Intorno all'interno: per una ciambella senza buco

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Autori Carlo Atzeni, Samanta Bartocci, Nađa Beretić, Arnaldo Cecchini, Pierfrancesco Cherchi, Maria Corsini, Adriano Dessì, Massimo Faiferri, Nicolò Fenu, Benedetto Meloni, Girgio Peghin, Piero Pulina, Fabrizio Pusceddu, Antonello Sanna, Roberto Sanna, Francesca Uleri. Gruppo di ricerca interuniversitario Internos

Intorno all’interno: per una ciambella senza buco

ISBN 978-88-942242-3-8 Prima edizione Gennaio 2022. Grafica ed editing: Paola Idini. Finanziato con i fondi dell’Annualità 2017 ai sensi della L.R. n. 7/2007 “Scenari, strategie e azioni per contrastare lo spopolamento e la marginalità delle aree interne. Un sistema di aiuto alle decisioni e alcuni spunti progettuali”. Realizzato con la collaborazione di: AC/DC Azione Collettiva per il Diritto alla Città

Sardarch

Esperienze riflessioni e proposte dalle aree interne della Sardegna

Tutta mia la città

a cura di Arnaldo Cecchini e Antonello Sanna


Il mosaico della Sardegna interna come “cultura delle differenze”

Indice Introduzione

Carlo Atzeni, Giorgio Peghin, Antonello Sanna

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Arnaldo Cecchini, Antonello Sanna

Chiamalo pure capitale, ma forse sarebbe meglio ….

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Arnaldo Cecchini

Territori e insediamenti della “nuova ruralità”: i paesaggi della produzione e dei “beni comuni”

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Adriano Dessì, Roberto Sanna

Strategie architettoniche di “contrazione controllata” per comunità delle aree interne in via di spopolamento

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Pier Francesco Cherchi, Maria Corsini

Le potenzialità inespresse del paesaggio minerario della Sardegna

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Nađa Beretić

Prospettive per le aree interne. Dalle politiche strutturali alle soft policy

Sardegna Città-Territorio. Per una struttura urbana continua tra centri urbani consolidati e aree interne

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Giorgio Peghin

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Paesaggi per l’apprendimento. Alimentare processi di conoscenza nei territori a bassa densità

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Nicolò Fenu

Cibo, paesaggio agroalimentare e territorio rurale: una lettura non ortodossa

Samanta Bartocci, Massimo Faiferri, Fabrizio Pusceddu

Pietro Pulina

Turismo rurale, Multifunzionalità e Aree interne Benedetto Meloni, Francesca Uleri

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Spazi intelligenti di apprendimento: un variegato approccio multidisciplinare Samanta Bartocci, Massimo Faiferri, Fabrizio Pusceddu

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Introduzione

Una prima tappa Arnaldo Cecchini, Antonello Sanna

Questo testo è una tappa di un percorso.

Nel progetto si legge:

Il percorso è quello di una ricerca che ci è stata affidata nel Luglio 2019 nell’ambito dei fondi della Regione Sardegna Legge 7 e che avrebbe dovuto concludersi nel Giugno 2021. A causa della sindemia il termine è stato prorogato di un anno e – sempre a causa della sindemia – molte attività previste sul campo hanno dovuto essere rimodulate e ripensate.

I territori interni e lo spazio rurale che fondamentalmente li struttura e costituisce, sono diventati erogatori dei nuovi “beni comuni” per popolazioni d’ogni tipo. Lo “spazio vuoto” in sé è un bene scarso per i sistemi urbani –metropolitani, e con esso le qualità ambientali migliori e più desiderabili: paesaggi naturali e culturali, cibo e “accoglienza”... L’ipotesi di lavoro quindi potrebbe definirsi nel modo seguente: le “isole di bassa densità” nello spazio globalizzato e urbanizzato possono perdere il loro status di marginalità e acquistare nuova centralità se entrano in campo progetti e soggetti capaci di risignificare e ricollocare quei

Titolo della ricerca è: Scenari, strategie e azioni per contrastare lo spopolamento e la marginalità delle aree interne. Un sistema di aiuto alle decisioni e alcuni spunti progettuali.


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9 “caratteri” specifici trasformandoli in risorse con un’operazione ad alto valore aggiunto di pensiero progettuale e di smartness, capace di cointeressare le comunità locali ad un nuovo modello di sviluppo che crei lavoro e impresa non “malgrado” la sua sostenibilità, ma proprio a causa di essa. E inoltre: La ricerca intende contribuire nell’individuazione e attivazione di processi orientati alla rivitalizzazione dei territori “interni” della Sardegna ed in particolare dei piccoli centri abitati che più fortemente risentono del fenomeno dello spopolamento e dell’abbandono. Per fare questo è indispensabile definire un quadro di azioni e linee/progetti guida per una “nuova ruralità”, in parte assimilabile anche al modello della “città di paesi” che faccia emergere il potenziale di erogatore di beni comuni che il territorio interno/rurale sta sempre più assumendo nei confronti di un crescente numero di fruitori, che sono riferibili al tessuto insediativo sardo, ma sono anche espressione del crescente inserimento di nuovi soggetti socio-culturali ed

economici capaci di attribuire nuovi significati e valori alle identità locali nelle più ampie relazioni del mondo globalizzato. Obiettivo della ricerca è anche riconoscere questi nuclei di innovazione nei territori della bassa densità e proporre linee guida e progetti per una gestione dello spazio capace di favorire questi processi di rivitalizzazione. (…) Promuovere il ruolo dell’urbanità in contesti rurali o dispersi o periferici porta al centro la qualità della vita e il senso di appartenenza come combinazioni immateriali del welfare, e contribuisce a definire spazialità adatte a ricucire tessuti di relazione. In buona sostanza le due unità operativa stanno lavorando in questo modo. La prima unità operativa ha l’obiettivo della costruzione di un geo data-base basato sulla valutazione e sulla misura del cosiddetto Capitale Territoriale dei Comuni e dei territori della Sardegna. Lo scopo è quello di definire – ai fini delle politiche desiderabili e possibili – l’articolazione delle

fragilità e delle debolezze dei singoli territori. Non tutte le aree deboli sono “interne” e non tutte le aree interne sono “deboli” e lo sono o non lo sono in modo diverso, per motivi diversi, con potenzialità diverse. L’opportunità di avere una buona misura della fragilità e potenzialità delle aree interne è collegata al fatto che esse dipendono da molti criteri e che la combinazione di valori diversi per diverse caratteristiche di un territorio può dare un “numero” uguale pur in presenza di una diversa dinamica interna, in essere o potenziale. Il tema della “misura”, ovvero di una valutazione multi-criterio della marginalità o perifericità delle aree interne, merita una, seppur breve, riflessione. Si potrebbe partire dalle parole di Mario Draghi, nel discorso alle Camere nel coso della sua elezione a Presidente del Consiglio nel Febbraio 2021: Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi

la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così. C’è da notare – e avremo modo di ritornarci – che la frase parla della “tragedia” al passato: da più di un anno si parla di post-Covid; forse anche questo è un grave errore; per usare un’altra metafora si ci si prepara correre i cento metri si è meno preparati se i metri da correre sono millecinequecento. La sindemia è anche una pandemia: questo vuol dire anche che una parte del mondo non si salverà da sola. Non è poi certissimo che le scelte del Presidente del Consiglio siano poi state coerenti con questa affermazione (che altri hanno più efficacemente espresso con la formula «non possiamo tornare alla normalità perché la normalità era il problema»). Sicuramente un buon modo di porre la questione sarebbe stato o potrebbe essere quello di non limitarsi a usare come unica misura della “ripresa e resilienza” il PIL, mentre – nel dibattito pubblico – questa pare ancor oggi essere


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11 l’unica misura che conta. Misurare ciò che serve significa “misurare ciò che conta” come suggerisce il rapporto OCSE predisposto dall’ High-Level Group on the Measurement of Economic Performance and Social Progress presieduto da Joseph E. Stiglitz, Jean-Paul Fitoussi e Martine Durand nel 2019 subito prima della sindemia. Oltre il PIL era il sottotitolo del rapporto che proponeva diversi approcci all’individuazioni di indicatori adeguati a misurare il benessere e le azioni necessarie per migliorarlo1. Misurare le diverse dimensioni delle fragilità delle aree interne è assai rilevante per le politiche possibili: non tutte le aree in difficoltà possono essere “recuperate”: per alcune si può dover accettare il declino e sarà solo necessario assicurare la loro messa in sicurezza e la garanzia che i servizi ecosistemici vengano preservati, per altre sarà possibile una salvaguardia, magari prevedendo usi temporanei,

altre potranno essere difese anche come insediamenti, proteggendo la loro fragilità e sostenendo una residenza e un’attività produttiva non pienamente di mercato, altre potranno diventare centri produttivi innovativi nei settori dell’agricoltura, del turismo, dei servizi, della ricerca attraendo nuove popolazioni. E ovviamente ci sono molte altre possibilità2. Per rendere reali le politiche possibili che riteniamo desiderabili servono interventi di lungo periodo, che tengano conto del carattere sistemico delle dinamiche territoriali, che siano quindi coerenti, modulari, adeguati, duraturi. Interventi che tengano conto delle risorse e delle dotazioni esistenti e della capacità progettuale delle comunità locali (molto più significativa di quanto si possa pensare) e che colmino il divario infrastrutturale che penalizza quasi tutti i territori della Sardegna. Il geo data-base è il nucleo di un sistema di aiuto

1 Se ne parla nel primo saggio di questo volume: “Chiamalo pure capitale, ma forse sarebbe meglio …” 2. Al tema del Capitale Territoriale e della sua “misura” è dedicato il primo saggio di questo volume.

alla decisione che consenta appunto di individuare le politiche possibili e che suggerisca strategie e azioni per le politiche desiderabili. La seconda unità operativa inquadra le sue attività in una prospettiva che chiama in causa il rapporto città – campagna come si è consolidato durante la seconda metà del ‘900 e, in modi e con accenti diversi ma complementari, cerca e propone linee di revisione e superamento. Dando per assodato che le grandi crisi contemporanee hanno profondamente incrinato la fiducia nello sviluppo lineare, il cui esito è stato una fortissima polarizzazione dei sistemi insediativi, rivelandone i limiti di sostenibilità, e nello stesso tempo hanno indotto un ripensamento profondo sul ruolo delle aree interne. La loro marginalità, che nella narrazione dominante era stata a lungo descritta come un destino “naturale” dei territori che meno si prestavano all’affermazione dell’agroindustria e del modello dell’espansione senza limiti delle conurbazioni, si è rivelata sempre più come una profezia che si auto-avvera, come il prodotto delle politiche poste a base della ricostruzione post bellica, le stesse che il Green Deal euro-

peo dichiara di voler ribaltare. L’affermazione probabilmente più drammatica dei documenti europei degli anni 2019-21, quella che recita testualmente “disaccoppiare la crescita dal consumo di risorse”, dentro il linguaggio asettico delle dichiarazioni istituzionali contiene in nuce il più radicale rovesciamento di paradigma: quello diretto a ribaltare il rapporto di spoliazione delle città rispetto a tutte le campagne del mondo. I contributi riferibili a questa seconda unità articolano questa prospettiva a partire da esperienze già in essere di cui questo testo dà conto, e lo fa secondo assi strategici che esplorano da un lato la nuova ruralità produttrice di paesaggio, dall’altro la messa a punto di nuovi progetti insediativi, considerati sia dal lato dell’abitare in senso lato, sia mediante lo sviluppo di forme avanzate e innovative di educazione e di ricerca. Con l’avvertenza che questi due tematismi non sono trattati in modo separato, ma interagiscono con varie sottolineature ed accenti che attraversano i saggi e le linee di ricerca correlate.


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13 1. La centralità della “questione rurale” per delineare i caratteri delle aree interne, definirne i punti di crisi e anche per ricercare nuove prospettive, non ha bisogno di essere ulteriormente argomentata. I saggi che si concentrano su questo argomento focalizzano concordemente nella omologazione subalterna dei territori rurali una delle chiavi interpretative fondamentali della loro crisi apparentemente irreversibile. E altrettanto concordemente legano la possibilità stessa di una rivitalizzazione al riconoscimento del mosaico territoriale e del valore delle differenze come ricchezza specifica di questi ambiti. Queste differenze si esplicano anzitutto nei confronti del modello agroindustriale dominante: quest’ultimo viene riconosciuto tra l’altro come uno dei massimi responsabili della catastrofe climatica incombente, per combattere la quale occorre riconsiderare radicalmente i paradigmi ecologici su cui rifondare il rapporto di coproduzione tra uomo e natura che nel territorio rurale trova la sua massima espressione. Anche il ripetuto richiamo al

paradigma della multifunzionalità rurale, va inteso nel senso della concezione sistemica dello spazio rurale, proprio il contrario delle monoculture iperspecializzate che si sono rivelate quanto mai fragili nelle accelerazioni delle crisi in atto. I “nuovi agricoltori” praticano già questo paradigma, in misura ancora quantitativamente minoritaria ma tutt’altro che irrilevante, mettendo insieme la manutenzione dei paesaggi, il riconoscimento del significato profondamente culturale del cibo, con l’accoglienza (sinonimo di turismo e non solo) che allarga gli orizzonti del presidio locale, e colloca i distretti rurali storici della lunga durata in una rete tendenzialmente globale di scambi e interazioni. Resi sempre più possibili dalla cultura (come e più che dalla infrastruttura) digitale, che contiene in sé un forte potenziale di rottura dell’isolamento di intere aree sinora periferiche. Nella Sardegna, prima Regione italiana a dar seguito alla Convenzione Europea con il Piano Paesaggistico del 2006, considerare il territorio rurale e le aree interne secondo la chiave inter-

pretativa del paesaggio significa dotarsi di un potente strumento per mettere in relazione l’insieme delle politiche e delle azioni di settore orientate alla produzione in tutti gli aspetti citati, e renderle integrate e coerenti con un nuovo progetto per l’ambiente antropizzato. 2. Possono le politiche latamente etichettabili come abitative contrastare, o anche accompagnare e mitigare, lo spopolamento? Significativi investimenti sulle strutture formative, educative, accompagnati da innesti di strutture dedicate alla ricerca “di eccellenza”, possono incidere in modo rilevante sulla crescita di protagonisti locali dell’innovazione? Intorno a questi quesiti si dipanano alcune ricerche specifiche condensate nei saggi che si confrontano più direttamente con le forme dell’abitare. Tutti i contributi mettono a fattor comune una idea di Sardegna che deve capitalizzare e trasformare in valore aggiunto la sua trama insediativa a maglie larghe, la presa debole delle (poche) città sui vasti territori presidiati dai centri rurali. Ritorna nei

saggi la necessità di conferire uno statuto urbano complessivo alla intera maglia dei centri che abitano i territori della bassa densità. E comunque di agire per contrastare l’inaccettabile divario di opportunità, la progressiva e apparentemente inarrestabile sottrazione di capitale umano, sociale, economico a danno dei nuclei minori e rurali delle aree interne. E, ancora, tutti i saggi declinano il tema di quale contributo possano fornire le discipline che mettono al centro la qualità dello spazio abitato in questo processo di empowerment individuale e sociale. In proposito, uno dei riferimenti più diretti è proprio rivolto alle infrastrutture della formazione, tema cruciale per uscire da una dialettica subalterna tra campagna e città. La formazione di cui si parla non è solo l’educazione formale, anzi l’orizzonte utilizzato è esplicitamente quello dell’educazione permanente all’interno di un ambiente formativo che è tutto intero il territorio delle comunità. Vengono richiamate e documentate esperienze sul campo dentro reti di comunità in contesti tra i più


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15 critici delle aree interne, per fornire modelli di articolazione spaziale innovativa, funzionale all’arricchimento dell’apprendimento. Anche l’innesto, dentro queste realtà ai margini, di centri di ricerca scientifica avanzata viene pensato per creare interazioni ad alto contenuto di creatività anche per i contesti locali. Si tratta in questo caso di una particolare versione del riuso di paesaggi minerari - l’epopea mineraria di metà ‘800 aveva conquistato anche i più remoti e impervi paesaggi dell’isola - ormai assimilabili a vere e proprie archeologie. Questo tema diventa centrale in un saggio tutto dedicato proprio all’archeologia mineraria della Sardegna. Si tratta in questo caso di creare le condizioni socio-culturali per un vero rovesciamento di paradigma: ovvero, come trasformare un paesaggio che rappresenta nella sua massima intensità un’estrazione di risorse senza quasi contropartita nel suo esatto contrario, una riappropriazione consapevole che costruisce un’economia basata sulla cultura e sull’accoglienza. Un altro e differente modello che viene pre-

sentato come caso di studio in un contesto reale prevede una reinterpretazione adattiva dello spopolamento, che prenda atto del declino demografico delle popolazioni locali come di un dato di partenza per usare la ridondanza dello spazio, abitato e no, sottoutilizzato o non utilizzato, per creare relazioni positive e complementari con altre popolazioni. Insomma, una declinazione possibile del tema, già citato, della bassa densità delle aree interne da cui trarre partito per creare nuove produzioni di qualità per nuovi utenti-consumatori “attenti e riflessivi”, che per esempio possono essere alla base di nuove economie della terza età. La strategia spaziale che viene proposta può allora essere persino una contrazione controllata, all’interno di strategie complessive più olistiche, coincidenti per molti versi con la multifunzionalità rurale attorno a cui sono incentrate le ricerche raggruppate nella sezione precedente. È questo uno dei principali elementi di raccordo tra le figure emergenti dei nuovi agricoltori e quelle dei nuovi erogatori di servizi (formativi, cultu-

rali, sociali) la cui presenza e crescita è il presupposto degli studi sulle nuove articolazioni spaziali dell’abitare. Nuove tipologie di produttori che scommettono sul fatto che esista un interesse ed un bisogno vitale ad una nuova relazione città-campagna anche “da parte dei “cittadini”, che possono /devono trovare in questa relazione uno sbocco ed una soluzione alle fondamentali esigenze della Transizione ecologica: sostenibilità ambientale, riduzione emissioni, contrasto allo spopolamento e alle emergenze climatiche. Al lettore segnaliamo che una certa eterogeneità delle trattazioni, pur dentro un quadro di riferimenti solidamente comune, deriva dal fatto che – come abbiamo detto - questo testo è una tappa intermedia: raccoglie e documenta la ricerca e la riflessione pregresse, mostrando come esse già siano convergenti. Crediamo tuttavia di offrire materiali già utili in sé, e che sono comunque la base per la conclusione del lavoro di ricerca.


Abstract Nel corso della sindemia si sono levate molte voci che hanno constatato, auspicato o previsto un’inevitabile fuga dalla città, una riscoperta dei borghi, un rilancio delle aree interne. Quasi mai queste voci erano sostenute da dati, da interpretazione di dati, da modelli basati sui dati.

Chiamalo pure capitale, ma forse sarebbe meglio... Arnaldo Cecchini

Capire come si assesterà l’economia, il turismo, il lavoro, la residenza è molto difficile, sicché quelle constatazioni, quegli auspici o quelle previsioni sembrano essere prevalentemente l’ennesimo riemergere dell’ideologia antiurbana, quella che potremmo chiamare urbafobia. Andarsene al di fuori della città è una risposta che non può valere per tutti. Sicché appare un po’ semplicistico pensare ad un grande spostamento verso “i borghi” dopo il Covid-19. Queste considerazioni non implicano che non vi possa essere nel futuro prossimo un fenomeno di riorganizzazione territoriale, specie in Paesi

Over the course of the Syndemic, many voices have been raised to state, hope or predict an inevitable flight from the city, a rediscovery of the villages, a revival of the inland areas. Almost never have these voices been supported by data, by interpretations of data, by data-based models. It is very difficult to understand how the economy, tourism, work and residence will settle down, and so these statements, hopes and predictions seem to be mainly the umpteenth re-emergence of anti-urban ideology, what we might call urbaphobia. Moving out of the city is an answer that cannot apply to everyone. So it seems a bit simplistic to think of a big shift towards ‘the villages’ after Covid-19. These considerations do not imply that there cannot be a phenomenon of territorial reorganisation in the near future, especially in countries


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19 o aree geografiche con un tessuto insediativo diffuso, con una stagnazione demografica, con una dotazione importante di servizi in piccoli centri. Questa riorganizzazione, oltre a riguardare l’assetto delle città medio-grandi, con una possibile (e auspicabile, ma nient’affatto probabile) riduzione della specializzazione funzionale e della concentrazione di attività e servizi in aree separate e con un difficile (ma auspicabile) rimescolamento della composizione sociale dei quartieri, potrebbe riguardare (e sarebbe auspicabile che riguardasse) anche i piccoli centri: quelli ancora vivaci, ma – a certe condizioni - anche quelli in ridimensionamento, quelli in crisi; e potrebbe riguardare le aree rurali o le cosiddette aree interne nel loro insieme. Seppure condizionato da molti fattori e seppure non massiccio uno spostamento di un qualche rilievo verso le aree interne di persone e famiglie come conseguenza del probabile sviluppo del telelavoro non è da escludere e può essere significativamente favorito da politiche pubbliche. E questo è il punto di partenza del nostro ragionamento che riguarda alcune indicazioni metodologiche per politiche possibili per il miglioramento

or geographical areas with a diffuse settlement fabric, with demographic stagnation, with a significant supply of services in small centres. This reorganisation, in addition to affecting the layout of medium-large cities, with a possible reduction in functional specialisation and concentration of activities and services in separate areas and with a difficult reshuffling of the social composition of neighbourhoods, could also concern (and it would be desirable for it to concern) small centres: those that are still lively, but - under certain conditions - also those that are downsizing, those in crisis; and it could concern rural areas or the so-called inner areas as a whole. Even if conditioned by many factors and even if not massive, a shift of some importance towards the inland areas of individuals and families as a consequence of the probable development of telework cannot be ruled out and may be significantly favoured by public policies. And this is the starting point of our reasoning, which concerns some methodological indications for possible policies to improve the quality of life and for the “development” of the inner areas. One of the possible approaches to the evaluation

della qualità della vita e per lo “sviluppo” delle aree interne. Uno dei possibili approcci alla valutazione di fragilità / opportunità è quella di fare riferimento, con molte opportune cautele, al concetto di Capitale Territoriale, inteso come il complesso degli elementi (materiali e immateriali) a disposizione del territorio, i quali possono costituire punti di forza o veri e propri vincoli a seconda degli aspetti presi in considerazione. Su questa base possiamo costruire una misura composita che chiameremo Misura di Capitale Territoriale (MCT) basata su una combinazione di: Capitale Umano, Capitale Sociale, Capitale

of fragility/opportunities is to refer, with many appropriate cautions, to the concept of Territorial Capital, understood as the complex of elements (material and immaterial) available to the territory, which may constitute strengths or real constraints depending on the aspects taken into consideration. On this basis we can construct a composite measure that we will call the Territorial Capital Measure (MCT) based on a combination of: Human Capital, Social Capital, Cognitive Capital, Infrastructural Capital, Productive Capital, Relational Capital, Environmental Capital, Settlement Capital.


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Vado a vivere in campagna!

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21 cognitivo, Capitale Infrastrutturale, Capitale Produttivo, Capitale Relazionale, Capitale Ambientale, Capitale Insediativo.

Nel corso della sindemia1 si sono levate molte voci che hanno constatato, auspicato o previsto un’inevitabile fuga dalla città, una riscoperta dei borghi, un rilancio delle aree interne.2 Quasi mai queste voci erano sostenute da dati, da interpretazione di dati, da modelli basati sui

dati . La sindemia è in corso mentre scriviamo (Dicembre 2021) e se le campagne di vaccinazione in atto lasciano intravvedere una possibile soluzione per alcuni Paesi è ancora presto per dire se questa soluzione sarà generalizzata e definitiva: probabilmente no o non del tutto, sicché parlare di post-covid, come si fa da qualche mese, è quanto meno un po’ azzardato. Capire come si assesterà l’economia, il turismo, 3

il lavoro, la residenza è molto difficile, sicché quelle constatazioni, quegli auspici o quelle previsioni sembrano essere prevalentemente l’ennesimo riemergere dell’ideologia antiurbana, quella che potremmo chiamare urbafobia. L’ideologia antiurbana è sempre stata reazionaria (come anche il disprezzo per i contadini, se è per questo4).

bué à propager. (…) Le catastrophisme semble particulièrement de rigueur dans les médias pour les villes des pays en développement: Lagos a aujourd’hui pris la place du Londres de Dickens comme incarnation du destin funeste promis aux trop grandes concentrations humaines”. (Cavin & Marchand, 2010). Con circa dieci miliardi di abitanti previsti al 2050 essere antiurbani è tecnicamente impossibile. Si può provare a spiegarlo giocando un po’ con i numeri; pensando ai 10 miliardi di abitanti come probabile plafond della popolazione mondiale; se consideriamo che sui 150 milioni di Kmq di terre emerse al massimo un terzo circa può essere considerato “comodamente” utilizzabile per gli insediamenti umani, abbiamo per il nostro pianeta una densità “utile” media

2. Tra i primi a parlare del “fenomeno” è stato Stefano Boeri (in vari interventi tra i primi l’intervista su La Repubblica del 20 Aprile 2020. (https://www.repubblica.it/cronaca/2020/04/20/news/coronavirus_boeri_via_dalle_citta_nei_vecchi_borghi_c_e_il_ nostro_futuro2-301026866/); Boeri è poi tornato molte volte sul tema in conferenze, articoli e in un volume (Boeri, 2021).

“La ville, la grande ville surtout, suscite de longue date de vives condamnations. Si la Révolution industrielle fournit encore une inépuisable matière première à la détestation urbaine, Babel ou la Rome décadente avaient déjà longtemps avant participé à la construction d’un imaginaire antiurbain occidental, que les plumes talentueuses de Rousseau, Spengler, Thoreau ont contri-

3. Ovviamente dopo un anno e mezzo molti dati e diversi articoli sui dati sono stati pubblicati e tuttavia il quadro è ancora molto incerto e contradittorio. Un ampio ed esauriente articolo del quotidiano spagnolo eldiario.es mostra la variazione di popolazione tra i comuni della Spagna al Giugno 2021: https://www.eldiario.es/datos/pandemia-provoca-mayor-exodo-ciudades-ultima-decada-espana-rural-espana-vacia_1_8041708.html?mc_cid=9245b2206d&mc_eid=e25377cb04; da un punto di vista delle intenzioni per il futuro (non ogni desiderio è un vero desiderio) è di interesse la ricerca della Municipalità di Londra: https://www-london-gov-uk.translate.goog/press-releases/assembly/escaping-the-city-post-covid?_x_tr_sl=en&_x_ tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=nui,op,schunk=true; per l’Italia si può consultare il rapporto ISTAT 2021: https://www. istat.it/it/archivio/259060.

4. Il disprezzo per le campagne e per i contadini è l’altra faccia dell’ideologia reazionaria: c’è un facile trapasso tra “come era verde la mia vallata” e “quanto sono stupidi i contadini”; ovviamente anche i progressisti non son esenti dal disprezzo per la vita rurale (magari partendo dalla constatazione che molto spesso le campagne hanno votato a destra; anche se il fatto che da qualche decennio abbiano cominciato a farlo anche le classi subalterne urbane, complica un po’ il pregiudizio; si veda ad esempio per l’Italia: https://www.corriere.it/politica/21_novembre_07/chi-sono-elettori-partitilega-operaia-fdi-nordista-pd-domina-citta-d6095888-4011-11ec-a86a-9c702b71a66e.shtml, ma lo stesso è per molti altri Paesi).

1 “The notion of a syndemic was first conceived by Merrill Singer, an American medical anthropologist, in the 1990s. Writing in The Lancet in 2017, together with Emily Mendenhall and colleagues, Singer argued that a syndemic approach reveals biological and social interactions that are important for prognosis, treatment, and health policy.” (Horton, 2020); nel 2017 un numero di The Lancet è stato dedicato al concetto di sindemia (https://www.thelancet.com/series/ syndemics).


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23 di 200 abitanti per Kmq; se pensiamo a una densità urbana media da circa 3,3 mila abitanti per Kmq (questo nell’ipotesi che i dieci miliardi vivano tutti in città) di questi 50 milioni di terre “insediabili” le città in senso stretto occuperebbero circa 3 milioni di Kmq, e di circa 2 milioni di Kmq se ci vivessero solo i 2/3 degli umani; assumendo che in prospettiva i 2/3 degli umani vivano in insediamenti che possiamo chiamare città in senso stretto, la densità media dell’altre aree sarebbe intorno ai 150 abitanti per Kmq di superficie utile. Con questi numeri non è possibile andare a vivere tutti in campagna, direi; e non è neppure “sano”. Infatti sembrano non verificate le ipotesi che prevedono che incidenza, letalità e mortalità del Covid 19 siano propriamente legate alla densità di popolazione più che ad altri fattori che – ad esempio – riguardino il sovraffollamento, la mobilità e il pendolarismo, le scarse dotazioni di servizi sanitari, le caratteristiche abitative; molte ricerche mostrano che questo legame tra contagi e densità abitativa in quanto tale non esiste; la morbilità e la mortalità poi più

che essere funzione della densità sono molto più legate al livello di reddito dei diversi insediamenti (oltre che all’età). In realtà la “densità” che conta pare essere quella delle “relazioni” obbligate. “… les contacts humains dépendent de nombreux autres facteurs, comme l’interdépendance liée aux formes sociales et culturelles. En effet, la forme des établissements humains (la sociabilité, l’organisation spatiale, les institutions) a une influence importante, et la densité n’est plus la bonne mesure. Il semble que la sociabilité augmente les contacts sociaux qui répandent le virus, tandis que les nœuds infrastructuraux les démultiplient sur des échelles territoriales variées. Toutefois, les institutions de ces territoires n’ont aucune capacité de gouverner les effets croisés de ces différents facteurs. Du point de vue territorial, cette pandémie est une nouvelle manifestation de la discontinuité entre le politique et le territoire, qui s’était déjà manifestée bien avant le coronavirus.” (Cremaschi, 2020) . Ma la risposta “andiamo fuori città” sembra essere la prima che viene in mente e – nei

momenti acuti dell’epidemia - non è stata una risposta sbagliata per chi poteva permetter-

È bene dire “per chi può permetterselo”: come mostra la mappa seguente riferita alla prima ondata della sindemia, i ricchi negli USA lo hanno fatto, spostandosi dalle città verso il loro buen retiro con le garanzie delle loro assicurazioni sanitarie di alto livello. È bene dire anche che le possibilità offerte dal tele-lavoro (quello che in Italia è curiosamente

selo e sapeva scegliere dove andare, andando fuori città.

chiamato smart working, ma che potrebbe meglio essere detto tele-lavoro o lavoro agile: infatti i britannico lo chiamano remote working oppure working from home - WFH) non riguardano molte categorie di lavoratori, tra cui gran parte di quelli che ci hanno tenuti in vita durante le fasi acute della sindemia; si vedano le due figure. (Cetrulo, Guarascio e Virgillito, 2020).


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Quindi andarsene al di fuori della città è una risposta che non può valere per tutti. Sicché appare un po’ semplicistico pensare ad un grande spostamento verso “i borghi” dopo il Covid-19. Come era forse semplicistico, a suo tempo, pensare a un modello di città sostenibile basato sui cosiddetti “boschi verticali”. Per dirla con il New York Times:

“Our urban areas are laced with invisible but increasingly impermeable boundaries separating enclaves of wealth and privilege from the gaptoothed blocks of aging buildings and vacant lots where jobs are scarce and where life is hard and, all too often, short. Cities continue to create vast amounts of wealth, but the distribution of those gains resembles the New York skyline: a handful of supertall buildings, and everyone else in the shade.

The pandemic has prompted some affluent Americans to wonder whether cities are broken for them, too. It has suspended the charms of urban life while accentuating the risks, reviving a hoary American tradition of regarding cities with fear and loathing — as cesspools of disease, an image that all too easily aligns with prejudices about poverty and race and crime. (…)

This is dangerously misguided. Our cities are broken because affluent Americans have been segregating themselves from the poor, and our best hope for building a fairer, stronger nation is to break down those barriers”. (New York Times, 2020).


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26 Queste considerazioni non implicano che non vi possa essere nel futuro prossimo un fenomeno di riorganizzazione territoriale, specie in Paesi o aree geografiche con un tessuto insediativo diffuso, con una stagnazione demografica, con una dotazione importante di servizi in piccoli centri. Questa riorganizzazione, oltre a riguardare l’assetto delle città medio-grandi, con una possibile (e auspicabile, ma nient’affatto probabile) riduzione della specializzazione funzionale e della concentrazione di attività e servizi in aree separate e con un difficile (ma auspicabile) rimescolamento della composizione sociale dei quartieri, potrebbe riguardare (e sarebbe auspicabile che riguardasse) anche i piccoli centri: quelli ancora vivaci, ma – a certe condizioni - anche quelli in ridimensionamento, quelli in crisi; e potrebbe riguardare le aree rurali o le cosiddette aree interne nel loro insieme. Seppure condizionato da molti fattori e seppure non massiccio uno spostamento di un qualche rilievo verso le aree interne di persone

Per ragionare sui dati: fragilità, potenzialità e capitale territoriale 27

e famiglie come conseguenza del probabile sviluppo del telelavoro non è da escludere e può essere significativamente favorito da politiche pubbliche.

Parleremo di aree interne facendo riferimento alla definizione operativa proposta dalla SNAI, che ha il pregio di essere solida e frugale. (Agenzia per la Coesione Territoriale. 2013).

E questo è il punto di partenza del nostro ragionamento che riguarda alcune indicazioni metodologiche per politiche possibili per il miglioramento della qualità della vita e per lo “sviluppo” delle aree interne.

La definizione parte da una descrizione: Le Aree interne italiane possono essere caratterizzate nel seguente modo: a) sono significativamente distanti dai principali centri di offerta di servizi essenziali (istruzione, salute e mobilità); b) dispongono di importanti risorse ambientali (risorse idriche, sistemi agricoli, foreste, paesaggi naturali e umani) e risorse culturali (beni archeologici, insediamenti storici, abbazie, pic-

coli musei, centri di mestiere); c) sono un territorio profondamente diversificato, esito delle dinamiche dei vari e differenziati sistemi naturali e dei peculiari e secolari processi di antropizzazione. E fornisce un modo per identificarle; se si individuano sul territorio nazionale i cosiddetti poli (Comuni o aggregati di Comuni) che dispongono (almeno) di: · un’offerta scolastica secondaria · un ospedale sede di DEA di I livello · una stazione ferroviaria di categoria Silver, gli altri Comuni vengono classificati nel modo seguente:

Poli urbani Comuni italiani

Aree periurbane

( t < 20’ )

Aree intermedie

( 20’ < t < 40’ )

Aree periferiche

( 40’ < t < 75’ )

Altri Comuni

Aree ultra-periferiche

( t > 75’ )


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29 Le ultime due categorie costituiscono quello che vengono definite propriamente “aree interne”, gran parte delle quali sono investite da fenomeni di spopolamento e di impoverimento,

anche se in forma diversa e con diversa gravità. (A. Lanzani, F. Curci 2019). Da questa definizione è emersa questa mappa a livello nazionale:

Alcune peculiarità hanno portato ad alcune modifiche nella classificazione per quanto

riguarda la Sardegna dando origine alla mappa seguente (Regione Sardegna, 2014):


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31 La SNAI indica tra gli elementi su cui far leva per invertire il declino delle aree interne il “capitale territoriale” (l’espressione è utilizzata 18 volte nel testo). Per la costruzione di una strategia di sviluppo economico per le Aree interne questo rapporto parte dal “capitale territoriale” inutilizzato presente in questi territori: il capitale naturale, culturale e cognitivo, l’energia sociale della popolazione locale e dei potenziali residenti, i sistemi produttivi (agricoli, turistici, manifatturieri). Un’espressione utilizzata in congiunzione con capitale territoriale è “potenziale di sviluppo” economico (8 volte nel testo). Da una prospettiva nazionale, le Aree interne mostrano tutto il loro rilievo se descritte in termini di “potenziale di sviluppo economico”. Uno dei possibili approcci dunque alla valutazione di fragilità / opportunità è quella di fare riferimento, con molte opportune cautele, al concetto di Capitale Territoriale. “In sintesi, il capitale territoriale può essere definito come un insieme di asset localizzati – naturali, umani, artificiali, organizzativi, relazionali e

cognitivi – che costituiscono il potenziale competitivo di un territorio.” (Camagni, 2012) Detta in altro modo: “Il capitale territoriale è il complesso degli elementi (materiali e immateriali) a disposizione del territorio, i quali possono costituire punti di forza o veri e propri vincoli a seconda degli aspetti presi in considerazione” (European Commission, 2005) Queste definizioni, la prima soprattutto spiegano il perché della mia esitazione a usare questa espressione. Nell’analizzare fragilità e potenzialità delle aree interne l’approccio basato sulla competitività appare molto connotato, sia dal punto di vista ideologico sia dal punto di vista pratico. La logica di fondo è che ognuno (in questo caso ogni territorio) è responsabile della sua salvezza, probabilmente perché è responsabile della sua “caduta”. In realtà anche in questo caso, come in molti altri, è bene ribadire che “non è colpa tua”, che quasi sempre dietro la crisi di un territorio o di una comunità ci sono prevalentemente cause

esogene, che sono estremamente rilevanti anche nel favorire i comportamenti viziosi delle comunità e dei suoi componenti. Ed è difficile pensare che nel medio o lungo periodo ogni territorio (Comune? Area geografica? Regione?) possa ignorare cosa succede negli altri. Tra l’altro il capitale territoriale non è definito in modo univoco e risulta da una combinazione di vari tipi di “capitale”, tra i più noti e tra i più discussi il capitale umano e il capitale sociale. Come bene ci mostra D’Eramo il concetto stesso di capitale umano deriva da una torsione ideologica: “In quanto concorrente ogni individuo è considerato un imprenditore, anzi un’impresa di per sé: il manager di sé. Nell’antropologia neolib, l’unità-individuo è un’unità-impresa e l’individuo è il proprietario di se stesso. Non è certo un’idea che viene spontanea agli esseri umani, quella di entrare in relazione con se stessi in termini di proprietà. (…). “La specificità del capitale umano è che è parte dell’uomo. È umano perché è incarnato nell’uomo, e capitale perché è fonte

di future soddisfazioni, o di futuri guadagni, o ambedue” (…). Il capitale umano sta all’economia come l’anima sta alla religione: come secondo le varie fedi, ogni persona ha un’anima – non si vede ma c’è –, così in ognuno di noi c’è un “capitale”, invisibile, immateriale, che intride l’individuo imprenditore di se stesso. Siamo tutti capitalisti quindi, dal lavapiatti immigrato all’oligarca russo.” (d’Eramo, 2020). D’altro lato l’uso dell’espressione capitale sociale sembra avere una caratteristica un po’ diversa ed è entrato nell’uso comune più nella sua accezione sociologica che in quella economica. “Quale tipo di garanzia può avere ciascuno di noi nella buona fede degli altri? «Un sistema giuridico, completo di tribunali e che fa applicare la legge, fornisce una risposta forte» notava il sociologo. Un po’ troppo forte, verrebbe da chiosare. «Se avessimo però bisogno di una comunicazione legale e della presenza della polizia per formulare e rendere esecutivo anche il più semplice accordo, l’incremento dei costi di transazione renderebbe (…) Si potrebbe quindi definire il capitale sociale così: Insieme di norme


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33 e di relazioni sociali, presenti fra i membri di un gruppo, che permettono loro di coordinare le proprie azioni al fine di raggiungere gli scopi desiderati. (…) Forse «capitale sociale» non è l’espressione migliore, dato che la parola «capitale» si riferisce a qualcosa che può essere posseduto. (…) La principale differenza, quindi, rispetto ad altri tipi di capitale – fisico o umano, per esempio – starebbe proprio nei meccanismi di accumulazione, che «dipendono essenzialmente dalle dinamiche di interazione sociale». Se il capitale fisico si crea con gli investimenti – cioè rinunciando a un consumo presente per uno futuro – l’accumulo del capitale sociale, invece, avviene attraverso dinamiche di apprendimento (…) il nostro sistema cognitivo impone limiti alla razionalità del nostro agire e alla nostra forza di volontà, le sue caratteristiche rendono complicato e difficoltoso il calcolo, dinanzi a ogni singola scelta, dei costi e dei benefici ad essa associati. Faremmo bene a fidarci piuttosto che calcolare ogni volta, correndo magari il rischio di sbagliarci. (Pelligra, 2007). Ovviamente in modo più o meno diretto la stessa torsione ideologica si è attaccata anche

al concetto di capitale sociale. Sul capitale sociale tornerà negli anni ottanta Pierre Bourdieu, che lo ha definito come «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basati su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento» (…) Putnam presentava la sua come un’analisi oggettiva, in realtà aveva con sé un certo carico ideologico, dato che l’interesse veniva spostato dai problemi collettivi e strutturali alle scelte individuali dei cittadini (scelte cooperative e non individualiste, d’accordo, ma sempre scelte individuali). Il concetto di capitale sociale ha però anche altri problemi. (…) come osserva Ferragina: «Putnam non considera il fatto che il capitale sociale non si può sviluppare quando ci sono gravi disuguaglianze nella società». (…) Le teorie del capitale sociale sono diventate il modo per evitare di discutere degli effetti delle politiche del neoliberalismo sull’impegno civico.” (Sgobba, 2020) Considerazioni analoghe potrebbero esser fatte anche per le altre componenti proposte per il capitale territoriale (tra cui in particolare quelli

dei cosiddetti capitali cognitivo e naturale). Pur consapevoli dei limiti e dei rischi di questo approccio, possiamo – in maniera avalutativa - interpretare la parola “capitale” depurando il termine dalle sue molte connotazioni e dal suo orientamento meramente produttivo (ovvero “l’insieme dei beni destinati a impieghi produttivi per ottenere nuova produzione”) e riconducendolo invece al concetto di “dotazione”, di stock di risorse intese in senso lato; in questo senso l’espressione Capitale territoriale può essere utile e feconda. Lo facciamo con molta prudenza, tanto che potremmo forse lavorare piuttosto a pensare a un indice della fragilità e potenzialità del territorio; un ragionevole compromesso potrebbe essere quello di utilizzare le misure relativa alla misurazioni delle dotazioni (i “capitali”) per stimare quegli indici. Su questa base possiamo costruire una misura composita che chiameremo Misura di Capitale Territoriale (MCT) basata su una combinazione di: Capitale Umano, Capitale Sociale, Capitale cognitivo, Capitale Infrastrutturale, Capitale Produttivo, Capitale Relazionale, Capitale

Ambientale, Capitale Insediativo. Le scelte di articolazione del “Capitale territoriale” in queste categorie sono per molti aspetti arbitrarie e non consolidate in letteratura; tuttavia per rendere i dati in qualche misura confrontabili con uno studio del 2012 a livello nazionale utilizziamo questa categorizzazione (Brasili e al., 2014). C’è da dire che nelle indicazioni della OECD del 2017 (Oecd, 2017) un concetto analogo a quello di capitale territoriale (o meglio a un sottoinsieme) viene proposto come misura delle risorse per migliorare il benessere. Ovviamente gli indicatori proposti sono diversi dai nostri, ma l’approccio non è molto diverso e la logica – anche in questo caso non è quella meramente “aziendalista”: il riferimento è allo stock di risorse o dotazioni per il miglioramento del benessere, non per la competizione.


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35 cipi di reciprocità e mutuo riconoscimento” (Bourdieu, 1980); l’abbiamo misurato considerando la percentuale dei votanti, il numero di associazioni, la spesa per servizi sociali, utenti dei servizi socio-educativi. “Il capitale Cognitivo - è il risultato dell’applicazione della conoscenza accumulata e dell’attività intellettuale immateriale fondamentale dell’uomo, che si manifesta nella creazione di innovazioni, idee, invenzioni o miglioramenti di tecniche e tecnologie, comprese le tecnologie delle risorse endogene” (Rozhdestvenskaya; 2016); l’abbiamo misurato considerando il numero di Proloco e di Associazioni di Promozioni Sociale (APS), la diffusione della banda larga, il numeri di Enti e fondazioni.

Il capitale Umano può essere considerata la dotazione di conoscenze, competenze e saper fare (Becker, 1964); l’abbiamo misurato considerando l’Indice di vecchiaia, il Tasso di occu-

pazione specifico, il tasso di Diplomati+Laureati, il Saldo migratorio. “Il capitale Sociale è la somma delle risorse, materiali o no, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su prin-

“Di norma ci si riferisce al capitale Infrastrutturale riguardo alla dotazione di strumenti di comunicazione (strade, ferrovie, sistemi di telecomunicazione, ecc.) che riduce agevolando lo scambio di merci e servizi oltre che agevolare le attività umane. Buona parte del capitale infrastrutturale si traduce in installazioni fisse (immobilizzazioni) ed è perciò fabbricato , ma

in parte nasce dall’interazione con il capitale naturale, per questo ha più senso descriverlo in termini dei suoi processi di apprezzamento/ deprezzamento, piuttosto che dalle sue origini: gran parte del capitale naturale ricresce, il capitale infrastrutturale deve essere costruito e installato” (Baldwin e Dixon, 2008); l’abbiamo misurato considerando le dotazioni sanitarie, i mezzi di trasporto, la presenza di uffici postali, la presenza di sedi di pubblica sicurezza. Il capitale Produttivo è la base sostanziale del capitale “classico”; nel nostro caso si riferisce all’insieme per noi “interessante” dei fattori produttivi rilevanti; l’abbiamo misurato considerando il numero di imprese e addetti, il numero di start-up, il reddito medio. Per quanto riguarda il capitale Relazionale il riferimento non è tanto ai “beni relazionali”: “beni che possono essere posseduti solo attraverso intese reciproche che vengono in essere dopo appropriate azioni congiunte intraprese da una persona e da altre non arbitrarie”; “come molti servizi alla persona si producono e si consumano simultaneamente; il bene viene al tempo


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37 stesso co-prodotto e co-consumato dai soggetti coinvolti. Anche se la contribuzione alla produzione del bene può essere asimmetrica (pensiamo all’organizzazione di una festa tra amici o alla gestione di una cooperativa sociale)” (Bruni e Zarri, 2007), che noi abbiamo attribuito al capitale sociale e a quello cognitivo, ma alle dotazioni che consentono ai territori di essere in rapporto con altri territori; l’abbiamo misurato considerando finanziamenti ottenuti su bandi internazionali, nazionali e regionali, gli iscritti all’Università, il numero di sportelli bancari, i gemellaggi e le partnership istituzionali. “Il capitale Ambientale consiste nei beni naturali nel loro ruolo di fornire input di risorse naturali e servizi ambientali per la produzione economica” ed è “generalmente considerato comprendere tre categorie principali: stock di risorse naturali, terra ed ecosistemi”5; l’abbiamo misurato considerando il numero di Parchi e aree protette, la percentuale di SAU, la presenza di arre a pericolo frane ed idraulico, la percentuale di raccolta differenziata e di energia da fonti naturali.

Il capitale Insediativo fornisce una rappresentazione delle caratteristiche abitative e dell’evoluzione della presenza umana in un determinato territorio; l’abbiamo misurato considerandola percentuale di abitazioni non utilizzate e in cattivo stato, l’età degli edifici, il reddito medio da fabbricati. La scelta degli indicatori è anche legata alla necessità di avere dati reperibili e aggiornabili in maniera sostanzialmente automatica. Il calcolo della MCT viene fatto – in prima istanza - prendendo in considerazione tutti i Comuni della Sardegna; per ciascuno dei Comuni l’indice per i vari capitali viene calcolato come media tra i 4 indicatori proposti e normalizzato con la formula (Xi è il valore del singolo capitale per il Comune considerato, Xmax e Xmin il valore massimo e minimo tra i Comuni della Sardegna). (Xi – Xmin) / (Xmax - Xmin)

5. https://www.minambiente.it/comunicati/il-secondo-rapporto-sullo-stato-del-capitale-naturale-italia

Talvolta il valore da considerare come Indice è il complemento a 1 del valore trovato. La nostra MCT è la media degli indici dei vari capitali, ma l’interfaccia consente di operare sul data base modificando gli indicatori, aggiungendone altri, pesando loro e i vari capitali nel calcolo della media, aggregando i Comuni per prossimità o per divisione amministrativa, …) e producendo serie storiche e mappe personalizzabili. Ogni entità di analisi sarà così classificata sia una delle categorie della SNAI sia per valore di MCT, articolato nei diversi indici degli otto capitali che lo compongono. La MCT può essere “corretta” anche tenendo conto dei valori dell’ICT nei comuni vicini. Da questa combinazione e da altre informazioni sulle dotazioni territoriali di rango superiore ai possono fare emergere delle classi che raggruppino i territori per fragilità e potenzialità. Un’analisi particolare andrà fatta sui poli per definirne la “forza” complessiva che – in qualche misura – può anch’essa “propagarsi” sui comuni in funzione della distanza.

aggiornamento cercando di arrivare a un set di variabili consistente, ma di semplice accesso e aggiornamento e abbiamo avviato una prima riflessione sulle modalità di rappresentazione dei dati. Siccome sappiamo già che non tutte le aree interne sono uguali, che le loro fragilità hanno cause diverse e diverse sono le potenzialità di ognuna, disporre di un indice strutturato e articolato consente di pensare a politiche adeguate, sia per quanto riguarda gli obiettivi possibili, sia le strategie, sia l’articolazione temporale delle azioni.


