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Anno IX • Numero 02 • FEBBRAIO 2014

VERSIONE ON LINE

La paura della paura di Bianca Pane

Innamoramento e amore di Olga Paola Zagaroli

Il percorso del paziente acufenico di Tea Maione

Fragilità capillare, previenila a tavola di Francesca Maresca

CARNEVALE 2014

SANT'AGNELLO

VESTITI ED ACCESSORI PER BAMBINI E ADULTI


sommario Anno IX • Numero 02

FEBBRAIO 2014 In copertina Luca Giordano 9 anni di S.Agnello fotografato da Pino Coluccino Sant'Agnello Cell. 3314511034 Prodotto edito da "La Mia Penisola" Dep. Aut. Tribunale di Torre Annunziata del 09.06.2010 Periodico di attualità a diffusione gratuita Direttore responsabile Giuseppe Damiano

08 Il malato immaginario… Cos’é l’ipocondria di Luisa Buonocore - Psicologa

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Innamoramento e amore di Olga Paola Zagaroli - Sessuologa

16 Il Disturbo Specifico del Linguaggio di Mariarosaria D'Esposito - Logopedista

Progetto grafico Maurizio Manzi Bingwa Art Factory Corso Italia, 371 Piano di Sorrento (Na) Tel. 081.534.11.17 info@bingwa.it Stampa Grafica Cirillo Scafati (Sa)

20 La paura della paura di Bianca Pane - Psicopedagogista

24 Cure nuove per il cuore di Vittorio Fabbrocini - Cardiologo

28 Medicina narrativa: per andare "oltre" i quadri clinici di Carlo Alfaro - Pediatra

30 Anche il “ponte” ha bisogno di cure di Vittorio Milanese - Odontoiatra

32 Neuroma di Morton di Barbara Martino - Chiropratica

36 Le apnee da sonno di Antonio Coppola - Anestesista

40 Il reflusso acido di Giuseppe De Simone - Farmacista

42 Rimedi contro la Lombalgia di Veronica Di Martino - Fisioterapista

46 Il percorso del paziente acufenico di Tea Maione - Audioprotesista

50 Mio figlio è mancino! di Daniela Caiafa - Neuropsicomotricista

54 Intervista a Red Canzian 56 Fragilità capillare: previenila a tavola di Francesca Maresca - Dietologa

60 La Regina “povera” dei tuberi di Anna Maione

62 Non mollare l'osso di Mariano Russo

64 Kettlebell training di Fabio Siniscalchi

66 Zumba o Sala Attrezzi di Nello Iaccarino

68 Narcisi e Muscari di Giovanni Castellano

70 Alla scoperta del piede per combattere la cellulite di Carolina Apuzzo

72 Ti voglio bene! di Ernesto Lupacchio

76 Il benessere in casa 78 Alcol test nullo senza l’assistenza dell'avvocato di Valerio Massimo Aiello

80 Ma Dio è veramente morto? di Domenico Casa

82 Trekking urbano a Vico Equense di Nino Aversa

84 L'Abbraccio di Salvatore Spinelli


#PSICOLOGA #POESIA

Il malato immaginario…

Cos’é l’ipocondria Luisa Buonocore Laureata in Psicologia Clinica presso l’Università “La Sapienza di Roma”. Collabora con il Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale di Roma. Lunedì e Venerdì dalle 10.00 alle 13.00 333.4471904 http://bit.ly/1bFShtd

“Le Malade Imaginaire” (Il Malato Immaginario) è una commedia del drammaturgo francese Molière, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1673. Il protagonista della commedia è Argante, un ricco signore convinto di essere malato, nonostante sia sano come un pesce. Argante si circonda di diversi medici che gli prescrivono numerose pozioni e medicine. Addirittura, il ricco signore promette la figlia in sposa ad un giovane dottore per assicurarsi un medico che possa essere sempre presente nella sua casa, pronto a curarlo. La commedia è stata poi portata sul grande schermo da un brillante

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Alberto Sordi nei panni di Argante. La trama ben rappresenta gli elementi principali dell’Ipocondria. La caratteristica essenziale di questo disturbo è la preoccupazione legata alla paura o alla convinzione di avere una malattia grave, basata sull’erronea interpretazione di sintomi somatici. Rassicurazioni mediche appropriate, valide e fondate non bastano a placare la convinzione di essere gravemente ammalati. L'Ipocondria è spiegabile come una scorretta interpretazione di sintomi fisici che vengono considerati come segnali di gravi patologie. Il soggetto ipocondriaco che sperimenta un qualsiasi cambiamento corporeo è portato a catastrofizzare la situazione interpretando tutte le variazioni corporee come prodromi di una malattia che in futuro porterà atroci sofferenze: anche un leggero mal di testa diventa per l'ipocondriaco segno di un tumore al cervello. Spesso i soggetti con ipocondria si allarmano anche solo sentendo parlare di una malattia o se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato. Spesso questi sintomi si accentuano in condizioni di stress. L'insorgenza della sintomatologia ipocondriaca


#PSICOLOGA #POESIA generalmente coincide con un evento critico che può verificarsi in fasi precoci della vita oppure in fasi più avanzate. Tra gli eventi critici che possono predisporre il soggetto ad una vulnerabilità al disturbo troviamo: • esperienze precoci di malattia (vissute in prima persona o di persone vicine); • esperienze di gestione medica insoddisfacente; • presenza di credenze errate sui sintomi fisici. Questi eventi possono portare alla formazione di credenze disfunzionali rigide rispetto alla

L'Ipocondria è spiegabile come una scorretta interpretazione di sintomi fisici che vengono considerati come segnali di gravi patologie. salute che diventano una lente con cui leggere qualunque cambiamento o sintomo fisico. Come conseguenza si attivano emozioni negative quali ansia, depressione e paura. Inoltre vengono messi in atto alcuni meccanismi cognitivi e comportamentali come tentativo di controllo del proprio stato di salute che hanno, però, l'effetto paradossale di aumentare la preoccupazione. Uno di questi meccanismi di mantenimento è l’attenzione selettiva attraverso cui il soggetto concentra eccessivamente la sua attenzione sul proprio corpo e sulle sensazioni somatiche. In questo modo ogni variazione somatica, che prima non veniva notata e che fa parte di una normale attività fisiologica del corpo, verrà percepita come segno della presenza di una malattia fisica. Ad esempio il mal di schiena dovuto ad una errata postura può essere visto come un problema serio che potrebbe portare alla paralisi. Un altro meccanismo di mantenimento, di tipo cognitivo, è la rimuginazione continua sul proprio stato di salute. Questa strategia che viene attuata con l'intento di individuare precocemente segni di malattia contribuisce, invece, a rafforzare l'attenzione prestata al proprio corpo. Un ultimo fattore cognitivo è rappresentato dalle disfunzioni nel ragionamento, cioè: svalutazione dell'importanza delle spiegazioni alternative dei sintomi, astrazione selettiva di informazioni sui sintomi

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per cui dettagli minori della conversazione assumono rilevanza per il soggetto e drammatizzazione, ossia attribuzione esagerata di importanza al significato di segni e sintomi. Tra i fattori comportamentali che mantengono il disturbo troviamo, invece, la tendenza ad evitare le situazioni che possono esporre il soggetto ai sintomi temuti. Ad esempio, il soggetto può tendere ad evitare sforzi fisici o la visione di programmi televisivi sulle malattie fisiche. Proprio perché il soggetto evita alcune situazioni non ha la possibilità di sperimentare che invece i sintomi che avverte sono innocui, contribuendo così al mantenimento delle preoccupazioni per il proprio stato di salute. Un secondo fattore di mantenimento, di tipo comportamentale, è rappresentato dai continui esami del corpo come la palpazione dell'addome, la verifica della presenza di noduli al seno e altri controlli, che espongono il corpo ad una manipolazione eccessiva che, se persistente, può provocare disagio fisico. Il disagio risultante viene interpretato come ulteriore prova della presenza di una malattia fisica. Un ultimo comportamento che si riscontra frequentemente nel paziente ipocondriaco è la ricerca continua di rassicurazione (ricerca di informazioni da familiari o conoscenti, continue visite mediche, ricerche su Internet o su libri di medicina nel tentativo di escludere la grave malattia). Il fatto di cercare informazioni presso fonti poco attendibili oppure il fatto di giudicare superficiale l'attenzione del medico nei propri confronti sono fattori che possono portare il soggetto a sottoporsi ad ulteriori valutazioni poiché non gli permettono di escludere la presenza della malattia, rafforzando la sua credenza. Il soggetto ipocondriaco è quindi intrappolato in una spirale viziosa che rende inutili i tentativi di rassicurazione e le valutazioni critiche ma anzi si nutre di essi. Trattare questo disturbo si può! La psicoterapia ad orientamento cognitivocomportamentale si è rivelata molto efficace nel ridurre le preoccupazioni legate all’ipocondria in diversi studi clinici controllati. Il percorso terapeutico prevede: • una corretta psicoeducazione sulla natura del disturbo; • l’individuazione delle credenze disfunzionali del paziente; • la promozione di interpretazioni alterative dei sintomi e dello stato di salute; • la riduzione dei meccanismi di mantenimento; • lo sviluppo di capacità di gestione dell’ansia e dello stress; • l’elaborazione degli eventi critici scatenanti.


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#SESSUOLOGA #POESIA

Innamoramento e amore Dottoressa

Olga Paola Zagaroli Sessuologa Lunedì e Giovedì dalle 15,30 alle 17,30 335.8709595 http://bit.ly/1euymof

Molte persone considerano l’innamoramento come fosse amore. La differenza tra i due sentimenti è però sostanziale, sia in ciò che si prova che in ciò che muove le persone. Che differenza c’è, dunque, tra quando si è innamorati e quando si ama? Quando si è innamorati si vede l’altra persona come essa probabilmente non è. Non sempre, ma con l’innamoramento noi creiamo una maschera da fare indossare all’altra persona, un’idea di questa persona che si espande nella nostra mente e che non rispecchia la realtà. Quando si ama un’altra persona, invece, si ha in mente il bene di questa e non si mette se stessi e il proprio sentimento davanti a tutto. L’innamoramento è un sentimento molto bello, ma occorrerebbe una maturità tale per viverlo al meglio che forse nessuno possiede e forse è bello proprio per la passione che assale e i ragionamenti che vengono meno. Questo sentimento inganna però le persone, facendole credere di amare qualcuno, ma in realtà esse amano se stesse

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e il sentimento che stanno provando in quel momento. Sono ebbre di ciò che sentono dentro, di quello che provano e di ciò che la loro mente le porta a credere in relazione al sentimento che hanno dentro. Quando si è innamorati si è come sospesi su un filo, basta poco e si cade. Cade tutto il castello che si credeva costruito su solida roccia e invece aveva fondamenta sulla riva del mare. Finché l’innamoramento persiste si vuole l’altra persona al proprio fianco, ma non perché la si ama, ma perché si necessita del sentimento che si prova in quel momento a tal punto da non poterne fare a meno. Quando infatti l’innamoramento svanisce si abbandona la persona che lo faceva provare. Questo a testimonianza che non si amava quella persona, ma se stessi e il proprio sentimento, e fregandosene dell’altro si andrà come girovaghi nella vita in cerca di qualcun altro che faccia provare nuovamente quelle emozioni. L’amore, invece, è una decisione. È infinitamente passionale, ma allo stesso tempo razionale. Se non si ragiona è impossibile amare, poiché amare è anche insegnare. Quando si ama, i sentimenti che si provano vengono incanalati nella ragione per fluire poi in amore pieno. Quando si ama un’altra persona non si sta insieme a lei solamente in base ai sentimenti che personalmente si provano. L’egoismo viene messo da parte e la ragione

sentimentale prende il sopravvento innescando un movimento di ragione e sentimento che si alimentano l’uno con l’altro come fossero un movimento infinito. Amare è anche insegnare. Anche a costo di perdere la persona amata. Non ci si comporta come se si avesse sempre una pressione e una paura di perdere quella persona, ma ci si muove impavidi, poiché il bene dell’altro viene prima del bene personale. Così si raggiunge anche una maturità piena e una vera consapevolezza di noi stessi e di chi ci sta a fianco. Quest’ultimo non avrà di fianco una persona arrendevole, ma una persona fermamente convinta di amare e questo gli permetterà di crescere emotivamente e di maturare. E dunque, l’innamoramento è pressoché egoista, mentre, l’amore è maturo. Troppo spesso oggi le persone sono in balia di innamoramenti che poco portano e poco insegnano, che poco sapranno far crescere e maturare, che troppo spesso sono caratterizzati da un grande egoismo emozionale. Il vero amore rimane per lo più nascosto nel mondo, tra quelle persone che hanno saputo crescere e maturare e hanno deciso di amare l’altro e non se stessi. Hanno saputo trovare un equilibrio, che immobile è comunque in movimento, che essendo definito è comunque infinito. Fortunati coloro che lo hanno capito e lo hanno vissuto o lo vivono tuttora.


#LOGOPEDISTA #POESIA

Il Disturbo Specifico del Linguaggio Dottoressa

Mariarosaria D’Esposito Laureata in Logopedia presso l’Università Federico II di Napoli Giovedì e Sabato dalle 9.00 alle 13.00 338.3191494 http://bit.ly/1c9PCsk

Il Disturbo Specifico del Linguaggio è tra le logopatie di maggiore incidenza in età prescolare, tra i 2 e i 7 anni. Il termine “specifico”, in antitesi ad un ritardo “globale”, indica come il deficit sia unicamente legato al linguaggio espressivo o recettivoespressivo, non associato ad alterazioni cognitive, relazionali o sensoriali. I fattori che possono essere alla base di uno sviluppo anomalo del linguaggio sono molteplici: dalle malattie genetiche, a quelle neurologiche, ai deficit sensoriali. Nel DSL, invece, si verifica un ritardo nello sviluppo linguistico, in assenza di cause note. Per questo motivo viene definito “puro”. Analizziamo da vicino le competenze verbali nel DSL. L’enorme eterogeneità dei quadri non è data solo dal diverso grado di severità del deficit, quanto dalla possibilità che risultino alterati uno o più componenti del linguaggio. Livello fonologico: la compromissione può spaziare dalla semplice alterazione della pronuncia di qualche consonante, ad una produzione pluridislalica, di cui risulta impossibile l’intellegibilità Livello morfologico: le carenze possono essere limitate all’omissione di alcuni elementi sintattici, fino alla contrazione dell’intero enunciato nella frase monotermine. Livello semantico: l’inadeguatezza del vocabolario risulta pressoché costante, come le competenze narrative e la capacità di decodifica dei messaggi verbali complessi. La FLI (Federazione Logopedisti Italiani) fornisce

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alcune semplici e schematiche indicazioni, rivolte ai genitori, per monitorare lo sviluppo linguistico del bambino ed analizzarne le competenze in rapporto all’età.


