritta in braille per i sordomuti eschimesi, e in più in dialetto e tu per leggerla con le dita devi pure indossare un paio di guanti dei pescatori norvegesi. Good luck! “Sì, sì ! Là, esattamente, ancoooraa...” Non è la ma voglio finire. “Amore, non è la grandezza che conta” A meno che una non voglia avere l’orgasmo... “Sono single per scelta” Gli unici che mi considerano sono i pakistani paninari e i rosai del Bangladesh. “Lavoro tanto. Non ho tempo per un fidanzato.” Sta seduta 10 ore al giorno in ufficio a fare stalking a tutti i maschi su Facebook. “Guarda che può capitare a tutti, non è la fine del mondo” La Fra mi aveva avvisato che sembri uno a cui non tira. Rapporto donna-donna: “Sei in formissima! Sempre più giovane!” Quattro botulini e qualche lifting, presi sul Groupon, eh, stronza?

“Questo vestito ti sta benissimo cara” “Forse stiamo un correndo un po’ troppo” Detto col sorriso: “Sembri uno struzzo imbalsaAncora devo capire se Giorgio di Pavia è single mato con le vene varicose e te lo dico perché mi o no. fai pena e sei sciocca abbastanza da crederci e ringraziarmi”. “ Non lo so; tu cosa vuoi fare stasera?” Detto senza sorriso: “Cavolo, proprio bene, maNon ci credo che non hai programmato qualco- ledetta”. sa di straordinario per uscire con me. “Non ti sei perso nulla, una festa noiosissima” “Tesoro cara, dobbiamo trovare un minuto e Due sono le cose : o lei ha passato la serata con “È che ora come ora non voglio fidanzarmi” prenderci un caffè che mi racconti tutto tutto” uno più interessante di te, o il posto era pieno Non con te. In questo momento la mia priorità è quella di di gnocca. cambiarmi il Tampax, non mi interessi mini“No, pizza va bene” mamente e spero di non incrociarti per i pros“Hai rovinato tutto” Morto di fame! simi due anni. Pinko ha finito i saldi, io i Momendol; mi si è rotto lo smalto nella borsa e ce l’ho con te a pre- “Non voglio parlarne” “Tesorooo sono così felice per te, sto per pianscindere. Sto ancora raccogliendo le prove da usare con- gere!” tro di te. Stronza, speravo marcissi nella singletudine “Mi devi delle scuse” eterna insieme a me, spero vi lasciate in maloSono in periodo premestruale da 15 anni e mi “Secondo te questo vestito mi fa la pancia?” modo e anche presto.


Tropical Reality testo

Ginaski Wop

in una delle città più irreali del mondo, dove la concezione del tempo è relativa, così come fede e dogma, ordine e disordine, dove le serrature delle porte si aprono sempre nel verso opposto, ho modo di incontrare Pedro Juan Gutierrez, indiscusso genio della letteratura ispanoamericana. non un realista, bensì un guardone verista, che, come un gatto ubriaco nella notte, struscia i marciapiedi di una havana malconcia, già immacolata e ormai immalinconita.


#Books

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edro Juan è un cantore, uno scrutatore, e per molti, moltissimi anni è stato un fantasma nel suo Paese. Censurato e ignorato dalle Istituzioni cubane, osannato, pluripremiato e commercializzato in Europa e nel resto del mondo (la sua Trilogia sporca dell’Avana è stata ristampata ben 15 volte in Spagna, nda) Gutierrez mi riceve a casa sua, in quella casa che lui stesso ha descritto in tanti romanzi e che io ho già immaginato calandomi nella lettura. Salgo le scale del portone, ma so bene come muovermi, ne conosco la mappatura a memoria. Sono più di 5 piani e l’ascensore: “Està fuera de servicio, asère!” dice un mulatto in canotta che beve del Planchao (rum cubano venduto in un piccolo contenitore di plastica, al prezzo di 90 centesimi). Porto con me, in dono, una bottiglia di rum e un sigaro. Pedro Juan appare timido. Cordiale, molto, ma riservato. A differenza del linguaggio crudo adottato nei suoi libri, il suo eloquio è elegante, ricercato, caldo... tutto l’opposto della realtà antistante al suo edificio. Dice: “Mi piacerebbe metter su un po’ di musica... ma, stavo ascoltando un disco dei Rolling, quando è andata via la luce” (il solito black out!). Mi offre un caffè perché: “Sono le dieci e mezzo del mattino, e forse è ancora presto per il rum,no?!”. Ci spostiamo nella sua terrazza di questo fatiscente edificio di calle San Lazaro, e, mentre “dominiamo” con lo sguardo tutta la città, io tiro fuori dalla manica tutte le domande che mi passano per la testa, e Gutierrez, il vero Re di una Havana che non è più l’Avana, risponde!

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a sua immagine viene spesso accostata a quella di Bukowski, io invece trovo che ci siano delle nette differenze sia nella scrittura che nell’approccio con i personaggi. Lei è molto più imprevedibile. Oltretutto, a mio avviso, Bukowski nutriva disprezzo per i suoi personaggi, o comunque ne era terrorizzato, e agiva di conseguenza in maniera distruttiva nei confronti di ciò che temeva o disprezzava. Lei invece ha un rapporto più sereno con i suoi personaggi, è un complice divertito. Sì, hai totalmente ragione! Ho scritto tutti questi libri su Centro Avana sotto l’effetto dello stupore. Non sono nato in questo quartiere, ci sono arrivato all’età di 37 anni. Ovviamente lo conoscevo, visto che avevo studiato cinque anni all’Università che è relativamente vicina e ho fatto anche il servizio di leva qui nella Capitale. Viverci però è un’altra cosa. Vivere a Centro Avana, che è un quartiere così violento, così aggressivo, e le cose oltretutto vanno sempre peggiorando, mi ha stupito. Ma allo stesso tempo ho vissuto con compassione e molta identificazione le persone che popolano il quartiere. Non le vivo con crudeltà, né con disprezzo. Capisco perfettamente qual è il processo che li porta ad essere così. Dal ‘90 al 2000 mi son dovuto mescolare inevitabilmente a loro e alla realtà del quartiere per poter sopravvivere. Scrivevo semplicemente tutto quello che accadeva. Credo di non avere nulla a che vedere con Bukowski, né tanto meno con Miller. Rappresentano un universo del tutto differente dal mio. Bukowski è molto tedesco anche nella maniera di vedere il mondo, tedesco come quel padre che ha avuto e che ha tanto disprezzato, nonostante credo che lui fosse uguale se non addirittura peggiore. Ho notato un forte cambiamento da Trilogia Sporca dell’Avana a Corazón Mestizo. Nel primo caso, così come nel Rey de La Habana, è come se lei vomitasse fuori tutto quel silenzio che è stato costretto a subire, come se avesse bisogno di liberarsi da quel senso di claustrofobia interiore che descrive nel libro. Sembra quasi che lei voglia prendere una di quelle splendide cartoline per turisti e strapparla, facendo vedere i retroscena di una realtà che non è presente nelle brochure. In Corazón Mestizo invece pare ci sia una sorta di riappacificazione interiore con i luoghi e le persone. É come se volesse ricostruire