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Abstract

Le potenzialità inespresse del paesaggio minerario della Sardegna Nađa Beretić

Il paesaggio è un sistema dinamico con una propria storia naturale e culturale. L’estrazione mineraria aveva un ruolo cruciale nell’economia europea, cosi modellando intensamente i paesaggi. Quindi, le forze socio-economiche sono l’elemento costitutivo più significativo dei paesaggi minerari in cui l’attività mineraria ha forgiato i paesaggi dei territori e delle città minerarie. Oggi, consideriamo patrimonio molti di quei paesaggi minerari. Questo capitolo ha lo scopo di illustrare le potenzialità elevate ma inutilizzate del Parco geominerario della Sardegna come patrimonio. L’analisi dell’organizzazione territoriale dovuta all’intensità e al tipo di estrazione mineraria ha mostrato come le forze socio-economiche abbiano variamente disegnato i paesaggi minerari nel tempo. Tutte queste variazioni hanno prodotto il Parco geominerario della Sardegna come una risorsa patrimoniale unica e molto eterogenea. Il patrimonio dell’ex estrazione mineraria ci ha lasciato un’eredità

The landscape is a dynamic system with its own natural and cultural history. Mineral extraction played a crucial role in the European economy, modelling the landscapes intensively. Thus, socio-economic forces are the most significant constitutive element of mining landscapes in which mining activity forged the landscapes of mining territories and towns. Today, we consider heritage many of those mining landscapes. This chapter aims to illustrate the high but unused potentials of the Geo-mining Park in Sardinia as a heritage. Analyses of the territorial organisation due to the intensity and type of the mineral extraction showed how socio-economic forces variously designed mining landscapes over time. All these variations produced the Geo-mining Park in Sardinia as a unique and very heterogeneous heritage resource. The heritage of former mineral extraction has left us with an exceptional legacy together with unparalleled problems of indus-


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Dal paesaggio al paesaggio minerario come patrimonio

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43 eccezionale insieme a problemi senza precedenti di declino industriale e di abbandono degli insediamenti. Il turismo basato sul patrimonio ha dimostrato di essere benefico per la prosperità territoriale quando è gestito in modo sostenibile. In questo senso, il turismo sostenibile basato sul patrimonio dovrebbe esaminare la diversità degli approcci turistici alternativi che assicurano intuizioni sui significati e forniscono impegno ed esperienza sia per gli abitanti che per i visitatori. Nel contesto dei paesaggi minerari, questo significherebbe esaminare la compatibilità e la diversificazione di risorse eterogenee per renderle benefiche in primo luogo per le comunità locali. Nel contesto sardo, questo capitolo discute l’eterogeneità delle risorse basate sul patrimonio e il turismo sostenibile che contribuisce allo sviluppo territoriale. In seguito agli approfondimenti sulla condizione attuale, discute le potenzialità, gli ostacoli e i modi per superarli.

trial decline and abandonment of settlements. Heritage-based tourism proved to be beneficial to territorial prosperity when managed sustainably. Thus, sustainable heritage-based tourism should examine the diversity of alternative tourism approaches that ensure insights into meanings and provide engagement and experience for both inhabitants and visitors. In the context of mining landscapes, this would mean examining the compatibility and diversification of heterogeneous resources to make them beneficial for the local communities in the first place. In the Sardinian context, this chapter discusses the heterogeneity of heritage-based resources and sustainable tourism that contributes the territorial development. Following the insights into the current condition, it discusses potentials, obstacles and ways to overcome them.

Nell’immaginario sociale occidentale, il paesaggio emerge dall’intersezione tra la società e l’ambiente, rappresentando la cultura sociale stessa. Una combinazione di atteggiamenti e azioni umane mira ad adattare l’uso e la struttura spaziale del paesaggio alle mutevoli esigenze della società (Antrop, 2005). Così, i paesaggi sono costruzioni sociali con le proprie storie naturali e culturali, la loro stessa natura è dinamica e in continuo cambiamento. Oltre a quelle culturali e naturali, le forze sistematicamente pianificate secondo leggi e regolamenti specifici causano cambiamenti e influenzano la dinamica del paesaggio. L’influenza di questi cambiamenti pianificati può essere più o meno forte, presente in grande o piccola quantità, esplicitata in modo più o meno esteso e distruttivo (Antrop, 2005). Tre principali forze pianificate influenzano la dinamica del paesaggio, tra cui socio-economica (urbanizzazione e industria), politica (leggi, politiche, istituzioni, amministrazione e loro applicazioni), e tecnologica (strade e infrastrutture) (Farina, 2000; Antrop, 2005). Le risorse minerarie hanno avuto un ruolo cruciale nell’economia europea, modificando inten-

samente i paesaggi e riflettendosi in una vasta gamma di politiche diverse che includono, per esempio, l’estrazione, lo sviluppo, le politiche commerciali, la protezione ambientale, ecc. (Commission of the European communities, 2008; Tiess, 2010). Così, le forze socio-economiche sono l’elemento costitutivo più significativo dei paesaggi minerari in cui l’attività mineraria ha forgiato i paesaggi dei territori e delle città minerarie. La crisi economica in Europa aveva colpito il periodo significativo dell’industrializzazione mineraria su larga scala dopo la seconda guerra mondiale. Raramente le risorse si sono esaurite, ma le condizioni tecniche e di mercato sono cambiate, portando alla chiusura delle miniere. La Sardegna non è diversa in queste dinamiche del passato. Allo stesso tempo, l’importanza di proteggere i paesaggi industriali come bene culturale è emersa durante gli anni ‘50 e ‘60. Gli accademici hanno iniziato a studiare l’archeologia industriale, mentre l’UNESCO ha avviato la protezione del patrimonio industriale (Falser, 2001; Palmer, 2008; Casanelles, 2016). Nell’ambito


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44 del paesaggio industriale, questi due concetti coincidono e si completano a vicenda. Entrambi studiano i residui fisici delle precendenti attività industriali per capire il modo in cui le persone vivevano e lavoravano in passato. Simultaneamente, rappresentano un movimento che si occupa della protezione e dell’interpretazione di questi resti. La ricerca contemporanea sul patrimonio industriale centralizza una serie di interrelazioni tra il fenomeno industriale e il territorio, inclusi gli insediamenti e le infrastrutture (Tognarini & Nesti 2003). Prendendo le distanze dall’approccio descrittivo, la ricerca cerca di stabilire relazioni dirette tra i valori socio-storici e le connessioni territoriali per reinterpretare vari aspetti di tutti gli elementi tangibili e intangibili dell’attività industriale (TICCIH, 2003). Sostenuto dalla Convenzione del patrimonio mondiale dell’UNESCO (1972), che promuove un approccio di sviluppo olistico per rispondere alle nuove sfide sociali, le strategie contemporanee per lo sviluppo del patrimonio industriale si fondano sul principio della continuità come valore. Oltre a preservare l’integrità storica

della passata attività industriale, la funzionalità presente e le strategie future, insieme compongono il valore unico dell’area del patrimonio (Rao, 2013). Le risorse del patrimonio hanno acquisito un ruolo significativo nei sistemi sociali, economici e ambientali sostenibili. La protezione e la promozione mirano a garantire la massima vitalità e le funzioni che favoriscono il benessere delle generazioni presenti e future, soprattutto la comunità locale in cui è situato il patrimonio (Rössler, 2012). Tra i siti UNESCO, il patrimonio industriale è rimasta la categoria sottorappresentata. Rappresenta il 5,3% del patrimonio culturale e il 4% dei siti del patrimonio mondiale. I siti in Europa dominano significativamente con 22 dei 28 che l’UNESCO ha registrato come patrimonio industriale (Falser, 2001). Il Parco Geominerario, Storico e Ambientale della Sardegna era nella rete mondiale dei Geoparchi quale primo esempio emblematico ratificato dall’UNESCO nel 1997. Anche se rimosso dalla lista dell’UNESCO dopo quasi vent’anni, il ricco patrimonio merita e ha bisogno delle strategie di sviluppo per un nuovo futuro.

Paesaggi minerari in Sardegna

2.1 Forze pianificate e dinamiche del paesaggio minerario La storia delle estrazioni minerarie in Sardegna è iniziata circa ottomila anni fa (Fadda, 2003; PGMS 2016). Questo dato è veritiero se comprese le prime estrazioni di ossidiana. I paesaggi Sardi ricordano anche l’attività mineraria dei periodi di dominazione romana. “Breve di Villa di Chiesa” (1303) è un documento archivistico e unico, scritto, che testimonia l’estrazione di minerali nella zona di Iglesias durante il periodo punico. Le fonti ufficiali sulle attività estrattive pianificate sistematicamente risalgono al periodo tra gli ultimi decenni del 1600 e i primi del 1700. Quintino Sella (1871/1999) collega la rinascita del Regno di Sardegna (1720) con l’inizio dell’era mineraria. Designata con una grande arretratezza economica, sociale e culturale, la Sardegna aveva bisogno di una strategia di riqualificazione regionale. Così, l’agricoltura e l’industria mineraria sono state identificate come i settori primari in cui investire. Sotto gli auspici finanziari del governo sardo, l’attività

45 mineraria è diventata per la prima volta una strategia ufficiale di sviluppo regionale. Tuttavia, una specializzazione territoriale e modifiche più intense del paesaggio su ampia scala dovute alle attività minerarie ebbero inizio nel XVIII secolo, quando la Sardegna attirò l’interesse del capitalismo nordeuropeo. Nel XIX secolo, almeno un decimo della popolazione sarda dipendeva dall’industria mineraria (Perelli et al, 2011) e durante gli anni ‘50, circa il 60% della popolazione era impiegata nell’industria estrattiva (Sella, 1871/1999). L’entrata nella crisi economica del settore minerario ha portato gradualmente alla chiusura delle miniere dopo la seconda guerra mondiale. Alla bassa capacità di adattamento dei territori specializzati nell’estrazione di minerali seguì il declino dell’interesse degli investimenti privati. Le imprese private abbandonarono rapidamente il settore minerario a partire dagli anni 1950. La maggior parte delle miniere in Sardegna sono state chiuse durante gli anni ‘70 e “i territori minerari avevano finito la loro fase produttiva e avevano bisogno di reinventarsi.” (Perelli et al, 2011). Purtroppo, i territori non


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47 si sono mai reinventati. Per secoli, l’industria mineraria è stata l’attività economica prevalente o unica. Il declino dell’economia mineraria ha ulteriormente aggravato la crisi socio-economica del territorio come conseguenza di un uso monofunzionale del suolo (Beretić, 2018). Subito dopo le prime cessazioni delle attività minerarie, cominciarono a svilupparsi le industrie petrolchimiche e metallurgiche. La svolta industriale, tuttavia, non sostituiva adeguatamente lo sviluppo del territorio. Osservando tutte queste trasformazioni attra-

Fig.

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verso mappe spaziali concettuali, possiamo notare enormi variazioni nell’organizzazione territoriale. Prendiamo ad esempio l’area del Sulcis (Figura 1), che dimostra bene queste variazioni. Figura 1a: Le prime intense modifiche del paesaggio risalgono al 1848 quando entrò in vigore una nuova legge mineraria regionale, la quale prevedeva la separazione del diritto di proprietà del suolo da quello del sottosuolo. Essa aveva lo scopo di attirare ulteriori imprenditori esteri ed aggirare il diritto di proprietà che la

Variazioni nell’organizzazione territoriale, esempio del Sulcis. Elaborazione dei disegni di Viola Fonnesu.

popolazione sarda aveva. In particolare, arrivarono liguri e piemontesi e nacquero le prime società con lo scopo di sfruttare i giacimenti sardi. “Carta geologica de La Marmora” (1857) fu la prima carta geologica dell’isola di Sardegna. Dimostra un’intensa escavazione lungo gli assi longitudinali e paralleli alla costa occidentale. In prossimità delle principali miniere, questa forte attività economica provocò lo sviluppo di nuovi insediamenti o la trasformazione di quelli agropastorali già esistenti per scopi minerari. Lo sfruttamento delle risorse, soprattutto metallifere, costruì anche forti connessioni con il mare e corridoi relazionali tra le aree costiere e interne (Sanna, 2009). Figura 1b: Con la scoperta del giacimento di Serbariu, nel 1938 fu inaugurata la città di Carbonia. Carbonia è la prima città mineraria pianificata, frutto di un programma territoriale e socio economico di vasta portata, costituisce il perno di un vasto progetto di ridisegno territoriale in funzione dell’economia del carbone. Lo schema urbanistico preordinato fissa i rapporti tra impianti produttivi, residenze e infrastrutture. La vicinanza e l’interdipendenza tra il luogo

del lavoro e della residenza sono state la chiave di lettura della vicenda progettuale (Peghin, 2009). Questo progetto ha un forte impatto sui piccoli centri dell’interno, rafforzando i legami tra Carbonia e Iglesias. Figura 1c: In favore dello sviluppo socio-economico dell’isola, il “Piano straordinario sviluppo Sardegna” (1962) fu formulato in “zone territoriali omogenee” che potessero ospitare, in base alla struttura economica e le possibilità di sviluppo, l’inserimento di poli per l’industrializzazione dell’isola. Per il Sulcis vennero designati i Comuni costieri di Sant’Antioco e Portoscuso per via della loro posizione strategica. Lo sviluppo dell’industria petrolchimica in queste due aree ha causato profondi cambiamenti nell’organizzazione territoriale. Generando nuove relazioni tra i centri urbani dell’intera subregione e le nuove industrie hanno anche attivato nuove connessioni territoriali. Figura 1d: In occasione della Conferenza Generale dell’UNESCO, tenutasi a Parigi nell’ autunno 1997, è stata accolta la proposta per l’inserimento del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna nella rete mondiale


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49 dei Geoparchi quale primo esempio emblematico. Il Parco si estende su 3800 kmq complessivi, comprendendo 81 comuni sui 376 della Sardegna, circa il 20%. Questi numeri evidenziano l’importanza che potrebbe rivestire nel contesto regionale. Comunque, il complesso sistema territoriale rimane senza una gestione efficace del patrimonio e quindi del territorio. Con tutti gli sforzi fatti nel frattempo, il territorio destinato al Parco rimane molto vasto nel senso spaziale e “tematico”. Si facevano ragionamenti e modifiche varie dei confini del Parco a livello di macro aree, lasciando così fin ora un ricco patrimonio senza la definizione, valorizzazione e classifica precisa degli elementi materiali e immateriali che lo compongono. Quasi dieci anni dopo il riconoscimento, il Decreto del 8 Settembre 2016 per la prima volta propone linee guida e una serie di criteri per la distinzione delle aree (per esempio per distinguere siti minerari da geo ambientali, da aree a rischio e così via). Questo compito è stato assegnato ai comuni locali tra i quali pochissimi mostravano un vero interesse a partecipare attivamente (fin dalle fasi di ideazione del Parco). Poi, possiamo

anche farci la domanda: quanti comuni hanno le competenze specifiche nel campo di patrimonio geo-minerario nel loro personale tecnico-amministrativo? Sull’aspetto sociale, la svolta industriale non ha mantenuto il concetto di un progetto condiviso della società. Il processo di modernizzazione industriale è stata lontano dal coinvolgere le comunità locali e la forza lavoro mineraria è stata solo parzialmente impegnata nelle nuove industrie (Perelli et al. 2011). Questo ha portato a un’alta disoccupazione e ai relativi problemi sociali. È stato difficile per la classe operaia specializzata di ex minatori trovare un lavoro sostitutivo perché le loro competenze erano specifiche e per lo più incompatibili con i requisiti di altri lavori. In mancanza di lavoro, i minatori e loro famiglie hanno dovuto lasciare gli insediamenti, il territorio. Durante il periodo di transizione dalla fase di produzione al riconoscimento dei paesaggi minerari come patrimonio, i territori hanno subito una perdita di identità. La gente ha perso la fiducia in un futuro condiviso, il che ha impedito l’auto-organizzazione degli ex ter-

ritori minerari (Perelli et al. 2011, Beretić, 2018). Le conseguenze dolorose persistono da allora. L’esclusione e l’abbandono delle persone sono continuate durante la ratifica del patrimonio e oltre. Nel complesso, ho usato l’esempio del Sulcis per illustrare l’evoluzione e le differenze dell’organizzazione territoriale. Accanto alla “violenza strutturale” che gli impianti produttivi necessari all’industria mineraria hanno inciso sul paesaggio, lo sviluppo territoriale ha avuto anche i suoi lati positivi. Sono state costruite infrastrutture e insediamenti per garantire la comunicazione tra le zone interne e quelle costiere o per rafforzare alcune relazioni tra i centri urbani. La trasformazione non ha mai ripreso gli schemi territoriali precedenti. Il cambio del tipo di attività industriale ha stabilito una nuova logica, dando priorità agli investimenti nei porti e nelle infrastrutture. Così, forze socio-economiche più o meno pianificate hanno disegnato i paesaggi minerari in modi diversi, che oggi tutto insieme consideriamo un patrimonio. In assenza di nuove economie, il territorio immaginato come patrimonio minerario con-

tinua a declinare. Inoltre, possiamo porci la domanda: cos’è il territorio del patrimonio minerario senza organizzazione territoriale? La situazione attuale non ci dà nemmeno una visione del patrimonio e della composizione nei suoi “pattern”. Cosi, una grande risorsa rimane solo una campitura del area sulla carta, salvo rarissime realtà locali.

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Patrimonio, Turismo e Territorio

L’ex estrazione mineraria ci ha lasciato un’eredità eccezionale insieme a problemi impareggiabili di declino economico e di abbandono degli insediamenti, che sono stati costruiti o trasformati esclusivamente per scopi industriali (Beretić et al. 2019). La rinascita del passato minerario è generalmente vista come un’opportunità per la rivitalizzazione economica dello spazio segnato dal processo di deindustrializzazione (Pachkevich, 2017). Hospers (2002) evidenzia due approcci al recupero di ex aree industriali. In primo luogo, in


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51 alcuni casi, i governi locali hanno perseguito politiche di ristrutturazione localizzate e istituzioni volte a promuovere l’imprenditorialità e l’innovazione. Alcuni esempi importanti di ex regioni industriali hanno applicato questo approccio, tra cui l’area della Ruhr, il nord-est dell’Inghilterra e il Galles. Sono stati riportati diversi livelli di successo (Hospers, 2002; Hassink, 1993). In secondo luogo, forme relativamente nuove di turismo culturale si sono dimostrate utili in alcune altre ex regioni industriali, per esempio nei Paesi Bassi, in Belgio, in Austria, in Francia, ecc. (Hospers, 2002; Mansfeld, 1992). Una serie di argomenti alternativi per il riutilizzo a fini turistici, quelli della giustizia sociale, dell’equilibrio naturale, della minimizzazione dei rifiuti e dell’aumento dell’economia locale, quando combinati possono rendere il turismo sostenibile (Beretić et al. 2019). Oltre allo sviluppo socio-economico, il turismo culturale può migliorare l’immagine del territorio se viene utilizzato come strumento per modificare il pregiudizio pubblico negativo delle aree industriali (Mansfeld, 1992). Per quanto il turismo di massa possa avere

effetti negativi, la gestione del patrimonio può migliorare il territorio incrementando il turismo e coinvolgendo le comunità locali (Mansfeld, 1992; McNulty, 1985; Scarpocchi, 2003; Presenza, A. & Concetta Perfetto, 2015). Allo stesso tempo, il concetto di territorio si è evoluto dal semplice costruzioni fisiche e funzionali a uno “spazio relazionale, complesso, unico e difficilmente imitabile” (Rullani, 1999, p. 25). Secondo la concezione progressiva, le connessioni interspaziali culturali e sociali costituiscono il territorio (Mastroberardino et al., 2014). Questa logica territoriale innovativa non implica un ritorno letterale alla geografia regionale, ma una nuova coerenza territoriale tra persone e siti del patrimonio (Jansen-Verbeke, 2009; Beretić & Plaisant, 2019). Quando sono concepiti come luogo del patrimonio e habitat delle persone, gli ex paesaggi industriali richiedono una definizione delle dimensioni ambientali, delle loro caratteristiche, nonché della loro organizzazione spaziale e delle loro connessioni. In questo modo, la reinvenzione del patrimonio a fini turistici è sostenibile, aprendo le possibilità per le esperienze distintive, memo-

rabili e condivisibili per i visitatori ma non comprometteranno la vita locale. Di conseguenza, il turismo sostenibile basato sul patrimonio dovrebbe esaminare la diversità degli approcci turistici alternativi che assicurano intuizioni sui significati e forniscono impegno ed esperienza per gli abitanti e poi i visitatori. Una nuova prospettiva comporta la pianificazione dell’”approccio” al turismo, piuttosto che definire la “forma” o il “tipo” di turismo (Hose, 2011; Newsome et al. 2013). Nel caso dei paesaggi minerari, dobbiamo pianificare, in primo luogo, il turismo come un viaggio educativo per due motivi. Il primo, le persone che hanno familiarità con le attività estrattive possono conoscere il processo industriale senza sapere il suo valore come patrimonio. Ancora di più, possono avere un’esperienza negativa. Il secondo, il sistema di elementi che compongono i paesaggi minerari è complesso, quindi le persone che non hanno familiarità con i processi estrattivi potrebbero aver bisogno di una guida. Inoltre, molte persone potrebbero trovare i paesaggi minerari spaventosi o poco attraenti. Così, la componente educativa gioca

un ruolo significativo nella pianificazione del turismo, influenzando fortemente l’esperienza delle persone sia che vivono o visitano il luogo. Gli approcci al turismo appartenenti all’area naturale e culturale devono essere pianificati integralmente in base al contesto locale. Maggiore è l’eterogeneità delle risorse del patrimonio, più ricca è l’offerta turistica. La diversificazione delle esperienze dei visitatori può influenzare la loro decisione di prolungare il periodo di permanenza e/o di ritornare nella stessa area più di una volta. Poi, in alcuni casi, come in Sardegna, il turismo naturale e culturale può essere già sviluppato, rappresentando un vantaggio perché si può lavorare in termini di integrazione e riqualificazione dell’esistente piuttosto che avviare una nuova pratica turistica. Senza l’intenzione diretta di adottare il modello turistico, nelle fasi iniziali della pianificazione del turismo basato sul patrimonio si potrebbe fare affidamento su logiche già sviluppate. Mentre alcune aree hanno numerose e preziose risorse del patrimonio, altre mancano di esperienza, di posizione sul mercato turistico o di risorse tecniche


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53 per lo sviluppo del turismo sostenibile. Alcuni interessi condivisi possono includere numerosi aspetti di pianificazione e gestione; per esempio, la dinamica dei flussi turistici, l’uso di strutture e servizi o la promozione di un’offerta turistica allargata, ecc.

3.1 Sviluppo territoriale e settore turistico all’interno del Parco Geominerario L’industria del turismo in Sardegna si concentra principalmente sulla costa. La costa attrae i turisti per la straordinaria bellezza delle risorse naturali, che sono difficili da trovare altrove. Oltre alle risorse naturali (spiagge), la costa è ricca di risorse culturali (siti archeologici). I motivi fondamentali per viaggiare in queste località sono il relax, il piacere, la ricreazione o il riposo, la visita alla famiglia o agli amici e motivi religiosi/pellegrinaggi. Un altro motivo significativo per viaggiare è il lavoro. Il turismo stagionale in Sardegna va da giugno a settembre con arrivi che aumentano gradualmente da maggio e diminuiscono rapidamente da settembre, dove i picchi stagionali sono raggiunti tra luglio

e agosto. Il numero di persone aumenta di circa tre volte durante la stagione, calcolando i valori assoluti delle presenze dei visitatori (dati ISTAT per 2016). Il turismo patrimoniale è stato pensato per essere utilizzato come strumento di sviluppo del Parco Geominerario. Durante il processo di concezione, si prevedeva che il Parco Geominerario avrebbe attratto il 24% di tutti i visitatori della Sardegna. Il 75 % di questi visitatori sarebbe stato attratto da coloro che già visitano la parte sud-ovest della Sardegna (Mezzolani & Simoncini, 2007). I numeri previsti durante il processo di fondazione non sono mai stati raggiunti, né il turismo patrimoniale è mai stato economicamente vantaggioso per il Parco. Infatti, il turismo patrimoniale non è stato pianificato né gestito. Prendiamo, per esempio, l’area del Sulcis che si colloca a sud-ovest, occupando il territorio più vasto del Parco Geominerario. Attualmente attrae meno del 3% del totale degli arrivi turistici in Sardegna, di cui circa il 90% localizzato nel basso Sulcis. Circa il 50% di questi visitatori sono ospitati nell’area costiera, soggiornando

in località estranee ai siti del patrimonio minerario (dati ISTAT, 2008 -2014). Gli italiani costituiscono la fetta di mercato più grossa con oltre il 75% delle presenze rilevate nelle strutture ricettive, con un trend crescente. Il mercato straniero è dominato in prima linea dagli arrivi francesi, comunque inferiori all’insieme dei paesi germanofoni (Austria, Svizzera e Germania) e solo una parte minima proviene da paesi extra UE (meno del 2%). La percentuale dei turisti stranieri, con una media di circa il 23,4% nel il periodo 2008-2014, si concentra soprattutto nei mesi di settembre/ ottobre. Mentre il picco delle presenze italiane è nel mese di Agosto (data ISTAT, 2008 - 2014). Le presenze italiane si registrano soprattutto nelle strutture alberghiere corrispondenti agli alberghi a 3 stelle, mentre quelle straniere nei campeggi e nei villaggi turistici. Il sistema alberghiero risulta nettamente inferiore sia quantitativamente e qualitativamente rispetto a quello della Regione (Fonnesu, 2016). A causa dell’irreperibilità di statistiche al riguardo, il profilo psicografico del turista rimane piuttosto indefinito. D’altro canto si può

affermare che la méta è visitata da turisti con preferenze alternative al turismo di massa e più propense al turismo attivo. A tal proposito, oltre all’offerta dei servizi di alloggio e di ristorazione, consorzi o cooperative offrono le attività da svolgersi nel territorio sotto forma di escursioni, attività quotidiane o, occasionalmente, eventi del fine settimana. Queste attività includono il diving, free climbing, trekking, mountain biking, percorsi speleologici e religiosi, sagre, festival di musica e film ect. Sfortunatamente, la gestione turistica rimane interna alle organizzazioni stesse, costituendo così un’ulteriore vuoto comunicativo e amplificando il fenomeno di dispersione turistica. La collaborazione intersettoriale è quasi completamente assente e, se esiste, non è una collaborazione vera: non si pianificano eventi tra le diverse parti interessate che trarrebbero beneficio congiuntamente a lungo termine. In alter parole, nonostante sia presente tale significativo potenziale per sviluppo del turismo basato sul patrimonio, ancora non si riscontra un approccio collaborativo, strategico e integrato per la sua pianificazione in chiave di turismo


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55 sostenibile. Quindi, occorre iniziare dalle criticità emerse in gran parte riconducibili ad una scarsa attenzione alle relazioni di prossimità (geografica, organizzativa, istituzionale e cognitiva) che legano i singoli componenti dello sistema turistico-patrimoniale al territorio (Beretić & Plaisant, 2019). In tale prospettiva, la prossimità comprende diverse dimensioni che il turismo sostenibile dovrebbe comunicare per promuovere il patrimonio del Parco Geominerario. Per ottenere questo bisogna costruire e attivare il network intersettoriale tra le parti interessate del patrimonio e turismo. Probabilmente la più esplicita prossimità è quella geografica, ovvero eterogeneità degli elementi del patrimonio in una area e la sua connessione con le infrastrutture turistiche esistenti. Quindi i primi passi sarebbero la mappatura delle risorse del patrimonio (minerario ma anche quello naturale e culturale) e gli attori già attivi e potenziali. L’alta eterogeneità delle risorse naturali e culturali aggiunge valore a un carattere qualitativo del Parco geominerario includendo una serie di

tecniche di produzione mineraria, di patrimonio geologico, di siti storici e archeologici, naturali e altro. Anche se il parco minerario e i siti geologici possono avere obiettivi di sviluppo compatibili, la loro scala spaziale e la loro distribuzione differiscono. Considerando l’eterogeneità come vantaggio qualitativo, le aree in cui le risorse più eterogenee si intersecano presentano una priorità strategica. Queste intersezioni sono sia fisiche che tematiche. Le intersezioni fisiche sono rilevanti per lo sfruttamento dei collegamenti infrastrutturali e del tempo impiegato per raggiungere il sito/area. Le intersezioni tematiche qualitativamente contribuiscono alla diversità del patrimonio nel sito/area. La diversità tematica dipende dalla composizione delle risorse patrimoniali naturali e culturali fisicamente non distanziate e dalle condizioni socio-economiche che lo modellano (Beretić et al. 2019). Pertanto, l’eterogeneità delle risorse del patrimonio è un vantaggio qualitativo che aiuta a definire priorità strategiche e attività basate sull’interesse condiviso per l’area e/o il tema del patrimonio. Questa predisposizione, tuttavia, dipende dalle condizioni locali. Tor-

niamo quindi alla necessità di una precisa definizione e mappatura dei valori del patrimonio per definire strategie di sviluppo territoriale. Nonostante le mie critiche al caso sardo fortemente incentrato sui valori mancanti, l’operazionalizzazione di tale approccio è ancora carente a livello globale e nel contesto generale del patrimonio culturale. Finora un progresso dal livello concettuale a quello operativo rimane mancante perché i valori non sono pienamente contestualizzati in relazione ai discorsi sul patrimonio locale e alle dinamiche di gestione del patrimonio. I gruppi con il maggior potere politico e le pratiche di conservazione del patrimonio materiale dominano favorendo soprattutto il valore economico (Ginzarly et al. 2018). Tuttavia, queste lotte globali per una pianificazione basata sui valori, olistica e integrale, rimane una sfida da risolvere anche in Sardegna. Dal punto di vista del management, il Parco ha mostrato che la mancanza di meccanismi istituzionali non produce risultati. Nelle località dove è possibile strategicamente sarebbe opportuno esaminare possibilità di “agganciarsi” ai mec-

canismi turistici che già funzionano cercando così di diversificare l’offerta e prolungare la stagione turistica. Questo risulterebbe un utilizzo delle risorse più sostenibile e un’organizzazione territoriale più equa diminuendo così disuguaglianze esistenti tra aree interne (dimenticate) e costiere (sotto la pressione del turismo di massa). Dal punto di vista della conservazione del patrimonio, la dimensione cognitiva non deve solo comunicare in termini di marketing turistico, ma deve trasmettere i valori del patrimonio minerario in modo eterogeneo (insieme alle risorse naturali e culturali), a partire dalla loro interpretazione in loco - deve istruire le varie popolazioni su diversi livelli. Alla fine però tutte le potenzialità di un effettivo sviluppo socio-economico e di un’equa riorganizzazione territoriale dipendono dalle risorse locali, che comprendono in primo luogo le risorse del patrimonio e umano. L’attenzione sul locale e orientamento verso i benefici degli abitanti prima dei visitatori diventa fondamentale per assicurare una qualità della vita quotidiana che non è esclusivamente in funzione del


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57 turista e stagionale, in quanto è pratica comune dei resorts turistici costieri esistenti costruirli secondo i desideri dei turisti.

3.2 Alcune potenzialità per il turismo sostenibile del patrimonio Benché le numerose crisi economiche globali, il turismo ha dimostrato di essere un settore resistente e si sta riprendendo efficacemente. Gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite (UNWTO) hanno mostrato una diminuzione del numero di arrivi turistici internazionali del 72% a causa dal COVID-19 durante il periodo gennaio-ottobre 2019 e 2020 (UNWTO, 2020a). Anche se il turismo è tornato ai livelli del 1990, l’UNWTO prevede un ritorno ai livelli del 2019 in termini di arrivi internazionali in due o quattro anni (UNWTO, 2020a). Dall’ altro lato, il turismo interno al paese continua a crescere in diversi grandi mercati innescando parzialmente la ripresa delle destinazioni turistiche. A livello globale, il turismo interno è più di sei volte più grande del turismo internazionale (UNWTO, 2020b).

Il turismo può sembrare una generosa “macchina da soldi”, ma in realtà è una “industria pesante” (Cecchini, 2009). Anche in uno stato di decadenza e stagnazione, non dobbiamo ignorare che la capacità di recupero del turismo è in definitiva elevata. Dobbiamo pianificare il turismo come un’economia sostenibile che non sia esclusivamente al servizio dei visitatori. In altre parole, evitare l’uniformità e celebrare le caratteristiche uniche del patrimonio richiede un’economia locale basata sul luogo come prodotto creativo e contesto per le attività quotidiane. Senza l’intenzione di recuperare il settore turistico o sostituire il turismo esterno, il turismo interno può essere un argomento intrigante del turismo culturale sostenibile. Le alti potenzialità del turismo domestico potrebbero portare ad un futuro sostenibile a lungo termine, oltre a mitigare gli effetti della crisi dovuta al COVID19. Il turismo interno motiva una nuova concezione del turismo che favorisce la ridistribuzione dei flussi di persone in aree più ampie. Questo escluderebbe la possibilità di uno sviluppo di massa del turismo. In questo modo, l’attuale situazione sfortunata si trasforma in

una superba opportunità per le aree interne ricche di patrimonio, che di solito rimangono trascurate o all’ombra di altre destinazioni turistiche ben note e curate (Beretić et al. 2021). Un paesaggio minerario eccezionale come il Parco Geominerario in Sardegna ha potenzialità molto migliori della pratica attuale. Inoltre, le persone che hanno persistito e deciso di non abbandonare questi paesaggi minerari meritano un futuro migliore.


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Abstract

Prospettive per le aree interne Dalle politiche strutturali alle soft policy Nicolò Fenu

Le aree interne presentano un dinamismo spontaneo sotto il profilo della rigenerazione territoriale e della innovazione sociale e forme inedite di protagonismo delle comunità e, per tale motivo, stanno elaborando nuovi modelli di pianificazione territoriali capaci di rimetterle al centro del dibattito non solo a livello nazionale italiano, ma anche a livello europeo. Le politiche strutturali, seppur basate su modelli place-based e di co-progettazione, devono essere implementate da soft policy, al fine di elaborare strategie capaci di affrontare le sfide strutturali senza trascurare i determinanti fattori soft. Diventa necessario un collegamento sistemico e non episodico tra i livelli macro e micro, facendo incontrare le dimensioni top down e bottom up, politiche pubbliche e comunità di pratica per fare nascere programmi capaci di affrontare sfide e opportunità specifiche.

Inner areas present a spontaneous dynamism of territorial regeneration, social innovation, factors of new protagonism and live a new perspective in territorial planning that puts them back at the center, not only at the Italian national level but also at the European level. Structural policies, although based on place-based and co-design models, must be implemented by soft policies, where strategies on the territories focus not only on structural challenges but also on soft factors. A structural and non-episodic link between the macro and micro levels becomes necessary, bringing together the top down and bottom-up dimension, public policies and communities of practice to create programs capable of addressing specific challenges and opportunities.


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65 Le aree interne, definite come “le sirenette del nostro tempo”, registrano un cambiamento di mentalità e di prospettiva nella pianificazione territoriale che le rimette al centro del dibattito pubblico e della ricerca, non solo a livello nazionale italiano ma anche a livello europeo (De Toni & Marchetti, 2018). Emergono questioni che acquistano crescente rilevanza, insieme a concetti e paradigmi che si impongono nelle discussioni, progettazioni e politiche, senza però riuscire sempre ad affermare un ruolo centrale nello sviluppo dei metodi e mantenendo un carattere ancora indefinito e aperto ai contributi della comunità scientifica. I territori dell’osso, che durante il primo periodo della pandemia sono arrivati a essere un argomento mainstream (Fenu, 2020), presentano un dinamismo spontaneo sotto il profilo della rigenerazione territoriale e della innovazione sociale e forme inedite di protagonismo delle comunità che si scontrano però con quello che Latour definisce un “localismo univoco”, capace di ostacolare queste pratiche di “risorgimento”

1 https://riabitarelitalia.net/RIABITARE_LITALIA/.

finalizzate alla elaborazione di soluzioni autoctone in risposta una complessità globale. Questi luoghi attraverso forme di autodeterminazione cercano di sviluppare strumenti, modalità e politiche che consentano di affrontare in maniera adeguata le sfide dei territori fragili. Le aree interne vengono viste come un potenziale laboratorio sperimentale di innovazione, perché il patrimonio di idee, soluzioni e progetti messi in campo per affrontare le problematiche dei micro-sistemi possono essere fonte di ispirazione per territori con scale e problematiche diverse (Sacco, 2020). Per poter esprimere questo potenziale, là dove presente, e nella maggior parte dei casi affrontare le grandi sfide del quotidiano, è necessario, come riconosce il gruppo di Riabitare l’Italia, “disegnare le mappe, i raccogliere i dati sul patrimonio esistente, sulle persone, sulle idee, sulle competenze e sulla forza aggregativa che possano diventare i presidi di un progetto di riconquista delle aree marginalizzate”1. Le cosiddette “sfide” che questi luoghi costante-

mente si trovano ad affrontare sono caratterizzate da un drastico cambiamento demografico che influenza i temi sociali, economici, giuridici, ambientali, sanitari, culturali, il mercato del lavoro e l’equità intergenerazionale (EPRS, 2019; Cocco et al., 2016). Una questione che si riassume nel diritto di abitare in ogni luogo e di poter beneficiare di una identica qualità della vita senza discriminazioni e sperequazioni con gli altri territori. Oltre il 40% delle regioni europee vive questo problema ma si prevede che la popolazione delle regioni prevalentemente rurali diminuirà di 7,9 milioni entro il 2050. Mentre d’altro canto, la tendenza demografica globale dell’Unione europea ha visto la sua popolazione crescere in modo sostanziale, di circa un quarto dal 1960, ed attualmente è di oltre 500 milioni di persone. Le politiche di coesione cercano di affrontare la questione rurale a livello europeo attraverso la politica regionale che l’UE introduce per ridurre le disparità di sviluppo fra le regioni degli Stati membri e per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale. Ci troviamo di fronte da una parte a piccoli comuni, amministrazioni e

realtà che cercano di proporre soluzioni anche non strutturate spesso con un approccio bottom-up, dall’altra alla politica regionale europea che si declina nel caso italiano attraverso la strategia nazionale delle aree interne con l’obiettivo di co-progettare politiche con i territori politica secondo strategie di intervento place-based.

Politica di coesione La politica di coesione, avviata nel 1957 con la firma del Trattato di Roma, è uno strumento con il quale l’Unione Europea persegue l’obiettivo strategico della diminuzione delle disparità di sviluppo tra le diverse regioni degli stati membri, promuovendo il rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale, così come sancito dall’articolo 3 del Trattato di Lisbona adottato nel 2009 (EU, 2020). La politica di coesione ambisce a creare quella che viene definita la coesione territoriale che, come ricorda Carbone, si può raggiungere garantendo un approccio integrato e forte-


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67 mente ancorato al territorio e adottando una governance multilivello che, basata sulle esigenze locali e regionali, sia capace di valorizzare i punti di forza e le potenzialità delle aree oggetto di intervento (Carbone, 2018). Pertanto, la politica di coesione rivolge particolare attenzione alle regioni con gravi e permanenti svantaggi naturali o demografici, quali le zone di montagna, insulari e con bassissima densità demografica (Carbone, 2018). La politica di coesione dell’UE nel 2014-2020 ha offerto agli Stati membri nuove opportunità per utilizzare i fondi SIE per lo sviluppo urbano

sostenibile e altre strategie territoriali, anche attraverso due nuovi strumenti pensati per promuovere e rafforzare metodologie di intervento di natura integrata, olistica, multilivello e partecipativa, ovvero gli investimenti territoriali integrati (ITI)2 e lo Sviluppo Locale Partecipativo (CLLD)3. Nel periodo 2014-2020, sono stati 15 gli Stati membri che, all’interno dei loro documenti programmatici (accordi di partenariato), hanno messo in luce le gravi difficoltà riscontrate nelle aree insulari, montuose o a bassissima densità demografica (Integrated Territorial and Urban Strategies, 2017)4,5.

2 L’ITI è uno strumento per l’implementazione di strategie territoriali di tipo integrato. Non si tratta di un intervento né di una sub-priorità di un programma operativo. Piuttosto, l’ITI consente agli Stati membri di implementare programmi operativi regionali. 3 La strategia di sviluppo locale di tipo partecipativo è uno strumento d’intervento a sostegno della progettazione integrata, connesso all’obiettivo tematico 8 - “Promuovere l’occupazione sostenibile e di qualità e sostenere la mobilità dei lavoratori”, che punta a finalità di sviluppo locale integrato su scala sub-regionale, con il contributo prioritario delle forze locali. Il CLLD si basa sull’attuazione di strategie di sviluppo locale bottom-up, un tipo di progettazione e gestione degli interventi da parte di attori locali che si associano in una partnership di natura mista pubblico- – privata costituita dai Flag. Questi ultimi devono tradurre gli obiettivi in azioni attraverso un Piano azione operativo locale, dotandosi di una struttura tecnica con competenze gestionali e amministrative. 4. https://ec.europa.eu/regional_policy/it/newsroom/news/2019/01/29-01-2019-panorama-67-cohesion-policysupport-for-mountains-islands-and-sparsely-populated-areas. 5. https://ec.europa.eu/regional_policy/it/policy/what/investment-policy/.

Nonostante gli ingenti investimenti, i target individuati dagli obiettivi di Europa 2020 nel settennio 2014-2020 sono lontani da quelli prospettati e appare evidente come sia necessario ricalibrare gli interventi della politica di coesione garantendo una maggiore coerenza con gli obiettivi prefissati e i risultati attesi. Questi aspetti sembrano talvolta passare in secondo piano nella fase attuativa dei Programmi (IFEL, 2019).

SNAI politica di coesione ITALIA La politica di coesione italiana dal 2013 è stata avviata con la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) che rappresenta una delle declinazioni nazionali delle politiche europee di coesione. “La Strategia, coordinata dal Dipartimento per le Politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri con la partecipazione di diversi Ministeri e Regioni, definisce le aree interne come “quelle aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali

(di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione. Vive in queste aree circa un quarto della popolazione italiana, in una porzione di territorio che supera il sessanta per cento di quello totale e che è organizzata in oltre quattromila Comuni” (Barca, Casavola, e Lucatelli 2014; DPS 2013). È vasta la letteratura che, attraverso articoli e documenti ufficiali, a partire dal 2013 ha analizzato e continua a studiare in termini qualitativi e quantitativi la strategia e la sua attuazione nei territori (Barca et al., 2018; Carrosio, 2016; De Toni et al., 2021; Dematteis, 2013; Lucatelli & Monaco, 2018; Martino & De Fano, 2016; Servillo et al., 2016; Storti, 2016). Un processo che è tutt’ora in corso e che vede a Gennaio 2022 tutti i 72 territori nei quali la strategia viene sperimentata adempiere alla fase di attuazione dopo la firma degli Accordi di Programma Quadro (APQ)6, là dove invece una parte di tali aree nonostante la firma dell’accordo si trova in una fase di immobilismo7.


68 In particolare, risulta di grande interesse l’operazione di catalogazione avviata dall’agenzia per la coesione che ha riconosciuto alcune azioni rilevanti e ricorrenti realizzate nelle aree interne come buone pratiche suddivisi suddivise nei due ambiti di intervento prioritari, ovvero servizi essenziali e progetti di sviluppo locale. I servizi essenziali comprendono progetti finalizzati al miglioramento della qualità e quantità dei servizi per l’istruzione, (incentivi per ridurre la mobilità degli insegnanti, riorganizzazione e realizzazione di nuove sedi scolastiche, laboratori ed attività extra scolastiche), per la salute (telemedicina, servizi di emergenza, diagnostica mobile per i cittadini) e per la mobilità (servizi di trasporto polifunzionali, collegamenti con le stazioni ferroviarie, servizi di trasporto

sociali e “a chiamata”). Il secondo gruppo invece è costituito da progetti di sviluppo locale volti alla tutela del territorio e delle comunità locali, alla valorizzazione delle risorse naturali, culturali e del turismo sostenibile, al sostegno ai sistemi agro-alimentari e di sviluppo locale, al risparmio energetico e alle filiere locali di energie rinnovabili, al saper fare e all’artigianato8. Nell’immagine seguente viene riportato il riparto settoriale dei diversi interventi nelle varie strategie a livello italiano comparato con l’Alta Marmilla, uno dei due territori dove la strategia è stata sperimenta a livello della Regione Sardegna.

6 I contenuti dell’Accordo di Programma contengono: attività e interventi da realizzare, tempi e modalità di attuazione, soggetti responsabili e relativi impegni, risorse e copertura finanziaria, meccanismi di riprogrammazione delle economie, modalità di trasferimento delle risorse, sistema di gestione e controllo e monitoraggio. 7. Aggiornamento 07.10.2021 fonte: https://www.agenziacoesione.gov.it/wp-content/uploads/2021/10/avanzamentoAPQ-7.10.2021.pdf. 8 https://www.agenziacoesione.gov.it/strategia-nazionale-aree-interne/interventi-in-attuazione/.

Monitoraggio di spesa totale riparto-settoriale

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SNAI - Avanzamento finanziario al 31/12/2020

SNAI - Avanzamento finanziario al 31/12/2020

BASSO SANGRO - TRIGNO

ABRUZZO

11.279.540,00

Costo realizzato v.a 671.072,78

Area

Regione

Costo Programmato

Impegni % 5,95 %

v.a 2.527.224,54

Pagamenti % 22,41 %

v.a 867.575,90

% 7,69 %

MERCURE ALTO SINNI VAL SARMENTO

BASILICATA

49.528.160,20

2.472.634,97

4,99 %

7.005.176,01

14,14 %

2.738.129,94

5,53 %

MONTAGNA MATERANA

BASILICATA

31.853.361,37

4.272.177,02

13,41 %

8.900.939,74

27,94 %

5.076.917,01

15,94 %

ALTA IRPINIA

CAMPANIA

26.026.482,00

-

0,00 %

1.777.696,06

6,83 %

1.267.530,49

4,87 %

-

0,45 %

VALLO DI DIANO

CAMPANIA

17.703.369,00

0,00 %

116.898,94

0,66 %

79.620,97

APPENNINO EMILIANO

EMILIA-ROMAGNA

28.764.229,06

382.001,82

1,33 %

1.108.603,48

3,85 %

371.855,07

1,29 %

BASSO FERRARESE

EMILIA-ROMAGNA

11.560.645,00

8.645,00

0,07 %

32.729,27

0,28 %

6.545,85

0,06 %

ALTA CARNIA

FRIULI-VENEZIA GIULIA

9.555.000,00

2.037.389,73

21,32 %

1.510.898,19

15,81 %

1.405.451,39

14,71 %

BEIGUA E UNIONE SOL

LIGURIA

9.016.815,00

346.468,88

3,84 %

1.139.990,29

12,64 %

394.302,64

4,37 %

VALCHIAVENNA

LOMBARDIA

21.851.860,00

1.358.373,49

6,22 %

6.770.642,63

30,98 %

3.289.265,09

15,05 %

5,16 %

4.649.434,21

23,99 %

1.076.613,17

0,00 %

257.402,22

1,26 %

VALTELLINA

LOMBARDIA

19.376.910,00

ALTO LAGO DI COMO E VALLI DEL LARIO

LOMBARDIA

20.425.760,00

APPENNINO LOMBARDO - OLTREPÒ PAVESE

LOMBARDIA

19.872.160,00

-

0,00 %

199.317,00

1,00 %

APPENNINO BASSO PESARESE E ANCONETANO

MARCHE

9.971.156,80

-

0,00 %

445.532,00

4,47 %

MATESE

MOLISE

6.736.766,00

-

0,00 %

848.620,00

12,60 %

MONTI DAUNI

PUGLIA

77.080.000,00

24,12 %

21.179.633,53

27,48 %

MADONIE

SICILIA

37.867.076,20

CASENTINO-VALTIBERINA

TOSCANA

10.413.862,00

213.514,83

2,05 %

1.028.794,63

9,88 %

141.773,12

1,36 % 13,15 %

999.434,21 -

18.594.188,30

0,00 %

-

5,56 % 0,00 % 0,00 %

132.787,10

1,33 % 0,00 %

7.427.626,72

0,00 %

9,64 % 0,00 %

SUD-OVEST

UMBRIA

11.978.481,53

804.598,01

6,72 %

3.023.675,82

25,24 %

1.575.185,20

NORD-EST

UMBRIA

11.893.740,40

123.065,82

1,03 %

737.519,43

6,20 %

259.416,58

2,18 %

BASSA VALLE

VALLE D'AOSTA

16.298.717,04

2.207.047,44

13,54 %

7.607.259,32

46,67 %

4.985.079,34

30,59 %

GRAND PARADIS

VALLE D'AOSTA

7.629.352,50

0,00 %

438.508,33

5,75 %

166.587,33

2,18 %

SPETTABILE REGGENZA

VENETO

11.311.457,85

739.817,49

6,54 %

1.550.815,68

13,71 %

605.536,05

5,35 %

477.994.901,95

35.230.429,79

7,37 %

72.657.994,32

15,20 %

31.867.798,96

6,67 %

Totale complessivo APQ sottoscritti al 31/12/2020 in monitoraggio

-

Dati di monitoraggio al 31.12.2020 FONTE: https://www.agenziacoesione.gov.it/strategia-nazionale-aree-interne/fonti-di-finanziamento-e-risorse-assegnate/.

