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bibliomap EDIZIONI PLEIADES  WWW.BIBLIO-MAP.COM

rivista della rete documentaria e bibliotecaria senese

Centro Mara Meoni Maria Pace Ottieri Nella Siena di Tozzi

MediaLibrary

Sarajevo vent’anni dopo

PERIODICO / NUMERO 1_APRILE 2012 - EDIZIONI PLEIADES - WWW.BIBLIO-MAP.COM REGISTRAZIONE PRESSO IL TRIBUNALE DI SIENA AUTORIZZAZIONE N.9 DEL 06/10/2011

Letteratura della migrazione

APRILE 2012 SIENA  AMIATA  VAL D’ORCIA  ASCIANO  SARTEANO  CETONA  MONTEPULCIANO  SAN GIMIGNANO  SARAJEVO


Bibliomap Periodico delle biblioteche ReDos Rete Documentaria e Bibliotecaria della Provincia di Siena

Direttore Responsabile Vincenzo Coli

Redazione

Lorenzo Pini Serena De Lorenzo Chiara Cardaioli Alessio Duranti Antonio De Martinis

Stampa

Vanzi industria grafica Colle val d’Elsa (SI)

Progetto grafico e impaginazione Lorenzo Pini

in copertina illustrazione di Guido Volpi

Numero 1 Aprile 2012

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Biblioteca acqua e sapone Letteratura della migrazione Centro “Mara Meoni” Sulla violenza contro le donne B-libro: Pensare la differenza In tre click Se fossi al mio posto Altre novelle: ritratti di scrittori Geografie: A Siena con Federigo Tozzi MediaLibraryOnline Pausa caffè Frontiere: Sarajevo vent’anni dopo

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scriveteci a: bibliomap.siena@gmail.com


aperture

Alla stazione con Anna Karenina

L

a giovane signora sfoglia un libro accomodata di sbieco sul sedile dell’autobus. Ponderosa storia d’amore, a giudicare dal titolo. È concentrata intensamente sulle pagine, ma ha delegato ai recessi del lobo frontale la funzione di vigilanza, infatti indirizza rapidi sguardi cadenzati oltre il finestrino, giusto per non perdere il controllo del percorso. Sono le sette e trenta di un giorno invernale e la nostra mattiniera lettrice si sta recando al lavoro, orario da rispettare e forse cartellino da timbrare, distrarsi un attimo avrebbe ripercussioni spiacevoli sul resto della giornata. Tuttavia il rischio non le impedisce di consegnare larga parte della propria sensibilità in ostaggio alle vicende del romanzo, che devono essere davvero appassionanti. Gli altri viaggiatori pensano ai fatti loro, soltanto una signora anziana la osserva e comunica un filo di sconcertata perplessità increspando l’arcata sopracciliare: che bizzarria, e che perdita di tempo, leggere sul tram. O forse leggere, tout court. In Italia è cosa rara darsi anima e corpo a un libro viaggiando sui mezzi pubblici, ma in tutti i Paesi più evoluti d’Europa – Germania, Inghilterra, Francia, persino Spagna – è pratica comune, e di massa, leggere seduti o al limite all’impiedi qualcosa che non sia un giornale sportivo. I quotidiani cosiddetti metropolitani – lo dice il nome stesso – distribuiti gratis, fatti con notizie d’agenzia e farciti di pubblicità, sono destinati ai viaggiatori della metro. Le sorelle Giussani negli anni Sessanta inventarono un fumetto, Diabolik, per intrattenere i pendolari dell’hinterland milanese. Ma c’è anche chi pensa ai lettori “forti”, quelli disposti a contaminare la complessità di un monologo interiore di James Joyce con la prosaica intrusione di un gomito in mezzo alle costole, se l’ora è di punta. Biblioteche viaggianti gestite da amministrazioni locali, associazioni culturali, società di trasporti stesse, che organizzano il prestito come il noleggio delle biciclette: scegli alla partenza lasciando in pegno uno spicciolo, usi, riponi qualche decina di chilometro più in là. Nel caso del libro facendo l’“orecchia” per ripartire dal punto il giorno dopo, hai visto mai lo ritrovassi che ti aspetta sullo scaffaletto on the road. Lasciamo perdere la qualità dei trasporti: naturalmente la differenza tra noi italiani e il resto del mondo è culturale, e pure lì non siamo messi bene. In un Paese che lascia morire Pompei senza nemmeno un sussulto di ribellione, e in cui i governi condannano all’asfissia il teatro e la lirica, è facile abbandonarsi alla disperazione. In Italia, quando le vendite in libreria aumentano, la spiegazione più semplice è che gli acquirenti abituali, sempre gli stessi, si son potuti permettere di comprarne due copie; quando calano vuol dire che hanno avuto problemi con le bollette da pagare, e hai voglia a dire che un saggio o un romanzo sono più indispensabili del pane. Sul divano di casa o in treno continueranno a leggere sempre i soliti, magari abituati al touch sull’e-book nell’iPad – la tecnologia vuole il suo sfogo – e la signora anziana e perplessa sul tram ne resterà vieppiù impressionata. Ma ecco d’improvviso la buona notizia, a conferma del sospetto che ragionare per generalizzazioni è un atto di arroganza intellettuale: in provincia di Siena le biblioteche vedono aumentare mese dopo mese utenti e prestiti, e dal bancone passano visi nuovi e sempre più giovani. Sarà perché da queste parti siamo italiani atipici, bastian contrari. E allora, se c’è ancora una speranza – mica gigantesca come “Guerra e Pace”, ci basta piccola come un racconto breve di John Fante allegato a un quotidiano – è dolce insistere nella missione che ci siamo dati con questa pubblicazione. Cari amici innamorati dei libri: leggete, leggete, qualcosa resterà. Vincenzo Coli


Valdichiana

Biblioteca acqua e sapone

A Sarteano è stata inaugurata lo scorso dicembre la nuova Biblioteca comunale, realizzata nella stessa struttura che nel corso del Novecento ha svolto la funzione di lavatoio pubblico. Oggi la sala lettura, formata da un seminterrato e da un soppalco, ospita alcune migliaia di volumi e dispone di conessione wi-fi e prestito interbibliotecario di rete. di Lorenzo Pini

I

l sottosuolo di Sarteano è percorso da acque calde come testimoniano le numerose fonti termali in questo territorio compreso tra il Monte Cetona, la Valdichiana e l’Amiata. Solo a poche centinaia di metri fuori Porta Monalda, ad esempio, si trovano le sorgenti di Bagno Santo, ricche di sostanze bicarbonato-solfato-terrose che sgorgano alla temperatura di 24 °C. Erano note e utilizzate anche nell’antichità e oggi alimentano due piscine sarteanesi, oltre che deviare fino a qualche decennio fa verso gli antichi lavatoi pubblici. “Fino agli anni Settanta le donne del paese venivano qui a lavare i panni, le loro mani preferivano il tepore di questi canali”, racconta Fabrizio Morgantini, il bibliotecario. “La struttura della nuova biblioteca ricalca quella costruita dopo l’Unità d’Italia e per un secolo lavatoio pubblico di Sarteano”. Siamo subito ai margini del nucleo antico del paese, in Viale Amiata, nel verde del Parco Mazzini. Dall’altro lato della strada un’autofficina ha in sconto oggi le catene da neve, più giù lungo il viale si trova il campo sportivo della Nuova Olimpic Sarteano. Si entra in biblioteca e le finestre a forma di oblò e i muretti di travertino (che formavano le vecchie vasche) ai lati della sala principale ricordano come qui si battessero le lenzuola inzuppate d’acqua. Una targa di marmo è affissa sul muro: “Panni bianchi”. L’assessore alla Cultura del Comune di Sarteano Sergio Bologni è svelto nell’aiutare Fabrizio a sistemare gli scaffali, che al momento ospitano più di cinquemila volumi: “Dopo gli anni Settanta il Comune aveva impiegato una parte della sala ad altro utilizzo, poi è nato recentemente il progetto-biblioteca” (intanto al piano di sopra, sul soppalco in ferro, giovanissimi studenti ripetono una lezione di geografia). “Ci vuole tempo per ingranare, ma abbiamo invitato tutte le classi delle scuole del Comune a fare visita alla nuova struttura. Gli architetti non se la sono sentita di lasciare che l’acqua continuasse a scorrere anche vicino ai libri, ma il dialogo con il passato è evidente”. I libri sistemati negli scaffali provengono, per il 90%, dalla biblioteca parrocchiale di San Lorenzo, nel centro storico di Sarteano. È consultabile un archivio storico con immagini e testimonianze relative a tutto il secolo scorso, mentre c’è un vuoto, per adesso, che riguarda la narrativa contemporanea. La neonata ristrutturazione è stata sostenuta fin dalla sua nascita dall’Associazione culturale “SarteanoViva”, che dal 2008 promuove iniziative attraverso i suoi 176 associati. I soci della Biblioteca comunale potranno infatti accedere ai 4 mila e 200 volumi presenti nell’altra biblioteca del paese, quella appunto fondata da SarteanoViva in Piazza XXIV giugno, tutti frutto di donazioni, di cui molti libri in lingua straniera. Qualche mese fa inoltre i Giovani Democratici di Sarteano hanno promosso una raccolta fondi per l’acquisto di nuovi volumi da destinare alla struttura nascente. Sembra di cogliere un’aria di collaborazione e di interesse intorno al progetto. Come dice Fabrizio, ogni inizio si basa sul contatto con i cittadini, in questo caso attraverso la promozione

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Sarteano

di circoli di lettura e incontri: “il nostro modo di fare con gli abitanti è ovviamente molto diretto e cerchiamo di coinvolgere il più possibile anche coloro che all’inizio erano più scettici, vedendo gli ex lavatoi trasformati in un luogo apparentemente così distante dalla sua indole originaria. Ma tutti possono accorgersi, entrando, che la vecchia struttura è rimasta intatta, solo che adesso, al posto dell’acqua calda, scorrono i libri.” La biblioteca è dotata di wi-fi, e starà aperta a pieno regime per 15 ore e per cinque giorni a settimana. La Regione Toscana ha sostenuto con 170mila euro un investimento complessivo di 272mila euro. La Provincia di Siena, con

la rete Redos, permetterà di usufruire del prestito interbibliotecario di rete, della catalogzione del pregresso e di altri servizi di promozione della lettura.

Orari lunedì 9.30 - 12.30 martedì 9.30 - 12.30 e 15.00 - 18.00 giovedì 15.00 - 18.00 venerdì 9.30 - 12.30

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Asciano

Letteratura della migrazione Fra tematiche e problematiche, un altro volto dell’immigrazione

di Rabii El Gamrani

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orreva l’anno 1990 quando il senegalese Pap Khouma, in collaborazione con il giornalista Oreste Pivetta, scrisse il suo Io, venditore di elefanti. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Marocchini, albanesi, algerini, indiani, romeni, siriani, argentini, iraniani, ucraini, uomini e donne di lettere incisero i loro nomi accanto a quelli di Erri De Luca e Antonio Tabucchi, come autori di lingua italiana. La critica e il mondo dell’editoria dovettero fare i conti con questi autori, che con risoluzione entrarono a far parte di quello che fino ad allora era appannaggio “della razza italica”: la scrittura. In fretta e furia coniarono per loro un appellativo, che pur nella sua innocenza, sembrava volerli escludere, più che includere, nel panorama della letteratura italiana: scrittori della migrazione. Dopo più di due lustri dall’uscita di Io, venditore di elefanti, la polemica su dove collocare questi autori non si è placata, tuttavia questo esercizio, forse intellettualmente inutile, non ha impedito la moltiplicazione delle opere e degli autori stranieri di lingua italiana. Chiariamo subito due dati che pur in apparenza potrebbero sembrare dei dettagli irrilevanti, tuttavia sono indicativi di quanto questi autori appartengano proprio alla letteratura italiana: il primo dato è che la maggior parte di essi ha scoperto la scrittura proprio in Italia, il secondo è che tutti scrivono quasi esclusivamente in italiano. Ma andiamo a leggere almeno superficialmente questo fenomeno. Volendo tracciare un profilo comune, dal punto di vista tematico, delle opere scritte da questi autori, scopriamo che le problematiche legate all’immigrazione occupano un ampio spazio nella loro produzione. Queste problematiche sono analizzate non solo dal punto di vista giuridico, sociale, antropologico o storico, ma anche da una prospettiva psichica che si riflette in quel senso di spaesamento, di alienazione e di precarietà psicofisica, cognitiva e linguistica che il migrante si trova ad affrontare. In questo tipo di narrazione le relazioni con “l’altro”, “l’autoctono”, trovano una collocazione di rilievo, e qui si può parlare di una scrittura che io chiamerei estroversa. Un altro tema privilegiato dagli scrittori della migrazione è il raccontare il paese d’origine e il rapporto con la terra natìa. All’interno di questo tema troviamo altri denominatori comuni che si esprimono attraverso delle voci narranti divise fra il nostalgico e il deluso. Nostalgia di un paese che non ha saputo trattenere i suoi figli offrendo loro le opportunità per una vita dignitosa non solo dal punto di vista economico ma anche in termini di libertà, di giustizia e di democrazia. Delusione nei confronti di un paese per il quale non si riesce e non si vuole negare il proprio amore. È una narrazione in cui oltre al dialogo che gli autori ingaggiano con loro stessi e con il loro paese d’origine prevale un certo bisogno di narrare la propria storia privata (in quanto individui) e generale 6 Bibliomap

