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Presentazione Libro 2005

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Centro di Presenza Cristiana, Pregassona Martedì 20 settembre 2005 Presentazione del libro di don Franck Koffi Essih “Shalom, da Auschwitz al Togo con Ruth Fayon e l’Associazione Dédomé”

Cosa sta dietro a questo titolo, per lo meno curioso, che raggruppa il saluto ebraico, il triste ricordo di una storia che qualcuno vuole negare ed una nazione africana? Sicuramente una lunga strada che l’autore ha percorso e che vuole trasmettere a chi si vorrà prendere qualche ora per leggere il libro ed introdursi nel tema della pace e dello sviluppo nel terzo mondo. Ed è questo saluto, Shalom, che fa da filo conduttore per questa strada su cui don Franck ci conduce. Una parola, un buongiorno che non ha quale significato solo la pace come assenza di guerra, ma un vero stato e modo di essere, come lo star-bene, la felicità, la sicurezza, la condizione di tranquillità, di ordine, di pienezza, di perfezione, di armonia. La ricerca di questo Shalom, la troviamo spesso nel libro. Don Franck nell’introduzione più volte si chiede: “Pace dove sei?”, oppure afferma: “Come è lontana la pace!”. Se lo chiede perché anche sulla strada della sua vita, descritta in parte nell’introduzione, ha vissuto situazioni ed esperienze che lo hanno toccato molto, in Africa ma anche durante il periodo di missione in Colombia dove cita un episodio in cui si è trovato confrontato con la probabilità di essere ammazzato per salvare una ragazza. Questo Shalom è trasmesso attraverso tutta una serie di storie, di scritti, di testimonianze. Sono ripresi passaggi di encicliche e discorsi di Papi, come Giovanni XXII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, in tema di pace di giustizia e di sviluppo, ma anche del Parroco di Pregassona don Maurizio Silini, di persone vicine a don Franck e coloro che in qualche modo sono entrati in contatto con i progetti da lui promossi. Lo potremmo definire una raccolta di suggerimenti, di proposte, di consigli. Il libro, dopo l’introduzione di don Franck ed un contributo del nostro vescovo mons. Pier Giacomo Grampa si suddivide in tre parti: • Il trionfo della vita • Spunti di riflessione sulla pace e sullo sviluppo in Africa • Costruire la pace attraverso progetti di cooperazione allo sviluppo: l’Associazione Dédomé festeggia i 5 anni d’attività


