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Foto Riccardo Lancia - Art Director/ Style Claudia Palombi, Chiara Guarino Model Ionelia Vlasie - Mua Francesca Rotondi - Assistente Federica Cecchini Abiti Seventy, Sergio Tegon, Apponi Space - Location Setteventi Agriturismo, Pofi Puoi acquistare i prodotti da Mad - moda accessori design


CERCA L'ATTENZIONE E CURA IL DETTAGLIO


FERRANTE, PASSIONE PER L A QUALITÀ E L'ELEGANZA

FROSINONE - Via Tiburtina n. 73 - Tel. 0775. 872422


C EDITORE

Associazione ! CHIC Testata Registrata presso il Tribunale di Frosinone. DIRETTORE

CLAUDIO GIULIANI GRAFICA

Advok Studio srl - Grafica & Web info@advok.it MADDALENA ZOLFINI VALENTINA FANFERA DIRETTORE RESPONSABILE

SALVATORE PIGLIASCO SS 155 per Fiuggi n 7 03100 Frosinone Tel. 0775 961440 CREATIVE AREA / CREATIVE COORDINATOR / BRAND MANAGER

CLAUDIA PALOMBI CHIARA LUCIA GUARINO chicstyle.redazione@gmail.com REDATTORE CAPO

CLAUDIA PALOMBI redazione@chicstyle.it

In copertina

In questo numero FOTOGRAFIA

RICCARDO LANCIA ANDREA SELLARI MAKEUP & HAIR ARTIST

FRANCESCA ROTONDI STYLISTS

MODELLA Chiara Arrighi FOTOGRAFIA Riccardo Lancia MAKEUP Francesca Rotondi STYLIST Claudia Palombi, Chiara Lucia Guarino COSTUME DESIGNER Francesca Cimini LOCATION La Locanda Del Ruspante - Castro Dei Volsci

CHIARA LUCIA GUARINO CLAUDIA PALOMBI REDATTORI

ALESSANDRA CELANI ANASTASIA VERRELLI CLAUDIA CAPONE FRANCESCA CAVALIERE GIULIA ABBRUZZESE GIUSI ROSAMILIA LUCIA COLAFRANCESCHI ROBERTA EVANGELISTI STEFANY BARBERIS VALENTINA DI MANNO VIVIANA GUGLIELMINO MODELLE

CHIARA ARRIGHI IONELIA VLASIE LOCATION

LA LOCANDA DEL RUSPANTE SETTEVENTI AGRITURISMO

PROSSIMA USCITA – ESTATE 2018 / CHIUSO IN STAMPA IL 16 APRILE 2018 STAMPA - ARTI GRAFICHE AGOSTINI - TIRATURA 10.000 COPIE I CONTENUTI, LE DESCRIZIONI, LE IMMAGINI E LE COLLABORAZIONI PRESTATE SI INTENDONO ESCLUSIVAMENTE A TITOLO GRATUITO


Disegnare il presente

L’

attesa tra un numero e l’altro di Chic Style è: una pagina bianca da riempire, una promessa di avvenire, forse l’unico presente che abbiamo. Non siamo presuntuosi ma è questo lo spirito del nuovo magazine Primavera 2018. «Volevamo raccontare la tensione verso il futuro, il guardare al nuovo che è da sempre il concept del magazine». Molti sono i cambiamenti, all’insegna di quella curiosità peculiare della rivista che in tutta la sua vicenda ci ha portati a scandagliare ogni aspetto della creatività, per coglierne e raccontarne le espressioni più d’avanguardia, impreviste, scoprendole in ogni epoca e luogo. La bellezza di una storia o di un progetto, se autentica, non ha tempo o durata. Per questo siamo lieti orgogliosi di parlare sempre di meno di “alta moda”, ma più di designer emergenti. La rivista ha ormai cambiato volto e (fatte le dovute eccezioni) dà sempre più spazio a stilisti emergenti. Shooting e promozione online ed offline: in questo scenario Chic Style, fedele al proprio spirito di innovazione, mira a creare a Frosinone una nuova piattaforma dedicata alla creatività che racconti l’incredibile capacità della moda di reinventare e modificare la realtà. Ogni designer attraverso le sue creazioni ci racconta la sua storia, ed è questo che si vuole esaltare, puntando sulla componente narrativa e fiabesca. Le creazioni dei designer le puoi acquistare da Mad – Moda Accessori Design.

La Redazione

12. 24. 25. 26. 28. 30. 31. 34. 36. 40. 42. 44. 43. 48. 50. 54. 56. 58. 62. 64. 67. 68. 70. 72. 75. 76. 77. 78. 82. 84. 86. 88. 92. 94. 96. INDEX

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Designer Chic Valentina Bellè Pigiami e vestaglie Favolosamente rosa Oltre il nero c'è di più Trend accessori 2018 Borse tonde Costanza piccini Sposa futura A Greco un dieci e lode Monocromia portami via Dell'Olio passione di famiglia Le Cose Omnia Fitness Accessori per capelli Francesca Vinciguerra Eyliner fluo Quella passione per tempo e oro Simone Dolcemascolo Le filatrici del cervantes Parola d'ordine scalato MAG Nella borsa di una prof Le missioni impossibili Scritte da indossare COEZ Ditegli tutto ma non che è una Iena Quella vena artistica che scorre sottopelle Matera al centro del mondo Prevenzione, bellezza e benessere Beyond the trip Dove a tavola si resta unpó Quando le storie fanno ‘O I consigli di Grug Libro Peste e Corna


Brand Borse Franco Pugi Foto Riccardo Lancia Art Director / Style Claudia Palombi - Chiara Guarino Mua Francesca Rotondi Modella Chiara Arrighi Abiti Francesca Cimini Location  La Locanda Del Ruspante - Castro Dei Volsci Borse acquistabili da Mad - Moda Accessori Design


Di Martina Siravo

BEAUTY

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I

FRANCO PUGI - Italian Fashion Leather Goods & Accessories

l brand Franco Pugi nasce negli anni '70 da un’idea creativa di Franco Pugi, giovane imprenditore proveniente da una famiglia di industriali del settore tessile. Franco inizia la sua attività spinto da una grande passione e dalla voglia di riscoprire l’artigianalità e quel savoir faire tipicamente italiano. Come simbolo dell’azienda vengono disegnati due cavallini lanciati al galoppo, in una rincorsa infinita. Rappresentano il felice sodalizio di Franco con la moglie Elena nella vita e nel lavoro. Negli anni '80 e '90 l’azienda cresce in modo esponenziale, le borse, così come gli accessori, ottengono grande favore e riconoscimento anche in America e Giappone. Giunto all’apice del successo, Franco decide di stabilirsi in Sud America con la famiglia. Dopo dieci anni di lontananza dall’Italia, spinto anche da sua figlia Lara, sente che è venuto il momento di rientrare, di rimettersi in gioco, ricreare una squadra di fiducia e far ripartire la sua attività. Con l’entusiasmo di un bambino e l’energia e l’estro delle sue idee, Franco ha ancora tanti progetti e sogni da realizzare. Le borse Franco Pugi hanno un design originale, sono colorate e versatili, adatte alle donne di ogni paese del mondo, sono realizzate esclusivamente da artigiani italiani, con grande cura e attenzione ai dettagli.

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I N T E RV I E W

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Spring is Chic! Illustrazione di Rita Zolfini I N T E RV I E W

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Valentina Bellè

H

Di Valentina Di Manno

a sempre avuto una grande passione per il palcoscenico. Da piccola, infatti, organizzava spettacoli in casa travestendo le sorelle e inventando dei ruoli per loro.Da grande ha studiato recitazione, prima a New York, dove ha frequentato il Lee Strasberg and Film Institue, poi a Vienna, Roma e Londra per imparare per bene la lingua inglese: è Valentina Bellè, nata a Verona nel 1992, giovanissima star del cinema italiano.Quarta di sei figli, padre italiano e madre tedesca, dopo una breve esperienza come modella, periodo che ricorda con amarezza, corona il suo sogno di diventare attrice e negli ultimi anni si è distinta con ruoli in serie televisive come “La Narcotici 2”, “Grand Hotel”, “I Medici” e “Sirene” e al cinema in “La vita oscura”, un film autobiografico sul poeta Aldo Nove, “La buca” e “Il permesso - 48 ore fuori”. Valentina Bellè si può definire un’artista a tutto tondo, anche se lei, allergica alla vanità, rifiuta la definizione, e che tra le altre cose ha anche una grande propensione per la pittura; ha sempre avuto le idee chiare riguardo ai suoi obbiettivi lavorando sodo per raggiungerli e recentemente è stata protagonista di due importanti pellicole, “Amori che non sanno stare al mondo” di Francesca Comencini e “Una questione privata” di Paolo e Vittorio Taviani. Inoltre, il 13 ed il 14 febbraio è stato trasmesso l’ultimo lavoro al quale ha partecipato, il biopic in due puntate dedicato a Fabrizio De Andrè: “Fabrizio Dè Andrè – un principe libero.” Nella serie la Bellè ha interpretato il non facile ruolo della compagna dell’artista, Dori Ghezzi, una donna tosta e molto sensibile, estremamente esigente sul set. Valentina Bellè è certamente un grande esempio di talento, forza di volontà e coraggio: esempio che tutti i giovani che inseguono un sogno dovrebbero tenere da conto! ICON

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Di Stefany Barberis

PIGIAMI & VESTAGLIE Chic da mattina a sera

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n seguito al grande successo dei tailleur pigiama ecco ritornare a grande richiesta anche per questa stagione il concetto dello “Sleepwear”. Se sei una di quelle che, la domenica mattina non si vestirebbe mai allora il look che fa per te è proprio questo! Già nella stagione passata i pantaloni ampi con rigoni verticali e le camicie morbide con fusciacca in vita avevano fatto capolino tra una sfilata e l’altra ma quest’anno il nightwear è balzato fuori dal letto sfoggiandosi sul Red Carpet e addosso a fashion bloggers e influencer. Dal pantalone e camicetta in satin stampato o tinta unita fino alla sottoveste e addirittura alla vestaglia. Il must per questa stagione sarà senza dubbio il pigiama. Ovviamente senza mai ridicolizzarsi troppo. Tra gli indumenti che troveremo di più quest'anno ci saranno però in aggiunta anche le vestaglie. Da quella conosciuta come "del nonno" un po’ oversize e dalle tonalità cupe e spente un richiamo un po' vintage che renderà l'outfit casual come jeans e camicia molto più particolare, perfetto se indossato di giorno.A quella in seta perfetta per una serata particolare come un cocktail party o una cena di lavoro. Stupenda se di color rosa perla e abbinata ad un completo nero come pantalone e blusa aderente o body. Ma la vera tentazione del momento è sfoggiare il pigiama in total look. Ufficializzato da stilisti come Stella McCartney e Paul Smith, case storiche come Pucci e Louis Vuitton o i brand low cost come H&M, Primark e Zara. Adatto a qualsiasi tipo di taglia: dal pigiama oversize per le magre e strizzandolo con una fusciacca coordinata in vita o una

microcintura, al pigiama sinuoso e sensuale, perfetto per le donne curvy. Ecco quindi una selezione dei pigiami più fashion secondo Chic Style: Pigiama da donna, seta color malva taglio maschile by Oysho; Camicia da notte blu cielo stellato by Oysho; Pigiama floreale in raso by Yamamay; Camicia da notte in cotone oversize by H&M Ma ci sarebbe un ultima cosa da dire. Lo stile “notte da giorno” non si sfoggia solo con le vestaglie e i pigiama ma anche attraverso le calzature come le slippers basse lanciate di moda da Gucci e perfette per un total look nightwear. Ma ricordiamoci che Marylin Monroe andava a dormire solo con due gocce di “Chanel n°5”.

Oggi il pigiama si fa couture: in seta o cotone organico, vanta design minimal e stampe eleganti

MODA

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Di Anastasia Verrelli

Favolosamente Rosa In tutte le sue sfumature

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iamo soliti associare il colore rosa alla sfera femminile. Ma è sempre stato così? Ebbene no, solo a partire dalla seconda guerra mondiale è diventato il “colore delle donne”. Oggi simbolo di eleganza e femminilità, è possibile trovarlo in migliaia di sfumature diverse. Una più bella dell’altra, che conferiscono buon umore e ottimismo a chi lo indossa. Confetto, ciclamino , pesca, pellicano, fragola, quarzo e magenta sono solo poche delle tantissime nuances di rosa che possiamo trovare anche se, quelle più gettonate, restano cipria, fucsia e nude. CIPRIA. Colore delicato, facile da abbinare, che rende tutto molto chic. FUCSIA. È la nuance più audace, ideale per un look giornaliero abbinato ad eccentrici accessori. NUDE. È la sfumatura al momento più gettonata grazie anche agli outfit di molte celebrità come Rihanna o Kylie Jenner. Grazie a loro è passato dall’essere un colore un po’ anonimo ad uno dei colori più sexy. Insomma, un rosa per ogni eventualità. Perché ormai è arrivato il momento di accantonare i colori scuri, soprattutto per la primavera. E anche perché ormai è diventato un po’ noioso. Oggi è il vestirsi di rosa il nuovo anticonformismo. Non dobbiamo più identificare il rosa con abiti svolazzanti, ricami in pizzo e volant. Certo, non mancano ovviamente vestiti romantici ed eleganti, ma ciò non vuol dire che sia un colore prettamente “tenero”. Tute sportive, abiti sexy e a completi androgini, ormai il rosa è ovunque. Ciascuno può scegliere la sfumatura più adatta a sé per avere un look personale e particolare: c'è un rosa adatto a ciascuna di noi. E poi non dimentichiamo che,il rosa,sta bene proprio con tutto. MODA

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Di Francesca Cavaliere

MODA

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Di Giusi Rosamilia

Oltre il NERO c'è di più

N

ero è vita, amore, passione, profondità, sensibilità, mistero. Nero è luce. È ricco di carattere, di forza, di grinta. Sulle grandi passerelle di moda, in occasione della presentazione delle nuove collezioni primavera estate 2018, spopola il black, le ragazze dark mostrano fiere e maestose capi importanti. La donna Chloè è romantica sì, ma anche grintosa e determinata, in un giusto equilibrio tra femminilità spiccata e allure rock. Calza stivali con le fibbie evidenti e vestiti cortissimi in seta, pantaloni comodi e camicie impalpabili, ma anche giacche di pelle e gonne super aderenti. Ogni minimo dettaglio è ricercato, curato, ogni accessorio sprigiona personalità. Miuccia Prada a metà strada tra innovazione e rinascita, propone look unici e originali ispirati al mondo maschile, ma con tocchi iper femminili. Abiti in stile anni '50 si sovrappongono a camicie leggere e gilet, suite maschili si sposano perfettamente ad abiti femminili: tutto ha un sapore vintage. La donna Miu Miu è dark, ma con un arcobaleno nell’anima.La ragazza che veste Prada sembra essere appena uscita da un fumetto e si colora come un comics di animali, ragni e mille storie da raccontare tessute nelle trame delle giacche a doppio petto, delle camicie maschili, delle gonne lunghe a pieghe. Prevalgono le tinte scure su tessuti diversi come lana, pelle, metallo, seta. Il nero domina la scena, sia di giorno che di sera, è protagonista, sempre. Esistono alcuni capi impossibili da immaginare di un colore diverso dal nero: il chiodo in pelle, il pantalone aderente, un certo tipo di stivali. Alessandro Michele conferma la sua visione contemporanea della donna. Le giacche sono over, i cristalli impreziosiscono lunghi abiti in chiffon, t-shirt con loghi, pellicce vintage. Prevale il nero, poi il viola, l’oro e il giallo. Anche Armani punta sul nero e lo mette in risalto con una serie di contrasti cromatici. Grafismi di grande impatto visivo, capi asimmetrici. Riflessi satinati su giacconi e pantaloni, paillettes total black, cristalli

e ricami tridimensionali. Blumarine crea una linea femminile pensata per le calde giornate estive: completi lingerie, bustier in pizzo, abiti scivolati. Il nero la fa da padrone: la donna appare dolce e languida, ma allo stesso tempo sicura e fiera. Yohji Yamamoto lavora sulla destrutturazione dei capi reinterpretando i modi per indossarli: punta tutto sui tessuti neri e croccanti, gioca sulle sovrapposizioni e sul finish opaco. Sfoggia proporzioni ampie regalando un’eleganza eterea. Il nero non è un semplice colore, è un modo di essere.