La tabella mostra l’avanzamento finanziario alla fine del 2020 e mette in luce come solo una parte molto piccola dei fondi sia stata spesa. In termini numerici, i grafici e le tabelle soprariportate ci indicano la lentezza nella spesa e il conseguente stato di attuazione degli investimenti programmati che a più di 7 anni dall’avvio della strategia mostra una generale difficoltà a tradursi nella operatività ed esecutività. In alcuni territori non c’è stata neanche la firma finale degli apq. Per tale motivo diventa utile, al di là dell’analisi delle singole strategie locali, cercare di analizzare in vista della programmazione 2021-2027 quali siano state le criticità di questa prima fase delle SNAI. Le principali criticità riscontrate in fase attuativa riguardano gli aspetti della governance degli interventi e dei rallentamenti che molti percorsi hanno subito. I tempi di attuazione non rispettano le pianificazioni iniziali, aspetto riscontrato da tutte le strategie che registrano un ritardo rispetto ai tempi previsti per differenti motivazioni (MCTM, 2016 MCTM, 2018).

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73 La strategia, essendo una politica sperimentale, porta con sé delle criticità. Tra gli aspetti più rilevanti e considerevoli della SNAI, sicuramente l’aspetto strategico. Una delle più rilevanti riguarda l’orizzonte temporale del processo. I tempi di costruzione delle strategie per ogni singolo territorio sono infatti di circa due anni perché prevedono le seguenti fasi: elaborazione delle idee, processo partecipativo per il coinvolgimento degli attori e ideazione del documento di pianificazione. A mostrare le criticità forse maggiore è certamente il livello gestionale amministrativo, perché la riforma che prevedeva la creazione del Dipartimento per le Politiche di Coesione ha inciso sulla organizzazione del lavoro sia per quel che attiene il personale degli Uffici dedicati sia sotto il profilo del gruppo dei progettisti sul territorio. Le forme di organizzazione della compagine inter-comunale hanno incontrato difficoltà importanti, dimostrando di non essere capaci di accompagnare processi di pianificazione/gestione dei servizi in forma associata. Come sottolinea giustamente Lucatelli: “la capacità organizzativa non è stata in grado di seguire lo sforzo per

organizzare risorse umane e strumentali, concentrando uffici e funzioni non solo in un’ottica di razionalizzazione ma anche di migliore fruizione dei servizi erogati.” Tutte le regioni hanno aperto un ufficio e la prima fase della strategia si è contraddistinta per un buon coinvolgimento da parte dei Presidenti regionali. Purtroppo, però, non sempre questo coinvolgimento iniziale si è tradotto in un impegno concreto. Le carenze a livello regionale hanno talvolta portato a un’assunzione di ruolo e di responsabilità da parte dei Sindaci che, benché nella maggior parte dei casi abbiano dato prova di serietà e impegno, non sempre sono riusciti a garantire un esito positivo delle azioni pianificate. Non ci sono state assunzioni specifiche di personale che si occupasse della strategia nazionale e ciò ha comportato un incremento significativo della mole di lavoro per gli uffici tecnici dedicati generalmente alla gestione dell’ordinario. Come osserva sempre Lucatelli, “si può affermare che la macchina amministrativa non ha seguito il progetto della politica.” Tale evidenza dimostra che le amministrazioni hanno bisogno di assistenza tecnica e di un presidio costante sui terri-

tori, ma i progettisti del comitato non sono stati sufficienti per accompagnare le strutture locali con continuità. A livello nazionale è mancato un coordinamento tra i vari ministeri coinvolti soprattutto sotto il profilo della progettazione dei servizi negli ambiti della salute, dei trasporti e dell’istruzione. Inoltre, la durata quinquennale delle Amministrazioni porta spesso ad alternanze negli schieramenti e nelle compagini politiche e quindi a un rilevante cambiamento nelle linee di indirizzo e nella visione strategiche, mettendo a rischio le azioni svolte in precedenza. Inoltre, all’interno dei singoli territori un’altra criticità è stata la complessità nella gestione degli attori, con particolare riferimento all’atteggiamento oppositivo e conservatore che il gruppo dei detentori di potere ha manifestato rispetto alla presenza di nuovi player portatori di innovazione e vissuti spesso come una imposizione calata dall’alto. Oltre all’aspetto della governance, il sistema di monitoraggio e valutazione delle politiche proposte ha risentito della difficoltà riscontrata da parte di molti territori nel definire un elenco di

indicatori e risultati attesi coerenti con la propria Strategia d’Area. Il numero di indicatori risulta essere troppo elevato perché tendenzialmente si propone un indicatore di risultato per ogni azione inserita, e ciò comporta una moltiplicazione di informazioni (…); la mancanza di uno schema logico (il collegamento tra risultati attesi, indicatori di risultato e azioni non sempre è rispettato o esplicitato chiaramente); un massiccio utilizzo di indicatori ad hoc”. In vista della programmazione delle politiche di coesione per il ciclo 2021-2027, il Dipartimento per le Politiche di Coesione ha elaborato una nuova mappatura delle aree interne, a seguito della quale saranno definite eventuali variazioni nell’elenco dei Comuni ricompresi nella SNAI.9

https://www.ministroperilsud.gov.it/it/approfondimenti/aree-interne/strategia-nazionale-aree-interne/


Prospettive e futuro. soft policy per le aree interne 74

75 Una strada per l’implementazione delle politiche strutturali e per lo sviluppo delle SNAI nella programmazione 2021-2027 è rappresentato dalle opportunità date dalle soft policies e quindi dalla costruzione di un quadro di best practice capaci di essere applicate nei diversi territori, senza la necessità di attivare processi complessi di co-progettazione. Ma in particolare per le aree scarsamente popolate in Europa esiste l’urgenza, come sottolineato da Dubois e Roto, di avere programmi che si concentrino non solo sulle sfide strutturali ma anche sui fattori soft. L’importanza attribuita in letteratura alla innovazione sociale nasce dalla necessità di collegare le pianificazioni spaziali con quelle sociali legate all’immateriale (2012), per generare ed elaborare forme di innovazione che, così come le definiscono Barbera e Parisi, siano radicate nel territorio ma al contempo mobili, orientate al mercato e alla responsabilità verso la comunità territoriale. Tre sono gli obiettivi: 1) attivare modelli di cooperazione nelle più diverse e nuove forme (nuove tecnologie, nuove relazioni sociali, nuove rappresentazioni della domanda, nuovi concetti di beni e servizi ecc.); 2) ideare modelli di sviluppo della conoscenza e delle pratiche imprenditoriali e di lavoro aperti/ inclusivi per gli stessi giovani che vivono in aree

interne e formano promuovere il trasferimento di queste nuove pratiche presso le istituzioni deputate alla formazione del capitale; 3) sperimentare modelli di governance che spiazzino le élites è, per questo, capaci di supportare forme di innovazione, formazione e valorizzazione dei beni comuni (Barbera & Parisi, 2019). Per tale motivo, diventa necessario stabilire un collegamento strutturale e non episodico tra i livelli macro e micro perché è dalla infrazione del confine tra istituzionale e spontaneo, dall’incontro tra dimensione top down e bottom up, tra politiche pubbliche e comunità di pratica che nascono programmi capaci di affrontare sfide e opportunità specifiche, con particolare riferimento ai beni territoriali “più morbidi” o intangibili (Copus et al., 2011). Inoltre, appare strategica la delineazione di politiche di intervento intersettoriali e multifiliera capaci di promuovere interventi sinergici, di riconnettere la catena di valore spesso frammentata e di affermare governace partecipative in grado di garantire la dimensione place-based dei processi. I “soft factor” quindi possono avere un effetto leva sostanziale sulle economie locali attraverso, ad esempio, il miglioramento della cultura impren-

ditoriale locale. Una tale impostazione porta a pianificare “percorsi alternativi” che siano linee guida per future strategie rurali e che prendano in considerazione, tra le azioni più significative, il benessere della popolazione, il potenziale dei migranti, le nuove forme di cittadinanza, i cittadini di rientro, la riconversione e la trasformazione delle funzioni degli spazi abitativi e del tempo libero. I “percorsi alternativi” passano anche attraverso l’uso creativo dei cambiamenti legati all’innovazione sociale che generano una rinnovata identità, innescando quel processo che, chiamato “mobilitazione delle capacità regionali”, necessita di un atteggiamento aperto ai contributi esterni (Dax & Fischer, 2018). Se, come ormai accettato in letteratura, il successo delle strategie di intervento nelle aree interne passa attraverso la costruzione di governance partecipative, la rigenerazione del tessuto sociale, la costruzione di sistemi multifiliera e intersettoriali a partire dalla valorizzazione integrata delle risorse endogene, è chiaro come emerga con forza il tema del coinvolgimento attivo delle comunità e di come orientare l’agire spontaneo verso una visione condivisa di sviluppo sostenibile e innovativo. La desertificazione produttiva di alcune aree interne ha acuito

il drammatico fenomeno dello spopolamento, andando a privare i territori non solo di servizi e di beni ma del capitale più importante, quello cognitivo. Mancano infatti figure in grado di coordinare gli interventi e di assicurare la famosa “quarta elica” nei processi di rigenerazione territoriale ovvero la partecipazione della popolazione. Per tale motivo il termine rigenerazione territoriale non può più essere inteso come mero sinonimo di riqualificazione, ma al contrario come un processo complesso prima di tutto sociale orientato all’ attivazione di partenariati orizzontali e ibridi e di relazioni nuove e durature, alla costruzione di comunità coese e coinvolte nei progetti di rifondazione dei loro spazi di vita e di lavoro. Perché ciò avvenga è necessario un cambio di paradigma prima di tutto nella perimetrazione e mappatura degli spazi e dunque nelle modalità di intervento: il concetto di confine, di limite, cede il posto a quello di soglia da intendere come spazio per una rinnovata interoperatività tra rurale e urbano, policy maker e comunità di pratica, infrastrutture e soft policy. Le parole chiave di tale processo sono responsabilità condivisa, legacy, rete, partecipazione, co-creazione, publicness, prossimità e ci raccontano di uno spazio che diventa finalmente risorsa disponibile e luogo di ri-attiva-


76 zione del commoning, ovvero di quelle forme e pratiche comunitarie che nelle aree interne rurali ancora sopravvivono come retaggio degli usi civici e delle tradizioni. A noi studiosi e progettisti è richiesto di abitare questi spazi interfiliera e di lavorare prima di tutto come facilitatori, da un lato per promuovere e accompagnare le pratiche spontanee quotidiane nella loro evoluzione verso forme durature e, dall’altro, per fornire alle policy pubbliche strumenti, visioni e metodologie per interventi realmente place-based, per alleanze inedite con gli agenti di cambiamento e per la creazione infine di ecosistemi abilitanti. E la prima cosa da fare è appunto riconnettere le comunità ai loro territori.

Riferimenti bibliografici

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Abstract

Cibo, paesaggio agroalimentare e territorio rurale: una lettura non ortodossa Pietro Pulina

Questo contributo si ripropone di tracciare le coordinate da adottare nell’interpretazione del paesaggio rurale attraverso l’impiego delle parole chiave del cibo e dell’etica del nuovo capitalismo. Il punto di partenza è l’analisi delle dimensioni delle aree rurali attraverso il paradigma della rete per la rappresentazione statica e dinamica del patrimonio, della comunità e delle relazioni locali. Vengono discussi i principi della transizione dal paesaggio rurale a quello agroalimentare, con particolare riferimento al ruolo del cibo nella società e nello sviluppo. L’integrazione dei due quadri analitici permette di disegnare le traiettorie evolutive dello sviluppo delle reti e dei paesaggi rurali. Le principali conclusioni possono essere sintetizzate come segue. Il paesaggio, come il cibo, è espressione di identità, e come tale è in continua evoluzione. Ciò implica l’esclusione a priori di qualsiasi progetto politico fondato esclusiva-

This paper intends to define the coordinates to be adopted in the interpretation of rural landscape by using the keywords of food and of the ethics of the new capitalism. The starting point is the analysis of the dimensions of the rural areas through the tool of the network framework for the static and dynamic representation of heritage, community and local relations. The principles of the transition from the rural to the agri-food landscape are discussed, with particular reference to the role of food in society and development. The integration of the two analytical frameworks allows us to proceed to draw the evolutionary trajectories of the development of networks and rural landscapes. The main conclusions can be synthesized as follows. Landscape, like food, is an expression of identity, and as such it is constantly evolving. This implies the a priori exclusion of any political project based on the conservation and protection of traditions and status quo. A food landscape is


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Introduzione

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83 mente sulla conservazione e sulla tutela delle tradizioni e dello status quo. Un paesaggio agroalimentare è il risultato di un processo dinamico ancora in atto, da governare e controllare, dove la sostenibilità e la creazione di valore delle risorse locali trovano un’opportunità per consolidarsi, con l’obiettivo ultimo di raggiungere quelle libertà che rappresentano il vero benessere dei comunità rurali e che si esprimono con la più tangibile delle caratteristiche del paesaggio: la vitalità.

the result of a dynamic process still in progress, to be governed and controlled, where sustainability and value creation of local resources find an opportunity to consolidate, with the ultimate aim of achieving those freedoms that represent the real well-being of rural communities and that are expressed with the most tangible of the characteristics of the landscape: vitality.

Il rapporto dell’uomo col cibo è considerevolmente mutato nel corso della storia. Da mezzo di sostentamento, ottenuto e consumato in ossequio ai dettami della Natura e delle relazioni gerarchiche proprie della catena alimentare, il cibo è divenuto ben presto res non naturalis, frutto di attività di produzione, preparazione e consumo che ne hanno allontanato progressivamente le prerogative dal rispetto dei vincoli, delle modalità e dei tempi cadenzati dai cicli biologici (Montanari, 2004). Le repentine evoluzioni della società nell’era moderna e, ancor più recentemente, in quella digitale hanno ridisegnato il ruolo del cibo nella cultura, nella politica, nell’economia e nei paesaggi rurali. Un mondo perennemente interconnesso, senza soluzioni di continuità nello spazio e nel tempo, produce contaminazioni, movimenti e sistemi di relazioni e scambi che danno luogo a traiettorie evolutive differenziate, spesso in maniera contrastante. Da un lato, infatti, la possibilità di accorciare gli spazi e i tempi sottopone i luoghi e i processi a regole comuni di convivenza, dettate dai criteri della massimizzazione dei profitti, delle rendite e

dell’occupazione, che finiscono col prevaricare quelle della sostenibilità e della qualità della vita e riducono le risorse locali, tra cui quelle ambientali e il lavoro, a merce di scambio di minimo o nullo valore. Questo genere di pressioni è destinato a produrre omologazione dei paesaggi e dei patrimoni di saperi e princìpi, che divengono subalterni a razionalità esterne ed estranee alla storia e alle locali specificità fisiche e socioculturali. Dall’altro lato, è da attendersi una reazione dei territori interessati. Tale risposta può essere di subordinato adattamento alle esigenze esterne, riconosciute superiori in virtù dell’effettiva o presunta capacità di generare ricchezza e benessere. Ma la risposta locale potrebbe anche svilupparsi attraverso l’affermazione di requisiti identitari, che assumono il ruolo di fonti di vantaggio competitivo nell’ambito di strategie volte a garantire la stabile e prospera permanenza e valorizzazione delle locali risorse umane e dello specifico ecosistema fisico. Il cibo è componente rilevante di entrambe le strategie: può divenire infatti funzionale alla standardizzazione dei contesti locali o, all’op-


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85 posto, all’esaltazione della particolarità di un territorio, di una comunità o di un paesaggio. Leggere un paesaggio rurale, dunque, significa anche saper riconoscere il ruolo che in esso è affidato al cibo: da risorsa strumentale di logiche competitive che non appartengono al territorio, derubricato a mero supporto fisico di processi e attività, fino all’opposta funzione di giacimento culturale e ambientale che costituisce matrice di valori e profilo identitario di tutte le componenti del paesaggio – dalle strutture lineari ai siti – dalle regolarità alle tonalità attraverso le quali i sistemi locali si manifestano nella percezione dell’osservatore. Il modello di sviluppo finora perseguito si è collocato in un alveo rassicurante quanto efficace sul piano della narrazione dei problemi. Al punto in cui è giunto, l’attuale sistema capitalistico, supportato da una potente capacità di indottrinamento che si esercita fin dalla didattica scolastica e universitaria, per giungere alla profilazione culturale e valoriale delle classi dirigenti e dei decisori pubblici e privati, è divenuto difficilmente difendibile al momento della valutazione della sua efficacia ed effi-

cienza produttiva e distributiva. I limiti della crescita teorizzati dal Club di Roma (Meadows et al., 1972), tacciato troppo presto di pessimismo di stampo malthusiano, sono divenuti ben presto evidenti; la forbice delle disuguaglianze, una volta rotto il patto sociale tra capitale e lavoro dell’era fordista, si è progressivamente allargata, generando tensioni sociali e politiche che la ricerca economica prova tuttora a risolvere su rinnovate basi positive e normative. Al capitalismo irresponsabile, sviluppatosi dopo i gloriosi trent’anni del secondo dopoguerra (Gallino, 2010), si contrappongono svariate e difformi scuole di pensiero, che possono distinguersi per il grado di furia iconoclasta che ne caratterizza gli intenti. Si passa infatti dal rifiuto tout court della crescita quale totem di fronte al quale sacrificare ogni valore umano, ambientale e sociale (Latouche, 2010) allo sviluppo di un pensiero riformista, teso a ripensare il sistema capitalistico fin dalle fondamenta, senza per questo sradicarne i principi fondamentali che ne ispirano il funzionamento (Collier, 2021). In mezzo a questi estremi approcci scorre una pletora di distinguo, prese di distanza, visioni

alternative di aspetti specifici del problema, che alimentano buona parte della letteratura che, in misura sempre più abbondante, si colloca al di fuori del mainstream accademico e dei mezzi di comunicazione. Occorre riconoscere al capitalismo, e alla relativa teoria di supporto, la comprovata capacità di reinventarsi, assorbendo e fagocitando le visioni alternative, fino a piegarle alle proprie logiche. Ne è un classico esempio lo sviluppo dell’economia dell’ambiente (environmental economics), la quale riduce i danni ambientali ad esternalità monetizzabili e contrattabili senza costi di transazione e, a determinate condizioni, che non rendono necessari interventi dell’autorità pubblica (Coase, 1960). Non sfugge poi ad alcuno la ben nota distinzione tra sostenibilità forte e debole, nella quale ultima si contempla la possibilità di sostituire in maniera continua i flussi di servizi ecosistemici con quelli erogati da stock di capitali fisici accumulati nel tempo (Pearce e Atkinson, 1992; Costanza, 1991). Ben diversa è la visione dell’economia ecologica (ecological economics), che colloca le attività economiche in posizione subalterna rispetto

all’intero ecosistema, le cui leggi fondamentali sono quelle della Natura e della fisica, con particolare riguardo alla termodinamica (Georgerscu-Roegen, 1971). Ciò che caratterizza sostanzialmente l’economia ecologica – in particolar modo nella trasposizione di Daly (1968) – e, più in generale, le visioni alternative all’ortodossia promossa dal sistema capitalistico, è l’introduzione dell’etica quale dimensione analitica dei processi decisionali e della valutazione dei risultati produttivi e distributivi. Siamo ben lontani dall’etica di Friedman (1962), secondo il quale l’unica responsabilità sociale delle imprese è la massimizzazione del valore delle azioni, ma molto prossimi alle reali logiche che condizionano (meglio, dovrebbero condizionare) il comportamento umano, al di là della elegante modellizzazione degli egoismi. Si parla qui di ricerca del consenso sociale, di costruzione e consumo di relazioni, di reciprocità e reti di sicurezza collettiva, valori che rendono le scelte qualcosa di ben più complesso di una funzione obiettivo da massimizzare. L’etica del capitalismo irresponsabile è di marcata impronta individualista, figlia dell’utilitarismo


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87 benthamiano avido e consumistico, che induce alla valutazione monetaria del benessere sociale come somma di quelli dei singoli, ma anche, paradossalmente, dell’idea di giustizia di Rawls che, sebbene possa apparire contrapposta, in realtà è dominata da individui privi di reale sostanza, deprivati di ogni riferimento al contesto spaziale e storico in cui vivono, aderenti a valori ad essi preesistenti e conseguenti (Marsonet, 2021). Simili visioni, entrambe organiche al sistema capitalistico, hanno finito col generare distorsioni apparentemente opposte sul piano politico: lo stato paternalista e invadente e il neoliberismo intransigente, infatti, rappresentano i lati di una stessa medaglia che si integrano vicendevolmente, come successe in occasione della crisi finanziaria del 2008, quando toccò all’autorità pubblica correre in soccorso degli intermediari finanziari. In entrambe le sponde non si riviene comunque la dimensione etica della comunità, in cui albergano i valori fondanti la vita delle persone, ovvero la dignità e il rispetto, l’appartenenza e il merito. Ed è proprio lungo la distanza che separa il pensiero dominante dalla realtà quo-

tidiana che trovano spazio le disuguaglianze e le spaccature, le insicurezze e le carenze di rappresentanza che danno spinta a movimenti antisistema. Tali reazioni spesso si avvalgono di soluzioni apparentemente efficaci, quanto semplici e inadatte ad affrontare la reale complessità dei problemi. In questo quadro di transizione verso nuovi paradigmi economici, sociali e, sopra tutto, valoriali e culturali, si colloca la lettura dei paesaggi del cibo, ancora non del tutto affrancata dalle tare del pensiero dominante e di quello antagonista. Il presente saggio intende offrire le coordinate di riferimento da adottare negli esercizi di interpretazione delle realtà paesaggistiche rurali avvalendosi, da un lato, della chiave di lettura del cibo, intesa nell’accezione funzionale al disegno di sviluppo del territorio, e dall’altro delle lenti dell’etica del nuovo capitalismo, improntata ai valori e alle logiche della comunità. Il saggio affronta il tema a partire dall’analisi delle dimensioni del territorio rurale, visto nelle nuove concezioni aderenti al quadro sopra tracciato, attraverso lo strumento della rete quale

paradigma di riferimento della rappresentazione statica e dinamica del patrimonio, della comunità e delle relazioni locali. Si passerà successivamente a formulare i principi della transizione dal paesaggio rurale a quello agroalimentare, con particolare riguardo al ruolo del cibo nella società e nello sviluppo. Dalla combinazione dei due inquadramenti analitici si procederà alla definizione schematica delle traiettorie evolutive che potranno caratterizzare lo sviluppo delle reti e dei paesaggi rurali. Alcune raccomandazioni normative concluderanno la trattazione.

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Le dimensioni del territorio rurale

A differenza del passato, quando urbs e rus erano fisicamente separate da mura e sistemi di governo del territorio differenziati, ma organici alla logica padronale della città, il territorio è oggi da considerarsi un continuum di condizioni insediative e di attività che, più o meno

gradualmente, si compenetrano e alternano l’un l’altra. Definire rurale un territorio sulla base della densità di popolazione, come avviene tuttora ai fini della definizione delle politiche di programmazione dello sviluppo, appare perciò una schematizzazione potente quanto eccessivamente semplicistica di realtà estremamente complesse e diversificate. Per sbrogliare la matassa e individuare alcuni concetti cardine, un primo aspetto fondamentale da prendere in considerazione riguarda il ruolo della natura nelle attività di produzione. Dice bene van der Ploeg (1997) quando indica nel territorio rurale lo spazio nel quale uomo e natura co-producono, ovvero interagiscono e si trasformano reciprocamente. Con questo non si nega la possibilità di co-produzione nelle aree urbane: tuttavia, è nelle campagne che tale modalità di coesistenza e interrelazione assume valenza determinante ai fini economici, sociali e culturali della comunità. Spesso le condizioni di ruralità vengono assimilate automaticamente a requisiti di arretratezza e sottosviluppo. In questo senso, si ravvedono numerose sovrapposizioni con la definizione


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89 di area interna. Con questa locuzione si fa riferimento a territori “…significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute e mobilità), ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione” (Agenzia per la Coesione Territoriale, 2013). Lo spazio che separa un territorio dalle fonti della qualità della vita diventa l’unità di misura dell’arretratezza e del rischio dell’attivazione di un circolo vizioso che potrebbe condurre rapidamente allo spopolamento e alla desertificazione. Tali condizioni sono riscontrate in numerosi territori rurali, nei quali la bassa densità abitativa è causa ed effetto della carenza di servizi essenziali. Se tale assimilazione appare corretta sul piano del principio, occorre tener presente che la repentina esplosione della rivoluzione digitale ha attenuato, per molti versi, la portata di tale distanza quale misura dell’arretratezza. Anche se la recente pandemia ha mostrato i pregi e i limiti della didattica a distanza, che non può rappresentare un modello di educazione esclusivo e definitivo, ma che va acquisendo

crescente importanza nei processi formativi scolastici e professionali, e più in generale dello smart working, il ruolo delle infrastrutture digitali nella rottura dell’isolamento delle persone, delle famiglie e dei territori è apparso in tutta la sua evidenza. La stessa logistica delle catene di offerta, ormai attestata su criteri di gestione di scorte e mobilità improntati alle forniture just in time e alle tecnologie blockchain, si avvale del supporto dell’economia digitale per garantire efficaci ed efficienti approvvigionamenti nel tempo e nello spazio. Diviene perciò fondamentale rivedere le dimensioni dei servizi di istruzione, salute e mobilità, alla base della definizione di area interna, sotto la lente della disponibilità di infrastrutture e competenze digitali. Il digital divide assume perciò un ruolo decisivo nella definizione delle condizioni di arretratezza delle aree interne, la cui individuazione necessita quanto meno di una rivisitazione e di una rimodulazione dei connotati. Territori rurali e aree interne, dunque, pur non essendo del tutto sovrapponibili, rivelano caratteri e tematiche comuni, che possono tornare utili ai fini della presente analisi. Innanzitutto,

l’eterogeneità. Non è corretto derubricare tali realtà territoriali a uno standard facilmente schematizzabile. Se infatti la diversificazione delle aree interne è riconosciuta già in sede definitoria, quella dei territori rurali deve essere tenuta ben presente, specie nel momento in cui la complessità del fenomeno condiziona la scelta delle politiche di sviluppo. Sono infatti territori rurali le aree ad agricoltura specializzata ed intensiva, quelle in cui prevale il modello della multifunzionalità, quelle suburbane e quelle marginali. Per ciascuna categoria di territorio, così sommariamente schematizzato, si presentano specifiche problematiche che richiedono altrettante categorie di soluzioni politiche, a loro volta articolate in svariate batterie di strumenti e logiche di intervento. Un altro aspetto rilevante della questione delle aree interne, che rinveniamo anche nei territori rurali, riguarda la sfida della rottura dell’isolamento o comunque della riduzione della distanza, in altre parole: la sfida della connessione. Il modello reticolare, a questo proposito, pare adeguato al fine della predisposizione di un paradigma teorico di riferimento per lo

sviluppo di tali territori. La logica della rete, in quest’ambito, non è solo da intendersi come uno strumento interpretativo della realtà, ma è un vero e proprio dispositivo normativo, che si pone in alternativa a quello di sistema. Se quest’ultimo infatti sottopone tutte le componenti a una rigida funzionalità organica, finalizzata esclusivamente alla sopravvivenza dell’intero apparato e, in particolare, della sua razionalità, concentrata in uno o pochi centri di comando (von Bertalanffy, 1968), la rete è una conformazione strutturale e funzionale flessibile, che rispetta le individualità di ogni nodo, le cui connessioni possono chiudersi e riaprirsi, a costi limitati o nulli, e la cui razionalità può apparire più o meno diffusa e condivisa. Tale struttura modifica istantaneamente conformazione in funzione delle condizioni ambientali in cui opera e delle nuove esigenze dei suoi componenti, giungendo addirittura ad estinguersi e a reinventarsi nel momento in cui la sua sopravvivenza non dovesse avere più alcun senso per i suoi membri (Castells, 2005). Al di là delle rappresentazioni formali della realtà e dei fenomeni, la rete pone al centro del


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91 problema le connessioni, ovvero le relazioni interne ed esterne alle comunità e ai territori. Non si parla qui soltanto di transazioni di merci o di prestazioni, ma di relazioni nel più ampio senso del termine: personali, culturali, sociali, istituzionali. Lo sviluppo dei territori rurali diventa, in questo senso, lo sviluppo delle reti rurali, intese come le “…interrelazioni, interazioni, incontri e mutualità che esistono tra attori, risorse, attività (siano esse sociali, economiche, politiche o culturali), settori e luoghi nelle aree rurali” (van der Ploeg et al., 2011). Ogni rete rurale, connotata dalla sua specifica storia e dalla sua conformazione, si evolve connettendosi all’ambiente esterno e perseguendo specifiche traiettorie di sviluppo. Diviene perciò fondamentale il patrimonio di relazioni interne al territorio, ma anche di quelle esterne, dando per assodato che la chiusura e l’autoreferenzialità non conducono ad alcun risultato positivo. Così conformate, le reti rurali possono essere caratterizzate lungo sei dimensioni analitiche, per nulla affatto ortogonali, ma anzi reciprocamente condizionanti: i) endogenità delle risorse materiali e non, su cui

fondano il proprio livello di benessere, ii) capacità di innovazione di prodotto, di processo e organizzative che sono in grado di attivare, iii) sostenibilità del percorso di sviluppo, iv) capitale sociale, nell’accezione della propensione all’azione collettiva e del clima di fiducia reciproca, v) architettura istituzionale, fondata su sistemi di regole formali e convenzioni informali che supportano le relazioni e l’azione collettiva, vi) governo del mercato, che se da un lato collega la realtà locale al sistema capitalistico globale, il quale pone proprio il mercato al centro della propria funzionalità, dall’altro determina il grado di sovranità territoriale nella configurazione dei meccanismi di allocazione delle risorse e di distribuzione della ricchezza (van der Ploeg et al., 2011). Ogni comunità rurale si caratterizza dunque per il proprio patrimonio ecologico (che si riferisce prevalentemente alle dimensioni dell’endogenità e della sostenibilità), umano e culturale (innovazione), sociale (capitale sociale e istituzioni), economico (endogenità, sostenibilità e governo del mercato). Lo sviluppo dei territori rurali si articolerebbe perciò attraverso flussi di relazioni e stock di

patrimoni accumulati nel tempo. Da quanto fin qui riportato, sembrerebbe che questa rappresentazione teorica finisca col preservare e adottare i fondamentali del paradigma capitalistico dominante. Se questo è vero, la valutazione dei risultati dell’analisi condotta sulla base di tali presupposti deve avvalersi di nuove lenti normative, di cui si possono citare almeno due ordini di giudizio. Il primo è citato espressamente nella sopra richiamata Strategia per le Aree Interne e si riferisce alla qualità della vita degli individui. Si tratta, a ben vedere, di cosa ben diversa dalla crescita economica che, proprio perché anch’essa specificata dalla Strategia medesima, è da ritenersi da questa distinta. Senza entrare nei pericolosi e, per molti aspetti, controversi meandri dell’economia della felicità (Kahneman et al., 2004; Graham, 2005), qui si vuole assimilare la qualità della vita a quella che Sen (1985) chiama libertà, intesa nell’accezione positiva della capacità degli individui di portare a compimento scelte adottate in autonomia (Casini et al., 1998). La differenza sostanziale tra libertà e benessere risiede nel fatto che

quest’ultimo si riferisce esclusivamente a ciò che si riesce effettivamente a fare o essere, mentre libertà riflette il più ampio spettro delle opportunità di scelta disponibili (Balestrino, 1991). Non si tratta, perciò, di perseguire determinati traguardi di benessere, quanto offrire agli individui e alle comunità la più vasta gamma possibile di opportunità concretamente praticabili per intraprendere in autonomia le proprie scelte. Il secondo ordine di giudizio delle traiettorie di sviluppo dei territori rurali riguarda la dimensione etica dei comportamenti e delle scelte, nella quale albergano valori non adeguatamente considerati nel pensiero economico dominante: si tratta di reciprocità, merito, altruismo, i quali fungono da fonti di benessere e di coesione sociale. Su questo aspetto, la scoperta dei beni relazionali (Bruni, 2005), prodotti gratuitamente e consumati contestualmente, assume rilevanza assoluta nella valutazione dei comportamenti e delle scelte collettive.


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Cibo e paesaggio agroalimentare

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93 In questa cornice di riferimento teorica e filosofica si inserisce la lettura dei paesaggi disegnati dalla produzione di cibo. Stiamo trattando di comunità e luoghi caratterizzati da attività coordinate che risultano finalizzate a soddisfare un bisogno primario e, in quanto tali, connaturate all’azione antropica stessa. Il cibo è sempre stato espressione di saperi, competenze e culture che in esso si sono integrate, contaminate e sviluppate. Come per il paesaggio, occorre adottare un approccio dinamico nell’interpretazione e la valorizzazione dei connotati che caratterizzano un sistema alimentare. In altri termini, il richiamo alle tradizioni, alla tutela dei valori e delle risorse tramandate da generazioni dovrebbe limitarsi a un’accezione meramente storicistica, senza tracimare in un’ottusa opposizione al cambiamento, intrisa di chiusura e autoreferenzialità. Se è vero che il cibo ha valore identitario, è altrettanto vero che l’identità che conta è quella attuale, così come si distingue rispetto alla realtà esterna, con la quale evolve e si trasforma continuamente. Allo stesso modo, il valore del cibo è quello presente, così come è giunto a noi nel tempo, attraverso un lungo e

articolato processo dinamico che si è avvalso di apporti di culture, valori e risorse esterne. E pensare che non si svilupperà ulteriormente, propugnando politiche di mera conservazione dello status quo e di tutela della cosiddetta identità, significa negare il valore della storia e ignorare le opportunità che possono giungere dall’innovazione e dall’integrazione con altre realtà territoriali. Nei paesi più ricchi, nei quali il valore commerciale del cibo risiede in quota maggiore nei servizi in esso incorporati, a discapito dell’apporto delle materie prime, i sistemi di produzione e distribuzione alimentare disegnano paesaggi omologati nella minimizzazione del valore commerciale delle risorse agricole, siano esse di natura fisica o immateriale. Se il valore dei piatti consumati si crea in maggior parte in agglomerati industriali, destinati a concentrare le destinazioni delle infrastrutture di trasporto e comunicazione, alle campagne resta un ruolo di subordinazione governata da razionalità aliene, che orientano le scelte locali in materia di uso del suolo, di dotazione di servizi e di condizioni di lavoro e di vita. La globalizzazione

dell’arena competitiva espone tali territori al rischio di delocalizzazione delle forniture a favore di altre realtà locali arretrate e disposte ad accettare condizioni di fornitura meno onerose per i compratori. Il paradigma capitalista di massimizzazione del profitto giace dunque sulla commoditizzazione delle materie prime (Applbaum, 2000), di fatto svalutate ed espropriate alle comunità locali. La rottura del paradigma consiste perciò nella riappropriazione delle risorse da parte del territorio attraverso processi di creazione di valore che in parte esigono una presa di controllo dei mercati, per il resto si spingono al di là del concetto stesso di valore, così come inteso nell’economia del benessere, e giungono ad abbracciare quelle funzionalità e opportunità che, nel loro insieme, trovano sintesi nel paradigma delle libertà. Si tratta, a ben vedere, di una revisione dell’assetto istituzionale vigente, nel quale il mercato assume un ruolo centrale nel regolare i meccanismi di integrazione contrattuale tra fornitori di materie prime agricole e acquirenti trasformatori/distributori. La decommoditizzazione delle risorse locali si

realizza di fatto con strategie competitive di differenziazione (Porter, 1985), orientate a esaltare le specificità e l’irriproducibilità delle produzioni al di fuori del contesto territoriale in cui sono realizzate. Ciò implica, da un lato, riportare tutta la filiera, o almeno la sua parte caratterizzante, all’interno del territorio. Dall’altro, significa assumerne il controllo. E qui nascono i problemi. Non è affatto scontato, infatti, che il territorio sia in grado di esprimere competenze e, soprattutto, capacità finanziarie ed economiche tali da consentire il perseguimento di tale obiettivo. L’azione collettiva, specialmente quella finanziaria, supportata da uno dei pilastri dello sviluppo rurale citati poc’anzi, ovvero il capitale sociale, può rappresentare una traiettoria strategica suscettibile di concreti risultati. Ciò che conta, al di là dell’aspetto meramente commerciale, è la creazione di opportunità e libertà attraverso le risorse locali, le quali acquisiscono così un ruolo primario nella determinazione del livello di qualità della vita e, come tali, sono esse stesse garanti della sostenibilità del processo di sviluppo. Resta inteso che in questa sede il


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94 concetto di sostenibilità adottato riguarda la più ampia accezione del termine, includendo perciò anche la sfera sociale. La tematica del controllo delle risorse locali da parte della comunità territoriale non deve essere confusa con una posizione sovranista, dal momento che non prefigura alcuna chiusura né discriminazione rispetto alle realtà esterne. Ci si colloca, piuttosto, nei binari della sovranità alimentare, così come definita nella Dichiarazione di Nyéléni1: “la sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo”. In questa definizione si rinvengono i pilastri dello sviluppo delle aree interne e rurali: l’endogenità delle risorse, l’innovazione, la sostenibilità, il capitale sociale, il governo dei mercati e l’assetto istituzionale. In questo quadro politico e strategico, l’agricoltura, la pesca e la forestazione sono per definizione multifunzionali. Attraverso le attività del

1. https://nyeleni.org/spip.php?article328

settore primario, infatti, si presidia il territorio, si disegna il paesaggio, si creano opportunità di lavoro, si garantisce la sovranità alimentare. Non è rilevante, ai fini dell’espletamento di tali funzioni, un loro riconoscimento monetario tangibile: si tratta di esternalità positive che sono prodotte congiuntamente al cibo e al non food. Affinché sia garantita l’ottimale erogazione di tali funzioni occorre semplicemente che il settore agro-alimentare funzioni nel senso di Sen. Tale funzionalità non trova riscontro nel modello intensivo e commoditizzato, proprio perché governato da razionalità esterne al contesto o che comunque perseguono interessi distinti da quelli territoriali. Nel momento in cui la comunità si riappropria delle risorse locali attraverso percorsi collettivi di differenziazione e governo dei mercati, l’agricoltura e le altre attività del primario eleggono il territorio quale destinatario privilegiato delle proprie molteplici funzioni aggiuntive al core business. A differenza delle consuete chiavi di lettura adottate in letteratura in sede di interpreta-

zione dei paesaggi agrari, in cui assumono rilevanza alcuni aspetti istituzionali specifici, come ad esempio il regime fondiario, il governo delle acque, la diffusione degli insediamenti e degli artefatti, nel momento in cui si passa a parlare di paesaggi del cibo, il fenomeno assume connotati del tutto differenti, dettati dal grado di appropriazione delle risorse locali e dalle logiche strategiche di filiera che ne governano l’uso. Omologazione, regimazione dei processi e standardizzazione prevalgono nel sistema commoditizzato, laddove differenziazione, vitalità, coesione e libertà disegnano i paesaggi del cibo intorno al quale coagulano valori esclusivi e di rottura del paradigma capitalistico dominante. È da ritenersi scontato che tale schematizzazione, come tale, non possa ritenersi esaustiva della varietà e dell’ampia gamma di condizioni specifiche nelle quali si articola la realtà agricola, rurale e alimentare. Tuttavia, la distinzione si ritiene utile ai fini normativi, quando si tratta di prefigurare il ruolo della politica nelle traiettorie di sviluppo dei territori rurali.

Traiettorie di sviluppo

Riprendendo il paradigma di van der Ploeg et al. (2011), le traiettorie evolutive dei territori rurali sono da intendersi nelle modalità con cui si sviluppano le reti che le caratterizzano lungo le sei dimensioni analitiche sopra descritte. L’intervento pubblico dell’Unione Europea avviene da più di trent’anni per programmi e obiettivi, differenziati sulla base di alcune batterie di indicatori diagnostici che assimilano le condizioni di benessere a quelle reddituali. La cornice istituzionale nella quale sono attuate le politiche di sviluppo dei territori rurali rappresenta la gabbia di riferimento all’interno della quale ha facoltà di muoversi la cosiddetta programmazione “dal basso”, anch’essa dotata di indicatori di risultato organici a quelli dettati dalle autorità europee e, soprattutto, di dotazioni finanziarie limitate. L’esiguità delle risorse monetarie rese disponibili dall’Unione e dal cofinanziamento statale e regionale ha concentrato l’attenzione dei programmatori sulla capacità di spesa, finendo così col privilegiare misure di semplice gestione amministrativa e finanziaria, quali ad esempio quelle che provvedono indennità compensa-

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97 tive per le imprese che operano in zone svantaggiate, gli stessi pagamenti agro-ambientali e – nel caso specifico della Sardegna – la tutela del benessere animale. Si è finito così, per oltre trent’anni, a concepire la programmazione dello sviluppo rurale come uno strumento di spesa di risorse funzionali principalmente alla coagulazione del consenso, ma prive di effettivo impatto sulla qualità della vita e sulle libertà delle comunità delle campagne. La Politica Agricola Comune del 2021-27 promette di partire da altri presupposti. Innanzitutto, i due pilastri saranno integrati in Piani Strategici Nazionali che saranno caratterizzati da organicità di logiche e obiettivi. Ma l’aspetto che appare più rilevante ai fini della presente trattazione riguarda l’introduzione del cosiddetto New Delivery Model, attraverso il quale la continuità degli approvvigionamenti finanziari europei è subordinata al conseguimento di predeterminati indicatori di risultato cadenzati lungo il corso del programma. Si tratta, a ben vedere, di un potente strumento di verifica dell’efficacia dell’azione politica, che si spinge ben oltre la mera capacità di spesa. Diventa perciò determinante la scelta

degli indicatori di risultato che dovrà caratterizzare il documento strategico e, in particolare, la natura e la valenza che potranno assumere al fine della concreta attribuzione di libertà alle comunità rurali. Il timore è che verranno adottati approcci comprensibilmente prudenti nella definizione degli obiettivi programmatici, piegando l’ambizione dell’intervento pubblico all’esigenza della continuità dei finanziamenti. In questo quadro istituzionale in divenire, le traiettorie evolutive dei territori rurali dipendono dunque dal grado con cui saranno capaci di praticare le sei dimensioni caratterizzanti le loro reti (van der Ploeg et al., 2011). In particolare, si tratta di fondare il loro percorso su risorse fisiche e umane endogene e sulla capacità di innovare prodotti, processi e sistemi organizzativi della produzione e della distribuzione. La natura endogena del percorso di sviluppo ne garantirebbe la sostenibilità, conferendo alle risorse locali un valore che non sarà di natura meramente commerciale, ma connaturato alle libertà che sarà in grado di assicurare alla comunità rurale. L’azione collettiva sarà fondamentale per la produzione e l’accumulazione di

capitale sociale, prerequisito imprescindibile per l’acquisizione della sovranità alimentare. In questo modo sarebbe possibile sottrarsi alle logiche delle economie di scala e di scopo proprie dell’economia capitalistica, traslandole dalla dimensione aziendale e reinventandole in chiave territoriale. Si rendono perciò necessari interventi istituzionali mirati all’abbattimento dei costi di transazione nelle relazioni interne e col mercato. L’appropriazione delle risorse locali non potrà prescindere dal controllo del mercato, il che significa giocare nell’arena globale con le regole che le sono proprie, ma in una posizione di forza dettata dalla capacità di governo delle risorse e dalla definizione di obiettivi strategici che esulano dalla massimizzazione di variabili economico-finanziarie, a favore di criteri e logiche di sovranità alimentare. Non è escluso che il sistema capitalistico provi a reinventarsi, cavalcando queste nuove tendenze con approcci paternalistici e di benevolo partenariato nei confronti delle comunità rurali. Ben venga la partnership con gli attori della produzione industriale e della distribuzione su

vasta scala, purché i cardini delle libertà e della sostenibilità vengano preservati attraverso l’equo riconoscimento del valore delle risorse ambientali, di quelle umane, del lavoro, dei saperi e del paesaggio locale. I paesaggi del cibo raccontano la dinamica di relazioni tra l’agricoltura e il resto della filiera e della società, definiscono l’attuale stato identitario di una comunità e consentono un’immediata diagnosi della vitalità di un territorio rurale. Ecco: l’impatto visivo destato da un paesaggio espressione di una comunità vitale è quanto di più efficace e potente ai fini della programmazione dello sviluppo. Per questo occorre saperlo leggere avvalendosi di lenti nuove e più efficaci della logica della crescita e dell’accumulazione.


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Conclusioni

Se qualcuno attendeva da questo saggio una classificazione dei paesaggi attraverso la chiave di lettura del cibo, con ogni probabilità sarà rimasto deluso. In una raccolta come questa, in cui diverse competenze disciplinari fanno la loro parte nel trattamento di un argomento talmente complesso e articolato, si è preferito offrire al lettore un sistema di interpretazione dei segni e dei caratteri del paesaggio che si ritiene più adatto ai tempi che corrono e, soprattutto, a quelli che ci aspettano. Come dice Pazzagli (2021), paesaggio e paese hanno la stessa matrice etimologica, che rimanda all’appartenenza, all’identità, ai luoghi dell’abitare. I paesaggi del cibo sono luoghi dove albergano risorse, attività, saperi, culture e valori organizzati in maniera specifica al fine di soddisfare un bisogno primario che, nelle economie avanzate, si è evoluto in qualcosa di più complesso e articolato, che coinvolge principi culturali, etici e di mero intrattenimento. Al di là della condivisione dei principi di fondo che hanno animato la presente trattazione, ciò che è imprescindibile cogliere è la necessità di adottare approcci dinamici di lettura, governo

e programmazione dei paesaggi del cibo. Come si è detto poc’anzi, il paesaggio, come il cibo, è un’espressione identitaria, e come tale è in continuo divenire. Ciò implica la rinuncia a priori di politiche improntate alla conservazione e alla tutela delle tradizioni e dello status quo. Un paesaggio del cibo è il frutto di un processo dinamico ancora in atto, che occorre governare e controllare, magari dirigere verso traiettorie condivise e auspicabili, nelle quali la sostenibilità e il valore delle risorse locali trovano occasione di consolidarsi, col fine ultimo di conseguire quelle libertà che rappresentano il vero e proprio benessere delle comunità rurali e che si esprimono col più tangibile dei caratteri del paesaggio: la vitalità.

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Abstract

Turismo rurale, Multifunzionalità e Aree interne Benedetto Meloni, Francesca Uleri

Il settore turistico è oggi una dimensione chiave per il ripensamento e la progettazione dello sviluppo rurale, in connessione a una nuova centralità dell’agricoltura che assolve sempre più funzioni multiple, di mercato e non. Il turismo rurale appare come una componente integrata e coordinata all’interno di modelli endogeni di sviluppo specifici per ciascun territorio rurale, modelli capaci di intercettare i cambiamenti nelle domande poste attualmente alle campagne. Nelle campagne si incrociano molteplici attori sia interni al rurale, sia esterni ad esso come consumatori o turisti o altri attori provenienti dalla sfera urbana. Dalla mediazione delle richieste e degli interessi proprie dei gruppi interni ed esterni al rurale si generano i cosiddetti nested market, in cui il turismo rurale rientra, ovvero mercati capaci di generare beni e servizi ad alto grado di qualità specifiche creando nel contempo nuovi rapporti città-campagna. Coerentemente l’alta differen-

The tourism sector is today a key dimension for rethinking and designing rural development, in connection with a new centrality of agriculture that increasingly assumes multiple functions, both in the market and non-market sectors. Rural tourism appears as an integrated and integrated component within endogenous development models specific to each rural area, models capable of intercepting the changes in the demands currently being posed to the countryside. In the countryside, multiple actors intersect, both internal and external to it, such as consumers or tourists or other actors from the urban sphere. The negotiation of the demands and interests of groups inside and outside the countryside generates the so-called nested markets, of which rural tourism is a part, i.e. markets capable of generating goods and services with a high degree of specific quality while at the same time creating new urban-rural relationships. Coherently, the high differentiation


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Introduzione

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105 ziazione della campagna delle aree interne del paese diviene ora vantaggio al fine di creare – a partire dall’azione delle aziende agricole e della connessione tra esse – beni e servizi specifici e radicati nell’unicità del territorio. La concertazione tra aziende e attori territoriali che si connettono al mercato turistico risulta pertanto essenziale al fine di garantire un passaggio dalla multifunzionalità aziendale alla multifunzionalità del territorio. In questa direzione va l’azione del progetto “Turismo Sostenibile in MACP”, il quale connette attori territoriali dello sviluppo e aziende, spesso attive in un panorama frammentato di progettualità, in un sistema di progettazione e promozione territoriale condivisa e partecipata.

of the countryside in the country’s internal areas now becomes an advantage in order to create starting from the action of agricultural businesses and the connection between them - specific goods and services rooted in the uniqueness of the territory. Concerted action between farms and territorial players that are connected to the tourism market is therefore essential to ensure a shift from farm multifunctionality to territorial multifunctionality. The action of the “Sustainable Tourism in MACP” project goes in this direction, connecting territorial development actors and companies, often active but in a fragmented panorama of projects, in a shared and participated planning and territorial promotion system.

