L’ambiente della specie umana / The environment of human species

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L’ambiente della specie umana Conversazioni, riflessioni e lezioni sulla città e il territorio

The environment of human species

Conversations, reflections and lessons on the city and the territory

a cura di / edited by Nađa Beretić


Copyright 2021 L’ambiente della specie umana: Conversazioni, riflessioni e lezioni sulla città e il territorio / The environment of human species: Conversations, reflections and lessons on the city and the territory, a cura di / edited by Nađa Beretić. I diritti d’autore dei singoli capitoli sono mantenuti dagli autori / Copyright of individual chapters is retained by authors. Copyright della concezione del progetto Arnaldo Bibo Cecchini / Copyright of project conception Arnaldo Bibo Cecchini. Tutti i diritti riservati all’editore / All rights reserved for the publisher “Tutta mia la città”. Per maggiori informazioni, visitate / For more information visit https://associazioneacdc.blogspot.com/p/tutta-mia-la-citta.html Autori / Authors: Samanta Bartocci, Nađa Beretić, Ivan Blečić, Antonio Brusa, Arnaldo Bibo Cecchini, Zoran Đukanović, Francesco Indovina, Zaida Muxí Martínez, Oriol Nel·lo, Vincenzo Pascucci , Fabrizio Pusceddu, Sabrina Scalas, Valeria Saiu, Valentina Talu Total Design: Nađa Beretić ISBN: 978-88-942242-2-1 Prima edizione / First edition, 2021 Realizzato con la collaborazione di / realised in collaboration:

Università degli Studi di Sassari, Italy

Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica

Dottorato in Architettura e Ambiente

Azione collettiva diritto alla città

Public Art & Public Space,

Faculty of Architecture, University of Belgrade, Serbia Tamalacà Srl,

L’impresa spin-off sostenuta dell’Università di Sassari


L’ambiente della specie umana.

Conversazioni, riflessioni e lezioni sulla città e il territorio The environment of human species.

Conversations, reflections and lessons on the city and the territory a cura di / edited by Nađa Beretić


Indice /

Content

Premessa / Preface by Vincenzo Pascucci...............................................................6

Prefazione. Il titolo del prodotto / Forewords. The title of the product by Arnaldo Bibo Cecchini.................................................................................10

01 02 03 04 05

Introduzione. Multi-disciplinarietà, Inter-disciplinarietà e Transdisciplinarietà / Introduction. Multi-disciplinary, interdisciplinary, and transdisciplinary by Nađa Beretić................................................................................22 Di cosa parliamo quando parliamo di città? / What We Talk About when We Talk About Cities? by Arnaldo Bibo

Cecchini......................................................................................................................................34

Anche le città hanno una storia / Cities have a History too

by Antonio Brusa....................................................................................................................38

La città (in)giusta / The Just and the Unjust City

by Francesco Indovina..........................................................................................................44

Città e disuguaglianza / Cities and Inequality

by Oriol Nel·lo..........................................................................................................................52

Approccio delle capacità e pianificazione / Capability Approach and Urban Planning by Valentina Talu.....................................................................................................................58


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Accessibilità e Sostenibilità. Temi chiave per le Agende urbane / Accessibility and Sustainability Two Key Topics for Urban Agenda

07

Il genere e il suo rapporto con l’architettura e l’urbanistica / The genre and its relationship with architecture and urbanism

08 09 10 11 12

by Valeria Saiu.............................................................................................................................66

by Zaida Muxí Martínez...........................................................................................................72

Città in gioco / Cities at Play

by Arnaldo Bibo Cecchini.......................................................................................................78

La città torna a scuola / The City Goes Back to School

by Samanta Bartocci & Fabrizio Pusceddu......................................................................82

Aldo van Eyck

by Sabrina Scalas.......................................................................................................................90

Arte Pubblica e Città Pubblica / Public Art and Public City

by Nađa Beretić & Zoran Đukanović.................................................................................98

Sistemi urbani / Urban Systems

by Arnaldo Bibo Cecchini & Ivan Blečić.................................................................................

12.1: Il concetto di sistema / The concept of system..............................104

12.2: Carattere contro-intuitivo dei sistemi sociali / Counter-intuitive character of social systems.....................................108 12.3: La complessità / Complexity.......................................................................112 12.4: Complessità e previsione / Complexity and Prediction..........116

12.5: Fragile-Robusto-Antifragile / Fragile-Robust-Antifragile......120 12.6: Pianificazione Antifragile / Antifragile planning.........................124

Autori / Authors................................................................................................128


Premessa / Preface by Vincenzo Pascucci

Vincenzo Pascucci, professore di geologia

stratigrafica e sedimentologica; Università di Sassari. Coordinatore della Scuola di Dottorato in Architettura e Ambiente dal 2016.

Vincenzo Pascucci, Professor of Stratigraphic and Sedimentological Geology, University of Sassari; Coordinator of the PhD School in Architecture and Environment since 2016.

e-mail: pascucci@uniss.it


Quando mi è stato proposto un corso alternativo, diverso per i dottorandi del Dottorato in Architettura e Ambiente, non ho avuto dubbi. Non ho avuto dubbi sull’efficacia e forza mediatica del “prodotto”, come lo ha definito Bibo Cecchini, né della sua innovatività. Ho avuto molti pensieri e dubbi, invece, sul titolo: L’ambiente della specie umana. Sono un geologo e la parola ambiente e specie per me hanno, spesso, un significato diverso da quello comune.

When I was offered an alternative, different course for PhD students in Architecture and the Environment, I had no doubts. I had no doubts about the effectiveness and media power of the ‘product’, as Bibo Cecchini defined it, nor of its innovativeness. I had many thoughts and doubts, however, about the title: The environment of the human species. I am a geologist, and the words ‘environment’ and ‘species’ often mean something different to me.

L’ambiente per me è un qualcosa in continua evoluzione, che cambia in modo naturale funzione dei cambiamenti climatici anche in modo drastico. Nella storia della Terra ci sono state almeno tre estinzioni di massa legate ai cambiamenti climatici e una di queste, almeno a mio modesto vedere, ha come concausa il fatto che gli abitanti dominanti si erano mangiati tutto il mangiabile e venivano poco mangiati dai pochi carnivori presenti.

The environment is something constantly evolving, that changes naturally as a function of climate change, even drastically. In the history of the Earth, there have been at least three mass extinctions linked to climate change, and one of these, at least in my humble opinion, could linked to the fact that the dominant species had eaten everything that could be eaten and were scarcely eaten by the few carnivores present.

Negli ultimi 300.000 anni la Terra ha visto il livello dal mare alzarsi e abbassarsi, i ghiacciai espandersi e ridursi quasi fino a zero, la CO2 salire e scendere fino ai livelli che stimiamo raggiungeremo nel 2100, innumerevoli volte senza che ci fosse lo zampino dell’uomo.

In the last 300,000 years, the Earth has seen sea levels rise and fall, glaciers expand and contract to almost nothing, CO2 rise and fall to the levels we estimate will be reached in 2100, without any human contribution.

È’ lampante che i cambiamenti climatici in atto abbiano un grosso contributo antropico. L’uomo (inteso come specie) è riuscito ad accelerare questi cambiamenti redendoli quasi visibili. Eventi climatici che prima succedevano in migliaia (se non centinaia di migliaia) di anni, oggi si succedono in qualche decina (se non meno). Da qui la mia domanda che poi è anche il mio dubbio: L’ambiente della specie umana è naturale o artificiale (ne senso di umo-indotto). Parliamo di Antropocene come del nuovo Periodo geologico senza renderci conto che vogliamo influenzare anche i Periodi Geologici. Quelli del passato prendevano il nome dalle montagne (Giurassico dalle Alpi del Giura), posti (Devoniano, dal Devon in UK), dalle città (Messiniano dalla città di Messina) in cui erano state definiti i così detti stratotipi. Gli strati cioè che caratterizzano quel determinati Periodo geologico. Quando penso a quello che potrebbe

It is clear that current climate change has a major anthropogenic contribution. Man (as a species) has accelerated these changes by making them almost visible. Climatic events that used to happen in thousands (if not hundreds of thousands) of years are now happening in a few tens (if not less). Hence my question, which is also my doubt: is the environment of the human species natural or artificial (in the sense of human-induced). We speak of the Anthropocene as the new Geological Period without realizing that we also want to influence Geological Periods. Those of the past were named after mountains (Jurassic from the Jura Alps), places (Devonian, from Devon in the UK), cities (Messinian from the city of Messina) in which the so-called stratotypes were defined. That is, the layers characterizing that particular geological period. When I think of what could be

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a typical Anthropocene stratotype, the only thing that comes to mind is the plastic being nowadays everywhere. It would be interesting to define the stratotype of the human species with a product/ waste of it. I share with Bibo that we are a unique species. I agree that we have grabbed rights that may not have been ours, but that is the law of the strongest. I agree that the city is our environment outside of which we feel lost. In sharing these points, however, I am beginning to rethink the natural environments that we like. We love going to man-made beaches full of umbrellas and kiosks, mountains full of cable cars and huts that look like fancy restaurants, streets full of cars, wi-fi even on top of Everest! Perhaps our concept of the natural also needs to be redefined. I conclude with an open reflection on the word Anthropocene. Why not call it Romanocene or Newyorkcene or Citycene, since the city is the common dwelling element of the homo species, perhaps finding a different stratotype than plastic would be easier.

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essere lo strato tipo dell’Antropocene mi viene in mente solo la plastica che è ormai ovunque. Interessante sarebbe definire lo stratotipo della Specie Uomo con un prodotto/ rifiuto di questa. Condivido con Bibo il fatto che siamo una specie unica. Condivido che ci siamo accaparrati dei diritti che forse non ci spettavano, ma questa è la legge del più forte. Condivido che la città sia il nostro ambiente al di fuori del quale ci sentiamo persi. Condividendo questi punti sto, però, cominciando a ripensare agli ambienti naturali che a noi piacciono. Amiamo andare in spiagge antropizzate piene di ombrelloni e chioschi, montagne piene di funivie e rifugi che sembrano ristoranti di lusso, strade piene zeppe di macchine, wi-fi anche in cima all’Everest! Forse anche il nostro concetto di naturale è da ridefinire. Concludo con una riflessione aperta sulla parola Antropocene. Perché non chiamarlo Romanocene o Newyorkcene o Citycene all’inglese, visto che la città è l’elemento dell’abitare comune della specie homo, forse trovarvi uno stratotipo diverso dalla plastica sarebbe più facile.


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Prefazione / Forewords by Arnaldo Bibo Cecchini

Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com


Il titolo del prodotto Vorrei anzitutto giustificare il titolo di questo “prodotto”. Con l’amico e collega Francesco Indovina ci disputiamo il merito (o la colpa) di avere proposto di definire la città come “nicchia ecologica della specie umana”; forse non siamo stati noi, ma sicuramente l’abbiamo molte volte ripetuto in questi anni. È questa un’affermazione molto forte e in parte imprecisa e tuttavia è difficile negare che i tempi della storia e della città coincidano e che - seppure la nostra specie esista da forse 300 mila anni - la città in poco più di 6 mila anni abbia finito per rappresentare il luogo di vita di una maggioranza della nostra specie e abbia avuto, in epoca storica (ovvero per l’appunto negli ultimi 6/7 mila anni), un’influenza enorme anche quando in essa viveva una minoranza, anche un’esigua minoranza, della nostra specie. Non vogliamo esprimerci sul futuro, diciamo oltre questo millennio, ma mi sento di poter affermare che almeno per alcuni secoli ancora - cigni neri ed effetti del cambiamento climatico a parte - la città potrà essere ancora il miglior ambiente della nostra specie. C’è un aspetto che non trascurerei tuttavia. E su cui mi azzardo una piccola “deviazione”.

Una specie unica

50 mila anni fa sulla Terra esistevano probabilmente tre specie del genere Homo (sapiens, neandethalensis, denisova) tra loro interfeconde e forse con prole debolmente - feconda. Le tre specie si sono fuse o due di esse sono state assorbite nella nostra attuale. Il genere Homo è considerato (ad oggi) mono-specie e appartiene alla “tribù” tassonomica degli Hominini cui appartengono i generi Homo e Pan.

The title of the product First of all I would like to justify the title of this “product”. Together with my friend and colleague Francesco Indovina, we dispute the merit (or the fault) of having proposed to define the city as the “ecological niche of the human species”; perhaps it was not us, but we have certainly repeated it many times in recent years. This is a very strong statement and in part inaccurate. It is, however, difficult to deny that the times of history and the city coincide and that - although our species has existed for perhaps 300,000 years - the city in just over 6,000 years has come to represent the place of life of a majority of our species and has had, in historical times (that is, in the last 6/7,000 years), an enormous influence even when a minority, even a small minority, of our species lived there. We do not want to express ourselves on the future, let’s say beyond this millennium, but I feel I can say that at least for a few centuries yet - black swans and effects of climate change aside - the city can still be the best environment of our species. There is one aspect that I would not overlook, however, and on which I venture a small “detour”.

A unique species Fifty thousand years ago on Earth there were probably three species of the genus Homo (‘sapiens, neandethalensis, denisova’) interfecund with each other and perhaps with - weakly - fecund offspring. The three species have merged or two of them have been absorbed into our present one. The genus ‘Homo’ is considered (to date) monospecies and belongs to the taxonomic “tribe” of the ‘Hominini’ to which belong the genera ‘Homo’ and ‘Pan’.

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In the genus ‘Pan’ are included the species of chimpanzees and bonobos (‘Pan troglodytes’ and ‘Pan paniscus’). Some would tend to unify the two genera calling them ‘Homo troglodytes’ and ‘Homo paniscus’ or on the contrary calling our species ‘Pan sapiens’. There are obvious implications of various kinds (primarily ethical) of this choice.

Nel genere Pan sono compresi le specie degli scimpanzé e dei bonobo (Pan troglodytes e Pan paniscus). Alcuni tenderebbero a unificare i due generi chiamando questi ultimi Homo troglodytes e Homo paniscus o al contrario chiamando la nostra specie Pan sapiens. Sono evidenti le implicazioni di varia natura (in primis etiche) di questa scelta.

To date, however, our species is the only one, which has recognized rights in the proper sense.

Ad oggi comunque la nostra specie è l’unica specie cui sono riconosciuti diritti in senso proprio.

We could also argue, albeit with some stretch, that, if it is true that the environment of our species is the city, among these rights should also be included the right to the city.

Potremmo anche argomentare, seppure con qualche forzatura, che, se è vero che l’ambiente proprio della nostra specie è la città, tra questi diritti dovrebbe essere compreso anche il diritto alla città.

Very roughly it would seem that an essential condition for enjoying the fullness of rights is to be aware of what they are (and here Peter Singer would have many objections) and to have the desire to enjoy them (and this is the central argument for which the robot of Asimov’s ‘Bicentennial Man’ claims them). It has not seemed so far and would not yet seem necessary to say that subjects of rights are “natural” (perhaps because it was not needed and still is not needed). To date, the only beings on Earth that fill these two conditions are human beings. A share of rights, however, is (by some) recognized to other beings that do not belong to our species, for various reasons, among which particularly strong (but not the only ones) are those that they can suffer and suffering is (for them) unpleasant and that they “want” to survive. At least, even for those who only talk about duties (more or less extensive) of our species towards others, it seems questionable that living beings of other species, can all be considered as mere property of humans and as such can be used without limits; in short, towards other animals there is at least an “ethical responsibility” by our species.

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Molto approssimativamente parrebbe che condizione essenziale per godere della pienezza dei diritti sia essere consapevoli di quel che essi sono (e qui Peter Singer avrebbe molte obiezioni) e avere desiderio di goderne (e questo è l’argomento centrale per cui il robot dell’Uomo del bicentenario di Asimov li rivendica). Non è parso sinora e non parrebbe ancora necessario dire che i soggetti di diritti siano “naturali” (forse perché non serviva e non serve ancora). Ad oggi gli unici esseri presenti sulla Terra che riempiono queste due condizioni sono gli esseri umani. Una quota di diritti tuttavia viene (da alcuni) riconosciuta ad altri esseri che non appartengono alla nostra specie, per varie ragioni tra cui particolarmente forti (ma non le sole) sono quelle che essi possono soffrire e soffrire è (per loro) spiacevole e che “vogliono” sopravvivere. Quanto meno, anche per chi si limita a parlare solo di doveri (più o meno estesi) della nostra specie verso le altre, appare discutibile che gli esseri viventi di altre specie, possano tutti essere considerati come mera proprietà degli umani e in quanto tale utilizzabili senza limiti; insomma verso gli altri animali c’è almeno una “responsabilità etica” da parte della nostra specie.


Anche nel caso di diritti limitati o di responsabilità etiche non è sembrato in passato necessario precisare che i soggetti dovessero essere “naturali” e forse non sembra ancora necessario. Abbiamo la fortuna di essere l’unica specie (oggi esistente) all’interno di un genere (almeno questa è l’opinione più diffusa) e questo - in qualche misura - circoscrive il problema dell’universalità dei diritti: da qualche decennio c’è un consenso vasto che tutti gli appartenenti alla nostra specie godano della pienezza dei diritti, che sono appunti i diritti umani, per i quali c’è una “dichiarazione universale”. Ci sarà sempre un’unica specie che goda delle caratteristiche di consapevolezza di cosa siano i diritti e del desiderio di goderne? Non sembra irragionevole pensare che non siamo lontani dall’opportunità di poter o dovere estendere alcuni di questi “diritti limitati” (o il dovere da parte degli essere umani verso di essi) anche ad altri esseri (anche artefatti, macchine) che abbiano un “istinto di sopravvivenza” purchessia. E non siamo lontani dal momento in cui questi esseri esistano. Tanto più che alcuni di questi esseri, seppure meno soggetti alla nostra simpatia per il mancato possesso delle caratteristiche fisiche cha la favoriscono e neppure alla nostra empatia, possono mostrare doti intellettive che possiamo riconoscere come molto simili alle nostre e superiori a quelle di alcune - e forse tutte - le specie viventi. Sicché non è impensabile che in un futuro non remotissimo si possa anche ragionare e discutere di “diritti pieni” per esseri intelligenti artificiali. Forse la possibilità che si dia in artefatti un’intelligenza di tipo umano passa attraverso un percorso di apprendimento, una capacità di empatia e di provare emozioni e desideri, di avere bisogni, di soffrire e di godere, di morire: a quel punto che la base sia il carbonio o il silicio ha poca importanza.

Even in the case of limited rights or ethical responsibilities, it did not seem necessary in the past to specify that the subjects had to be “natural”, and perhaps it still does not seem necessary. We have the good fortune to be the only species (existing today) within a genus (at least this is the most widespread opinion) and this - to some extent - circumscribes the problem of universality of rights: since a few decades there is a broad consensus that all members of our species enjoy the fullness of rights, which are precisely human rights, for which there is a “universal declaration”. Will there always be a single species that enjoys the characteristics of awareness of what rights are and the desire to enjoy them? It does not seem unreasonable to think that we are not far from the opportunity to be able or to have to extend some of these “limited rights” (or the duty of human beings towards them) also to other beings (even artifacts, machines) that have a “survival instinct” as well. And, we are not far from the time when these beings exist. Especially since some of these beings, although less subject to our sympathy for the lack of physical characteristics that favor it and even to our empathy, may show intellectual abilities that we can recognize as very similar to ours and superior to those of some - and perhaps all - living species. Therefore, it is not unthinkable that in a not remote future we could also reason and discuss about “full rights” for artificial intelligent beings. Perhaps the possibility of developing a human-like intelligence in artifacts passes through a learning process, an ability to empathize and to feel emotions and desires, to have needs, to suffer and enjoy, to die: at that point that the base is carbon or silicon has little importance.

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This small ‘detour’ is due to the fact that the prediction on the possible survival of the citysystem in the next decades passes also (and especially) through the technological development, in particular of what we call “artificial intelligence”: facing the challenges posed by the effects of climate change and the growing inequalities within all societies requires a development of technologies. And a rediscovery, or rather a reinvention of class conflict (a bit of what Karl Marx believed necessary).

Are we sure it’s our fault? About Anthropocene I am not entirely convinced by the proposal to call the era we are living in the ‘Anthropocene’ (which is still officially the ‘Holocene’): it reinforces the idea that everyone is to blame for the ills of society, and therefore that it is our fault if the world we live in is at risk. Without denying the responsibilities of each person, we must reiterate that they are not equal, that there are those who have more and those who have less, those who are part of the problem and those who are part of the solution. Even individual good practices, attention to the environment, separate waste collection, reducing the consumption of food of animal origin, limiting the use of fossil fuels, active solidarity, civic participation, have a meaning and are important only if they are accompanied by collective organization, by the fight against the real culprits (and not only because their guilt is much greater, morally and in terms of practical consequences, but because their goal is to appropriate even the efforts of individuals for the indefinite growth of profits and thus to reverse its meaning), by the rediscovery of the new dimension of the struggle between classes.

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Questo piccolo detour è dovuto al fatto che la previsione sulla possibile sopravvivenza del sistema-città nei prossimi decenni passa anche (e soprattutto) per lo sviluppo tecnologico, in particolare di quella che chiamiamo “intelligenza artificiale”: far fronte alle sfide che ci pongono gli effetti del cambiamento climatico e delle crescenti disuguaglianze interne a tutte le società richiede un sviluppo delle tecnologie. E una riscoperta, o meglio una reinvenzione del conflitto di classe (un po’ quel che credeva necessario Carlo Marx).

Siamo sicuri che è colpa nostra? A proposito di Antorpocene

Non mi convince del tutto la proposta di denominare Antropocene l’era che viviamo (che è ancora ufficialmente l’Olocene): ci rafforza nell’idea che la colpa dei mali della società è di tutti, quindi che è colpa nostra se il mondo in cui viviamo è a rischio. Senza negare le responsabilità di ciascuno, bisogna ribadire invece che esse non sono uguali, che c’è chi ne ha di più e chi ne ha di meno, chi è parte del problema e chi è parte della soluzione Anche le buone pratiche individuali, l’attenzione all’ambiente, la raccolta differenziata, la riduzione del consumo di cibo di origine animale, la limitazione dell’uso di combustibili fossili, la solidarietà attiva, la partecipazione civica, hanno un senso e sono importanti solo se sono accompagnati dal’organizzazione collettiva, dalla lotta contro i colpevoli veri (e non solo perché la loro colpa è molto più grande, moralmente e come conseguenze pratiche, ma perché il loro obiettivo è di appropriarsi anche degli sforzi degli individui per la crescita indefinita dei profitti e quindi per rovesciarne il senso), dalla riscoperta della nuova dimensione della lotta tra le classi.


Non è colpa tua, degli esseri umani nel loro insieme.

It is not your fault, of human beings as a whole.

Il sistema che ha una vera e grande influenza sull’ambiente è il sistema capitalistico: quindi il nome corretto dell’era in cui viviamo, diciamo aa partire dal XVIII secolo, dovrebbe essere “era del capitalismo”, ovvero Cefalocene (si potrebbe anche dire Capitalocene, ma è meglio forse evitare gli ibridi tra più lingue: in greco Il Capitale di Marx è To Κεφάλαιο, to Kefàlaio).

The system that has a real and great influence on the environment is the capitalist system: therefore the correct name of the era in which we live, let’s say since the eighteenth century, should be “era of capitalism”, or ‘Cephalocene’ (we could also say Capitalocene, but it is perhaps better to avoid hybrids between different languages: in Greek “The Capital” of Marx is To Κεφάλαιο, to Kefàlaio).

Caso mai sarebbe opportuno che il Cefalocene divenga un vero Antropocene, ovvero un’era della nostra specie tutta.

If anything, it would be appropriate for the Cephalocene to become a true Anthropocene, or an era of our entire species.

Anche se qui rischiamo di scivolare ancora. Alcuni millenni di dominio patriarcale rendono difficile un uso delle parole non sessista, ma forse il termine “essere umano” (che tuttavia già di suo ha una derivazione da homo), che in greco si rende con anthropos, può essere con cautela utilizzato per indicare tutta la nostra specie. Da anthropos abbiamo antropico, antropologia, filantropia e anche antropocene; ma per usarlo senza discriminare (troppo) dobbiamo dimenticare la sua parentela con anér e il fatto che è homo a indicare l’intera nostra specie; tuttavia la misantropia è la paura delle persone, che si può specializzare in misandria e misoginia; quindi forse l’era della nostra specie potrebbe essere chiamata con non troppi problemi Antropocene. Con queste cautele, a me non dispiacerebbe vivere in un vero Antropocene, in cui in prospettiva gli esseri umani rinuncino alla hybris che il modo di produzione capitalistico ha imposto alla nostra società: cosicché l’Antropocene futuro non sia solo centrato sulla nostra specie, insomma. Vaste programme. Teniamo a mente queste due cose: ne riparleremo quando parleremo del futuro di questo prodotto.

Although here we risk to slip again. Several millennia of patriarchal domination make it difficult to use words in a non-sexist way, but perhaps the term “human being” (which, however, already has a derivation from homo), which in Greek is ‘anthropos’, can be used with caution to indicate our entire species. From ‘anthropos’ we have anthropic, anthropology, philanthropy, and also anthropocene; but to use it without discriminating (too much) we must forget its kinship with ‘anér ‘and the fact that it is ‘homo’ to indicate our entire species; however, misanthropy is the fear of people, which can be specialized into misandry and misogyny; so perhaps the era of our species could be called Anthropocene with not too much trouble. With these cautions, I wouldn’t mind living in a real Anthropocene, where in perspective human beings give up the ‘hybris’ that the capitalist mode of production has imposed on our society: so that the future Anthropocene is not only centered on our species, in short. ‘Vaste Programme’. Let’s keep these two things in mind: we’ll talk about them again when we talk about the future of this product.