Patrizia Pepe in esclusiva da Medici Pelletteria

MODA

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Di Claudia Capone

Trend accessori 2018 Gli orecchini con nappine

È

tempo di vivere la bella stagione. Neve, pioggia, cattivo tempo e freddo sono solo ormai un brutto ricordo.Bisogna pensare alla primavera,all’estate, ai colori e guardare tutti i trend che ci saranno per la prossima stagione. Come tutti gli anni, la primavera porta con sé voglia di libertà e disfarsi degli strati di maglioni e cappotti che abbiamo indossato nella fredda stagione invernale. Ci si scopre: i tessuti si fanno più leggeri e più colorati, le fantasie e le stampe la fanno da padrone, per dare un tocco di allegria all’abbigliamento. Anche gli accessori non esulano da questa muta stagionale, passando da colori scuri e metallici a colori più sgargianti e notevoli, ideali per dare sprint all’intero outfit.Uno dei trend in voga per la primavera / estate 2018 sono i gioielli con le nappine. Ebbene si ricordate le nappe che trovavamo attaccate alle vecchie tende delle nostre nonne? Esattamente.Rivisitate, modernizzate e variegate, le nappine saranno le protagoniste assolute che faranno sentire ogni donna alla moda. Principalmente sono gli orecchini il trend del momento, infatti, questi saranno gli attori assoluti per questa nuova stagione, arricchita da un’ampia varietà di scelta. Molte case di moda, da quelle low cost a quelle high cost, hanno lanciato sul mercato gli orecchini con nappine, nello specifico bijoux, e tra questi sicuramente troverete il paio giusto per voi. Partiamo da H&M che propone orecchini con le nappine in diversi colori e forme: dal bianco latte al rosa cipria, dal rosso ciliegia al blu elettrico, corti oppure lunghi, si può scegliere tra un look più sobrio ad uno più grintoso. Anche Parfois, brand portoghese di accessori e borse, propone un modello raffinato di orecchini con le nappine dal colore must di stagione: il denim blue. I colossi spagnoli Zara e Mango propongono orecchini con nappine colorate, accessori che si fanno notare ma allo stesso tempo delicati, per uno stile elegante e raffinato capace di dare un tocco di originalità ad un outfit semplice o basic e non passare inosservate. Così come anche

dal Regno Unito, con brand come Accessorize e Topshop, arrivano gli orecchini con le nappine. Tra i brand, invece, di alta moda c’è Saint Laurent che ha proposto un modello di orecchini con nappine a catena in ottone. L’accessorio proposto dalla maison francese esprime eleganza e sobrietà, grazie anche ai due preziosi colori proposti: l’oro pallido e l’argento ossidato. Che siano realizzati con le perline o all’uncinetto, di corda, con frange o di tessuto, gli orecchini con le nappine sono belli da vedere. Portati lunghi oppure corti, sono un accessorio statement perché sono accessori che da soli creano l’intero look, regalando originalità e personalità a chiunque li indossi. I gioielli con le nappine sono il trend del momento, un accessorio che non può mancare per la stagione primavera / estate 2018, dove la sola parola d’ordine è OSARE!

ACCESSORI

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Di Roberta Evangelisti

Borse tonde le “round bag” primavera/estate 2018

P

rotagonista indiscusso di questa stagione,sarà proprio il cerchio: a spalla o a mano, la round bag torna prepotentemente in voga dagli anni 60, a metà strada tra la nostalgia e l’avanguardia. Il fattore che la rende unica è sicuramente il design, essenziale e compatto, che le permette di soddisfare le nostre esigenze di spazio, pur rimanendo sfacciatamente femminile nella sua sinuosità. Cinquant’anni portati benissimo per la borsa di stagione: nasce con un’anima bonton, ma le tendenze del 2018 la ripropongono in chiave pop e contemporanea. Tutte le influencer ne hanno già sfoggiata almeno una e il modello che impera di più, specie tra le giovanissime, è sicuramente la midi portata a tracolla, o la mini che, portata a mano diventa un sofisticato oggetto di design, da abbinare anche ad un abito da sera, come quella proposta da Dian Von Furstemberg, in pelle bianca e nera con manico da polso. Perfettamente rotonda è la Pixie di Chloé, che la propone in un mix di pelle di vitello liscia e vellutata, con manico e dettagli in metallo dorato, disponibile in 10 nuances diverse. Versione oversize da portare a mano per le più esigenti, mentre le fashion victim più audaci opteranno sicuramente per i colori pop, come nelle proposte in giochi cromatici di Marni, la logata new entry in casa Kenzo, oppure per le stampate come quelle di Charlotte Olimpya che si ispira al film noir "Slinky Sultry Sensational”. Spensierata e giocosa, la round bag sarà un vero investimento per la primavera estate 2018, un’opera d’arte da portare sempre con sé, capace di conferire uno stile eccentrico anche all’outfit più minimal.

The Bridge in esclusiva da Medici Pelletteria

Se il quadrato risulta legato all’uomo e alle sue costruzioni, il cerchio ha relazioni divine Un cerchio ha rappresentato e rappresenta ancora l’eternità, non avendo principio né fine Bruno Munari

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Atelier White F, lo showroom a Frosinone della designer Federica Palleschi dove è possibile ammirare collezione di abiti da sposa di Pronovias e “St. Patrick”di Pronovias; ed “Aurora” e “Jolies” di Nicole.


Un’infinità di tessuti, modelli e dettagli per rendere unica ogni sposa nel suo giorno più magico rendendo esclusivo e romantico ogni istante.

Ogni sposa è una principessa d’eccezione e avrà, se lo richiede, anche la possibilità di essere vestita a casa propria il giorno del suo matrimonio.

Via Maria 31-03100 Frosinone - tel. 349 402 3849 email. whitef@hotmail.it- seguici su


Di Francesca Cavaliere

Da illustratrice a jewelry designer, i mille volti di

COSTANZA PICCINI

“È

la forma di decorazione per eccellenza, la più antica del mondo. È un istinto, un modo per concretizzare un'idea e legarla al proprio corpo”. Per la giovane designer Costanza Piccini, il gioiello è tutto questo. Ma, anche, molto di più. È il dolce ricordo di un'infanzia trascorsa a giocare con materiali diversi: “Creare gioielli era particolarmente divertente perché potevo usare qualsiasi cosa: tappi delle bottiglie, gusci di noci, sassolini...Ho iniziato solo con un paio di pinze e tanto filo di rame”. Con il tempo, il gioiello è diventato il punto d'arrivo – ma non il traguardo – di un lungo percorso personale e professionale ancora in fieri: “Il liceo classico e una straordinaria insegnante all’Accademia di Belle Arti di Firenze mi hanno fatto amare la storia dell’arte e del costume. Grazie, poi, ad uno stage, ho avuto la possibilità di lavorare in un’azienda che realizzava pezzi di bigiotteria per la moda e lo spettacolo”. Ed è qui che è scattata la scintilla: “Ho sentito il bisogno di affinare le mie conoscenze. Decisi così di frequentare una scuola orafa, un master in storia e design del gioiello ad Arezzo e, per finire, un corso di modellazione 3D”. Impegno e determinazione hanno così trovato il giusto connubio in un'indole artistica creativamente prolifica, corrotta dalla curiosità e pronta a lasciarsi tentare da molteplici influenze.“Mi sento profondamente legata al mondo delle cosiddette arti minori. Quelle che necessitano di sviluppate capacità manuali”, spiega Costanza. Un mondo contraddistinto da una plurisecolare eccellenza artigiana: “Mi affascina la dedizione di certi artigiani che hanno studiato una vita intera per poter modellare la materia a loro piacimento, con risultati spesso di una bellezza commovente”. La materia si trasforma. Assume nuovi valori e valenze. Si piega all'intuito e all'innovazione. Alla tradizione delle tecniche e alla sperimentazione dei materiali. Prima di disegnare, immagini già quale sia l'effetto del gioiello su chi lo indosserà? «Sì. Per me il gioiello deve interagire col corpo. Interazione però non vuol dire necessariamente comodità: alle volte indossare un gioiello significa fare da supporto ad un’opera d’arte, come in una sorta di collaborazione».

Attualmente stai lavorando per Prada. Come è nata questa collaborazione? «Tutto è iniziato con uno stage, poi l’assunzione. È stata la prima volta che mi sono cimentata col disegno tecnico al computer e non avrei mai pensato di iniziare così la mia carriera. Avevo già lavorato in precedenza, ma qui è diverso: riesci a percepire davvero la mole e l’importanza di questa azienda, con tutti i pro e i contro». Beardsley è ovviamente, il suo punto di riferimento, insieme alle stampe giapponesi alle opere degli amanuensi medioevali: tutto questo lo si ritrova nelle illustrazioni che compongono il progetto A maze in lines.“Ho iniziato a disegnare al liceo. Dopo aver collaborato per un paio di progetti di artwork, ho capito che una carriera nel campo della moda non doveva necessariamente escluderne un’altra, come quella da illustratrice. Nelle mie illustrazioni, cerco un equilibrio fra il vuoto e il pieno, parto sempre da un paio di forme e costruisco attorno il resto”.

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SPOSA FUTURA Abiti Accademia di Belle Arti di Frosinone – Corso di Fashion Design Foto Riccardo Lancia Art Director Claudia Palombi Mua Francesca Rotondi Modella Silvia Colagiovanni Location Agenzia Advok

Abito di Anna Reali


Abito di Greta Ardizzoni Secondo classificato Roma Sposa 2018


Abito di Mahnaz Ebrahimi Primo classificato Roma Sposa 2018

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Di Giulia Abbruzzese

L’

A Greco un dieci e lode

appuntamento è fissato alle 11.30 di lunedì. Guardo il cellulare, mancano due minuti. “Meglio” mi dico, pensando che uno come lui, di un’educazione quasi imbarazzante, apprezzi la cortesia della puntualità. Dopo due squilli cade la linea e con un messaggio mi avverte di una riunione che si protrae più del previsto. Si scusa e, altrettanto garbatamente, mi invita a richiamarlo. Poi un altro sms: stavolta con un fisso sul quale posso contattarlo e l’orario. Alle 12.36, ricambiando una precisione che non mi sorprende affatto, gioca d’anticipo ed è già all’altro capo del telefono. Da qualche parte vicino a Firenze, nella regione che produce uno tra i suoi rossi preferiti e che ha visto nascere la donna della sua vita, Beatrice. A sentirlo parlare l’adorazione per lei ricorda molto quella dantesca. Ma lui, Alessandro Greco, presentatore, imitatore, conduttore radiofonico, concorrente di reality e volto storico di “Furore”, porta dentro il colore e il calore del sud. Di quell’antica colonia magnogreca che per metà è nel suo cognome e per l’altra nell’inflessione dialettale che lo contagia ogni volta che qualcuno dice Puglia. E gli capita spesso ora che, al timone di “Zero e lode”, bussa alla porta degli italiani tra un piatto di pasta e un caffè. L’11 settembre 2017 debutta con un nuovo format, che inizialmente non ingrana. Forse è difficile – bisogna indovinare non soltanto le risposte esatte ma quelle meno date da un campione di cento persone - e i telespettatori non riescono a entrare subito nel meccanismo di gioco. Poi, proprio quello che sembrava il tallone d'Achille del quiz, diventa un punto di forza, insieme alla sua innata simpatia, i siparietti con lo zerologo (l’autore Francesco Lancia), la continua boutade con il pubblico in studio e il vasto repertorio delle sue imitazioni, da Pino Daniele a Papa Bergoglio passando per Zucchero e Celentano. Una conduzione “pulita” la sua, ironica e complice, senza sbavature, spesso frutto dell’improvvisazione che sa

dosare soltanto chi di parole e pause sceniche davanti alle telecamere ne ha macinate tante. Sono assolutamente a mio agio quando provo a partire con una raffica di curiosità. Invece i tempi sono niente affatto televisivi e, più che a domanda risponde, quella con Alessandro Greco è una piacevole chiacchierata tra lavoro, privato e l’immensa fede in Dio. “E’ il motore di tutta la mia vita, è in ogni cosa che faccio” dice candidamente. Nella presentazione sul tuo sito ufficiale leggo che ti definisci magnoGreco. In cosa sei magno e in cosa Greco? «Beh, diciamo che magno è un aggettivo assolutamente adatto per descrivere la mia persona, la mia altezza e la mia corporatura robusta ma anche perché, se lo consideriamo nell’accezione romanesca del termine, l’enogastronomia

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è una delle mie grandi passioni. In particolare tutto ciò che riguarda la parte dell’eno: qualcuno dice che di vini ne capisco pure un po’. Greco, invece, perché vengo da una città della Magnagrecia, Taranto. Quindi lo sono di nome e di fatto». Torniamo al “magno” romanesco e decliniamolo alla seconda persona singolare: che te magni? E soprattutto che bevi? «E’ più facile trovare cosa non magno! Non ho alcuna preclusione: mi piace assaggiare tutto, oltre che cucinare, in modo particolare il pesce. Quanto ai vini, penso ai rossi importanti e strutturati, dal primitivo di Manduria, al brunello di Montalcino e, perché no, a un ottimo Montepulciano d’Abruzzo. L’importante è che tra quello che si mangia e quello che si beve si verifichi un matrimonio d’amore, dove una cosa non può e non deve sovrastare l’altra». Alziamoci da tavola e andiamo a lavorare: tra radio, cabaret, televisione e reality cosa ti diverte di più fare? «Il momento del divertimento è indispensabile in qualsiasi aspetto della mia attività, che ritengo un dono più che un lavoro vero e proprio. In questo mi sento privilegiato. Tra quelle che ho fatto, un’esperienza particolarmente divertente è stata a Tale e quale show, un programma che ti permette di spaziare e in qualche modo di mostrare tutto il tuo “catalogo”, i tuoi optional artistici anche in termini di personaggi da imitare». E uno tra i tuoi cavalli di battaglia al quale sei particolarmente affezionato? «In assoluto il mio mito è Pino Daniele. Ma anche tutti gli altri personaggi e cantanti che ho imitato mi restano dentro: fare loro “il verso” è, in qualche modo, dimostrare di apprezzarli». Poi c’è la tua lunga carriera in radio, lo “sfogatoio” su Rtl, Shaker e No problem… «Quella con la radio è senza dubbio l’esperienza più bella e coinvolgente dal punto di vista del rapporto con la gente, con gli ascoltatori. Un’interazione costante con il pubblico, senza particolari schermi, sovrastrutture o fronzoli che spesso, invece, caratterizzano la televisione». Sei pugliese, vivi tra Arezzo e Firenze, lavori a Napoli: in mezzo c’è la Ciociaria. La conosci un po’? «Qualche anno fa ho partecipato al “Fiuggi Film Festival” e poi sono stato ad Anagni. Anche qui, per tornare ai vini, c’è una rinomata tradizione enogastronomica: mi viene in mente il Cesanese del Piglio. E poi mi piace la vita che, in qualche modo, è rimasta genuina, semplice, anche dai ritmi, quando possibili, lenti». “Zero e lode” è partito in sordina e poi ha improvvisamente ingranato il turbo: merito tuo, di chi o di cosa? «All’inizio era inevitabile: il gioco era nuovo e il pubblico aveva bisogno di capire come funzionasse. Poi, una volta acquisito il meccanismo, ci siamo potuti dedicare alla parte ludica, leggera, spensierata. Nella versione originale del format anche la figura dello “zerologo” è austera, piuttosto rigida, mentre pian piano io

Le piazze, la radio e un reality con la moglie. Poi un successo che fa…“Furore” Il conduttore di Rai Uno parla della carriera. Della passione per l’enogastronomia E di una profonda fede in Dio che scandisce tutti i tempi della sua vita

ho iniziato a coinvolgere Francesco Lancia in sketch estemporanei, a rivolgermi a lui anche in momenti del programma dove non era previsto che lo facessi, trovando da parte sua un’ottima complicità. Divertimento e leggerezza sono stati i miei obiettivi e anche tutte le persone dello staff, i miei collaboratori sono riusciti a creare un’alchimia e un’energia apprezzate dai telespettatori». Sono le 13.08 e - mettiamoci pure un po’ di latino che accanto a Greco ci sta bene - tempus fugit. Un aperitivo, magari con un buon calice di rosso, potrebbe essere il giusto accompagnamento a quest’intervista. Ma il lavoro chiama e, mio malgrado, devo liberare il telefono di Alessandro. Gli chiedo la gentilezza di un’ultima domanda, forse la più intima. Sei molto religioso e non hai mai nascosto, neanche in tv, la tua grande fede. In cosa ti aiuta nella vita quotidiana? «In qualsiasi cosa: per me la presenza di Dio è irrinunciabile e indispensabile, la mia è una vita Cristocentrica. Tutto quello che sono, che ho e che posso non mi appartiene: è un dono che ho ricevuto».

