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Ayres Marques

Il Volto e la Voce del Tempo Un Ponte tra Generazioni

La Fotografia Terapeutica in Animazione


Il Volto e la Voce del Tempo - Un Ponte tra Generazioni La Fotografia Terapeutica in Animazione

Autore: Ayres Marques Foto dell’autore quando non altrimenti creditate. Editing: Gigliola Capodaglio Consulenza: Gianluca Natali, Daniela Marsigliani, Lorenzo Paci e Marisa Pizzichini Tutti i diritti riservati. Š 2005 Ayres Marques Pinto Telefax: +39 071 976057 E-mail: brasilemarche@libero.it Stampato dalla Coopergraf - Ancona - 2005


Ogni vecchio è profeta. A Parigi e Taperoá, Roma e Cabrobó, Lisbona e Parelhas (…) Luís da Câmara Cascudo (scrittore brasiliano)


INDICE Prefazione di Angelo Comastri Ringraziamenti Introduzione 1–

Invito I vecchietti della mia infanzia: Il vecchio signor Mirando – Ayres Marques

2–

Vecchietti d’Italia - Che cosa dicono gli esperti? A colloquio con il più anziano d’Italia (1990) di V. Nicita-Mauro

3–

L’anziano e la memoria Athos: storie intrecciate – Marisa Pizzichini e Daniela Marsigliani

4–

L’anziano e la mente Lo specchio dell'anima??? – Lorenz8

5–

L’anziano in famiglia Racconti di famiglia: Mamme in guerra – Gigliola Capodaglio Prima Comunione e rubinetti dell’acqua – Rosanna Lucioli

6–

L’anziano in casa di riposo Riflessione di una studentessa: La mia nuova amica si chiama Fedora – Serena Lucidi

7–

L’anima in azione La formazione dell’animatore Poesie: Mia giovinezza – Ada Negri Essere Giovane – Samuel Ullman Il Tramaglio – Deífilo Gurgel

8–

La fotografia Questa non è una sposa – Conversazione di Ayres Marques con Idilia Rastelletti Dialogo sulla luce - Sankara


9–

Fototerapia e Fotografia Terapeutica La Fotografia Terapeutica con gli anziani

10 – La terapia della reminiscenza L’album dei ricordi di Assunta – Assunta Perola

11 – La Fotografia Terapeutica applicata ai giovani Le immagini mentali – Sabrina Monachesi La fotografia come metafora – Daniela Colasuonno Giuseppe, il pompiere. Una biografia immaginaria – Sofia Guelfi Nonno e Padre Pio – Elena Capodaglio

12 – Il Volto e la Voce del Tempo L’importanza dell’altro – Enrica Barbadoro Schede biografiche, biografie immaginarie e riflessioni: 1. Romeo e Filippo 2. Leda e Maria Giulia 3. Giorgio e Lorenzo 4. Veronica e Giulia 5. Tina e Andrea

Istruzioni per l’uso Note sull’autore Bibliografia


Prefazione GLI ANZIANI NON SONO UN PESO, MA UN DONO! Quando all’età di undici anni lasciai il mio piccolo paese per andare a proseguire gli studi in città, ricordo che l’anziano nonno materno volle portarmi in campagna… per salutarmi. Il fatto per un certo verso mi stupì; però avevo una fiducia illimitata nei confronti del nonno e pertanto lo seguii docilmente. Giunti in campagna, il nonno si fece un po’ serio e poi estrasse dal terreno una piccola pianta con tutte le sue radici: me la fece vedere e mi invitò ad osservarla attentamente. Io inizialmente non capivo dove volesse arrivare il nonno e, allora, gli dissi: “Nonno, che significa tutto questo?”. Il nonno sorrise – lo vedo ancora! – e poi mi consegnò un messaggio, che non scorderò mai. Ecco le sue parole: “Guarda, Angelino! Ogni volta che tiri fuori una pianticella dal terreno, essa porta sempre con sé un po’ di terra e la tiene stretta nelle sue radici. Tu potrai girare il mondo intero, ma porterai sempre con te quello che hai imparato nella tua famiglia: ricordatelo e ringrazia chi ti ha insegnato i primi passi della vita”. Questa raccomandazione del nonno mi ha fato capire qual è la missione degli anziani: essi sono i custodi della sapienza accumulata da tante generazioni; sono i seminatori buoni dei primi insegnamenti; sono i maestri delle prime sillabe del lungo discorso della vita: se ci scordiamo di loro e se tagliamo i ponti con loro, perderemo qualcosa di fondamentale della nostra identità umana. Gli anziani, infatti, non sono un peso, ma un dono, non sono una fatalità che dobbiamo sopportare, ma sono una opportunità che ci viene offerta per crescere in umanità. Sentite che cosa ha raccontato Elisabeth Kübler Ross, la psicologa di origine svizzero-tedesca trasferitasi a Chicago da tanti anni. Essa coraggiosamente ha riferito: “Venne un momento della mia vita in cui mi accorsi che avevo messo al mondo due figli, che avevo dato loro il benessere, un’educazione, un’istruzione; e che però erano vuoti, vuoti come una lattina di birra già bevuta. Mi sono allora detta che dovevo fare per loro qualcosa che non fosse soltanto materiale. Così, d’accordo con mio marito, prendemmo in casa un ospite: un vecchio di settantaquattro anni, al quale i medici avevano diagnosticato non più di due mesi di vita. Volevo che i miei figli gli fossero vicini nel suo cammino verso la morte, volevo che vedessero, che toccassero con mano l’esperienza più importante nella vita di un uomo. L’ospite restò con noi non due mesi, ma due anni e mezzo, accolto in ogni cosa come un membro della famiglia. Ebbene: quell’esperienza ha portato


ai miei figli un’incredibile ricchezza spirituale, quei trenta mesi li hanno straordinariamente maturati. In quello sconosciuto fratello venuto a morire tra loro, giovani e sani, i miei figli hanno scoperto un significato nuovo per la loro vita; sono diventati davvero adulti. È lui, quel povero vecchio, che ha fatto un dono inestimabile a noi; non noi a lui, che pure l’abbiamo curato e assistito con tutto l’amore di cui eravamo capaci”. Sono parole che fanno pensare. Come questo coraggioso libro che è un atto di simpatia verso gli anziani: è una sfida, è una presa di posizione che va controcorrente per restituire a tutti la possibilità di ritrovare la via della civiltà, che non può non passare attraverso il recupero della stima e dell’affetto e del rispetto verso gli anziani; con tutte le conseguenze! Grazie per aver avuto tale coraggio! Angelo Comastri Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano


Ringraziamenti Quando ho iniziato ad elencare mentalmente i nomi delle persone che hanno contribuito negli ultimi due anni alla realizzazione del progetto Il Volto e la Voce del Tempo, mi sono subito fermato, sorpreso dall’enorme quantità di teste, cuori e mani che hanno costruito questo “ponte tra generazioni”. A tutte queste persone, in particolare a chi ha ceduto testi e fotografie per arricchire questo libro, rivolgo la mia profonda gratitudine. Un ringraziamento speciale alla Fondazione Cassa di Risparmio di Loreto che ne ha reso possibile la pubblicazione. Devo inoltre ringraziare alcune istituzioni che hanno sostenuto, in diversi modi, l’iniziativa: -

Comune di Loreto Opere Laiche Lauretane Delegazione Pontificia per la Santa Casa di Loreto Biblioteca Comunale “A. Brugiamolini” - Loreto Comune di Senigallia Provincia di Ancona Cooperativa Sociale ASSCOOP (Ancona) Ambito Territoriale Sociale n. 13 Associazione BrasiLeMarche – BLM Gruppo Animatori di Comunità – GRACO Gruppo di Ricerca in Fototerapia – GRIFO Associazione Sportiva Splendorvitt (Loreto) Circolo Fotografico Senza Testa (Osimo) PhotoTherapy Centre (Vancouver, Canada) RAI – Radio 3 Residenza per Anziani Pia Casa Hermes (Loreto) Casa di Riposo Oasi Ave Maria (Loreto) Residenza per Anziani Villa Serena (Senigallia) Istituto Comprensivo Marchetti (Senigallia) Scuola Media Giulio Cesare – Giacomo Leopardi (Osimo) Istituto Immacolata Concezione (Loreto) Parrocchia Sacro Cuore (Loreto) Parrocchia della Cesanella (Senigallia) Parrocchia Santa Maria delle Grazie (Senigallia)

Tra le persone più care, devo chiedere scusa a mia figlia Marina, per aver dirottato le mie attenzioni su questo progetto e per aver coinvolto anche sua madre Gigliola: ciò è stato possibile grazie alla presenza costante e affettuosa dei nonni Romolo e Luisa. Un ringraziamento speciale ai miei fratelli Rosa Maria, Adolpho, Guto e Antonio “Baixinho” che, da lontano, mi sono sempre vicini. Dedico infine il lavoro svolto in questi ultimi anni alla memoria dei miei genitori Augusto e Marilva, e dei miei nonni Augusto e Rosa, Adolfo e Maria Luisa.


Introduzione Questo libro è stato elaborato originariamente come una raccolta di appunti e osservazioni per un seminario-laboratorio di fotografia terapeutica rivolto agli animatori del tempo libero per anziani, agli insegnanti della scuola primaria e secondaria e agli educatori delle parrocchie. A questi appunti ho aggiunto i materiali prodotti dai diversi soggetti che hanno preso parte attivamente al progetto Il Volto e la Voce del Tempo – Un Ponte tra Generazioni dal 2003 al 2005. Sono storie raccontate dagli anziani stessi, riflessioni scritte dai ragazzi, dai familiari dei “vecchietti” che vivono in famiglia o nelle case di riposo, dagli amici volontari, dagli animatori. Mi è sembrato opportuno completare il libro con le poesie, le citazioni, gli aforismi di letterati, filosofi e studiosi di tutti i tempi che possono ancora oggi illuminare con il loro pensiero il tema della vecchiaia e del tempo che passa. Tra loro ho privilegiato le riflessioni di un grande testimone del nostro tempo: Giovanni Paolo II. Ho quindi deciso di intraprendere questo breve itinerario di riflessione sulla “Grande Età” entrando dalla via del cuore per raggiungere la strada della ragione, dato che prima o poi queste due vie devono comunque intrecciarsi. Nonostante il lungo lavoro di elaborazione e selezione di testi e immagini presentati, avrei voluto esprimere molto di più di quello che effettivamente sono riuscito a comunicare. Per questo motivo, troverete in ogni capitolo delle attività che potranno arricchire e completare i materiali che ho proposto sui diversi aspetti dell’invecchiamento e della vecchiaia, affinché anche i più giovani possano affrontare e approfondire questi temi in modo positivo e consapevole. Spero infine che questo “minestrone”, o come si dice in Brasile, questa “feijoada” di testi e immagini sia di vostro gradimento e sia di qualche utilità per le vostre attività didattiche o animative con giovani e anziani. L’autore


Mentre parlo degli anziani, non posso non rivolgermi anche ai giovani per invitarli a stare loro accanto. Vi esorto, cari giovani, a farlo con amore e generositĂ . Gli anziani possono darvi molto di piĂš di quanto possiate immaginare. (Giovanni Paolo II)


1 Invito Non so esattamente spiegare il perché del piacere che provavo da piccolo quando ero in compagnia di persone anziane. Sicuramente avvertivo la soddisfazione, da parte dei vecchietti, per aver vicino a loro un bambino curioso, forse sentivano che “il peso dell’età è più lieve per chi si sente rispettato e amato dai giovani” (come già diceva Cicerone). Mi divertiva ascoltare le loro storie, sentire le loro battute o semplicemente condividere con loro il silenzio. Quei visi scolpiti dagli anni, quelle voci che sembravano venire da lontano, costituivano di per sé un messaggio che doveva essere decifrato come una lezione autentica di vita che valeva la pena imparare. La predisposizione a cercare il volto del tempo e ad ascoltare la sua voce mi ha indotto più tardi ad interessarmi di storia, filosofia, letteratura e fotografia. Il ricordo dell’allegria infantile sperimentata nel convivio con gli anziani è alla base della mia decisione di dedicarmi all’animazione del tempo libero della Grande Età. Questo libro è il risultato delle esperienze realizzate in Italia insieme a tanti “vecchietti” e ragazzi agli inizi di questo millennio. Nella sua semplicità, vuole essere un invito a tuffarvi nella dimensione temporale dell’esistenza, a viaggiare verso il passato, immaginare il futuro e a rendervi più consapevoli della vostra potenzialità di interagire col momento presente.


Foto Chico Canhão

La vita è vissuta in avanti ma capita all’indietro. (Confucio)


I vecchietti della mia infanzia: Il vecchio signor Miranda Mia nonna Rosa abitava vicino a Piazza della Libertà, nel quartiere giapponese di San Paolo del Brasile, più esattamente nel Vicolo degli Afflitti, in un palazzo che faceva angolo con la Chiesa degli Impiccati. Ogni volta che salivamo su un taxi, mi ricordo l’effetto che faceva quando nonna Rosa annunciava la nostra destinazione: “Beco dos Aflitos”. Se l’autista non dava segno immediatamente di sapere dove si trovava, nonna aggiungeva un po’ scocciata “Igreja dos Inforcados”. Allora la macchina partiva, senza che l’autista facesse ulteriori domande. Tutti sapevano dov’era la Chiesa degli Impiccati. Una volta arrivati all’inizio del vicolo c’era sempre da discutere con il tassista per farlo andare fino in fondo, davanti alla chiesa, nel punto più vicino al palazzo dove abitava nonna, dato che nonna zoppicava un po’. Quando il tassista si mostrava inflessibile, perché non c’era abbastanza spazio per fare manovra e doveva per forza tornare in retromarcia, allora, sotto le imprecazioni di nonna Rosa, scendevamo all’angolo con la “salita degli studenti”. Percorrevamo quel tratto di strada con un passo un po’ zoppo, ma spedito, passando accanto a qualche uomo che stava sul marciapiede, in piedi con la bottiglia piena in mano, o seduto con una mezza bottiglia o sdraiato per terra con la bottiglia vuota. Uno di questi signori salutava sempre mia nonna in modo molto cortese, chiamandola per nome: “Buongiorno, Signora Rosa”. Era il vecchio signor Miranda. Mi riesce difficile chiamarlo “barbone”, perché nonostante i vestiti vecchi che indossava, a volte un po’ acciaccati, conservava un’eleganza nei gesti, nel modo di parlare e di sorridere, come se conoscesse bene le persone e la vita. Era un clochard gentiluomo. Quando dormivo da nonna, la mattina dopo colazione lei mi diceva di portare al vecchio signor Miranda un bicchiere di caffè caldo, con poco zucchero e un pezzo di pane fresco con molto burro. “Tua nonna è una signora in gamba, sensibile. Vedi, io non prendo il caffè da nessuno, è sempre così pieno di zucchero, e il pane poi, sempre vecchio, duro, con quel tantino di burro, è difficile da masticare e si fa fatica ad inghiottire. La signora Rosa no, mi manda il caffè caldo, con poco zucchero e il pane fresco, morbido, pieno di burro di eccellente qualità.” Mentre aspettavo che il vecchio signor Miranda mangiasse il pane fresco, morbido, con tanto burro e bevesse il caffè caldo, con poco zucchero, per poi portare indietro il bicchiere, il bicchiere del vecchio signor Miranda, lui mi parlava del tempo, mi faceva osservare il cielo, le nuvole, e faceva delle previsioni. “Pioverà… sarà una giornata


afosa… ci sarà il sole tutto il giorno… una giornata ideale per andare al parco…” Conosceva tutte le persone del vicolo per nome. Sapeva le loro professioni, le loro abitudini, il loro carattere. Era in grado di raccontare qualche piccolo avvenimento apparentemente senza importanza, da cui coglieva sempre qualche insegnamento edificante. Una mattina, mentre facevamo prima colazione, è suonato il campanello. Sono andato ad aprire la porta. Era il vecchio signor Miranda che mi chiedeva timidamente di chiamare nonna Rosa. Mia nonna mi mandò a dire che il caffè sarebbe arrivato dopo un po’. Il vecchio signor Miranda rispose che non c’era da preoccuparsi per il caffè quella mattina, ma se possibile avrebbe gradito un pezzettino di torta. Mia nonna non credeva a quello che sentiva e andò personalmente a parlare con lui. “Che cosa vuole Lei?!” “Buongiorno, Signora Rosa! Perdoni il disturbo. Il fatto è che oggi è il mio compleanno e mi piacerebbe festeggiarlo con le persone a me più care.” “Non ho nessuna torta a casa” rispose nonna Rosa tra sorpresa e offesa, ma in fondo anche intenerita. Dopo aver chiuso la porta, disse tra sé e sé: “È la fine del mondo! Quando mai si è visto un barbone rifiutare il pane e chiedere la torta perché è il suo compleanno?” “Nonna, non potresti preparare una torta per il vecchio signor Miranda? È il suo compleanno.” “Pure tu sei dalla sua parte.” “Il vecchio signor Miranda dice sempre che Lei è una signora in gamba, la più sensibile del Vicolo degli Afflitti. Lei è diversa dalle altre persone, non mette troppo zucchero nel caffè, solo quel che basta. Il vecchio signor Miranda Le vuole tanto bene…” “Oltre che sfacciato è pure ruffiano quel vecchio” borbottava mia nonna, mentre preparava la torta di compleanno del vecchio signor Miranda. Ayres Marques

Attività 1. Prova ad interpretare questo aforisma di Confucio: La vita è vissuta in avanti ma capita all’indietro. 2. Ti ricordi il nome delle persone anziane che hanno popolato la tua infanzia? Chi erano? Come erano? Cosa facevano? Racconta le loro storie.


I giovani cercano l’impossibile e, generazione dopo generazione, lo conseguono. (Anonimo)


2 Vecchietti d’Italia Che cosa dicono gli esperti? Il Professor Antonio Golini, docente di Demografia alla Sapienza di Roma, durante un’intervista al programma Radio 3 Scienza, ha presentato alcuni dati che ci possono aiutare a riflettere sulla questione dell’invecchiamento della popolazione italiana. “L’Italia è stato il primo paese nella storia dell’umanità (questo è successo nel 1987 circa) in cui il numero degli ultra sessantenni sorpassa il numero dei giovani con meno di vent’anni.” “L’Italia oggi è il paese più vecchio al mondo, secondo le statistiche dell’ONU. Un quarto della popolazione ha più di sessant’anni, mentre solo il quindici per cento ha meno di quindici anni.” “L’Italia ha raggiunto un’età media tra le più alte al mondo. L’aspettativa di vita è di settantasette anni per gli uomini e di ottantadue per le donne.” “Questo è il risultato di alcune vittorie importanti della civiltà. La più importante è quella contro la morte precoce – la mortalità infantile, per esempio, è passata dal cinquanta per mille al quattro per mille nel giro di pochi decenni; e anche la mortalità adulta per causa naturale si è drasticamente ridotta.” “Il successo straordinario rappresentato da queste conquiste diventa però un problema, data la rapidità con cui questa trasformazione demografica è avvenuta. La società odierna non ha avuto il tempo di metabolizzare questa trasformazione, di adeguare se stessa e la sua economia a questa nuova realtà.” Gli studiosi dell’invecchiamento sono concordi nel sottolineare l’importanza dell’aspetto culturale per la trasformazione in positivo del ruolo dell’anziano nella società. Con altre parole, la Professoressa Elisabetta Cioni nel suo libro “Solidarietà tra Generazioni” ribadisce lo stesso concetto, affermando che “uno dei problemi principali del profondo e rapido mutamento che ha investito nel nostro tempo la struttura per età delle popolazioni dei paesi sviluppati è proprio il ritardo culturale con cui affrontiamo i fatti dell’invecchiamento: ci manca la conoscenza necessaria per comprendere quello che stiamo vivendo.” Giovanni Nervo in “Anziani: problema o risorsa?” ci invita a vedere la questione della Grande Età non solo dal punto di vista problematico ma anche come una possibile fonte di risorse che spesso viene tralasciata. “L’invecchiamento della popolazione, la crisi economica, il giovanilismo della cultura occidentale stanno progressivamente


creando una sacca di emarginazione che significa sofferenza, abbandono, ma anche spreco di risorse. Se la soluzione del problema richiederà investimenti in campo sociale e sanitario, non vi si potrà tuttavia arrivare senza un diverso approccio culturale alla terza età.” Il cambiamento di significato della parola “vecchi” rispecchia molto bene il tipo di trasformazione che si è operato all’interno della società. Il Professor Fabrizio Rossi Prodi in “Nuove residenze per gli anziani” osserva che “la civiltà contemporanea ha prodotto un cambiamento di significato di questo termine (vecchio), operando una trasformazione in modo strisciante, così che un termine sinonimo di una realtà complessa, ma assai dignitosa è stato sospinto ai margini del linguaggio comune, ed identificato con una condizione decisamente negativa. Questa operazione trova corrispondenza ed analogie anche nelle lingue straniere, in cui il termine ‘vecchio’ viene sempre più spesso sostituito dal termine più tecnico e asettico di ‘anziano’.” Giocando con questi due termini, Marcello Mastroianni una volta ha affermato: “Non mi sento vecchio, al massimo leggermente anziano”. La Professoressa Aurelia Florea in “Anziani e Tempo Libero” ci avverte che “il cambiamento strutturale che viviamo oggi e che comporta un diverso equilibrio tra i gruppi di età, non può avvenire in modo indolore, senza ripercussioni sull’intera organizzazione sociale, senza trasformazioni profonde anche di carattere culturale che porta lo svilupparsi di nuovi ruoli, di un diverso atteggiamento verso il problema dell’età in genere e dell’età avanzata in particolare, di strutturazione di nuove identità, di nuovi stili di vita in funzione di capacità ed esigenze dei vari gruppi di età, di nuovi rapporti interpersonali e sociali, di diverse alleanze e tensioni intergenerazionali.” E conclude l’autrice: “… perché il tempo libero diventi, anche per anziani e vecchi, un tempo di vita partecipativa per una realizzazione integrata del personale e del sociale, deve essere inserito in una politica globale di servizi e si deve sviluppare con programmi e strutture flessibili, con circolarità di interventi, con continue verifiche attraverso costanti rapporti con il territorio e confronti con i bisogni emergenti individuali e sociali, utilizzando e stimolando tutte le risorse individuali e sociali disponibili.” La civiltà occidentale moderna, che è essenzialmente materialista, è riuscita ad aggiungere anni alla vita delle persone; adesso spetta alla società post-moderna, post-industriale, post-materialista la sfida di aggiungere vita agli anni degli esseri umani. In questo contesto, seguendo il consiglio di Lao Tzu che ci invita ad accendere una candela invece di maledire il buio, il progetto Il Volto e la Voce del Tempo intende stimolare le persone di diverse generazioni a riflettere sul tempo, che “fugge irrimediabilmente”, sulla vecchiaia o


Grande Età , sui rapporti tra generazioni, ponendosi delle domande, cercando delle risposte e creando delle iniziative che possono contribuire a far sÏ che la società sia all’altezza delle sfide che il progresso materiale stesso le ha lanciato.