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The reasons for the product Secondly, I would like to justify this “product”: who is it for and what is it for? First, I want to say what kind of product it is. First of all, it is incomplete and idiosyncratic, as it is easy to see by going through the index and scrolling down the list of Authors. It comes about because a small course I was supposed to teach at the Architecture and Environment PhD had to be rescheduled due to Covid-19 syndemic. I could have done the course remotely. But perhaps it would not have been particularly useful. Obviously so-called DAD (distance learning) has been necessary in universities and schools for emergency, just as obviously it can be useful in normal situations. But for this it has to be something more and different from the mere reproduction of frontal lectures; nothing against frontal lectures and nothing against distance lectures, when you can’t do without them (‘faute de mieux’), but the latter lose a lot: those who teach know that it is difficult to do it well if you don’t look at the people listening to you (and often this is true also for conferences and seminars). But I thought it would be more useful to try a different operation. These communications are born in the midst of a syndemic. This “product” talks little about this event, but it is permeated by it. I asked a few people (there were more, some did not accept for various reasons, but I trust to recover them in other “products”) to prepare a short speech, with very few other constraints on the format. They were to address topics that were within their expertise and related to their research activities.

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Le ragioni del prodotto

In secondo luogo vorrei giustificare questo “prodotto”: a chi e a cosa serve? Intanto voglio dire che prodotto è. In primo luogo è incompleto e idiosincratico, come è facile constatare percorrendo l’indice e scorrendo l’elenco degli Autori. Nasce perché un piccolo corso che dovevo tenere al Dottorato Architettura e Ambiente ha dovuto essere riprogrammato a causa della sindemia di Covid-19. Avrei potuto fare il corso a distanza. Ma forse non sarebbe stato particolarmente utile. Ovviamente la cosiddetta DAD è stata necessaria nelle Università e nelle scuole per l’emergenza, altrettanto ovviamente può essere utile anche in situazioni normali. Ma per questo deve essere qualcosa di più e di diverso dalla mera riproduzione di lezioni frontali; nulla contro le lezioni frontali e nulla contro le lezioni frontali a distanza, quando non se ne può fare a meno (faute de mieux), ma quest’ultime perdono molto: chi insegna sa che è difficile farlo bene se non guardi le persone che ti ascoltano (e spesso questo vale anche per conferenze e seminari). Ma ho pensato che fosse più utile tentare un’operazione diversa. Queste comunicazioni nascono in piena sindemia. Questo “prodotto” parla poco di questo evento, ma ne è permeato. Ho chiesto a un po’ di persone (erano di più, alcune non hanno accettato per diverse ragioni, ma confido di recuperarle in altri “prodotti”) di preparare un breve intervento, con pochissimi altri vincoli sul formato. Dovevano affrontare temi che erano di loro competenza e che erano legati alle loro attività di ricerca.


Il mio piccolo corso era rivolto a dottorandi di un dottorato interdisciplinare, quello di Architettura e Ambiente nel Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica (DADU) dell’Università di Sassari. I dottorati interdisciplinari lo sono per amore o per forza, a volte solo per amore (ma servono Università grandi) o solo per forza, non raramente per amore e per forza. Questo dottorato deriva da un dottorato che era interdisciplinare per amore e che se ha dovuto forzarsi a cambiare nome e a ampliare il suo areale, lo ha fatto per passione e con convinzione. La nostra curatrice Nađa Beretić, che l’ha frequentato, ci racconta qualcosa di questo nella sua prefazione. Ma i dottorati interdisciplinari pongono diversi problemi che, se non vengono affrontati, impediscono di cogliere le opportunità. Uno di questi è che studenti provenienti da lauree diverse e con temi di ricerca su discipline diverse hanno difficoltà a interagire, a parlare, a capirsi. E se per fornire le basi possono bastare dei buoni manuali, per capire le sfide che le discipline devono affrontare e le direzioni che le ricerche prendono e le questioni che esplorano serve vedere gli “esperti” al lavoro, sentire da loro cosa succede. Per la disciplina dell’Urbanistica è quel che ho voluto cominciare a fare. Tenete presente che già l’Urbanistica è un disciplina composita, al crocevia di molte discipline. Come era inevitabile ho potuto affrontare solo pochi dei temi rilevanti e altrettanto inevitabilmente ho pensato a quelli a me più vicini. Gli interventi hanno avuto un piccolo, ma amorevole e competente, lavoro di post-produzione e mi paiono, nel loro insieme e singolarmente, interessanti e utili.

My small course was aimed at doctoral students in an interdisciplinary doctoral program, that of Architecture and Environment in the Department of Architecture, Design and Urbanism (DADU) at the University of Sassari. Interdisciplinary PhDs are so by love or by force, sometimes just by love (but you need big universities) or just by force, not infrequently by love and force. This PhD comes from a doctorate that used to be interdisciplinary by love, and if it had to force itself to change its name and expand its range, it did so by passion and conviction. Our curator Nađa Beretić, who attended it, tells us something about this in her preface. But interdisciplinary doctorates pose several problems that, if not addressed, prevent opportunities from being seized. One is that students from different degrees and with research topics in different disciplines have difficulty interacting, talking, and understanding each other. And while good textbooks can provide the basics, to understand the challenges that disciplines face and the directions that research takes and the issues that it explores, you need to see the “experts” at work, to hear from them what is going on. For the discipline of Urban Planning, that is what I wanted to start doing. Keep in mind that Urban Planning is already a composite discipline, at the crossroads of many disciplines. As it was inevitable, I have been able to address only a few of the relevant issues and equally inevitably, I have thought about those closest to me. The contributions have had a small, but loving and competent, work of post-production and seem to me, as a whole and individually, interesting and useful.

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The future of the product As I said, I had invited other colleagues, others I had in mind, and others came to mind as I went along. Up to now (with one exception, that of the historian Antonio Brusa) only colleagues working in the field of Urban Planning and Architecture have contributed (even if, among them, we have 5 architects, 2 urban planners, 2 engineers, 1 geographer, 1 physicist and 1 jurist; I have not considered the double degrees and I am not forgetting the fact that for the last two the training is very remote in time and that perhaps we can rightly count them - not only for academic affiliation - among the urban planners). But I’m thinking of going further: as I was saying, I’d like to think of other more thematic “volumes”; at least three, I would say. One on the new technologies for the future of the city, but I would like to do it - as I said - from the point of view of the perspectives, even bold ones, of the so-called Artificial Intelligence, also taking into account the ethical questions that it will (inevitably) pose to us. One on the spatial injustice in cities and on the ambivalence of good architecture and good urban planning; not a few architects and urban planners think about this and make it a reason for their work (not only street architects, but also successful professionals, as we have seen in some Pritzker prizes, including the very recent one of Lacaton and Vassalle), but there is much to think about and there are many successes and defeats. One on territorial imbalances, on depopulation and on policies for internal areas: spatial injustice is also that between city and countryside, between areas in development and areas in regression; it is not that everyone necessarily has to go at the same speed, but accelerated imbalances, not governed, are highly unsustainable and dangerous. As I think, other themes come to mind, but I would like to be cautious.

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Il futuro del prodotto

Come dicevo avevo invitato altre colleghe e altri colleghi, altre ne avevo in mente, altre mi sono venute in mente man mano. Sinora hanno contribuito (con un’unica eccezione, quello del storico Antonio Brusa) solo colleghe e colleghi che operano nel campo dell’Urbanistica e dell’Architettura (anche se, tra questi, come formazione abbiamo 5 architetti, 2 urbanisti, 2 ingegneri, 1 geografo, 1 fisico e 1 giurista; non ho considerato le doppie lauree e non dimentico il fatto che per gli ultimi due la formazione è assai remota nel tempo e che forse più a buon diritto li possiamo annoverare - non solo per appartenenza accademica - tra gli urbanisti). Ma sto pensando ad andare oltre: come dicevo vorrei pensare ad altri “volumi” più tematici; almeno tre direi. Uno sulle nuove tecnologie per il futuro della città, ma piacerebbe farlo - come dicevo - nell’ottica delle prospettive, anche audaci della cosiddetta Intelligenza Artificiale, anche tenendo conto delle questioni etiche che (inevitabilmente) ci porrà. Uno sull’ingiustizia spaziale nelle città e sulle ambivalenze della buona architettura e della buona urbanistica; non pochi architetti e urbanisti ci pensano e ne fanno una ragione del loro lavoro (non solo architetti di strada, ma anche professionisti di successo (come abbiamo visto in alcuni premi Pritzker, tra cui quello recentissimo di Lacaton e Vassalle), ma c’è molto da riflettere e molte sono i successi e le sconfitte. Uno sugli squilibri territoriali, sullo spopolamento e sulle politiche per le aree interne: l’ingiustizia spaziale è anche quella tra città e campagna, tra aree in sviluppo e aree in regresso; non è che necessariamente tutti debbano andare stessa velocità, ma gli squilibri accelerati, non governati, sono altamente insostenibili e pericolosi. Man mano che penso, mi vengono in mente altri temi, ma vorrei essere prudente.


I meriti del prodotto

The merits of the product

Nađa Beretić ha preso in mano la curatela dell’opera trasformando una serie di interventi in un prodotto finito.

Nađa Beretić took over the editing of the work, transforming a series of interventions into a finished product.

Io l’ho pensato; ma il collega Vincenzo Pascucci, coordinatore del dottorato Architettura e Ambiente ha sostenuto in modo convinto questa idea, anche finanziariamente.

Adriana Perra ha fatto il montaggio e la postproduzione, con competenza e gusto e sopportando la disorganizzazione che mi è propria. Le amiche e gli amici che hanno preparato il loro contributo, tutte persone che conosco da anni (non pochi sono state mie allieve e uno mio allievo) e che oltre ad essere eccellenti ricercatrici sono anche brave persone a tutto tempo (nel mondo accademico è abbastanza raro, ma non è rarissimo). Nessuno se ne avrà a male se tra loro segnalo soltanto il “decano” dell’opera: Francesco Indovina è ancora in prima linea e propone sempre idee e riflessioni stimolanti e mai banali: devo dire che quasi sempre sono d’accordo con lui, ma qualche volta no e i dissensi non sono su questioni marginali; se non lo conoscete vi raccomando il suo blog Felicità futura (http://felicitafutura.blogspot.com/) o fatevi inserire nella sua mailing list. Mi smentisco e vi segnalo anche il blog di Oriol Nel.lo (http://oriolnello.blogspot.com/) e di Ivan Blečić (http:// memesumeme.blogspot.com/) e i siti di riferimento per Nađa Beretić & Zoran Đukanović (https://www.publicartpublicspace.org/), per Antonio Brusa (http://www. historialudens.it/), per Zaida Muxi (https://blogfundacion. arquia.es/author/zaida/) e per Valentina Talu (https:// tamalaca.com/). Per ultimo ringrazio due soggetti collettivi:

I thought so, but my colleague Vincenzo Pascucci, coordinator of the Architecture and Environment doctorate, supported this idea in a decisive way, also financially.

Adriana Perra did the editing and post-production, with competence and gusto, bearing the disorganization that is typical of me. The friends who prepared their contributions, all people I’ve known for years (quite a few have been my students) and who, besides being excellent researchers, are also good people all round (in the academic world this is quite rare, but not at all). No one will be offended if among them I point out only the “dean” of the work: Francesco Indovina is still in the forefront and always proposes stimulating and never banal ideas and reflections: I must say that almost always I agree with him, but sometimes I don’t and the disagreements are not on marginal issues; if you don’t know him I recommend his blog Felicità futura (Future Happiness) (http://felicitafutura.blogspot.com/) or let yourself be included in his mailing list. I also recommend Oriol Nel.lo’s blog (http://

oriolnello.blogspot.com/) and Ivan Blečić’s blog

(http://memesumeme.blogspot.com/) and the reference sites for Nađa Beretić & Zoran Đukanović (https://www.publicart-publicspace.org/), for

Antonio Brusa (http://www.historialudens.it/),

for Zaida Muxi (https://blogfundacion.arquia.es/ author/zaida/) and for Valentina Talu (https:// tamalaca.com/).

Lastly, I would like to thank two collective subjects:

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‘Tamalacà’ (https://tamalaca.com/), a spin-off company supported by the University of Sassari (originating from a research group at DADU) whose mission is to “develop innovative projects, services and tools to improve the quality of life and promote the urban rights of all inhabitants, starting with the people and groups who have less”, which has made its editorial line “Tutta mia la città” (Whole city is mine) available to the project.

Tamalacà (https://tamalaca.com/), un’impresa spin-off sostenuta dall’Università di Sassari (che origina da un gruppo di ricerca del DADU) che ha come missione quella di “sviluppare progetti, servizi e strumenti innovativi per migliorare la qualità della vita e promuovere i diritti urbani di tutti gli abitanti, a partire dalle persone e dai gruppi che ne hanno meno”, che ha messo a disposizione del progetto la sua linea editoriale “Tutta mia la città”.

‘AC/DC Collective Action for the Right to the City’

AC/DC Azione Collettiva per il Diritto alla Città (https:// associazioneacdc.blogspot.com/), un’Associazione di Promozione Sociale appena fondata di cui è Presidente Valeria Saiu e di cui sono soci diversi dei contributori di questo prodotto.

(https://associazioneacdc.blogspot.com/), a newly founded Social Promotion Association whose President is Valeria Saiu and of which several of the contributors to this product are members. I like to conclude with what the premise of the Association AC/DC’ founding act says: “At the time of the establishment of this Association, the whole planet is experiencing the serious consequences of an epidemic that for the first time in history is affecting a world where most people live in cities, so much so that it can be defined as an “urban planet”. The consequences of this epidemic are not the same for everyone; they are more serious for the most fragile and disadvantaged people in terms of health, economic and work conditions. There is empirical evidence, in fact, that the extent and severity of the contagion and its effects are linked to the possibility of leading a healthy life, as well as defending oneself and fighting the disease also through the access to those facilities and services that in the urban context can be summarized as the “right to the city”. Going beyond the first theoretical formulation proposed by Lefebvre at the beginning of the Seventies (“The right to the city is the possibility for everyone, to enjoy the goods constituted by the urban organization of the territory, and the equal possibility for everyone to participate at the decisions above the transformations”), the right to the city today also takes on an institutional form and a strong operational value; it is

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Mi piace concludere con quanto dice la premessa dell’atto costituivo dell’Associazione: “Al momento della costituzione di questa Associazione tutto il pianeta sta vivendo le gravi conseguenze di un’epidemia che per la prima volta nella storia colpisce un mondo in cui la maggior parte delle persone vive in città, tanto da poter essere definito un “pianeta urbano”. Le conseguenze di questa epidemia non sono uguali per tutte e tutti, sono più gravi per le persone più fragili e svantaggiate per condizioni di salute, economiche e lavorative. Vi sono evidenze empiriche, infatti, che l’estensione e la gravità del contagio e dei suoi effetti sono legate alla possibilità di condurre una vita sana, nonché di difendersi e contrastare la malattia anche attraverso l’accesso a quelle dotazioni e servizi che nell’ambito urbano possono essere sintetizzati come “diritto alla città”. Andando oltre la prima formulazione teorica proposta da Lefebvre agli inizi degli anni Settanta (“II diritto alla città è la possibilità, per tutti, di fruire dei beni costituiti dall’organizzazione urbana del territorio, e uguale possibilità, per tutti, di partecipare alle decisioni sulle trasformazioni”), il diritto alla città assume oggi anche una veste istituzionale e un forte valore operativo; è considerato all’interno della Nuova Agenda Urbana delle Nazioni


Unite come “un nuovo paradigma per lo sviluppo urbano” fondato su tre pilastri: giustizia ambientale e spaziale, partecipazione effettiva, diversità sociale, economica e culturale. Il diritto alla città rappresenta un elemento costitutivo e imprescindibile della democrazia e una componente essenziale dei diritti della persona (la libertà, l’eguaglianza e la fraternità) attraverso cui è possibile ripensare le città e più in generale i sistemi insediativi e ambientali. Il diritto alla città, infatti, per come lo intendiamo, va interpretato in chiave sistemica, considerando ogni elemento del territorio come parte di un complesso e articolato ambiente di vita. È proprio la rottura di questo equilibrio a generare le contraddizioni e gli squilibri da cui si originano eventi come quello pandemico attuale. La pandemia, nella sua gravità ed estensione, non è infatti l’unica minaccia cui far fronte: storicamente molto di frequente è stata la combinazione di crisi ambientali di lungo periodo, catastrofi puntuali, diseguaglianze a produrre il collasso di molte civiltà. Il perseguimento del diritto alla città tiene conto di tutti questi fattori e consente a una società non solo di sopravvivere, ma anche di evolvere e prosperare. Per queste ragioni un gruppo di cittadine e cittadini danno vita a un’Associazione di iniziativa culturale denominata Azione Collettiva per il Diritto alla Città (AC/DC) con lo scopo di promuovere o sostenere le azioni e le esperienze di conquista e di estensione del diritto alla città in tutte le forme.” Io la penso esattamente così.

considered within the New Urban Agenda of the United Nations as “a new paradigm for urban development” based on three pillars: environmental and spatial justice, effective participation, social, economic and cultural diversity. The right to the city represents a constitutive and essential element of democracy and an essential component of personal rights (freedom, equality and fraternity) through which it is possible to rethink cities and, more generally, settlement and environmental systems. The right to the city, in fact, as we understand it, should be interpreted in a systemic way, considering each element of the territory as part of a complex and articulated living environment. It is precisely the breakdown of this balance that generates the contradictions and imbalances from which events such as the current pandemic originate. The pandemic, in its severity and extension, is not in fact the only threat to be faced: historically, it has very frequently been the combination of long-term environmental crises, punctual catastrophes and inequalities that have produced the collapse of many civilizations. The pursuit of the right to the city takes all these factors into account and allows a society not only to survive, but also to evolve and prosper. For these reasons, a group of citizens give life to an Association of cultural initiative called Collective Action for the Right to the City (AC/DC) with the purpose of promoting or supporting actions and experiences of conquest and extension of the right to the city in all forms.” I feel exactly that way.

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Introduzione / Introduction by Nađa Beretić

Nađa Beretić, architetto paesaggista e urbanista, Università di Sassari, DADU e Public art & Public space PaPs, Facoltà di Architettura, Università di Belgrado

Nađa Beretić, Landscape Architect and Urbanist, University of Sassari, DADU and Public art & Public space - PaPs, Faculty of Architecture, University of Belgrade:

e-mail: nberetic@uniss.it


Multi-disciplinarietà, Inter-disciplinarietà e Trans-disciplinarietà Questa pubblicazione vuol mostrare quanto siano eterogenei gli approcci disciplinari e tematici alla pianificazione urbana per favorire la comunicazione tra i dottorandi.

Come disciplina composita, l’urbanistica è una miscela per definizione. Allo stesso modo, i nostri autori hanno un background disciplinare eterogeneo. Come ha già detto Bibo Cecchini, gli autori di questa pubblicazione includono cinque architetti, due urbanisti, due ingegneri, un geografo, un fisico, un giurista e un filosofo (senza considerare i doppi titoli). Come ha detto Bibo Cecchini, la composizione di questa pubblicazione è “incompleta e idiosincratica”. Non vorrei nemmeno discutere la sua incompletezza. L’idiosincrasia invece, credo, è necessaria per la ricerca urbana. Tra i vari significati, l’idiosincrasia è un modo di pensare e di esprimersi inerente a una comunità (Webster’s New World College Dictionary, 4th Edition, 2010). La definizione è adeguata per questa pubblicazione, se definiamo l’urbanistica come il campo comune dei nostri autori. Tutti i contributi degli autori riguardano la città, la vita quotidiana e il ruolo dell’urbanistica nella creazione di un futuro migliore per tutti. Inoltre, tutti i contributi sono ricerche urbane interdisciplinari perché comunicano una comprensione della città che deriva da un background personale invece di dare una semplice prospettiva disciplinare dei punti di vista sulla città. Tuttavia, forse una definizione più adatta di idiosincrasia sarebbe la sensibilità intrinseca a qualcosa o la caratteristica di qualcuno di rispondere a qualche irritazione/ stimolazione (Cambridge Advanced Learner’s Dictionary & Thesaurus, on line). Bibo Cecchini ha spiegato che ha chiesto agli autori di parlare delle loro attività di ricerca, lasciando loro una libertà quasi totale: la limitazione della libertà avrebbe potuto portare a temi, stili, lunghezze o

Multi-disciplinary, interdisciplinary, and transdisciplinary This publication aims to communicate the heterogeneous disciplinary and thematic approaches to urban planning in order to enhance the communication amongst the PhD students. As a composite ‘discipline’, urban planning is a mixture by its definition. Likewise, our authors come from a heterogeneous background. As per Bibo Cecchini, the authors in this publication include five architects, two urban planners, two engineers, one geographer, one physicist, one jurist and one philosopher (without considering the double degrees). As Bibo Cecchini said, the composition of this publication is “incomplete and idiosyncratic”. I would not even dare to discuss the incompleteness of this publication. Idiosyncrasy, I believe, is necessary for urban research. Even though it has various meanings, for us idiosyncrasy can be defined as a way of thinking and expressing the inherent in community (Webster’s New World College Dictionary, 4th Edition, 2010). That definition is appropriate for this publication if we define urban planning as a field our authors share. All the authors’ contributions are about the city, everyday life and the role of urban planning in creating a better future for everyone. Explaining different ways of understanding the city as a complex system, all contributions are interdisciplinary. Instead of providing simple disciplinary perspectives, the authors included personal background in the approach to urban research. However, maybe a more suitable definition of idiosyncrasy would be that it is an inherent sensitivity to something, or someone’s characteristic to respond to some irritation/stimulation (Cambridge Advanced Learner’s Dictionary & Thesaurus, online). Bibo Cecchini asked authors to

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speak about their research activities, giving them almost complete freedom to express. Restriction of ‘freedom’ could have resulted in more similar themes, styles, lengths, or approaches. However unusual this format may be, perspective-taking is inevitable in urban planning, and it will not or should not matter when it comes to academic restrictions. Correspondingly, the topics and approaches of authors convey their core passions and communicate some of the possible differences in urban research. The differences correspond to the number of languages and concepts used by authors to express each point of view. This publication is dedicated to the PhD students in Alghero, and they come from various disciplinary backgrounds. This publication can have educational value for interdisciplinary research as it simultaneously offers a common basis and diverse approaches in urban research. Hopefully, it will inspire students to cross the threshold of their disciplinary boundaries. This short introduction additionaly aims to illustrate the evolution and the mixed disciplinary character of the PhD course in Architecture and Environment at the Department of Architecture, Design and Urban Planning (DADU) at the University of Sassari, Italy. “All science should be scholarly, but not all scholarship can be rigorously scientific. ... The ‘terrae incognitae’ of the periphery contain fertile ground awaiting cultivation with the tools and in the spirit of the humanities.” (Wright J.K., in Tuan, 1974/1990: 1). Although Tuan spoke about theories of place, I believe that the same is true for urban planning. Urban planning interacts with more or less fertile land, envisioning, anticipating, and “cultivating” a better quality of life, and future for people. Instead of being a discipline, urban planning has drawn on other foundation disciplines (Grant, 1999). This position in-between humanities and sciences is essential for education and practice in urban planning.

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approcci più simili. Per quanto insolito possa essere questo formato, la presa di posizione, la scelta di una prospettiva è inevitabile nella pianificazione urbana, e non cambierà o non dovrebbe cambiare a prescindere dalle restrizioni accademiche. Così, i temi e gli approcci degli autori trasmettono le loro passioni principali e comunicano alcune delle possibili differenze nella ricerca urbana. I contributi differenziati corrispondono al numero di linguaggi e concetti utilizzati dagli autori per esprimere il loro punto di vista. I dottorandi di Alghero, a cui è dedicata questa pubblicazione, hanno diversi background disciplinari. Offrendo contemporaneamente una base comune e diversi approcci nella ricerca urbana, questa pubblicazione può avere un alto valore educativo per la ricerca interdisciplinare. Si spera che possa ispirare gli studenti a varcare la soglia dei loro confini disciplinari. Questa breve introduzione ha anche lo scopo di illustrare l’evoluzione e il carattere disciplinare misto del corso di dottorato in Architettura e Ambiente presso il Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica (DADU) dell’Università di Sassari, Italia. “Tutta la scienza dovrebbe essere erudita, ma non tutta la erudizione può essere rigorosamente scientifica. ... Le terrae incognitae della periferia contengono un terreno fertile che attende di essere coltivato con gli strumenti e nello spirito delle scienze umane.” (Wright J.K., in Tuan, 1974/1990: 1). Anche se Tuan parla qui di “teorie del luogo”, quel che dice vale anche la pianificazione urbana, credo. L’urbanistica interagisce con questo “terreno fertile”, immaginando e “coltivando” una migliore qualità della vita e del futuro delle persone. Un elemento fondamentale per la formazione e la pratica dell’urbanistica è che invece di essere semplicemente una disciplina, essa ha attinto ad altre discipline di base (Grant, 1999). Così, l’urbanistica è a metà strada tra le scienze umane e le scienze dure.