(in quanto cittadini di un determinato paese) all’altro, ai cittadini del paese ospitante. Siamo in un campo che mischia l’estroverso e l’introverso. Alla fine c’è lo scrittore, inteso come esperienza individuale, percorso di formazione e di ricerca. Nonostante gli autori stranieri che “operano” in lingua italiana provenissero da esperienze e vissuti diversi, tuttavia anche qui possiamo rilevare delle tendenze comuni; essi portano in dote alla lingua e alla letteratura italiana non solo le loro storie vere o di finzione, ma anche tutto il bagaglio linguistico, culturale, religioso, sociale, storico e antropologico proprio ai loro paesi amalgamandolo e a volte fondendolo nel patrimonio linguistico-letterario italiano. A mio avviso la forza espressiva e originale della letteratura della migrazione consiste proprio in questo amalgamare una molteplicità di mondi che arricchisce sia il loro “verbo” sia la cultura italiana. Di fatto la gamma della “letteratura della migrazione” non tralascia nessun genere, dal romanzo al racconto, dalla poesia alla saggistica, e dal giallo al diario di viaggio portando indubbiamente un modo innovativo (perché fresco di scoperta e carico di novità) di intendere la scrittura. Ovviamente non tutto è rose e fiori. Gli scrittori della migrazione essendo comunque nuovi ad una lingua che non hanno preso dal seno materno, peccano a volte di quella ricerca forzata di originalità, di quella specie di esotismo intrinseco in alcune trame, di quell’ansia d’essere apprezzati e riconosciuti che porta alcuni fra di loro ad optare per delle narrazioni accomodanti che sfiorano la ruffianeria nei confronti del paese ospitante. Dall’altro canto la critica essendo anche essa nuova a questi scrittori li snobba, li ignora, e spesso si mostra distratta nei confronti di alcune opere che meriterebbero un’attenzione particolare. Ricordo qualche anno fa un mio incontro a Siena con lo scrittore e teatrante algerino Tahar Lamri, al quale chiesi perché aveva scelto di scrivere in lingua italiana. E la sua risposta fu: “non sei tu a scegliere una lingua è lei a sceglierti”. Come dargli torto, d’altronde la lingua è donna.

Bibliografia disponibile nella Biblioteca comunale di Asciano: Tahar Lamri (Algeria), I sessanta nomi dell’amore, Mangrovie 2009 Amara Lakhousse (Algeria), Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, E/O 2006 Amara Lakhousse, Divorzio all’islamica a viale Marconi, E/O 2010 Amara Lakhousse, Un pirata piccolo, piccolo, E/O 2011 Mohammed Lamsuni (Marocco), Porta Palazzo, Mon amour, Mangrovie 2006 Bijan Zarmandili (Iran), I demoni del deserto, Nottetempo 2012 Milton Fernandez (Argentina), L’argonauta, Mangrovie 2007 T.F Brhan (Eritrea ), La sposa, Mangrovie 2007 Lo sguardo dell’altro. Antologia di scritture migranti, Mangrovie 2008 Karim Metref (Algeria), Tagliato per l’esilio, Mangrovie 2008 Elvira Dones (Albania), Piccola guerra perfetta, Einaudi 2011 Gëzim Hajdari (Albania), Poesie scelte: 1990 – 2007, 2008, Edizioni Controluce Siti da consultare: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it http://collettivoalma.wordpress.com


letteratura Rabii El Gamrani, mediateca di Asciano febbraio 2012

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cultura del pensiero femminista

Centro Mara Meoni, nel volto di una donna la memoria e il progetto Nel 1981, con l’obiettivo di contribuire all’arricchimento culturale delle donne e alla presa di coscienza della loro condizione, nasceva a Siena il Centro Mara Meoni. Negli anni la bilblioteca del Centro è diventata il punto di riferimento per chiunque voglia documentarsi sulla letteratura di genere. di Bernardina Sani

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uando è sorta presso il Centro Culturale Mara Meoni l’idea di una biblioteca di genere? Non ho ricordi precisi e per dare corpo a questa relazione ho fatto ricorso ad una ricerca di documenti, come se si trattasse dello studio di un argomento di storia. Sapevo bene che il mio nome compare nella costituzione di associazione redatta il 21 novembre 1980 nello studio del notaio Salerno e nella memoria ho fissi alcuni interventi delle presenti, ma non riuscivo a ricordare esattamente il gruppo delle costituenti che compare con le firme in calce. Esso era formato da Lidia Agnelli, Tiziana Bruttini, Donatella Coli, Daniela Curti, Antonietta Cutillo, Anna Giorgetti, Costanza Iannone,Tommasina Materozzi, Ilaria Perugini. Nella costituzione di associazione vi sono punti molto importanti che danno un’impronta netta e solida alla attività del Centro. Ad esempio all’art. 3 si dice: “Il centro si propone di contribuire all’arricchimento culturale delle don-

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ne, alla presa di coscienza della loro condizione, nell’ottica della lotta di emancipazione e liberazione della donna. A tal fine organizza attività di indagine e studio sulla condizione femminile, di ricerca e valorizzazione di tutte quelle forme di cultura alternativa proposte e prodotte dalle donne.” Che cosa c’è da notare in questo testo? Innanzitutto l’uso della parola arricchimento: è un concetto importante perché sembra voler dare dignità ad ogni forma culturale posseduta dalle donne in partenza e al tempo stesso favorire le aperture, i confronti, tutto quello che viene ad integrare la cultura di partenza. L’arricchimento poi doveva svolgersi nell’ottica dell’emancipazione e della liberazione. Due parole chiave che risuonano anche oggi (si veda il blog di Se non ora quando dove si discute molto del significato di questi due termini); del resto se ne discuteva anche trenta anni fa, quando il senso della liberazione era inteso come acquisizione di terreni nuovi e l’emancipazione il modo per difenderli dal potere maschile. Allo stesso tempo, tenendo su due binari l’emancipazione e la liberazione, entrambe erano indicate come obiettivi disinti da raggiungere. C’è un altro termine significativo: “alternativo”, inteso come promozione di cultura alternativa. Era un termine di moda, un concetto spendibile in molte direzioni, a partire dall’esotismo e dall’opposizione alla cultura ufficiale e accademica (aderendo a pratiche artistiche di avanguardia); nell’atto costitutivo del Centro si usava però il concetto di “alternativo” come opportunità diversa rispetto al sistema, contraddistinto da un modo di operare chiuso nelle forme classiche,

Mara Meoni durante un’ assemblea del Consultorio (Archivio UDI). Nata a Colle val d’Elsa nel 1925, inizia a lavorare in un lanificio, dove diviene presto capofabbrica. Un ruolo che la pone poco tempo dopo in una posizione di mediazione tra il proprietario e le operaie che vedono in lei un riferimento umano e politico.

Mara Valentini, nata a Colle val d’Elsa nel 1925, inizia a lavorare in un lanificio, dove diviene presto

La Biblioteca del Centro è collegata alla rete redos e ospita 3000 volumi fra saggistica e narrativa di donne, più le riviste di teoria (Noi donne, LeggereDonna, Via Dogana, DWF, Memoria ecc.) Siena, via Pendola 37 martedì 17 - 20 giovedì 17 - 19 marameoni.blogspot.com tel: 0577 284242


Centro Meoni dominate da sempre dal genio maschile anche nelle forme mediatiche: cinema televisione, stampa popolare, allora rotocalchi, riviste femminili. Sembra poter leggere nel testo una propensione a considerare alternativo al sistema dominante tutto ciò che riguardava le donne. Ma si dirà: “E la biblioteca?” Nel testo non vi è cenno, ma se leggiamo il programma di attività per l’anno 1981, quindi elaborato quasi contestualmente alla costituzione (un programma è frutto di una discussione “che ha visto impegnate in numerosi incontri un folto gruppo di donne”), si può osservare che: “L’altro strumento individuato come indispensabile al Centro è la biblioteca. Questa, incentrata su testi e pubblicazioni riguardanti la condizione femminile, non dovrà avere soltanto la funzione di renderli più accessibili rispetto alle biblioteche già esistenti, ma dovrà essere soprattutto luogo d’incontro, discussione ed elaborazione collettiva. Essa dovrà essere inoltre centro di raccolta di materiale documentario sull’attività e le lotte femminili. Poiché il Centro non vuole né deve sostituirsi al movimento delle donne nelle sue varie organizzazioni, ai partiti o ad altre associazioni, i temi saranno affrontati con un taglio culturale che implica una adeguata documentazione che rimanga a testimonianza dei risultati raggiunti.” C’è un altro documento significativo per capire la nascita della Biblioteca del Centro ed è intitolato “Note riassuntive del programma di attività del Centro” (datato 28 gennaio 1981 e quindi contestuale agli altri documenti). Qui si propongono i temi individuati per l’attività di studio, di ricerca, di divulgazione (non uso la parola odierna “comunicazione” perché ha assunto significati ben diversi e complessi). I temi erano: Violenza sessuale. Funzione dei consultori. Problemi della prima infanzia. Accanto a questi temi si individua la necessità di impiantare uno strumento di lavoro: la biblioteca. E si ribadisce quanto detto sopra: “A questo proposito è stata sottolineata l’importanza della presenza al suo interno del maggior numero possibile di giornali e riviste riguardanti la donna, comprese quelle che tradizionalmente vengono definite pubblicazioni femminili (Bolero, Grazia ecc.) senza escludere e per farne oggetto di analisi critica e di studio le pubblicazioni di genere pornografico.” Quanto ci sarebbe bisogno oggi di que-

sta favolosa analisi critica che aiutasse a decodificare testi, immagini, azioni legati alla donna in questo momento è problema troppo grosso per affrontarlo in queste righe. Ho reperito un appunto di mano di Anna Giorgetti dal titolo “Autobiografia del Centro”, che mi sembra molto significativo, qualcosa che dovremmo tener presente anche oggi. Si dà una memoria della formazione del Centro ricordando l’adesione entusiastica dei gruppi operanti in città quali il Coordinamento Dimensione Donna e il Collettivo femminista e la confluenza dei gruppi dell’UDI ormai in crisi.

Schematizzando: “Per le donne dell’UDI e del Coordinamento il Centro deve essere una struttura organizzata anche formalmente che ruota intorno al nucleo di base: la biblioteca. Questa è vista come strumento di lavoro, ma anche come servizio alla collettività. Non è luogo separato e quindi non rifiuta né la proiezione esterna, lavorando perciò su scadenze esterne, né il rapporto con le istituzioni, pur non accettando né committenze né condizionamenti nelle scelte. Le iniziative sono il frutto del lavoro di gruppi che si formano di volta in volta su singole tematiche e che trovano un loro sbocco esterno”.

