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LigAbUE A nApOLi

ChE gUEvARA A MiLAnO

Nella Cappella Palatina del Maschio Angioino la mostra monografica su Antonio Ligabue

Il mito del Che raccontato in una imponente mostra documentaria alla Fabbrica del Vapore

anno 123 numero 10 ottobre 201 7

Anno XII - n 9 ottobre 2017 -

TOULOUSE-LAUTREC

dE niTTiS E pALAzzO dELLA MARRA

gLi “AddEndi” di MOnAChESi

Nel cuore storico di Barletta uno scrigno architettonico ospita la Pinacoteca con le opere di Giuseppe De Nittis donate dalla moglie Lèontine alla città

Quarant’anni nel segno dell’arte per Riccardo Monachesi che espone le sue opere nel Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni”


primo piano

le novitĂ della casa

IL RAGGIO VERDE EDIZIONI

ilraggioverdesrl.it


EDITORIALE

In copertina e sopra: Henri de Toulouse-Lautrec, Divan Japonais, Affiche, litografia a gessetto, pennello e spruzzo con trama a riporto, in quattro colori, Collezione privata

Proprietà editoriale Il Raggio Verde S.r.l.

é dedicata a Toulouse de Lautrec la copertina di questo numero con il quale proviamo come sempre a raccontarvi la bellezza dell’arte, dei luoghi ma anche delle storie. Come quella di Ligabue, personaggio emblema di chi sa resistere e si riscatta attraverso la pittura, una vicenda la sua che viene ripercorsa nella mostra in corso a Napoli al Maschio Angioino. O quella di Che Guevara che il 9 ottobre di cinquant’anni fa lasciava questa terra per entrare nel mito, lo riscopriamo nella mostra documentaria allestita a Milano, alla Fabbrica del Vapore, attraverso gli scatti e i documenti che raccontano il suo impegno rivoluzionario, ma anche il suo essere padre e marito, l’uomo che si faceva spedire libri al fronte, insegnava ai suoi compagni a scrivere e leggere e organizzava scuole rurali perché lui per primo praticava l’ideale di “uomo nuovo” che costruisce il bene comune e non dimentica gli ultimi. E spese la sua vita per gli ultimi don Milani anche di lui ricorre il cinquantesimo della morte e Napoli lo ricorda con una settimana di eventi che diventano occasione per rilanciare temi a lui cari come l’accoglienza, l’incontro e la convivenza pacifica di cui si sente maggiormente bisogno oggi in un momento in cui le nostre comunità sembrano più orientate al rifiuto che all’ospitalità e alla cura. E sulla cultura e l’arte come riscatto sociale e strumento di crescita si basa anche un’altra bella iniziativa “MannforKids” che parte dal Museo Archeologico di Napoli che ha deciso di investire sulla formazione dei più piccoli e in particolare sui minori con situazioni di disagio sociale. Arte e bellezza ma anche azioni concrete di rigenerazione urbana sono stati i capisaldi della manifestazione Coraggio Bellezza! due giorni di studio, ma anche di azioni pratiche di rigenerazione urbana nell’area sud est del capoluogo partenopeo, per mettere sul tavolo il futuro del paesaggio e del patrimonio di tutte le città. E a proposito di patrimonio vi segnalo l’articolo di alcuni studenti del Palmieri con cui siamo saliti sul Cantiere di Santa Croce, la basilica emblema del barocco leccese che dopo il restauro tornerà al suo antico splendore. Ed è tutto dedicato allo stupore delle atmosfere del Barocco il nuovo documentario che in questi giorni il regista Piero Cannizzaro ha girato nel Salento per il canale francese Artè. (an.fu.)

SOMMARIO

Direttore responsabile Antonietta Fulvio progetto grafico Pierpaolo Gaballo impaginazione effegraphic

Redazione Antonietta Fulvio, Sara Di Caprio, Mario Cazzato, Nico Maggi, Giusy Petracca, Michele Bombacigno

Hanno collaborato a questo numero: Marcella Barone, Giovanni Bruno, Stefano Cambò, Giammatteo Capone, Eugenio Caretto, Mario Cazzato, Sara Di Caprio, Ada Donno, Dario Ferreri, Claudia Forcignanò, Sara Foti Sciavaliere, Giusi Gatti Perlangeli, Paolo Raho Redazione: via del Luppolo,6 - 73100 Lecce e-mail: info@arteeluoghi.it www.arteeluoghi.it

Iscritto al n 905 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 29-09-2005. La redazione non risponde del contenuto degli articoli e delle inserzioni e declina ogni responsabilità per le opinioni dei singoli articolisti e per le inserzioni trasmesse da terzi, essendo responsabili essi stessi del contenuto dei propri articoli e inserzioni. Si riserva inoltre di rifiutare insindacabilmente qualsiasi testo, qualsiasi foto e qualsiasi inserzioni. L’invio di qualsiasi tipo di materiale ne implica l’autorizzazione alla pubblicazione. Foto e scritti anche se pubblicati non si restituiscono. La collaborazione sotto qualsiasi forma è gratuita. I dati personali inviateci saranno utilizzati per esclusivo uso archivio e resteranno riservati come previsto dalla Legge 675/96. I diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati. Non è consentita la riproduzione, anche se parziale, di testi, documenti e fotografie senza autorizzazione.

Luoghi|Eventi| itinerari: don Milani 12| de nittis e palazzo della Marra 34 | Al di là della Seta 41 | Sul cantiere di Santa Croce 42| Le storie di Sant’Orsola di Tomaso da Modena68 | ManndorKids 75 | itinerarte 81|La settimana del pianeta terra 100 | Coraggio, bellezza! 108 | Salento Segreto 110 Arte: Toulouse-Lautrec 4| Ligabue 14|gli addendi di Monachesi 20 | Che guevara 24 | 36 | giancarlo Moscara 52| Silvia Recchia 59 |i volti di Arianna Saracino 94 |Animus e Anima 107 | Musica: Arte e Musica incursioni live degli studenti del palmieri 61| Euritmia, i ritmi della natura nel nuovo disco di paolo gianolio 74 i luoghi della parola: Settimana della sociologia 13 | Amori Letterari giuseppe Ungaretti e bruna bianco 26|Curiosar(t)e Marco Mazzoni 30 | Maternità senza ostacoli 60 |La morte di noemi la sconfitta di tutti 76 |in memoria di Jan Kelbl 102 Teatro|danza| L’anno delle rivoluzioni. parma e la cultura russa 78| Lezioni di vita in punta di piedi 96 nel nome di Eva | vera giannetto e il balletto del Salento 99 Cinema: |Sotto copertura, la fiction alla galleria borbonica 56 | nazra festival di corti sulla palestina 58 | il Salento barocco di piero Cannizzaro 62 | Luoghi del Cinema Radiofreccia di Ligabue 102 Libri Carlo poerio e l’Europa 80 | Luoghi del sapere 82-85 | Libertà delle donne nel XXi secolo 92 | Conversazioni sul futuro 104 i luoghi nella rete|interviste|gusto: il parco Ungaretti di Sagrado 31 premio Matroneo 79 Numero 10- anno XII - ottobre 2017


Henri de Toulouse-Lautrec, Etude de nu. Femme assise sur un divan, 1882, olio su tela, Musée Toulouse-Lautrec, Albi, France

iL MOndO fUggEvOLE di hEnRi dE TOULOUSE-LAUTREC Sara Di Caprio

A Palazzo Reale di Milano oltre duecento opere tra le quali i famosi manifesti dell’artista bohémien che seppe creare un suo stile sintesi estrema di forma, colore e movimento

MILANO. Dopo l’esposizione dedicata a Manet, il Palazzo Reale di Milano apre le sue sale a un altro indiscusso protagonista francese della seconda metà dell’Ottocento: Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901). Toulouse-Lautrec. Il mondo fuggevole è il titolo della mostra a cura di Danièle Devynck (direttrice del Museo Toulouse-Lautrec di Albi) e Claudia Beltramo Ceppi Zevi che sarà possibile

visitare fino al 18 febbraio 2018 e che - per dirla con le parole di Domenico Piraina direttore di Palazzo Reale farà conoscere «ToulouseLautrec che è molto di più dell’artista banalmente maudit come una certa biografia aneddotica, vittima di un curioso pietismo, lo ha categorizzato». Una grande mostra monografica, dunque, che espone oltre 200 opere tra cui 35 dipinti, litografie, acqueforti e i

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Maurice Guibert, Henri de Toulouse-Lautrec in abiti giapponesi che si finge strabico, 1892 circa, fotografia, Musée Toulouse-Lautrec, Albi

famosissimi affliches dell’artista albigese provenienti dal Musée Toulouse-Lautrec di Albi e da importanti musei e collezioni internazionali come la Tate Modern di Londra, la National Gallery of Art di Washington, il Museo Puškin di Mosca, il Museum of Fine Arts di Houston, il MASP (Museu de Arte di San Paolo) e la Bibliotheque Nationale de France di Parigi e da diverse storiche collezioni private. Voluta e prodotta da Comune di MilanoCultura, Palazzo Reale, Giunti Arte Mostre