La prima parte: Il trionfo della vita. Il titolo di questo capitolo esprime sicuramente positività, ma le storie che possiamo leggere parlano di sofferenza, di molta sofferenza ma anche di Shalom, di quella pace interiore che percepiamo nella narrazione di parte della storia della vita di San Massimiliano Kolbe che interrogano uno degli autori dei contributi, Padre Carmine Terenzio: “Mi chiedo come Massimiliano Kolbe sia riuscito a cantare ad Auschwitz, nel bunker della fame e se a questa società, dove al sorriso sereno che sgorga da un cuore puro si sono sostituite le sguaiate risate di un mondo che promette illusorie –sazietà- , egli possa rivelare quale sia il segreto del suo canto di fronte alla morte e a tanta feroce violenza.” La risposta alla domanda di Padre Carmine, la potremmo trovare nello Shalom, quella tranquillità interiore, quello stato d’animo di San Massimiliano Kolbe, che leggiamo nel riassunto della sua vita, descritta in questa parte del libro, e che lo ha portato a donare la vita prendendo il posto di un padre di famiglia scelto dai nazisti per essere ucciso. Dalla storia della signora Fayon, che completa questa prima parte, e che per un periodo della sua vita non voleva saperne di testimoniare, di comunicare la propria esperienza agli altri, possiamo leggere anche il perché della volontà di don Franck di proporre queste riflessioni. La signora per tanto tempo ha tenuto dentro di sé il dolore subìto durante e dopo l’esperienza di Auschwitz, per poi essere convinta a buttarlo fuori, probabilmente perché era stufa di convivere con l’ignoranza della gente, come dice lei in un passaggio del libro. Penso che don Franck abbia voluto curare questa raccolta per svegliare le coscienze, per fa sì che la gente non dimenticasse, così come ha fatto la signora Fayon, trasmettere l’esperienza affinché non si dimentichi, non si lasci in un cantuccio della nostra memoria una parte di storia che ha segnato più di un popolo. La passione e l’entusiasmo che don Franck spesso mette in quello che fa lo hanno portato a questa proposta, proprio per risvegliare le coscienze che sono addormentate, è come se ci dicesse: “Ma la storia non ci ha insegnato niente? Le esperienze di Massimiliano Kolbe e di Ruth Fayon e altri che come lei sono sopravvissuti ai nazisti, non ci interrogano su quello che facciamo tutti i giorni? Pensando anche a quello che seguirà nei capitoli successivi, in modo particolare legato alla situazione africana, la risposta parrebbe essere: “No, non abbiamo imparato niente”. Di genocidi ne abbiamo vissuti altri, quelli riconosciuti come in Ruanda nell’aprile del 1994 e quelli che fanno fatica ad essere riconosciuti dalla comunità internazionale come in Bosnia o ai nostri giorni nel Darfour in Sudan. La dignità umana continua quotidianamente ad essere violata, non è riconosciuta e tutti voi conoscete gli esempi che ogni giorno i mass media ci propongono. Conosciamo meno ciò che i mass media non trasmettono ma che in Africa ed in altri continenti accadono e non fanno notizia. Ma questo capitolo è giustamente intitolato il trionfo della vita, perché entrambe le esperienze narrate, nonostante la sofferenza continuano a tenere sveglie le nostre coscienze e ci chiedono di utilizzare ogni mezzo affinché il passato non sia ignorato.


La seconda parte: Spunti di riflessione sulla pace e sullo sviluppo in Africa In questa seconda parte Shalom diventa l’espressione delle indicazioni della Chiesa nell’impegno per la promozione della pace, attraverso gli scritti di: Giovanni XXIII “Pacem in terris ‘63”, Paolo VI “Populorum Progressio, 67” e Giovanni Paolo II “Sollicitudo rei socialis ’87 e Centesimus annus ’91” e dei Messaggi per la Giornata mondiale della pace. L’autore vuole con questi scritti ricordare gli sforzi che la Chiesa ha promosso e tutt’ora promuove a favore della pace. Una pace che parte dall’uomo, una pace che non è pacifismo, dunque la mancanza di guerra, una pace che è appunto Shalom e che richiama ad uno stile di vita evangelico, legato a Cristo come centro della storia e del cosmo. Una pace che per essere costruita deve partire da basi solide. “Se vuoi la pace, lavora per la giustizia” indicava Paolo VI nel 1972 e di quanta giustizia il mondo abbia bisogno lo sappiamo tutti. Lo vediamo anche da noi, nelle piccole cose. Quando parliamo d’ingiustizia nei nostri confronti e nei confronti di nostri amici, nasce in noi un sentimento di ribellione, di rabbia, difficilmente accettiamo le ingiustizie passivamente, qualche parolaccia ci scappa. Se queste ingiustizie le rapportiamo a livelli superiori ben comprendiamo il monito di Paolo VI. Ritorna allora quello Shalom che ci richiama al suo significato profondo a quello che in questa parte del libro è approfondito e poi ampliato al discorso di giustizia e di sviluppo e di lotta alla povertà nei paesi del Sud ed in particolare in Africa. Cito un passaggio che Giovanni Paolo II scriveva nella Sollicitudo rei sociali: “I poveri costituiscono la sfida odierna, soprattutto per i popoli benestanti del nostro pianeta, dove milioni di persone vivono in condizioni disumane e molti muoiono letteralmente di fame. Annunciare Dio Padre a questi fratelli non è possibile senza l’impegno a collaborare in nome di Cristo per la costruzione di una società più giusta”. Ed ancora ad un gruppo di operatori della Caritas Italiana: “Urge costruire insieme la civiltà dell’amore… un’azione caritativa globalizzata che sostenga lo sviluppo dei piccoli della terra, così che i poveri si sentano, in ogni comunità, a casa loro”. Papa Wojtyla, ricordando Paolo VI ribadisce che “ … l’unico rimedio veramente efficace per consentire agli Stati di affrontare la drammatica questione della povertà è di fornire loro le risorse necessarie mediante finanziamenti esteri –pubblici e privati – concessi a condizioni accessibili”. La seconda parte affronta pure le problematiche del continente africano dal punto di vista economicofinanziario e sociale fornendo tutta una serie di interessanti dati su come l’Africa vive le conseguenze della globalizzazione e dei rapporti Nord-Sud. Gli spunti di riflessione sono tratti soprattutto da interventi di Uwe Friesecke dell’ Executive Intelligence Review, profondo conoscitore della realtà africana. Si sofferma in modo particolare sulle responsabilità della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale quali responsabili principali dei fallimenti delle prescrizioni che questi enti da anni impongono all’Africa. È detto chiaramente “… che la globalizzazione ha rovinato indistintamente tutte le economie africane”. Qui la discussione potrebbe essere ampia in modo particolare sulle responsabilità del Nord verso il Sud. Permettetemi però una personale nota critica che riguarda questa seconda parte. Può sicuramente esser vero che Banca mondiale e FMI abbiano commesso degli errori, forse molti, ma penso che non si possano imputare a loro tutti i disastri dell’Africa come non si può imputare alla globalizzazione tutta la negatività espressa da Friesecke in questo libro. Una seconda nota critica, sempre rispetto a questa parte del libro, è quella di non aver trovato un’analisi autocritica da parte africana. Se facciamo eccezione del tema della corruzione, non si accenna minimamente a come sono stati mal sfruttati i fondi messi a disposizione dei vari Paesi. Fondi destinati ad