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Di Francesca Cavaliere

Monocromia portami via! Perché il colore non è mai too much

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ei,ne saprà certo qualcosa. Lei che, con le sue inconfondibili mise in tinta unita, con tanto di cappello, scarpe e borse ton sur ton rappresenta, da oltre 90 anni, una vera e propria icona di stile. Lei che, con enorme gusto ed eleganza, ha saputo osare, spaziando per i suoi outfit dalle tinte sorbetto alle nuance pastello, fino ai colori più vividi dell'arcobaleno. Lei che ha dimostrato come si possa essere sempre all'altezza delle situazioni, pur indossando dalla testa ai piedi l'azzurro, il rosa, il lilla o persino il giallo. E così facendo è riuscita a conquistare lo scettro di “queen” del total look monocromatico. Lei, l'unica, la sola: la Regina Elisabetta II. E, dunque, dinanzi a un esempio del genere, vestirsi di un solo colore non solo si può ma, con i giusti accorgimenti, la monocromia può persino risultare meravigliosamente chic e sofisticata. Una scelta, azzardata per alcuni, estremamente glamour per altri. Per altri ancora, invece, il monocolore diviene l'espediente stilisticamente più cool con cui prendere – anche se solo temporaneamente – le distanze da quegli eccentrici ed eccessivi mix di stampe e di toni, visti sfilare sulle ultime passerelle. Non si tratta di essere minimalisti ne, tantomeno, anticonformisti: il monocolore resta un evergreen. Ma soprattutto, indossare un outfit monocolore a volte, poi, può essere anche così dannatamente comodo. O meglio, meno stressante se pensiamo alle infinite proiezioni e previsioni che solitamente precedono la realizzazione di outfit mixato al punto giusto: e cioè, che risulti equilibrato tanto nella scelta della texture che delle tinte. Dal classico beige al rosa pallido, fino alle cromie più vivaci ed accese: il monocolore è pronto a diventare protagonista indiscusso della prossima stagione estiva. E gli accessori? A tal proposito, vi sarebbero due diverse scuole di pensiero, o meglio di stile: chi preferisce osare, creando degli abbinamenti audaci con scarpe e borse e chi, invece, resta fedele al ton sur ton. Un outfit all over - con tanto di borse e accessori en pendant -, se scelto con la giusta ponderazione, rappresenta un must per ogni fashionista che si rispetti. E mentre la tinta unita spopola, tra le varianti più glamour di questa tendenza monocromatica, troviamo anche quella che prevede l’utilizzo di più sfumature di una stessa cromia, sia per gli abiti che per gli accessori.

Emporio Armani in esclusiva da Medici Pelletteria

La parola d'ordine, dunque, è sempre la stessa: osare! In questo caso, però, con il colore. E dovendolo indossare all over, meglio scegliere una tinta che riesca a valorizzarci, abbinandosi alla perfezione al nostro incarnato, così come alla nostra personalità.

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NEW HAIR DIMENSION per la primavera si tinge di verde! In salone è presente una nuova colorazione ad ossidazione permanente professionale senza ammoniaca, PPD, parabeni, siliconi e resorcina aggiunta; capace di ristrutturare il capello, permettendo massima copertura, lucentezza, morbidezza e durata del colore.

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Di Alessandra Celani

DELL’OLIO, PASSIONE DI FAMIGLIA Una storia d’amore per la moda

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Foto Andrea Sellari

a famiglia è la sua forza. La semplicità, invece, è il segreto della vittoria di una sfida iniziata nel 1981, anno in cui Paola Dell’Olio ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo della moda. Da Ferentino.   “Grazie a mio suocero che mi ha dato fiducia - racconta con l’emozione di donna, madre, moglie e oggi imprenditrice affermata, nel suo atelier di abbigliamento femminile in via Aldo Moro - A un certo punto mio marito e suo padre, per disperazione, si sono rassegnati e mi hanno mollata. “Gestisci tu” mi hanno detto. E io sono partita. Ho portato una ventata di novità, iniziando a curare i dettagli senza porre limiti alla moda, alla voglia di far conoscere a Ferentino qualcosa che gli altri non avevano. Io mi sono buttata, loro hanno creduto in me e i risultati oggi si vedono”. Chi è Paola Dell’Olio? «Sono una matta vera, che ama la sua famiglia. È la mia forza: la stima e il rispetto reciproci tra me e mio marito sono il risultato del successo. Non c’è mai stata competizione, lui è orgoglioso dei miei traguardi. Come anche mio suocero, che mi ha sempre sostenuta. La mia vittoria è stata incontrare due persone come loro: mi hanno permesso di vivere questa bellissima avventura che dura ancora oggi. Amo questo lavoro, ciascuno di noi ha il proprio ruolo, la gestione del prodotto». Protagonista di grandi eventi, Paola Dell’Olio va oltre il capo firmato. «Noi abbiamo iniziato 26 anni fa, con la prima sfilata in piazza a Ferentino: oggi posso dire che è stata un successo. Sono andata al Comune per chiedere il patrocinio e poi dritta per la mia strada. L’ho organizzata con l’aiuto degli amici. Da quella sera per la famiglia Dell’Olio è partita la nuova avventura che ci ha portati ad altre sfilate con grandi personaggi della moda».

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Negli anni come sono cambiati la tendenza, lo stile, i gusti? «Siamo tornati indietro di 20 anni. Alla fine non ci si inventa nulla, questo è il concetto. Oggi siamo negli anni ’80-’90: si rinnovano le firme, ma alla fine sono tornati lo zatterone e il pantalone a zampa». Hai vestito tante donne, dalle casalinghe a quelle in carriera… «Non mi pongo mai il problema di chi ho davanti: casalinghe o donne in carriera le vesto entrambe lasciando il mio segno. Devono uscire dal negozio contente del loro acquisto. Questa è la forza del nostro marchio che la cliente ha percepito. Il personale che lavora con me, da vent’anni, sa che le donne devono essere accolte tutte allo stesso modo, senza fare alcuna distinzione. Io cerco di risolvere e venire incontro alle loro richieste ‘diverse’. Dalle più giovani a quelle in età matura. Anche la donna più formosa...la vesto, la consiglio e questo fa la differenza. Prima vesto la cliente e poi vendo il capo di abbigliamento». Come vestirebbe Paola Dell’Olio una giovane protagonista di un evento pomeridiano? E per una serata di gala? «Tubino, giacchino di pelle e anfibi per l’evento pomeridiano. Per la serata di gala, il lungo nero, semplice. Non sono i fronzoli che fanno la differenza». Ti è mai capitato di dover far fronte a richieste eccentriche? «Certo che sì. Ho lottato per vestire certe donne in un determinato modo. Quando escono dal negozio è inevitabile portarsi dietro il marchio Dell’Olio. Al di là della firma acquistata, siamo noi che le abbiamo consigliate». Chi tra le donne del mondo dello spettacolo vestiresti? «Per tanti anni la mia cliente è stata Rita Dalla Chiesa, quando presentava la trasmissione Forum. Una donna di classe. Oggi vestirei Michelle Hunziker, anche se Armani l’ha valorizzata al top. Il resto è noia. Ognuno ha il capo adeguato al suo fisico. Non possiamo mettere qualsiasi cosa». Come scegli gli abiti da acquistare per il tuo negozio? «Mi ispiro alle mie clienti». Hai mai ricevuto richieste particolari? «Sì, una pelliccia da uomo: era un desiderio e noi lo abbiamo accontentato. Tra le donne, invece, è stato in occasione di un compleanno di 50 anni. La festeggiata mi ha chiesto di organizzarle una sfilata, con una ragazza che cantava: molto originale. Di eventi ne ho portati in scena 80 tra nonni e nipoti in passerella, serata di beneficenza ‘Diversamente moda’ con i ragazzi disabili che hanno sfilato con le modelle».

L’atelier di via Aldo Moro veste la donna che vuole piacersi e piacere Paola, l’attenzione al dettaglio e la stessa cura per ogni cliente

Progetti per il futuro? «Il passaggio da Ferentino a Frosinone mi ha impegnata e mi impegna molto tuttora. Vado spesso a Milano, Barcellona, Parigi per portare la novità, fare la differenza. Mi aggiorno continuamente ma non amo la selezione: chiunque entra nel mio negozio deve uscire contento. Voglio vestire la mamma che ha fatto sacrifici e la donna che vive una condizione economica più agiata. Questa è sempre stata e continuerà ad essere l’unica ricetta della famiglia Dell’Olio». 

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Di Roberta Evangelisti

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LE COSE

n un momento storico come quello che stiamo attraversando, di incertezze e precarietà economica, politica e morale, la fetta di società maggiormente penalizzata è quella dei giovani: la generazione x, marchiata come “bambocciona”, a cui sembra essere stata negata ogni speranza nel futuro. Noi siamo convinti che il futuro appartiene a chi lo pretende e va a prenderselo con passione e sacrificio, come testimoniano i due giovani fondatori di “Le Cose”, a cui abbiamo chiesto di raccontarci il loro progetto, nato nel 2017, specializzato nella progettazione di identità visive e nella definizione di strategie comunicative per imprese e istituzioni, che opera tra Latina e Lecce. Parliamo delle menti creative che si celano dietro “le cose”. Quali sono stati i vostri percorsi e cosa vi ha convinto ad unirvi per dare vita a questo progetto? «Entrambi abbiamo intrapreso dei percorsi di studi che prevedono come attività principale la progettazione. Pur venendo da due mondi diversi, ci siamo ritrovati a condividere le stesse idee e lo stesso approccio, di conseguenza lavorare assieme è risultato naturale. Entrambi, inoltre, avevamo il desiderio di creare qualcosa di nostro, uno studio di comunicazione si, ma anche un luogo di incontro e di scambio; è per questo che non vediamo l’ora di aprire le porte anche a progetti collaterali». Quali sono “le cose” che vi contraddistinguono e cosa cercano i clienti che si rivolgono a voi? «Ogni progetto rappresenta una storia unica da raccontare. Capire la storia di un brand, di un’istituzione o di un singolo cliente significa assorbire parte del suo background culturale, studiare argomenti di cui un istante prima non si era a conoscenza. Chi ci sceglie condivide quindi un’idea di progettazione totale che ha come obiettivo quello di dare valore ad ogni prodotto, sia esso un singolo elaborato, sia una progettazione integrata di un brand. L’attenzione ai dettagli influenza il nostro metodo, tanto da aver ispirato la scelta del nostro nome». In che modo definite il vostro studio “multidisciplinare”? «Negli anni abbiamo acquisito competenze differenti in diversi settori del design della comunicazione: identità, editoria, information design, social media, ecc. Per noi è importante riuscire ad offrire un servizio il più completo possibile, soprattutto in termini di art direction, e laddove è necessario, ci piace avvalerci della collaborazione di altri professionisti presenti sul territorio. Ogni cliente ha esigenze e

“Siamo le piccole cose, le cianfrusaglie, i ricordi di carta conservati nei cassetti. Siamo le buone pratiche, le cose solide, quelle alle quali ci affidiamo per comunicare” obiettivi differenti, la nostra preparazione ci permette di individuare gli strumenti adeguati affinché il prodotto venga comunicato correttamente». Guardando i vostri lavori, si percepiscono subito contemporaneità e freschezza di idee, condite da un’accurata ricercatezza e finezza nei dettagli. Quali sono le vostre ispirazioni e come nasce la passione per la grafica? «Le ispirazioni posso nascondersi ovunque. Siamo degli appassionati osservatori e quando non siamo al computer, cerchiamo di camminare sempre con il naso all’insù. La nostra passione per la grafica nasce proprio dall’amore per ciò che ci circonda. È interessante analizzare come ogni cosa attorno a noi sia stata progettata da qualcuno, e come le scelte utilizzate influenzino la nostra vita, come fruiamo i luoghi e gli oggetti. Dalla segnaletica stradale, al marchio di abbigliamento, fino all’impaginazione dello scontrino del supermercato: ognuno di questi prodotti è design, è comunicazione». Alla luce di ciò, possiamo dire che per voi la creatività non sia una parola fine a sé stessa. Cosa vuol dire essere creativi secondo il vostro punto di vista? «Enzo Mari diceva che “progettare è un atto di guerra, non un gioco”, questo per dire che sintetizzare l’attività del designer con la parola creatività è riduttivo. Un designer è colui che è in grado di porsi le domande giuste, di risolvere problemi pratici e la creatività è solo il frutto di processi più complessi che stanno alla base della progettazione. Essere creativi significa innanzitutto fare esperienza, solo attraverso la conoscenza riusciamo ad arricchire di significato il nostro lavoro». I N T E RV I E W

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ALLENARSI CON GUSTO ALL'

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nche quest'anno è tornato un appuntamento imperdibile: l'OPEN DAY di Omnia Fitness. Un sabato 21 Aprile di grande festa, una giornata interamente dedicata al fitness e al divertimento nella quale tutti, davvero tutti, anche le persone non iscritte alla palestra, hanno potuto partecipare ed esercitasi assieme a tutto allo staff provando gratuitamente la palestra ed i suoi corsi. Dalle ore 10:00 alle ore 18:00 c'è stata la possibilità di allenarsi in sala pesi in maniera individuale o partecipando a sfide fitness a premi per tutti i partecipanti. Trazioni alla sbarra, panca piana e 500mt Rowing, le gare sono state divise in due categorie, donne e uomini con in palio premi in Abbonamenti Fitness! Un modo davvero unico ed originale per conoscere tutte le persone che lavorano all'Omnia Fitness, scoprire il centro, imparando di più sul mondo del fitness. La giornata è terminata alla grande con un ricco Buffet per recuperare tutte le calorie consumate!

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Di Anastasia Verrelli

Accessori per capelli Da vere regine

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utte le donne amano sentirsi delle vere regine nulla più di una tiara le fa sentire tali. Anche se sulle passerelle siamo solite vedere sfilare modelle accessoriate con magnifiche tiare e corone, forse non sarebbe proprio il caso andare in giro come loro per sentirsi delle vere regine. Vediamo qualche alternativa. Innanzitutto è da dire che non sono necessarie ore e ore dall’hairstylist per apparire al meglio, basta il giusto dettaglio. I capelli, sciolti o leggermente appuntati, possono diventare il punto forte dell’intero look grazie a semplici mosse e a un piccolo accessorio. Fasce, cerchietti, fiocchi e spille, aiutano ogni donna donando quel tocco in più. Le fasce, soprattutto in inverno, conferiscono eleganza e cingono la testa come fossero corone dando allo stesso tempo protezione dal freddo. Cerchietti e fiocchi sono più indicati per la stagione primaverile, soprattutto se colorati e con fantasie. I cerchietti però, se fini ed eleganti, possono essere indossati anche in occasioni speciali, proprio come se fossero delle tiare in miniatura. Passiamo poi ai turbanti, un must della stagione estiva. Chi non si è mai sentita una regina orientale indossandone uno? Infine ci sono le spille. Il classico ornamento per capelli indossato anche dalle nostre nonne, che non passerà mai di moda perché l’eleganza che conferisce non potrà mai svanire. Un accessorio con il quale si è sicuri di non poter sbagliare. I capelli sono l’ arma di seduzione di ogni donna e gli accessori sono i loro più grandi alleati. Elastici, mollette, fermagli, fiori sono immancabili nei beauty delle ragazze. Con i giusti accessori si può valorizzare ogni taglio di cappelli, che siano lunghi oppure corti. Danno inoltre una meravigliosa luminosità al viso e, grazie a loro, si può avere sempre un look originale e personalizzato.

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Di Giusi Rosamilia

Francesca Vinciguerra

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rancesca Vinciguerra, classe 1996, è una giovane make-up artist di Sora. Come moltissime bambine fanno, da piccola giocava con i trucchi della mamma, divertendosi a combinarli, pasticciando con quei colori che poi sarebbero diventati il suo lavoro. La sua è una vita colorata, fatta di pennelli, di matite labbra, di rossetti, di ombretti e di anime. Anime che si avvicendano, si siedono, si rilassano e si lasciano truccare. Tele su cui dipingere, fogli bianchi su cui disegnare un mondo. Volti diversi, occhi differenti, universi sommersi da valorizzare. Francesca cerca di farlo ogni giorno, con la grinta e con la determinazione che l’hanno sempre caratterizzata. Ha lasciato Sora per trasferirsi a Milano, la città della moda. Continua a studiare, ad aggiornarsi e riesce a vedere i colori finanche nel cielo grigio della città. Tutto attorno a lei diventa una tavolozza da cui attingere vita. Immergiamoci nel suo mondo.. Francesca, parlaci di te, della tua grande passione per il make up. «Fin da piccola ho avuto una specie di “vocazione” nell’arte del make up, a 5 anni dipingevo su tela dei paesaggi astratti e dei vasi molto simili allo stile di Van Gogh: abbinavo colori, immaginavo e sognavo. Rubavo sempre nel beauty case di mia madre i suoi trucchi trasformandomi in un clown. Una volta cresciuta ho iniziato a sperimentare con un pò di criterio in più, abbinando colori e prodotti nel modo giusto: mettevo l’ombretto sugli occhi e il rossetto sulle labbra. Il mio viso era la tela su cui dipingevo. E questa è esattamente la concezione che ho per ogni viso che sfioro, loro sono la tela su cui dipingere la bellezza nascosta». Come ti sei avvicinata a questo mondo così colorato? «Grazie all’aiuto dei miei genitori, che, a differenza di molti altri, non mi hanno mai tarpato le ali, ma mi hanno insegnato a volare, e a non fermarmi davanti a nessuna tempesta che mi si presentasse davanti».