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cultura del pensiero femminista Si trova infine un altro documento che vorrei ripresentare: è la fattura che l’11 novembre 1982 la libreria Feltrinelli invia al Centro. Da lì ricaviamo la lista degli acquisti che spaziano dai classici della letteratura scritta da donne: Virginia Woolf (Gita al faro, Orlando), Charlotte Brontë (Jane Eyre), Austen (Orgoglio e pregiudizio, Emma), quasi provocatoriamente la Alcott con Piccole donne, ma anche Casa di bambola di Ibsen, scritto da un uomo, interprete di una sfortunata condizione femminile, la donna oggetto. Per La letteratura contemporanea: Simone de Beauvoir (Esiste la donna, l’Invitata), Yourcenar (Ad occhi chiusi). Per la saggistica cito in ordine sparso Saraceno (Anatomia della famiglia, Dalla parte della donna), Germaine Greer (L’eunuco femmina, Le tele di Penelope), Rossana Rossanda (Le altre), Giannini Belotti (Le donne, Razza di ragazza) e ovviamente non manca la Badinter col suo bestseller L’amore in più. Quindi l’arte: con Lea Vergine L’altra metà dell’avanguardia, Margaret Mead (Maschio Femmina), Ida Magli (Matriarcato). Avrei voluto terminare con un’analisi degli acquisti di libri oltre i primi ordini e per tutti i trenta anni per capire se si potevano individuare delle tendenze. Per questo, ho preso in prestito l’inventario che inizia nel 1996 e va fino ad oggi. Non è stato facile analizzarlo. Grosso modo, si può notare che la letteratura e la poesia prevalgono negli acquisti, ma qua e là compaiono libri che rimandano a temi laceranti. E così abbiamo Proibito parlare e Diario russo di Anna Politkovskaja, Il Femminismo islamico di Pepicelli, L’Iran che conoscevo io di Manna Parsi e molti altri libri che riguardano tematiche internazionali che del resto sono importanti oggi per i problemi di globalizzazione, immigrazione, guerra ecc. e che riguardano da vicino le donne. La cosa che occorre ricordare è che spesso venivano organizzate presentazioni, discussioni dei libri appena usciti e che questa attività è continuata per tutti questi trenta anni e sono stati avvenimenti di successo di cui ho ricordi sparsi: la presenza di Giannini Belotti, di Ginevra Bompiani, di Gabriella Piccinni, di Michela Pereira, Luisa Boccia, della Ravera, della Muraro, della Menapace, della Bocchetti, Annarita Buttafuoco. Le presentazioni sono diventate più rare negli ultimi anni prima di tutto per la contrazione dei fondi a disposizione e poi perché il Comune, organizzando Lunedilibri in Biblioteca comunale, ha dato spazio alla letteratura e alla saggistica delle donne. Oggi possiamo dire che in una società in cui la lettura non ha molto successo le donne leggono più degli uomini, sono le clienti migliori delle librerie, le frequentatrici più assidue delle biblioteche, sono le migliori nelle scuole e nelle università e poi… Quanto al rapporto con le altre biblioteche, dobbiamo segnalare che quella del Centro, insieme alla Biblioteca delle Pari opportunità della Provincia di Siena è entrata nella Rete Documentaria Senese. Visitando il sito di Redos è possibile trovare le coordinate della Biblioteca del Centro Meoni e consultare il catalogo online, come per tutte le altre della Provincia di Siena. E questo è un risultato che permette di far vivere questo spazio e di attrarre un pubblico pù vasto.

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Di libro in libro: voci di donne Giovedì 8 marzo in occasione della festa internazionale delle donne, il Centro Culturale “Mara Meoni” in collaborazione con gli Amici delle Biblioteche di Siena, ha ospitato nella Sala Storica della Biblioteca comunale degli Intronati le Persone Libro con un’iniziativa dal titolo “Di libro in libro: voci di donne”. La volontà delle promotrici è stata quella di festeggiare le donne attraverso le loro parole, la loro scrittura e i testi che hanno contribuito a spezzare un secolare e oppressivo silenzio. L’idea è stata ed è quella di restituire le parole delle donne attraverso la voce di altre donne che di quelle parole nutrono la memoria, la loro e di chi le ascolta. Io sono… una Persona Libro. Ma cosa vuol dire esattamente essere una Persona Libro? “Noi diciamo a memoria – non recitiamo – brani di libri. E li portiamo in giro. Nelle piazze, nelle case private, nei teatri, nelle biblioteche, nelle scuole, nelle fiere, nelle librerie. Soprattutto laddove non ci siano i libri. I libri siamo noi. La loro voce”. Così si presentano le Persone Libro definendosi “una voce che si impadronisce di un testo che amiamo”, fino al punto che ogni parola, ogni singolo suono di quel testo diventa parte di te, del tuo respiro. E il piacere che hai provato nel leggerlo arriva direttamente dalle tue labbra a chi ascolta, a chi riceve quella parola in dono. Persone Libro è la versione italiana del “Proyecto Fahrenheit 451 las personas – libro” di Madrid, ideato e diffuso da Antonio Rodriguez Menendez. Il progetto italiano fa capo all’Associazione Donne di Carta, è stato avviato a Roma nel 2009 e da qui si è velocemente diffuso in molte città italiane. L’obiettivo che anima le Persone Libro è anche ciò che riempie di senso e di valore quest’iniziativa: prestare la propria voce ad un testo per restituirne la bellezza, per costruire il piacere dell’ascolto. Non è uno spettacolo, non ci sono attori che recitano su un palcoscenico alla ricerca di un applauso, ma persone che tessono relazioni, che condividono il piacere della parola, quella autentica che travolge e investe come un alito di vento. È una relazione tra “me che dico” e “tu che ascolti”, una relazione tra la bellezza e il senso di un testo e la bellezza e il senso di me che… sono una Persona Libro e mi dono a te nella parola che attraversa il corpo e fiorisce nel suono della voce. È una relazione che fa dell’oralità il suo strumento, che fa del dire incarnato il sentiero verso un orizzonte di senso comune. Essere una Persona Libro è condivisione, è ascolto, è guardarsi negli occhi e donarsi semplicemente nel suono di una parola. Teresa Lucente, Centro culturale delle Donne “Mara Meoni”


Amiata - Val d’Orcia

Ideato dall’Unione dei Comuni Amiata-Val d’Orcia in sinergia con il lavoro svolto dalle volontarie dell’Associazione Donna Amiata Valdorcia nasce un nuovo progetto dedicato alla violenza contro le donne che trova spazio all’interno della Biblioteca comunale di Piancastagnaio. di Claudia Maccari

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l Centro Documentale Territoriale sulla violenza contro le donne, ospitato presso la Biblioteca comunale di Piancastagnaio, è una struttura pubblica di raccolta, produzione e divulgazione di materiali informativi e documenti sulla violenza di genere. Il progetto del Centro Documentale è il frutto di un’interessante sinergia tra due distinte Gestioni Associate dell’Unione dei Comuni Amiata-Val d’Orcia, quella Pari Opportunità e quella Biblioteche, Musei ed Archivi Storici. La raccolta ospitata dal Centro, costituito nel 2010, si compone: di testi acquistati ogni anno attraverso la compartecipazione dell’Unione dei Comuni Amiata Val d’Orcia ed i contributi erogati dalla Regione Toscana con il PIC (Piano Integrato della Cultura); di documenti donati dai Centri Antiviolenza e Pari Opportunità della Provincia di Siena; di testi donati dall’Associazione Donna Amiata Val d’Orcia, che si occupa di sostegno ed assistenza alle donne che hanno subito maltrattamenti o violenza. Proprio la presenza dell’Associazione Donna Amiata Val d’Orcia a Piancastagnaio, ben radicata nel territorio ed attiva ormai da molti anni, è stata la chiave per individuare la sede del Centro Documentale Territoriale, dal momento che l’informazione e l’educazione sono strumenti importanti per combattere un fenomeno così grave come quello della violenza di genere. La sinergia tra il lavoro svolto dalle volontarie dell’Associazione Donna Amiata Val d’Orcia e la presenza del Centro Documentale Territoriale vuole creare da un lato una maggiore conoscenza e consapevolezza del fenomeno della

violenza di genere, e dall’altro favorire un coinvolgente percorso emotivo. Il patrimonio documentario del Centro Territoriale si compone, quindi, sia di saggi che analizzano il ruolo della donna in chiave storica e sociologica e danno conto dell’evoluzione del fenomeno della violenza di genere sia nel tempo che nel mondo, che di testi narrativi, che, attraverso storie vere o verosimili, accompagnano il lettore nell’esplorazione di uno dei lati oscuri dell’animo umano. Partiamo dall’assunto che la violenza di genere sembra essere una costante culturale, quasi inestirpabile, quasi congenita, troppo spesso tollerata o addirittura giustificata. Ciò accade anche nelle società europee, dove il ruolo e la posizione delle donne ha assunto rilevanza e riconoscimento. Ecco perché il Centro Documentale promosso dall’Unione dei Comuni Amiata Val d’Orcia si pone come il luogo in cui si parla della violenza contro le donne e le bambine, in maniera tale che, quelle che sono dolorose vicende umane, una volta trasformate in storie, rimangano impresse e creino coscienza e memoria. Infatti, l’emozione è lo strumento che meglio può aiutare le donne a reagire e può far riflettere gli uomini su un modo aberrante di giustificare l’affermazione della propria identità di genere. Il Centro Territoriale Documentale sulla violenza contro le donne è quindi una biblioteca nella Biblioteca comunale “Angelo Ferrazzani” di Piancastagnaio, in Via Cavour n. 17. Tra i servizi offerti ricordiamo: accesso, consultazione, lettura in sede, prestito locale ed interbibliotecario.

Centro Documentale Territoriale Sulla violenza alle donne

Orari Lunedì 10 - 12 e 16 - 18 Martedì 10 - 12 e 14 - 18 Mercoledì 10 - 12 e 15 - 17 Giovedì 15 - 17 Venerdì 15 - 17 Sabato 15 - 17. tel. 0577-784049 e 0577-786024

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b-libro Breve bibliografia e un documentario sul pensiero femminista. A cura di Irene Barrese

Pensare la differenza

Lo trovi qui... BCI SIENA 3 B 08657 COLLE VAL D’ELSA CENTRO MARA MEONI MONTERIGGIONI SINALUNGA TREQUANDA 305.4 BEA CASTELNUOVO B. SPO 305.4 BEA MONTERONI 843 912 BEA 1

BCI SIENA 306.7 HERF CENTRO MARA MEONI S XI f 77 COLLE VAL D’ELSA 306.7 HER SINALUNGA 305.4 HER

BCI SIENA 305.42 MARM CENTRO MARA MEONI S VII 78 ABBADIA SAN SALVATORE COLLE VAL D’ELSA MONTERIGGIONI SAN GIMIGNANO PIANCASTAGNAIO SINALUNGA 305.4 MAR

BCI SIENA 305.42 ZANL CENTRO MARA MEONI S XV 79 ASCIANO COLLE VAL D’ELSA PIANCASTAGNAIO SINALUNGA 305.42 ZAN

BCI SIENA 362.82 DECG CENTRO MARA MEONI S XV 153 ABBADIA SAN SALVATORE CHIUSI COLLE VAL D’ELSA MONTERIGGIONI PIANCASTAGNAIO POGGIBONSI SINALUNGA 362.82 DEG MONTICIANO 854 DEG

BCI SIENA VF MARA VOG VD 305.42 MARA MONTERIGGIONI DVD MAR VOG

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Simone De Beauvoir

Il secondo sesso

Nel 1949 esce Il secondo sesso che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi. In questo saggio l’autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con “le ovaie e la matrice”. Affronta temi come la sessualità, il lesbismo, la prostituzione, l’educazione religiosa e la maternità, indicando alle donne la via per l’indipendenza e l’emancipazione. Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà: l’opera, di respiro universale, è diventata una tra le fondamentali del Novecento.

Françoise Héritier

Maschile e femminile: il pensiero della differenza Allieva di Claude Lévi-Strauss, sulla cui cattedra è salita succedendogli al Collège de France, François Héritier ripercorre in questo libro le tracce della differenza, dello scarto identico/diverso nelle strutture profonde psicologiche e sociali delle popolazioni tanto della Nuova Guinea e dell’Alaska quanto dell’Europa occidentale e dell’America. Per arrivare alla società contemporanea, di cui la Héritier indaga fenomeni molto attuali quali la scelta intransigente del celibato o le tecniche di riproduzione artificiale.

Michela Marzano

Sii bella e stai zitta “Questo libro è un atto di resistenza. Di fronte alle offese e alle umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, in quanto filosofa, ho sentito il dovere di abbandonare la torre d’avorio in cui si trincerano spesso gli intellettuali per spiegare le dinamiche di oppressione che imprigionano la donna italiana. Lo scopo è semplice: si tratta di dare a tutte coloro che lo desiderano gli strumenti critici necessari per rifiutare la sudditanza al potere maschile.” Michela Marzano

Lorella Zanardo

Il corpo delle donne Nel maggio del 2009 Lorella Zanardo ha messo in rete un documentario (www. ilcorpodelledonne.com), realizzato con Cesare Cantù e Marco Malfi Chindemi, che si proponeva di innalzare il livello di consapevolezza sull’immagine delle donne nella tv italiana. Oggetto e titolo: Il corpo delle donne. È stato l’inizio di un cambiamento e di una grande spinta per far riguadagnare centralità alle donne e misurare la loro incidenza sul tessuto sociale e culturale del nostro paese. L’autrice racconta qui la genesi del documentario, le reazioni che ha suscitato, l’interesse inaspettato da parte delle giovani generazioni, la necessità di uscire dagli stereotipi per giungere a una nuova definizione del femminile.

Concita De Gregorio

Malamore

La violenza sulle donne, in questi ultimi anni, è diventata una delle grandi emergenze sociali del nostro paese e non solo. A ben vedere i dati sull’argomento, si tratta di un fenomeno che riguarda più la vita domestica che non le nostre strade, le nostre piazze o altri luoghi pubblici. Si tratta di una violenza che spesso si consuma tra persone che si conoscono, magari da lungo tempo, tra coppie consolidate, tra marito e moglie. Relazioni violente, che durano nel tempo, a cui, volendo, si potrebbe spesso anche sfuggire. Una volontà che però non trova mai la forza di diventare davvero decisione. Concita De Gregorio prova a indagare tutte le ragioni e i risvolti di un amore che diventa violenza e a cui non ci si riesce a sottrarre.