Data la rilevanza crescente del turismo all’interno delle economie rurali, oggi il settore turistico diventa dimensione chiave per il ripensamento e la progettazione dello sviluppo rurale in connessione a una nuova centralità dell’agricoltura che con esso si articola e si connette, determinandone la specificità e la qualità dell’offerta. Davanti a una crisi globale dell’agricoltura industriale monofunzionale (Fabiani 2015), si assiste in parallelo a una riemersione di un modello multifunzionale di fare agricoltura che si pone come punto di contatto tra tradizione e innovazione in una ricerca propedeutica di sostenibilità economica, sociale e ambientale non solo della produzione ma anche delle pratiche consumo. Questo modello con le radici salde nella logica produttiva contadina (van der Ploeg 2018), si dirama nel presente delle aree rurali divenendo direttamente fonte d’attrazione per un turista nuovo, attento, cosciente e responsabile del suo impatto sulla complessità delle relazioni di ciascun territorio, o elemento regolatore di altri elementi del rurale a cui l’attenzione del turista si rivolge (Ivona et al. 2021). Oggigiorno molte ricerche sul turismo rurale

partono da casi studio con deboli riferimenti teorici che si concentrano su specifiche problematiche legate a singoli casi limitando così il complesso raggio di comprensione del fenomeno. È quindi necessario posizionare il tema del turismo rurale all’interno di un quadro concettuale e di un approccio specifici che individuino ciò che rende distintivo questo tipo di turismo. Coerentemente, questo contributo va a definire cos’è il “turismo rurale” passando attraverso la ridefinizione dei concetti di ruralità e sviluppo rurale. Alla base è importante capire il ruolo chiave che l’agricoltura postproduttivista gioca nei sistemi turistici rurali, in particolar modo in quelli delle aree interne. Vi è quindi da considerare che il passaggio da un’agricoltura monofunzionale a multifunzionale ha come riflesso sia la maniera di pensare e progettare lo sviluppo rurale in connessione a una campagna sempre più differenziata, sia le connessioni tra agricoltura e turismo in una prospettiva di sostenibilità che – congiuntamente – divengono fondamenta per la delineazione di strategie di strutturazione e governance dell’offerta turistica integrata, intesa qui come


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107 risorsa collettiva locale per lo sviluppo.

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Ridefinire la ruralità

A partire dal secondo dopoguerra, in coerenza con una traiettoria globale di promozione della Rivoluzione Verde (Patel 2013), si è assistito a un progressivo adattamento del settore agricolo italiano alle logiche di standardizzazione e replicabilità proprie del paradigma produttivista-industriale al fine di garantire e supportare il binomio produzione-consumo di massa. A livello territoriale è andata creandosi una condizione di funzionalità attraverso cui le campagne “difficili” – ovvero le campagne che per morfologia e/o struttura economica non riuscivano ad adattarsi alla modernizzazione – perdevano risorse, in particolar modo lavoro e capitale sociale, le quali andavano a confluire verso territori-centro (“core regions”). È proprio questa emorragia, affiancata e aggravata da politiche di sviluppo centralizzanti, che ha determinato nel lungo periodo una conseguente margina-

lizzazione-periferizzazione (Cersosimo et al. 2018) di aree apparentemente fragili: pascoli alpini, le zone appenniniche e montane interne o le strette pianure costiere del Meridione (De Benedictis 1990; Fabiani 1991). Questo carattere escludente porta con sé un vero e proprio rimodellamento del substrato agrario (stratificazione sociale delle campagne), dei modelli di insediamento, e di specializzazione produttiva, alimentato dall’accentramento di capitali e servizi nell’aree urbane, industriali e agro-industriali e dalla migrazione in uscita di manodopera, risorsa primaria della riproduzione agricola contadino-familiare. Conseguentemente, sebbene non si possa parlare di un’assimilazione omogena della ricetta della modernizzazione, i suoi effetti si sono riflessi – e si continuano a riflettere – direttamente o indirettamente sia sui territori da essa assimilati che su quelli lasciati fuori. Brunori descrive questa tendenza sottolineando che: La campagna e la sua popolazione sono stati in questo periodo oggetti di sviluppo ineguale, provocati dal drenaggio di risorse da parte della città. Il fordismo è dunque caratterizzato da un’alleanza spaziale [...] da un’alleanza delle forze urbane ed

industriali attraverso cui si perpetrava il divario nei ritmi dello sviluppo economico. Tale divario veniva ovviamente percepito, ma più̀ come fenomeni di “arretratezza”: la campagna era da considerarsi “in ritardo” rispetto ad un modello di sviluppo basato sulla produzione di massa, sulla concentrazione produttiva e sull’intensificazione delle relazioni a monte e a valle dell’azienda agraria (1994, pp.9-10).

Tale risultato è effetto stesso della logica di funzionamento delle attuali economie capitaliste caratterizzate da un procedere temporalmente e spazialmente disomogeneo che dà vita a una molteplicità di frizioni, asincronie, e rapporti di subalternità non solo tra gruppi sociali ma anche tra territori. Ciò che è “rurale” ‘perde la sua connotazione territoriale complessa ed è utilizzato come sinonimo di marginalità, intesa in termini geografici come perifericità ma che implica metaforicamente altri tipi di distanza: distanza tecnica, socioeconomica e culturale rispetto ad un modello di sviluppo socio-economico dominante’ (Berti et al. 2010, p. 64). Tra gli anni 70 e 80, si inizia però ad assistere alla comparsa di elementi contrastanti con le tendenze precedenti, come il decentramento

industriale, la terziarizzazione dell’economia e il cambiamento della struttura occupazionale, piccoli flussi di contro-urbanizzazione (Dematteis, Petsimeris 1989), diversificazione dei consumi (Ilbery, Bowler 1998; Inglehart R. 1997), che delineano i primi accenni di una traiettoria di transizione post-fordista e post-produttivista dell’agricoltura ( van der Ploeg 2008, McMichael 2013), in virtù della quale il rurale inizia a essere concepito non solamente come spazio agricolo di produzione beni per il mercato ma anche come spazio di produzione e consumo servizi differenziati, ambientali, sociali, eco-sistemici, turistico-esperienziali, culturali, residenziali ricreativi. La crisi del paradigma della modernizzazione ha spostato il focus verso forme di resilienza e di riorganizzazione di un insieme policromo di piccole e medie aziende agricole a conduzione familiare, a vocazione artigianale. Questo modello a diffusione europea è spesso considerato come un nuovo modello contadino incentrato sull’azione della azienda post-produttivistica. Seguendo l’analisi di van der Ploeg (2008), i nuovi contadini sono un universo


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109 aziendale variegato e radicato nelle specificità territoriali, il cui motore è la famiglia, base per un’auto-organizzazione e autonomia degli input produttivi; la logica contadina rompe con lo schema dell’agroindustria e della monocoltura intensiva, massimizzando la resa del capitale lavoro e del capitale ecologico e puntando alla multifunzionalità del processo produttivo. Questo nuovo paradigma prende piede con l’adozione di Agenda 2000 da parte della Commissione Europea: tra le varie misure questa prevedeva l’ideazione di una politica comune a supporto dello sviluppo rurale (secondo pilastro PAC), nonché l’introduzione del rispetto delle condizioni ambientali (ecocondizionalità per finanziare le misure di sviluppo rurale (Henke 2002; Sotte 2010). Tale particolare attenzione politico-istituzionale fu ciò che aprì a una fase nuova dello sviluppo e della concezione “del rurale”, ponendosi in continuità e ricezione dei cambiamenti non solo del mondo delle campagne ma anche di una parte della società civile che iniziava a porre istanze sempre più orientate a un consumo attento, differenziato e riflessivo (Giddens 1991; Inglehart 1997; Spaar-

garen et al. 2013; Bauhardt et al. 2015). Considerando l’approccio alle Politiche dell’OCSE si nota che questo si pone in linea con quanto sopra evidenziato dato che questo non solo adotta la multifunzionalità come concetto base ma è proprio all’OCSE che si deve una delle definizioni operative di multifunzionalità più complete e accreditate in ambito internazionale dai policy maker: oltre alla sua funzione primaria di produrre cibo e fibre, l’agricoltura può anche disegnare il paesaggio, proteggere l’ambiente e il territorio e conservare la biodiversità, gestire in maniera sostenibile le risorse, contribuire alla sopravvivenza socio-economica delle aree rurali, garantire la sicurezza alimentare. Congiuntamente inizia a cambiare anche la concezione di cos’ è il territorio rurale in riflesso all’emergere di una centralità nuova legata alla sostenibilità e multifunzionalità dell’ agricoltura: si passa da un territorio rurale come sinonimo di territorio arretrato (Barberis 1992; Storti 2000), a un rurale multifunzionale, nonché a un territorio che integra (1) funzioni di tipo economico (es: produzione agricola, di materie prime, artigianale, turismo e ricrea-

zione), (2) funzioni di tipo ambientale (es: salvaguardia della qualità del suolo, delle acqua dell’aria, della biodiversità, ecc.), e (3) funzioni di tipo socio-culturale (es: conservazione di saper far locali, legami di fiducia, patrimonio architettonico e paesaggistico, ecc.) (Berti et al. 2010).

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Sviluppo rurale come processo

Nel rurale oggi si incontrano nuovi e vecchi bisogni, interessi, richieste, aspettative sempre mutevoli proprie di gruppi differenti (es: consumatori, produttori, artigiani, popolazioni nuove, migranti, turisti, istituzioni, ecc.) i quali ne ridelineano il profilo economico, culturale e sociale. Nella costante mutevolezza del rurale, il turismo si contraddistingue essere una ‘componente integrata e coordinata all’interno di modelli integrati di sviluppo rurale specifici di ciascun territorio’ (Belletti 2010, p.12). In questo evolversi socialmente mediato e plasmato da richieste di gruppi multipli, la ruralità acquista

accezione nuova, lontana da un’aggettivazione legata all’arretratezza e alla chiusura, appare come evocare caratteristiche di salubrità, amenità, autenticità. La nuova molteplice funzionalità attribuita agli spazi rurali riconducibile alla residenzialità, socialità, e nuova imprenditorialità fanno dei territori rurali un luogo di “consumo” del turismo contemporaneo: in ambito rurale il turismo incontra molteplici occasioni di sviluppo contribuendo a indirizzare le dinamiche di trasformazione e ristrutturazione del territorio (Cresta, Greco 2011). In coerenza, la ruralità appare come costruzione sociale, come un prodotto complesso di un’interazione tra attori, il quale ci pone di fronte a una campagna non-unitaria e differenziata. In virtù di questa complessità contestuale diramata nel tempo – come in un’evoluzione e/o transizione – lo sviluppo rurale affiora quale processo economico-sociale e ambientale e non come prodotto. Lo sviluppo rurale diviene quel processo di rimodellamento delle interazioni sociali, dei sistemi di utilizzo e controllo delle risorse, e dell’ambiente, nonché di ciò che van der Ploeg et al. (2008) chiamano


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111 “rural web”, la costellazione di individui, risorse, attività e processi che si incontrano e interagiscono nel medesimo territorio. Sebbene questo non abbia esclusive finalità economiche, il miglioramento della competitività dell’economia locale ne rimane prerequisito essenziale, mentre come fine ultimo resta il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni residenti (van der Ploeg, Marsden 2008). Al fine di raggiungere questo obiettivo, lo sviluppo rurale (considerabile come tale) deve inderogabilmente riguardare sei dimensioni/traiettorie fondamentali: l’endogeneità, la produzione di novelties, la sostenibilità, la (ri)produzione del capitale sociale, l’impostazione di nuovi quadri istituzionali, la governance di mercato (ibid.). Il grado di orientamento verso ognuna di esse scaturisce dall’interazione tra attori interni al territorio, e tra attori interni e attori esterni che soddisfano proprie necessità e bisogni attraverso l’interazione nel dato territorio. La sfera della produzione (per il mercato e non) è un elemento trasversale sviluppo rurale. Nella ricerca e riconoscimento delle risorse per supportare una prospettiva endogena di

sviluppo, i territori rurali individuano risorse specifiche non standardizzate che attraverso una loro proiezione sul mercato diventano beni collettivi locali per la competitività permettendo ai territori di annidarsi per specificità e unicità. Queste risorse possono essere presenti ‘a monte dei processi produttivi (paesaggi, terre comuni) o a valle (marchi territoriali); possono avere natura materiale come paesaggio fisico e antropico (strutture aziendali e strade e percorsi), terre comuni, foreste, protezione idrogeologica, energie rinnovabili, biodiversità, benessere animale, sicurezza alimentare, qualità degli alimenti, varietà degli alimenti; oppure natura immateriale come le conoscenze locali, le competenze tecniche e le reti necessarie per convertire le risorse naturali in prodotti di qualità, l’innovazione, la ricerca’ (Meloni 2020, p.29). Ciò ci pone davanti a una produzione di novelties, che genera una naturale riproduzione del capitale sociale e delle risorse naturali, richiedendo l’impostazione di nuovi quadri istituzionali dal basso e di nuovi modelli di market governance condivisi che mettano al centro le esigenze e la qualità della vita del rurale. Dalla

interconnessione imprescindibile tra ognuna di esse emerge la sostenibilità dello sviluppo. Come visto la produzione non è infatti orientata al solo mercato e alla generazione di reddito ma anche all’intrinseca e non secondaria generazione di beni e servizi per il miglioramento della qualità della vita. È di per sé un uso sostenibile (produzione/riproduzione) delle risorse sia di quelle materiali, come le risorse ambientali, sia di quelle immateriali come il capitale sociale, in primo luogo fiducia e reciprocità affioranti dalla partecipazione a un reticolo collaborativo di co-creazione dello sviluppo (Podda 2020). Seguendo Trigilia (1999) e Coleman (1990), è l’uso stesso del capitale sociale che ne determina e attiva la riproduzione. Lo sviluppo rurale identifica quindi un ‘processo di cambiamento conservativo, che migliora la qualità della vita della comunità rurale (e della società cui essa appartiene) con azioni sostenibili, endogene e locali di animazione, riproduzione, integrazione e crescita dell’economia del territorio rurale, progettate, intraprese e controllate da una comunità locale in una logica di attivazione o di auto sviluppo (o di non dipendenza) e al

tempo stesso di interdipendenza tra sviluppo locale e sviluppo globale, in un sistema mondiale multi dimensionale’ (Iacoponi 1998, p.45). La molteplicità di attori interni ed esterni (es: consumatori urbani, turisti, nuovi abitanti, rural users, etc.) che si interrelazionano all’interno della sfera del rurale, fa sì che non sia più solo la produzione agricola a soddisfare – in una prospettiva di sviluppo – i bisogni, le necessità e richieste emergenti da questi gruppi, che non si esauriscono nel solo approvvigionamento di alimenti. A questo proposito, la richiesta di un turismo differente, lontano dal turismo di massa assume sempre più rilevanza in un’ottica di sviluppo rurale inteso come processo di sviluppo sostenibile. Ne è testimonianza il fatto che il turismo diventi uno dei cardini della strategia dell’Iniziativa comunitaria Leader fin dal suo avvio e poi tematica chiave di numerosi progetti portati avanti dai Gruppi di Azione Locale (Belletti 2010).


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Domande nuove, ruralità differenziata e turismo rurale

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113 Questa rilevanza di un turismo differente è fomentata da un orientamento nuovo della domanda turistica verso unicità radicate ai territori. Soprattutto in Europa, hobby, interessi o posizionamenti etici legati a tematiche riguardanti la collettività – come ad esempio la salvaguardia ambientale – emergono come fattori determinati nella ricerca e richiesta di un servizio turistico unico e differenziato, altrettanto attento, cosciente e responsabile del suo impatto sulla complessità delle relazioni di ciascun territorio, che siano queste sociali o ecologiche (Sharpley 2002; Garrdod et al. 2006). I territori rurali rispondono a queste domande offrendo un prodotto che non si limita al bene o servizio offerto ma si declina e riflette in un insieme di esternalità positive di cui l’intera collettività può beneficiare, identificabili – in Ostrom sensus – come common pool resources (Ostrom 1990). Tra queste compaiono la cura del paesaggio, la salvaguardia della biodiversità, il mantenimento di conoscenze e competenze contestualizzate, o la generazione di posti di lavoro che va a frenare un’uscita di capitale umano e sociale di cui queste aree soffrono

(MacDonald, Jolliffe 2003; Paddeu 2005; Battaglia 2007; Bachis et al. 2020). Le pratiche messe in atto dalle aziende comprendono una riduzione dell’uso di input esterni e il miglioramento simultaneo della qualità e dell’efficienza d’uso di quelli interni coinvolgendo miglioramenti in corso e dinamiche che passano spesso attraverso condivisione di esperienze, sperimentazione in azienda e, talvolta, ricerca applicata; costituiscono un processo che offre la premessa di rendere l’agricoltura più sostenibile e più resiliente (van der Ploeg et al. 2019). In parallelo, si è difronte a una diversificazione della domanda orientata alla conoscenza dei territori e a una rispettiva de-standardizzazione dell’offerta composta da specialities, beni e servizi radicati nell’unicità dei singoli contesti (Brunori et. al 2020; Contreras, Thomé-Ortiz 2021; Rachão et al. 2021). A livello aziendale, la multifunzionalità in agricoltura diventa una strategia per diversificare le attività produttive che si pone in risposta alla nuova domanda di beni e servizi e funzioni multiple espressa dai cittadini consumatori nei confronti del settore primario. Tutto questo

avviene – è importante prenderne atto – attraverso non solo il cambiamento degli stili di vita e di consumo ma anche attraverso l’emergere di nuove popolazioni (rural users, ambientalisti, ecc.) (Meloni 2012). Per quanto riguarda l’evoluzione degli stili di vita e di consumo – soprattutto del ceto medio – questa investe sia scelte di consumo turistico sia scelte residenziali, l’edilizia, gli investimenti economico-finanziari che possono essere collegati alla rivoluzione “postmaterialista”, una rivolta morale contro il consumismo indifferenziato (Inglehart 1997). Si tratta inoltre di scelte “private” che hanno una non trascurabile dimensione politica e che, come tali, costringono a ripensare la dinamica tra interesse individuale e azione pubblica (Hirschman 1982). Su questa base di fermento economico-sociale, il turismo rurale ci appare come una ‘componente integrata e coordinata all’interno di modelli integrati di sviluppo rurale specifici di ciascun territorio’ capaci di intercettare i cambiamenti della domanda (Belletti 2010, p.12). La sinergia tra attori interni al rurale, consumatori e attori provenienti dalla sfera urbana, ha por-

tato allo sviluppo dei cosiddetti nested market, in cui il turismo rurale rientra (Oostindie et al. 2010; Polman et al. 2010), ovvero mercati capaci di generare beni e servizi ad alto grado di qualità specifiche creando nel contempo nuovi rapporti città-campagna. (Oecd 2001; Oostindie et al. 2002). L’agricoltura e le forme di turismo rurale che ad essa si connettono contribuiscono al miglioramento della qualità della vita urbana grazie al carattere multifunzionale (Brunori et al. 2008). Nel turismo rurale la localizzazione delle produzioni conta (van der Ploeg, 2008) assumendo significato rilevante soprattutto in una prospettiva di sviluppo per le aree interne (De Rossi 2020). È una prospettiva in cui le filiere si localizzano. Localizzare significa non chiudere le aree rurali in sé stesse, bensì individuare le risorse e competenze disponibili da mettere a valore attraverso la creazione di una relazione di continuità con l’ “esterno” (Sivini, Corrado 2013). Di conseguenza tale messa a valore non è un processo chiuso nei confini del rurale o nell’azione delle singole (o rete di) imprese, è invece un processo di reciprocità e connessione soprattutto tra sistemi


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115 rurali e città. La qualità data dalla localizzazione rappresenta un’intermediazione tra popolazioni urbane e rurali, ne rappresenta un primo punto di contatto di cui il turismo si fa veicolo: un insieme di richieste e aspettative diversificate orientate in maniera crescente verso la scoperta dell’unicità dei territori rurali quali luoghi capaci di costruire ambientazioni e sensazioni difficilmente omologabili o riproducibili.

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Turismo e aree interne

E’ importante a questo punto focalizzare il ruolo della multifunzionalità e del turismo rurale all’interno di territori particolari, quelli delle aree interne, le cosiddette Aree fragili. Questo appare utile anche al fine di comprendere come si possano ristabilire legami e rapporti più ampi tra rurale e urbano, campagna e città, e come il turismo dei territori rurali riacquisti – in questa lente – un ruolo di riattivazione specifico per quell’Italia descritta come il Paese dei «vuoti», ovvero il Paese ‘del declino demografico, dello

spopolamento e dell’abbandono edilizio, della scomparsa o del degrado di servizi pubblici vitali (dalla scuola alla farmacia, dall’ ufficio postale al forno, al presidio ospedaliero)’ (Cersosimo, Donzelli 2020, p. 3). Questo Paese dei “vuoti”, è ‘una parte ampia del paese – circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione – assai diversificata al proprio interno, distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia dotata di risorse che mancano alle aree centrali, rugosa, con problemi demografici ma anche fortemente policentrica e con forte potenziale di attrazione […] E richiede attenzione al fatto che da queste aree vengono beni necessari per tutti noi: acqua, aria buona, cibo, paesaggi, cultura’ (Barca 2013). Una attenta lettura mostra come le aree interne sono aree fortemente differenziate (Cersosimo, Donzelli 2020). La stessa campagna interna non si è convertita in modo unilineare in un’area marginale generalizzata, ma si rivela un universo variegato, con “diverse tipologie di ruralità” (Bertolini, Pagliacci 2012), dotato di capitale territoriale specifico, suscettibile

di possibili diversi indirizzi di sviluppo. Ciò per esempio si nota se ci si focalizza nell’individuazione delle differenze e specificità delle regioni storiche collocate all’interno delle aree interne. In quest’ ottica, muta il giudizio di valore e si delineano, dunque, i punti di forza di tali aree: esse appaiono come meno soggette a pressioni antropiche, ricche in potenzialità di sviluppo energetico, idrico, turistico, offrenti risorse ecosistemiche, ambientali, paesaggistiche, culturali, le quali – in molti casi – sono massime in periferia e minime negli agglomerati centrali (Dematteis 2011). Inoltre, appare fondamentale sottolineare che le aziende che si collocano nelle aree interne hanno un livello di multifunzionalità generalmente alto, mentre quelle che si collocano nelle aree più fertili di pianura tendono a essere più monofunzionali. Un’elevata multifunzionalità è tipica anche delle aree periurbane, zone in cui essa garantisce alle aziende agricole migliori opportunità e una maggior capacità di “resistenza” alle esternalità negative derivanti dalla vicinanza con grandi agglomerati urbani (Locci 2013; Corrado 2013). Pertanto, le aree interne vanno pensate e pro-

gettate, da un lato, come destinatarie di beni collettivi e servizi, dall’altro, come aree capaci di produrre e offrire beni collettivi (Oecd 2001), che rispondono a bisogni espressi dalla società, e che si concretizzano quali servizi in grado di rafforzare nuovi legami di coesione territoriale. Grazie anche al carattere policentrico, sono in grado di offrire una diversità di produzioni uniche, identitarie, di qualità, quindi di rispondere alla forte domanda di specificità (Barca 2013) – seguendo la teoria dei consumi di Lancaster – che emerge dal cambiamento dei modelli e delle pratiche di acquisto. L’allontanamento dal focus settoriale guida verso un sviluppo trasversale teso a ricreare connessioni sostenibili tra produzione e consumo (siano questi di beni o servizi), tra urbano e rurale, e soprattutto tra bisogni e richieste esterne (legati per esempio all’approvvigionamento di alimenti, alle attività sportive e ricreative, al benessere, al turismo, ecc.) e bisogni e richieste delle comunità locali (legati ad esempio al reddito, ai servizi, alla vivibilità del territorio in generale, ecc.). Queste ultime ricoprono un ruolo chiave nel ricreare tali connessioni in considerazione


6 116 del fatto che non sono solo dei portatori di interesse ma veri e propri co-creatori dello sviluppo. Il coinvolgimento nella scelta, nel disegno di scenari futuri – legati anche al turismo – delle aree interne, nella loro implementazione e nella loro gestione deve riguardare le comunità nel loro insieme come in un tassello di strategie di policy possibili che non si può non considerare (Fenu 2020; Sanna 2020). Particolarmente importante ci sembra la riflessione su chi diventa un nuovo produttore in queste aree, il tema delle nuove soggettività e culture; e quello connesso alle produzioni e alle economie consapevolmente “territorializzate”, come nel caso della multifunzionalità aziendale. Insieme i due punti tracciano una linea di sviluppo innovativo e sostenibile che è centrale nell’ attuale dibattito politico oggi e senza la quale “non esiste progetto”.

UNO STUDIO DI CASO Turismo rurale, sviluppo locale e necessità di concertazione territoriale: un focus su Turismo Sostenibile in Montiferu-Alto Campidano-Planargia.

Le sezioni precedenti rendono chiaro che qualsiasi traiettoria di pianificazione e progettazione dello sviluppo turistico sostenibile nelle aree rurali dovrebbe tenere in considerazione la connessione agricoltura multifunzionale-turismo, all’interno di una più ampia ottica di sviluppo rurale in cui la dimensione agricola-aziendale continua a giocare un ruolo centrale – anche se non unico – difficilmente trascurabile. In questa prospettiva il progetto “Montiferru-Alto Campidano-Planargia (MACP) come area pilota per il turismo sostenibile. Progettazione pregressa ed in itinere, individuazione di buone pratiche e loro implementazione per un contributo al laboratorio di sviluppo del territorio” (da qui in poi progetto “Turismo Sos-

1. Il progetto nasce dall’iniziativa di un partenariato composto da attori diversi: TERRAS, Università degli studi di Sassari-Dipartimento di Agraria, CREA-Consiglio Nazionale per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Centro Politiche e Bioeconomia – Rete Rurale Nazionale (RRN), Comune di Seneghe, Unione dei Comuni Montiferru e Alto Campidano, Comune di Milis ,Comune di Santu Lussurgiu, Sardarch, Associazione Internazionale Città della terra cruda, Rete Albergo diffuso L’Antica Dimora del Gruccione. Rete Associazioni Comunità per lo Sviluppo –Nino Carrus, RU.RA. LE. APS, Associazione dei Sardi in Torino “Antonio GRAMSCI”, Associazione Culturale Mariolè.

117 tenibile in MACP” ), si pone l’obiettivo di definire le basi per l’attivazione di un’area pilota in cui il turismo rurale e la sua integrazione divengano volano di sviluppo sostenibile nell’area MACP (zona centro-occidentale della Sardegna), area a forte vocazione agricola e turistica, dove però la seconda appare come maggiormente riflessa soprattutto nelle zone costiere e in limitati periodi dell’anno, tralasciando così inattivo parte notevole del suo potenziale. Turismo Sostenibile in MACP capitalizza gli output del progetto Interreg FR-IT marittimo PROMETEA (PROmozione della Multifunzionalità dEl seTtorE Agro-turistico) (si veda Meloni, Pulina 2020), il quale obiettivo principale è stato quello di definire, affinare, promuovere e integrare modelli di imprenditorialità agricola multifunzionale orientata alla creazione di valore all’ interno di sistemi territoriali integrati (in Sardegna, Toscana, Corsica, Var-Alpi Marittime). Le azioni progettuali hanno mirato a rafforzare un profilo aziendale multifunzionale post-produttivistico con carattere di innovazione sociale e sostenibilità, dal ruolo attivo, responsabile e consapevole al fine di connet1

tere il ruolo delle singole aziende in un sistema di progettazione e promozione territoriale condivisa e partecipata. Si è partiti da un sistema di conoscenza e analisi dei territori target, per passare poi all’istituzione di percorsi formativi e seminari per l’autoimprenditorialità, affiancando poi la stipula di protocolli congiunti per l’introduzione di contratti di rete al fine di agevolare il networking tra PMI. Si è puntato così a fare dell’unicità del territorio e del suo sistema di competenze e prodotti specifici, un elemento di competitività e differenziazione sul mercato dei servizi eco-turistici che porta territori e aziende a riposizionarsi e ampliarsi in termini di qualità dell’offerta e destagionalizzazione di quest’ultima. Al fine di promuovere e trasmettere il territorio come prodotto complesso composto da sub-prodotti integrati tra loro, all’ interno di PROMETEA sono stati generati genarti 3 output a cui guardare con attenzione in una futura prospettiva di ulteriore integrazione dell’offerta turistica territoriale: un catalogo digitale percorsi, una piattaforma digitale promozionale (Booking Amiata), e un catalogo casi aziendali.


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119 Essendo PROMETEA una delle esperienze progettuali rilevanti attuate all’interno della sfera tematica turismo e sostenibilità nel territorio MACP, Turismo Sostenibile in MACP si connette a PROMETEA e ne capitalizza gli output andando a estenderli. Alla luce della complessità data da una ruralità differenziata e malleata da processi di mutamento sociale come i cambiamenti di consumo, l’adozione di nuovi modelli produttivi, o l’intefacciarsi e mischiarsi di nuove popolazioni e nuove idee – in una prospettiva di sviluppo turistico delle aree rurali – si evince che un territorio di successo è quello che riesce a coordinarsi e a rappresentarsi in maniera unitaria e convincere una platea di osservatori e di utilizzatori della coerenza di una rappresentazione come insieme di tale complessità. Questa è però anche la cosa più difficile, perché assistiamo al fatto che ogni operatore ha la sua storia da raccontare, anche di successo, che potrebbe essere diversa rispetto a quella degli altri, all’interno dello stesso ambito di filiera o di territorio. Quindi per quanto possa risultare semplice costruire rappresentazioni, il problema è quello di renderle coerenti. A tal proposito, molte delle

storie aziendali delle singole realtà territoriali studiate in PROMETEA, raccontano di singolari modelli di imprenditorialità multifunzionale ad alto livello di sostenibilità. Ciò che va rafforzato è la rappresentazione formalizzata di insieme di una rete territoriale, necessaria per costruire e dare valore a percorsi turistici esperienziali, pacchetti incentivanti che valorizzino ulteriormente il territorio nella sua globalità. Il passaggio dalla multifunzionale aziendale al territorio richiede l’attivazione di strumenti e azioni che ne facilitino il coordinamento. PROMETEA ha dato un supporto a questo processo nell’ area MACP attraverso: (1) la definizione dei modelli multifunzionali e la modellizzazione di esperienze imprenditoriali (Meloni 2020; Arru et al. 2020; Bressan 2020; Brunori et al. 2020); (2) l’ attivazione di misure volte a favorire la cooperazione e le reti d’impresa, tra cui meritano specifica menzione i network tematici (Podda 2020; Moruzzo et al. 2020), con lo specifico obiettivo di attivare la creazione di reti (e cluster di reti) tra soggetti (e/o reti) attraverso la formulazione di contratti di rete, che possono rappresentare un’innovazione organizzativa e di processo di

messa in connessione delle imprese (Pacetti, Cois 2020); (3) la definizione di percorsi esperienziali/pacchetti incentivanti sostenibili che valorizzano il territorio nella sua globalità e che offrono al turista una sorta di continuità-identità territoriale (Sois 2020). Dal lascito di PROMETEA, riparte oggi il progetto “Turismo Sostenibile in MACP” attraverso una prima fase di analisi delle esperienze progettuali rilevanti (oltre PROMETEA) implementate nel territorio in merito alla tematica turismo sostenibile, al fine di creare – sin dai primi passi – concertazione tra esperienze, progetti, e attori dello sviluppo. Sulla base di questa analisi, quale pilastro fondamentale di un qualsiasi tentativo di costruzione e/o rafforzamento dell’ offerta turistica integrata, Turismo Sostenibile in MACP individua casi aziendali rilevanti (in questo caso – differentemente da PROMETEA – non solo aziende agricole) i quali verranno connessi nella creazione di percorsi tematici consultabili tramite catalogo e le cui esperienze saranno prenotabili e visualizzabili tramite una piattaforma promozionale, progettata

del quadro del progetto stesso. Il rafforzamento della messa in rete degli attori e l’ampliamento degli strumenti che consentono tale azione (piattaforma e catalogo), nonché poi l’individuazione di nuovi nodi, creano dunque continuità con quanto già fatto contribuendo a far convergere le singole attività di impresa in una linea comune di sviluppo territoriale con ricadute positive per l’intera collettività.


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Fig.

1

Società agricola Giovanni Battista Columbu, SU CAMASINU per degustazione.

Fig.

2

Famiglia Orro di Davide Orro, ingresso alla cantina.

Fig.

3

Albergo Diffuso, Antica Dimora del Gruccione.


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Abstract

Il mosaico della Sardegna interna come cultura delle differenze Carlo Atzeni, Giorgio Peghin, Antonello Sanna

Il Piano paesaggistico della Sardegna ha radicalmente innovato la cultura del paesaggio in ambito regionale, avviando per la prima volta una moderna strategia delle “identità sostenibili” e dandole strumenti che ancora, dopo 15 anni, dimostrano una sostanziale tenuta. Tuttavia, nel 2004 il PPR viene impostato per fare argine all’occupazione edilizia del territorio costiero, e rinvia sostanzialmente la “questione rurale”, largamente sovrapposta al tema delle Aree interne, proprio quelle rimaste escluse dal PPR stesso. Anche se questa indispensabile integrazione a distanza di 15 anni non si è ancora concretizzata, a partire dal 2015 si dà avvio ad un progetto di ricerca congiunta Regione-Università dedicato ai paesaggi rurali, destinato a colmare, almeno in parte, il divario di conoscenze e di linee guida progettuali in materia. Peraltro, questa ricerca si svolge in un momento in cui le grandi crisi contemporanee danno una nuova prospettiva alle strategie per

The PPR of Sardinia has radically innovated the culture of landscape in the regional context, starting for the first time a modern strategy of “sustainable identities” and giving it tools that, 15 years after, still demonstrate a solid resistance. in 2004 was set up to embank the building occupation of the coastal strip, and substantially defers the “rural question”, largely overlapping with the theme of internal areas, just those that were excluded from the PPR itself. Even if this indispensable integration after 15 years has not yet realized, starting from 2015 a joint Region - University research project dedicated to rural landscapes is started, destined to fill, at least in part, the gap in knowledge and design guidelines in the field. Moreover, this research takes place at a time when the great contemporary crises give a new perspective to strategies for sustainable development. In particular - as had already been anticipated in the principles underlying the PPR imperfect modernization and insufficient and in


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130 lo sviluppo sostenibile. In particolare – come del resto era stato già anticipato nei principi posti alla base del PPR - quello che è stato percepito a lungo come un vincolo, la modernizzazione imperfetta e lo sviluppo insufficiente e comunque continuamente interrotto, alla luce dei concetti di resilienza/antifragilità, e di transizione ecologica, può essere interpretato invece come una risorsa. Questo saggio propone un primo bilancio di questa ricerca, della sua impostazione e dei suoi esiti. E giunge alla conclusione che nell’era delle grandi crisi, pandemiche e soprattutto climatiche, e del Green Deal europeo, il paesaggio rurale assume nuovi e decisivi ruoli.

any case continuously interrupted development, which was perceived as a surpassing constraint, in relation to the concepts of resilience / antifragility, and of ecological transition, it can instead be interpreted as a resource. This essay offers an initial assessment of this research, its approach and its results. And he comes to the conclusion that in the era of great crises, pandemics and above all climatic ones, and of the Green Deal called to regenerate ecosystems in crisis, the rural landscape takes on new and decisive roles.

Antefatto

In tema di paesaggio, il 2004 segna come è noto la ratifica della versione normativa italiana della Convenzione europea del Paesaggio, incarnata nel cosiddetto Decreto Urbani. Esattamente in contemporanea si apriva in Sardegna un ciclo istituzionale con una nuova maggioranza guidata da Renato Soru. A novembre dello stesso anno una legge del parlamento regionale della Sardegna, bruciando i tempi in maniera eclatante ed emblematica, definiva l’orizzonte politico e procedurale per approvare il primo Piano Paesaggistico italiano espressione del nuovo paradigma europeo - e per lungo tempo anche l’unico. In un anno esatto, alla fine del 2005, veniva depositata ufficialmente la versione del nuovo PPR destinata ad essere approvata senza sostanziali modifiche – quasi la stessa che verrà pubblicata nel settembre 2006 e che, appena ricalibrata in alcuni dettagli, vige ancora a 15 anni esatti di distanza. Come si sa, quella prima e sinora unica versione del PPR della Sardegna, passata alla cronaca come il Piano della ciambella costiera, nasceva per rispondere a due esigenze differenti anche

131 sotto il profilo strategico- epistemologico, e disciplinare: · da un lato si poneva come un dispositivo emergenziale, una diga rispetto alla definitiva saldatura di una crosta edilizia senza soluzione di continuità sui litorali sardi. Gli oltre 70 milioni di metri cubi costieri sembravano allora una quantità più che sufficiente a giustificare un sostanziale blocco dell’occupazione insediativa di una risorsa, consumata la quale sarebbe venuta meno la stessa ragion d’essere di gran parte del turismo in Sardegna, e il sempre precario equilibrio dei relativi ecosistemi. Da questa attitudine difensiva discendeva la forte componente vincolistica e di marcata tutela che caratterizzava il PPR; · un’altra ispirazione concorrente dava però, contemporaneamente, un segno diverso e più ricco al profilo del PPR stesso: il progetto di futuro incarnato nel motto un’idea di Sardegna. Un pensiero maturo intorno ad un modello di sviluppo sostenibile, fondato su un concetto non statico di identità, non un’ontologia ma un progetto centrato sulle risorse locali – paesaggio, cultura, manutenzione ecologica del terri-


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133 torio e dell’ambiente, nuova alleanza tra qualità del territorio e produzione alimentare sostenibile - capaci di stabilire con la dimensione globale della società e del mercato un confronto non subalterno, strutturato attorno ad una nuova centralità dei luoghi e delle comunità. Il PPR fu dunque perfezionato nel suo iter procedurale due anni prima che scoppiasse, nel 2008, la bolla immobiliare dei mutui subprime e del crack di Lehman Brothers, ciò che insomma diede il via a quella che sarà catalogata come la prima grande recessione dell’era della globalizzazione propriamente detta. La brusca frenata del comparto edilizio aiutò potentemente la tenuta della diga eretta del PPR nei confronti dell’occupazione dello spazio costiero. Si può forse dire che lo stesso PPR della Sardegna era fondato su una visione che già incorporava la crisi definitiva – almeno in occidente – dell’espansione delle città e dei sobborghi cresciuti nei decenni precedenti sulle fasce degli orti periurbani e sui territori a mare. Tuttavia, visto col senno di poi, si può ammettere che ci fu una sottovalutazione, o una non perfetta messa a fuoco, della questione emergente della quale

sin d’allora si poteva intravvedere la nuova centralità: lo spazio rurale (Agnoletto, 2012). In realtà, già durante l’elaborazione del PPR più di un segnale indicava, in positivo e in negativo, questo cambio di ottica. In primo luogo proprio in questa parte quantitativamente preponderante dell’isola risiedevano anche i paesaggi carichi di stratificazioni culturali di più lunga durata; e sempre più da essi derivava una crescente erogazione di beni comuni alla popolazione insediata, e quelli che cominciavano già allora ad essere citati come servizi ecosistemici. E gli indirizzi più aggiornati delle politiche europee stavano radicalmente ribaltando precedenti paradigmi, a favore di Piani di sviluppo rurale che stavano contemporaneamente riorientando strategie e incentivi verso una nuova alleanza tra produzioni rurali e paesaggio. Per contro, in un ribaltamento in negativo solo in apparenza paradossale, le tensioni all’utilizzo del suolo in funzione dell’insediamento turistico-residenziale, compresse e quasi bloccate nella fascia costiera, cominciavano a cercare sbocco nelle aree interne e nello spazio rurale, nel quale, a ridosso dei distretti della perfetta

efficienza turistica, il mercato immobiliare cercava i suoi nuovi sbocchi. Però, se il PPR delle coste definito nel 2006 era una Fase 1, si può dire che la Fase 2 fu appena abbozzata, ma non sviluppata. Negli anni conclusivi di quella legislatura il focus si orientò verso la governance di altri processi complessi e, alla fine, il percorso fu interrotto. Fu tuttavia impostata la definizione dei nuovi Ambiti di paesaggio per le aree interne – i luoghi del progetto del PPR – configurando la geografia del nuovo Piano a completamento di quello entrato in vigore. Cominciarono ad essere prodotte, ma solo a livello di studio propedeutico, nuove schede che abbozzavano un superamento del limite principale del PPR rispetto al territorio rurale: il mancato riconoscimento della sua irriducibile complessità, della ricchezza del mosaico territoriale, del suo sistema delle differenze. Ben riconoscibile anche prima che Rem Koolhaas (2020) proclamasse la campagna

come fulcro delle più radicali e complesse trasformazioni della nostra società contemporanea (Marot 2019)1. Il peccato originale delle prassi urbanistiche correnti rispetto all’agro risaliva al predominio assoluto - lungo tutto il Novecento – del paradigma urbano e industriale. Con il corollario, a partire dagli anni della Ricostruzione, di un’espansione edilizia trainata dalla epocale migrazione dalle aree interne verso i poli urbano-industriali. E con la correlata, intollerabile indifferenza verso quei luoghi ed i loro caratteri e specificità che era in sostanza la traduzione disciplinare della irrilevanza dello spazio rurale, sempre più ridotto a semplice assenza - e attesa – della città, per giunta quasi sempre nelle sue forme degenerative. La nuova legislatura regionale del 2014 si apriva con un rilancio: a 10 anni dall’avvio del processo che ha condotto al PPR del 2006 sembrava tornare in agenda, almeno nelle intenzioni, il can-

1. Il riferimento è al catalogo della mostra Countryside, The Future svoltasi al Guggenheim Museum di New York (2020/2021). Sempre su tematiche analoghe la Triennale di Architettura di Lisbona del 2019 ha dedicato ai rapporti tra “agricoltura e architettura” una sezione curata da Sébastien Marot.


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135 tiere della Fase 2. Come attività propedeutica alla definizione delle strategie e delle politiche per il Piano del buco della ciambella - ovvero delle aree interne - la Regione Sardegna con il suo Assessorato all’Urbanistica mette in piedi un accordo di cooperazione con le due Università sarde – Cagliari e Sassari - che vede l’Osservatorio regionale del Paesaggio dialogare contemporaneamente con i Dipartimenti di Architettura e con quelli di Agraria, Scienze Ambientali, Scienze Sociali sul tema ritenuto centrale per le aree interne: il nuovo progetto per i Paesaggi rurali. Il ventaglio delle competenze messe in campo non è certo esaustivo, ma rafforza l’indirizzo sotteso al processo di completamento del PPR: ribaltare il punto di vista per cui il territorio rurale non è altro che spazio in attesa di usi e occupazioni immobiliari, e invece fare delle sue ecologie il nuovo principio insediativo. Sottraendo il territorio rurale alla condizione residuale di spazio del consumo è iniziato un

percorso di ricerche e riflessioni con l’obiettivo di ricollocare questo paesaggio al centro di un progetto che vedesse lo spazio e le comunità rurali come il luogo di innovative ecologie delle produzioni sostenibili (De Rossi, Mascino, 2020). Non casualmente, questa ripresa di interesse si colloca coerentemente in uno specifico frangente: l’anno prima (il 2013) si era inaugurata in Italia la SNAI – la Strategia Nazionale per le Aree Interne2.

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Dopo il PPR. La nuova centralità delle aree interne e dello spazio rurale

La ricerca – appena conclusa – ha fotografato un paesaggio caratterizzato da una forte presenza del passato ma attraversato da una mutazione antropologica e ecologica epocale, che dal secondo dopoguerra all’inizio del terzo

2. La strategia nazionale per le aree interne (SNAI) è una politica nata nel 2013, promossa dall’Agenzia per la coesione territoriale.

millennio ha cambiato radicalmente la relazione città-campagna e la struttura socio-economica e produttiva di quest’ultima. La demografia ed i suoi flussi sono giustamente in evidenza nel dibattito pubblico, e dai principali indicatori – specialmente i flussi naturali e quelli migratori – si possono ricavare strutture e tendenze dello spazio rurale, in genere interpretate come espressione di un declino in apparenza inarrestabile, particolarmente accentuato in alcuni intervalli dei sette decenni intercorsi dalla Ricostruzione ad oggi, più latente in altri, ma comunque tendenzialmente costante. Le molte modernizzazioni imperfette (ed eterodirette) che hanno interessato la Sardegna da metà Ottocento ad oggi (Marrocu 2021) - l’epopea mineraria, l’infrastrutturazione ferroviaria e stradale, le politiche connesse dell’energia idroelettrica e delle bonifiche, la riforma agraria della Rinascita, la politica dei poli industriali, la concentrazione di servizi e opportunità nei poli urbani – hanno eroso anche in profondità lo spazio rurale, ma non lo hanno radicalmente destrutturato, almeno nei suoi connotati morfologici.