Risulta quindi che il carattere interdisciplinare è l’unica possibilità logica per la pianificazione urbana. Ciononostante alcuni considerano questa base interdisciplinare come una debolezza proprio perché la pianificazione urbana ha bisogno della conoscenza di altre discipline; sostengono che questo rende difficile sapere cosa appartiene precisamente all’urbanistica. Allo stesso tempo, l’accademia contemporanea, almeno in Italia, richiede e impone una classificazione delle discipline e degli studiosi in settori scientifici (concorsuali o disciplinari). Mentre alcuni vedono la base interdisciplinare come una debolezza, altri la vedono come un punto di forza fondamentale. Infatti, l’interdisciplinarietà è da alcuni considerata una virtù, operativamente impegnativa e intellettualmente stimolante (Davoudi, 2018). Avendo conseguito due diversi MSc. in Architettura del paesaggio e Urbanistica, credo profondamente nell’importanza della formazione interdisciplinare. Qui uso il termine interdisciplinare, ma vorrei provare a fare una chiara distinzione tra i tre termini talvolta usati in modo intercambiabile. Questi termini sono: multi-disciplinare, inter-disciplinare e trans-disciplinare. Un approccio multidisciplinare significa che varie discipline interagiscono e coesistono, ma ognuna lavora indipendentemente e principalmente con i propri strumenti e metodi (Hunt & Shackley, 1999). Quindi, probabilmente usare la parola multidisciplinare sarebbe tecnicamente il modo più corretto di parlare di studenti di uno stesso dottorato articolato su discipline diverse. L’interdisciplinarità implica la sovrapposizione di spazi tra le discipline per costruire nuove conoscenze (Sands, 1993). Con questo approccio, la nostra conoscenza si integra e si modifica con altre prospettive disciplinari. In alcuni casi, questa interdisciplinarità è presente nei corsi di dottorato, e la trovo desiderabile per la pianificazione urbana che richiede una prospettiva complessa.

It seems that interdisciplinary character is the only logical possibility of urban planning. Yet, some consider the interdisciplinary basis as a weakness precisely because urban planning relies on knowledge of other disciplines. They argue that this makes it difficult to know what exactly belongs to urban planning while the contemporary academy requires a classification of people in the scientific sectors. At the same time, others see it as a key strength. Indeed, interdisciplinarity is now considered a virtue, operationally demanding and intellectually challenging (Davoudi, 2018). Having MSc. degrees in both landscape architecture and urban planning, I firmly believe in the importance of interdisciplinary education. I used the term interdisciplinary, and I would like to make a clear distinction between the three terms often used interchangeably. These terms include multidisciplinary, interdisciplinary, and transdisciplinary. A multi-disciplinary approach means that various disciplines interact and co-exist, but each working independently and primarily with their own tools and methods (Hunt and Shackley, 1999). Therefore, multidisciplinary education would sound technically most correct when talking about doctoral students of the same cycle. An interdisciplinary approach implies the spaces between disciplines in which new knowledge builds (Sands, 1993) - our knowledge integrates and modifies by gaining knowledge in other disciplinary perspectives. In some cases, PhD course use an interdisciplinary approach that is particularly desirable for urban planning education, which requires a complex perspective. The trans-disciplinarily approach is the highest possible mix of knowledge in which different disciplines intersect, problematize and challenge each other (Sands, 1993), making traditional disciplinary boundaries disappear.

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This is the reason why I decided to illustrate the disciplinary diversity in the evolution of the PhD School in Alghero.

Facts The processed data refer to the period between 2003-2018, which corresponds to the national PhD system of cycles from XIX to XXXIV. Academic years are referent to the date of inscription in the PhD school in Architecture and Environment at DADU. Initially, the PhD school was entitled the Environmental Project of Space, and the first two generations (XIX and XX cycle) obtained this doctorate. The PhD school was named Architecture and Urban Planning from XXI to XXVIII cycle. Successively, from the XXIX cycle, the school has changed the name to Architecture and Environment. The selected period includes students who have completed a doctoral school until the XXXIX cycle. Although the PhD candidates from the XXXIV have not yet discussed their PhD thesis, they have completed all the steps required during the three years of the PhD course. Therefore, they are included in this research. This involves data of 75 people in total. The elaboration might contain minor flaws in data accuracy because available data on the web page are insufficient for this research. In some cases, PhD candidates were contacted personally in order to gather the information, but not all the contacts were possible to find. Another cause for minor flaws occurrence might be the gap between master/magisterial degrees and the classification of scientific sectors. This gap appears because master courses differ from one to another due to the specific program.

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L’approccio transdisciplinare è il massimo mix possibile: in esso le diverse discipline si intersecano, si problematizzano e si sfidano a vicenda (Sands, 1993), facendo scomparire i tradizionali confini disciplinari. Cercherò di illustrare la varietà disciplinare nell’evoluzione della Scuola di Dottorato di Alghero.

Fatti

I dati elaborati si riferiscono al periodo 2003-2018, che corrisponde al sistema nazionale di dottorato dei cicli dal XIX al XXXIV. Gli anni accademici si riferiscono alla data di iscrizione alla scuola di dottorato in Architettura e Ambiente del DADU, che ha cambiato nome nel tempo. Inizialmente, la scuola di dottorato era intitolata Progetto Ambientale dello Spazio, e le prime due generazioni (XIX e XX ciclo) hanno ottenuto questo dottorato. La scuola di dottorato è stata chiamata Architettura e Pianificazione dal XXI al XXVIII ciclo. Successivamente, dal XXIX ciclo, la scuola ha cambiato nome in Architettura e Ambiente. Il periodo selezionato include studenti che hanno completato la scuola di dottorato fino al XXXIV ciclo. Anche se i dottorandi del XXXIV non hanno ancora discusso la loro tesi di dottorato, hanno completato tutti i passi richiesti durante i tre anni del corso di dottorato quindi, inclusi nella ricerca. In totale, si tratta dei dati di 75 persone. L’elaborazione potrebbe contenere piccoli difetti nell’accuratezza dei dati perché i dati disponibili sulla pagina web sono insufficienti per questa ricerca. Così, in alcuni casi, i dottorandi sono stati contattati personalmente per raccogliere le informazioni, ma non è stato possibile contattare tutti. Un’altra causa del verificarsi di piccoli difetti potrebbe essere il divario tra i diplomi di master/ laurea magistrale e la classificazione dei settori scientifici o delle classi di laurea, perché i corsi di master o laurea magistrale differiscono da uno all’altro a causa del programma specifico.


Inoltre, i laureati possono avere diverse conoscenze di base; per esempio, si può ottenere un master o una laurea magistrale in architettura del paesaggio alla facoltà di architettura, agraria o forestale. Per esperienza personale, anche se la laurea ottenuta porta lo stesso titolo o un titolo simile, le conoscenze di base, gli strumenti e i metodi differiscono notevolmente a causa della scuola e del programma. Inoltre, quasi ogni ciclo del corso di dottorato ad Alghero ha iscritto almeno uno studente straniero, e i loro sistemi nazionali potrebbero avere diverse classificazioni dei settori disciplinari e delle classi di laurea. Comunque, tutti i possibili errori minori nella raccolta dei dati non hanno un’influenza significativa sui risultati e sulla discussione. I risultati hanno mostrato che il 77,33% degli studenti che entrano nel dottorato ha una laurea riguardante i settori disciplinari inclusi nell’area 08a Ingegneria Civile e Architettura. Tra questi, il 56% ha un riferimento alle lauree che si possono ottenere al DADU: architettura (73.81%), urbanistica (21.43%) e design (7.76%); per essi. Più del 26% del totale dei dottorandi si è laureato alla DADU, con un rapporto tra studenti di architettura e urbanistica di 65 a 35. Più del 17% proviene dalla Facoltà di Ingegneria e Architettura dell’Università di Cagliari, e quasi tutti sono ingegneri dell’ambiente e del territorio o ingegneri civili-edili. Quindi, meno della metà dei dottorandi proviene dalle Università sarde. Possiamo vedere che la maggior parte di questi studenti (che in totale, lo ripetiamo sono quasi 8 su 10) non sono urbanisti, quindi, potrebbero non avere familiarità con la comprensione della città come un sistema complesso. Tuttavia, questa presunzione potrebbe essere ambigua a seconda di numerosi fattori.

Degree holders can have different background knowledge; for example, from personal experience, one can obtain a master in landscape architecture at the faculty of architecture, agriculture, or forestry. Although the degree obtained bears the same or similar title, basic knowledge, tools and methods differ significantly due to the school/department/ faculty and programme. Moreover, almost every cycle of the PhD course in Alghero enrolled at least one international student, and their national systems might have different classifications of disciplinary sectors. However, all possible minor errors in collecting data have no significant influence on the results and the discussion. Results showed 77.33% of the student entering the PhD had a degree concerning the disciplinary sectors included in area 08a Civil Engineering and Architecture. Amongst them, 56% with a disciplinary reference to the degrees, which one can obtain at DADU: architecture (73.81%), urbanism (21.43%), and design (7.76%). More than 26% of the total number of PhD students graduated at DADU, with the ratio of 65 to 35% amongst students in architecture and urbanism. More than 17% came from the Faculty of Engineering and Architecture, University of Cagliari, and almost all of them are Engineers in Environment and Territory or Civil-Construction Engineers. Thus, less than half of PhD students come from Sardinian schools. We can see that the majority of the students are not urbanist (which, in total, are almost 8 out of 10) and might not be familiar with understanding the city as a complex system. However, this presumption might be ambiguous depending on numerous factors.

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Above all, we can discuss whether understanding the city depends on a degree or a program. In this sense, more research about master programs that students obtained before enrolling in a PhD course is needed. Other times, some organisational circumstances may facilitate closer collaboration amongst students who attend different courses. For example, in the case of Alghero, the small size of the Department might be an additional advantage. Students are in a physically smaller space, sharing information and meeting more often during breaks or preparation for class. They can attend the same elective subjects, conferences, summer schools, etc. It all allows students a greater familiarisation with each other, with research topics, and with a range of professionals - including regular and visiting professors and non-academic experts. Thus, students have the opportunity to “contaminate” their professional languages, ways of communication and collaboration even before enrolling on the PhD. Yet, no matter the circumstances, this “contamination” is not an easy task until one chooses to be contaminated. The remaining 22.67% are diplomas in natural (12.00%) and human (10.67%) sciences. Within the mixed degrees in natural sciences, the highest percentage belongs to biology and agriculture. These disciplinary fields have an equal share and make 66.67% of the total number concerning natural sciences. In the context of humanities, diplomas in philosophy are predominant, with a share of 50.00%, and the following are diplomas in archaeology (25.00%). Observing professional representation over time, we can see changes in the trend. In the first generation (XIX cycle), all degrees of access bordered on Urbanism - e.i. Engineers of architecture and territory (66.67%), and civil engineers. The varied disciplines at the PhD course first appeared with the second generation. Architects accounted for 42.86%, which in total was the same as the presence of engineers and landscape architects. Philosophers

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Soprattutto, possiamo discutere se la comprensione della città dipende da una laurea o da un programma. In questo senso, è sarebbe necessaria una maggiore ricerca sui programmi dei master o delle lauree magistrali e triennali che gli studenti hanno ottenuto prima di iscriversi al corso di dottorato. Altre volte, alcune circostanze organizzative possono facilitare una più stretta collaborazione tra studenti di corsi diversi. Per esempio, nel caso di Alghero, le piccole dimensioni del Dipartimento potrebbero essere un ulteriore vantaggio. Gli studenti si trovano in uno spazio fisicamente più piccolo, condividono informazioni e si incontrano più spesso durante le pause o la preparazione delle lezioni. Inoltre, possono frequentare le stesse materie elettive, conferenze, scuole estive, ecc. Tutto ciò permette agli studenti una maggiore familiarità tra loro e l’incontro con una serie di professionisti, tra cui professori regolari e in visita ed esperti non accademici. Così, gli studenti hanno l’opportunità di ‘contaminare’ i loro linguaggi professionali, i modi di comunicazione e di collaborazione ancor prima di iscriversi al dottorato. Eppure, a prescindere dalle circostanze, questa ‘contaminazione’ non è un compito facile soprattutto finché non si sceglie di essere contaminati. Il restante 22,67% sono diplomi in scienze naturali (12,00%) e umane (10,67%). All’interno dei diplomi misti in scienze naturali, la percentuale più alta appartiene ai campi della biologia e dell’agraria che hanno una quota uguale e costituiscono i due terzi del numero totale riguardante le scienze naturali. Nel contesto delle scienze umane, i diplomi in filosofia sono predominanti, con una quota della metà e seguono con un quarto diplomi in archeologia. Osservando la rappresentanza professionale nel tempo, possiamo vedere dei cambiamenti di tendenza. Nella prima generazione (XIX ciclo), tutte le lauree di accesso provenivano dai settori ai confini con l’Urbanistica - ad esempio Ingegneri ambientali e ingegneri civili. Nella seconda generazione gli architetti rappresentavano il 42,86%, la stessa quota degli ingegneri e degli architetti


del paesaggio. I filosofi erano il 14,29%. Nella terza generazione (XII ciclo), gli architetti e gli ingegneri erano equamente distribuiti (80,00% combinato). In questo ciclo, i primi designer si sono iscritti al corso di dottorato. Il numero di architetti e archeologi era equivalente nella generazione successiva. Il numero di architetti predominò (66,67%), e il primo urbanista entrò nel corso di dottorato nella quinta generazione. Il ciclo successivo era composto da architetti (66,67%) e un filosofo. Gli architetti hanno prevalso nella settima generazione (80,00%), accompagnati da un urbanista. Nel ciclo successivo si sono iscritti architetti (60,00%), un urbanista e un ingegnere. La metà della nona generazione era composta da architetti, mentre l’altra metà era formata da un urbanista e un archeologo. Nella decima generazione, il 71,43% dei dottorandi aveva diplomi appartenenti ai settori disciplinari inclusi nell’area 08a Ingegneria Civile e Architettura; la rappresentanza delle diverse discipline era quasi equamente distribuita, includendo architetti, urbanisti e ingegneri. I dottorandi provenienti da discipline umanistiche (filosofia e sociologia) costituivano il restante 28,57%. L’undicesima generazione aveva anche una presenza eterogenea di discipline cioè architetti, urbanisti, paesaggisti, designer. Costituivano il 66,67% del totale dei dottorandi. Il resto del 33,33% era composto da studenti di dottorato provenienti da discipline umanistiche (filosofia e diritto). I primi studenti provenienti dai campi delle scienze naturali si sono iscritti a un corso di dottorato di dodici generazioni. Tuttavia, tutti i rimanenti studenti erano architetti (80,00%). Nella tredicesima generazione, la metà dei dottorandi proveniva dalle scienze naturali (biologia e geologia) e l’altra metà da discipline appartenenti all’area 08a (architettura e ingegneria). Gli architetti e gli urbanisti costituiscono il 66,67% della quattordicesima generazione, mentre il resto dei dottorandi proviene dalle scienze naturali. Nell’ultimo ciclo elaborato, i dottorandi di scienze naturali (57,14% in totale, includendo biologia e agricoltura) dominano su quelli che provengono dalle discipline architettoniche (architettura, urbanistica e ingegneria).

made up 14.29%. In the third generation (XII cycle), architects and engineers were evenly distributed (80.00% combined). In this cycle, the first designers enrolled in a PhD course. The number of architects and archaeologists was equivalent in the next generation. The number of architects predominated (66.67%), and the first urban planner entered the PhD course in the fifth generation. The following cycle was composed of architects (66.67%) and a philosopher. Architects prevailed in the seventh generation (80.00%), accompanied by an urban planner. Architects (60.00%), an urban planner and an engineer enrolled in the next cycle. Half of the ninth generation consisted of architects, while the other half formed by an urban planner and an archaeologist. In the tenth generation, 71.43% of PhD students had diplomas belonging to the disciplinary sectors included in area 08a Civil Engineering and Architecture; the representation of different disciplines was almost evenly distributed, including architects, urban planners and engineers. The PhD students coming from humanities (philosophy and sociology) made up the remaining 28.57 %. The eleventh generation also had a heterogeneous presence of disciplines from field 08a, namely, architects, urban planners, landscape architects, designers. They made 66.67% of the total number of PhD students. The rest of 33.33% composed of PhD students coming from humanities (philosophy and law). The first students from the fields of natural sciences enrolled in the twelfth-generation doctoral course. However, all the remaining students were architects (80.00%). In the thirteenth generation, half of the PhD students came from the natural sciences (biology and geology) and the other half from disciplines belonging to area 08a (architecture and engineering). Architects and urban planners made 66.67% of the fourteenth generation, while the rest of PhD students came from natural sciences. In the last elaborated cycle, PhD students from natural sciences (57.14% in total, including biology and agriculture) dominate over those who came from the architectural disciplines (architecture, urban planning and engineering).

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SSD: ICAR 08a Ingegneria Civile e Architettura SCI. SECTOR: 08a Civil Engineering and Architecture architettura, design e urbanistica architecture, design, and urban planning

settori confini bordering sectors

XIX

XX

XXII

XXIII

XXIV

XXV

XXVI

XXVII

2003

2004

2006

2007

2008

2009

2010

2011

Progetto Ambientale dello Spazio Environmental Project of Space

Architettura e Pianificazione Architecture and Urban Planning

Scuola di Dottorato in Alghero, Dipartimento di Arch PhD School in Alghero, Department of Architecture, 56.00%

In summary, presented data showed the PhD school at DADU had interdisciplinary potentials from the very beginning - i.e. second generation, which involved PhD students from the architectural fields mixed with the humanities. The first PhD students who are urban planners first appeared in 2008. This fact coincides with the general dynamics of the school. The percentage of those coming from humanities and natural sciences changed over time. PhD students from the fields of humanities were present

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In sintesi, i dati presentati hanno mostrato che la scuola di dottorato al DADU aveva potenzialità interdisciplinari fin dall’inizio - cioè la seconda generazione, che ha coinvolto studenti di dottorato dai campi dell’architettura mescolati con le scienze umane. Come abbiamo detto nel 2008 sono apparsi i primi urbanisti. Questo fatto coincide con la dinamica generale della scuola. Allo stesso tempo, la percentuale di quelli provenienti dalle scienze umane e naturali è cambiata nel tempo. I dottorandi provenienti dai settori delle scienze umane


SCIENZE NATURALI NATURAL SCIENCES

SCIENZE UMANE HUMANITIES

XXVIII

XXIX

XXX

XXXI

XXXII

XXXIII

XXXIV

2012

2013

2014

2015

2016

2017

2018

Architettura e Ambiente Architecture and Environment

hitettura, Design e Urbanistica, Università di Sassari , Design and Urban Planning, University of Sassari 21.33%

12.00%

10.67%

77.33%

erano presenti fin dall’inizio del corso di dottorato, mentre i primi studenti provenienti dalle scienze naturali sono apparsi nel 2015 (la tredicesima generazione del corso di dottorato). D’altra parte, la compresenza di studenti di scienze naturali o umanistiche non si è verificata. Da quando il numero di studenti di scienze naturali iscritti al corso di dottorato (2015) ha iniziato a crescere, quelli provenienti dalle scienze umane sono scomparsi. I dottorandi di scienze umane e naturali non si sono mai mescolati nello stesso ciclo.

from the beginning of the PhD course, while the first students coming from natural sciences appeared in 2015 (the thirteenth generation of the PhD course). The presence of students from the natural sciences and humanities is mutually exclusive. Since the number of students from the natural sciences enrolled in the PhD course (2015) has started to grow, those coming from humanities have decreased in numbers. PhD students from humanities and natural sciences have never mixed in the same cycle.

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Although there was an intention to form a doctoral school with an interdisciplinary character, it took eleven years before it gained a predisposition to become one; from the eleventh generation and forward, several disciplines continued to grow. This statement is true if we observe the presence and change of different disciplines within one cycle and over time. If we look at the general picture, as mentioned above, there is a need to strengthen the simultaneous mixture of natural and human sciences with architectural disciplines in the same PhD cycle. Represented data doubtlessly showed the PhD School at DADU as a multi-disciplinary school. As Bibo Cecchini said in his preface, the school was founded “as interdisciplinary out of love”. Data has proven a growing trend towards higher disciplinary diversity. This position should be treasured, representing an excellent base to experiment with the boundaries of disciplinary knowledge and possibilities for innovation in research - i.e. the capacities of trans-disciplinarity. While some students are more interested or even educated in interdisciplinary work, others are not. Thus, the presence of a multidisciplinary group of PhD students is only a predisposition, and it does not mean that the course is necessarily interdisciplinary. Without planned interaction, PhD students are not challenged to leave the comfort zone of their professional knowledge. They can mix more or less while each works independently and primarily with their own tools and methods. Hence, unless managed within a group, we can say that the interdisciplinarity remains a personal choice. To gain an interdisciplinary character, the PhD School must plan shared educational and research activities to inspire students’ collaboration and “contamination” between their diverse disciplinary fields or, at least, to aid the communication among them. This interaction will provide the opportunities for the construction of new knowledge in interface in-between different disciplines. Having said that, we cannot argue the interdisciplinary character without previously

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Anche se c’era l’intenzione di formare una scuola di dottorato con un carattere interdisciplinare, ci vollero undici anni prima che lo diventasse; dall’undicesima generazione in poi, un certo numero di discipline diverse continuò a crescere. Questa affermazione è vera se osserviamo la presenza e il cambiamento delle diverse discipline all’interno di un ciclo e nel tempo. Se guardiamo il generale, come detto, c’è la necessità di pensare alla possibilità di una miscela simultanea di scienze naturali e umane con le discipline architettoniche nello stesso ciclo di dottorato. I dati rappresentati mostrano senza dubbio che la scuola di dottorato del DADU è multidisciplinare. Come ha detto Bibo Cecchini nella sua prefazione, la fondazione della Scuola di dottorato interdisciplinare è stata un matrimonio d’amore. I dati hanno dimostrato una tendenza crescente verso una maggiore diversità disciplinare. Questa posizione dovrebbe essere apprezzata, rappresentando una base eccellente per sperimentare i confini della conoscenza disciplinare e le possibilità di innovazione nella ricerca - cioè le capacità di trans-disciplinarietà. Mentre alcuni studenti sono più interessati o addirittura educati al lavoro interdisciplinare, altri non lo sono. Così, la presenza di un gruppo multidisciplinare di studenti di dottorato è solo una predisposizione, e non significa che il corso sia necessariamente interdisciplinare. Senza un’interazione pianificata, i dottorandi non sono sfidati a lasciare la zona di comfort delle loro conoscenze professionali. Possono mescolarsi più o meno mentre ognuno lavora indipendentemente e principalmente con i propri strumenti e metodi. Quindi, a meno che non sia gestito all’interno di un gruppo possiamo dire che l’interdisciplinarietà rimane una scelta personale. Per acquisire un carattere interdisciplinare, la Scuola di dottorato deve pianificare attività didattiche e di ricerca condivise per ispirare la collaborazione e la contaminazione degli studenti tra i loro diversi campi disciplinari o, almeno, per aiutare la comunicazione tra loro. Questa interazione fornirà opportunità per la costruzione di nuove conoscenze nell’interfaccia tra le diverse discipline.


Detto questo, non si può argomentare il carattere interdisciplinare senza analizzare prima la relazione tra la diversità disciplinare, il programma di dottorato e la qualità delle tesi stesse - cioè i campi a cui contribuiscono e in che modo. Non vorrei approfondire questa relazione qui, ma vorrei sottolineare che la coordinazione e la comunicazione condizionano il livello di interdisciplinarità di un gruppo. Infine, circa il 15% (14,67%) del totale degli studenti che hanno finito il dottorato ad Alghero sono stranieri. La maggior parte di loro sono architetti, mentre altri sono urbanisti, paesaggisti e ingegneri, cioè tutti appartenenti alle discipline architettoniche. Il carattere internazionale, dal mio punto di vista, è un elemento prezioso che contribuisce e in qualche modo facilita il cammino verso la ricerca interdisciplinare e transdisciplinare. Questa affermazione si riferisce specificamente alla ricerca urbana per due ragioni principali. In primo luogo, tutti noi abbiamo un’esperienza con una città, quindi anche gli urbanisti ce l’hanno. Anche quando prendiamo decisioni razionali, agiamo più o meno a causa delle costruzioni culturali delle città con cui abbiamo familiarità. In secondo luogo, questa relazione emotiva con un contesto abituale può legare il nostro sguardo a una prospettiva fissa. Così, una visione esterna inala la freschezza che riflette un approccio più aperto a soluzioni alternative. Per queste ragioni, la ricerca di studenti stranieri in Sardegna giova qualitativamente alla Scuola, per cui lo scambio di esperienze tra studenti può essere maggiormente favorito.

analysing the relationship between disciplinary diversity, the PhD program, and the quality of the dissertations themselves - i.e. the fields to which they contribute and in what way. However, I would like to emphasise that coordination and communication condition the level of interdisciplinarity in a group. Finally, about 15 % (14.67%) of the total number of students who finished their PhD in Alghero are foreigners. The majority of them are architects, while others are urbanists, landscape architects and engineers - i.e. all belonging to the architectural disciplines. From my point of view, the international character of the PhD course is a precious element that contributes and, somehow, facilitates the road towards interdisciplinary and trans-disciplinary research. This statement relates specifically to urban research for two principal reasons. First, we all have an experience with a city, so urban planners have it too. Even when we make rational decisions, we act more or less due to the cultural constructions of the cities that we are familiarised with. Second, this emotional relationship with a customary context can bind our view to a fixed perspective. So, an external view inhales the freshness that reflects a more open-minded approach to alternative solutions. For these reasons, research by foreign students in Sardinia qualitatively benefits the School, so exchange of experiences among students can be more fostered.