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Circa le capacità di ascolto e comprensione, il bambino deve essere in grado di:

dalla nascita a 3 mesi • sentire i suoni forti • sorridere o tranquillizzarsi quando si parla con lui • smettere di piangere quando sente la voce materna • aumentare o ridurre la suzione in risposta ad un suono

da 4 a 6 mesi In rapporto alla capacità comunicativa, il piccolo deve:

• reagire ai cambiamenti di tono dell’adulto • prestare attenzione alla musica ed ai giochi sonori

dalla nascita ai 3 mesi

da 7 mesi ad un anno

• sorridere quando vede la madre • piangere in maniera differente a secondo del bisogno • iniziare a produrre i primi suoni vocalici

• essere interessato a canzoncine e filastrocche • volgere lo sguardo verso la sorgente sonora • riconoscere parole semplici • comprendere richieste/domande semplici come “vieni?”, “ne vuoi ancora?”

da 4 a 6 mesi - iniziare la lallazione, con la comparsa delle prime consonanti (p, b, m) - esprimere gioia o fastidio attraverso i vocalizzi

da 7 mesi ad un anno - - - -

compare la lallazione complessa utilizzare i suoni per attirare l’attenzione utilizzare i gesti per comunicare iniziare a produrre le prime parole

da 1 a 2 anni • indicare le diverse parti del corpo quando vengono denominate • eseguire semplici richieste come “manda un bacio alla mamma!” • ascoltare semplici filastrocche • indicare i disegni su un libro, quando denominati

da 1 a 2 anni

da 2 a 3 anni

- il numero delle parole prodotte aumenta di settimana in settimana - strutturare domande composte da una o più parole - combinare due o più parole (“mamma pappa”) - usare diversi suoni consonantici

• comprendere le differenze tra contrari (“sopra-sotto”, “avanti-dietro”, etc) • eseguire due richieste insieme (“prendi la bambola e mettila nella cesta dei giochi”) • ascoltare storie sempre più lunghe e complesse

da 2 a 3 anni - utilizzare combinazioni di tre o più parole - si espande l’inventario dei suoni - richiamare l’attenzione sull’oggetto che vuole - far comprendere le proprie richieste alle persone che gli sono accanto

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(FLI, Federazione Logopedisti Italiani)

La diagnosi e l’intervento precoce, in caso di DSL, non solo favoriscono uno sviluppo linguistico e quindi sociale adeguato e sereno, ma scongiurano le future difficoltà di apprendimento ad esso conseguenti.


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#PSICOPEDAGOGISTA #POESIA

La paura della paura Che cos’è, perchè ci blocca, come possiamo trasformarla

Dottoressa

Bianca Pane Laureata in Filosofia e Psicopedagogia presso l’Università di Napoli Federico II, specializzata in Gestalt Counseling Bioenergetica e Terapie Olistiche 393.9315564 http://bit.ly/1bb6qS4

Se proviamo un senso di sgomento appena accennato o un timore intenso e generalizzato, se ci sentiamo costantemente minacciati da un pericolo incombente e ogni avvenimento ci sembra un probabile disastro, se per ogni decisione tentenniamo e cambiamo idea, ritornando sui nostri passi, manifestiamo tutti i sintomi di qualcosa che può rovinarci la vita e genera una tensione psichica che fa male. Sto parlando della paura, la misconosciuta, ignorata e aborrita paura. Quel sentimento che invece di aiutarci a sopravvivere, com’era nella sua funzione primaria, ci intralcia

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con ganasce che stringono e strangolano. Di solito ignoriamo questi campanelli di allarme, con l’ingenua convinzione dei bambini che, se chiudiamo gli occhi, il mostro scomparirà. Ma quel mostro non desiste: se non ne prendiamo atto, e non lo affrontiamo, ci soffocherà, e ci sembrerà che il cuore ci esca dal petto, tanto batte all’impazzata… Quando abbiamo paura il sistema di informazioni che collega uno stimolo a una reazione si inceppa, ed è come se noi ricevessimo continui avvisi di pericolo laddove non ne esiste alcuno.. Se

avessimo la possibilità di vedere concretamente come reagisce il nostro corpo sotto l’effetto di allerta, vedremmo gli ormoni entrare in circolo per sollecitare organi e apparati ad affrontare IL NEMICO. Questo processo è funzionale quando l’avversario contro cui lottare è concreto, o per fuggire più in fretta, o per nascondersi. Ma quando nulla di tutto ciò è reale nel momento presente e noi siamo solo dolorosamente proiettati in un futuro che non contempla altro che trappole da schivare e fantasmatici antagonisti da vincere, quella è PATOLOGIA. Infatti, in quel ‘programma’, le informazioni che determinano lo schema della paura si ripetono senza fine; per noi la battaglia è senza frontiere, è ininterrotta e in ogni istante della nostra giornata, è domani, tra un mese o tra un anno. Nel frattempo i nostri organi sovrasollecitati si logorano, la nostra efficienza e capacità di incidere nella nostra vita diminuiscono, fino a paralizzarci. Si chiama GAD, Generalized Anxiety Disorder o, semplicemente, ANSIA GENERALIZZATA, condizione che può portare anche al Disturbo da Attacchi di Panico. Oggi queste malattie sono tristemente comuni ed hanno degli effetti spesso devastanti nella vita di molti. Sono certa che, pur senza arrivare a questo limite estremo, molti di noi hanno la tendenza a guardare al futuro con paura, a vivere in modo ansiogeno quello che di bello la vita può regalare, sempre incalzati da questa emozione onnipresente e fagocitante. Può essere dunque utile analizzare la


#PSICOPEDAGOGISTA #POESIA paura per trovare il senso e l’utilità che essa ha nella nostra esistenza. E, possiamo esserne certi, ne ha molta. Per farlo, tuttavia, bisogna andare oltre alcuni schemi culturali che la demonizzano. E, come vedremo anche nei prossimi articoli, ci sono molte cose da scoprire...

La paura di aver paura Perché abbiamo paura se abbiamo un tetto in testa e di che sfamarci, un lavoro soddisfacente e degli affetti? Che ragione c’è? Si, magari il nostro partner si lamenta perché la casa è piccola, il capoufficio non è proprio simpatico, ci vediamo invecchiare..ma da questo ad avere paura, bè, ce ne passa! Oppure il nostro partner guarda troppo insistentemente le curve della nostra migliore amica e noi tacciamo per quieto vivere, sentendoci del tutto inadeguati…ma questo non significa certo avere paura di perderlo!... Ma siamo proprio sicuri che sia così, o ci stiamo raccontando la favola del ‘vissero tutti felici e contenti’? Quante volte ci diciamo che’ va tutto bene’, sapendo perfettamente che non va bene per nulla? Vogliamo, almeno con noi stessi, essere sinceri? Fermiamoci a fare qualche considerazione. Da quando abbiamo la capacità di comprendere (e anche prima, se pensiamo alla comunicazione energetica che avviene sempre e comunque) siamo nutriti dalla PAURA, tanto quanto dalle merendine. Per primi ereditiamo i timori derivanti dai disequilibri dei nostri genitori, che, a fin di bene, tendono a proiettare su di noi le loro paure senza rendersi conto del danno che provocano. Frasi come quelle che seguono sono esempi banali, ma tristemente comuni: ‘Se non stai buono viene l’uomo nero che ti porta via!’, oppure:

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‘Finisci tutto il piatto o chiamo l’orco che mangia i bambini..’, o ancora: ‘Non vorrai andare in giro vestita così? Non sai che hanno violentato due ragazze proprio in questo quartiere?’ E’ vero che abbiamo sempre la capacità di decidere, scegliendo quello che è meglio per noi, accettando o meno quello che ci propongono, ma si tratta dei nostri genitori, come non fidarsi? E se per caso stavamo cominciando a costruirci punti di riferimento che ci permettevano di sentirci al sicuro e protetti in un mondo bello e accogliente, e che ci sostiene comunque, ecco che questi si scontrano con i loro timori e si sgretolano senza speranza. Ci sono poi le paure indotte dalla società in cui viviamo, che le produce sistematicamente per autoperpetuarsi e proteggersi, e per indirizzarci a fare ciò che ‘è giusto’. Per non parlare infine delle nostre paure personali, determinate dalle decisioni che di volta in volta prendiamo in merito a quello che ci accade intorno, sia che ci riguardi direttamente o che sia un fatto che leggiamo sui giornali. Perché temiamo di ammettere che la paura fa parte della nostra vita? Si tratta di un’emozione molto comune, primitiva. Agli albori dell’umanità, quando ci reggevamo a stento sulle due gambe, è stata proprio questa emozione istintiva che ha permesso all’animale-uomo di individuare in tempo il pericolo e di mettersi in salvo. Del resto, questa sarebbe la sua funzione anche oggi, se non l’avessimo ampiamente snaturata. La modalità di allarme, infatti, è propria di quella che chiamerei la PAURA SANA, quella che ci fa fare un balzo indietro quando una macchina sta per investirci o che ci permette di reagire a un malintenzionato. Questo campanello d’allarme a volte può addirittura salvarci la vita

e rappresenta una reazione energetica corretta allo stimolo. In questi casi, la paura svolge egregiamente il suo compito. Quello che mi propongo è di analizzare, secondo il punto di vista della Comunicazione Energetica, l’altra manifestazione della paura, che, da semplice e lineare informazione che a volte si rivela vitale, si trasforma in un sentimento oscuro, strisciante, in un’ansia immotivata che ci assale senza ragione e ci strangola, non lasciandoci vivere. Se ci guardiamo intorno con attenzione, possiamo renderci conto di come la seconda modalità oggi sia molto più diffusa di quanto non appaia, una pandemia i cui segni scorgiamo sui volti di chi ci passa accanto e, spesso, anche sul nostro quando, gettando un’occhiata distratta a una vetrina, ci specchiamo involontariamente. Questa paura ha una causa diversa poiché non è generata da minacce reali, concrete, ma da un’indicibile molteplicità di stress, più o meno evidenti, più o meno sommersi, davanti ai quali rischiamo di soccombere. Abbiamo paura di ciò che non conosciamo, l’ignoto, (anche se potrebbe essere migliore), ma anche della troppa intimità, della vera vicinanza. Abbiamo paura di non essere più sani o giovani, o potenti, di perdere il controllo, di essere condizionati o ‘invasi’, di essere respinti, paventiamo le troppe responsabilità o il fallimento. Soprattutto, abbiamo paura di non essere visti e amati per quello che siamo. Questa paura è una presenza costante nella nostra vita e, visto che è un sentimento comune a tutti, come la rabbia o l’amore, come la solitudine o la tristezza, perché negarla? Perché abbiamo paura della paura?.. Continua…


#CARDIOLOGO #POESIA

Cure nuove per il cuore Christian Barnard il pioniere dei trapianti di cuore

Dal primo trapianto di cuore di Barnard si è passati a interventi di avanguardia sino al cuore artificiale. Si sta lavorando per ottenere in futuro riparazioni cardiache per via genetica o con l'impiego delle cellule staminali Professor Dottor

Vittorio Fabbrocini Cardiologo e Internista, è stato Libero Docente presso l’Università di Napoli, Primario ospedaliero e poi Cardiologo ambulatoriale a Napoli. Giornalista pubblicista, già Redattore scientifico de "IL MATTINO" di Napoli 338.4086506 v.fabbrocini@alice.it http://bit.ly/1gCxr2Z

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Non v'è dubbio che il novecento ha chiuso i suoi anni con il conseguimento di grandi scoperte in tutto il campo scientifico: dall'uomo sulla luna alla sostituzione del cuore ammalato nell'uomo. Era il 3 dicembre 1967 quando il cardiochirurgo Christian Barnard all'Ospedale Groote Schuur di Citta del Capo effettuò il primo trapianto di cuore. Fu trapiantato il cuore di una ragazza di 25 anni, deceduta a seguito di un incidente stradale, in un uomo di 55 anni. Questo primo intervento ebbe una risonanza mondiale perchè nella credenza generale non si riteneva possibile sostituire un organo così importante non solo perchè motore della vita di una persona ma anche per l'aspetto simbolico della sede dell'anima. Tuttavia questo primo intervento non ebbe il risultato sperato in quanto la vita del trapiantato durò poco tempo a causa del rigetto. Nell'anno seguente lo stesso cardiochirurgo eseguì un secondo e più fortunato intervento sul dentista Philip Bleiberg, che visse col cuore nuovo per 19 mesi. Barnard oltre alla sicurezza ottenuta dalle precedenti sperimentazioni sugli animali e alla grande manualità acquisita ebbe anche il coraggio di affrontare una specie di sfida con la Società, per un possibile eventuale insuccesso nella realizzazione del suo progetto di avanguardia.


#CARDIOLOGO #POESIA Il trapianto di cuore in Italia La scoperta e l’introduzione in commercio di un nuovo farmaco nel 1980 per contrastare il rigetto degli organi trapiantati, la Ciclosporina A, consentì la diffusione dei trapianti di cuore. Questo farmaco oltre a ridurre la formazione di particolari elementi del sangue (linfociti T) che contrastano l'attecchimento di corpi estranei nell'organismo, favorendone in tal modo l’espulsione (rigetto), non agisce sugli altri elementi del sangue che sono necessari per la difesa da facili e gravi infezioni. Così anche in Italia abbiamo avuto il primo trapianto di cuore il 14 novembre 1985 che è stato eseguito a Padova dall'èquipe del prof. Vincenzo Gallucci. Fu trapiantato con successo il cuore di un ragazzo di 18 anni su Ilario Lazzari. In seguito molti altri Centri italiani hanno effettuato numerosi trapianti con successo su persone con malattie cardiache che avrebbero consentito pochi mesi di vita. Molti trapiantati dopo anni ancora vivono in buone condizioni di salute ed alcuni in piena attività lavorativa. Tuttavia, per la difficoltà di reperire cuori da trapiantare, sono stati approntati vari tipi di apparecchiature funzionanti come "cuori artificiali" temporanei in attesa di poter effettuare il trapianto definitivo.

Bypass e Stent alle coronarie Sin dagli anni passati per poter osservare le condizioni delle Coronarie che portano sangue al cuore e lo circondano come un cestello, responsabili di possibili ostruzioni e di infarti, veniva introdotto in questi vasi un liquido opaco ai raggi X a mezzo di cateteri. Oggi con dei minicateteri che vengono introdotti per via percutanea, a mezzo di un ago anche dal braccio, senza lasciare alcuna traccia o fastidio, l'Emodinamista (il Cardiologo che si interessa delle indagini invasive riguardanti la cicolazione sanguigna) raggiunge l'interno del cuore e le sue coronarie. Se l'osservazione evidenzia delle ostruzione lungo i rami principali coronarici viene valutata immediatamente il tipo di intervento. Di regola se l'ostacolo alla circolazione del sangue è massiccia ed in diversi punti si prospetta la necessità dell'intervento del Cardiochirurgo per il bypass aorto-coronarico. In presenza di chiusura solo di alcune coronarie lo stesso Emodinamista interviene con una metodica detta Angioplastica. Raggiunge i punti ostruiti e vi applica, sempre a mezzo del sondino, uno Stent, che è una retina metallica posizionata e dilatata, come un palloncino, in modo da consentire poi il regolare passaggio al sangue. E dopo circa dieci anni dall'applicazione dei primi Stent oggi vengono

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applicati anche dei nuovi dispositivi di materiale assorbibile in diversi Centri cardiologici europei ed anche in Campania.