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Musei e Electa, l’esposizione è realizzata in collaborazione con il Musée Toulouse-Lautrec di Albi a cui si aggiunge il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia. In un certo senso è una monografica che trova nelle parole di Manet, l’artista che ha da poco “lasciato” le sale del palazzo Reale, la descrizione più precisa: «Bisogna vivere nel proprio tempo, e dipingere ciò che si vede ». Toulouse-Lautrec fa sue queste parole e sceglie questa via. L’artista è sempre alla ricerca delle ombre di


Henri de Toulouse-Lautrec, Le jockey, 1899, litografia, collezione privata

Montmartre, negli anni della luce e del plein air dell’Impressionismo, scegliendo e narrando con cruda verità e un pizzico di umorismo l’altra faccia del mondo francese quella nascosta delle maison close, delle attrici e delle ballerine che popolano i caffè-concert. Henri de ToulouseLautrec di origini aristocratiche decide di non aderire a nessuna “scuola” dell’epoca, segue la via moderne baudelairiana studiando non la luce che inonda i passanti ma alla ricerca di qualcosa di più profondo: il tratto caratteriale. «Ho cercato di fare il vero e non l’ideale» scriveva nel 1881. La mostra è articolata per sezioni tematiche in modo da ricostruirne il percorso che porta dalla pittura alla grafica, analizzando anche le influenze che determinarono il suo stile. Le due grandi passioni di HTL, come si firmava nel suo monogramma racchiu-

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Henri de Toulouse-Lautrec, Divan Japonais,1892-1893, litografia, manifesto, collezione privata

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Henri de Toulouse-Lautrec, Ambassadeurs, Aristide Bruant, 1892, litografia, manifesto, collezione privata

dendo le sue iniziali in un cerchio, sono le stampe giapponesi e la fotografia. Alcune opere di maestri giapponesi, sicuramente conosciute da To u l o u s e - L a u t r e c , accompagnano i visitatori arricchendo i tasselli che permettono di ricostruire il mondo notturno parigino e proponendone un confronto; come con la serie completa della Maison verte di Utamaro che al pari di Lautrec raffigura l’ambiente dei postriboli. La fotografia non è solo un’arte da collezionare per Toulouse ma un mezzo, uno strumento di supporto per le sue ricerche, non solo la pratica personalmente ma la utilizza anche per creare alcuni autoritratti. L’artista, infatti, si faceva ritrarre in pose provocatorie, ironiche e allo stesso tempo iconiche che inserite nella mostra ci permettono di coglierne anche l’aspetto caratteriale di Toulouse-Lautrec l’autoironia e la passione per il travestimento. Come in uno scatto del 1892, dove indossando il kimono, seduto a gambe incrociate, ricorda un attore di Kabuki, a dimostrazione del suo interesse per il Giappone. Assieme alle foto “sceneggiate” (il gioco dei

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Henri de Toulouse-Lautrec, Au lit, 1892, olio su cartone, Foundation E.G. Bührle Collection, Zürich

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Henri de Toulouse-Lautrec, La clownesse assise, Mademoiselle Cha-U-Kao, 1896, litografia, tavola 1 della serie Elles, Bibliothèque Nationale de France, Parigi

tableaux vivants era molto in voga nei salotti della buona società) vi sono anche quelle austere della famiglia di Lautrec, una delle più antiche casate nobiliari francesi e che poteva vantare antenati risalenti ai tempi di Carlo Magno; mettendo quindi in scena due facce, quella ironica e provocatoria, e quella seriosa che riflette anche la Parigi dell’epoca, città di luci ed ombre. Toulouse-Lautrec rappresenta la vita contemporanea non solo con opere come Au lit, 1892; Monsieur Caudieux, acteur de café-concert, 1896, ma, anche mediante gli affiches, e in questa esposizione è possibile ammirare eccezionalmente la serie completa dei 22 manifesti, accompagnati da bozzetti e studi che sono il nuovo alfabeto del linguaggio che diverrà poi Art Nouveau, di cui lui è il primo a dettarne regole e stile. Come nell’opera Divan Japanais, 1892-1893, un caffè

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Henri de Toulouse-Lautrec, Confetti, 1894, litografia, manifesto, collezione privata

«Ho cercato di fare ciò che è vero e non ideale» concerto al 75 di rue des Martyrs: con una inquadratura audace rappresenta la figura elegante, in nero e capelli rossi, di Jane Avril che si stacca dallo sfondo chiaro dell’orchestra. Nel manifesto Ambassadeus, Aristide Bruant, 1892, che raffigura il cantante, assunto come vedette a Les Ambassadeurs (caffè concerto chic degli Champs-Elysees) con pochi colori e con contorni molto netti dimostrando una grande modernità e audacia nella pubblicità dell’epoca. «Fu a volte nell’ultimo gradino della

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scala infernale che Lautrec andò a cercare i suoi modelli […]» ricorda L. Berard nel 1922, in un discorso di inaugurazione appena vent’anni dopo la sua morte, al museo di Albi a lui intestato «lo stile, magia degli artisti, mistero della creazione, è ciò cui si dovrà tornare sempre parlando di questo pittore […] per aver impiegato i suoi doni magnifici, […] allo scopo di descrivere le scene, gli eroi o le comparse della commedia umana […]».


Un frame del docufilm ‘Don Milani’ di Ivan Angeli, recuperato dagli archivi storici dell’Istituto Luce,

A nApOLi LA SETTiMAnA dOn MiLAni inCOnTRi E RifLESSiOni

Dal 21 al 27 ottobre presentazioni di libri e proiezioni per approfondire il pensiero donmilaniano

In occasione del 50° anniversario della morte di Don Milani, Napoli celebra la "Settimana Don Milani". Dal 21 al 27 ottobre, in diversi luoghi della città, si svolgeranno, incontri, presentazioni di libri, spettacoli teatrali e proiezioni di film che da differenti punti di vista e con linguaggi diversi proporranno approfondimenti su alcuni aspetti e temi del pensiero donmilaniano. Una settimana che diventa un'occasione per riprendere i temi cari a Don Milani, oggi quanto mai attuali e indispensabili per rilanciare un'idea positiva dell'incontro, dell'accoglienza e della convivenza con gli altri differenti in un momento in cui le nostre comunità e le nostre città sembrano orientate più al rifiuto e al rancore, piuttosto che all'ospitalità e alla cura. A tali temi saranno legati due particolari momenti della settimana, previsti entrambi per la giornata del 27 ottobre: la mattina in Piazza Municipio, "La scuola ne combina di tutti i colori: festa di piazza delle bambine e dei bambini a colori delle scuole napoletane" che rilancia i temi della cittadinanza a favore di una legge sullo "ius soli". Il pomeriggio, al Pan, il docu-film: "La città adattabile" che racconta le vicende scolastiche e di vita di alcuni alunni con differente abilità. Nato il 27 maggio 1963 a Firenze Don Milani è stato un grande prete-maestro innamorato di Gesù e della sua Chiesa che ha fatto della propria vita una missione: restare accanto all’umanità bisognosa. «Il prete 'trasparente e duro come un

diamante' continua a trasmettere la luce di Dio sul cammino della Chiesa»- ha detto di lui Papa Francesco che lo scorso 20 giugno si è recato a pregare a Barbiana sulla tomba di Don Milani che ha definito "Servo esemplare del Vangelo” riconoscendogli ciò che in vita Don Milani non ebbe purtroppo. Ordinato sacerdote nell’ottobre 1947 per la sua opera di educatore, per gli interventi a favore degli operai in genere, il libro “Esperienze Pastorali”, le prediche in occasione delle elezioni amministrative del 1951 fu denunciato presso la Curia che lo esiliò a Barbiana nel Mugello. Ma in questa piccolissima parrocchia Don Lorenzo vi aprì la scuola di “recupero” destinata a diventare un modello educativo. Una scuola che si basava sulla necessità dell’assunzione della responsabilità del singolo nella società, non a caso il motto era quel “I care” “Mi importa” posto sulla porta d’ingresso. Tutte le diverse proposte sono promosse e organizzate dal Comune di Napoli in collaborazione con: Fondazione Premio Napoli, le riviste "Il Tetto", "insegnare", Istituto Campano della storia della Resistenza, dell'Antifascismo e dell'Età contemporanea, "Astrea – sentimenti di giustizia", "Centro Formazione e Ricerca don Milani”e “Scuola di Barbiana di Vicchio”, Galleria Toledo, compagnia teatrale “Chille de la balanza”, Libreria LaFeltrinelli, Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale (sez. San Luigi).