quella cartolina che ha strappato precedentemente, ornandola di storia per far capire, a chi non lo sa o lo ha dimenticato, cos’era Cuba e perché i cubani geneticamente sono così. Vedi, La Trilogia Sporca, Il Re dell’Avana e buona parte di Animal Tropical sono tre libri che ho scritto in uno stato in cui io ero come una sorta di medium, come se un’altra persona stesse scrivendo per me. È stata un’esperienza molto strana, soprannaturale. È stata una gran catarsi. Molto disincanto, molta furia, molta aggressività, molto alcolismo. Bevevo e fumavo tantissimo. È stata una tappa molto brutta della mia vita e tutto questo traspare in quei libri come un “grande punto”. È stato come qualcosa che irrimediabilmente si doveva fare. Ovviamente poi gli anni sono trascorsi. Avevo scritto Il Re dell’Avana intorno al ‘97, e invece nel 2007 è arrivato Corazón Mestizo in un altro stato emozionale. Io ero più tranquillo, non avevo più difficoltà economiche e avevo trascorso molti anni chiuso in casa a scrivere. Nessuno sa lo sforzo di solitudine che deve affrontare uno scrittore, molti parlano del talento, ma per me la solitudine e la costanza quotidiana nello scrivere sin da quando ti svegli rappresentano il vero talento. Corazón Mestizo, quindi, è stata per me come una possibilità di poter “ripercorrere” Cuba, ed è stato un modo di potermi riconciliare e risocializzare con il mio Paese. C’erano tante cose che volevo puntualizzare sotto l’aspetto sociologico e antropologico e mi piacerebbe poter proseguire su questa strada. Chissà se la vita mi darà il tempo per poter realizzare un’ulteriore Opera del genere. Mi ha molto attirato e ho molto gradito il modo in cui lei descrive le scene di sesso nei suoi libri. Effettivamente per chi è meticcio la visione dell’atto sessuale acquisisce tutt’altra forma. Lei scrive che il cubano non ricerca una donna, ma una femmina. Ci tiene a precisare che: “Il sesso non è adatto alla gente scrupolosa. Il sesso è un interscambio di liquidi, fluidi, saliva, alito e odori forti, urina, semi, merda, sudore, microbi, batteri. O non lo è. Se è solo tenerezza e spiritualità eterea altro non è che una parodia sterile di ciò che sarebbe dovuto essere”. La visone del sesso in chiave meticcia la trovo molto interessante. Il sesso rappresenta anche una via di fuga da qualcosa? Credo di sì. Il sesso può essere una forma di intrattenimento, una fuga, così come può esserlo l’alcool, la musica, il rumore, la danza. Tutte vie di fuga. Stiamo vivendo un’epoca molto strana e quindi: molto sesso, molto rum, molta musica. Dopo il processo di moralizzazione socialista, era secondo lei inevitabile che un popolo ricercasse a piene mani la trasgressione, o ciò che poteva essere considerata tale? Sia essa rappresentata dal Jazz, dal Rock, dalla pornografia, o dalla promiscuità? O tutto ciò non ha nulla a che vedere con la repressione moralizzante? Questo fa parte della dinamica del popolo cubano. Visto e considerato che siamo meticci e caraibici, tendiamo ad essere da un lato molto estroversi e dall’altro assorbiamo tutto ciò che passa intorno a noi, digerendolo. Vedi il caso ad esempio degli USA che inventano il jazz. Noi lo assorbiamo e lo trasformiamo velocemente. Esiste il jazz-latino, che non ha nulla a che vedere con il jazz di New Orleans. Questo accade con la letteratura, con il cinema, con tutto. Abbiamo una dinamica culturale interessante. La cosa irreale è rappresentata dal fatto che nonostante per tanti anni il jazz, il rock, l’hip hop, siano stati censurati e vietati nell’Isola da parte delle istituzioni, Cuba è riuscita comunque a tirar fuori mostri sacri in tutti questi generi precedentemente vietati. Sì, effettivamente è meraviglioso vedere come i cubani alla fine riescano sempre a cavarsela. A volte ci sono funzionari che inventano queste proibizioni e restrizioni: “proibito parlare ingle-


se”, “proibiti i Beatles”, “proibito questo o quest’altro”, ma alla fine la gente trova il modo di far ciò che vuole. È meraviglioso questo stile del tutto cubano di buttare al cesso ciò che non ti conviene e andare avanti comunque, facendo ciò che meglio credi». La fede è un fattore ricorrente nell’habitus mentale del cubano medio. Non crede però che forse la politica cubana non abbia realmente vietato il culto, in quanto l’ascetismo porta a quel senso di speranza rincoglionente e disarmante? Be’, noi siamo geneticamente profondamente religiosi. Lo siamo per razza visto che gli africani lo sono, così come gli spagnoli con il cattolicesimo. Noi abbiamo questa radice estremamente religiosa e mistica, cosa che non credo accada con gli svedesi, i norvegesi, i finlandesi o i danesi, giusto per fare degli esempi. A Cuba è inevitabile, e negli anni in cui tutte le religioni vennero vietate, i cubani hanno nascosto i santi in una stanza appartata continuando a fare i loro riti con più discrezione, finché finalmente non si è reso legale il Credo, e addirittura anche i militanti del partito poterono praticare la religione. C’è stata una grande esplosione spirituale che ancora si mantiene. Qui a Cuba c’è di tutto, dallo yoga, ai Rosa Croce, allo spiritismo. Diciamo che la religione Yoruba ha rappresentato anche un buon business per tanti e tanti Babalawo (Massimi esponenti e “sacerdoti” della religione Yoruba). Sì. Effettivamente quando c’è un’esplosione religiosa così forte si crea anche il business per chi ne sa approfittare. È così, tu lo sai. È il lato umano della cosa. Ne Il Re dell’Avana il protagonista fa una brutta fine: più volte la sua vecchia amante cerca di fargli una limpieza (una sorta di pulizia spirituale molto utilizzata nella Santeria) ma lui si nega. Forse il vivere alla giornata privi di fede e senso trascendentale conduce a un capolinea fatto di ratti e merda? Non avevo mai analizzato questo aspetto sotto questo punto di vista, perché come ho detto prima mi trovavo a scrivere quel libro come se qualcuno me lo stesse dettando, io ero un medium. Però quello che tu dici è esatto: se non hai un appoggio religioso e spirituale la vita diventa difficile e tutto ti si presenta impossibile. Quindi credo che questa sia la lettura evidente! Kavafis nei panni di Ulisse nella poesia Itaca, ringrazia quel poco che la sua terra gli ha dato perché senza di esso non si sarebbe messo in viaggio. Ma se avesse avuto bisogno di una carta di invito o del visto? Che ne sarebbe stato di Ulisse? (ride, nda) Credo che non sarebbe mai esistita un’Odissea. Probabilmente sarebbe dovuto partire trovando altri modi più pratici… Il suo essere meticcio si denota anche nella sua pittura: Lei predilige l’arte collage. Nonostante il suo voler vivere alla giornata, se dovesse fare un collage che parte dai nostri giorni e si proietta ai prossimi dieci anni, che immagini inserirebbe? Mi cogli di sorpresa e non mi sovviene nessuna immagine. Ricorda