Il pacemaker intracardiaco Sempre con l'ausilio delle nuove tecniche emodinamiche e con l'uso di particolari minicateteri si possono ottenere altri tipi di interventi, che vanno dalla possibile sostituzione di una valvola difettosa, al controllo dell'origine degli impulsi elettrici (esame elettrofisiologico) che possono individuare quei centri anomali determinanti scariche di impulsi di notevole frequenza e pericolosi per la persona (aritmie come la tachicardia parossistica, fibrillazione atriale e ventricolare). La possibilità di poter eliminare questi centri stimolatori anomali all'interno del cuore con mirate scariche elettriche a radiofrequenze (Ablazione transcatetere) o di sistemare un Pacemaker controllore del battito cardiaco hanno risolto queste gravi complicanze. Il pacemaker dotato di una batteria autonoma viene applicato sotto la pelle all'altezza della spalla sinistra in una "sacca" cutanea e collegato con dei minuscoli cateteri-elettrodi al cuore. E anche per questo tipo di applicazione la Medicina ha già sperimentato un nuovo tipo di apparecchiatura, il pacemaker intracardiaco, risultato della ricerca delle nanotecnologie della Nanostim. Una vera rivoluzione leadness (senza fili) nel campo della stimolazione cardiaca. Trattasi di un minuscolo apparecchio talmente piccolo da poterlo introdurre a mezzo di un catetere direttamente all'interno del cuore, nel ventricolo destro, con una batteria autonoma che può durare sino a 10-13 anni.

Gli interventi mininvasivi Sino a poco tempo fa per operare sul cuore occorreva aprire il torace, tagliando lo sterno e spostando le coste dalla regione precordiale. Tutto ciò poteva portare in seguito fastidi al paziente nel riattaccarsi lo sterno dopo l'intervento. Oggi si riesce a raggiungere il cuore senza tagliare la parte anteriore del torace, ma approfittando degli spazi intercostali. In tal modo, grazie anche alle nuove attrezzature a fibre ottiche e di sofisticati sistemi, come dei piccoli robot, si eseguono interventi di bypass aorto-coronarici, di sostituzioni valvolari difettosi e difetti congeniti. Il tutto può essere eseguito anche a cuore in piena funzione, senza l'intervento della macchina cuore-polmoni. Per il futuro si prevedono ancora grandi novità come la possibile sostituzione o la rigenerazione di parti di cuore per via genetica o con l'impiego di cellule staminali.


#PEDIATRA #POESIA

Medicina narrativa: per andare "oltre" i quadri clinici Dottor

Carlo Alfaro http://bit.ly/1dzh7MF

La Medicina di oggi punta ad essere sempre più scientifica, logica, precisa, tecnologica, rigorosa, basata sull’evidenza. Questo è certamente un progresso, perché minimizza i rischi di errore. Tuttavia, si ha l’impressione di perdere qualcosa nel rapporto medico-paziente. È forte la sensazione che il rapporto di cura sia anche “altro”. E cioè qualcosa di estremamente personale, individuale. Qualcosa che sfugge al rigore scientifico. Qualcosa che si debba “raccontare”. Per conoscersi, capirsi, intendersi. Nella vita di tutti i giorni, utilizziamo la nostra capacità narrativa per raccontarci agli altri, per dire qualcosa di noi, del nostro passato, ma anche delle nostre aspettative future. Allo stesso modo, il paziente ha bisogno di “raccontare” al medico la propria “storia di malattia”, e questa è la descrizione più vera e completa del suo malessere. Più importante, per lui, del mero elenco di sintomi presentati, esami eseguiti e medicine assunte. Perciò, proprio oggi che la Medicina ha raggiunto straordinari traguardi di sviluppo tecnologico e il concetto di medicina basata sulle evidenze è ormai molto diffuso, si sente forte l’esigenza di recuperare il rapporto medicopaziente, dove la narrazione della patologia del paziente al medico è considerata al pari dei segni e dei sintomi clinici della malattia stessa. La Medicina Narrativa (NBM, Narrative Based Medicine, in contrasto alla EBM, Evidence Based Medicine) si riferisce non solo al vissuto del paziente ma anche ai vissuti del medico, e dalla loro relazione e fusione può nascere una cosa bellissima, l’”empatia”, il riuscire a sentire quello

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che avverte l’altro. La Medicina attuale riscopre dunque la necessità di promuovere lo sviluppo della capacità narrativa in chi soffre, ma anche in chi lavora giornalmente con tale sofferenza, favorendo il reciproco incontro. Poco diffusa ma timidamente affacciatasi da alcuni anni anche in Italia, la Medicina narrativa si concentra sul ruolo relazionale e terapeutico del racconto dell'esperienza di malattia da parte del paziente e nella condivisione dell'esperienza, attraverso la narrazione, con il medico che lo cura. L'elaborazione del vissuto e la comunicazione della propria esperienza permette al paziente di riflettere sulla propria condizione e intravederne un senso, il che gli permette di accettarla più facilmente e viverla in una prospettiva meno negativa. Inoltre, la narrazione contribuisce a migliorare il rapporto medico-paziente, a costruire un canale comunicativo privilegiato che aiuta la relazione terapeutica e restituisce al malato la propria dignità di persona che va "accolta" e ascoltata, non soltanto esaminata dal punto di vista clinico. Dice Arthur W. Frank: “Ascoltare una storia di malattia non è un atto terapeutico, ma è dare dignità a quella voce e onorarla”. L’ascolto della narrazione del paziente permette inoltre allo specialista di collocare e comprendere le persone nel proprio specifico contesto, mettendo a fuoco bisogni e corrette strategie di intervento. Nelle relazioni di cura, inserire la sofferenza in racconti reali le fa acquisire un senso preciso, la rende condivisibile e la trasforma in risorsa. Le esperienze di malattia sono sempre parte di un 'percorso di vita': raccoglierle e confrontarle è doveroso per condividere un progetto di cura. Mettersi in ascolto di storie significa costruire percorsi di partecipazione. Tuttavia, raccogliere e portare alla luce un'esperienza non è facile, richiede tempi appropriati e riflessioni adeguate. A volte il paziente può aver bisogno di esprimersi attraverso una formula artistica: poesie, testi, pitture, disegni, tutte espressioni che raccontano stati d'animo, dubbi, paure, aspettative,


"Ascoltare una storia di attese, domande, progetti di vita, dolori, delusioni, frustrazioni: insomma, emozioni. L’espressione artistica scioglie l'irrequietezza, dà sicurezza, fermezza, stabilità alla nostra anima ondeggiante nei flutti delle emozioni. Scrivere, dipingere, comporre è in fondo un modo per prendere parola, raccontarsi, con calma, al di fuori della fretta di un'intervista, o dagli schemi rigidi di un questionario. Si scrive per comunicare un vissuto, per raggiungere quanti non ci conoscono o non ci capiscono nell’ordinarietà della comunicazione spicciola, per 'uscire fuori' da se stessi, dal proprio dolore. L’espressione artistica restituisce ai pazienti la centralità della loro vita, ed offre agli operatori la possibilità di avere una visione più completa, realistica e sensibile dei loro problemi, bisogni e potenzialità. Perché siano proficue, le narrazioni non dovrebbero essere solo uno "sfogo liberatorio". Il momento emotivo dovrebbe essere ri-elaborato dal paziente in sede di racconto. Le narrazioni non sono da confondersi con le denunce, sono la testimonianza di un'esperienza vissuta e rielaborata. In conclusione, la medicina narrativa nasce dal presupposto che le attuali modalità di cura, fortemente condizionate dall'uso delle tecnologie e dalla fretta, abbiano decisamente 'spersonalizzato' il ruolo dei due principali attori

malattia non è un atto terapeutico, ma è dare dignità a quella voce e onorarla” in campo: il medico da un lato e il paziente dall'altro. In una medicina super-tecnologica resta troppo poco spazio per le emozioni e per la giusta rappresentazione e decodifica dell'esperienza di malattia. La rappresentazione e narrazione di uno stato di malattia e sofferenza attraverso il racconto, i disegni, i sogni, le aspettative, la contestualizzazione sociale, culturale e familiare sono invece fondamentali per la definizione del migliore processo di cura. Partendo da queste premesse è stata fondata la Società italiana di Medicina narrativa, che non pretende di “cambiare rotta” rispetto all'enfasi posta sulla medicina basata sulle evidenze scientifiche di efficacia, che affronta la malattia in una prospettiva di popolazione e sulla base del rigore scientifico della verifica sperimentale e della riproducibilità, ma vuole integrarsi ad essa restituendoci la dimensione della unicità e specificità di ogni storia di malattia.


#ODONTOIATRA #POESIA

Anche il “ponte” ha bisogno di cure Dottor

Vittorio Milanese Laureato in Odontoiatria e protesi dentiaria presso l’Università di Napoli. Socio dell’A.N.D.I. Martedì e Giovedì dalle 13.30 alle 15.00 338.4698121 http://bit.ly/1kh4FtU

La ricostruzione protesica fissa ancorata ad impianti osteointegrati in zone della bocca prive di denti è una terapia ad alta prevedibilità di successo e di durata nel tempo. Tuttavia il paziente portatore di tali ricostruzioni protesiche deve essere ben consapevole che, terminata l’opera del Suo dentista, sarà anche proprio compito mantenere l’area, sede della terapia implantoprotesica realizzata, nelle migliori condizioni di salute. Di seguito elencherò le più importanti norme da seguire al fine di prolungare al massimo la durata della riabilitazione implanto-protesica alla quale si è stati sottoposti: ♦ Alcune abitudini di vita, quali ad esempio il fumo, possono comportare un rischio per la prognosi a distanza della terapia implantoprotesica. Il paziente deve essere consapevole di ciò e deve motivarsi ad una drastica

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riduzione o alla rinuncia al fumo. ♦ L’igiene orale diventa fondamentale. Il paziente che indossa protesi fisse sostenute da impianti deve pulire costantemente l’area sede di tali terapie utilizzando con frequenza giornaliera (almeno due volte al dì) lo spazzolino da denti, coadiuvato dall’uso del filo interdentale o dello scovolino, di misura adeguata agli spazi da mantenere e un dentifricio. Evitare in modo assoluto il ristagno alimentare al di sotto della protesi. ♦ Almeno due volte all’anno (in alcuni casi anche più frequentemente) è necessario sottoporsi ad un controllo odontoiatrico professionale che valuterà lo stato di salute dell’area e, laddove ritenuto opportuno, realizzerà un’igiene professionale adeguata. ♦ Qualsiasi modifica dello stato di salute del paziente, con

particolare riguardo a quadri di patologie sistemiche che in qualsiasi modo possano ridurre la salivazione o per le quali sia ipotizzata una terapia radiogena della testa e del collo, deve essere resa nota al proprio odontoiatra per le sue valutazioni conseguenti. È infine utile segnalare che gli impianti dentali, se non ben mantenuti, possono nel tempo presentare una specifica patologia, definita “perimplantite”, che riduce, fino a comprometterlo totalmente, il rapporto fra impianto osteointegrato e osso circostante: la prevenzione di tale patologia, che procede spesso in modo subdolo in quanto non da alcun segno clinico se non nella parte finale del suo decorso, risiede nella precisa applicazione delle regole fin qui esposte. Fonte: “Il tuo dentista informa”


#CHIROPRATICA #POESIA

Compressione dei nervi periferici

Neuroma di Morton Dottoressa

Barbara Martino Laureata in chiropratica all’Anglo-European College of Chiropractic in Bournemouth (Inghilterra), membro dell’A.I.C. Tutti i giorni dalle 12.00 alle 16.00 349.1381175 http://bit.ly/1ddlb6M

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Il neuroma di Morton è una patologia piuttosto frequente che interessa per lo più i soggetti di sesso femminile di età compresa tra i 25 e i 50 anni. Questa sindrome è anche denominata Metatarsalgia di Morton poiché non è un vero e proprio neuroma ma si presenta con dolore alle ossa del metatarso. Ciò che contraddistingue questa patologia è un quadro fibrotico perineurale, in altre parole una formazione di tessuto cicatriziale fibroso legata alla continua frizione sui nervi da parte delle ossa metatarsali e del legamento intermetatarsale profondo. Di norma, il neuroma di Morton è localizzato nello spazio fra il terzo e il quarto metatarso (ciò si spiega essenzialmente con il fatto che, a livello di questo spazio, le ossa metatarsali e il legamento intermetatarsale sono più mobili), ma anche in quello tra il secondo e il terzo, tra il quarto e quinto e, anche se molto più raramente, tra il primo e il secondo.

Le cause del neuroma di Morton Le cause più frequenti sono: • Uso di calzature non adeguate (per esempio, nelle donne, l'indossare per molto tempo

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scarpe con tacchi a spillo o con le punte eccessivamente strette) Scompensi di tipo posturale come iperpronazione del piede Disturbi a livello neurologico Alluce rigido alluce valgo Alterazioni morfologiche del piede (piede cavo e piede piatto) Lassità dei legamenti artrite reumatoide Microtraumi al piede, leggeri ma ripetuti Allenamenti su superfici non idonee

I sintomi del neuroma di Morton Il dolore, di tipo nevralgico, è di notevole intensità e può irradiarsi fino alla punta delle dita. I sintomi tipici nelle zone dei metatarsi includono dolori acuti, bruciore e parestesie lungo il cammino. La sensazione è spesso descritta come quella di camminare con un sasso nella scarpa o con un calzino piegato. Con il progredire della patologia il dolore diventa debilitante. Il fastidio si riduce con il riposo, la rimozione e/o la modifica della calzatura. L’eziologia del neuroma di Morton è controversa. Le teorie più accreditate sono tre: 1. Una teoria sostiene che il terzo nervo digitale (formato dai nervi plantari mediali e laterali) è compresso dall’irritazione meccanica.


#CHIROPRATICA #POESIA 2. Un’altra spiegazione per questa sindrome è l’ischemia o la mancanza di flusso di sangue attraverso l’arteria plantare digitale che precede un ispessimento fibroso intorno al nervo chiamato fibrosi perineurale. 3. Infine una teoria fisiopatologica sostiene che la borsa intermetatarsale (distale al legamento metatarsale traverso e vicino al fascio neuro vascolare) è irritata. Sopraggiunge così una secondaria fibrosi che può portare al neuroma di Morton. Una compressione laterale del piede crea dolore poiché la borsa è infiammata e schiacciata tra le teste metatarsali.

Come diagnosticare il neuroma di Morton La diagnosi del neuroma di Morton è essenzialmente di tipo clinico; l'esame obiettivo deve innanzitutto escludere eventuali altre cause o presenza di deformità che possano generare una sintomatologia simile. Particolarmente indicative, essendo la causa di una tensione presente a livello dello spazio intermetatarsale, sono la divaricazione e la leggera flessione delle dita. I test usati per diagnosticare questa patologia sono: • Web Space Compression Tenderness Test: pressione tra il terzo e quarto dito del piede (metatarsi). Il test è positivo se si avverte dolore. • Foot Squeeze Test: Pressione del piede ai due lati e se è riprodotto il dolore tra le dita del piede, il test è positivo. • Gauthers Test: pressione tra i metatarsi muovendololi su e giù per 30 secondi, questo test è positive se si riproduce il dolore.

Talvolta può esserci la presenza di tumefazione come nel caso di un’infiammazione o irritazione della borsa intermetatarsale. In questo caso la palpazione della zona interessata riproduce un caratteristico "click" (segno di Mulder). Inoltre, segni neurologici possono essere

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presenti come: ipoestesia del terzo e del quarto dito, iperalgesia del polpastrello del terzo o del quarto dito e/o la riduzione della sensibilità tra i metatarsi.

Studi Diagnostici Gli esami strumentali (radiografia, risonanza magnetica ed ecografia) non sono particolarmente affidabili nel caso del neuroma di Morton a causa dell'alto numero di falsi positivi o negativi e sono effettuati soprattutto per escludere la presenza di altre patologie che possono interessare il piede.