Tra pennelli ombretti & anime

Cosa rappresentano per te i colori? Se fossi una nuance, quale saresti? «Il mio colore preferito fin da piccola è sempre stato il verde e non è un caso. Non lo indosso di solito nel mio abbigliamento quotidiano, ma è un colore che ho dentro, fin dalla nascita. Ho sentito subito che in me c’era “verde speranza”, verde come la natura, la forza della natura. Per me ogni colore ha un sentimento, ho imparato da qualche anno a dare dei significati particolari ai colori e so descriverli molto bene». Quale percorso di studi hai seguito per coltivare la tua passione? «Finito il Liceo non ho perso tempo, mi sono subito trasferita a Roma all’età di 19 anni per intraprendere una nuova avventura accademica che mi potesse trasmettere tutto l’amore per il make up con qualche base teorica e pratica di in più. Da lì a 6 mesi dopo aver concluso l’accademia, con un diploma in mano, mi sono messa alla ricerca di lavoro. Avevo voglia di scoprire questo mondo, di emozionarmi ogni giorno e cosi è stato. Ho lavorato a Roma nel mondo del cinema, ho seguito cortometraggi e video musicali, ho preso parte anche nel mondo della tv, nei reality e nei quiz. Ho conosciuto i presentatori più famosi d’Italia e successivamente, sempre grazie all’aiuto e l’incoraggiamento della mia famiglia e dei miei amici, ho deciso di partire per una nuova avventura e di trasferirmi nella città della moda, Milano. Un salto di qualità che mi è costato tanto: sapevo di lasciare tutti i miei cari, un pò timo-

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rosa di ciò che mi stava aspettando. Adesso posso dire che Milano è stata ed è ancora la mia seconda mamma. Per integrarmi al meglio ho deciso di frequentare anche lì un’accademia che mi potesse trasmettere le base del trucco moda e darmi una spinta per entrare in questo mondo». Come hai vissuto il distacco dalla tua terra? «Grazie a questa ottima integrazione ho vissuto questa specie di “distacco” in modo positivo, non sono mai stata una “mammona” super attaccata alla famiglia, come succede spesso, ma ciò non toglie che da quando sono fuori casa ho capito il vero valore della famiglia e degli amici e in generale di tutte le persone che fin dai primi momenti difficili mi sono state accanto». Cosa hai trovato a Milano che a Sora non avevi? «Posso dire in maniera convinta che se fossi rimasta dalle mie parti ora sicuramente starei facendo tutt’altro che make up. Purtroppo quando vivi in una piccola cittadina la possibilità di emergere non è tanta. Quello che mi ha offerto Milano rispetto a Sora è stata semplicemente l’ispirazione che nel mio lavoro è tutto. Qui ho trovato quella voglia di dipingere su tela che non sentivo da tanto tempo». A cosa ti ispiri prima di una creazione? «Lavorando nella moda ho la possibilità di incontrare modelle e modelli da tutto il mondo e questo mi dà modo di rapportarmi con fisionomie di viso completamente diverse tra loro. Trovo l’ispirazione proprio grazie al loro viso. In base a quello io riesco a creare un make up, riesco a capire come valorizzare i loro punti forti per esaltarli al meglio. Per me il make up più complicato è proprio quello dove c’è il trucco, ma non si vede. Bisogna essere bravi a non stravolgere un viso, a non cambiarne la fisionomia o le forme, ma semplicemente coprire le imperfezioni: questa è la sfida più difficile. Tutti siamo possono riuscire bene a stendere un ombretto sugli occhi o un pò di rossetto sulle labbra, la difficoltà sta nel correggere ciò che non dà valore al viso». Come ti rapporti alle varie tipologie di persone che trucchi? «Grazie al mio lavoro ho la possibilità di conoscere ogni giorno persone che vengono da tutte le parti del mondo, ho ampliato la mia padronanza della lingua inglese che bisogna conoscere al meglio. Non tutte le modelle\i parlano e capiscono l’inglese, ma ho sempre avuto un grande spirito di adattamento e nella vita sono sempre molto solare e simpatica. Quindi se non c’e la possibilità di comunicare a parole so come farmi capire e spesso riesco a strappare dei sorrisi. Questa è una cosa di cui vado molto fiera». Cosa provi mentre lavori? Raccontaci le tue creazioni viste dai tuoi occhi «Spesso mi viene posta la domanda: quando trucchi cosa provi? Beh ecco.. io se dovessi rispondere con una sola parola direi amore. Penserete che si tratta di una risposta banale, ma vi siete mai chiesti cosa significa amare qualcosa o qualcuno? Da quando nella mia vita è entrato questo amore per il make up vedo un futuro solido,la mia vita è sempre piena di colori. Quando esco e vedo il cielo grigio

di Milano immagino sempre che sia una tela piena di colori tutti mischiati tra loro, quando piove immagino sempre che da quelle nuvole scendano dei glitter. La mia vita è cambiata, mi sveglio con uno scopo, una missione, mi sveglio con l’idea di rendere bello il volto di qualcuno e magari cambiargli la giornata. Come può sentirsi una persona che sa di rendere felice il prossimo? Il mio lavoro è una missione di amore e di pace che vorrei che tutti capissero senza farsi guerra tra loro. Quando prendo in mano un pennello torno indietro di 14 anni e penso alla spensieratezza di una bambina che non conosceva ancora nulla della vita, ma che riusciva a dipingere paesaggi sconosciuti a lei e forse anche al mondo intero». Progetti futuri? «Il mio sogno nel cassetto? Quello più grande in parte si è avverato, ovvero quella di essermi innamorata del lavoro che faccio e sono felice. C’è una cosa, però, che desidero tanto: regalare alla mia famiglia una vita spensierata, ricambiare in qualche modo tutte le gioie e i sorrisi che loro hanno donato a me senza che io glieli chiedessi mai, voglio che si godano la vita al meglio perché è proprio grazie a loro che sono arrivata qui dove sono adesso. Lavoro come truccatrice da soli 3 anni, ho fatto tanto se non tantissimo, ho avuto pubblicazioni dei miei lavori molto importanti, ho collaborato con grandi fotografi a mio avviso. Il mio sogno di collaborare con una fotografa che seguivo da tempo si è avverato, tutto ciò l’ho ottenuto con le mie forze senza mai l’aiuto e la spinta di nessuno, solo grazie alla mia determinazione, alla mia bravura e a quel pizzico di fortuna che ci vuole sempre nella vita. Niente è dovuto, nessuno ti regala niente, e se pensate che il destino sia stata già scritto, ricordatevi che siete voi gli artefici delle vostre scelte e del vostro futuro».

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Di Valentina Di Manno

EYELINER FLUO per le moderne Twiggy

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oi donne ci proviamo in tutti i modi a disegnare due linee, magari non perfette, ma che quantomeno siano uguali ad entrambi gli occhi: stiamo parlando dell’eyeliner, quel mistico strumento del mondo del make up che ha la straordinaria capacità di trasformarti in una famme fatale…ma come ti distrai un attimo, eccoti a guardarti allo specchio e vedere un panda con indosso i tuoi vestiti! Oggi le beauty influencer ci propongono video su video su trucchetti con cui facilitarne l’applicazione anche con soluzioni casalinghe, dallo scotch, ai cerotti, passando per i cucchiai… Ma l’uso dell’eyeliner da dove arriva? La sua storia parte da lontano e porta con sé un grande bagaglio sociale e culturale. Tutto comincia negli anni '60, gli anni delle dolce vita, del twist, della beat generation e dei blue jeans, gli anni delle rivolte giovanili e di quelle rivoluzioni che sconvolsero la società perbenista dell’epoca. Le donne, finalmente riconosciute lavoratrici, forti del loro nuovo potere, si batterono per la libertà e la parità dei diritti e la rivoluzione, come spesso accade, cominciò dalla moda, con la minigonna, simbolo di autonomia e indipendenza, e con un trucco particolare, intenso, che concentra tutta l’attenzione sugli occhi in modo da renderli più grandi, con folte ciglia da bambola e queste spesse linee nere erano create appunto con l’eyeliner. Si sa, la moda torna sempre e quella dell’eyeliner è una tendenza immortale ormai, ma è sempre bello personalizzare e arricchire la tradizione con qualcosa di nuovo e il mondo del make up lancia le sue proposte fluo, per sguardi sempre più alternativi.Arancio, blu, rosso, ce n’è per tutti i gusti, purché il resto del make up sia sobrio, magari con una tinta labbra effetto

nude. Il giallo è forse il colore più eccentrico e più difficile da portare ma in contrasto con dell’azzurro e con molto mascara dona certamente un gran bell’effetto. L’eyeliner fluo è consigliato soprattutto per chi ha una pelle non troppo abbronzata, magari un incarnato omogeneo, senza imperfezioni in modo da enfatizzare il contrasto; per le more i colori più consigliati sono il giallo e l’arancio mentre per le bionde e le rosse sono più adatti colori come il viola, il verde acido e il turchese. Quello anni '60 è un trucco facile da ricreare e personalizzare per delle moderne Twiggy che non hanno paura di osare.

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Di Giulia Abbruzzese

Quella passione per tempo e oro che si tramanda di padre in figlio

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na tradizione di famiglia scandita dal suono di un meccanismo di precisione. Dalle lancette che segnano il tempo. Non soltanto quello che scorre veloce, inesorabile. Ma, soprattutto, il nostro presente, quell’oggi che papà Fernando, dal 1964, ha cercato di cristallizzare in un’attività diventata storica nella città di Cassino e che resta un punto di riferimento importante per chi sceglie di acquistare oro e preziosi. La Gioielleria Di Zazzo, in una elegantissima e rinnovata sede rimasta sempre in via Virgilio, è gestita da uno dei due figli di Fernando, Emiliano. Che reinterpretando in chiave moderna la viscerale passione di suo padre per l’orologeria, ha scelto di affiancare a questo settore anche quello del gioiello più glamour e di tendenza. Esattamente nove anni fa, quando ha deciso di rinnovare il negozio, optando per uno stile total white che esalta la preziosità delle vetrine e degli oggetti di sapiente manifattura, i colori delle pietre preziose e i marchi di fascia medio-alta, Emiliano ha scoperto la maison Boccadamo. «Ricordo perfettamente – racconta – che quando vedemmo la pubblicità su giornali e riviste di settore ne parlammo in famiglia. Le linee, i materiali, la qualità e il fatto stesso che le produzioni venissero realizzate a Frosinone, sul nostro territorio, ci convinse immediatamente a sceglierlo come partner. E da allora devo dire che il prodotto Boccadamo non solo piace alla nostra clientela, ma anche per noi è abbastanza facile proporlo proprio per le sue elevate caratteristiche».

LA STORICA GIOIELLERIA DI ZAZZO È IN VIA VIRGILIO A CASSINO DAL 1964 NOVE ANNI FA INCONTRA LA MAISON BOCCADAMO. ED È SUBITO AMORE

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Che tipo di clientela serve la vostra gioielleria? «Essendo un’attività storica della città di Cassino, abbiamo soprattutto clienti fissi che conoscono da anni la serietà, la professionalità e la competenza che da sempre mettiamo in questo lavoro e hanno instaurato con noi un rapporto di fiducia e confidenza. Sono anche coloro che concentrano l’attenzione su oggetti più particolari, meno visti, meno ‘commerciali’. Fortunatamente, c’è da dire, non mancano i clienti occasionali e nuovi, che apprezzano le nostre vetrine, i nostri marchi e il tipo di rapporto che ci piace avere con il pubblico. Per tornare a Boccadamo, - conclude Emiliano Di Zazzo - i diversi brand realizzati per una domanda trasversale, dai giovanissimi alle persone più mature, ci consentono di esaudire anche i più esigenti».

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Ritratti Parrucchiere, bellezza artistica ad ogni colorazione

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Foto Graziano Panfili

uella di Ritratti Parrucchieri è una storia di successi, frutto di brillanti intuizioni imprenditoriali, professionalità e costante ricerca dell’eccellenza.Un salone di bellezza a Frosinone con all'interno un team precursore di tendenze, attenti alla cura dei dettagli, interpreti dei desideri della donna di oggi: decisa, dinamica, musa ispiratrice.Non solo le donne, anche gli uomini trovano al loro servizio professionalità ed esperienza, con una continua ricerca di uno spazio, ideato intorno a loro, da vivere come protagonisti. Dalle acconciature ai tagli di capelli all’ultima moda, dai trattamenti coloranti rispettosi della cura e della bellezza dei capelli fino alle extension, dalle acconciature ai trattamenti curativi, alle permanenti. Il cliente è il vero punto di riferimento da cui attingere nuove idee, nuove tendenze, quella linfa vitale di nuove filosofie per arricchire la propria professionalità. Maestri dello styling rinomati in tutto il territorio, sanno suggerire ad ogni cliente la soluzione ideale in base al gusto personale, ai trend e seguendo le caratteristiche dei capelli. Tutto ciò rende Ritratti Parrucchiere esponenti di un nuovo gusto, di un’arte che suscita ammirazione nel panorama ciociaro imponendoli come i veri interpreti dell’universo dell'hair style. I parrucchieri di Ritratti Parrucchiere vi aspettano in salone per una consulenza gratuita.

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via Tommaso Landolfi 169, Frosinone ph. 0775.870996 / ph. 338.9886638 - arcesegianluca@libero.it - www.ritrattiparrucchieri.it


Simone Dolcemascolo Le storie di tutti i giorni

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agari a molti questa terra potrà sembrare ferma come il mare in certe giornate d'autunno: una lastra plumbea che nulla la pare scalfire, non una piccola onda, né il guizzo di un pesce, giusto un leggero brulichio lungo la riva, eppure il mare non si ferma mai e a dispetto del nostro sguardo, sotto quella lastra d'acciaio, la vita scorre in un continuo, incessante, movimento. Molto dipende da quali lenti scegliamo di indossare per guardare la realtà, e questa città, questa provincia, per la varietà di ambiti imprenditoriali che la distinguono si presta a fornire diverse prospettive: siamo industriali, agricoli, artigiani, e sì molto terziarizzati e per quanto le nostre strade e i nostri occhi spesso si incrociano, ciò che andiamo a cercare nel mondo, quel che scegliamo di sentire e chi decidiamo di incontrare, può essere molto diverso. Così in quest'occasione che mi si è posta vorrei provare a raccontare la mia di prospettiva che, per quanto marginale, è senz'altro particolare e vi assicuro, in continuo movimento. Ogni bar è per antonomasia un raccoglitore di storie, una grande e inesauribile antologia del quotidiano. Le storie dei proprietari, del personale, degli avventori, di tutti quelli che per un motivo o per un altro vi gravitano attorno e noi, prima di essere un bar, siamo una pasticceria, siamo artigiani, trasformiamo materie prime molto differenti tra loro e il modo in cui abbiamo deciso di farlo, ovvero di ricorrere il più possibile a piccole produzioni di qualità locali, ci mette al centro di altri particolarissimi racconti. Nel nostro locale tra materie prime e prodotti finiti figurano stabilmente una quarantina di aziende del territorio, ci sono realtà affermate e di spessore, ma anche piccoli giovani emergenti come Fabio, che ha deciso di abbandonare la capitale per tornare a Paliano e avviare un'azienda agricola che produce dagli ortaggi fino ai fiori edibili che trovate sulle nostre creazioni o Simone che ha deciso di smettere l'attività di meccanico per darsi alla liquoristica e alla realizzazione di formidabili succhi di frutta. Ad Amaseno Antonio e la sua famiglia realizzano salumi di altissima qualità e si spendono per diffondere le innumerevoli qualità che la carne di bufalo possiede, mentre a Sora Francesco realizza ogni sua birra in collaborazione con un'azienda agricola e un artista locale. Un incredibile serbatoio di energie

sotterranee, racconti su racconti che si mischiano, si sovrappongono, si avvicinano e si allontanano per poi rincontrarsi, facendo brulicare di vita la nostra terra. Ecco, raccontare questo mondo sarà il passo successivo del nostro percorso imprenditoriale, convinti che il quadro che andremo a disegnare sarà più gustoso e appassionante di sempre. Talvolta a fine giornata mi ritrovo le scarpe sporche di fango, le guardo e vedo una prospettiva, poi mi viene da sorridere.