La ricerca, in definitiva, parla di un paesaggio sospeso tra permanenza/conservatività e modificazione. La permanenza è inscritta nella forza delle dominanti ambientali, nelle quali la geografia fa premio sulla storia, tanto che nelle memorie di intellettuali e scienziati da varia estrazione, protagonisti di numerosi Voyages en Sardaigne (Altea, 1991, pp 17-18), compare spesso <…una sindrome di Stendhal alla rovescia, in cui il fattore scatenante non è l’accumulo di storia, ma la sua improvvisa sottrazione>. Fernand Braudel (1982, p.146) ha caratterizzato la Sardegna come un modello di paesaggio mediterraneo «prigioniero infine della sua povertà» rurale. Maurice Le Lannou (1980, p. 6) definiva a sua volta la Sardegna come terra “cantonale”, frammentata dalla sua stessa morfologia in isole di comunicazione. Questo concetto, inteso in senso ecologico, ha prodotto una forte persistenza di sistemi insediativi, e insieme linguistici, culturali e ambientali, e in origine anche istituzionali - considerando il solo medioevo, le regioni storico-geografiche coincisero prima con i Giudicati, poi con le loro Curatorie, frantumandosi infine con i


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137 Feudi aragonesi, che seguivano logiche di tipo fiscale, ma sopravvivendo ad essi (Ortu, 2009; Anatra, Day, Scaraffia, 1984) - che costituiscono ancora oggi una risorsa per la qualità complessiva dell’habitat, dei suoi assetti e dei suoi prodotti. Sicuramente, e malgrado tutto, la forma percepibile che la Sardegna sostanzialmente trasmette attraverso le sue immagini è quella di un paesaggio della lunga durata: non come atemporalità (Cadeddu, 2001; Ligios, 1997, p. 20), ma nel senso di un tempo lento della modificazione. Fatte salve naturalmente le eccezioni modernizzanti, già sommariamente citate: la grande bonifica di Arborea, ormai storicizzata come la diga di S.Chiara sul Tirso, o i tracciati e le stazioni dell’epopea ferroviaria dell’800; o i paesaggi rimodellati dei bacini minerari; o i poli industriali, tutti o quasi progressivamente ridotti ad archeologie di sé stessi. Con queste poche eccezioni, la società e le comunità di una terra a bassa densità hanno prodotto nell’insieme anche un basso tasso di trasformazione. Nel corso dello studio è stata utilizzata spesso la metafora ecosistemica che consiste nel designare l’isola come paesaggio

(prevalentemente) solare, per intendere che essa in sostanza è stata solo marginalmente interessata, ad eccezione di ben definite placche, dagli enormi input energetici e chimici che hanno convertito tanti paesaggi rurali europei all’uso intensivo delle energie fossili e alle radicali modificazioni correlate. Questo tempo lungo del cambiamento fisico e percettivo d’insieme non nasconde più, però, la forza inerziale e l’incisività sostanziale dei processi di modificazione che hanno investito ormai da oltre mezzo secolo il territorio rurale sardo, soprattutto a partire dall’ultimo dopoguerra, e che possono essere sintetizzati in due grandi componenti, non sempre appariscenti ma estremamente pervasive: l’abbandono delle colture agrarie di sussistenza nei terreni più acclivi, sostituite da forme di rinaturalizzazione che coesistono con il pascolo; la diffusa sostituzione delle colture cerealicole di valle con le foraggere. Questa sostituzione progressiva, appena attenuata dalla ripresa di una cerealicoltura di marca (ma anche di nicchia) rimanda ad un altro

e decisivo fattore di cambiamento: nel grande leit motiv dello spazio rurale della Sardegna, l’incontro-scontro tra i mondi contadino e pastorale (che ha visto cicli alternati di rispettiva espansione e ritirata), è la pastorizia che ha preso visibilmente il sopravvento, marginalizzando quasi completamente ad esempio i paesaggi della transumanza e ponendosi alla testa della riconversione, sul modello industriale, della produzione agropastorale regionale. E questo assetto semindustriale della produzione di matrice pastorale si accompagna ad una produzione di nuovi paesaggi di totale eterotopia. Gli insediamenti che ospitano la trasformazione industriale del prodotto, nuovi o più spesso giustapposti a preesistenti nuclei (preesistenze in genere modellate come aziende sul tipo a corte, che replica l’ecologia del recinto) sono in genere espressione della rottura di un rapporto ecosistemico con il luogo, del tutto corrispondente al crescente abbandono del foraggio di prossimità, e al ricorso ad alimenti importati. È un processo capillare che corrisponde a logiche di massima economia sulle infrastrutture, privo di quella responsabilità sociale che invece la

pianificazione dei processi di bonifica e riforma sino agli anni ’50 del Novecento recava in sé. E testimonia plasticamente la rinuncia assoluta, nell’ultimo mezzo secolo, al governo pubblico di processi che rivoluzionano i paradigmi della produzione del paesaggio rurale. Dare senso e struttura ecologica – e quindi ripetiamo, responsabilità e sostenibilità oltreché ordine formale – all’individualismo dell’azienda agropastorale, magari ridando un nuovo ruolo aggregante alla rete dei villaggi in una prospettiva di città di paesi, sembra una dei grandi temi di progetto per una nuova ed evoluta multifunzionalità rurale (Sanna, 2021). Attiene invece all’assoluta inconsapevolezza della pianificazione urbanistica del secondo dopoguerra, che per molte generazioni di Piani comunali ha avuto d’occhio solo la componente edilizia e le infrastrutture ad essa connesse, la sostanziale scomparsa dei paesaggi degli orti periurbani, sostituiti senza colpo ferire dalle periferie che sotto forma di impropri sobborghi-giardino hanno proliferato, diffondendosi per contagio endemico dalle poche città ai tantissimi villaggi delle aree interne (e anche


138 costiere, dove si sono spesso mescolate con i villaggi-vacanza). Di questo fenomeno è sembrato che, dopo che il PPR aveva stabilito la fine dell’occupazione edilizia di spazi extra urbani, dovessimo parlare al passato, considerata la straordinaria sovrabbondanza del patrimonio edilizio disponibile rispetto alla domanda di una popolazione al più stagnante, quasi sempre in diminuzione. Ma ancora la necessità del recupero, e la sua convenienza, vengono di frequente messe in dubbio, a favore di improbabili ritorni al passato.

2

Metodologie e strumenti della ricerca sui paesaggi rurali

Per individuare un approccio “utile” al progetto di paesaggio contemporaneo, finalizzato in ultima analisi al completamento del PPR della Sardegna, la ricerca ha quindi lavorato su un doppio binario:

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1. da un lato ha approfondito il riconoscimento

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dei caratteri del mosaico territoriale, a partire dalle grandi sintesi dei geografi-storici della Scuola des Annales; dall’altro ha ricostruito uno sfondo strategico provando a riconoscere alcuni dei principali processi che disegneranno gli scenari futuri.

In particolare, gli obiettivi della ricerca prevedevano: il riconoscimento dei caratteri rurali degli Ambiti di paesaggio1 – di tutti gli Ambiti, costieri e interni, seppure mettendo questa volta in primo piano proprio questi ultimi - attraverso una visione integrata degli aspetti storici, culturali, sociodemografici, ambientali, insediativi e produttivi, in un più complessivo progetto di conoscenza; la ricostruzione preliminare di uno scenario che si collocasse al livello di complessità adeguato ai nuovi paradigmi ecosistemici richiesti dai profondi cambiamenti in atto e

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3. Piano Paesaggistico Regionale, Ambiti di Paesaggio: http://www.sardegnaterritorio.it/j/v/1123?s=6&v=9&c=7425&n a=1&n=10.

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dalle criticità ad essi connesse; scenari tra i quali hanno assunto particolare rilievo la riflessione sul nuovo rapporto città-campagna, l’abbandono della monofunzionalità a favore di una multifunzionalità sociale, culturale e produttiva capace di tenere insieme le produzioni propriamente intese e la manutenzione ecosistemica del territorio, l’accoglienza, la qualità del paesaggio e del cibo l’individuazione di nuove tassonomie del paesaggio rurale, costruite mediante processi di “riduzione fertile” della complessità: anzitutto la definizione di 51 Sistemi Insediativi Rurali (denominati SIR), coincidenti provvisoriamente con altrettanti Ambiti di paesaggio, per definire una nuova costruzione di senso dell’abitare e lavorare la campagna,

nonché un riconoscimento condiviso dei segni della presenza delle comunità nello spazio rurale della Sardegna e degli aspetti connessi delle culture costruttive, storiche e contemporanee, che esse hanno espresso e realizzato – e rendere quindi trattabile il sistema di valori d’uso e di scambio ad essi correlati, per mettere a punto regole condivise della modificazione l’identificazione dell’approccio ai paesaggi storici ed alla loro identità, intesa in senso processuale ed evolutivo, la cui importanza nel territorio della Sardegna è accentuata dalla “lunga durata” e dalla diffusa permanenza di tali paesaggi pur in un contesto socioeconomico ed ambientale in profonda trasformazione4. I SIR sono stati pensati per costituire un solido

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4. L’attività svolta ed i risultati conseguiti si inquadrano nella Metodologia per l’individuazione degli ambiti di paesaggio rurale, che nel punto 8 del documento Allegato alla D.G.R. n. 65/13 del 6.12.2016 affermava: «L’analisi dei Sistemi Insediativi Rurali (SIR) costituisce anzitutto una forma di riordino delle conoscenze disponibili, derivanti da fonti estremamente eterogenee quali: archivi storici; cartografia storica e contemporanea; archivi di immagini zenitali del territorio; basi di dati su beni culturali e strutture insediative quali quelle organizzate e utilizzate per il PPR; iconografia storica e archivi fotografici; fonti bibliografiche; fonti censuarie riguardanti la popolazione e la produzione agropastorale; archivi degli Atlanti e dei Manuali dell’architettura rurale ».


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141 apparato di riconoscimento dei caratteri locali del paesaggio rurale: articolati in quattro livelli scalari di descrittori, sono stati organizzati in un sistema informativo che ne definisce i fattori “di struttura”: A. descrittori di primo livello. Inquadramenti A.1. Geografie dei luoghi. A.2. REGIONI STORICHE. A.3. I PAL (PAESAGGI AGRARI LOCALI) sintesi dei caratteri di suoli e dei paesaggi vegetali B. descrittori di secondo livello. Matrici e reti dell’insediamento rurale B.1. forme dell’abitare. B.2. trame e infrastrutture del paesaggio rurale C. descrittori di terzo livello. Tipi, manufatti, opere C.1. Tipi Edilizi abitativi C.2. Beni culturali di presidio C.3. Manufatti e opere rurali D. descrittori di quarto livello. Tipi costruttivi, materiali Non si tratta di una tassonomia meccanicistica,

perché i descrittori sono interpretati in termini evolutivi e relazionali. Gli aspetti storico-geografici sono decisivi ai fini dell’individuazione dei caratteri, e lo spessore storico dei paesaggi descritti li colloca costantemente nel loro orizzonte di relazioni con le comunità e le istituzioni, con i quadri ambientali identificati dalle scienze della natura e con i processi economico- produttivi e tecnorurali che li hanno generati. Nello stesso tempo, le culture costruttive, riferite in primo luogo al palinsesto stratificato di materiali, tecnologie e significati delle infrastrutture e delle architetture del paesaggio, vengono riconosciute come espressione delle antropologie complesse dei territori, sempre collocate nel loro divenire storico. I prevalenti caratteri della permanenza, connessa alla lunga durata, sono ben riconoscibili nella struttura delle Regioni Storiche della Sardegna. La loro identificazione non è ovviamente univoca: si tratta di partizioni derivanti da motivazioni geografiche non meno che istituzionali, consolidate da omogeneità storiche, economiche, linguistiche, tutte però ricche di sfumature, variabili nel tempo e nello spazio. Il

deposito moderno e contemporaneo di questo palinsesto storico (e paesaggistico) è registrato prima di tutto dalle ricerche dei geografi: Osvaldo Baldacci (1952) ne registra oltre 30, raggruppandole in 18 circoscrizioni storico-culturali. Nella stagione della Programmazione la RAS pubblica una Carta delle Regioni storiche della Sardegna, a cura di Fernando Clemente (1980, p.54) che ne identifica 59: un numero molto vicino ai 51 Ambiti di Paesaggio del PPR della Sardegna. Nel 2009, l’Atlante delle culture costruttive della Sardegna, (Ortu, 2009; Sanna, 2009) identificava 21 fondamentali Aree di culture insediative, risultato dell’aggregazione di un numero circa triplo di Regioni storiche propriamente dette. L’analisi approfondita dei caratteri dell’insediamento rurale regionale (riassunta nei 5 Manuali del Recupero dei Centri storici minori della Sardegna) ha quindi drasticamente semplificato il quadro delle Regioni storiche così come viene definito dal punto di vista geografico o istituzionale. Considerato che le zonizzazioni paesaggistiche non costituiscono ontologie che si possano assumere come intrinsecamente invarianti, ne consegue

che i Sistemi Insediativi rurali non hanno perimetri oggettivabili attraverso parametri fondati sulle scienze fisiche e della natura, ma formano un costrutto storico-culturale e ambientale a più dimensioni, la cui significatività deriva in ultima analisi dalle ipotesi e dalle finalità che la ricerca assume come la base per l’individuazione di identità locali dotate di caratteristiche sufficientemente riconoscibili per formare unità minime di pianificazione regionale. La processualità di questa costruzione antropica del territorio e del paesaggio è stata poi ulteriormente esplicitata in un secondo “strato” della ricerca. Per alcuni Ambiti-campione (la Marmilla e il Sulcis-Cixerri, la Nurra e le Barbagie) sono state condotte analisi più approfondite che consentono di riconoscere le più recenti tendenze e modificazioni dei paesaggi a partire dal confronto sistematico delle basi cartografiche – fondamentalmente a partire dai catasti di metà ottocento – con le ortofoto zenitali disponibili in serie complete a partire dagli anni ’40 del novecento. Questi confronti hanno fatto da supporto e verifica ad una serie di ipotesi interpretative fornite dalle scienze agrarie


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143 e dalle scienze sociali ed economiche che ad esso si riferiscono. Sono state quindi realizzate una serie di monografie su alcuni SIR, che sono state definite come PRL – Paesaggi Rurali Locali. La definizione più olistica di questi ultimi (rispetto a quella più settoriale di Sistemi insediativi) tende a rimarcare che i PRL esprimono una più forte attenzione ai processi piuttosto che agli oggetti in sé. Le monografie scelgono tra le diverse ottiche possibili non quella della ricostruzione storica, ma piuttosto l’esigenza e l’urgenza di riconoscere le tendenze in atto, così come si applicano a consolidate “permanenze”. La ricerca sui Sistemi Insediativi Rurali della Sardegna ha portato a riconoscere come carattere fondamentale dei paesaggi rurali della Sardegna le componenti di lunga durata.

tema delle differenze nelle strutture dello spazio rurale regionale – dovute sia ai sostrati ambientali, sia alle tecnologie e alle culture delle comunità insediate – che ha prodotto un vero e proprio mosaico di identità. Naturalmente si tratta di identità progettuali e mobili – che però convivono con importanti persistenze e con fenomeni di lunga durata, che quando si rivelano ancora sostenibili costituiscono anzi una ricchezza per il progetto di futuro. È su queste identità così intese che si fonda ragionevolmente un nuovo sistema regolativo. Sotto questo profilo, alcuni casi pilota – ad esempio la Marmilla e il Sulcis – si sono rivelati come laboratori di possibili comportamenti virtuosi, capaci di far evolvere i corrispondenti paesaggi rurali in coerenza con i caratteri ecosistemici delle loro differenti identità:

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1. Ecologie dell’assetto rurale accentrato

Il sistema delle differenze

La prima evidenza del lavoro sinora svolto è, come già sottolineato, l’emersione di un sis-

dell’openfield, con villaggi di piccola taglia, molto ravvicinati, che presidiano capillarmente territori di pertinenza altrettanto piccoli (Marmilla e in generale regioni storiche dei sistemi insediativi rurali colli-

1.1

nari). Lo spazio rurale e il paesaggio storico della rete dell’insediamento dell’anno mille appaiono ancora coesi e pochissimo erosi da fenomeni di dispersione insediativa. A questi ultimi ha fatto evidentemente da contrasto la rete stessa, impedendo che il consumo puramente edilizio dei suoli pregiati andasse oltre i confini degli ambiti periurbani. La resilienza di questa “rete neurale” fittamente interconnessa suggerisce un sistema di regole che: rafforzi la continuità del paesaggio accentrato dell’openfield, contrastando al massimo ogni forma di consumo irreversibile del suolo. Ogni nuovo intervento dovrebbe quindi caratterizzarsi in senso prevalentemente manutentivo, riconoscendo e potenziando la struttura ecologica dei segni del pattern agrario – in particolare degli assetti idraulici, e quelli dei percorsi poderali e dei confini/recinzioni, dove risiede una ricca biodiversità. Dovrebbe invece essere evitata o al limite esclusa la dispersione dell’abitare stabile in campagna. Ogni nuova addizione, orientata alla

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produzione e non alla residenzialità, che, come detto, potrebbe senz’altro esaurirsi dentro i perimetri urbanizzati, dovrebbe caratterizzarsi per la capacità di chiudere il ciclo di vita, e per l’attitudine dei materiali stessi e dei loro assemblaggi ad un riciclo che non produca scarti che l’ambiente non possa recuperare e inglobare. In questo senso, acquistano nuovo significato antiche pratiche che oggi – con terminologia ancora prevalentemente evocativa - designiamo con il suffisso bio-: bioeconomia, bioedilizia, ecc. ricomponga la frattura che a partire dagli anni ’60 si è aperta tra la trama poderale degli orti periurbani e le nuove urbanizzazioni al di fuori dei centri storici. Le nuove periferie si sono caratterizzate spesso per un assetto che tende alla dispersione ed al consumo di suolo, negando le regole insediative collaudate senza peraltro sostituirle con modelli più efficienti e ambientalmente responsabili. Inoltre, mentre si consumavano spesso i suoli anche irrigui più pregiati non si è provveduto a porre in essere


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2.

nuovi modelli di transizione tra la residenza e la produzione. Perciò, la questione del progetto della fascia periurbana è strategica anche nei piccoli centri della Marmilla, in quanto può dare risposte convincenti a nuove domande abitative, anche integrate con nuove esigenze che sono espressione di quella multifunzionalità a cui si ispireranno le pratiche agrarie evolute dei prossimi decenni: integrazione con strutture formative, espositive e comunicative, di commercializzazione evoluta, di ospitalità. Ecologie dell’assetto insediativo disperso, con nuclei originariamente prodotti per ricolonizzazione a base familiare di territori spopolati, con abitazione integrata alla produzione (Sulcis e in generale territori quali anche la Gallura desertificati dalla catastrofe insediativa del ‘300 e ripopolati in tempi relativamente recenti da singoli nuclei o gruppi familiari, che solo da due secoli in qua hanno realizzato modalità sporadiche di comunità organizzate in villaggi). Molto pertinenti in pro-

posito i riferimenti che si colgono negli Ambiti di paesaggio del PPR: «il raffinato modello insediativo del medau, il suo livello di infrastrutturazione, il meccanismo di distribuzione dei servizi e di accesso alle risorse che, pur privilegiando nuclei autosufficienti di ridotte dimensioni e di complessità non comparabile con quella di un centro abitato, ha determinato il costituirsi di un modello insediativo dell’abitato sparso di grande efficacia per più ragioni: per il suo valore di presidio della risorsa suolo, per la sua capacità di controllo della risorsa acqua e dell’idrografia e per il suo rapporto di reciprocità con il sistema dell’accessibilità; il suo carattere resistente è però ancor più riscontrabile nel suo eleggersi a sistema e non unicamente a emergenza morfologica: dunque, anche la progressiva obsolescenza fisica e la successiva tendenza alla dismissione seguita ad una perdita di importanza e riconoscibilità, conseguente all’insorgere di modi abitativi esterni, non si traduce, se non a lungo termine, in una diminuzione della sua pecu-

liare capacità di organizzare e orientare le azioni sul territorio»5. In questo caso sembra di poter dire che occorre essenzialmente un sistema di 2.1 regole che: utilizzi i valori d’uso e culturali contemporanei dell’insediamento disperso storico, che costituisce comunque una forma consolidata di primo addensamento dell’abitare diffuso, rompendone però l’isolamento con forme sostenibili di connessione, infrastru2.2 tturazione e servizi civili proponga anche la possibilità che i nuclei esistenti vengano utilizzati come potenziali matrici di addensamento fondiario per le aziende rurali isolate circostanti, senza escludere in maniera categorica riproposizioni dello stesso modello in nuove entità. Le linee di indirizzo contenute nelle schede di Ambito hanno già forti implicazioni spaziali (soprattutto in senso ecologico: corridoi, bio-

diversità…) che si tratta di esplicitare sempre meglio. Per esempio: dovunque si riconosca un paesaggio storico sostenibile, nella doppia accezione culturale e produttiva, si tratta di precisare le condizioni della sua manutenzione/modificazione sostenibile. Pensiamo per esempio al paesaggio delle colture in asciutto attorno ai medaus: si tratterà di identificare la condizioni dell’equilibrio ecologico della produzione (ad esempio tutela della macchia sui pendii per evitare erosione, quella che potrebbe tra l’altro essere prodotta dalla frequente coltivazione di erbai con sistema del rittochino), di definire le condizioni della riqualificazione e riuso dell’insediamento storico e di una sua eventuale densificazione (anche in questo caso si potranno chiamare in causa le ecologie delle infrastrutture come la depurazione, i rifiuti, i trasporti, e definire l’insediabilità di nuovi corpi edilizi in rapporto ad alcune regole di sostenibilità che spieghino come occorra speso una impostazione minimalista ispirata ad

5. PPR della Sardegna, Ambiti di Paesaggio http://www.sardegnaterritorio.it. La citazione è tratta in particolare dal testo riferito all’Ambito 28 – Sulcis, p.13.


146

147 una concezione necessaria dell’insediamento). Ma è anche opportuno cogliere alcuni possibili paradossi, legati per esempio al fatto che proprio il vigneto – emblema di usi storici del suolo agrario forti e strutturati - possa essere un paesaggio di impianto (o re-impianto) recentissimo, e quindi un paesaggio in trasformazione, con nuovi impianti che conquistano terreni un tempo diversamente utilizzati.

4

Primi elementi per il progetto di paesaggio dello spazio rurale: dai principi ecosistemici alle regole possibili per gli assetti insediativi, tra lunga durata e innovazione sostenibile. Conclusioni

Il progetto di paesaggio negli ambiti rurali è funzionale, dunque, ad una strategia della qualità che associa il buon prodotto al bel paesaggio, ecologici e sostenibili entrambi in una rela-

zione reciproca inscindibile. In questo senso, i nuovi sistemi regolativi dell’assetto spaziale non possono non essere configurati in modo da interpretare i temi strategici emergenti dei nuovi protagonisti della costruzione agropastorale. È largamente condivisa ormai l’insoddisfazione rispetto a regole estremamente rigide e semplificative quali quelle attualmente adottate, talmente generalizzate da essere incapaci di interpretare le complesse articolazioni dello spazio rurale regionale. E nello stesso tempo, un nuovo progetto del paesaggio rurale futuro deve rispondere ai principi intorno ai quali si va formando un consenso sempre più ampio della comunità scientifica così come dei soggetti sociali e istituzionali: la limitazione (se non la fine) del consumo del suolo, il principio di precauzione e di massima reversibilità degli interventi di modificazione, la coerenza con le regole ecologiche degli ambiti rurali. Tali obiettivi, se interpretati in relazione alla ricchezza di grandi specificità locali che i paesaggi delle regioni rurali storiche ci forniscono, possono essere anche utilizzati per una prima formulazione di alcuni Indirizzi generali

per le regole insediative nello spazio agrario: indirizzo di densificazione. Per rafforzare la salvaguardia ed evitare il consumo del suolo, ed in coerenza con il principio insediativo-base dei paesaggi rurali a bassa densità della Sardegna, andrebbe in linea generale evitata la dispersione dell’insediamento nell’agro, ormai insostenibile anche dal punto di vista delle infrastrutture e delle reti di servizi civili, oltreché in senso meramente ambientale, e favorita nei diversi modi possibili la modalità insediativa che risulta efficace nel senso dell’accorpamento. Nuove unità produttive isolate nello spazio agrario dovrebbero essere adeguatamente motivate come eccezioni alla regola; ricostruzione delle trame ecologiche. Ogni intervento dovrebbe migliorare, o almeno non peggiorare, la sostenibilità del pattern agrario, per esempio non compromettendo e se possibile rafforzando la stabilità dei versanti, gli afflussi e i deflussi delle acque; deciso orientamento alla riqualificazione e al

recupero delle tracce storiche. Ogni progetto di intervento dovrebbe tenere conto delle preesistenze, in senso non solo edilizio e infrastrutturale (percorsi, recinti, terrazzamenti, sistemazioni idrauliche) ma più complessivamente ecologico per i nuovi interventi, incentivazione e sostegno a pratiche costruttive orientate al governo ed alla chiusura del ciclo di vita, anche mediante l’adozione di materiali “di prossimità”, con basso tasso di energia aggiunta incorporata e/o mediante sistemi realmente reversibili e riciclabili coerenza con un approccio legato ai reali stati di necessità del territorio relativamente ad aspetti bioclimatici e di “efficienza energetica” intesi in senso eco sistemico - tra cui esposizione ed orientamento solare, schermature edilizie e vegetali, aperture coerenti con il clima mediterraneo, giacitura delle costruzioni rispetto ai versanti e al pendio, contenimento dei “movimenti di terra” in scavo e rilevato particolare attenzione al progetto dello spazio periurbano come frontiera evolutiva


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149 in cui sperimentare nuovi modelli di integrazione rururbana della multifunzionalità, dove la residenza si interfaccia con pratiche socio-produttive come gli orti urbani, nuove forme di filiera corta nella commercializzazione dei prodotti. Questo spazio potrebbe costituire un campo di sperimentazione del principio di densificazione e di contrasto alla dispersione e al consumo di suoli, specie se particolarmente pregiati. Ormai, anche altri temi si vanno prepotentemente affacciando nell’era del Green Deal: si pensi soltanto a questioni come l’autosufficienza energetica delle aziende rurali, che rimanda alla più generale questione della integrazione delle tecnologie rinnovabili nei sistemi paesaggistici locali. Dunque, su più strati di senso e di funzionalità ecosistemica la ricerca sui Paesaggi rurali ha portato ad enfatizzare il tema del mosaico territoriale dei pattern rurali, nei quali una straordinaria “cultura delle differenze”, opportunamente compresa e valorizzata, può porsi come un paradigma nel quadro del Green Deal europeo e della risposta antifra-

gile (Blecic, Cecchini, 2017) alle crisi. E, in ultima analisi, aiutare le comunità locali (e non solo) ad elaborare il “lutto” della progressiva eliminazione di un complesso sistema di produzione e consumo fondato sulla disponibilità sovrabbondante di energie “fossili”, a favore di un ben più complesso ma ineludibile modello “neo-solare”. È la sfida dei prossimi anni a venire.

L’insediamento accentrato

Fig.

1

La trama “neurale” delle relazioni

Le morfologie della carta La Marmora del 1839

Carte illuministe dell’800 e carte digitali contemporanee: la Sardegna come paesaggio della lunga durata di matrice rurale.


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Fig.

2

Il mosaico rurale della Sardegna: la struttura, le trame.

Fig.

3

La Marmilla, regione delle Giare basaltiche. L’habitat dell’anno mille: l’interpretazione dei caratteri.


152

Riferimenti bibliografici

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Fig.

4

Il paesaggio come opera aperta: un acquerello di Costantino Nivola, in occasione del completamento della campagna antimalarica, 1954.

De Rossi A., Mascino L. (2020): Inchiesta. Le case e la città ai tempi del coronavirus. 7 punti per un autentico rilancio, Il Giornale dell’Architettura Clemente F., coordinatore Gruppo di lavoro del Comitato della Programmazione regionale, componenti Annunziata F., Bertolino F., Bullita P., Ferrari I., Maciocco G., Secondini P. (1980): Rapporto sullo schema di assetto del territorio regionale, Regione Autonoma della Sardegna, Cagliari Cois E, Meloni B (2020): Cibo e territorio. Strategie territoriali e innovazione organizzativa delle produzioni agro-alimentari locali e di qualità. [Internet] 12.02.2020. Available at: https://www.comune.gavoi.nu.it/index.php/

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download/eyJpdiI6IlZRdHJnakMzS2RcLzhQWGFYWXZZNDN3PT0iLCJ2YWx1ZSI6I1dHaXFTdW1VYzRybzVKY1dLUEVJM1g0ZGF5dDh0YTgyQVE0Z29CUUNjWWs9IiwibWFjIjoiNTUyNTkzYzdlOTliYzBhYmYxN2M2ZmRkNjMwODBhMDEwODM5MmQyYTdjZDkwOTc5Y2E3NDB1YmVmNjJhZTBiYi9/progetto_cibo_e_territorio.pdf De Rossi A. (a cura di) (2018): Riabitare l’Italia: le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Roma, Donzelli, Le Lannou M. (1980): Pastori e contadini di Sardegna, Sassari, Della Torre Ligios S. (1997): Il Paesaggio invisibile, Nuoro Lino A. (a cura di) (1998): Le città di fondazione in Sardegna, Cagliari, Cuec/INU Lino A, Peghin G. (a cura) (2001): Nuove città tra le due guerre. L’esperienza del moderno in Sardegna, in PARAMETRO, n. 235, Anno XXXI. Marot S. (2019): Taking the Country’s Side: Agriculture and Architecture, Lisbon Architecture Triennale, pag. 17 Marrocu L. (2021): Storia popolare dei sardi e della Sardegna, Bari, Laterza. Meloni B. (a cura) (2020): Aree interne e progetti d’area, Torino, Rosemberg & Sellier Ortu G. (2009): Le Aree storiche della Sardegna: costruzioni territoriali e civili. La storia istituzionale e sociale delle comunità insediate, in Ortu G., Sanna A. (a cura) (2009): Atlante delle culture costruttive della Sardegna. Le geografie dell’abitare., Roma, DEI Ed PPR della Sardegna, Ambiti di Paesaggio http://www.sardegnaterritorio.it Sanna A. (2009): Forme, culture e strutture dell’insediamento. Il luogo e il progetto, in Ortu G., Sanna A. (a cura) (2009): Atlante delle culture costruttive della Sardegna. Le geografie dell’abitare., Roma, DEI Ed Sanna R. (2021): Architetture di campo, Tesi di Dottorato ICAR, Università di Cagliari


Abstract

Abitare i paesaggi delle ‘nuove ruralità’ Rifondazioni e nuovi significati dell’habitat accentrato Adriano Dessí, Roberto Sanna

Le sfide che scaturiscono dalle grandi trasformazioni globali non ci impongono soltanto di trovare soluzioni efficaci e immediate ma di costruire un’idea di profondo rinnovamento del nostro modo di ‘abitare’ il mondo. Quest’idea passa sempre di più dal paesaggio, in particolar modo da quello rurale che, come afferma Rem Koolhaas “è teatro oggi di trasformazioni ben più profonde e innovazioni ben più veloci che la città”. Il presente contributo prova ad esplorare come alcune tematiche del paesaggio contemporaneo sardo quali la multifunzionalità, l’innovazione tecnologica delle produzioni, la prossimità abitativa e lo spopolamento, possano essere ancora intercettate dalle due forme storicizzate dell’abitare accentrato in Sardegna, il villaggio e l’azienda rurale.

The challenges that arise from the great global transformations don’t require us only to find effective and immediate solutions but to built up an idea of deep renovation of our way of inhabiting the world. That idea, more and more, passes through the landscape, mostly through the rural one in which, as stated by Rem Koolhaas “we may really observe deeper transformations and faster innovation than in the city”. The present paper tries to highlight how some Sardinian contemporary landscape issues, like multifunctionality, technological innovation of productions, housing proximity and depopulation, could still meet the two historical forms of centralised inhabiting, village and rural farm.


1

Trasformazioni e nuove sfide del paesaggio rurale contemporaneo

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159 L’agricoltura è la pratica antropica più diffusa sulla superficie del globo, in quanto strumento di produzione alimentare e di presidio capillare degli ecosistemi, che diventano così degli agrosistemi. L’impronta stessa della presenza dell’essere umano sul pianeta è chiaramente visibile dai satelliti soprattutto dai pattern che la produzione di cibo disegna sul suolo. Le forme dei paesaggi agrari infatti: «rappresentano sempre il risultato - imprevedibile dell’incontro tra l’organizzazione delle comunità rurali, il patrimonio tecnologico e le potenzialità offerte dal territorio» (Tosco, 2009, p. 202). In quest’ottica l’architettura, intesa come forma di modificazione del suolo1 e l’agricoltura, intesa come strumento della trasformazione ‘imprevedibile’ dell’habitat, condividono molti dei paradigmi fondativi del concetto stesso di territorio che Ribeiro Telles (1978) definisce

come un «espaço de alguma forma de origem arquitetónica. A primeira intervenção arquitetónica do homem no espaço natural» (p. 175) e secondo Sebastien Marot (2020, p. 72) condividono sia l’origine che il destino: «L’agriculture et l’architecture sont deux sœurs jumelles, nées littéralement en même temps, au début de l’ère néolithique, quand des populations deviennent sédentaires. Il y a un lien très fort entre ces deux disciplines, et interroger la rationalité de l’une, c’est interroger la rationalité de l’autre aussi». Il mondo rurale possiede ‘in sé’ quelle dinamiche di sperimentazione, adeguatezza e resilienza, che oggi appaiono sempre più necessarie e urgenti per affrontare le complessità degli scenari futuri. Lo stesso Rem Koolhaas (2020) individua nella campagna «un’amalgama di tendenze che sono al di fuori della nostra visione d’insieme e al di fuori della nostra consapevo-

1. Cfr. William Morris, Hopes and fears for art, 1882. 2. «The countryside is now the frontline of transformation. A world formerly dictated by the seasons and the organisation of agriculture is now a toxic mix of genetic experiment, science, industrial nostalgia, seasonal immigration, territorial buying sprees, massive subsidies, incidental inhabitation, tax incentives, investment, political turmoil, in other words more volatile than the most accelerated city. The countryside is an amalgamation of tendencies that are outside our overview and outside our awareness. Our current obsession with only the city is highly irresponsible because you cannot understand the city without understanding the countryside. We are now only beginning to increase our understanding of conditions that were previously unexplored – a process to continue further» Rem Koolhas, Icon 135: Countryside.

lezza» , leggendovi, in una mostra intitolata significativamente Countryside, the future un insieme di fenomeni e tendenze che spesso anticipano o esasperano quelli più propriamente urbani: «la campagna sta cambiando molto più rapidamente e radicalmente della città, che per molti versi rimane un’antica forma di convivenza»3. Egli prosegue infatti toccando un punto saliente del dibattito sull’architettura contemporanea, mettendoci in guardia del fatto che «...la nostra ossessione attuale solo con la città è altamente irresponsabile perché non puoi capire la città senza capire la campagna». Le attuali sfide della contemporaneità ‘in crisi’ - economica, climatica e ora pandemica – portano ancora una volta la ‘produzione’ del paesaggio al centro del dibattito scientifico. Il paesaggio di “qualità”, come esplicitato nella Convenzione Europea è infatti condizione e fattore determinante di ogni politica di sviluppo innovativo e sostenibile in relazione biunivoca e inscindibile con la produzione di “buon cibo”, 2

intendendo con esso un modello di approvvigionamento alimentare coerente con le dinamiche ecosistemiche, capace di superare il modello agroindustriale, ormai palesemente critico, a favore di modelli circolari e responsabili del bilancio ecologico globale e in grado di riterritorializzare le pratiche agricole coerentemente con le pratiche insediative. La «puissance créatrice» (George, 1956, p. 3) dei «nuovi contadini» di Van der Ploeg (2009) sembra già anticipare un futuro diventato urgente presente. Ecco allora che quegli avverbi – coscientemente e sistematicamente – su cui insisteva Emilio Sereni4 acquistano un profondo valore etico-progettuale. Ed allora gli scenari legati al cambiamento climatico e nella fattispecie alla relazione conflittuale tra territori ad alta intensità e territori marginali, si legano al futuro dell’agricoltura, o più in generale alla sua capacità di adattamento al cambiamento climatico e all’obiettivo di mitigazione dei suoi rischi. Questa sfida necessita di approfondire il rapporto tra pro-

3. Op. Cit. 4. Cfr. Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano (GLF Editori Laterza, 1991).


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161 duzione (di beni e di paesaggio) e sostenibilità/ durabilità (della produzione e degli stili di vita) e quindi porre in primo piano il ruolo strategico dell’azienda rurale per mediare e strutturare questo rapporto. Secondo alcuni studi5 condotti nell’ambito della sociologia rurale, la multifunzionalità già dall’inizio del nuovo millennio è emersa come il nuovo paradigma evoluto per ampi settori del paesaggio rurale sardo e diventa una prospettiva ancora più forte se consente di superare quella frammentazione e quel «pregiudizio privatistico» (Ortu, 2017) che hanno contraddistinto la gestione e l’immagine della campagna sarda nel Novecento. Se infatti la produzione di beni comuni di qualità e dei cosiddetti servizi ecosistemici da un lato e la manutenzione e il rilancio di una campagna attiva e produttiva dall’altro, sono importanti obiettivi premiati dalle Politiche Agricole Comunitarie fin dai primi anni Novanta, è ancor più decisivo il loro inserimento nelle politiche di crescita resiliente del territorio. In questo senso si può

interpretare una consapevolezza crescente rispetto a pratiche diversificate e innovative come il turismo rurale, il loisir paesaggistico, gli itinerari archeologici e naturalistici in agro che devono collocarsi ed interagire per accentuare la dimensione delle campagne come luogo della produzione sostenibile, anziché del binomio produzione-consumo6. In tal senso vanno inquadrate le molte esperienze che, negli ultimi anni, hanno tentato la sempre più ambita intersezione buon cibo - bel paesaggio attraverso l’accurata ricerca di una immagine coordinata, di una riconoscibilità delle produzioni, in sostanza con quello che qualcuno andava dicendo qualche anno addietro, ovvero che «il paesaggio, oggi, sta nell’etichetta della bottiglia» (Piccinini, Taverna e Chang Ting, 2000). Tale visione, seppur emblematica e dirompente, è certamente riduttiva dell’incidenza e della significatività delle trasformazioni, materiali e immateriali, che tali processi inducono nel paesaggio. Se consideriamo invece che tale ricerca va di pari passo con la dotazione da parte delle

5. Cfr. B. Meloni, Lo sviluppo rurale: dall’analisi al progetto (Cagliari, CUEC, 2006). 6. Cfr. Antonio De Rossi, Riabitare l’Italia: Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli Editore, 2019)

imprese di dispositivi di adeguamento ai nuovi flussi di utenza, dai sistemi di accessibilità pubblica all’introduzione di piccole attività di marketing e ricettività ma anche con processi virtuosi legati alla produzione quali la condivisione di infrastrutture leggere come i sistemi di adduzione e smaltimento delle acque, i sistemi condivisi e autosufficienti di conduzione dell’energia e di smaltimento dei rifiuti, le attività di manutenzione e di cura delle colture promiscue, comprendiamo quanto da questo nuovo paradigma passino – e passeranno – le prossime evoluzioni dei nostri territori. Si prefigura inoltre, in stretta dipendenza nei confronti di questi processi di trasformazione e per la loro ottimizzazione, una rinnovata forma compartecipativa del paesaggio, quella che più tecnicamente e fisicamente potevano rappresentare, tempi addietro, le forme del “comprensorio”, del piccolo “consorzio”, del “distretto rurale” – quest’ultima forma ancora vigente e promossa dal recente quadro normativo - nelle quali l’attività rurale offre servizi e spazialità più complessi e articolati in ragione, certo, della sua evoluzione in senso multifunzionale, ma

anche della sua capacità di innestarsi capillarmente e di coinvolgere più soggetti (e spazi) nel territorio. Secondo Dematteis (2009, pp. 84 - 90) tale capacità deve essere in grado di perpetuare dei fenomeni di autopoiesi propri della sua lunga durata. Una delle sfide che la multifunzionalità impone, infatti, è proprio la ricerca di forme alternative e proattive di co-produzione e di servizi eco-condivisi, che abbiano i luoghi della ruralità come palinsesto strutturale a partire dal quale esse possano generarsi, con l’obiettivo di riavvicinare l’uomo, attraverso forme di auto-organizzazione (consortili e/o di cooperazione), al proprio territorio e di considerarlo, ancora, una risorsa. Rispetto a questo palinsesto, alle tradizionali categorie di tipizzazione degli habitat rurali affrontate da Demangeon e riprese anche da Giorgio Grassi, che definirono una generale tripartizione tra habitat accentrati, dispersi e ‘di strada’ nel binomio casa-azienda e campo, è utile allora aggiungere oggi un ulteriore sistema insediativo e cioè la costellazione di aziende rurali intese come poli produttivi autonomi. Ma tale costellazione che presidia le campagne


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163 europee, soprattutto quelle a bassa densità, è considerabile come un habitat? In queste aree, nelle quali l’abitare è ancora strettamente legato al villaggio, le aziende disperse nell’agro costituiscono sempre più delle polarità di nuove forme insediative ibride, domestiche, produttive e financo ricettive, sulla scorta della ‘modernizzazione’ agraria del ‘900 che ha portato all’espansione e al radicamento di nuove forme insediative specializzate nella produzione alimentare e in particolare nell’allevamento, che è la forma di conduzione che ha più bisogno di nuovi, grandi e articolati volumi e fabbricati. Si tratta quindi dell’emergere dell’azienda rurale contemporanea in continuità o in opposizione alla casa-azienda elementare delle civiltà rurali europee, nelle sue infinite varianti, la quale sembra aver perso il suo ruolo di dispositivo di strutturazione puntuale della relazione tra risorse naturali, sfruttamento e trasformazione del paesaggio a favore di pattern costruiti più complessi e articolati, che seguono economie di mercato agroindustriali: «Ai segni della periferizzazione della civiltà rurale si aggiungono i disastri specifici indo-

tti dall’agricoltura divenuta industria a cielo aperto: semplificazione della maglia agraria che si trasforma in monocoltura ininterrotta; obliterazione del reticolo idraulico minore; abbattimento degli alberi della policoltura mezzadrile; dismissione delle coltivazioni non redditizie; abbandono o spianamento delle sistemazioni di versante viste come ostacolo all’uso dei mezzi meccanici; avanzamento dei boschi sui coltivi di minor resa e sui pascoli montani.» (Agostini, 2015, p. 149). Ecco allora che le specializzazioni dell’abitare, del produrre e anche del loisir hanno infatti contribuito a ingigantire la dotazione edilizia dei territori rurali europei, facendo emergere nuovi habitat e provocando l’abbandono sistematico dei manufatti minori che regolavano e articolavano le strutture agrarie di lunga durata, indebolendone le logiche di gestione e quindi il paesaggio rurale, come già lucidamente metteva in guardia, nel 1978, Ribeiro Telles (p. 31) nella sua comunicazione all’ordine degli ingegneri portoghesi intitolata Ordenamento rural no Portugal mediterrânico: «O objetivo que comanda o actual modelo

convencional (a obtenção da máxima produção por hectare e por trabalhador) obriga a grandes investimentos e à simplificação ecológica dos sistemas de produção. Esta simplificação dos sistemas torna-os frágeis, necessitando a sua manutenção cada vez maior importação de máquinas, adubos, pesticidas e de cereais de rações para gado, ou seja, de energia exterior ao sistema agrícola. Como resultado verifica-se a ruptura de equilíbrios biológicos essenciais e a perda de potencialidades produtivas importantes. Mesmo sob o ponto de vista económico, o modelo só é viável a curto ou, quanto muito, medio prazo e a sua permanência depende do petróleo e da resistência do solo a constante degradação que ela provoca»7, Queste architetture diffuse sul campo continuano però ad avere una profonda ragione funzionale legata alla loro disposizione, che si rivela strategica quando, presidiando a differenti profondità il territorio, confermano con l’uso una relazione adeguata allo spazio e ai processi che

presidiano. Si tratta di una relazione che opera a scale diverse: ad esempio i grandi contenitori di trasformazione instaurano una relazione indiretta con i diversi distretti produttivi specialistici, mentre le aziende di margine periurbano continuano a dare un senso produttivo al fondo che presidiano direttamente, tutelandolo da usi incongrui e da consumi ingiustificati di suolo, o ancora i presidi minimi dei territori a bassa densità continuano a dare senso a spazi altrimenti destinati all’abbandono. Questo fattore di permanenza e di radicamento costituisce un’arma di straordinaria importanza rispetto alle logiche di modificazione urbana sempre più legate a valori di scambio e di mercato che annulla le differenze e le gerarchie, che annulla il valore posizionale del rapporto tra edifici e suolo. Nelle architetture rurali questi valori invece, come scrive Grassi (1981, p. 144) «permangono inscindibili dal suolo agricolo cui corrispondono, cioè dal fondo e dai suoi caratteri particolari» e dove «il valore d’uso del suolo prevale sempre su quello di proprietà in senso stretto».

7. I testi di Gonçalo Ribeiro Telles sono stati recentemente riordinati e pubblicati nel volume Textos escolhidos, Argumentum, 2016.


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2

Crisi e catarsi del villaggio, dell’azienda e del campo

I paesaggi rurali dell’isola di Sardegna si possono interpretare come una piattaforma produttiva dalla morfologia complessa8 presidiata da una rete a maglie larghe di villaggi rurali teatro del conflitto/equilibrio tra il mondo contadino delle pianure e colline e quello marcatamente pastorale delle montagne. Una relazione dominata dalla complessità pedologica, dai ricorsi storico-culturali e dai rapporti di forza tra le diverse comunità dell’isola e all’interno delle stesse comunità, oltre che dal rapporto tra dinamiche endogene ed esogene, come i processi di privatizzazione agraria dell’800. La stessa morfologia dell’isola ha fortemente influenzato le dinamiche insediative e la complessità, potremmo dire l’entropia, dei paesaggi sardi che si originano da: «una struttura geologica che richiama le tessere scompigliate di un mosaico, con rudi interruzioni, improvvise fratture, solchi profondi, brevi respiri di piani. Così la storia sottolinea e cristallizza quello che è già segnato dalla geografia: le limitazioni d’uso dei suoli vengono prima dell’organizzazione per

165 la gestione comunitaria della terra, e condizioni di abbandono o di intensificazione sul terreno nascono da elementi geografici che poi la storia si incarica di assumere e consolidare in forme appunto storiche della presenza dell’uomo nel paesaggio. […] In questo paesaggio che si costruisce nel breve e nel breve varia e viene variato, le diversità diventano notevoli: la specificità la vince sull’omogeneità, la modificazione marginale conta più dell’uniformità di fondo» (Brigaglia,1983, p. 181). Ecco allora che paesaggio sardo si fonda (e si reitera) nelle sue strutture spaziali di lunga durata sul binomio che si instaura tra la villa e il saltus, la bidda e il kampu, il villaggio e la campagna. Un binomio che, nelle differenti regioni storiche sarde, assume forme e funzionamenti differenti, in ragione dei caratteri climatici, morfologici, dei sostrati, delle culture abitative e costruttive, etc., ma ne rappresenta sempre l’invariante fondamentale. In tale binomio, infatti, è la rete dei villaggi l’elemento organizzatore dell’antropizzazione del paesaggio (in sosti-

8. Cfr. Maurice Le Lannou, Pastori e contadini di Sardegna (Cagliari, Ed. Della Torre, 2006).

tuzione di una diffusa rete di città, oltreché ad integrazione delle fondamentali ma sporadiche presenze propriamente urbane) in quanto nucleo accentratore dei servizi e degli spazi dell‘insediamento. Esso era, e per certi versi ancora è, anche il luogo della convergenza dei raccolti, della prima trasformazione e del primo consumo, dove l’attività produttiva si caricava di un valore sociale in quanto portata dentro le corti e i loggiati delle case e capace di permeare le comunità nella loro interezza. Tuttavia, questa forma dipolare, oggi diffusamente alterata, tra lo spazio abitato - villaggio e lo spazio rurale – agro, che ha retto tutte le scale del paesaggio sardo, inizia a perdere la propria identità, costituita da una pluralità di caratteri, e la propria complementare storica funzionalità. Le ragioni di tale processo sono molteplici e vanno dalla marginalità rispetto ai flussi economici e infrastrutturali più importanti all’invecchiamento della popolazione attiva con il conseguente spopolamento e quindi impongono interpretazioni progettuali sui nuovi ruoli - anche in ragione della multifunzionalità stessa

e della trasformazione della campagna e delle aziende rurali - che il villaggio può assumere nel sistema insediativo sardo contemporaneo. Nel paesaggio contemporaneo questi ruoli possono, e dovrebbero, interallacciarsi con quelli dell’azienda che può invece essere il luogo dove sperimentare il superamento dell’eccessiva specializzazione funzionale ed esplorare le relazioni fisiche e di senso della policoltura, della multifunzionalità. Le idee-progetto proposte di seguito si muovono infatti nella direzione di immaginare degli scenari futuri che hanno alla base l’idea di un territorio presidiato da ‘agrocittà’, ovvero dal rafforzamento e ‘incastellamento’ multifunzionale dei presidi puntuali e accentrati dello spazio rurale, i villaggi e le aziende, in previsione della ‘catarsi’ che ci attende con l’avanzare dei cambiamenti climatici e di conseguenza con l’acuirsi delle crisi socio-economiche e ambientali e la messa in discussione dei modelli produttivi contemporanei. In questa prospettiva l’azienda rurale, intesa non (solo) come oggetto ma come sistema complesso di produzione di luoghi, può costituire il climax di una dimen-


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167 sione micro-urbana, intensiva e condivisa, a presidio di territori rurali in forte ‘ristrutturazione’ climatica e che vede nella bassa densità antropica una chiave di adattamento al cambiamento climatico: dove i villaggi rafforzano la loro polarità gestionale di questi territori, stabilendo con le aziende, eterotopie ritagliate nella naturalità produttiva, una relazione operativa di interscambio di risorse in un’ottica circolare. In Sardegna questo modello è ben esplicitato dal paradosso della contestualità tra abbandono delle campagne e specializzazione intensiva. Gli studi più recenti incoraggiano infatti una maggiore diversificazione culturale, tecniche ecologiche di gestione e prossimità tra produttore e consumatore e dal punto di vista del progetto territoriale si esplicitano nell’esplorazione del ruolo della rete di aziende rurali attorno ai villaggi sardi, con l’ottica di ripensarne il modello produttivo. Sintetizzando a grandi linee i macro-processi di costruzione dello spazio rurale nell’isola possiamo individuare cinque fasi ‘ecologiche’ di rapporto tra abitanti e suolo produttivo: X – XIII secolo: supremazia contadina (agri-

coltura cerealicola giudicale, colture urbane) XIII – XIX secolo: conflitto/ equilibrio pastori contadini (vidattone, gestione ammasso urbano ed esportazioni feudali di grano e formaggio) XIX-XX secolo: avanzata pastori, regressione contadini (risultati paradossali del riformismo e modernizzazione tra 800 e 900) XX secolo: pastori che diventano contadini (stanzializzazione, aziende) (risultato dell’esodo rurale e della ‘resistenza’ espansiva del mondo pastorale) XXI secolo: specializzazione contadini (colture specializzate, vigneti, oliveti, orti, frutteti, chiusura del ciclo di produzione in azienda) (sulla scorta della multifunzionalità e delle nuove tendenze agro biologiche), che genera tra l’altro anche inedite integrazioni tra agricoltura e pastorizia. Le idee- progetto si collocano in un’ipotetica sesta fase, anticipando e difendendo col progetto un futuro altrimenti imposto dalla forza maggiore del cambiamento climatico e che si può sintetizzare nel presidio produttivo di lunga durata delle risorse e quindi nell’adattamento

delle dinamiche territoriali a questo paradigma e alla risposta progettuale dell’architettura. Si ritiene infatti che attraverso l’esplorazione insita dello strumento progettuale e quindi attraverso l’architettura si possa definire un giudizio critico e operativo sulle questioni sopraesposte. Già gli Smithson nel celebre manifesto di Doorne del 1954 scrivevano al punto 8 che: «the appropriateness of any solution may lie in the field of architectural invention rather than social anthropology». Oggi più che mai ha infatti ancora senso discutere e studiare l’architettura rurale e il suo biunivoco e imprescindibile legame col ‘suo’ paesaggio e dove l’architettura, come già Giuseppe Pagano (1936) aveva teorizzato, possiede in sé quei caratteri di adattabilità e di coerenza tra sito, processo e necessità che la rendono un campo di ricerca sempre più imperdibile per i futuri cambiamenti insediativi e sociali. In questa condizione, le architetture rurali contemporanee sarde sono chiamate con urgenza a metabolizzare i fenomeni della multifunzionalità, che rischiano di sovrapporre semplicemente un ulteriore strato a questo palinsesto

insediativo informale, irrisolto ed entropico. Il progetto sembra essere ancora una volta lo strumento ineludibile per affrontare una rilettura critica dell’anomia di questa colonizzazione edilizia afasica, che ha disseminato nell’ agro un bestiario di forme e di spazi. Un progetto di infiltrazione e di rilettura morfotipologica delle dinamiche produttive sempre mutevoli, capace di evidenziare la costellazione di queste nuove polarità produttive, le aziende rurali sarde nella loro complessa varietà, e ricondurle a una relazione di lunga durata con i loro paesaggi, non più come semplici strumenti di sfruttamento ecologico – exploitation - ma come poli strategici del loro adattamento – exaptation (Gould, Vrba, 2008).