Alla fine, vorrei concludere con una dichiarazione personale. Ho scelto il percorso ma ho anche avuto la fortuna di lavorare sempre in team interdisciplinari. Le persone che mi hanno insegnato il lavoro interdisciplinare mi hanno anche mostrato che la comunicazione e lo scambio di prospettive diverse sono presupposti necessari per superare i confini personali della conoscenza verso la interdisciplinarietà.

In the end, I would like to finish with a personal statement. I choose the path of interdisciplinary education but had the luck to work all the time in interdisciplinary teams. People who taught me interdisciplinary work showed me that it simultaneously requires a lot of communication and exchange of different perspectives. These are necessary preconditions for crossing personal boundaries of knowledge towards interdisciplinarity.

Quindi, vorrei ringraziare tutti gli autori che hanno condiviso un pezzo di se stessi con tutti noi.

I would like to thank all authors who shared a piece of themselves with all of us.

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Di cosa parliamo quando parliamo di città?

What We Talk About when We Talk About Cities?

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=Q6xRWZWVR4M&list=PL4 7001udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com


Perhaps the characteristics necessary for an entity called a city to be named could be: • population (a minimum and stable number), • density and continuity (not below a threshold), • infrastructure (those historically necessary), • plurality of functions (and sufficiently mixed) • social diversity (gender, age, cultures, ethnicities,

status, income, ...)

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Forse le caratteristiche necessarie perché si dia un’entità chiamata città potrebbero essere: • popolazione (un numero minimo e stabile), • densità e continuità (non al di sotto di una soglia), • infrastrutture (quelle storicamente necessarie), • pluralità di funzioni (e abbastanza miscelate) • diversità sociale (genere, età, culture, etnie, status, reddito).


Alcuni principali riferimenti A few key references

Braudel, F. (1976). Civilta e Imperi nel Mediterraneo ai tempi di Filippo II. Torino: Einaudi. Liverani, M. (2017). Uruk la prima città. Laterza. Lopez, R. (1973). “I caratteri originali della città medievale”. In Vittore Branca (Ed.), Concetto, storia, miti e immagini del Medio Evo. Atti del XIV Corso Internazionale d’Alta Cultura Sansoni. Roncayolo, M. (1997). La città. Storia e problemi della dimensione umana. Torino: Einaudi. Sjoberg, G. (1960). THE PREINDUSTRIAL CITY: PAST AND PRESENT. Simon and Schuster. Weber, M. (2016). La città. Economia e società. Donzelli. Wirth, L. (1998). L’urbanesimo come modo di vita. Armando.


Anche le città hanno una storia Cities have a History too

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=t5ajo3XyA94&list=PL47001 udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=2


Antonio Brusa, medievista ed specialista di didattica della storia, Università di Bari

Antonio Brusa, Medievalist and a specialist in history teaching, University of Bari

e-mail: brusantonio@gmail.com


According to Mario Liverani’s reconstruction, the first Sumerian cities were complex social organisms, which posed two fundamental problems: government (who governs and how they govern) and the relationship with the territory (who can be part of the city and who must stay outside). Cities faced these problems by creating a political (the king-god) and economic-cultural instrument (government through meritocracy and ideology). Also, cities dealt with the issues by regulating the conflict between inclusion and exclusion with rituals and a conceptual system that we still use today (the citizen and the peasant; the civilian and the barbarian). This first urban system endured for two thousand years, and in 1600 BC, it collapsed with the disappearance of all Sumerian cities. There was a third problem that those cities had to face in the short / medium / long term and very long-term in a case of catastrophe - the issue of the environment. The over-exploitation of the soils produced slow salinization that made them unproductive. The land of Sumer became a swampy heath, interrupted by the remains of ancient cities, and inhabited by fishermen and mosquitoes. This parable could mirror a more general one that concerns the whole history of cities. As we can see from the top of our 21st century, cities seemingly have definitively won since more than half of the human population lives in some urban complex. Observing the starting point of this global history from the top, we can see the first signs of human settlement in the environment: those that the first farmers made with their work. These are the premonitory signs of the city. According to Walter Christaller (a nineteenth-century German geographer), a city becomes acknowledged when the changes turn orderly. The environment becomes domesticated, arranged in concentric circles around the city, and subordinated to an economic logic (the cost of transporting the fruits of the earth) and a commodity logic (their perishability).

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Secondo la ricostruzione di Mario Liverani, le prime città sumere si caratterizzavano come organismi sociali complessi, che ponevano due problemi di fondo: il governo (chi governa e come governa) e il rapporto con il territorio (chi può far parte della città e chi ne deve stare fuori). Le città affrontarono questi due problemi creando uno strumento politico (il re-dio), uno strumento economicoculturale (il governo attraverso la meritocrazia e l’ideologia) e regolando il dissidio fra inclusione ed esclusione con delle ritualità e con un sistema concettuale che usiamo ancora oggi (il cittadino e il villano; il civile e il barbaro). Questo prima sistema urbano resse per duemila anni. Nel 1600 a.C, conobbe il suo crollo con la scomparsa di tutte le città sumere. C’era un terzo problema che quelle città dovettero affrontare: con enormi successi nel breve/medio/lungo periodo, ma con una catastrofe nel lunghissimo. Quello dell’ambiente. L’eccessivo sfruttamento dei suoli produsse una lenta salinizzazione che li rese improduttivi. La terra di Sumer diventò una landa impaludata, interrotta dai resti delle antiche città, e abitata da pescatori e zanzare. Questa parabola potrebbe essere lo specchio di una parabola più generale, quella dell’intera storia delle città, così come la vediamo guardandola dall’alto del nostro XXI secolo, nel quale la città sembra aver definitivamente vinto, dal momento che oltre la metà della popolazione umana vive in un qualche complesso urbano. Cercando dall’alto il punto di partenza di questa storia globale, scorgiamo i primi segni sull’ambiente di un insediamento umano: quelli che i primi agricoltori tracciano con il loro lavoro. Ecco i segni premonitori della città. Secondo Walter Christaller (un geografo tedesco dell’Ottocento) la città si riconosce quando questa modifica diventa ordinata. L’ambiente viene domesticato, disponendosi in cerchi concentrici intorno alla città, subordinati a una logica economica (il costo del trasporto dei frutti della terra) e merceologica (la loro deperibilità).


Christaller scopre questa “grammatica del rapporto fra città e territorio”, osservando le città della Baviera a lui contemporanee. Infatti, dalla loro nascita fino all’età moderna, le città non avevano fatto altro che “disciplinare” l’ambiente. Fino all’avvento della globalizzazione, che ha destrutturato quella grammatica, dal momento che eccetto i gruppi umani acculturati dalle ideologie salutiste - le popolazioni del mondo non mangiano più a chilometro zero. Il pianeta terra in quanto tale è diventato l’ambiente unico della città globale, forse caotico, forse organizzato secondo logiche che ci sfuggono. Il secolo XXI, dunque, secolo dell’apocalissi urbana? Concentriamoci su un altro aspetto delle città, quale ci viene mostrato in particolare dagli insediamenti urbani europei a partire dall’XI secolo. Noi sappiamo perfettamente che erano luoghi pericolosi per la vita umana. Insalubri e poco sicuri. Si vive più a lungo in campagna che in città. E parecchio. Lo sappiamo e - come ci dice tanta letteratura popolare - lo sapevano anche allora. Nonostante ciò, masse di contadini non cessavano di abbandonare i più sicuri luoghi natii per recarsi nelle città. Rischiavano la vita, ma li sorreggeva la speranza di cambiarla. Ce lo racconta bene Carlo Cipolla. La speranza di cambiare è stato uno dei motori principali dello sviluppo spettacolare della civilizzazione europea. Se i paragoni e le parabole valgono qualcosa, potremmo pensare lo stesso degli infernali slums che circondano le immense metropoli africane, americane e cinesi. Un luogo dove l’umanità si riversa, sperando. Così Alberto Salza chiude il suo libro più vero, “Niente”, un libro di antropologia della povertà estrema.

Observing the Bavarian cities of his time, Christaller discovered this “grammar of the relationship between city and territory”. In fact, from their birth until the modern age, cities had done nothing but “discipline” the environment. Until the advent of globalisation, which has deconstructed that grammar, since - except for human groups acculturated by health ideologies - the world’s populations no longer eat at kilometre zero. Such Planet Earth has become a unique environment of the global city. The global city perhaps is chaotic and organised according to logics that escape us. Thus, is it the 21st century the century of the urban apocalypse? Let us focus on another aspect of cities that specifically European urban settlements from the 11th century onwards have shown. We know perfectly well that these cities were dangerous places for human life, unhealthy, and unsafe. People lived much longer in the country than in the city. We know this now, and they knew it even then due to the statements of much popular literature. Despite these advantages, masses of peasants continued to leave their safer homes, moving to the cities. They risked their lives, but the hope of changing it sustained them. Carlo Cipolla explains this well. The hope of change was one of the main drivers of the spectacular development of European civilisation. If comparisons and parables are worth something, we can also make a comparison with the infernal slums that surround the immense African, American and Chinese metropolises places where humanity pours, hoping. With these words, Alberto Salza ends his book, “Nothing” anthropology of extreme poverty.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

Bairoch, P. (1992). Storia delle città. Milano: Jaca Book. Cipolla, C.M. (2009). Storia economica dell’Europa preindustriale. Bologna: Il mulino. Liverani, M. (1986). L’origine della città. Roma: Editori Riuniti. Mumford, L. (2010). La cité à travers l’histoire. Paris : L. [Agone Préface by Garnier, J-P.]. Salza, A. (2009). Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema. Sperling e Kupfer: Milano. Whitfield, P. (2005). Cities of the World. A History in Maps. Berkley: Uccpress.

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La città (in)giusta

The Just and the Unjust City

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=EhpVI7r-m8s&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=3


Francesco Indovina, urbanista, Università Iuav di Venezia; Università di Sassari Francesco Indovina, Urbanist, University Iuav of Venice; University of Sassari

e-mail: indovinaf@gmail.com


The projection of society into organised space determines the existence and quality of the city. From this point of view, it is difficult, indeed impossible, to speak of the ‘just city’ in a society characterised by structural injustice. Our society produces an articulated social differentiation. The richest and least numerous are at the top of the social pyramid, and people with the least or no income are at the bottom. Based on market mechanisms, which are not instruments of freedom - each spends his resources as he wishes - rather tools of discrimination, this diverse population finds its own living space in the city. Therefore, the housing market puts everyone in ‘their place’ due to specific terms, and everyone is ‘free’, so to speak, to go and live only where the cost of the house corresponds to their available income. If we take a closer look, a unique and compact city consists of socially homogeneous zones within themselves, but still, each zone is different from the others. Hence, what can we mean by the ‘just city’? We must assume that the concept of social justice is one of the most relevant products of social organization and its evolution - indeed, the city. Social justice consists of the willingness to recognise and respect the rights of others by giving each person his share according to reason and law. However, we know that the present social organisation arose from a thousand-year-long process of transformation and struggle, accelerated by the industrial revolution. The process consisted of struggle and defeat, but also of the achievements of people who were most marginalized by social mechanisms. It reached the point of claiming a kind of right to equality and against segregation. It is no coincidence that Article 3 of the Italian Constitution gives the Republic the task of removing all economic and social obstacles. These issues include limited freedom and equality or problems that hinder a person’s full development.

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La proiezione della società nello spazio organizzato determina esistenza e qualità della città. Assumendo questo punto di vista è difficile, anzi impossibile, parlare di città giusta in una società caratterizzata da ingiustizia strutturale. La nostra società produce un’articolata differenziazione sociale, la piramide sociale ha alla cima i più ricchi e meno numerosi e in basso le persone con la disponibilità di reddito minore o anche nulla. Questa diversa popolazione sulla base dei meccanismi di mercato, che non sono strumenti di libertà (ciascuno spende le sue disponibilità come vuole), ma piuttosto strumenti di discriminazione, trova il proprio spazio di vita nella città. Così il mercato immobiliare della casa colloca ciascuno al “suo posto”, in termini specifici, ciascuno è “libero”, per così dire, di andare ad abitare solo dove il costo della casa corrisponda alle sue disponibilità di reddito. Cosi la città, unica e compatta, in realtà ad un’analisi attenta, si presenta composta da zone omogenee socialmente al loro interno, ma ciascuna differente dalle altre zone. Ma cosa possiamo intendere per città giusta? Nel nostro caso si deve assumere il concetto di giustizia da un punto di vista sociale: la città, infatti, è uno tra i più rilevanti prodotti dell’organizzazione sociale e della sua evoluzione. La giustizia sociale consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui “attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge”. Questa definizione ha il difetto di condannare l’individuo al meccanismo sociale dato, senza possibilità di modificazione. Ma ci è noto che il tipo di organizzazione sociale di questo secondo millennio è l’esito di un lungo millenario processo di trasformazioni e di lotte, che la rivoluzione industriale ha accelerato; di lotte, di sconfitte ma anche di conquiste delle persone che più erano emarginate dai meccanismi sociali, fino a rivendicare una sorta di diritto all’eguaglianza e contro la segregazione. Non è un caso che la Costituzione italiana all’articolo 3 dà alla Repubblica il compito “di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà


e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Si assume, infatti, anche a livello costituzionale, che il meccanismo sociale possa essere di ostacolo al pieno sviluppo della persona umana e alla loro uguaglianza. Così, è evidente a tutti che la città non si presenta come un organismo compatto e senza differenze significative tra le varie zone, ma piuttosto come un insieme formato da parti tra di loro differenti e abitate da cittadini che sono socialmente diversi da zona a zona. Queste zone, oltre ad essere diverse socialmente, sono diverse per la tipologia edilizia, in alcune zone molto scadente, per la dotazione dei servizi collettivi, sia pubblici che privati, per la dotazione di infrastrutture urbane, per la quantità e qualità della viabilità, per la presenza del verde, ecc. Si tratta cioè di zone, dal punto di vista urbanistico tra di loro strutturalmente diverse e in ciascuna zona risiede una popolazione specifica, che vi è allocata in ragione del reddito disponibile. La differenziazione del reddito determina, quindi, l’articolazione sociale e urbanistica dei singoli quartieri. In epoca recente la popolazione immigrata (extra-comunitaria) costituisce un altro elemento che arricchisce la frammentazione della città. Siamo cioè in una proiezione delle ingiustizie sociali nella città, per questo città ingiusta. Ma una città caratterizzata da ingiustizia sociale può trasformarsi in una città giusta? Credo proprio di no, ma questo non significa che niente si possa fare. Facciamo un passo di fianco. Per una persona il suo reddito disponibile è quello che ha guadagnato con il suo lavoro o la sua professione, ecc. Ma se questa persona ha l’accesso gratuito (o a un prezzo controllato), all’ospedale, alla scuola, alle biblioteche, alle palestre, ai trasporti, ecc. vedrà il proprio reddito disponibile aumentare della quota che risparmia utilizzando quei servizi invece di acquistarli nel mercato.

Indeed, even at the constitutional level, it is assumed that the social mechanism can hinder the full development of human and their equality. Thus, what is evident to everyone is that the city does not present itself as a compact organism without significant differences between areas. It is more likely that the city is a whole that consists of parts that differ from each other and in which live citizens who are socially different from one area to another. These areas differ not only in social terms but also in terms of the type of building (sometimes, extremely poor), the provision of collective services (both public and private), the urban infrastructure, the quantity and quality of the road network, the presence of green spaces, etc. Simply put, these areas are structurally different from the point of view of urban planning. Each area has a specific population, which is allocated based on its disposable income. Income differentiation, in this way, determines the social and urban structure of a singular neighbourhood. In recent times, the immigrant population (non-EU) is another element that enriches the fragmentation of cities. In other words, we are witnessing a projection of social injustices in the city, which is why the ‘city is unjust’. The question is: can we transform the city characterized by injustice into a ‘just city’? I really do not think so. However, this does not mean that nothing can be done. Let us take a step to the side. A ‘disposable income’ per person is defined by personal income earned at work or in the profession. If this person had free or affordable access to services (hospital, school, libraries, gyms, transportation, etc.), he/she would see an increase in disposable income by the amount he/she saves by using those services instead of buying them on the market.

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What we are not thinking about enough are collective services. They not only provide structures and resources to those who need them but help increase disposable income. This view would seem, in my opinion, a good starting point for our theme if we reflected that the weaker social groups, which would most need (and have a right to) the collective services, are deprived. Suppose that, as things stand, it is difficult to intervene in economic structures to guarantee a fair distribution of income; the government does not have this power, nor do mayors or local operators. Can we be satisfied with this thinking? I do not think so. If this is true, as it is, different neighbourhoods show their profound differences in terms of social services and urban facilities. Therefore, one way to ‘alleviate’ these inequalities would be to provide all with essential social services (nurseries, schools, emergency services, etc.) and principal urban facilities (parks, playgrounds, parking, public transport, etc.). Moreover, we must enrich neighbourhoods with higher-quality facilities such as libraries, meeting rooms, etc., and thus transform the geography of the city. These changes would no longer result in differentiated neighbourhoods, rather homogeneous concerning collective services. However, it is not enough solely to consider how this endowment ultimately affects disposable income, improving further the economic conditions of many families, especially the weakest.

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Quello al quale non si riflette abbastanza è che i servizi collettivi non solo mettono a disposizione di chi ne ha bisogno strutture, persone e risorse, ma contribuiscono a far lievitare il loro reddito disponibile. Questo mi sembrerebbe un buon punto di partenza per il nostro tema se riflettessimo che le fasce sociali più deboli che avrebbero maggior bisogno (e diritto) a questi servizi ne sono privati. Assumiamo che allo stato dei fatti pare molto difficile intervenire sulle strutture economiche per garantire distribuzione equa del reddito; non ha questo potere il governo, non i sindaci, non gli operatori del territorio. Ma possiamo contentarci di questa riflessione? Credo di no. Se fosse vero, come è vero, che i diversi quartieri fanno mostra delle loro profonde differenze relativamente ai servizi sociali e alle attrezzature urbane, allora un modo i qualche modo per mitigare tali diseguaglianze è quello di dotare tutti i quartieri dei servizi sociali essenziali (dagli asili nido, dalle scuole obbligatorie, dei pronti soccorsi, ecc.), delle attrezzature urbane principali (parchi, campi gioco, parcheggi, mezzi di trasporto, ecc.), ma anche arricchirle di attrezzature di qualità superiore come per esempio biblioteche, sale di riunioni, ecc., trasformando così la geografia della città: non più quartieri differenziati per dotazione di servizi, ma quartieri da questo punto di vista omogenei. Ma non basta; bisogna anche considerare che questa dotazione finisce per influire sul reddito disponibile, migliorando le condizioni economiche di molte famiglie, soprattutto di quelle più deboli.


Va ripetuto che una politica di questo genere tende a mitigare la situazione di squilibrio esistente dentro la città, ma non a rendere uguale la fruizione della città a tutta la popolazione. La città è un prodotto storico ed è collocata nel territorio questi due fatti danno luogo alla “produzione”, per così dire, di beni posizionali, di beni di grande valenza (culturale, estetica, ecc.) ma non riproducibili. Un grande duomo con la sua piazza, un teatro storico con la sua pregevole architettura, palazzi monumentali, ecc. danno una qualità allo spazio non riproducibile altrove, così come fanno anche alcuni elementi naturali (la vicinanza di un bosco, l’affaccio al mare o a un lago o fiume, ecc.); queste caratteristiche forniscono qualità al luogo ma non sono né riproducibili né trasferibili. Chi abita nei pressi di questi beni gode di una qualità del luogo negata agli altri abitanti. Ma su questo c’è poco da fare. Così come la sicurezza: da una parte i quartieri abitati dalle persone più ricche possono usufruire di un servizio di sicurezza pagato in proprio in aggiunta al servizio pubblico a garanzia delle persone e dei beni; mentre nei quartieri meno centrali mancano, per ovvi motivi, i servizi di scurezza privati e più rarefatti sono i servizi pubblici di sicurezza. Si tratta di ulteriori di elementi di differenziazione dello spazio urbano. La battaglia politica e culturale per una riqualificazione di tutti i quartieri attraverso la dotazione di servizi sociali e collettivi e di attrezzature urbane deve essere portata avanti con determinazione, non pensando così di realizzare una città giusta, ma almeno una città meno ingiusta.

I must emphasize that policies of this kind tend to alleviate the situation of existing urban imbalances without intending to make the city equally accessible to the entire population. The city is a historical product located on the territory. This fact gives rise to the “production”, so to say, of positional goods, goods of a great value (cultural, aesthetic, etc.) but not reproducible. A beautiful cathedral with its square, a historic theatre with its fine architecture, monumental buildings, etc., give a quality to the space that cannot be reproduced elsewhere. Certain natural elements (the proximity of a wood, a view of the sea or a lake or river, etc.) also constitute a unique quality of the place, which is neither repeatable nor transferable. Those who live near these assets enjoy a quality of place denied to other inhabitants. But there is little to be done about this. The same goes for security. The neighbourhoods where the wealthiest people live, in addition to the public service for the protection of people and property, benefit from self-paying security services. And vice versa, the less central neighbourhoods lack private security services, for obvious reasons, and public security services are rarer. These are additional elements of differentiation of urban space. The political and cultural battle for the redevelopment of all neighbourhoods must be fought resolutely, aiming to provide social and collective services and urban facilities. However, we must not think that this would result in a ‘just city’ but, at least, a ‘less unjust’ one.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

Indovina, F. (2021).“The City, Local Conflict and Public Policies”, in L. Fregolent e O Nel.lo (Eds.), Social Movementes and Public Policies in Southern European Cities, Springer. Indovina, F. (2017). Ordine e disordine nella città contemporanea. Milano: FrancoAngeli. Indovina, F. (2016). “Ventun domande a Francesco Indovina”, in G. Belli, A colloquio con l’urbanistica italiana. Napoli: Clean edizioni. Indovina, F. (2014). La metropoli europea. Una prospettiva. Franco Angeli. Indovina, F. (2009). Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitan. Franco Angeli. Font, A., Indovina, F. & Portas, N. (Eds.), (2004). L’explosio de la Ciutat. Barcellona: COAC publicacion. Francesco Indovina, Del analisi del territorio al gobierno de la ciudad, a cura di Oriol Nel-lo, Icaria, Barcellona, 2012. AAVV, Economia, società e territorio, riflettendo con Francesco Indovina, a cura di L. Fregolent e M. Savino, ebook Franco Angeli.

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Città e disuguaglianza Cities and Inequality

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=6_iYQEZnJCI&list=PL47001 udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=4


Oriol Nel·lo, geografo, Universitat Autònoma de Barcelona (UAB)

Oriol Nel·lo, Geographer, Autonomous University of Barcelona (UAB)

e-mail: oriol.nello@uab.ca


One of the most striking characteristics of contemporary European societies is the increase in inequality. The phenomenon is even more impressive because it occurs after a period of relative reduction in inequalities, starting with the establishment, after the Second World War, of the welfare state pillars regarding health, retirement and unemployment. Since the 1980s, however, we have seen a sharp increase in inequality in the European societies, both in Western and Eastern Europe, after the fall of the regimes of real socialism. In cities, the increase in inequalities is fundamentally reflected through the phenomenon of urban segregation, that is, the tendency of social groups to separate in urban space according to their bidding capacity in the real estate market. Our ability to choose our place of residence, as we know, is the result of two factors. On the one hand, our income. On the other hand, the prices of land and housing. In this situation, disadvantaged social groups are forced to reside where prices are lowest. Therefore, they tend to be concentrated in areas characterized by a low-quality housing stock, poor accessibility, a shortage of equipment and services, and low-quality urban standards. Whereas the more affluent social groups also tend to settle in certain exclusive areas to enjoy better services and the benefits of living among their peers. Segregation is not only a reflection of inequality, it also contributes to maintaining and reproducing inequality. In other words, living in an area deprived of services, with low-quality housing and poor accessibility, contributes significantly to reducing opportunities for those who live there. To put it in the words of Bernardo Secchi in his latest book “Città dei ricchi, città dei poveri”, poverty is not only the result of low income, but also of living in a deficiently equipped urban area with bad services.