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Di Giulia Abbruzzese

Ambasciatrici di eleganza

& “FILATRICI” PER VOCAZIONE


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CINZIA ZUPPETTI, IL SUO SOGNO DI BAMBINA E IL LABORATORIO CON L’AMICA D’INFANZIA POI LE SFILATE, IL PREMIO DI UNIONFILIERE E ORA UN’ACCADEMIA DI MODA PER LE SARTE DEL FUTURO

Foto Andrea Sellari

na madre magliaia. Una sarta artigiana di Isola del Liri che catturò la sua attenzione quando mise le mani sul vestito che la sua amica le aveva commissionato per la festa dei 18 anni. Una scuola di analista contabile che faceva a cazzotti con un’innata creatività, quell’amore “tattile” e sincero per i tessuti, il disegno e i colori sgargianti di un caldo sole d’Africa. La storia di Cinzia Zuppetti inizia all’ombra della cascata grande. Quando ancora non sa bene cosa fare della sua vita ma vuole saperne di più di ago, filo e cartamodelli. L’estate dei suoi sedici anni è il banco di prova e la bottega diventa il luogo di villeggiatura per quelli successivi fino al diploma. La strada è segnata e così, tra un matrimonio e due figli, nel 2008 apre la sua prima attività in piazza Santa Restituta, nel cuore di Sora: grandi sacrifici per un bilocale dove realizza abiti su misura e piccole riparazioni. Qualcosa comincia ad andare per il verso giusto: Cinzia è brava, precisa, gentile, puntuale con i clienti. Ma soprattutto ispirata da quello stile che dagli anni Quaranta divenne l’inconfondibile marchio delle sorelle Fontana. L’eleganza al di là del tempo, che attraversa le epoche senza invecchiare, la sapienza artigiana che ci invidiano persino le dive americane. Nel 2014 coinvolge una sua vecchia amica, Annarita Saccucci, e le insegna il mestiere. L’anno dopo, insieme, sono pronte per il grande salto: inaugurano il locale al primo piano di un palazzetto di via Roma, a Sora. Spazi più ampi dove lavorare ma anche adatti per continuare i corsi di cucito avviati nella vecchia bottega. Non solo: sulla scrivania di Cinzia arrivano sempre più numerose le richieste di “ripetizioni private” da parte di giovani studentesse delle scuole di moda che vogliono una specializzazione artigianale, imparare la manualità, i segreti per realizzare un capo perfetto e quelli per diventare sarte-stiliste. A poco a poco quel laboratorio diventa un vivaio per manine operose e in collaborazione con la scuola “Cervantes”, da settembre 2017 prende vita un’accademia di moda per sarte modelliste. «Cercando su internet e su diversi portali per le offerte di lavoro – racconta Cinzia, che oggi è la titolare de “Le filatrici” – mi sono resa conto che c’era molta carenza di api operaie nel settore della sartoria artigianale per continuare una tradizione che, altrimenti, sarebbe scomparsa: servivano modelliste per la realizzazione di un abito in più taglie, non soltanto nelle classiche misure da manichino o passerella. E così è nata l’idea di realizzare qui un’accademia dove formare queste figure».

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Tre anni, quattro lezioni settimanali per un totale di 12 ore e poi il diploma. Ad oggi le iscritte sono dieci, tutte donne d’età compresa tra i 20 e i 35 anni, provenienti da diversi centri della provincia: Ferentino, Veroli, Boville Ernica, Arce e Sora. Quattro gli indirizzi spalmati nel triennio: storia della moda, illustrazione della moda (disegno e colore del figurino), laboratorio sartoriale (sviluppo di cartamodello) e realizzazione del capo. Intanto, però, la maestria di Cinzia e Annarita raggiunge livelli sempre più alti fino al primo importante riconoscimento: nel 2016, con la collezione dal titolo “Etnico ma non troppo”, ricevono il premio di Unionfiliere. La passione per il folclore e le tradizioni popolari unita all’utilizzo di tessuti grezzi e stoffe dipinte a mano dai toni caldi si traducono in sessanta modelli che sfilano in varie piazze e conquistano il favore del pubblico femminile. Orgoglio, soddisfazione, gioia allo stato puro per le due filatrici ma non ancora la sensazione di aver toccato il cielo con un dito. E così, di nuovo all’opera per un’altra sfilata, che questa volta le vedrà non soltanto stiliste ma anche “registe” nella città che ha dato loro i natali. «Abbiamo in programma di portare in passerella, probabilmente in estate, le creazioni delle nostre allieve, in un omaggio al cantante Mango, simbolo di eleganza e particolarità. Per il titolo stiamo pensando a “Oro”, in ricordo di un suo meraviglioso brano». Non svela altro ma già dal nome immaginiamo abiti dai tessuti preziosi, cangianti e pur sempre con quella nota di etnico che contraddistingue lo stile delle Filatrici. Che non trascurano proprio nessuno, anzi. Credono molto nelle capacità dei più piccoli (6-10 anni) ai quali dedicano corsi di cucito per la realizzazione di magliette, felpe, abiti e minigonne. Se poi qualcuno ha la passione inglese per la tisana rilassante delle cinque, hanno lanciato una simpatica iniziativa: il “Cucito fai da tè”, un mini-corso per imparare a usare la macchina per cucire davanti a una tazza di tè o caffè con tanto di pasticcini e chiacchiere tra amiche. Un mondo a tutto tondo quello della sartoria artigianale di Cinzia e Annarita che hanno intenzione di continuare a creare e a vestire le donne. Ma mai quella di mettere un solo… punto!

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Di Stefany Barberis

Parola d'ordine scalato Mullet hair e la tendenza dei capelli 2018

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cco ritornato con grande successo il Mullet che in versione con frangia destrutturata è molto interesHair, ovvero quel taglio che tanto andava di sante. Anche le forme alla Ziggy Stardust, stretto sui lati moda agli inizi degli anni '80. Si tratta, per ine con frangia folta sono un riferimento molto attuale nel tenderci del taglio di capelli di Mick Jagger, gruppo dei tagli corti. Considerato il taglio "universale" e dei Duran Duran e di tutte le band glam rock l'alternativa originale e decisamente up to date quando si del momento. Possiamo ammettere che non sia stato propassa dal lungo al corto e la chioma - come spesso accade prio il massimo dell'eleganza in quegli anni, a causa delle sembra non avere una forma definita per lungo tempo. Una proporzioni, della rigidità e della scelta versione più audace e grintosa, quella dei azzardata di renderlo unisex. Ma se degiorni nostri, anche se la linea di base resta TAGLI DECISI strutturato, sfoltito e in chiave moderna è intatta. Ad esempio, non necessariamente una perfetta alternativa al taglio corto: un le due lunghezze devono essere in contraMA VERSATILI, po' swing e selvaggio con quel cenno di sto, si possono fondere fino a trasformarsi romanticismo dato dalla frangia. Scelto IN UN EQUILIBRIO in uno scalato aggiungendo una frangia o dagli anni '80 da Patti Smith, Jane Fonun ciuffo. Sia chiaro però, la frangia non DOVE ROCK da, Debbie Harry fino ad arrivare ai giorè obbligatoria ma sicuramente completa E GLAMOUR ni nostri con Rihanna o la modella Ruth il look, rendendolo in contrasto tra chic e Bell, la cui poliedricità in fatto di tagli corti super trendy. E se pensate che questo tipo SI FONDONO le hanno assicurato l’accesso a passerelle taglio necessiti di troppa manutenzione PERFETTAMENTE di importanti come quella di Dior, Hedi Slivi sbagliate, anzi, più riuscirete a rendere mane, Saint Laurent e Burberry. E se l'effetto spettinato e più sembrerete usciti ancora non vi abbiamo convinto basta dare un'occhiata ai da un salone di hair stylist. Possiamo quindi confermare che backstage degli ultimi fashion show per capire che il mullet i tagli di quest'anno si fanno decisi ma versatili, in un equiè veramente tornato (o magari non è mai davvero passato di librio perfetto tra il vecchio e il nuovo. Quindi se siete alla moda?). Nato per gli uomini, oggi il taglio mullet è molto ricerca di un cambiamento di look e avete voglia di speripopolare tra le ragazze che lo considerano "cute" ma "chic, mentare un taglio da passerella il mullet è adatto a tutte voi.

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MAG

veste modelle ciociare

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racchiuso all’interno di una foto, il risultato della sinergia tra territorio e moda, tra Mag (il brand di occhiali di Marco e Stefano Magnante titolari di Otovision) e la bellezza ciociara (Alessia Di Domenico modella di Sora). Un'iniziativa unica per coinvolgere la popolazione per la promozione del brand dimostrando l'importanza del design come volano di sviluppo del paese. «Con entusiasmo abbiamo aderito a questa iniziativa stringendo una collaborazione con la modella Alessia di Domenico – hanno spiegato i due fratelli- , perché crediamo nel valore della cooperazione tra il settore del moda e quello Ciociaro. Si tratta di un’operazione da prendere come esempio per valorizzare il territorio, le sue specificità e le sue potenzialità. Fare squadra è importantissimo. ». La morfologia del territorio ha da sempre influenzato il segno – artisticamente parlando – quindi le forme, quindi lo style di un prodotto. Per questo la collezione primavera estate di Mag si presenta come “oggetto” fashion e dal design unico, simbolo di questo connubio tra moda e tutto ciò che la circonda. Puoi acquistare Mag su www.occhialimag.it

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Di Giulia Abbruzzese

NELLA BORSA DI UNA PROF

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a borsa di una donna pesa come se ci fosse la sua vita dentro…riconosce le sue mani e solo lei può entrare…”. Così cantava Noemi due anni fa, più o meno nello stesso periodo in cui la creatività e l’estro di Annamaria Patrizi, insegnante di arte nelle classi medie dell’Istituto Comprensivo Ceccano 1, diventavano i segni distintivi di accessori unici nel loro genere, anche e soprattutto perché realizzati a mano, dall’idea al dettaglio finale. Storia di una passione ma anche di una tradizione, che restano ancora oggi nella cucitura delle borse di cui è pieno l’appartamento di sua madre Liliana. E’ lei, una splendida signora di 82 anni, sarta da una vita, a trasformare in “oggetto” la vena artistica della figlia. Tutto inizia dopo la morte del padre, quando Annamaria, che insegna ai suoi studenti a “fare economia” apprezzando il valore del riciclo, deve portare in scena un musical con i ragazzi. Per confezionare i costumi recupera pezzi di stoffa e i materiali più disparati nei mobilifici, dai tappezzieri, ovunque ci sia qualcosa da riutilizzare.Con un diploma di scenografia all’Accademia delle Belle Arti di Frosinone e una specializzazione in grafica d’arte, il mondo dei creativi lo ha frequentato per un po’ e lo ama profondamente ancora oggi. Ecco che le viene l’illuminazione: una linea di borse interamente realizzate a mano, dal dise-

Materiali di riciclo che incontrano pelli pregiate grazie alla maestria artigiana Docente di arte e figlia di una sarta: ecco le creazioni di Annamaria Patrizi

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Foto Andrea Sellari

gno a matita, passando per l’incisione sul linoleum all’inchiostro con smalti ad acqua fino alla lucidatura finale per il fissaggio del colore. Stampe e disegni alla Paganini, che neppure volendo sarebbe in grado di replicare, frutto di un gusto assolutamente personale ma decisamente contagioso, poi tradotti in diverse forme per essere… indossati. Ed è qui che la sapienza artigiana di sua madre dà sfoggio di sé, grazie a due Singer, una addirittura risalente agli anni venti che ancora adesso fa egregiamente il suo dovere sotto i comandi di donna Liliana. Gomme industriali, pvc, ecopelle, cuoio si mescolano e si uniscono a pelli pregiate e scampoli di cavallino, rivestendo l’accessorio per eccellenza che resta un must nell’outfit femminile. E che presto avrà un marchio registrato (questo è il sogno che Annamaria conta di trasformare in realtà entro l’anno) oltre a una partita Iva, con la quale fare ingresso nel mercato locale. E, si spera, anche più in grande. "Quello che mi piace particolarmente – racconta – è l’idea di decontestualizzare il materiale e renderlo artistico, creativo, cambiandone la funzione originaria. Adoro mescolare elementi poveri con inserti di materie prime pregiate". Così, almeno due o tre ore al giorno, si toglie gli occhiali della prof e indossa quelli della creativa, accanto a sua mamma, in quel piccolo ma ricchissimo laboratorio dove le sue borse prendono vita, tra cerniere, tracolle, stringhe, borchie, luccichini e dettagli fashion. Tutte quelle che finora ha realizzato, Annamaria le ha regalate a conoscenti e alle coetanee di sua figlia. Qualcuna ha avuto sorte diversa: "Una mia amica, Emanuela Campioni, titolare del negozio di calzature “L’esclusiva” in via Mastruccia, mi ha chiesto di poterle utilizzare per comporre le vetrine e per “tastare” anche il livello di gradimento del pubblico femminile. Devo dire che più di qualcuno le ha apprezzate" dice sorridendo e mostrando un timido orgoglio. Annamaria è anche una pittrice e così quadri e bag sono in bella mostra anche in uno studio dentistico di Frosinone. Non c’è che dire: una stylist autodidatta ma che ha stoffa da… vendere!

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Di Giulia Abbruzzese

Le missioni (im)possibili di una “event designer”

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vete presente quella strana, fantasiosa e a volte introvabile figura dalle doti di tuttofare, che quando sei sull’orlo del panico per l’organizzazione del matrimonio o della festa di laurea, ti calma più rapidamente di venti gocce di Xanax e rende tutto miracolosamente semplice come se avesse la bacchetta della fatina di Cenerentola? Se la risposta è no, rimediamo subito: ecco a voi l’event designer. D’accordo, forse serve un chiarimento. Se la più nota “wedding planner” somiglia molto alla Jennifer Lopez di “Prima o poi mi sposo” (dove anche il futuro marito,Matthew McConaughey, era un valido NON CHIAMATELA motivo per intraprendere WEDDING PLANNER la professione!), quella che incarna fisico, occhi PERCHÉ e sorriso rassicurante di LEI VI FA LA…FESTA Veruska Corsetti, è una “creatrice di eventi”. Dalle nozze alla comunione, dal compleanno alla cena per un’occasione speciale, lei HA UN’IDEA c’è. E’ la titolare di “VeruPER CAPELLO. ska Corsetti Allestimento eventi”, con sede a PomeE LOCATION zia ma operativa anche in DA SOGNO Ciociaria.Trentotto anni, un diploma di ragioneria e per diversi anni impiegata in una società di costruzioni e compravendita immobiliare. Con una curiosità spiccata per cucina, tradizioni e luoghi lontani che due anni fa l’ha spinta a intraprendere un’attività completamente diversa. do dei corsi da wedding planner, anche se poi la mia attenzione si Quando e come hai capito che ti sarebbe è spostata sulla figura dell’event designer, un tipo di professione piaciuto diventare una sorta di “regina degli forse ancora poco conosciuta, inerente non soltanto l’immagine del eventi”? matrimonio ma degli eventi in generale. Qualsiasi situazione mi si «Per anni ho fatto un lavoro schematico, numepresentasse, coglievo l'occasione per tirare fuori la creatività: per i rico, tecnico. Ma ho sempre avuto una predilecompleanni di mio figlio Alessandro, ad esempio, cercavo sempre zione per gli eventi in generale, e i matrimoni di trovare nuovi temi e idee per renderli speciali. Poi la perdita del in particolare, per l’emozione che sanno tralavoro, dovuta alla crisi economica che ha investito il nostro Paesmettere. Nonostante avessi già un’occupase, mi ha dato la possibilità e l'occasione per fare di una passione zione, coltivavo questa passione frequentan-

VERUSKA CORSETTI

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un’occupazione a tempo pieno, seguendo corsi per specializzarmi nel settore. Il battesimo di mia nipote Anastasia ha aperto la strada per questa avventura». In maniera più dettagliata puoi spiegarci come si articola il tuo lavoro? «L’event designer, prima di tutto, cerca di capire quello che desiderano i protagonisti dell’evento: nel caso di un matrimonio ascolta gli sposi, i loro momenti importanti e i loro desideri, trovando una passione o un gusto condiviso che può essere anche solamente un colore ma che poi possa costituire il fil rouge di tutto lo stile. La wedding designer dovrà valorizzarlo in ogni dettaglio per fare in modo che il matrimonio rispecchi gli sposi. Ogni unione è unica, guai a ripetere o replicare! Il mio compito specifico è, quindi, progettare e realizzare allestimenti tenendo conto di tutti i diversi elementi». Cosa si aspetta di ricevere chi chiede il tuo aiuto? «Chi si rivolge a una wedding designer vuole creare una “scenografia” personalizzata, dal momento della celebrazione di un rito alla sua location, creando omogeneità tra i vari step. Non bisogna dare nulla per scontato ma considerare tutti gli aspetti. Faccio un esempio: non si può organizzare un matrimonio country in un castello perché è sempre necessario rispettare l’architettura dei luoghi scelti. Un'importanza particolare è data alla mise en place: io prediligo la semplicità, caratterizzata da quel  dettaglio che la rende particolare perché “parla” delle persone che sono al centro di tutto».  Immagino tu abbia anche dei "partner" commerciali… «Occuparsi dell’allestimento e dell'immagine di un matrimonio comporta la collaborazione tra vari fornitori e il mio compito è anche quello di coordinarli per far sì che vengano rispettati il leit motive e i tempi dell’evento. I protagonisti devono essere tali in ogni momento del loro giorno e devono poterlo vivere in assoluta tranquillità, certi che qualcuno pensi a tutto il resto». C'è una clientela “tipo” che sceglie di servirsi di una wedding designer? «Le persone che si rivolgono a me sanno già in genere che cosa vogliono, ma non sanno come realizzarlo anche semplicemente per mancanza di tempo. Ecco, io cerco di realizzare il loro “mi piacerebbe” o “vorrei”. Ma non parlerei di una particolare tipologia di clientela». Qual è stato il lavoro più bello che hai realizzato e del quale ti sei sentita particolarmente orgogliosa? «Ogni evento è speciale perché mi dà la possibilità di conoscere persone diverse e vivere nuove emozioni. Ricordo con piacere il matrimonio di Adam ed Elizabeth, due ragazzi inglesi che hanno portato il loro stile in Italia, facendomi apprezzare anche le loro tradizioni. Li ho incontrati un anno prima del loro matrimonio ed è stato emozionante aiutarli a tradurre in realtà il loro sogno, esattamente come lo avevano immaginato».