Penso che queste responsabilità debbano essere assunte dagli africani, come pure dagli occidentali A penalizzare la situazione africana devo però ammettere che in Occidente non esiste una vera volontà politica affinché si affronti seriamente un discorso di promozione e di aiuto al Continente. Per concludere questa seconda parte vorrei però tornare a ciò che di Giovanni Paolo II è ancora proposto, e cioè: “Possano i popoli africani prendere in mano da protagonisti il proprio destino e il proprio sviluppo culturale, civile, sociale ed economico! L’Africa cessi di essere solo oggetto di assistenza, per divenire responsabile soggetto di condivisioni convinte e produttive! Per raggiungere tali obiettivi si rende necessaria una nuova cultura politica, specialmente nell’ambito della cooperazione internazionale. Ancora una volta vorrei ribadire che il mancato adempimento delle reiterate promesse relative all’aiuto pubblico allo sviluppo, la questione tuttora aperta del pesante debito internazionale dei paesi africani e l’assenza di una speciale considerazione per essi nei rapporti commerciali internazionali, costituiscono gravi ostacoli alla pace e pertanto vanno affrontati e superati con urgenza. Mai come oggi risulta determinante e decisiva, per la realizzazione della pace nel mondo, la consapevolezza dell’interdipendenza tra Paesi ricchi e poveri, per cui lo sviluppo o diventa comune a tutte le parti del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche nelle zone segnate da un costante progresso”. La terza parte: Costruire la pace attraverso progetti di cooperazione allo sviluppo: l’Associazione Dédomé festeggia i 5 anni d’attività Se nel primo capitolo sono segnalate le atrocità dell’uomo, nel terzo troviamo ciò che l’uomo vuole proporre per il vero Shalom, per la pace, per la solidarietà, per la giustizia e che fanno da contraltare positivo a ciò che l’uomo nella storia ha prodotto Non c’è pace senza giustizia è citato in un passaggio di Paolo VI e questa giustizia la si ritrova anche in opere come quella che don Franck ed i suoi amici stanno portando avanti da cinque anni e che sono descritte nell’ultima parte del libro. L’amore e la passione per il suo Paese, il Togo, don Franck l’ha trasmessi a coloro che ha invitato nei diversi viaggi in terra africana che a loro volta l’hanno trasmesse a molti amici in Svizzera. Anche questo è Shalom. Testimoniare, comunicare esperienze vissute anche in poche settimane, ma che hanno segnato la vita di molti. È una costante che ritroviamo nelle diverse testimonianze raccolte in questa parte, legate all’incontro con l’ospitale gente del Togo come pure agli aspetti più tecnici e di sviluppo condivisi a Dédomé in particolare. Le testimonianze che si possono leggere, sono genuine, spontanee e trasmettono quella gioia e soddisfazione che spesso si sentono da persone che compiono gesti di solidarietà. Cito in particolare la passione e la gioia che Laura Battaini lascia trasparire nel suo breve scritto. Il fatto di aver pensato a raccogliere dei libri, ad organizzare in Togo la biblioteca e a vedere che questo impegno e questa passione per i libri era condivisa dagli abitanti di Dédomé, appassiona anche chi di libri non ne legge e li vede solo in vetrina. Ma Shalom è descritta anche nella vita quotidiana dei villaggi, dove tradizione e credenze fanno da collante a ciò che gli antenati hanno trasmesso. L’importanza dell’acqua come simbolo di pace, il rispetto dell’autorevolezza dei capi villaggio, la passione per l’ospite dimostrata attraverso manifestazioni di generosa accoglienza.