Diagnosi differenziale • Artrite • Borsite • Capsulite • Fratture da stress o da trauma • Necrosi avascolare • Neoplasie • Noduli reumatoidi • Neurite Periferica • Sinovite • Sindrome del tunnel tarsale • Tendinite

Trattamento Il primo intervento è sempre quello di cambiare la calzatura, evitando scarpe dal tacco alto, applicare del ghiaccio ed elevare il piede. Le competenze specifiche della chiropratica sono volte alla ricerca della causa del problema piuttosto che a focalizzarsi sul solo sintomo. Nel caso del neuroma di Morton, il problema primario è il più delle volte nel piede, ma spesso problemi alla schiena o all’articolazione sacroiliaca possono essere la causa scatenante di patologie che interessano gli arti inferiori. Quindi un trattamento specifico di tipo chiropratico può includere: • Aggiustamento delle articolazioni bloccate in particolare dei metatarsi • Mobilizzazione dei metatarsi • Aggiustamento delle ossa tarsali bloccate come cuneiforme o cuboide. • Transverse Stripping Massage della fascia • Esercizi per il corretto uso dei muscoli del piede durante il cammino • Uso di plantari se necessario • Trattamento di tutti i muscoli delle gambe Infine, è anche molto importante un’adeguata rieducazione posturale volta a ristabilire una corretta rispondenza tra rachide lombare, bacino, ginocchia e piede. Se non avviene la guarigione, l'intervento chirurgico può essere indicato.


#ANESTESISTA #POESIA

Le apnee

da sonno

Dal greco: A (alfa privativo) pnoia (respiro). Arresto (temporaneo) del respiro. Dottor

Antonio Coppola Medico, pediatra, rianimatore, anestesista specializzato nella terapia del dolore 338.1705569

Questi soggetti di solito russano fragorosamente, sono in sovrappeso e in alcuni casi sono affetti da ipertensione arteriosa ed hanno problemi otorinolaringoiatrici e pneumologici (sindrome rino-bronchiale) .

La sindrome di Pickwick Trattasi di un sintomo obiettivo rilevato quindi dal partner (al contrario della dispnea che è soggettiva, l’apnea è oggettiva). L’apnea durante il sonno (sleep apnea) si inquadra tra i disturbi del ritmo respiratorio (aritmie respiratorie) ed è caratterizzata da interruzione (pausa) completa o parziale del ciclo respiratorio della durata superiore ai 10 secondi a volte associata a riduzione dell’ossigeno nel sangue (ipossiemia) ed a risveglio neurologico. Forme incomplete di apnea da sonno consistono in una riduzione del 50% del flusso aereo per 10 sec. oppure riduzioni del 30% del flusso aereo con riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue. Le apnee si verificano durante il sonno profondo cioè durante la fase che nel tracciato elettroencefalografico viene indicata come fase REM (rapid eyes movements).

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Fu il famoso medico inglese William Osler, certamente lettore dello scrittore inglese Charles Dikens ad introdurre questa definizione. Il primo romanzo dello scrittore inglese ”Il circolo Pickwick” (The posthumous papers of the Pickwick Club” abbreviato in “The Pickwick papers” 1836) fu pubblicato in 19 fascicoli, uno al mese in 20 mesi. Il romanzo stimolò nel pubblico un enorme interesse tanto che i lettori attendevano con impazienza la pubblicazione di fine mese, curiosi di seguire le avventure di viaggio degli eccentrici personaggi del Circolo Pickwick in una Inghilterra dell’800 socialmente umana, cordiale e descritta nostalgicamente con umorismo e sagacia. In un episodio del libro, il protagonista Samuele Pickwick ed i suoi compagni di viaggio vengono ospitati dal sig. Wardle, un gioviale gentiluomo di campagna. Il cocchiere del sig. Wardle, Joe, è un ragazzo goloso, in sovrappeso che si addormenta di continuo e viene perfettamente descritto con i sintomi della OSAS (obstructive


#ANESTESISTA #POESIA sleep apnea syndrome). Il romanzo divenne così famoso nel mondo che la Sindrome delle apnee ostruttive da sonno è tuttora chiamata Sindrome di Pickwick La gravità delle apnee si misura con “l’indice di apnea” che è rappresentato dal numero di apnee durante 1 ora (5 o più) di sonno REM. Valori > di 12 indicano la presenza moderata o di grave (> 30) condizione di apnea durante il sonno. Sinonimi: arresto del respiro. Mancanza od assenza del respiro.

Classificazione La sindrome delle apnee da sonno si distingue in 3 forme: “centrali” legate ad alterazioni del SNC che producono apnea per assenza dello sforzo inspiratorio, “ostruttive” legate ad ostruzioni delle vie aeree centrali che si manifestano durante la simultanea presenza di tentativi inspiratori toraco-addominali e “miste”. Le apnee da sonno possono manifestarsi in forma lieve-moderata anche in soggetti apparentemente sani. Più di frequente riguarda soggetti neurolesi congeniti (Sindrome di Ondine) od obesi, malati di bronchite cronica ostruttiva, con ipertrofia delle parti molli del palato come adenoidi, cavità nasali tonsille, l’ugola ed i tessuti della faringe ed ipofaringe. Quando l’apnea si manifesta in soggetti apparentemente sani, adulti e bambini di entrambi i sessi, si associa frequentemente a russamento. È classica l’associazione apnea durante il sonno, russamento, obesità ed ipertensione arteriosa. È interessante ricordare che questa malattia, per le sue implicazioni fisiopatologiche e sociali, coinvolge una vasta categoria di medici, operatori sanitari ed istituzioni: neurologi, neurofisiologi e psichiatri (per le alterazioni neurologiche e psichiche legate anche alla deprivazione di sonno REM); pneumologi (per la frequente concomitanza con malattie ostruttive bronchiali (OSAS) con alterazioni del ritmo e dell’efficienza meccanica del respiro legata anche al russamento); otorinolaringoiatri (per la concomitanza di patologie rinosinusali, laringee e maxillofacciali); medici internisti (specie nei casi di associazione - apnea - russamento - obesità ed ipertensione arteriosa); chirurghi maxillo-facciali (per le procedure chirurgiche di allargamento ed allontanamento mascellare al fine di ampliare le vie aeree extratoraciche); endocrinologi, andrologi, urologi e sessuologi (anomalie sessuali, obesità, astenia cronica etc.); medici del lavoro e medici delle assicurazioni (per il grande numero di incidenti sul lavoro e durante la guida di automezzi provocati dalla sonnolenza

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diurna); Avvocati di diritto della famiglia (per le contese familiari e medico-legali che portano a separazioni ed a divorzi). I disturbi comportamentali sono talmente importanti (decadimento cognitivo, carenza mnemonica, insonnia e stanchezza cronica, sindromi di depressione, impotenza sessuale) da richiedere anche l’intervento di avvocati matrimonialisti, sociologi, psicologi e sociologi del lavoro (per la frequenza di divorzi, alterazioni caratteriali dovuti ed anomalie comportamentali); medici di famiglia (medico di medicina generale) i quali intervengono di solito quando un convivente viene a notare l’apnea nel congiunto dormiente (sintomo obiettivo). Da qui l’allarme e la richiesta al medico di medicina generale della prescrizione di impegnativi esami diagnostici. Questi consistono in visite specialistiche solitamente coinvolgenti l’aspetto pneumologico, otorinolaringoiatrico e neurologico, l’esecuzione di tracciati polisonografici notturni che registrano l’ EEG, ossimetria e flussimetria nasale ed il toracogramma; medici nutrizionisti vengono coinvolti a causa della frequente associazione di obesità patologica riconducibile alla classica Sindrome di Pickwick. La polizia stradale e tribunali intervengono nel rilevamento di incidenti stradali legati a “colpi di sonno” durante la guida. Il codice della strada prevede la sospensione della patente dopo incidenti stradali causati da OSAS.

La terapia Farmaci stimolanti od eccitanti come Teofillina, anfetamina, caffeina, e antinarcotici tipo modafinil.Trattamento della BPCO (bronco pneumopatia cronica ostruttiva). Trattamento notturno con ventilatori a pressione continua nasale n.CPAP (acronimo inglese di nasal Continuous Positive Airway Pressure che prevengono il crollo gravitazionale delle vie respiratorie). Questa metodica fu introdotta per la prima volta dal medico inglese Colin Sullivan (1981) in Australia ed è oggi usata quale gold standard della OSAS. Protesi orale per spingere in avanti la mandibola, MAS (mandibolar advancement splint). La FDA ne ha approvato 16 tipi. Trattamenti chirurgici di disostruzione nasale (tonsillectomia, turbinectomia, ugulopalatofaringoplastica -UPPP), avanzamento del genioglosso e l’avanzamento maxillomandibolare. In molti i casi può essere utile una drastica riduzione del peso corporeo con l’intento di ridurre il volume dei tessuti del palato molle e della faringe e la deprivazione di alcool e fumo di sigarette.


#FARMACISTA #POESIA

Il reflusso acido Dottor

Giuseppe De Simone Laureato in Farmacia e Specializzato in Scienza e tecniche delle piante officinali presso l’Università Federico II di Napoli. 335.5302988 http://bit.ly/1ghBPqX

Il reflusso gastrico non è altro che la risalita del contenuto dello stomaco nell'esofago. Viene definito acido perché il contenuto gastrico è costituito soprattutto da acido cloridrico, un elemento fondamentale per la digestione degli alimenti, che attiva gli enzimi necessari per assorbire nutrienti. In genere la risalita del contenuto dello stomaco nell'esofago è impedito dalla

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presenza di una valvola tra i due organi, chiamata cardias, che si richiude subito dopo il passaggio del cibo verso il basso. Tuttavia può succedere che questa valvola non si chiuda perfettamente e che, quindi, consenta a quanto è stato ingerito di ripercorrere la strada al contrario. Esistono, poi, comunque, dei fattori predisponenti questo disturbo, come pasti troppo abbondanti o pesanti, che rallentano la digestione, il fumo, gli alcolici e i cibi piccanti o speziati. Per curare il reflusso gastroesofagèo, i farmaci più usati sono gli inibitori di pompa protonica, come per esempio l’omeprazolo, il pantoprazolo ed altri della stessa famiglia che bloccano la secrezione di acido cloridrico a livello dello stomaco, e quindi consentono la guarigione di gastriti, ulcere gastriche e quindi reflusso. Una tosse stizzosa, soprattutto notturna, che non va via per tanti giorni, nemmeno con l'uso di antitussivi classici, è spesso

causata dal reflusso acido che irrita la laringe, la infiamma è causa abbassamento di voce, sensazione di soffocamento e di stretta alla gola. In questi casi ė utile associare un farmaco che con una azione meccanica tenda a tenere il cibo nella cavità dello stomaco e non lo faccio risalire verso l' alto causandone gli effetti negativi, soprattutto quando dopo un pasto abbondante, magari masticato male, ci si ferma e magari si assume la posizione sdraiata. Bisogna sempre cercare di stendersi dopo aver perfettamente digerito ed avendo cura di evitare bevande gasate ed eccitanti come la cola ed altre simili, cambiare insomma stile di vita ed abitudini alimentari. Per avere maggiori informazioni, rivolgiti sempre al Tuo farmacista di fiducia


#FISIOTERAPISTA #POESIA

Rimedi contro la Lombalgia Dottoressa

Veronica Di Martino Fisioterapista - Specializzata Ginnastica Posturale Metodo Mézières - Studio Ir.Ve. 081.0097352

La lombalgia è il dolore che colpisce la regione lombare e sacrale; ma prende il nome di lombosciatalgia quando si irradia all'arto inferiore. Non è facile riconoscere l'origine del disturbo: nella maggior parte dei casi, la causa sta nelle disfunzioni dell'apparato muscoloscheletrico. Patologie viscerali, addominali o pelviche possono dare dolore lombare, ma anche la regione lombosacrale, come pure quella cervicale, possono diventare il bersaglio di patologie psicosomatiche, che altro non sono che espressione di conflitti interiori irrisolti. Le origini del problema possono essere molteplici, in genere, si riconducono a: cattive posizioni, traumi causati da un'attività fisica troppo intensa, sforzi improvvisi ed eccessivamente intensi. Spesso, non è possibile capire l'origine del disturbo.

Come si manifesta Si parla di Lombalgia acuta quando il mal di schiena: colpisce la colonna lombare, dura meno di 3 mesi consecutivi, in questi casi, il dolore è di solito piuttosto fastidioso e costantemente presente.

Terapia Praticare Ginnastica Dolce o Posturale e nei casi estremi la Ginnastica Posturale con il “Metodo Mezieres”. Al contrario di quanto si pensava fino a qualche anno fa, rimanere a letto non serve, anzi, può addirittura risultare negativo. Può, invece, essere utile una moderata attività fisica. In ogni caso, per essere davvero sicuri che l'esercizio fisico vada bene e per decidere l'attività più adatta a sè, è

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sempre preferibile effettuare un Test Posturale per valutare al meglio il Piano Terapeutico Personalizzato.

Consigli Per chi soffre di Lombalgia acuta, effettuare Fisiotarepia Strumentale con Laser, Tecar o Ultrasuono può risultare utile per far rientrare il “dolore acuto” e avere un primo importante miglioramento. Successivamente lavorare sui muscoli della schiena con esercizi specifici di Ginnastica Posturale o Metodo Mezieres e fondamentale nel recupero dell’infiammazione. Inoltre è utile, per esempio, allungare la schiena attraverso esercizi di stretching quotidiani. In questo modo, la colonna vertebrale ha un sostegno migliore e il dolore si può attenuare. Evitare di calzare scarpe con tacchi troppo alti. Un tacco di 3-4 centimetri va bene e favorisce anche l'afflusso di sangue alle gambe. Non bisogna però esagerare, altrimenti si rischia, quando si sta in piedi, di assumere posizioni scorrette, che possono favorire il mal di schiena. Se si deve stare a lungo in piedi, è quindi preferibile usare scarpe basse e comode. Mettere un cuscino o un asciugamano piegato dietro la schiena quando si guida o si sta seduti a lungo, in modo da allentare la tensione. Per tutto questo insieme di motivi, non si può parlare di una terapia specifica più efficace rispetto ad un'altra. La terapia ideale è quella che emerge da un'opportuna valutazione e da un trattamento mirato, definito sulla base delle singole problematiche e di quei singoli distretti che sono stati identificati come la fonte primaria del dolore.