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Un approccio pre-paesaggistico in sei idee chiave

Con l’obbiettivo di costruire, in forma sintetica, fertili piani di riflessione e, in particolare, alcuni scenari possibili di trasformazione del paesaggio sardo che si fondino, così come storicamente, sul binomio tra nucleo costruito (villaggio e azienda) e campagna, nelle sue molteplici accezioni e nei differenti gradi di complessità, si presentano di seguito alcune ‘idee’ spaziali di ruralità secondo un approccio «pre-paesaggistico» (Perrault, 2000). Esso può essere interpretato come azione progettuale che “predispone” il territorio, secondo un’idea evolutiva, ad una dinamica modificatrice – sia essa progressiva o regressiva – che interpreti processi locali e globali, anche compresenti, attraverso soluzioni semplici e “aperte” che non rinuncino a dotare il territorio di nuove possibilità di sviluppo, verificando continuamente l’effettualità e il valore contemporanei delle pratiche storiche. Queste idee possono essere così riassunte: - Idea del villaggio come fossile solare Il villaggio murario, sia nella sua accezione orizzontale della cerealicoltura e dell’openfield che in quella verticale e compatta della montagna pastorale, rappresenta un’idea di machine à

169 habiter fondata sulle economie solari che derivano dalle diverse combinazioni biunivoche di natura socio - produttiva che ancora lo legano fortemente al suo spazio rurale. Dalla relazione di piccola scala che lega la casa all’orto periurbano, a quella di scala regionale che lega un consorzio o una sua grande azienda al territorio più ampio, l’idea che il territorio si possa riabitare attraverso piccole fondazioni autosufficienti in ragione della loro sostenibilità intrinseca con un rapporto selettivo e di qualità con i flussi più ampi, avviene attraverso le due unità precise e circoscritte del villaggio-fattoria e dell’azienda-villaggio, ovvero della prospettiva che il villaggio, pur soggetto a processi di spopolamento, possa trattenere le qualità di un abitare selettivo e ricercato, legato alle produzioni, al buon abitare, al turismo culturale che cerca l’isolamento, il rapporto privilegiato col paesaggio, la dimensione naturale attraverso le attività rurali e che l’azienda, nel suo costante processo di multifunzionalizzazione, possa, in senso inverso, acquisire quei minimi principi di urbanità che le consentano di essere un nuovo polo di fruizione e abitazione territoriale;

- Idea di Longue Dureé nell’accezione ecologica di abitare Nelle varie fasi dell’insediamento sardo, dal neolitico al novecento passando soprattutto dalle catastrofi insediative post giudicali, la tendenza dell’abitare sardo di ricostituirsi sempre in villaggi e in comunità ben identificate e spazialmente circoscritte non è solo da ascriversi alla necessità di chiudersi cercando una forma di protezione dall’esterno: è un’idea di resilienza che vede nella comunità e nella forma socio-spaziale del villaggio la materializzazione di un modo razionale ed efficiente di rapportarsi alle risorse naturali e di cercare connessioni (ecologie) funzionali con la terra. Dal basso consumo di suolo, alla brevità degli spostamenti, alla facilità di reperire materiali da costruzione, alla prossimità con l’agricoltura, all’approvvigionamento idrico, la forma ‘accentrata’ ha sempre costituito la prima soluzione insediativa possibile, non del tutto alterata, soprattutto nelle aree interne, neppure negli ultimi decenni del Novecento dove, altrove, le forme urbane ‘estensive’ e ‘dilatate’ caratterizzavano il nuovo paesaggio umano;

- Idea del villaggio come ‘città in scala ridotta’ Si interpreta questa idea di abitare il territorio non attraverso un concetto di città diffusa, quanto di città discreta e puntuale, il cui paradigma non è più ritrovabile nella dilatazione dei servizi ma nella concentrazione degli stessi, non nella moltiplicazione ed implementazione dell’infrastruttura ma nella sua gerarchizzazione e semplificazione, non più nell’omogeneizzazione territoriale quanto nelle differenze, non nella dispersione ma nell’orientamento: il landmark del paesaggio è il villaggio, nell’accezione di ‘città in scala ridotta’, paradigma utilizzato dal regionalismo come possibile risarcimento ad una allora apparentemente irreversibile perdita dei nuclei storici. Il villaggio può spopolarsi ed essere ripopolato, può contrarsi e dilatarsi, ma la sua centralità è dovuta alla millenaria capacità di costituire un piccolo universo urbano, dove il concetto stesso di città è ridotto alle componenti essenziali ed è del tutto slegato dai concetti di ‘dimensione’ o di ‘occupazione’ territoriali, piuttosto sostituiti da quello di ‘gerarchia’, ‘densificazione’ e ‘organizzazione’;


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171 - Idea di villaggio come ‘hortus conclusus’ nel paesaggio della radura e del ‘vuoto’ Quest’idea di Sardegna interpreta una nuova forma di abitare il villaggio che contempli anche una sua contrazione demografica e dimensionale e il suo ritorno ad una condizione di ‘hortus conclusus’ dove lo spazio cavo del tessuto ospita il verde, produttivo e per il loisir; un’idea di villaggio come grande ‘giardino chiuso’, contrapposto spazialmente alla campagna che diventa invece il teatro dell’avanzare tecnologico e della produzione sperimentale; quel paesaggio di nuove/antiche fortificazioni che racchiudono il verde, «dai cui muri intonacati con la calce bianca, spunta il verde luccicante di una fronda d’arancio…», come diceva Emilio Sereni nel descrivere il paesaggio del Giardino Mediterraneo. Una Sardegna fondata su un nuovo paradigma abitativo e produttivo in cui il villaggio rappresenta «un’isola di ombre, di silenzio e di profumi…», l’azienda una grande aia produttivo-abitativa e il campo una continua piattaforma agro-pastorale che diventa spazio pubblico transmunicipale;

- Idea di infrastruttura debole e rurale ma efficiente e funzionale La rete dei percorsi rurali che legava i centri al loro territorio produttivo e i centri tra loro, prima della costruzione dei grandi assi territoriali che hanno tagliato il territorio e introdotto un’idea di Sardegna fruibile e accessibile solo attraverso i pochi grandi centri urbani, rappresenta invece un grande potenziale già tracciato, uno degli aspetti più interessanti di quel grande ‘capitale territoriale’ che necessita solo di operazioni di riemersione. L’idea di riportare al centro del paesaggio i paradigmi insediativi dell’accentramento, rappresentati dalle aziende e dai villaggi, implica proprio il rafforzamento di questa rete, confermandone la sua natura organica e la sua coerenza con gli assetti produttivi rurali, ma rendendola più efficiente: in tale scenario le comunità dei villaggi si fanno costanti manutentori dei percorsi rurali dei loro territori; - Idea di Sardegna come luogo produttivo e anti-logistico: per un turismo del prodotto e degli spostamenti dolci, della stanzialità e del rapporto privilegiato e durevole col paesaggio

A differenza di altre regioni europee e a dispetto della sua centralità geografica, la Sardegna non è mai stata una piattaforma logistica e la sua debole dotazione infrastrutturale non è ascrivibile solo alla debolezza di politiche o di finanziamenti, quanto alla sua organizzazione intrinseca. La Sardegna rappresenta oggi un modello opposto alla velocità, all’attraversamento, all’essere nodo di un circuito internazionale. È piuttosto il luogo della produzione di piccola scala, il luogo della stanzialità, della bassa densità abitativa, dove i nuovi paradigmi turistici legati alle produzioni locali, agli spostamenti dolci di corto raggio, alla stanzialità e al collegamento con la dimensione naturale e storica del paesaggio garantiti dalla dimensione del villaggio, possono trovare un possibile terreno fertile. In conclusione, è proprio nel ripensamento dei ruoli insediativi dei villaggi e delle aziende, infa-

tti, che si possono innestare condizioni attive e condivise d’uso degli spazi: l’accoglienza, la vendita, la promozione, la formazione, la diversificazione di risorse e di pratiche, la circolarità nell’uso (e riuso) delle risorse. Tali attività potranno essere azione integrante tra le reti di villaggi e di aziende già dispiegate a presidiare l’agro, sia quando questi costituiscano presidi storici o si presentino in forme strutturate e consolidate, sia quando sorti secondo una logica di specializzazione mono produttiva e che necessitano di accrescere l’ibridazione policolturale e multifunzionale. Ma anche nel quadro più roseo e ‘consapevole’ l’agricoltura non possiede tutti gli strumenti disciplinari per gestire criticamente e ‘globalmente’ il paesaggio. Solo con la sua gemella architettura9 è infatti possibile perlomeno impostare questa complessa e continuamente ridiscussa gestione dei paesaggi, che per

9. Architettura qui intesa nel senso ‘archetipico’ che ne dà Ribeiro Telles nel suo saggio Território e arquitectura: “Desta arte/ciência de dividir e qualificar o Espaço nascem outras ciências que não lutam como esta, com uma dualidade essencial e para ela contribuem: a geometria, a topografia, a geografia, a climatologia e tantas outras, as artes da forma e as ciências do pensamento e do comportamento humano, todas elas desaguam neste magnifico oceano da arquitetura – a arte/ciência de criar o Espaço e qualifica-lo enquanto unidade humanizada e, como tal, útil a sobrevivência do homem e simbólica para a sua mente.” In Goncalo Ribeiro Telles. Textos escolhidos, Argumentum. Pag.175


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173 Marco Navarra (2012) sono «come lingue straniere: muoiono se non vengono tradotti, se non vengono continuamente riportati in vita da un progetto critico»10. Se attraverso l’azienda rurale il paradigma produttivo-abitativo storico del binomio villaggio-campagna sarà capace di perfezionare l’evoluzione verso paradigmi più complessi, legati alla diversificazione della ricettività, all’attraversamento dolce del territorio, alla condivisione delle pratiche agricole con gli utenti esterni che vengono introdotti nel processo produttivo diventandone protagonisti e primi beneficiari, ma soprattutto verso una rilettura di lunga durata della stessa relazione tra insediamento e suolo, tra substrato abiotico e biotico e processi antropici, esso diventerà in maniera evolutiva, seppure in forte continuità con le identità storiche, “figura paesaggistica”, capace di ridefinire “luoghi” in un paesaggio rurale in trasformazione che acquisisce nuove forme e una nuova centralità.

Fig. 10. Navarra, Marco, Abiura dal paesaggio: architettura come trasposizione (Il melangolo, 2012)

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La ‘maglia neuronale’ dai villaggi alle aziende nella regione storica della Marmilla (disegno di Roberto Sanna).


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Fig.

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L’unità operativa tra villa, ager e saltus nel paesaggio rurale di Villacidro (SU), uno degli esempi più emblematici dell’indissolubile legame tra trame insediative, agrarie ed ecologiche (foto di Roberto Sanna).

Fig.

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L’hamlet come unità abitativa-produttiva di cura del paesaggio rurale nel progetto d’autore e nell’architettura ‘popolare’. Dall’alto in basso: Santuario di Santu Franziscu (Lula, NU), Furriadroxu Ciuffegau (Teulada, SU), Casa en Alcanena (Souto de Moura), Cuile Carboni (Padria, SS), La Turette (Le Corbusier), Fattoria e Chiesa di San Forzorio (Quartu Sant’Elena), (foto satellitari Google Earth).


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Fig.

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Esplorazioni progettuali di aziende-villaggio a presidio delle trame ecologiche dell’agro (tesi di Roberto Sanna).

Fig.

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Esplorazioni progettuali di hamlet lagunari. (tesi di Erica Mameli e Federico Serventi).


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Abstract

Strategie architettoniche di “contrazione controllata” per comunità delle aree interne in via di spopolamento Pier Francesco Cherchi, Maria Corsini

A fronte della contrazione demografica, economica e sociale delle comunità delle aree interne, questo studio indaga il tema dello spopolamento delineando nuove strategie progettuali architettoniche ispirate alle politiche della “contrazione controllata” (smart shrinkage). Lo spopolamento richiede nuovi modi di pensare lo sviluppo locale che riconsiderino le condizioni inattese e diverse del non-sviluppo non come un fardello, ma come una potenziale opportunità. Accettare le implicazioni di un’economia ridotta e contratta può riorientare le politiche rurali e le decisioni di investimento per riequilibrare la crescita in modo più sostenibile e misurato attraverso strategie più olistiche, proattive e coerenti con le specificità del territorio. In questa prospettiva si inserisce la riflessione progettuale che caratterizza la ricerca oggetto di questo scritto e che tenta di dare risposte ad alcuni quesiti preliminari. Che cosa fare del tessuto abitativo in abbandono dei centri

Faced with the demographic, economic and social contraction of communities in inland areas, this study investigates issues of depopulation by outlining new architectural design strategies inspired by smart shrinkage policies. Depopulation requires new ways of thinking local development that reconsiders the unexpected and different conditions of non-development not as a burden, rather as a potential opportunity. Accepting implications of a reduced and contracted economy, might reorient rural policies and investment decisions to rebalance growth in a more sustainable and measured way through more holistic, proactive and consistent strategies with the specificities of a territory. The architectural design reflection that characterizes this paper and that attempts to give answers to some preliminary questions fits into this perspective. What should we do with the abandoned housing fabric of depopulated minor centers? How to imagine a


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Introduzione

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183 minori spopolati? Come immaginare uno scenario plausibile di equilibrio tra architetture abitate e spazi in disuso? È possibile ipotizzare assetti progettuali di inversione dei processi costruttivi? Lo studio esplora queste tematiche applicando strategie architettoniche di smart shrinkage a Fluminimaggiore, paese del territorio sud-occidentale della Sardegna. Il lavoro è parte del laboratorio di tesi di laurea magistrale Un.building e del laboratorio di Progettazione Architettonica Sostenibile della Corso di laurea magistrale in Architettura dell’Università di Cagliari.

plausible scenario of balance between inhabited architectures and disused spaces? Is it possible to hypothesize a designed arrangement of inversion of the construction processes? The studio explores these issues by applying smart shrinkage architectural strategies in Fluminimaggiore, a town in the south-western area of ​​Sardinia. The work is part of the Un.building master’s thesis laboratory and the Sustainable Architectural Design laboratory of the master’s degree course in Architecture at the University of Cagliari.

Negli ultimi due decenni il fenomeno della contrazione demografica, sociale ed economica delle aree interne ha assunto dimensioni tali da suscitare la preoccupata attenzione della collettività e della critica, e da conquistare sempre più spazio nelle agende delle politiche governative nazionali ed europee. A fronte dell’urgenza di questa tematica, le implicazioni dello spopolamento sul piano del progetto architettonico e urbano nei centri minori necessitano di indagini e approfondimenti. Questo studio indaga possibili declinazioni progettuali che partono dalla accettazione della contrazione e affrontano il tema in termini realistici delineando nuovi assetti ispirati alle strategie politiche ed economiche dello smart shrinkage. Lo spopolamento richiede nuovi modi di pensare lo sviluppo locale che riconsiderino le condizioni inattese e diverse del non-sviluppo non come un fardello, ma come una potenziale opportunità. Accettare le implicazioni di un’economia ridotta e contratta può aiutare a riorientare le politiche rurali e le decisioni di investimento per riequilibrare la crescita in modo più sostenibile e misurato attraverso strategie più olistiche,

proattive e coerenti con le specificità del territorio. I rapporti delle agenzie governative europee stimano che nei territori delle aree rurali interne le generazioni future disporranno di un numero di abitazioni, immobili e terreni agricoli in esubero rispetto alle necessità e alle possibilità di mantenimento e di riuso (Epson, 2017). In questa prospettiva si inserisce la riflessione progettuale che caratterizza la ricerca oggetto di questo scritto e che tenta di dare risposte ad alcuni quesiti preliminari. Che cosa fare del tessuto abitativo in abbandono dei centri minori spopolati? Come immaginare uno scenario plausibile di equilibrio tra architetture abitate e spazi in disuso? Secondo una logica realista di smart shrinkage è possibile ipotizzare scenari progettuali di inversione dei processi costruttivi? A fronte di queste domande il progetto degli spazi e dei luoghi dell’abitare verifica l’idea che il progetto possa disegnare nuovi rapporti tra volumi e spazi aperti mediante azioni progettuali di “decolonizzazione”, di ridistribuzione del costruito e di restituzione alla natura di ambiti non più̀ utilizzati e non più̀ rispondenti alle necessità di una popolazione


2 184 numericamente ridotta. Questo contributo esplora queste tematiche applicando strategie architettoniche di smart shrinkage a Fluminimaggiore, paese del territorio sud-occidentale della Sardegna. Il lavoro è parte del laboratorio di tesi di laurea magistrale Un.building e del corso di Progettazione Architettonica Sostenibile del corso di laurea magistrale in Architettura dell’Università di Cagliari che studia ipotesi di intervento architettonico e urbano in bilico tra paradigmi teorici e configurazioni concrete, aprendo riflessioni e delineando nuovi scenari ispirati ai principi delle politiche di smart shrinkage.

Strategie di “contrazione controllata” per comunità in via di spopolamento

La ricerca e il dibattito sulle tematiche dello spopolamento delle comunità delle aree interne mettono in evidenza un fenomeno di portata globale le cui concause sono generalmente da ricercarsi nella complessità della mutazione degli scenari economici, politici e sociali di micro e macro scala. Nelle grandi aree urbane dell’emisfero occidentale, in modo particolare nei territori delle industrie e della produzione in abbandono, il fenomeno ha assunto dimensioni smisurate, provocando in molti casi l’improvviso e repentino spopolamento di interi pezzi di città e di vaste regioni urbanizzate. Nelle regioni della “rust-belt” degli Stati Uniti questo scenario presenta evidenza e visibilità sia per intensità, concentrata nel tempo e nello spazio, sia per aver trovato ampia risonanza nella narrazione letteraria e cinematografica1. In Europa, come è noto, le origini e le implicazioni che hanno determinato questo fenomeno sono profondamente diverse. I processi

1. Le tematiche dello spopolamento e le conseguenze determinate dall’abbandono di intere regioni non più produttive, oltre che nella pubblicistica di settore, hanno trovato spazio e successo di pubblico nella saggistica e nella narrativa. Tra gli altri il racconto di inchiesta Nomadland, di Jessica Bruder, la cui trasposizione cinematografica a cura di Chloè Zhao ha conseguito numerosi riconoscimenti.

185 di abbandono, lenti e silenziosi, hanno interessato principalmente gli interstizi urbani, le aree industriali dismesse conurbate e i territori delle aree rurali interne. L’involuzione è in corso e si manifesta come “crisi silenziosa” le cui concause agiscono perlopiù sottotraccia, secondo logiche non necessariamente ricollegabili a modificazioni eclatanti e di immediata evidenza. Piuttosto si manifestano nel tempo con forza progressiva e con una certa lentezza. Lo spopolamento e l’emarginazione, in special modo delle aree interne e dei territori rurali, sono un fenomeno in aumento in tutta Europa. Per affrontare queste tendenze i decisori hanno essenzialmente due leve politiche: “procedere verso la crescita”, agendo per invertire le tendenze al calo, stimolando l’economia e perseguendo l’incremento della popolazione, o “affrontare il declino” collimando e adattando le azioni politiche alle conseguenze economiche e sociali della contrazione. Secondo il World Population Prospects Database delle Nazioni Unite, Bulgaria, Polonia, Germania, Portogallo e Italia perderanno, ris-

pettivamente, il 28, 16, 14, 7 e 5 per cento della popolazione entro il 2050, rispetto ai dati del 2010 (U.N.S., 2008). Oltre il crudo realismo dei dati statistici, emerge in maniera evidente il degrado di ampie porzioni di territorio ormai improduttivo e il crescente quantitativo di abitazioni e fabbricati disabitati e in abbandono. Le strategie politiche ed economiche elaborate in contrasto, sono diversificate e prevalentemente ispirate ai paradigmi della smart growth fondata su programmi e progetti di futuro votati all’espansione e alla “nuova crescita”. Invecchiamento e declino demografico hanno in larga parte forzato politiche di riequilibrio prevalentemente in risposta alle emergenze e alle difficoltà di gestione delle eccedenze di attrezzature collettive, servizi primari urbani e di pubblica utilità, in ambiti che via via si sono desertificati, causando l’abbandono di una consistente parte del costruito abitativo e produttivo. La smart growth si fece strada negli anni Novanta negli Stati Uniti, quando entrò a far parte della legislazione del Maryland che per prima promosse politiche basate sugli incentivi finanziari e di pianificazione anti sprawl orientati alla


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187 promozione dello sviluppo compatto (Daniels, 2021, pp. 271–281). Tra le diverse politiche di “crescita intelligente”, diverse affrontano e delineano scenari auspicabili ripensando quanto già esiste – saperi, risorse culturali, assetti ambientali, tradizioni e specificità locali – in un ottica di valorizzazione economica basata su nuovi modelli di sviluppo in equilibrio tra conservazione e innovazione. Peraltro non in tutti i casi le politiche improntate alla crescita sono animate da principi virtuosi di equilibrio ambientale, di riuso e valorizzazione dell’esistente. In opposizione alla “crescita intelligente”, parte della critica ha infatti messo in evidenza gli innumerevoli aspetti negativi connessi alla crescita ad ogni costo, che aumenta la congestione veicolare, l’inquinamento atmosferico, riduce l’accessibilità alle abitazioni a basso costo, causa problemi sociali, aumenta i costi dei servizi pubblici, danneggia i consumatori e limita la libertà di acceso allo spazio pubblico e di fruizione delle attrezzature collettive (Shapiro, 2006, pp. 324-335). Inoltre, in diversi casi, le esperienze indicano come la mancanza di accuratezza delle analisi e dei modelli pre-

visionali di contesto ha reso vane le politiche espansive (Litman, 2017). Naturalmente esistono molti successi di smart growth, sia quando le strategie vengono valutate individualmente sia quando si confrontano esperienze di crescita con le comunità diffuse delle periferie urbane (Ewing, Pendall e Chen, 2002). Ma nei casi dei centri minori rurali, problemi strutturali più ampi rendono improbabile il successo delle iniziative di rivitalizzazione auspicate dalle politiche convenzionali e basate su un maggiore sviluppo residenziale e commerciale. Oltre queste pratiche che cercano la crescita, alcuni paesi europei, in particolar modo il Portogallo, la Spagna e la Germania, sperimentano strategie di smart shrinkage, vie alternative alla crescita che muovano dall’accettazione del fenomeno della contrazione (Frank, 2004). Il termine emerge in Germania dopo il crollo del muro di Berlino, quando diverse città orientali registrarono un intenso e preoccupante calo demografico (Oswalt, 2005). Secondo diversi autori, proprio come la crescita non può essere intesa come un processo interamente positivo per gli effetti “collaterali” e le implicazioni

sul piano ambientale e sociale (inquinamento, migrazioni, insufficienza di abitazioni, sfruttamento della forza lavoro, etc.), la contrazione non sarà sempre vissuta come elemento negativo nello sviluppo sostenibile a lungo termine (Rink, D., Haase, A. and Bernt, 2009). Le smart shrinkage strategies sono politiche di programmazione e di governo del territorio sperimentali e sostenibili che accettano il fenomeno della contrazione e dello spopolamento e lo affrontano in termini realistici. Esse non assumono dunque come obiettivo primario il contrasto alla contrazione demografica, piuttosto fondano il proprio programma sull’attivazione integrata ed equilibrata di più azioni politico-economiche che assicurino il mantenimento del territorio e dell’abitato come luogo piacevole, salutare e sostenibile in cui vivere. Mentre l’idea di accettare il declino è spesso politicamente non gradita, è anche irrealistico aspettarsi strategie di sviluppo locale per contrastare le crescenti tendenze globali verso l’urbanizzazione. Le previsioni del Rapporto ESPON sulle Regioni Rurali Europee in Contrazione, indi-

cano che il continuo spopolamento diventerà la nuova normalità in molte regioni rurali periferiche nei prossimi decenni. L’obiettivo da perseguire diventerà quindi quello di assicurare una transizione gestita verso una base economica coerente con le realtà dei livelli di popolazione più bassi (Epson, 2017).

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Declinazioni architettoniche e urbane delle politiche di smart shrinkage

Alle politiche ispirate alla smart shrinkage devono evidentemente corrispondere modi del progetto alternativi e differenziati, percorsi ancora poco esplorati dalle discipline del progetto architettonico e urbano. Nelle comunità in contrazione economica e demografica le proiezioni e gli studi correnti indicano che nell’arco temporale di pochi decenni una gran parte del costruito perderà la funzione originaria e sarà destinato a rimanere inutilizzato (Oswalt, 2005). Si stima che le generazioni future disporranno di un numero di abitazioni,


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189 immobili e terreni agricoli in esubero rispetto alle necessità e alle possibilità di mantenimento e di riuso. Ne consegue che in assenza di specifiche azioni di governance dei processi in atto, il costruito dei paesi spopolati è in ampia misura destinato a un futuro di degrado e disfacimento. A fronte di questa condizione, non appaiono plausibili né praticabili le tradizionali modalità di intervento basate su paradigmi conservativi di riuso dell’esistente. Nei centri minori, in una logica e prospettiva di contrazione controllata, che non mira a incrementare gli abitanti ma persegue un riassestamento virtuoso, equilibrato e ridotto, non sussistono i presupposti per il riuso integrale del costruito. Non sembra plausibile in questi casi ipotizzare un recupero generalizzato non potendo assicurare la corrispondenza tra interventi di riqualificazione e usi. Evidentemente in questa prospettiva si rende necessario un diverso approccio al problema. Non tutto il costruito che ha saturato l’esistente storico nell’ultimo scorcio del Novecento ha le qualità minime che giustifichino la conservazione. A sostegno di un’ipotesi riduttiva è legata alla rinnovata percezione collettiva degli spazi

aperti pubblici e privati, luoghi di condivisione e di incontro, da dedicare alle attività abitative, che nella crisi pandemica hanno assunto un ruolo percepito come sempre più prezioso e necessario per la cura del benessere fisico e psichico dell’individuo. I luoghi necessitano dunque di essere ripensati in una relazione più adeguata alle effettive necessità dell’abitare. La progettualità “moderna” e le interpretazioni dell’abitare hanno frequentemente trascurato gli spazi aperti, anche minimi e interstiziali, in un quadro culturale che ha attribuito valore e consistenza alla materia, al volume e alla densità, a discapito dello spazio libero e aperto dei giardini, degli orti e dei cortili, sempre più limitati e costretti dalla proliferazione del costruito. Dunque, che cosa fare del patrimonio abitativo e produttivo in abbandono? Come immaginare configurazioni plausibili di equilibrio tra architetture abitate e spazi in disuso? È possibile ipotizzare scenari di inversione dei processi costruttivi? Di fronte a un tessuto edilizio denso e in parte degradato, destinato a rimanere inabitato, povero di spazi abitativi aperti, è possibile intervenire mediante modalità sottrattive e

riduttive, ipotizzando di restituire lo spazio alla natura decolonizzando il costruito? La ricerca ha provato a rispondere a questi quesiti indagando risposte attraverso gli strumenti del progetto architettonico e urbano. Ne è nata un’indagine che si è sviluppata anche in ambito didattico. Con riferimento al caso studio, gli studenti si sono cimentati nella ricerca di risposte concentrando la propria attenzione su alcuni ambiti del centro storico di Fluminimaggiore che costituiscono una proposta i cui esiti provano a dare risposte ai quesiti iniziali.

4

Un caso studio. Proposte progettuali di unbuilding a Fluminimaggiore

Le strategie di gestione dei fenomeni dell’abbandono, della dispersione e dello spopolamento hanno assunto nelle discipline del progetto portata e modalità interpretative differenti in ragione della consistenza scalare delle problematiche in gioco. Nelle periferie dei centri abitati postindustriali il progressivo

smantellamento delle attività manifatturiere e la riconversione dell’economia ai settori dei servizi, della ricerca e dell’innovazione tecnologica hanno innescato massicci processi di abbandono di interi pezzi di città, che hanno assunto carattere apocalittico e dimensioni imponenti (Coppola, 2012). In questi casi si è fatta strada la pratica dell’unbuilding che è divenuta progettualmente rilevante nel momento in cui il processo di decostruzione da attività di semplice demolizione è divenuta occasione di progettazione e di ricalibrazione del rapporto tra costruito e spazio aperto. La nostra ricerca ha interpretato l’esigenza del ripensamento del futuro delle comunità in contrazione come occasione di studio di nuovi rapporti tra volumi e spazi interstiziali mediante azioni progettuali di “decolonizzazione”, di ridistribuzione del costruito e di restituzione alla natura di spazi e manufatti non più̀ utilizzati e non più̀ rispondenti alle necessità di una popolazione numericamente ridotta. In questa prospettiva la denominazione Un.building del laboratorio didattico riflette un‘idea


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191 strategica e una modalità concreta di operare. Nonostante l’accezione privativa del prefisso un, unbuilding, decostruzione, non è una pratica nichilista e anti architettonica. Piuttosto essa costituisce una possibile via inversa del progetto capace di catalogare, smontare o invertire i rapporti tra spazio aperto e costruito, secondo una logica eminentemente sottrattiva. Una pratica che è intesa come declinazione architettonica delle politiche di smart shrinkage attuata attraverso interventi nel costruito da inquadrare in uno scenario di riduzione controllata della presenza umana. Il laboratorio ha immaginato una nuova condizione che sposa gli obbiettivi di sviluppo economico e di contrasto allo spopolamento già delineati dalla comunità fluminense nell’ambito del programma Happy Village. L’amministrazione

comunale ha recentemente promosso questo progetto come azione cardine di una politica di contrasto allo spopolamento orientata alla rivitalizzazione economica e sociale del paese2. Happy Village è guidato dall’omonima cooperativa di comunità (formata da cittadini, proprietari di case, artigiani, imprese e associazioni del terzo settore) che ambisce ad attivare a Fluminimaggiore una nuova economia della terza età convertendo una parte della propria dotazione edilizia in una residenza diffusa recuperata e destinata ad incontrare le esigenze e la domanda della popolazione europea pensionata di fascia medio alta, proveniente dai paesi del Nord Europa e propensa a trasferirsi nei mesi invernali nei territori dal clima mite del sud Europa. Oltre l’obiettivo strumentale della riqualificazione del vasto patrimonio edilizio

2. Il territorio di Fluminimaggiore negli ultimi decenni ha perso più di 400 abitanti per ragioni che sono da ricercarsi nel fisiologico invecchiamento della popolazione non compensato da nuove nascite e nella riduzione della popolazione più giovane emigrata a causa dell’assenza di servizi e di occasioni di lavoro. L’indice di vecchiaia descrive un rapporto significativo: nel 2018 il rapporto tra anziani e giovani e di 294,6 ogni 100. L’indice di natalità che rappresenta il numero medio di nascite in un anno ogni mille abitanti nel 2018 è zero. 3. Le stime dell’amministrazione comunale, aggiornate al 2020, indicano in circa 500 immobili la consistenza del costruito inabitato.

inabitato il programma intende contribuire a definire un’identità rinnovata del paese, fondata sui valori storici, culturali, ambientali e sociali, e orientata alla costruzione di un nuovo progetto di futuro. La nuova economia della residenzialità diffusa della silver age ha come obiettivo il contrasto allo spopolamento e l’incremento occupazionale. Il primo è perseguito oltre che mediante il ripopolamento semi-permanente generato dai nuovi abitanti anziani, anche dal mantenimento e incremento della popolazione attiva residente che beneficerà delle potenzialità della nuova economia. Il programma prevede ricadute occupazionali legate alle diverse professionalità che contribuiranno in maniera sostanziale e decisiva al funzionamento del programma, tra le quali: operatori del settore assistenziale e sanitario, operatori del settore turistico, artigiani, manutentori, e commercianti4. 3,

Nella seconda metà del Novecento il tessuto residenziale di Fluminimaggiore si è man mano saturato prevalentemente nel nucleo già con-

solidato nella prima metà del secolo. Il nuovo si è insediato nell’esistente con interventi di sostituzione orientati a mantenere compatto il costruito, intensificando la trama edilizia originaria, densificando l’esistente mediante aggiunte e superfetazioni e saturando gli spazi interstiziali vuoti e i lotti liberi. Come conseguenza indiretta della dismissione del distretto minerario del Sulcis, il paese ha subito un lento declino economico, che ha portato all’abbandono di molte abitazioni, sottoposte a processi di deterioramento diffuso. Dunque al processo di contrazione economico-demografica è corrisposto uno edilizio, spontaneo e non controllato, che ha seguito i tempi del degrado e del consumo della materia. In questo quadro, si rende necessaria una riflessione sulla praticabilità dei processi che ambiscano a regolamentare la transizione di un abitato che gradualmente necessita di riassestarsi su nuovi equilibri. Il lavoro di studio ha operato una ricognizione puntuale dell’abitato classificando e differen-

4. Si stima una ricaduta occupazionale in 1,5 posto di lavoro per ospite.


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193 ziando gli spazi vuoti e costruiti in base alle caratteristiche morfologiche, allo stato d’uso e manutentivo. Tra le diverse aree mappate sono state individuati otto ambiti su cui si è concentrata l’attenzione progettuale. Le proposte sviluppate hanno studiato modalità di restituzione alla natura di spazi interstiziali immaginati come fondativi di una rete di relazioni tra corpi di fabbrica e cortili ripensati come nuovi luoghi semipubblici, aperti e condivisi per consentire e favorire relazioni tra residenti temporanei della terza età e abitanti permanenti. In una fase iniziale di rilievo e ricognizione sono state individuate le caratteristiche degli spazi e dei manufatti, determinando una scala di valori capace di indirizzare le scelte progettuali. L’obiettivo della ricomposizione degli ambiti, teso a riequilibrare pieni e vuoti, è stato perseguito mediante una prima fase di rimozione di corpi di fabbrica ritenuti incongrui sia per consistenza volumetrica, sia per caratteri costruttivi o formali non irrinunciabili. Il progetto ha così proceduto in una seconda fase di ricomposizione, che ha trovato consistenza nella applicazione differenziata di tre principi insediativi

che gli studenti hanno diversamente declinato nello studio delle proprie proposte. L’ “addizione dilatata di pezzi” è ispirata al principio compositivo adottato da Rue Nishizawa in Moriyama house. Qui la relazione tra parti minime, disposte in distacco e messe in relazione da una trama minuta di spazi interstiziali, è sapientemente studiata in modo da mantenere in reciproca “tensione” le parti, così da determinare una configurazione equilibrata ed efficace. Lo spazio tra i pieni è protagonista del progetto ed è essenziale per favorire la vita collettiva e l’incontro della piccola comunità di abitanti. Un secondo principio, “disgiunzione-congiunzione”, si basa sull’idea che le parti scomposte e disgiunte a seguito della demolizione di superfetazioni e corpi incongrui possa ritrovare una nuova unità ricongiungendo le parti con connessioni architettoniche costituite da manufatti immaginati come suture e sviluppati secondo una dimensione lineare prevalente. Un esempio di questo modo di procedere è individuato nel progetto di recupero di abitazioni rurali M26 realizzato a Tolosa dagli architetti francesi Bast. Un progetto che procede scom-

ponendo l’esistente attraverso azioni puntuali di rimozione di parti incongrue e agisce ricucendo e ricomponendo i pezzi con l’inserimento di un’addizione minima: una pensilina chiusa da una vetrata a cui è affidato il compito di ricongiungere e innescare relazioni inattese tra interno ed esterno. Il terzo principio sperimentato è stato denominato “perimetrare-delimitare” secondo una idea di ricomposizione e riconfigurazione degli spazi ottenuta agendo sul bordo, agendo per darne consistenza materica e in qualche caso operando incrementandone “spessore” e consistenza in modo tale da conferire al perimetro un ruolo anche sul piano pratico e funzionale. L’applicazione dei principi compositivi in una logica interpretativa dell’unbuilding determina nei diversi casi la restituzione di ampi spazi costruiti alla natura, da destinare alla vita all’aria aperta, alla condivisione e all’incontro. Le operazioni di sottrazione, di ricucitura e di parziale addizione definiscono il riassetto di contenute parti urbane, da destinare all’occupazione temporanea dei nuovi abitanti stagionali della terza età. Gli interventi sono interpretati come

azioni di graduale rimozione, come atti creativi all’interno del ciclo di creazione e rimozione. Un attento e delicato processo di smontaggio, catalogazione, riuso e di parziale cancellazione dell’esistente. Un processo di decostruzione che rende deliberatamente assente qualcosa e che capovolge anche il ruolo consolidato dell’architetto come creatore di accumulazione. In definitiva, decostruzione e costruzione coesistono come due facce della stessa medaglia e determinano scenari architettonici urbani adeguati su un nuovo equilibrio economico e demografico.


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Fig.

1

Progetto di Un.building, vista assonometrica di un isolato (A. Perseu).

Fig.

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Spazi intermedi ad uso collettivo (A. Perseu).


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Fig.

4

Assonometria di progetto (A. Pischedda).

Fig.

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Schema del processo di Un.building (A. Pischedda).


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Fig.

6-7

Spazi intermedi ad uso collettivo (A. Pischedda).

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Abstract

SARDEGNA CITTÀ-TERRITORIO Per una struttura urbana continua tra centri urbani consolidati e aree interne Giorgio Peghin

L’idea di città-territorio della Sardegna viene descritta come proposta di un progetto per un modello insediativo capace di dare risposta ai temi della crisi delle aree interne e dei modelli urbani consolidati e come una possibilità di realizzare un abitare diffuso in cui possiamo vivere ovunque, in una condizione post-covid in cui si rilancia l’idea che l’intero territorio regionale – aree urbanizzate e aree interne, paesaggi rurali e naturali - possa essere una risorsa per la costruzione di una città come organismo collettivo e rappresentativo di una cultura di un popolo. In questa idea, il superamento della separazione tra città e campagna genera una condizione di “uguaglianza” e di accesso ai servizi primari, alle opportunità economiche e sociali, all’offerta culturale e formativa. Una città-territorio connessa da reti, materiali e immateriali, da servizi, supportata da una griglia nella quale sia possibile distribuire equamente i servizi primari, le strutture produttive, i luoghi

The idea of the city-territory of Sardinia is described as a proposal for a settlement model capable of responding to the issues of the crisis of inland areas and consolidated urban models, and as a possibility of achieving widespread living in which we can live anywhere, in a post-covid condition in which the idea is relaunched that the entire regional territory - urbanized and inland areas, rural and natural landscapes - can be a resource for the construction of a city as a collective organism and representative of a culture of a people. In this idea, overcoming the separation between city and countryside generates a condition of “equality” and access to primary services, economic and social opportunities, cultural and educational offerings. A city-territory connected by networks, material and immaterial, by services, supported by a grid in which it is possible to distribute equally primary services, productive structures, places of research and training. The idea of this city-territory is built


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203 della ricerca e della formazione. L’idea di questa città-territorio viene costruita inizialmente attraverso una “carta” rappresentativa delle differenze insediative del territorio ma riconducibile ad alcuni noti e consolidati modelli teorici dell’urbanistica moderna. Questa rappresentazione analogica consente il ricomporsi delle figure urbane eterogenee in una nuova matrice territoriale che consente di rivelare i territori reali, con le loro dinamiche, le loro regole, i loro processi interni di evoluzione e sviluppo, ma all’interno di un quadro più ampio in cui si possano definire con maggiore chiarezza strategie di coesione e complementarità. Riferimenti che servono per far scaturire un’altra idea di città, un’altra idea di abitare.

initially through a “map” representative of the differences in settlement of the territory but referable to some known and established theoretical models of modern urban planning. This analogical representation allows the recomposition of the heterogeneous urban figures in a new territorial matrix that reveals the real territories, with their dynamics, their rules, their internal processes of evolution and development, but within a broader framework in which strategies of cohesion and complementarity can be defined with greater clarity. References that serve to give rise to another idea of the city, another idea of living.

«Il termine città territorio costituisce già una prima risposta, un tentativo timido di soluzione a quella domanda che oggi ci appare più che mai urgente: qual è la dimensione fondamentale cui far riferimento nelle nostre ipotesi di sviluppo urbanistico? Qual è, anche, la struttura che inquadra la nostra ricerca formale?» (Piccinato 1962; 16). Con questa domanda si apriva un noto saggio di Piccinato, Quilici e Tafuri che si interrogava sul cambiamento di scala del progetto urbano e sulla necessità di attribuire un significato nuovo alle strutture territoriali in formazione e alla dissociazione città-campagna. La città moderna e contemporanea si è trasformata, infatti, da configurazione compatta che concentrava in uno spazio delimitato funzioni, servizi e residenza a una configurazione più aperta, in cui le attività sfumano nel territorio, provocando grandi vuoti e processi di discontinuità spaziale. Non è una novità nella storia dell’urbanistica se pensiamo alla presenza di forme urbane “alternative” alla città compatta,

caratterizzate da strutture policentriche o reticolari organizzate in porzioni di territorio più o meno vaste, come in alcune civiltà arcaiche del mediterraneo; ma gli effetti nel paesaggio contemporaneo della crisi nei rapporti spaziali tra città e campagna e della reciprocità tra spazio urbano e rurale, tra urbano e natura, ha generato uno spazio indifferenziato senza più locus, disgregandone i limiti, il “solco” (de-lira) che ne consentiva una definizione formale. È una città che non rappresenta la civitas, una comunità urbana intrecciata ad un paesaggio che produce ricchezza e benessere, esemplificata nel dipinto di Siena del Lorenzetti e non rappresenta più l’immagine positiva di una città prodotta da un ordine razionale che esprime ed incarna una nuova concezione delle relazioni sociali ed economiche1. La domanda dei tre autori è, in questo senso, attuale e costituisce il punto di partenza per immaginare una Sardegna città-territorio, una

1. Il locus, da spazio di riferimento della città ordinata, si dissolve per lasciare il posto ad un sistema di non-luoghi, un concetto efficace se applicato alla città contemporanea. Per un approfondimento sulla dinamica della trasformazione urbana in epoca contemporanea si fa riferimento a M. Cacciari, Metropolis. Saggi sulla grande città di Sombart, Endell, Scheffler e Simmel, Officina, Roma 1973; M Cacciari, La città, Pazzini Editore, 2004.


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205 visione ispirata alla letteratura e alla tradizione di studi urbani che, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, avevano riconosciuto nel valore della rete territoriale e nell’infrastruttura un riferimento fondamentale per la costruzione di sistemi urbani complessi e per la riorganizzazione logica delle forme di urbanità che iniziavano a colonizzare – senza un disegno complessivo – il paesaggio contemporaneo delle metropoli. Erano anni in cui per molte città, anche medie, si pianificavano quartieri e nuclei satelliti in una visione comunitaria e integrata: dalle villes nouvelle francesi alle new town inglesi, ai quartieri INA casa italiani, questi nuovi sistemi urbani tendevano a leggere il territorio come un’equilibrata struttura di relazioni. Come ha scritto Carlo Aymonino, «il presupposto di tale ideologia era una prospettiva di mutamenti e di sviluppi omogenei in tutto il territorio nazionale, capaci di trasformare senza scosse, come somma di interventi limitati e controllabili, la società nel suo insieme.

Un progresso paternalistico che permettesse di portare la campagna al livello della città attraverso il decentramento» (Aymonino 1962; 15). Queste ipotesi di lavoro e il loro risultato si fondava su studi e ricerche che da Howard a Geddes avevano ipotizzato la possibilità di definire un’idea di città alternativa a quella compatta, ma si continuava a postulare un rapporto di dipendenza tra città e campagna a vantaggio di quest’ultima, nonostante la formazione di un concetto di città-regione sorto sulla base di una lettura delle teorie di Mumford e Gutkind, in cui il concetto era declinato come visione comunitaria integrata. In Italia questa ipotesi era stata definita con il contributo teorico di Gustavo Giovannoni2. La riflessione urbana di Giovannoni è stata colta da Françoise Choay come una delle prime manifestazioni della cultura post-urbana, cioè della possibilità di un dispiegamento su differenti scale della città «le grandi maglie tecniche

2. L’opera scritta di Giovannoni è fondamentale per comprendere la costruzione della disciplina urbanistica in Italia, ma è oggi ritenuta centrale nel precorrere alcuni temi sulla città moderna e sul processo attuale di urbanizzazione. Cfr. G. Giovannoni, Vecchie città ed Edilizia nuova, Torino 1931 (nuova edizione a cura di F. Ventura, Città Studi, Milano 1995)

della modernità reclamate dall’accelerazione galoppante delle comunicazioni e dei trasporti si dispiega alla scala del territorio e dei territori, ma dev’essere associata e combinata ad un modo di sistemazione locale che produce l’edilizia minore: cioè a quel modo che, alla scala della quotidianità, offre alla percezione spazi articolati, dimensionati proporzionati, atti ad accogliere la casa, il riposo, la vacanza» (Choay 1992; 26). Giovannoni percepiva, dunque, i rischi di una pianificazione tendente a cancellare l’urbano e il rurale, quello che in parte si è poi definito con la nascita della “città diffusa”, concetto comunque assai più complesso e articolato di quanto si possa pensare riconoscendo in questa modalità di costruzione della città esclusivamente l’aspetto strutturale e figurativo. Gustavo Giovannoni «rifiuta di considerare le due scale come reciprocamente esclusive; inoltre conferisce a entrambe una doppia vocazione, pratica ed estetica. Dal momento in cui la città di più milioni di abitanti non è più concepita, come in Sitte, secondo la forma unitaria e organica della città tradizionale, ma, al contrario, come arti-

colazione di due scale spaziali rispettivamente dedicate a due tipi di relazioni e di comportamenti, la progettazione urbana cessa di scontrarsi con varie impossibilità, contraddizioni o mezze misure. Il tessuto antico, paradigma della scala locale e di ciò che Giovannoni parlando di Sitte definisce felicemente “un’estetica tranquilla”, perde la dimensione obsoleta della storia per acquisire la dimensione vivente della storicità. Le regole e i principi di Sitte trovano, come Sitte stesso aveva in parte intuito, una doppia vocazione. Guidano l’intervento su centri storici ormai inseriti in reti di infrastrutture tecniche a scala territoriale e, nello stesso tempo, possono dirigere la concezione di nuove agglomerazioni. Queste ultime cessano allora di essere appendici, periferie o rimedi: diventano creazioni spaziali originali, sollecitate dagli sviluppi della tecnica» (Choay 2002; 12-13). Le teorie sul decentramento, sulle new-towns e sui nuclei autosufficienti - se si escludono le comunità di matrice olivettiana - si sono concretizzate nella cultura italiana solo con schemi urbanistici e modelli operativi, tralasciando di assumere le ipotesi culturali, politiche e sociali,


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207 questione che ne ha ridotto la portata in termini di prospettiva e alternativa. Ma rimane l’idea di poter immaginare il superamento del processo di ipertrofizzazione della città entro maglie che coprono ampi territori, trasformandolo in un’opportunità di riorganizzazione della struttura insediativa esistente, evitando di considerare il territorio esteso come un “campo” omogeneo in cui ogni punto sia equivalente, riducendone così le vocazioni e le potenzialità differenziate. L’idea di città territorio, quindi, può ridefinire un nuovo assetto sociale ed economico e, nell’ipotesi di una Sardegna città-territorio, dare una risposta concreta alla questione delle aree interne, tema fondamentale per immaginare nuove forme di equilibrio dinamico dell’economia che possono innescare processi di ripresa demografica e riattivare forme di recupero dell’edilizia. Questo tema, infatti, non può essere affrontato come un campo autonomo separato dal più ampio tema dell’abitare contemporaneo e va ricondotto in una visione multiscalare che può rappresentare la ricomposizione della frattura città-campagna, relazione ancora perce-

pita come un’opposizione tra i due spazi e ridotta ad una forma di sub-ordinazione dei territori rurali nella dimensione urbana. Il termine città-territorio è stato, soprattutto in passato, oggetto di una riflessione complessiva e di una definizione teorica che oggi andrebbe aggiornata e rivista alla luce delle dinamiche contemporanee. Questo concetto, infatti, ha bisogno di una rivisitazione e di un’attenta ricostruzione storico-critica e bibliografica, necessaria per ridefinirne una operatività teorica in un contesto come quello che ci proponiamo di studiare. Tale ridefinizione dovrà, naturalmente, fondarsi su un campo teorico interdisciplinare che intreccia l’architettura, l’urbanistica, la geografia urbana e rurale, l’economia, campi del sapere e del fare necessari per riconoscere e comprendere le strutture complesse della contemporaneità. Un modello policentrico, quindi, sulla base di un piano territoriale ed uno locale che, ridefinendo i rapporti tra città e campagna, ricostruisce un ordine entro il quale i nuovi nuclei, i quartieri, i centri storici vengono ricondotti in un organismo urbano nuovo.