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LA SETTiMAnA dELLA SOCiOLOgiA qUATTRO inCOnTRi A LECCE

L’iniziativa promossa dal Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo e dai Corsi di Laurea in Sociologia e Servizio Sociale dell’Università del Salento

GOVERNO E TRASFORMAZIONE DEI TERRITORI

UNA PROSPETTIVA PROSPETTIVA SOCIOLOGICA Lecce 18-21 ottobre 2017

LECCE. Dal 18 al 21 ottobre si terrà a Lecce nell’ambito della “Settimana della sociologia” l’evento plurale “Governo e trasformazione dei territori – Una prospettiva sociologica” promosso dal Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo e dai Corsi di Laurea in Sociologia e Servizio Sociale dell’Università del Salento. L'iniziativa rientra nel programma di una serie di eventi pubblici organizzati in parallelo su tutto il territorio nazionale con il fine di aprire un confronto aperto e partecipato, non accademico, tra la comunità sociologica e il territorio. Le giornate salentine toccheranno i temi propri della società globalizzata in una prospettiva attenta alla dimensione locale: dall'apertura della manifestazione con la presentazione di una ricerca nazionale sul lavoro nel Mezzogiorno (“Menti precarie e lavoro cognitivo. Le professioni intellettuali nell’Italia del Sud”, 18 ottobre, ore 19) alla chiusura dell'evento con un resoconto di buone pratiche nel rapporto tra Università e devianza sociale (seminario “Carcere e università”, 21 ottobre, ore 19); dalla discussione sulla nuova edizione del classico delle scienze della comunicazione “La spirale del silenzio” di Elisabeth Noelle-Neumann, Meltemi Editore (20 ottobre, ore 19) ad una riflessione sull'attualità della cultura giuridica di tipo sociologico (seminario “Giu-

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19.00

MENTI PRECARIE E LA ORO COGNITIVO. LE PROFESSIONI INTELLETTUALI NELL’IT DEL SUD

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9.30

CONVEGNO NAZIONALE IMPRESA SOCIALE E INNO AZIONE. NUOVE FRONTIERE PER L’OCCUP DEI GIO ANI

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stizia, cultura giuridica e 9.30 ricerca empirica”, 19 ottobre, ore 19). Il programma vedrà, inoltre, al suo interno due giorni di15.00convegno nazionale dedicato a “Impresa sociale e innovazione. Nuo19.00 dei giovani” (19 e ve frontiere per l'occupazione 21 18.00 20 ottobre, aula Fermi di Ecotekne). Molti saran20.30 no gli ospiti che accompagneranno le diverse iniziative: docenti universitari, giornalisti, esponenti della società civile e dell'economia. «Queste giornate di incontro vogliono riflettere sul governo del territorio e sui fenomeni sociali in un momento nel quale la crisi economicofinanziaria dell'ultimo decennio ha determinato difficoltà e disorientamento nella vita quotidiana di molti cittadini» - afferma il prof. Emiliano Bevilacqua, docente di Sociologia in UniSalento, che ha promosso l'evento insieme ai colleghi Mariano Longo, Fabio de Nardis, Sarah Siciliano, Marta Vignola, Luca Antonazzo e Federica Epifani. «La settimana - prosegue il sociologo - intende richiamare l'attenzione sul contributo che le competenze di tipo sociale possono offrire per comprendere la realtà circostante, ma anche per promuovere una crescita culturale e uno sviluppo sostenibile in grado di superare un modello socioeconomico ormai in crisi».

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L’IMPRESA SOCIALE PER L

omplesso Ecotekne UPPO LOCALE

AZIONE DI IMPRESE

Aula Fermi Edificio IBIL L’INNO AZIONE SOCIALE E L’INNO TECNOLOGICA AL SER E DELLE COMUNITÀ

ali Ergot, Piazzetta Falconieri 1b GIUSTIZIA, CULTURA TURA GIURIDICA E RICERCA EMPIRICA

ORI PER GLI STUDENTI SULLA PROGETTAZIONE/SIMULAZIONE DI UN’IMPRES

CARCERE E UNIVERSITÀ

COMUNICAZIONE, OPINIONE PUBBLICA E DEMOCRAZIA

Teatro Astr

A DI BORGO SAN NIC

Evento inserito nel calendario della SettimanaDellaSociologia.it

#WeekSoc2017

PROIEZIONE DOCUFICTION TERINA GERARDI

$PNJUBUPTDJFOUJmDPFPSHBOJ[[B[JPOF Luca Antonazzo, Emiliano Bevilacqua, Fabio de Nardis, Federica Epifani, Mariano Longo, Sarah Siciliano, Marta Vignola


Antonio Ligabue, Autoritratto, 1957, olio su tavola di faesite, 70 x 65 cm e Testa di tigre, 1955-56

LigAbUE, LA fORzA dEL COLORE pER dipingERE L’UMAniTà Antonietta Fulvio

La mostra, curata da Sandro Parmiggiani e Sergio Negri, è allestita fino al 28 gennaio a Napoli nella Sala Palatina del Maschio Angioino NAPOLI. Un luogo simbolo di Napoli e un artista, Ligabue, icona egli stesso dell’arte che può rendere libera un’anima imprigionata nel vortice del dolore esistenziale, alienata dall’indifferenza e dal cinismo che abbandona. Dalle rive del Po allo spazio angusto, opprimente, del manicomio. E nel mezzo i colori, il segno che si fa racconto e punto fermo della sua stessa identità. Si intitola semplicemente “Antonio Ligabue” (Zurigo, 12 dicembre 1899 Gualtieri, 27 maggio 1965) la mostra che fino al prossimo 28 gennaio sarà allestita nella Cappella Palatina all’interno del Maschio Angioino. Promossa dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo dell’amministrazio-

ne comunale, con la collaborazione della Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri e l’organizzazione generale di C.O.R Creare Organizzare Realizzare sono giunte Napoli ottanta opere, di cui cinquantadue oli, sette sculture in bronzo, più una sezione dedicata alla produzione grafica con otto disegni e quattro incisioni. A queste si aggiunge una sezione introduttiva di carattere biografico. Una grande esposizione monografica, curata da Sandro Parmiggiani e Sergio Negri, massimi esperti dell’opera di Ligabue che viene raccontato attraverso un excursus storico e critico che rivela tutta l’attualità della sua opera. Un artista che continua ad affascinare per la sua pit-

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tura dall’intensa carica cromaica ed espressiva e per la sua vicenda umana che più di un regista ha provato a raccontare. Dal primo documentario a firma del regista Rai Pier Paolo Ruggerini (1960) al documentario “Antonio Ligabue, pittore” realizzato nel 1965, l'anno della morte, da Raffaele Andreassi passando per lo sceneggiato “Ligabue” del regista Salvatore

Nocita (1977) dove ad interpretare l’artista c’era un giovanissio Flavio Bucci. Fino ad arrivare al progetto “Ligabue” dell’attore e regista Mario Perrotta che ha incentrato il suo lavoro teatrale sulla figura dell’artista in rapporto con i luoghi che segnarono la sua esistenza e la sua creazione artistica: la Svizzera, dove nacque e visse fino ai diciotto anni; il territorio di Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, sulle rive del Po, e le

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sponde reggiane e mantovane dello stesso fiume, dove produsse gran parte dei suoi quadri e delle sue sculture. «Il caso Ligabue va avanti. Ligabue esordisce come pittore primitivo, ingenuo, qualcuno lo ha definito naif – ha raccontato Sergio Negri - io credo sia un errore: basta dare uno sguardo al suo curriculum, all’evoluzione della sua opera, che da una fase iniziale un po’ incerta man mano cresce, fino


a diventare quello che oggi possiamo ammirare qui. Ligabue non è un artista impreparato, o incolto, come sino a pochi anni fa si voleva far credere, ma un autentico pittore autodidatta, dotato di abilissimo talento creativo, da inquadrare tra quei pittori che, a un certo punto del loro excursus artistico, sentono il bisogno di guardarsi dentro al fine di dare a ogni immagine dipinta un profondo significato di sofferenza interiore». L’allestimento suddivide l’attività artistica di Ligabue, dagli anni Venti al 1962, secondo uno sviluppo cronologico, sulla base dello schema interpretativo messo a punto da Sergio Negri, che indaga i temi della sua pittura: gli animali esotici e feroci, impegnati in una perenne contesa per la loro sopravvivenza, ma anche quelli vicini all’uomo nella vita domestica e nel lavoro dei campi.