#AUDIOPROTESISTA #POESIA

Il percorso del paziente acufenico Dottoressa

Tea Maione Laureata in Tecniche Audioprotesiche. Martedì dalle 9.00 alle 11.00 338.9648341 http://bit.ly/1gXjdO7

L’acufene o “tinnito” è la percezione di un suono che non origina da nessuna fonte sonora esterna. Il paziente può percepire l’acufene come uno scampanellìo, un ronzìo, un rombo, un sibilo o un tono di varia frequenza. Recenti studi indicano un altissima incidenza di pazienti che avvertono acufeni dei quali una buona parte soffrono di acufeni frequenti, almeno una volta al giorno. In effetti: - Circa il 10/15% della popolazione mondiale avverte un acufene (1 su 5) - Circa il 3% soffre di un grado di acufene che necessita di attenzioni specialistiche - Circa l’85% di chi soffre di acufene, soffre anche d’IPOACUSIA (riduzione della capacità uditiva) - Secondo la ricerca Eurotrck 2012 la prevalenza all’acufene in Italia (auto dichiarato, occasionale o permanente) è del 33%. Molti di coloro che hanno sofferto di episodi di acufene non riportano alcun effetto collaterale: in ogni caso, individui con acufeni clinicamente

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significativi lamentano il suo impatto fortemente negativo su vari aspetti della loro vita, tanto da richiedere un intervento clinico. I pazienti con acufene identificano quest’ultimo come la fonte dei loro problemi riguardo l’udito, lo stile di vita, la salute e l’umore. Nello specifico le maggiori difficoltà sono la comprensione del parlato, disordini del sonno, difficoltà nelle relazioni sociali, mal di testa, depressione e perdita di concentrazione. La percezione dell’acufene è ritenuta in stretta correlazione con cambiamenti nell’attività del sistema uditivo centrale che vengono percepiti come suoni. Nonostante ci sia un collegamento tra ipoacusia ed acufeni, non tutti gli individui con acufene soffrono anche d’ipoacusia (o viceversa). Molti dei fattori che contribuiscono all’insorgenza dell’ipoacusia sono in ogni caso gli stessi che contribuiscono all’insorgere degli acufeni. Ad esempio: esposizione a suoni molto intensi, traumi cranici, uso di alcuni farmaci o malattie dell’apparato uditivo molto o poco gravi. Vi sono altresì altre cause trattabili clinicamente quali tappi di cerume, otite media, disfunzioni dell’articolazione temporo-mandibolare o cardiovascolari che possono essere ragionevolmente associate alla comparsa di acufeni. Detto questo vorrei proporvi la compilazione di un questionario sviluppato da Newman e colleghi nel 1996, il Tinnitus Handicap Inventory, studiato in modo specifico per la valutazione del paziente acufenico. Dopo il primo approccio con il paziente, raccolta l’anamnesi tale questionario aiuta ad identificare le persone che sono infastidite dal tinnito e che potrebbero beneficiare di un trattamento adeguato. Assiste l’audioprotesista nello stabilire se il paziente può trarre giovamento da un counseling di base o piuttosto da una riabilitazione intensiva, aiuta ad identificare i problemi specifici attribuibili all’acufene (disturbi del sonno, mancanza di concentrazione…), ancora la riproposizione dello stesso durante il trattamento valuta l’efficacia dello stesso. Di seguito troverai il Tinnitus Handicap Inventory per valutare il grado dell'acufene.


#AUDIOPROTESISTA #POESIA

TINNITUS HANDICAP INVENTORY 1. L'acufene le provoca difficoltà di concentrazione? Il volume dell'acufene le provoca difficoltà nel 2. comprendere le persone che parlano? 3. L'acufene la rende infelice? 4. L'acufene la fa sentire confuso/confusa? 5. È disperato/disperata per il suo acufene? 6. Si lamenta molto per l'acufene? 7. Ha problemi ad addormentarsi di notte a causa dell'acufene? 8. Ha la sensazione che non potrà liberarsi dal suo acufene? L'acufene interferisce con le sue attività sociali? 9. (es. andare al cinema, a pranzo) 10. Si sente frustato/frustata a causa del suo acufene? 11. Crede che l'acufene le provochi un terribile disagio? 12. L'acufene le provoca difficoltà nella vita di tutti i giorni?

SI

A volte

NO

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A volte

NO

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NO NO NO NO NO NO

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NO

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A volte

NO

13. L'acufene interferisce nel suo lavoro o nei lavori domestici?

SI

A volte

NO

14. Crede di essere spesso irritabile a causa del suo acufene?

SI

A volte

NO

15. Ha difficoltà di lettura provocate dall'acufene?

SI

A volte

NO

16. La sconvolge il suo acufene? Crede che l'acufene provochi stress nella relazione con 17. parenti e amici? Trova difficoltoso focalizzare l'attenzione su qualcosa che 18. non sia l'acufene? 19. Le sembra di non aver controllo sull'acufene?

SI

A volte

NO

SI

A volte

NO

SI

A volte

NO

SI

A volte

NO

20. Si sente stanco/stanca a causa dell'acufene?

SI

A volte

NO

21. Si sente depresso/depressa a causa dell'acufene?

SI

A volte

NO

22. L'acufene le provoca ansia?

SI

A volte

NO

23. Sente che non potrà convivere a lungo con l'acufene?

SI

A volte

NO

24. L'acufene peggiora quando lei è sotto stress?

SI

A volte

NO

25. L'acufene le provoca insicurezza?

SI

A volte

NO

PER USO CLINICO Punteggio totale per colonna x4 Punteggio totale

GRADO 1 - PUNTEGGIO 0-16 Molto Leggero: si avverte l'acufene solo negli ambienti di quiete e può essere mascherato molto facilmente. Non interferisce né con il sonno, né con le altre attività diurne.

GRADO 2 - PUNTEGGIO 18-36 Lieve: l'acufene è mascherato con facilità dai suoni ambientali e, dunque, quando si è impegnati in altre attività, può essere dimenticato facilmente. Tuttavia, occasionalmente, il problema acufenico può interferire con il sonno, ma non con le attività diurne

GRADO 3 - PUNTEGGIO 38-56 Moderato: l'acufene può essere notato anche

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x2 +

x0 +

=

in presenza di rumori ambientali, sebbene non interferisca in modo dirompente sulle attività diurne.

GRADO 4 - PUNTEGGIO 58-76 Grave: l'acufene è percepito quasi sempre, anche se mascherato. Arreca disturbi al sonno e può interferire negativamente con la capacità di eseguire le normali attività diurne. Le situazioni di quiete sono quelle in cui il paziente risente maggiormente del problema.

GRADO 5 - PUNTEGGIO 78-100 Disastroso: l'acufene è sempre presente, minaccia il sonno e crea difficoltà, interferendo negativamente con qualsiasi


#NEUROPSICOMOTRICISTA #POESIA

Mio figlio è mancino! Dottoressa

Daniela Caiafa Laureata in Neuropsicomotricità dell’età evolutiva, presso l’Università di Napoli Federico II Lunedì e Sabato dalle 9.00 alle 13.00 347.5477785 http://bit.ly/1bjyYJp

Il mancinismo è la tendenza ad usare, in parte o in tutto, il lato sinistro del corpo per compiere movimenti e gesti automatici e volontari. Secondo uno studio svolto nel 1998, il 7-10% della popolazione adulta era mancina e si è notata una dominanza maschile e una maggiore incidenza nei gemelli omozigoti. Altri studi hanno evidenziato che già nella preistoria la proporzione dei mancini coincideva con quella attuale, considerando che il mancinismo ha una componente genetica. Nell’antichità un bambino mancino non veniva visto di buon occhio, del resto la parola stessa, MANCINO non ha una valenza positiva, infatti, mancino deriva dal latino “mancus” ed è sinonimo di: mutilato, storpio, disastro, incidente… Nel Medio Evo, fino a poco tempo fa, veniva considerata la mano “dei rovesciati” "del diavolo”.

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I bambini mancini dovevano subire punizioni corporali bacchettate sulle mani, erano obbligati ad usare la destra per scrivere. Negli anni ’20 fu associato alla demenza, negli anni ’40 fu messo in relazione con la dislessia. Solo dagli anni ’70 in poi, fu considerata una caratteristica individuale, biologica che risiede nei geni, solo allora si è smesso di imporre l’uso della destra. (così si spera…) Si è visto che la soppressione dell’uso della parte sinistra, oltre ad avere una pessima influenza sull’autostima del bambino in quanto si va a scontrare con l’insuccesso e la difficoltà, rendendolo nervoso e frustrato, il bambino sviluppa difficoltà di lateralizzazione, di percezione spaziale e può avere più probabilità di sviluppare la balbuzie. Fino ai 12-18 mesi di vita i bambini usano indifferentemente la mano sinistra e quella destra; per questo, fino ad allora, si consiglia di porgere gli oggetti ai piccoli tra tutte e due le mani per non influenzare la scelta in alcun modo e per lasciarli liberi di seguire il proprio istinto. È solo dopo i 18 mesi che ha inizio la progressiva specializzazione di una parte rispetto all’altra. È possibile, infatti, che fino all’anno di età il bimbo utilizzi in modo prevalente la mano destra e d’improvviso manifesti la prevalenza della sinistra che userà poi in modo definitivo. Non dimentichiamo, inoltre, che il mancinismo può coinvolgere anche altre parti del corpo,

come i piedi, gli occhi e persino le orecchie e, in questo caso, la scelta del lato preferito si manifesterà in circostanze particolari, come ad esempio giocando a pallone o salendo su una scala. Ma come funziona il cervello dei mancini? Per comprendere le differenze tra destrimani e mancini, è importante avere presente il ruolo svolto dagli emisferi cerebrali. Il cervello umano è formato da due emisferi, che


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#NEUROPSICOMOTRICISTA #POESIA svolgono funzioni distinte. Quello destro è ‘specializzato’ in attività che hanno a che fare con la capacità di elaborare immagini, di orientarsi nel tempo e nello spazio. L’emisfero sinistro, invece, presiede il pensiero logico e analitico, che consente l’apprendimento del linguaggio e dei numeri. Per quanto riguarda i movimenti muscolari, ogni emisfero coordina la parte opposta: l’emisfero sinistro coordina i movimenti della metà destra del corpo, l’emisfero destro controlla i movimenti della metà sinistra. Nella grande maggioranza delle persone l’emisfero dominante è quello sinistro: da qui la preferenza a utilizzare la mano destra e il prevalere del pensiero logicoanalitico. Nei mancini, invece, è l’emisfero destro a essere predominante: prevale quindi l’utilizzo della mano sinistra e una prevalenza del pensiero intuitivo e della creatività. Come si può dedurre da questa spiegazione, si tratta dunque solamente di una caratteristica personale che può riguardare ogni bambino. È come se dovessero disubbidire agli ordini del loro cervello, che la natura ha programmato per rendere più naturali i movimenti con la mano sinistra. Dai dati statistici, per esempio, è emerso che i mancini corretti hanno una maggiore probabilità di essere balbuzienti. Dato che ogni loro gesto va compiuto con

uno sforzo e va controllato, è come se anche le parole fossero sottoposte allo stesso tipo di controllo, perdendo spontaneità. Il bambino tendenzialmente mancino non va quindi mai forzato a usare la mano destra. Se invece non mostra ancora una spiccata preferenza per la destra o la sinistra, la cosa migliore è metterlo nella condizione di decidere da solo, collocando per esempio le matite e i pennarelli al centro del foglio e le posate al centro del piatto. Piccoli accorgimenti che possiamo tenere in mente e che risultano sicuramente ottimi consigli per i bimbi mancini, possiamo riassumerli cosi: • non correggetelo mai, anzi incoraggiatelo se si aspetta un’approvazione da parte vostra; • incoraggiatelo a tavola ad usare la mano sinistra per la forchetta e quella destra per il coltello; d’altronde, non fanno così anche i destrorsi? • non posizionate i suoi giocattoli a destra o a sinistra, bensì davanti a lui, in maniera che non sia costretto a scegliere una mano anziché l’altra, ma tenda la mano naturalmente per afferrarli; • anche quando si veste o si allaccia le scarpe, mettetevi davanti a lui e non ad uno dei due lati; • assicuratevi che il compagno di banco del vostro bambino sia seduto alla sua destra; in questo modo, non urterà il suo gomito e non si sentirà

Nei mancini l’emisfero destro è predominante: prevale quindi l’utilizzo della mano sinistra e una prevalenza del pensiero intuitivo e della creatività.

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impacciato; • quando scrive, ruotategli il foglio di 45° in modo che non copra le parole appena scritte e, se è agli inizi, mettete una freccia sul senso di scrittura, perché molti mancini tendono a scrivere a specchio, cioè da destra verso sinistra” Ancora al giorno d’oggi ci sono genitori che correggono i loro bambini, perché? Agli occhi di noi destrimani il mondo sembra essere fatto solo per noi, vedi: gli strumenti musicali, forbici,il mouse del computer (il pulsante destro noi lo utilizziamo con l’indice mentre un mancino con il medio, le forbici ecc…) a meno che non si utilizzi materiale specifico. Secondo noi tutto è complicato, difficile, ma non è così per i mancini è naturale, negli anni hanno imparato ad adattarsi al mondo destrimano, hanno trovato strategie. Il vero problema? Gli ALTRI, che non sanno adattarsi a loro. Questa nuova visione mi è stata fatta notare da mio cognato, mancino ormai da 43 anni mi ha mostrato l’altra faccia del mondo per loro. Il lato positivo ad avere la loro mano libera. Ciò che mi ha colpito è stato quando il vero problema sono gli altri che non sanno trovare strategie per adattarsi al mancino che invece, a scuola sceglie il lato esterno per non toccarsi con il compagno. Modifica la posizione del foglio e l’impugnatura della penna per non macchiare il foglio e poter leggere ciò che ha scritto e così via. Quindi a tutti quei genitori che ancora si comportano come nel 1800 non ha alcun senso correggere un bambino mancino, l’unico risultato è quello di creargli delle difficoltà rendendolo nervoso e frustrato, lasciamoli vivere nel modo più sereno possibile… Una curiosità il 13 agosto è la giornata internazionale dei mancini.


#VEGANI #POESIA

Stralcio di un articolo tratto dal web (www.vitaesalute.net), a cura di Ennio Battista.

Intervista a Red Canzian Il famoso cantante e bassista dei Pooh racconta il suo graduale avvicinamento a uno stile di vita più sano. Un cambiamento frutto della curiosità e del coraggio nell’affrontare le sue sfide.

Come ti sei avvicinato a questa decisione? «Diciassette anni fa sono diventato vegetariano, ma continuavo a mangiare pesce, anche perché amavo la pesca. Tre anni fa, ero a pescare in un fiume e avevo appena tirato su una trota. Vederla tentare di svicolarsi dall’amo, saltellare, quasi a implorarmi il desiderio di racciuffare la vita che le stavo per togliere, mi ha fatto perdere ogni motivazione e ragione per continuare. L’ho liberata. Ed è stata una tale gioia vederla ricominciare a muoversi sott’acqua che mi sono detto: “quale diritto ho io di dare la morte a un essere vivente? Da lì ho deciso di non mangiare più nulla che fosse di

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provenienza animale, compresi i derivati. Perché il latte e le uova che troviamo nei supermercati provengono da allevamenti intensivi dove l’animale è sfruttato e molto spesso “pompato“ con varie sostanze affinché possa produrre di più. Da una ragione etica, sono poi passato a un discorso salutistico. La nostra anatomia, il nostro intestino, il tipo di denti che abbiamo, non ricordano la morfologia anatomica tipica del carnivoro. Purtroppo la nostra cultura ci ha insegnato tante cose sbagliate sul cibo. Hai riscontrato giovamenti per la tua salute? «Ultimamente mi sta succedendo sempre più spesso che la gente mi chieda se ho fatto un patto col diavolo, perché mi vedono sempre giovane. Faccio periodicamente esami del sangue e posso dire che a 60 anni i risultati sono perfetti, sembrano quelli di un ragazzino». Riesci a farti capire nel tuo ambiente o noti ancora scetticismo e diffidenza verso certi comportamenti salutistici, come per esempio considerare la dieta vegana povera di sapori? «In famiglia sanno che quando faccio una scelta è fatta

con convinzione; ogni tanto mi prendono in giro perché mi vedono mangiare cibi che prima non conoscevano; ma piano piano li sto convincendo a cambiare. Mia moglie si adegua alla mia dieta quando siamo soli e mia figlia Chiara ha già smesso di mangiare carne. Tra i miei colleghi, uno ha deciso di dire no alla carne e un altro ne mangia molto meno di prima... piano piano. Ma a volte con queste scelte radicali si rischia di crearsi dei nemici, come se le considerassero un attacco indiretto, un’accusa neanche troppo sommessa alle loro abitudini... In ogni caso, la scelta vegetariana dovremmo farla anche pensando ai nostri figli». Ti riferisci all’impatto ambientale di un regime carneo? «Sì, allo spreco di risorse energetiche e ambientali che esso provoca. Se noi impiegassimo tutti i cereali che diamo agli animali da allevamento per affrontare la fame del mondo, in un giorno risolveremmo il problema. Dobbiamo essere consapevoli delle nostre responsabilità sulle scelte che facciamo e che condizioneranno le future generazioni».