Sono le tradizioni, la cultura locale che deve essere conosciuta e capita per entrare in simbiosi con la popolazione locale e capirne i gesti e le motivazioni del perché un fatto è concepito con modalità che noi non adotteremmo. Vorrei segnalare un altro passaggio, forse più intellettuale e meno appassionato ma che descrive in modo critico, e che potrebbe disturbare qualcuno, come noi occidentali spesso ci avviciniamo ai Paesi del sud. Ettore Vitale così si esprime: “Molte domande sul Terzo Mondo restano senza risposta e si aggiungono alle tante che saltuariamente percorrono su e giù la nostra spina dorsale come piccoli brividi che solleticano le nostre coscienze, magari proprio mentre stiamo vivendo un momento piacevole, mentre a buon diritto ci stiamo godendo la nostra meritata ricchezza da primo mondo. In quei momenti, quando non riusciamo più a fingere di non sapere, quando nel nostro intimo ci chiediamo che cosa abbiamo fatto per meritare tanta fortuna, vorremmo diventare tutti San Francesco. Poi guariamo dalla sindrome del poverello d’Assisi perché facciamo un’offerta, perché rivolgiamo un pensiero, magari una preghiera, o perché ne parliamo con i nostri amici. E poi abbiamo ben altro da fare. Così il Togo ritorna nel cassetto in fondo a destra del nostro archivio mentale. Fino alla prossima nave di bambini-schiavi. Nonostante la crudezza di alcune parole il passaggio termina con la provocazione del dimenticatoio nell’archivio mentale. È ciò che all’inizio dicevo sulla volontà che don Franck vuole esprimere nel tenere allenata e mobile la coscienza affinché non diventi atrofizzata e l’uomo dimentichi. Attraverso le testimonianze sono descritte le opere di sviluppo portate in Togo e condivise con la popolazione locale, come l’acquedotto, l’elettrificazione, ed il Centro medico sociale, opere che vogliono essere Shalom, ma vogliono coinvolgere e responsabilizzare fino in fondo gli abitanti che beneficiano di questi aiuti. Quello che non si vuole è l’assistenzialismo. C’è l’aspetto dell’aiuto umanitario dove sono trasportati dalla Svizzera materiali diversi non ottenibili in Togo, ma le proposte ed in nuovi progetti vanno verso il pensiero dell’autosufficienza. Gli stessi africani si rendono conto di questo aspetto e dimostrano con orgoglio e onore la propria dignità. Ettore Vitale racconta: “Il caso di Vitus, un ragazzo di 30 anni che ha fatto da autista al gruppo di volontari: Vitus nasce poverissimo, senza alcuna possibilità se non quella del suo intelletto. Capisce che esiste un solo modo per venirne fuori: deve studiare. Per riuscirci si sobbarca di sacrifici e debiti, ce la mette tutta fino ad arrivare a conseguire quello che sembrava un miraggio: la patente di guida. Don Franck gli regala un’autovettura con la quale Vitus fa il tassista: guadagna e ripaga tutti i debiti, compreso quello che egli ritiene di avere con don Franck, al quale regala un terreno. Oggi Vitus sta costruendo la sua casa ed è la prima volta che la sua famiglia ne possiede una.” L’importanza dell’istruzione è colta dagli Amici di don Franck anche attraverso i padrinati che danno la possibilità a molti giovani di formarsi una cultura e poter affrontare le sfide del futuro con strumenti che spesso mancano e non permetto di uscire dal pantano della povertà e dunque del sottosviluppo. Ma tornando al pensiero dei progetti che puntano alla sostenibilità a medio e lungo termine, mi sembra importante citare in conclusione di questa presentazione, un altro passaggio, quello di Marina Santini che durante il messaggio di saluto per il giorno dell’inaugurazione del Centro medico sociale, così si esprimeva: “Durante tutto questo anno avete lavorato molto in loco per contribuire attivamente alla costruzione di quest’opera, e, a nome di tutti i membri