Ligabue studiava accuratamente l’anatomia degli animali che rappresentava e le posture tipiche assunte nelle fasi della caccia o del lavoro, desunte dall’osservazione diretta frequentando i Musei Civici di Reggio Emilia e da varie fonti iconografiche come le figurine Liebig e “La vita degli animali” di Brehm. Ligabue reinventa il semplice dato di partenza attraverso una pittura in cui si fondono visionarietà espressiva (sia nelle forme che nel colore) e il ricorso a elementi puramente decorativi (i mantelli degli animali, la vegetazione, le carte da parati negli interni, i tessuti delle giacche). Va rimarcato che in molti dei suoi paesaggi padani irrompono, sullo sfondo, raffigurazioni assolutamente reali dei castelli e delle case della natia Svizzera, immagini di quelle radici che tenacemente conservava nella sua memoria. Gli straordinari autoritratti, infine, rappresentano

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a lato: una foto dell’allestimento nella Cappella Palatina, sotto particolare dell’esterno del Maschio Angioino

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un’orgogliosa dichiarazione del suo valore di artista e della sua identità di persona spesso dileggiata e irrisa. Volti che come in una sorta di autoanalisi esprimono il dolore la fatica, il male di vivere. Non a caso il primo autoritratto risale al periodo del secondo ricovero in manicomio. «Se scorressimo, in una sorta di ideale sequenza temporale, i suoi autoritratti, - scrive Sandro Parmiggiani - potremmo leggervi una perenne, costante condizione umana di angoscia, di desolazione e di smarrimento: non solo il dipanarsi dei sentimenti propri dei giorni in cui un certo dipinto fu realizzato, ma il lento cammino verso l’esito finale, con i segni che il succedersi delle stagioni lascia sul suo volto. (...) Gli autoritratti di Ligabue sono un grido nel silenzio della natura e nell’indifferenza e nella sordità delle persone che lo circondano, spesso inconsapevoli delle sofferenze che possono essere inflitte a una persona, quando non se ne vede e non se ne coglie la perenne, inalienabile, identità di uomo». Ligabue Napoli, Maschio Angioino Cappella Palatina fino al 28 gennaio 2018 Intero € 10,00 – ridotto € 8,00 Il biglietto comprende l’ingresso alla mostra “Antonio Ligabue” e al Museo Castel Nuovo – Maschio Angioino Domenica. Intero € 8,00 – ridotto € 6,00. Il biglietto è per la sola visita alla mostra “Antonio Ligabue”

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Riccardo Monachesi, Cubi, installazione 2002-2014

SCOLpiRE LA CERAMiCA gLi AddEndi di RiCCARdO MOnAChESi La mostra, curata da Francesco Paolo Del Re è stata inaugurata lo scorso 30 settembre al Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni” di Civita Castellana CIVITA CASTELLANA (VITERBO). Addendi è il titolo della mostra itinerante di Riccardo Monachesi che celebra i suoi primi quarant’anni nel segno dell’arte. Risale infatti al 1977 la firma della sua prima scultura. E dopo il successo della prima tappa allestita a giugno a Viterbo, gli “Addendi” di Monachesi sono protagonisti nel Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni” situato all’interno della Chiesa di San Giorgio (viale Gramsci 3), a Civita Castellana (VT). La mostra che si è inaugurata lo scorso 30 settembre sarà visitabile fino al 7 gennaio 2018 e presenta un’antologia delle sculture in ceramica, con particolare attenzione alla produzione degli ultimi anni e con alcune significative incursioni nella produ-

zione precedente, a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Monachesi scolpisce la ceramica da ben quarant’anni, una materia che ama e rispetta profondamente coltivandone l’autenticità espressiva. Tenta di imbrigliarla con il giogo dei calchi lavorando sulla serialità e sulla modularità. La impreziosisce, liberandola dal manierismo attraverso l’esaltazione dell’incidente, dell’imprevisto, dell’indeterminato. Ma allo stesso tempo, in altri tipi di lavori, ne educa le potenzialità emotive ed espressive in virtù della sapiente duttilità nell’uso della tecnica del colombino, che asseconda plasticità sentimentali e traccia, come un vecchio giradischi, il solco di una melodia senza suoni. A distanza di quattro

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Da snistra a destra: Riccardo Monachesi, Pneuma 2 e Pneuma 1

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Riccardo Monachesi, Persino le briciole,

anni dalla grande mostra organizzata all’interno del Museo delle Mura di Porta San Sebastiano a Roma un nuovo evento espositivo il cui cuore è costituito da alcune nuove sculture, tra le quali la serie “TerraeMota”, quasi completamente inedita. «Ho iniziato a lavorare a questo progetto nel 2015 - racconta lo scultore - durante una residenza in Cile, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura di

Santiago del Cile. Nel corso del mio soggiorno cileno si è verificato un terribile terremoto e, a partire dall’osservazione della devastazione prodotta da questo cataclisma, ho iniziato a riflettere sul tema della casa franata e squassata. Un lavoro che ho deciso di proseguire anche al mio ritorno in Italia: i terribili terremoti dell’Umbria e delle Marche del 2016 mi hanno infatti convinto della necessità di riflettere con gli strumenti della mia arte sul tema della fragilità della costruzione umana». Accanto a queste sculture di impegno civile, tra le opere recenti si annoverano anche lavori di respiro più intimo e privato, come “Persino le briciole”, una grande installazione a parete del 2015 che scandisce accenti e pause del verso di una poesia. Ma non è tutto. In un ideale abbraccio che supera il tempo, dagli archivi dell’artista riemergono poi alcuni lavori degli anni Ottanta, come la serie “Tangram” del 1985, composta di sette pezzi, le “Lune” del 1988 e le variazioni sul tema del circolo, oltre ad alcuni grandi vasi del decennio successivo: queste opere, preziose testimonianze di un percorso di ricerca tenace, coerente e di grande rigore formale, vengono esposte al pubblico per la prima volta dopo moltissimo tempo, per raccontare otto lustri di impegno di Riccardo Monachesi al servizio della scultura. Dentro la forma e oltre la materia. «Nel disegno più ampio del percorso della ricerca di un artista – scrive il curatore Francesco Paolo Del Re – ogni nuova tappa espositiva si inserisce come una tessera di mosaico, ponendosi in dialogo con il passato e il futuro della sua

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Riccardo Monachesi, Vaso Libro

sperimentazione e con il contesto culturale all’interno del quale è inserito. In questo senso, la riflessione che ispira il titolo della mostra immagina il lavoro artistico come un fare processuale inserito in un universo di relazioni. Nelle due sedi di Viterbo e di Civita Castellana si presenta dunque una mostra-addendo, per valorizzare le peculiarità della scultura di Riccardo Monachesi, artista che fa dell’addizione di elementi modulari e della variazione all’interno di un principio seriale uno dei suoi punti di forza, con l’intento di trasformare il lavoro plastico in più ampie installazioni che si confrontano attivamente con lo spazio espositivo.»

Civita Castellana (VT), Museo della Ceramica “Casimiro Marcantoni” fino al 7 gennaio 2018

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Che Guevara a Las Villas Escambray prima della battaglia di Santa Clara, 1958, © Centro de Estudio Che Guevara ,

ChE ChEvARA “TU y TOdOS”

“[...] Molti mi considereranno un avventuriero e questo sono, solo che di tipo diverso: uno che rischia la pelle per dimostrare le proprie verità. … Che Guevara lettera ai genitori, 1965

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Che Guevara in Congo 1965©Centro de Estudios Che Guevara

MILANO. Il 9 ottobre del 1967 Ernesto Guevara viene catturato in Bolivia insieme ai compagni di guerriglia e dopo un lungo interrogatorio, viene assassinato nel piccolo villaggio de La Higuera. Gli scatti dei fotografi che ritraggono il suo corpo steso su un tavolo all’ospedale di Vallegrande fanno il giro del mondo, così come l’annuncio della sua morte da parte di Fidel Castro. Il combattente, l’eroe, se n’era andato ma non il suo ricordo. Raccontare Che Guevara. Rivivere gli avvenimenti cruciali e il mito del Che scoprendo al contempo l’uomo e i suoi ideali. Si intitola Tu y Todos”, come il verso di una poesia di Che Guevara scritta alla moglie prima della partenza per la Bolivia , la grande mostra documentaria che si aprirà a cinquant’anni dalla sua morte, dal 6 dicembre 2017 al 1 aprile 2018 (anno in cui ricorrono i novant’anni dalla nascita) a Milano alla Fabbrica del Vapore. Un titolo che suggerisce l’intento del percorso espositivo: raccontare ed esplorare la complessità di questo personaggio lasciando che il visitatore entri dentro la Storia, e riviva gli avvenimenti cruciali grazie al ricchissimo e in parte inedito materiale di archivio proveniente dal Centro Studi Che Guevara a L’Avana e ai linguaggi delle più innovative tecnologie. E in tal senso, all’esposizione si aggiunge la proiezione del film documentario intitolato “Che Guevara: tu y todos”. Una cooproduzione targata Magnitudo Film, Alma e RedString Pictures che grazie alla ricca e inedita documenta-