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Come è cambiata negli anni l’organizzazione di un matrimonio? «Per quanto riguarda l’aspetto scenografico, in passato, secondo me, si era indirizzati di più verso lo sfarzo che a volte rasentava l’eccesso. Da qualche anno si è maggiormente attenti al dettaglio, cercando uno stile ben preciso, che sia natural chic, bohèmien, rustico, country chic, total white o semplicemente romantico. Inoltre anche i matrimoni civili sono diventati più personalizzati, con celebrazioni in castelli, casali o sulla spiaggia. Poi sono nate anche nuove mode: penso al candy bar affiancato allo sweet table o il guest book per l’angolo dei ricordi». La richiesta più bizzarra che ti è stata avanzata da un cliente o da una coppia di futuri sposi? «Richieste bizzarre non direi. Potrei raccontarne una piuttosto particolare: la futura sposa vorrebbe delle nozze sul tema di “Alice nel paese delle meraviglie”, mentre il suo lui sarebbe orientato su un evento molto romantico. Sarà interessante per me progettare e realizzare un allestimento coniugando i desideri di entrambi…». Un’ultima curiosità: qual è la tendenza del 2018 in fatto di matrimoni? «Il 2018 vede il ritorno al dettaglio inteso come piccolo e ricercato, con particolare attenzione per i materiali. La sposa torna a essere romantica, con abiti dalle linee semplici ma tessuti estremamente raffinati e preziosi. Si oserà anche per partecipazioni e inviti con delicati disegni acquerellati. Il color pantone detterà moda anche nel mondo del wedding, ma tra i miei preferiti c'è il Blooming dahlia che tende a un  rosa tenue, adatto in qualunque stagione. Poi non trascurerei neanche il Cherry Tomato, un rosso molto intenso per celebrazioni autunnali. Qualcuno opta per un tono più moderno come  Arcadia che ricorda il verde tiffany o un rustico Emperador sulle tonalità del cioccolato. In ogni caso prediligo sempre l’accostamento con il bianco che rende tutto più elegante. Anche per i fiori non c’è più quell’esplosione di colori: se ne accostano tipologie diverse restando sul monocromatico, al massimo bicolore. Il mio consiglio per gli sposi è sempre lo stesso: seguire i loro gusti senza farsi condizionare troppo dalle tendenze». In fondo a dire sì dovranno essere soltanto loro!

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Di Claudia Palombi

Scritte da indossare Look surrealista con collane di parole per la Maison Dior

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ispirazione dell’intera collezione SS 2018 è la Corrente Surrealista. Un omaggio a Leonor Fini, scrittrice, pittrice, scenografa italiana. Performer ante litteram, amava dare balli in maschera e fece innamorare monsieur Christian Dior, divenendo sua musa. L’anima surrealista della linea parte dall’inconscio e si manifesta attraverso pennellate/ tatuaggi applicati su dita, orecchie e attorno al collo. Le parole scelte celebrano lo spirito libero e creativo di questa arte dell’inconscio. Clef, chiave, Liberté, libertà, Contradiction, contraddizione, L'Art, l'arte, Bal Masqué, ballo in maschera. Ma anche Miroir, specchio, Attitudes Spectrales, atteggiamenti spettrali, L'Amour est toujours devant vous, amiez!, che in italiano vuol dire l'amore viene prima di voi, amate!. E ancora, Nous sommes tous surréalistes, siamo tutti surrealisti, L'Amour fou, l'amore folle, L'imaginarie, c'est ce qui tend à devenir réel, l'immaginato è quello che tende a divenire reale, e Au départ il ne s'agit pas de comprendere mais bien d'aimer, che vuol dire all'inizio non è comprensione, ma amore. Le parole si fanno messaggi con ognuno il suo. Non passano inosservate neanche le bellissime maschere surreali ispirate al ballo organizzato da Truman Capote nel 1966 The Black & White Ball, rivelatosi il party più selvaggio della storia del costume. Ora non si ha più bisogno di perle e diamanti per essere perfette. Perché riprendendo citazioni di Andre Breton, il décolleté è l’accessorio che ogni donna vorrebbe indossare.

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Male fashion icons

COEZ “A Di Viviana Guglielmino

mami o faccio un casino”. Le parole di Coez, estratte dal suo singolo, risuonano ridondanti. Il cantautore dall’indole romantica è ormai una firma affermata nel campo della scena rapper italiana. Coez, pseudonimo di Silvano Albanese, è nato in provincia di Salerno nel 1983, ma è cresciuto a Roma dove all’età di 19 anni ha dato vita al suo primo progetto musicale chiamato Circolo Vizioso. Dopo diverse collaborazioni con altri rapper nostrani, con cui ha acquisito notorietà nel panorama musicale, Coez raggiunge la fama nel 2017 con l’uscita del suo quarto disco da solista Faccio un casino da cui è stato estratto il celebre ed omonimo singolo. “Cresciuto” in strada, prima come writer poi come rapper, ha apportato questa attitudine anche nel suo look personale che rientra, senza indugi, nell’urban style. Suo marchio distintivo è l’immancabile occhiale da sole nero RayBan. Alla classica camicia bianca preferisce un modello con stampa a fantasia abbottonata fino al colletto. In quanto rapper non rinuncia alle t-shirt, in particolare quelle ricche di scritte e stampe o l’intramontabile bianca, e alle comode e calde felpe. Il suo stile, tuttavia, non è per nulla trasandato, anzi lascia intuire quell’aria da good boy che tocca il cuore attraverso la delicatezza delle sue canzoni, di cui ormai è nota l’aria romantica. I testi delle sue canzoni sono delicati, intimi e orecchiabili. È quasi impossibile non canticchiarne il ritornello in cui non manca il tocco pop. Lo stesso Coez, in un’intervista, ha rivelato di aver cambiato rotta musicale: “Sono cinque anni ormai che ho cambiato stile. La verità è che sono figo come un rapper, ma scrivo le canzoni come i cantautori. Se mi guardi bene, come aspetto, come movimenti, si vede che sono cresciuto con il rap. E le mie rime sono le rime di un rapper. Nella forma sono ancora un rapper, nei contenuti, nell’affrontare certi argomenti universali, sono un cantautore”. Nel suo gran momento di fama, Coez sogna di poter un giorno riempire gli stadi, in particolare l’Olimpico, dove, come ha lui stesso rivelato, ha assistito al suo primo concerto da spettatore.

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Di Lucia Colafranceschi

Ditegli tutto ma non che è una IENA

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a simpatia che lo caratterizza e che lo fa amare da migliaia di fan in tutta Italia, e oltre, è visibile già dal suo sguardo. Due occhioni teneri ma allo stesso tempo sicuri e determinati. Pif, questo il nome d’arte di Pierfrancesco Diliberto, il noto conduttore televisivo, showman, attore e regista italiano, siciliano doc, è un vero concentrato di energia. Difficile trattenere il sorriso mentre si prova ad intervistarlo. Ha una comicità tutta sua, naturale, per niente forzata ma ricca e pungente. E poi la sua bontà d’animo, le infinite cordialità e generosità: doti che a volte nel mondo dello spettacolo vengono un po’ offuscate o messe da parte ma non con Pif. Il suo cuore buono lo si evince già dalle prime battute. È stato ospite presso l’Accademia delle Belle Arti di Frosinone, nella lunga rassegna cinematografica dei ‘Giovedì d’autore’ e noi abbiamo approfittato della sua breve parentesi ciociara (anche se di ciociaro ha pure qualche goccia di sangue che gli scorre nelle vene, tant’è che per l’occasione è venuto a salutarlo e ad abbracciarlo anche qualche parente) per strappargli battute e farci svelare qualche piccolo segreto. Da cosa deriva il tuo strambo soprannome? È legato a qualche episodio particolare della tua vita? «Beh, in effetti sì. A dirla tutta il mio nome lo devo al mio amico Berry (autore del programma televisivo ‘Le Iene’ che lo ha lanciato nel mondo dello spettacolo, dapprima come scrittore di testi, poi come reporter con i suoi primi e storici video, ndr). Ero a Milano, su un bus, diretto alla sede dove registravo le puntate de ‘Le Iene’. Quando mi presentai a colui che sarebbe diventato la mia guida nonché uno dei miei colleghi e amici, cominciò a chiamarmi con questo strano appellativo. Affrontammo il viaggio con il mio soprannome divenuto un intercalare. Insomma, salii sul pullman che mi chiamavo Pierfrancesco e scesi che mi chiamavo Pif». Hai cominciato a recitare giovanissimo… Cosa consigli a chi, come te, ha intenzione di lanciarsi nel mondo dello spettacolo? «Bisogna crederci, fortemente e sempre! Non è vero che va avanti solo chi ha la giusta raccomandazione, anzi, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se ci si lega a qualcuno, ad esempio, al politico di turno, si potrebbe poi far parte della parabola discendente assieme a lui e alla sua figura. Oggi si è all’apice, domani per terra. Bisogna valorizzare le proprie abilità. Io ad esempio ho costruito la mia carriera da solo, cadendo a volte, ma rialzandomi più forte di prima. Sono favorevole, invece, alle segnalazioni, un discorso ben diverso dalla raccomandazione. Se un giovane vale e ha buone qualità, è giusto che venga segnalato per dargli la possibilità di mettersi alla prova. Ma quello che mi sento in dovere di consigliare

alle giovani leve è di essere originali. Ci vuole inventiva, fantasia, oltre che passione. Bisogna stupire e saperlo fare!». C’è qualche rito o atto di scaramanzia che nel mondo dello spettacolo si è soliti fare prima di un evento particolare? «Scaramanzia? No di certo! Sono sempre stato contrario a riti o gesti scaramantici. Anzi, se individuo qualche mio collega in ‘situazioni anomale’, dopo averlo preso in giro, mi faccio una grossa risata. Credo che non serva a nulla, se uno ha le giuste qualità non deve di certo affidarsi a ‘riti speciali’, ma procedere tranquillamente per la sua strada». Dai racconti su di te, sulla tua vita, insomma sul tuo gossip, non si evince molto della tua sfera privata. C’è qualcuna che ha conquistato il tuo cuore?. «Sulla mia vita privata, come sempre, preferisco sorvolare…».

GLI ESORDI, QUEL VIAGGIO IN PULLMAN CON BERRY E UN SOPRANNOME CHE FA SUCCESSO PIERFRANCESCO DILIBERTO, IN ARTE PIF, AMA LA DISCREZIONE E ODIA I RACCOMANDATI

Cosa diresti a chi, pur impegnandosi e lottando per dar vita ai propri sogni, si infrange contro la difficoltà di realizzarli? «Di crederci sempre e di non arrendersi mai! Non ci si può fermare al primo ostacolo. Il successo solitamente non arriva d’impatto, subito, ma si costruisce pian piano, con il tempo, l’esperienza, la passione e la giusta motivazione. Le difficoltà, lo sappiamo tutti, fanno parte della vita. Bisogna credere nei propri sogni, nelle proprie passioni e non arrendersi mai. Quel che deve arrivare arriverà!». E se lo dice chi è partito da lontano e pian piano si è inserito brillantemente nel mondo dello spettacolo catturando le luci del palcoscenico, non resta che crederci! Del resto, sognare è la cosa che meglio riesce a tutti e tra l’altro una delle più belle cose che si possano fare… Se poi il sogno, qualunque esso sia, diventa realtà, allora la favola è servita!

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Di Giulia Abbruzzese

Quella VENA ARTISTICA che scorre sottopelle

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o ricorda come se fosse ieri. Il giorno in cui, appena adolescente, decise di mettere in valigia pochi piccoli vestiti e lasciare il Donbass, la sua famiglia, per cercare se stessa (e fortuna) a Kiev, 900 chilometri lontano da casa. Tutto iniziò da quel college, uno dei più prestigiosi dell’Ucraina, dove imparare la pittura figurativa e il modo di diventare grande. Del resto la passione per la matita, i colori, i pennelli e qualsiasi strumento lasciasse dietro di sé un segno di creatività da rivendicare era nata con lei, attaccata al suo corpo come il cordone ombelicale che le tagliarono a Kola, in Russia, dodici anni prima. La storia di Yuliya “senza cognome” (in realtà ce l’ha ma in italiano è stato erroneamente tradotto in un termine che significa ‘solitario’ e non le appartiene) è di quelle che andrebbero scritte in un libro e poi, magari, tradotte in pellicola, tanto è triste e al tempo stesso forte, coraggiosa, libera. Oggi questa donna dal fisico asciutto, gli occhi di ghiaccio e il sorriso più raro del fiore di un’agave attenuata è un’abilissima tatuatrice, premiata a fine febbraio scorso nell’ambito della convention “The other side of the ink”, allo Sheraton di Roma, per aver impresso sul braccio del collega Gianmarco Tofani i sette peccati capitali rappresentati da volti femminili. Il duro percorso artistico lo lascia, sotto forma di inchiostro, su polsi, spalle e seni di quanti chiedono alle sue mani di disegnare sui loro corpi. L’abbiamo lasciata a Kiev, 23 anni fa. Lontana dai genitori, senza un soldo e nemmeno un lavoro. Con una piccola borsa piena di colori, tante domande e pochissime certezze, se non quelle di essere sola e di aver bisogno di sbarcare il lunario. In qualche modo. Il ritorno a casa era, a quel punto,

Foto Andrea Sellari

YULIYA VOLPE È LA TITOLARE DEL TATTOO STUDIO YORICK DI CECCANO, FRESCA DI PREMIO ALLA CONVENTION “THE OTHER SIDE OF THE INK” DI ROMA

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Foto in questa pagina di Alessia Demma

l’unico luogo da cui ripartire. E così ha fatto. Gli esordi la vedono vignettista e poi grafica. Si cimenta persino nella direzione di un giornaletto satirico ma, nel frattempo, non ha mai smesso di lasciare traccia di sé sotto la pelle degli amici, quando ancora si usava l’ago intinto nell’inchiostro per la stampa. "Ricordo che i primi tatuaggi, alcuni tipi di stemmi militari, li ho realizzati in cambio di una birra – racconta Yuliya, che oggi ha 41 anni, è mamma di Katarina, splendida ventunenne, moglie di un assicuratore dal 2011 e dal 2013 titolare del Tattoo Studio Yorick a Ceccano, messo su anche grazie all’aiuto del marito Dennys e del suocero, che lei chiama i suoi ‘aiutanti invisibili’ – Non mi piaceva farli. Poi, dopo qualche anno, provai la prima rudimentale macchinetta, con un motorino simile a quello dei rasoi da barba e al posto dell’ago la seconda corda della chitarra. Ma per me, che volevo fare la pittrice, avevo già realizzato mostre epartecipato a concorsi, era quasi un’attività da nascondere, certamente non una di cui vantarmi. Eppure avevo sempre più richieste". Questo perché eri brava a disegnare e volevano fossi tu a marcare per sempre la loro pelle? «Esattamente. E se anche a me non piaceva e non immaginavo potesse diventare un lavoro, lo facevo per loro». E se ti chiedono oggi qual è la caratteristica principale che deve avere un tatuatore? «Continuo a ripetere che è un insieme di cose. Certo saper disegnare è fondamentale: nella scuola che ho frequentato a Kiev ho studiato l’anatomia e conoscere bene la fascia muscolare aiuta tantissimo, già a cominciare dalla scelta della composizione di un tatuaggio. Non si può prendere un disegno e realizzarlo tanto per: bisogna rispettare le linee del corpo, la pelle, l’armonia del fisico. Il lavoro del tatuatore non si limita semplicemente a riprodurre: innanzitutto deve poter entrare nella storia di una persona, capire il motivo per cui chiede un determinato soggetto e concepire il disegno all’interno di un insieme». Ti sei mai rifiutata di fare un tatuaggio? «Sì. E non per un fattore estetico o per un capriccio ma perché spesso e volentieri mi trovo davanti persone che lo fanno senza una reale motivazione. E, quando proprio non riesco a rifiutare un lavoro, almeno provo a sondare il terreno, a capire se, in quel determinato caso, tatuarsi ha un senso oppure no. Magari succede che il cliente desiste e va via. Ma poi torna anche, dopo anni, e stavolta con le idee ben chiare. Quello che, invece, mi sento di rifiutare senza difficoltà è tutto ciò che offende la religione o inneggia a movimenti e idee politiche estremi, apologia di fascismo e nazismo ad esempio». Si tatuano più gli uomini o le donne? A che età? «Non c’è differenza tra gli uni e le altre. E per quanto riguarda l’età direi che è compresa tra i 18 e I N T E RV I E W