#NUTRIZIONISTA #POESIA

Fragilità capillare previenila a tavola Capillari fragili. Tutto quello che devi sapere per rafforzarli Come si manifestano

Con le vitamine giuste e una dieta a ridotto contenuto di zuccheri semplici la eviti

La fragilità del capillari si presenta con venuzze evidenti superficialmente, soprattutto su viso e gambe, oppure con il sanguinamento a livello di cute o mucose. La fragilità capillare che riguarda il viso (couperose) è tipica della pelle sensibile e si manifesta con l’arrossamento intenso delle guance e delle ali del naso. Anche se è considerato un problema estetico, non deve essere sottovalutato, poiché è un primo campanello d’allarme legato a una cattiva circolazione del sangue.

Le cause

Dottoressa

Francesca Maresca Laureata in Dietistica presso l’Università di Napoli Federico II. Martedì e Giovedì dalle 15.00 alle 16.30 334.2258132 http://bit.ly/19ubheb

Un rischio per gambe e viso I capillari uniscono tra loro arterie e vene e la loro funzione è quella di permettere gli scambi di sostanze nutritive tra sangue e tessuti. Per poterlo

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fare devono essere permeabili ed elastici, ed è soprattutto quando l’elasticità si riduce che i capillari si rompono. Le parti del corpo più interessate dal disturbo sono le gambe e il viso (couperose) e le donne risultano le più colpite a causa delle maggiori alterazioni ormonali che le caratterizzano. In presenza di questo disturbo è particolarmente importante mantenere il peso forma attraverso una dieta che consenta allo stesso tempo di fare scorta di vitamine e di minerali fondamentali per rafforzare le pareti dei capillari. Scopriamo insieme quali sono gli alimenti in grado di contrastare la fragilità capillare...

Le origini di questo disturbo sono molteplici: la familiarità, le variazioni ormonali, le carenze di vitamine e minerali, l’eccesso di esposizione solare (soprattutto su alcuni tipi di pelle) possono concorrere alla sua comparsa. E, inoltre, l’emotività, alcuni problemi del sistema nervoso, il fumo e l’eccesso di zuccheri semplici nella dieta possono provocarlo. Anche i capillari degli occhi possono rompersi, ma in genere non è un problema importante e può verificarsi senza causare danni all’organo. Le cause principali, nel caso degli occhi, possono essere starnuti forti, vomito, sollevare carichi pesanti, alcuni farmaci (aspirina, anticoagulanti ecc.) o integratori (ginkgo biloba,


#NUTRIZIONISTA #POESIA ginseng). Tuttavia, non devono mai essere sottovalutati perché potrebbero essere un sintomo di ipertensione, diabete, glaucoma o infezioni oculari. Infine, ricordiamo che con la pre - e la menopausa la fragilità capillare, se presente, tende ad aumentare a causa delle variazioni ormonali che provocano caldane e sudorazioni improvvise, soprattutto notturne. Una fitta rete di microvasi che nutre l’intero organismo Nel corpo umano si trovano all’incirca 2 miliardi di capillari che, nel loro insieme, coprono una lunghezza di circa 80.000 km e una superficie di scambio di circa 6300 m quadri (quasi l’equivalente di un campo da calcio!). ed è a livello dei capillari che avvengono gli scambi di nutrienti, ormoni, anticorpi, gas e tutto quanto viene veicolato dal sangue.

Per lo stesso motivo spezie come pepe, peperoncino e rafano (e anche il wasabi che accompagna il sushi nei ristoranti giapponesi) dovrebbero essere usate con prudenza. Fanno eccezione zenzero, zafferano e curcuma che non dilatano i capillari ma, anzi, ne rafforzano le pareti, con una notevole azione antiossidante. È poi necessario adottare una dieta ricca di agrumi (vitamina C e bioflavonoidi), uva (proantocianidine), olio di oliva (acido gamma linolenico e vitamina E), verdura verde, broccoli, carote e zucca (carotenoidi) anche sotto forma di succhi centrifugati, da bere appena preparati. Anche il pesce fresco di mare (fonte di acidi grassi essenziali

Omega 3 curativi per tutti i vasi sanguigni) e i semi germogliati (vere riserve di enzimi e fattori di protezione cellulare) sono da considerarsi rimedi curativi di notevole efficacia. Da non dimenticare poi gli alimenti ricchi di magnesio (che assicura la compattezza della struttura del collagene) come alghe, soia (utile anche per contrastare le variazioni ormonali che portano alla fragilità capillare nelle donne), mandorle e banane. E infine, l’acqua che — bevuta nella quantità di 1,5-2 litri al giorno — consente una migliore diuresi e l’eliminazione di scorie e tossine che possono indebolire le pareti dei vasi sanguigni.

Suggerimenti a tavola

La dieta alle vitamine che cura i capillari migliorando la diuresi e la circolazione Ci vogliono ortaggi freschi e di stagione ricchi di vitamine e minerali, senza dimenticare il pesce, fonte di Omega 3, gli acidi grassi, protettivi dei vasi sanguigni

Via libera a carotenoidi, enzimi & Co. I cambiamenti di temperatura, cosi come i cibi piccanti, possono provocare un arrossamento del viso che di solito scompare in breve tempo. Nelle persone con fragilità capillare, invece, queste dilatazioni del vasi sanguigni possono diventare permanenti ed è pertanto consigliabile evitare forti irrorazioni sanguigne. Ecco perché è importante fare raffreddare i cibi e le bevande calde prima di consumarli.

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SI

• cereali e derivati (pane, pasta ecc.) integrali a semintegrali; • frutta (soprattutto agrumi e kiwi) e verdure di stagione; • succo puro di mirtilli; • carni bianche, • pesce, uova, • formaggi magri, yogurt; • legumi (soprattutto freschi, anche surgelati), • tofu e tempeh; • olio extravergine d’oliva; • tè verde e infusi di rosa canina e camomilla.

NO

• cereali e derivati raffinati; • zucchero e alimenti che lo contengono; • formaggi grassi e stagionati; • salumi e insaccati; • carni rosse; • fritti e fastfood; • bevande zuccherate e/o gassate; • caffè; • alcolici e superalcolici; • aspartame e dolcificanti di sintesi in genere. • Attenzione ai cibi troppo caldi e/o speziati, perché possono dilatare i capillari aggravandone la fragilità.


#FOODCROSSING #POESIA

Anna Maione Esperta in comunicazione multimediale dell'enogastronomia http://bit.ly/1fbD77f

La Regina “povera” dei tuberi Le Patate (Solanum Tuberosum) appartengono alla famiglia delle Solanacee e sono piante erbacee la cui parte commestibile è costituita da tuberi che crescono sotto terra. Originarie dell'America Meridionale (Perù), dove la civiltà degli Incas ne faceva uso già dall'antichità indicandole con il nome “papa”, le patate furono introdotte in Europa dagli Spagnoli, più esattamente dal conquistatore Francisco Pizarro, che nel XVI secolo ne portò in dono alcune piante al Re di Spagna. Già dai tempi più remoti, questa regina indiscussa tra i tuberi gode dunque di una certa considerazione grazie alle sue proprietà curative e nutrizionali ed agli effetti benefici che ha sul nostro organismo. L’abbondanza di potassio in essa contenuto si rivela molto utile in caso di ipertensione mentre il suo succo, poiché riesce a neutralizzare i succhi gastrici, risulta essere utile in caso di dolori allo stomaco e gastrite. Le patate hanno inoltre proprietà lenitive e anticongestionanti, può quindi risultare benefico applicarne le fette crude sulla pelle in caso di irritazioni, arrossamenti e prurito.

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Un’altra interessante caratteristica di questo tubero tanto “povero” quanto amato (piace praticamente a tutti!) è la sua versatilità; si presta infatti alla preparazione di una notevole quantità di pietanze diverse. Patate a pasta gialla hanno una polpa più compatta e sono perciò più adatte per fritture, per essere cotte in forno o lessate; quelle a pasta bianca, più farinose, sono adatte alla preparazione di gnocchi, puré, soufflé e pasticci. Come conservare le patate? Al momento dell'acquisto è consigliabile scegliere patate con la buccia priva di macchie, spaccature o screpolature e che siano prive di germogli. Le patate andrebbero poi conservate in luoghi bui, per evitare la formazione di germogli, che contengono solanina, un alcaloide dannoso per il corpo umano.

CURIOSITÀ Le patate vengono impiegate non solo come alimento ma anche come cosmetico. Le sue proprietà possono infatti essere sfruttate con impacchi per riposare gli occhi stanchi.


RICETTA

Arriva sulla bacheca FoodCrossing di 100% Fitness Magazine una nuova ricetta! Ringrazio la signora Patrizia per averci inviato un must della cucina napoletana, un piatto “povero” ma intramontable!

Pasta e patane azzeccata (con provola!) Ingredienti (per 4 persone) • 300 g di pasta mista corta di Gragnano IGP • 800 g di patate • Olio extra vergine d’oliva • 200 g di provola • 100 g di pancetta • pomodorini del piennolo • basilico • una costa di sedano • una cipolla bianca • uno spicchio di aglio • parmigiano reggiano q.b. • pepe nero q.b. • sale q.b.

Preparazione Soffriggere in una pentola piuttosto profonda la cipolla tagliata finemente, con il sedano e l’aglio tritato. Lasciar imbiondire, avendo cura di non bruciare la cipolla. Aggiungere le patate e la pancetta, precedentemente tagliate a tocchetti. Lasciar cuocere per qualche minuto, facendo attenzione che non si attacchi nulla al fondo della pentola. A metà cottura delle patate, aggiungere i pomodorini tagliati a pezzi, che serviranno solo per dare un po’ di colore al piatto, sale, pepe e continuare la cottura mescolando. Aggiungere le foglie di basilico spezzettate. Quando le patate saranno cotte, aggiungere l’acqua per la cottura della pasta e portare ad ebollizione aggiungendo, se necessario, un altro po’ di sale. Buttare la pasta e portare a cottura sempre mescolando. Spegnere il fuoco ed aggiungere la provola tagliata a tocchetti, mescolando fino a che sarà azzeccata. Aggiungere il parmigiano e servire. Buon Comfort Food! Vuoi che la tua ricetta della tradizione venga pubblicata sulla bacheca di Food Crossing? Inviala a redazione@centopercentofitness.it

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#FITNESS

Non mollare l'osso

Osteoporosi, come prevenirla Mariano Russo Laureato in scienze motorie Responsabile Tecnico Palestra Futura 388.3542023

L'osteoporosi è una patologia del tessuto osseo che diminuisce progressivamente la sua densità solida. Con l'aumento delle aspettative di vita, l'osteoporosi ha assunto un'importanza rilevante tanto da essere definita "epidemia silenziosa". Essa infatti non provoca immediatamente dolore, ma crea una situazione di fragilità che aumenta il rischio di fratture o di cedimenti vertebrali. Colpisce maggiormente le donne, sia perché hanno una massa ossea ridotta rispetto agli uomini, sia perché la carenza ormonale che sopraggiunge con la menopausa determina una diminuzione della consistenza dello scheletro. Contrariamente a quanto si può ritenere, l'osso non è una struttura inerte ma un tessuto molto attivo che si rinnova costantemente e rapidamente nel corso della vita. Come qualsiasi altro tessuto, ha una componente cellullare altamente specializzata alla formazione di nuovo osso, osteoblasti (regolati dall'ormone calcitonina) e alla distruzione e riassorbimento dell'osso invecchiato da parte degli osteoclasti (regolati dal paratormone). Il processo metabolico generale prende il nome di rimodellamento, dura in media 90 giorni e si svolge con una sequenza prestabilita. Se la quantità di osso neo-formato è uguale a quella di osso assorbito si ha una condizione di equilibrio metabolico. L'osteoporosi sopraggiunge come evento finale di una serie di cicli durante i quali viene riassorbito più osso di quanto se ne formi. La ricerca ha evidenziato che la miglior cura dell'osteoporosi risiede nella prevenzione,

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l'esercizio fisico e il miglioramento dello stile di vita sono gli strumenti adatti e privi di controindicazioni. L'osso essendo un materiale pizioelettrico (materiale che sottoposto a pressione o deformazione sviluppa elettricità) l'applicazione di forze esterne sulla sua struttura provoca la formazione di correnti elettriche; queste stimolano gli osteoclasti e gli osteoblasti a distruggere e a costruire rispettivamente il materiale osseo. Al contrario l'assenza di carico, come si verifica in condizioni di gravità zero (come nel nuoto) determina la perdita veloce di massa ossea. Quindi la salute e la longevità della struttura ossea dipendono da quanto sono equilibrati gli stimoli e il nutrimento che riceve attraverso gravità e movimento. L'attività fisica regolare è dunque il primo nemico dell'osteoporosi. Di fronte alla paura che le ossa si infragiliscono non immobilizzatevi, anzi se volete prevenire l'osteoporosi non dovete rinunciare al movimento: continuate a muovervi ascoltandovi bene e optando per protocolli d'allenamento tipo quelli finalizzati all'ipertrofia muscolare (ovvero quelli che esercitano un maggior carico sulle ossa). Se è vero invece che il sole bacia i belli, voi cercate di sentirvi affascinanti ogni volta che potete. I raggi solari stimolano la produzione di vitamina D necessaria per l'assorbimento organico del calcio proveniente dagli alimenti. La protezione delle ossa passa poi per la tavola e gli alimenti. Contro l'osteoporosi via libera a broccoli, cavoletti di Bruxelles, cavoli, bietole e legumi, ricchissimi di calcio in forma altamente assimilabile. Il legame tra osteoporosi e dieta è quindi profondo: deve contemplare alimenti che apportano nutrienti benefici per le ossa, ovvero calcio, magnesio, vitamina D e vitamine del complesso B. La grande scoperta scientifica degli ultimi anni sono stati gli isoflavoni, contenuti nella soia, i quali aiutano a fissare nelle ossa il calcio assorbito e ne rallentano la perdita.