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Ernesto Guevara con la sua famiglia ad Alta Gracia, 1936© Centro de Estudios Che Guevara

zione dello stesso Centro Studi Che Guevara intende raccontare la figura iconica e contemporanea del Che attraverso una nuova chiave di lettura sulla società di oggi. Un viaggio alla ricerca delle tracce filosofiche del Che, attraverso i suoi occhi, le sue fotografie e l’incontro con alcune personalità che lo hanno conosciuto personalemente o tramite i suoi ideali. «Il mito del Che meritava da tempo una produzione internazionale capace di esplorare al meglio la complessità di questo personaggio spiega Francesco Invernizzi amministratore delegato di Magnitudo film. La sua icona ormai va oltre la semplice questione ideologica; è l’uomo per eccellenza che ha combattuto per i poveri, gli ultimi scontrandosi anche con i suoi compagni di rivoluzione. È una figura che è sempre rimasta pura e che ancora oggi genera fascino e interesse presso le giovani generazioni. Questo progetto è nato collegato alla mostra promossa e

curata da Alma e Simmetrico Cultura». E veniamo alla mostra che, anticipa il direttore artistico Zambelli, «intende riscattare la figura di Ernesto Guevara dall’oblio dell’icona pop alimentata a poster e magliette, restituendola alla sua dimensione più umana, vitale, storica. Vuole raccontare una figura cruciale del secolo scorso, caratterizzato da forti istanze rivoluzionarie e dalla lotta per i diritti civili in tutto il mondo». Ad accogliere il visitatore ci sarà una parete di 16 metri a fasce mobili, retroproiettata che mostrerà le immagini edulcorate proposte negli anni Cinquanta da Hollywood, dalle riviste di moda, dalla pubblicità delle grandi imprese delle società consumistiche. Ma all’avvicinarsi dei visitatori però le immagini lasceranno il posto a un’altra realtà fatta di povertà e malattie, ingiustizie sociali, sfruttamento del lavoro, mancanza di libertà. Sarà quella la linea di demarcazione per entrare nel mondo del Che.

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Che Guevara parla al primo congresso della gioventù Latinoamericana a L’Avana. 1962 © Centro de Estudios Che Guevara

Tre i livelli di racconto: il primo di taglio giornalistico descrive il contesto geopolitico in cui si inquadra la storia di Ernesto Che Guevara. Il secondo di tipo biografico racconta con tono documentaristico la formazione del giovane Ernesto negli anni precedenti la rivoluzione cubana e, dal 1959, la sua attività di uomo pubblico, sia a Cuba che nello scenario internazionale. Questo livello è ricco di approfondimenti dedicati ai discorsi, alle sue posizioni politiche e sociali, alle sue riflessioni sulla politica internazionale, ai suoi incontri con i politici e intellettuali dell’epoca. Il terzo, infine, con un tono più intimistico rivela la dimensione dell’uomo declinata in tutte le sue sfaccettature attraverso frammenti tratti dai diari e dalle lettere a famiglia o amici fino alle inedite registrazioni di poesie rivelano le diverse anime del Che compagno combattente ma anche figlio, padre, amico, marito innamorato sempre di fronte alla scelta fra l’impegno rivoluzionario contro l’ingiustizia sociale, e la dolorosa rinuncia agli Ernesto Guevara e Alberto Granado.1952©Centro de Estudios Che Guevara

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Che Guevara in Congo 1965©Centro de Estudios Che Guevara

affetti e a una vita più sicura e tranquilla. Il percorso culminerà infine in un’installazione artistica realizzata appositamente da uno dei pionieri della Perceptual Art, Michael Murphy: “Il Volto di Che Guevara” mentre è di Andrea Guerra – vincitore del premio Soundtrack Stars 2017 alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia la “colonna sonora” della mostra curata da Daniele Zambelli, Flavio Andreini, Camilo Guevara e Maria del Carmen Ariet Garcia.

Che Guevara con sua figlia Aleida a Sant Andres. 1966©Centro de Estudios Che Guevara

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Ernesto Che Guevara con Fidel Castro in Sierra Maestra_1957©Centro de Estudios Che Guevara.

«Dopo due anni di lavoro, chiarisce il curatore Daniele Zambelli- quello che mi rimane di questo dialogo ideale con Ernesto Che Guevara è l’aver scoperto un uomo intenso che ha messo tutto se stesso al servizio di un’idea “stramba”, quella di un’umanità che ha come imperativo morale l’evolvere verso una società più giusta. Uno studioso che professava l’idea di un “uomo nuovo” dedito alla costruzione del bene comune di una società che non dimentica gli ultimi». Un uomo che credeva anche nella Cultura come riscatto, tra gli eventi raccontati emerge anche la figura del Che che organizza scuole rurali e insegna a leggere e scrivere ai suoi compagni, l’importanza dello studio e dell’istruzione emerge anche nelle lettere ai figli, nelle cartoline che invia alla famiglia, così come costante sarà la passione per i libri, tanto che pure nel disastro della guerriglia in Congo, nel 1965, chiede a sua moglie di spedirgli una serie di volumi: dai classici greci alle opere complete di Shakespeare. Un racconto dunque a tutto tondo, completato nell’allestimento al piano superiore della Fabbrica del Vapore da alcuni tavoli interattivi, che consentiranno approfondimenti e la consultazione integrale di numerosi documenti, e da una sala proiezioni dedicata alla filmografia sul Che e dove saranno ospitati incontri, conferenze e concerti. Parte del ricavato della mostra

“Che Guevara. Tu y Todos” sarà destinato a un intervento sociale in favore del Programma “Scuole nel Mondo. L’educazione per ogni bambino” della Fondazione Paoletti in sostegno al centro educativo “Bayt Al Amal” (la casa della speranza) in Siria. Ideata e realizzata da Simmetrico Cultura, il progetto espositivo è prodotto da Alma, RTV Comercial de l’Avana e dal Centro Studi Che Guevara, coprodotto dal Comune di Milano e Fabbrica del Vapore con il patrocinio e la collaborazione scientifica, per il contesto storico e geopolitico, dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università IULM. (an.fu.)

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Che Guevara. Tu y todos Milano, Fabbrica del Vapore 6 dicembre 2017 1 aprile 2018 Orario di apertura: Lun: 14:30 - 19:30 Mar e mercoledì, venerdì e domenica: 09:30 - 19:30 Gio e sabato: 09:30 - 22:30 Biglietto: intero € 12 / Ridotto € 10 studenti, gruppi, over 65, disabili, Card Musei Lombardia Milano e convenzioni / Ridotto scuole € 6 (valido anche per gruppi organizzati da Touring e FAI) / Famiglie adulto € 10, ragazzi € 6 (per 1 o 2 adulti + ragazzi da 6 a 14 anni) (*audioguida inclusa) Tel. 02 54915


Nel riquadro Dario Ferreri; a lato: Marco Mazzoni, Houdinì

LE SApiEnTi MATiTE COLORATE di MARCO MAzzOni Dario Ferreri

Un viaggio tra i luoghi e nonluoghi fisici ed emozionali dell'arte contemporanea "... matite colorate che sanno disegnare le ombre del tempo, le bugie e le verità ... " (Alessandra Dessi)

CuRIOSAR(T)E

M

arco Mazzoni è uno dei giovani artisti italiani figurativi contemporanei (del filone pop surreal) più conosciuti ed apprezzati dal grande pubblico. Classe 1982, vive e lavora a Milano; ha esposto e/o espone molto soprattutto in America (Gallerie di riferimento: Jonathan LeVine, Thinkspace, Roq la Rue, Bold Hype, Eden, Corey Helford, ecc), ma anche in Germania (Strychnin gallery), Inghilterra (Coates & Scarry), Danimarca (Benoni e B15 Gallery) ed Italia (Gallerie Bonelli, Fondazione Stelline, Patrizia Armocida Gallery, ecc).

La sua produzione artistica, costituita unicamente da lavori realizzati con matite colorate, prende vita sostanzialmente su due tipologie di substrati: carte di piccolomedio formato (spesso con i margini strappati a mano) e fogli di Moleskine. Per quanto attiene ai soggetti che l'artista ritrae, sono anche questi, nei primi anni del suo lavoro, riconducibili a due tipologie ricorrenti: figure femminili floreali (simulacri delle enigmatiche Janas e Cogas, le curatricistreghe della tradizione sarda, dispensatrici di rimedi e cure fitoterapiche tramandate da madre in figlia, che hanno popolato l'immagina-

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rio della sua fanciullezza) ovvero animali fantastici ibridi tra i regni animale e vegetale; negli ultimi anni la sua produzione si è aperta anche al mondo delle favole ed ai sempre più frequenti ritratti di persone ed animali. Le sue donne, archetipi senza occhi, nella circolarità della rappresentazione all'interno della quale sono inserite, che allude al compiuto ciclo della natura, celano i propri poteri ed emozioni in un tripudio naturale di fiori, piante, insetti ed animali con i quali interagiscono e che conferiscono loro un’aura onirica e malinconica, come quella di


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Marco Mazzoni, Pietas

CuRIOSAR(T)E

chi deve guardarsi da una stereotipata cultura maschilista. I suoi animali immaginari sono fantasmagorie partorite dall'ispirazione dell'artista e che rappresentano la speciazione di

immaginifiche entitĂ frutto di meravigliosa contaminazione tra i regni degli organismi viventi ed una incisiva ed efficace caratterizzazione emozionale antropomorfa.