illustrazioni di A. Callea per Farandula editore © Farandula sas

#Books

che viviamo in un Paese dove ogni giorno accade qualcosa di nuovo, e che ogni giorno è tutto differente quindi diventa impossibile rispondere. Io ho quasi 60 anni e dovendo fare una proiezione posso dirti che quella che è l’essenza del cubano non cambierà. Cambiano gli edifici, le strade, e cambiano altri dettagli materiali, ma l’Io cubano non cambia, così come non cambia quello degli spagnoli o degli italiani. So che lei ama molto il lato oscuro delle cose, quello umano e sociale. Nell’oscurità di un blackout a Centro Avana quante voci sente e quante cose riesce a vedere? E dove può trovare comunque la luce in assenza di candele? Nella vita dell’essere umano c’è sempre un dualismo: luce e oscurità. Dentro l’animo della gente e in ogni situazione che la vita ti presenta. Quando ho scritto i primi libri ho attraversato una tappa molto oscura, deprimente, difficile, così come milioni di cubani all’epoca. (Il periodo especial. Fase in cui Cuba non ricevette più i sostentamenti dell’URSS dopo la caduta del muro di Berlino, nda). Adesso tutto questo è rimasto alle spalle fortunatamente, e al giorno d’oggi sono più equilibrato. Credo di vedere l’oscurità e la luce nelle persone e nei personaggi. Sto scrivendo dei nuovi racconti, non commissionati da nessuno visto che non faccio l’architetto e i libri sono un filo diretto fra le tue emozioni e le pagine, e mi rendo conto di aver raggiunto un maggiore equilibrio fra questi due fattori. Quindi all’interno di questo “Blackout” chiunque può trovare la luce attraverso un processo introspettivo? La luce la portiamo sempre dentro. Abbiamo sempre dentro un angelo e un demonio che combattono per vedere chi si aggiudicherà la vittoria. In qualsiasi situazione ti trovi, qualunque sia la difficoltà che affronti, hai sempre un angelo che ti sta proteggendo, poi sta a te decidere se dargli forza o meno. Nel caso de Il Re dell’Avana, invece, il protagonista è un povero infelice che si lascia trascinare dalla parte oscura che si porta dentro. Ignora Sandra che tenta di fargli vedere l’altra faccia della medaglia e termina in maniera catastrofica. Noto estrema oscurità in questo personaggio. Pensa che verrà pubblicato a Cuba! Verrà finalmente pubblicato a Cuba? Dopo più di dieci anni dalla prima uscita nel resto del mondo?! Si, verrà pubblicato, con una piccola tiratura di duemila copie. Ma è importante che venga pubblicato. Sono contento perché non verranno fatte revisioni al testo, e tu che hai vissuto qui sai di cosa parlo, e verrà distribuito nelle biblioteche. È importante!

nami, ma è da più di dieci anni che non mi occupo di giornalismo e sono molto distante da qualsivoglia analisi politica. Mi spiace non poter rispondere a una domanda così interessante. Un aspetto importante e ricorrente nei sui libri è dato dalla forte presenza dell’omosessualità, anche fra persone considerate guappe nel quartiere. Un angolo oscuro ai molti, che invece immaginano Cuba come la terra del machismo e dell’eterosessualità più spinta. Addirittura in Corazón Mestizo lei motiva il fattore omosessuale dichiarando che fa quasi parte del dna del cubano. Cosa ne pensa della svolta europea riguardo ai matrimoni e le adozioni fra coppie gay? Queste leggi mi trovano d’accordo. Credo sia un diritto. Prima parlavamo del dualismo, tutti noi abbiamo un lato maschile e uno femminile, quindi credo che ognuno abbia il diritto di sviluppare di più un lato rispetto all’altro, o entrambi i lati simultaneamente. Parlare di “sesso antinatura” o roba simile credo sia un’aberrazione di ciò che è l’essenza dell’essere umano. Trovo meraviglioso che esistano Paesi che consentano il matrimonio fra gay e addirittura, alcuni, l’adozione. Qui a Cuba si sta aprendo molto il cammino sotto questo punto di vista. Ormai ci sono articoli sui giornali e campagne pubblicitarie atte a far capire che ognuno ha il diritto di scegliere la propria sessualità. Io credo che i suoi libri e film come Fresa y Chocolate abbiano rappresentato una rivoluzione nella rivoluzione. Hanno reso normale ciò che un sistema politico vedeva come anormale e anti-sociale. Quindi il merito è anche suo. Be’, io non so quanto un libro o un film possano apportare tali cambiamenti, ma se davvero è come dici ne sono molto orgoglioso. In Corazón Mestizo mi ha molto colpito il suo rapporto con il giovane autista che l’accompagna in giro per l’isola. Cubano di nuova generazione, sempre più rincoglionito dal reguetón e dal ron al kerosene. Lei scrive “a volte lo invidio, vorrei tanto riuscire anch’io a prendere sonno così facilmente e dormire beatamente come lui”. Il personaggio in questione rappresenta forse una nuova generazione di cubani, sonnolenti, annichiliti e addomesticati dalla nuova onda musicale e culturale? Il reguetón mi disturba molto. Ormai c’è una fiebre reguetonera che rincoglionisce i giovani. Altri lavorano, pensano, ma molti si lasciano coinvolgere da quest’ondata di stupidaggine. Il reguetón è insopportabile e lo si ascolta ventiquattro ore al giorno ormai da tanto tempo. Sono d’accordo con te. Vediamo fin quando durerà questa moda.

Salvador Dalí, riferendosi ai movimenti totalitari, in particolar modo al nazismo, disse di sentirsi affascinato da quel surrealismo che porta il dittatore a condurre battaglie sapendo in partenza che tutto si concluderà in una tragica disfatta. Lei riscontra questo lato surreale anche nella po- Oltretutto anche io come lei invidio chi riesce ad addorlitica cubana post-rivoluzionaria? mentarsi senza problemi e a dormire così bene, visto che Solitamente non faccio analisi politiche di nessun tipo. Perdo- soffro d’insonnia da una vita. (ridiamo, nda).


#Usi&Abusi

Usi e Lo Stupefacente Surrealismo di salvador dalÍ

testo

«io non Ho

le allucinazioni... le provoco!»