Se vuoi vivere sano e lesto fatti vecchio un po’ piÚ presto. (Anonimo)


A colloquio con il più anziano d’Italia (1990) di V. Nicita-Mauro* Poter parlare con un ultracentenario, osservarlo, studiarlo, costituisce un’occasione che raramente si presenta ad un medico interessato ai complessi problemi dell’invecchiamento. Ed è per questo che, in qualità di gerontologo, ho voluto intervistare personalmente Domenico Minervino, la persona più vecchia d’Italia (tab.) che oggi 10 maggio raggiunge la favolosa età di 110 anni, avvicinandosi al primato italiano di longevità detenuto da Damiana Sette, deceduta nel 1985 all’età di 110 anni e 178 giorni. Il primato mondiale appartiene invece al giapponese Izumi deceduto nel 1986 all’età di 120 anni. La possibilità di incontrare il “nonno” d’Italia mi è stata offerta grazie all’interessamento del dott. Mortorelli, medico che opera a San Sosti e del dott. Mazzei, giovane geriatra di Cosenza ed anche per la gentilezza e disponibilità della famiglia Minervino che ringrazio cordialmente.

CENTENARI IN ITALIA ANNO

1921

1931

1951

1961

1971

1981

1990

Totale Centenari

49

69

165

301

406

1304

1660

I tre più anziani viventi (1990): 1. Domenico Minervino nato 10.5.1880 2. Luisa Eleonora Pruneti nata 7.10.1880 3. Lucia Ceratola nata 17.10.1880 Domenico Minervino vive a San Sosti, paesino agricolo di 2500 abitanti in provincia di Cosenza, nella sua casa insieme al figlio unico Francesco di 80 anni, alla nuora, al nipote Domenico di 53 anni che ha avuto cinque figli ed un nipotino di due mesi: nel complesso una bella famiglia di tipo patriarcale, in cui sono rappresentate ben cinque generazioni. “Zù Micuzzo”, come viene affettuosamente chiamato in paese, ha sempre lavorato nella proprietà agricola acquistata con i risparmi di molti anni di duro lavoro negli Stati Uniti; ha dovuto interrompere


l’attività lavorativa, per una giustificabile “stanchezza”, verso i 95 anni ed attualmente la campagna è seguita dal figlio ottantenne Francesco, che però ogni sera, al ritorno dal lavoro, deve aggiornare il padre sull’andamento della proprietà. Domenico Minervino non sa precisare sino a che età siano vissuti i genitori, ma riferisce che il fratello Salvatore, che vive a New York, è anche lui longevo avendo raggiunto l’età di 107 anni. La vita di nonno Domenico, che è rimasto vedovo circa trent’anni fa, è stata sempre caratterizzata da un grande amore per la famiglia in cui crede fermamente e per il lavoro, “in proprio” ha tenuto a specificare. Ogni giorno, di buon mattino, si recava in campagna, ritornando a casa a sera inoltrata per poter garantire il mantenimento della famiglia perché, ha dichiarato testualmente nonno Domenico, “non avevo un posto governativo”. Alla domanda di volerci rivelare il segreto della sua eccezionale longevità, l’ultracentenario ha risposto di aver sempre mangiato cibi genuini ed in particolare legumi, cereali, latte, carne e molta frutta e verdura. Inoltre ha fatto sempre uso di olio di oliva e, ad ogni pasto, ha bevuto un bicchiere di vino prodotto con l’uva della sua campagna; inoltre non ha mai fumato ed è stato sempre un camminatore instancabile. Fisicamente Domenico Minervino non dimostra più di 90 anni, ha una corporatura snella che è stata una sua costante caratteristica sin da giovane, da qualche anno il peso e la statura si sono sensibilmente ridotti, lamenta la diminuzione della vista e dell’udito ed ha perduto i denti ad eccezione di uno; inoltre a causa di una marcata debolezza alle gambe, può spostarsi soltanto appoggiandosi al figlio e al nipote. I principali organi ed apparati funzionano abbastanza bene, la pressione arteriosa risulta nei limiti della norma ed in particolare il cervello è molto lucido. Domenico Minervino ha tenuto a sottolineare che non ha mai sofferto di malattie degne di nota e che non ha mai usato farmaci. Delle cinque caratteristiche comuni a più di mille centenari di recente evidenziate da uno studio americano e cioè non eccedere in nessun campo, andare presto a letto la sera ed alzarsi presto al mattino, svolgere un lavoro autonomo con molta libertà personale, appartenere ad una famiglia di longevi, Domenico Minervino ha dimostrato di possederle tutte ed in particolare ha dichiarato di aver sempre avuto una buona capacità di adattamento alle molteplice difficoltà della vita, che ha sempre affrontato con molta calma e serenità; ha anche affermato di non avere particolari rimpianti, di essere stato sempre ottimista e di ritenere la vita degna di essere vissuta in ogni suo attimo. Domenico Minervino, con l’autorità che gli deriva dalla sua eccezionale età, ha anche riconosciuto la validità dei consigli che sotto forma di decalogo antisenile, noi geriatri ci sforziamo di diffondere e di far seguire allo


scopo di favorire una vita lunga ed in particolare di buona qualità. Alla domanda finale tendente a conoscere quanti anni spera ancora di poter vivere, nonno Domenico ha risposto con molta saggezza ed umiltà che “soltanto Dio lo sa”, riconoscendo così che anche la longevità è un dono divino al cui completo godimento possono però collaborare l’eredità trasmessa tramite il patrimonio genetico, l’amore, uno stile di vita equilibrato privo di eccessi e, quando necessario, l’opera del medico. * Articolo comparso il 10 maggio 1990 sul quotidiano “Gazzetta del Sud”


Attività 1 Completa il “Decalogo antisenile” con le parole del cruciverba della pagina accanto.

Decalogo antisenile Obiettivo: invecchiare in bellezza 1. Cerca di scegliere dei ……………………… longevi. 2. Adotta sin dall’infanzia, un’…………………………. equilibrata e varia mantenendo il peso ideale. 3. Svolgi costantemente attività intellettiva e possibilmente creativa: l’apprendimento costante è “farmaco di ……………………………..”. 4. Considera l’amore, in tutte le sue espressioni, importante ad ogni ..................................... . 5. Pratica sempre, proporzionalmente all’età, attività ……………….. . 6. Evita il ……………………, limita il consumo di alcolici. 7. Sottoponiti a periodiche …………………….. mediche: la diagnosi precoce è importante. 8. Usa i farmaci, in specie gli psicofarmaci, solo quando realmente necessari e sotto controllo ……………………….. . 9. Dedicati ad un …………………….. , non ha importanza quale, che ti soddisfi pienamente; in caso contrario creati un’attività alternativa. 10. Cerca di avere sempre più ……………………… e meno rimpianti.


CRUCIVERBA S O G N

I

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Attività 2 Scopri chi è attualmente la persona più anziana: della tua città, d’Italia e del mondo. Aggiorna la tabella “Centenari in Italia”.

E


Noi siamo la nostra memoria, siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti. (Jorge Luis Borges)


3 L’anziano e la memoria L’invecchiamento non è necessariamente una malattia, una perdita globale e irreversibile di tutte le funzioni, affermano Flora Dal Sasso e Alessandro Pigatto nel libro “L’anziano e la sua memoria”. Gli autori sostengono che le condizioni di vita incidono sulla frequenza e la gravità delle patologie degli anziani. Ecco perché, concludono, accanto a un’età biologica e a un’età psicologica, va sempre considerata un’età sociale. Dal Sasso e Pigatto dimostrano che la funzione della memoria ha un’importanza essenziale, in quanto non è solo un elemento dell’intelligenza ma una componente fondamentale delle relazioni affettive e del senso della propria identità. La capacità di ricordare rende viva la storia della famiglia, per l’anziano stesso e per la sua famiglia, e anche per la comunità sociale in cui vive. In questo senso, si può dire che una società è definita dal suo atteggiamento verso gli anziani. Se provassimo a definire la società occidentale contemporanea unicamente in base al suo atteggiamento verso gli anziani e non in base allo sviluppo tecnologico, all’aspettativa di vita, alla scolarizzazione, o al reddito pro-capite, forse vedremmo rovesciata la posizione del mondo occidentale rispetto, ad esempio, a quella del continente africano. A questo proposito è istigante la storia riportata da Serge La Touche sul successo ottenuto da Koffi Yamgnane, il solo sindaco nero-bretone, nell’introdurre nel suo comune di adozione, Saint-Coulitz, nel Finisterrae, in Francia, un consiglio degli anziani sul modello dei gruppi dei saggi del suo Tongo natale. “Questa trasposizione limitata (il consiglio ha solo una esistenza informale e il suo voto è consultivo, non deliberativo) in Francia, di un elemento dell’ingegneria sociale africana, ha avuto sin d’ora effetti molto positivi e unanimemente riconosciuti tanto nel funzionamento comunale quanto sulla condizione morale dei vecchi e pensionati interessati.” Per concludere l’autore afferma che “il modo in cui noi ci sbarazziamo dei nostri vecchi, svalutati anche se sono ben nutriti e alloggiati negli asili della terza età, colpisce profondamente la mentalità africana (dove ogni anziano che muore è considerato come una biblioteca bruciata).”


Come corpo ognuno è singolo, come anima mai. (Hermann Hesse)


Athos: storie intrecciate Marisa Pizzichini e Daniela Marsigliani sono due amiche che hanno avuto la fortuna di condividere una straordinaria esperienza. Eccola narrata nei loro rispettivi racconti. ATHOS e NENELLA 1917 1923 Insieme, sposi da quasi sessant’anni. Due figli, tre nipoti e l’ultimo arrivato: il pronipote. Athos rappresenta, per me, oltre che un grande amico, un pezzo di storia. Athos che ha visto e partecipato alla seconda guerra mondiale. Athos e i suoi racconti: Athos il narratore. Athos il sopravvissuto. Athos non passivo, consapevole e cosciente del triste e doloroso periodo storico che aveva dovuto attraversare. Italia, Grecia, Russia. Campagna di Russia: neve, gelo, 40° sotto zero, sparatorie, fucilazioni. Gli incontri con altri come lui, che non dimenticherà mai. Non dimenticare mai quello che è stato, non riuscire a dimenticare mai, soprattutto non voler dimenticare. Portare con sé i ricordi e trasmetterli, raccontando a chi è ben disposto all’ascolto. Athos che si rattrista, ma anche Athos che si accalora e sorride. E la sua città di nascita, che lo ha visto crescere. Anche per essa scorrono le immagini, i ricordi, i vissuti: i brutti e bei momenti. Lui che la compenetra, lui che la vive da vero cittadino con dentro di sé il vissuto del padre e a sua volta del nonno. Storia, la sua, simile a molte altre della stessa città, che ho già ascoltato. Marisa Pizzichini Ho perduto mio padre all’età di 10 anni. Di lui ho un ricordo vivo e distinto, ma limitato a quei 10 anni di vita. Dopo la sua prematura morte, mia madre è diventata il fulcro della famiglia, grazie a lei e ai suoi racconti ho potuto conoscere mio padre ragazzo, uomo e marito. Ora anche mia madre non c’è più. Tutte le domande che avrei voluto farle su lei, su mio padre e la nostra famiglia ora non potrò più rivolgerle a nessuno, perché la memoria della mia famiglia se n’è andata con lei. Mi restano i preziosi racconti che i miei genitori mi hanno donato finché erano in vita e i


meravigliosi anni vissuti assieme, troppo pochi in verità. Crescendo è maturato in me il desiderio di conoscere più a fondo, non solo la storia personale dei miei genitori e della mia famiglia, ma anche la realtà di un periodo della loro vita, anteriore alla mia nascita, così storicamente importante e denso di avvenimenti: gli anni della guerra, la repubblica, la rinascita economica. Purtroppo quello che ho sono episodi frammentari, aneddoti, una sorta di storia interrotta, come un vecchio film dalla pellicola molto danneggiata. Penso spesso, con rimpianto, alle occasioni mancate, alle domande mai poste, alle risposte mai avute. Poi, un giorno, la mia migliore amica mi racconta di due suoi amici: una coppia di anziani signori con i quali, di tanto in tanto, ama conversare e condividere una tazzina di buon caffè. Mi descrive Athos, un anconetano “verace”, casualmente mi accenna che è nato nei quartieri storici di Ancona nel 1917, come mio padre. Mi viene spontaneo farle notare la coincidenza, penso anche che Athos potrebbe avere conosciuto mio padre, la prego di domandarglielo quando lo rivedrà. Alcuni giorni dopo la mia amica mi comunica, con entusiasmo, che sia Athos che Nenella, sua moglie, non solo conoscevano mio padre, ma anche mia madre. L’emozione è di quelle che scaldano il cuore, subito decidiamo di stabilire un incontro per conoscerci. Così Athos e Nenella, questa volta, offrono una tazza di caffè anche a me e, mentre lo sorseggiamo, mi raccontano dei miei genitori, dei miei fratelli quando erano piccoli, della casa dove abitavano prima che io nascessi. Conoscono tanti piccoli particolari quotidiani, tante sfaccettature, perché Nenella lavorava da loro, aiutava mia madre nelle faccende domestiche in un periodo in cui i panni si lavavano a mano e gli elettrodomestici, anche i più semplici, o non erano stati inventati o erano ancora un lusso per pochi. L’emozione è tale che non riesco neppure a fare domande, ascolto e basta, la mia amica comprende e si preoccupa lei di chiedere, di incoraggiare il racconto e la storia cresce, si arricchisce di particolari e poi, pian piano, si allontana da quella della mia famiglia per diventare quella personale di Athos e Nenella, la loro infanzia, la gioventù, la guerra e così via. Ecco che la memoria rivive nelle parole di Athos e Nenella, vedo i miei genitori come fossero di nuovo con me e il passato diventa presente.

Daniela Marsigliani Attività Scrivi anche tu una storia che un anziano ti ha raccontato.


Ci si mette molto tempo per diventare giovani. (Picasso)


4 L’anziano e la mente Che cosa succede alla nostra testa quando invecchiamo? A questa domanda di Giovanni Spataro di Radio 3 Scienza risponde il Professor Marcello Cesa Bianchi, psicologo, fondatore degli Studi di Psicologia dell’Università di Milano, esperto di problemi dell’età avanzata, in un’interessantissima intervista che vi ripropongo. “Fino a qualche anno fa si pensava che la nostra testa, in particolare il nostro cervello, andasse incontro a un decadimento progressivo e irreversibile. Oggi invece, sulla base delle ricerche di questi ultimi anni, si sa che il nostro cervello può continuare a crescere in una certa misura. Perde determinate caratteristiche ma ne acquisisce altre e può approfondire soprattutto delle altre. Si parla di una certa ottimizzazione selettiva, cioè su una concentrazione del nostro cervello su temi, su argomenti, su attività che sono congeniali a ciascuno di noi. E, all’interno di queste aree, il nostro cervello ha la possibilità di approfondire quello che aveva già realizzato in anni precedenti e soprattutto di esprimere una sua creatività, una sua potenzialità innovativa. E questo accade non soltanto nei cervelli dei grandi artisti che ad età molto avanzata hanno prodotto delle opere molto innovative, ma accade in ciascuno di noi. Oggi si dimostra che la persona che invecchia può riassumere quella creatività che aveva perso dall’infanzia in poi, e realizzarla in quelle manifestazioni che rendono sempre più utile a se stesso e anche agli altri. Professore, tutto questo come si traduce nella vita reale? Nella vita reale si traduce nella possibilità per l’anziano che si trova in buone condizioni… una piccola parentesi: esiste una sorta di dicotomia, da un lato esistono persone che possono invecchiare bene fino a oltre cento anni, gli ultra-centenari sono sempre più numerosi e molti di loro sono molto efficienti, anche dal punto di vista psichico, ma dall’altra parte esiste un certo numero di non autosufficienti per i quali il problema si pone in termini molto diversi. Ma quando non compaiono quelle gravi condizioni patologiche che cerchiamo per quanto possibile di prevenire e di limitare, esiste la possibilità che una persona ritrovi certi elementi caratteristici della sua personalità, si realizzi compiutamente attraverso la possibilità di esprimere qualcosa che in passato non era riuscito ancora a realizzare e riesca a conoscersi sempre di più.


Questo, se mantiene attivo il suo cervello e se mantiene una relazione interpersonale che abbia un certo significato, e può allora veramente realizzare qualcosa che forse era nei suoi sogni o forse non sapeva neanche di potere realizzare, e scoprire la persona anziana in quello che qualcuno ha indicato come “la grande età” la possibilità di ottenere dei risultati che in passato non aveva conseguito. Quindi, tutto quello che ci ha detto si traduce, senza timore credo, nella possibilità di far degli anziani dei cittadini attivi comunque a qualsiasi età. Direi proprio di sì. Quelle indicazioni che emergono dalle nostre ricerche, da molte osservazioni fatte su migliaia e migliaia di casi, indicano questa possibilità, che naturalmente la società deve mettere nella condizione che si realizzi, cioè, l’anziano che viene abbandonato, che vive in una situazione di solitudine, che non continua ad attivare il proprio cervello, che non può mantenere delle relazioni sociali rischia veramente di decadere, ma l’anziano che invece viene mantenuto nella condizione di poter continuare a realizzare se stesso, costituisce veramente un elemento che può continuare a crescere. E crescere a vantaggio di se stesso e degli altri. Oggi ci sono una serie di dimostrazioni per cui il nonno di fronte al nipote, il vecchio di fronte al bambino, può costituire un elemento di riferimento più utile in certi aspetti e a certe condizioni, di quanto possano essere i propri genitori. Quindi non si parla più della vecchiaia come un peso da sostenere da parte delle classi più giovani, ma come una risorsa possibile per la società, anche perché nella vecchiaia si conservano e si traducono quelli che sono i valori essenziali della nostra cultura e della nostra civiltà. Si lascia da parte l’effimero e si coglie veramente ciò che è stabilmente inserito nella nostra attuale concezione storica della vita.