Marco Mazzoni, Headlights

Ammirando dal vivo le sue opere non si crede assolutamente di essere di fronte a disegni realizzati con matite colorate, in quanto i sapienti tratti di colore ed i chiaroscuri, frutto di nume-

Marco Mazzoni, Riptide

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Marco Mazzoni, Fishclouds

rose sovrapposizioni di colore e differenti pressioni del polso e delle dita, conferiscono al substrato una texture da pittura tradizionale ad olio o acrilica e fanno trascendere i soggetti delle rappresentazioni verso dimensioni fantastiche ed atmosfere surreali, talvolta disturbanti, ma sempre e comunque di grande impatto estetico ed emozionale. Ăˆ un piacere seguire la sua evoluzione artistica e le sue affascinanti creazioni: per farlo basta unirsi agli oltre 220.000 follower su Instagram (https://www.instagram.com/marcomazzoniart/) e quasi altrettanti su Facebook (https://www.facebook.com/marcomazzoniart/).

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In basso un’opera di Giuseppe De Nittis

dE niTTiS E pALAzzO dELLA MARRA ARTE pURA nEL CUORE di bARLETTA Claudia Forcignanò

A volte, felice, restavo sotto gli improvvisi acquazzoni. Perché, credetemi, l’atmosfera io la conosco bene; e l’ho dipinta tante volte. Conosco tutti i colori, tutti i segreti dell’aria e del cielo nella loro intima natura. Oh, il cielo! La natura, io le sono così vicino! L’amo! Quante gioie mi ha dato! Mi ha insegnato tutto: amore e generosità. Mi ha svelato la verità che si cela nel mito…

BARLETTA. Nel cuore del centro storico di Barletta sorge un prezioso scrigno architettonico che ospita una delle pinacoteche più complete d'Italia: Palazzo della Marra. Edificato nella seconda metà del 1500 per volere di Lelio Orsini, nobile di origini napoletane, alla sua morte avvenuta nel 1633, fu acquistato dalla famiglia dei Della Marra che lo abitarono per oltre un secolo, fino al 1743. Disposto su tre piani, il palazzo si caratterizza per un portone sulla cui cima campeggia il fregio dei Della Marra, mentre ai lati si ergono le allegorie della vecchiaia e della giovinezza. Il balcone baroccheggiante è sorretto da cinque mensole ornate da figure mostruose raffiguranti cani e grifoni che terminano con maschere dalla bocca spalancata in un urlo silenzioso.

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Particolare scalone interno Palazzo della Marra

Varcando il portone d'ingresso, prima di lasciarsi affascinare dall'ampia corte, è d'obbligo tenere il naso all'insù per ammirare la loggia magistralmente affrescata con le allegorie delle stagioni della vita. Dopo i Della Marra, nel XVIII il palazzo passò in mano alla famiglia Fraggianni e nei primi anni del 1900 fu di Donato Ceci, finché nel 1958 divenne di proprietà statale e finalmente nel 1971 si diede il via ai lavori di restauro che hanno restituito ai barlettani un monumento unico nel suo genere. Nel 2007 Palazzo Della Marra è stato destinato a quella che sembrerebbe la sua funzione più naturale: ospitare le opere di Giuseppe De Nittis, il massimo esponente pugliese della corrente artistica dell'Impressionismo. La Pinacoteca raccoglie una collezione di 146 quadri, 65 disegni, vari libri ed un epistolario che Léontine Gruvelle, moglie amatissima di De Nittis, con lascito testamentario, volle donare alla città di Barletta. Solo nel 1920 la collezione fu svelata al pubblico, ma la prima collocazione non era adeguata, così nel 1923 le opere furono spostate nella scuola "M.d'Azeglio" e nel 1929 il palazzo San Domenico fu inaugurato come Museo-Pinacoteca De Nittis. Lo scoppio della guerra fece migrare la collezione a Castel Del Monte, per poi essere riportata a San Domenico, che si rivelò però una sede poco adatta, tanto che nel 1992 fu nuovamente spostata nelle sale del castello. Bisognerà aspettare il 2007 perché le oltre 200 opere trovino final-

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Palazzo della Marra, esterno; Lungo l'Ofanto, De Nittis, 1870

mente e per sempre una casa in Palazzo Della Marra. L'atmosfera che si respira salendo la rampa di scale che porta alla prima parte della collezione è suggestiva: il silenzio regna sovrano, i visitatori passeggiano per le sale soffermandosi davanti alle opere esposte e ammirandole con la stessa espressione di estatica serenità che si ha quando ci si trova completamente immersi in ambienti in cui la natura avvolge tutto con la sua armonia. La vita di Giuseppe De Nittis, la

sua passione smisurata per l'arte, per la pittura, per le vedute delle città in cui ha soggiornato, è tutta racchiusa in questa pinacoteca ed ricostruibile attraverso le opere sapientemente suddivise in percorsi tematici. Giuseppe De Nittis non ebbe molto tempo per realizzare tutti i suoi progetti, morì infatti giovanissimo, a soli 38 anni a causa di una congestione cerebrale e polmonare, la sua infanzia fu segnata dalla perdita dei genitori, del padre in particolare, che arrestato per motivi politici e imprigio-

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nato nelle carceri borboniche, due anni dopo essere tornato libero, si suicidò. Della sua famiglia parla con semplicità lo stesso De Nittis:«Sono nato a Barletta, nelle Puglie. Mio padre, Raffaele De Nittis era uno dei più grandi proprietari del paese; mia madre era sua cugina e si volevano bene da bambini. Nel mio paese queste unioni non sono insolite.» De Nittis e i suoi tra fratelli maggiori crebbero con i nonni paterni, in quel periodo, fu allievo del pittore Barlettano Giovanni Battista Calò che gli trasmise le sue competenze acquisite nel napoletano. Quando nel 1961 il fratello maggiore, che alla morte dei genitori e dei nonni era stato nominato suo tutore si trasferì a Napoli, il giovane De Nittis lo seguì e si iscrisse all'Istituto di Belle Arti, ma aveva un carattere ribelle, poco incline ad ascoltare i maestri e rispettare le regole, così in breve tempo fu espulso e ciò segnò il suo ingresso nel mondo dell’arte. Pago della libertà conquistata, con Marco De Gregorio, Federico Rossano e Adriano Cecioni fondò la Scuola di Resina. Finalmente poteva esprimersi seguendo le proprie naturali inclinazioni: trascorreva intere giornate all’aperto dipingendo en plein air, finché nel 1864 si presentò ufficialmente al panorama artistico partenopeo in occasione della III Promotrice napoletana. I piedi scattanti del giovane De Nittis non si accontentavano


Un disegno di De Nittis, particolare allestimento di una delle sale ; fotoin basso: Lungo l'Ofanto, De Nittis, 1870

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Giuseppe De Nittis, Primavera, 1883

però dell’Italia e presero il largo dirigendosi verso Parigi, che diventò la sua città del cuore, tanto che nel 1868 decise di stabilirvisi e solo un anno dopo incontrò il suo amore più grande, colei che sposerà e alla quale dedicherà alcuni tra i suoi quadri più belli: Léontine Lucile Gruvelle. Lèontine fu per De Nittis madre, amante, amica, confidente, era una donna colta e raffinata che riuscì a convogliare nella loro dimora i più illustri nomi della società francese, come la principessa Mathilde Bonaparte, Alexandre Dumas figlio, Eduard Manet, Edgar Degas. Nei suoi primi anni Parigini, De Nittis dipinse delicate e affascinanti vedute della città, finché la guerra franco-prussiana lo costrinse a tornare in Italia, dove proseguí la sua ricerca artistica lavorando soprattutto sui paesaggi intorno a Vesuvio e approfondendo la tecnica. Una volta tornato a Parigi, fu accolto con tutti gli onori e gli venne riconosciuta la fama di cronista della vita urbana, gli si spalancarono le porte dei Salon e i più grandi artisti dell’epoca facevano a gara per conoscerlo e confrontarsi con lui. Anche Londra conobbe l'arte di De Nittis, nella capitale inglese infatti si recò periodicamente a partire dal 1874 ed ebbe modo di incontrare collezionisti e marcanti d'arte. Tornò in Italia nel 1880 per partecipare all’Esposizione

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Nazionale di Torino, nel frattempo conobbe gli usi e costumi del Giappone, sperimentò nuove tecniche e ne riscoprì altre, come ad esempio il pastello. La sua morte prematura, avvenuta la mattina del 21 agosto 1884 sconvolse tutti, Alexandre Dumas figlio volle scrivere l'epitaffio per la sua lapide, fu sepolto nel cimitero monumentale di Père Lachaise. Coloro che vorranno visitare la dimora in cui è conservato il testamento artistico di questo grande personaggio, si troveranno a percorrere passo dopo passo l’arte di De Nittis e potranno prendere visione delle sue opere cariche di sole, avvolte in sfumature delicate, a tratti nebbiose, che documentano la vita dell’Europa di fine 1800, potrà estasiarsi facendo un viaggio nel Giappone più autentico, fatto di sete colorate, ventagli, oggetti preziosi, oppure potrà spiare attimi preziosi di vita domestica che lo stesso artista ruba alla routine familiare ritraendo la moglie o il figlio. Non importa che si sia appassionati d'arte o che si apprezzi la corrente artistica dell’Impressionismo: visitare Palazzo Della Marra è un obbligo morale per rendere omaggio ad un artista che, nonostante la vita lo abbia portato a vivere lontano, non ha mai dimenticato le proprie radici e l’amata Puglia.

