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Mensile - Anno CXL - n. 9 - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art.1, comma 1 Aut. GIPA/ C / Padova - Spedizione n. 9/2016

IL

OTTOBRE 2016 Rivista fondata da S. Giovanni Bosco nel 1877

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GMG


LE COSE DI DON BOSCO José J. Gómez Palacios

Il tavolo da

biliardo

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ro il tavolo da biliardo più lussuoso di tut­ to il Caffè Pianta della città di Chieri. I cittadini di Chieri frequentavano il locale dove mi trovavo per prendere il caffè, con­ versare, giocare a biliardo “alla francese”, come andava tanto di moda in quel periodo. Il mio tappeto verde era come un’oasi del deserto delle loro banali preoccupazioni. La mia vita migliorò parecchio quando iniziò a prendersi cura di me un giovane cameriere di nome Giovanni Bosco. Ogni giorno spazzolava e puliva il mio tappeto verde. Lucidava le biglie d’avorio e trattava con grande gentilezza i clienti. Serviva caffè, grappa e pasticcini di mandorla, le specialità della casa. Studiava e lavorava. Nei suoi sorrisi c’era sempre una grandissima dose di allegria. Quando non c’erano clienti nel caffè, Giovanni Bosco imparava a giocare a carambola sotto i vi­ gili occhi di Giona, un giovane che spesso fre­

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(Traduzione di Deborah Contratto)

La storia Chieri, anno 1835. Giovanni Bosco, studente e allo stesso tempo cameriere presso il Caffè Pianta di Chieri, diventa amico di Giona, giovane ebreo di ampia cultura ed esperto nel gioco del biliardo. Giona un giorno chiese a Giovanni di iniziare a insegnargli le basi della fede cristiana e, nonostante le varie resistenze da parte della famiglia, ricevette poi il battesimo. (Memorie dell’Oratorio, prima decade, n. 10).

quentava il Caffè Pianta. Giona era così bravo a giocare a biliardo che nessuno avrebbe potuto essere più bravo di lui. Le conversazioni tra Giovanni Bosco e Giona erano distanti, per così dire, anni luce, da quelle degli altri clienti. Parlavano, infatti, di musica, di poesia, di storie lette nei libri che venivano ad en­ trambi prestati dal libraio Elia. Ma un giorno tutto cambiò. Non parlavano più a voce alta. Iniziai a sentire parole stranissime, mai sentite pronunciare prima. Anche i chiari paesag­ gi dei loro racconti iniziarono a diventare sempre meno chiari. Ricordo ancora quelle strane, anzi stranissime parole… torà, menorah, hanukkà, ion kippur… Preso dal timore, arrivai anche a pensare che i due ragazzi fossero membri di una setta segreta. Inco­ minciai a immaginare dei riti macabri e la paura iniziale si trasformò in vero e proprio panico. Sba­ gliavo persino le mosse più banali. Ma, dopo alcune settimane, aguzzando un poco l’udito, riuscii a svelare il mistero. La famiglia di Giona era di religione ebraica. Lui però era deside­ roso di abbracciare la fede cattolica. Così, durante le partite, Giovanni gli faceva un poco di catechi­ smo. Io quindi ero stato l’unico testimone di quelle semplici lezioni sui principi della fede. Quelle pa­ role oscure non erano nient’altro che termini clas­ sici della fede di Giona: Legge di Dio, candelabro a sette braccia, Festa della Luce, Giorno del Perdono… Giona in un giorno di grande festa ricevette il Battesimo. Grazie a questi due giovani, sono sta­ to ben più che un semplice tavolo da biliardo. Il mio tappeto verde è stata quella buona terra in cui crescono i semi dell’amicizia, della cultura e della fede. b


IL Rivista fondata da S. Giovanni Bosco nel 1877

OTTOBRE 2016

GMG

2016

Mensile - Anno CXL - n. 9 - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale

- D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) Art.1, comma 1 Aut. GIPA/ C / Padova

- Spedizione n. 9/2016

IL

Mensile di informazione e cultura religiosa edito dalla Congregazione Salesiana di San Giovanni Bosco

In copertina: Due giovani alle giornate mondiali della gioventù: amicizia senza confini nel nome di Gesù (Foto Shutterstock) .

(Grafica e disegni di Luigi Zonta).

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il messaggio del rettor maggiore

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GIOVANI Piccoli

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atei crescono?

GMG 2016: noi c’eravamo

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L’INVITATO Don José

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ABBIAMO BISOGNO DI VOI!

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LE CASE DI DON BOSCO

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LA MIA AFRICA

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HANNO DATO LA VITA

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COME DON BOSCO

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Châtillon

Banca Prossima

Ccp 36885028

Gloria per un cacico martire 38 40

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LA LINEA D’OMBRA LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO I NOSTRI SANTI

Fondazione DON BOSCO NEL MONDO ONLUS Via della Pisana 1111 - 00163 Roma Tel. 06.656121 - 06.65612663 e-mail: donbosconelmondo@sdb.org web: www.donbosconelmondo.org CF 97210180580 IBAN: IT 24 C033 5901 6001 0000 0122 971 BIC: BCI TIT MX

Cronaca di Moukondo

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Bosco, Pierluigi Cameroni, Silvio Carlin, Luigi Compagnoni, Roberto Desiderati, Emilia Di Massimo, Ángel Fernández Artime, Cesare Lo Monaco, Jesus Jurado, suor Maria Pia, Alessandra Mastrodonato, Francesco Motto, Pino Pellegrino, O. Pori Mecoi, Kirsten Prestin, Luigi Zonta, Fabrizio Zubani. Diffusione e Amministrazione: Tullio Orler (Roma)

Pastor Ramírez

FINO AI CONFINI DEL MONDO

Redazione: Il Bollettino Salesiano Via della Pisana, 1111 - 00163 Roma Tel./Fax 06.65612643 e-mail: biesse@sdb.org web: http://biesseonline.sdb.org Hanno collaborato a questo numero: Agenzia Ans, Teresio

LE COSE DI DON BOSCO

SALESIANI NEL MONDO Dai tombini alla felicità

Direttore Responsabile: Bruno Ferrero Segreteria: Fabiana Di Bello

OTTOBRE 2016 ANNO CXL Numero 9 Il poster: I magnifici dieci Rettori Maggiori successori di don Bosco

Il BOLLETTINO SALESIANO si stampa nel mondo in 57 edizioni, 29 lingue diverse e raggiunge 131 Nazioni.

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Progetto grafico: Andrea Morando Impaginazione: Puntografica s.r.l. - Torino Stampa: Mediagraf s.p.a. - Padova Registrazione: Tribunale di Torino n. 403 del 16.2.1949

IL LORO RICORDO è BENEDIZIONE RELAX LA BUONANOTTE

Associato alla Unione Stampa Periodica Italiana


IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

Crediamo in voi, cari giovani

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iei cari amici e amiche, lettori del Bollettino Salesiano. In questo mes­ saggio mi sento obbligato a parlare in modo entusiasta dei giovani, dopo aver vissuto la Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia. La giornata più preziosa per me, e per tanti di noi educatori e amici dei giovani, è stata l’incontro con quasi seimila giovani arrivati dalle case salesiane di 52 paesi. Tanti altri non avevano ottenuto i per­ messi e i visti necessari per il viaggio o avevano in­ contrato altre difficoltà che avevano impedito che questo bel sogno diventasse realtà. Incontrarci con i giovani del Movimento Giova­ nile Salesiano del mondo è stato un regalo pieno d’affetto e di intima soddisfazione per ogni cuore

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Mi sento ancora il cuore pieno di gioia per la simpatia dei giovani, la loro genuina allegria e la straordinaria capacità di adattarsi a qualunque situazione, gradevole o sgradevole, con il sorriso sulle labbra. Mi sono convinto ancora una volta che i nostri giovani, i giovani del mondo, questi giovani, sono veramente saggi e appassionati e hanno molto da offrirci e anche da insegnarci. salesiano. Abbiamo potuto dialogare e riflettere, celebrare l’Eucaristia, condividere i pasti come una famiglia, un po’ numerosa, ma vera famiglia, e trascorrere una serata “oratoriana” sullo stile delle serate di Valdocco con don Bosco o di Mor­ nese con Madre Mazzarello. I giorni successivi sono stati una primavera, una fioritura di festa e vitalità giovanile. In mezzo alle premurose misure di sicurezza, nella città di Cracovia si sono mossi in tutte le direzioni, fiumi giovanili di tutti i colori, razze, bandiere, lingue diversissime che in modo quasi miracoloso riusci­ vano a farsi ascoltare e capire. Tutti mossi da una motivazione unica e straordinaria. A mio parere, la maggior parte con un importan­ te, grande e forte motivazione di fede. Volevano


vivere la fede ed esprimere la loro condizione di giovani credenti cristiani, accanto ad altri giovani del mondo, accompagnati da molti educatori, reli­ giosi e religiose, preti e vescovi, presenti in numero di 850. E dare unità e senso a questa chiamata, la figura, il messaggio, la preghiera condivisa e la fede celebrata insieme a papa Francesco. Tra le tante cose che potrei sottolineare, la più si­ gnificativa per me, quella che segna questi giorni nella mia memoria è una convinzione. La fer-

ma decisione che dobbiamo continuare a credere sempre di più nei giovani.

Sono stato molto impressionato dal silenzio nei momenti di preghiera e dall’atteggiamento au­ tenticamente orante di quel mare di giovani. Sintomatico e sorprendente il fatto che in tutti quei giorni, sotto un sole, spesso cocente, o sotto la pioggia scrosciante, anch’essa abbondante, non ho udito una protesta, una reazione lamentosa, un gesto sgradevole. È stata una testimonianza di fraternità e convivenza nella diversità. Una vitale lezione di educazione alla Pace Universale. Mi sento ancora il cuore pieno di gioia per la simpatia dei giovani, la loro genuina allegria e la straordinaria capacità di adattarsi a qualunque situazione, gradevole o sgradevole, con il sorriso sulle labbra. Mi sono convinto ancora una volta che i nostri giovani, i giovani del mondo, questi giovani, sono

saggi e profondi e hanno molto da offrirci e anche da insegnarci. Ed è per questo che continua a risuonare nel mio cuore l’eco viva della meravigliosa fiducia che don Bosco aveva nei giovani. La sperimentava con i ragazzi di Valdocco e sarebbe totalmente affasci­ nato da quelli di oggi, in qualunque continente. Provo più che mai forte in me la ferma convin­ zione di don Bosco che ci ricorda che in ogni ragazzo e ogni ragazza ci sono preziosi semi di bontà. Tutti sono degni della nostra dedizione e della nostra donazione totale. Ed io sono ancora più convinto di quanto di solito dico ai giovani di tutto il mondo salesiano, quando mi incontro con loro: di non rinunciare ai loro sogni. Siano pro­ tagonisti e realizzatori dei loro sogni e della loro vita. Abbiano fiducia in loro stessi e in Dio, come noi l’abbiamo in loro, che sentano che li amiamo e li vogliamo felici qui e nell’eternità, come diceva don Bosco. Grazie di esistere, cari giovani, a nome di tutta la famiglia salesiana del mondo e degli adulti di que­ sto nostro mondo ferito e sanguinante. Abbiamo fiducia in voi, crediamo in voi. Abbiamo bisogno di voi. Il mondo ha bisogno di voi. Dio, che ha so­ gnato un mondo sempre più bello plasmato dall’a­ zione dell’uomo, ha bisogno di voi. Con affetto Il vostro don Ángel, Rettor Maggiore

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SALESIANI NEL MONDO

TESTO: KIRSTEN PRESTIN; FOTO: MARCO KELLER/DON BOSCO MISSION DI BONN  Trad. di Marisa Patarino

Dai tombini alla felicità Sonia e Vasile sono vissuti per anni sotto i tombini accanto alle condutture sotterranee della città di Constanta, in Romania. Si aggiravano tra spazzatura, sporcizia e parassiti. Poi hanno incontrato don Sergio. L’incontro con il sacerdote salesiano li ha aiutati a costruire una nuova vita. Questa è una storia coronata dal successo del lavoro compiuto con i bambini che vivono per strada in Romania.

Vasile lavora in un mercato ortofrutticolo e come parcheggiatore. La gente apprezza la sua onestà e si fida di lui.

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volte l’incontro con alcune persone in­ fluenza il destino e accompagna per tutta la vita. È accaduto anche a don Sergio. Il sacerdote salesiano incontrò 15 anni fa Sonia e Vasile, due bambini che vivevano sotto i tombini della città portuale romena di Constanta. «Li notammo nel corso della nostra opera pastorale. Erano bambi­ ni completamente abbandonati. Anche d’inverno calzavano solo pantofole, erano infreddoliti e ave­ vano fame. Portammo loro qualcosa da mangiare e abiti caldi. Cominciammo così a parlare con loro», ricorda il sacerdote, che oggi ha 62 anni. Tramite Sonia e Vasile don Sergio cominciò a conoscere il mondo sotterraneo dei bambini che vivevano accanto alle condutture. Alcuni avevano solo cinque o sei anni. Molti erano storditi dalle sostanze stupefacenti che sniffavano per sfuggire al freddo interiore. Don Sergio li ha incontrati, si è fermato con loro accanto ai tubi caldi. Insieme

a loro sudava, mangiava e, soprattutto, parlava. Nelle foto che ricordano quell’epoca, i bambini ridono. Si vedono i loro denti consumati e gua­ sti, ma anche un lampo di allegria nei loro occhi. Sono felici di vedere don Sergio. Si fidano di lui. Che cosa è stato di questi ragazzi e di queste ra­ gazze? Sono riusciti a costruirsi una vita? Per trovare una risposta a queste domande, l’anno scorso don Sergio è tornato a Constanta e ha cercato indicazioni. Si è recato nei luoghi che aveva impa­ rato a conoscere in passato: i posti più problematici a livello sociale della periferia della città portuale. Sonia aveva nove anni quando le condutture sot­ terranee della città diventarono la sua casa. Era una bambina gracile, con i capelli biondi e corti.


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Vivere per strada è difficile. Per una ragazza lo è ancora di più. Siamo stati picchiati spesso. Nessuno ci ha aiutati. La paura ci accompagnava sempre (Sonia, ex bambina dei sotterranei)

Così corti che poteva sembrare un ragazzo. Vive­ va per strada insieme a Vasile, il suo fratello mag­ giore. La loro madre era mancata, il patrigno era contento che i bambini fossero andati via. Era più interessato agli alcolici che ai figli di sua moglie. I bambini cercarono rifugio per strada, perché nessuno si occupava di loro. Nemmeno lo Stato. Dopo il crollo del regime dittatoriale avvenuto nel 1989, le strutture che accoglievano i bambini erano sovraffollate. Molti ragazzi finirono a vive­ re per strada.

Quando nel 2007 la Romania entrò a far parte dell’Unione Europea, la situazione dei bambini diventò ancora più difficile. L’adesione all’Unio­ ne era infatti subordinata alla condizione che gli orfanotrofi statali fossero chiusi. «Questa richie­ sta aveva un giusto fondamento, perché le condi­ zioni in cui versavano questi istituti erano molto carenti», dice don Sergio. «Il problema è che non c’erano alternative. Dunque i bambini e i ragazzi che vi abitavano finirono a vivere per strada». Il sacerdote salesiano cominciò ad aiutarli già prima

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Sonia vuole offrire a sua figlia una vita migliore. Una vita sicura, con prospettive per il futuro. Il suo piccolo appartamento è un buon inizio.