#FITNESS

Allenarsi con stile: Kettlebell training Fabio Siniscalchi Laurea magistrale in Scienze Motorie per la Prevenzione ed il Benessere presso l’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” - Consulente Tecnico e Personal Trainer presso Mythos Gym 347.3797803 fabio.siniscalchi@email.it

Prosegue il nostro sguardo verso le metodologie e tecniche di allenamento oggi più utilizzate, l’innovazione stavolta proviene dal passato e il mezzo che prenderemo in esame prende il nome di Kettlebell. Conosciuto anche con il termine russo di Girya, il Kettlebell altro non è che un sovraccarico in ghisa e per la sua forma ricorda una palla di cannone. Le origini di questo attrezzo risalgono addirittura al 1700, l’armata sovietica era solita, infatti, utilizzarla come parte integrante della propria preparazione fisica e dei programmi di condizionamento muscolare a partire da ventesimo secolo. Negli anni ’40, invece, l’impiego riguardava le gare di competizione sportiva sia in Russia che in altre parti d’Europa. La grande diffusione dei Kettlebell si deve però a Pavel Tsatsouline, trainer dell’ex Unione Sovietica, il quale negli Stati Uniti mise a punto la prima certificazione valida per l’insegnamento nel 2001 con la RKC (Russian Kettlebell Challenge), oggi nota come SFG (StrongFirst Girya). A Tsatsouline dobbiamo numerose pubblicazioni sul Kettlebell Training a cura della Dragon Door edizioni. Ma quali sono le peculiarità di questo attrezzo rispetto al classico allenamento con pesi liberi, bilancieri e macchine isotoniche? È semplice, grazie ad esso è possibile stimolare simultaneamente la capacità

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cardiovascolare, oltre a quelle motorie: condizionali, quali forza massima ed esplosiva, potenza lattacida e le componenti coordinative relative al controllo motorio e alla destrezza. Da non trascurare, inoltre, il discorso relativo alla flessibilità e alla stabilizzazione svolta dai muscoli profondi di schiena e addome: il gruppo degli erettori spinali e il trasverso dell’addome (TrA); un ruolo chiave è svolto però dall’articolazione dell’anca, la coxofemorale, è richiesta, infatti, una buona mobilità nell’esecuzione degli schemi motori con il Kettlebell. Il training avviene principalmente mediante l’applicazione di esercizi balistici, nei quali il movimento prevede un’accelerazione seguita da una decelerazione, uno di questi è lo Swing, È fondamentale impadronirsi di una tecnica corretta nell’esecuzione dell’esercizio, a tal proposito, verranno proposte delle varianti per principianti e avanzati, questi ultimi meglio noti con il nickname di Keybellers. Le applicazioni del Kettlebell Training sono moltissime e vanno da supporto al classico allenamento in sala pesi, oltre al miglioramento della forza esplosiva in preparazione fisica per sport specifici, ma anche nelle fasi avanzate di recupero funzionale. Arrivati al termine di queste righe, non vi resta che cimentarvi nella pratica di questo allenamento. Alla base vi sono sempre un corretto approccio all’attrezzo e un trainer sufficientemente esperto che sappia guidarvi soprattutto nelle fasi di apprendimento, facendo un’accurata anamnesi e aiutandovi nelle progressioni. Come sempre… buon allenamento!


#FITNESS #POESIA

Professor

Nello Iaccarino LSM (Laureato Scienze Motorie) PT (Personal Trainer) Consulenza Fitness dalle 15.00 alle 16.00 329.6220310 http://bit.ly/1eF4cwZ

Zumba o Sala Attrezzi Dove c’è gusto non c’è perdenza, dicevano i nostri nonni. Tuttavia, se scegliamo l’attività da svolgere in relazione ad un obiettivo specifico, le cose cambiano. Ad esempio: Obiettivo: Dimagrimento o Tonificazione Generale. Lo Zumba è un’attività di gruppo, globale, prevalentemente aerobica (con flash anaerobici), quindi, a livello metabolico, il soggetto mediamente allenato utilizza quasi esclusivamente grassi (i principianti utilizzano all’inizio più carboidrati che grassi). Quanti? Come stima possiamo dire che, a parte casi particolari, un soggetto allenato brucia dalle 400Kcal/h alle 720 Kcal/h e cioè dai 48 gr agli 80 gr di grassi/h. Inoltre, lo Zumba allena il motore (sistema cardio – vascolare e respiratorio) e produce i relativi adattamenti epigenetici (cuore grande, diminuzione metabolismo basale post work – out, ecc). Ovviamente il dimagrimento passa per un’alimentazione ipocalorica personalizzata ed impostata da

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dietologi o nutrizionisti. La Sala Attrezzi è utilizzata per svolgere attività individuali. Ogni soggetto può allenarsi in modo globale o segmentario (cioè a circuito, utilizzando simulatori aerobici, in modalità mista, solo pesi e/o isotoniche senza cardio). Se in Sala Attrezzi si usa solo cardio, l’impegno metabolico è simile alla Zumba. Obiettivo: Aumento massa muscolare generale o segmentaria Lo Zumba, ovviamente, non stimola l’aumento della massa muscolare, mentre fare pesi, se si soddisfano i seguenti requisiti: 1. Prevalenza, all’interno del muscolo striato, di fibre di tipo IIb e IIA ; 2. Buona o ottima produzione di testosterone e gh endogeno; 3. Bassa produzione di cortisolo; 4. Attività anabolica endogena superiore a quella catabolica; 5. Ottima funzionalità epatica e renale; 6. Sufficiente assunzione di proteine alimentari dalla dieta (almeno 1,5 gr/pro/Kg peso corporeo);

7. Utilizzazione ottimale di carboidrati e grassi; 8. Allenamento intenso (come volume e/o intensità) opportunamente ciclizzato e/o periodizzato; 9. ecc, si può raggiungere l’obiettivo prefissato. Se lo Zumba allena il motore, i pesi allenano la carrozzeria. L’impegno metabolico in Sala Attrezzi è prevalentemente a carico dei carboidrati. Anche i Pesi producono adattamenti epigenetici (cuore piccolo, aumento metabolismo basale pre e post work out). Se un soggetto con pancetta e prevalenza di fibre e vuole dimagrire l’addome, hai voglia a fare Zumba, lo aiuterà poco; come pure coloro che hanno cattiva regolazione insulinica, o passato da fondista o da maratoneti o fanno i camerieri d’albergo, avranno grossissime difficoltà a mettere massa muscolare in Sala Attrezzi. Gusti a parte, in relazione al proprio obiettivo si può scegliere l’uno o l’altro, entrambi hanno vantaggi e svantaggi.


#FIORISTA #POESIA

Voglia di primavera... Let's go bulbose

Narcisi e Muscari Narciso

Muscari

Giovanni Castellano Fiorista Europeo 338.1101986

Tutti voi conoscerete, almeno visivamente il Narciso, ma (da esperienza di negozio) pochi conoscono l'altrettanto vivace ed elegante Muscari....ed in queste poche righe.... cercherò di presentarveli molto semplicemente cercando di essere quanto più esausistivo possibile. Il narciso è un genere che fa parte della famiglia delle Amaryllidaceae ed è originario proprio dell'Europa. Il suo nome deriva dalla parola greca narkao (stordisco) e fa riferimento al suo odore penetrante ed inebriante di alcune specie. Il narciso è un fiore bellissimo, non per niente nella mitologia greca Narciso veniva decantato per la sua straordinaria bellezza. Esistono moltissime specie che si distinguono dal tipo di fiore e dal colore. I bulbi di narciso vanno interrati in un vaso abbastanza ampio ricolmo di terriccio ad una profondità doppia rispetto all'altezza dello stesso e la distanza tra i bulbi dovrà essere della dimensione del bulbo stesso. Con questo metodo, se il vaso è sul balcone ed è esposto alla pioggia dovrete bagnare il terriccio nel vaso solo quando metterete a dimora i bulbi, se invece, lo posizionate sotto una tettoia, dovrete preoccuparvi di innaffiare il narciso ogni due settimane, ma senza inzuppare il terreno,

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altrimenti i bulbi invece di mettere radici, marciranno. Da fine settembre ai primi di dicembre c'è sempre possibilità di piantarli e solo dopo aver riposato per tutto l'inverno, fioriranno ai primi segni della primavera. La raccomandazione è quella di utilizzare un terreno ben drenato siccome la rimanenza di acqua può essere la peggior nemica per una rigogliosa fioritura. Il muscari è un genere di piante appartenente alla famiglia delle Liliaceae comprendente parecchie bulbose e specie con infiorescenze con colori che variano dall'azzurro all'indaco fino alle varietà elegantissime di colore bianco. La forma a spiga dei fiori la rende molto simile e facilmente confondibile con la più “famosa” lavanda. Il bulbo seppur molto apprezzato e in continua crescita come richiesta non è ancora molto conosciuto ai più. Per quanto riguarda la messa a dimora il procedimento è simile a quello dei bulbi dei narcisi e dopo la fioritura a differenza dei i narcisi che possono rimanere invasati senza essere rimossi dal terreno, per quanto riguardo i muscari sarebbe opportuno rimuoverli, ripulirli dalla terra residuata, farli asciugare e riporli in una scatola di cartone leggermente forata in luogo ventilato fino al nuovo periodo autunnale. Per ulteriori info e delucidazione ancor più specifiche potete contattarmi sulla pagina Facebook Fiorista Giovanni Castellano o sulla mail fioristacastellano@libero.it A tal proposito per chi pubblicherà sul diario della nostra pagina Facebook fotografie delle proprie fioriture di bulbi ci sarà un omaggio da ritirare presso la sede. Un fiorito e primaverile saluto a tutti voi...


#WELLNESS #POESIA

Alla scoperta del piede per combattere la cellulite Carolina Apuzzo Operatore del benessere

La cellulite è un inestetismo scientificamente definito come panniculopatia-edemato-fibrosclerotica ed è causato da un'alterazione delle strutture del tessuto connettivo e si manifesta dando alla pelle l'aspetto della tanto temuta "buccia d'arancia" che si alterna a rigonfiamenti di varia entità. La cellulite è un'alterazione progressiva che si distingue in tre fasi: 1. Fase edematosa 2. Fase fibrosa 3. Fase sclerotica Nella fase edematosa vi è la presenza di ristagno dei liquidi nei tessuti, accompagnato da un senso di pesantezza degli arti inferiori. Nella fase fibrosa vi è un aumento del volume delle cellule adipose e la presenza di piccoli noduli. In questo secondo stadio il tessuto connettivo di sostegno, sotto un'azione di compressione perde la sua naturale elasticità e determina l'insorgere dell'effetto a "buccia d'arancia". Nella fase sclerotica l'alterazione dello strato connettivo si enfatizza dando

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luogo alla formazione di noduli adiposi duri e dolenti al tatto. Molti però ignorano che il processo degenerativo è in gran parte causato da una problematica posturale. Il centro benessere attento all'evoluzione delle soluzioni contro la cellulite non esclude trattamenti di rieducazione posturale con l'utilizzo del plantare attivo KS Medical, in sinergia ai tradizionali trattamenti in cabina. La rieducazione posturale del piede risulta essere di fondamentale importanza nella risoluzione della cellulite in quanto la pianta del piede è considerata un vero e proprio "cuore periferico" capace di sviluppare una forza di propulsione centripeta sul sangue e sulla linfa. Inoltre è da considerare che: il tessuto connettivo del nostro organismo non è un tessuto

amorfo di riempimento, ma è il tessuto che possiede l'intelligenza ed il controllo dell'architettura tridimensionale di tutto il nostro organismo, sia nella sua interezza, che in ogni singolo segmento, non escluso lo spazio che ogni singolo organo ed apparto deve occupare in relazione spaziale e di contatto con gli altri, contigui e continui. È l'unico a svolgere a tempo pieno l'attività antigravitazionale che ci permette l'omeostasi, per tre motivi fondamentali: 1. Non va incontro ad acidosi metabolica, e quindi può lavorare 24 ore su 24. 2. La sua attività si esprime come resistenza all'accorciamento 3. È l'unico tessuto interno che possiede del meccanocettori sensibili alla pressioneed alla trazione, simili a quelli presenti nella cute.


#WELLNESS #POESIA

Ti voglio bene! Non è importante quanto si fa, ma quanto amore si mette nel fare le cose. Madre Teresa di Calcutta

Ernesto Lupacchio Central Fitness Club 1, 2, 3 http://bit.ly/1couZMz

Quante volte abbiamo detto “Ti voglio bene” ai nostri genitori o ai nostri figli? Quante volte li abbiamo abbracciati? Certo, sicuramente lo abbiamo fatto tante volte, ma forse è trascorso anche tanto tempo. Invece oggi, quante volte lo facciamo? In una sola banalissima frase si possono concentrare tutte le sensazioni più vive racchiuse dentro di noi, che spesso non osiamo tirar fuori. Dire ti voglio bene a coloro che ci hanno dato la vita, concorrendo a creare tutto quello che siamo oggi e che saremo in futuro, dovrebbe essere la nostra quotidianità. Su Facebook, ho letto una lettera di un padre al proprio figlio, che mi ha commosso perché spesso ci dimentichiamo di cosa hanno fatto i nostri genitori per noi e con quanto amore l’abbiano fatto. Leggi e soprattutto rifletti sul contenuto: Un padre scrive a suo figlio: “Se un giorno mi vedrai vecchio, se mi sporco

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quando mangio e non riesco a vestirmi … abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo. Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose … non mi interrompere … ascoltami, quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi. Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare … ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagnetto. Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie … dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico, ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l’abc. Quando ad un certo punto mi dimentico le cose o perdo il filo del discorso … dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire. La cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti. Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo … non trattarmi come fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui

La foto che vedete ha fatto il giro del mondo. È un bambino dell’Iraq che ha perso la madre e la disegna per terra col gesso per poterla, in qualche modo, ancora abbracciare.


#WELLNESS #POESIA

"Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. E’ bene che una volta ogni tanto si brucino le dita." Mahatma Gandhi io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi. Quando dico che vorrei essere morto … non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te, tentando di spianarti la strada. Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l’ho fatto per te. Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza, in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te. Ti amo figlio mio”. Adesso ti invito ad andare su internet e scrivere su Youtube: Cos’è questo oppure What is that e guardarti un video di pochi minuti, di un padre e un figlio seduti su una panchina, dove si capisce che, con i nostri genitori, molte volte perdiamo subito la pazienza, senza pensare a quella che loro hanno avuto per noi quando eravamo bambini. Ed ora, ti chiedo un’ultima cosa: Lascia tutto quello che stai facendo e vai dai tuoi genitori o dai tuoi figli. Interrompi quello che devi fare e lascia tutto lì, la tavola da sparecchiare, i piatti da lavare, il lavoro che stai facendo. Per una volta puoi rinunciare a qualcosa, spegni la TV, appoggia quello che hai in mano, non rispondere se il telefono continua a squillare… Corri e abbraccia il tuo bambino, la tua bambina…. la tua mamma, il tuo papà; fatevi il solletico fino alle lacrime, baciatevi, sorridetevi, abbracciatevi. Cantate a voce alta una canzone impertinente, disturbate i vicini, fate la lotta con i cuscini, tiratevi i coriandoli anche se non è Carnevale. Poi sedetevi per terra, con le gambe incrociate, mangiate pane e cioccolata (se non hanno il diabete) e con le dita sporche abbracciatevi ancora una volta. Col passare degli anni, nessuno ricorderà il disordine di questo giorno, ma l’amore

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di questo momento resterà per sempre nei vostri cuori. Attraverso i sentimenti, attraverso il dolore, la gioia, l'imbarazzo, il sorriso, lo stupore, il pianto, l’amore, si libera qualcosa dentro di noi che ci unisce ancor di più con le persone più care della nostra vita. Non sottovalutiamo “MAI” l’importanza di dare amore! Ricordo le emozioni, gli insegnamenti e l’educazione che ho avuto dai miei fantastici genitori. Mi hanno fatto capire che, quando non potevo avere qualcosa, non era necessariamente tutto dovuto (come per esempio, nella nostra società attuale), ma che era più bello e gratificante conquistarsi le cose. Ed io l’ho fatto e continuerò a farlo! Mi hanno insegnato che i piccoli gesti, valgono molto più di tante altre cose materiali. Anche se, preso dal lavoro, dagli impegni, dalle passioni, non vedo mamma e papà tutti i giorni, in ogni attimo e in ogni momento della mia vita, il mio pensiero è rivolto a loro e in ogni mio comportamento, in ogni mia scelta, in ogni mio stato d’animo c’è sempre un loro insegnamento che continuerà ad accompagnare me e la mia famiglia, per il resto della mia vita.