Giuseppe De Nittis(1846–1884), Signora in giardino, 1882 Barletta; Opera in basso: Le Salon de la Princesse Mathilde © Barletta, Pinacoteca “Giuseppe De Nittis”

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AL di Là dELLA SETA COn LA CAvERnA dEL dEMiURgO

Una visita guidata con attori in scena nella chiesa dell’Arte della Seta

NAPOLI. Un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire la Chiesa dell’Arte della Seta. Martedì 31 ottobre il Complesso dei Santi Filippo e Giacomo aprirà ai visitatori nelle ore serali con visite guidate teatralizzate, in collaborazione con la compagnia teatrale La Caverna Il Demiurgo. «Nel 1477, senza intenti competitivi, ma solo per honore e stato di essa Maestà e della Repubblica della città di Napoli, venne ufficialmente istituita l'arte della seta, con la quale la svolta data alla manifattura serica napoletana, e meridionale, era radicale e a tratti rivoluzionaria. La lavorazione della seta venne infatti incentrata a Napoli, il solo centro del Regno, oltre Catanzaro, presso il quale sarebbe stato possibile svolgere quest'attività». E questo è solo uno dei tanti motivi per cui il Complesso dei Santi Filippo e Giacomo dell'Arte della Seta ha una storia da tramandare e preservare. La Chiesa, insieme al Conservatorio per le

figlie povere degli artigiani, fu voluta dai corporati dell’Arte dal 1591. La visita guidata teatralizzata è incentrata sulla riscoperta di questo luogo di incontri e di preghiera, di arte e di vicende personali nell’arco di secoli. Lo spettatore si troverà ad ascoltare le anime di chi ha abitato il Complesso, persone che hanno legato la propria vita all’Arte della Seta, protagonisti di fatti antichi, che racconteranno la propria storia, non sempre consapevoli di essere ombre di un passato che non c’è più. Ci troviamo pur sempre in un luogo di sepoltura, in una Napoli da sempre legata al culto dei morti tra riti e superstizione, e nei giorni dedicati alle anime dei defunti, saranno loro a ripercorrere la propria vita. Senza quinte, fondali o palcoscenico, solo voce e corpo, in un contatto diretto tra pubblico e spirito. Chiesa dell’Arte della Seta Via San Biagio dei Librai Visite Guidate ogni ora. Contributo 6 euro -

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inCOnTRi RAvviCinATi COn LA bELLEzzA SUL CAnTiERE di SAnTA CROCE Eugenio Caretto Giammatteo Capone Paolo Raho

Una visita al capolavoro del barocco leccese in fase di restauro LECCE. Anche le perle più belle hanno bisogno di essere lucidate. Ed esfoliazione, disgregazione, rigonfiamenti, distacchi e perdita di materiale fanno sì che siano necessari più interventi di restauro per riportare all’antico splendore la perla più bella di Lecce, Santa Croce. Divenuta simbolo ed emblema non solo artistico dell’intera città di Lecce, la basilica è stata oggetto di diversi interventi che hanno mirato a custodirne la bellezza. Tra gli interventi

più recenti sono degni di nota quelli successivi alla seconda guerra mondiale, durante la quale era stata eretta una cortina muraria per proteggerla dalle schegge di eventuali granate. Nel 1957 una volta liberata dalla cortina muraria, come si legge nel sito dedicato al restauro, si intervenne in maniera poco invasiva sulla facciata; un secondo intervento questa volta un po' più invasivo nel 1980 anticipò l'ultimo che si preoccupò esclusivamente

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A lato particolare del Rosone della Basilica di Santa Croce, Lecce. Sopra la vista della navata oltre il Rosone, fotografato dal Cantiere. Le foto sono state gentilmente concesse dalla Ditta NicolĂŹ S.p.a.

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Alcuni particolari della Basilica di Santa Croce oggetto di restauro, foto gentilmente concesse dalla Ditta NicolĂŹ

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della pulizia negli anni '90 svolto in funzione del Grande Giubileo del 2000. Venendo ai nostri giorni, infine il progetto di restauro finanziato dalla Regione Puglia, con due milioni di euro, a favore dell’Arcidiocesi di Lecce grazie all'Accordo di Programma Quadro “Beni e Attività Culturali e che vede in azione la ditta Nicolì che per due anni con il suo "aver cura" lavorerà ininterottamente sul cantiere per rammagliare le sfarinature della pietra e restituire alla Basilica il suo antico splendore. La ditta Nicolì S.p.a. per poter svolgere le operazioni di restauro ha deciso di coprire l'impalcatura con una riproduzione grafica della facciata. Di certo la riproduzione su tela a dimensione reale non basterà a soddisfare i turisti e la cittadinanza che si sono visti sottrarre il simbolo del Barocco leccese per eccellenza, però l’apertura del cantiere al pubblico nel mese di Aprile ha dato l'opportunità di apprezzarne più da vicino alcuni dettagli non visibili dal basso e soprattutto all'oc-

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Alcuni particolari della Basilica di Santa Croce oggetto di restauro, foto gentilmente concesse dalla Ditta Nicolì

chio poco attento dei passanti ormai troppo abituati a vedere questa magnifica opera d'arte in maniera quasi disinteressata. Inoltre, in questo modo tutta la cittadinanza ma anche i numerosi turisti che arrivano nella nostra città potranno seguire l'andamento dei lavori. La visita include diversi livelli della facciata, sui quali i restauratori hanno già lavorato, lavorano e lavoreranno per i prossimi due anni, accessibili solo attraverso un ascensore. Chiunque può prenotare gratuitamente la propria visita sul sito www.restaurosantacroce.it, presso gli infopoint della città o direttamente al desk in prossimità del cantiere. Si accede quattro per volta, accompagnati da una guida e dopo aver tutti indossato gli appositi caschi, si sale sulle impalcature. Nel nostro caso nell'ambito dell'alternanza scuola lavoro come inviati speciali della rivista “Arte e Luoghi” siamo stati accompagnati a visitare il cantiere dal nostro tutor. Ad accoglierci, dopo averci fatto indossare cuffietta e casco c’era l'archeologa Emanuela che oltre ad aggiornarci sullo stato dei lavori ci ha aiutato a leggere questa pagina di storia, fede e arte. La prima tappa prevede la fermata davanti ala scritta in latino "TEMPLVM HOC DEO CRUCIS VEXILLO DICATVM" che sovrasta il portone centrale. Coperti dalla plastica dei teloni e dall’acciaio delle impalcature si cela l’intero apparato decorativo del primo ordine, con la relativa balaustra su cui sono ben visibili i segni dell'usura del tempo ed è netta la differenza tra le sezioni sulle quali si è già intervenuti e quelle ancora coperte da una patina di muschi. Oltre ad apprezzare la bellezza ad una distanza ravvicinata che è davvero un’occasione unica e rara, si può osservare il lavoro degli esperti che sono in grado di riparare le ferite del tempo e i danni provocati dagli agenti atmosferici: alcune sculture rispetto ad altre, proprio in virtù dell’esposizione, risultano più esposte alla furia dei venti e delle piogge. Deleteri a lungo andare poi sono l’inquinamento, lo

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Alcuni particolari della Basilica di Santa Croce oggetto di restauro, foto gentilmente concesse dalla Ditta NicolĂŹ S.p.a

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In basso l’ascensore e il Cantiere di Santa Croce, nelle altre immagini le foto gentilmente concesse dalla Ditta Nicolì S.p.a

smog che lascia una patina di impurità sulla pietra che si sa per natura calcarea assorbe tutto facilmente per non parlare degli uccelli che depositano sulle statue i loro escrementi che difficilmente una folata di vento può far andare via. Una volta saliti al livello del rosone, semplicemente emozionante è la vista non dei particolari dei serafini, cherubini e melagrani che corrono lungo tutta la circonferenza e infine scorgere dietro i vetri la navata della Basilica da un punto di vista del tutto nuovo. È sicuramente un’esperienza indimenticabile che ogni cittadino o turista potrà vivere fino all’ultimazione dei lavori di restauro. Gli interventi da portare a termine sulla Basilica sono tanti: dal restauro della facciata e della contro-

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facciata, degli altari della navata laterale destra, dei paramenti murari interni alla navata destra, delle cappelle, della casa canonica, della campanaria, delle coperture della Basilica fino all’installazione di un dispositivo di allontanamento volatili a onde elettromagnetiche e all’illuminazione artistica della facciata. Ma il cantiere della Basilica di Santa Croce è stato concepito per essere un luogo di trasformazione, uno strumento di cultura, un’occasione di comunicazione, valorizzazione e partecipazione, così, mentre ai restauratori e agli addetti ai lavori toccheranno le operazioni di restyling, ai visitatori spetterà guardare le varie fasi e ascoltare la storia di questo meraviglioso libro scolpita nell'abbacinante pietra leccese.