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SALESIANI NEL MONDO Sonia e Vasile 15 anni fa nell’ingresso della Casa Don Bosco a Constanta. A destra: Il rispetto e la disponibilità sono importanti. Don Sergio ritiene che sia possibile conquistare la fiducia dei giovani anche condividendo i momenti di gioco. Il sacerdote salesiano vanta un’ottima forma, per i suoi 62 anni.

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Sonia e Vasile sono riusciti a costruirsi una vita. Questo mi fa felice! Don Sergio

dell’adesione della Romania all’Unione Europea. Insieme a collaboratori locali dell’Istituto Don Bosco, circa 15 anni fa acquistò una piccola casa nella periferia della città di Constanta. In questa casa c’erano docce, veniva data la possibilità di dormire e di consumare pasti caldi. Sonia e Va­ sile furono i primi bambini di strada accolti nella Casa Don Bosco a Constanta. Quei bambini sono cresciuti. Sonia è una gentile giovane donna, madre di una bambina di sei anni. Vuole offrire a sua figlia una vita migliore. Una vita sicura, con prospettive per il futuro. Sonia e Vasile sono molto felici quando don Sergio va a trovarli. L’appartamento di Sonia sembra una scatola per scarpe. Ha una superficie di nove metri quadrati, forse anche meno. L’ampiezza dell’alloggio non

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è importante. Sonia e sua figlia non vivono per strada e di notte non devono rifugiarsi accanto alle condutture. Sonia non può cancellare il ri­ cordo di quei sotterranei bui e sporchi, ma riesce a superarlo. «Vivere per strada è difficile. Per una ragazza lo è ancora di più. Siamo stati picchiati spesso. Nessuno ci ha aiutati. La paura ci accom­ pagnava sempre», dice. Non erano al sicuro nem­ meno dagli attacchi da parte della polizia. Nell’appartamento di Sonia tutto è pulito e ordi­ nato. Alle pareti sono appese varie foto: sue, di sua figlia e di suo marito, che è morto poco più che ventenne per un tumore allo stomaco. Sonia, che ha 26 anni, deve dunque allevare la figlia da sola. Riceve un piccolo sussidio mensile di circa 100 euro. L’affitto dell’appartamento costa 30 euro.


è mai stato in carcere e non è così scontato, per chi ha condotto una vita così difficile per strada».

Niente casa niente documenti

Madre e figlia non hanno a disposizione grandi ri­ sorse. «Vorrei un lavoro stabile, ma appena emerge da quale quartiere provengo sono congedata con una scusa», dice Sonia, che però rimane ottimista. «Sonia ha imparato ad assumersi le sue responsabilità. Sua figlia è il dono più bello per lei! Insieme riescono a vivere con dignità. Ne sono molto felice!», dice don Sergio. Anche Vasile, il fratello di Sonia, si è lasciato alle spalle la vita accanto alle condutture sotterranee. Il giovane, che ha trent’anni, durante il giorno la­ vora in un mercato ortofrutticolo o effettua acqui­ sti per persone anziane che non sono più in grado di uscire di casa. Di notte lavora come parcheg­ giatore nel centro di Constanta. Vasile ha dunque uno stipendio fisso. Non ha un appartamento. «Dormo nell’auto del mio diretto superiore. Spe­ ro però che la mia situazione cambi presto», dice. Don Sergio apprezza la determinazione e l’onestà di Vasile. «La gente sa di potersi fidare di lui. È una brava persona», dice il salesiano. «Vasile non

Alcuni suoi amici sono morti. Altri non sono an­ cora riusciti a cambiare vita. Questo è ad esempio il caso di Alex. Ha 29 anni e vive ancora nei sot­ terranei del centro della città di Constanta. Vive per strada da quando aveva cinque anni. Alex ama i libri, soprattutto quelli di Dostoevskij. In questo momento sta leggendo “Delitto e castigo” sotto le strade della città portuale. Non ha alcuna possibi­ lità di prendere in affitto una stanza perché non ha documenti. Chi non ha fissa dimora non può avere neppure documenti. È un circolo vizioso. Don Sergio ascolta i giovani, li accoglie con rispet­ to e disponibilità. Dopo aver trascorso un periodo di tempo in Moldavia, è tornato volentieri a Con­ stanta. È felice di trovarsi davanti alla Casa Don Bosco, che è diventata una grande famiglia e un centro educativo, in cui in estate fino a 350 giova­ ni trascorrono il tempo libero. Ma il salesiano non ha tempo per riposare. «Dobbiamo prenderci cura dei bambini svantaggiati. Non dobbiamo lasciarli soli o accettare che siano esclusi», dice. La storia di Sonia e Vasile insegna che il cambiamento è pos­ sibile. «Sonia e Vasile sono riusciti a costruirsi una vita», dice il salesiano con fiducia. «Vivono mode­ stamente, ma non sono più per strada».  d

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Spazi angusti e bui: Alex, un amico di Vasile, ancora oggi vive in questi sotterranei opprimenti. Spesso la burocrazia ostacola il passaggio a una nuova vita.

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giovani

o. pori mecoi

Piccoli atei crescono? Incontro con il sociologo Franco Garelli È senza dubbio il maggiore esperto italiano di sociologia religiosa e, da buon exallievo salesiano, ha sempre conservato un occhio attento al mondo dei giovani. La sua ultima fatica è il libro “Piccoli atei crescono” edito da il Mulino. Perché questo libro?

Questo libro è l’esito più rilevante di una recentis­ sima ricerca nazionale (che si compone di un’in­ dagine quantitativa e di molte interviste dirette) che mette a fuoco la situazione in campo religioso dei giovani dai 18 ai 29 anni che vivono nelle più diverse zone della penisola, abitano le nostre città e campagne, e – a se­ conda dei casi – sono ancora alle prese con gli studi, già affacciati al mondo del lavoro, oppure fanno parte di quel mondo di precari e inoccupati che è uno dei crucci del paese. Si tratta della versione nostrana dei Millennials, della generazione Net o Next (e in parte Neet), da molti descritta come l’anello debole del siste­ ma, o con una preposizione che sa di privazione: «senza fretta di crescere», senza un lavoro stabile e prospettive

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certe, senza un’intenzione ravvicinata di famiglia, senza le prerogative sociali possedute dai coetanei del passato, senza spazi e ruoli di rilievo capaci di offrire sicurezza e di far sentire la propria im­ pronta generazionale.

Il Dio dei millennials sta veramente poco bene?

Il Dio dei millennials non sta troppo bene, ma restiamo pur sempre il paese dove «anche gli atei sono cattolici», si sposano in chiesa e preferisco­ no il funerale religioso. Il nostro zoccolo duro


dei ragazzi non credenti (28%) resta poca cosa rispetto a paesi come Svezia, Germania, Olanda, Belgio e Francia, dove «il vento della morte di Dio è già soffiato con forza» raggiungendo tra i più giovani percentuali intorno al 50/65% (men­ tre nei fervidi Stati Uniti gli scettici non rag­ giungono quota 18%). Quel che da noi colpisce è il ritmo di crescita degli agnostici (non arrivava­ no al 10% nel passaggio di secolo), forse favorito dal mutato clima culturale. Oggi i ragazzi italia­ ni si sentono più liberi di negare Dio, avvertendo «che è venuto meno lo stigma che prima colpiva increduli e miscredenti». E poi la religiosità resta comunque sullo sfondo, «anche se è un fondale sempre più lontano dal palcoscenico della vita». Al momento, in sostanza, non si registrano tra­ colli. In attesa di vedere come sarà il prosieguo della recita.

Davvero una generazione senza Dio?

L’immagine è troppo forte, ma certo una nuo­ va realtà sta emergendo con grande vigore nelle nuove generazioni. C’è un grande movimento nel rapporto tra i gio­ vani e la religione nel nostro paese, che si ma­ nifesta – come s’è visto – in una forte crescita (rispetto al recente passato) di quanti si ritengono ormai «senza Dio» e «senza religione», nell’as­ sottigliarsi del gruppo dei credenti convinti e impegnati, a fronte di una larga quota di soggetti che mantengono un legame esile con la religione, la tradizione, più per motivi culturali che spiri­ tuali. Si tratta di cambiamenti rilevanti rispetto al recente passato, la continuazione di quella «se­ colarizzazione dolce» che da tempo sta interes­ sando la società italiana. Molti giovani ammet­ tono di credere di meno rispetto alle generazioni precedenti, ma nello stesso tempo dichiarano di essere alla ricerca di una fede religiosa o di forme di spiritualità e percorsi di senso più in sintonia con la coscienza moderna. E contrastano l’idea diffusa di essere la prima generazione incredu­

la, in quanto ritengono che l’incredulità abbia radici lontane, individuabili in genitori solo for­ malmente credenti e cattolici e in nonni la cui religiosità rifletteva più un mondo di destino che di scelte.

Quanto gli under 30 italiani sono interessati ai valori dello spirito?

Una larga quota di giovani ha un’idea assai ne­ bulosa della spiritualità, come di una dimensione difficile da decifrare o che non produce in essi una particolare risonanza emotiva. Altri invece sem­ brano coinvolti in una tensione spirituale di im­ pronta profana, che si manifesta in forme diverse. La maggior parte dei giovani tuttavia tende a vi­ vere i valori dello spirito all’interno della religione in cui più si riconosce (nel cattolicesimo), pur rite­ nendo che la ricerca spiritua­le sia senza confini e abbia nel singolo soggetto il suo protagonista. In sintesi, la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte sembra del tutto priva di antenne per questa dimensione dell’esistenza, non ne coglie il senso, preferendo concentrarsi sulla

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I giovani della GMG 2016 rivendicano la fede come scelta libera e matura.

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giovani concretezza della vita; altri la valorizzano per mi­ gliorare se stessi dal punto di vista umano e in­ teriore; altri ancora la interpretano come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa.

Dicono «Portiamo a compimento ciò che è stato seminato». Che cosa significa?

wjarek / Shutterstock.com

I confessionali della GMG di Cracovia. I giovani hanno il forte desiderio di incontrare qualcuno che li aiuti, li ascolti, li consigli.

Noi «la prima generazione incredula»? Non scherziamo, risponde la maggior parte dei giova­ ni interpellati. Quella dell’età dell’oro della fede – coltivata dai nonni, conservata dai genitori e dissipata dai figli – è una rappresentazione fuor­ viante che mette su una strada sbagliata. Perché a rompere il patto religioso, con i loro compor­ tamenti ondivaghi e improntati al conformismo sociale, sono stati mamma e papà. E anche sul

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terreno della religiosità si ripropone l’alleanza generazionale con i nonni che spesso si verifica nella politica o in altre zone dell’esistenza: quello dei nonni è giudicato un modello criticabile e cul­ turalmente lontano ma nitido e coerente. Mentre il comportamento dei padri e delle madri risul­ ta incerto, sfocato, intermittente. In una parola, deludente sul piano della testimonianza. «Noi portiamo a compimento ciò che è stato seminato nel passato», dice un ragazzo non credente. La rottura della tradizione è un’eredità, non una ela­ borazione originale. «La mia generazione non è incredula quanto piuttosto arrabbiata per il senso di abbandono profondo e viscerale», reagisce un altro millennial. E la sintesi arriva da una ragazza loro coetanea: la religione è mistero e fiducia, e noi non possiamo permetterci né il mistero né la fiducia.


PAPA FRANCESCO • È un papa che può proprio fare la differenza, ci voleva. Tra Giovanni Paolo e Francesco c’è stato papa Ratzinger, che secondo me era un buon papa, però un po’ troppo timoroso, mentre questo papa può essere di nuovo uno spunto per noi giovani, per farci un po’ ricredere nei confronti della religione. C’è sfiducia nella religione per tanti motivi, non necessariamente per colpa dei preti: si è presi da tantissime altre cose e quindi si perdono un po’ i valori. Questo papa, io lo vedo anche la domenica in televisione, quando lui fa le sue messe e tutto, fa proprio venir voglia di pregare; io quando lo sento mi dico «Dai, mi metto lì e prego con te», e quindi questo può essere un inno per noi giovani a intraprendere questo cammino (F, 27, credente non troppo praticante). • Credo che questo nuovo papa abbia fatto sì che molti giovani rivalutassero la chiesa come istituzione e la necessità di avere una fede (F, 24, credente).

C’è spazio per una pastorale giovanile?

Certo. Un comune denominatore a molti dei gio­ vani intervistati è l’importanza da essi attribuita a incontrare qualcuno che li aiuti, specificando come la qualità dell’aiuto, dal loro punto di vista, si misuri oggi innanzitutto sul piano comunica­ tivo: in primis capacità di ascoltare e poi di con­ sigliare nel rispetto dell’intelligenza, dei tempi e della libertà di ciascuno.

Il rapporto con la parrocchia?

In questo scenario, tuttavia, le parrocchie e la chiesa di base svolgono ancora un ruolo nella socializzazione delle giovani generazioni, anche se non sembrano più rappresentare un luogo di riferimento né esclusivo né riconosciuto come ri­ levante per la vita religiosa e spirituale degli in­ dividui.

Ci sono possibilità di ricupero?

Un numero cospicuo di soggetti intende l’in­ credulità giovanile non tanto alla stregua di un passaggio decisivo verso lo smantellamento della fede religiosa, quanto piuttosto come una piatta­ forma di partenza per iniziare una riflessione e un ripensa­mento dell’intera «questione religiosa», da condursi in forza dei maggiori gradi di libertà e di facoltà riflessive di cui si dispone oggi, non­ ché alla luce di un bagaglio cognitivo ed espe­ rienziale per molti versi più ampio rispetto a un passato anche recente.

Quindi servono ancora preti e suore?

Più del 40% dei giovani oggi di età compresa tra i 18 e i 29 anni dichiara di aver conosciuto nel corso della propria vita una o più figure religiose di singolare rilievo. Si tratta perlopiù di sacerdoti, religiosi, suore che operano nei vari ambienti o gruppi ecclesiali o di persone che vivono in un monastero, che per qualche tratto particolare (ca­ risma, sensibilità umana, dedizione sociale, capa­ cità di ascolto, qualità spirituali) hanno destato una favorevole impressione in non pochi gio­ vani che li hanno incontrati, tanto da meritarsi uno spazio nella loro memoria vitale. Una quota dun­que consistente di soggetti con dei trascorsi adolescenziali negli ambienti religiosi conserva un ricordo positivo, magari a fianco di momenti e volti da dimenticare, e al di là del fatto di es­ sersi poi allontanata nel tempo da questo tipo di esperienze. Chi ha beneficiato dell’incontro con queste figure sono perlopiù giovani caratterizzati oggi da livelli medio-elevati di religiosità. c Ottobre 2016

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FMA

emilia di massimo

GMG 2016

Noi c’eravamo Kit universale

Provenienti dai più disparati luoghi geografici, con una torcia, una ra­ diolina da cui ascoltare le traduzioni dalle diverse lingue, un tappetino, il libricino delle preghiere e l’imman­ cabile bandiera della propria nazione, indossano una maglietta bianca con scritto “ise”, una sillaba che da sola non ha significato ma, unita alle silla­ be stampate sulle altre magliette, for­ ma la parola “misericordia”. Ciò che sanno è che vale la pena percorrere il viaggio ed avere il coraggio di met­ tersi in cammino. Lo zaino del pelle­ grino contiene essenzialmente sorriso e fraternità: bastano per stare 20 ore

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in viaggio tra pullman e treno, per vivere una settimana spartana, per fare lunghe camminate, per dormire una notte all’addiaccio e, soprattutto, per attendere sotto il sole un uomo. È questo il kit comune agli innume­ revoli giovani che hanno partecipato alla Giornata Mondiale della Gio­ ventù a Cracovia, dal 26 al 31 luglio. Papa Francesco ha definito l’even­ to “un segno profetico per la Polo­ nia, per l’Europa e per il mondo”, e davvero è stato così: i ragazzi hanno dato la loro risposta alle inquietanti problematiche dell’oggi vivendo una fraternità a prescindere da ogni colore della pelle e del cuore, generando una

I giovani hanno dato la loro risposta alle inquietanti problematiche dell’oggi vivendo una fraternità a prescindere da ogni colore della pelle e del cuore, generando una festa di colori, di razze, di lingue, di storie, comunicando con il linguaggio universale dell’amore. festa di colori, di razze, di lingue, di storie, comunicando con il linguaggio universale dell’amore. La fraternità è stata la declinazione della tematica della gmg: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Il grande gruppo dei giovani “salesiani” con il Rettor Maggiore, madre Yvonne, don Attard e il loro inesauribile entusiasmo.