#WELLNESS #POESIA

Il benessere in casa Sullo sfondo il monte Bianco, il caldo della ROOM RELAX per rilassarsi Lo chalet si staglia sullo sfondo del massiccio del Monte Bianco a Courmayeur con i suoi picchi, le sue valli, i boschi, le piste innevate. Grazie ad un attento progetto, lo chalet, completamente ristrutturato usando il legno e la pietra naturale come materiali preponderanti, si è arricchito di un piano interrato destinato ad accogliere una stanza benessere: la TA-ROOM RELAX. Un’attenta e invisibile tecnologia TASTARBENE, regala nuove sensazioni di

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benessere naturale, integrata nel salotto del relax. Due comodi divani chaise longue, un maxi schermo, e la vasca posta al centro del salotto offrono un confort equilibrato. In un unico ambiente si è riusciti ad ottenere risultati sorprendenti, grazie alle nuove soluzioni tecniche progettate e prodotte a Meta di Sorrento dalla Tecnoambiente srl. Rifugiarsi nella propria abitazione ricercando il relax ideale tra il Mare di Vapore, la vasca Splash Pool, la Calisauna e docce di neve naturale che idratano la pelle nel silenzio lontano da tutti, è un rigenerarsi profondo. La sensazione di benessere che si avverte nasce da una tecnologia attenta, ma non invadente, che comprende la climatizzazione degli ambienti, il riscaldamento, la disinfezione dell’acqua ad Ozono ed essenze profumate, per completare l’armonia degli spazi. L’ufficio tecnico ha sviluppato la TA-ROOM RELAX, un ambiente esclusivo da aggiungere alla casa, a basso dispendio di energia, piena di comfort e libera dai problemi gestionali, un progetto di qualità che rende fruibile il benessere in una stanza nel contesto della propria abitazione. Un progetto ambizioso a portata di tutti per rivitalizzarsi e migliorare la qualità di vita.

Gli articoli della "Tecnoambiente" su http://bit.ly/ILfIdn


#AVVOCATO #POESIA

Alcol test nullo

senza l’assistenza del proprio avvocato Valerio Massimo Aiello Avvocato Penalista Studio Legale: Vico Equense, Vico Stella 6 Sorrento, Corso Italia 261 339.4095882 • 081.8782870 valerioajello@gmail.com http://bit.ly/1eYpjwE

Buone notizie per chi viene “pizzicato” alla guida del proprio veicolo dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo. Premesso che l’art.186 C.d.S. punisce penalmente la condotta di colui che guidi sotto l’effetto di sostanze alcolemiche con diverse sanzioni che variano a seconda del tasso riscontrato (si ricorda che il limite legale è di 0,5 grammi litro) l’omesso avviso da parte degli organi accertatori della facoltà di farsi assistere da un avvocato prima di sottoporsi ad etilometro rende nullo l’accertamento sul tasso alcolemico. Colui che viene fermato, infatti, dalle forze dell'ordine e risulti visibilmente in stato di alterazione (occhi lucidi e alito vinoso) non può essere sottoposto all'alcol test senza essere preventivamente avvertito della “facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia”, altrimenti l'accertamento sul suo tasso alcolemico è nullo e non può valere come prova nel processo. È quanto stabilito recentemente da un giudice del Tribunale di Milano che ha assolto un ragazzo di venti anni che malgrado fosse stato sorpreso alla guida del proprio veicolo con “occhi lucidi ed alito vinoso”, non era stato avvisato della facoltà di nominare un avvocato prima di sottoporsi al test etilometrico, risultato poi positivo. Ciò perché con l’alcol test le forze dell’ordine procedono ad un accertamento di un reato ed è quindi, da sempre, obbligatorio esplicitare alla persone fermate la possibilità di una assistenza legale. Il test alcolemico è da considerarsi, difatti, un accertamento tecnico irripetibile

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stante l'alterabilità, modificabilità e tendenza alla dispersione degli elementi di fatto che sono oggetto dell'analisi; di conseguenza ogni cittadino ha diritto, prima di eseguirlo e non dopo essere risultato positivo, di essere avvisato che è sua facoltà nominare un avvocato di fiducia che possa assisterlo durante l'esecuzione del test etilometrico. A confermare tale assunto è intervenuta anche la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 42667 del 17.10.2013, ha statuito il principio di diritto secondo cui “non risponde del reato di guida in stato d’ebbrezza il conducente che non è stato avvisato dalla Polizia Stradale di potersi far assistere da un avvocato di fiducia nell’esame del tasso alcolemico, indipendentemente dal fatto che il conducente non eccepisca la nullità al momento in cui viene steso il relativo verbale” (si precisa che precedenti sentenze - Cass. Pen. sent. n. 26245/13 e 26242/13 entrambe del 14.06.2013-avevano sì affermato la nullità dell’alcoltest, in assenza del preventivo avviso della possibilità di farsi assistere da un avvocato, ma alla condizione che tale nullità fosse stata eccepita dall’automobilista prima o subito dopo il compimento del test etilometrico pena la piena utilizzabilità dei risultati nei suoi confronti). Ricapitolando, quindi, qualora le forze dell’ordine vi sottopongano al test etilometrico, senza preventivamente avvisarvi della facoltà di poter esser assistiti da un avvocato, (si ricorda che tale avvertimento deve essere anche menzionato nel verbale) ciò comporterà l’annullamento dell’eventuale etilometro positivo che diverrà “carta straccia” e non varrà come prova in un futuro processo. In caso contrario si consiglia, comunque, di contattare sempre il vostro avvocato di fiducia affinché quest’ultimo possa assistervi durante la prova etilometrica quantomeno per controllarne la regolarità, sempre che lo stesso riesca tempestivamente a raggiungervi in un tempo ragionevole tale da evitare la concreta possibilità che la lunga attesa possa farvi “smaltire” la sbornia.


#FILOSOFIA #POESIA

Ma Dio è veramente morto? Domenico Casa Consulente filosofico 339.3318463 Domenico.Casa2@tin.it http://bit.ly/ICygMX

Spesso si sente dire, parlando di Nietzsche, da parte di chi non lo conosce, che il filosofo tedesco si è assunto la grave responsabilità di avere ucciso Dio. Due domande: ma sappiamo veramente chi è Dio? Si può uccidere Dio? Se solo si pensasse all'etimologia della parola Dio, si vedrebbe che ciò è impossibile. "Il tema deiwo - rappresenta la più antica denominazione della divinità collegata con la nozione di luce. Essa si conserva in tutte le aree culturali", (Giacomo Devoto: Avviamento all'etimologia italiana) da Dievas a Jovis, fino a theos e dies. La parola Dio, dunque, significa Luce. Si può spegnere la Luce? Certo che no e neanche Nietzsche poteva farlo. Evidentemente egli parlava d' altro, quando annunciò ne "La gaia scienza" la morte di Dio. Il problema è che nella parola Dio, lungo il corso dei secoli, è stato depositato di tutto, dalle cose più eccelse a quelle più meschine e sulla sua "bocca" gli uomini hanno posto parole tra le più assurde e contraddittorie. Dio, cioè Colui che non è assolutamente rappresentabile, è stato raffigurato nelle maniere più bizzarre e paradossali.

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All'interno delle varie culture è stato trasformato in mallevadore delle visioni del mondo (filosofie), delle morali, dei luoghi comuni e dei pregiudizi, come delle "scienze", anche quando queste di scentifico non avevano nulla se non il nome. Garante delle leggi, degli odi tra i popoli, delle guerre. Delle chiese come dei partiti. Ha giustificato tutte le menzogne, le sopraffazione e le ipocrisie. Ha benedetto la caccia alle streghe e al libero pensiero. Ha diviso gli uomini tra ottimi e pessimi, tra chi detiene il potere e chi ne è asservito, tra maschi e femmine, bianchi e neri e gialli e rossi, eterosessuali e omosessuali; tra chi avrebbe più diritto di vivere e chi di meno. Ha protetto eserciti opposti, ciascuno credendo che egli fosse dalla propria parte. Invocato persino nei delitti più atroci, nei roghi come nelle camere a gas. Ma Dio non è, non può essere così. Questo è un Dio "umano, troppo umano", per usare le parole dello stesso Nietzsche, anzi, subumano, un fantoccio manovrato dagli uomini, un manichino su cui sono stati posti gli abiti più impensabili e terrificanti. Un dio a cui non

si affiderebbe neanche una formica. Egli, se esiste, si trova aldilà di ogni pensabilità umana. È, come direbbe il filosofo Plotino, l'Indicibile, l'Ineffabile. Essendo "figlio" e prodotto della cultura occidentale con la sua immagine deformata di Dio, contro questa immagine Nietzsche impugna la spada. Oltretutto perché questo Dio, da creatore della vita, è stato trasformato in principio mortificatore e negatore della vita. Nietzsche sosteneva che, se questo dio mostruoso non muore all'interno delle coscienze e della cultura, non può nascere l'uomo nuovo, quello che egli chiamava il Superuomo. Un uomo cioè libero da pregiudizi e condizionamento e in grado di determinare la propria vita e i propri valori. Un grande filosofo, teologo, scrittore, Padre Ernesto Balducci, morto prematuramente circa una ventina di anni fa in un incidente stradale, ebbe a scrivere sulla sua rivista "Testimonianze", che senza la "forte" e dissacrante filosofia di Nietzsche, egli non avrebbe potuto e saputo "purificare" la sua concezione di Dio e del mondo.


#TREKKING #POESIA

Trekking urbano a Vico Equense Lungo il sentiero della Sperlonga Nino Aversa Guida escursionistica 334.1161642 ninoaversa@alice.it Nino Aversa http://bit.ly/ItF7c2

Vico Equense è il primo paese della Penisola Sorrentina anche se la sua posizione geomorfologia sembra lontana dal resto del territorio e più vicina alla zona stabiana. È sempre stato un importante punto di controllo all’accesso in Penisola che, prima delle costruzioni delle moderne strade, avveniva lungo le colline del suo territorio. La traccia di accesso

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alla Penisola conserva ancora i segni dell’epoca preromana quando i pellegrini dovevano percorrere il loro cammino di fede partendo da Nocera e Stabia per raggiungere il santuario a Punta della Campanella oppure per i messaggeri o i centurioni romani che arrivavano qui per comunicare e difendere l’Imperatore che risiedeva nella vicina isola di Capri. La traccia percorreva tutta la zona che attualmente passa sopra le cave presenti lungo la costa, proseguiva oltre il capo d’Orlando e giungeva alla frazione di San Francesco. Oltre si proseguiva lungo le

colline fino ad Alberi per poi scendere nella piana Sorrentina attraverso la via Petrale che da Alberi arriva a Meta. Una parte di questo collegamento, detto della Sperlonga e facilmente percorribile, parte dalla frazione di S.Francesco, lungo la strada che sale verso le colline vicane ma è molto interessante giungervi salendo da S.Maria del Toro e percorrendo la strada dei mulini vicani. L’antica via arriva nei pressi del cimitero di S.Francesco dove, attraversato un ponte, inizia il sentiero. Il percorso è facile anche se pietroso, non presenta molte pendenze


e regala scorci e panorami fantastici sul golfo di Napoli. Nel primo tratto appare tutta la costa verso ponente fino a Capri e, scegliendo una giornata tersa, si gode di sfumature e di colori veramente impressionanti. Lungo il sentiero si giunge alla Sorgente della Sperlonga che era un importante punto di ristoro e di approvvigionamento d’acqua per i viandanti e gli animali ed ancora oggi soddisfa con la sua fresca acqua. Lungo il sentiero si apprezzano le fioriture e la macchia mediterranea che, nei vari periodi dell’anno, regalano profumi, colori e sapori unici. Dopo il punto della fonte comincia ad aprirsi il panorama verso la zona stabiese e verso il Vesuvio che si staglia, impetuoso, sulle acque del golfo. Giunti alla fine del percorso facile e segnato si ci rende di conto di essere in cima alle cave di pietra dalle quali, negli anni, sono state estratte abbondanti quantità di pietre per la lavorazione della calce nella struttura attualmente trasformata in hotel. In questo

punto si notano anche gli agganci delle reti metalliche montate a protezione della montagna per evitare le frane. Da questo punto è consigliato di proseguire soltanto alle persone preparate ed allenate perchè la traccia sale di quota e si fa più impegnativa fino al convento di Pozzano che segna un’altra tappa del passaggio verso la Penisola. Si ritorna sulla stessa strada gustando i panorami da un’altra angolazione fino a ritornare a San Francesco. In questa frazione si trova anche il convento dei francescani abitato anche dal mitico Fra Cosimo, che eresse il monumentale ramo d’ulivo e, ogni Natale, montava la stella luminosa che abbelliva la collina sovrastante la provinciale che conduce a Sorrento.

Proprio dal paese di Vico, con la nostra associazione di escursionismo Ulyxes (www.ulyxes.it), inizieremo un programma di Trekking Urbano denominato CAMMINAPENISOLA che, durante tutto il 2014, percorrerà i casali e le antiche strade di tutti i paesi della Penisola Sorrentina fino a giungere a Massa Lubrense. Scopriremo antichi percorsi, conosceremo la storia dei luoghi e degli edifici, sapremo di antichi mestieri e di usanze locali. Ci saranno persone preparate in archeologia, in storia e cultura che ci faranno scoprire i nostri territori e le curiosità che ne identificano ancora un importante posto nella storia, quella vera.


#POESIA #POESIA

L'Abbraccio

Salvatore Spinelli

Di ritorno, in un giorno di primavera, ad aspettarlo la madre non c’era, al fatto non diede troppo peso ma a casa restò molto sorpreso.

Poeta

Su un tavolo con un mazzo di fiori un foglio con impressi due cuori, c’era scritto: “Bentornato figlio caro, il tempo per noi è stato avaro”.

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Alla madre che l’aveva abbracciato dopo che da un viaggio era tornato, un ragazzo disse senza pensarci su: “D’ora in poi non devi farlo più!”.

“Alla partenza non t’ho abbracciato perché ti saresti vergognato, ma nel frattempo che sei stato via, mi ha uccisa una grave malattia”.

“Di fronte agli amici, non hai notato, in qual modo mi sono vergognato, tu pensi a me come al tuo piccino, ma sappi che non sono più un bambino”.

“Allora sapevo, ed ero stravolta, che ti vedevo per l’ultima volta, trattenni le lacrime a malapena e la vita mia non fu più serena”.

Per la donna quel parlare fu ferale tanto che si sentì molto male, subito pensò con immenso dolore che del figlio aveva perso l’amore.

“Ma ora che son qui vicina a Dio, ti proteggerò sempre, figlio mio, sarò sempre la tua ardente fiamma, con immenso amore: LA TUA MAMMA!”.

Anni dopo fu di nuovo in partenza, la madre assicurò la sua presenza, non l’abbracciò per il noto perché, ma disse soltanto: “Abbi cura di te!”.

Il giovane tremendamente afflitto s’inginocchiò davanti a quello scritto e pianse, pianse disperatamente, ma ormai non poteva fare più niente.

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