Alfonso Tramontana


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ella “Persistenza della memoria”1931- Salvadòr Dalì rappresenta orologi flosci, pronti a liquefarsi, o divorati delle mosche. Cosa è il tempo? Chi ne determina le regole e le convenzioni? Forse è qualcosa di libero, di surreale come l’anima dell’artista che lo ha così disegnato. Egli, padrone del tempo, che è legato al fratello che non ha mai conosciuto ma di cui è la reincarnazione come lo avevano convinto i genitori davanti alla tomba del fratello deceduto un anno prima della sua nascita. Equilibri più alti, più trascendenti, istinti reconditi, forze magnetiche, energie ancestrali ed occulte sono esplorati dall’artista catalano al fine di spiegare la realtà visibili con un “metodo paranoico-critico”. La vita è surrealismo nelle sue imprevedibili manifestazioni, la città di barcellona è surrealista nei pavimenti del paseo che Gaudí ha costruito con materiali marini, forse per consentire a tutti di poter camminare sulle onde, sul mare. Dalì era surrealista, ma un surrealista eclettico. Un po’ cubista, un po’ dadaista, un po’ fuori dalle convenzioni dei generi artistici, egli era il suo surrealismo. Andrè Breton, il padre del surrealsimo americano lo accusa, durante un viaggio di Dalì a New york di filonazismo in quanto l’artista spagnolo “difende l’irrazionale del fenomeno Hitler”. Per Salvadòr Dalì il fascimo non è un movimento politico ma è una realtà surrea-

lista nelle sue forme esteriori, nelle sue esagerazioni, nelle sue utopie di superuomo, di futurismo, di dinamicità. Tale concetto mise Dalì in contrasto con molti dei suoi colleghi dell’epoca specialmente quando decide di trascorrere dopo aver esplorato il mondo gli ultimi anni della sua vita nella spagna franchista. Ma egli era non curante, era Dandy, era al di sopra della politica e delle idee, così come i suoi baffi ispirati dal maestro del’600 Diego Velasquez. Per provocare le allucinazioni Dalì si abbandonava al vizio. Droga, alcol, erotismo estremo. Le valenze stupefacenti gli consentivano di volare sulle acque dei pavimenti della spagna, di esprimere e rappresentari concetti paradossali e inimmaginabili per la mente razionale ma veri e tangibili nell’arte. Gli abusi di Dalì erano benzina per il suo surreale artistico. “Il surrealismo perlomeno sarà servito a fornire la prova sperimentale che la completa sterilità e i tentativi di automatizzazione si sono spinti troppo in là e hanno condotto ad un sistema totalitario. ... La pigrizia dei nostri giorni e la totale mancanza di tecnica hanno raggiunto il loro parossismo nel valore psicologico dell’attuale uso che si fa del college.” Il totalitarismo vero è dato dall’accidia di chi vive nel conformismo sociale, di chi non ha il coraggio di esplorare altre dimensioni, come Dalì faceva con l’arte e con la droga. Salvadòr Dalì muore il 24 Gennaio del 1989 di infarto mentre sta ascoltando il suo disco preferito. Tristano e Isotta di Wagner

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Simone Fazio Anatomia dell’istinto testo

Erika Grapes


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imone Fazio nasce a modena nel 1980. lavora e vive a castelfranco emilia. ha collaborato con critici d’arte del calibro di gianluca marziani e importanti artisti come il frontman del Teatro degli Orrori, Pierpaolo Capovilla, che ha ben descritto, con un intervento sul catalogo della mostra “CORPI” (gestalt gallery, pietrasanta) le angosce pulsanti dell’artista emiliano “la pittura di simone fazio ci grida in faccia la disperazione di una generazione. dietro questa si cela, imperiosa, l’ambizione di riscatto e di emancipazione di un’ umanità stanca, e senza più punti cardinali.” Con questa intervista fazio ci accompagna in un percorso attraverso la sua visione, limpida e chirurgica, della società contemporanea.

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tuoi lavori ricordano le inquietudini crude di Schiele, Munch o Caravaggio. Al tempo medesimo i corpi nudi delle tue donne sembrano ricamati, abbelliti dai cerchi d’acqua mentre forse annegano, fluttuanti come nereidi di Klimt. C’è qualcosa di romantico nella morte? I miei corpi non sono morti, sono sospesi, a metà tra la redenzione e lo smarrimento nel buio vuoto. È una riflessione sul lento annegare della nostra società nel bitume oscuro in cui si celano precarietà, ignoranza e immobilità. Scintillano mentre sprofondano, compiaciuti e cullati dal caos e dall’indifferenza. Da dove deriva questo sguardo lucido? Sei sempre stato così oppure è la reazione a qualcosa che si è rotto nel tempo? Sono sempre stato un attento osservatore. Nel tempo si sono rotte molte cose, rapporti, convinzioni, alleanze...all’inizio pensavo diverso questo mondo che nel tempo s’è rivelato, nella mia esperienza, un coacervo di situazioni tragicomiche. Impari a muoverti al buio e sei costretto ad acutizzare molto i sensi: alle volte per cavarsela puoi usare solo l’istinto. L’osso, la carne viva, l’anima? Hai appreso di più dai tuoi studi di anatomia oppure osservando la vita pulsante nelle sue espressioni più estreme? Gli studi mi sono serviti per scoprire la nostra terrena precaria carnalità: la pittura mi serve per provare che siamo la summa dei nostri istinti, delle nostre speranze, dei nostri desideri. Siamo pezzi di carne come quelli appesi nelle macellerie? E’questa la società in cui viviamo? Nervosamente ne sono assolutamente convinto, ma cerebralmente spero che questa situazione possa volgere al miglioramento! La società in cui viviamo è molto difficile da comprendere, ha mille sfaccettature e mille chiavi di lettura, ma sul fondo ci sono sempre i cadaveri dei più deboli. Cosa è il sadismo? Sono più sadiche le donne? Una volgare dimostrazione compiaciuta di potere, dall’alto verso il basso. Considero le donne esseri umani (e non una categoria a parte),

quindi non fanno eccezione. Cosa trovi poetico? Fare l’amore per amore. Modena sembra essere una città molto fiorente per quanto riguarda la scena musicale alternative-sick in cui la parte visual occupa spesso una posizione importante, ad esempio nei live. Mi vengono in mente formazioni come Timecut, Susan Acid, Sicktronic, Zeroin, per citarne alcune. Tu stesso suoni nei Kill Jesus Kill. Quali sono i valori-antivalori di questo particolare movimento artistico? Io personalmente ho smesso: ci sono riuscito. Ero stanco ed annoiato dalla difficoltà con la quale ci si muove tra locali e gestori, tra etichette e truffatori. Il progetto piace ma non ti fanno suonare, chiedi due soldi e te li rifiutano...faccio già il pittore, non potevo più fare tutto, a 33 anni devi scegliere. In questo preciso momento non saprei cosa dire: la pittura richiede tempo e dedizione, raramente esco e quando decido di farlo pondero attentamente le proposte che i live offrono. I Timecut mi piacciono e sono amici! Questo numero di Concept Magazine ha come tema centrale la realtà. In molti tuoi dipinti compaiono confezioni di farmaci. La realtà alterata chimicamente è sempre definibile come realtà? In che misura? Sei estremamente preciso nella riproduzione dei dettagli. Definiresti le tue opere come iper-reali? Philip K. Dick disse che la realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce. Il concetto nasconde qualcosa che riporta al Razionale, al tangibile con l’esperienza. Tutto ciò che è alterato, distorto o “aumentato” ha a che vedere con la fuga da una condizione che non soddisfa: il tossico fugge dal reale perché doloroso o inaffrontabile, così come “l’ignorante” fuga la sua condizione con apparecchiature elettroniche che lo illudono di avere conoscenza…alla fine però entrambe le categorie, senza gli opportuni aiuti, ritornano al reale e il cerchio si chiude. Io analizzo solo quello che vedo, ciò di cui ho conoscenza e diretta


#ContemporaryArt

esperienza: il dolore, la morte, l’amore e la speranza sono i temi assoluti della nostra umanità, condivisi a tutte le latitudini e presenti da millenni. Questa secondo me è la realtà. Quale significato attribuisci al “Mein Kampf”, che compare in una delle tue opere? È un trattato politico, e come tale è servito in un certo momento a dare credito ad un gruppo di pressione per avere ragioni ideologiche e storiche. È inutile ricordare com’è finita! Purtroppo però noto con un certo ribrezzo che queste idee rigurgitate stanno prendendo piede tra i giovani europei, assecondati anche da classi politiche compiacenti. La storia è una delle materie più ignorate da tutti: basterebbe imparare da essa per non ripetere gli stessi noiosi errori! Ricerchi sempre le ombre? L’ombra è nel dna della mia pittura.