Sotto un’unica bandiera

Oltre un milione e mezzo di ragaz­ zi hanno dormito all’addiaccio nella spianata del Campus Misericordiae per partecipare sia alla veglia sia alla celebrazione eucaristica, per testimo­ niare la propria fede, diventando la forza travolgente di chi prega in silen­ zio ed invoca fraternità, a tal punto da vegliare anche in preghiera per tutta la notte. È questo il fotogramma della giornata conclusiva della gmg polac­ ca. Provenienti da circa 187 Paesi, i giovani hanno salutato papa France­ sco sventolando le bandiere, forse già scambiate con quella di qualche altra nazione, un gesto che il Papa ha tra­ dotto in parole: “Bandiere di nazioni in conflitto sventolano vicine e questo è bello perché i giovani sanno costrui­ re ponti di fraternità!”. I ragazzi han­ no dimostrato di credere nella forza umile che possiede chi è misericor­ dioso, nella possibilità di una umani­ tà che bandisce ogni discriminazione, non vede i confini dei Paesi come del­ le barriere e custodisce le proprie tra­ dizioni senza egoismi e risentimenti. È stata una profonda testimonianza di credenti quella che i giovani han­ no dato, analoga alla capacità di fare festa lungo il cammino e durante la Giornata Mondiale del Movimento Giovanile Salesiano (mgs), la quale si è svolta all’Expo di Cracovia. La giornata mondiale salesiana è con­ tinuata nel pomeriggio con la festa dell’mgs; circa 6000 i giovani che in un tripudio di colori, suoni, canti, ban­ diere, uniti nel nome di don Bosco e di Madre Mazzarello, hanno raccontato la bellezza del carisma della Famiglia

Salesiana nei diversi contesti geogra­ fici, nazionali e sociali. In seguito: l’adorazione, un breve spettacolo sulla vita di santa Faustina e su come com­ piere le opere di misericordia nella vita quotidiana; un’“Ave Maria” recitata in varie lingue ha concluso la serata.

Direzione obbligatoria

“Solo silenzio, rispetto e preghiera per chi è stato privato di voce, speranza e futuro”. Così scrive Martina sui so­ cial network dopo essere stata ad Au­ schwitz-Birkenau. Il campo di stermi­ nio è stata una direzione obbligatoria per i giovani della gmg; senza il silen­ zio di Auschwitz, l’esultanza di Craco­ via rischierebbe d’essere fraintesa. Ad Auschwitz gli interrogativi sul dolore restano tali, ogni riposta confezionata sarebbe superficiale; si attraversa solo il Calvario, chiedendo, come ha detto papa Francesco, “la grazia di versare lacrime”. Visitare il campo di concen­ tramento è stato per i giovani la silen­ ziosa scelta della misericordia alla sfida dell’odierna “guerra a pezzi”, ad ogni

forma di violenza. Dentro una pagina storica così dolorosa, i giovani hanno maggiormente rafforzato il messaggio delle giornate vissute, come afferma Carmine: «Si ritorna alla quotidianità. Un grazie ed un pensiero ad ognuno per la ricchezza di ogni passo fatto in­ sieme in questo lungo pellegrinaggio. Si ritorna pellegrini nella propria vita. Si ritorna come “seminatori di speran­ za” consapevoli di essere la “gioventù delle scarpe” e non del divano!». Forse, la gmg è già oggi la realizzazione della beatitudine della misericordia.

Anche lei c’era

La narrazione di quanto vissuto a Cra­ covia richiede un ricordo per Susanna Rufi, colpita dalla meningite durante il viaggio di ritorno. “Questa gmg è così piena di vita che è arrivata pure la morte”, afferma Ilaria, “erano tutti preoccupati per un atto di terrorismo e invece la morte è arrivata da sola, in treno”. Susanna c’era in Polonia, sape­ va che ne valeva la pena; la pensiamo nell’eterno Giubileo del cielo.  j Ottobre 2016

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L’INVITATO

jesus jurado

Incontro con

José Pastor Ramírez José Pastor Ramírez è nato nella Repubblica Domenicana. Conobbe i salesiani a Jarabacoa, sua città natale. Frequentò l’oratorio dai sette ai quattordici anni. Entrò in Noviziato e, dopo la formazione filosofica e teologica, si perfezionò in teologia spirituale, psicologia clinica, terapia familiare sistemica e analisi transazionale. In questi ultimi dieci anni è stato Delegato mondiale degli Exallievi di don Bosco con sede nella Casa generalizia di Roma.

Don José, com’è arrivato a questo incarico?

Alla conclusione del mio servizio come Ispettore, nel 2008, il Ret­ tor Maggiore Emerito, don Pascual Chávez, mi ha nominato Coordina­ tore della Famiglia Salesiana e De­ legato Mondiale per gli Exallievi di don Bosco. Il mio compito è termina­ to il 15 giugno di quest’anno.

Chi sono gli “Exallievi di don Bosco”?

Gli Exallievi sono il frutto della mis­ sione salesiana, la ricchezza offerta dai figli di don Bosco all’umanità, come forza che fermenta il mondo.

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Nascono dal cuore di don Bosco anche loro?

Sappiamo quanto don Bosco amasse i suoi allievi. Terminato il loro percor­ so educativo li seguiva, li invitava, li accoglieva, li orientava ancora, li am­ moniva se fosse il caso, si preoccupava del loro bene soprattutto spirituale. «Colla vostra presenza mi assicurate che stan saldi nel vostro cuore quei principi di nostra santa religione che io vi ho insegnati e che questi sono la guida della vostra vita...». In altra occasione, parlando agli Exallievi, disse: «Una cosa più di ogni altra vi raccomando, o miei cari figlioli, ed è questa: dovunque vi troviate, mostra­

tevi sempre buoni cristiani e uomini probi... Molti di voi hanno già fami­ glia. Ebbene, quell’educazione che voi avete ricevuta nell’oratorio da don Bosco, partecipatela ai vostri cari».

Qual è la realtà mondiale degli Exallievi?

La realtà degli Exallievi nel mondo è diversificata come sono diverse le nazioni, le ispettorie e le regioni dove l’Associazione è presente. Non c’è omogeneità.

Quali sono le sfide attuali?

Tra le sfide principali c’è la necessi­ tà che hanno gli Exallievi di crescere


nella loro identità, realizzandola come laici responsabili nella Chiesa e nella società; favorire e difendere i valori umani e cristiani con l’impegno socia­ le, politico ed economico; rafforzare le unioni locali; realizzare progetti edu­ cativi e di solidarietà; ringiovanire l’as­ sociazione promuovendo la registra­ zione di nuove generazioni di alunni. Gli Exallievi iscritti attualmente sono circa 100 000, associati attraverso una cinquantina di federazioni.

Qual è il compito del Delegato mondiale degli Exallievi?

Come dice lo Statuto, il Delegato è il rappresentante del Rettor Maggio­ re della Congregazione e l’animato­ Un gruppo di giovani exallievi ad un convegno. Sotto il titolo: Don José Pastor.

re spirituale della Confederazione Mondiale, in particolare della Pre­ sidenza Confederale e della Giunta Esecutiva Confederale. Attua questa animazione con interventi epistolari, contatti personali e visite in cui stu­ dia le diverse situazioni locali di vita e di lavoro. Ha naturalmente una particolare attenzione a quelli giova­ ni. Tutto ciò lo fa insieme ai Consi­ glieri Regionali nelle loro Regioni e ad altri laici qualificati. Si impegna a elaborare le tematiche formative dell’Assemblea mondiale che si riu­ nisce ogni sei anni e della Giunta

“

esecutiva che si incontra quattro vol­ te all’anno. È presente alle celebra­ zioni speciali delle Ispettorie. È responsabile anche delle quattro “scuole per leader” d’Europa, Asia ed America.

Qual è stato il suo piano formativo?

Un buon piano formativo deve essere unitario e ben strutturato. Per questo ho elaborato, in quasi otto anni di servizio per gli Exallievi, un itinera­ rio educativo costituito da 31 temi, suddivisi in dieci moduli.

Gli Exallievi sono il frutto più bello della missione salesiana e una forza che fa fermentare il mondo

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L’INVITATO In quali aree ha concentrato gli sforzi formativi?

Ho focalizzato l’attenzione sul bino­ mio identità e missione, perché sono due dimensioni che si sostengono e arricchiscono l’un l’altra e quindi de­ vono vivere in proficua complemen­ tarità. Perciò essere fedele alla propria identità e alla propria missione è sem­ pre più urgente nel mondo di oggi, segnato da tanta confusione e relati­ vismo. Gli Exallievi che hanno una chiara identità e missione nella Chie­ sa e nella società, vivono pienamente l’invito di don Bosco ad essere “onesti cittadini e buoni cristiani”.

Come dovrebbe essere un Exallievo di don Bosco nella vita di tutti i giorni?

L’allievo che lascia la casa salesiana deve sentirsi dotato di un’arma pode­ rosa: l’educazione ricevuta. Questa è la sua password per il presente e per il futuro. Con la convinzione che il suo impegno e la sua responsabilità,

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a fronte di tutte le difficoltà, cambie­ ranno il mondo, a partire da se stesso e dalla sua famiglia. Proprio in virtù dell’educazione ricevuta, l’Exallievo di don Bosco deve assumere il valo­ re della solidarietà come stile di vita. Cioè, deve essere un costruttore della “carità sociale” o “carità politica” per­ ché solo la carità cambierà il mondo.

Quali sono le sfide dei prossimi anni?

Secondo me sono: una vera cono­ scenza del nuovo Statuto della Con­

federazione mondiale; la conseguen­ te assimilazione e organizzazione di un piano strategico a livello globale e locale; il potenziamento e la pro­ pagazione delle Scuole per leader; l’incremento delle unioni locali e delle federazioni nazionali; una co­ municazione effettiva del centro con le federazioni e delle federazioni tra loro. i

Momenti dell’“addio” di don José ai dirigenti degli exallievi e ai confratelli della Casa Generalizia.


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MONDO

A CURA DELL’ANS – www.infoans.org

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FINO AI CO

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O Dio, hai dimenticato Aleppo?

Buongiorno, il mio nome è Rand Mittri. Ho 26 anni e sono diplomata al Collegio di Scienze Naturali in Siria. Ora sto frequen­ tando il corso di laurea (m.a.) presso l’Univer­ sità di Aleppo, sempre in Siria. Ogni giorno noi viviamo vite circondate da morte. Ma, come voi, ogni mattina noi chiudiamo la porta di casa per andare al lavoro o a scuola. È in quel momento che siamo presi dalla paura che non ritorneremo a trovare le nostre case o le nostre famiglie come le abbiamo lasciate. Forse saremo uccisi in quel giorno. O forse saranno uc­ cise le nostre famiglie. È una sensazione dura e dolorosa sapere che sei circondato da morte e uccisioni, e che non c’è possibilità di scappare; non c’è nessuno che ti aiuti. O Dio, dove sei? Perché ci hai abbandonato? Ma tu, esisti davvero? Perché non hai pietà di noi? Forse che tu non sei il Dio dell’amore? Noi ogni giorno passiamo alcuni minuti ponendoci queste domande. E io non ho una risposta! È possibile che questa sia la fine e che noi siamo nati per morire nella sofferenza? O siamo invece nati per vivere e per vivere la nostra vita in pienezza? La mia esperienza durante questa guerra è stata dura e difficile. Ma mi ha fatto maturare e crescere prima del tempo, e mi ha fatto vedere le cose sotto una prospettiva diversa. Io presto servizio al Centro Don Bosco in Aleppo. Il no­ stro centro ospita più di 700 giovani, ragazzi e ragazze, che vengono nella speranza di vedere un sorriso e di sentire una parola di incoraggiamento. Essi sono anche alla ricerca di qualcosa che manca nella loro vita: un trattamento umano genuino. Ma è difficile per me dare gioia e fede agli altri, mentre io stessa mi sento priva di queste cose nella mia vita.

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Noi abbiamo perso tante persone al nostro Centro in questa guerra. Jack, un ragazzo di 13 anni, morto mentre aspettava il bus che lo avrebbe portato ad assistere a una lezione di catechismo e a giocare con i suoi amici. Sfor­ tunatamente, l’amarezza della guerra e l’odio nel cuore degli uomini hanno ucciso questo ragazzo. Anwar e Michelle ci hanno lasciato una sera, e noi aspettavamo di rivederli l’indomani di ritorno al Centro. Ma sfortunata­ mente, il loro sonno quella notte divenne eterno, perché la loro casa fu distrutta e rovinò su di loro, ed essi sono andati con gli angeli in cielo. Tra altri che sono morti, ci sono i miei amici Nour, Antoine, William e molti altri ragazzi e ragazze, la cui sola colpa è di aver osato credere nell’umanità. Sono tutti martiri in questa guerra san­ guinosa e senza senso che ha distrutto le nostre anime, i nostri sogni e le nostre speranze. La distruzione della vita umana è una perdita infinitamente più grande in parago­ ne alla distruzione di mattoni e pietre. Nonostante tutta questa sofferenza, la mia vita e la vita dei miei amici nella chiesa hanno continuato ad essere vite di servizio e di donazione gioiosa ai ragazzi e ai giovani della nostra città. Noi seguiamo le orme di don Bosco, il quale raddoppiava la sua gioia come risposta a una sofferenza crescente. Noi vediamo la presenza di Dio in un fanciullo che aiuta a portare l’acqua. Vediamo Dio in coloro che lavorano per salvare gli altri che sono in pericolo. Noi vediamo Dio nei genitori che non si arren­ dono finché non riescono a portare cibo ai loro figli. Nella mia povera esperienza di vita, ho imparato che la mia fede in Cristo supera le circostanze della vita. Questa verità non è condizionata al vivere una vita di pace, senza diffi­ coltà. Io credo sempre di più che Dio esista nonostante la nostra sofferenza. Io credo che a volte, attraverso la nostra sofferenza, Egli ci insegni il vero senso dell’amore. La mia fede in Cristo è la ragione della mia gioia e della mia spe­ ranza. Nessuno potrà mai rubarmi questa vera gioia.