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Una delle caratteristiche più evidenti delle società europee contemporanee è l’aumento delle disuguaglianze. Si tratta di un fenomeno che impressiona ancora di più perché si verifica dopo un periodo di relativa riduzione delle disuguaglianze, a partire dall’istituzione, dopo la seconda guerra mondiale, degli accordi che hanno permesso la costruzione dello stato sociale, cioè dei benefici legati alla salute, alle pensioni, anche alla situazione di disoccupazione. Dagli anni Ottanta, tuttavia, abbiamo assistito a un netto aumento delle disuguaglianze in tutte le società dell’Europa, compresa l’Europa dell’Est, dopo la caduta dei regimi del socialismo reale. Nelle città si riflette essenzialmente attraverso il fenomeno della segregazione urbana, cioè la tendenza dei gruppi sociali a separarsi nello spazio urbano in base alla loro capacità di agire nel mercato immobiliare. La nostra capacità di scegliere il nostro luogo di residenza, come sappiamo, è il risultato di due fattori. Da un lato, il nostro reddito. Dall’altro lato, i prezzi del suolo e della casa. In questa situazione, naturalmente, coloro che hanno meno, sono costretti a risiedere dove i prezzi sono più bassi. Perché sono più bassi? Perché il parco immobiliare è di scarsa qualità, perché l’accessibilità è ridotta, perché ci sono meno attrezzature e servizi, perché gli standard urbani sono di qualità inferiore. E chi ha di più? Coloro che hanno di più, tendono anche essi a riunirsi sul territorio per godere dei vantaggi di vivere tra i propri coetanei, per godere di servizi migliori: di fatto per vivere in zone esclusive ed escludenti. Quali effetti ha il fenomeno della segregazione sulle disuguaglianze? La segregazione non è solo un riflesso della disuguaglianza, ma contribuisce anche a mantenere e riprodurre la disuguaglianza. In altre parole, il fatto di vivere in un luogo privo di servizi, di qualità inferiore, con una peggiore accessibilità, contribuisce in modo significativo a ridurre le opportunità di chi ci vive. Secondo le parole di Bernardo Secchi nel suo ultimo libro “Città dei ricchi e città dei poveri”, la povertà non è solo il risultato di un reddito basso, ma anche del vivere in un’area urbana scarsamente attrezzata e con servizi scadenti.


Cosa possiamo fare attraverso la pianificazione urbana per combattere questa situazione? In sostanza abbiamo bisogno di un insieme di fattori. In primo luogo abbiamo bisogno di risorse per agire, per migliorare nello specifico le condizioni di vita in quelle aree che sono meno dotate, meno attrezzate, meno ben servite. È molto importante tenere presente che queste risorse non possono essere solo risorse locali. Perché? Perché nella stessa segregazione urbana si verifica il seguente paradosso: chi ha meno si concentra dove i prezzi sono più bassi. Ok, i prezzi sono più bassi perché ci sono meno servizi, meno attrezzature e la qualità dell’urbanizzazione è peggiore. D’accordo. Ma allo stesso tempo, il fatto di avere tutta questa popolazione che vive insieme in comuni caratterizzati da queste condizioni constribuisce a rendere la base imponibile di questi comuni inferiore a quella di altri, cosicché le risorse che questi comuni hanno, ad esempio per far fronte al miglioramento delle condizioni di vita, sono inferiori. Pertanto è necessario che queste risorse possano essere distribuite sul territorio attraverso meccanismi di ridistribuzione preventiva. E questo ci porta alla seconda necessità: abbiamo bisogno di cooperazione tra i diversi livelli dell’amministrazione. Le politiche contro la segregazione e i suoi effetti non possono essere sviluppate solo a livello locale neanche possono essere avviate solo a livello sovra-locale, abbiamo bisogno di cooperazione tra questi due livelli. La terza condizione è che servono politiche di natura trasversale. Cosa intendiamo con questo? Che non possiamo agire solo su un aspetto. Non possiamo migliorare le condizioni di vita di un quartiere agendo solo sulle abitazioni o sugli spazi pubblici, o sulle attrezzature, o solo sui trasporti. Dobbiamo intervenire su tutti gli aspetti che compongono la vita collettiva. E inoltre, e questo è il quarto requisito, dobbiamo farlo in modo che gli abitanti non siano solo i destinatari di queste politiche, ma siano di fatto i loro promotori, i loro protagonisti. La riabilitazione dei quartieri, intesa solo come esercizio amministrativo, è destinata, nella maggior parte dei casi, al fallimento.

Urban segregation and its effects can be tackled with urban policies. To develop them, a number of factors are necessary. First, we need resources to act, to specifically improve living conditions in those areas that are least equipped and served. It is very important to note that these resources cannot be just local resources. As we have seen, low-income social groups tend to be concentrated in areas where prices are lower. This is so because in these areas there are fewer services, less equipment and the quality of the urbanization is worse. At the same time, the concentration of the low-income population in certain municipalities means that the tax base in these areas is lower than in others. So the resources that these municipalities have to improve living conditions are limited. That is why it is necessary for resources to be distributed throughout the urban territory through preventive redistribution mechanisms. This brings us to the second requirement: the need of cooperation between the different levels of administration. Policies against segregation and its effects cannot be undertaken only at the local level nor can they be promoted only at the supra-local level, cooperation between these two levels is necessary. The third condition is that we need policies of a cross-cutting nature. We cannot improve the living conditions of a neighbourhood by acting only on a single issue: housing public spaces, equipment, public transport and so on. We must intervene at the same time on all aspects that make up collective life. And furthermore, and this is the fourth requirement, urban renewal policies must be implemented in such a way that the inhabitants are not only their recipients, but their promoters, their protagonists. A neighbourhood intervention that is proposed solely as an administrative exercise is doomed, in most cases, to failure.

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One last consideration must be taken into account. Improving living conditions in a neighbourhood can have perverse effects, depending on the circumstances. For example, improving public spaces, equipment or accessibility may result in an increase in housing prices that makes it impossible for low-income people to access or maintain residence in this neighbourhood. To avoid perverse effects, while developing urban renewal policies, sound social housing policies need to be implemented. The search for greater social justice requires the implementation of structural policies in the field of the labour market, taxation and education, among others. At the same time, the fight against inequalities requires the development of urban policies. Urban policies that aim to guarantee the right to the city of all citizens. That is, the right of each and everyone, wherever they live, to have reasonably equitable access to income and services.

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E, infine, l’ultima condizione di successo nella lotta alla segregazione e ai suoi effetti, è quella di governare le trasformazioni. Dobbiamo governare il processo che queste politiche innescano. In che senso? Nel senso che se miglioriamo le condizioni di vita in un quartiere, questo può avere, a seconda delle circostanze, effetti perversi. Cosa intendiamo con questo? Ad esempio, se miglioriamo gli spazi pubblici o le attrezzature o l’accessibilità, il mercato può rendersene conto e i prezzi possono aumentare in modo tale che l’accesso a questo quartiere (o anche mantenere la residenza in questo quartiere), può diventare inaccessibile per le persone a basso reddito. Per questo motivo, mentre generiamo le trasformazioni, dobbiamo monitorare e intervenire in altri ambiti. Ad esempio, nelle politiche abitative, per evitare situazioni di sfollamento come quelle di cui abbiamo parlato. La lotta contro le disuguaglianze, la lotta per una maggiore giustizia sociale, richiede misure strutturali, nel campo dell’occupazione, nel campo della fiscalità, nel campo della formazione. Ma può essere affrontata anche dal punto di vista delle politiche urbane. In che senso? Nel senso di garantire a tutti quello che chiamiamo il diritto alla città. Cioè il diritto di ciascuno, indipendentemente dal luogo in cui vive, di avere un accesso ragionevolmente equo al reddito e ai servizi.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Blanco, I. & Nel·lo, O. (2020). Quartieri e crisi. Segregazione urbana e innovazione sociale in Catalogna. Rome: INU Edizioni. Fregolent, L. & Nel·lo, O. (2021). Social Movements and Public Policies in Southern European Countries. Cham: Springer. Harvey, D. (1973). Social Justice and the City. London: Edward Arnold. van Ham, M; Tammaru, T.; Ubareviciene, R. and Janssen, H. (2021). Urban Socio-Economic Segregation and Income Inequality: a Global Perspective. Cham: Springer. Nel·lo, O. (2016). La città in movimento. Crisi sociale e risposta dei cittadini. Roma: Edicampus. Nel·lo, O. (2019). La città di Pasqual Maragall. Milano: Franco Angeli [Prefazione: Colau, A., Postfazione: Cecchini, A.]. Secchi, B. (2013). La città dei ricchi e la città dei poveri. Roma-Bari: Laterza. Soja, E. (2010). Seeking Spatial Justice. Minneapolis: University of Minnesota Press.


Approccio delle capacità e pianificazione Capability Approach and Urban Planning

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=A9VegrGPfGA&list=PL470 01udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=5


Valentina Talu, dipartimento di Architettura,

Design e Urbanistica dell’Università di Sassari. Socia-fondatrice, Amministratrice e responsabile del settore Ricerca e Sviluppo dell’impresa spin-off sostenuta dell’Università di Sassari Tamalacà Srl.

Valentina Talu, Department of Architecture, Design and Urban Planning of the University of Sassari. Founding member, administrator and head of Research and Development of the spin-off company supported by the University of Sassari, Tamalacà Srl.

e-mail: vtalu@uniss.it


The presentation proposes some reflections on the theory of the capability approach, elaborated by Amartya Sen since the early 1970s and subsequently developed by Sen and several scholars from various disciplines, mainly Martha Nussbaum. In particular, the reflections focus on the possible relationships between the theory of the capability approach and urban planning, referring specifically to the theme/objective of promoting the quality of urban life of the most disadvantaged groups. The capability approach is a normative theory and social ethic. Its main objectives are to identify the variable based on which to evaluate the living conditions of individuals, and to define criteria to guide choices in the public interest, with particular attention to the problems of poverty and inequality. Sen formulates the theory of the capability approach founded on a critical reflection on ‘welfarist theories’, first and foremost utilitarianism. The criticism essentially focuses on the nature of the variable based on which utilitarianism, and the welfarist theories in general, evaluate individual well-being and make interpersonal comparisons: income, wealth, happiness, etc. According to Sen, recognizing differences among individuals determines the impossibility of assessing the truthful well-being of an individual based on variables used by welfarist theories. He argues this because the equality in a given space (concerning the chosen variable) usually coexists with inequality in another (concerning other variables). The impossibility of assessing well-being is valid both in terms of personal characteristics and concerning some features of the context with which they interact. For the same number of ‘things’ at his disposal, individuals can achieve a different level of well-being depending on their personal ‘ability to convert’ these ‘things’ into well-being.

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In questo mio breve intervento parlerò della teoria dell’approccio delle capacità, elaborata da Amartya Sen a partire dall’inizio degli anni Settanta e sviluppata successivamente dallo stesso Sen e da diversi studiosi di vari ambiti disciplinari, tra cui principalmente Martha Nussbaum. In particolare, proporrò alcune riflessioni sulle possibili relazioni tra teoria dell’approccio delle capacità e pianificazione, facendo riferimento nello specifico al tema/ obiettivo della promozione della qualità della vita urbana dei gruppi di abitanti più svantaggiati. L’approccio delle capacità è una teoria normativa e un’etica sociale. I suoi principali obiettivi sono identificare la variabile sulla base della quale valutare le condizioni di vita degli individui e definire i criteri per orientare le scelte di pubblico interesse, con particolare attenzione nei confronti dei problemi della povertà e della diseguaglianza. Sen formula la teoria dell’approccio delle capacità a partire da una riflessione critica nei confronti delle teorie welfariste, prima fra tutte l’utilitarismo. La critica si rivolge essenzialmente alla natura della variabile sulla base della quale l’utilitarismo, e le teorie welfariste in generale, valutano il benessere individuale ed effettuano i confronti interpersonali: reddito, ricchezza, felicità, ecc. Secondo Sen, infatti, il riconoscimento della diversità tra gli individui, sia in termini di caratteristiche personali, sia in riferimento ad alcune caratteristiche del contesto con cui essi interagiscono, determina l’impossibilità di valutare l’effettivo benessere di un individuo sulla base delle variabili utilizzate dalle teorie welfariste poiché l’uguaglianza in un determinato spazio (ovvero, rispetto alla variabile scelta) può coesistere con la diseguaglianza in un altro spazio (rispetto, cioè, ad altre variabili). A parità di ‘cose’ a sua disposizione, infatti, un individuo è in grado di ottenere un livello di benessere che dipende dalla sua capacità di convertire queste ‘cose’ in benessere.


L’approccio delle capacità, dunque, si concentra sulla effettiva libertà degli individui di raggiungere il benessere. Lo spazio di valutazione identificato dall’approccio delle capacità è, quindi, lo spazio, multidimensionale e complesso, dei funzionamenti (functionings) e delle capacità (capabilities) individuali. I funzionamenti sono definiti come stati o cose che ciascun individuo raggiunge o fa: sono, cioè, realizzazioni effettive di stati potenziali. Ad esempio: essere adeguatamente nutrito, non soffrire di malattie evitabili, ma anche partecipare alla vita della comunità o avere rispetto di sé. Le capacità sono definite come ciò che l’individuo è in grado di poter essere o poter fare. In altri termini, l’insieme delle capacità di un individuo rappresenta l’insieme delle combinazioni alternative di funzionamenti che lo stesso può effettivamente scegliere e acquisire ed equivale, dunque, alla libertà di essere e fare. Facciamo un esempio. Una persona benestante che sceglie di digiunare ‘funziona’ (limitatamente a questo ambito) esattamente come un indigente costretto a soffrire la fame. Ma la persona indigente ha un insieme di ‘capacità’ diverso da quello della persona benestante: mentre la seconda può decidere di nutrirsi adeguatamente, la prima non ha la possibilità di scegliere. È questa sostanziale differenza che la nozione di capacità intende mettere in evidenza. Nell’ambito della teoria dell’approccio delle capacità è l’insieme degli stati potenzialmente raggiungibili (il capability set) e di quelli effettivamente realizzati (i funzionamenti) che determina il benessere di un individuo. Dunque, la valutazione del benessere di un individuo deve riferirsi non solo ai funzionamenti ma anche alle capacità che rappresentano, come già detto, la libertà sostanziale dell’individuo di essere e fare.

The capability approach, therefore, focuses on the actual freedom of individuals to achieve well-being. The evaluation space identified by the capability approach is, therefore, the multidimensional and complex space of individual ‘functioning’ and ‘capabilities’. Functionings are states or things that each individual reaches or does - they are actual realizations of potentials. For example, having adequate food, not suffering from avoidable diseases, but participating in community life or having self-esteem, as well. Capabilities are defined as what the individual is capable of ‘being’ or ‘being able to do’. In other words, the set of capabilities of an individual represents the set of alternative combinations of functioning that he or she can truly choose and acquire. It is, therefore, equivalent to the freedom to be and do. For example, a wealthy person who decides to fast ‘functions’ just like a poor person forced to starve; obviously, limited only to this aspect. However, the needy person has a different set of ‘abilities’ from that of the wealthy person. Whereas the second ‘can’ decide to feed himself adequately, the first does not have the choice - this is a substantial difference that the notion of capability intends to emphasize. In the context of the theory of the capacity approach, the well-being of an individual determines the set of potentially achievable states (the ‘capability set’) and states that are realized (the functioning). Thus, the evaluation of an individual’s well-being must refer not only to functioning but also to capabilities that represent, as already mentioned, the individual’s substantial freedom to be and do.

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Capability theory is increasingly used in studying complex conditions and phenomena, such as poverty or quality of life. Its importance is also growing in building public policies and assessing their effectiveness. Sen himself, in his seminal text “The Idea of Justice” (2009), stresses the importance of considering the capability approach as a frame of reference to arrive at a choice between feasible alternatives. However, there is room for us to explore the possible relationships between the capability approach theory and urban planning. The reference to the perspective of capabilities implies the need to focus attention on the real opportunities that each individual has. These opportunities involve using the city, functioning independently and freely and increasing people’s own set of capabilities. We must not consider, as generally happens, the intrinsic characteristics of the city and assume that they mechanically translate into a (pre)established and generalized level of well-being. In line with these considerations, we can introduce the concepts of urban functioning and urban capacity. We can define an individual’s urban functioning as what the individual does with and in the city. An individual’s urban capacity is what the individual actually can do with and in the city. Within the disciplines dealing with urban design, even referring to urban functioning can be considered a step forward. Thinking of urban functioning means attributing a central role to what each individual does with and in the city rather than focusing on the intrinsic characteristics.

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La teoria delle capacità viene sempre più spesso esplicitamente impiegata come quadro di riferimento per lo studio di condizioni e fenomeni complessi, come la povertà o la qualità della vita, e per la costruzione delle politiche pubbliche e la valutazione della loro efficacia. Lo stesso Sen, nel suo fondamentale testo “The Idea of Justice” (2009), sottolinea l’importanza di considerare l’approccio delle capacità come uno schema di riferimento usabile anche per giungere ad una scelta tra alternative fattibili. È dunque possibile provare ad esplorare le possibili relazioni tra teoria dell’approccio delle capacità e pianificazione. Il riferimento alla prospettiva delle capacità comporta la necessità di focalizzare l’attenzione sulle reali opportunità che ciascun individuo ha di usare la città per funzionare autonomamente e liberamente e per accrescere il proprio set di capacità. E non, come generalmente avviene, considerare le caratteristiche intrinseche della città e assumere che esse si traducano meccanicamente in un livello di benessere (pre)stabilito e generalizzato. Alla luce di queste considerazioni, possiamo introdurre i concetti di funzionamento urbano e capacità urbana. Possiamo definire i funzionamenti urbani di un individuo come ciò che l’individuo effettivamente fa con la città e nella città; mentre le capacità urbane di un individuo sono definite come ciò che l’individuo realmente può fare con la città e nella città. Nell’ambito delle discipline che si occupano del progetto della città, fare riferimento anche solo al concetto di funzionamento urbano può considerarsi un passo in avanti. Pensare in termini di funzionamenti urbani, infatti, significa attribuire un ruolo centrale a ciò che ciascun individuo effettivamente fa con la città e nella città, piuttosto che alle caratteristiche intrinseche della città.


Questo significa che è fondamentale non solo conoscere, ad esempio, qual è l’estensione delle aree verdi presenti e la loro distribuzione in ambito urbano, ma anche valutare l’uso effettivo che ciascun individuo effettivamente fa di tali aree verdi. Si tratta, in altri termini, di uno spostamento dello sguardo dalla città all’interazione individuo-città. Ma è soprattutto il concetto di capacità urbana che può fornire indicazioni utili in un’ottica progettuale. La nozione di capacità comprende due accezioni: quella di abilità, che si riferisce al potere interno dell’individuo posseduto ma non necessariamente esercitato - di essere o fare, e quello di opportunità, che riguarda la presenza di condizioni esterne che rendono possibile per l’individuo l’essere e il fare. Per seguire l’esempio già introdotto, possiamo affermare che un individuo possiede la capacità urbana di fruire di un’area verde se dispone di tale area e al contempo ha l’abilità di poterla utilizzare e quindi di impiegarla operativamente per accrescere il proprio benessere. Adottare la prospettiva delle capacità ci impone, dunque, di esaminare la relazione tra gli individui e il contesto con cui essi interagiscono, al fine di identificare gli ostacoli urbani, non necessariamente solo di tipo spaziale, che limitano l’uso autonomo e libero della città da parte di ciascuno. In altri termini, ci impone di costruire politiche e progetti in grado di agire sulle capacità urbane degli individui accrescendo le opportunità per gli stessi di funzionare in sintonia con le loro abilità.

It means that it is not only necessary to know, for example, the extent of the green areas and their distribution in the urban environment. We must also assess the actual use that each individual makes of these green areas. In other words, we have to shift our perspective towards the interaction between the individual and the city. Above all, the concept of urban capacity can provide valuable indications from a planning perspective. The notion of capability includes two meanings: that of ability, which refers to the individual’s internal power - possessed but not necessarily exercised - to be or do, and that of opportunity, which concerns the presence of external conditions that make it possible for the individual to be and do. We can say that an individual possesses the urban capability to use a green area if he or she has this area at his or her disposal and at the same time has the ability to use it, therefore, to use it operationally to increase his or her well-being. Adopting the capability approach requires examining the relationship between individuals and the context with which they interact. The examination would identify barriers, not exclusively spatial, that limit the autonomous and free use of the city by everyone. In other words, we need to adapt urban policies and projects to improve the individuals’ capabilities, increasing their opportunities to interact according to their abilities.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

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Accessibilità e Sostenibilità. Temi chiave per le Agende urbane Accessibility and Sustainability Two Key Topics for Urban Agenda

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=dCjJ9vOJ1cg&list=PL47001 udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=6


Valeria Saiu, dottore di ricerca in Ingegneria edile, Università di Cagliari, DICAAR Valeria Saiu, PhD in Construction Engineering, University of Cagliari, DICAAR

e-mail: valeriasaiu@gmail.com


A reflection on urban sustainability can start from two fundamental themes: universal design and accessibility, according to the principles of the UN 2030 Agenda. The main reference is the SDG 11 that aims to “make cities and human settlements inclusive, safe, resilient and sustainable”. This is an important issue in the reduction of environmental risks and urban inequalities that became both acutely evident and exacerbated in the last year as the Covid-19 syndemic unfolded, which highlighted the greatest vulnerability of the weaker sections of the population. Cities and urban settlements, in fact, must guarantee all inhabitants two fundamental rights: equal access to goods and services and the possibility of living in a healthy, accessible, and inclusive environment close to one’s home. National urban agendas must pursue these rights through policies capable of translating declarations of intent - which often remain abstract ideas - into concrete actions and assessing progress over time through measurable, reportable, and verifiable indicators. In this important historical moment, when 2020 marks the beginning of the “Decade of Action” to achieve the goals of the 2030 Agenda, as the UNFPA’s Eval4Action campaign emphasises, there is a need to develop robust assessment tools, which enable the effectiveness of interventions to be tested and reliably measured. To this end, these tools must provide, on the one hand, specific and detailed information on spatial and functional characteristics of different urban areas; on the other hand, an integrated view of these different aspects to maximise the synergies and minimise trade-offs. In this manner, it is possible to define a more realistic interpretation of urban functioning than those provided by traditional planning tools based on quantitative standards that often obscure huge differences within urban areas.

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Una riflessione sulla sostenibilità urbana può partire da due temi fondamentali: progetto universale e accessibilità, in linea con i principi dell’Agenda 2030 dell’ONU. Il riferimento principale è il Goal 11: “rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili”, un obiettivo centrale per la riduzione dei rischi ambientali e delle disuguaglianze urbane, queste ultime rese più evidenti ed acuite nell’ultimo anno dagli impatti della sindemia di Covid-19 che ha mostrato la maggiore vulnerabilità delle fasce più deboli della popolazione. Le città e gli insediamenti urbani, infatti, devono garantire a tutti gli abitanti due diritti fondamentali: pari capacità di accesso ai beni e servizi e la possibilità di vivere in un ambiente sano, accessibile e inclusivo prossimo alla propria abitazione. Questi diritti devono essere perseguiti all’interno delle agende urbane nazionali attraverso politiche in grado di tradurre in azioni concrete dichiarazioni di intenti - che spesso restano idee astratte - e di monitorare i progressi attraverso indicatori misurabili, segnalabili e verificabili nel tempo. In questo momento storico importante che vede il 2020 aprire il “Decennio d’Azione” per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, come sottolinea la campagna Eval4Action promossa dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), occorre sviluppare strumenti di valutazione robusti che consentono di testare e misurare in modo attendibile l’efficacia degli interventi. A tal fine, questi strumenti dovranno fornire, da un lato, informazioni specifiche e dettagliate sulle caratteristiche spaziali e funzionali delle diverse aree urbane; dall’altro una visione integrata di questi diversi aspetti in maniera da massimizzare le sinergie e ridurre al minimo i compromessi. In questa maniera è possibile costruire una rappresentazione più realistica del funzionamento urbano rispetto a quella fornita dagli strumenti di piano tradizionali, basati su standard quantitativi e spesso indifferenti alle molteplici.


Inoltre, questa rappresentazione si rivela particolarmente utile nei processi di implementazione delle politiche pubbliche e nella costruzione di regole e strumenti di progettazione finalizzati a ridurre barriere e ostacoli all’accessibilità, soprattutto per le persone con bisogni speciali: questo suggerisce l’importanza di una prospettiva per cui i cittadini si configurano come portatori di diritti, piuttosto che portatori di interessi. Dal punto di vista operativo, ci sono due dimensioni interconnesse. La prima è un’analisi territoriale d’insieme che permette di evidenziare le aree maggiormente critiche a cui assegnare priorità di intervento; tale analisi può essere costruita attraverso sistemi automatizzati che permettono di assegnare un punteggio di accessibilità in relazione a diverse modalità di trasporto (es. con il trasporto pubblico, in bicicletta, a piedi), destinazioni/opportunità (es. beni, servizi e attività) e profili delle persone (es. categorie di utenti). La seconda riguarda la scala del quartiere o dell’isolato che permette di definire soluzioni progettuali puntuali in grado di dare risposte alle problematiche rilevate nell’analisi territoriale e successivamente attraverso questa valutazione più approfondita. A questo proposito, si suggerisce in primo luogo la proposizione di interventi minimi e a basso costo, che sono più facilmente realizzabili e per questo capaci di innescare un processo incrementale e capillare di trasformazione e reinvenzione dello spazio, anche attraverso azioni collaborative di tipo tattico e di placemaking partecipativo. Come sottolinea l’Agenda 2030, infatti, la partita della sostenibilità urbana si gioca non solo attraverso grandi apparati tecnologici e progetti eccezionali ma attraverso un’azione diffusa e una mobilitazione sociale di massa necessaria per la transizione verso una città più equa e dunque realmente sostenibile.