Foto Lorenz8

L’età non ci rende di nuovo bambini, come si dice. Scopre soltanto che siamo ancora veri bambini. (Goethe)


Lo specchio dell'anima??? Rimaneva ore lì davanti alla finestra, “Ma questo terreno è tuo?” mi chiese “Mio???” Risposi io, l’infermiera intervenne scuotendo la testa “Si è messa in testa che la sua casa è questa e vorrebbe comperare i terreni qui intorno” “No no… io abito da un’altra parte e non ho terreni da vendere” Mi guardò dalla testa ai piedi, ma non ne sembrava convinta. Disse qualcosa in un dialetto stretto, con una voce troppo bassa che le inciampava tra i denti, non capii nulla, ma annuii facendo finta invece di aver decriptato anche quel segnale. Intanto pensai “ha 86 anni e qualche uscita dalle righe forse è anche normale” Ma lei incalzò e quasi indispettita dal mio annuire al quale non fece seguito alcuna azione, ribatté “Allora??? Lo togli o no???” “… Lo tolgo???” “Sì sì… il telo quello lì sopra il comò” Mi avvicinai con cautela ad uno specchio coperto da un lenzuolo bianco posto alla testa di un vecchio comò, credevo fosse rotto e che per evitare che ci si tagliasse lo avessero coperto, ma con mia sorpresa non fu quello che trovai. Lo specchio era lì, appoggiato al muro in perfette condizioni, un taglio così lineare e così perfettamente pulito che poteva quasi sembrare una finestra. Non avevo ancora richiuso i miei pensieri su queste immagini quando un sospiro mi catturò. “Vedi… vediiii… sta lì da giorni… e non mangiaa!!!” “Lì da giorni?? Non mangia??? Chi???” “Ma come non vedi??? Guarda bene dentro la finestra, c’è mia sorella, sta lì già da qualche tempo, ho anche tentato di andare in camera sua a trovarla, ma non capisco dove nasconda la sua stanza…” Ops... Lorenzo fermati, la cosa ti sta sfuggendo di mano, ricopri quello specchio e fuggi da quella stanza con una scusa. Una vocina dentro mi diceva di seguire questo consiglio, la sentii chiara rimbombarmi in testa, ma come spesso mi accade, feci finta di nulla e tornai a parlare con la vecchina. “Tua sorella hai detto???” “Sì sìììì e non mangia, non la vedo mai in giro, sta sempre sola in camera… la notte quando ci penso mi viene da piangere, e quando mi avvicino alla finestra per guardare se almeno lei dorme, la trovo in lacrime che mi guarda nel profondo degli occhi… ti prego aiutami!!” Mmhhh… e adesso che gli racconto??… Son mica un mago in camice bianco io. Se lo fossi invece sarei libero di bloccarle i pensieri, renderla così


apatica da non aver voglia di invecchiare, fermandola in camera tutto il giorno come sua sorella, incastrando anche lei dentro uno specchio. “Beh ad essere sincero credo di avere già visto sua sorella da qualche altra parte…” “Già vista?? E dove???” “Si affacci alla finestra della camera di sua sorella, se osserva bene, potrà notare come sia bello e curato il terreno che si vede di fronte, almeno bello e curato come quello che si vede dalla sua finestra” “Sì… è vero, ma che c’entra mia sorella???” “La camera di sua sorella confina con la sua, solo attraverso la finestra qui sopra il comò, ma ha a sua volta un’altra finestra che dà sul di dietro, su un terreno stupendo dal quale tutti i giorni amici e parenti le portano prelibatezze di ogni genere, e non è triste, piange solo quando, dalla sua finestra sopra il comò, sente lei piangere. Spera sempre di trovarla sorridente ed ogni volta scoppia in lacrime vedendola alzarsi di notte con gli occhi gonfi…” “Quindi non sta male???” “No… tutt’altro vede che anche adesso c’è qualcuno in camera con lei” “… Sì è vero… ti somiglia… è tuo fratello???” “Si… è mio fratello, abita nel terreno qui di fronte e si prende cura di sua sorella da tanto tanto tempo” Un sorriso riempì il volto dell’anziana signora, che specchiandosi, incontrò lo sguardo sereno e brillante della sorella… “… Lo hai visto anche te??? Sorride” Da quel momento non smisero più di ridere assieme scambiandosi improbabili sguardi. La vita è data in prestito e non in proprietà, tanto vale riderci sopra. Ed anche ora che le sto guardando entrambe negli occhi dentro una foto sembrano dirmi: “Bravo… l’hai capito che siamo tutti vecchi. Goditi il tuo corpo, gli amori, le cose che racconti, i tuoi istinti, prendi tutto quello che c’è da prendere che tanto poi nessuno te lo richiederà mai indietro” Lorenz8

Attività Conosci qualche anziano attivo e lucido? Conosci qualche anziano che “sta diventando bambino”? Racconta.


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In quante famiglie i nipotini ricevono dai nonni i primi rudimenti della fede!… Proprio mentre vengono meno le energie e si riducono le capacità operative, questi nostri fratelli e sorelle diventano più preziosi nel disegno misterioso della Provvidenza. Anche sotto questo profilo, dunque, oltre che per un’evidente esigenza psicologica dell’anziano stesso, il luogo più naturale per vivere la condizione di anzianità resta quello dell’ambiente in cui egli è “di casa”, tra parenti, conoscenti e amici, e dove può rendere ancora qualche servizio. (Giovanni Paolo II)


5 L’anziano in famiglia Il nonno e la nonna, soprattutto quando sani e attivi, rappresentano oggi un importante cuscinetto sociale, svolgendo un ruolo fondamentale nella cura dei nipotini e rappresentano un sostegno materiale, economico e psicologico per i figli (che sempre più tardi “mettono su” casa e famiglia). Le generazioni più giovani probabilmente non potranno contare su questo cuscinetto, in virtù della scelta sempre più frequente di rimandare la formazione di una nuova famiglia con figli. Una realtà molto diversa si presenta alle famiglie che hanno tra i propri componenti un anziano malato non autosufficiente da accudire, e rappresentano il 13% le famiglie italiane che si trovano in questa condizione. Dati forniti negli anni ’90 dal Ministero della Sanità – Consiglio Sanitario Nazionale, rivelavano che l’88% delle famiglie se ne prendeva cura direttamente, mentre il 9,8% di esse si avvaleva del supporto di operatori e soltanto il 2,4% affidava l’anziano alle istituzioni. Il Professor Massimo Mengani osserva ancora che, se nel 1999 la percentuale di anziani con più di 65 anni era del 17,71%, nel 2024 passerà al 25,75% e che la percentuale di ultrasettantacinquenni (fascia di età in cui l’incidenza della disabilità senile aumenta) sarà del 13,28%, quando nel 1999 era di appena il 7,51%. Il Professor Mengani sostiene che la famiglia sopporta oggi un carico assistenziale improprio e che poco probabilmente potrà continuare in futuro a garantire all’anziano un supporto assistenziale consistente e continuo. Questa previsione si rafforza se consideriamo, accanto alla riduzione della natalità e della composizione media dei nuclei familiari e all’allungamento dell’aspettativa di vita, la maggior presenza della donna nel mercato del lavoro, fattori che riducono la disponibilità di figure femminili per mansioni di cura dell’anziano informali all’interno della famiglia. A questo proposito viene ricordato che l’assistenza famigliare all’anziano è un’attività di competenza quasi esclusivamente femminile. Sono le mogli, le figlie, le nuore i primi soggetti che vengono chiamati ad occuparsi dell’anziano disabile. Le ricerche di Facchini (1994) evidenziano che è in particolare la donna tra i 45 e i 65 anni ad assumersi il maggior carico nei riguardi del genitore o del marito non più autosufficiente. Sono proprio loro i soggetti più a rischio di depressione e stress, in


misura maggiore degli uomini. Nel caso in cui l’anziano assistito sia affetto da demenza, l’impatto sullo stile di vita della famiglia e specialmente su quello dell’assistente (caregiver) è notoriamente maggiore (Dogliotti et al., 1994). Queste considerazioni spiegano perché il soggetto attivo di tutela (caregiver) si trasforma col tempo in soggetto di domanda di tutela (Scortegagna, 1996) affetto da “patologia da assistenza”: stress, depressione, ansia (Pernigotti, 1994). Lo stato italiano, per sostenere l’anziano non autosufficiente, ha privilegiato i provvedimenti di carattere economico, come assegni, pensione di invalidità e indennità di accompagnamento piuttosto che forme di sostegno basate su beni e servizi. Lo stato riconosce la necessità di aumentare e diversificare l’offerta di sostegno all’anziano e alla famiglia dell’anziano non autosufficiente. In questo senso, sono state avviate delle forme innovative: il programma di Assistenza Domiciliare Integrata (A.D.I.) che offre supporti sociali, psicologici, infermieristici e riabilitativi a domicilio e l’Ospedalizzazione Domiciliare (O.D.) che prevede l’assistenza infermieristica, visite mediche e consulenze specialistiche a domicilio. Nonostante questi sforzi, viene sottolineato dal Professor Mengani che sono sempre maggiori le difficoltà causate dall’attività di assistenza ad un famigliare anziano quando ad occuparsene è prevalentemente o solamente la famiglia, e conclude affermando che la società italiana è chiamata a rispondere con urgenza a questa sfida, se vorrà assicurare livelli dignitosi di assistenza alla crescente popolazione anziana, nel rispetto della qualità di vita dell’intera comunità.


Il tempo e la pazienza possono pi첫 della forza e della rabbia. (Jean de La Fontaine)


Racconti di famiglia Mamme in guerra I miei genitori sono nati entrambi negli anni ’30 ed è naturale per loro, quando sorge l’occasione, raccontare gli anni della II Guerra Mondiale, quando erano ancora ragazzini ma vivevano sulla loro pelle le conseguenze di quella terribile fase storica. Nel mio caso, i racconti di famiglia più frequenti fanno riferimento agli ultimi anni della guerra, all’8 settembre, alla ritirata dei tedeschi e all’avanzata degli alleati. Per mia fortuna, nessuno della mia famiglia è scomparso durante la guerra, e questo relativizza un po’ il peso dei loro ricordi. Anche chi è stato deportato o è sopravvissuto ai bombardamenti, poi è riuscito a vivere dignitosamente dopo la guerra. Inoltre, sia mio padre che mia madre hanno un grande umorismo nel raccontare, per cui alcuni episodi drammatici diventano tragicomici e suscitano addirittura qualche risata. Quello che in particolare mi ha sempre colpito è lo spirito con cui le mie nonne, le mie zie e mia madre, hanno affrontato la vita in quegli anni: niente odio, niente panico, ma un grande senso di protezione verso i figli, i nipoti, i fratelli più piccoli. Mia madre ama raccontare che nonna Maria, all’epoca madre di 4 figli, abitava vicino ad una zona militare e nonostante la paura degli aerei che decollavano e atterravano di giorno e di notte sul campo di aviazione lì vicino, non smise mai di portare da mangiare al marito e ai parenti che lavoravano per i campi. Tra il 1944 e il 1945, trovandosi tra le azioni partigiane, le rappresaglie dei militari tedeschi e la presenza dei soldati polacchi, nonna non si perdeva d’animo e quando necessario offriva cibo a tutti i soldati che passavano (occupanti e liberatori), sperando così di salvare la tranquillità della sua famiglia. Un certo giorno, dopo aver nascosto il marito nell’armadio per paura della deportazione, affrontò da sola le richieste insistenti di due ufficiali tedeschi che volevano bestiame per il trasporto e cibo per i soldati (erano ormai alla fame). Preparò una bella tavolata di affettati e vino, si lamentò di vivere con i figli piccoli senza il marito prigioniero (bugia a fin di bene!) e dirottò gli ufficiali verso contadini più “ricchi” di lei che avrebbero potuto sopportare la perdita di un bue o una mucca.


Anche la mia nonna paterna, che si chiamava naturalmente Maria, aiutava qualsiasi persona si presentasse a chiedere qualcosa da mangiare (partigiani, soldati tedeschi, a lei non importava), forse nella segreta speranza che suo figlio prigioniero in Germania potesse ricevere lo stesso trattamento da qualche donna generosa come lei... chissà? Ma i racconti di zio Luigi, cugino di nonno, tornato a casa in maniera avventurosa dopo la tragica “campagna di Russia”, mi hanno confermato che questo spirito non è appartenuto solo alle “nostre” nonne, zie e mamme, ma anche alle donne che – dall’altra parte della barricata – stavano affrontando con coraggio e determinazione una guerra che sarebbe finita in modo disastroso per tutti. Zio scappò durante la ritirata con un amico, e i due riuscirono a sopravvivere i primi giorni dopo la fuga solo grazie all’ospitalità di una donna russa che diede loro un posto per dormire e una zuppa di verdure per rifocillarsi. Arrivarono a casa sani e salvi, dopo un lungo viaggio fatto su vagoni merce, carretti, biciclette e infine a piedi, ringraziando Dio ma anche l’umanità di quella donna per averla scampata. Non vorrei cadere nello stereotipo della donna = madre = bontà infinita, ma a volte penso che noi donne possiamo offrire qualcosa di speciale all’umanità, soprattutto nei momenti di crisi, di non comunicazione e quindi di conflitto. Cosa ne dite? Gigliola Capodaglio


Foto ceduta

La vita è una processione. Chi è lento la trova troppo veloce e si fa da parte; chi è veloce la trova lenta e si fa da parte. (Gibran Kahlil)


Prima Comunione e rubinetti dell’acqua Nonostante la guerra fosse finita nel 1945, la ricostruzione nei quartieri periferici di Ancona andava a rilento. E, come succede spesso, prima si fanno i coperchi e poi le pentole. Le strade erano state asfaltate, la corrente elettrica ripristinata e quindi c’era il filobus che funzionava. Mancava però l’acqua corrente nelle case. Non c’erano proprio i rubinetti da nessuna parte, tranne che nel lavatoio, un vasto locale in pietra, aperto a tutte le massaie del quartiere che ci andavano a lavare i panni e dove, anche i bambini, andavano, con le brocche di alluminio, a prendere l’acqua per i comuni bisogni casalinghi. Era una faticaccia ed un disagio, anche se faceva bene al cuore sentire le donne che tra una risata ed una chiacchiera, spesso si mettevano a cantare in coro, mentre facevano il bucato. In quel giorno di settembre del 1956 noi, figlie di Emilia, dovevamo fare la Prima Comunione. La data era stata stabilita con notevole anticipo dal parroco e nessuno prevedeva che, proprio quell’estate sarebbero iniziati i lavori per portare le tubature dell’acqua nelle case. Strade rivoltate da profonde scanalature, accesso ai portoni consentito solo da passerelle di legno, polvere dappertutto e fango quando pioveva. Emilia, come tutte le altre mamme, ci aveva fatto confezionare dei bellissimi abiti bianchi. Il pranzo per parenti ed amici, si sarebbe svolto nel cortile di casa nostra, dal quale si entrava e usciva soltanto attraverso la casa stessa. Figuriamoci che problema sia stato portare tavoli, sedie, piatti (quella volta c’era molta solidarietà, erano i vicini che mettevano insieme le cose che occorrevano). Le lasagne, i polli e conigli arrosto, i dolci erano stati preparati in precedenza e portati al forno rionale per la cottura. Quella mattina, molto emozionate ed orgogliose del nostro aspetto, siamo uscite io e mia sorella, facendo molta attenzione a non sporcarci. Dopo la bella cerimonia siamo andati in un parco vicino casa a fare le fotografie e poi tutti a casa a mangiare! Per pavoneggiarci un po’ con i nostri cuginetti, abbiamo fatto vedere loro i rubinetti nuovi nuovi, li abbiamo aperti convinte che non ci fosse niente (era così fino al giorno prima) ed è uscito invece un getto d’acqua di un brutto color marrone che ci ha schizzate e sporcate da capo a piedi.


A quel rumore mia madre si è alzata al grido di “Acqua, finalmente acqua!!!”. Gli invitati sono venuti tutti a constatare il miracolo del progresso ed è finita a spruzzi e lazzi. Solo qualche uomo è rimasto seduto ed imperturbabile ha borbottato: “È sempre meglio il vino!”. Alla fine, la vera festa è stata solo per quei rubinetti gocciolanti. La nostra Prima Comunione è diventata Seconda, per importanza. Per fortuna, perché quando mamma Emilia ha dovuto lavare i vestiti, anziché lamentarsi, ha apprezzato molto di poterlo fare in casa. Rosanna Lucioli Attività Chiedi ai tuoi genitori e/o ai tuoi nonni di raccontarti le storie di famiglia.


L’ideale resta la permanenza dell’anziano in famiglia, con la garanzia di efficaci aiuti sociali rispetto ai bisogni crescenti che l’età o la malattia comportano. Ci sono tuttavia situazioni, in cui le circostanze stesse consigliano o impongono l’ingresso in “case per anziani”, perché l’anziano possa godere della compagnia di altre persone e usufruire di un’assistenza specializzata. Tali istituzioni sono pertanto lodevoli, e l’esperienza dice che possono rendere un servizio prezioso, nella misura in cui si ispirano a criteri non soltanto di efficienza organizzativa, ma anche di affettuosa premura. Tutto è in questo senso più facile, se il rapporto stabilito con i singoli ospiti anziani da parte di familiari, amici, comunità parrocchiali, è tale da aiutarli a sentirsi persone amate e ancora utili per la società. (Giovanni Paolo II)


6 L’anziano in casa di riposo “Immaginate per un momento, voi adulti sani e robusti, nel pieno delle vostre facoltà che cosa significa stare dentro un corpo indebolito, dentro una mente gonfia di ricordi, dentro una solitudine che va diventando più vasta?” (Sandra Petrignani) Immaginate se, per scelta propria o per contingenze dettate dalle difficoltà della vostra famiglia di custodirvi a casa, vi capitasse un giorno di dover andare a vivere in una casa di riposo. Che cosa significherebbe per voi lasciare la vostra abitazione, perdere il convivio familiare, dover rinunciare alle vostre abitudini, non avere più un ruolo definito nella società, vivere isolato in una struttura popolata solo da anziani a voi sconosciuti? Forse avete già provato il disagio, la sofferenza, il sentimento di colpa, di dover portare il proprio genitore ad abitare in un ricovero per anziani. Non è per niente facile, né per l’anziano, né per i suoi familiari prendere la decisione di andare a vivere in una residenza per anziani, malgrado, come abbiamo visto, l’impossibilità in tanti casi di prendersi cura di un anziano a casa. In Italia ci sono oggi circa 200.000 anziani che risiedono in circa 5.000 case di riposo. Non si può dire che al cambiamento strutturale della società corrisponda un adeguamento delle strutture residenziali per anziani che tenga in considerazione l’aumento e la diversificazione dell’utenza. Per far fronte ai bisogni di un’utenza composta sempre più di anziani non autosufficienti, la legge finanziaria del 1988 prevedeva la creazione di 140.000 nuovi posti letto in strutture alternative alle tradizionali case di riposo, ossia le nuove R.S.A. (Residenze Sanitarie Assistenziali). Fino al 2000, meno del 25% dei posti letto previsti in queste strutture a contenuto misto, sanitario e socio-assistenziale, erano stati creati. La soluzione istituzionale per l’anziano rimane perciò la tradizionale casa di riposo. Clemente Lanzetti e Antonella Marchetti in “L’animazione nelle case di riposo” ci fanno presente che per molti degli ospiti il tratto saliente è quello tipico dei “rassegnati”, cioè di coloro che hanno perso ogni capacità progettuale e ogni speranza di cambiamento. L’anziano istituzionalizzato tende al ripiegamento su se stesso, all’introversione e all’autosvalutazione. Questo clima conduce inevitabilmente ad un ulteriore deterioramento dell’identità personale.


Si può essere vecchi e conservare giovane il cuore; si può essere poveri e mantenere un animo nobile. (Proverbio cinese)


Riflessione di una studentessa La mia nuova amica si chiama Fedora La mia nuova amica si chiama Fedora. Fedora è una persona, non giovanissima, ma molto lucida e intelligente. È ospite di “Villa Serena” solo per convalescenza. Lei è nata a novembre. Quando era più giovane, viveva a Taranto con la figlia, Cinzia, morta purtroppo quando aveva 38 anni. Alla morte di Cinzia, Fedora si trasferì a Napoli, dalla sorella, dove visse per sei o sette anni. Poi si ammalò, ebbe un problema al midollo spinale, che le bloccava la circolazione del sangue. Piano piano stava morendo. Fedora non sentiva dolore, però era sempre stanca, e aveva sempre bisogno di sedersi. Il figlio, poi, per averla più vicina, la portò a Gradara; durante il tragitto, però, si fermarono a Cattolica. Fedora si ricordava che lì vi era un personale molto bravo. Una dottoressa dell’ospedale, fortunatamente, trovò subito il suo problema e, grazie a delle trasfusioni, la salvò. Poi, dovette venire a Senigallia per convalescenza. Lei è una persona molto colta; legge, scrive, ecc. In particolare è una “poeta” nata, scrive poesie bellissime, me ne ha fatta leggere una sulla festa della mamma… mi ha quasi fatto piangere dalla commozione! Legge la Bibbia, Ariosto, la Divina Commedia di Dante e tante altre cose. È una persona molto sensibile, molto timida; ma simpatica e gentile. Penso che quest’esperienza non la scorderò mai. Mi sono sentita come se tutti i dolori e le sofferenze che ha vissuto lei, li abbia passati io, in prima persona. All’inizio avevo un po’ paura: non sapevo cosa dire, non sapevo se fosse una persona socievole; mentre, dopo, mi sono trovata molto molto bene. Poi mi ha accompagnata in camera sua, ha preso una foto di quando era giovane, mi ha riportato di sotto e me l’ha mostrata: era bellissima, capelli chiari, magra, raffinata, elegante, sembrava un’attrice. Poi mi ha mostrato anche una foto di suo marito, e di sua figlia Cinzia. Più tardi, le ho chiesto perché dopo la convalescenza era ancora lì, e lei mi ha spiegato che era rimasta perché poi si era rotta un femore, e fatta dei lividi sulle gambe. Però mi ha anche detto, che spera di andare via il più presto possibile. Fedora preferisce le giornate invernali, perché, nelle pioggerelle invernali vede… è un segreto, mi dispiace, non vuole che io lo dica.