Mondo 

Carisma salesiano e Smartphone Un salesiano ha per missione quella di stare con i giova­ ni: in cortile, a scuola, in oratorio, in chiesa, nei cortili digitali… e anche nello smartphone. Il fenomeno del­ le app salesiane è in costante crescita e rappresenta un importante canale di trasmissione del carisma salesiano tra i ragazzi. Uno studio realizzato da Mauricio Ponce, di El Salvador, Salesiano Cooperatore e collaboratore grafico del Bollettino Salesiano del Centro America, ha iniziato ad approcciarsi a questo tema, scoprendo dati molto interessanti. Dal 2013 ad oggi in tutto il mondo sono state lanciate e rese disponibili nelle principali piattaforme digitali (iOS, Android) circa 80 app salesiane, con un “boom” nel 2015, quando ne sono state rilasciate 45. Il Brasile e l’Italia sono i paesi che ne hanno sviluppate numericamente di più, mentre per quanto riguarda il

numero di utenti che le hanno scaricate le punte d’eccellenza le raggiungono l’editrice “Edebe” del Brasile, “Radio Dom Bosco”, sempre in Brasile, e “Universidad Don Bosco” di El Salvador, con oltre 10 000 download sulla piattaforma Android. Per quanto riguarda l’origine e lo scopo di queste app, quasi il 60% proviene da scuole e istituti educativi, ma ce ne sono per tutti i gusti: app relative a singoli eventi, come quella del “sym don bosco 2015” per il raduno dei giovani a Torino in occasione del Bicen­ tenario; app inerenti delle campagne, come “Pasaporte 0%” in Spagna e “Una Stella” in Italia, rispettivamen­ te sul consumo di alcol e le migrazioni; altre riguar­ dano libri e riviste; 4 riguardano radio salesiane; 4 costituiscono la versione per i dispositivi mobili del Bollettino Salesiano – edizioni del Brasile, Centro America, Italia e Cina; e due di esse rappresentano giochi.

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Don Albera 1910-1921

Don RUA 1888-1910

Don RINALDI

1922-1931

Don RICALDONE 1932-1951

Don ZIGGIOTTI 1952-1965


I successori

Don RICCERI

di

1965-1977

don Bosco

Don VECCHI

Don viganò

1977-1995

1996-2002

Don chÁvez

2002-2014

Don fernÁndez artime dal 2014


LE CaSE DI DON BOSCO SILVIO CARLIN

Châtillon

Nato come orfanotrofio, il “Don Bosco” di Châtillon da settant’anni educa e forma umanamente e cristianamente i giovani valdostani, con una esemplare collaborazione con le famiglie e il territorio.

L’

La scuola di Châtillon prepara gli studenti con professionalità e competenza.

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Istituto “Don Bosco” di Châtillon vanta quasi 70 anni di storia in Valle d’Aosta. L’attività dell’opera ha inizio nel dopo­ guerra allo scopo di accogliere ragazzi bisognosi di sostegno morale, spirituale, sociale ed economico. I salesiani vengo­ no chiamati in Valle nel 1947 dalla Società “Saif­ ta,” che gestisce lo stabilimento “Soie” di Châtil­ lon. È la stessa direzione dello stabilimento a mettere a disposizione alcuni locali per accogliere dapprima orfani e figli dei loro dipendenti ed in seguito, tutti quei ragazzi che hanno bisogno di imparare un mestiere e di ricevere un aiuto mate­ riale e spirituale.

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Alla fine di agosto del 1948, 33 ragazzi costitui­ scono il primo nucleo di allievi. Inizia un regolare corso di Avviamento Professionale di tipo Indu­ striale nelle due specializzazioni per Meccaniciaggiustatori e Falegnami-ebanisti. Con l’introduzione della scuola dell’obbligo, l’Avviamento Professionale viene sostituito dalla Scuola Media, e la Scuola Tecnica dall’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato, nelle due specializzazioni di Congegnatori meccanici e di Ebanisti-mobilieri. Iniziatore dell’opera e primo direttore dell’Istituto è don Giovanni Gobber, un salesiano che, per la sua lunga permanenza in Valle (53 anni), si è pro­ fondamente inculturato nella tradizione valdosta­ na ed ha profuso tutte le sue energie per il successo dell’Opera e per la buona formazione degli allievi. La “Châtillon-Montefibre”, terminata l’attività, non può più sostenere economicamente l’Orfa­ notrofio e ne mette in vendita la struttura. La Regione Valle d’Aosta, nel maggio 1980, consi­ derando fondamentale la presenza educativa dei


Salesiani in Valle, acquista tutta la struttura sco­ lastica e ne affida la gestione, in Comodato gra­ tuito, ai Salesiani. Successivamente, con graduali interventi, l’Amministrazione Regionale prov­ vede a moltiplicare gli ambienti, creando aule, studi, cortile per la Scuola secondaria di primo grado separata dal Professionale e trasformando tutti gli spazi esistenti in strutture indispensabili ad una scuola in pieno sviluppo. Nel 1985 avviene lo sdoppiamento delle sezioni nella Scuola media ed iniziano dei Corsi di postqualifica. Sullo spazio occupato dalle vasche che servivano per la lavorazione della Soie viene crea­ to un cortile da gioco per i ragazzi che negli anni seguenti (1992/3) è coperto da una solida struttu­ ra atta a permettere ai ragazzi di usufruire di tale spazio per la ricreazione, gli intervalli e l’attività motoria anche nel periodo invernale e nelle con­ dizioni atmosferiche meno favorevoli. Nel 1996 vengono ristrutturate la cucina e la cap­ pella; nell’ambito della Scuola media vengono inserite anche le ragazze in una scuola che, fino a quel momento è stata pensata unicamente per maschi. Nel luglio del 2001, per interagire con l’Agen­ zia del lavoro e il Fondo sociale europeo, nasce l’Associazione cnos/fap Regione Valle d’Ao­ sta – Don Bosco. Ha come scopo la formazione e l’aggiornamento professionale, la promozione

umana, civica e cristiana dei giovani avviati al mondo del lavoro o bisognosi di conseguire com­ petenze o qualifiche nell’ambito dell’esercizio della propria professione. La Riforma scolastica del 2010 segna l’inizio del percorso quinquennale di Scuola Secondaria di Secondo Grado come Istituto Professionale del settore industria e artigianato, nell’ambito della falegnameria e della meccanica industriale. Oggi possiamo contemplare ed usufruire di un complesso scolastico e convittuale rispettabile sotto tutti gli aspetti.

Una magnifica collaborazione

Il bacino di utenza dell’Istituto Salesiano non si limita al territorio comunale, ma si estende a tutta la Valle d’Aosta. Il convitto garantisce a coloro che sono troppo distanti per viaggiare quotidia­ namente la possibilità di frequentare la scuola. La motivazione fondamentale per cui gli alunni si iscrivono presso il nostro Istituto è quella di cre­ scere in un ambiente sano e pulito come “buoni cristiani ed onesti cittadini”; per gli alunni della Scuola secondaria di secondo grado l’obiettivo è anche quello di imparare un mestiere. La situazione di partenza è molto variegata: al­ cuni alunni hanno situazioni e contesti familiari difficili alle spalle e cercano qui un sostegno per crescere come persone autonome e responsabili,

Gli allievi respirano un felice clima spirituale ed educativo, ricco di attività e iniziative. Ottobre 2016

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LE CaSE DI DON BOSCO

La vicinanza delle stupende vette valdostane è l’occasione per “imprese” appassionanti e formative.

per costruirsi un futuro; altri vivono situazioni serene e desiderano prepararsi in modo eccellente al proprio futuro. Il principale scopo è l’attenzione per gli alunni più bisognosi, più in difficoltà, più a rischio, quelli la cui famiglia bisogna assistere e in qualche caso sostituire o addirittura quelli per i quali rimanere più a lungo possibile in un ambiente “sano” signi­ fica essere tolti dalla strada. Tutto questo in collaborazione con i servizi socia­ li, con le scuole di provenienza, con le famiglie e con il territorio. L’Istituto don Bosco ha instau­ rato rapporti sempre più stretti con le Istituzioni e le aziende; la partecipazione a tutte le iniziative promosse sul territorio è considerata una priorità.

I rami di un albero saldo

• L’Associazione di Salesiani Cooperatori. È uno dei gruppi della Famiglia Salesiana fondati da don Bosco; vi prendono parte uomini e don­ ne che si sentono chiamati a vivere da autentici cristiani lo spirito salesiano nell’ambiente in cui operano, facendo propria la missione di don Bo­ sco. Il nostro è un gruppo piccolo ma ben affia­ tato e lavora prevalentemente nella nostra scuola. • L’Associazione degli exallievi ed exallieve di don Bosco. Anche gli Exallievi fanno parte della Famiglia Salesiana in virtù dell’educazione 26

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che hanno ricevuto frequentando una scuola sa­ lesiana. La nostra associazione locale è ben or­ ganizzata. Il rapporto tra l’opera e gli exallievi è monitorato dalla presidenza con incontri zonali lungo l’anno e quello regionale nella sede dell’I­ stituto. A Pasqua e a Natale una lettera via mail raggiunge tutti coloro che si sentono più vicini e desiderano essere coinvolti. Il legame con l’Opera è sentito con profonda riconoscenza. • La ripresa del Servizio Civile Nazionale (scn) con i Salesiani, organizzato dalla pg dell’Ispet­ toria, vede coinvolti in questo servizio ogni anno tre exallievi. • La Parrocchia di Chamois (altit. 1815). Dal 1981 affidata pastoralmente alla persona di don Benito Strizzolo in qualità di parroco, costitui­ sce un felice legame affettivo con la comunità di Châtillon. Da un anno il testimone è passato a don Bartolo Pirra sdb.

Le Attività formative

• Il Buon giorno e la Buona sera, ora di anima­

zione, celebrazioni sacramentali (mensilmente viene proposta la celebrazione dell’Eucaristia e la possibilità del sacramento della Riconciliazione). • Giornate di riflessione, Ritiri. • L’ora di religione è un’attività proposta a tutti i ragazzi (di ogni fede e in qualunque rapporto con Dio) in cui ci si confronta in modo critico


TRE DOMANDE al Direttore don Silvio Carlin Qual è la cosa che ti dà più soddisfazione?

La gioia e la soddisfazione sono il risultato della concomitanza di tanti fattori. È difficile che ci sia una sola realtà che produca uno stato di benessere psicologico, affettivo, interiore da determinare un senso di soddisfazione. Comunque guardando all’Opera don Bosco di Châtillon mi esprimerei in questo modo: è la stima e l’apprezzamento che la Scuola gode agli occhi delle autorità civili e religiose, delle famiglie, dei servizi sociali, di quanti hanno modo di accostarsi alla nostra realtà e di condividerne qualche aspetto. La ricaduta delle buone prassi, dell’attenzione agli ultimi, della cura delle relazioni producono questo risultato di cui siamo ampiamente soddisfatti.

Come sono i giovani valdostani?

I giovani della Valle d’Aosta hanno dei pregi e dei difetti come tutti i giovani di questo mondo. Quelli che conosco io e frequentano la nostra scuola sono molto legati alla loro Valle, affezionati al paese, alla casa, alle tradizioni locali, amanti della musica e del canto. Per la maggior parte la casa paterna è ancora un valore da conservare nel tempo. Sono molto disponibili al lavoro, al pratico, generosi nel prestarsi quando si tratta di spendere le loro energie a favore di un’opera di bene. Religiosamente sono fragili, piuttosto indifferenti alla proposta evangelica specie se non sono sostenuti dalla testimonianza della famiglia. Talvolta faticano ad osservare norme disciplinari e proposte educative, ma con il passare del tempo ne riconoscono il valore e l’importanza manifestando riconoscenza ed affetto.

Qual è il tuo sogno per l’opera salesiana di Châtillon?

Sogno che la nostra opera possa continuare a svolgere il suo servizio di complementarietà alle altre Istituzioni a favore dei giovani valdostani, offrendo loro un cammino formativo che li porti ad essere, secondo il sistema educativo di don Bosco, “buoni cristiani ed onesti cittadini”. Mi auguro che l’Amministrazione Regionale possa continuare a sostenerci economicamente in modo da rendere possibile il servizio che offriamo ai ragazzi meno fortunati e meno abbienti della nostra Regione. Il mio sogno è di mettere in atto tutti i mezzi possibili perché i giovani valdostani possano guardare al futuro con più serenità e fiducia in sé e nelle istituzioni e diventare protagonisti alla luce degli insegnamenti che la Scuola sta cercando di trasmettere loro.

con il pensiero della grande tradizione culturale e religiosa cristiana.

Il Convitto

L’Istituto offre la possibilità ai ragazzi dell’Isti­ tuto Professionale, che abitano più distanti o che hanno difficoltà di studio a casa, di risiedere du­

rante la settimana in convitto. È un’opportuni­ tà per i ragazzi più impegnati di sfruttare bene i tempi di studio e di usufruire di più tempo per il riposo, ma anche di fare una particolare e for­ mativa esperienza di vita. La possibilità di vivere fuori casa, la richiesta di disponibilità nella col­ laborazione per il buon andamento del convitto, l’aiuto offerto ai compagni e la responsabilizza­ zione nelle varie attività permettono ai giovani di realizzarsi maggiormente nel desiderio di essere protagonisti e di imparare ad assumersi con co­ scienza le proprie responsabilità maturando come persone libere. Il convitto offre accoglienza dal lunedì mattina al venerdì a pranzo. Ha a disposizione per i momenti di studio, di ag­ gregazione, di formazione e di refezione alcuni am­ bienti della scuola, mentre per la notte sono a di­ sposizione camerette a due, e camerate grandi dove i ragazzi sono sempre assistiti da educatori. 1 Ottobre 2016

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La mia africa suor maria pia

Cronaca di Moukondo

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Le prime toccanti impressioni di una suora che inizia la sua missione in un villaggio del Congo Brazzaville.

Sam DCruz / Shutterstock.com

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oukondo, 11 maggio 2016. Fuori tira un piacevole venticello, mi dicono che sta arrivando la stagione secca e il caldo smetterà di essere così caldo. È già un bel rega­ lo a Moukondo! Sono andata all’orfanatrofio di Mam­ ma Celeste. Un grappolo di bambini, da 1 a 3 anni in un fazzoletto di corti­ le! Sono corsi “tutti” a ritagliarsi il loro piccolo spazio di attenzione, di cocco­ le, di salti in braccio. In pochi secondi mi sono sentita avvinghiata da quelle manine, piccole morse, che a tutti i co­ sti non volevano mollare la presa. Charles, Tomas, i più intraprendenti, mi si erano già appesi al collo. Non portavo nulla con me, in quel mo­ mento, ma cercavo i loro occhioni e mi sorridevano! Prendevo tra le mie mani i loro visetti neri, macchiati di terra e altro! e li accarezzavo. Se mi spostavo si spostavano, se mi fermavo si ferma­ vano. Erano troppo belli con i loro pochi stracci su un corpicino libero ai quattro venti. Per un attimo mi sono rivista i nostri bambini strasazi di tut­ to e con le lacrime a telecomando per ottenere capricci su capricci. Perché? Chiediamocelo pure! Sono entrata nella cameretta dei picco­ lissimi da 0 a 1 anno. Nelle loro culle di legno povero, tendevano le bracci­ ne, spalancavano gli occhioni spauri­

ti, sembravano supplicare: «Prendimi, prendimi almeno per un attimo!» Ne ho stretto due tra le mie braccia, pro­ prio come avrebbe fatto la loro mam­ ma se avesse potuto amarli! Vi assicuro che la ‘maternità’ entra in circolo! Non ha titoli, è innata, non ha bisogno di lezioni speciali, perché solo uno l’ha messa nel cuore della donna per farla uscire al momento opportuno. E quel­ lo era il mio momento! Ma è arrivata l’ora di staccarseli di dosso. Una vera impresa. Charles, Tomas e altri hanno capito benissi­ mo. Smettono di sorridere ed ecco la disperazione. Lasciarli così vuol proprio dire farti spezzare il cuore. Non c’è altra scelta. Bisogna andare! Fuori dal cancello, mi guardo intor­ no, mi sento più povera che mai, ma mi si vedono stampati addosso i segni di quelle manine imbrattate di terra e di altro! Mi passo una mano sul viso e mi appiccico tutta! È quanto di più bello potessero lasciarmi quei visetti impiastricciati di lacrime e di altro! Ecco, ho trovato ‘un perché’ sono entrata in questa ‘favola africana!’ “Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli, l’avrete fatta a me!” Ne vale la pena? Certissimamente!