Ti definiresti un artista punk? Punk nel senso “Do it yourself ” assolutamente si. Ma musicalmente sono più vicino all’Industrial: sono nato in una città piena di fabbriche, cullata dai suoni dei clacson e dai rumori delle officine all’opera. Per la mia generazione il Punk è stato solo un vezzo modaiolo senza aderenze con la filosofia. Cosa raccontano le tue opere? Cosa dicono di te i critici? Le mie opere raccontano il mondo che vedo: pieno di contraddizioni, compiaciuto della deriva che sta prendendo, comandato da personalità vuote e inutili, alla ricerca disperata di redenzione e di salvezza, chiuso, respingente e aggressivo, dove ogni valore è sottoposto al giudizio del denaro. Io sono ciò che dipingo, la summa dei miei pensieri, delle mie angosce e delle mie speranze. Spesso mi dicono che sono “inquietante” e “violento”: non mi sembra di esserlo più di un telegiornale o di una prima pagina di quotidiano. Non sono io ad essere violento e inquietante, è il mondo che lo è.

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Monica Silva La fotografia che cura l’anima testo

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onica Silva, nata in Brasile e naturalizzata italiana, è una fotografa specializzata nel ritratto concettuale. I suoi lavori sono pubblicati dal Corriere della Sera, Io Donna, Style, Sette, Max, Flair, Chi, Panorama, Grazia e altre testate. Queste collaborazioni l’hanno portata ad incontrare e ritrarre personalità della cultura e dello spettacolo come Paolo Sorrentino, Toni Servillo, Gad Lerner, Fiona May e molti altri. Dedita alla sperimentazione fotografica, Monica Silva si è occupata anche di fotografia per architettura d’interni. In qualità di fotografa professionista Nikon e di testimonial per Hasselblad e Manfrotto, questi marchi la ingag-

Erika Grapes

giano spesso per seminari e workshop di psicologia nel ritratto, sia in Europa sia in altri continenti. Parallelamente all’attività commerciale, Monica Silva si dedica alla fotografia artistica dal 2008. Abbiamo assistito alla sua ultima mostra a Milano “The Butterfly’s Fall. Postcards from Tokyo”, che si è tenuta presso la Nuova Galleria Morone: una raccolta di foto inedite su Tokyo e una toccante videoinstallazione in cui la fotografa brasiliana mette l’anima a nudo su un vissuto personale particolarmente drammatico, trasformando la liberazione di una farfalla dalla crisalide nel simbolo di una catarsi emotiva di straordinaria delicatezza.


Hai fotografato musicisti e personaggi famosi, che cosa cerchi nei volti che ritrai? Cerco sempre di “spogliare” ogni persona che ritraggo dalle maschere che indossa all’interno della sua vita sociale. Cerco momenti intimi, senza forzatura. Sono diverse le modalità attraverso le quali porto i miei soggetti a sentirsi liberi di aprirsi con me, sono questi i momenti che mi interessano, quelli in cui raccontandomi un momento di vita, una storia della loro quotidianità o un pensiero ad un figlio lasciano emergere la loro natura più “autentica”. Nei tuoi racconti di viaggio, attraverso le immagini che catturi, oltre a documentare ciò che vedi, permetti al viaggio di cambiarti e di conoscere meglio te stessa. Se tu fossi una città oggi, quale saresti? Se mi dovessi identificare con una città in questo momento della mia vita sceglierei senza dubbio Tokyo. Perché è una città in eterno movimento, altamente tecnologica, piena di contraddizioni, visionaria, brulicante di idee e ricca di tradizione, di storie ancestrali, di persone senza età.

Il tuo modo di fare fotografia è estremamente poetico. Leggi molto? Non so dire se è poetico ma di certo devo molto ai libri. I libri mi permettono di creare immagini surreali e solo mie. I libri mi portano lontano in viaggi paralleli e stimolano la mia fantasia con personaggi che esistono solo nella mia testa. A volta una sola frase mi scatena un intero progetto. Ogni essere umano dovrebbe avere il desiderio di leggere almeno un libro al mese. Apre la mente, ci rende meno schiavi dai poteri oscuri della politica, per esempio, ci insegna a vedere oltre. A essere meno manipolati. Ci rende più colti, ci fornisce stimoli per conversazioni interessanti e stimolanti nelle serate con gli amici.