Alina Marazzi

Vogliamo anche le rose (documentario) Un documentario che racconta il profondo cambiamento avvenuto nel costume in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta grazie alla liberazione sessuale e al movimento femminista. Vengono riproposte le più importanti tappe di questo percorso filtrandole attraverso lo sguardo femminile di una regista poco più che quarantenne. Dichiara la regista: “Ho voluto ripercorrere la storia delle donne tra la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta per metterla in relazione, a partire dal ‘caso italiano’, con il nostro presente globale, conflittuale e contraddittorio. Con l’intenzione di offrire uno spunto di riflessione su temi ancora oggi parzialmente irrisolti o oppure addirittura platealmente rimessi in discussione”.


IN TRE CLICK

Bibliomap presenta una rubrica che racconta in tre flash gli spazi bibliotecari della Provincia di Siena. Siamo ad Asciano: introdotta da Nicola Patti e fotografata da Alessio Duranti

N

on è possibile comprendere se una pratica quotidiana inizia a diventare tradizione mentre la si sta vivendo, praticando o anche soltanto osservando. Non si può capire ad oggi, ad esempio, se l’annuale esposizione delle foto dei cittadini ascianesi lungo il Corso Matteotti si stia trasformando in un’usanza, ma di certo si intuisce il crescente coinvolgimento suscitato tra coloro che, sbirciando tra i vecchi ricordi in bianco e nero, scovano il proprio volto, quello di un parente, o quello di un amico scomparso. Molte di queste immagini, risalenti agli anni ‘40 e ‘50, ritraggono torme di ragazzini e ragazzine in posa per la classica “foto di classe”, sulle scale di quella che era la sede delle scuole elementari di Asciano: un grande portone di legno socchiuso, il maestro, venti o trenta alunni seduti sugli scalini di travertino, sorrisi forzati e spesso sdentati. Con il passare degli anni, anche quando le elementari sono state trasferite, quel portone è comunque rimasto aperto, dal momento che l’edificio divenne la sede della Filarmonica “Verdi”, mantenendo quindi, sotto un certo punto di vista, la sua funzione educatrice, quanto meno nell’ambito musicale. Altre generazioni di giovani e meno giovani hanno quindi affollato le stanze ampie e fredde di quella che venne soprannominata “Sala di Musica”: concerti, spettacoli, recite e ovviamente lezioni di solfeggio e di strumento hanno continuato ad animare fino a pochi anni fa una struttura considerata perno della comunità ascianese. Di certo, sia l’affezione dei cittadini, sia la centralità, urbana e sociale, delle “scuole vecchie” hanno influito sulla scelta, da parte dell’amministrazione comunale, di rileggere la funzione e l’uso di questi spazi, trasformandoli in nuovi centri di incontro e di potenziamento formativo. Una mediateca, una ludoteca e una biblioteca, oltre che il Museo Cassioli, hanno trovato alloggio all’interno di queste sale, con il chiaro intento di costruire un polo culturale in grado di convogliare interessi e sensibilità diverse. Le attività della Mediateca intitolata al grande regista Mario Monicelli, ad esempio, spaziano dalla proiezione di film per grandi e piccini, alla presentazione di libri di autori locali e non, alla organizzazione di workshop e corsi rivolti ai bambini delle scuole e ai loro genitori, oltre ovviamente alla normale attività di internet point e prestito libri e dvd. Entrando, ci troviamo di fronte ad un piccolo ma funzionale bancone, dove vengono servite bevande calde e caffè; nella grande sala computer, PC e Macintosh sono a disposizione degli utenti per la connessione internet e spesso vengono utilizzati dai principianti per un primo approccio guidato all’informatica. Il piano terra ospita anche una sala per le proiezioni e le conferenze che può ospitare oltre sessanta persone. Al piano superiore, oltre ad un’area di incontro e a poltroncine per la lettura, si trovano la Biblioteca per i bambini e l’Archivio comunale. In questi spazi sono conservati anche la maggior parte dei testi della biblioteca, che purtroppo ancora non sono stati ricatalogati con il nuovo sistema: si tratta di dieci, undici scaffali di libri difficilmente consultabili. Dopo la chiusura della prima sede della Biblioteca comunale in via Mameli infatti, è stato impossibile riordinare tutto il materiale a causa dei ripetuti spostamenti dell’intera collezione. Ad oggi, un patrimonio molto grande non viene sfruttato a pieno proprio a causa di questo lavoro lasciato a metà. La Mediateca “Monicelli” di Asciano è diventata negli anni un luogo imprescindibile per l’intera comunità, viste anche le proficue collaborazioni tra la cooperativa Biancane, che gestisce la struttura, e alcune associazioni del territorio. Non si può nascondere la necessità di un potenziamento dei servizi, partendo proprio dalla Biblioteca e dall’Archivio storico, al fine di dare un ulteriore slancio progettuale ad un’idea che, nonostante gli ottimi risultati fin qui ottenuti, pare essere ancora lontana dall’esprimere la sua massima potenzialità.

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Asciano

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in tre click

Fotografie di Alessio Duranti www.aeffe.tumblr.com

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Cetona

Se fossi al mio posto

Cos’è la biblioteca per coloro che ci lavorano? Da una parte le impressioni di Alessandra Conforti, giovane collaboratrice a Cetona, che la descrive come luogo della propria maturazione. Dall’altra Duccio Pasqui, direttore della Piero Calamandrei di Montepulciano, fornisce un’analisi della situazione attuale ponendo alcuni interrogativi a partire dal ruolo del bibliotecario. ro gli scaffali aperti e la possibilità di toccarli, sfogliarli e leggerne la trama, rendeva tutto più affascinante. Solo un amante dei libri sa quanto sia bello scegliere un libro, toccarne la copertina, osservarne il carattere, la lunghezza e poi lasciarsi guidare da un istinto innato verso uno o l’altro titolo, perché se un libro ti cambierà la vita lo senti a pelle, è come un colpo di fulmine. È grazie alla Biblioteca di Cetona che ho potuto imparare tutto questo, imparare ad amare un libro e a rispettarlo perché poi qualcun altro lo leggerà dopo di te; il gusto di iniziare ogni volta un nuovo viaggio. Intanto crescevo e la Biblioteca di Cetona cresceva con me, diventava più grande e arrivavano nuovi libri. Una volta letti tutti quelli per ragazzi ho varcato la soglia della stanza con i libri “da grandi”. Sono cresciuta e la biblioteca è cresciuta ancora, oggi si lotta con lo spazio; è cambiata la disposizione e io, che adesso lavoro saltuariamente nella biblioteca e ne conosco ogni angolo, ne subisco ancora il fascino come nella mia adolescenza. Mi attrae l’odore dei libri nuovi, come quello dei libri più vecchi, letti da altri, mi piace ancora perdermi fra i titoli cercando il colpo di fulmine, sapendo che in tutta la vita non riuscirò a leggere nemmeno la metà di quei libri, quasi 40.000 ormai. Adesso, quando faccio un prestito, mi piace sbirciare fra i nomi dei lettori fino a scovare il mio. E mi sorprendo a pensare: “questo l’ho letto nel dicembre 1999, quest’altro nell’agosto 1995”. Alessandra Conforti

L

a prima volta che sono entrata nella Biblioteca di Cetona ero in prima o seconda elementare, la biblioteca era stata aperta da poco e la mia classe era andata a visitarla e a prendere dei libri in prestito. Lo spazio era assai ristretto rispetto a quello di adesso: si entrava dalla stanza in cui oggi si trova il Fondo Cernetti e poi si accedeva alla biblioteca per ragazzi. C’era ancora tanto da fare ma quella stanza dedicata ai ragazzi, con i disegni dei personaggi delle fiabe della Disney attaccati ai muri, piena di libri colorati e ben disposti sugli scaffali, mi ricordo di averla adorata fin da subito. All’epoca ero già una lettrice accanita e dopo quella visita ho deciso che “avrei fatto la bibliotecaria”. Al ritorno a casa ho iniziato a “catalogare” a modo mio tutti i libri che trovavo. Sorriderebbero gli addetti ai lavori oggi della mia infantile sistemazione di cui ritrovo ancora i segni. Ho iniziato a frequentare così la Biblioteca di Cetona: mi aggiravo da sola nello spazio dedicato ai ragazzi, fra quei libri colorati per età, a seconda delle collane, e il fatto che vi fosse16 Bibliomap

La Biblioteca comunale è distribuita in cinque sale tra loro comunicanti suddivise in una Sezione Ragazzi, un Fondo antico,un Fondo corrente e Fondi specializzati (Coppa, Villari, Frugoni, Santi) in materie storiche, artistiche, socio-economiche e giuridiche. Sabato 28 marzo 2009 in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria è stato inaugurato il Fondo librario donato da Guido Ceronetti. Il patrimonio librario è costituito da oltre 38.000 volumi. Attigua è la Biblioteca di Scienze Sociali della Fondazione Hypercampo con altri 9.000 volumi. La Biblioteca è al primo piano del Palazzo Comunale in via Roma, 41 - Cetona (Siena) Telefono: 0578237630 - 1 Fax: 0578238616 E- mail: biblioteca@comune.cetona.si.it Orari Dal lunedì al venerdì 9.30 - 12.30 martedì e giovedì 16 - 18 sabato 10 - 13


Montepulciano

Siamo nell’era della comunicazione globale in tempo reale: bisogna ammetterlo, è piuttosto complicato orientarsi nella continua offerta che ogni giorno ci viene proposta. Ecco come il bibliotecario mantiene il suo ruolo esclusivo diventando un selezionatore di informazioni.

A

ll’inizio della mia esperienza lavorativa un utente non giovanissimo, di cui purtroppo non ricordo il nome, mi chiese un libro di consultazione importante (non mi ricordo nemmeno quello!). Siccome in biblioteca non c’era, mi disse tra l’ironico e lo stizzito: “Ma questi libri in biblioteca ci devono essere! Se non ci sono a che serve? I romanzi me li compro da me!”. La frase mi colpì molto, e credo che abbia influenzato profondamente il mio modo di vedere il ruolo di una biblioteca pubblica. Oggi, quando le biblioteche inseguono (vanamente, secondo me) successi di pubblico che consentano di esibire chissà quali mirabolanti risultati, quello che andrò a dire sembrerà una polemica fuori moda. Ma vi invito ad avere pazienza, forse non è proprio così. Prima di tutto non è che le presenze in biblioteca mi facciano orrore: la vecchia sarcastica pittura fatta da Umberto Eco dei bibliotecari che odiano gli utenti, perché in fondo sono solo un disturbo, mi diverte ancora e la considero un utile monito per noi. Però ci sono utenti e utenti, e soprattutto: quali utenti vanno blanditi e coltivati? Quelli che vengono in biblioteca esclusivamente per risparmiare l’acquisto del romanzo, del saggio, e del DVD alla moda? O per trovare un posto comodo dove studiare i libri loro, o dove scaricare la posta elettronica senza pagare? Non è meglio aver cura di quelli che invece vengono incuriositi dal mondo dell���informazione, sia su carta che digitale, e pensano di trovare un posto dove vengono aiutati nell’orientarsi in queste realtà? Magari incontrando gente simile, e scambiando con loro quattro chiacchiere, da cui potrebbe anche nascere qualche spunto di ricerca personale,

o da farsi insieme? Un luogo insomma dove siano privilegiati i percorsi di approfondimento, da soli o insieme ad altri, piuttosto che il consumo culturale usa-e-getta. Per questo ormai ci sono i supermercati del libro (siano edicole o grandi catene di librerie) e, sempre di più, Internet. Ma le opere rare e di qualità di consultazione e studio, riunite in un solo luogo; i prodotti dell’ingegno

letterario umano; le raccolte fisiche di immagini; tutto questo, almeno per ora, costituisce uno stimolo alla crescita culturale che Internet non può assolutamente generare da solo, anche se contribuisce ottimamente. Vi assicuro che personalmente quando ho bisogno di una informazione se non ho l’iPhone a portata di mano mi sento senza mani: ma se devo “capire”… beh allora è un’altra cosa. E, tornando a quell’antico e ormai sconosciuto, ma indimenticato, utente (“utente”, non “cliente”) secondo me aveva ben chiaro che una biblioteca non è un “negozio”, ma un “servizio”, e come tale deve dare quello che una bottega non può dare se non ha ricaduta economica: cioè, una qualità che il singolo, con le sue sole forze, non potrebbe avere. Lo stesso motivo per cui se si ha bisogno di un esame me-

dico qualificato si va in ospedale o in un centro medico ben attrezzato, e non ci si compra una macchina per la risonanza magnetica! In effetti si sta ormai affermando l’idea della biblioteca come “casa della cultura”, dove i supporti informativi sono il terreno fertile per scambi liberi di idee, di iniziative, di progetti, in un clima caratterizzato dall’incontro. E probabilmente questo non è altro che il recupero di un’antica funzione: Luciano Canfora sostiene che la Biblioteca di Alessandria non era altro che l’insieme dei volumi collocati in scaffali o nicchie all’interno del Museo, dove la gente passeggiava, leggeva, conversava. Certo questo impone a noi bibliotecari di riflettere profondamente sul nostro ruolo e di abbandonare sia le manie catalografiche, da una parte, che quei ruoli di meri organizzatori di eventi culturali dall’altra che talvolta ci appiccicano: le descrizioni bibliografiche possono benissimo essere fatte da agenzie specializzate, e per gli eventi ci sono specialisti molto più bravi di noi, che spesso ci arrangiamo affannosamente e male. Ma come operatori dell’informazione, se ci si pensa, siamo imbattibili. Dobbiamo esserlo, è il nostro vero lavoro. E anche i nostri amministratori sarebbe bene che ci considerassero tali: tra l’altro, mentre è difficile che una biblioteca povera e languente sia utile, può invece essere un piccolo centro culturale (anche politicamente d’immagine) se offre uno spazio adatto all’incontro e al reperimento qualificato dell’informazione (ed ecco che rispunta Internet, non come concorrente, ma come mezzo per arrivare laddove con il cartaceo non è possibile). Mi permetto di invitare il paziente lettore a riflettere su quanto ho scritto…