Moukondo, 17 maggio 2016

Qualche mattina fa, mentre esco dal cancello, mi si inchioda davanti un bambino tra i 7 e gli 8 anni. Mi


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sorride, aspetta da me qualcosa? Gli dico: «Ciao!» Mi sorride. Gli chiedo: «Come ti chiami?» mi sorride. Forse non mi capisce, penso, glielo richiedo in francese: «Comment tu t’appelle?». Un sorriso birichino, scuote la testa come a dirmi: «Non ho nome!». Ma l’aria furbetta sembra dirmi: «Non te lo dico!». Vorrei capirne di più. Chie­ do aiuto a suor Rosetta. Viene e si intrattiene qualche minuto con lui, poi il bambino si allontana. Rosetta torna e mi racconta che quel matti­ no il papà l’aveva abbandonato lungo la strada, se n’era andato, la mamma non sa dove sia e il bambino che non vuole dire il suo nome, non sa dove andare. E noi non abbiamo dove ac­ coglierlo!!! E la rabbia ti grida dentro! Che fai? Abbassi gli occhi, vedi solo sabbia senza consistenza e ti senti sprofondare come i tuoi piedi! Dove sarà andato il bambino senza nome? Non lo so. L’ho visto girare l’angolo e regalarmi ancora un sorriso, triste, ma pur sempre un sorriso! E io? Ho cercato di trattenere almeno quel sorriso per spedirlo al cuore di colui che mi ha voluta qui e al Quale chiederò con tutta l’anima di fare qual­ cosa per soccorrere tanti abbandoni! Tanta solitudine! Tanta sofferenza! E dovrà soccorrere pure la giovane mamma che pochi minuti fa ha suo­ nato il campanello. Ho aperto. Pochi secondi sono bastati per riversarmi con tanta dolcezza e immensa tristez­ za il suo cuore gonfio. L’ho ascoltata, l’ho abbracciata, sono entrata nei suoi occhi segnati dal dolore! Purtroppo la povertà della mia lingua francese ha potuto ben poco!...

Moukondo, 26 maggio 2016

Una ragazzina del Corso di Alfabe­ tizzazione, 13 o 14 anni, stamattina, all’inizio lezione, si è seduta sul suo scanno, e facendosi scudo con una mano, con l’altra continuava ad asciu­ garsi le lacrime che scorrevano a riga­ gnoli sulla guancia di un nero levigato. Vergognosa, timida, cercava di sot­ trarsi alla vista delle compagne e della stessa insegnante, ma era impossibile per suor Rosetta non vedere quegli oc­ chi arrossati, quelle labbra tremanti. Le va vicino, le chiede il perché di quel pianto: labbra cucite, silenzio er­ metico! La invita ad uscire dal banco e l’accompagna da noi, fuori dalla vi­ sta delle compagne. La vedo arrivare asciugandosi gli occhi con il polsino della divisa di scuola e mentre suor Rosetta mi informa di quel pianto inarrestabile, incrocio più volte quegli occhi e non servono tante parole! Ma ce lo facciamo raccontare da lei: il pa­ dre è un militare, ha abbandonato la mamma con 4 figli; lei è la più gran­ de, il più piccolo ha due anni. Ogni

tanto questo padre torna ubriaco, pic­ chia la mamma e pretende soldi. E la mamma non ha di che sfamare i figli. Da ieri non toccano cibo e, con un singhiozzo da rompere anche il cuo­ re più duro, ci dice: «Io posso ancora farcela, ma il mio fratellino piange e piange e piange!» Che fare? Come rimanere sordi a tanto dolore? La in­ vitiamo a rientrare in classe e le assi­ curiamo che per oggi i suoi fratellini avranno il pranzo. Poi vedremo! Mentre il cancello è aperto, ne appro­ fitta una giovane mamma. Si appog­ gia su una stampella, perché la gamba destra non è cresciuta abbastanza e il piedino deforme penzola sotto la lun­ ga gonna che qui chiamano ‘le pagne’. Le saltellano intorno due vispi bim­ betti: lei di 9 anni, lui di 7 anni. La mamma chiede aiuto, perché il mari­ to che faceva il sarto in un botteghino lungo la strada, ha rotto la macchina da cucire, quindi non può più lavorare e non sanno come trovare i soldi per comprare qualcosa da mangiare. Questa è ancora la mia Africa! k Ottobre 2016

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hanno dato la vita teresio bosco

Gloria

per un

Nella Missione Salesiana del Mato Grosso (Brasile) inizia il processo per martirio di don Rudolf Lunkenbein, ucciso a 37 anni. Nell’ultima lettera aveva scritto: «Mamma, non c’è nulla di più bello che morire per Dio».

L’

ultimo giorno di vita del missionario salesiano don Rodolfo Lunkenbein, 37 anni, era cominciato, come al solito, con la preghiera e la Messa. Poi il missiona­ rio era andato nella piantagione con la vecchia jeep della seconda guerra mondiale, sempre guasta. Il capo tribù dei Bororo, di nome Aidje-Kuguri (cioè «Piccolo Ippo­ potamo», ma per gli amici semplice­ mente Eugenio) stava ancora facendo colazione nella sua casetta. In una stanza della missione la direttrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice,

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martire

suor Rita, si apprestava a uscire per sorvegliare i ragazzetti indigeni che giocavano nel torrente. La bufera che covava da tempo scop­ piò alle nove di quel mattino, quando i fazendeiros arrivarono a Meruri. Non attaccarono subito la missio­ ne. Fermarono due agrimensori a quattro chilometri dal villaggio. Disarmarono i quattro indigeni che li accompagnavano, li minacciaro­ no con le loro stesse armi, li fecero salire come prigionieri sulle auto e ripartirono. Raggiunsero alcune case coloniche dove si fermarono per mangiare un boccone e bere cachaça e rum. Eccitati, puntarono decisi sulla missione.

Era in corso la lotta antica per la ter­ ra. Due organizzazioni collegate con il Ministero degli Interni, la Funai e l’Incra, tutelano gli interessi rispetti­ vamente degli indigeni e dei coloni; ma nello svolgimento dei loro compiti incontrano non poche difficoltà. Centinaia di piccoli possidenti slog­ giati dalle grandi fattorie dei ricchi latifondisti, invadevano i territori degli indigeni e lì si fissavano, in si­ tuazioni a volte di estrema indigenza. Era il caso di Meruri. La presenza degli agrimensori della Funai venuti a ripartire i terreni aveva d’improvviso rinfocolato il furore. Quando i fazendeiros arrivarono (in tutto erano 62, armati di pistole e coltelli) desiderosi di sfogare la loro rabbia, trovarono solo un piccolo missionario, padre Ochoa. Comin­ ciarono a malmenarlo, gridando che i missionari erano tutti ladroni, che volevano per sé le terre degli indi­


geni. I guerrieri bororo erano parti­ ti una settimana prima per la caccia all’arara (il grosso pappagallo iridato) e al pecari (una specie di cinghiale). Il piccolo missionario spintonato e insultato non sapeva come difender­ si, quando arrivò padre Rudolf. Era accalorato per la fatica, e sorridente. Aveva le mani sudice di grasso, per­ ché aveva dovuto riparare ancora una volta la jeep.

«Padre diretor, vai para a casa do Pai» Gli invasori erano uomini conosciu­ ti nel villaggio. Il capo Eugenio, che aveva finito colazione e si stava avvi­ cinando, riconobbe subito Joào, Preto, e molti altri. Joào e padre Rudolf par­ lavano di terre e di misurazioni, e il missionario cercava di dare spiegazio­ ni. «Non è così» diceva. «Queste mi­ surazioni sono cose ufficiali, coman­ date dalla Funai...». I coloni invece si sentivano defraudati. Allora padre Rudolf propose di fare l’elenco di tutti coloro che intendeva­ no protestare: egli in persona avrebbe raccolto la loro protesta e l’avrebbe inoltrata alla Funai, l’organizzazione

governativa che protegge gli indige­ ni. Così entrarono nella direzione, e padre Rudolf si sedette. Scrisse su un grande foglio uno dopo l’altro 42 nomi. Quel foglio è rimasto sul tavo­ lo: la grafia evidentemente nervosa. Padre Rudolf non immaginava che scriveva per l’ultima volta, e che ver­ gava i nomi dei suoi uccisori. Sembrava tutto accomodato. Il ca­ cico, i nove indigeni, gli agrimenso­ ri, i fazendeiros tornarono all’aperto e padre Rudolf strinse a ciascuno la mano. Gli agrimensori scaricarono da un’auto le loro attrezzature, per ricuperarle. Vennero estratte anche le armi sequestrate agli indi bororo. Al vedere quella strana operazione, pa­ dre Rudolf uscì in un’esclamazione di stupore e di rimprovero. Gli fu fatale. João Mineiro subito lo percosse con una manata. Gli indigeni accorsero al suo fianco. Joào estrasse di tasca una rivoltella Beretta. Stava prendendo la mira quando Gabriel, uno dei Bororo, gli afferrò il polso. Nello stesso istan­ te Preto estrasse la sua pistola e fece fuoco sul missionario. Dalla veranda suor Rita vide padre Rudolf portare le mani al petto, e la sua figura alta e robusta barcollare. Preto sparò altri

quattro colpi sul missionario, che ro­ vinò al suolo. L’indio Simão che aveva tentato di difendere il missionario fu colpito in pieno. La madre del giovane indio, Te­ reza, corse presso il figlio per soccor­ rerlo, e ricevette una pallottola al petto. E finalmente gli assalitori fuggirono. Saltarono sulle auto. Quattro di loro, a piedi, afferrarono il povero Luis Bispo, sedici anni, uno dei loro col­ pito per errore, e se lo trascinarono dietro per un centinaio di metri; poi lo abbandonarono dietro una siepe. Morto. Suor Rita corse dove padre Rudolf giaceva nel sangue. Era vivo, ma agli estremi. Poté offrirgli solo una parola di conforto: «Padre diretor, vai para a casa do Pai» (Padre direttore, tor­ ni alla casa del Padre). Il missionario abbozzò un sorriso, poi il suo cuore si fermò. Il sacrificio era compiuto. La Messa di Rudolf Lunkenbein era finita. Nella notte la polizia, sopraggiun­ ta, arrestava sette persone. Poi altre quattro. Tra esse, l’assassino di padre Rudolf.

Il Pesce Dorato

Lunke! Così lo chiamavano sua ma­ dre e gli amici, sin dai tempi di scuola in Germania, sua terra natale. Il suo nome era Rodolfo e chi lo avvicinava per la prima volta rimaneva impres­ sionato dalla sua imponente altezza di 1 metro e 92, come una certa diffi­ coltà per pronunciare il suo cognome tedesco: Lunkenbein! Tuttavia, subito dopo l’impatto ini­ ziale, chiunque si sentiva accolto dalla Ottobre 2016

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hanno dat0 la vita

I Bororos preparano padre Rudolf e un altro confratello salesiano per una festa. Il sorriso allegro e affettuoso del gigante buono aveva conquistato tutti.

bontà contagiosa e dal sorriso allegro ed affettuoso di quel prete salesiano missionario. I fieri indigeni della sua missione, i Bororos, più poeticamente gli avevano messo nome “Koge Eku­ reu” (Pesce Dorato). Don Rodolfo era nato il 1º Aprile del 1939, a Döringstadt, in Germania, poco prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Sentì il desiderio di essere missionario quand’era anco­ ra adolescente, leggendo le pubblica­ zioni salesiane. Sicuro della sua vocazione, don Ro­ dolfo sbarcò in Brasile come missiona­ rio, fece il noviziato a San Paolo ed il post-noviziato a Campo Grande, come prima esperienza compì il tirocinio a Meruri, dove rimase fino al 1965. Ritornò in Germania per gli studi teologici e la specializzazione in mis­ sionologia.

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Ordinato sacerdote il 29 giugno 1969, poté ritornare a Meruri, dove i Bororos lo ricevettero con grande affetto.

Il difensore dei Bororos

Il missionario sovente aveva fatto ap­ pello alle autorità perché intervenisse­ ro. «Negli ultimi due anni era andato con frequenza a Brasilia, alcune vol­ te accompagnato dal cacico Eugenio e dal figlio Lorenzo. «L’anno scorso Lorenzo aveva convocato un incontro di capi indigeni, svoltosi a Meruri, in cui i rappresentanti delle varie tribù avevano affrontato il problema della difesa delle loro terre». Per conto suo padre Rudolf aveva scritto diverse lettere alla Funai e al­ trove, «chiedendo l’adozione di misure urgenti per evitare scontri pericolosi tra bianchi e indigeni». Per esempio nel dicembre 1974 «avvertiva le auto­ rità degli atti ostili che venivano mes­ si in pratica contro gli indigeni da un noto fazendeiro». E nel gennaio 1975 «lamentava che alcuni coloni avevano

invaso le piantagioni degli indigeni, mettendo in libertà decine di buoi, che avevano distrutto gran parte dei campi coltivati dalla comunità bororo». E soprattutto, scrivevano i giorna­ li: «Si deve a lui se Funai da qual­ che tempo aveva iniziato il lavoro di demarcazione della riserva Bororo». Infatti una commissione del Funai, seguita passo passo da padre Rudolf, aveva compiuto i necessari rilevamen­ ti, in base ai quali si era giunti a un inequivocabile Decreto sull’assegna­ zione amministrativa dell’area dei Bororos. L’ultimo passo, quello della demarcazione dei terreni compiuta da appositi agrimensori, risultò fatale a padre Rudolf. Monsignor Thomas Balduino, presi­ dente del Cimi (Consiglio missiona­ rio per gli indigeni), dichiarò: «Padre Rudolf non si trovava per caso dalla parte degli indigeni. Sapeva che an­ dava a morire, che una volta o l’altra sarebbe caduto. Ma diceva che non sarebbe tornato indietro neppure di un passo».

Vivo nelle Terre Fertili

L’albero è il campanile. Nel cortile della missione salesiana, nel villaggio dei Bororo, c’è un immenso albero, un mango, da cui pendono tre o quat­ tro spezzoni di rotaia. Percossi con una sbarra di ferro dalle suore della missione, essi suonano come campa­ ne. L’albero del mango è il campanile della missione. All’ombra di questa pianta solenne sono soliti riunirsi, alla fine di ogni settimana, gli indigeni. I loro capi dapprima conversano con i padri. Si scambiano informazioni,


prendono decisioni. Poi riuniscono gli altri in cerchi, a piccoli gruppi, e lì, nella lingua Bororo discutono. Ma quel venerdì 16 luglio 1976, men­ tre le ombre della sera cadevano velo­ ci, il cortile della missione offriva un altro spettacolo. Era pieno di donne indigene che piangevano con i bebè al collo, e di cani che gironzolavano senza scopo. Nella chiesa della mis­ sione si vegliavano i corpi di padre Rudolf e del bororo Simão. Sul fare della sera, i capi bororo che presiedono alle consuetudini e alle tradizioni, compirono per Simào il «bari-tuxene», la cerimonia in canto con cui si augura al defunto di rag­ giungere le Terre Fertili e molta pace. I missionari avevano officiato una Messa, ora tutti si preparavano al seppellimento. L’orizzonte del cielo era cinto dalla fascia vermiglia del tramonto quando il corteo prese la via del cimitero passando lungo le case dai colori sbiaditi del villaggio.