È necessario però sottolineare come questo nuovo ordine non debba tradursi in un modello “finito”, fondato su logiche spaziali razionalizzanti o rigide gerarchie relazionali, ma deve confluire in una configurazione basata su differenti modelli – spaziali e organizzativi - che assicuri flessibilità alla scala del nucleo minino sino a quella della struttura generale. Una “nuova forma” che si concretizza nella variabilità dei suoi limiti e delle sue relazioni e che aderisce ai processi continui e variabili della realtà. Il paesaggio contemporaneo, in questo senso, può apparire come un territorio-patchwork che si frantuma in tante unità, alcune autonome, altre interrelate, ricompondosi come rete dalle gerarchie continuamente in formazione e trasformazione. Una nuova forma di città che, se confrontata con quella storica o con le utopie e gli ideali urbani dei secoli passati, esprime il senso di una limitazione di ogni aspirazione verso l’ordine compiuto della forma. Jean Starobinski notava come nella nostra società prevale la convinzione che lo spirito dell’epoca sia contraddistinto, per dirla con le sue parole, «dall’incoerenza, dall’assurdo, dalla confusione

delle lingue, dalla perdita e dalla dissipazione dei valori tradizionali della cultura» (Starobinski 1985; 34). Egli affermava, al contrario, la possibilità di decifrare il nostro tempo attraverso una razionalità non superficiale capace di far emergere da una realtà la cui immagine è apparente, insiemi comprensibili dotati della compresenza di strutture eterogenee e simultaneamente presenti. Se guardiamo agli esiti della sua rappresentazione e alle sue declinazioni teoriche ed operative, la patchwork metropolis - termine coniato da Neutelings per rappresentare questa nuova condizione urbana (Pisano 2018) - riesce a tradurre l’informe in una struttura organizzativa che, oltre l’apparenza, condiziona e produce un esito formale. Un concetto di forma - è bene sottolineare - che mette insieme elementi eterogenei in una unità inseparabile senza aspirare ad una definizione geometrica stabile. Ciò che interessa, infatti, non è il contenuto apparente di una forma ma il tipo di processo che ci consente di definire, o rintracciare, il principio stabile della struttura territoriale. Non la forma come principio stilistico, ma la forma come struttura capace di rappresen-


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209 tare il territorio nella sua sostanza de-storicizzata. L’idea di una Sardegna città-territorio, quindi, deve essere spiegata e rappresentata alla luce di una declinazione teorica basata su nuovi principi di riorganizzazione territoriale, con la consapevolezza dei limiti che questo temine ha avuto in passato, almeno sul fronte della sua operatività; anche gli strumenti attuativi e di progetto devono essere ripensati e ridefiniti, in quanto questa struttura territoriale - già “presente” come elementi fondativi e solo in attesa di essere “svelata - è limitata nella sua possibilità di esprimerne il potenziale proprio per una carenza normativa e per l’impossibilità oggi di emergere con chiarezza come alternativa concreta e operativa. Per fare questo è necessario, come prima elaborazione teorica e progettuale, una rappresentazione che possa portare ad un riconoscimento di tale struttura, una grande “carta” che, attraverso la suddivisione dell’isola in aree insediative omogenee produca una prima sintesi del complesso “mosaico” delle forme dell’abitare nel territorio. Questa carta dovrà rappresentare

la Sardegna come una grande “città” costituita da diversi modelli insediativi raffigurati come frammenti che si offrono nella loro autonomia formale e funzionale e che coesistono entro una rete connettiva che riunisce tutte le differenti modalità dell’abitare individuate. L’immagine alla quale si perviene è una concatenazione di “modelli di città”, alcuni formulati sulla base dell’idea di città compatta, altri riferiti a modalità estensive. Si tratta, in effetti, di una sorta di tassonomia di forme e idee urbane della storia della città moderna e contemporanea, entro la quale ritroviamo e riconosciamo modelli in cui si sono declinate aspirazioni differenti e visioni anche oppositive sul destino o sulle prospettive del disegno e dell’interpretazione della città. Questa scelta di modelli differenziati è un metodo che consente di evitare una visione omogenea della città e di accettare la complessità come condizione necessaria e concreta dell’abitare contemporaneo. La costruzione di questa carta è, quindi, un progetto: usa questi modelli senza necessariamente trasformarli in riferimenti diretti; cerca corrispondenze tra

una situazione reale e la possibilità di una loro interpretazione entro le forme di questa letteratura urbana; serve soprattutto per suscitare una “visione” orientata verso l’immagine di una grande città costituita da un patchwork di forme, funzioni e paesaggi differenti. L’uso di queste “immagini “, quindi, e strumentale anche alla possibilità che le stesse si offrano come “icone” capaci di facilitare, nella fase iniziale del progetto, un processo di comunicazione immediato e di facile interpretazione: riferimenti al progetto di Broadacre City o alla Ciudad Lineal di Soria y Mata o No-stop City, la città continua di Archizoom, ad esempio, rimandano immediatamente a certe immagini di città e a certe ricerche sulla forma della città contemporanea. L’uso di queste “figure urbane” consente l’immaginazione di una città e, per certi versi, svela ciò che concretamente è presente nel territorio ma che rimane “forma muta”, per l’assenza di un codice interpretativo che ne consenta una sua definizione in termini di potenziale urbano. Questa carta dovrà ispirarsi, in questo senso, alla Tavola della Città Analoga di Aldo

Rossi, un disegno che ha avuto la straordinaria capacità di trasferire un’idea di architettura attraverso la trasposizione analogica di figure e immagini consolidate nella memoria collettiva. C’è comunque una differenza: la Tavola di Aldo Rossi si riferiva ad un’invenzione, mentre questa carta della città-territorio usa lo strumento del collage per riferirsi ad una realtà effettiva, per far scaturire, attraverso la memoria dell’immagine, una concreta e reale forma di città che esiste, almeno nella sua struttura potenziale. Una prima fase del lavoro, dunque, consiste nell’individuare la corrispondenza tra forme insediative del territorio – ridefinite come sintesi dei complessi processi di formazione dei paesaggi contemporanei – e alcuni modelli urbani, scelti anche per la loro “eloquenza” e la capacità di immediatezza nel trasferire e suggerirne il modello teorico di riferimento. Queste forme insediative sono “ambiti” di paesaggio omogenei, un concetto consapevolmente riduttivo e/o semplifitivo dell’articolato palinsesto territoriale: gli ambiti urbani e/o metropolitani, quelli delle Bonifiche agrarie, quelli delle forme insediative lineari, costiere o sorte lungo diret-


210

211 trici infrastrutturali, quelle policentriche come nella Marmilla; altre sono più complesse, anche nella loro interpretazione, come ad esempio gli insediamenti di montagna o quelli estensivi delle zone rurali storiche, come la Nurra, la Gallura o il Sulcis. Questi ambiti riconosciuti vengono associati ad alcune figure urbane. Ad esempio, le strutture lineari la come la dorsale infrastrutturale che collega Cagliari a Sassari vengono immaginate attraverso la Ciudad Lineal di Soria y Mata e l’idea di un processo continuo che non si configura come un campo finito; il sistema urbano lineare individuato nella dorsale della Valle del Cixerri e che collega le grandi polarità urbane e produttive di Cagliari e del Sulcis è raffigurata dalla Magnitogorsk di Ivan Leonidov, la città lineare industriale Sovietica che può rappresentare più efficacemente questo modello urbano-produttivvo. Negli ambiti di Bonifica la corrispondenza tra sistema insediativo reale e modello è quasi immediata, anche perché alcuni progetti – come Broadacre City di Wrigth del 1935 – era il frutto di una riflessione concreta sui processi di trasformazione territoriale

che il New Deel stava attivando e che avevano influenzato profondamente la vicenda della colonizzazione agraria europea e italiana tra le due guerre e nell’immediato dopoguerra. Anche visioni come quella di No-stop City, la città continua senza città di Andrea Branzi e Archizoom del 1966 può rappresentare quelle forme dell’habitat disperso difficilmente collocabili all’interno di forme urbane compiute o comunque maggiormente intellegibili. La carta così composta da una “collezione” di figure e riferimenti teorici è immaginata come un mosaico di tavole, alla maniera della Carta di Roma di Giovan Battista Nolli del 1748, e dovrebbe consentire un «rovesciamento della Memoria dal passato al futuro, dell’Immaginazione del futuro al passato», come scriveva Carlo Giulio Argan riferendosi a quella straordinaria esperienza creativa di Roma Interrotta del 1978 (Argan 1978; 12). La carta è, in tal senso, anche una sorta di astrazione progettuale del territorio reale che consentirà una più precisa definizione della struttura progettata, facendo emergere quelle figure richiamate degli esempi. Questo “processo” è una narrazione: raccon-

tiamo una città che non c’è, che immaginiamo; una grande città-territorio, costituita di diversi modelli insediativi che di fatto, in forma di potenziale inespresso, sono già presenti. Questa visione non è solo una narrazione ma consente di individuare gli elementi di un progetto che dovrà svilupparsi come ampio spettro di possibilità per la riconfigurazione spaziale e politica delle città, delle zone interne, degli ambiti rurali, delle zone costiere e ambiti montani, tutti ricondotti ad una unitarietà di struttura – ma non di forma - attraverso reti infrastrutturali materiali e immateriali, sistemi di servizi, mobilità. Il progetto, nell’intuire le “vocazioni” territoriali verso alcuni modelli, dovrà orientarne lo sviluppo: ad esempio, la città lineare rafforza i principi insediativi lungo le direttrici infrastrutturali; la città policentrica rafforza i nuclei densi; la città No-stop City è sistema insediativo continuo. Questa carta è un Manifesto. È l’immagine di una prefigurazione possibile, di un progetto collettivo in cui siano risolti i remi della perifericità di alcune zone, della prevalenza insediativa in altre, della città ineguale.

La riflessione che portiamo all’attenzione di questa ricerca fa sorgere una domanda: perché pensiamo al territorio regionale come ad una città-territorio? Noi pensiamo ad un territorio diffuso dell’abitare in cui possiamo vivere ovunque, in una condizione post-covid in cui si rilancia l’idea che l’intero territorio regionale – aree urbanizzate e aree interne, paesaggi rurali e naturali - possa essere una risorsa e un’alternativa ai processi di urbanizzazione che generano il de-lirium della città come organismo collettivo e rappresentante una cultura di un popolo. In questa idea, il superamento della separazione tra città e campagna – nel senso del riconoscimento di uno statuto “urbano” complessivo – consentirebbe una scelta del luogo e del modo in cui abitare in una condizione di “uguaglianza” e di accesso ai servizi primari, alle opportunità economiche e sociali, all’offerta culturale e formativa. Una città-territorio connessa da reti, materiali e immateriali, da servizi, supportata da una griglia nella quale sia possibile distribuire equamente i servizi primari, le strutture produttive, i luoghi della ricerca e della formazione.


LA CiT Tà TerriTorio

GenealoGia LA CiT Tà TerriTorio

La Ciudad Lineal

Soria y Mata 1880–1890 “Un’unica strada di cinquecento metri

"Dato che una tale qualità dell'aria genera degrado soltanto nelle parti della città dense, chiuse e malate, ho pensato di prevenire il problema costruendo le nostre città sulla base di un piano più libero, aperto. scacchiera come un piano. Ipotizzate i quadrati neri

Thomas Jefferson 1802-1817

a es cg iraatdi o " D a t o c h e u n a t a l e q u a l i t à edqe u l le' al lrii ab igaenncehria l d liberi con alberi e cespugli.

soltanto nelle parti della città dense, chiuse e malate, Per ogni quadrato costruito

ho pensato di prevenire il problema costruendo le ci saranno quattro quadrati

nostre città sulla base di un piano più libero, aperto. liberi e ogni edificio si affaccerà su uno di questi.

T ho mas Jef f ers o n 1 8 0 2 - 1 8 1 7

e “BUrn u’xuenl liec sa. sM t reatdt eat ed ii n mcei znzqou e a cqe u a es tt rr ii s c i a n et os t m dd e ii tl raer n i eez d gh z ae i et rdaem l l ,a c ol unndguht teuz rz ea pneerc el s’ as a cq r iuaa: , il gas e l’elettricità,

questa sarà la città del

serbatoi, giardini e, a

Ipotizzate i quadrati neri destinati a costruzioni,

Per ogni quadrato costruito ci saranno quattro quadrati

liberi e ogni edificio si affaccerà su uno di questi.

“Forma e funzione si fondono in Broadacre. Ma t àosdaerlàl oum g uoas lter aa qquuaetltlrao d e l l a B r o a d a c rL e 'a n tom n ohs af efrian adleiltlàa! cI il t m m i g l i a q u a d r a t e d i u n a c a m p a g n a s v i l u p p a t a p ocnaem nd p oa g n a " l’acro come unità.[…]L’attenzione è rivolta alla [loro] diversità, piantumate con alberi utili e belli, garantendo privacy e precise suddivisioni rurali.”

Fig.

1

p rl ’oavcorcoa tcoo m un t riat às f. [o… rm i nl tcaa paal lcai t[àl odrio ] e au n ] La’zaitot n e ne ,z im o ne n e tèr er ilv’ o p rdei vv ee d l ii ae n f fteutm t i adt ei qc o un e sat il bneuroi vui t iml ie ze zbi ehl a r seirteà ,g p l i ,p ge ar m r aenstseon d o a lpl rai vc ai tctyà ed ip rees cpiasne dseurds d i iivni sm i oondio r cuor saìl ia. ”b n o r m e c h e n e è risultata una condizione di caos”

T he new re g i o na l p a tte rn

degli edifici, di dar vita a quegli agglomerati mostruosi che costituiscono, n “e B l lies oc gi tnt a à p mooi d e r n e , un fenomeno

assolutamente evitare,

frequentissimo.

quando si progetta

e Pietroburgo, Pechino

gli edifici residenziali

e Bruxelles. Mettete in

lungo una sola linea,

mezzo a questa striscia

lasciando davanti alle

dei treni e dei tram,

finestre gli alberi, i

ospedali, polizia etc e

sarebbero risolti in una

volta sola tutti i complessi

ob n ldeumt tiucrhe epseornlo’ accaquusaa,t i p cr o ’ eel eptot rpiocliat àz ,i o n e d iall lg’ae sn oe r lm e ,a n aa.” d seel lrab antoosit,r gai a v ri tdai nuir b intervalli, edifici per i diversi servizi municipali: la caserma dei pompieri,

la distribuzione degli edifici, di

dar vita a quegli

agglomerati mostruosi che costituiscono,

nm e lpl ei , cli’tat cà qm o ”d e r n e , ca ua un fenomeno

Socgorod

s si lij m Nfi rk eoq l auj eAn.t iM u toi n. 1 9 3 3 Sarebbe molto più razionale costruire gli edifici residenziali

L a c i t t à d i C h a n d i g a r h è p li u a n igfoi cuant aa as lollaa l i n e a ,

ospedali, polizia etc e

s c a l a u m a n a . C i m e t t e i n c loanstcaitatnodcoo n d agvlai n t i a l l e

sarebbero risolti in una

infiniti mondi e con la natu f irnae.s t r e g l i a l b e r i , i

volta sola tutti i complessi

C i a r r i c c h i s c e c o n s p a z i e dc a ed mipf iic, i l ’paecrqtuuat”t e le attività umane con le quali i cittadini

S ocgor od

possono vivere una vita piena e armoniosa.

della nostra vita urbana.”

Chandig arh

L u“dFwoirgmHai l e b efrusn e zi m i oenr e 1s 9 i 4f o5n- 1 d9 o4 n9 o in Broadacre. Ma “L r soad edlal ot umt toes tlrea cqi tutaàt t r o Bar ocaidt taàc rceo nntoenmhpao rfai n ae a l i tèà !d iI vl em d eml i p e cpcpaant iac ip ohn a ennndoo g laisas aqtuoa. dLr ’aitnedduis turni aa ec ai mt rpaasgpnoar tsiv m ilu

la distribuzione

razionale costruire

dall’enorme popolazione

lo y d Wrig 1 9n3a 5 l pattern TFrank h e nL ew r e ghti o

quando si progetta

Sarebbe molto più

problemi che sono causati

B ro a da cre Ci ty

assolutamente evitare,

potrebbero essere Cadice

scacchiera come un piano. campagna"

“Bisogna poi

futuro, le cui estremità

intervalli, edifici per i

la caserma dei pompieri,

liberi con alberi e cespugli.

Fr a n k L l o y d W r i g h t 1 9 3 5

S o ria y Mata 1 8 8 0 –1890

e Pietroburgo, Pechino

Concepite, per esempio, la

e quelli bianchi lasciati

Broadacre City

p Li o t r ne e b ba e rlo e s s e r e C a d i c e

diversi servizi municipali:

L ' a t m o s f e r a d e l l a Tc ihe ttà sarà uguale a quella della

Che c kbo a rd Town

f uLa t u r oCi , l euda c u i ed stremità

L e Cor bu sier 1951- 1958

L’uso dell’analogia, dell’immagine traslata, del riferimento ci serve, così, per disvelare una realtà che è potenziale, che esiste se riusciamo a vederla, che ricorre a quella dimensione “arcaica” o “medioevale” di un territorio tutto abitato. Ecco perché la costruzione di una nuova narrazione è necessaria per questo “disvelamento”. L’idea di questa città-territorio costruita attraversa il campo “dell’astratto” per ricomporsi in una realtà altra, concreta, una nuova matrice territoriale. L’astrazione dei modelli - che non hanno una diretta corrispondenza con la realtà - ci serve per rivelare i territori reali, con le loro dinamiche, le loro regole, i loro processi interni di evoluzione e sviluppo, ma all’interno di un quadro più ampio in cui si possano definire con maggiore chiarezza strategie di coesione e complementarità. I modelli ci servono per far scaturire un’altra idea di città, un’altra idea di abitare.

destinati a costruzioni,

questa sarà la città del

Chandigarh

212

Concepite, per esempio, la

lunghezza necessaria:

Le Corbusier 1951-1958

The Checkboard Tow n

di larghezza e della

Nikola j A . Miljutin 1933

Qui possiamo raggiungere la bellezza e il cuore della natura.

La città di Chandigarh è pianificata alla scala umana. Ci mette in contatto con gli

Islamabad

infiniti mondi e con la natura.

Constantinos Apostolou Doxiadis 1960

Ci arricchisce con spazi ed edifici per tutte r eu al al i ni actiut rt a ad . ini l e a t t i v i“tD à oubmbai anm e oc osna llvea q s eorn va p o s s o n oDvoibvbe irae muon ac ovni tsae rpviaernl a a , epar er m i orsl aa ,.

Q u i p o ses iaanmcoh er asgvgi li u up np g earrel al.a Dboebl lbeizazm a oe pi el r

portare la natura nella città dell’uomo

cuore della natura.

NL o Sto p ers C eimer i t y 1945-1949 ud-wig Hilb e non tenerla fuori per essere visitata GENEALOGIA. Andrea Branzi 1970 solo durante i week-end” “La città contemporanea è diversa da tutte le città LA CITTÁ TERRITORIO. Udneal ipmam r oo a l l ’ i n t e r n o s saagtion. eLd’ ienl ldau cs ti trti àa ien it etsraa scpoomr tei umne cc caamnpi coi nheaunt n d eplr oqvuoaclae t loe udni av i tsri a o snfio trrm a acziitot n à ee, cmaemnpt raeg nl ’ai ,n ct raap aacr it ti àf i cdiio e n a t u r a , t r a Tavola tratta dal “Progetto i npdrue svterdi a s ei m r ee zszpiah z iao paedr m u ens ss o istema aperto e ree rgel is iedfef n e tztai d qb u reas n t ionluaos vc ii am Isl am ab ad di Città-Territorio nella Valle e af l leas sciibt it làe .d i e s p a n d e r s i i n m o d o c o s ì a b n o r m e c h e n e è Co n sta ntinos A postolou D oxia dis 1960 risultata una condizione di caos” del Cixerri in Sardegna”; “Dobbiamo salvare la natura. Dobbiamo conservarla, preservarla, Coordinamento: e anche svilupparla. Dobbiamo per Jordi Bellmunt, Giorgio Peghin; Co-docenti: Carlo Pisano, Ippolita Nicotera; Tutors: Angelo Carcangiu, Alfonso portare la natura nella città dell’uomo N o Sto p Ci ty Annunziata; Collaboratori e consulenti: Stefano Asili (grafica), Giuseppe Fara (demografia), Benedetto e n o n t e n e r l aMeloni f u o r i p e r(sociologia essere visitata And rea B ranzi 1 9 7 0 lo durante i week-end” urbana e rurale), Giaime Meloni (fotografia), Giangiacomo Ortu (storia del territorio), Faustos oPani (scienze della terra). Una immagine della città intesa come un campo neutro all’interno l q uSCUOLA a l e l e d i v i s i oINTERNAZIONALE n i t r a c i t t à e c a m p a g n a , tESTIVA r a a r t i f i c i oDI e nARCHITETTURA: atura, tra Progetto sviluppato nell’ambito dellad e3a Sardegna. Il territorio dei industria e residenza sembrano lasciare spazio ad un sistema aperto luoghi. Paesaggi culturali, Cagliari 2014. e flessibile.

213


214

Th e Ch eCkb oard To wn

l a Ci u dad li ne al

SoC Gor od

br oa d a C r e C iT y

1 8 0 2 -1 8 1 7

1880–1890

1933

1935

il contributo all’architettura urbana Americana

La città lineare è stato sicuramente uno dei

Nikolaj Aleksandrovič Miljutin espose i propri

La critica di Wright della proprietà privata,

di Thomas Jefferson è ampiamente noto e

modelli che ha avuto più successo nella storia

principi teorici nello scritto fondamentale

dell’eccessivo consumo e accumulo di ricchezza

documentato. Sostanzialmente la sua idea per

dell’urbanistica. e’ importante premettere che la

Socgorod (1933) che molto influenzò il dibattito

associata alla città industriale, diventa una

la città di Washington, una semplice griglia

proposta di piano di Soria y Mata è un’idea, uno

dell’avanguardia sovietica sul tema della nuova

parte fondante della critica sociale contenuta

rettangolare, costituiva certamente una valida

schema, un’impostazione, una pianificazione più

città negli anni Trenta-Quaranta.

in Broadacre, proponendo un modello organico

alternativa allo schema baroccheggiante

regionale che urbanistica che prescinde da un

elaborò il modello di una città lineare

indigeno per gli insediamenti del Nord America

di L’enfant, il quale, prendendo spunto da

criterio estetico a vantaggio della funzionalità.

continua “a nastro”, derivante dalle logiche

attraverso un piano essenzialmente sterminato

Versailles, propose un piano morfologicamente

e’ una città attraversata da un’unica arteria

di funzionamento della produzione industriale

di paesaggi coltivati. evitando la tradizionale

simile (una griglia regolare) tagliata da numerose

assiale, lungo la quale il movimento si svolge in

basata su una dislocazione razionale degli

destinazione europea tra città è paesaggio,

diagonali. La peculiarità distintiva del progetto

linea retta, senza essere interrotto da correnti

impianti lungo una serie di linee ben precise.

Broadacre propose, rifacendosi al concetto

di Jefferson consisteva in un’evoluzione della

trasversali di traffico, in modo tale da migliorare

La suddivisione in zone doveva essere

di Henry Ford delle infrastrutture regionali, un

griglia, la scacchiera: lasciando inalterata

il sistema di comunicazione che ne accompagna

organizzata secondo una precisa sequenza di sei

sistema di arterie viarie e di comunicazione,

l’ortogonalità dei collegamenti viari, l’obiettivo

lo sviluppo. Le case affacciano sulla via

fasce o zone parallele da rispettare rigidamente

inserite nella griglia di Jefferson, principale

da raggiungere era quello di creare uno spazio

principale e ciascuna è stata dotata, nella parte

per poter risolvere il caos che caratterizzava le

sistema di riferimento. All’interno di questo

più aperto trovando un connubio tra costruzione

retrostante, di uno spazio verde utilizzabile come

città, dei veri e propri agglomerati mostruosi,

campo indifferenziato il governo del territorio

e natura. Le caselle nere della checkboard

giardino o come orto. Soria più volte ribadisce

non compromettendo il loro sviluppo razionale;

doveva essere gestito dai singoli proprietari

rappresentavano il costruito, mentre le caselle

che o sviluppo di questa città deve avvenire

ipotizzò pertanto: 1) Una zona ferroviaria; 2) una

terrieri-agricoltori. Con la proprietà di un acro

bianche spazi liberi. in questo modo ciascun

in senso lineare e non espansivo, al fine di

zona industriale, che conteneva al suo interno,

di terra a persona come diritto di nascita, i

edificio sarebbe stato circondato da 4 rettangoli

promuovere la compattezza, quindi una più facile

oltre alla produzione, centri per l’istruzione e

residenti di Broadacre (o Usonia, come Wright

“bianchi”, avrebbe avuto un’esposizione

comunicazione tra le sue parti e tra paesaggio e

la ricerca; 3) una zona verde, che ospitava

avrebbe poi usato chiamarla) avrebbero abitato

ottimale e una piazza nella parte prospiciente,

città, e non permettere un aumento del prezzo

l’autostrada; 4) una zona residenziale, suddivisa

in case moderne situate in mezzo ad ampi

garantendo una adeguata qualità ambientale. La

dei terreni. Quest’ultimo requisito è molto

in istituzioni collettive, abitazioni, e un’area

giardini e piccole aziende agricole. Questo

scacchiera Jeffersoniana contribuì ad impostare

importane in quanto Soria, sociologo, basa la

destinata ai giovani contenente scuole e giardini

modello, basato su tipologie abitative e paesaggi

i piani per lo sviluppo di numerose città

propria idea su dei precisi principi sociali tra cui

di infanzia; 5) una zona a parco con attrezzature

a varia scala, veniva intervallato da industrie

americane, ma in ogni caso il suo contributo è

l’eguaglianza, a livello di servizi urbani, di tutti

sportive; 6) una zona agricola.

leggere, piccoli centri commerciali e mercati,

sempre fermato a livello ideologico, costituendo

i ceti e l’indipendenza individuale. il suo motto

edifici civili e, naturalmente, l’onnipresente

il punto di partenza su cui poi sono stati

si fondava sul principio “ruralizzare l’urbano,

autostrada.

impostati diversi modelli o progetti effettivi di

urbanizzare il rurale”.

piano.

T h e n e w r e G i o n al paT T e r n

C h an d i G ar h

i S l am ab ad

n o - S To p C i T y

1945–1949

1951- 1958

1960

19 7 0

Le teorie sulla città nascono da analisi

La città è una ville nouvelle concepita come

il progetto della nuova capitale del Pakistan

È il 1970 quando Andrea Branzi presenta il

sociologiche legate all’osservazione del

capitale del Punjab costruita su un progetto

viene affidato nel 1959 all’architetto e urbanista

diagramma abitativo di No-Stop City sviluppato

fenomeno delle zone residenziali a case singole

di Le Corbusier elaborato a partire dal 1951.

greco, Constantinos Doxiadis (1913-1975), noto

con Archizoom Associati: un sistema omogeneo,

delle periferie americane dove la popolazione,

Prima il progetto era stato affidato all’architetto

anche per la sua teorizzazione di una scienza

una ipotesi di linguaggio non figurativo. Una

in una prospettiva culturale, non è né rurale

americano Albert Mayer.

degli insediamenti chiamata ekistics. Dopo

immagine della città intesa come un campo

né provinciale, ma essenzialmente urbana; la

La città è divisa in 60 settori rettangolari di 800

un’analisi approfondita effettuata dall’architetto,

neutro all’interno del quale le divisioni tra

caratteristica sociologica urbana non sempre

x 1200 metri di lato. ogni settore è composto

s’indirizza in modo preciso la stesura del

città e campagna, tra artificio e natura, tra

appartiene alla città stessa ma può appartenere

di aree residenziali borghesi e sociali, un centro

masterplan secondo una griglia ortogonale e in

industria e residenza sembrano lasciare spazio

ad un altro luogo. Hilberseimer matura quindi

commerciale, zone lavorative e spazi per il

base al concetto di Dynametropolis. Si separa il

ad un sistema aperto e flessibile. Nel saggio

l’idea di una proposta unitaria di città e

tempo libero. ogni settore è attraversato da

traffico pedonale e automobilistico, e si crea una

città catena di montaggio sociale. ideologia e

campagna, un pattern che dia ordine ad una

una fascia verde che si congiunge a quello del

struttura reticolare della città tramite quadrati

teoria della metropoli pubblicato da Archizoom

città territoriale a misura d’uomo creata secondo

settore confinante creando, da nord a sud, dei

di 2x2 km. inizialmente vengono individuate

Associati sulla rivista “Casabella” del numero

le idee dell’era industriale. La pianificazione si

corridoi verdi. Alcuni settori sono più specializzati

due strade principali: islamabad Highway e

di luglio agosto del 1970, viene chiaramente

basa su una unità di insediamento indipendente,

di altri, come ad esempio il settore 17 (che

Murree Highway, orientate in base al paesaggio

delineato il concetto di “non discontinuità”

pedonale, limitata nella dimensione, e

possiamo considerare il centro città) e il 35.

circostante e agli ostacoli artificiali presenti. il

sia della città, sia della natura: “dentro tale

contenente tutti gli elementi necessari a una

il sistema di circolazione è strutturato sul

principale sistema di assi nell’area metropolitana

tessuto, senza soluzione di continuità, si

città isolata; la spina dorsale dell’unità è l’arteria

principio delle 7V dunque con 7 livelli e modalità

definisce poi tre aree distintive: la vera e propria

collocano i servizi sociali ed i consumi, come

di traffico principale: da un lato le industrie,

diverse di circolazione: dall’autostrada urbana al

area di islamabad; l’area di rawalpindi e l’area

piccole piastre fisse all’interno di un campo

dall’altro gli edifici amministrativi e commerciali

percorso pedonale, alla quale, successivamente

del Parco Nazionale. L’area della capitale viene

magnetico in continua rivoluzione. il piano di

separati da una fascia verde; al di là di questa

ne venne aggiunta un ottavo, per traffico

suddivisa in otto zone principali: il distretto

affioramento di tale sistema, cioè il suo livello

la zona residenziale circondata da un parco con

ciclabile. La città prevista per 500.000 abitanti

amministrativo e l’enclave diplomatica (questi

massimo, è costituito dalla natura, cioè dalla

scuole, spazi per il gioco, edifici comunitari,

ne ospita oggi il doppio.

inseriti a ridosso del parco nazionale, inserite

superficie di contatto diretto con il sole e con

tutti confinanti con una zona agricola. La città

Si può comparare il masterplan ad un corpo

nel verde secondo schemi storici come quello

la luce”. Le forze della natura, partecipano alla

si situa al centro dell’aperta campagna e viene

organico, in cui è individuabile la “Testa” ( il

di Versailles), le aree residenziali, le strutture

costruzione dell’ambiente antropico, l’agricoltura

compenetrata dal paesaggio; il territorio diviene

Campidoglio, Settore i), il “Cuore” ( Centro città,

per l’educazione, le aree industriali, le aree

trasforma la natura che diviene essa stessa

in questo modo caratteristica geografica e

Settore 17), il “Polmone” (la “leisure valley”,

commerciali, le aree verdi e rurali e le aree per

artificio, architettura; è questa doppia matrice

topografica della città. La successione delle

e il sistema del verde diffuso), “il Sistema

lo shopping e il verde urbano. ogni settore è

dell’architettura a guidare questo racconto per

unità di insediamento lungo l’asse consente di

Circolatorio” (la trama infrastrutturale).

contrassegnato da una lettera (F o G) e da un

immagini sul necessario e inevitabile rapporto

gestire la crescita della città conservando un

numero, è autosufficiente per quanto riguarda la

di reciprocità tra architettura e città, tra

rapporto equilibrato tra zona residenziale, zona

vita di tutti i giorni e si inserisce in uno schema

architettura e natura.

industriale e territorio.

modulare che viene ripetuto per rendere più semplice una futura espansione della città.

2a

Th e n ew reG ional paT Te rn

Chandi G arh

iS l a ma ba d

no - S Top C iTy

1 9 4 5 –1 9 4 9

1 9 5 1 -1 9 5 8

1960

1970

Le teorie sulla città nascono da analisi

La città è una ville nouvelle concepita come

il progetto della nuova capitale del Pakistan

È il 1970 quando Andrea Branzi presenta il

l’idea di una proposta unitaria di città e

tempo libero. ogni settore è attraversato da

traffico pedonale e automobilistico, e si crea una

città catena di montaggio sociale. ideologia e

campagna, un pattern che dia ordine ad una

una fascia verde che si congiunge a quello del

struttura reticolare della città tramite quadrati

teoria della metropoli pubblicato da Archizoom

città territoriale a misura d’uomo creata secondo

settore confinante creando, da nord a sud, dei

di 2x2 km. inizialmente vengono individuate

Associati sulla rivista “Casabella” del numero

le idee dell’era industriale. La pianificazione si

corridoi verdi. Alcuni settori sono più specializzati

due strade principali: islamabad Highway e

di luglio agosto del 1970, viene chiaramente

basa su una unità di insediamento indipendente,

di altri, come ad esempio il settore 17 (che

Murree Highway, orientate in base al paesaggio

delineato il concetto di “non discontinuità”

pedonale, limitata nella dimensione, e

possiamo considerare il centro città) e il 35.

circostante e agli ostacoli artificiali presenti. il

sia della città, sia della natura: “dentro tale

contenente tutti gli elementi necessari a una

il sistema di circolazione è strutturato sul

principale sistema di assi nell’area metropolitana

tessuto, senza soluzione di continuità, si

Fig.

sociologicheMODELLI legate all’osservazione del capitale del Punjab costruita su un progetto viene affidato nel 1959 all’architetto e urbanista diagramma abitativo di No-Stop City sviluppato SINTESI URBANI fenomeno delle zone residenziali a case singole di Le Corbusier elaborato a partire dal 1951. greco, Constantinos Doxiadis (1913-1975), noto con Archizoom Associati: un sistema omogeneo, Tavola tratta dal “Progetto di Città-Territorio nella Valle del Cixerri in Sardegna”; Coordinamento: Jordi Bellmunt, Giorgio delle periferie americane dove la popolazione, Prima il progetto era stato affidato all’architetto anche per la sua teorizzazione di una scienza una ipotesi di linguaggio non figurativo. Una in una prospettiva culturale, non è Carlo né rurale Pisano, americano Albert Mayer. insediamenti chiamata ekistics. Alfonso Dopo immagine della città intesa come un campo e Peghin; Co-docenti: Ippolita Nicotera; Tutors:degli Angelo Carcangiu, Annunziata; Collaboratori né provinciale, ma essenzialmente urbana; la La città è divisa in 60 settori rettangolari di 800 un’analisi approfondita effettuata dall’architetto, neutro all’interno del quale le divisioni tra consulenti: Stefano Asili (grafica),x 1200 Giuseppe Fara (demografia), Benedetto Meloni (sociologia urbana e rurale), Giaime Meloni caratteristica sociologica urbana non sempre metri di lato. ogni settore è composto s’indirizza in modo preciso la stesura del città e campagna, tra artificio e natura, tra (fotografia), Giangiacomo Ortu (storia del territorio), Fausto (scienze della terra). Progetto sviluppato ambito della appartiene alla città stessa ma può appartenere di aree residenziali borghesi e sociali, un centroPani masterplan secondo una griglia ortogonale e in industria e residenza nell’ sembrano lasciare spazio un altro luogo. Hilberseimer matura quindi commerciale, zone lavorative e spazi per il base al concetto di Dynametropolis. Si separa il ad un sistema aperto e flessibile. Nel saggio 3aadSCUOLA INTERNAZIONALE ESTIVA DI ARCHITETTURA: Sardegna. Il territorio dei luoghi. Paesaggi culturali, Cagliari 2014.

Fig.

2b

SINTESI MODELLI URBANI Tavola tratta dal “Progetto di Città-Territorio nella Valle del Cixerri in Sardegna”; Coordinamento: Jordi Bellmunt, Giorgio Peghin; Co-docenti: Carlo Pisano, Ippolita Nicotera; Tutors: Angelo Carcangiu, Alfonso Annunziata; Collaboratori e consulenti: Stefano Asili (grafica), Giuseppe Fara (demografia), Benedetto Meloni (sociologia urbana e rurale), Giaime Meloni (fotografia), Giangiacomo Ortu (storia del territorio), Fausto Pani (scienze della terra). Progetto sviluppato nell’ambito della 3a SCUOLA INTERNAZIONALE ESTIVA DI ARCHITETTURA: Sardegna. Il territorio dei luoghi. Paesaggi culturali, Cagliari 2014.

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Fig.

3

LA CARTA. Collage dei modelli urbani di riferimento (elaborazione grafica A. Corda).

Fig.

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LA CARTA. Perimetrazione ambiti urbano-territoriali omogenei da modelli urbani di riferimento (elaborazione grafica A. Corda).


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Riferimenti bibliografici C. Aymonino, Il centro direzionale di Centocelle nel quadro del Piano regoleatore generale, in AA.VV., La città territorio, Leonardo Da Vinci Editore, Bari 1969. G.C. Argan, Introduzione, in AA.VV., Roma Interrotta, Officina edizioni, Roma 1978. M. Cacciari, Metropolis. Saggi sulla grande città di Sombart, Endell, Scheffler e Simmel, Officina, Roma 1973. M. Cacciari, La città, Pazzini Editore, 2004. F. Choay, L’orizzonte del posturbano, Officina edizioni, Roma 1992. F. Choay, Camillo Sitte, Der Städtebau nach seinen Künstlerischen Grundsätzen, 1889. Uno statuto antropologico dello spazio urbano, in P. Di Biagi (a cura di), I classici dell’urbanistica moderna, Donzelli, Roma 2002. G. Giovannoni, Vecchie città ed Edilizia nuova, Torino 1931. G. Piccinato, V. Quilici, M. Tafuri, La città territorio. Verso una nuova dimensione, in “Casabella”, n. 270, dicembre 1962. C. Pisano, Patchwork Metropolis, Letteraventidue, Siracusa, 2018. Starobinski J., Strutturalismo e critica, in AA.VV., Strutturalismo e critica, a cura di C. Segre, Il Saggiatore, Milano 1985.

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Abstract

Paesaggi per l’apprendimento. Alimentare processi di conoscenza nei territori a bassa densità Samanta Bartocci, Massimo Faiferri, Fabrizio Pusceddu

Paesaggi di diversa consistenza sono la rappresentazione di differenti comunità, sono il luogo ineliminabile dell’identità culturale impressa nel tempo. La Sardegna nel territorio delle aree interne è un contesto per lo più a bassa densità, fortemente segnato dallo spopolamento e dalla perdita di servizi; tuttavia, è un territorio che per le sue caratteristiche e potenzialità naturali e culturali gioca un ruolo cruciale per costruire nuovi futuri possibili per l’apprendimento e la convivenza civica. Piccoli centri nei quali “il paesaggio costringe a pensare unitariamente, rompendo lo sterile specialismo e la settorialità dei saperi, la totalità di senso e di realtà integrate che esso è, innescando una serie di ricadute virtuose.” (Bonesio, 2007 p.7) In questo contesto emerge il ruolo della scuola come istituzione che si fa spazio, acquisendo, proprio nelle aree interne, un significato ancora più importante di quanto non lo sia nelle città.

Landscapes of divergent consistencies are the representation of different communities. They are the fundamental places of cultural identity imprinted over time. Most of the inland areas in Sardinia are low-density contexts, strongly marked by depopulation and loss of services. However, it is a territory where natural and cultural characteristics and potentials play a crucial role in building new possible futures for learning and civic coexistence. In small urban centres “il paesaggio costringe a pensare unitariamente, rompendo lo sterile specialismo e la settorialità dei saperi, la totalità di senso e di realtà integrate che esso è, innescando una serie di ricadute virtuose. “(Bonesio, 2007 p.7). The role of the school as an institution acquired more importance in the inland areas than in the cities. The school is the civic, social and cultural guardian - the place that sustains relations between the community and the territory. From this report


1

Paesaggi dell’apprendimento

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223 La scuola è il presidio civico, sociale e culturale, è il luogo che sostiene i rapporti tra comunità e territorio. Da questa relazione emerge l’esigenza di passare da un insieme di iniziative, perlopiù puntuali, di miglioramento dello spazio scolastico ad una molteplicità di scenari di progetto che potrebbero estendersi nel territorio, riorientare il ruolo degli ambienti di apprendimento come strumenti di rigenerazione possibile in un contesto di cambiamento. A partire dalla scuola.

emerges the need to move from a set of initiatives, mostly punctual, to a multiplicity of project scenarios that could extend into the territory, improving the space of schools. This approach would reorient the role of learning environments as tools of possible regeneration in a context of change. It all starts at the school.

Separare la scuola dall’esperienza del quotidiano non è più possibile. C’è la necessità di una visione diversa della scuola, complementare, connettiva, flessibile e multifunzionale, che prenda spazio nell’alimentare la capacità trasformativa dello spazio urbano. Sappiamo che la città a misura di bambino, resta ancora sullo sfondo di tutto il Novecento. “L’attività urbanistica – scriveva Mumford nel primo numero della rivista Urbanistica del 1945 dove si rifletteva sulla pianificazione per le diverse fasi della vita – finora è stata quasi esclusivamente concentrata intorno alla vita degli adulti e per di più intorno a certi aspetti soltanto della vita degli adulti, quali gli affari, l’industria, l’amministrazione, il traffico, i trasporti”1. Negli ultimi decenni l’accelerazione nella ricerca educativa-pedagogica, nelle modalità di apprendimento e nell’idea di spazio in relazione alle forme e modalità dell’apprendimento “digitale e analogico”, ha costituito l’ampio contesto per dare forma a quella che Tagliagambe ha circoscritto come “una nuova

epistemologia per la scuola” . Questa prospettiva definisce un avanzamento verso una formazione continua, partecipata e condivisa che alimenta nuove possibilità per i paesaggi della conoscenza, soprattutto in termini di sperimentazioni tipologiche e processi condivisi e multi-scalari. In questo scenario si aprono le opportunità per lo sviluppo e la diffusione generalizzata di dispositivi per l’apprendimento anche oltre le istituzioni scolastiche che, nel dilatarsi ad una dimensione territoriale assumono quella capacità rivelatoria che la relazione tra luogo ed educazione possiede come intrinseca. Per cui produrre esperienze implica legarsi in maniera diretta al progetto dello spazio fisico, dove i meccanismi simultanei di percezione-azione, quindi comprensione, dei soggetti nei confronti dell’intorno dipendono dalle occasioni di interazione che lo stesso spazio è capace di offrire. (Rizzolatti, Sinigaglia, 2015). In tal senso, nel ribaltare il punto di vista, gli 2

1. Mumford, L. ‘La pianificazione per le diverse fasi della vita’, Urbanistica 1, 1945, p. 7-11. 2. Circa le questioni S. Tagliagambe, Lezione magistrale “Il digitale a scuola, perché: una nuova epistemologia e una organizzazione alternativa dello spazio”, Mantova, 16 novembre 2021, all’interno del Convegno “DI OGNI ORDINE E GRADO - Spazio alla scuola!”, organizzato nell’ambito del PRIN – PROSA | Prototipi di Scuole da Abitare, a cura di Massimo Ferrari e Claudia Tinazzi con Annalucia D’Erchia.


224

225 spazi dell’apprendimento, se sviluppati secondo i caratteri essenziali e strutturanti il territorio, si proiettano sull’educazione. Considerare quindi, come ambiente formativo il territorio esterno alla città, significa che molti luoghi sono da disegnare, da ridisegnare e da interpretare secondo l’idea che lo spazio della scuola e dell’apprendimento siano fruibili all’interno di un sistema esteso e spazialmente articolato (Illich, 1971). Da questa prospettiva emerge l’esigenza di passare da un insieme di iniziative, perlopiù puntuali, di miglioramento dello spazio della scuola ad una molteplicità di scenari di progetto che potrebbero estendersi nel territorio, in cui attivare un confronto costante basato su un orizzonte ampio e su approcci interdisciplinari e multidimensionali. A partire da questi presupposti è possibile riorientare il ruolo della scuola e degli ambienti di apprendimento come strumenti di rigenerazione possibile in un contesto di cambiamento. Ciò presuppone per la scuola un carico di responsabilità nella costruzione del futuro urbano; infatti se la scuola è il luogo educativo alla conoscenza, alla socialità, nel quale “costruire pedagogie” (Attia, Weyland, 2013),

questa nuova relazione tra territorio, città e scuola rappresenta il futuro dell’apprendimento e della convivenza civica. I luoghi sono soggetti culturali, ‘parlano’, dialogano del lungo processo di antropizzazione attraverso il paesaggio, restituiscono identità, memoria, lingua, culture materiali, messaggi simbolici e affettivi”. (Magnaghi, p. 54). C’è un dialogo vivo tra luoghi e comunità che dà forza ai soggetti che vivono e generano il territorio. Il territorio è depositario dei desideri e delle narrazioni che si accumulano nel corso del tempo, che evolvono, si modificano e rinnovano il senso dell’abitare e le forme d’uso dello spazio. Tuttavia, questo dialogo fatto di relazioni, spesso determina limiti non facilmente valicabili anche tra comunità vicine, non solo barriere fisiche date dalla geografia, ma confini culturali che, nel riconoscimento di differenti progetti di conoscenza, declinano le diverse forme e modalità del vivere e dell’abitare. La Sardegna rappresenta in tal senso un importante contesto di ricerca e sperimentazione diffusa, in cui abitare la bassa densità diviene un fenomeno spaziale e culturale, oltre che un

agente determinante la costruzione del paesaggio urbano. La presenza e il ruolo delle piccole scuole, che costituiscono gran parte del patrimonio dell’edilizia scolastica della Sardegna, intercetta la necessità di una visione per questi territori come estese e spontanee piattaforme di conoscenza.3 Il contesto sardo è un contesto per lo più a bassa densità, contraddistinto da aree deboli in spopolamento e perdita di servizi. Nelle aree interne di questo territorio il ruolo della scuola è ancora più importante di quanto non lo sia nelle città, la scuola è il presidio civico, sociale e culturale, è il luogo che sostiene i rapporti tra comunità e territorio. Tuttavia, però, in questi luoghi costituiti da piccoli centri, la relazione tra scuola e territorio è più dilatata, il circolo vizioso tra abbandono del territorio e allo

stesso tempo della scuola procura un necessario ripensamento dei rapporti fra l’urbano e gli ambienti di apprendimento. Orientare il progetto dello spazio alle pratiche di apprendimento implica quindi andare oltre una comprensione individuale e unilaterale dei fenomeni del cambiamento, a favore di una conoscenza prodotta collettivamente, in cui è possibile individuare quelle condizioni potenziali di relazione tra percezione e azione, affordances (Gibson,1979) orientate alla conoscenza, ugualmente presenti, ma molto meno nitide, nei territori ad alta densità. Quando il territorio ha la forza di raccontare la storia dei suoi paesaggi, attraverso la costruzione di immagini -spaziali, ma non solo - questo diventa sia strumento attraverso il quale la manipolazione dello spazio può proporre e orientare futuri possibili, ma

3. A partire da questi presupposti teorici, gli esiti del laboratorio di progettazione architettonica, Progetto Urbano, Laboratorio di Progettazione Architettonica, I anno, a.a. 2020/2021, corso di Laurea Magistrale in Architettura del Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica dell’Università degli Studi di Sassari (docenti: M. Faiferri, L. Cabras; seminari di approfondimento: S. Bartocci, L. Pujia, F. Pusceddu), sviluppano una riflessione sugli spazi dell’apprendimento in rapporto alle aree interne della Regione Sardegna, fortemente influenzate dal fenomeno dello spopolamento. Questa dinamica assume delle proiezioni e degli scenari futuri allarmanti: nei prossimi 60 anni 31 dei 377 paesi della Sardegna forse non esisteranno più e oltre 250 comuni sono attualmente interessati da dinamiche di spopolamento. (Centro Regionale di Programmazione Regione Sardegna 2013).