Moreover, this representation can be helpful in the implementation of new strategies, actions, rules and planning tools aimed at reducing barriers and obstacles to accessibility, especially for people with special needs. It suggests the relevance of a perspective in which citizens are right holders rather than interest holders. From an operational point of view, there are two interconnected dimensions. The first is an overall territorial analysis that makes it possible to highlight the most critical areas to which priority has been assigned. This analysis can be performed through automated systems that calculate an accessibility score based on different transport mode choices (e.g. public transport, cycling, walking), destinations/opportunities (e.g. goods, services and activities), and people profiles (e.g. categories of users). The second concerns the neighbourhood or block scale that allows the definition of specific design solutions for answers to the general problems encountered in the territorial analysis and then in the more in-depth assessment. In this regard, in the first place, simple and low-cost interventions are suggested because they are easy to realize and capable of triggering an incremental and spread transformation process of urban space, also through tactical collaborative actions and participatory placemaking. As Agenda 2030 emphasises, urban sustainability goals cannot be achieved only by large technological infrastructures and “exceptional” projects. A widespread urban regeneration process, greater collective awareness and mass social mobilisation are necessary for transition to a fairer and, therefore, truly sustainable city.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

Gehl J. (1987). Life between Buildings. Using Public Space. New York: Van Nostrand Reinhold. Jacobs J. (1961). The Death and Life of Great American Cities. New York: Vintage. National Association of City Transportation Officials (2016). Global Street Design Guide. Washington: Island Press. Speck J. (2018). Walkable City Rules: 101 Steps to Making Better Places. Washington: Island Press. United Nations (2017). Conference on Housing and Sustainable Urban Development, Habitat III Policy Papers: Policy Paper 1 The Right to the City and Cities for All, www.habitat3. org. United Nations (2015). Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development - A/RES/70/1. New York: United Nations Department of Economic and Social Affairs. United Nations Secretary-General (2019). Eval4Action Campaign: Decade of Evaluation for Action. https://www.eval4action.org/. Zaha Hadid Architects (2017). Boosting the Urban Prosperity Engine: Walkable London. https:// www.walkablelondon.co.uk/

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Il genere e il suo rapporto con l’architettura e l’urbanistica The genre and its relationship with architecture and urbanism

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=Tn6ErPQ4Nsw&list=PL470 01udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=7


Zaida Muxí Martínez, architetta;

Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona e-mail: zaida.muxi@upc.edu


Gender talk means talking about roles assigned to men and women due to a biological difference, i.e. the difference acquired at birth. Yet, while the biological fact is natural, gender roles are not. They are constructions created by society, which assigns specific tasks according to the sex of birth. For women, these tasks mean the reproductive duties that take place at home. They are invisible and not valued. They take place within the home only in theory because the tasks of reproduction, as Anna Bofill explained to us some time ago, also extend beyond the home doors. But, they have been rendered invisible by the system of values and needs that our society has generated, founding them on the exclusive experience and exclusive of the male gender. The male gender has been assigned the production duties, outdoor space, public space, paid tasks and jobs, and knowledge and values that govern our society. If we evaluate and recognize these differentiated tasks, we will need to study how and why we use urban spaces, public transportation, etc.; men and women differently. We need to understand how the activities or jobs of the female gender imply inequality in access to resources and access to the city: from public transport or mobility, both planned by a male experience, once again. Most men move around in private vehicles. Women move more on foot or use public transport than men, who use private vehicles more, as I said, or cycle. So what are we investing in? Who are we supporting?

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Parlare di genere significa parlare di ruoli assegnati a uomini e donne a causa di una differenza biologica: la differenza di nascita. Ma, come è naturale il ruolo assegnato dalla biologia, i ruoli di genere non sono naturali; sono costruzioni create dalla società, che assegna compiti specifici in base al sesso di nascita. Questi compiti specifici nelle donne significano i compiti di riproduzione che si svolgono all’interno della casa, che sono invisibili e non sono stati valorizzati. Si svolgono all’interno della casa in teoria, perché anche questo spazio, questi compiti di riproduzione, come ci ha spiegato Anna Bofill qualche tempo fa, si estendono oltre le porte della casa. Ma sono stati resi invisibili dal sistema di valori e bisogni che la nostra società ha generato e che si basano sull’esperienza esclusiva ed esclusiva del genere maschile. Al genere maschile sono stati assegnati i compiti della produzione, dello spazio esterno, dello spazio pubblico, dei compiti e dei posti di lavoro retribuiti e la generazione delle conoscenze e dei valori che governano la nostra società. Poi, se valutiamo e riconosciamo questi compiti differenziati, dobbiamo studiare come e perché usiamo gli spazi urbani, i trasporti pubblici, ... uomini e donne in modi diversi. Serve capire come le attività o i lavori del genere femminile implicano una disuguaglianza nell’accesso alle risorse e nell’accesso alla città: dal trasporto pubblico che è nei fatti pianificato o la mobilità cha anch’essa è pianificata da un’esperienza maschile ancora una volta. La maggior parte degli uomini si muovono in veicoli privati, le donne si muovono più a piedi o usano i mezzi pubblici rispetto agli uomini che usano di più il veicolo privato, come ho detto, o in bicicletta. Allora, in cosa investiamo? Chi stiamo supportando?


La pianificazione urbana, come dicevo, si rifletterebbe nei trasporti, nel miglioramento della mobilità, nella realizzazione di quartieri misti che consentano la compatibilità e il passaggio da un compito riproduttivo a uno produttivo in breve tempo. Evidentemente le donne non sono solo immerse nel mondo della riproduzione e della cura, ma siamo in gran numero anche nel mondo della produzione, cosa che non avviene per gli uomini nel mondo della riproduzione. Oggi, in Spagna, il 70 per cento delle ore dedicate alla cura è svolto da donne. Pertanto, è ancora il ruolo del genere femminile a svolgere i compiti da queste esigenze. Se li rendiamo visibili, possiamo iniziare a porre nuove domande su ciò che è necessario per questi compiti. Quali difficoltà incontrano quotidianamente? Queste domande ci porteranno a trovare nuove soluzioni e quindi a migliorare l’inclusione e ad aumentare l’uguaglianza nell’accesso alla città. Questo dovrebbe anche essere completato rendendo le donne visibili nei loro molteplici ruoli, anche come professioniste. Mancano ancora riferimenti femminili in tutte le professioni anche se le donne sono presenti da molti anni nei diversi campi del sapere. Pertanto, è necessario anche nel campo dell’architettura e dell’urbanistica rendere visibili i compiti svolti dalle donne professioniste.

Urban planning, as I was saying, would be reflected in transport, in improving mobility, in creating mixed neighbourhoods that allow compatibility and the transition from reproductive to productive tasks in a short time. Women do not immerse themselves exclusively in the world of reproduction and care. We are also in large numbers in the production fields, which is not the case for men in the reproduction world. Today in Spain, women perform 70% of caring hours. Therefore, the female sex still has the role of performing reproductive tasks. If we make them visible, we can begin to ask new questions about the needs to perform those tasks. What difficulties do we face daily? These questions will lead us to find new solutions and, therefore, will improve inclusion and increase equality in access to the city. Alongside, we must make women visible in their multiple roles, and also as professionals. Although women have been present in different fields of knowledge for many years, there is still a lack of female references in all professions. Therefore, it is also necessary for the field of architecture and town planning to make visible the tasks performed by women professional.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

Beyond the Threshold. Women, Houses and Cities. Autora Zaida Muxí Martínez Editorial dprbarcelona 2021 Urbanismo feminista. Autoras: Col·lectiu Punt 6 . Editorial Virus, 2019 www.punt6.org www.equalsaree.org

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Città in gioco Cities at Play

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=u3Bdw8VDYKE&list=PL470 01udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=8


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com


The importance of the right to play. What is play? Why play is important? Why play should take place within the city? The manifest of cities at play.

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L’importanza del diritto al gioco. Cos’è il gioco? Perché il gioco è importante. Perché il gioco sta dentro la città. Il manifesto delle città in gioco.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Caillois, R. (1981). I giochi e gli uomini. Milano: Bompiani. Cecchini, A. et al. (1987). I Giochi di Simulazione nella scuola. Bologna: Zanichelli. Cecchini, A. & Musci, E. (2008). Differenti? È indifferente. Molfetta (BA): La Meridiana. Huizinga, I. (1973). Homo Ludens. Torino: Einaudi.


La città torna a scuola

The City Goes Back to School

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=q5lNYxc9aBI&list=PL47001 udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=9


Samanta Bartocci, architetto e dottore di

Fabrizio Pusceddu, architetto e dottore di

Samanta Bartocci, Architect and PhD in Architectural and Urban Design

Fabrizio Pusceddu, Architect and PhD in Architecture and Urban Planning

e-mail: sbartocci@uniss.it

e-mail: fapusceddu@uniss.it

ricerca in Progettazione architettonica e urbana

ricerca in Architettura e pianificazione


The common opinion is: experience is made up of actions and choices and has ongoing relationships with the physical environment. The accepted belief is: the built space expresses the values and attitudes of those who create it. Less evident, or better still to learn, is how buildings and space influence possible users (Plummer 2016). So far, we certainly recognise in architectures and spatial actions an evolutionary power dynamic, in which void and mass act with us in a physical environment. Based on significant discoveries in neuroscience, motor patterns and higher cognitive functions act in correspondence. Thus, we no longer read the action as the consequence of the perceptual phase and its subsequent interpretation but an integral part of a process in which all components collaborate simultaneously. Therefore, we are talking about an unstructured process without clearly distinguishable phases. Actual or simulated performance of “motor actions” leads us to the definition of the behaviour of subjects that do not represent “mere movements” (Rizzolatti-Sinigaglia, 2006). This assumption, in recent years, has taken on a disruptive role in the face of the critics that have emerged around the conventional space for learning, i.e. school. Several widely shared theories have so far linked motor act, movement in space, with the perceptual and discovery-oriented act, contributing towards knowledge building.

È generalmente condiviso che l’esperienza è fatta d’azioni e scelte, e ha rapporti continui con l’ambiente fisico. Ed è oramai accettato che lo spazio costruito esprima i valori e gli atteggiamenti di chi lo crea. Meno evidente o meglio appreso è il modo in cui gli edifici e lo spazio influenzino i possibili fruitori (Plummer 2016). Ma certamente, riconosciamo nelle architetture e nelle azioni spaziali una dinamica di potere evolutiva, in cui il vuoto e la massa agiscono con noi in un ambiente fisico. Ciò assume rilevanza dalle scoperte in campo neuroscientifico che dimostrerebbero un legame di corrispondenza tra schemi motori e funzioni cognitive superiori, per cui l’azione non è più letta come conseguenza di una fase di percezione e successiva interpretazione, ma parte integrante di un processo dove tutte le componenti collaborano in maniera simultanea. Parliamo perciò di un processo che non si struttura per fasi nettamente distinguibili, ma nel compimento, effettivo o simulato, di “atti motori” che portano a definire i comportamenti dei soggetti non come “meri movimenti” (Rizzolatti-Sinigaglia, 2006). Questo presupposto, ha assunto negli ultimi anni un ruolo dirompente di fronte alle criticità emerse intorno allo spazio convenzionale per apprendere, quello della scuola, ed alle teorie ormai largamente condivise che legano l’atto motorio, il muoversi nello spazio, all’atto percettivo, alla scoperta orientata alla costruzione di conoscenza.

We have become accustomed to recognizing learning spaces as almost always closed, standardized, and defined, in some way commonplace. The school, indeed, has included rigid and functional environments with floors without a view and long corridors connected by an orderly succession of rectangular classrooms and inaccessible fenced outer perimeters. The classroom was the only place where knowledge was transmitted.

Fino ad oggi siamo stati abituati a riconoscere gli spazi dell’apprendimento all’interno di luoghi quasi sempre chiusi, normalizzati e definiti, per certi versi luoghi comuni, infatti la scuola ha incluso ambenti rigidi e funzionali con piani chiusi e lunghi corridoi messi in comunicazione da una successione ordinata di aule rettangolari e perimetri esterni recintati inaccessibili. L’aula costituiva l’unico luogo di trasmissione del sapere.

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Tuttavia, in una delle opere di Illich, più controverse e oppositive rispetto all’istituzione della scuola obbligatoria, Descolarizzare la società, nonostante la confusione tra lo spazio della scuola, l’istruzione e il ruolo sociale, propiziava un principio di convivialità per cui i bambini hanno bisogno della scuola, ma la maggior parte delle cose che s’imparano nella vita avvengono al di fuori del tempo scolastico. Illich diceva: “i bambini sono allievi… La scuola è un’istituzione basata sull’assioma che l’apprendimento è il prodotto dell’insegnamento. E la sapienza istituzionale continua ad accettare questo assioma, nonostante le prove schiaccianti che lo contraddicono. Quasi tutto ciò che sappiamo lo abbiamo imparato fuori della scuola…Si impara a parlare, a pensare, ad amare, a sentire, a giocare, a bestemmiare, a far politica e a lavorare, senza l’intervento di un insegnante.” (Illich 1970, p.17). Ci troviamo dunque difronte al ruolo della città come educante, perché nella città c’è lo spazio della scoperta e della crescita, e la città è formativa. In essa convivono, la differenza, la socializzazione, le tensioni e il conflitto, ma anche la convivialità, e privare di questo i bambini costituisce un blocco verso tutte quelle esperienze capaci di sviluppo dell’autonomia, dell’intelligenza adattativa e delle abilità relazionali. I bambini sanno ben utilizzare tutto lo spazio che hanno a disposizione nella città come occasione di gioco ed apprendimento, avendo la capacità di rendere “proprio” e di trasformare qualunque tipo di spazio, in spazio del gioco; ma tanto più lo spazio sarà perimetrato, predeterminato e controllato, tanto più sarà difficile appropriarsene. La città, dunque, è un importante strumento educativo. Nella città i bambini acquisiscono le abilità fisiche ed intellettuali indispensabili per affermarsi nella cultura in cui crescono, grazie al gioco prima di tutto ed all’esplorazione autonoma e libera (Gray, 2015). E nella libertà si cela spesso il sentimento d’insicurezza, smarrimento e paura che porta all’insicurezza sociale (Castel, 2004).

However, in one of Illich’s most controversial and oppositional works, “Deschooling Society”, he discusses the institution of compulsory schooling. Despite the confusion between school space, education and social role, he advocated the principle of conviviality whereby children need school, but most of the things they learn in life happen outside school time. Illich said, “children are learners... School is an institution based on the axiom that learning is the product of teaching. And institutional wisdom continues to accept this axiom, despite the overwhelming evidence that contradicts it. Almost everything we know we have learnt outside school... We learn to speak, to think, to love, to feel, to play, to swear, to make politics and to work without the intervention of a teacher.” (Illich 1970, p.17) Therefore, we face the city in the role of an educator with space for discovery and growth and, the city is formative. In the city, socialisation, differences, tensions and conflicts, but also conviviality coexist. Depriving children of all that, we constitute a block to all those experiences capable of developing autonomous and adaptive intelligence, and relational skills. Children know very well how to use all the space available in the city as an opportunity for playing and learning. Having the ability to make space ‘their own’, children transform any space into a play space. Nevertheless, the more space is confined, predetermined and controlled, the more difficult appropriation is. The city, hence, is a crucial educational tool. In the city, children acquire physical and intellectual skills. These skills are indispensable for asserting themselves in the culture in which they grow up, thanks to playing first, and foremost, developing autonomous and free exploration (Gray, 2015). And, in the lack of freedom often lies the feeling of insecurity, bewilderment and fear that leads to social insecurity (Castel, 2004).

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The contemporary city, thus, poses ethical problems, but also practical ones: how to make people with different interests, cultures, habits, expectations coexist within the same public space. “Space is not the sphere (real or logical) in which things are arranged but the mean by which the position of things becomes possible. This is to say that, instead of imagining it as a kind of ether in which all things are immersed or conceiving it abstractly as a character that is common to them, we must think of it as the universal power of their connections.” (Merleau-Ponty, 2003, p.326). The relationships between things would then determine the educational potential of our cities. The role of cities is irreplaceable, where urban space unfolds as a large platform of collective knowledge that links space and learning through action.

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In questo la città contemporanea ci pone così dei problemi etici, ma anche molto pratici: come far convivere all’interno di uno stesso spazio -pubblico- persone con interessi, culture, abitudini, aspettative differenti. “Lo spazio non è l’ambito (reale o logico) in cui le cose si dispongono, ma il mezzo in virtù del quale diviene possibile la posizione delle cose. Ciò equivale a dire che, anziché immaginarlo come una specie di etere nel quale sono immerse tutte le cose o concepirlo astrattamente come un carattere che sia comune a esse, dobbiamo pensarlo come la potenza universale delle loro connessioni.” (Merleau-Ponty, 2003, p.326) Sarebbero allora le relazioni tra le cose a determinare il potenziale educativo delle nostre città, un ruolo non abdicabile in cui lo spazio urbano si declina come una grande piattaforma di conoscenza collettiva che lega spazio e apprendimento tramite l’azione.


Alcuni principali riferimenti A few key references

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Aldo van Eyck

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=-fFmo_ePo5g&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=10


Sabrina Scalas, ingegnere edile e dottore di ricerca in Architettura e ambiente

Sabrina Scalas, Architectural Engineer and PhD in Architecture and Environment

e-mail: sabrinascalas@gmail.com


Despite the great interest, the book “Aldo van Eyck: Playgrounds and the City” is quite uneasy to find in bookstores, both physical and online. The book is the catalogue of the exhibition ‘Designs for Children’ hosted in the Amsterdam City Museum between June and September 2002. Edited by Ingeborg de Roode and Liane Lefaivre, who also curated the exhibition, the book bases on unpublished photographs and drawings by Aldo van Eyck retrieved from the Amsterdam Municipal Archives. The idea for the exhibition came from van Eyck himself. In 1988, he invited Liane Lefaivre to consult the Amsterdam Municipal Archives curated by Erik Schmitz. But who is Aldo van Eyck? He is a Dutch architect, born in 1918 to a philosopher father and a mother of Jewish origin born in Surinam. He spent his youth between England and Holland. In 1938, he moved to Switzerland to attend the Zurich Polytechnic, where he graduated in architecture in 1942. Married to his fellow student Hannie, he became the father of two children. At the end of the Second World War, he returned to Holland and in 1947 started working for the Department of Public Works of the municipality of Amsterdam. During these years, he worked on installations and collaborated closely with the Amsterdam City Museum. He taught at the Amsterdam School of Architecture from 1954 to 1959 and at the Delft Technical School from 1966 to 1984. Died in Utrecht in 1999. The period in which van Eyck established itself on the national and international scene coincided with the shift between the ‘old guard’ made up of the great masters of the twenties, thirties and forties and the ‘third generation’ made up of young architects. The changes that happened within the International Congresses of Modern Architecture, known as CIAM, coincide with the reconstruction of cities after the Second World War. The architects of the younger generation aimed to rethink the

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Il libro “Aldo van Eyck: the playgrounds and the city”, è un testo piuttosto difficile da trovare nelle librerie sia fisiche che online. “Aldo van Eyck: the playgrounds and the city” è il catalogo della mostra “Designs for Children” ospitata nel Museo Civico di Amsterdam tra giugno e settembre del 2002. Il libro, curato da Ingeborg de Roode e Liane Lefaivre, così come l’esposizione, è basato su fotografie e disegni inediti di Aldo van Eyck recuperate presso l’Archivio Municipale di Amsterdam. L’idea della mostra fu dello stesso Aldo Van Eyck che nel 1988, invita Liane Lefaivre a consultare gli archivi della municipalità di Amsterdam curati da Erik Schmitz. Ma chi è Aldo van Eyck? Aldo van Eyck è un architetto olandese che nasce nel 1918 da un padre filosofo e da una madre di origine ebraica nata nel Suriname. Vive la sua giovinezza tra l’Inghilterra e l’Olanda. Nel 1938 si trasferisce in Svizzera per frequentare il Politecnico di Zurigo dove si laurea in architettura nel 1942. Sposato con la compagna di studi Hannie, diventa padre di due figli. Alla fine della seconda guerra mondiale torna in Olanda e nel 1947 inizia a lavorare per il Dipartimento dei Lavori pubblici della municipalità di Amsterdam. Negli stessi anni si occupa di allestimenti e collabora strettamente con il Museo Civico di Amsterdam. Nell’arco della sua carriera insegna presso la scuola di architettura di Amsterdam dal 1954 al 1959 e presso la scuola tecnica di Delft dal 1966 al 1984. Muore a Utrech nel 1999. Il periodo in cui Aldo van Eyck si afferma sulla scena nazionale e internazionale coincide con il passaggio di testimone tra la “vecchia guardia” composta dai grandi maestri degli anni Venti, Trenta e Quaranta e la “terza generazione” formata da giovani architetti. La ricostruzione delle città dopo la II guerra mondiale coincide con un cambio di linea dei Congressi internazionali di Architettura Moderna detti CIAM. Questo cambio, caratterizzato dalla presenza degli architetti della giovane generazione, vuole ripensare i temi e le regole presenti


nella Carta di Atene al fine di superare il concetto di città igienista che vede Le Corbusier come principale difensore. Ai CIAM del secondo dopo guerra partecipano giovani architetti tra i quali Georges Candilis, Jacob Bakema, Allison e Peter Smithson e lo stesso Aldo Van Eyck, mentre sono assenti alcuni dei fondatori e organizzatori storici come Le Corbusier, Sert e molti altri. I giovani architetti insistono sul fatto che la ricerca del progetto debba centrarsi più sull’intorno dell’abitazione e quindi sull’habitat, esprimendo questo concetto come il “desiderio comune di creare ambienti che stimolino le relazioni tra gli abitanti, tra gli edifici e il loro intorno, e dove poter accogliere le necessità culturali della gente” (Pedret, 2005). Van Eyck applica alcune delle riflessioni fatte ai congressi e nelle animate discussioni con gli altri giovani architetti, nel progetto dei Playgrounds per la città di Amsterdam. Forse il più noto dei suoi lavori insieme all’orfanotrofio realizzato sempre ad Amsterdam. Lui percepisce lo spazio urbano come risultato non solo dello stato in se delle cose o delle indicazioni dei piani, ma riconosce in esso (nello spazio) il risultato di più azioni combinate tra loro. Van Eyck aveva poi un interesse particolare per i vuoti urbani lasciati dalla guerra, e su questi concentra il suo lavoro di progetto dei playgrounds. Un lavoro importantissimo testimoniato da una serie di fotografie scattate dalla fine del 1950 e primi anni Sessanta, che aiutano a capire il tipo di impatto che hanno avuto sulla città di Amsterdam. Dal 1947 alla fine degli anni Settanta si contano più di 700 playgrounds sparsi per la città, ma indagini più approfondite parlano di numeri maggiori anche se non tutti sono attribuibili ad van Eyck. L’approccio di van Eyck al progetto interstiziale è guidato dal pensiero cibernetico dell’inbetweening, e le forme architettoniche che ne derivano sono combinazione di classico, anti-classico, e poetica De Stijl, con riferimenti alle opere di Brancusi e coniugate in un modo sincretico e ibrido.

themes and rules in the Athens Charter. With Le Corbusier as its principal defender, the goal was overcoming the concept of the hygienic city. Young architects such as Georges Candilis, Jacob Bakema, Allison and Peter Smithson, and Aldo Van Eyck himself took part in the CIAM after the Second World War. Some of the historical founders and organisers such as Le Corbusier, Sert and many others were absent. The young architects insist on the design research that focuses more on the surroundings of the house and, therefore, on the habitat, expressing this concept as the “common desire to create environments that stimulate relationships between the inhabitants, between the buildings and their surroundings, and where people’s cultural needs can be accommodated” (Pedret, 2005) Aldo Van Eyck applied some of his thoughts, expressed in lively discussions with other young architects at conferences. These ideas concerned the Playgrounds project for Amsterdam city. Perhaps, the project realized with an orphanage in Amsterdam is his most famous work. He perceives urban space only as a state of things or indication of plans. For him, space is a result of several composite actions. He was also particularly interested in the urban void left by the war and focused his work on designing playgrounds in those spaces. Evidencing this significant work, a series of photographs, taken in the late 1950s and early 1960s, testify to his project. The photos help us understand the kinds of impact on the city of Amsterdam. From 1947 to the end of the 1970s, more than 700 playgrounds were scattered around the city. However, more in-depth investigations speak of a higher number, but we cannot attribute all of them to van Eyck. The cybernetic thought of ‘inbetweening’ guided Van Eyck’s approach - the resulting architectural forms combine classical, anti-classical, and De Stijl poetics, with references to Brancusi’s work, an all combined in a syncretic, hybrid way.