Alla fine dell’incontro mi ha chiesto se la riandrò a trovare, e io le ho detto: - È poco, ma sicuro. - E come ricordino, mi ha regalato un piccolo pupazzo arancione con la testa di zucca che, appena viene toccato, ride. Se dovessi tornare indietro, rifarei senz’altro questa visita. Serena Lucidi (Seconda Media – Istituto Comprensivo Marchetti, Senigallia)

Attività Secondo te, quale sarebbe la casa di riposo ideale? Come dovrebbe essere una casa di riposo affinché anche tu da anziano abbia voglia di viverci?


Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, la rinuncia all’entusiasmo li traccia sull’anima. (S. Ullman)


7 L’anima in azione Per contrastare il clima di rassegnazione generalizzato, si è avvertito il bisogno di interventi di una nuova figura professionale: questa figura, in mancanza di un termine specifico che definisca la sua attività, viene chiamata animatore. Da un lato, il termine animatore è molto pertinente, perché contiene la parola anima che è l’oggetto centrale dell’intervento dell’animatore. Fare animazione potrebbe significare rimettere “l’anima in azione”. Dall’altro lato, quando si parla di animazione o di animatori, si pensa a spettacolo, divertimento, festa, comicità, qualcosa che faccia passare il tempo, che non faccia pensare ai problemi della vita. Questa concezione diffusa sull’animazione crea delle aspettative che vanno a limitare e a confondere quello che sarebbe il potenziale ruolo dell’animatore professionale di comunità in case di riposo. Ritengo che il principale compito dell’animatore sia generare quello che Guido Contessa chiama un campo animativo. In questo senso il ruolo dell’animatore non è tanto quello di divertire, di fare, di esprimere, di essere attivo, protagonista, anzi il suo ruolo deve essere quello di “far divertire, far fare, far esprimere, di rendere l’utente attivo ed espressivo, renderlo il vero protagonista, responsabile della costruzione di relazioni e comunicazione”. Per raggiungere questo obiettivo è necessario trasformare la casa di riposo in una comunità, costituita da ospiti, operatori, famigliari, direzione, e volontari. Occorre costruire dei ponti che colleghino la casa di riposo al territorio (comune, scuola, parrocchia, associazioni di volontariato, circoli ricreativi). La sfida, come osserva Contessa, è da una parte avvicinare in senso fisico e psicologico la comunità agli anziani ma anche gli anziani alla comunità, dato che gran parte dei problemi degli anziani risiede nel modo con cui questo è percepito ed emarginato dal territorio in cui vive e dalla società in generale. L’animatore deve essere in grado di utilizzare metodi e tecniche di animazione che Maria Vittoria Sardella e Aldo Terracino hanno diviso in: - ricreativi (gioco, divertimento, simulazione, fantasia, esplorazione, espressività) - culturali (letture, ricerche, mass-media, arte, teatro, ambiente) - aggregativi (socialità, relazioni, comunità, associazionismo, cooperazione)


L’animazione professionale costituisce uno strumento di stimolo per: - la socializzazione, l’integrazione delle relazioni interpersonali, - la valorizzazione concreta delle competenze e delle capacità, - l’autonomia fisica e psicologica, - la valorizzazione del passato e delle esperienze, - l’espressività. L’intervento di animazione presuppone - come viene illustrato nel sito di Silvia Vizio animanziani.it - delle fasi di analisi, osservazione, valutazione, progettazione, sperimentazione, verifica e correzione ed esige da parte dell’animatore disponibilità a mettersi costantemente in gioco ed intraprendere un itinerario di formazione permanente. Solamente in questo modo, citando ancora Contessa, l’animazione può costituire per gli anziani una risorsa di prevenzione e riabilitazione, e per la comunità intera una risorsa di sensibilizzazione e integrazione.


Foto Lorenz8

Gli uomini comuni guardano le cose nuove con occhio vecchio. L’uomo creativo osserva le cose vecchie con occhio nuovo. (Gian Piero Bona)


La formazione dell’animatore Il corso di formazione di base dell’animatore polivalente della Scuola Nazionale Animatori (SNA) ha una durata biennale e un monte-ore di 1000 ore, di cui 600 di didattica in classe (prevalentemente attiva) e 400 di tirocinio sul campo. I contenuti e le relative quantità di ore sono: Contenuti I anno/ore a. teorie e professione dell’animatore 8 b. ricerca-intervento e valutativa 40 c. dinamiche di gruppo e di comunità 64 d. teorie di gruppo e di comunità e. testimonianze di settore 24 f. progetti operativi e tecniche di intervento 74 g. metodologie e tecniche di intervento 17 h. supervisione di gruppo 54 i. addestramento lavoro professionale l. contenuti specialistici variabili per sede e per anno (contesti speciali, prevenzioni, ecc.) 19

II anno/ore 18 8 40 24 24 80 40 20 30 16

Si può osservare dai contenuti del corso della SNA che nella formazione dell’animatore polivalente viene data enfasi alla conoscenza e alla pratica delle dinamiche di gruppo e di comunità, e alla capacità di progettare le competenze e attuare interventi nei diversi settori dell’animazione: dal soggiorno-vacanza alla casa di riposo, dal centro sociale alla biblioteca, dal museo al parco, dalla ludoteca al centro per anziani. La formazione dell’animatore di settore, come pure dell’animatore per il tempo libero in case di riposo, dovrebbe essere considerata una specializzazione successiva alla formazione di base. La Regione Marche, che non ha una scuola di animazione ma che ha avvertito il bisogno di formare animatori qualificati per lavorare con gli anziani, ha promosso un corso di formazione professionale per animatori in case di riposo, attraverso l’Assessorato alla Pubblica Istruzione e alla Formazione Professionale della Provincia di Ancona. La cooperativa L.A.B. di Ancona, che ha organizzato e gestito il corso finanziato dal Fondo Sociale Europeo, ha riunito da una parte i professionisti che operano nel settore dell’anzianità – psichiatri, psicologi, medici geriatri, fisioterapisti, animatori – tra i più rinomati della regione, per formare il corpo docente. Dall’altra parte ha selezionato un gruppo di 12 persone, in maggioranza con esperienza previa di animazione, laureati o laureandi dell’area umanistica.


La durata del corso è stata di 5 mesi e con un monte-ore di 400 ore, di cui 220 di didattica in classe e 180 di tirocinio pratico. I contenuti del corso e le relative quantità di ore sono stati: Contenuti/ore Orientamento 5 Psicologia (la formazione della mente) 34 Sociologia (tradizioni del territorio) 20 Geriatria (patologia del corpo e della mente dell’anziano e possibilità di recupero funzionale) 20 Psicogeriatria 21 Recupero funzionale 20 Animazione (progettazione delle attività) 25 Orientamento uscita 5 Laboratorio di animazione 60 Rappresentazione teatrale 3 Attività di valutazione orale e scritta 9 Tirocinio guidato INRCA + Tirocinio in case di riposo 178 La metodologia didattica ha utilizzato non soltanto lezioni espositive ma soprattutto tecniche di simulazione, lavoro in gruppo, lavoro attivo e laboratorio di creatività. Il corso ci ha fornito nozioni basiche teoriche sulla geragogia, cioè l’educazione all’invecchiamento, sulla psicogerontologia, sull’assistenza all’anziano, introducendo i concetti di accreditamento, analisi costo-benefici, costi-efficacia, costi-utilità, bisogno espresso e bisogno percepito, bisogno formativo, competenza e compito professionale, efficacia sperimentale, esito finale, revisione tra colleghi e soluzione di problemi, e mostrando la necessità di coinvolgere tutti i soggetti nell’intervento e di lavorare in gruppo. Ci ha inoltre permesso di approfondire la questione del ruolo dell’animatore, la pratica dell’animazione e le tecniche di progettazione delle attività, dei giochi e delle attività espressive, le tecniche di terapia occupazionale, musicoterapia, le dinamiche di gruppo psico-motorie, la terapia artistica e del colore, l’orientamento alla realtà, la logoterapia, l’analisi transazionale e il metodo della validation. Altrettanto importanti sono stati gli insegnamenti risultanti dall’osservazione del modo di attuare dei colleghi di corso durante il tirocinio presso le case di riposo (futuro luogo di lavoro). Nel corso della documentazione fotografica del tirocinio dei futuri animatori, ho rilevato che i miei colleghi riuscivano a basare i loro interessi sulle attività che li avevano maggiormente coinvolti, sulle competenze che avevano previamente sviluppato e che costituivano il loro bagaglio culturale, i loro interessi, le loro passioni. E ho considerato che era


proprio la passione, il coinvolgimento emotivo, il loro piacere insomma, che contagiava gli anziani, che veniva percepito e apprezzato da loro e che diventava così l’elemento catalizzatore di tutto l’intervento. Il clima coinvolgente, caldo e allegro, creato da tutti i colleghi compensava abbondantemente la scarsa esperienza di molti di loro nel fare animazione in case di riposo. Questa constatazione mi ha spinto ad approfondire la mia ricerca sulla fototerapia e sulla fotografia terapeutica rispetto all’anzianità, e mi ha incoraggiato a progettare il mio intervento di animazione, in modo che potessi avvalermi della mia esperienza professionale nell’impiego della fotografia come strumento riabilitativo e terapeutico, per poi applicarla anche all’animazione per anziani. Così nascono le prime idee che una volta sviluppate e approfondite prenderanno forma nel progetto Il Volto e la Voce del Tempo – Un Ponte tra Generazioni. Attività 1 Quali sono le attività del tempo libero che ti piacciono di più? Come potresti proporle in modo da condividerle con gli anziani?


Poesie Mia giovinezza Non t'ho perduta. Sei rimasta, in fondo all'essere. Sei tu, ma un'altra sei: senza fronda né fior, senza il lucente riso che avevi al tempo che non torna, senza quel canto. Un'altra sei, più bella. Ami, e non pensi essere amata: ad ogni fiore che sboccia o frutto che rosseggia o pargolo che nasce, al Dio dei campi e delle stirpi rendi grazie in cuore. Anno per anno, entro di te, mutasti volto e sostanza. Ogni dolor più salda ti rese: ad ogni traccia del passaggio dei giorni, una tua linfa occulta e verde opponesti a riparo. Or guardi al Lume che non inganna: nel suo specchio miri la durabile vita. E sei rimasta come un'età che non ha nome: umana fra le umane miserie, e pur vivente di Dio soltanto e solo in Lui felice. O giovinezza senza tempo, o sempre rinnovata speranza, io ti commetto a color che verranno: - infin che in terra torni a fiorir la primavera, e in cielo nascan le stelle quand'è spento il sole. Ada Negri


Essere Giovane La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato d’animo che consiste in una certa forma della volontà, in una disposizione dell’immaginazione, in una forza emotiva; nel prevalere dell’audacia sulla timidezza e della sete dell’avventura sull’amore per le comodità. Non si invecchia Per il semplice fatto di aver vissuto un certo numero di anni, ma solo quando si abbandona il proprio ideale. Se gli anni tracciano i loro solchi sul corpo, la rinuncia all’entusiasmo li traccia sull’anima. La noia, il dubbio, la mancanza di sicurezza, il timore e la sfiducia sono lunghi lunghi anni che fanno chinare il capo e conducono lo spirito alla morte. Essere giovane significa conservare a sessanta o settant’anni L’amore del meraviglioso, lo stupore per le cose sfavillanti e per i pensieri luminosi; la sfida intrepida lanciata agli avvenimenti, il desiderio insaziabile del fanciullo per tutto ciò che è nuovo, il senso del lato piacevole e lieto dell’esistenza. Resterete giovani finché il vostro cuore saprà ricevere i messaggi di bellezza, di audacia, di coraggio, di grandezza e di forza che vi giungono dalla terra, da un uomo o dall’infinito. Quando tutte le fibre del vostro cuore saranno spezzate E su di esso si saranno accumulati Le nevi del pessimismo ed il ghiaccio del cinismo, è solo allora che diverrete vecchi e possa Iddio aver pietà della vostra anima. Samuel Ullman


A Tarrafa À sombra dos cajueiros que florescem junto ao mar, paciente, o pescador tece a rede de pescar Enquanto a mão se entretece nesse mister singular, outra mão, por trás do tempo, vai tecendo, sem cessar, a tarrafa que algum dia vai pescar o pescador, juntamente com seu tédio, seu sorriso e sua dor. E tece com tal mestria essa tarrafa de vento, que o pescador nunca pensa, quando pesca seu sustento, que a Morte o está pescando, lentamente, dia a dia, nessa, embora inevitável, invisível pescaria.

Deífilo Gurgel (poeta e ricercatore brasiliano)


Il Tramaglio All’ombra degli anacardi che fioriscono lungo il mare, paziente, il pescatore tesse il tramaglio per pescare. Mentre s’intrattiene la mano in questa arte singolare, un’altra mano, dietro il tempo, tesse sempre, senza sosta, il tramaglio che un bel giorno pescherà il pescatore, insieme al suo tedio suo sorriso e suo dolore. E tesse con tale maestria questo tramaglio di vento, che il pescatore non ci pensa, quando pesca il suo alimento, che la Morte lo sta pescando, ogni giorno, pian piano, in questa inevitabile e invisibile pesca della vita.

Attività 2 Raccogli delle poesie che parlano del tempo che passa e della vecchiaia. Quale ti piace di più? Perché?


La fotografia ha qualcosa a che vedere con la resurrezione. (Roland Barthes)


8 La Fotografia Per una ragione o per un’altra, tutti abbiamo instaurato un rapporto, più o meno profondo, con la fotografia. La fotografia “è di casa” per tutti quanti. Chi di noi non ha una storia da raccontare su una foto che ci hanno scattato da piccoli, o sulle foto che abbiamo fatto in viaggio o sulle foto che abbiamo visto da qualche parte? È proprio questa familiarità, questo rapporto affettivo (non necessariamente d’amore) instaurato con la fotografia, che può rivelarsi un grande alleato di chi vuole utilizzare la fotografia come strumento di animazione, di riabilitazione o terapeutico. La familiarità diffusa è sorprendente quando si considera che la fotografia è un’invenzione relativamente recente se la paragoniamo alla musica, alla letteratura, alla pittura, al teatro, che sono espressioni artistiche ancestrali. È stato proprio l’altro ieri, il 19 agosto 1839, all’Accademia delle Arti e Scienze di Parigi, che viene presentata ufficialmente l’invenzione, attribuita a Daguerre, chiamata Fotografia. Da quell’immagine fissata su una lastra d’argento (il daguerreotipe appunto) del diciannovesimo secolo alla fotografia digitale di oggi c’è una lunga e avventurosa strada di sviluppo tecnologico, della chimica in particolare, che ha avuto tanti protagonisti tra cui George Eastman, fondatore della Kodak alla fine dell’ottocento, che ha contribuito enormemente alla popolarizzazione della fotografia. Questa strada la si può percorrere anche all’indietro, dal 1839 verso il passato. Facendo un passo indietro incontreremo Nièpce, un incisore francese che ha creato un metodo di incisione con la luce del sole, da lui chiamato “heliographie”, ancora molto più indietro incontreremo Leonardo da Vinci che ha aggiunto gli obiettivi (le lenti) alla già conosciuta macchina da disegnare, contribuendo in modo decisivo allo studio della prospettiva. Possiamo risalire fino ad Aristotele, che è stato il primo a descrivere il fenomeno fisico (ottico) della camera oscura, attraverso l’osservazione di fenomeni naturali: trovandosi in una grotta, ha osservato che l’immagine proveniente dall’esterno passando da un piccolo foro veniva proiettata sulla parete opposta in maniera invertita, proprio come accade all’interno della tradizionale macchina fotografica. La parola stessa FOTOGRAFIA deriva dal greco: ƒòs,luce, e gràfo, scrivo. Fotografare perciò significa, etimologicamente, scrivere con la luce. La verità profonda di questa definizione si rivela soprattutto se


ricordiamo che la luce in sé è invisibile, ma che rende visibili gli oggetti che la riflettono, i cui significati a loro volta aspettano di essere illuminati dalla “luce della mente”. Rimane sempre vero però che il momento cruciale dello sviluppo del processo fotografico non è tanto quello di catturare un’immagine, ma di riuscire a fissarla in modo permanente su una superficie. Fa parte dei desideri archetipici dell’essere umano quello di fermare o di viaggiare avanti e indietro nella dimensione che è sinonimo dell’esistenza stessa: IL TEMPO. La fotografia ci offre l’illusione di sottrarci alla contingenza di esistere nel flusso inarrestabile del tempo, che va dalla sorgente della vita all’oceano infinito della morte. È come se gli uomini giocassero una partita di calcio contro gli dei e nonostante il risultato finale sia conosciuto fin dall’inizio, ciò non impedisce che si realizzi una bella partita, piena di sorprese e azioni fantasiose. La fotografia sarebbe come un dribbling, non una rete, ma comunque un dribbling sul dio tempo. In questa partita, tutti possiamo per un momento avere il pallone al piede, quando scattiamo una foto o quando qualcuno ci fotografa, o far parte del pubblico quando guardiamo un’immagine fotografica, o ancora fare l’allenatore quando decidiamo quale foto includere nel nostro album fotografico e quale scartare. Tutti questi ruoli sono impregnati di una carica psicologica, di una forza emotiva che ci può far sentire particolarmente vivi, presenti, partecipi.


Foto ceduta

La felicità suprema della vita è la convinzione che siamo amati. (Victor Hugo)


Questa non è una sposa Che simpatica questa Sua foto da sposa, signora Idilia! No, signor Ayres, questa che Lei vede non è una sposa. Io non mi sono sposata col vestito bianco. Non c’erano né soldi né tempo per questo. Il mio matrimonio è stato deciso e celebrato un po’ così, in fretta e fuga. Io facevo la commessa in una farmacia a Pesaro quando ero fidanzata. Mario, il mio futuro marito, doveva trasferirsi ad Urbino dove lavorava come incisore alla Scuola del Libro. Io sapevo che se lui andasse a vivere da solo ad Urbino, un bel pezzo d’uomo com’era lui, giovane e focoso in mezzo a tutte quelle ragazze, porterebbe alla rovina il nostro rapporto. Così non ho avuto dubbi, ho lasciato il mio lavoro, per il grande dispiacere dei padroni della farmacia, che mi volevano tanto bene e che si fidavano tanto di me. Ci siamo sposati con una cerimonia molto semplice, con vestiti normali. Io indossavo un cappotto elegante che mi aveva prestato la mia ex-padrona e lui il suo completo da festa. Ecco la foto del nostro matrimonio. Ci siamo sposati e siamo andati a vivere insieme ad Urbino. Siamo stati felici io e Mario, nonostante le difficoltà della vita. Sì, perché lavorava soltanto lui. Io facevo la casalinga. Abbiamo sempre vissuto in affitto e gli affitti ad Urbino sono sempre stati cari. Ma io amministravo bene la casa. Risparmiavo in tutto, e così riuscivamo a mettere da parte un pochettino di soldi che ci ha permesso, piano piano, di comprare tutti i mobili della casa. Prima che Mario andasse in pensione avevamo comprato pure una macchina! Nei fine settimana andavamo in gita con gli amici nei paesi vicini. Ah, quando penso che proprio nel periodo che Mario è andato in pensione e che potevamo veramente goderci la vita fino in fondo, spensieratamente, lui si è ammalato. Povero Mario, come mi manchi! Era un fumatore accanito. Ma quando il medico gli ha detto che se continuasse a fumare moriva, lui ha smesso il giorno stesso. Penso che lo abbia fatto non per lui, ma per me. Sul comò, c’era ancora un pacchetto con delle sigarette e l’accendino vicino. Ho preso tutto quanto per buttarli via, ma lui me lo ha impedito. Mi ha chiesto di lasciarli lì, che aveva bisogno di vederli. Il pacchetto e l’accendino sono rimasti parecchio tempo lì sul comò. Ogni tanto ci riprovavo a buttarli via, ma lui me lo impediva sempre.