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Foto in questa pagina di Andrea Sellari

i 75 anni. Ecco, alle persone anziane realizzo tutto quello che mi chiedono». E la tua pelle cosa racconta invece? «Io ho tre tatuaggi. Il primo è un sole tribale dietro la schiena che nel tempo ho prima odiato e poi amato. L’ho fatto quando avevo 25 anni, nella cucina di casa mia: oggi lo adoro perché mi ricorda il vecchio stile dei tatuaggi. Adesso siamo arrivati a livelli altissimi, dove i disegni sono delle vere e proprie opere, firmate da artisti eccezionali. Del resto si è evoluta anche l’attrezzatura, gli strumenti sono molto più sofisticati e sono cambiati anche i pigmenti: un tatuaggio di vent’anni fa è cheloide, lo senti al tatto, è in rilievo. Con le nuove tecniche i disegni sono assolutamente lisci, levigatissimi». E gli altri due tatuaggi? «Circa un anno e mezzo fa ho iniziato a tatuare il braccio. E poi ne ho uno, più piccolo, che definirei quasi uno stemma di famiglia: ho la regina degli scacchi, mio marito il re e mia figlia il pedone. Quella del gioco è una passione che condividiamo». Pochi per essere una che ne ha fatti centinaia nella sua vita… «Infatti ho appena iniziato!». E quando non disegni sulla pelle degli altri, cosa fai? «In questo momento mi piace molto incidere sul cuoio». E mi mostra una splendida riproduzione appesa a una parete del suo studio di viale Fabrateria Vetus. Mi guardo intorno e mi soffermo su un trittico di quadri in sequenza: i primi due rappresentano tatuaggi che ha in progetto di realizzare. Il terzo è una cornice vuota. Non posso non chiederle il significato perché, dopo questa lunga chiacchierata, sono quasi certa che per una come Yuliya lo abbia eccome. E lei, che per natura non dispensa sorrisi gratis ma si commuove quando ascolta l’inno di Mameli, tanto che non riesce neppure ad accennarlo (ormai si sente 100% made in Italy), mi guarda e sfodera una dolcezza niente affatto scontata: «E’ la risposta a chi mi chiede qual è il tatuaggio più bello che io abbia mai realizzato. Ecco: è quello che devo ancora fare».

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Di Giulia Abbruzzese

MATERA

AL CENTRO DEL MONDO E non soltanto per fiction

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ltre cento buyers internazionali provenienti da 70 Paesi con più del 30% di nuove presenze per l’edizione 22 di Screenings. Sono questi i numeri dell’evento realizzato da RaiCom e ospitato, dal 4 al 7 aprile scorso, nella città patrimonio dell’Unesco della Regione Basilicata e capitale europea della cultura 2019. Tra reporter e giornalisti delle più importanti testate nazionali c’eravamo anche noi di “Chic Style”, accanto al direttore del Radiocorriere Tv, Fabrizio Casinelli. Nella top-five delle produzioni opzionate dai compratori, che hanno poi perfezionato gli acquisti durante il MipTv di Cannes, le fiction “Il commissario Montalbano”, “Paradiso delle signore”, La strada di casa”, “I bastardi di Pizzofalcone” e “Non uccidere”. E proprio alcuni tra i principali protagonisti di questi apprezzatissimi lavori

LA VENTIDUESIMA EDIZIONE DI SCREENINGS ORGANIZZATA DA RAICOM NELLA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019. C’ERA ANCHE “CHIC STYLE”

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televisivi sono stati ospiti di Palazzo Lanfranchi, nel cuore dei Sassi materani, intervistati dalla giornalista del Tg2 Marzia Roncacci. Francesco Pannofino, Christiane Filangieri, Alessandro Tersigni, Francesca Cavallin, Giuseppe Zeno, Luisa Ranieri e Thomas Trabacchi hanno offerto una particolare e personale visione dell’Italia, raccontata nelle sue molteplici sfaccettature storiche, naturalistiche, paesaggistiche e antropologiche da chi l’ha percorsa, visitata e vissuta davanti alla macchina da presa. Dalla Milano degli anni Cinquanta, protagonista ne “Il paradiso delle signore” al Veneto, e in particolare Bassano del Grappa, dove è stato girato “Di padre in figlia” arrivando in Piemonte con “La strada di casa”. Ma anche la meravigliosa Puglia, emersa in tutte le sue prospettive attraverso l’avvincente storia de “La terra promessa”. “Da New York a Roma: il viaggio di Nero Wolfe” ha visto come protagonista di una divertente intervista l’attore e doppiatore Francesco Pannofino. Prima di loro, moderato da Tiberio Timperi, l’incontro tra diversi produttori ed editori sul tema “Fiction e territorio – Strategie produttive e logiche commerciali”, al quale hanno preso parte, dopo i saluti del presidente Rai Com, Roberto Nepote, anche l’amministratore delegato di Rai Com, Giampaolo Tagliavia; il direttore di Rai Fiction, Eleonora Andreatta; Luca Barbareschi di Casanova Multimedia, Roberto Sessa di Pico Media, Federico Scardamaglia (Compagnia Leone Cinematografica), Gloria Giorgianni di Anele, il direttore di Lucana Film Commission Paride Leporace e Paolo Damilano, presidente della Film Commission di Torino. La palma di best buy è stata assegnata al programma di Alberto Angela, “Meraviglie, la penisola dei tesori”, dedicato al patrimonio artistico e paesaggistico italiano classificato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Il giornalista, autore e conduttore è stato tra gli ospiti della serata di gala al “Dedalo Sensi Sommersi”, dove ha avuto modo di incontrare i buyers, arrivati a Matera da tutto il mondo. E proprio per rendere questo prodotto ancora più internazionale, l’ad Tagliavia ha anticipato l’idea di girarlo anche in francese e inglese. Francia e Spagna, mercati dell’Est Europa e America Latina sono, peraltro, quelli maggiormente ricettivi nei confronti dei prodotti Rai, sia per la free tv sia per i canali pay. Tra le fiction più apprezzate quelle che, oltre sulle storie, fanno leva anche sul-

le bellezze naturalistiche e artistiche del nostro Paese. Lo stile moderno e il linguaggio della serie Ghost Towns, prodotta da Fish-Eye per Rai5, ha riscosso un consenso trasversale come, per il cinema, particolare attenzione è stata prestata al pluripremiato ai recenti David di Donatello “Ammore e malavita” dei Manetti Bros e al film d’animazione “Gatta Cenerentola”. Per i prodotti destinati ai bambini e ai ragazzi sono stati allacciati importanti rapporti con i nuovi broadcasters presenti all’evento, provenienti dall’America Latina e dall’Est Europa che hanno strizzato più di qualche occhio alla serie Alex&Co. prodotta da Disney Italia con 3zero2. Notevole interesse anche per il nuovo catalogo di opere, balletti e concerti prodotti da Rai Cultura e distribuiti da Rai Com nel mondo in diretta e differita da parte dei clienti dell’Europa centrale e dell’estremo oriente. Un’Italia di eccellenze, insomma, quella in vetrina nella splendida Matera che ha catturato l’attenzione mondiale portando sotto i riflettori le bellezze di una terra sempre più da scoprire e vivere.

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Prevenzione, bellezza & BENESSERE

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isponibilità, familiarità e cortesia. Senza dimenticare la professionalità e l’assistenza specialistica. Entrare nella farmacia Cellupica, a Carnello di Sora, è più che un piacere. Tanti sono i servizi offerti dal personale che lavora accanto alla dottoressa Myriam Cellupica, titolare dell’attività dal 2013, a cominciare dalle prenotazioni Cup fino alle analisi di prima istanza eseguite con un macchinario di ultima generazione: colesterolo, HDL,LDL, trigliceridi, ferritina, ematocrito, glicemia, emoglobina, acido lattico, urine, psa. Si eseguono holter cardiaco, holter pressorio, elettrocardiogramma; si organizzano giornate dedicate alla prevenzione (in associazione con la onlus “Il Glicine”) ma anche Moc, insufficienza venosa, analisi delle intolleranze alimentari in modo da permettere alla clientela di avere risultati in tempi brevi rispetto alle tempistiche dilatate delle strutture pubbliche.  Inoltre, essendo dotata di un’elegante stanza estetica, la farmacia Cellupica si occupa anche di consulti cosmetici, prove di make-up e trattamenti viso/corpo, con l’utilizzo di marchi importanti come la HINO, consigliata e usata dal Centro Dermatologico dell'ospedale Sant’Andrea di Roma. Ma i veri punti di forza della farmacia Cellupica sono il sorriso, la cordialità, la massima disponibilità, una parola di conforto nei confronti delle persone malate in modo da creare un rapporto di fedeltà e familiarità con l’obiettivo di trasmettere al cliente/ paziente l'importanza delle cure mediche e della prevenzione. La farmacia Cellupica, inoltre, offre un orario continuato, dalle 8 alle 20, dal lunedì al sabato.

LA FARMACIA DEL FUTURO C’È GIÀ, È QUELLA DELLA DOTTORESSA MYRIAM CELLUPICA A CARNELLO DI SORA

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Di Viviana Guglielmino

Beyond the trip Viaggio a tempo indeterminato

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a vita è un viaggio” non è solo il titolo di un celebre romanzo, ma è pura realtà. Lo sanno bene Angela e Paolo, una coppia di novelli sposi che hanno deciso di abbandonare tutto – una vita monotona, un lavoro sicuro, familiari e amici - per immergersi in una straordinaria, quanto coraggiosa, avventura: un viaggio a tempo indeterminato. Così, dopo mesi di preparativi, sono partiti alla volta dell’Asia, alla scoperta di luoghi meravigliosi e culture tutte da scoprire. Ma attenti a non scambiarla per vacanza! La loro è proprio un’avventura vissuta alla giornata con tanto di zaino in spalla e budget limitato. Quotidianamente condividono la loro esperienza sul blog Beyond the Trip e sui vari canali social, in cui dispensano consigli ai futuri viaggiatori del domani che intendono intraprendere un viaggio simile. Incuriosita - ma anche affascinata- dalla loro avventura, ho voluto scambiare quattro chiacchiere con loro per saperne di più, dall’itinerario a come prepararsi prima di intraprendere un viaggio a tempo indeterminato. Angela e Paolo, la vostra è senza dubbio una scelta coraggiosa. Cosa vi ha portato ad abbandonare tutto ed immergervi in questa meravigliosa avventura? «La decisione che abbiamo preso parte da molto lontano, probabilmente da quando 9 anni fa abbiamo deciso di andare ad abitare in Scozia. Lì abbiamo fatto un’esperienza incredibile durata due anni, ci siamo adattati a un posto diverso e abbiamo lavorato. Ma soprattutto abbiamo conosciuto persone provenienti da ogni angolo del globo e siamo rimasti a bocca aperta ascoltando storie di viaggi e avventure in giro per il mondo. Incuriositi, abbiamo cominciato anche noi a varcare i confini dell’Europa e, in qualche anno, abbiamo visitato quasi tutti i continenti. Siamo tornati in Italia ma la voglia di viaggiare e di scoprire è aumentata sempre di più così come l’insoddisfazione verso la nostra vita “normale” da pendolari. Poi, ci siamo sposati ad aprile 2017 e il nostro viaggio di nozze zaino in spalla in Ecuador e Perù è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un mese di viaggio, un mese di pura libertà al cospetto della meraviglia del mondo. E così ab-

“Quando siamo partiti ci siamo detti che avremmo smesso di pensare al futuro e che da quel giorno in poi avremmo solo pensato al presente”

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biamo detto basta. Abbiamo fatto conti, programmi, pensato e ripensato a come mettere insieme i pezzi e… siamo partiti con i nostri zaini!» In quanto tempo avete programmato il vostro viaggio? «È stato un processo abbastanza lungo durato circa 7 mesi. Lasciare tutto quello che si è costruito in tanti anni di sacrifici non è facile, ci sono molte questioni pratiche da sistemare (casa, macchina, lavoro) oltre a quelle affettive. E poi noi abbiamo voluto fare di questo viaggio un qualcosa di più, documentandolo giorno per giorno on line sui social e sul nostro blog (N.B. beyondthetrip.net) Quindi abbiamo dedicato molto tempo proprio alla creazione del progetto “Beyond the Trip – Viaggio a Tempo Indeterminato”». C’è stato un attimo di riluttanza appena prima della partenza? «Non so se possiamo definirla riluttanza, ma sicuramente gli attimi prima della partenza sono stati piuttosto difficili. La decisione era presa, ma i dubbi e le incertezze rimanevano: cosa faremo? Ci stancheremo? Vorremo tornare subito? La parte difficile poi è stata salutare le famiglie e gli amici più cari, sapendo che la quotidianità con loro ci sarebbe mancata. E infine la casa. Quando ci siamo trovati a mettere in una scatola tutto quello che avevamo costruito con i nostri sacrifici degli ultimi anni, ci ha messo a dura prova. Ora però tutto va a gonfie vele, stiamo vivendo un sogno e riusciamo ad essere vicini ai nostri cari grazie a internet che ci rende la vita davvero semplice» . Quanti e quali paesi comprende il vostro itinerario? «Siamo partiti dalla Malesia e ora siamo in Birmania. In programma ci sono Thailandia, Laos, Vietnam, Cambogia, Indonesia, Filippine e Giappone. Non è una lista definitiva, anche perché il nostro sogno sarebbe continuare in centro e Sudamerica». Cosa vi ha più colpito fino ad ora? «La Malesia è un paese pazzesco, dove la modernità – una modernità imbarazzante – riesce a convivere con la tradizione. La Birmania, invece, è totalmente un altro mondo. Qui siamo stati catapultati in un’altra epoca e quello che ci ha colpito di più in assoluto è il sorriso genuino e sincero delle persone». In merito alla vostra esperienza, ci sapreste dire quali sono le difficoltà maggiori che un viaggiatore incontra durante un viaggio zaino in spalla e a tempo indeterminato? «Viaggiare a tempo indeterminato non è facile. Innanzitutto perché non abbiamo un budget illimitato ma molto basso: 10 euro al giorno a testa. Questo vuol dire che ogni giorno siamo alla ricerca della soluzione migliore per mangiare, dormire e spostarci, spesso rinunciando ad alcune comodità. Se per fare un percorso in taxi ci vogliono 3 ore, a noi è capitato di prendere un treno che ce ne ha messe 19, oppure stare ad aspettare quasi tutta la notte un bus pubblico.O ancora, specialmente nei posti più turistici,

ci siamo accontentati di una cena a base di riso piuttosto che di pesce. A volte può essere stancante, ma è l’unico prezzo da pagare per viaggiare a lungo termine e onestamente lo facciamo più che volentieri!» Che consigli dareste a chi intende intraprendere un viaggio come il vostro? «Di non farsi bloccare dai se e dai ma. Ci siamo passati anche noi, sappiamo cosa vuol dire. Ci siamo inventati anche noi tante scuse – soldi, lavoro, responsabilità varie – prima di prendere questa decisione. E, indovinate un po’, nel nostro caso era tutto superabile! Quindi lasciatevi andare e seguite i vostri sogni, sempre. Perché abbiamo solo una vita». Cosa non deve assolutamente mancare all’interno dello zaino di un viaggiatore? «In realtà la domanda è: cosa togliere dallo zaino? Il consiglio è: viaggiate leggeri! Uno zaino pesante non sarà certamente di aiuto quando sarete stanchi in cima ad una montagna, 50 litri bastano e avanzano per portare tutto il necessario.Praticamente ovunque si trovano lavanderie, noi per esempio non abbiamo ancora usato tutte le magliette che abbiamo portato!» Ultima domanda: ma il vostro è davvero un viaggio a tempo indeterminato? «Domanda difficile, quando siamo partiti ci siamo detti che avremmo smesso di pensare al futuro e che da quel giorno in poi avremmo solo pensato al presente. Il fatto che sia a tempo indeterminato indica che non c’è una scadenza, che non abbiamo un giorno fissato per il nostro ritorno e un ritorno non è escluso a priori. Di sicuro c’è che oggi siamo davvero felici, come non ci siamo sentiti mai prima!»