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Aldo van Eyck’s playgrounds represent the cultural continuity, in an updated form, of a singular phenomenon from afar and we can often find it in Dutch paintings. As Simon Schama has pointed out, dating back at least to the XVI century, children’s play is an easily recognisable element in the urban context. It is a feature of Dutch painting and the culture of Nordic humanism in general. He focuses on children’s play, which is also defined in the Theory of Play by the Dutch philosopher Johan Huizinga (1872-1945) as an educational element, the driving force behind art, law, science, religion and philosophy, and which finds its physical concreteness in playgrounds. Van Eyck ‘decorated’ the playgrounds with elementary forms, archetypal constructions whose powerful simplicity could evoke various associations. The sandbox could be a circle, a triangle, a square, but always defined by an elementary form. Cement blocks are solid elements, cylinders arranged in rows or in groups, which stimulate the imagination of children who use them for jumping or simply as seats. In contrast to these solid elements, he introduces lightweight tubular metal objects joined together to create simple geometric shapes such as arches, semi-spheres or trilithons. Van Eyck restricted himself to this type of elementary forms for more than one reason. First, he was against objects in the shape of fantastic animals because, in his opinion, they did not belong in the city and crushed the child’s imagination. Second, his conviction was that objects with elementary forms and without particular function are adaptable to all kinds of uses, including unexpected ones. In the composition of the playgrounds, he introduces a focal point to create a “place”, which connects the other elements with this point, resulting in an asymmetrical situation in dynamic balance.

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I playgrounds di Aldo van Eyck rappresentano la continuità culturale, in forma aggiornata, di un fenomeno singolare che viene da lontano e che si ritrova spesso nella pittura olandese. Come Simon Schama, ha evidenziato, i giochi per bambini rappresentano un elemento facilmente riconoscibile nel contesto urbano e una caratteristica della pittura olandese e della cultura dell’umanesimo nordico in generale, che risale almeno al XVI secolo. Un’attenzione verso il gioco dei bambini che è definito anche nella Teoria del Gioco del filosofo olandese Johan Huizinga (1872-1945) come elemento educativo, propulsore dell’arte, del diritto, della scienza, della religione e della filosofia e che trova nei playgrounds una sua concretezza fisica. Van Eyck “arreda” i playgrounds con forme elementari, costruzioni archetipe la cui potente semplicità poteva evocare diverse associazioni. Il recinto della sabbia poteva essere un cerchio, un triangolo, un quadrato, ma sempre definito da una forma elementare. I blocchi di cemento sono elementi solidi, cilindri disposti in fila o in gruppo, che stuzzicano la fantasia dei bambini che li usano per saltare o semplicemente come sedute. A contrasto di questi elementi solidi introduce oggetti leggeri in tubolare metallico uniti in modo da realizzare forme geometriche semplici come archi, semi sfere o triliti. Van Eyck si limita a questo tipo di forme elementari per più di un motivo. In primo luogo era contrario agli oggetti con forme di animali fantastici, perché a suo dire non appartenevano alla città e schiacciavano l’immaginazione del bambino. In secondo luogo era convinto che gli oggetti dalle forme elementari, non essendo legati ad una particolare funzione, fossero in grado di adattarsi a tutti i tipi di utilizzo, compresi quelli inaspettati. Van Eyck nella composizione dei playgrounds introduce un punto focale per creare un “luogo” per poi collegare gli altri elementi con questo punto, ottenendo come risultato una situazione asimmetrica in equilibrio dinamico.


Il Playground Saffierstraat, del 1950, è uno dei più difficili, ma anche uno dei modelli di maggior successo. Il punto focale del playground è definito da tre vasche per la sabbia, di forma triangolare ed è qui chiaro il riferimento alle opere di Mondrian e van Doesburg. La pavimentazione in lastre di cemento bianche disposte in diagonale in netto contrasto con i mattoni delle strade circostanti, da un carattere dinamico a tutta la fascia.

The Saffierstraat Playground, from 1950, is one of the most difficult but also one of the most successful models. Three triangular sand pools define the focal point of the playground. It is evidently related to the works of Mondrian and van Doesburg. The paving made of white cement slabs is arranged diagonally in stark contrasting bricks of the surrounding streets gives a dynamic character to the whole strip.

Playground Zeedijk, del 1955 è uno dei più interessanti nella produzione di Van Eyck. Ricavato in un lotto dalla forma irregolare, definisce un asse centrale con una fila di quattro cilindri e articola su entrambi i lati due cerchi che invadono le due piccole aree pavimentate in mattoni.

Playground Zeedijk of 1955 is one of the most interesting in Van Eyck’s production. Built-in an irregularly shaped plot, he defines a central axis with a row of four cylinders and articulates on both sides two circles that invade the two small brickpaved areas.

Il playground, terminato nel 1956, è arricchito da un murales dall’artista Joost Van Roojen e rappresentata un esempio di cooperazione tra architettura e arte. Ad uno sguardo distratto i vari playgrounds possono sembrare semplici, ma dietro ciascuno di essi c’è un approfondito progetto.

The playground, completed in 1956, is an example of cooperation between architecture and art, adorned together with the artist Joost Van Roojen. At first glance, the various playgrounds may look simple but, behind each of them lies a detailed project.

Van Eyck genera spazi fluenti, dotati di oggetti per il gioco progettati da lui stesso e di cui controlla meticolosamente l’inserimento. Ogni elemento deriva dallo studio della situazione ambientale di partenza, dal rapporto con gli altri elementi o dal materiale di cui è fatto. Van Eyck dimostra che, per quanto piccolo sia il luogo dove intervenire o per quanto sia articolata la forma dello spazio a disposizione, c’è sempre la soluzione giusta per un playground.

Van Eyck generates flowing spaces, equipped with play objects designed by himself and whose insertion he meticulously controls. Each element derives from the initial environmental situation and the relationship with other elements or the material from which it is made. Van Eyck’s work shows that no matter how small the site or how complex the shape of the available space, there is always the right solution for a playground.

Tutto questo collide con quello che invece si fa oggi. I “playgrounds” attuali sono il risultato della somma di elementi per il gioco “standardizzati” incapaci di rispondere alle reali esigenze dei loro fruitori. L’esperienza di Van Eyck può servire come base per la progettazione di nuovi playgrounds, anche se è evidente la differenza tra i bambini di oggi e quelli del secondo dopoguerra. Tuttavia esiste attualmente una maggiore consapevolezza sulla necessità di trovare in ogni quartiere dei luoghi adatti ai bambini di oggi.

All this collides with contemporary interventions. Today’s playgrounds are the result of ‘standardized’ elements of the game, which are not able to meet the real needs of their users. Van Eyck’s experience can serve as a basis for the design of new playgrounds, although the difference between today’s children and those after the Second World War is drastic. However, there is now a greater awareness of the need to find places in every neighbourhood suitable for today’s children.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

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Arte Pubblica e Città Pubblica Public Art and Public City

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=QSElKn4s6yc&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=11


Nađa Beretić, architetto paesaggista e urbanista, Università di Sassari, DADU e Public art & Public space PaPs, Facoltà di Architettura, Università di Belgrado

Nađa Beretić, Landscape Architect and Urbanist, University of Sassari, DADU and Public art & Public space - PaPs, Faculty of Architecture, University of Belgrade:

e-mail: nberetic@uniss.it

Zoran Đukanović, architetto e urbanista, professore presso Università di Belgrado, Facoltà di Architettura, e direttore del Public art & Public space PaPs, Università di Belgrado, Facoltà di Architettura. Zoran Đukanović, Architect and Urbanist, Professor at the University of Belgrade, Faculty of Architecture and head of Public art & Public space - PaPs, University of Belgrade, Faculty of Architecture.

e-mail: duke@arh.bg.ac.rs


Art is an important matter. A work of art is a passionate dream that comes true. Listen carefully to this sound of city crowds, beautiful music and street ballet, and if you listen carefully enough, you will hear beneath it all, as the basis of all of it, the vigorous heartbeats of a passionate artist. The power of public art depends on the power of that passionate heartbeats and its ability to make other people passionate and powerful. A public city is an ideal, utopian oeuvre, a marvellous masterpiece, which democracy builds around its fragile substance as a safe home for our collective dream. As a core expression of democracy, the public city offers all citizens a creative way to explore the past, experience the present, and design and freely experiment with alternative futures. Promoting art as a form of resistance to injustice and as a tool for changing values, ways of seeing, imagining, and producing space, the public city hosts creative dialogue to face conflicts. Public City uses art as a tool to foster engagement (of people) and equal partnership based on mutual respect, tolerance, and the appreciation of diversity. Public City uses art as an instrument to inspire a critical view of the city. Art generates values and inspires people’s critical view of the established norms, procedures, and practices. Art stimulates creative work and a diversified and creative economy. In order for art to be genuinely public, it has to be embraced and accepted by the public but also recognized as a shared cultural experience.

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L’arte è una questione importante. Un’opera d’arte è un sogno appassionato che diviene realtà. Ascoltate attentamente questo suono di folla cittadina, bella musica e balletto di strada. Se ascoltate attentamente, sentirete sullo sfondo i vigorosi battiti di un cuore appassionato di artista. Il potere dell’arte pubblica dipende dal potere di quel battito appassionato nel rendere altre persone appassionate e potenti. Una città pubblica è un’opera ideale, une oeuvre utopique, un capolavoro meraviglioso, che la democrazia costruisce intorno alla sua fragile sostanza, come un riparo per il nostro sogno collettivo. Come espressione centrale della democrazia, la città pubblica offre a tutti i cittadini un modo creativo per esplorare il passato, sperimentare il presente, progettare e assaporare liberamente futuri alternativi. Promuovendo l’arte come forma di resistenza all’ingiustizia e come strumento per cambiare valori, modi di vedere, immaginare e produrre spazio, la città pubblica ospita un dialogo creativo per affrontare i conflitti. La Città pubblica usa l’arte come strumento per favorire l’impegno delle persone e la collaborazione paritaria, basata sul rispetto reciproco, la tolleranza e l’apprezzamento della diversità. La Città pubblica usa l’arte come strumento per ispirare una visione critica della città. L’arte genera valori e suscita una visione critica delle norme, delle procedure e delle pratiche stabilite. L’arte stimola il lavoro creativo e un’economia diversificata e feconda. Affinché l’arte sia veramente pubblica, deve essere abbracciata e accettata dal pubblico, ma anche riconosciuta come un’esperienza culturale condivisa.


L’arte pubblica permette alle persone di rivendicare la proprietà degli spazi urbani e di generare valori più alti della qualità dei luoghi e della qualità della vita. L’arte pubblica incarna il principio dell’accesso libero, equo e illimitato al meglio che una città può offrire. L’arte pubblica rivela nuovi modi di cittadinanza fornendo a tutti uguali possibilità di partecipare alle espressioni sociali e culturali, senza alcuna forma di esclusione. L’arte pubblica è un arte con una cornice non convenzionale. Il complesso contesto urbano intorno all’opera d’arte diventa la sua cornice. L’arte pubblica estende l’attenzione a ciò che la circonda e lo spettatore è invitato a considerare l’ambiente quotidiano in termini estetici. L’arte pubblica come rappresentazione di idee civiche ispira le persone a esprimere il loro pensiero critico sui loro modi di vedere, conoscere e stare insieme. L’arte pubblica è una pratica significante, che segna e rende i luoghi di importanza condivisa. L’arte pubblica esprime liberamente e creativamente le nostre voci. L’arte pubblica è uno specchio luminoso che riflette le nostre convinzioni, identità e orgoglio. L’arte pubblica ancora il nostro senso di appartenenza. L’arte è superflua e inutile. Non risolve i problemi. L’arte non serve per la sopravvivenza, ma dà valore alla sopravvivenza. L’arte pubblica provoca e sfida il dialogo sui presupposti e gli atteggiamenti riguardo a dove e come viviamo e ci relazioniamo con la città in cui siamo immersi. L’arte pubblica interpella lo spazio della società civile fondata sull’esistenza di una vita in comune. L’arte pubblica permette la formazione dell’opinione pubblica favorendo l’esperienza civica e il sogno collettivo del domani.

Public art enables people to claim ownership of urban spaces and to generate higher values of the quality of urban places and that of the quality of life in general. Public art embodies the principle of free, equitable, and unlimited access to the best that a city can offer. Public art reveals new modes of citizenship by providing equal possibilities for all to partake in social and cultural expressions without any form of exclusion. Public art is art without a frame in the conventional sense. The complex urban context around the artwork becomes its frame. Public art extends attention to what is around it, and the viewer is invited to consider ordinary surroundings in aesthetic terms. Public art as a representation of civic ideas inspires people to express their critical thinking about their ways of seeing, knowing and being together. Public art is a signifying practice, which marks and makes places of communal importance. Public art freely and creatively expresses our voices. Public art is a bright mirror that mirrors our beliefs, identity, and pride. Public art anchors our sense of belonging. Art is unnecessary and useless. It does not solve problems. Art has no survival value yet, gives value to survival. Public art provokes and challenges the dialogue on assumptions and attitudes about where and how we live and relate to the city around us. Public art questions the space of civil society grounded in the existence of a life in common. Public art allows the formation of public opinion by fostering civic experience and the collective dream of tomorrow.

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Alcuni principali riferimenti A few key references

Barthes, R. (1993), “Semiology and Urbanism”. In Joan Ockman (Ed.), Architecture Culture 1943-1968, A Documentary Anthology,(pp. 413-418), New York: Rizzoli International Publications, Inc. Bishop, C. (2012). Artificial hells: Participatory Art and the Politics of Spectatorship. London and New York: Verso. Bourriaud, N. (1998). Relational Aesthetics, Translated in English by Simon Pleasance & Fronza Woods with the participation of Mathieu Copeland (2002). Paris: Les Presses du réel. Cartiere, C., Willis, S. (2008). The Practice of Public Art. New York and London: Routledge, Francice & Taylor. Fraser, N. (1993), „Rethinking the Public Sphere: A Contribution to the Critique of Actually Existing Democracy“. In Robbins, B., Social Text Collective (Eds.), The Phantom Public Sphere (pp. 56-80), Minneapolis: University of Minnesota Press. Healey, P. (2005). Collaborative Planning: Shaping Places in Fragmented Societies. Vancouver: UBC Press (first published in 1997 by Macmillan Press LTD, London, printed in Hong Kong). Lefebvre H. (1996). Writings on Cities. Oxford, Cambridge: MA: Blackwell publishing. Lefebvre, H. (1991). The production of space. Translated from French by Donald NicholsonSmith. Malden (US), Oxford (UK), Carlton, Victoria (Australia): Blackwell publishing. (The originally published 1974. and 1984.). Public art & Public space - PaPs, available at: http://www.publicart-publicspace.org Schmidt Campbell, M., Martin, R. (Eds.), (2006). Artistic Citizenship. A Public Voice for the Arts. London and New York: Routledge. The City We Need: Open for Art (2016), Repport on Urban Thinkers Campus, UTC 26 held 18 – 20 February 2016, Alghero, Italy. Nairobi, Kenya: UN-HABITAT, World Urban Campaign Secretariat.

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Sistemi urbani 1: Il concetto di sistema Urban Systems 1: The concept of system

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=p8P3tOIq5rM&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=14


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com

Ivan Blečić, professore associato di Estimo e

Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari Ivan Blečić, Associate Professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari

e-mail: ivanblecic@unica.it


It is well-known, but often overlooked in urban policies, that city is a system. This means that its parts interact with each other, leading to retroactions. During this syndemic many choices that have been made have overlooked the fact that cities are systems and that many of its components are also: to reopen schools, it is not enough to look at schools.

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Come è noto, ma come nelle politiche urbane è spesso trascurato, la città è un sistema. Il che vuol dire che le sue parti interagiscono tra loro, determinando retro-azioni. Durante questa sindemia molte scelte che sono state fatte hanno trascurato il fatto che le città sono sistemi e che lo sono molti componenti: per riaprire le scuole non basta guardare alle scuole.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Forrester, J. (1968). Principles of Systems. New York: Productivity Press. Forrester, J. (1969). Urban Dynamics. New York: Productivity Press. Forrester, J. (1971). World Dynamics. Cambridge: MA: Wright-Allen Press. Weaver, W. (1948). Science and Complexity. American Scientist 36 (4), pp. 536–44.


Sistemi urbani 2: Carattere contro-intuitivo dei sistemi sociali Urban Systems 2: Counter-intuitive character of social systems

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YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=yUJKfcyKj28&list=PL47001 udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=15


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com

Ivan Blečić, professore associato di Estimo e

Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari Ivan Blečić, Associate Professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari

e-mail: ivanblecic@unica.it


Systems, and among them social systems, and among them cities, can exhibit counter-intuitive behaviours, which make it not always easy to design effective policies. But even allowing for the fact that cities are systems, it’s easy to mistake one’s desires for reality: “good” policies don’t necessarily produce good outcomes.

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I sistemi, e tra essi i sistemi sociali e tra essi la città, possono esibire comportamenti contro-intuitivi, il che rende non sempre semplice attivare politiche efficaci. Ma anche se si tiene conto del fatto che le città sono sistemi è facile scambiare i propri desideri per realtà: politiche “buone” non producono necessariamente buoni risultati.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Braess, D. (2005). On a Paradox of Traffic Planning. Transportation Science 39, 4, 5, pp. 446–450. Forrester, J. (1974). “Comportamento controintuitivo dei sistemi sociali”. In Aa.Vv. (Ed.), Verso un equilibrio globale. Milano: Mondadori. Garret, H. (1968). The Tragedy of Commons. Science 165. 3859: pp. 1243-1248. Gibbons, A. (2019). Seeing red: racial segregation in LA’s suburbs. The Architectural Review, May 30. Jackson, K. (1983). Crabgrass Frontier: The Suburbanization of the United States. Oxford (MA): Oxford University Press. Mari, F. (2020). “Using the Homeless to Guard Empty Houses” the New Yorker, December 7. Olstrom, E. (1990). Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action. Cambridge, MA: Cambridge University Press. Schelling, T. (1978). Micromotives and Macrobehavior. New York: Norton (ed. Italiana 2008 Micromotivazioni nella vita quotidiana, Bompiani, Milano). Senge, P. (1990). The Fifth Discipline. The Art and Practice of the Learning Organization. New York: Doubleday. Shoup, D. (2017). “The High Cost of Free Parking”. https://ncase.me/polygons/ https://www.youtube.com/watch?v=Akm7ik-H_7U&t=8s https://www.youtube.com/watch?v=9Hu-50BNVBc https://www.youtube.com/watch?v=2roWLzrqOjQ


Sistemi urbani 3: La complessità Urban Systems 3: Complexity

12.3

YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=jFWeZ3Y4TYc&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=16


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com

Ivan Blečić, professore associato di Estimo e

Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari Ivan Blečić, Associate Professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari

e-mail: ivanblecic@unica.it


Complex is not the same as complicated, sometimes just a few interacting components can make a system complex. Complex means also that, due to non-linear interactions, small variations of perturbations and interventions can sometimes produce large and unpredictable variations of outcomes. We like to think of the extraordinary “environment” that is Conway’s Life game: two states, two rules of change, a uniform grid that tessellates the plane, and “all” possible behaviors of a system become possible. Moreover, social systems, among which cities, are not complex only because of that, but also because some of its “components” are agents, capable of autonomous choice. And this is, at the same time, something we should embrace and resign to accept (by the way, only if we also consider this characteristic of urban systems can we think about effective planning).

114

Complesso non è complicato, possono bastare pochi elementi e poche relazioni per rendere complesso un sistema; complesso vuol dire che – a causa di interazione non lineari – piccolissime variazioni negli interventi possono produrre grandi e imprevedibili variazioni negli esiti. Ci piace pensare a quello straordinario “ambiente” che è il gioco Life di Conway: due stati, due regole di cambiamento, una griglia uniforme che tassella il piano e “tutti” i possibili comportamenti di un sistema sono possibili. C’è di più: i sistemi sociali, e tra essi le città, non solo sono complessi per questo, ma lo sono anche perché alcune delle parti che li compongono sono capaci di autonome scelte. E questo è, allo tesso tempo qualcosa che dovrebbe piacerci e cui dobbiamo rassegnarci (tra parentesi solo se consideriamo anche questa caratteristica dei sistemi urbani possiamo pensare a una pianificazione efficace).


Alcuni principali riferimenti A few key references

Anderson, P. W. (1972). More Is Different. Science, New Series, Vol. 177 (4047), August 4. Cecchini, A. (1999). Meglio meno, ma meglio automi cellulari e analisi territorial. Milano: Franco Angeli. Gardner, M. (1970). Mathematical Games: The fantastic combinations of John Conway’s new solitaire game “Life”. Scientific American, 223, pp. 120–123 (in italiano su Le Scienze Maggio 1970) Lorenz, E. (1963). Deterministic Nonperiodic Flow. Journal of the Atmospheric Sciences 20 (2), pp. 130–141. Lorenz, E. (1972). “Predictability: Does the Flap of a Butterfly’s Wings in Brazil Set Off a Tornado in Texas? Presented before the American Association for the Advancement of Science, December 29 https://www.youtube.com/watch?v=E8kUJL04ELA https://www.youtube.com/watch?v=X_HkBKl-isI&t https://www.youtube.com/watch?v=X_HkBKl-isI&t


Sistemi urbani 4: Complessità e previsione Urban Systems 4: Complexity and Prediction

12.4

YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=a6Z5-UiSbpA&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=17


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com

Ivan Blečić, professore associato di Estimo e

Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari Ivan Blečić, Associate Professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari

e-mail: ivanblecic@unica.it


Complex systems have “areas” of unpredictability (along with large areas in which their behaviour can be more or less easily predicted): to understand and to govern their transformations and evolution requires an unconventional way of thinking about the future. That is, we cannot rely on “strong” predictions, but we must identify possible future scenarios and put ourselves in the condition to make adverse scenarios more unlikely: therefore, we must understand what the dynamics of the system and its “sensitive” points may be.

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I sistemi complessi hanno anche delle “aree” di imprevedibilità (accanto a zone vastissime in cui i loro comportamenti si possono – più o meno facilmente – prevedere): per conoscerne e governare le loro trasformazioni occorre un modo non convenzionale di pensare al futuro. Ovvero non possiamo basarci su previsioni “forti”, ma dobbiamo individuare i possibili scenari futuri e metterci in condizione di rendere più improbabili gli scenari avversi: quindi dobbiamo capire quali possono essere le dinamiche del sistema e i suoi punti “sensibili”.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Blečić, I. (2012). Costruzione di scenari per la pianificazione. Milano: Franco Angeli. Godet, M. (2002). Creating Futures: Scenario Planning as a Strategic Management Tool. London: Economica.


Sistemi urbani 5: Fragile-Robusto-Antifragile Urban Systems 5: Fragile-Robust-Antifragile

12.5

YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=IBoSul4yP-0&list=PL47001 udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=18


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com

Ivan Blečić, professore associato di Estimo e

Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari Ivan Blečić, Associate Professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari

e-mail: ivanblecic@unica.it


Objects, organisations and systems as a whole can react to the passage of time, to change, to shocks in three main ways: to be damaged and potentially destroyed (fragile); to be indifferent or to recover to the initial state (robust, resilient); or to potentially benefit, adapt and improve (antifragile). The city can be considered an antifragile system, even if some cities have not been and aren’t, and even if some parts of the city are not (for good reasons). It is useful to understand what fragilises cities. We have identified some “fragilizers” in urban policies and plans: the strange thing is that some of these are not per se negative, which is something one should reflect upon. The pretense to be able to predict, centralization along with micro management, efficiency and optimization, specialization, simplification and standardization, lack of consensus building, inequity and social inequality.

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Oggetti, organizzazioni e sistemi, nel loro insieme, possono reagire al passare del tempo, al cambiamento, agli shock con tre grandi modalità: essere potenzialmente distrutti o avere gravi danni (fragili), essere indifferenti o riportarsi alla situazione di partenza (robusti, resilienti), avere potenziali benefici, adattarsi e migliorare (antifragili). La città può essere considerata un sistema antifragile, anche se alcune città non lo sono state e non lo sono, anche se alcune parti della città non lo sono (ed è bene che sia così). È bene conoscere cosa rende fragili le città. Abbiamo individuato alcuni “fragilizzatori” nelle politiche urbane e nei piani: lo strano è che alcuni di questi di per sé non sono attività negative: il che dà da riflettere. La pretesa di saper prevedere, centralizzazione insieme con micro gestione, efficienza e ottimizzazione come obiettivi, specializzazione, semplificazione e standardizzazione, assenza di costruzione del consenso, iniquità e disuguaglianza sociale.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Blečić, I. & Cecchini, A. (2016). Verso una pianificazione antifragile. Come pensare al futuro senza prevederlo. Milano: Franco Angeli Taleb, N. (2009). Il cigno nero. Milano: Il Saggiatore. Taleb, N. (2013). Antifragile. Prosperare nel disordine. Milano: Il Saggiatore.


Sistemi urbani 6: Pianificazione Antifragile Urban Systems 6: Antifragile planning

12.6

YouTube link: https://www.youtube.com/watch?v=IhQY8tgZ7pU&list=PL4700 1udlZD1vgYv75VONymITvZAlvbLP&index=19


Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla città AC/DC Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DC

e-mail: abcecchini@gmail.com

Ivan Blečić, professore associato di Estimo e

Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari Ivan Blečić, Associate Professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari

e-mail: ivanblecic@unica.it


Pursuing what makes cities antifragile, and countering what makes them fragile, are the foundations of antifragile planning; a planning that should itself also be antifragile, capable to learn, to benefit and to improve with change. “Via negativa”, “shared vision”, and “space of the projects” are three major components of antifragile planning, such that it can take into account different temporal and spatial scales planning, and hold them together. Knowing that without planning the rich would be able to do as it pleases them, but also that a planning, which doesn’t allow everyone to have a home is not the right one.