Duccio Pasqui è il direttore della Biblioteca comunale di Montepulciano. La “Piero Calamandrei” ha un fondo antico di circa 12.000 volu-

mi ed uno moderno di circa 38.000 (inizi 2010). Il suo nucleo originario è costituito dalla Biblioteca del Collegio gesuitico che esisteva in città, soppresso insieme all’Ordine nel 1773, in seguito arricchito dagli esiti di altre soppressioni di conventi, da lasciti e da acquisti. Attualmente svolge nella zona un peculiare ruolo di biblioteca di studio e ricerca, usata soprattutto da studenti delle numerose scuole medie superiori esistenti nelle città e da studenti universitari come struttura d’appoggio per ricerche bibliografiche. Orari: martedì, giovedì e venerdì 11-13 e 15-18 www.biblioteca.montepulciano.si.it

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incontri

Altre novelle

Ritratti concisi di scrittori e scrittrici

Maria Pace Ottieri

Vive a Milano dove collabora a varie testate tra cui L’Unità e Diario della Settimana. Da molti anni segue le vicende dell’immigrazione in Italia. Ha pubblicato: Amore Nero (Mondadori - Premio Viareggio Opera prima, 1984), Stranieri (Rizzoli, 1997), Ricchi tra i poveri (Longanesi, 2006). Per Nottetempo ha pubblicato Quando sei nato non puoi più nasconderti (Premio Lo Straniero 2003) e Abbandonami (Premio Grinzane Cavour 2005 per la narrativa italiana). Chiusi dentro (Nottetempo 2011) è il suo ultimo lavoro.

1. Maria Pace Ottieri, giornalista, scrittrice, sociologa e donna. Le chiediamo se è ancora difficile “farsi strada” in Italia per le donne in ambito lavorativo e se lei ha esperienza di (anche) velate discriminazioni dovute al genere. 2. Raccontare Chiusi nel suo ultimo lavoro ha significato raccontare un luogo mentale e non solo fisico, perché questa esigenza? 3. Una domanda per la Maria Pace “tecnica della scrittura”: gli e-book sono l’ennesimo miraggio del consumismo o racchiudano un’essenza in più? 4. Chiudiamo con la domanda che ci piace fare agli Autori che intervistiamo: il suo rapporto con le biblioteche, se e quanto sono state importanti nella sua formazione come luoghi culturali e sociali.

1. Non sono a dire il vero una sociologa, ho applicato se mai lo sguardo dell’antropologia, passione e materia di studio universitaria, alla narrativa. Né posso dire di avere subito discriminazioni come donna. Resta tuttavia, a parte casi di conclamato successo commerciale, nella comunità di scrittori uomini, un vago e celato sospetto nei confronti della letteratura femminile come fosse una letteratura a sé, anche quando non tratta temi “femminili”. Ci sono ancora ostacoli e differenze invece in molte altre professioni, nelle quali per riuscire è richiesto di rendersi il più possibile simili agli uomini nella competitività, nell’assertività e nell’atteggiamento, rinunciando a molte specificità femminili che si dimostrano, invece, se realizzate, spesso più interessanti e lungimiranti. 2. Ci sono libri che uno scrittore non sa di covare dentro di sé e che emergono una volta maturi, da soli. Così è stato per Chiusi dentro. Dopo anni di assidua frequentazione, in alterni momenti della vita, prima con la casa piena e poi dopo la morte dei miei genitori e la crescita di figli e nipoti, in grande solitudine, ho capito che quel luogo e quella casa che non erano radicati nell’infanzia ma che ho cominciato a conoscere da adulta, si erano presi uno spazio importante dentro di me, che si era creata un’intima fusione, una relazione affettiva tra me e loro. Così ho cominciato a guardarli davvero, tirando fili da ogni minimo indizio per coglierne lo spirito, come ho fatto infinite volte in luoghi remoti in Africa, per esempio, che è stata una fonte di ispirazione per libri e documentari per molti anni e poi nell’interesse per il fenomeno dell’immigrazione nelle nostre città che

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nasceva sulle orme del Mal d’Africa. Insomma mi sono esposta all’atmosfera di Chiusi, scoprendo che i piccoli luoghi possono rivelare meglio del grande centro il segreto di ciò che contengono. 3. Non parlerei di essenza racchiusa negli e-book, sono solo la naturale evoluzione della tecnologia, un’opportunità di leggere in modo diverso che per le generazioni dei nativi digitali sarà sempre di più “il” modo di leggere. Avanzano infatti persone che non hanno mai preso in mano un libro di carta se non a scuola e spariscono man mano quelli che invece tra la carta sono vissuti. Certo per l’editoria è un duro colpo, bisogna riorganizzarsi, diminuire i margini di guadagno, persuadere gli autori a rinunciare ai libri cartacei, ma in Italia è per ora solo il 5% del mercato, ci vorranno ancora anni prima di una sostituzione consistente. 4. Le biblioteche sono state per me importantissime, ho frequentato molto quella di Milano, la Sormani, prima di Internet e mi ci avvicinavo con la stessa eccitazione di una partenza per un lungo viaggio. Ho studiato per la tesi su una religione animista africana alla Biblioteca del Musée de l’Homme di Parigi che era un luogo meraviglioso, tutto di legno, polveroso, ma una miniera di libri e riviste straordinarie che ci si poteva prendere da soli, senza la burocrazia rallentante delle biblioteche nazionali. Ora rischiano di essere travolte dalla estrema facilità di accesso al mondo attraverso la rete ed è molto triste ma non ho ricette per evitarlo.


San Gimignano

L’autore per ragazzi, visto dai ragazzi

Sebastiano Ruiz Mignone Vive e lavora a Torino dove ha insegnato Lettere per molti anni prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura: testi per teatro, radio, cinema e televisione, e una solida esperienza nella narrativa per ragazzi, con oltre trenta titoli pubblicati, alcuni dei quali tradotti all’estero. Nel 1996 ha vinto il “Premio Andersen - Il Mondo dell’Infanzia” come miglior autore.

Lo scorso novembre nell’ambito dell’iniziativa “Leggere è volare”, nei locali della Biblioteca comunale “Ugo Nomi Venerosi Pesciolini” di San Gimignano, gli alunni del primo anno della scuola secondaria di primo grado hanno avuto la possibilità di confrontarsi da vicino con uno degli autori per ragazzi di maggiore talento in Italia e all’estero. Sebastiano Ruiz Mignone ha intrattenuto i ragazzi della 1^ B dell’Istituto Comprensivo “Folgòre da San Gimignano”, i quali dopo l’incontro lo hanno ricambiato etichettandolo così. (L’immagine è tratta dalla copertina di uno dei libri dell’autore, Gabriele che non vola, illustrazioni di Cristiana Cerretti, Città Aperta Edizioni, Troina (EN), 2006).

Libero e Francesca

I consigli che ha dato alla classe sono i seguenti: non guardare la televisione ma leggere perché leggendo si conosce e si imparano tante cose nuove.

Marika

A me è piaciuta tanto que sta stata felice di averlo con esperienza, sono osciuto, ho saputo tante cose di lui che su internet non c’erano e mi hanno appassionato mo lto libri siano molto fantasios . Penso che i suoi i e spero tanto di rivederlo.

Marianna

eva andare a piccolo quando non pot a. Infatti ci Ci ha raccontato che da cev pia felice, perché non gli dobbiamo scuola perché malato era non e ola scu la sto pre finire ha detto che noi dobbiamo gati. Sebastiano ha scritto più di 70 fre farci bocciare se no siamo quando scriviamo i temi dobbiamo lio: sig con un o dat ha libri. Ci ghi, i personaggi ecc. fare uno schema con i luo

Alessia e Amber

Per questo incontro ci siamo preparati moltissime domande da fare all’autore, ma quando gliele abbiamo fatte no ha risposto a tutte, infatti non ha voluto dire gli anni, perché essendo sempre solo non è abituato a parlare di sé. Comunque poi abbiamo scoperto molte cose di lui: quanti libri ha scritto, qual è il suo autore preferito e quali film e musica preferisce. Ci siamo divertiti a fare i giornalisti.

Stevenson. e preferito è Il suo scrittor vere con dei capitoli ri Gli piace sc ucco che usa per scriIl tr i. rt co to ol m W. delle cinque vere è quello

Elia

Elisa

Mi ha colpito la sua ris l’incontro la prof ci ervatezza. Dopo ha vita da autore è mo spiegato che la lto solitaria e impegnativa e che Se basti bia voluto dire certe ano non ci abcose perché non abituato a raccont arle a chiunque.

Camilla

Una giornata particolare: l’incontro con l’autore. Ci siamo incamminati verso la Biblioteca Comunale di San Gimignano… e abbiamo visto Sebastiano. Era molto elegante, ma sportivo e anche un po’ stravagante.

Federico Il suo libro preferito (fra i suoi) è il prim o pubblicato, intitolato “Guidone man gia terra e gli sporcaccioni”. Alla dom anda risposto che a scrivere sempre libri ugua perché cambia spesso genere, ha li si annoierebbe e che ha fatto libri demenziali come “Galassie in brodo” e seri come “Il compleanno di Franz”. Per i miei amici è un tipo strano, a me è sembrato un prof. che essendogli venuto a noia il mondo scolastico si dive rte a fantasticare con i suoi personag gi.

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“Ma che fa lo studiare, e la Biblioteca?… Non devo studiar più come studia − per esempio − un professore; cioè per sapere. Conviene che studi come prima, cioè torni a vedere ciò che mi è intorno. Questa sala non mi deve interessare se non come un oggetto della mia attenzione creatrice. Ma devo aver pazienza che si combinino insieme tutti i frammenti disparati che ho nella mente. Allora sorgeranno le idee…” (F. Tozzi, “Novale”, 22 marzo 1907)

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Geografie

FederigoTozzi

Itinerario nella città nativa dello scrittore che frequentava la Biblioteca comunale degli Intronati per trovare ispirazione. Dall’Arco dei Rossi ai poderi fuori mura Tozzi ci conduce in paesaggi urbani simbolici di una condizione interiore rarefatta. A cura di Lorenzo Pini

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geografie

SIENA, CON GLI OCCHI CHIUSI

Sulle orme di Federigo Tozzi si dispiega una città che non è solo luogo geografico ma viaggio interiore nella poetica dello scrittore. Il testo presentato prende spunto dal libro di Daniela Carmosino “Scenografie tozziane”.