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227 anche divenire esito di un processo di apprendimento e di interazione sociale democratico. Questa possibilità determina un veicolo per la produzione e riproduzione di beni comuni e di capitale sociale e simbolico di cui si sostanziano le pratiche del progetto contemporaneo. Ed è per questa ragione che serve “interpretare i processi di formazione e apprendimento come attraversamenti di mondi diversi, e intraprendere il cammino verso un’epistemologia dell’intermedio, che aiuti a farci vedere e a tenere nella debita considerazione la convergenza e l’ibridazione tra questi mondi, tra senso della realtà e senso della possibilità, tra rispetto del radicamento nel mondo e dei vincoli esistenti e la capacità progettuale di pensare altrimenti, di proiettarsi in un altrove, in un possibile non astratto ma realizzabile. I processi formativi vengono così collocati in uno spazio intermedio, come luogo di connessione ‘internoesterno‘ tra livelli diversi sia della dimensione individuale che di quella della relazione tra soggetto e contesto in un processo di continua interazione caratterizzato da una flessibilità dinamica. Uno spazio quindi intra-soggettivo, ma anche intersogge-

ttivo, ossia delle relazioni tra un soggetto e un altro, e trans-oggettivo, ossia delle relazioni tra soggetto e contesto” (Tagliagambe in Cepollaro – Varchetta, 2014).

Fig.

1

Il sistema territoriale e insediativo.


2

Scuola e identità

228

229 La prospettiva territoriale, su scala locale, permette di far emergere le difficoltà e le opportunità con cui la scuola si scontra nelle aree interne della Sardegna e al contempo le alimenta in un processo formativo non esclusivamente scolastico. Questo contesto diventa il luogo di alcune riflessioni progettuali4, in cui il ruolo dello spazio di apprendimento e della scuola come centro civico, ma anche come organismo urbano, assume un valore isotropo, in cui la lettura del territorio in maniera omogenea, aperta, accessibile e porosa della trama urbana, fa emergere categorie come la permeabilità, connettività, flessibilità, quali forme di esplorazione. In particolare, la ricerca condotta

e qui descritta, ha individuato come caso studio di riferimento nelle aree interne della Sardegna il territorio sul quale insistono i comuni di Lula, Onanì, Bitti e Orune, ai piedi della catena calcarea del Montalbo.5 n questo territorio la presenza della scuola costituisce un presidio urbano, come l’isolamento rispetto ai centri abitati, unitamente alla carenza dei collegamenti stradali, accentuano la relazione molto spesso rarefatta fra scuola e territorio, soprattutto per quanto concerne i primi cicli di istruzione che, pur garantendo il servizio, si trovano ad affrontare numeri e parametri al limite della norma6. Per questo è importante sottolineare come

4. Per maggiori approfondimenti si veda Bartocci, S., Cabras L., Faiferri M., Pujia L., Pusceddu F.,(2021). Spazi e luoghi della cono- scenza. La dimensione dell’apprendimento nei territori a bassa densità. In: G. R. J., Mangione, G., Cannella, F., De Santis (a cura di), I Quaderni della Ricerca n.59, Piccole scuole, scuole di prossimità. Dimensioni, strumenti e percorsi emergenti ISBN: 9788820138820 (in fase di stampa) 5. Per quanto concerne i centri elencati, nella ricognizione effettuata nel territorio e con le amministrazioni, si evidenzia la presenza di un unico Istituto Comprensivo Statale che comprende differenti scuole presenti nei quattro comuni di Bitti, Orune, Lula e Onanì per un numero totale di 497 alunni (a.a. 2018/2019). Nello specifico Onanì (430 abitanti) ha una scuola dell’infanzia. Bitti (3.100 abitanti) ha tre plessi scolastici: una scuola primaria, una scuola secondaria di I grado e una scuola dell’infanzia. Orune (2.500 abitanti) ha tre plessi scolastici: una scuola dell’infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di I grado. Lula (1.400 abitanti) ha tre plessi scolastici: una scuola primaria, una scuola secondaria di I grado e una scuola dell’infanzia. 6. Un fenomeno analogo per il sistema delle aree interne italiane.

le piccole scuole e lo spazio urbano dei piccoli centri nelle aree interne, convivono in una forma di mutua relazione, alimentandosi reciprocamente e negoziando significati. L’attenzione va quindi necessariamente rivolta non solo ai contesti, ma anche all’andamento non univoco, riflessivo, dei rapporti tra spazio, soggetto e comunità e a come le pratiche urbane e gli spazi dell’abitare possano essere scritti, letti e riscritti in un processo in cui lo spazio è sia il prodotto dell’agire che la condizione per quell’agire. La funzione della scuola dovrebbe fornire una formazione adeguata a garantire ai giovani la libertà sostanziale di scegliere se restare o andarsene7. Ecco perché, ancora una volta, nelle aree interne a bassa densità il ruolo della scuola è forse più importante di quanto non lo sia nelle città, soprattutto per quegli aspetti che alimentano e intensificano la relazione fra individuo e territorio, tra comunità e luoghi, che se sostenuti risulteranno capaci di alimentare sinergie fra potenzialità umane e ambientali. Significa considerare il “fare scuola” (Weyland,

2014) nella metafora della scuola come spazio urbano (strade/corridoi, aula/casa, piazze/ agorà, ecc.), o il “crescere in ambiente urbano” (Ward,1999) o viceversa intendere “la città come aula” (Brusa, Borri, Porsia, 1985) o “la città formativa” (Clemente, 1974), come riferimento per rileggere uno spazio altro nel quale al posto della scuola c’è la città che ramifica spazi educativi e diventa luogo connettivo e di apprendimento. In questo senso è possibile richiamare la prospettiva della ricerca e delle sperimentazioni concrete, negli spazi prossimi alle piccole scuole delle aree interne. Ecco perché il vero spazio innovativo per l’apprendimento non può che essere considerato uno spazio aperto che ospita la conoscenza, capace di accogliere indistintamente la molteplicità dei modi di apprendere dei suoi diversi abitanti, offrendo a ciascuno un uso pieno, libero ed effettivo dello spazio urbano e, di conseguenza, la possibilità di godere di una vita urbana di qualità.

7. Strategia nazionale per le Aree interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance; Documento tecnico collegato alla bozza di Accordo di Partenariato trasmessa alla CE il 9 dicembre 2013.


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231 Lo studio dei piccoli centri intorno al Montalbo ha consentito così di individuare nuovi dispositivi di apprendimento che potrebbero condurre a quell’idea di ​scuola all’aperto o, viceversa, di​ città come aula​capace di​dar luogo ad ambienti dell’apprendimento non convenzionali e non noti. E per questo, nel considerare i piccoli centri urbani come ambienti formativi, si presume un graduale cambiamento nel modo di vedere il mondo e le relazioni che lo costituiscono. Riprendendo alcune osservazioni è possibile affermare che, l’apprendimento in ambito urbano è un processo attivo di trasformazione potenziale che comprende una serie di energie di inclusione/esclusione, trascina gruppi di persone, circostanze e conoscenze, e fornisce particolari esiti. Per questo siamo consapevoli di quanto possa essere importante un’architettura per gli ambienti di apprendimento in questi

contesti che favorisca processi di condivisione e cooperazione, verso il benessere psicofisico dei soggetti coinvolti, e in cui i frammenti immersi nelle trame urbane compongono il senso complessivo richiamato dall’ordine strutturale della città. Il piccolo centro di Onanì8, ad esempio, in cui il ruolo della scuola si presenta come una singolarità nel tessuto urbano esiguo, palesa nella minima struttura insediativa alcuni luoghi storici di prima fondazione che, in sequenza progressiva da sud a nord, strutturano una direttrice di spazi pubblici sconnessi, il municipio, la biblioteca, la scuola stessa e il campo sportivo. Questi spazi determinano una rete seppur debole di luoghi e prossimità, connessi tra loro e sovrapposti secondo un asse pubblico in cui le minute architetture costituiscono gli spazi significativi e di dominio pubblico di questo piccolo centro.

8. Le esperienze di ricerca hanno prodotto alcune riflessioni progettuali nell’ambito del Laboratorio di Progettazione Architettonica, Progetto Urbano, I anno, a.a. 2020/2021, corso di Laurea Magistrale in Architettura del Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica dell’Università degli Studi di Sassari (docenti: M. Faiferri, L. Cabras; seminari di approfondimento: S. Bartocci, L. Pujia, F. Pusceddu) sviluppando alcuni scenari e sperimentazioni sugli spazi dell’apprendimento in rapporto alle aree interne in alcuni contesti specifici caratterizzati da piccoli centri e piccole scuole.

Il primo livello di confronto e discussione ha dato origine ad una conoscenza incrementale del contesto, fornendo un repertorio di possibilità rispetto allo spazio urbano minimo e allo spazio di relazione. In un livello successivo, lo strumento del progetto ha rivelato le possibilità connettive fra gli spazi e gli edifici pubblici attraverso il progetto di nuovi dispositivi capaci di orientare l’apprendimento verso una scuola all’aperto. La scuola pluriclasse dell’infanzia, la biblioteca e lo spazio del playground, conferiscono ad ogni parte specificità, per cui lo scenario generale si modifica attraverso minime trasformazioni degli spazi preesistenti, aperti, permeabili e fruibili non solo dai bambini, ma da una comunità più ampia che può esser parte di ciò che è definito Lifelong Learning, o apprendimento per tutta la vita.

3

Educare allo spazio aperto

Il territorio delle aree interne, per le sue stesse caratteristiche e potenzialità, può essere per-

fettamente letto come “spazio intermedio”, (Tagliagambe, 2008) dove alimentare inedite relazioni fra scuola e comunità. La scuola è sempre più un organismo urbano che collabora nella costruzione di parti di città, talvolta diventando essa stessa un piccolo complesso articolato per spazi pubblici completamente aperti all’esterno e ambienti più intimi, quasi domestici. È il passaggio dalla scuola intesa come istituzione totale, con metodi educativi di stampo industriale, alla scuola come luogo della quotidianità, che accoglie le aspettative, i desideri e le istanze della comunità che contribuisce a costruire. Per questo, con l’obiettivo di ottenere un apprendimento attivo in ambienti interdisciplinari, multi-scalari, reali e virtuali, capaci di incidere in maniera formale/informale/non-formale sull’esistente, si ritraccia nella ricerca, una sorta di mappa dei luoghi della mediazione e della connessione fra gli spazi e gli edifici, alle diverse scale. Nell’ottica dell’antropologo scozzese Tim Ingold (2001) l’interesse dell’universo dell’architettura sulla scuola può riguardare una particolare prospettiva che considera la scuola un


232

233 ambiente da abitare e da rendere il più aderente possibile a un nuovo modo di concepire lo spazio dell’insegnamento e dell’apprendimento. Gli studi pedagogici confermano tale necessità, riconoscendo lo spazio come dimensione esistenziale e vissuta, tale da diventare un punto di riferimento identitario dell’esperienza umana (Hillman, 2004), e addirittura gli studi sulla prossemica confermano la forte influenza dello spazio sul comportamento delle persone (Costa, 2009), fino a determinarne i processi cognitivi (Rizzolatti, 2006). Lo spazio dell’allievo viene letto non in maniera impersonale, ma come contenitore di esperienze, luogo della conoscenza, laddove la conoscenza assume un significato attivo che unisce la presa di contatto con la realtà ad una necessità di scelta, decisione, presa d’atto di uno stato di cose del mondo; condizione insita nei meccanismi che regolano il nostro sistema cognitivo. La necessità di produrre esperienze si lega così in maniera diretta al progetto dello spazio fisico, dove i meccanismi simultanei di percezione-azione, quindi comprensione, dei soggetti nei confronti dell’intorno dipen-

dono dalle occasioni di interazione che lo stesso spazio è capace di offrire (Gibson, 1979). L’allievo per costruire conoscenza deve potersi porre in maniera non passiva, non unicamente recettiva, ma attiva nei confronti dello spazio, secondo un rapporto mutuo e biunivoco. Una nuova organizzazione degli apprendimenti, dunque, come necessario e richiesto da una scuola contemporanea, ricerca una diversa concezione dello spazio fondato su nuovi paradigmi incentrati sui principi della flessibilità, della modularità e della polifunzionalità. Nelle piccole scuole la gestione di numeri ridotti costituisce un evidente vantaggio trasformativo per gli ambienti educativi sperimentali. Infatti, grazie ai forti legami fra le famiglie e il territorio, fra il Comune e la Scuola, la crescita in termini politici e culturali e la prossimità delle relazioni rende questi contesti, presìdi socio-culturali per l’intero territorio. In tal senso, il centro urbano di Lula, uno dei piccoli centri presi in esame nella ricerca, si colloca alle pendici del Monte Albo, imponente rilievo calcareo con formazioni di epoca giurassica che, nei suoi circa venti chilometri

di estensione, sancisce i caratteri delle aree interne ed esterne. La storia del centro urbano e del suo territorio si lega indissolubilmente all’attività estrattiva. In questo senso il paesaggio minerario oramai dismesso costituisce un’area d’insediamento produttivo di interesse storico-culturale di assoluto rilievo, che proprio nel territorio ritrova le cicatrici identitarie di un’intera comunità. Dalla rilettura di tali segni si è sviluppato il lavoro di ricerca, individuando alcuni principali ambiti applicativi di lavoro, con l’ambizione di proporre un sistema dell’apprendimento capace di aprirsi ai luoghi densi di storia e di memoria, in maniera trasversale. I confini tra spazio scolastico e spazio urbano, le piazze, le strade, gli slarghi, gli stessi edifici dismessi pubblici o privati, si pongono al servizio della comunità trasformandosi, con più o meno importanti interventi progettuali, in spazi urbani dell’apprendimento capaci di disegnare una scuola diffusa lungo le vie principali del piccolo centro. L’idea che lo spazio sia un “luogo praticato” si allinea al contempo all’idea che la scuola e la strada siano i due contesti dove poter diffondere, da est ad ovest della minuta

struttura urbana, gli ambienti di apprendimento. Ma a partire dalla scuola posta in una area all’estremità urbana, sino ad arrivare al sagrato della chiesa nel centro matrice, gli spazi che si susseguono declinano una sequenza di luoghi diversi, che hanno come unico comune carattere quello di riconoscersi come luoghi della quotidianità e dell’apprendimento, capaci di accogliere i personali progetti di conoscenza di ogni singolo abitante.


234

235

Fig.

2-3

2. Edifici in abbandono, Lula. 3. Nuovi spazi per una scuola diffusa. Studenti: Roberto Marco Catta, Federico Rojch.

Fig.

4-5

4. Scuola diffusa. 5. Le aule diffuse. Studenti: Roberto Marco Catta, Federico Rojch.


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Fig.

6

La scuola diffusa; strutture spaziali generative di apprendimento, Lula. Studenti: Giulia Ballone, Chiara Zuddas.

Fig.

7

La scuola e gli spazi aperti. Studenti: Giulia Ballone, Chiara Zuddas.


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Scuola e usi pubblici

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239 Gli spazi e i tempi delle piccole scuole nelle aree interne della Sardegna potrebbero privilegiare l’esperienza del mondo reale, diffusa nel territorio, fornendo opportunità singolari capaci di muoversi verso la scuola del futuro.

Fig.

8

La scuola come organismo urbano, Lula. Studenti: Ivan Mavuli, Nadia Porcina.

Le piccole scuole e i piccoli centri hanno la necessità di essere supportati e valorizzati da una normativa che sostenga una forte alleanza educativa con il territorio. Certamente privare della scuola un territorio interno, equivale a destinarlo alla separazione, alla marginalità, all’abbandono pregiudicandone irreparabilmente le capacità di sviluppo e il livello qualitativo di vita e un benessere ambientale molto più alto rispetto alla città. Inoltre, sappiamo che le comunità alimentano la memoria e custodiscono un patrimonio di grande valore ambientale, oltre che di storia, arte, tradizioni e per questo potrebbero assumere importanza strategica da tutelare e da implementare proprio attraverso il progetto dello spazio della scuola. Con questi presupposti le indagini che proponiamo possono amplificare alcune considerazioni che introducono, attraverso il progetto, a nuovi scenari del disegno urbano capaci di ris-

pondere alla “mancanza” dello spazio stesso e di rintracciare sistemi di condivisione possibili. Per questo sostenere nuove forme di socialità e apprendimento basate sulla gestione secondo principi innovativi, porterebbero ad esempio far pensare a progetti anche a basso costo, micro-interventi cooperativi, facilmente realizzabili anche in ambito urbano. Ad esempio, dall’analisi morfologica urbana del centro abitato di Orune emerge chiara la posizione degli spazi della scuola ai confini del centro abitato. Questa vicinanza connessa alla dimensione più ampia ambientale del territorio permette una serie di possibili declinazioni progettuali predisposte per scardinare il carattere introverso degli spazi della scuola preesistenti. In questo piccolo centro urbano, di tre degli edifici scolastici costruiti nel secondo dopoguerra, solo il plesso di via Pigliaru è attivo come istituto comprensivo verticalizzato con una scuola dell’infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di primo grado. La formale articolazione dell’edificio costruito secondo la logica aula-corridoio preclude qualunque occasione di spazialità flessibile e questo stesso


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241 vincolo consente di ragionare sulla destrutturazione degli spazi interni dell’edificio in un mutuo scambio con l’esterno. In questo caso il progetto dello spazio individua nuove aree per la socialità il cui presupposto fondamentale si fonda sull’informalità e l’ibridazione degli spazi (Tagliagambe, 2016). Inoltre, le possibilità costruttive dell’edificio permetterebbero la realizzazione di interventi minimi capaci di generare continuità tra l’interno e l’esterno, amplificando il rapporto con la dimensione pubblica. Spazi che coinvolgono e non escludono, perché cominciano ad esser parte di un’unica rete urbana fisica e virtuale nella quale ogni bambino, ogni cittadino fruitore, è invitato a farne parte; si percorre uno spazio innovativo ed inclusivo, della condivisione, “interoperabile” e capace di abbattere le “barriere incapacitanti” (fisiche o psicologiche). Un sistema di piazze e luoghi di incontro dove svolgere contemporaneamente attività di apprendimento e scambio urbano generate da livelli differenti in continuità con le aule scolastiche dotate di corte esterna. Nel piccolo centro di Bitti, alcuni scenari di pro-

getto analoghi ai precedenti, amplificano un’attenta osservazione degli usi pubblici limitrofi al complesso scolastico, operando una riflessione rispetto al margine tra gli spazi della scuola e gli spazi urbani. Anche questo piccolo paese, pur essendo il centro più importante della Barbagia settentrionale, subisce la lontananza del suo territorio dai maggiori centri urbani, costituendone un indicatore che qualifica l’offerta ai servizi essenziali e alle priorità rispetto alla perimetrazione delle aree interne. Tuttavia, in questo caso, è possibile parlare di rispondenza tra tessuto urbano e condizione topografica come una delle peculiarità per il piccolo centro; infatti, il polo scolastico di Bitti comprende tre plessi scolastici articolati nella struttura urbana attraverso complessi dislivelli. Eppure, il riconoscimento dei limiti conduce ad individuare nuovi assi urbani che intercettano differenze altimetriche consistenti trasformandole in nuove possibilità spaziali molto spesso avverse, consente di predisporre strutture di collegamento tra le scuole e gli spazi pubblici del tessuto storico urbano, e permette di individuare lievi modifiche ai piani terra degli edifici

scolastici, con l’auspicio di avvicinare lo spazio scolastico all’aperto come nuova occasione urbana. Gli spazi sportivi prossimi agli edifici scolastici connettono la scala paesaggistica e si raccordano con l’ampio sistema del territorio configurandolo come il luogo della mediazione tra la scala dello spazio abitabile e quella dell’ambiente esterno. Ci troviamo, ancora una volta, nella revisione dello spazio scolastico come esplorazione e riconoscimento di nuove forme e modalità di costruzione della conoscenza soggettiva e connettiva, e a creare le condizioni adatte a favorire l’apprendimento dei singoli e della collettività come l’implicazione svolta dall’architettura verso la pedagogia.


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Abstract

Spazi intelligenti di apprendimento: un variegato approccio multidisciplinare Samanta Bartocci, Massimo Faiferri, Fabrizio Pusceddu

La condizione democratica, e per certi versi rivoluzionaria, del dialogo tra scienza e società pone il pubblico come protagonista in quel processo di acquisizione del sapere che si compie “per libera scelta” (free-choice learning). Facilita un avanzamento verso un’idea di formazione continua, partecipata e condivisa che si muove verso nuovi programmi educativi e nuove possibilità; contribuisce nel rendere pertinente il territorio che sostiene tramite sperimentazioni tipologiche, funzionamenti condivisi, secondo una posizione che pone l’ambiente di apprendimento svincolato dal concetto di “dentro” o di “fuori”, ma piuttosto lo spazio che continua la sua influenza e relazione fra “il dentro e il fuori”, fra le persone adulte e i bambini, fra le esperienze e i legami. Questo rapporto tra evoluzione del territorio, percorsi di ricerca e ambienti di apprendimento è interpretato attraverso alcune recenti esperienze condotte dal Laboratorio di ricerca Ecourbanlab1

The democratic, and in a way revolutionary, condition, which constructs in the dialogue between science and society, sees the public as the protagonist in the process of acquiring knowledge by “free choice” - free-choice learning. This facilitates progress towards an idea of continuous, participatory and shared education that moves towards new educational programs and new possibilities. It contributes to making the territory it supports relevant through typological experiments and shared operations. In this position, the learning environment becomes free from the concept of “inside” or “outside”. The space continues its influence and relationships between “the inside and the outside”, between adults and children, between experiences and links. We interpret this relationship between the evolution of the territory, research paths and learning environments through some recent experiences conducted by the Ecourbanlab2


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1. Ecourbanlab: coordinamento scientifico è di Massimo Faiferri, la ricerca è svolta con i contributi di Samanta Bartocci, Fabrizio Pusceddu, Lino Cabras e Laura Pujia. Scientific committee: Gonçalo Byrne, Valter Caldana, Anne Lacaton, Giancarlo Mazzanti, Luca Molinari, Jo Noero, João Nunes, Jean Philippe Vassal. http://www.ecourbanlab.it

Occorre ancora «metabolizzare su larga scala l’idea che scienza e tecnologia, ben al di là dei successi e degli errori dei singoli ricercatori, devono poter costituire un patrimonio di idee e di pratiche comuni e condivise, proprio a partire dall’educazione (digitale, ma non solo) dei più giovani. Perché, come scriveva Feynman, (2002, p. 153) “Quando arriva l’epoca dell’università, è già tardi per acquisire lo spirito giusto. Dobbiamo quindi cercare di insegnare a cogliere il senso di queste idee ai bambini”. (Moriggi 2015, p.69) L’atteggiamento di ricerca è fondante nei processi di apprendimento, come afferma Dewey3 l’atto educativo e l’azione didattica hanno bisogno di continua riorganizzazione e ricostruzione dell’esperienza. Nell’operetta di Francis Bacon, (1561-1626), pubblicata in frammenti dopo la sua morte nel 1667, germoglia l’idea di un luogo immaginario dove una comunità ideale vive in armonia a favore di un sapere universale comprensibile a tutti perché da tutti comunicabile e costruibile.

2.Ecourbanlab: scientific coordination by Massimo Faiferri, the research is carried out with contributions of Samanta Bartocci, Fabrizio Pusceddu, Lino Cabras, and Laura Pujia. Scientific committee: Gonçalo Byrne, Valter Caldana, Anne Lacaton, Giancarlo Mazzanti, Luca Molinari, Jo Noero, João Nunes, Jean Philippe Vassal. http://www.ecourbanlab.it

3. Dewey J. (1949) Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze.

che ha visto coinvolto il territorio delle aree interne della Sardegna, nel tentativo di coniugare progetti scientifici di altissimo profilo con la riqualificazione dei territori dell’interno, soggetti a processi di forte spopolamento. In questo caso, l’ipotesi di ricerca attraversa la possibilità di realizzazione di un osservatorio di onde gravitazionali in grado di captare i segnali provenienti da sorgenti astrofisiche dall’intero universo nel territorio delle miniere del Montalbo, in Sardegna. La rivelazione delle onde gravitazionali rappresenta una delle più importanti scoperte del secolo e ha rivoluzionato il modo di osservare e studiare l’Universo.

research laboratory. The laboratory has involved the inland areas of Sardinia in an attempt to combine high-profile scientific projects with the redevelopment of inland territories that are subject to high depopulation processes. The research hypothesis relies on the possibility of creating a gravitational wave observatory capable of capturing signals from astrophysical sources from the entire universe in the territory of the Montalbo mines in Sardinia. The revelation of gravitational waves is one of the most important discoveries of the century. This discovery has revolutionized how we observe and study the universe.

È una sorta di romanzo scientifico utopistico, per cui Bacon parla della “scienza per tutti e di tutti” che custodisce nella Casa di Salomone, una «casa della prospettiva, dove facciamo dimostrazioni su tutte le luci e le radiazioni», una casa del suono, una casa della matematica, delle illusioni sensoriali, dove è possibile che “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni” camminino insieme le une alle altre. Questa idea trova realizzazione alla fine degli anni Settanta del Novecento, nel dispositivo spaziale dello science centre sviluppato, tra i primi, dal fisico Frank Oppenheimer a San Francisco: l’Exploratorium. La sua passione per l’insegnamento, l’educazione, la manualità e l’idea “pratica” di costruire un esploratorio come uno spazio di convergenza dove compiere o far compiere esperimenti in pubblico o al pubblico, trova l’appoggio del governo americano dopo la scoperta del nucleare, per rigenerare fiducia nella gente. Questa visione fu alimentata dall’immaginazione di un luogo “di arte, scienza e percezione umana” che non fosse pensato su


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249 una collezione di oggetti da osservare, ma piuttosto da un insieme di esperienze da condividere. Una sorta di connubio fra la scienza e le altre forme di espressione, in cui l’attenzione al gioco e al valore dell’invenzione nel gioco, attivano il visitatore in un cambiamento cognitivo comportamentale, e in uno scambio relazionale, in cui la scienza diventa alla portata di tutti e il gioco facilita e alimenta il continuo stupore, dalla scoperta, all’emozione e alla motivazione. Il dialogo tra scienza e società pone in questo modo il pubblico come protagonista e, specialmente, alimenta quel processo acquisitivo del sapere che si compie “per libera scelta” (freechoice learning). Questa condizione democratica e per certi versi rivoluzionaria, facilita un avanzamento verso un’idea di formazione continua, partecipata e condivisa capace di superare le attuali teorie e tecniche della pedagogia e andragogia, muovendosi verso nuovi programmi educativi e nuove possibilità. I luoghi e i paesaggi della conoscenza sostengono per questo sperimentazioni tipologiche,

funzionamenti condivisi, secondo una posizione che pone l’ambiente di apprendimento svincolato dal concetto di “dentro” o di “fuori”, ma piuttosto lo spazio che continua la sua influenza e relazione fra “il dentro e il fuori”, fra le persone adulte e i bambini, fra le esperienze e i legami. “Laddove le opportunità architettoniche proliferano intorno a noi ci è offerta un’idea di libertà apparentemente illimitata. La struttura che ci circonda è fertile e ricca di inviti all’agilità, alla trasformazione e alla scoperta, presentandoci un campo di azione ad ampio raggio. Queste possibilità dell’ambiente circostante sono particolarmente evidenti nei paesaggi incontaminati e nelle grandi città, ma si rivelano anche in edifici con masse straordinariamente porose e cavità ininterrotte. In queste forme spugnose e ricche di eventi non c’è fine al corso delle azioni che gli individui possono cogliere e decidere da soli. Questi edifici sono essenzialmente “opere aperte” e “forme aperte”, a causa del loro continuum spaziale e dell’ampia gamma di prospettive, offrendo infiniti “futuri aperti” che si è

in grado di scegliere e di guidare”. (Plummer, 2016) In questo senso il distacco tra comunità scientifica e società si fa sempre più sottile, talvolta pericolosamente nullo nella negazione che esista perfino distinzione tra sapere scientifico e credenza comune. Un passo indietro di quasi 500 anni rispetto al 1572, data in cui David Wootton fissa la nascita della scienza sperimentale4, aprendo allo stesso tempo a nuove opportunità che riguardano lo sviluppo e la diffusione generalizzata dei processi di apprendimento, oltre le Istituzioni scolastiche. Tali processi di costruzione e divulgazione della conoscenza sono ormai tali da diventare il perno dei più importanti programmi di finanziamento europei per la ricerca, i quali riconoscono la complementarietà tra la realizzazione di grandi infrastrutture di ricerca altamente specialistiche e la loro

apertura verso l’esterno per la contaminazione dei saperi come uno degli elementi chiave per la crescita di un capitale umano capace di affrontare le sfide del futuro per una società inclusiva, innovativa e sicura5. Con questi presupposti le infrastrutture di ricerca6 accrescono strutture, risorse o servizi, utilizzati da ricercatori o aziende per effettuare ricerche scientifiche o accrescere le conoscenze e il grado di innovazione nel proprio settore. Possono essere rappresentate da grandi attrezzature scientifiche, archivi di dati, strutture elettroniche o di qualsiasi altra natura, localizzate, distribuite, oppure virtuali, che costituiscono un’eccellenza per il settore della ricerca e dell’innovazione. Attraverso questi luoghi, in cui converge la ricerca avanzata e multidisciplinare, è possibile osservare il grado di stimolo e il rafforzamento della ricerca (ad esempio nel campo delle bio-

4. Wootton D. (2016), The Invention of Science: A New History of the Scientific Revolution, Penguin Group, London. 5. Per maggiori approfondimenti si veda Faiferri M., Bartocci, S., M., Cabras, L., Pusceddu, F., (2020). Communicating scientific knowledge. In: O., Carpenzano, A., Capanna, A.I., Del Monaco, F., Menegatti, T., Monestiroli, D., Nencini (a cura di), Creativity and reality - The art of building future cities. vol. I, (pp. 124- 129). Roma: Edizioni Nuova Cultura. 6.https://ec.europa.eu/info/research-and-innovation/strategy/strategy-2020-2024/our-digital-future/european-research-infrastructures_it#projects


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251 tecnologie, nanotecnologie, disinquinamento ambientale, imaging, applicazioni mediche e scientifiche in generale), in questi spazi si sviluppano centri d’eccellenza che non possono prescindere dalle relazioni fisiche, sociali, ambientali ed economiche con il territorio in cui si collocano. Questa condizione pertinente consentirebbe, oltre che un insegnamento diretto ed un trasferimento dei risultati raggiunti, la realizzazione di una vicinanza sociale nei confronti del territorio che potrebbe essere in grado di comprendere ed accogliere gli investimenti pubblici nella costruzione delle grandi infrastrutture scientifiche, al pari di tante altre grandi opere di maggiore visibilità ed immediatezza. Per queste ragioni il legame al contesto diventa uno dei fattori impliciti nella costruzione di grandi poli di ricerca di livello internazionale. Sono luoghi aperti e non esclusivamente al servizio della ricerca, ma spazi della conoscenza permeabili, molto spesso integrati a science centre o nuovi spazi per l’esplorazione e talvolta 7. https://www.ecsite.eu/

collocati nei territori esterni alla città. In tal senso, muoversi secondo una prospettiva socio-spaziale, per la quale l’apprendimento può essere considerato una pratica che connette le persone ai luoghi (Amin, 2008;2015), pensare ad una indagine di possibili dispositivi spaziali integrati alle infrastrutture di ricerca scientifiche capaci di intervenire sul territorio, con innovatività, interdisciplinarità, multiscalarità, significherebbe supportare ogni forma di avvicinamento del grande pubblico ad argomenti che possono sembrare irraggiungibili, ma che in realtà trovano importanti applicazioni anche nella vita di tutti i giorni. Molto spesso, nelle infrastrutture di ricerca, lo spazio di intermediazione è assunto dagli science centre7 e dagli exibhit, che assumono il ruolo di dispositivi di produzione di conoscenza, piuttosto che esclusivamente di comunicazione o di coinvolgimento del pubblico. Ecco, infatti, che nell’impegno strategico e condiviso dei contemporanei centri di ricerca, sta la capacità di fornire esperienze personali in ambienti intersoggettivi ed intercorporei,

per cui è possibile associare l’apprendimento, al fare e la scoperta come fatto percettivo e corporeo8 (Hustvedt, 2016); diventano strutture di ricerca, in cui l’esplorazione può beneficiare di frizioni e contaminazioni da aspetti della cultura disattesi, con il fine di produrre una indagine più inclusiva e infine condivisa. Lo stretto rapporto tra evoluzione del territorio, percorsi di ricerca e ambienti formativi è interpretato attraverso alcune recenti esperienze condotte dal Laboratorio di ricerca Ecourbanlab9 che ha visto coinvolto il territorio delle aree interne della Sardegna, nel tentativo di coniugare progetti scientifici di altissimo profilo con la riqualificazione di territori dell’interno, soggetti a processi di forte spopolamento. La

figura del contesto è cruciale ed è una parte costitutiva del processo progettuale e dei percorsi di apprendimento, come lo sono i possibili scenari di trasformazione e rigenerazione. Molteplici aspetti coinvolti si legano in maniera rilevante alle attuali problematiche che riguardano i sistemi insediativi nelle aree interne, perché sono l’espressione di fenomeni e meccanismi che hanno influenzato la crescita o decrescita urbana negli ultimi decenni. In questo caso, l’ipotesi di ricerca attraversa la possibilità di realizzazione di un osservatorio di onde gravitazionali in grado di captare i segnali provenienti da sorgenti astrofisiche dall’intero universo nel territorio del Montalbo, in Sardegna. Nel 2018, nel sito di Sos Enattos a Lula, ha preso avvio il progetto SarGrav10 tramite il quale è stato rea-

8. Hustvedt S. (2016), The Delusions of Certainty, Simon Schuster, New York. 9. Ecourbanlab è un laboratorio di ricerca universitario che individua nel progetto dello spazio lo strumento di indagine e verifica della complessità urbana attraverso l’analisi e lo sviluppo di alcuni temi fondativi della città contemporanea, come l’abitare collettivo, il riuso e la riqualificazione urbana, gli spazi innovativi dell’apprendimento; il coordinamento scientifico è di Massimo Faiferri, la ricerca è svolta con i contributi di Samanta Bartocci, Fabrizio Pusceddu, Lino Cabras e Laura Pujia. Scientific committee: Gonçalo Byrne, Valter Caldana, Anne Lacaton, Giancarlo Mazzanti, Luca Molinari, Jo Noero, João Nunes, Jean Philippe Vassal. http://www.ecourbanlab.it 10. La rivelazione delle onde gravitazionali rappresenta una delle più importanti scoperte del secolo e ha rivoluzionato il modo di osservare e studiare l’Universo. Gli interferometri attuali, Advanced LIGO e Advanced Virgo, costituiscono la


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Assonometria - stato di progetto

Planimetria - stato di progetto

Fig.

1

La miniera di Sos Enattos nuovi spazi della ricerca e dell’apprendimento. Studenti: Andrea Pau, Federico Carta.

Fig.

2

La miniera di Sos Enattos nuovi spazi della ricerca e dell’apprendimento. Studenti: Andrea Pau, Federico Carta.


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255 lizzato un laboratorio sotterraneo finalizzato ad ospitare esperimenti di fisica di precisione sulla gravità, cui collaborano l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN, l’Istituto Nazionale di Astrofisica - INAF, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV e le Università di Sassari e di Cagliari, con la Regione Sardegna. Come per il progetto Archimedes, un esperimento per la misura del peso del vuoto quantistico e della discussa interazione del vuoto quantistico con la gravità. Le onde gravitazionali sono una delle principali conseguenze della Teoria della relatività generale formulata più di 100 anni fa da Albert Einstein e confermata sperimentalmente grazie alla collaborazione internazionale LIGO-VIRGO e al funzionamento congiunto dei tre interferometri localizzati negli Stati Uniti e in Italia. La rive-

lazione delle onde gravitazionali rappresenta una delle più importanti scoperte del secolo e ha rivoluzionato il modo di osservare e studiare l’Universo. Questo inizio ha rappresentato l’avvio ad una fase successiva per un progetto più ampio per una grande infrastruttura di ricerca, l’Einstein Telescope (ET)11. L’infrastruttura di ricerca si svilupperebbe nel sito minerario dismesso di Sos Enatos a Lula; è costituita da un lungo tunnel a geometria triangolare, di circa 10 km di lato, installato a circa 200 metri di profondità; è un sistema sotterraneo, unico al mondo e nel suo genere. La dimensione e la specifica peculiarità dell’infrastruttura rende questo territorio pertinente e capace della risonanza e del potenziale riverbero delle attività scientifiche. Malgrado le vecchie miniere siano un territorio che ha subito modificazioni morfologiche

seconda generazione di rivelatori di onde gravitazionali, ma la prima in grado di misurare effettivamente le onde gravitazionali. L’infrastruttura che li ospita è stata progettata negli anni ’80 e realizzata alla fine degli anni ’90, va aggiunto che i rivelatori attuali hanno la capacità di indagare l’Universo locale mentre si rende sempre più urgente l’indagine dell’intero Universo, operazione possibile solo dai telescopi di terza generazione, capaci di rilevare i raggi gamma. 11. Einsten Telescope (ET) è l’ambizioso progetto un osservatorio di onde gravitazionali di ultima generazione, capace di “ascoltare” i segnali provenienti da sorgenti astrofisiche dall’intero universo.

dal punto di vista dei processi ambientali in cui tutte le matrici sono connesse e coinvolte (suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, aria, biodiversità) e dotato di forti caratteri identitari, la costruzione di un inedito paesaggio della conoscenza attraverso ambienti ricchi ed interdisciplinari attiverebbe una fase di risarcimento rispetto ai temi di “tutela” e “cura” di questo paesaggio. Il laboratorio Ecourbanlab ha avviato una riflessione su come questi progetti di altissimo profilo scientifico possano essere accolti dalle comunità locali e condivise nella forma di divulgazione diffusa della conoscenza, contaminando i saperi locali e generando occasioni di sviluppo per la società e, di conseguenza, anche in termini di modificazione spaziale. Con questi precetti nasce la collaborazione tra diverse gruppi di ricerca e progettuali, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Ecourbanlab e

l’Equipo Mazzanti , con la consapevolezza che il progetto dello spazio fisico per l’ET, in particolare per quelle porzioni dove l’infrastruttura scientifica emerge, costituisce una grande opportunità per ripensare il territorio nella sua definizione di rete fisica e concettuale e come apparato capace di rendere visibile l’invisibile attraverso diversi sistemi di paesaggio. Le relazioni sociali, in questi contesti, sono definite da dinamiche contemporanee come la disparità, la mancanza di risorse pubbliche, l’impatto ecologico, la mancanza di risorse umane, l’instabilità politica o il costante cambiamento. Questo riconoscimento implica che l’architettura debba fare uno sforzo per adattarsi alle dinamiche tracciate per strutturare processi di progettazione più reattivi ai cambiamenti economici, politici, ambientali e, fondamentalmente, sociali. Per cui, rivelare i luoghi propizi all’accoglienza, all’apprendimento e al dialogo e favorire l’incontro tra differenti forme 12

12. La ricerca, proprio per la sua rilevanza scientifica sia sul piano teorico che applicativo, è raccontata alla 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia “How will we live together?”, diretta da Hashim Sarkis, (22 maggio- 21 novembre 2021), dove trova posto in un allestimento multimediale ed immersivo dal titolo “GWA - Gravitational Wave Architecture (from Venice to Sardinia)” all’interno del Padiglione Italia.


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257 di socialità, e saperi, in un ordine complessivo, si materializza in una trama di architetture non finite, aperte e adattive; architetture composte da moduli, fasce, tassellazioni, ramificazioni e modelli di associazione in cui le linee di forza, si uniscono e rendono percepibile ogni parte nel territorio esteso. Questa strategia considera le architetture nella possibilità di crescita, adattamento e modificazione nel tempo, secondo i bisogni futuri che la comunità richiede, alle diverse circostanze fisiche esistenti o emergenti. In questo senso si individua una capacità materiale e un’intelligenza formale estendibile e replicante. I sistemi nel paesaggio influiscono fra di loro e si strutturano tramite regole e modalità di organizzazione che risolvono le loro relazioni all’interno di forme adattabili e spontanee con il contesto. Il primo sistema costituisce i presupposti per l’educazione diffusa nel territorio implementando il riconoscimento di alcuni rapporti possibili per arrivare all’individuazione dei percorsi capaci di dare origine ad un processo di trasfor-

mazione, riconsegnando il senso della miniera verso la superficie dei territori. Per questo si allineano luoghi in cui concentrare spazi di divulgazione scientifica, luoghi dove avere un contatto con le attività di ricerca sviluppate nel sottosuolo e torri di trasmissione di grandi dimensioni che emerse dal suolo, con grossi cavi in propilene, ripropongono la figura geometrica del triangolo, connettendo ogni vertice del progetto di ET. Il secondo sistema intercetta i centri urbani coinvolti e li unisce rendendo visibile ciò che si produce nei territori di riferimento per cui l’azione progettuale si spiega in un nuovo sentiero che unisce i paesi. Nel terzo sistema il soggetto è il territorio non solo come materia stessa dell’opera, ma come espressione del rapporto dell’uomo con l’ambiente, per cui differenti nuclei assegnano ad ogni parte una specifica qualità del territorio, individuando per ciascun elemento del sistema un ruolo nello scenario generale13. In questi termini l’azione intorno ad ambiziosi progetti di educazione diffusa implica l’indivi-

13. I pali di circa cinquanta metri di altezza, con tessiture colorate, segnalano i siti di pregio paesaggistico.

duazione di percorsi capaci di dare origine ad un processo, più o meno profondo, di trasformazione spaziale. Nel territorio sardo questi meccanismi sono già intrinsechi alle caratteristiche dei paesaggi che lo compongono, al punto tale che la città perde rilevanza rispetto al territorio ed ai suoi elementi ambientali. Secondo Bertrand Russell per poter crescere culturalmente in questo contesto, la ricerca deve puntare alla scoperta di altri dati, quelli non evidenti, quelli che costituiscono il “mondo esterno”. L’esternalità non è spaziale né apparente, ma strutturata su oggetti sensibili, ovvero non composti di materia, toccabili, concreti, ma invisibili e oltre le apparenze, (Russell, 1995) come il progetto dell’Einstein Telescope cerca di fare. In quest’ottica, la distinzione tra mondi privati e la lettura delle differenze è la base della definizione di un futuro equo e sostenibile, in una comunità fatta da infiniti mondi possibili non necessariamente coincidenti. Con questo progetto, che coinvolge il territorio esteso delle miniere fra i piccoli centri di Lula, Bitti Onanì e Orune, si apre una prospettiva che racchiude la consapevolezza del fatto

che non esiste un confine definito, ma piuttosto un assemblaggio relazionale che permette di cogliere le potenzialità didattiche e generative della realtà che ci circonda, ma soprattutto permette al territorio e a questa infrastruttura di ricerca, attraverso differenti dispositivi, di costituire avamposti per una conoscenza e un apprendimento diffuso e innovativo. Perché, “quanto di quello che sappiamo dipende da ciò che ci piacerebbe credere? Quali sono i pregiudizi che ci impediscono di agire sulla base di ciò che sappiamo?” (Weinberger, 2012)


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Fig.

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L’infrastruttura di ricerca ET, il progetto di superficie e la miniera di Sos Enattos.

Fig.

4

L’allestimento multimediale, GWA - Gravitational Wave Architecture.


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Riferimenti bibliografici Amin, A. (2008). Collective culture and urban public space, City: analysis of urban trends, culture, theory, policy, action, 12(1), pp. 5-24. Amin, A. (2015). Animated Space, Public Culture, 27(2), pp. 239-258 Faiferri M., Bartocci, S., M., Pusceddu, F., (2021). Oltre le istituzioni scolastiche. Territori dell’apprendimento e nuovi paesaggi della conoscenza (pp 46-51). Luoghi dell’apprendimento. Officina_ Trimestrale di Architettura, Tecnologia e Ambiente, N.34. ISSN: 2532-1218 Faiferri M., Bartocci, S., M., Cabras, L., Pusceddu, F. (2020). Communicating scientific knowledge. In: O., Carpenzano, A., Capanna, A.I., Del Monaco, F., Menegatti, T., Monestiroli, D., Nencini (a cura di), Creativity and reality - The art of building future cities. vol. I, (pp. 124- 129). Roma: Edizioni Nuova Cultura. ISBN: 9788833653112 Faiferri M., Bartocci S., Cabras L., Pusceddu F. (2019). Apprendimento totale al Bauhaus: la nuova comunità del futuro. In Bloom, n° 29, pp.57–69. Feynman, R. (2002). Il piacere di scoprire. Milano: Adelphi. (ed. or. 1999). Dewey J.(1949). Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze. Hustvedt S. (2016), The Delusions of Certainty, Simon Schuster, New York. Merzagora M., Rodari P. (2007). La scienza in Mostra, Bruno Mondadori, Genova. Moriggi, S. (2015). Oltre gli idoli del senso comune. Per una educazione (scientifica) al digitale. Mediascapes Journal, 5, pp. 62-70. Oppenheimer F. (1985). The Exploratorium, Frank Oppenheimer 1912-1985, Special issue. Plummer, H. (2016), L’esperienza dell’architettura, Einaudi, Torino (2016).

Fig.

5

L’allestimento multimediale, GWA - Gravitational Wave Architecture.

Russell B. (1995). La conoscenza del mondo esterno, Milano: TEA Tagliagambe S. (2008). Lo spazio intermedio. Rete, individuo e comunità. Milano: Università Bocconi Editore. Weinberger, D. (2012). La scatola intelligente. La conoscenza come proprietà della rete. Torino: Codice Edizioni. Wootton D. (2016), The Invention of Science: A New History of the Scientific Revolution, Penguin Group, London.

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Hanno contribuito

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Carlo Atzeni

Maria Corsini

Professore Ordinario di Tecnologia dell’Architettura Università di Cagliari

Collaboratrice alla Didattica in Progettazione Architettonica Università di Cagliari

Samanta Bartocci Architetto, Dottore di ricerca in Architettura Assegnista di Ricerca presso Dipartimento di Architettura. Design e Urbanistica Università di Sassari

Pierfrancesco Cherchi Professore Associato di Progettazione Architettonica Università di Cagliari

Nađa Beretić

Adriano Dessì

Dottore di ricerca in Architettura e Ambiente Assegnista di Ricerca presso l’Università di Sassari

Dottore di ricerca in Ingegneria Civile e Architettura Ricercatore di tipo B di Architettura del Paesaggio Università di Cagliari

Arnaldo Cecchini

Massimo Faiferri

Già Professore Ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica e Direttore del Dipartimento di Architettura. Design e Urbanistica – Università di Sassari Presidente Onorario dell’Associazione AC/DC

Architetto, Professore Associato di Progettazione Architettonica Università di Cagliari


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Nicolò Fenu Architetto, Dottore di ricerca in Ingegneria Civile e Architettura Università di Cagliari Socio fondatore di Sardarch (Spin off Unica)

Antonello Sanna Già Professore di Tecnologia dell’Architettura e Direttore del Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura Università di Cagliari

Benedetto Meloni

Roberto Sanna

Già Professore Ordinario di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio Università di Cagliari

Architetto Dottore di ricerca in Ingegneria Civile e Architettura

Giorgio Peghin Architetto, Professore Ordinario di Progettazione Architettonica Università di Cagliari

Pietro Pulina Professore Ordinario di Economia ed Estimo Rurale Università di Sassari

Fabrizio Pusceddu

Francesca Uleri

Architetto, Dottore di ricerca in Architettura e Pianificazione Università di Sassari

Assegnista di ricerca in Sociologia dei processi culturali e comunicativi Libera Università di Bolzano



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