Un polverone si sollevava dal suolo soffice. I Bororos piangevano con il loro pianto dai toni strani, gutturali, mentre l’uccello quero-quero gracida­ va lì vicino. Padre Mario Gosso, della «Colonia Xavante» San Marcos, re­ citò le ultime preghiere leggendo alla luce di una lanterna. All’indomani, sabato, la luce del pie­ no meriggio entrava dalle ventidue fi­ nestre della chiesa di missione quan­ do cominciò la messa funebre per padre Rudolf. Sopra la cassa c’era un fantastico diadema di penne d’arara, e il morto aveva sul capo il «tiwaba etoiaba», l’ornamento riservato ai ca­ cichi. Poco prima quattro Bororo ave­ vano intonato gli stessi canti già ese­ guiti per Simão. Agitando le maracas avevano cantato e pianto. Le donne indigene sedute attorno all’altare ave­ vano accompagnato i cantori con il contrappunto dei loro acuti lamenti. La cassa venne poi portata lungo il cammino polveroso; apriva la marcia, tenendo alta la croce, l’indio xavante Ronema, con le orecchie attraversate da due «wed-hu», i grandi orecchini di legno. Sull’orlo della fossa, uno dei tredici missionari presenti pregò, e un Bororo, con un ornamento identico a

Padre Rudolf dopo aver conseguito il brevetto di pilota per aerei. Sotto: La tomba di don Rodolfo al centro del villaggio.

quello del missionario morto, intonò il canto funebre. «O o o o o o, ro-ro-ro». Così piangono tutti gli indigeni. «Koge Ekureu» era stato ucciso perché agli indigeni Bororo fosse concesso di possedere ancora le loro terre, quelle dei loro padri, dei loro antenati. Ma essi si confortavano perché sapevano che questo cacico venuto da un pae­ se lontano era vivo per sempre, nelle Terre Fertili dove c’è molta pace.

“Sono venuto per servire e dare la vita” Il motto sacerdotale che aveva scelto per l’Ordinazione era “Sono venuto per servire e dare la vita”. Nella sua ultima visita in Germania, nel 1974, sua madre lo pregava di fare atten­ zione, perché l’avevano informata dei rischi che correva suo figlio. Lui rispose: «Mamma, perché ti preoc­ cupi? Non c’è niente di più bello che morire per la causa di Dio. Questo sarebbe il mio sogno”. y Ottobre 2016

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COME DON BOSCO pino pellegrino

Un’impresa possibile!

Come connettersi con un figlio adolescente Il problema c’è. L’adolescenza è il periodo che esige un supplemento pedagogico e, nello stesso tempo, è il periodo della massima opposizione del figlio ad ogni nostra proposta. Connettersi con i ragazzi adolescenti è un’impresa! «Proprio ora, quando avrebbe bisogno d’essere aiutato, disprezza e rigetta con spavalderia ogni nostra parola, anche quella che ci sembra la più ovvia e la più giusta!» Sì, avete ragione. L’adolescenza (1118 anni) è il periodo della più forte opposizione e, nello stesso tempo, del massimo bisogno di aiuto. Incominciamo dal bisogno d’aiu­ to. L’adolescente vive un periodo di grande confusione mentale. Confonde amore con infatuazione, libertà con arbitrio, critica con criti­ cismo, intimità con mutismo. Insom­ ma, massimo disordine mentale che, se non viene corretto, può avere in futuro conseguenze pesantissime. Il guaio è che in nessun altro periodo della vita troviamo un’opposizione tanto dura e sicura.

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Gli psicologi parlano di autoaffermazione oppositiva per dire che l’adole­ scente afferma se stesso opponendosi a tutto e a tutti. L’adolescente si pone in quanto si oppone: esiste in quan­ to resiste! Non stiamo gargarizzando parole: stiamo fotografando le realtà. Due fatti.

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Un rebus con la soluzione

Il padre dice a Richy (13 anni) che il cd che si è appena comprato, piace anche a lui. Da quel momento Richy smette di ascoltarlo. Soraya (15 anni) va a comprarsi un paio di jeans. Prima di pagarli, do­ manda alla commessa: «Se decidessi, potrei cambiarli?». La commessa: «Perché cambiarli?». «Non si sa mai, qualora piacessero a mia madre». A questo punto è facile tirare la som­ ma: da un lato l’urgenza dell’aiuto e dall’altro il totale rifiuto! In breve: un gran bel rebus connetter­ ci con i nostri ragazzi, trovare ospita­


Le parole ridotte all’osso Per quanto riguarda la confezione delle parole è presto detto: oggi i ragazzi amano le spremute. È sotto gli occhi di tutti: i nostri ragazzi twittano, cin­ guettano. Il loro è un parlare secco, breve, crocchiante, energico. Andia­ mo sul sicuro quando diciamo che mai come dal 1991 (anno dal quale si fa iniziare l’era del Web) gli ado­

lescenti sono stati così allergici alle “prediche”. Dunque messaggi ridotti all’osso.

Il metodo indiretto

Per quanto riguarda, poi, la loro presentazione, non pensiamo vi sia altra via più indovinata che quella del metodo indiretto. Parlare in modo fronta­ le, prendere di petto il ragazzo, equi­ vale ad ingaggiare una lotta a pugno di ferro, lotta nella quale il vincitore sarà sempre lui, più giovane di noi e forse anche più dialettico. Il metodo frontale non solo non approda a nulla, ma aggrava la situazione. Decisamente meglio è praticare il metodo indiretto. Un esempio. La famiglia è in auto. Il padre guida, la madre gli è accanto, dietro siede il fi­ glio adolescente. Ad un tratto il padre (senza coinvolgere il ragazzo!) doman­ da alla madre: «Che ne dici del film che abbiamo visto ieri sera alla televi­ sione?» La madre risponde: «Non mi è spiaciuto, però tutte quelle parolacce! Credono d’essere grandi, in realtà le parolacce non sono che volgari!» Il padre conclude: «D’accordo! Hai tutta la ragione dalla tua parte: le pa­ rolacce sono come un raglio d’asino nel bel mezzo di un concerto!». Ecco: il figlio non è stato interpellato, però ha sentito. Ha sentito e, se vuo­ le, apre la sua mente alla nostra opi­ nione sulle parole grossolane. Questo è il metodo indiretto al quale va tutta la nostra simpatia. Metodo indiretto è anche, ad esempio, abbandonare un li­ bro adatto al ragazzo nella cucina, nel salotto, nella camera da letto del figlio.

Metodo indiretto è parlare del più e del meno durante il pasto (particolarmente a cena), raccontando come è andata la giornata, dando un giudizio sulle cose lette sul giornale, sulle cose viste sul lavoro, il tutto senza salire in cattedra, ma con la massima spontaneità. Le parole dette senza preavviso so­ vente hanno un fortissimo impatto sul figlio perché rivelano senza filtro i nostri pensieri, le nostre opinioni, i valori che ci portiamo dentro. Il noto pedagogista italoamericano Leo Buscaglia era solito dire che a co­ struirgli il suo codice di vita erano sta­ te le parole che il padre lasciava cadere a tavola durante la cena con una spon­ taneità tale che lo rendevano credibile. Il padre gli diceva: «È fondamentale amare. Non tradire mai te stesso. Se vinci gli altri sei muscoloso, se vinci te stesso, sei forte. Il portafoglio non soddisfa tutto. Si può essere imbalsamati a 16 anni: basta arrendersi». Una proposta non miracolosa, ma una proposta alla quale ci pare di dover ri­ conoscere due meriti: non danneggia mai l’educazione del figlio e (ciò che più conta!) sovente funziona. M Ottobre 2016

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lità nella loro mente e nel loro cuore. È impossibile intercettare i nostri ra­ gazzi digitali? Pensiamo di avere la soluzione al pro­ blema in una proposta. Una proposta che ha due momenti. Il primo, quello della confezione delle parole in sintonia con il modo di pen­ sare dell’adolescente d’oggi. Il secondo, quello della presentazione garbata di tali parole in modo da non urtare la loro ipersensibilità.


la linea d’ombra alessandra mastrodonato

Le giovani generazioni sono costantemente stimolate, pressate, sollecitate a riempire le proprie giornate di occupazioni e impegni di ogni genere, a programmare nel dettaglio ogni istante della propria vita, a bruciare il tempo che hanno a disposizione, come in una affannosa corsa a ostacoli.

«C

hi ha tempo non aspetti tem­ po!». La cosmologia dei gio­ vani adulti del terzo millennio sembra essere improntata alla logica incalzante della rapidità e dell’accelerazione espo­ nenziale, al pragmatismo del rendimento e dell’efficienza produttiva, al prevalere della quantità sulla qualità e sulla pregnanza del tempo vissuto. Le giovani generazioni sono costantemen­ te stimolate, pressate, sollecitate a riempire le proprie giornate di occupazioni e impegni di ogni genere, a programmare nel dettaglio ogni istante della propria vita, a bruciare il tempo che hanno a disposizione, come in una affannosa corsa a ostacoli in cui vince chi corre più in fretta ed è disposto a saltare a piè pari gli scogli che incontra sul proprio percorso.

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In corsa contro il tempo Ridotto a dimensione me­ ramente quantitativa dell’e­ sistenza, il tempo viene così sezionato, misurato, atomizzato, spezzettato in infiniti segmenti tutti uguali e indifferenti che si inseguono febbrili e senza sosta, in modo da non lasciare alcuno spazio vuoto. Ogni momento “li­ bero” viene convulsamente occupato, colonizzato, saturato da innume­ revoli esperienze e attività, mentre l’horror vacui, il “terrore del vuoto”, è elevato a criterio esistenziale su cui modellare il proprio stare al mondo. In questa sfibrante corsa contro il tempo è forte il ri­ schio di lasciarsi fagocitare dal monotono succedersi di giornate “piene” di cose da fare ma “vuote” di significato, di in­ vestire le proprie energie nell’in­ fruttuoso tentativo di aggiungere tempo ai propri giorni, come se l’accelerazione dei ritmi di vita e l’abolizione di tutti i


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tempi “morti” potessero rallentare l’inesorabile metamorfosi del futuro in passato e mettere al riparo dalla sgradevole sensazione di stare “spre­ cando” il proprio tempo. L’ansia di realizzare i propri progetti e toccare con mano che cosa ri­ serva il domani, il timore di non riuscire a vivere appieno il tempo a propria disposizione spingo­ no spesso i giovani adulti a confondere il dina­ mismo e l’intraprendenza con lo stachanovismo e a porsi in modo ambiguo di fronte alla finitezza del tempo, costantemente in bilico tra una pro­ spettiva consumistica e strumentale e lo spettro sempre incombente del rimpianto. A farne le spese è senza dubbio la “qualità” del tempo vissuto, la consapevolezza che come si im­ piega il tempo vale molto più di quanto se ne ha a disposizione. Il tempo, infatti, acquista valore quando ci vede protagonisti, anziché semplici fruitori, di esperienze realmente appaganti e si­ gnificative per la nostra vita; quando non ci co­ stringe a rincorrerlo come schegge impazzite o ad arrancare stancamente attraverso lo scorrere

impetuoso degli eventi, ma è calibrato sul nostro ritmo interiore; quando lascia il giu­ sto spazio alla riflessione e ci apre alla dimensio­ ne dell’eternità; quando ci consente di coltivare il rapporto con noi stessi, ma soprattutto quando è condiviso con le persone a cui vogliamo bene. In un certo senso si può affermare che il valore del tempo aumenta proporzionalmente alla con­ sapevolezza con cui lo si utilizza e che quest’ulti­ ma dipende, a sua volta, dalla coscienza del fatto che tale risorsa non ci appartiene e rappresenta un dono gratuito e immeritato di cui siamo chiamati a fare buon uso. 2 Ottobre 2016

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la storia sconosciuta di don bosco francesco motto

Metà salesiani in guerra, metà a casa a sostituirli Un centenario nazionale da non dimenticare anche in congregazione

L

a prima guerra mondiale, che ha sconvolto dal 1915 al 1918 la vita quotidiana di milioni di famiglie italiane, ha visto un fortissimo coinvolgimen­ to pure dei duemila Salesiani che operavano in Italia. Suddivisi in sei ispettorie costituite da centotre­ dici case sparse su tutto il territorio nazionale, essi erano dediti a tempo pieno all’educazione di alcune deci­ ne di migliaia di giovani. I figli (e le figlie) di don Bosco un secolo fa diedero il loro contributo di sangue, di fatiche e di generosità al proprio paese tanto sulle frontiere esterne (al fronte o negli ospedali) quanto sul­ le frontiere interne (ospizi, collegi, oratori, parrocchie…). Ne tratteremo in alcune puntate di questa nostra rubrica, sempre sulla base di sicure fonti d’archivio. Tre semplici citazioni ci collocano immediatamente nella drammatica situazione in cui i salesiani vennero improvvisamente a trovarsi. La pri­ ma è quella del caporale di fanteria Gioachino Richiero, un ventunenne meccanico, coadiutore. Scriveva al Rettor Maggiore don Paolo Albera il

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23 luglio 1915, a due mesi dall’entrata in guerra dell’Italia: «Sono distante dalle trincee tede­ sche un 200 metri di giorno e di notte andiamo persino alla distan­ za di 15 o 20 metri, lavorando in trinceramenti a gran forza. Vedete che gran contrasto c’è tra noi e loro: loro sparano giorno e notte con fu­ cili, mitragliatori, bombe a mano, cannonate e a noi è proibito spara­ re un colpo di fucile. Perciò biso­ gna cercarli come topi e infilzarli».

In simili condizioni non vi era via di scampo, ed in effetti 20 giorni dopo egli moriva dalle parti di Tolmino. Il salesiano coadiutore di 24 anni Pietro Bracco per altro era morto a Mon­ te Nero quindici giorni prima, il 21 agosto venne poi la volta del chierico sottotenente Domenico Zucco, il 24 agosto quella del chierico Vincen­ zo Barberis e in settembre quella del venticinquenne coadiutore Benedetto Mammana: 5 confratelli morti in soli 40 giorni di guerra! Una seconda citazione. Sei mesi dopo il 21 novembre 1915, il Rettor Mag­ giore così descriveva la situazione di sofferenza della società salesiana: «Un numero stragrande di carissimi sdb, fra cui molti giovani sacerdo­ ti, si trovano nella dura necessità di smettere l’abito religioso per rivestire le divise militari; dovettero lasciare i loro diletti studi, per maneggiare la spada e il fucile; furono strappati dai pacifici loro collegi e dalle scuole professionali per recarsi a vivere nelle caserme e nelle trincee, o, quali in­ fermieri, furono occupati nella cura degl’infermi e dei feriti. Ne abbiamo pure non pochi al fronte, ove alcuni


già lasciarono la vita, e altri ritornaro­ no orribilmente malconci». Diversa invece, ma sempre struggen­ te, la situazione altri sei mesi dopo per l’orfano di guerra Pinot accolto nella casa salesiana di Pinerolo. “Cara mamma, qui si sta bene, si mangia bene, si gioca, si va a pas­ seggio e si sta allegri. Dunque non piangere più come quando che ero a casa, che tutte le sere a cena piangevi pensando al babbo morto in guerra. Quando che sarò grande voglio farti star più bene che quando c’era papà. Fatti coraggio. Io sto meglio che a casa. Ci hanno dato a tutti un bel letto di ferro verniciato, un catino, un pez­ zo di sapone, un tavolino da notte… Addio, sta’ allegra. Ogni mattina nel­ la messa e comunione io prego per te e per il babbo. I superiori sono buoni e mi vogliono bene. Addio, mille baci affettuosi dal tuo Pinot.” Ma vediamo di procedere con ordine. Anzitutto indichiamo le forze sale­ siane in campo.