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Assecondare ciò che rende antifragili le città, contrastare ciò che le fragilizza, ecco le basi della pianificazione antifragile; una pianificazione che deve essere anch’essa antifragile, cioè essere capace di apprendere, avere benefici e migliorare quando le cose cambiano. Via negativa, visione condivisa, spazio del progetto sono le tre grandi componenti della pianificazione antifragile, che così può tener conto delle scale temporali e spaziali e tenere insieme. Sapendo che senza pianificazione i ricchi potrebbero fare quel che vogliono, ma che una pianificazione che non permetta a tutti di avere una casa non è quella giusta.


Alcuni principali riferimenti A few key references

Arnot, C. (2002). “Cunning Plots” [articolo su Colin Ward] The Guardian, 10 luglio 2002. Blečić, I. (2012). Costruzione di scenari per la pianificazione. Milano: Franco Angeli. Blečić, I. & Cecchini, A. (2016). Verso una pianificazione antifragile. Come pensare al futuro senza prevederlo. Milano: Franco Angeli. Blečić, I. & Cecchini, A. (2019). Antifragile Planning. Planning Theory 19 (2), pp. 172-192. Cecchini, A. & Talu, V. (2019). Te piace ‘o presepe? Per una riflessione non pacificata su partecipazione e conflitto spaziale. CRIOS 17, pp. 51-72. Diamond, J.(2005). Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere. Torino: Einaudi. Dupuy, J-P. (2014). Economy and the Future: A Crisis of Faith. East Lansing MI: Michigan State University Press. Jacobs, J. (2009). Vita e morte delle Grandi città. Torino: Einaudi (orig. 1961. The Death and Life of Great American Cities).


Autori / Authors

Samanta Bartocci, Architetto e Dottore di ricerca in Progettazione architettonica e urbana. La sua attività di ricerca e pubblicistica si concentra sulle forme urbane dell’abitare e i territori dell’apprendimento, con particolare attenzione ai dispositivi spaziali flessibili nel progetto di città. I suoi interessi si concentrano sulle nuove modalità di costruzione e riuso degli spazi pubblici e sulle nuove forme dell’abitare contemporaneo negli scheletri insediativi. Su questi temi ha organizzato e coordinato mostre e convegni internazionali. Docente e assegnista di ricerca nel settore ICAR14, composizione architettonica presso il Dipartimento di Architettura Design e Urbanistica di Alghero, ha partecipato a diversi seminari e workshop internazionali di progettazione e ha preso parte, in gruppo, a diversi concorsi nazionali ed internazionali di progettazione ottenendo più di un premio e di un riconoscimento. / Samanta Bartocci, Architect and PhD in Architectural and Urban Design. Her research and publishing activities focus on urban forms of living and learning territories and, in particular, flexible spatial devices in city design. Her interests focus on new ways of constructing and reusing public spaces and new forms of contemporary living in settlement skeletons. He has organised and coordinated exhibitions and international conferences on these themes. She is a lecturer and research fellow in architectural composition at the Department of Architecture, Design and Urban Planning in Alghero. She has participated in various seminars and international design workshops, in various national and international design competitions, obtaining, in a group, more than one prize and award.

Nađa Beretić

, nata in Serbia. Nel 2015, ha iniziato il dottorato in Architettura e Ambiente, l’Università di Sassari, Italia, Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica. Per motivi di ricerca ha trascorso il 2017 a Tokyo, Giappone. Dal 2018, quando ha finito il suo dottorato, è assegnista di ricerca e assistente alla didattica presso UNISS, DADU. È stata coinvolta in attività di insegnamento dal 2011, dopo la sua laurea. Il suo lavoro è duplice, incentrato sul urban design e sul paesaggio culturale. Dal 2012 è fiduciaria del programma internazionale, interdisciplinare, scientifico, di ricerca ed educativo “ Public Art & Public Space - PaPs” presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Belgrado. PaPs è un programma internazionale e interdisciplinare per la progettazione artistica dello spazio pubblico. / Nađa Beretić, born in Serbia. In 2015, she started her PhD research in Architecture and Environment, Department of Architecture, Design and Urban Planning, University of Sassari, Italy. For research purposes she spent 2017 in Tokyo, Japan. Since 2018, when she has finished her PhD, she is Research and Teaching Assistant at the DADU, UNISS. She has been involved in teaching activities since 2011, after her graduation. Her work is two-fold, focusing on urban design and cultural landscape. She is Fiduciary of the Public art & Public space – PaPs, University of Belgrade, Serbia, Faculty of Architecture since 2012. PaPs is an international and interdisciplinary program for artistic design of public space: https://www.publicart-publicspace.org/

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Ivan Blečić

, professore associato di Estimo e Valutazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura dell’Università degli Studi di Cagliari. I suoi interessi riguardano sia le elaborazioni teoriche che lo sviluppo di modelli operativi di valutazione e di supporto alla decisione per le politiche pubbliche territoriali, pianificazione e progetti complessi; la costruzione degli scenari; la simulazione urbana; e la teoria della pianificazione. Negli ultimi dieci anni, le sue ricerche hanno in prevalenza riguardato lo sviluppo di modelli di valutazione delle capacità e della camminabilità urbana, anche con l’impiego di tecniche di machine learning. Le elaborazioni teoriche sono state sistematizzate in diversi articoli e due monografie, una sull’impiego della costruzione degli scenari futuri in pianificazione (2012) e l’altra sull’idea e sui principi della pianificazione antifragile (2016). / Ivan Blečić is associate professor of Appraisal and Evaluation at the Department of Civil & Environmental Engineering and Architecture of the University of Cagliari. His interests concern both theoretical elaborations and the development of operational models of evaluation and decision support for territorial public policies, planning and complex projects; the construction of the scenarios; urban simulation; and planning theory. In the last ten years, his research has mainly concerned the development of evaluation models of urban capabilities and walkability, also with the use of machine learning techniques. The theoretical elaborations have been systematized in several articles and two monographs, one on the use of the construction of future scenarios in planning (2012) and the other on the idea and principles of antifragile planning (2016).

Antonio Brusa, medievista e specialista di didattica della storia, Università di Bari. Ha cercato di sviluppare un modello di didattica

nel quale si fondono teoria e pratica, da una parte, e storia e pedagogia dall’altra e ha provato a insegnarlo presso le università di Bari e di Pavia. Ne sono nati una quantità innumerevole di corsi di formazione per docenti, in Italia e all’estero, una decina di manuali di storia e una buona quantità di saggi su diversi temi, quali la didattica ludica, l’analisi dei programmi di storia, in Italia e nell’Europa orientale, la progettazione curricolare, il paesaggio storico, il laboratorio storico. Ha fatto parte di commissioni ministeriali per la riforma dei programmi e di gruppi di ricerca internazionali. Ha fondato riviste di didattica della storia come “Mundus” e “I viaggi di Erodoto” ed è nel gruppo fondatore dell’Irhasse (società internazionale di didattica della storia e delle scienze sociali). Raccoglie studenti e insegnanti che amano la storia in Historia Ludens, associazione di ricerca e sperimentazione storico-didattica. / Antonio Brusa, medievalist and a specialist in history teaching, University of Bari. He has tried to develop a didactic model in which theory and practice, on the one hand, and history and pedagogy on the other, merge and has tried to teach it at the universities of Bari and Pavia. This experimentation resulted in a countless number of teacher training courses in Italy and abroad, a dozen history textbooks and a good number of essays on various topics, such as playful didactics, analysis of history programmes in Italy and Eastern Europe, curriculum design, the historical landscape and the historical laboratory. He has been a member of ministerial commissions for curriculum reform and international research groups. He has founded history teaching journals such as “Mundus” and “I viaggi di Erodoto” and is in the founding group of Irhasse (international society for the teaching of history and social sciences). He brings together students and teachers who love history in Historia Ludens, an association for research and historical-didactic experimentation.

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Autori / Authors

Arnaldo Bibo Cecchini, professore di Tecniche Urbanistiche, Università di Sassari; Associazione per il Diritto alla Città AC/DS;

Autore di più di 200 articoli e articoli pubblicati su libri e riviste specializzate; ha curato, scritto o coautore di diversi libri. Ha progettato diverse simulazioni di gioco e simulazioni pure sull’uso del territorio e a scopo didattico. È un esperto in tecniche di analisi e modellazione urbana come la teoria delle catastrofi, la simulazione, la simulazione di gioco, gli automi cellulari, le tecniche di scenario e nei sistemi di informazione per la partecipazione pubblica. / Arnaldo Bibo Cecchini, Professor of Urban Planning Techniques, University of Sassari; Association for the Right to the City AC/DS; Author of more than 200 articles and papers published in books and refereed journals; edited, authored or co-authored several books. He designed several gaming simulations and pure simulations on land use and for educational purposes. He is an expert in techniques of urban analysis and modelling such as catastrophe theory, simulation, gaming simulation, cellular automata, scenario techniques and in information systems for public participation.

Zoran Đukanović

, architetto, professore associato di progettazione urbana partecipativa, edilizia urbana, storia urbana e arte pubblica all’Università di Belgrado, Facoltà di Architettura, Serbia. Fondatore e responsabile del programma di ricerca internazionale e interdisciplinare Public Art & Public Space. Visiting professor alla Sapienza Università di Roma (Italia), Keio University di Tokyo (Giappone), Università di Sassari (Italia), Politecnico di Bari (Italia). I suoi recenti libri di ricerca includono: Wine Cellars of Negotin: Participatory Urban Design (2019, con Cecchini), Belgrade in plural (2017, con Giofrè), Health Spaces. Hospital Outdoor Environment (2015, con Giofrè), VinoGrad. The Art of Wine (2015, con Živković), Belgrade Fortress - Dream Book of White Town’s Continuity (2009, con Andrić), Art in Public Space (2011, con Živković e altri), Placemaking (2008, con Živković), Urbophilia (2007, con Radović). / Zoran Đukanović, architect, Associate Professor of Participatory Urban Design, Urban Housing, Urban History and Public Art at the University of Belgrade, Faculty of Architecture, Serbia. Founder and head of the international, interdisciplinary research Program Public Art & Public Space. Visiting professor at Sapienza University of Rome (Italy), Keio University of Tokyo (Japan), University of Sassari (Italy), Politecnico di Bari (Italy). His recent research books include: Wine Cellars of Negotin: Participatory Urban Design (2019, with Cecchini), Belgrade in Plural (2017, with Giofrè), Health Spaces. Hospital Outdoor Environment (2015, with Giofrè), VinoGrad. The Art of Wine (2015, with Živković), Belgrade Fortress – Dream Book of White Town’s Continuity (2009, with Andrić), Art in Public Space (2011, with Živković and others), Placemaking (2008, with Živković), Urbophilia (2007, with Radović).

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Francesco Indovina

, urbanista, Università Iuav di Venezia; Università di Sassari. Ha insegnato anche all’università di Pavia e al Politecnico di Milano; all’estero: all’Autonoma di Barcellona, e alle università di Girona e di Lisbona. Prima di dedicarsi all’insegnamento ha svolto ricerche al Centro per lo studio della struttura economica del paese, presso la fondazione Feltrinelli, e all’ILSES (Istituto lombardo di studi economici e sociali). Dall’insegnamento di Economia (Pavia) è passato all’insegnamento di Economia urbana e regionale (IUAV, corso di laurea in urbanistica) e da qui la sua conversione completa agli studi territoriali e alla pianificazione territoriale. Allo IUAV ha diretto per molti anni il Dipartimento di analisi economico e sociale del territorio (DAEST). L’approccio seguito nelle sue ricerche e insegnamento è quello che considera i fenomeni territoriali (organizzazione, cambiamento, ecc.) come conseguenza dei processi economici e delle trasformazioni sociali. Ha svolto un ampio lavoro editoriale per le case editrici Franco Angeli e Garzanti di Milano. Ordine e disordine nella città contemporanea è l’ultimo saggio pubblicato. È’ stato promotore e direttore delle riviste Archivio di studi urbani e regionali e di Economia e società regionale. / Francesco Indovina, Urbanist, University Iuav of Venice; University of Sassari. He has also taught at the University of Pavia and the Milan Polytechnic, and abroad: the Autonomous University of Barcelona and Universities of Girona and Lisbon. Before teaching, he was a researcher at the Feltrinelli Foundation (Center for the Study of the Economic Structure of the Country) and ILSES (Lombardy Institute for Economic and Social Studies). He moved from teaching Economics (Pavia) to teaching Urban and Regional Economics (IUAV, degree course in Urban Planning). Hence, his complete conversion to territorial studies and planning changed focus. At the IUAV, he directed the Department of Economic and Social Analysis of the Territory (DAEST) for many years. His research and teaching approach considers territorial phenomena (organisation, change, etc.) as a resulting consequence of economic processes and social transformations. He has done extensive editorial work for the Franco Angeli and Garzanti publishing houses in Milan. Order and Disorder in the Contemporary City is his latest published essay. He was the promoter and editor of the journals “Archivio di studi urbani e regionali e Economia e società regionale”.

Zaida Muxí Martínez

, Architetta; Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona. Laureata in architettura all’Università di Buenos Aires e dottorato di ricerca alla Scuola Tecnica Superiore di Architettura di Siviglia. È Ass. Professora di Urbanistica alla Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona (ETSAB), e co-direttora del “Máster Laboratorio de la Vivienda del Siglo XXI” con Josep Maria Montaner (dal 2004 al 2014), alla Universidad Politécnica de Cataluña. Esperta in pianificazione urbana, architettura e genere; ha stato fundatrice del Col·lectiu Punt 6 - un gruppo di donne professioniste che sostiene e conduce ricerche sulla pianificazione inclusiva di genere. Ha tenuto corsi e conferenze in diversi paesi d’America, Europa e Asia. / Zaida Muxí Martínez, Graduated in Architecture at Universidad de Buenos Aires and PhD in l’Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Sevilla. She is Ass. Professor of Urban Planning at Escuela Técnica Superior de Arquitectura de Barcelona (ETSAB), and co-director of “Máster Laboratorio de la Vivienda del Siglo XXI” with Josep Maria Montaner (from 2004 till 2014), at Universidad Politécnica de Cataluña. An expert in urban planning, architecture and gender; a member of the Col.lectiu Punt 6 - a group of professional women who support and conduct research on gender inclusive planning. She has taught courses and conferences in different countries of America, Europe, and Asia.houses in Milan. Author of numerous essays, some of which have been translated into other languages. Order and Disorder in the Contemporary City is his latest published essay. He was the promoter and editor of the journals “Archivio di studi urbani e regionali e Economia e società regionale”.

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Autori / Authors

Oriol Nel·lo, Geografo, Universitat Autònoma de Barcelona (UAB) - Oriol Nel·lo (Barcellona, 1957) è un geografo specializzato in

studi urbani e pianificazione del territorio, argomenti sui quali ha pubblicato ampiamente. Formatosi presso l’Università Autonoma di Barcellona (PhD in Geografia) e presso la Johns Hopkins University (Master in Affari Internazionali), è stato direttore dell’Institut d’Estudis Metropolitans de Barcelona (1988-1999), membro del Parlamento della Catalogna ( 1999-2003) e segretario alla pianificazione territoriale del governo della Generalitat de Catalunya (2003-2011). Attualmente è membro dell’Institut d’Estudis Catalans e professore presso l’Universitat Autònoma de Barcelona, dove dirige l’Energy, Territory and Society Research Group (GURB). Nel campo della riabilitazione urbana, ha promosso e sviluppato la Legge dei quartieri della Catalogna (2004-2010) e attualmente presiede il Consiglio consultivo del Piano di quartieri del Comune di Barcellona. / Oriol Nel-lo, Geographer, Autonomous University of Barcelona (UAB) - Oriol Nel·lo (Barcelona, 1957) is a geographer specializing in urban studies and spatial planning, topics on which he has published extensively. Trained at the Autonomous University of Barcelona (PhD in Geography) and at Johns Hopkins University (Master in International Affairs), he has been director of the Institut d’Estudis Metropolitans de Barcelona (1988-1999), member of the Parliament of Catalonia (1999 -2003) and secretary of spatial planning of the Government of the Generalitat de Catalunya (20032011). He is currently a full member of the Institut d’Estudis Catalans and a professor at the Universitat Autònoma de Barcelona where he directs the Energy, Territory and Society Research Group (GURB). In the field of urban rehabilitation, he promoted and developed the Law of Neighbourhoods of Catalonia (2004-2010) and currently chairs the Advisory Council of the Neighbourhood’s Plan of Barcelona City Council.

Vincenzo Pascucci, Vincenzo Pascucci, Prof. Ordinario di Geologia presso il Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica.

Insegna Geologia e Conservazione delle Coste nei corsi di Urbanistica e Architettura e Sedimentologia nel corso magistrale di Gestione dell’Ambiente e del Territorio. Come ricercatore si occupa di definire l’evoluzione degli ambienti sedimentari delle aree costiere del Mediterraneo in funzione dei cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 100.000 anni. Recentemente questi studi si sono concentrati sull’analisi delle interazioni uomo-ambiente in funzione dei cambiamenti climatici recenti. Per meglio definire la cronologia degli eventi deposizionali e climatici ha allestito a Sassari un laboratorio di datazioni tramite luminescenza, l’unico in Italia gestito da un geologo. Negli ultimi anni si sta occupando anche dello studio degli eventi geologici superficiali in atto su Marte. Il fine di quest’ultima ricerca è la potenziale datazione di questi eventi con la luminescenza. I dati delle ricerche sono stati pubblicati su riviste internazionali consultabili al link alla fine del paragrafo. / Vincenzo Pascucci, Full Professor of Geology at the Department of Architecture, Design and Urbanism. He teaches Geology and Coastal Conservation in the courses of Urban Planning and Architecture and Sedimentology in a master’s course in Environmental and Territorial Management. As a researcher, he has been working to define the evolution of sedimentary environments in Mediterranean coastal areas as a function of climate change over the last 100,000 years. Recently, these studies have focused on the human-environment interactions as a function of recent climate change. Aiming better definintion of the chronology of depositional and climatic events, he set up a luminescence dating laboratory in Sassari, the only one in Italy managed by a geologist. In recent years, he has also been studying the surface geological events taking place on Mars. The aim of this latest research is the potential dating of these events using luminescence. Research data have been published in international journals that can be consulted at the link https://www-scopus-com.proxysba.uniss.it:2047/authid/detail.uri?authorId=56250055600

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Fabrizio Pusceddu, Architetto e Dottore di Ricerca in Architettura e Pianificazione. Nella sua formazione conta diverse esperienze di ricerca di medio e lungo periodo negli USA, in Spagna, in Turchia. Ottiene rico-noscimenti e premi in concorsi internazionali di progettazione. La sua ricerca è incentrata sulle relazioni tra spazio-mente-corpo: le recenti sco¬perte in campo neuroscientifico e la percezione dello spazio in¬teso come “luogo di invito all’azione”, con particolare attenzione agli spazi dell’infanzia e dell’apprendimento. Sugli stessi temi, che divengono occasione di lavoro professionale, è proponente e coordinatore del progetto “Infantes”- finanziato dal MIUR - per la progettazione di moduli spaziali per l’infanzia collegati in rete. / Fabrizio Pusceddu, Architect and PhD in Architecture and Urban Planning. His training includes various medium and long term research experiences in the USA, Spain and Turkey. He has received recognition and awards in international design competitions. His research focuses on the relationship between space-mind-body, relying on recent discoveries in neuroscience and the perception of space as a ‘place of invitation to action’. In specific, he centralizes spaces of childhood and learning. On the same themes, which become an opportunity for professional work, he is the proposer and co-coordinator of the “Infantes” project - financed by the MIUR - the design of networked made of spatial modules for children.

Sabrina Scalas, Ingegnere Edile e Dottore di ricerca in Architettura e Ambiente. Ingegnere edile presso l’Università di Cagliari, dottore di ricerca in architettura e ambiente presso l’Università di Sassari, master in urbanistica presso l’ETSA di Barcellona. Attualmente è docente a contratto del corso “elementi costruttivi dell’architettura” presso la Scuola di Alghero. Cultore della materia in architettura e urbanistica, dal 2004 lavora come assistente alla didattica presso il DADU, dove è co-docente nei laboratori di laurea. È stata assegnista di ricerca in composizione architettonica e urbana, docente a contratto e docente nei corsi liberi del DADU. Fa parte del gruppo di lavoro dello studio internazionale ARCH.+H.R. e dal 2013 è coordinatrice del “Seminario di architettura e cultura urbana” all’Università di Camerino. Vincitrice di diversi concorsi di architettura, ha pubblicato articoli in libri e riviste di settore. Svolge libera professione collaborando con studi italiani e stranieri e lavorando con pubbliche amministrazioni e privati. / Sabrina Scalas, Architectural Engineer and PhD in Architecture and Environment. Architectural engineer at the University of Cagliari, PhD in architecture and environment at the University of Sassari, Master’s degree in urban planning at the ETSA of Barcelona. She is currently guest lecturer of the course “constructive elements of architecture” at the Architecture School of Alghero. Subject expert in architecture and urban planning, since 2004 she has worked as teaching assistant at the DADU, where she is co-teacher in degree workshops. She has been a research fellow in architectural and urban composition, a guest lecturer and a lecturer in free courses at the DADU. She is part of the working group of the international firm ARCH.+H.R. and since 2013 she has been coordinator of the “Seminar on architecture and urban culture” at the University of Camerino. Winner of several architecture competitions, she has published articles in architecture books and magazines. She works as a freelancer, collaborating with Italian and foreign firms and working with public administrations and private clients.

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Autori / Authors

Valeria Saiu, laureata con lode in Ingegneria e in Architettura, consegue un Dottorato di ricerca in Ingegneria Edile presso l’Università

di Cagliari e un Master in Architettura del Paesaggio all’Università Politecnica di Catalunya (UPC, Barcellona), accreditato da IFLA Europe. Svolge attività didattica e di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Civile Ambientale e Architettura dell’Università di Cagliari, dove lavora dal 2004. I suoi principali interessi riguardano la pianificazione e la progettazione urbana sostenibile e in particolare l’elaborazione di metodi e strumenti per l’analisi e la valutazione delle trasformazioni urbane a tutti i livelli (politiche, programmi, piani e progetti). Attualmente è co-coordinatrice del progetto di ricerca: “Trasformazione e rigenerazione dei paesaggi urbani attraverso l’analisi della mobilità e delle capacità urbane (SOS Lab 2)”, finanziato dal Ministero della Transizione Ecologica (Mite). Inoltre, è componente del Gruppo di Lavoro “Mobilità” della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile (RUS) e del Gruppo di lavoro “SDG 11: Città e Comunità Sostenibili” dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). / graduated with honours in Engineering and Architecture, she holds a Doctoral Degree (PhD) in Building Engineering from University of Cagliari and a Master’s in Landscape Architecture at the Universitat Politècnica de Catalunya (UPC, Barcelona), accredited by IFLA Europe. She carries out didactic and research activities at the Department of Civil and Environmental Engineering and Architecture (DICAAR) of the University of Cagliari, where she works since 2004. Her main research interests are focused on Sustainable Planning and Design, with special regard to the definition of methods and tools for the analysis and evaluation of urban transformation at all levels (Policies, Programs, Plans and Projects). Currently she is Co-Coordinator of the Research Project: “Sustainable transformation and regeneration of urban landscapes through the analysis of mobility and urban capabilities (SOS Lab 2)”, funded by the Italian Ministry of Ecological Transition (Mite). Furthermore, she is a member of the “Mobility” Working Group of the University Network for Sustainable Development (RUS), and of the “SDG 11: Sustainable Cities and Communities” Working Group of the Italian Alliance for Sustainable Development (ASviS).

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Valentina Talu, Dottore di ricerca in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Assegnista di ricerca e docente a contratto presso il

dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica dell’Università di Sassari. Socia-fondatrice, Amministratrice e responsabile del settore Ricerca e Sviluppo dell’impresa spin-off sostenuta dell’Università di Sassari Tamalacà Srl (www.tamalaca.com). Esperta di processi di rigenerazione urbana, progettazione partecipata, politiche abitative e accessibilità, si occupa in particolare del disegno e della valutazione di politiche e progetti urbani orientati alla promozione della qualità della vita dei gruppi di abitanti più svantaggiati: bambine e bambini, donne, persone anziane, persone con diverse disabilità. È referente per l’Italia dell’approccio del Tactical Urbanism (www.street-plans.com), partner dell’European Placemaking Network (https://thecityateyelevel.com) e della rete internazionale Child in the City (www.childinthecity.org) e membro della Human Development and Capability Association (www.hd-ca.org). / Valentina Talu, PhD in Technique and Urban Planning. Research Fellow and Lecturer at the Department of Architecture, Design and Urban Planning of the University of Sassari. Co-founder, administrator and head of Research and Development of the spinoff of the University of Sassari, Tamalacà Srl (www.tamalaca.com). Expert in urban regeneration processes, participatory planning, housing policies and urban design for accessibility. Her research activity focuses mainly on the design and the evaluation of urban policies and projects aiming at enhancing the quality of urban life of the most disadvantaged inhabitants: children, women, elderly people, people with different disabilities. She is representative of Tactical Urbanism in Italy (www.street-plans.com), partner of the European Placemaking Network (https://thecityateyelevel.com) and the international network Child in the City (www.childinthecity.org) and member of the Human Development and Capability Association (www. hd-ca.org).

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