Un giorno, un paio di anni più tardi, lui mi ha detto: “Se vuoi, puoi buttare via quel pacchetto”. Ah, le sigarette, se non fosse per loro, Mario sarebbe forse ancora qui, vicino a me. (pausa, pianto) Ma signora Idilia, e quel vestito da sposa? Sì, è vero, il vestito. Ecco, alcuni anni dopo il mio matrimonio, si è sposata mia sorella più piccola, Anna. I tempi erano un po’ migliorati. Tutta la famiglia si è mobilizzata per fare una grande cerimonia. Era una soddisfazione per tutti noi. Almeno Anna, il nostro gioiello, doveva sposarsi alla grande. E così è stato. Dopo la cerimonia, prima di partire per la luna di miele, mentre l’aiutavo con i preparativi per il viaggio, Anna, un po’ così per scherzo, ha detto: “Ma perché non ti metti il mio vestito da sposa che ti facciamo una foto?” Mi sono vestita subito con l’aiuto di Anna. Era come un gioco da bambine, come facevamo da piccole. L’allegria allora era completa. Mi ero tolta la voglia nascosta di indossare per una volta il vestito da sposa, anche se solo per puro gioco e Anna era ancora più felice di me. Ah, in questa vita, signor Ayres, non si può essere felici da soli. La felicità si moltiplica quando viene condivisa con chi si ama. foto ceduta


Dialogo sulla luce Dialogo sulla luce, del monaco indiano SANKARA, uno dei massimi filosofi e mistici dell’India, vissuto a cavallo del secolo VII e VIII. Che è la luce per te? Di giorno il sole, di notte le fiaccole, e così via. Sia pure. Ma quale luce illumina come il vederla? La luce del sole? Dimmi. L’occhio. E quando esso è chiuso? La mente. E la mente da chi è veduta? Da me. Tu sei dunque la luce suprema. Quella io sono signore.

Attività Raccogli le vecchie foto della tua famiglia e scopri le storie che queste foto “raccontano”.


La macchina fotografica è uno strumento che ci insegna a vedere meglio senza la macchina fotografica. (Dorothea Lange)


9 Fototerapia e Fotografia Terapeutica La dimensione psicologica della fotografia è stata osservata, in un contesto casuale, pochi anni dopo l’ufficializzazione della sua invenzione, (19 agosto 1839). È accaduto nel 1856, quando uno “psichiatra fotografo”, anzi, un “fotografo psichiatra”, Hugh Welsh Diamond, presenta alla Royal Society of Medicine di Londra, i risultati delle sue ricerche sull’utilizzo della fotografia nello studio del rapporto tra tratti fisionomici e malattie mentali. Diamond ha fotografato le donne ricoverate nel manicomio pubblico di Surrey e ha potuto testimoniare il piacere e l’interesse con cui le sue pazienti osservavano le immagini fotografiche e ha rilevato un cambiamento in positivo nell’autostima di alcune pazienti fotografate. Agli inizi del 1880, Sir William Charles Wood riflette sull’effetto delle fotografie sui pazienti del manicomio di Bethlem: “Un effetto imprevisto di questi divertimenti artistici (la fotografia) è quello di attirare l’attenzione dei pazienti sulla loro apparenza, loro vestiti, loro viso e loro corpo; e questo cambiamento di direzione porta in alcuni casi a risultati salutari.” Senza rendersene conto, questi medici scoprivano ciò che più tardi si sarebbe chiamata Fototerapia, cioè l’utilizzo della fotografia come strumento terapeutico, per migliorare il benessere psicologico dell’individuo, per favorire la crescita e la conoscenza di se stesso. Da queste prime esperienze documentate di fototerapia ante litteram fino ad oggi, sono stati in molti ad utilizzare la fotografia come strumento terapeutico e differenti livelli di consapevolezza e con differenti riferimenti teorici. Finalmente nel 1978 diversi professionisti che avevano utilizzato la fotografia nelle loro attività terapeutiche nell’ambito della salute mentale si sono incontrati per scambiare informazioni ed esperienze nel I Congresso di Fototerapia nel Nord America. Si è formato in quel periodo un gruppo di esperti che per dieci anni hanno pubblicato i loro studi sulla rivista PhotoTherapy. Gli esemplari di questa rivista possono essere consultati ancora oggi presso il Centro di Fototerapia della psicologa e terapeuta Judy Weiser a Vancouver – Canada (i testi e le ricerche di questo centro possono essere consultati sul sito: www.phototherapy-centre.com). Parallelamente a questo movimento nordamericano, dall’altra parte dell’oceano, in Inghilterra, Jo Spence e Rosy Martin utilizzavano la fotografia non nell’ambito circoscritto della salute mentale, cioè la fotografia in terapia (definita da Judy Weiser Fototerapia), ma in modo


più ampio e informale, facevano uso della fotografia come strumento di crescita personale, di conoscenza di se stessi, ossia la fotografia come terapia (definita da Judy Weiser Fotografia Terapeutica). Nella fototerapia la fotografia viene utilizzata come uno strumento per agevolare l’indagine sui sentimenti, sulle emozioni, sul mondo interiore del paziente da parte dello psicologo, del terapeuta. Robert Ostiguy, psicologo nord americano, collaboratore di Judy Weiser, durante un delizioso pranzo a Roma nell’estate del 2004, si è servito di una metafora geometrica per illustrare un aspetto fondamentale della fototerapia. “Nel rapporto classico tra paziente e terapeuta possiamo tracciare una linea ascendente (fatta di parole) che va dal primo, il quale ha dei problemi e cerca aiuto, verso il secondo, che sarebbe in grado di aiutarlo a risolverli.

L’inclusione della fotografia trasforma questo rapporto lineare ascendente in una relazione triangolare in cui paziente e terapeuta, alla pari, guardano uno stesso punto: la fotografia.


Lo spostamento del fuoco dell’attenzione dai problemi del paziente alla fotografia permette a quest’ultimo di esprimere delle sensazioni, di rievocare dei ricordi che forse non verrebbero a galla altrimenti.” Nella fotografia terapeutica, invece, i ruoli di terapeuta e di paziente scompaiono. La fotografia non viene utilizzata come strumento di investigazione ma come strumento ludico, espressivo, relazionale, per fare gruppo, per divertimento, per intraprendere un percorso di crescita personale alla ricerca di un benessere psicologico e sociale. La fotografia terapeutica favorisce il collegamento tra mondo interiore e realtà, tra il sé e l’altro, e permette inoltre di affiancare la fotografia ad altre forme di espressione, come la pittura, il collage, il video, il teatro, la musica, la narrazione e la poesia. Fototerapia e fotografia terapeutica si differenziano ma non si contrappongono e possono essere utilizzate in maniera complementare in un lavoro di equipe tra psichiatra, psicologo, animatore, educatore, assistente sociale, fotografo e altre figure professionali.


La felicità è uno strano personaggio: la si riconosce soltanto dalla sua fotografia al negativo. (Gilbert Chesterton)


La Fotografia Terapeutica con gli anziani È naturale per chi arriva all’autunno della vita pensare spesso alle stagioni passate. Questo atteggiamento viene rafforzato dal fatto che nella mente dell’anziano la memoria a lungo termine diventa sempre più forte a discapito della memoria immediata. Il passato assume per l’anziano in questo contesto un importante fattore di identità personale. Mostrare una vecchia foto può agevolare quindi la comunicazione persino con il “vecchietto” più diffidente e scontroso, che non ama parlare con “sconosciuti”. Guardare in compagnia l’album di famiglia o raccogliere le foto sparse in un album di ricordi sono attività che contribuiscono a creare familiarità e avvicinamento, stimolano l’interazione di gruppo, la memoria e il dialogo e in questo modo aiutano a limitare il deterioramento delle abilità intellettive e sociali degli anziani. Il risultato positivo più evidente e immediato dell’utilizzo della fotografia nelle attività con gli anziani è, a mio avviso, il miglioramento dell’immagine di se stessi. Questa affermazione può sembrare paradossale, ma è proprio la questione dell’immagine di sé che si è presentata fin dall’inizio come un primo ostacolo e che diventa poi una “porta di accesso” all’altro. Vorrei esemplificare quanto detto con un episodio che mi è accaduto alcuni anni fa, prima che iniziassi la mia attività nelle case di riposo. Mi è stata chiesta una foto di “vecchietti” per illustrare gli stampati di un convegno realizzato nella città di Ancona sul ruolo dell’animatore nelle residenze per anziani. Avevo alcune fotografie su questa tematica, che mi ha sempre attratto, ma si trattava di foto di “vecchietti” brasiliani e non mi sembravano adatte agli obiettivi del convegno. Ho deciso di trascorrere qualche giorno cercando e fotografando i “vecchietti” anconetani. Un bel giorno mi si è presentata la scena ideale, la foto che stavo cercando. Su una panchina del Viale della Vittoria una bellissima signora di circa settant’anni, immobile, sotto una luce meravigliosa, fissava intensamente l’infinito. Intorno a lei si era formato un campo magnetico, che non si vede ma si sente e a volte viene colto nella fotografia, e che fa sì che la foto sia percepita in una maniera inspiegabilmente speciale. Ho rallentato il passo, ho preparato la macchina fotografica, mi sono inginocchiato e con l’emozione che si sente quando si sta per scattare una foto unica, irripetibile, mi sono preparato a “premere il grilletto”. Proprio in quell’istante la signora si è accorta della mia presenza e con un gesto energico ha detto di no: “No, non fotografarmi. Assolutamente, non fotografarmi!” Ho cercato di giustificarmi, dicendo che quella era una scena troppo bella, che la signora era troppo bella per non essere immortalata.


Allora la bella signora, con la stessa grinta con cui mi aveva impedito di fotografarla, con un’energia ancora più esasperata ha detto una frase che mi ha colpito ancor più della propria scena: “Questa immagine che Lei vede non è che lo spettro di me stessa.” Poi ha aperto la borsa e ha preso una vecchia foto e, mostrandomela con un misto di orgoglio e rabbia, ha aggiunto: “Eccomi. Questa sono io.” Era una donna bellissima, sorprendentemente solare, frizzante. “Adesso mi sono ridotta così. Ma il responsabile non è stato il tempo che passa. È stata la vita. Lei sa cosa significa perdere il figlio all’età di 18 anni? Aveva solo 18 anni! Lei sa cosa significa? No, Lei non lo può sapere.” Mi ha raccontato tutta la sua vita. Ciclicamente tornava a parlare dell’incidente che aveva portato via il suo unico figlio. In questo caso, la Fotografia che ha creato un ostacolo per la comunicazione a causa della macchina fotografica, grazie alla vecchia foto che la signora aveva in borsa si è trasformata in un ponte che mi ha portato a conoscere tutta la vita della bella e anziana signora. Storie diverse e analoghe a questa si sono moltiplicate da quando ho iniziato ad attuare nelle case di riposo. Storie di donne anziane che non si riconoscono nelle foto. O che si riconoscono nella foto della figlia che sta affianco e domanda: “E quella lì, chi è?” O uomini anziani che criticano: “Qui mi hai preso male, sembro un vecchio”, ma che nell’incontro seguente sono molto più eleganti e curati, pronti per essere fotografati in una luce più favorevole.

Attività Scatta delle foto che potrebbero raccontare la nostra vita nella società odierna, anche se osservate tra cent’anni.


La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (Gabriel García Marquez)


10 La terapia della reminiscenza La psichiatra inglese Linda Berman dedica il settimo capitolo del suo libro Beyond the smile, tradotto in italiano con il titolo Fototerapia in Psicologia Clinica, ai settori di applicazione della fototerapia, tra cui quello del lavoro con gli anziani. In questa sezione del libro l’autrice riporta un intervento di fototerapia presso un ospedale inglese per anziani. Nel Sutton Hospital, regione del Survey, in Inghilterra, le immagini colorate dello staff sono appese al muro della hall per facilitare il riconoscimento da parte dei pazienti e visitatori, accanto al letto di ogni paziente c’è una bacheca con le foto proprie e della famiglia per rafforzare il senso dell’identità, le pareti sono piene di foto Polaroid che documentano le feste di compleanno, Natale e le altre festività, e ogni paziente ha il suo album della vita, elaborato con l’aiuto dei familiari. La Berman constata che il rafforzamento della memoria a lungo termine migliora l’autostima e la sicurezza dei pazienti: “Il fatto di raccontare storie sul passato non richiede l’uso della memoria a breve termine e quindi non evidenzia il deficit di questa funzione cognitiva”; in questo modo la comunicazione viene rafforzata, perché lo staff può conoscere di più sul paziente e creare altri segni di interazione, favorendo così la fiducia e la comprensione reciproca. Inoltre, si riducono anche i comportamenti distruttivi ed eccentrici, perché il paziente è assorbito e occupato nella narrazione e si sente ascoltato e accettato. Per dimostrare l’importanza dell’uso della fotografia con persone anziane, la Berman racconta il caso di Rita, un’anziana signora che non è in grado di parlare e sembra inaccessibile dal punto di vista emozionale e che, all’improvviso, si trasforma quando vede l’album di famiglia. Un sorriso di riconoscimento illumina il suo viso e la signora comincia a produrre dei suoni che poi sono riconosciuti come nomi e parole che dimostrano il suo senso di umorismo. Nel lavoro con gli anziani, la terapia della reminiscenza mira a limitare il deterioramento delle abilità intellettive e sociali. Libri, abiti, vecchie monete e altri oggetti, come pure la musica, i sapori, gli odori possono essere usati per facilitare la rievocazione e la discussione in gruppo. Tuttavia, grazie alla loro capacità di stimolare i ricordi, le fotografie sono di enorme utilità nella terapia con persone che hanno problemi di memoria, come quelle che soffrono del morbo di Alzheimer, di demenza senile e di altre forme di amnesia. Linda Berman conclude affermando che la terapia della reminiscenza


può essere un modo piacevole di stabilire un contatto con gli altri; può aiutare inoltre a confermare l’identità e la certezza che il passato è esistito in un momento in cui il presente può sembrare vago e confuso. Le esperienze e gli studi ispirati alla “terapia della reminiscenza”, sommati alle mie esperienze personali nell’utilizzo della fotografia con ragazzi e con pazienti psichiatrici in Italia (Ancona e provincia), costituiscono la base sulla quale si è fondato il progetto Il Volto e la Voce del Tempo.


Tutte le cose che ora si credono antichissime furono nuove un tempo. (Cornelio Tacito)


L’album dei ricordi di Assunta

1935 con mamma e sorella

1943 a passeggio con un’amica

1945 foto tessera


1948 con mamma, papĂ e sorella

Anni ‘50 nel giardino

1961 con sorella, mamma e fratello


1968 a casa

1968 in gita

anni ‘70 foto tessera


1980 foto tessera

anni ‘90 foto tessera

2001 a Loreto con un’amica


2003 in casa di riposo

2004 il rosario

2004 primavera

Attività Raccogli le foto della tua famiglia in un album. Poi, con l’aiuto dei tuoi genitori, prova a raccontare la storia dei tuoi familiari.


La giovinezza è felice perché è capace di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio. (Franz Kafka)


11 La Fotografia Terapeutica applicata ai giovani Alcuni anni prima di iniziare l’attuale progetto, ho avuto l’occasione di osservare l’eccitazione dei ragazzi nello sviluppare e stampare delle foto che loro stessi avevano scattato. Partecipare al processo magico della fotografia è un vero e proprio divertimento creativo di grande valore terapeutico in cui il ragazzo rafforza la fiducia in se stesso, la responsabilità e il senso di importanza come individuo e di conseguenza l’autostima. Il lavoro in camera oscura si svolgeva all’interno di un progetto intitolato Fotoscuola, realizzato con studenti della Scuola Secondaria di I Grado, che consisteva nello stimolare i ragazzi a fotografare, esercitando al massimo il loro spirito di libertà, di espressione di sé e degli altri; allo stesso tempo i ragazzi acquisivano nuove abilità, partecipando consapevolmente al processo di creazione della fotografia dall’inizio alla sua conclusione. Il fatto di scattare liberamente e sviluppare la propria foto, dava loro un senso di potenziamento, risultato della sensazione di poter simbolicamente manipolare, controllare, governare la realtà. In seguito, è stato chiesto ai ragazzi di scrivere un testo ispirato alle loro foto. Le discussioni suscitate dalle foto in chiave ludica, hanno permesso ad alcuni ragazzi di far emergere degli argomenti che normalmente sarebbero rimasti occulti. Alla fine è stata allestita una mostra divisa in due sezioni: in una sezione si presentava la documentazione del progetto che mostrava i ragazzi nello svolgimento delle diverse fasi dell’iniziativa, nell’altra sezione si presentavano le foto e i testi creati dagli studenti. Ho osservato che nel farsi fotografare i ragazzi si sentivano al centro dell’attenzione e coglievano l’occasione per mettersi accanto agli amici, rafforzando così il sentimento di appartenenza ad un gruppo. Il risultato è stato sorprendente, perché i ragazzi hanno veramente esercitato la loro libertà espressiva e hanno elaborato delle immagini non convenzionali. Non si sono limitati a fare delle belle foto, non si sono preoccupati unicamente di soddisfare le aspettative degli adulti, producendo delle foto “carine e piacevoli”, ma hanno sperimentato, hanno abbordato delle tematiche variate, scene del quotidiano domestico, la strada, gli oggetti, gli animali, i compagni di scuola, i corridoi della scuola, il momento dell’intervallo, la macchina di famiglia, i familiari, la casa, i paesaggi naturali del paese e della campagna circostante, le statue e i monumenti del centro storico, o addirittura le nuvole nel cielo, tutto ciò che aveva importanza per loro.


Diversamente dal progetto Fotoscuola, nel progetto Il Volto e la Voce del Tempo la fotografia viene utilizzata non come strumento di espressione creativa ma come strumento per creare un legame affettivo tra le persone. Ragazzi tra i 10 e i 15 anni scelgono delle foto di anziani che risiedono in case di riposo e, osservando queste foto, immaginano le loro biografie. Questo esercizio di empatia, di mettersi nei panni di un’altra persona, di domandarsi che cosa succede all’essere umano quando è messo di fronte a se stesso, contribuisce alla creazione di un legame affettivo che trasforma una semplice visita ad un ospizio in un incontro tra due anime. Per verificare un eventuale cambiamento dell’immagine mentale che il ragazzo ha dell’anziano, la psicologa Sabrina Monachesi ha elaborato un questionario e lo ha applicato sia a ragazzi che hanno preso parte al progetto sia a ragazzi che non hanno fatto tale esperienza. I risultati hanno dimostrato che i ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa hanno una visione molto meno stereotipata dell’anzianità rispetto a coloro che non hanno fatto lo stesso percorso. Oltre a questo, la psicologa Daniela Colasuonno, laureatasi con una tesi sulla fototerapia, ha studiato due casi di ragazzi che avevano scritto le biografie immaginarie dei rispettivi “vecchietti”, per verificare come e se il meccanismo proiettivo si realizza in questa pratica. La Colasuonno ha confermato che raccontare una storia a partire da una fotografia permette al ragazzo di rivelare i propri significati personali rispecchiati nell’immagine. Insomma, usando la loro immaginazione i ragazzi rivelano gli aspetti più profondi di se stessi.