È

da una finestra al secondo piano nel centro storico di Siena che il giovane Federigo Tozzi comincia a sperimentare con lo sguardo il profilo della città. In piedi di fronte al davanzale guarda un muro scrostato di Via dei Rossi. Siamo a cavallo tra Ottocento e Novecento: Tozzi, nato nel 1883, cresce sotto i modi rudi del padre Ghigo, proprietario della trattoria “Il Sasso”. Le giornate del ragazzo si sviluppano nelle vie intorno al locale, tra piazza Salimbeni e Banchi di Sopra, dove a quel tempo si affacciano le finestre di una delle sale da pranzo della trattoria, riconoscibile per “un’insegna di ferro, a banderuola, ferma al muro e con un pesce dipinto tanto da una parte che dall’altra”. Da qui il nome Pesce Azzurro di Con gli occhi chiusi (1913, pubblicato nel ’19). Intorno al Sasso maturano le idee del giovane scrittore. Il suo immaginario è quello di un osservatore distaccato che vede scorrere sotto i propri occhi l’umanità senese. “Stava a giornate intere, solo, in casa; guardando, con la faccia sui vetri, il sottile rettangolo di azzurro tra i tetti. Quell’azzurro sciocco, così lontano, gli metteva quasi collera; […] E allora sentiva il vuoto di quella solitudine rinchiusa in uno dei più antichi palazzi di Siena, tutto disabitato, con la torre mozza sopra il tetro Arco dei Rossi; in mezzo alle case oscure e deserte, l’una stretta all’altra; con stemmi scolpiti che nessuno conosce più, di famiglie scomparse”. Chi parla è Pietro, personaggio autobiografico, in un altro passo di Con gli occhi chiusi. E a proposito di famiglie scomparse Siena è teatro di un fatto narrato in Tre Croci, romanzo scritto nel 1918 che prende spunto dal tragico fatto della famiglia Gambi: i tre fratelli protagonisti del libro sono i proprietari di una libreria anti-

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quaria in via Banchi di Sopra, la cui gestione non proprio onesta porta al suicidio di uno dei fratelli, imitato dagli altri due. I fatti narrati si intrecciano a descrizioni geografiche della città. Nel cuore storico di Siena, tra Porta Ovile, Piazza San Francesco e San Domenico, Tozzi cataloga nei suoi scritti spaccati della vita quotidiana, soprattutto a livello del paesaggio. Scendiamo con lui in strada mentre va a trovare concentrazione nella Biblioteca comunale degli Intronati, in via della Sapienza. Qui passava molte ore della sua giornata mentre lavorava ai suoi romanzi e nel periodo della sua attività da giornalista. La sua opera è attraversata da scorci dell’ambiente cittadino nei primi anni del Novecento: si tratta spesso di tetti aguzzi, vicoli stretti, torri slanciate e pezzi di cielo. Tra il vento freddo di febbraio e i selciati che ribollono del calore di luglio, la Siena di Tozzi prende forma come luogo angusto, talvolta ostile. La fedeltà dello scrittore ai luoghi che descrive lo fa diventare una guida nella società e nell’urbanistica di quegli anni. Tozzi è un narratore del mistero e piega Siena a un paesaggio chiuso su se stesso che plasma il carattere degli abitanti. Un rapporto odio-amore che forse è il tormento di Pietro Rosi per Ghìsola, ovvero Isola, la contadina di cui era innamorato. La città non è la sola protagonista della scena tozziana. In Con gli occhi chiusi il padre di Pietro compra un podere a Poggio ‘a Meli. Nella realtà, il padre di Federigo prende invece un pezzo di terra a Castagneto, fuori porta Camollia a un paio di chilometri dalle mura cittadine. “C’era una vecchia casetta rintonacata di rosso, a un piano solo; e congiunta al tinaio e alle abitazioni degli assalariati fatte sopra le stalle […] Si entrava


Tozzi e Siena subito nell’aia; con il pozzo e il pergolato a cerchio…”. Per andare sulle tracce del Tozzi di campagna si può partire da questa casa: imboccando la strada di Marciano e percorrendo la strada dei Cappuccini, la casa è sulla sinistra al numero ventuno. Il padre possiede anche un altro podere, Pecorile, fuori porta Romana. Dal ricordo di questo appezzamento nascerà la Casuccia, la proprietà gravata dai debiti che viene ereditata da Remigio Selmi, il protagonista del romanzo Il Podere (pubblicato nel 1918). Nella campagna lo scrittore prende le distanze dal padre, impegnato nei bagordi della trattoria, e ritrova serenità e ispirazione. Castagneto e Pecorile fanno da sfondo a molte pagine tozziane in cui i protagonisti passeggiano, meditano, guardano le nuvole in cielo. Luoghi in cui per un attimo sembra che l’autore abbia trovato pace con se stesso e con Siena, anche se non è mai stato in dubbio fin dalle prime opere (vedi Bestie, 1913), che la natura descritta è distante dall’uomo, la stessa distanza con cui Federigo, che seguiamo adesso sulle colline dei poderi, guarda la città di Siena: “Siena, da sotto il mio ciliegio, pareva un arco che non si potesse aprire più, e le sue case, giù per le sue strade a pendio, parevano frane che mi mettevano paura; con i tetti legati dall’edere cresciute su per le mura della cinta, le mura che non si apriranno mai…”. “Tozzi ama Siena nei suoi vicoli storti e nei suoi baratri scoscesi, nelle sue piazze ariose e nelle torri, ma da Siena ha sempre cercato di fuggire, sia per le poche opportunità che offriva allora sia per evadere da ciò che Siena rappresenta nel suo immaginario, cioè l’immobilità, la tradizione, l’abitudine” – ha scritto Daniela Carmosino in “Scenografie Tozziane”, edito da Unicopli nel 2005. È questo il punto di sintesi nel rapporto tra paesaggio e letteratura: il Monte Amiata, il fiume Tressa, i poderi, la Montagnola Senese, sono le finestre da cui lo scrittore guarda Siena, da lontano. La distanza gli permette di controllare meglio quella materia inquieta che è la realtà esterna. Sono luoghi da cui Tozzi apre l’obiettivo del suo sguardo fotografico alla ricerca di una maggiore apertura. “… di Siena, dietro quattro o cinque poggi sempre più alti, quasi a chiocciola, si vedevano soltanto le mura, tra la Porta Romana e la Porta Tufi. Dalle mura in giù, i prati e i grani scendevano tagliati da poche stra-

de, riunendosi a spicchi, verso qualche podere; con le case sui cucuzzoli dei poggetti”. Prima le colline, quindi i campi coltivati e poi, a restringere sempre più, le mura. Tutto suggerisce una chiusura che, al di là della conformazione geografica del sito, è la chiusura che lo scrittore percepiva nei confronti del suo sconfinato orizzonte letterario.

Tra gli scaffali (consigli utili) Il libro Scenografie tozziane di Daniela Carmosino, edito da Unicopli nel 2005, è una guida alla geografia letteraria tozziana che porta alla scoperta di una Siena di primo Novecento tutt’oggi rintracciabile in molte delle sue forme. Nella Biblioteca comunale degli Intronati lo si trova alla collocazione LOC 853 TOZF. Per approfondire il viaggio nello scenario descritto si può scegliere anche un altro volume, Stagioni di Tozzi, curato da uno specialista internazionalmente noto come Marco Marchi; Stagioni di Tozzi è un album da sfogliare tra realtà e memoria, storia e leggenda di un popolatissimo primo Novecento senese, romano, fiorentino e toscano ma, per via di cultura, anche europeo ed internazionale. Si attraversano con rigore interpretativo testi che illuminano la biografia dell’autore e i nuclei fondanti della sua poetica moderna. Si trova sia nella Biblioteca comunale degli Intronati (LOC G 853. 912 TOZF) sia a San Gimignano (853.912). Fuori dalle opere classiche dello scrittore, reperibili ovunque, si segnalano altri testi interessanti: Cose e persone, inediti e altre prose, a cura di Glauco Tozzi, Vallecchi 1981 Monteroni: 853 912 TOZ Murlo: 858 912 TOZ Losi Simonetta, Federigo Tozzi: storia di un mondo senza amore, Il Leccio 1994 Centro Mara Meoni: SV, 71 San Gimignano: 853. 912 Possenti Antonio, Bestie, Sessantanove dipinti per sessantanove racconti, Università degli Studi di Siena 2006 BCI: LOC G 759. 5 BEST

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multimedia ReDos

MediaLibraryOnLine

Tutto il mondo in Biblioteca: e-book, mp3, audiolibri, giornali online, immagini, video, corsi online. Un nuovo servizio nelle biblioteche di Redos che mette a portata “di click” contenuti digitali gratuiti e raggiungibili da un unico portale: MediaLibraryOnLine. di Chiara Cardaioli

G

razie ad un contributo di Regione Toscana, per i prossimi tre anni, la rete Redos avrà l’accesso alla piattaforma italiana MediaLibraryOnLine, ideata dalla ditta bolognese Horizons, che da più di dieci anni lavora nel settore delle biblioteche multimediali, fornendo servizi e prodotti per la gestione e l’accesso a contenuti digitali. Collegandosi al sito http://toscana. medialibrary.it i cittadini, dopo essersi registrati presso una delle biblioteche della provincia di Siena, potranno:  scaricare legalmente file musicali mp3 di ottima qualità. È a disposizione tutto il catalogo Sony, con tantissimi generi musicali: rock, reggae, r&b,etnico, pop, folk, gospel, jazz. Gli utenti possono scaricare fino a 3 file alla settimana (quindi 12 al mese e ben 144 in un anno);  prendere in prestito per 14 giorni un e-book (digital lending) tra quelli appena usciti nel mercato editoriale, e leggerli su 6 supporti diversi (smartphone, pc, tablet, e-reader, iPad);  scaricare e-book di classici della letteratura internazionale;  leggere giornali e riviste in formato edicola, sia nazionali che internazionali, da ben 85 paesi;  ascoltare o scaricare audiolibri;  trovare video o immagini;  seguire corsi online.

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La forza di questo servizio è permettere ai cittadini di risparmiare il proprio tempo (“save the time of the reader” − è una delle cinque leggi della biblioteconomia teorizzate dal bibliotecario di origini indiane Ranganathan), soddisfacendo il costante bisogno di aggiornamento e cercando di fornire delle informazioni strutturate e il più affidabili possibile, facendo una sola ricerca; unici requisiti richiesti: la connessione internet e una prima installazione di un programma di gestione e lettura di e-book reader (Adobe Digital Editions) sul proprio dispositivo elettronico e l’accesso alla sterminata serie e quantità di contenuti digitali è alla portata di tutti, 24 ore su 24 e ovunque. Tutte le biblioteche della provincia di Siena permettono l’iscrizione ai propri utenti al servizio di MediaLibraryOnLine. Per fare un confronto: negli Stati Uniti le biblioteche pubbliche già da molti anni offrono il download gratuito di musica e prestano e-book, in digital lending (cioè in prestito digitale direttamente dai propri portali). Sul sito della New York Public Library, al 1 marzo 2012 risultano disponibili in digital lending n.17.102 titoli per Kindle e n.15.191 in formato Adobe EPUB (per altri modelli di e-book reader).

Ma le novità non sono finite: il servizio messo in campo dalle nostre biblioteche prevede anche il prestito di e-book reader devices, cioè dispositivi per la lettura di libri elettronici. Tra i tanti modelli disponibili sul mercato, ma in mancanza di un prodotto ancora leader, la scelta, non semplice, è stata fatta dopo aver effettuato ricerche online, usato comparatori, guardato tutorial, sentito esperti. Alla fine abbiamo optato per acquistare tre marche che ci sono sembrate le più vantaggiose sia per caratteristiche tecniche che per il prezzo: Booken, con il nuovo Cybook Odyssey; Kobo con il Kobo touch, Amazon con i modelli Kindle keyboard, Kindle 4 e Kindle touch. Gli e-book reader saranno dati in prestito agli utenti per 14 giorni, compreso il cavo USB in dotazione; all’interno gli utenti troveranno una trentina di e-book “classici” ed altri titoli (circa 30) di più recente uscita sul mercato editoriale. Il prestito è gratuito: al momento del ritiro del dispositivo chiediamo semplicemente di firmare un modulo per la presa in carico. Ma che cosa significa provare l’ebook reader? Nella consapevolezza che il libro tradizionale non morirà mai − “Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici: una volta che li avete inventati, non potete fare di meglio” (da: Non sperate di liberarvi dei libri, U. Eco, 2009) − provare un e-reader significa fare una nuova e diversa esperienza di lettura, un’occasione in più per incontrare la lettura e per sperimentare luoghi e modi per leggere diversi da quelli tradizionali. Questi dispositivi utilizzano la tecnologia a inchiostro elettronico e-Inc, il loro schermo non è retroilluminato, quindi la lettura appare molto simile a quella su carta e, rispetto allo schermo di un computer o di un tablet, non stancano la vista. Inoltre questi dispositivi sono leggerissimi, pesano meno di 200 g, sono molto più maneggevoli e “portabili” rispetto ad un tablet o un pc e a volte


media library online

sono anche più leggeri di un libro cartaceo. La batteria dura in media 20-30 giorni e si possono archiviare anche 3.000 titoli in un unico dispositivo: una vera e propria biblioteca portatile utilissima in condizioni di mobilità. Inoltre, rispetto al libro cartaceo questi dispositivi permettono una “multimedialità” che la carta non permette: la condivisione di note e commenti con altri lettori, l’ascolto del testo letto direttamente dal dispositivo, la scrittura sul testo che può essere poi eliminata o salvata sul proprio pc senza che ciò rovini il supporto e la possibilità di avere il collegamento wi-fi a internet. Probabilmente c’è ancora molto da migliorare, ad esempio il cambio pagina, come si dice, “sfarfalla” in modo ancora troppo fastidioso; i supporti sono più rigidi e più fragili rispetto alla carta, ma di certo sono strumenti dei quali sentiremo molto parlare e diventeranno familiari. Gli e-book reader in prestito si possono trovare nelle biblioteche comunali di: Siena, Abbadia San Salvatore, Asciano, Casole d’Elsa, Castellina in Chianti, Castelnuovo Berardenga, Castiglione d’Orcia, Radicofani, Cetona, Chianciano Terme, Chiusi, Colle Val d’ Elsa, Gaiole in Chianti, Montalcino, Montepulciano, Monteriggioni, Monteroni

d’Arbia, Piancastagnaio, Poggibonsi, Radda in Chianti, San Gimignano, San Quirico d’Orcia, Sarteano, Sinalunga, e presso il Centro Culturale Mara Meoni di Siena.

iscriviamo se crediamo fermamente nella gratuità e nella libertà che ogni biblioteca, anche se online, offre a chiunque sia amante della cultura e della conoscenza.