Hai ritratto spesso uomini intenti nell’atto di fumare. Si tratta di immagini di grande effetto visivo, come se il fumo uscisse dalle fotografie per raggiungere lo spettatore. Che significato ha il fumo per te? Odio il fumo! Ha un significato terrificante per me, proveniente dalle violenze che ho subito da bambina. Ho imparato ad affrontare il fumo in modo artistico, traendo il bello da una esperienza negativa. E’ stato un mio modo di esorcizzare, fa parte del mio ciclo “auto-terapeutico”. Ti rivolgi sempre in direzione della luce? In che modo anima e immagine si collegano fra loro? Certo! La luce infatti è la prima complice di un fotografo! L’etimologia Sono due mondi paralleli che non si sfiorano nemmeno. I compito del della parola “fotografia” in greco e la sua traduzione letterale, è DISE- fotografo è quello di avvicinarsi il più possibile alla rappresentazione GNARE CON LA LUCE o SCRIVERE CON LA LUCE. Quando entro visiva dell’anima del soggetto fotografato. Questo succede solo quanin un luogo, se non ho con me luci professionali, cerco subito una fonte do c’è una forte empatia, una connessione che va oltre i metodi accaluminosa, quella più congeniale alla foto che voglio fare. Noi fotografi demici. Ci vuole rispetto e sacralità, comprensione e sensibilità per non siamo niente senza luce! ascoltare quegli attimi sfuggenti di una persona che raramente ci viene concessa. In The Butterfly’s Fall, installazione video-fotografica che abbiamo visto recentemente in mostra a Milano, condividi apertamente Insegni da alcuni anni Psicologia nel ritratto? Di cosa si tratta? e con grande delicatezza il tema drammatico della pedofilia, or- Esistono corsi aperti al pubblico? rore che ti ha colpita personalmente nel corso della tua infanzia. I miei corsi di psicologia nel ritratto sono un’evoluzione del lavoro che Si tratta di un filmato molto toccante che esprime la forza della ho iniziato su me stessa qualche anno fa. Si tratta di corsi dove guido femminilità proprio attraverso la sua fragilità. La metafora della le persone a guardarsi dentro attraverso esempi tratti dalla storia delcrisalide che si risveglia farfalla è di grande impatto emotivo. So l’arte, dalla fotografia e dalla letteratura. Un fotografo prima di esseche si tratta di un percorso auto-analitico attraverso l’arte e la gua- re tale dovrebbe passare lui stesso attraverso un intenso processo di rigione dello spirito che hai intrapreso da tempo, ma penso che auto-analisi compiuto attraverso autoscatti, per conoscersi meglio, per potrebbe aiutare, nella sua semplicità, tante bambine ed ex bam- rafforzare la propria immagine, per poter gestire meglio una sessiobine che sono passate attraverso lo stesso calvario. Come pensi di ne fotografica che talvolta può essere un compito davvero difficoltoso. diffonderlo? Verrà esposto ancora? Sono dei workshop a numero chiuso di partecipanti rivolti a chiunque Questo progetto è partito in modo molto embrionale. Oggi mi sento voglia partecipare. ancora un bruco che deve divenire farfalla. Ho in mente uno sviluppo molto forte di questo progetto. Con video, libro oltre a installazioni e Esiste bellezza in ogni cosa? La bellezza può cambiare il mondo? mostre in giro per il mondo. Dobbiamo imparare a trasformare i nostri La bellezza sta negli occhi di chi la contempla, diceva David Hume. Ci dolori, per quanto terribili essi siano, in cose belle e in testimonianze sono persone che vedono tutto bellissimo ed altre che si domandano: che aiutino coloro che non hanno la forza di esprimere la volontà di Dove?! combattere queste violenze. L’arte mi ha aiutato e continua ad aiutarmi Non credo che ci voglia bellezza per cambiare il mondo, ma guardare molto. Ognuno di noi dovrebbe trovare il proprio modo per utilizzare dentro noi stessi per cambiare quello che non vogliamo essere. Il monil suo dolore, imparare ad affrontarlo, per combatterlo per trasformar- do è bellissimo com’è. E’ l’uomo che lo rende invivibile. Non cambierei lo un punto di forza. Nella pellicola “Il danno”, c’era una frase che mi ha il mondo ma inviterei le persone a cambiare sé stesse per far sì che la molto colpita: “Chi ha sofferto un danno è molto pericoloso, perché sa vita intorno a noi sia migliore. di poter sopravvivere.” Ecco io sono una di quelle persone Hai nuovi progetti in cantiere? Il tema di questo mese di C magazine è la cosiddetta “Realtà”. Da Ho molti progetti in cantiere. Una personale a Sao Paulo, un libro, una fotografa e da artista, sei abituata ad osservare il mondo da più personale a New York e tanti, tanti servizi strabilianti. punti di vista e sotto luci e aspetti diversi. La realtà esiste? Esiste una unica realtà? La realtà, se esiste una realtà, viene filtrata da ogni persona in modo differente. Tutto dipende dal background di una persona. Cito un pen- Monica Silva sarà a Catania il 22 e 23 febbraio presso lo Spazio Crosiero di Luigi Pirandello: “Abbiamo tutti un mondo di cose dentro di matico di Via Ursino 8. noi e ognuno di noi ha il suo mondo privato. Come possiamo capirci http://cromaticophotofestival2014.moonfruit.com/home/4581958927 se le parole che uso ha il senso e il valore che mi aspetto che abbiano, se chi mi sta ascoltando, inevitabilmente pensa che quelle stesse parole per due presentazioni: hanno un senso e un valore diverso, a causa del mondo privato che ha L’io dentro me - La psicologia nel ritratto dentro di sé anche lui? Ritratto ad arte - Il ritratto nella storia dell’arte.


#ContemporaryArt


#RiservaUrbana

Solamente... TUA! a cura e di

Ruben Toms

M

i imbatto nel miglior giallo in circolazione, per dirla con Antonio D’Orrico, in un momento di attesa. È sera, aspetto un treno e non ho niente da leggere. Vado all’edicola della stazione. L’edicolante è intento a chiudere. C’è un libro in bella vista ed ho come la sensazione che “Tua” (titolo originale “Tuya” - edito da Feltrinelli ) di Claudia Piñeiro sia lì per me. Della scrittrice argentina avevo già molto apprezzato “Betibù”, quindi mi potevo fidare. Metto in tasca il libro? Macchè!... inizio subito a leggerlo. Per poco non perdo il treno. Storia ambientata a Buenos Aires: Inès, la moglie di Ernesto - dirigente di successo tutto di un pezzo - trova per caso nella valigetta del marito - ma il caso non è mai un caso - un biglietto d’amore scritto con il rossetto rosso e firmato “Tua”. Apriti cielo! Lei decide di seguirlo sospettosa e vede quello che nessun innamorato vorrebbe vedere mai: il marito che bacia un’altra? Peggio, il marito che del tutto accidentalmente uccide la sua amante. E la moglie che fa? Decide di proteggere suo marito per salvare il suo matrimonio. Ma non è finita qui. Colpo di scena finale che ovviamente neanche sotto tortura svelerei. Book absolutely da leggere. La scrittrice imbastisce un appassionato thriller che lascia il lettore spiazzato e con il fiato sospeso. Non male, no? Ps: Complimenti a Michela Finassi per l’ottima traducciòn.

Claudia Piñeiro - Tua: pagine 144 - Feltrinelli


#Poetry

‘Round Midnight testo

Ginaski Wop

A

i piedi della spirale ipnotica falangi stringono sentieri ambrati architettati dal ghigno del mastro giostraio che se ne sta a guardare torturando sotto la morsa dei suoi lunghi baffi scuri un ammezzàto Mentono gli specchi e i riflessi ingannano il compiacente spettatore del viaggio… sull’abitàculo del cuore transumante non piovono pezzi di ricambio! L’acqua alla gola è il rischio del mestiere dell’assennato rabdomante, che adesso singhiozza un S.O.S. mentre Mosè invece passeggia beatamente sulle onde a bordo di un pedalò rosso ascoltando Glen Gould e fumando tabacco biondo in compagnia della sua ciurma d’angeli… Il giostraio modifica la prospettiva e capovolge l’irreale confondendo l’equilibrio e inverte i poli e l’equatore e le costellazioni… E la spirale gira gira imperterrita ed io la guardo, a testa in giù… E quasi pare di vivere il timore di un Ebe che saluta con la mano allontanandosi sempre più distante. Il toro nell’arena non ha scelta! Chi nasce a Triana non ha scelta! E il rabdomante prende il torero per le corna ed esce via dal guado il toro centra in pieno la spirale il mastro perde il ghigno e allora un bambino mi prende per mano… A raccogliere castagne, ad ascoltare la voce del pozzo, fra gigantèsse e muli dinamitardi e incandescenti che fanno brillare la luce di una collina autunnale senza specchi e senza tempo.