Bisognerebbe tentare di essere felici, non fosse altro per dare l’esempio. (Jacques PrÊvert)


Le immagini mentali Quando Ayres ha proposto alla mia Parrocchia il suo progetto ho avvertito con ancor più forza il tesoro che ci veniva offerto perché, come psicologa, intuivo le importanti conseguenze cognitive e affettive che tale iniziativa comportava. Durante il mio corso di studi, interessandomi a tutto il ciclo di vita dell’uomo, ho potuto studiare anche l’affascinante fase della cosiddetta terza età, scoprendo molte cose che ignoravo, modificando la mia concezione della vecchiaia e sciogliendo gli stereotipi e i pregiudizi che popolavano la mia mente. L’esistenza nel mio mondo concettuale, quindi nel mondo concettuale di un giovane adulto, di false credenze o di immagini dell’anziano rigide e non sempre aderenti alla realtà non è un fatto insolito o singolare. Le immagini mentali sono degli schemi, delle concezioni con valenza emozionale che fin da piccoli ci formiamo circa gli elementi della realtà. Queste immagini mentali ci permettono di affrontare il mondo e le diverse situazioni formulando delle ipotesi, facendo nascere delle aspettative. Alla loro determinazione concorre la propria disposizione personale, l’ambiente circostante e le esperienze fatte. È evidente, quindi, quanto la figura dell’anziano sia mediata anche dall’ambiente familiare, soprattutto nei primi anni dello sviluppo. Se la coabitazione con i nonni favorisce un’immagine tridimensionale del vecchio, plastica, aderente, i nuovi nuclei familiari, non permettendo sempre una significativa vicinanza dei nonni, favoriscono la formazione di un concetto di vecchiaia basato su una visione poco profonda, centrata su tratti preminenti. L’immagine si trasforma così in caricatura e si legano strettamente dei binomi riduttivi (vecchiomalato, anziano-noia, vecchio-morte), nella realtà non così necessariamente connessi. Se queste immagini mentali vengono formate fin dai primi contatti con il mondo esterno, ciò non significa che non si modifichino: il pensiero e le opinioni cambiano a contatto con la realtà; così come un oggetto da lontano può apparire sfuocato e impreciso ma messo a fuoco rivela una quantità sorprendente di particolari insospettati, così l’immagine mentale, nel continuo confronto con la realtà può arricchirsi e modificarsi, approfondendosi e diventando vero specchio della realtà. Per ottenere questi cambiamenti è necessario l’incontro. Un vero incontro è scambio e non credo sia stato facile costruire il setting ideale in cui questo è potuto avvenire: per Ayres diventava di vitale importanza trovare la ricchezza propria dei ragazzi da condividere con quella degli anziani. Così si è cercato di stimolare


negli uni la fantasia e la curiosità e negli altri la reminiscenza, i ricordi. Un tale lavoro ha toccato diverse corde e ha prodotto frutti in diverse prospettive. Gli studiosi di psicogerontologia sostengono che l’invecchiamento non comporti necessariamente disadattamento o declino psichico, ma che gli anziani possano mantenere funzionalità e adattamento qualora si sentano protagonisti della propria vita, in un clima culturale non emarginante. Il progetto Il Volto e la Voce del Tempo ha aperto le porte delle case di riposo mostrando delle persone che hanno ancora molto da dire e da dare. Per i ragazzi approfondire la propria immagine di vecchiaia è stato importante sia in una prospettiva immediata, poiché ha prodotto nuova conoscenza, sia in una prospettiva più lungimirante, in quanto lo stile di invecchiamento che adotteranno sarà funzione dell’immagine mentale che di tale fase della vita hanno costruito. Dott.ssa Sabrina Monachesi (Psicologa)


In ogni età il Signore chiede a ciascuno l’apporto dei propri talenti. (Giovanni Paolo II)


La Fotografia come Metafora L’atto di guardare qualsiasi immagine fotografica produce delle percezioni e reazioni che vengono proiettate dal mondo interiore della persona sulla realtà e che determina così il senso che viene dato a ciò che si vede. Perciò questa tecnica non si basa su un tipo specifico di foto ma piuttosto sull’interfaccia meno tangibile tra una foto e il suo osservatore o creatore, lo “spazio” in cui ogni persona forma le proprie originali risposte a ciò che vede. La tecnica proiettiva è, in definitiva, un processo metaforico basato sulle libere associazioni evocate da una fotografia, la quale rileva l’esistenza di legami che vengono percepiti, non necessariamente, a livello conscio: nel momento in cui interagiamo con una foto, sia osservandola da soli che parlandone con altri, scopriamo dei significati che possono prescindere da ciò che essa riproduce. Il test di appercezione tematica ( T.A.T.) ha, come ho già avuto modo di accennare, molto in comune con la fotografia. Bellak ha riconosciuto l’esistenza di quattro livelli, caratteristici del T.A.T., ai quali è possibile ricondurre geneticamente i fantasmi elaborati nell’applicazione di questo test. Vi è un primo livello superficiale, al quale il soggetto riconosce ed esplicita la significazione soggettiva della storia che ha elaborato, sa cioè che con la stessa ha esteriorizzato un evento della sua vita personale. Sottostante a questo vi è un secondo livello che Bellak chiama di sensibilizzazione, dovuto a stati di tensione emotiva; per tale tensione il soggetto è portato a compiere delle discriminazioni percettive più fini in determinati campi sensoriali che rispondono ai suoi bisogni ed alle emozioni suscitate dalla tensione: quindi le storie colgono selettivamente degli stimoli che oggettivamente non hanno particolare salienza, o addirittura il soggetto inventa stimoli che non esistono, ne scotomizza altri che sono invece molto importanti. Ad un livello ancora più profondo si ha il caso della proiezione semplice ( quella che Ombredane e Cattell chiamano “complementare” ), dove si nota una certa distorsione della realtà obiettiva, in quanto si tende ad identificare i protagonisti delle storie con figure che hanno avuto importanza nella propria vita passata, trasferendo verso di essi sentimenti ed atteggiamenti pragmatici senza essere consapevoli di tale processo. Ad un ultimo livello si ha infine la c. d. proiezione invertita che coincide sostanzialmente col meccanismo di difesa descritto da S. Freud nella paranoia, ovvero attribuisco a qualcuno dell’odio nei miei riguardi perché lo odio per il fatto di sentire che lo amo. È facile rilevare che il primo di questi livelli è cosciente, al massimo


preconscio; gli altri invece sono più o meno inconsci, secondo una gradazione di profondità determinata dal progressivo affermarsi dei processi psicologici primari su quelli secondari. A partire da questi livelli elaborati da Bellak (e tipici del T.A.T.) ho voluto affiancare, nella mia tesi, altri quattro livelli, caratteristici della fotografia, complementari ai primi, ma in alcuni aspetti addirittura più semplici e pratici per la somministrazione. Al primo livello il paziente descrive semplicemente una sua fotografia, sapendo che sta parlando di sé e di un frammento del suo passato. Egli deve solo riportare nel presente i significati delle immagini del passato, insiti in ogni fotografia. Il secondo livello, simile a quello che Bellak ha definito “di sensibilizzazione”, è caratterizzato da alta tensione emotiva, quindi il paziente potrà tralasciare i dettagli o, viceversa, descrivere la fotografia minuziosamente. Nel terzo livello il paziente di fronte alle fotografie dei propri genitori (o figure di accudimento) ha delle reazioni (anche non verbali), che possono essere significative per stabilire le modalità di attaccamento e le ripercussioni nella vita attuale del paziente. Inoltre, dall’immagine stessa, possiamo notare le dinamiche familiari. Nell’ultimo livello si trovano tutti i meccanismi di difesa utilizzati inconsciamente dal paziente nel descrivere (o non descrivere) la situazione fotografica. Tale ricerca è ancora agli inizi e la strada da percorrere è estremamente lunga, ma l’esperienza offertami dal progetto “Il volto e la voce del tempo” mi ha fornito considerazioni confortanti e posto ulteriori interrogativi interessanti. Ho lavorato con i ragazzi della scuola media coinvolti nel progetto, analizzando le loro storie immaginarie e ponendo, sulla base di queste, alcune ulteriori domande per meglio conoscerli. In generale possiamo dire che i ragazzi se devono scrivere una storia immaginaria diventano prolissi mentre se, al contrario, devono raccontare una storia reale o parlare di sé, diventano sintetici. Il racconto immaginario è, perciò, una opportunità inconscia, per parlare di sé, senza che la persona che scrive se ne renda conto. Il meccanismo, ancora una volta, possiamo paragonarlo a ciò che avviene nel Test di Appercezione Tematica (T.A.T.); in questo caso però c’è l’associazione dell’immagine visiva (la fotografia dell’anziano) e il racconto (scritto) di una storia immaginaria. Infatti se chiedessimo ai ragazzi di parlare direttamente della propria famiglia, o solo del padre o della madre, non verrebbero fuori tanti particolari che, invece, scopriamo nei loro racconti fantasiosi. Questo progetto si è rivelato molto utile per comprendere i conflitti e i dinamiche inconsce dei ragazzi, infatti ho deciso di focalizzarmi su


due di loro che rispecchiano, in linea generale, ciò che succede a qualsiasi persona a contatto con una fotografia, in più però questi esempi specifici ci permettono di capire cosa succede nel periodo preadolescenziale e, in particolar modo, le differenze di genere nel modo di porsi di fronte a domande specifiche su di sé. La prima di cui parlerò è G.R. una ragazzina di 13 anni, a cui è stata data la fotografia di V.G., una signora di 82 anni, molto malata. G. R. è una ragazzina di 13 anni, secondogenita (ha un fratello di 15 anni) di una famiglia benestante (madre insegnante e padre dirigente di un’attività sportiva). Nel suo racconto lei inserisce l’anziana donna come proveniente da una buona famiglia; la chiama Giuseppina, ma tutti la chiamano Pina, usa molto i diminutivi, anche per una delle sorelle (Raffaellina), inoltre la definisce brutta. G.R. non ha una buona immagine di sé e sembra avere un senso di inferiorità nei confronti dei suoi compagni. Pina si sposa e ha una figlia, Giulia: ecco la sua identificazione nella situazione di figlia. Il padre va in guerra e non torna più, qui assistiamo ad un sentimento di abbandono; mentre la madre è vista come severa, poco affettuosa “non avrebbe mai sentito sua madre raccontare una fiaba” alla figlia, dice. Nella parte finale del racconto sentiamo un desiderio di amore, serenità, felicità e speranza nel lieto fine. Ho incontrato G.R. durante le ore scolastiche e le ho somministrato un test appositamente preparato per lei, sulla base di ciò che aveva scritto nel suo racconto immaginario e sull’analisi che avevo fatto sul testo. Il test è così organizzato (non vengono riportati i dati anagrafici per questione di privacy): Nata il……………………. a…………………… Classe……………………… Nome madre………………………… nata il……………… Professione………………………… Nome padre…………………………. nato il……………… Professione………………………… Hai fratelli/sorelle? SÌ NO - Se la risposta è sì, quanti?............................ Sei la primogenita? SÌ NO - Se la risposta è no, specifica…………………... I tuoi fratelli/sorelle come si chiamano, quanti anni hanno e che lavoro svolgono?........................................................ Cosa vorresti fare da grande?....la psicologa dell’età evolutiva Perché?....Voglio mi sembra una professione utile


Cosa hai pensato quando ti hanno proposto il progetto “IL VOLTO E LA VOCE DEL TEMPO”? ho pensato subito che fosse una cosa molto utile, sia per noi che per gli anziani Definisci la parola “VECCHIO” (cosa vuol dire per te essere vecchio)? Vuol dire aver vissuto la vita in modo spontaneo e piacevole penso e spero! Dopo aver visitato una casa di cura e aver collaborato con gli anziani la tua opinione su di loro è cambiata? Se è sì come e perché?.....un po’ è cambiata ma di poco li consideravo sempre delle persone meritevoli di rispetto Se avessi ricevuto la foto di questo anziano (ho scambiato le foto dei due ragazzi), cosa avresti pensato di lui (chi è, cosa fa, cosa pensa, ecc.)?.......avrei pensato, forse, una diversa storia dietro alla sua vita. forse era una persona ricca di qualità o invece no, nn lo so precisamente Come immagini la tua vecchiaia?...........vorrei vedere la mia vecchiaia ma purtroppo nn ce la faccio, ancora, comunque penso e spero di non essere mandata in una casa di riposo. Nelle persone di villa serena ho visto molta sofferenza Come immagini il tuo futuro? ma, nn so, spero bene. Qual è la fiaba che preferisci? Raccontala brevemente e spiega perché ti piace. la fiaba che mi piace è cenerentola perché parla 1 po’ d’amore, ma anche di sofferenza perché la ragazza è stata abbandonata dalla madre quando era piccola e poi dal padre verso gli 8anni. Però alla fine finisce bene Se potessi cambiare il tuo nome, quale sceglieresti? Perché? nn lo cambierei x niente C’è qualcosa che vorresti dirle e che non hai avuto la possibilità o il coraggio di esprimerle? no, le ho detto tutto


Se dovessi esprimere un desiderio per te e uno per lei cosa chiederesti? per me vorrei non avere più problemi fisici perché ho visto che mi ostacolano molto e per lei di avere una famiglia che la cura Cosa pensi dell’amore? penso che è una cosa fantastica ma che purtroppo non capita a tutti o se capita dopo ci si lascia. Quando succede questo è molto doloroso. Parlo con l’esperienza. Innanzitutto possiamo notare sia dal test che dal racconto il desiderio della ragazza di sentirsi utile, importante, di essere considerata e riconosciuta come buona, brava, generosa, l’aggressività è repressa, esprime solo sentimenti positivi privi di rabbia e risentimento che comunque ci sono. Anche per quanto riguarda il suo futuro sembra decisa, vuole fare la psicologa dell’età evolutiva, perché la ritiene una professione utile. La fiaba che preferisce è Cenerentola, perché parla un po’ d’amore e un po’ di sofferenza, la ragazza è stata abbandonata dalla madre quando era piccola e poi dal padre verso gli 8 anni; anche lei ha vissuto questo abbandono, però come nella fiaba spera nel lieto fine. Inoltre Cenerentola ha due sorellastre che la maltrattano e questo lo ritroviamo nella storia immaginaria dove Pina ha due sorelle con cui non ha un bel rapporto. Quando le chiedo un desiderio per sé e uno per l’anziana donna che ha incontrato assistiamo a un capovolgimento, ad uno scambio di ruoli in un certo senso: per sé non vorrebbe avere più problemi fisici, che sicuramente ci sono e non sono vissuti in maniera serena, ma non dimentichiamo che la signora incontrata da G.R. è gravemente malata, non può muoversi e non è assolutamente autosufficiente; mentre per la signora vuole una famiglia che la curi, ovvero ciò che vuole per sé: essere amata. Ho aggiunto per questo motivo un ultima domanda in extremis chiedendole cosa sia l’amore, che definisce come un qualcosa di fantastico, che non capita a tutti, e che quando c’è non dura mai per sempre, ma si conclude con un abbandono e una sofferenza; qui aggiunge che parla “con esperienza”. Nelle sue parole e nella sua storia fantastica sentiamo la sofferenza vissuta da questa ragazzina in maniera rassegnata a livello conscio, ma dentro di sé vive sentimenti un po’ contrastanti che convergono nella speranza di un miglioramento della sua situazione. Non ho dati specifici sulla situazione familiare di G.R. e, oltre a quel breve incontro, non ho più parlato con lei, ma sarebbe interessantissimo scoprire qualcosa naturalmente con il suo aiuto. Ed è proprio questo il concetto centrale della mia ricerca, ovvero la fotografia e il racconto che qualcuno costruisce su di essa, ci forniscono dati significativi per capire ciò che


è avvenuto e sta avvenendo nella vita di ognuno, le modalità di risposta a determinate situazioni stressanti e i sentimenti e le emozioni sottostanti a questi comportamenti. Inoltre possiamo notare una differenza di genere nel modo di esprimersi, e per questo motivo riporto il caso di un ragazzo della stessa età e che come G.R. ha partecipato al progetto. Lui è D.D.R., che ha ricevuto la fotografia di R. A., un anziano signore con evidenti disturbi ossessivo-compulsivi. R. A. è un anziano signore di 77 anni, vedovo con un figlio. Ha lavorato come macchinista sulle navi e di sé dice: “ho viaggiato molto, ma non ho visto niente.” Nella casa di riposo è ritenuto un ospite ordinato e preciso e vi alloggia dal 2002. D. D. R. è un ragazzo di 13 anni ed è il primogenito di due figli, il padre è un cuoco e la madre casalinga. Il suo racconto è molto breve, forse anche per le difficoltà che uno straniero incontra con una lingua nuova e sconosciuta. Non sappiamo da quanto tempo D.D.R. è in Italia, ma sappiamo per certo che non è nato qui. Nel suo racconto specifica la provincia e la regione in cui il suo ipotetico personaggio vive, questo quasi a cercare un senso di appartenenza. Dice che la moglie è morta quando aveva 28 anni, durante la II Guerra Mondiale per due spari al petto, lo lascia solo con due figli. anche lui come la ragazza sopra citata, vive un sentimento di abbandono da parte della madre, questa figura femminile che muore e che li abbandona, ma la colpa non è sua (perché muore), il sentimento di rabbia viene riversato sul padre, artefice secondo i figli, della scomparsa della consorte. Notiamo anche che l’iniziale dei nomi dei due figli, Domenico e Rino, corrispondono alle iniziali del suo nome e cognome. Il ragazzo quindi si identifica nei due figli, vive la madre come assente fisicamente, lontana da sé e riversa la colpa di questo sul padre, punendolo con la perdita del lavoro che “era l’unico che poteva dargli da mangiare”; quindi senza lavoro non mangi, senza mangiare non vivi e muori. Qui però assistiamo, attraverso un meccanismo difensivo attraverso il quale la rabbia e il desiderio di morte verso il padre si trasforma in un qualcosa di più accettabile: vede l’uomo non come morto ma come un barbone, che si ritrova solo in una casa di cura con un unico desiderio: rivedere i suoi figli, ma la punizione per questo padre è aspettare il ritorno e il perdono dei figli che sembra non debba mai arrivare. Durante la somministrazione del test appare disinteressato e anche molto frettoloso nelle risposte che risultano molto brevi ed essenziali.


Nato il……………………. a…………………… Classe………………………… Nome madre………………………… nata il……………… Professione………………………… Nome padre…………………………. nato il………………. Professione………………………… Hai fratelli/sorelle? SÌ NO - Se la risposta è sì, quanti?........................... Sei la primogenita? SÌ NO - Se la risposta è no, specifica………………….. I tuoi fratelli/sorelle come si chiamano, quanti anni hanno e che lavoro svolgono?......................................................... Cosa vorresti fare da grande? non lo so ma può darsi il (pompiere) Perché?....mi piace da piccolo e mi piace salvare le vite Cosa hai pensato quando ti hanno proposto il progetto “IL VOLTO E LA VOCE DEL TEMPO”? ho detto va bene. Definisci la parola “VECCHIO” (cosa vuol dire per te essere vecchio)? una persona della 3 età Dopo aver visitato una casa di cura e aver collaborato con gli anziani la tua opinione su di loro è cambiata? Se è sì come e perché? no non è cambiata Se avessi ricevuto la foto di questa anziana (ho scambiato le foto dei due ragazzi), cosa avresti pensato di lei (chi è, cosa fa, cosa pensa, ecc.)? penserei che una persona della 3 età che non sta tanto bene Come immagini la tua vecchiaia? non lo so Come immagini il tuo futuro? non lo so (non ci penso)


Qual è la fiaba che preferisci? Raccontala brevemente e spiega perché ti piace mi piacciono un po’ tutte Se potessi cambiare il tuo nome, quale sceglieresti? Perché? no perché mi piace il mio nome Hai rivisto R. A. dopo quella esperienza? NO Cosa pensi di lui ora che conosci la sua vera storia? che è una persona particolare C’è qualcosa che vorresti dirgli e che non hai avuto la possibilità o il coraggio di esprimergli? sì quanti anni ha Se dovessi esprimere un desiderio per te e uno per lui cosa chiederesti? che potesse andare nella sua nave Cosa pensi della guerra? è una cosa molto brutta Innanzitutto ho notato che il ragazzo nei suoi dati anagrafici non inserisce la data di nascita ma solo la sua provenienza. Alla domanda su che cosa vorrebbe fare da grande lui risponde il pompiere, perché gli piace salvare le vite, però “il pompiere” lo mette tra parentesi, così come alla domanda su come immagina il suo futuro risponde in primis “non lo so” e tra parentesi aggiunge “non ci penso”. È un ragazzo che vive nel suo presente (come forse è giusto che sia a questa età, dove prevale per lo più la parte ludica della vita) senza pensare a sé in una prospettiva futura. In tutte le altre domande appare frettoloso e superficiale nelle risposte, ma una risulta significativa, quella che riguarda un desiderio per sé e uno per l’anziano. Per sé omette la risposta, per R.A. spera che possa tornare sulla sua nave. Sembra in tutto il suo racconto e nelle risposte che ha dato a questo test che il ragazzo abbia una voglia di evadere, di non fermarsi a pensare associato a un senso di nostalgia unito a un desiderio e una speranza per un qualcosa che conserva dentro di sé. Entrambi i ragazzi però hanno risposto in maniera uguale a una domanda che riguarda la loro identità, infatti quando ho chiesto loro se potendo cambiare il loro nome quale avrebbero scelto, entrambi rispondono che non lo cambierebbero assolutamente. Ciò rispecchia


comunque la consapevolezza che hanno di sé, quindi questi ragazzi pur avendo dovuto affrontare determinati problemi (che forse sono semplici tappe stressanti ed obbligate dell’età e della vita) mantengono una buona consapevolezza e identità di sé. Queste sono solo due delle tante storie che possono nascondersi dietro ad un racconto costruito intorno ad una fotografia, la quale può aiutarci a comprendere molto della persona che abbiamo di fronte, dei perché dei suoi comportamenti e soprattutto quali emozioni e sentimenti, a volte, sono tenuti ben nascosti agli occhi del mondo. Dott.ssa Daniela Colasuonno (Psicologa)

Attività E tu, cosa pensi della vecchiaia? Riesci ad immaginarti “vecchio/a”?