I numeri

La guerra all’Austria fu dichiarata il 24 maggio 1915. Esclusi i sacerdoti “in cura di anime”, gli altri sacerdoti e soprattutto seminaristi, novizi, frati e religiosi laici appartenenti ai diversi Ordini religiosi furono chiamati alle armi. La maggior parte di loro (circa 10 000 su 24 000 ecclesiastici, di cui 2500 cappellani militari) fu inserita a pieno titolo nei reparti combattenti senza distinzione di sorta dagli altri soldati. Ora da un nostro minuzioso controllo risultano con precisione 893 salesiani

Due foto degli stessi personaggi al fronte: il futuro Rettor Maggiore don Renato Ziggiotti e i coadiutori Giovanni Marenco e Giovanni Macrino.

chiamati alle armi, di cui 272 sacerdo­ ti, 9 diaconi, 11 suddiaconi, 362 chie­ rici (di cui 71 novizi) e 239 coadiutori (di cui 24 novizi), 1 aspirante. In per­ centuale fu chiamato alle armi il 54%, oltre la metà dei confratelli. Ovviamente il periodo in cui furono chiamati a vestire l’uniforme risulta diverso nel corso dei tre anni e mezzo di guerra. A fine anno 1915 i salesiani militari erano 382, nel 1916 il numero crebbe fino a 682, nel 1917 raggiunse il massimo con 794, per poi discendere nel 1918 a 609 persone. Nel 1919 non erano ancora stati congedati 63 sale­ siani ed uno era di fresca chiamata alla leva. La sola ispettoria piemontese, con 30 case, ebbe ad un certo punto più di 240 salesiani in servizio militare. Quanto alla durata del loro arruola­ mento, se fu di sei anni per tre sa­ lesiani chierici, e di cinque anni per una quarantina di loro, fu invece di quattro anni per oltre duecento con­ fratelli, così come per altrettanti fu di tre o di due anni. Solo poco più di cento salesiani vestirono la divisa per un unico anno di guerra.

Tutto ciò, come è ovvio, privò le case salesiane d’Italia del personale più giovane, costringendo i più anzia­ ni ad enormi sacrifici per sostituirlo senza dover chiudere case. Non solo. Per evitare infatti la requisizione per scopi militari (varie di esse furono di fatto trasformate in ospedali o caser­ me) tennero con sé il maggior numero di ragazzi, spesso figli di richiamati e orfani di guerra anche nei mesi estivi. Ovviamente si azzerò quasi completa­ mente il numero dei nuovi missionari, abitualmente costituito da varie decine: nessuno nel biennio 1915-1916, solo otto nel 1917 e nove nel giugno 1918. Terminata la guerra, nel 1919 il flusso riprese con la partenza di 31 salesiani. Se l’Italia salesiana dal maggio 1915 piangeva, soffriva e moriva, non stava­ no certo meglio le centinaia di salesiani degli altri paesi europei in guerra, vale a dire in Belgio, Francia, Gran Bre­ tagna, Austria, Slovenia, Ungheria, Croazia, Polonia, Turchia. Essi stava­ no vivendo sulla propria pelle “l’inutile strage” già dall’estate 1914. d [continua] Ottobre 2016

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I NOSTRI SANTI

Acesare CURA DI bissoli Pierluigi Cameroni postulatore generale - postulazione@sdb.org

Coloro che ricevessero grazie o favori per intercessione dei nostri beati, venerabili e servi di Dio, sono pregati di segnalarlo a postulazione@sdb.org

Il santo del mese In questo mese di ottobre preghiamo per la beatificazione della venerabile Laura Meozzi, Figlia di Maria Ausiliatrice Nata a Firenze il 5 gennaio 1873 da una agiata famiglia, che qualche anno dopo, a motivo di difficoltà amministrative, dovette trasferirsi a Roma. Qui Laura frequentò i corsi scolastici nel collegio delle Suore di Santa Dorotea. In quegli anni divenne chiara in lei la chiamata del Signore alla vita consacrata, così che, superati alcuni ostacoli familiari, nel 1896, iniziò il suo cammino formativo presso l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo aver emesso i voti religiosi, suor Laura svolse una intensa attività come insegnante, molto apprezzata soprattutto per uno spiccato senso di maternità fra le alunne dei collegi e fra le giovani dei ceti popolari che affollavano gli oratori, i laboratori e le varie forme di aggregazione che la sua sollecitudine andava organizzando. Per le suore, insegnanti e non, riservava i tesori del suo innato tatto formativo e della sua esperienza didattica e spesso le ammoniva: «Siate prima madri, poi insegnanti». Nel 1922 in occasione del Capitolo generale dell’Istituto, si decise un programma di nuova espansione missionaria. Suor Laura, alla soglia dei cinquant’anni, fu inviata a guidare la prima comunità in terra polacca: a Róz˙anystok. Dietro invito del Vescovo di Wilno, nel 1924, la comunità religiosa iniziò a prendersi cura anche di ragazze con particolari problemi sociali e caratteriali. Si aggiunsero, nel corso degli anni, un collegio per studenti, diverse scuole, corsi di taglio e confezioni per le adolescenti, un grande oratorio per la collaborazione con le attività parrocchiali, il primo noviziato a Róz˙anystok. «Amare e cercare solo Gesù; vivere e lavorare solo per Lui» era il suo programma spirituale: e in questa comunione con il Signore ella visse una costante pratica delle virtù e dei consigli evangelici. Nel 1931 tutte le comunità costituite in Polonia furono erette in Visitatoria. Ma sopraggiunse la seconda guerra mondiale che, tra l’altro, comportò l’occupazione tedesca e poi sovietica delle case del centrosud. Suor Laura, rinunciando a tornare in Italia, decise di rimanere accanto alle sue figlie polacche e di condividerne rischi e sofferenze. Al termine del conflitto iniziò l’opera di ricomposizione delle varie comunità, con sistemazioni di fortuna, attraverso il ricupero di quanto era rimasto delle case un tempo avviate e dando nuovo impulso all’opera di ricostruzione materiale e morale della popolazione. In un definitivo atto di fiducioso abbandono consumò la sua offerta al Signore, alle cui mani misericordiose consegnò il suo spirito la notte del 30 agosto 1951. Il 27 giugno 2011 papa Benedetto XVI l’ha dichiarata venerabile. Preghiera O Dio Padre, tu hai colmato di bontà il cuore della tua figlia, la Venerabile Laura Meozzi, che consumò la vita nell’assistere gli orfani, nel consolare gli afflitti e nel soccorrere i bisognosi. Affretta, te ne preghiamo, l’ora della sua beatificazione e concedi a noi, che ci affidiamo con fede alla sua intercessione, le grazie che umilmente ti domandiamo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Per la pubblicazione non si tiene conto delle lettere non firmate e senza recapito. Su richiesta si potrà omettere l’indicazione del nome.

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Ottobre 2016

Ringraziano Desidero comunicare una grazia che ho ricevuto, per l’intercessione di san Giovanni Bosco e san Domenico Savio, che ho invocato come miei protettori e che hanno esaudito le mie preghiere. Cantoni Silvia - Livigno (SO)

Il 28 settembre 2015 si è avverato il mio desiderio più grande e per cui ho tanto sofferto, pregato e sperato: la nascita di Gemma, una bambina sana, piena di gioia di vivere e sempre sorridente. Ringrazio san Domenico Savio per aver ascoltato le nostre preghiere. Lara e Nicola - Recoaro Terme (VI)

Vorrei poter ringraziare san Domenico Savio per la grazia che ha concesso a me e mio marito, dopo una novena, di ricevere il dono della maternità/paternità. Con sincera gratitudine. Ele e Emmanuel

Non smetteremo mai di ringraziare san Domenico Savio, san Giovanni Bosco e Maria Ausiliatrice per aver protetto ed interceduto per la guarigione del nostro bambino durante la gravidanza. Il riscontro di una translucenza nucale elevatissima che faceva ipotizzare malattie gravissime e la diagnosi di un idrotorace che avrebbe compromesso la formazione del polmone del bambino ci hanno gettato nel panico e nello sconforto. Solo la preghiera e il rifugio in Maria ci hanno salvato. L’idrotorace si è riassorbito rapidamente e, a fine gestazione, è nato Mauro Domenico Savio, un dono meraviglioso. Margherita, Luciano Ippolito e Mauro Domenichino

Ringrazio S. Maria Domenica Mazzarello per una grande grazia ricevuta. Giuseppina Pisoni - Busto A.


il loro ricordo è benedizione luigi compagnoni

chi vedeva solo e isolato e con il suo modo allegro e sbrigativo cercava di inserirlo nel gioco. Per aiutare i ragazzi nell’apprendimento, utilizzava la metodologia del fare; prima le cose le faceva lui e poi per incoraggiare diceva: “se ce l’ho fatta io ce la puoi fare anche tu.” In questo modo li rendeva protagonisti facendo sperimentare loro il successo.

Signor Annibale Gurini Salesiano Coadiutore Morto sul Monviso - Crissolo (CN) il 13 settembre 2014, a 67 anni Annibale ha dedicato la sua vita come Salesiano educatore nell’insegnare un mestiere a tanti giovani con impegno e professionalità, passione, entusiasmo, ma soprattutto con amicizia manifestando particolarmente la sua vicinanza a chi si trovava in difficoltà, con ottimismo accoglienza e semplicità. Stando con loro, dava fiducia e li aiutava a credere in se stessi. Ecco alcune testimonianze. Ing. Ezio, exallievo: «Ero molto legato spiritualmente ad Annibale, perché è stato il Salesiano educatore che mi è stato vicino nel periodo della mia adolescenza e perché attraverso lo sport, ma soprattutto attraverso la sua profonda giovialità e umanità, mi ha insegnato a credere in me stesso e ha davvero contribuito alla mia formazione di credente e persona impegnata nella vita sociale. Pratico come era lui, ciò che incideva di più era il donare se stesso. In poche parole, nella sua vita ha messo in pratica l’insegnamento di don Bosco: “studia di farti amare piuttosto che farti temere”. Riusciva a creare intorno a sé un clima di amicizia, di ottimismo

e di simpatia che superava tutte le formalità in uno spirito di famiglia tipico del sistema preventivo di don Bosco». Da vero salesiano ha aiutato intere generazioni di giovani a diventare degli “Onesti cittadini e buoni cristiani” come voleva don Bosco facendosi: “segno dell’amore di Dio” in cui credeva profondamente e che manifestava più con il suo modo di essere che con le parole. Era tenace e un po' testardo, da vero montanaro, ma raggiungeva tutti gli obiettivi che si prefiggeva senza mai entrare in contrasto con gli altri. La sua originalità nel combinarne di tutti i colori non era mai motivo di fastidio ma di allegria e simpatia, impossibile vederlo arrabbiato. Aveva una particolare attenzione per chi per qualche motivo nel gruppo era emarginato e con poca autostima, in laboratorio li aiutava con tutti i metodi possibili a volte anche un po’ drastici. Avvicinava

un entusiasta animatore e trascinatore, inserendo centinaia di persone di tutte le età. Epiche erano le “100 km Torino Saint Vincent“ con tutta una carovana folcloristica di amici che lo seguivano. Le gare non erano solo uno scherzo: nel 2012 a Seregno, Annibale ha conquistato anche il titolo di campione italiano dei 100 km nella sua categoria; ha ottenuto ottimi risultati anche in altre occasioni. Oltre alla corsa un’altra grande passione era la montagna che aveva nel suo DNA, anche perché in montagna ci era nato, in Alta Valtellina. Su un poster di montagna aveva scritto: «Le cime come mete ideali da raggiungere... sempre ed in ogni luogo con un ampio orizzonte da Paradiso in terra». Proprio sulla vetta del Monviso, Annibale ha incontrato ed è stato accolto definitivamente nell’abbraccio misericordioso del suo Signore che ha cercato e dal quale si è sentito amato per tutta la vita. Questa chiamata improvvisa non l’ha colto impreparato; infatti aveva scritto: “vivrò come se ogni giorno fosse l’ultimo”.

Aiutava i confratelli specie se malati o anziani, anche nella cura della persona, con molta discrezione, sensibilità e carità senza far pesare la sua disponibilità. In modo insuperabile si prestava per qualsiasi lavoro all’interno dell’istituto, ma anche per chiunque ne facesse richiesta, incurante della fatica e del rischio, volentieri come se il piacere lo si facesse a lui. Dotato di grande vitalità e doti sportive, il tempo libero lo ha dedicato oltre che ad aiutare chiunque ne facesse richiesta, allo sport. La corsa è stata una sua grande passione. Fin da giovanissimo ha fondato la squadra podistica “PGS Reba” dove era Ottobre 2016

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il cruciverba ROBERTO DESIDERATI

Scoprendo don Bosco

Scopriamo i luoghi e gli avvenimenti legati alla vita del grande Santo.

Definizioni

La soluzione nel prossimo numero.

QUANDO DON BOSCO SCONFISSE TARZAN Pochi sanno che le “gesta” di san Giovanni Bosco, raccontate con quel linguaggio fresco e diretto dei racconti a fumetti, sono le più lette al mondo, tra i fumetti religiosi. Ma, come disse Gesù: Nemo propheta in patria, e a quest’avviso non sfuggì neanche il caro don Bosco. Infatti, con duecentomila copie, la storia di don Bosco, pubblicata per la prima volta nel 1948, fu edita in decine di nazioni e tradotta in altrettante lingue tranne che in Italia od in italiano. Per questo, dicevamo all’inizio, sono pochi (qui in Italia) a sapere della riduzione a fumetti della vita del Santo. E ci sono voluti quasi settant’anni per vedere pubblicate con i dialoghi della nostra lingua quelle bellissime tavole disegnate in bianco e nero dal grande artista belga Joseph Gillain detto Jijé. Nel secondo dopoguerra, quando tutte le energie della gente erano protese per rimettere in piedi la società civile, l’editore francese della rivista di ispirazione cattolica “Spirou” si trovò di fronte ad una scelta: pubblicare una nuova serie, la XXX del prete fondatore dei Salesiani, oppure proseguire con i racconti di Tarzan, il forzuto uomo semi-selvaggio alle prese con bizzarri problemi nella giungla inestricabile. Anche questa sfida fu vinta da don Bosco, le cui “strisce” a fumetti erano già comparse sette anni prima in Belgio con il titolo “Don Bosco, ami des jeunes”. Quindi, la monumentale storia a fumetti, in ben 99 tavole, vide la luce per intero nel 1948 sulla stessa rivista che ospitava altri grandi artisti del calibro di Hergè (il creatore di Tintin) e di Peyo (papà dei Puffi). Il risultato fu sorprendente quanto l’apprezzamento dei lettori sui quali ebbe una tale presa e una capacità di evangelizzazione da attribuirgli, come fu riconosciuto in seguito, “un certo numero di vocazioni”. E pare che fu proprio il successo di questa storia a fumetti a salvare, oltre le anime che lo lessero, la casa editrice dalla bancarotta.