Test

Raccontaci l’esperienza di lettura con un e-book reader device: Il mio e-reader è subito diventato un inseparabile compagno di viaggio, infatti mi aiuta a preparare un esame in treno, avendovi caricato al suo interno le dispense del corso e una decina di chili di libri di testo; quando poi mi stanco di studiare, ecco che dopo la pressione di due tasti prende forma davanti ai miei occhi il best-seller del momento appena acquistato online ad un prezzo più conveniente rispetto alla versione cartacea. Ciò che più mi ha stupito è la bellezza della tecnologia e-ink: l’impressione è di avere davanti proprio un foglio di carta, con grande sollievo per gli occhi del lettore. Certo, non nego di preferire ancora il “vecchio” libro di carta quando mi metto a leggere prima di addormentarmi, ma di sicuro questa nuova tecnologia saprà ritagliarsi spazi sempre più importanti nella quotidianità di ogni lettore, puntando su prezzi ancora più contenuti sia per i device sia per gli e-book.

Mattia Fattorini di Chiusi (SI) è studente universitario a Siena e un amico e utente delle nostre biblioteche. Possiede da poche settimane un lettore di e-book e ha sperimentato per noi in anteprima MediaLibraryOnLine. Gli abbiamo fatto due domande: Mattia, perché iscriversi a MLOL? Ci iscriviamo a MLOL perché vogliamo scoprire una nuova biblioteca, la biblioteca del futuro; ci iscriviamo se vogliosi di leggere un e-book sul nostro pc, tablet o e-reader, oppure se desideriamo ascoltare della buona musica in streaming. Ci iscriviamo se vogliamo scaricare musica o audiolibri in una modalità finalmente legale e gratuita, oppure se vogliamo sfogliare quotidiani e periodici provenienti da tutto il mondo. Ci iscriviamo se riteniamo che per imparare qualcosa di nuovo i libri siano utili, sì, ma anche video, documentari, e-learning possano essere validi strumenti di supporto. Infine ci

Mattia Fattorini

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Biblioteca Intronati La Biblioteca comunale degli Intronati di Siena è frequentata ogni giorno da una variegata utenza: studenti, ricercatori, professori, cittadini. Di ogni genere ed età. Basta raccogliere alcune voci per capire che non è solo uno spazio scelto per studio, ma anche un luogo di incontro e scambio culturale. Per questo numero ispirato alla donna ecco due sintetici ritratti femminili “rubati” sull’ingresso della biblioteca. Nadja è nata in Marocco e vive da 18 anni in Italia. Studia Scienze dei servizi sociali e ha vissuto per alcuni anni a Castelfiorentino. Vive in Valdelsa ma frequenta abitualmente via della Sapienza.

Nadja

“Ogni giorno frequento la Biblioteca comunale, che ho scoperto da due anni a questa parte, è anche un modo per incontrarmi con gli amici e per trovare letture per il tempo libero e interesse personale”.

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pausa caffè Malvina è a Siena da 5 anni. “Mi sono trasferita in Italia dall’Albania da molto tempo e da tre anni frequento la Biblioteca comunale, dove posso trovare una grossa varietà di libri. Ci vengo ogni giorno, è un modo di incontrare persone nuove e credo sia un luogo in cui c’è una buona integrazione culturale. Prendo abitualmente in prestito dei testi e raramente li compro”.

Malvina

“La mia giornata tipo qui? Armadietto - internet - concentrazione: qui inizia il mio studio, che intervallo quando mi va con la lettura di guide turistiche, un ottimo modo per viaggiare stando fermi!“

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b-libro Sarajevo e la Bosnia nel catalogo della Rete Documentaria senese

Nel cuore dei Balcani

Lo trovi qui... BCI SIENA G SARA

A cura di G. Paciucci - E. Pedone

Sarajevo. Guida storico-turistica L’opera è suddivisa in diverse sezioni. La sezione introduttiva cerca di spiegare l’evoluzione storica della Bosnia, fino alla situazione attuale. La seconda parte guida il lettore attraverso la storia e alcuni itinerari artistici-architettonici, invitandolo ad esplorare gli angoli più nascosti e suggestivi. Dopo brevi cenni sulle arti, la lingua e la cucina, si aprono sezioni riguardanti il ruolo dei musei, dei teatri e di tutte le istituzioni culturali, che rappresentano lo spirito vitale della città. Un’altra sezione elenca molti contatti e indirizzi di alberghi, ristoranti, ostelli, caffetterie, e fornisce indicazioni pratiche di vario genere.

BCI SIENA 8 B 08178 COLLE VAL D’ELSA NG FIL MONTALCINO 949.7/9773 POGGIBONSI 949.7 FIL

BCI SIENA 949.7 DIZZ SINALUNGA 949.702 4 DIZ ASCIANO N 757 808.3

BCI SIENA 949.7 MALN COLLE VAL D’ELSA 949.742 MAL

BCI SIENA 8B 08 184 PIANCASTAGNAIO 947 VOL

BCI SIENA 914.96 JEZB

Filipovic Zlata

Diario di Zlata Nel 1991 Zlata Filipovic ha 11 anni e vive a Sarajevo. Come tante sue coetanee tiene un diario dove registra gli eventi minimi dell’esistenza quotidiana: gli studi, gli amici, i week end in campagna, l’ammirazione per i cantanti, le modelle famose, i divi della TV. Quando scoppia la guerra e nel marzo del 1992 cominciano i primi spari a Sarajevo, il tono del diario cambia radicalmente. All’amica immaginaria di nome Mimmy, consegna per un anno e mezzo la cronaca di giornate completamente diverse da prima: le notti passate in cantina, l’esplodere delle granate, le case in fiamme, le raffiche dei cecchini, la fame, la mancanza di acqua e di elettricità, la morte degli amici, la perdita di speranza di chi la circonda. Una testimonianza coraggiosa e commovente, un’invocazione alla pace diventata un classico della letteratura di guerra.

Dizdarevic Zlatko

Giornale di guerra. Cronaca di Sarajevo assediata Il libro testimonia i giorni dell’orrore e lo stato d’assedio a Sarajevo e racconta la cronaca della “pulizia etnica” e della sua logica da bestie tecnologiche. Figlio di un ufficiale bosniaco, Zlatko Dizdarevic è cresciuto «in una famiglia in cui ci si sentiva prima di tutto jugoslavi». È il responsabile della redazione di guerra di «Oslobodenje» (significa: Liberazione), il quotidiano di Sarajevo che contava 60.000 copie prima della guerra, e ha continuato a uscire nella città assediata. Al giornale è stato assegnato, nel dicembre 1993, il Premio Sacharov dal Parlamento europeo.

Malcolm Noel

Storia della Bosnia. Dalle origini ai giorni nostri La Bosnia è una delle repubbliche della ex Jugoslavia che ha proclamato l’indipendenza nel 1992, ma è stata subito dopo sconvolta da uno dei più violenti e tragici conflitti scoppiati in Europa nel XX secolo. Solo l’intervento delle forze dell’ONU e della NATO è riuscito a riportare la pace, sancita nel 1995 dall’Accordo di Dayton. I motivi dell’odio etnico tra croati e musulmani da una parte e serbi dall’altra ha radici antiche e Noel Malcolm, profondo conoscitore delle vicende balcaniche, con un meticoloso lavoro di ricerca basato sull’attenta analisi delle fonti di origini diverse ci fornisce una spiegazione documentata e convincente di quanto è avvenuto.

Demetrio Volcic

Sarajevo. Quando la storia uccide Un diario, un lungo viaggio nei luoghi della sofferenza jugoslava, tra Croazia, Serbia e Slovenia. “La paura si personalizza”, scrive Volcic all’inizio del suo reportage. “Incontri a Sarajevo persone dal vestito trasandato e dalle scarpe troppo pulite. Con una passione anormale puliscono ogni mattina l’unico paio che possiedono, avvertono ogni tanto dolori nel tallone o sentono un ginocchio che non funziona. Sono coloro che temono di perdere una gamba”. E ancora: “Se trovi per strada uno che corre ingobbito con la testa incassata, sai che soffre della sindrome di prendere un colpo in testa”.

Bozidar Jezernic

Europa selvaggia Il libro dell’antropologo sloveno Božidar Jezernik racconta i Balcani attraverso le testimonianze di chi visitò quei luoghi tra il XVI e il XX secolo partendo dalla “civile” Europa dell’ovest. Come spesso avviene quando un racconto è condotto con pluralità di voci, le pagine di Jezernik finiscono per rivelare preziosi indizi anche sull’identità dei molteplici narratori. Ben presto il lettore si accorge che ciò che ha sotto gli occhi è una sorpendente e inattesa immagine allo specchio dell’Occidente, con i suoi pregiudizi e idiosincrasie, ma anche con la propria voglia di esplorare e conoscere.

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Frontiere

Sarajevo vent’anni dopo

L’assedio alla capitale bosniaca durante la guerra in ex Jugoslavia iniziava il 5 aprile 1992. La Biblioteca nazionale di Sarajevo venne bombardata il 25 agosto dello stesso anno e un patrimonio di libri di valore inestimabile andò in fumo. Per ricordare una delle pagine più assurde della storia recente attraversiamo la città alla scoperta della biblioteca perduta, la cui ricostruzione è ancora in atto: è proprio di pochi giorni fa la notizia che l’Unione europea finanzierà con cinque milioni di euro il completamento dei lavori. A cura di Lorenzo Pini e Serena De Lorenzo.

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frontiere

M

i allaccio le scarpe e scendo in strada nella foschia di questo martedì mattina di Gennaio. I tetti sono coperti di neve e i gas di scarico delle auto si nebulizzano al contatto con l’aria fredda. Il mio albergo si trova in una via retrostante il centro storico. Appena sveglio, scostando un poco la tenda, ho visto il profilo della moschea e gli alberi spogli del lungofiume. Ma adesso, come dicevo, mi trovo in strada: sto aspettando che transiti il tram numero tre per attraversarla, ancora assonnato e intimorito dal ghiaccio per rischiare di passare sulle strisce con il semaforo rosso, come fanno le persone accanto a me. Il mio primo approccio alla città sarà quello di andare a piedi senza itinerario nelle vie della Bascarsija, il nucleo originario di Sarajevo. La città vecchia ha un’impronta ottomana: sono molti i negozi di souvenir ospitati in costruzioni basse, con cortili interni semi riparati dal vento e dall’umidità. Il turista è attratto dai servizi da cucina in rame e argento, forgiati apparentemente a mano. Le caratteristiche di questo mercato a cielo aperto permanente sono quelle di un bazar, attorno al quale sono frequenti gli ingressi di moschee più o meno imponenti. Procedendo verso il fiume che taglia in due la città (il Miliacka) mi trovo nell’arteria principale, ovvero la Obala Kulina. Sarajevo ha una forma simile a un ovale e si sviluppa in una valle stretta tra le montagne. Il tram numero tre gira intorno al centro per dirigersi verso le periferie e salgo a bordo alla prima occasione. Il biglietto costa 1,50 Marchi (1 euro = 2 marchi). Il paesaggio urbano cambia radicalmente procedendo verso ovest. Le vie strette e i bazar della Bascarsija sono presto sostituiti da palazzoni in stile sovietico e geometrici giardini. Sono appoggiato contro il vetro posteriore in fondo al tram e vedo scorrere la città in retromarcia. Alcuni cani randagi vagano sul bordo della strada, un meccanico ripara una vecchia Golf. Ieri, Cesare ha guidato per più di mille chilometri. Ha suonato il mio campanello al mattino presto e siamo partiti da Colle Val d’Elsa per Sarajevo. Dopo Zagabria, l’uscita per la Bosnia l’abbiamo imboccata in corrispondenza di Slavonsky Brod. Qui ha inizio una statale stretta e dal fondo a volte sconnesso in direzione Sarajevo, che dista dal confine con la Croazia circa 250 km. È sconsigliabile percorrere questo tratto di strada di notte, specie se è la prima volta che si arriva da queste parti. Dopo il tramonto del sole, senza illuminazione e con il pericolo incombente di ghiaccio e neve, l’automobilista deve fronteggiare anche l’incognita dei pedoni che camminano lungo la carreggiata. L’ingresso a Sarajevo è preceduto da alcuni chilometri di autostrada che non sono bastati a risollevare la vista affaticata. All’arrivo, nelle immediate periferie, il termometro dell’auto segnava -6 C°, ma in centro la temperatura era risalita a -2 C°.