Giuseppe, il pompiere Una biografia immaginaria

Giuseppe era un pompiere di Ancona, lui era talmente bravo che in tutti gli incendi che c’erano veniva sempre chiamato. Pensate un po’: una volta in un incendio molto pericoloso lui e i suoi compagni riuscirono per miracolo a salvare una bambina piccola e i suoi genitori. Giuseppe in quell’incendio conobbe sua moglie, che era un’amica della famiglia scampata all’incendio, ed è come se fosse stato amore a prima vista. Dopo un anno di amore nascosto decisero di fidanzarsi e dopo alcuni anni sposarsi. Ebbero 2 bellissimi bambini che si chiamano Giulia e Marco, due fratelli molto uniti. Giuseppe era un ragazzo molto allegro, simpatico e gentile, e così è rimasto anche da adulto, ma quando i suoi figli gli disubbidivano lui li sgridava. Sofia Guelfi (Parrocchia Sacro Cuore – Loreto)


Foto Elena Capodaglio (Progetto Fotoscuola)

Quando siamo giovani crediamo che nella nostra esistenza, i fatti e le persone importanti, quelli destinati a influire su essa, si faranno annunciare da trombe e tamburi, ma nella vecchiaia, riflettendoci retrospettivamente, constatiamo che gli uni e le altre si sono insinuati nella nostra vita in silenzio, passando per la porta di servizio e quasi inosservati. (Schopenhauer)


Nonno e Padre Pio Ho scattato questa foto a Porta Marina, a Loreto, dov’è stata collocata la statua di Padre Pio, in una giornata un po’ nebbiosa. In verità non avevo intenzione di fotografare anche la signora, ma la foto mi è sembrata interessante e così ho colto quest’attimo bello ed unico di tenera devozione. Quando ho fatto vedere la foto a mio nonno, lui, con gli occhi illuminati e un po’ bagnati per la commozione, mi ha chiesto subito se volevo sentire la sua storia. Così, mi sono seduta ed ho iniziato ad ascoltare quello che (non lo sapevo ancora) sarebbe stato un racconto incredibile ed appassionante. Subito dopo la guerra, nonno faceva il cameriere qui a Loreto. In seguito, nel 1948 andò a San Giovanni Rotondo dove c’era un frate (Padre Pio) che richiamava moltissimi pellegrini predicando e confessando. Questa cittadina, oggi divenuta famosissima e meta di numerosi turisti, allora non era altro che un insieme di casupole dove gli abitanti vivevano in condizioni di vita precarie e aveva solo un piccolo albergo, dove mio nonno trovò lavoro. Fin qui, il racconto mi sembrava normalissimo, una di quelle storie che i nonni raccontano ai nipoti in memoria degli anni della giovinezza ormai passati, finché non ho scoperto che mio nonno aveva conosciuto Padre Pio, un frate destinato a diventare un santo e uno dei simboli più forti della fede popolare. Parlando del loro incontro, nonno mi ha confermato che, come tutti sanno, Padre Pio era un uomo severo e determinato. In particolare, mio nonno ricorda ancora vivamente due episodi molto speciali. Un amico di nonno decise di andare a trovarlo a San Giovanni Rotondo, era un uomo che amava bestemmiare e non andava mai a Messa, ma dopo essersi confessato con Padre Pio, cambiò totalmente atteggiamento: prese l’abitudine di andare a Messa tutte le mattine e continuò così per tutta la vita. Un pullman di pellegrini doveva ritornare a Ferrara, ma alcune persone non avevano potuto confessarsi. Padre Pio parlò con il capogruppo chiedendo il motivo della partenza e la risposta fu che molti dovevano tornare al lavoro, ma Padre Pio affermò: “Tanto non ci arrivate a Ferrara…”. Il pullman cominciò a dare problemi sulla strada del ritorno e all’altezza di Pescara si ruppe definitivamente. Il gruppo fu costretto a tornare indietro, e nel percorso verso San Giovanni Rotondo il pullman andava benissimo. Una volta confessati tutti i pellegrini, il viaggio di ritorno verso Ferrara non ebbe più alcun problema.


Dopo aver ascoltato questi ricordi straordinari sono rimasta molto impressionata ed ho capito perchĂŠ ancora oggi tante persone cercano conforto nelle preghiere a Padre Pio. Elena Capodaglio


Le fotografie forniscono storia immediata, sociologia immediata, partecipazione immediata. (Susan Sontag)


12 Il Volto e la Voce del Tempo Il Volto e la Voce del Tempo – Un Ponte tra Generazioni è un progetto di educazione alla Grande Età che intende creare, attraverso la fotografia, un ponte generazionale per promuovere l’avvicinamento, il dialogo e la comprensione tra giovani e anziani, e rappresenta il tentativo di sintetizzare in un solo progetto due tipi diversi di intervento: da una parte la fotografia terapeutica e dall’altra l’animazione di comunità. La decisione di utilizzare la fotografia con gli anziani è maturata durante il corso di formazione per animatori in case di riposo, realizzato nella città di Ancona nei primi mesi del 2003. L’idea, all’inizio molto vaga, ha preso forma mano a mano che sono venuto a conoscenza di altre esperienze analoghe, realizzate in altri paesi, soprattutto in Inghilterra e in Francia. Per l’elaborazione del progetto è stato fondamentale il confronto e lo scambio di opinioni con altri fotografi e animatori, con psicologi, psichiatri, assistenti sociali ed educatori che si sono interessati alla fotografia come strumento terapeutico e di crescita personale. Dal 2003 al 2005 ho potuto mettere in pratica e sperimentare, valutare, correggere e perfezionare il progetto iniziale attraverso il mio lavoro di animatore in diverse case di riposo della provincia di Ancona. Come introdurre il progetto Ogni casa di riposo ha delle sue peculiarità che vengono osservate e rispettate e che ci indicano la strada migliore per introdurre il progetto all’interno di un intervento più ampio di animazione. In alcuni casi è stata la musica ad offrire il pretesto per iniziare l’attività di fotografia terapeutica. Dall’ascolto delle “canzoni di una volta” si è passati ai ricordi che quelle canzoni suscitavano. Dai ricordi si è risaliti alle foto dei cantanti di quel periodo. Dalle foto dei cantanti si è poi giunti alle vecchie foto degli ospiti e, infine, alle foto del presente. In altri casi sono state le foto scattate durante la festa dei compleanni ad offrire il pretesto per chiedere agli ospiti di mostrare le loro vecchie foto e poi di raccontare le loro storie.


Svolgimento del progetto Qualunque sia la modalità seguita per introdurre il progetto, si possono individuare quattro fasi per il suo svolgimento. 1ª Fase Gli ospiti della casa di riposo vengono fotografati in diversi momenti del quotidiano. Queste foto vengono mostrate agli anziani e servono come pretesto per far raccontare la loro storia e per stimolarli, con l’aiuto dei familiari, a cercare le vecchie foto e costruire così il loro “album dei ricordi”. Questa attività stimola l’approfondimento dei rapporti tra gli anziani e i loro familiari, tra gli ospiti e gli operatori professionali e i volontari). Inoltre, l’organizzazione dell’album è un valido strumento di sostegno alle terapie di orientamento alla realtà, contribuisce a rafforzare il senso di identità personale e di conseguenza aumenta l’autostima dell’ospite che vede valorizzata la sua memoria. Alla fine tutti gli anziani vengono coinvolti, secondo i diversi gradi di partecipazione che le loro condizioni fisiche e mentali permettono. Le foto selezionate dagli stessi anziani, sono poi presentate ai ragazzi delle scuole o delle parrocchie del territorio circostante. Ad ogni ragazzo viene chiesto di scegliere la foto di un anziano e di osservarla attentamente. Poi, usando l’immaginazione deve creare la biografia della persona ritrattata nella foto scelta. In seguito si chiede al ragazzo di affiancare la sua foto a quella dell’anziano. Simbolicamente, ragazzo e anziano si avvicinano generando una sintonia affettiva che permetterà un incontro a livello più profondo tra le due persone. 2ª Fase Le biografie immaginarie sono discusse con i ragazzi e con gli anziani e servono come preparazione all’incontro tra loro. In questo momento l’ospite ha un’ultima occasione per raccontarsi, rispondendo agli stimoli forniti dalla storia inventata dal ragazzo e fornendo all’animatore, con l’ausilio di familiari e operatori, gli elementi per scrivere la propria scheda biografica. In seguito i ragazzi sono invitati a visitare la casa di riposo per conoscere finalmente di persona i soggetti delle biografie immaginarie, in modo da poterli confrontare con le loro storie reali. In questo incontro si pongono le basi per ulteriori visite e futuri scambi epistolari. Questi scambi intergenerazionali contribuiscono a creare una sinergia di conoscenze e a prevenire l’isolamento dell’anziano istituzionalizzato.


3ª Fase Si organizzano delle mostre presso i Comuni interessati al progetto, in cui vengono esposte le foto dei ragazzi e degli anziani, le biografie immaginarie, le riflessioni dei ragazzi sull’incontro e le schede biografiche degli anziani. L’allestimento della mostra diventa essa stessa un’attività di animazione che stimola la partecipazione di tutti i soggetti coinvolti nell’intervento. Ogni mostra, che può affiancarsi a un seminario sulla Grande Età, offre l’opportunità di presentare il progetto ad una parte più ampia della comunità, ma soprattutto crea un’ulteriore occasione di incontro tra i ragazzi, i loro familiari e amici con gli anziani e i loro parenti, con gli operatori delle case di riposo, gli insegnanti, gli educatori delle parrocchie e i rappresentanti di istituzioni pubbliche e private.

4ª Fase In questa ultima fase del progetto è prevista l’elaborazione di un sito interattivo, contenente testi e foto degli anziani e dei ragazzi, per agevolare la comunicazione tra loro e rendere maggiormente visibile l’esperienza realizzata. A questo scopo, viene editato e pubblicato anche un volumetto che raccoglie foto e biografie, testi di analisi sulle implicazioni terapeutiche, sociologiche e psicopedagogiche del materiale prodotto durante lo svolgimento del progetto. Il volumetto può presentarsi come quaderno operativo per essere utilizzato da altri ragazzi e allo stesso tempo come guida per animatori e insegnanti che vogliano inserire questo percorso di educazione alla Grande Età nei loro interventi animativi e pedagogici.


Chi invita il giovane a vivere bene e il vecchio a morire bene è stolto non soltanto per ciò che di piacevole vi è nella vita, ma anche perché l’esercizio di vivere bene e del morire bene è il medesimo. (Epicuro)


L’importanza dell’altro Questo lavoro ha preso avvio dal progetto “Il Volto e la Voce del Tempo” proposto dal fotografo animatore Ayres Marques Pinto. La proposta didattica si è rivelata di grande valenza formativa ed ha trovato facile collocazione nell’ambito della programmazione del Consiglio di Classe della 3ªC che prevedeva lo sviluppo del tema “Gli anziani oggi”. Gli anziani rappresentano una grande ricchezza umana e culturale che, nella società attuale, si va perdendo perché crescono le situazioni di solitudine, di sofferenza e di emarginazione, in cui è divenuto più difficile creare un legame tra generazioni. Tende a prevalere un’immagine “stereotipata” della loro condizione, percepita come inutile e monotona, necessariamente infelice (come mostrano i risultati del questionario applicato dalla Dott.ssa Sabrina Monachesi). L’obiettivo principale è stato indirizzato verso il recupero del dialogo tra “vecchi” e giovani coinvolgendo non solo la sfera cognitiva, ma anche quella emozionale. I momenti d’incontro tra generazioni sono stati stimolati dall’uso della fotografia con conseguente sviluppo di riflessioni, di sensibilizzazione, di creatività. Ne è scaturita la consapevolezza che il presente si muove nel passato, che la memoria di vissuti preziosi si può dilatare e distendere fino a toccare in modo significativo le esperienze dell’oggi. L’importanza dell’altro, dell’ “anziano”, ha valorizzato il senso di attenzione e solidarietà nei confronti di tutti i deprivati e sofferenti. Questo lavoro si è incentrato soprattutto sulla condizione dell’anziano nella casa di riposo, che, comunque, rappresenta una percentuale bassissima della popolazione. È stato allargato e continuato fino a permettere una visione più ampia di questo status. È straordinaria la capacità di risposta dei ragazzi quando si attiva il contatto diretto; mi sono resa conto, come insegnante, che la sfera culturale si deve sintonizzare su quella affettiva, altrimenti la conoscenza rischia di rimanere sterile e senza ricadute sulla modifica del comportamento.

Prof.ssa Enrica Barbadoro (Istituto Comprensivo Marchetti, Senigallia)


Schede biografiche, biografie immaginarie e riflessioni sull’incontro In questa sezione del libro potete trovare alcuni esempi dei materiali elaborati tra il 2003 e il 2005 nel corso del progetto Il Volto e la Voce del Tempo – Un Ponte tra Generazioni, realizzato presso alcuni comuni della provincia di Ancona. Si tratta di schede biografiche basate sui dati forniti dagli anziani in casa di riposo, biografie immaginarie scritte dagli studenti che si sono ispirati alle fotografie degli anziani senza conoscerli personalmente, riflessioni degli studenti dopo l’incontro con gli anziani protagonisti delle biografie immaginarie.


1.Romeo Scheda biografica Foto ceduta

Luogo e data di nascita – Ancona 29 Aprile 1916 Stato civile – Vedovo con un figlio Composizione familiare – Erano 5 fratelli e 4 sorelle Scolarità – Quinta elementare Professione – Commesso in negozi di abbigliamento (vendevano tessuti di ogni tipo), poi venditore ambulante. Interessi – Esegue dei magnifici quadri: ama molto disegnare e dipingere.

Ricordo più bello – Quando ad Osimo ha conosciuto sua moglie e se ne è innamorato. Messaggio per i giovani – Siate bravi, siate buoni… non solo a Natale!! Altre informazioni – Non gli piaceva star solo in casa. È ospite della casa di riposo dal 1994.


Biografia Immaginaria Il signor Mario Mario è nato ad Ancona nel 1930 e ora ha la bellezza di 75 anni. Da piccolo ha avuto una vita felice e spensierata; gli piaceva andare a scuola. Era molto intelligente e altruista, gli piaceva giocare all’aperto e il suo gioco preferito era la palla. A scuola la materia che studiava volentieri era la storia in cui prendeva bei voti. Da grande gestì un negozio di antiquariato dove vendeva oggetti antichi e di valore. Quando tornava a casa si dedicava alla pittura, anche se il lavoro non glielo consentiva molto. Poi arrivò il momento di sposarsi con Maria: aveva 43 anni. Ma sua moglie morì di grave malattia. Arrivò il momento in cui Mario non poteva più stare da solo e andò presso la “Casa Hermes” dove trovò tanti amici. Filippo Berrettoni (Quinta elementare Istituto Immacolata Concezione – Loreto)


Romeo, Lucia e Filippo


Riflessione sull’incontro Il mio amico Romeo Io e tutta la mia classe siamo andati alla Pia Casa Hermes. Io ero molto emozionato, un po’ come tutti. Dopo aver fatto le prove di canto in classe siamo saliti sul pulmino che doveva portarci a destinazione: il pulmino aveva i sedili rovinati e scricchiolavano tutti. Appena arrivati io mi sono guardato attorno: c’era un giardino molto grande e davanti a me una villa grandissima. Io stentavo a credere che quella fosse una casa di riposo. Appena entrati ci siamo preparati ad animare la santa messa; quella cappella era colma di persone anziane e noi abbiamo riempito lo spazio rimanente. Alla fine della messa il religioso ci ha fatto vedere dei giochi di prestigio. Poi io e Lucia, una mia amica, siamo andati alla camera di Romeo, la persona che dovevamo conoscere. Appena arrivati nella stanza di Romeo lo abbiamo salutato e io non riuscivo a crederci. Finalmente l’avevo conosciuto! Poi è arrivata la signora Luciana, la persona che aveva scelto Matteo, un altro mio amico. Abbiamo cominciato a parlare. Ho raccontato che mia madre era la dottoressa che lui conosceva e che frequento la quinta. Romeo si dedica alla pittura. Poi è arrivato il momento di andar via e io ero molto dispiaciuto. Spero di rincontrare il mio amico Romeo. Filippo Berrettoni


2. LEDA Scheda biografica Senigallia – 21.12.1921 Vedova Ha una figlia. Ha studiato finchÊ un terremoto ha buttato giÚ la scuola. Da ragazza lavorava come modista in un negozio a Senigallia. Dopo sposata, ha fatto sempre la casalinga. Le piace leggere romanzi, fare parole crociate seguire gli sceneggiati alla TV. Persona riservata e affabile. Risiede nella Residenza per Anziani dal 2003.


Biografia Immaginaria Oggi guardando una foto, che mi ha consegnato la professoressa, di una persona anziana che vive a “Villa Serena” mi è venuta in mente la sua storia. Questa storia è ambientata durante la seconda Guerra Mondiale e parla di Maria Baronio, un’infermiera che lavorava nella Marina Militare di Senigallia. Lei era una delle più giovani insieme a Federica, una sua amica. Lei e Federica andavano ancora a scuola, erano le più brave della classe. La madre e il padre di Maria erano proprietari di due fabbriche che producevano vestiti, infatti erano molto ricchi. Maria desiderosa di sentirsi utile, dopo la scuola andava sempre all’ospedale per vedere se serviva aiuto, ma non c’era molto da fare, infatti ci andava sempre invano. Un giorno, mentre andava al lavoro all’ospedale incontrò un ragazzo di nome Riccardo Baldoni e se ne innamorò. I due ragazzi cominciarono a uscire insieme molto spesso per conoscersi. Maria tuttavia aveva già un ragazzo che era stato chiamato alle armi, pertanto lo riferì a Riccardo. Scoprì che i due ragazzi erano amici. Il primo ragazzo di Maria venne chiamato per andare a combattere a Roma, ma non ci arrivò perché venne ucciso. La ragazza ne soffrì molto e ci vollero mesi per riprendersi. Passarono mesi e finì la seconda Guerra Mondiale, fu una grande vittoria per Senigallia. Senigallia fu messa alla prova, e da quella prova uscì vittoriosa. Maria e Federica durante la guerra lavorarono come due matte per salvare i soldati, riuscirono a salvarne molti, ma più di 20 soldati non ce la fecero. Maria si sposò con Riccardo e concepì due bambini bellissimi che erano i suoi veri amori. Maria visse molte situazioni terrificanti, ma ne uscì vittoriosa e pregò


Dio che i figli non vedessero mai quello che lei aveva visto. Lei ora è dentro una casa di riposo qui a Senigallia con suo marito. È felice perché sa che molti parenti li vogliono bene. Federica invece morì a 80 anni con molti figli che li vogliono bene. Maria Giulia Baldoni (Seconda Media – Istituto Comprensivo Marchetti, Senigallia)


Maria Giulia e Leda Riflessione sull’incontro La 2ª C, lunedì 17 maggio è andata a Villa Serena per fare una visita. Appena siamo arrivati, eravamo tutti emozionati. L’animatore, che aveva le foto ed i nostri nomi ci ha abbinato alle persone su cui avevamo scritto. Io avevo una signora che stava in camera perché era sorda e le facevano male le gambe. La signora, appena mi ha visto, è stata molto contenta e mi ha voluto subito conoscere. Io mi sono presentata e anche lei, solo che ora non mi viene in mente il nome, la chiamerò Maria come nel mio testo su di lei. Maria ha cominciato a leggere il tema e mi ha detto subito che la sua vita non era stata così. Lei aveva visto la prima Guerra Mondiale quando era piccola, invece nella seconda già aveva una figlia. Mi ha raccontato che il marito non era una persona molto rispettosa e brava, infatti quando è morto non ha pianto insieme a tutte le altre donne che piangevano i loro mariti caduti in guerra. Lei lavorava girono e notte per far felice la figlia. Quando è diventata grande, la figlia - mi ha raccontato – è andata a Torino ed ha sposato un direttore della RAI, ma ora è a Senigallia per la mamma, che va a


trovare quanto può. Io l’ho conosciuta ed è molto simpatica. In conclusione mi sono divertita solo quando sono entrata, mi sono sentita un po’ male solo perché lì è stata ospite anche mia nonna, che ora non c’è più Maria Giulia


3. GIORGIO Ancona – 18.01.1931 Celibe È il più grande di tre figli, due maschi ed una femmina. “Siamo nati in intervalli regolari di quattro anni”. Ha frequentato la Scuola Media. Nel 1953 è stato ricoverato per la prima volta in manicomio. Ci è ritornato altre dieci volte. Ha lavorato come tipografo e come fattorino in una cooperativa alimentare. Avrebbe voluto lavorare come magazziniere “per mettere a posto le scatole”. Ha imparato a giocare a scacchi in manicomio. “È stata la cosa più bella della mia vita. Ho partecipato a cinque tornei”. Gli piace scrivere le sue riflessioni in bigliettini volanti.