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Di Alessandra Celani

Dove a tavola si resta unpó… e con piacere Viaggio sensoriale attraverso il gusto senza allontanarsi troppo dalla tradizione. E dalla città

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LO CHEF È LIVIO ROSSI, GLI SPAZI SONO FIRMATI DA MARCO ODARGI E LA CREATIVITÀ È TUTTA DI SALVATORE LALA

Foto Andrea Sellari

na location innovativa, accogliente, curata nei dettagli dall’architetto Marco Odargi. L’aspetto della comunicazione e la scelta del nome sono stati affidati all’esperienza creativa di Salvatore Lala. L’eccellenza approda a Frosinone con il ristorante ‘unpó’, inaugurato lo scorso 21 marzo in via Po 9, nel centro della parte bassa di Frosinone. Lo chef è Livio Rossi, profondo conoscitore di quella materia prima che conquista gusto, vista e olfatto. Sapori, colori e odori che diventano piatti, accompagnati da vini selezionati del territorio nazionale e internazionale. “Il nome prende spunto dalla via in cui è posizionato – spiega Lala – ma l’aspetto divertente è che è diventata una parola vera e propria, scritta con l’accento. E poi ha dato vita a un grande gioco di comunicazione. Ne abbiamo fatto la campagna pubblicitaria per l’apertura: tra unpò si apre con una bottiglia di champagne, tra unpó si apre con un'ostrica. Tutto in funzione del nome, tutto è stato l’uno la conseguenza dell’altro. Il logo è estremamente semplice, dal momento che era già complicato far capire che unpò fosse una parola. Sul menù il cliente trova scritto: lo chef oggi consiglia unpó di... Il locale si sviluppa internamente ed esternamente con un bellissimo giardino: all’interno ci sono alcune opere artistiche di Donato Marrocco, un collega dell’Accademia, che consiglio assolutamente di ammirare. Con le sue proposte culinarie, è sicuramente un ristorante che può fare la differenza’’. Insomma: siamo davanti a imprenditori coraggiosi che hanno investito a Frosinone portando una ventata di novità. «Oggi chiunque apre un'attività commerciale è un eroe. In questo momento andrebbero premiati». Perché hanno deciso di investire in via Po? «Il posto è bello, comodo, dotato di parcheggio. Ma al tempo stesso è un ambiente raccolto, il giardino è arredato con gusto».

Quali sono le specialità della cucina di ‘unpó’? «Prevalentemente pesce. Lo chef Livio Rossi, che ha molta esperienza, propone ogni sera piatti diversi. Il ristorante è aperto dal lunedì alla domenica, pranzo e cena. Nei prossimi mesi sarà installata una griglia esterna per la cucina istantanea, di carne e pesce. Stiamo pensando anche a particolari serate che curerò personalmente. Il ristorante ha una serie di collaborazioni dirette con le due case di champagne più importanti del mondo che organizzano eventi a tema. Si tratta di un progetto estremamente creativo: ci sono dentro con il cuore e sono stato libero di spaziare, divertendomi. Oggi, però a parlare devono essere le ricette ed è giusto lasciare spazio allo chef, protagonista assoluto. La brigata è formata da sette persone: quattro in cucina, tre in sala. Frosinone aveva bisogno di crescere anche in questo settore e questa è davvero una bella realtà. Se vogliamo mangiare qualcosa di particolare, incontrare sapori innovativi ma anche quelli che sposano la tradizione, non resta che fermarsi in via Po». Almeno… unpó!

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La pausa Caffè come al bar!

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ultura e tradizione sono racchiuse nella scia profumata dell'aroma del buon caffè che ci porta dritti dritti da Caffè Shop, la catena di negozi multimarca delle migliori cialde e capsule. Nasce dall'intuizione della Cialdoro Caffè, azienda leader nel settore monoporzionato con una propria torrefazione e miscele custodite dal 1960. La passione del made in Italy… questo è il “succo” di caffè Cialdoro, il vero espresso di gusto. Il solo profumo di queste straordinarie monodosi riesce a colpire il cuore e i sensi. Come fa una capsula così piccola a tirarci su e a darci una sferzata di ottimismo ed energia? Merito delle più antiche tradizioni nel processo produttivo come la tostatura e l’incialdamento, tesoro di miscele custodite da padre in figlio dal 1960 : e delle materie prime selezionate direttamente sul raccolto a cura della Sandalj. Tutto questo fa si che oggi siano qualitativamente i migliori presenti sul mercato. Grazie anche alla varietà di miscele messe a disposizione per soddisfare qualsiasi palato e ad alla ricerca constante per proporre ai clienti un espresso buono come al bar dove e quando vogliono. Perché il caffè è sì un rito, ma un rito tutto personale. C’è chi lo beve ristretto, chi assolutamente amaro, c’è chi lo prende solo macchiato, c’è il fan dello zucchero di canna e c’è quello che lo gira sempre in senso orario… Ognuno ha il suo stile, ognuno ha il suo caffè. Ma tutti adesso possono ritrovare con Caffè Shop il piacere di gustare il proprio caffè di qualità.

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Di Giulia Abbruzzese

Quando le storie fanno ‘O

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Foto Andrea Sellari

volte capita. E quando meno te lo aspetti spunta qualcosa di insospettabile, di alieno, all’orizzonte. Un oggetto volante non identificato e non identificabile. Così, in questo scorcio di rivoluzione digitale, proprio quando tutti danno per morta e decomposta l’editoria su carta, nasce un nuovo mensile. Su carta”. Una squadra di visionari, eruditi sognatori, giornalisti di talento. Li ha messi insieme Andrea Mancia, al timone di ‘O Magazine, il mensile che pochi giorni fa è andato in edicola con il secondo numero e un’analisi su come cambia il rapporto tra città e provincia. Una scommessa azzardata quella di scegliere la dimensione cartacea in un momento di recessione per il mercato editoriale, ai limiti dell’eroico. Senza dubbio una sfida appassionante, che è stata presentata lo scorso 15 marzo all’Open Colonna nel Palazzo delle Esposizioni, a Roma. In una location appositamente pensata dal padrone di casa, l’imprendi-chef Antonello Colonna – che è tra i collaboratori della rivista - spazio e luce sulle coloratissime illustrazioni che portano la firma geniale di Andrea Aste. Durante un party esclusivo i giovani editori di questo magazine, Giulia e Marco Perfili, hanno fatto conoscere a un pubblico di trecento invitati, tra politici, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni e vip (tra questi l’imitatrice Gabriella Germani, l’ex calciatore della Juventus, Sergio Brio e la giornalista Maria Giovanna Maglie) quelli che riverseranno nelle edicole di Milano, Roma, Frosinone e Napoli un giornalismo di narrazione, che racconta le storie di un mondo ignorato e sommerso. E lo fa in un modo diverso da come siamo abituati a leggere sui giornali, con un unico obiettivo: riportare sulla carta una realtà che sulla carta non c’è, a misura d’uomo, sdoganata da burocrazia e freddo protocollo. Vittorio Macioce, Mario Giordano, Marino Bartoletti, Franco Oliva, Cristina Missiroli, Michele Di Lollo e John Domini sono soltanto alcune delle prestigiose firme che compaiono accanto a testi di

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politica ed economia, così come di futuro. Insieme a loro anche Dario Facci, direttore de “La Provincia Quotidiano” e la collega Laura Collinoli. Di grande impatto grafico, a iniziare dalla copertina, le illustrazioni che si alternano ai contenuti più disparati: dall’inchiesta sui bitcoin alla prole dei peggiori venti dittatori, dalla Napoli di Maurizio De Giovanni al bunker del profeta italo-americano del New Journalism nel numero di marzo. Pochi giorni fa, invece, il 17 aprile, la seconda uscita che racconta spazio e distanza tra praterie e monolocali, tra “vecchi barbari” e nuova civiltà. Spazio anche alle rubriche su cinema, canzoni d’autore, arte, libri e cibo per la memoria (o memoria per il cibo). “La nostra speranza è che al lettore piaccia almeno quanto a noi è piaciuto farlo” ha detto il direttore Mancia nell’intervento durante la presentazione all’Open Colonna, ringraziando gli editori e il suo “ormai eterno compagno di sventure”, Vittorio Macioce, caporedattore de “Il Giornale” e anima ispiratrice del magazine. “Perché questa rivista? – ha esordito lui - Perché ho avvertito il bisogno di fare una di quelle cose folli e ho trovato altrettanti folli come me che ne avevano voglia. Presente il mito degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro? Mi sento un po’ come Giasone, che non ha reclutato potenti o re ma quelli che hanno un dono: il talento”.

PERCHÉ DI RACCONTI, PERSONAGGI E COLORI È PIENA LA NUOVA SFIDA SU CARTA DI ‘O MAGAZINE UN PARTY ESCLUSIVO ALL’OPEN COLONNA PER IL BATTESIMO DEL MENSILE DIRETTO DA ANDREA MANCIA

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Come arredare con stile la propria casa

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econdo appuntamento con il nostro amico Grug, un architetto-designer-arredatore che ci aiuta a realizzare la casa dei nostri sogni, quella dove non ci sono difetti, spazi morti e angoli bui. Stavolta a chiedere il suo parere è Chiara, una donna pratica che ama passare ore ai fornelli ma che non vuole rinunciare alla luminosità e all’eleganza dell’ambiente più vissuto del suo appartamento, con uno sguardo sempre attento alla qualità dei materiali utilizzati. Ecco, dunque, che ci trasferiamo in cucina. Lei stessa ha fornito la piantina vuota e Grug le ha prospettato due soluzioni completamente diverse. La prima si avvicina di più a un “concept classico”, con una proposta di arredo, spazi e movimenti che sostanzialmente seguono un’idea di cucina-tipo. L’altra, invece, quella che ha poi incontrato il volere di Chiara, è un progetto che cambia il modo di interpretare la funzione domestica di questo luogo senza rinunciare alla vivibilità e alla cura dei dettagli.

1 Piantina fornita da Chiara

2 Soluzione "Classica"

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Ed ecco come Grug ha ideato la cucina di Chiara: 2. La lavastoviglie non va mai messa tra piano cottura e lavello bensì dopo quest’ultimo per consentire il ‘prendo-sciacquo-metto’

1. La colonna a giorno da 30 serve a separare il calore del forno in accensione dalla colonna frigo

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3. La tripla corona laterale è più funzionale per l’utilizzo delle pentole grandi 4. Evitare il piano cottura sull’isola/penisola perché gli schizzi di cibo e il troppo calore darebbero fastidio a chi è seduto di fronte

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Dal progetto...

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5. Non mettere il fianco alla penisola in modo tale da offrire una ulteriore seduta 6. Il minimo per lo spazio delle gambe è di 35 centimetri 7. Le basi ad angolo devo essere più grandi possibili per consentire un comodo accesso

Alla realizzazione


Di Alessandra Celani

A chi tortura la lingua lui dice “Peste e corna”

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Foto Andrea Sellari

una chiamata alle armi. Un appello a rispettare una lingua magnifica e completa come l’italiano, dove, sia nella forma scritta che in quella parlata, l’uso delle frasi fatte è onnipresente. Massimo Roscia, scrittore, autore di romanzi e saggi (ha esordito nel 2006 con ‘Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo’), torna a stupirci e a farci riflettere sull’uso spesso esagerato di stereotipi e formule preconfezionate. Perché sono immediate, perché, quando non abbiamo le parole, rappresentano la nostra salvezza, perché tutti le capiscono. Sono espressioni o modi di dire che con il tempo hanno preso il posto del nostro vocabolario. Ne abusiamo tutti, sottolinea Roscia, (il giornalista, il politico, il meteorologo), che racconta questa storia attraverso Mario, un mite impiegato romano che, ovunque si volti, si imbatte nella quintessenza della banalità espressiva, fino ad avere il sospetto che a essere ‘trita e ritrita’ non sia la lingua ma l’idea. Lui è il protagonista di “Peste e corna”, edito da Sperling & Kupfer. “In tanti me lo hanno chiesto - spiega Roscia - perché questo libro non è un’elencazione di frasi fatte, ma una storia. Un narrato senso di insieme rappresentato da Mario, separato con una figlia che vive a Milano, impiegato al Comune di Roma. Tutto è verosimile, tutto è organizzato per ambiti tematici separati. Ogni gruppo di frasi fatte è messo in capitoli distinti. Ha la struttura prossima a un romanzo. Mario sono io, sei te, sono i 60 milioni di italiani. Nasce tutto dall’esperienza, da un po’ di fantasia ma, soprattutto, dall’osservazione. Già quando si sfoglia un giornale ci si imbatte in ‘bagno di folla’, oppure ‘nella splendida cornice di’, ‘bombe d’acqua’, così anche quando si ascolta la televisione o si prende un caffè al bar. Sono frasi cristallizzate, che a volte servono a dare colore al discorso o a rompere il ghiaccio. Spesso, però, appiattiscono la comunicazione in un prevedibile ammasso verbale trito e ritrito, con il risultato di parlare molto senza dire niente. Attenzione - precisa all’inizio della nostra chiacchierata - facciamo i dovuti distinguo e ‘mettiamo i puntini sulle i’, senza ‘fare di tutta l’erba un fascio’. Ecco, vedi: lo facciamo normalmente, è fisiologico”.

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Questo libro è una lezione sull'italiano? «È una lezione a me stesso. Lo ammetto, io per primo uso tantissimo le frasi fatte, che non vanno demonizzate. Tutti i modi di dire, gli stereotipi, le metafore sono belli, perché danno vivacità, freschezza al linguaggio, umanizzano il nostro modo di relazionarci con gli altri. Rendono ancora più diretta e più efficace la comunicazione. Quello che dico è non abusiamone, non facciamolo meccanicamente: molto spesso noi subiamo la lingua». Secondo te, questo accade perché non si conosce a fondo la lingua italiana? «Accade perché siamo pigri, svogliati, non abbiamo la sufficiente dimestichezza, perché vogliamo evitare a volte di utilizzare un tono troppo assertivo. Si preferisce optare su una battuta tipo ‘non esistono più le mezze stagioni’. Dipende anche dai rapporti che si hanno con le persone. Ma se alla fine lo facciamo meccanicamente, tendiamo a svuotare le parole del loro significato e ad appiattire anche la modalità di pensiero. Addirittura si arriva a cloroformizzare, ad anestetizzare il pensiero. Mi chiedeva in un’intervista Sabrina Nobile delle Iene: è solo un problema di forma o di contenuto? Molto spesso si corre il rischio che diventi anche un problema di contenuto». Perché hai voluto continuare su questo filone? «È una sorta di completamento quasi a chiudere una trilogia ideale. ‘La Strage dei congiuntivi’ (a distanza di quattro anni è arrivato all’ottava ristampa) era una sfida per pochi ma poi si è rivelata un piacere per tanti. Li uccidevo, ero veramente terribile, cattivo, armi alla mano, bastoni. Qui sono più buono. Già mi sono avvicinato alla mitezza con ‘Di grammatica non si muore’, dove sorridevo e facevo il maestrino delle elementari, che al limite tirava le orecchie e puniva alla lavagna o minacciava con la matita rossa e blu chi sbagliava l’accento o chi usava in modo troppo disinvolto la punteggiatura». A chi consiglieresti questo libro? «A tutti, perché ognuno di noi usa le frasi fatte. Nessuna critica a priori, ripeto, ma più di qualcuno ne abusa. A lungo andare questi stereotipi ibernati, congelati diventano fastidiosi, ci fanno rischiare di dire poco o nulla. Vittorini scriveva: ‘vediamo di essere possessori e non posseduti del linguaggio’». Copertina e titolo: come nascono? «Nascono da loro. Ti spiego. Tutti hanno l’idea che la casa editrice sia un grande mostro che ti assale e toglie la libertà di idee. Non è così. Libertà assoluta in ordine alla forma, ai tempi e ai contenuti. Prezioso l’ausilio di Ester Mazzoni, la mia editor, una sorta di sorella, psicologa, confidente, che ha sempre dispensato consigli, nessun obbligo. Per quello che riguarda titolo e copertina è abitudine che siano scelti dalla casa editrice, da un gruppo di professionisti che si occupano di marketing e grafica. Tra le tante hanno scelto ‘peste e corna’. E hanno avuto ragione perché fa presa. Impatta sul lettore».

Frasi fatte, luoghi comuni e formule stereotipate: le nuove vittime di Massimo Roscia Le stagioni sono intere, l’erba sta in un unico fascio e il bagno è di tutti fuorché della folla

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Chic Style Magazine Spring 2018  

L’attesa tra un numero e l’altro di Chic Style è: una pagina bianca da riempire, una promessa di avvenire, forse l’unico presente che abbiam...

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