Vent’anni fa, il 25 agosto 1992, dopo quasi cinque mesi di assedio alla città, le milizie serbe danno inizio alla distruzione programmata della Biblioteca Nazionale di Sarajevo. Per tre interi giorni la Vijećnica viene bombardata dalle colline circostanti fino ad essere ridotta a un cumulo di mattoni e cenere. Sull’intera città piovono frammenti di pagine bruciate. Il bibliotecario Kemal Bakaršić le vede cadere come neve nera. “Afferrando una pagina se ne poteva sentire il calore e si poteva leggere per un attimo un frammento di testo, finché la pagina si trasformava in cenere nelle mani”. Molti cittadini sfidando il pericolo escono dalle loro case nel tentativo di salvare qualche opera dalla distruzione. Formano catene umane, ma i cecchini sparano loro addosso. La giovane bibliotecaria Aida Buturović perde la vita in questa occasione. Lo scrittore bosniaco Goran Simić osserva la distruzione dalla sua finestra: “Liberati dalla canna fumaria, i personaggi girovagavano per la città, mescolandosi con i passanti e le anime dei soldati morti. Ho visto Werther seduto sul recinto di un cimitero distrutto, ho visto Quasimodo, dondolante sul minareto di una moschea, Raskolnikov e Mersault sussurravano, per giorni, nella mia cantina, Yossarian già commerciava con il nemico, il giovane Soyer era pronto a vendere, per pochi soldi, il ponte Principov”. Bruciare la Vijećnica per gli aggressori non significa solo distruggere il simbolo architettonico della città. Edificio maestoso posto ai piedi delle colline dove nel medioevo nacque Sarajevo, la Vijećnica – letteralmente municipio – fu eretta nel 1894. Mantenne lo stesso nome anche dopo che Tito, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, decise di farne la sede della Biblioteca Nazionale e Universitaria. Ridurre in cenere i due milioni di libri e periodici che vi erano conservati, oltre alla vastissima collezione di incunaboli e manoscritti in arabo, persiano, ebraico, latino, italiano, inglese, turco, spagnolo e tedesco equivale a cancellare ogni traccia della coesistenza pacifica di etnie e culture diverse che aveva reso Sarajevo “la Gerusalemme d’Europa” agli occhi del mondo. Il rogo della Biblioteca Nazionale diviene così l’emblema più rappresentativo della guerra in Bosnia Erzegovina. L’immagine del violoncellista Vedran Samjlović, che suona sulle macerie della biblioteca distrutta farà il giro del mondo. Alla fine della guerra, la comunità internazionale si è mobilitata in una raccolta fondi per la ricostruzione della Biblioteca Nazionale di Sarajevo, la cui distruzione – uno dei più grandi roghi di libri della storia – è stata dichiarata crimine contro l’umanità. Il restauro dell’edificio è ancora oggi in corso e la facciata è coperta da un enorme telone, ma un nuovo (e probabilmente definitivo) impulso per il completamento dei lavori verrà – notizia di questi giorni – dall’Unione europea, pronta a stanziare cinque milioni di euro. Così Peter Sorensen, capo della delegazione UE che con le autorità bosniache ha firmato l’accordo sullo stanziamento: “A causa della recente storia in Bosnia è importante promuovere il patrimonio culturale perché favorisce la cooperazione interetnica ed è uno dei pilastri della creazione di una visione comune dopo le distruzioni.” Serena De Lorenzo

Passato e presente: due immagini a confronto, dalle fiamme del 1992 all’odierna ristrutturazione.

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Sarajevo

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frontiere Torniamo al presente, il sole fa capolino. Il tram, una volata al capolinea, mi porta in centro alla fermata di fronte alla Vijecnica, il palazzo più famoso della città che ospita la Biblioteca Nazionale, ricostruita dopo che l’assedio di Sarajevo da parte dei Serbi (1992-1995) l’aveva distrutta e incendiata. Vent’anni fa Sarajevo cadeva in una della più atroci e paradossali guerre della storia europea. Vagando per le vie, anche il turista più distratto non può rimanere indifferente al ricordo. Le ferite sono nascoste bene dalla ricostruzione, ma le cicatrici rimangono. Soprattutto nei cimiteri. Quando decido di salire a piedi dietro al mio piccolo albergo, in via Jazovica, non ho ancora un’idea precisa della topografia della città e vago a caso seguendo la pendenza della strada. Girando l’angolo mi trovo davanti una collina ricoperta dal marmo delle tombe. Il cimitero militare di Sarajevo si trova nella zona subito a nord del centro storico.

La guerra in città ha fatto 11.000 vittime, 270.000 in tutta la Bosnia. Proseguo per la strada in salita fino al belvedere che delimita la fortificazione ottomana. Da quassù la geografia della città è più chiara: due montagne, la Jahorina e la Bjelasnica, oltre i duemila metri, si elevano subito a sud. Qui si trovano impianti sciistici e chilometri di piste per gli sport sulla neve. Sarajevo, nel 1984, ha ospitato le Olimpiadi invernali. È un evento che tutt’oggi rimane stampato nell’immaginario della città e sulle magliette in vendita nei negozi di souvenir. In quegli anni la città era il più bell’esempio di integrazione culturale di tutta l’Europa dell’est. La Sarajevo prima della guerra era una città in ascesa. Lo sguardo vira verso nord: le montagne in questa direzione sono più basse e costellate di antenne e ripetitori. La città oggi appare come immersa in un catino di foschia. Il clima di Sarajevo è aspro come il territorio che la ospita. In una conca a 600 mt di altitudine, gli

inverni sono nevosi e gelidi. Le estati calde, a volte torride. Per chi ama le bizzarrie del clima, si passa dai meno 15 C° con tormente di neve ai più 10 C° con un sole tiepido e foschia, come è successo in questi giorni. Mercoledì: è forte il disgelo, la neve sta scomparendo dalle strade e goccioloni grossi come noci cadono dai tetti. Ho passeggiato per la città sentendola un po’ più vicina. Prima mi sono fermato mezz’ora alla libreria Connectum, in via Saraci, uno spazio a tre piani arredato raffinatamente con bar e vista sui passanti. Poi ho assaggiato un piatto di “cevapi” (carne e pane) in un locale arabo. L’odore per la via è quello di carne affummicata e si mischia con il profumo della ragazza con iPhone che ha appena svoltato l’angolo. È mezzogiorno, un’ora cruciale perché raccoglie l’appuntamento di cristiani e musulmani con il richiamo alle rispettive preghiere. Da una parte le campane, dall’altra il canto del muezzin (predominante). Durante l’assedio Sarajevo rimase a lungo senza acqua, elettricità, gas. L’obiettivo dei Serbi era quello di sgretolare l’esempio di identità comune e convivenza etnica che Sarajevo rappresentava. Mercenari bosniaci vendevano informazioni e postazioni ai cecchini serbi, che alzavano il fuoco sui civili intenti a fare la coda per l’acqua, la spesa, spostarsi per ragioni di sopravvivenza. Agli incroci con le vie, nei punti più soggetti al tiro dei cecchini, era necessario correre per sfuggire all’occhio del mirino. Durante l’assedio, molti civili serbi hanno potuto lasciare la città mentre i loro concittadini bosniaci (musulmani) e croati (cristiani) erano costretti alla fame e sotto il tiro delle pallottole. I Serbi che sono rimasti, dopo il 1995, nei casi più estremi hanno dovuto subire la rabbia dei bosniaci e l’aspra emarginazione sociale. Oggi i serbi di Sarajevo vivono per lo più nei quartieri occidentali di Novo Sarajevo ma molte storie individuali, finita la guerra, hanno continuato a intrecciarsi nel rispetto e nella pacifica convivenza così come è sempre stato. Il pomeriggio di giovedì ho preso la macchina fotografica, ho attraversato il fiume e sono salito sulla collina meridionale della città. La neve qui è più alta perché la zona d’ombra della montagna la ripara dal sole. A quest’ora (sono le 15), la luce è già bassissima. Poi ho preso un taxi per il centro. L’uomo parla italiano e mi propone un giro della città passando per le colline, per 5 euro. Accetto volentieri, rischiamo un impatto frontale con

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Sarajevo

uno scuolabus in una curva a gomito ma il viaggio è interessante. Arriviamo a un bivio sulla montagna e mi faccio scattare una foto ricordo, più per la sua volontà che per la mia. Il tassista si scusa per il tempo atmosferico (“Perdonami, c’è nebbia in valle oggi altrimenti avresti potuto vedere quanto è grande Sarajevo”), poi torniamo in basso, parlando del clima e del fatto che gli inverni non sono più quelli di una volta. Non ricordo il nome di quest’uomo ma parla italiano perché ha vissuto a Cattolica per tre anni durante la guerra in cui ha perso madre, zia e una cugina. Sono là nel cimitero, mi indica con la mano dal finestrino. La sera, dopo un passaggio tra i mercati della carne e della frutta in via Mula Mustafe Baseskjie (l’altra arteria principale che chiude l’ovale insieme alla Obala Kulina), provo a cercare “la vita” dei giovani. Ho trovato un opuscolo informativo su alcuni locali e music club all’ufficio del turismo gestito da tre ragazzi e ho vagato dalle 18 alle 2 di notte da un locale all’altro sfidando i momenti di trasferimento all’aperto con le mani in tasca e il passo svelto. Sarajevo ha nei giovani una forza e un dinamismo che si percepisce a primo impatto. Essenziali nei gusti e nei modi di vestire, aprono locali che propongono buona musica rock (vedi il Babylon, una birreria nella Bascarsjia), oppure ristoranti curati nell’arredamento e nell’aspetto, affollati dagli abitanti per un tè o una birra

a partire dalle 7 del pomeriggio. In uno di questi incontro alcuni studenti dell’Accademia di Belle Arti che mi danno altre indicazioni su dove trascorrere la serata. Sono un gruppo di ventenni che hanno studiato a Sarajevo e poi si sono divisi: alcuni hanno proseguito l’Università qui, altri hanno preferito trasferirsi a Vienna. Ora si ritrovano in questi giorni di vacanza per passare un po’ di tempo insieme. Ho raccolto, nell’ordine, l’indirizzo di un cinema che passa film sottotitolati in inglese, l’Obala, in via Hamdije Vljacovika 13; un music club che propone concerti dal vivo, lo Sloga, in via Spahe 20; l’informazione su come si raggiunge il Museo del Tunnel che visiterò domani. Si tratta del cunicolo di 800 mt che gli abitanti scavarono sotto l’aeroporto durante la guerra per comunicare e scambiarsi viveri e informazioni. Sono rientrato in albergo a tarda notte nella nebbia più fitta facendo attenzione a non scivolare sui lastroni di ghiaccio. Venti anni dopo l’inizio dell’assedio Sarajevo è oggi una città che non dimentica né nasconde le proprie cicatrici, ma che rilancia la sua ambizione di città multiculturale e si può vantare di avere abitanti rispettosi e cordiali e paesaggi urbani affascinanti. L’occhio del visitatore che sosta qui pochi giorni non può che essere quello del primo “impatto”, e il primo impatto è quello di un luogo ricco nell’anima, bizzarro e contraddittorio. Non dimenticherò

facilmente il poster più venduto nei negozi: un’immagine della vallata e degli impianti sciistici della Sarajevo olimpica del 1984 su cui sono stati stampati i confini dell’assedio dei serbi con i nomi e le date dei bombardamenti dal 1992 al 1995. Gli ultimi trenta anni anni della storia della città sono riassunti in questi due eventi opposti, in una sola mappa. Con le Olimpiadi Sarajevo aveva raggiunto il picco di sviluppo nell’epoca della Jugoslavia socialista (superò nella selezione Sapporo e Goteborg). Dopo il 1984 seguì un grande incremento del turismo, un vero e proprio boom. Poi la caduta del blocco comunista e le guerre jugoslave intestine, con l’assedio della città guidato dalla Serbia di Milosevic durato 1425 giorni, con le forze Occidentali incapaci di trovare un rimedio. La città venne esposta a quotidiani bombardamenti con migliaia di vittime e distruzione di edifici di inestimabile valore e fu salvata solo dall’aiuto dell’ONU. La ricostruzione è stata a volte lenta e difficoltosa, altre volte determinata e portatrice di ristrutturazioni ancora più belle. Considerando che dalle cartoline e dalle immagini si può spesso intuire qual è l’immagine che un luogo vuol dare di sé, ho interpretato quel poster olimpionico ancora in vendita come una saudade portoghese dell’est, una nostalgia di qualcosa che avrebbe potuto essere ma non è stato. Lorenzo Pini

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