“Non si deve aver paura dell’eternità della morte, perché il tempo trascorso nella vita è divisibile all’infinito”. Risiede nella Residenza per Anziani dal 2000.


Biografia Immaginaria Salve, mi chiamo Paolo e in questo breve testo racconterò la storia della mia lunga vita. Sono nato nel 1922 a Senigallia. I miei genitori capirono subito che ero un bambino di attive capacità. Già da piccolo io ero in grado di leggere e siccome avevo dimostrato di essere precoce nell’apprendimento, i miei genitori mi hanno fatto fare la primina e in seconda elementare ho incontrato un grande amico di nome Franco e da quel giorno diventammo amici per sempre. Fin da allora ci frequentavamo molto spesso. A 18 anni, quando iniziò la II Guerra Mondiale e i nostri padri andarono in guerra, io e Franco siamo stati nascosti dentro una baracca. Finita la II Guerra Mondiale mio padre tornò ferito, ma il padre di Franco morì. Da quel giorno Franco venne ad abitare con me. Franco decise in onore del padre di aprire un bar. Non avevamo la minima idea di dove costruirlo, ma mi venne in mente la vecchia baracca dove ci siamo rifugiati durante la II Guerra Mondiale. Lo chiamammo: “il centrale”. Per 4 anni i clienti furono abbondanti e all’età di 24 anni avevamo già guadagnato un bel gruzzoletto. A 26 anni mi sono sposato con una ragazza di nome Maria che avevo conosciuto un bel giorno nel mio bar. Franco invece si sposò a 28 anni ed ebbe 2 bambine. Io ebbi un bambino e lo chiamammo Lorenzo. Era un ragazzo buono e intelligente con un grande spirito di sacrificio e già all’età di 18 anni si prese il controllo del bar insieme alla figlia maggiore di Franco. Un brutto giorno (pensavo), avevo 68 anni, mia figlia mi portò in una casa di riposo. Lì incontrai dopo molti anni il mio vecchio amico Franco, allora ne fui felice e non desiderai più tornare nella mia vecchia casa. Lorenzo Principi (Seconda Media – Istituto Comprensivo Marchetti, Senigallia)


Riflessione sull’incontro Noi alunni della classe II C della scuola media G. Marchetti, alle 9.00, del giorno 17 maggio 2004 ci siamo recati in visita alla residenza per anziani “Villa Serena” di Senigallia. Ognuno di noi doveva fare conoscenza con un anziano, riferire una biografia immaginaria, che era stata inventata sulla base di una fotografia consegnataci in precedenza e confrontarla con la vera ed autentica storia di vita dell’anziano stesso. Ero molto preoccupato perché non ero mai stato in una casa di riposo e per me era una nuova esperienza. Io ho conosciuto un anziano filosofo e tutta la mattinata siamo rimasti a parlare della sua vita; era una persona molto interessante, intelligente, simpatica e divertente, ma anche molto strana. Dopo io con altri miei compagni abbiamo fatto conoscenza con altri anziani tutti molto simpatici. Ci siamo soffermati anche a parlare con un ragazzo di nome Ayres che ha dato vita al progetto “Il Volto e la Voce del Tempo” assieme alla nostra professoressa d’italiano. Dopo aver fatto merenda, insieme a loro abbiamo definito la preparazione di un nuovo incontro, dove faremo divertire e commuovere gli anziani con la nostra rappresentazione teatrale “Pescatori di storie nei mari d’Europa”. Questa esperienza è stata divertente e utile per tutti noi, ma soprattutto per gli anziani che la hanno apprezzata forse più di noi ragazzi. Lorenzo

Giorgio e Lorenzo


4. VERONICA Castelleone di Suasa (AN) 7 Gennaio 1922 Vedova Casalinga. Ha una figlia. Ha studiato fino alla terza elementare.

Ha fatto l’ortolana e la commerciante. Risiede nella Residenza per Anziani dal 2002.


Biografia Immaginaria Foto ceduta

Nasce nel luglio del 1928, a Senigallia, da una buona famiglia. La battezzarono Giuseppina che tutti chiamavano Pina. Ebbe due sorelle più piccole: Raffelina e Arnolda, due ragazze belle, allegre, a cui tutti i gentiluomini di buona famiglia facevano la corte. Si sposarono presto. Mentre Pina, man mano che cresceva, diventava sempre più brutta. I suoi genitori la mandarono in un collegio, in seguito a una grave crisi finanziaria che dopo finì. Restò nel collegio fino a 14 anni. Quando uscì aveva una buona istruzione, ma continuò gli studi. Nel 1940, proprio all’inizio della seconda Guerra Mondiale, conobbe un bel ragazzo di nome Goffredo Montellini, che diventò il suo vero amore per tutta la vita. Restarono insieme per un anno trascorso tra passeggiate al lago e lunghe camminate romantiche, allietate anche dalla nascita di una bambina di nome Giulia. Dopo questo bellissimo anno, Goffredo dovette andare in guerra, da dove non tornò più. Riguardo alla sua vita familiare, i genitori l’allontanarono per essersi innamorata di un comune cittadino, e proprio di un panettiere. Giuseppina, rimasta sola con la bambina e con scarse risorse economiche, si mise a lavorare, prendendo il posto del marito scomparso. Ma non bastava, anche perché Giulia doveva studiare e farsi un’istruzione vera. Non era buona come madre, perché il collegio non le aveva imparato a dare affetto e ad amare. Giulia non avrebbe mai sentito sua madre raccontare una fiaba, per cercare di far addormentare sua figlia. Così dopo lunghi anni di distacco e di lotte, Pina andò a chiedere il perdono ai suoi genitori, che accettarono le scuse e la fecero sposare con un altro uomo che, però, lei non amava. Da questa unione nacque una bambina di nome Emma. Le due sorellastre, più o meno, crebbero insieme tra litigi e punizioni, purtroppo imposte sempre e solo a Giulia. Pina allora capì gli enormi e innumerevoli errori che aveva fatto con Giulia, così cambiò. Diventò buona, gentile. Passò così la sua vita


sempre in ombra. Quando aveva 70 anni si ammalò di un tumore; suo marito e Emma decisero di metterla in questo ricovero, dopo la decisione di non volersi occupare di lei. L’unica che ancora oggi va a trovare Pina è Giulia. Ogni due giorni porta un po’ di gioia e felicità a sua madre. Giulia Ricordi (Seconda Media – Istituto Marchetti, Senigallia)


Riflessione sull’incontro Il giorno, 17 maggio 2004, la mia classe, nonché la 2ª C, si è recata alla casa di riposo “Villa Serena” per concludere il progetto “Il Volto e la Voce del Tempo”. Arrivati a Villa Serena, ci ha accolto il coordinatore del progetto, che ha assegnato ad ognuno di noi il suo “vecchietto”. Ma parliamo, adesso, di Veronica Gambaccini, non la mia compagna di classe, ma la mia partner. Entriamo nel vivo della conversazione: ho letto il tema sulla sua vita inventata, abbiamo parlato della sua vita vera, le ho regalato una spilla balia rossa, e ha conversato con “Vero” (la mia amica). Sia io, che lei siamo state contente di quella mattinata! La signora Veronica è molto simpatica e mi ha chiesto di riandarla a trovare; io le ho risposto di sì, subito! Abbiamo parlato della fine della scuola e della mia felicità in proposito, ma lei mi ha risposto che sono fortunata ad andare a scuola, perché lei non ci è potuta andare, per andare a lavorare, e portare qualche soldo a casa per sfamare i suoi 8 fratelli e i suoi genitori: le sarebbe piaciuto andare a scuola! Veronica aveva delle caramelle nel cassetto. E me ne ha offerta una, o due, e va bene tre! Dopo Anna, Vany, Mattia sono venuti a conoscere Veronica e questa ha offerto a tutti una caramella, e loro non hanno rifiutato: golosoni! In questa mattinata, mentre Vero… raccontava, ho visto nei suoi occhi la nostalgia della sua giovinezza, l’amore per le persone che ora non le sono vicine, tanto affetto per gli amici. Voglio ritornare a trovare Vero… anche all’infuori della scuola. Invece di andare a fare un giro per il corso, andrò da lei, per farle passare un pomeriggio in compagnia. Mi sono divertita tantissimo quella mattina, spero tanto di andare a trovare Veronica il più presto possibile. Baci, baci Giulia


5. Tina Luogo e data di nascita – Loreto 05 Settembre 1913 Stato civile – Vedova con due figlie Composizione famigliare – Erano tre sorelle Scolarità – Quinta elementare Professione – Casalinga Interessi – Ascoltare canzoni napoletane Ricordo più bello – La vita felice da sposata col marito a Napoli Messaggio per i giovani – L’amore è la cosa più bella Si trova in casa di riposo dal 2000


Biografia immaginaria Foto ceduta

Salve a tutti, mi chiamo Rosa e sono nata nel 1930. Ho un ricordo molto nitido della mia infanzia. Sono nata a Pisa, in una famiglia ricca. Mio padre lavorava come commerciante, mentre mia madre si prendeva cura di me e dei miei fratellini. Fino a 13 anni fu per me un periodo d’oro: essendo la prediletta fra la loro prole, i miei genitori mi avevano oltremodo viziata. A carezze e balocchi si alternavano meringhe e succhi di frutta. A differenza dei miei fratellini, non ero mai sgridata e spesso citata come esempio di comportamento ed educazione. A proposito di educazione, vi devo informare che io non sono stata mandata in una scuola pubblica (ce ne erano anche poche per l’epoca), ma la mia educazione era affidata ad un maestro privato, il professor Soretti. Mi ricordo ancora i suoi metodi rigidi ma il suo avere, in fondo, un cuore d’oro. Purtroppo il non essere andata a scuola contribuì a rendermi piuttosto disattenta agli altri sentimenti, facendo di me una persona molto egoista. Che ne potevo sapere io che fuori c’erano bambini che alla mia età ricevevano la zappa in mano e venivano mandati ad aiutare i loro genitori nei campi? Ero cresciuta in una campana di vetro, cosa di cui mi resi completamente conto solo anni avanti. Quando avevo 13 anni scoppiò la Seconda guerra mondiale: l’Italia di Mussolini si alleò con Hitler in una guerra che, a detta di mio padre (acceso sostenitore del Duce) sarebbe servita ad ampliare il nostro Stato ed a far trionfare la razza ariana ed italica. Purtroppo, nel primo anno di guerra, non si videro grosse annessioni territoriali, ma copiosi aumenti di prezzo su vari prodotti (inclusi i generi alimentari). L’anno successivo fu però molto peggiore, sotto tutti i punti di vista. La mia casa fu bombardata, ma per fortuna ero fuori, con tutta la mia famiglia. Fummo comunque sfollati e portati ad Ancona. Da qui al 1945 (dove finì la guerra) furono tempi durissimi.


Durante il periodo della Ricostruzione tutti si diedero un gran daffare; io trovai il mio primo lavoretto come commessa a 17 anni, aiutando così la mia famiglia. Dopo un trasloco trovammo una casa confortevole a Loreto. Lì conobbi molti coetanei ed iniziai ad intrecciare le prime relazioni con gli amici. Al contrario delle mie amiche, però, non trovai nessun fidanzato; forse a causa del mio carattere o del mio voler essere libera a tutti i costi. Quando ebbi accumulato abbastanza denaro, verso i 35 anni, iniziai a fare bellissimi viaggi. Fra i 38 ed i 45 anni ci fu uno dei periodi più “noiosi” della mia vita, le giornate si seguivano una uguale all’altra. A 60 anni ebbi la pensione, e quando non fui più autosufficiente, impiegai i miei risparmi per mantenermi all’ospizio di Loreto. Andrea Trucchia


Riflessione sull’incontro

Tina e gli studenti In questo periodo la mia classe ha fatto una gita di tre ore circa alla casa di riposo “Oasi Ave Maria” di Loreto: un utile completamento della sezione antologica sulla vecchiaia. Secondo accordi prestabiliti, ognuno di noi aveva fatto una biografia sulla vita di un anziano residente al centro in base alla rispettiva fotografia. Arrivati al centro, siamo stati accolti dall’animatore dell’istituto, che dopo una breve presentazione ed un piccolo discorso ci ha condotti ad un’ampia sala con molti anziani, moltissime sedie e poltrone ed un grammofono con una radio. Ora il compito che ci spettava era rintracciare l’anziano della foto, e confrontare la nostra biografia immaginaria con quella vera. Dapprima solo pochi si sono mobilitati, per timidezza o perché non avevano rintracciato la persona della foto. Poi tutti sono passati ad un’altra strategia: unirsi in gruppetti di tre o quattro studenti, e passare da anziano in anziano, rivolgendo loro domande generiche sulla loro vita. Io sono stato uno dei primi a rintracciare l’anziano della foto: si chiamava Annunziata e, come si evince anche dal nome, proveniva da Napoli, prima di trasferirsi con il marito e la prole due-tre decenni fa a


Loreto. Dopo aver parlato un po’ con lei (e scoperto che ha due figli che la vengono a trovare ogni tanto) mi sono aggregato a Nicolò e Giuseppe e così ci siamo avvicinati ad un’altra signora, dall’aspetto più triste e sconfortato. Ci ha raccontato che la sua vita è stata una costante delusione e che suo figlio non la viene quasi mai a trovare. Non abbiamo fatto in tempo ad alzarci che una vecchietta arzilla e dal viso sorridente ci ha fermato e ci ha raccontato della sua vita. Con una parlantina degna della migliore sessantenne, Assunta (così si chiamava) ha iniziato a narrarci brani fondamentali della sua esistenza, sorretta da una grande religiosità: ci ha informato della sua provenienza lombarda e di alcuni suoi lavori, ad esempio quello di magazziniere, dove aveva fatto strada con la sua testa e con la dote di una precisione impeccabile.Insomma, parlava, parlava, e non la finiva più di parlare: ma la sua storia era talmente coinvolgente che saltammo a cuor leggero anche il rinfresco, pur di ascoltarla. L’animatore infine ci ha rivelato che a noi Assunta ha detto cose che lui non era mai riuscito a cavarle di bocca. L’incontro con Assunta Dopo circa dieci minuti rientrammo nel pullman per il ritorno, ma alla vista di un’ambulanza il riso si gelò nelle nostre bocche: un anziano signore era coperto da una coperta e caricato nel veicolo. Credo che questa esperienza sia stata utilissima per farmi capire che cosa significa la vecchiaia, come molti non riuscissero più a parlare o a camminare bene o fossero privati della lucidità. Andrea

Attività Prendi la foto di un anziano che non conosci e prova a immaginare la sua biografia.


Istruzioni per l’uso Questo non vuole essere solamente un libro da leggere o consultare, vuole diventare piuttosto uno strumento per animatori, educatori e insegnanti che desiderano riscoprire e valorizzare le proprie esperienze personali con gli anziani e comunicare anche ai ragazzi un atteggiamento positivo sulla condizione dell’anzianità, come fase essenziale dell’esistenza umana. La passione per la fotografia mi ha fornito uno strumento privilegiato per approfondire questo aspetto della vita. Raccogliendo foto vecchie e recenti, osservando le reazioni delle persone alle immagini e ascoltando i racconti che esse nascondevano, mi sono lasciato coinvolgere anch’io dalle emozioni suscitate, senza timore di perdere il giusto approccio professionale. Vi invito a fare altrettanto, poiché l’empatia e la condivisione dei sentimenti che la fotografia può creare con i ragazzi e gli anziani – persone apparentemente inadeguate al “mondo razionale e produttivo” degli adulti – ci permette di crescere dal punto di vista affettivo e in fondo ci fa diventare più “umani”.


Note sull’autore

Foto Tobias

Ayres Marques Pinto è nato a San Paolo del Brasile nel 1958. Ha avuto un’infanzia particolare: è stato attore di “telenovelas” dai quattro ai quattordici anni. Si è diplomato al tradizionale Colégio de São Bento nella città natale. Nel 1978 abbandona il corso di Storia all’Università di San Paolo per trasferirsi in Inghilterra, a Cambridge. Nel 1981 inizia il corso di Filosofia all’Università di Pavia, che abbandonerà due anni più tardi per andare a vivere nell’effervescente Berlino del muro, dove conosce Gigliola, sua moglie. Nel 1984, i due giovani decidono di tornare in Brasile per compiere un lungo viaggio e stabilirsi a Natal, una bella località di mare del nord-est brasiliano. Dopo aver ottenuto la laurea in Lettere all’Università Federale del Rio Grande del Nord (UFRN), nel 1990 Ayres crea con la moglie il centro di interscambio culturale Babilônia, che resterà in attività fino al 1999. Per il lavoro svolto riceve la Cittadinanza Onoraria Natalense. Nel 1998 nasce sua figlia Marina. Nel 2000 si trasferisce con la famiglia in Italia, a Loreto, dove risiede attualmente. Arrivato in Italia Ayres lavora, per due anni, come operaio in un’industria grafica: “Nei primi giorni, pensavo che stessi pagando tutti i miei peccati, ma alla fine, mi sono reso conto che stavo facendo una delle più ricche esperienze della mia vita”. Nel 2002 presenta un progetto di Fotografia Terapeutica alla comunità psichiatrica Il Filo di Arianna di Ancona, che sarà realizzato, in diverse fasi, fino al 2005. La fotografia, una passione nata nell’infanzia, rimane un’attività costante in mezzo a tanti cambiamenti di rotta e di luogo che Ayres ha voluto e dovuto fare. Nel 2003 ottiene la qualifica di Animatore Professionale per Anziani e da allora si dedica prevalentemente alla realizzazione di progetti di Animazione e Fotografia Terapeutica, rivolti a giovani e anziani. Foto Daniela Marsigliani


Bibliografia Barthes R. (1989), A câmara clara. (Edizione portoghese) Lisboa, Edições 70. Berman L. (1997), La fototerapia in psicologia clinica. (Edizione italiana) Trento, Edizioni Erickson. Cioni E. (1999), Solidarietà tra generazioni. Anziani e famiglie in Italia. Milano, Franco Angeli. Contessa G. (1996), L’animazione. Torino, Utet. Da Cunha Lima D. (1998) Câmara Cascudo – Um Brasileiro Feliz. Rio de Janeiro, Editora Lidador. Dal Sasso F. e Pigatto A. (2001), L’anziano e la sua memoria. Torino, Bollati Boringhieri. De Felice F. (2001), Una solidarietà partecipata. Urbino, Edizioni Goliardiche. D’Elia A. (1999), Fotografia come terapia. Roma, Meltemi. Demetrio D. (1995), Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé. Milano, Raffaello Cortina Editore. Demetrio D. (2002), Album di famiglia. Scrivere i ricordi di casa. Roma, Meltemi. Ferrari F. (2002), Giochi d’ascolto. Milano, Franco Angeli. Florea A. (1982), Anziani e tempo libero. La Nuova Italia Scientifica, Roma. Fumagalli M. (a cura di) (1996), Animazione e anziani. Milano, Franco Angeli. Gilman S.L. (1976), The Face of Madness. New York, Brunner/Mazel. Giovanni Paolo II (1999), Lettera agli anziani. Milano, Paoline Editoriale Libri.


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Il Volto e la Voce del Tempo non vuole essere solamente un libro da leggere o consultare, vuole diventare piuttosto uno strumento per animatori, educatori e insegnanti che desiderano riscoprire e valorizzare le proprie esperienze personali con gli anziani e comunicare anche ai ragazzi un atteggiamento positivo sulla condizione dell’anzianità, come fase essenziale dell’esistenza umana. Raccogliendo foto vecchie e recenti, osservando le reazioni delle persone alle immagini e ascoltando i racconti che esse nascondono, si percepisce quanto la fotografia possa aiutare ad approfondire questo aspetto della vita. L’empatia e la condivisione dei sentimenti che la fotografia può creare con i ragazzi e gli anziani – persone apparentemente inadeguate al “mondo razionale e produttivo” degli adulti – ci permette di crescere dal punto di vista affettivo e in fondo ci fa diventare più “umani”.

Il Volto e la Voce del Tempo  

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