53


#About

Realtà Edonista

...postmodernismo antifighetto! testo e illustrazione

P

erché tre uomini, all’alba di una notte brava consumata in un club privè per scambisti di Madrid – L’Encuentro – ancora saturi di odori, noleggiano un’auto e imboccano l’ autostrada iberica diretti verso Sud? Forse perché due di loro sono calabresi e l’altro è cubano e quindi quasi istintivamente inseguono una terra che non sia tale, un confine di non appartenenza in cui riconoscersi. Dove i colori e le genìe si contrastano e si mixano. Forse cercano sapori senza compromessi, perché nel relativismo mediatico del tempo che abitano, in questa mitizzazione contemporanea del buono e dell’apparire buono, loro sono a caccia di un’oggettività. Di una centralità reale, espressa per mezzo dell’ostentazione inconscia del rito. Come in una tribù. Come ormai più non accade nella loro Calabria e nella loro Habana. Cercano immagini. Cercano un’eleganza non ancora mediata da dettami global e petti glàbral! Dove l’emancipazione è una presa di coscienza ormonale e non un solipsismo sociopolitico. E mentre Madrid è lontana già due ore e la Mancha esibisce i suoi 35 gradi di un mattino di luglio, l’FM in radio cambia il sound lasciando alle spalle il poppettìno da label industriale, sostituendolo con suoni caldi, legnosi, affumicati, rauchi, artigianali. Sartoriali. Cuciti addosso al bevitore che rifiuta il metodo soléra e che anche nel bicchiere della staffa intende masticare il gusto dell’agricolo privo di melassa.

Ginaski Wop

La voce dello speaker che introduce i brani di Macandè – esaltandone la sua disperazione dipsomaniacale che si contrappone nettamente all’immagine da “tele-tipo” – fa da sfondo a distese assolate e isolate gigantografie di tori neri dalle palle enormi. E miglia dopo miglia l’auto si allontana sempre più da Comunità Europee, euro, spread, 626 e decreti vari, e si avvicina al senso d’istinto. E non è tanto lo scenario offerto loro dalle città a saziarli nella ricerca intrapresa, perché in fondo Cadice è sovrapponibile ad uno qualsiasi dei paeselli della piana di Gioia Tauro (anche nelle atmosfere), così come Siviglia è La Habana vecchia piuttosto che centro Habana o Trinidad. E non è nemmeno l’immagine delle corride che vedranno, già abbondantemente descritte dagli Hemingway e dai Picasso. A soddisfare il Viaggio sarà la sostanza. La sostanza dei fatti che manifestano la realtà di una ormai subcultura post modernista. A Siviglia attraversano il ponte e arrivano a Triana, la città vecchia sull’altra sponda del fiume, e tutto è reale. Lo è la profonda cicatrice sul volto di un barman di un postaccio in Calle Pureza che dice “Se volete ascoltare del vero Flamenco, andate in fondo alla strada… quello non è un posto per turisti. Dite che vi mando io, altrimenti rischiate che non vi facciano entrare”. È reale il locale in questione - al piano terra di un edificio cadente e abitato solo da gitanos - così come è reale l’insegna all’ingresso: Aquì vive gente de Triana! È palpabile e inalabile l’atmosfera reale composta dal fumo di sigarette e pipe che colora gli spazi del club.


#About

Sul palco un chitarrista, e intorno a lui clienti di sesso femminile mettono in scena chissà quale disperazione di chissà quale malinconia, alternandosi in una session di brani dai testi che hanno ancora posto e tempo per la letteratura… Uno fra tanti recita “I paesaggi più belli vivono nella mente dei ciechi / e le speranze più forti nascono in chi non ha più rimedi”. Alcuni habitué si scordano per un momento del drink che barcolla sul tavolo, e danzano in modo estatico battendo le mani a tempo; le barlady dietro al banco servono prevalentemente vino rosso Rioca e brandy e si contestualizzano allo show con dei chiassosi e guappi Olé, Olé! L’aria è festosa. I volti, consunti. Nessuno escluso. Fa caldo, e mentre una delle due barlady spiega ai tre viaggiatori che “il vino va bevuto solo rosso, altrimenti non fa buon sangue”, strofina il polso accaldato dentro al cestello del ghiaccio, accarezzando con la sua pelle apolide i cubetti gelati… e c’è da pensare che sappia esattamente a che gioco sta giocando: lo fa len-ta-men-te, con disinvoltura, sporgendosi in avanti e continuando a parlare. Lester, il passeggero cubano, fa amicizia con un tale che dice di essere un torero. Dice di avere 23 anni, ma ne dimostra almeno dieci di più, e ha delle occhiaie profondissime. Anche lui appare consunto. I suoi miti sono Manolete e Dominguin. Racconta che ogni notte, ogni volta che ne ha tempo, va in quel medesimo locale a tracannare litri di Rioca e lasciarsi sedurre dalle danze delle clienti più audaci. Sostiene che “fra arena e seduzione, in fondo, non c’è poi molta differenza. Perché essere toro o torero spesso è un qualcosa che si fonde nella medesima idea. Lottare, conquistare, soccombere”. È visibilmente brillo, ma continua a bere e a vestire l’abito che il rito gli ha cucito addosso come unica e reale identità! È come se davvero a nessuno importasse quanto accade nel mondo là fuori. È come se le uniche regole accettate e riconosciute siano quelle e basta: lo struggimento dei sensi e il consumarsi reciprocamente senza interrogarsi mai del perché. Pare che a nessuno interessi preservarsi più di tanto… e in effetti, per cosa poi?! Il senso al tutto arriva a Cadice, il giorno seguente, alla Taverna Marquez, dove “El Niño de Cadiz” va a bere brandy ogni pomeriggio. El Niño è un artista locale conosciuto da tutti in città. Non canta più da anni. Si è ritirato dopo un duro intervento chirurgico alle corde vocali. Non è difficile fare amicizia con lui, basta offrigli un paio di giri di bevute. El Niño sostiene che la vera crisi contemporanea sia rappresentata dall’assenza di edonismo “siamo circondati da buoni… da tanta brava gente. Questo moralismo dei nostri giorni mi da il voltastomaco!” - parla fra una sorsata e l’altra - “Io sono nato in Andalusia e morirò fra la mia gente. In Andalusia. Qui ci trovo ancora un senso a tutto. Tutto torna al concetto esistenziale”. Ritiene che flamenco e tauromachia siano la chiave di volta per salvarci dal bruttume buonista che ci sta spegnendo. Pensa che le nuove leggi spagnole, che vietano la corrida in molte regioni o