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Ottobre 2016

ORIZZONTALI. 1. Lo è John Kerry per gli USA - 15. Il musicista Clapton (iniz.) - 16. Scheggiare il bordo delle stoviglie - 17. Dignitario etiope - 18. 1051 nell’antica Roma - 20. Fasi geologiche - 21. Difendevano il Santo Sepolcro - 24. XXX - 27. L’Istituto che produceva popolari cinegiornali - 29. Una rete di telecomunicazioni digitale - 30. Il celebre... Man dei videogiochi inseguito da fantasmini - 31. XXX 33. Antiche divinità nordiche - 34. Città boema famosa per la birra - 35. Località della Val di Non - 36. Macchia della pelle - 37. Arena senza pari - 38. Il passato che si studia 40. I confini del Sudan - 41. Iniziali della Arcuri - 43. Un moderno esame clinico - 45. Leggendaria pozione di immortalità. VERTICALI. 1. Fattezze, aspetto - 2. Temporaneo oscuramento di un astro - 3. In mezzo alla corsia - 4. Un biblico pronipote di Noè - 5. Si stabiliscono per guarire - 6. Lo è la Nike di Samotracia - 7. Reggio Calabria - 8. Regola il trasporto aereo (sigla) - 9. Le batte il pendolo - 10. Democratici in breve - 11. Vi si vendono pane ed affettati - 12. Si richiedono all’editore - 13. Il Chi stile di arte marziale cinese - 14. Poco ossigeno - 19. Una tintura disinfettante - 22. Il cane di Topolino - 23. Alberi simbolo del Canada - 25. Il centro di Avignone - 26. Incognita matematica - 28. Scienza dei fenomeni naturali - 31. Città industriale belga - 32. Bevanda che fu oggetto di una storica rivolta - 34. Vennero moltiplicati insieme ai pesci - 39. Dieci a Londra - 40. Un’organizzazione della Germania di Hitler che seminò il terrore in Europa - 41. A me - 42. Il Pacino di Hollywood - 44. Antico Testamento.


LA BUONANOTTE b.f.

I

l chirurgo disse: «Mi spiace. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo». La madre capì, ma non aveva più lacrime, disse solo con amarezza: «Perché i bambini si ammalano per il cancro? Forse che Dio non si interessa di loro? Dio, dov’eri quando mio figlio aveva bisogno di te?». La madre chiese all’infermiera che la accompagnasse mentre dava l’ultimo saluto alle spoglie del figlio. Ac­ carezzò con la mano i suoi capelli. L’infermiera le chiese se voleva conservare uno dei riccioli. La madre assentì. L’infermiera tagliò il ricciolo, lo collocò in una busta di plastica e gliela diede. Spiegò con semplicità: «È stata un’idea di Jimmy quella di donare i suoi organi. Aveva detto che avrebbe potuto aiutare qualcun altro. È questo che voleva. Io, all’inizio dissi di no,

Disegno di Fabrizio Zubani

Dov’è Dio quando ne abbiamo più bisogno ? ma egli mi disse: “Mamma, non userò più il mio corpo dopo essere morto, e in questo modo farò sì che un bambino resti un giorno di più con sua mamma”. Il mio Jimmy aveva un cuore d’oro, pensava sempre agli altri e desiderava aiutarli come poteva». Quella sera, pianse fin quando il sonno la sorprese, abbracciata al cuscino di Jimmy. Si svegliò verso mezzanotte e vicino a sé trovò un foglio di carta ripiegato. Lo aprì. Diceva: «Cara mamma: so che non mi vedrai più, ma non pensare che ti abbia dimenticato o che abbia smesso di amarti solo perché adesso non sono lì a dirti ti amo. Ti penserò ogni gior­ no, mammina, e ogni giorno ti amerò sempre di più. Un giorno torneremo a vederci. Se vorrai adottare un bam­ bino per non restare così sola, potrà vivere nella mia cameretta e giocare con tutte le mie cose. Se decidi che sia una bambina, probabilmente non le piaceranno le cose che piacciono ai bambini, e dovrai comperarle bam­ bole e cose per le bimbe. Non essere triste quando pensi a me; dove mi tro­ vo è stupendo. I nonni sono venuti ad accogliermi quando sono arrivato. Gli angeli sono molto amichevoli. Gesù è ben diverso dalle sue immagini viste sulla terra, ma ho capito che era Lui

appena lo vidi. Gesù mi ha portato a vedere Dio Padre! Ma ci pensi, mam­ mina? Mi sono sentito di famiglia e gli ho parlato e Lui mi ha ascoltato con molta pazienza; mi ha anche det­ to che io sono una personcina molto ma molto importante. A Dio dissi che ti volevo mandare una letterina per ringraziarti e dirti tutto quanto hai letto, benché sapessi che non era per­ messo. Dio mi diede il foglio e la sua penna personale per scrivere questa lettera. Credo che si chiami Gabriele l’angelo che te la farà trovare. Dio mi disse che risponderà a quanto hai chiesto quando dicevi: “Dove era Lui quando io ne avevo bisogno?”. Dio mi disse che era nello stesso luogo, dove si trovava quando l’altro suo Figlio, Gesù, agonizzava in croce. Mamma, Egli era proprio vicino a me, mi con­ solava e mi donava forza e incorag­ giamento, così come fa con tutti i suoi figli. Non sento più dolore; il cancro è scomparso. Ne sono felice, non sarei riuscito a sopportare di più il dolore e soprattutto Dio non poteva resistere a vedermi soffrire in quel modo, perciò mandò l’Angelo della Misericordia per prendermi. L’Angelo mi disse che io ero un Incarico Speciale! Firmato: con amore, Dio e Jimmy».  o Ottobre 2016

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In caso di mancato recapito restituire a: ufficio di PADOVA cmp – Il mittente si impegna a corrispondere la prevista tariffa.

Senza di voi non possiamo fare nulla!

TAXE PERÇUE tassa riscossa PADOVA c.m.p.

Nel prossimo numero

PER SOSTENERE LE OPERE SALESIANE

Il messaggio del Rettor Maggiore Il calendario 2017

Notifichiamo che l’Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino, avente personalità giuridica per Regio Decreto 13-01-1924 n. 22, e la Fondazione Don Bosco nel mondo (per il sostegno in particolare delle missioni salesiane), con sede in Roma, riconosciuta con D.M. del 06-08-2002, possono ricevere Legati ed Eredità. Queste le formule Se si tratta di un Legato

GENNAIO

a)

2017

Di beni mobili

“… Lascio all’Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino (o alla Fondazione Don Bosco nel mondo con sede in Roma) a titolo di legato la somma di € …………….., o titoli, ecc., per i fini istituzionali dell’Ente”. Dio non

Don Bosco

Dom

2a del tempo di Natale Maternità di Maria

Lun

ss. Basilio e Gregorio Nazianzeno

Mar

SS. Nome di Gesù s. Genoveffa

Mer

s. Elisabetta Selon s. Ermete

Gio

s. Amelia s. Edoardo

Ven

Epifania del Signore s. Guerrino di Sion

17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31

Sab

s. Raimondo de Peñafort s. Luciano

Dom

Battesimo di Gesù s. Severino - s. Massimo di Pavia

Lun

s. Giuliano s. Adriano di Canterbury

Mar

s. Aldo s. Pietro Orseolo

Mer

s. Igino papa s. Salvio

Gio

s. Modesto s. Antonio M. Pucci

Ven

s. Ilario b. Veronica da Binasco

Sab

s. Felice da Nola s. Bianca 2a del tempo ordinario b. Luigi Variara - ss. Mauro e Placido

Lun

s. Marcello I s. Tiziano

Mar

s. Antonio abate

Mer

s. Liberata s. Margherita d’Ungheria s. Mario s. Pia

Gio Ven

s. Agnese b. Cristiana di Assisi

Dom

3a del tempo ordinario b. Laura Vicuña - s. Vincenzo Pallotti

Lun

s. Emerenziana s. Ildefonso

Mar

s. Francesco di Sales (Patrono dei giornalisti)

Mer

Conversione di s. Paolo s. Demetrio ss. Timoteo e Tito s. Paola

2017 Gio

Ven

s. Angela Merici s. Marino

Sab

s. Tommaso d’Aquino s. Giuliano di Cuenca

Dom

4a del tempo ordinario s. Valerio - s. Costanzo

Lun

b. Markiewicz Bronislao s. Martina - b. Sebastiano V.

Mar

s. Giovanni Bosco s. Ciro

Se si tratta invece di nominare erede di ogni sostanza l’uno o l’altro dei due enti sopraindicati

AMORIS LAETITIA

LA STRENNA SIAMO FAMIGLIA! La Famiglia è quella realtà umana molto concreta dove si impara l’arte della Vita e dell’Amore.

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa.

Studia

Foto Shutterstock

di farti amare Don Bosco

1 Mer 2 Gio 3 Ven 4 Sab 5 Dom 6 Lun 7 Mar 8 Mer 9 Gio 10 Ven 11 Sab 12 Dom 13 Lun 14 Mar

s. Verdiana b. Anna Michelotti Presentazione del Signore s. Caterina de’ Ricci s. Biagio s. Oscar - s. Cinzia s. Gilberto s. Andrea Corsini

5a del tempo ordinario s. Agata - s. Alice s. Paolo Miki e compagni s. Dorotea b. Pio IX s. Teodoro s. Giuseppina Bakhita s. Girolamo Emiliani

b. Eusebia Palomino s. Apollonia

6a del tempo ordinario s. Eulalia - s. Damiano

ss. Faustino e Giovita s. Giuliana b. Giuseppe Allamano ss. 7 fondatori OSM s. Donato s. Simeone b. Angelico 7a del tempo ordinario s. Corrado Confalonieri - s. s. Giordano s. Eleuterio - s. Silvano

 Mansueto - s. Tullio

II Quaresima

s. Pier Damiani - s. Eleonora Cattedra di s. Pietro s. Margherita

s. Sergio s. Adolfo

ss. Versiglia e Caravario s. Cesario

8a del tempo ordinario - Carnevale s. Nestore - s. Romeo

s. Fosca s. Maura

s. Gabriele dell’Addolorata s. Leandro

ss. Cirillo e Metodio (Patroni d’Europa) s. Valentino

2017

15 Mer 16 Gio 17 Ven 18 Sab 19 Dom 20 Lun 21 Mar 22 Mer 23 Gio 24 Ven 25 Sab 26 Dom 27 Lun 28 Mar

s. Policarpo s. Romana - s. Renzo

s. Scolastica s. Arnaldo

M. di Lourdes s. Pasquale I - s. Dante

MARZO

s. Romano s. Candida

LA STRENNA

AMORIS LAETITIA La famiglia non può rinunciare ad essere luogo di sostegno, di accompagna mento, di guida, anche se deve reinventare i suoi metodi e trovare nuove risorse. Ha bisogno di cosa voglia esporre i propri prospettare a che figli.

Foto Shutters

tock

SIAMO FAMIGLIA! La famiglia, lo sappiamo bene, è fatta di volti, di persone che amano, parlano, condividono e si sacrificano per gli altri, difendendos i e difendendo la vita propria e dei loro cari ad ogni costo.

mo

tità Noisisfactercia e la san allegri

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Don Bosc

con re sempre nello sta

s. Patrizio de s. Geltru

17 Ven 18 Sab 19 Dom 20 Lun Mar  21 22 Mer 23 Gio 24 Ven 25 Sab 26 Dom 27 Lun Mar  28 29 Mer 30 Gio 31 Ven

ore s. Cirillo M. V. no - s. Salvat sposo di s. Cristia Giuseppe ima - s. III Quares e compagni ss. Quinto a s. Claudi ndra m. s. Alessa etto s. Bened s. Elia

- s. Albino Le Ceneri Silvio - s. s. David

1 2 Gio 3 Ven 4 Sab 5 Dom 6 Lun 7 Mar 8 Mer 9 Gio 10 Ven 11 Sab 12 Dom 13 Lun 14 Mar 15 Mer 16 Gio Mer

s. Quinto ro s. Prospe

s. Marino onda imp. s. Cuneg iro s. Casim I s. Lucio ima I Quares - s. Cirano o s. Adrian

s. Lea nuto s. Benve ovia di Mongr s. Turibio no s. Vittoria o s. Romol di Svezia a s. Caterin e e del Signor Annunciazion- s. Isacco to s. Umber ima IV Quares - s. Teodoro ele s. Emanu ta s. Augus ndro s. Alessa

s. Coletta no s. Giorda

ua e Felicita

ss. Perpet

ni di Dio s. Giovan a sca Roman s. France di N. io s. Gregor i m. s. Dionig cio s. Simpli tino re s. Costan etto s. Bened iliano Massim ima - s. II Quares da Recanati o b. Girolam

s. Sisto no re s. Gontra

ia V. s. Eufras Patrizia a m. - s. s. Cristin e reg. s. Matild s. Paolina s. Luisa o s. Longin o s. Eribert no s. Damia

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LA ST

IA! uiremo FAMIGL contrib famiglie SIAMO nto possibile nelle Per qua e promuovere’Amore. a curare della gioia dell il senso

Di beni immobili

“… Lascio all’Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino (o alla Fondazione Don Bosco nel mondo con sede in Roma), a titolo di legato, l’immobile sito in… per i fini istituzionali dell’Ente”.

s. Sebastiano s. Fabiano

Sab

FEBBRAIO 

Dom

b)

Foto Shutterstock

abbandona mai nessuno

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16

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s. Second

o s. Amede o m. s. Quirin ino s. Beniam s. Amos

i genitor istere i nella iate le nell’ass ione vita re incoragguri che o una funz bero esse lti mat he svolgoni figli. Dovrebcere come adu re di Gesù. cattolic care cres di amo Le scuoledovere di edu gli alunni a lo sguardo averso nel loro sione di aiutare ndo attr mis mo il loro o vedere posson

ITIA

IS LAET

AMOR

“… Annullo ogni mia precedente disposizione testamentaria. Nomino mio erede universale l’Istituto Salesiano per le Missioni con sede in Torino (o la Fondazione Don Bosco nel mondo con sede in Roma) lasciando a esso/a quanto mi appartiene a qualsiasi titolo, per i fini istituzionali dell’Ente”. (Luogo e data)

(firma per esteso e leggibile)

N.B. Il testamento deve essere scritto per intero di mano propria dal testatore. INDIRIZZI Istituto Salesiano per le Missioni Via Maria Ausiliatrice, 32 10152 Torino Tel. 011.5224247-8  -  Fax 011.5224760 e-mail: istitutomissioni@salesiani-icp.net Fondazione Don Bosco nel mondo Via della Pisana, 1111 00163 Roma - Bravetta Tel. 06.656121 - 06.65612663 e-mail: donbosconelmondo@sdb.org

n il BS Il ccp che arriva co sta di ie non è una rich amenon bb l’a r pe ro na de ato e st e pr to che è sem . to ui resta grat are il Vuole solo facilit fare e ss lettore che vole un’offerta.

Il Bollettino Salesiano – Ottobre 2016  

(2) Le cose di Don Bosco; (4) Il messaggio del Rettor Maggiore; (6) Salesiani nel mondo; (10) Giovani; (14) FMA; (16) L'invitato; (19) Abbia...

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