dell’Associazione, vi dico Grazie. Senza il vostro impegno, senza i vostri sforzi questo Centro non sarebbe mai sorto. Questo fatto è molto importante per noi: abbiamo voglia di condividere un pezzo di cammino con voi, di sostenervi per realizzare dei progetti che rispondono ai vostri bisogni, ma non vogliamo e non possiamo diventare le vostre “stampelle”. In Europa, talvolta c’è questa idea che gli africani non possono farcela da soli e in Africa esiste la convinzione che gli europei e gli svizzeri in particolare possiedono molto denaro e quindi possono dare tutto gratuitamente, ma questo non risponde al vero. In Svizzera i soldi sono il frutto del lavoro quotidiano e di grossi sforzi…So che avete le competenze e le conoscenze necessarie per promuovere la salute e lo sviluppo dei vostri villaggi. Avete dei “talenti” che bisogna far fruttare come di Gesù nel Vangelo, e questa è una vostra responsabilità. Il vostro futuro è nelle vostre mani!” e poi più in avanti: “Promettiamo di sostenere questo dispensario, che abbiamo la gioia di offrire alla popolazione di Dédomé e della regione, durante i prossimi cinque anni con visite regolari da parte di personale sanitario che giungerà dalla Svizzera e speriamo di vedere questo centro autofinanziarsi e raggiungere la sua autonomia entro cinque anni”. I propositi sono sempre sani in questi casi, ma chi lavora nella cooperazione sa che spesso imprevisti o errori non permetto ciò che ci si era prefissati. Mi piace concludere questa presentazione citando un ultimo passaggio tratto da questa raccolta e scritto da Padre Michel Perron che riassume il senso di Shalom tradotto nella concretezza dei progetti: “Sono persuaso che il lavoro svolto da don Franck e dai suoi amici nel villaggio di Dédomé, in Togo, aiuti le persone a vivere in modo più felice e quindi a non cercare soluzioni “belliche” ai loro problemi. Ridurre le distanze affinché le donne possano attingere l’acqua più facilmente, permettere ai bambini ed ai giovani di avere un luogo dove istruirsi e formarsi, costruire un centro medico per permettere ad ognuno di accedere alle cure cui ha diritto, portare la luce elettrica come vero fattore di sviluppo,… Tutte queste azioni fanno sì che ogni membro del villaggio si senta riconosciuto come una persona degna di essere amata, ciò che gli permetterà di aumentare la sua stima di sé e la condurrà, a sua volta, su un cammino di solidarietà verso gli altri. È l’amore dell’altro che mi permette di riconoscere il mio valore e la mia dignità”.

Marco Fantoni Caritas Ticino


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