che consentono di adottare in sedi ufficiali altri idiomi all’infuori del castigliano, rappresentino per gente come lui una salvezza, perché “un vero uomo ha bisogno di sfide. Di restrizioni e proibizioni a cui trasgredire. Cosa sarebbe un uomo senza trasgressione?!”. Spiega che il flamenco, etimologicamente “contadino senza terra”, nella sua espressione poetica e struggente rappresenta la riconsegna di un territorio romantico a quel “contadino” a cui pare quasi che la terra gli si stia sgretolando sotto i piedi. Parla della differenza sostanziale fra cantante e cantore: “io non sono un cantante. Non offendetemi! Io sono un cantore. Che in un senso tribale è tutt’altra storia… e il fatto che in radio si passi solo un certo tipo di musica, non fa altro che legittimare la mia identità. La mia e quella di taverne come questa”. I tre viaggiatori gli raccontano dell’incontro col torero, la sera precedente, e il Niño di Cadiz ha una riposta anche a questo: “il torero e il toro sono la stessa cosa. Il toro è tale nell’arena, e dopo esser stato ferito più e più volte impara le regole del gioco, ma sa che dovrà morire. Ne fiuta la propria mortalità, e quindi cosa fa? Si dimena, carica, tira cornate, si difende, e continua a caricare senza sosta, perché non ha altra soluzione. Il torero, finito lo spettacolo, smette i panni del galeotto e, una volta uscito dall’arena, diventa lui stesso il toro. Vive un role che capovolge il suo essere seduttore di possenti animali e platee. Nell’arena della vita è lui un sedotto, deve esserlo! E deve patire la sofferenza di tale seduzione. È un vinto. Un vinto dal vortice dei piaceri. Vinto dalle banderìllas dell’edonismo. Perché un vero gaudente ne porta addosso i segni e sa bene che dopo il godimento verrà la disfatta e gli Olé di questa o quella ballerina sudata e malandrina. Lui si disinteressa di pari opportunità, animalismo, sessismo e omofobia… Pensate ad esempio al giovane torero Joselito Ortega che ha accettato di pubblicizzare nel suo mantello rosso il marchio di una bevanda gay, esibendo lo sponsor Gay Up. La mia cultura non discrimina! Semplicemente esegue un rito scritto dal tempo e ride in faccia, semmai, alla discriminazione che subisce da questo sentimento fighetto ed etero-fobico che a mio avviso è il trend al giorno d’oggi. La società contemporanea ci vuole buoni, in salute, depilati, pavidi, a fumare e-cigarettes, a leggere e-book, a fare cyber sex, a gonfiarci i bicipiti di ormoni e ascoltare arte preconfezionata. Ci vogliono accomodare alla paura del piacere. Omologare ad uno status accessibile. La mia cultura invece, se ne sbatte. Noi rispondiamo con la devastazione dei sensi, con l’abuso dei sessi, con l’esaltazione dell’unica cosa di cui non ci si può privare: la nostra identità edonistica e rituale. Per cui carichiamo a cornate ogni notte. Elogiamo disperazioni e sessualità morbose. Andiamo incontro alla mortalità nel modo a noi più congeniale. E ci lecchiamo le ferite la mattina seguente.” I tre viaggiatori mandano giù un altro po’ di brandy, pagano il conto, scattano un paio di foto e chiudono i loro rispettivi taccuini. Non c’è nulla da metabolizzare… c’è solo da rimettersi in viaggio con le occhiaie in bella vista. E caricare! Olé. 55


Il cocktail giusto per le tue esigenze. 1/3: progetti grafici e comunicazione creativa per la pubblicità ed il marketing. 1/3: editoria, produzioni, stampa di: libri, CD, DVD, brouchure, leaflet, manifesti, locandine, biglietti da visita. 1/3: produzione e postproduzione video.

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#Wellness

Ansia, panico e

omeopatia!

testo

Alfonso Tramontana

“ci sono state due grandi rivelazioni nella mia vita. la prima è stata il bebop, la seconda l’omeopatia” - Dizzy Gillespie -

L’

ansia nelle sue varie forme e presentazioni cliniche spesso rappresenta un universo contro il quale anche medici e terapeuti esperti finiscono con l’arrendersi. Da dove deriva l’ansia? Si nasce così, ci si diventa o entrambe le ipotesi coesistono? Come si fa a quantificare oggettivamente il grado di ansia che una persona prova in un determinato momento? La medicina ufficiale dispone di sistemi di misurazione, diagnosi e terapia. Ma siamo sicuri che l’approccio sia efficace, specialmente se andassimo a chiedere ad un soggetto in cura per disturbi d’ansia “come ti senti?”. Può una terapia (qualunque essa sia) non tenere conto della percezione e delle sensazioni che la stessa provoca ad una persona alla quale viene somministrata? Non è questa la sede per addentrarci in discussioni approfondite né tanto meno si vogliono in poche righe contestare “linee guida” internazionali che in moltissimi punti a mio avviso forniscono delle soluzioni efficaci. Il fine è quello di fare una riflessione basata sull’esperienza diretta scaturita dall’ascolto, prima che dalla cura di persone che soffrono di disturbi d’ansia. E la prima considerazione che mi viene in mente è che l’ansia è difficilmente quantificabile dall’esterno. I vecchi maestri di semeiotica medica dicevano che solo un tipo di dolore è di lieve entità e facilmente sopportabile: quello degli altri. Altra considerazione: spesso il soggetto ansioso prende psicofarmaci che gli tolgono l’ansia, ma ansioso di base resta. Spesso i farmaci insieme all’ansia appiattiscono anche tutta quella serie di reazioni emotive, di pulsioni e di sensazioni che costituiscono l’emozionalità del soggetto e che spesso vengono confuse con il termine ansia. È veramente brutto e patologico che un adolescente al primo appuntamento con la ragazza dei suoi sogni abbia il cuore in gola? O che il “Nino” della canzone di De Gregori abbia un po’ di paura prima del calcio di rigore? O che un artista abbia il crampo allo stomaco perché vede dal backstage il teatro pieno di pubblico?

Forse l’approccio corretto dovrebbe essere volto alla correzione del dato spiacevole ed invalidante dal punto di vista individuale e sociale senza però anestetizzare l’emozionalità con cui una persona è nata, che la persona ha completato nella sua costruzione di vita quotidiana e con la quale quindi convive. L’omeopatia si propone di raggiungere questo equilibrio in associazione spesso ad altri interventi, come ad esempio la psicologia. Per la medicina omeopatica si può nascere predisposti all’ansia (diatesi o miasmi) e le influenze sociali, alimentari ed ambientali determinano più o meno lo sviluppo della stessa. Ecco un breve elenco dei principali rimedi per la cura dell’ansia, considerando sempre che è fondamentale consultare un medico omeopata esperto e che non è corretto sospendere le terapie convenzionali senza la supervisione di un medico competente: Ignatia Amara: uno dei rimedi più usati contro le sindromi ansiose. I sintomi sono paradossali e mutevoli, spesso insonnia iniziale (difficoltà a prendere sonno). È un sedativo naturale. Argentum Nitricum: ansia con tremori, agitazione psico motoria, ansia anticipatoria con paura che possa accadere qualcosa di spiacevole, paura di essere in ritardo, agorafobia, attacco di panico Gelsemium: come argentum nitricum, ma più tremante. Inoltre durante l’attacco d’ansia il soggetto si blocca. Aconitum: tachicardia e sensazione di morte imminente o di avere un infarto in corso. Attacchi di panico. Pulsatilla: è il rimedio della “pecora”. Persone emotive, ipersensibili, che si sentono abbandonate dalle persone che amano e da cui vogliono essere amate. Inclini al pianto, amano la consolazione con abbracci e carezze. Arsenicum Album: persone ansiose per la propria salute. Ipocondriaci. Asteniche e deboli. Nux Vomica: È il manager stressato, l’attore che deve dare il massimo, la persona che deve essere performante al massimo. Spesso ha abusato di eccitanti o di alcol e fumo. A volte mangiatore compulsivo. Può essere insonne e svegliarsi nel mezzo della notte pensando a quello che farà domani. Crampi e dolori addominali. 57


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C magazine #3