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Giancarlo Moscara, Libero Jazz, 2017, 100x150 cm

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giAnCARLO MOSCARA,“Un giOCOLiERE SUi fiLi TESSUTi dALLA MEnTE”

La mostra del noto artista salentino apre Zoom Salento il nuovo progetto della Galleria Art & Co LECCE. Con Zoom Salento la galleria ART&CO di Lecce rende omaggio alla fertile creatività degli artisti salentini che lavorano o si sono formati in questa straordinaria terra. Nel solco di un modus operandi della galleria diretta da Tiziano Giurin, che non è mera sede espositiva ma si pone come luogo di cultura e di incontro di collezionisti. E Zoom Salento non poteva che iniziare con un artista di spicco qual è Giancarlo Moscara, classe

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1940, artista poliedrico e tra quelli che hanno scritto la storia artistica del Novecento salentino e non solo. «La sua ricerca - scrive la storica dell’arte Maria Altomare Agostinacchio curatrice della mostra - non risulta convulsa o esasperata perché segue la regolarità della linea, non del tempo ma del pensiero. Ad osservare la sua storia, si ha la sensazione di essere nell’Umanesimo, quel momento dell’arte in cui alla linea era affida-


Giancarlo Moscara, Ri-filo, 2017, 29x29x40 cm

ta l’invenzione. Formatosi all’Istituto d’Arte a lezione con Vittorio Bodini, manterrà una ascendenza di tipo letterario-filosofico come approccio all’arte, studiando i grandi artisti del passato. Docente egli stesso di decorazione pittorica, realizza all’inizio della carriera grandi quadri ad olio. Dal ‘70 persegue un’arte più impegnata attraverso la grafica politica e produce per Arci e per la rivista “Rinascita”. Principia anche l’attività grafica, illustrativa e di ricerca fotografica. A Roma è art director della rivista Aton Immagine e Comunicazione. Moltissime le collaborazioni, le mostre, le attività e le pubblicazioni di libri e riviste. Scrivono per lui tra gli altri Marisa Dalai Emiliani, Flavio Caroli,

Maurizio Vitta». Artista e graphic designer, ideatore del gruppo Moscara Associati Progetti d’autore - una casa editrice e un’officina creativa a tutto tondo che firma marchi famosi (da quello di Salento d'Amare, a quello della facoltà di Scienze della Comunicazione (Università del Salento) a quello della Grecia Salentina, solo per citarne alcuni. Dallo Studio Moscara sono nate importantissime campagne di comunicazione, come quella per il Parlamento Europeo, per non parlare della progettazione grafica di riviste e monografie istituzionali per importanti aziende nazionali, tra cui AgipPetroli, Vorwerk-Folletto, Aereoporti di Roma, Coni, Edindustria e Università del Salento.

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Giancarlo Moscara, 2014, 120x120 cm,

«L’arte di Giancarlo Moscara - scrive ancora la curatrice - si indirizza su trame, colore, intrecci, dialoghi, interazioni dinamiche tra supporti e materiali, tra fili reali e mnemonici, in una continua dialettica tra segno e pittura tra grafica e pittura tra materie e idee. Davanti ai suoi Ri-Fili ci si sofferma immaginando e reinventando la vita degli scarti di tipografia, si ascolta la loro mite contorsione, il piegarsi e dispiegarsi assecondando le circonvoluzioni narrative del pensiero. Ora sottili ora spessi, i Ri-fili si accostano al supporto e si distaccano autonomi per ricomporre grafemi vitali: qualcuno fugge via animato da una strana autonomia e anticipa la nuova strada che l’artista percorrerà. Con astuta e ritmata eleganza Moscara è un giocoliere sui fili tessuti dalla mente..» Una mente libera che liberamente insegue il filo dei propri pensieri capaci di reinventare la realtà riuscendo come in una improvvisazione jazz a trasmettere emozioni senza fine. (an.fu.)

Alcuni momenti del vernissage. In basso Giancarlo Moscara, Maria Altomare Agostinacchio e Tiziano Giurin

Giancarlo Moscara Art & Co | via 47 Reggimento Fanteria 22, Lecce dal 7 al 21 ottobre 2017 Tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20,00 con ingresso libero

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“SOTTO COpERTURA”, LA fiCTiOn di RAi 1 nELLA gALLERiA bORbOniCA

Da lunedì 16 su Rai in prima serata partirà la seconda stagione della Fiction “Sotto Copertura”. Protagonista sarà l’attore Napoletano Alessandro Preziosi che interpreterà il feroce Boss dei Casalesi, Michele Zagaria. Tra le location più esclusive della serie c’è la Galleria Borbonica dove sono state girate alcune delle scene più importanti della serie con protagonisti tra gli altri Claudio Gioè e Bianca Guaccero. In particolare si potrà ammirare la discesa di 115 scalini da cui parte il nuovo percorso “La Via delle memorie” da Palazzo Serra di Cassano a Monte di Dio e la magnifica Cisterna che si può visitare alla fine del percorso.

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Palazzo Cavalcanti, foto di Anna Cesarin

Negli spazi della galleria borbonica alcune scene della fiction

Le riprese, durate alcuni giorni, hanno visto impegnate più di 150 persone tra comparse e regia. La Galleria si conferma dunque location esclusiva per le produzioni cinematografiche italiane e internazionali. Va ricordato infatti che solo pochi mesi fa ospitò per una settimana le riprese del Kolossal americano “Magdalene” in uscita mondiale nel 2018 e che ospiterà nelle prossime settimane una produzione televisiva di livello mondiale, per ora top secret.

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foto: Mate superb di Hamdi Alhroub (Palestina 2013, 12’ 58”)

viTE, STORiE, EMOziOni AL nAzRA, pRiMO fESTivAL di CORTi SULLA pALESTinA

Si conclude a Napoli il festival itinerante di cortometraggi dedicato alla Palestina in programma dal 19 al 21 ottobre

NAPOLI. Dopo le città di Venezia, Firenze, Roma, Bologna approda a Napoli la rassegna Nazra Palestine short film festival, il primo festival italiano di cortometraggi interamente dedicato alla Palestina. Patrocinato dal Comune di Napoli il festival si svolgerà dal 18 al 21 ottobre tra il Pan, Palazzo delle Arti Napoli, il Carcere femminile di Pozzuoli e la Sala del Capitolo Complesso della Basilica di San Domenico Maggiore. Dopo una prima presentazione alla mostra

del cinema di Venezia, il festival ha attraversato l’Italia raccontando - attraverso i lavori di autori palestinesi e non palestinesi - le storie e le esistenze di quelle persone che vivono sotto occupazione in Palestina. A Napoli il festival incontra le scuole in due mattinate di proiezioni al Pan con la partecipazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. I ragazzi delle scuole assegneranno il Premio giuria giovani fra i corti in concorso, mentre le donne detenute nel

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carcere di Pozzuoli attribuiranno il premio Oltre le mura. La serata conclusiva con la premiazione si terrà il 21 ottobre alle ore 17.00 nel complesso di San Domenico Maggiore. Il coordinamento della manifestazione è a cura dell’associazione École Cinéma in collaborazione con Donne in Nero e Associazione Guanxi Il programma completo del «Nazra Palestine short film festival» su http://www.comune.napoli.it.


ESiSTEnzA E figURAziOnE. fighT, LA pERSOnALE di SiLviA RECChiA

In mostra a Lecce, Centro Scaramuzza Arte Contemporanea, dal 13 ottobre all’11 novembre

LECCE. Si intitola Fight la prima personale di Silvia Recchia, a cura di Marinilde Giannandrea, che si è inaugurata venerdì 13 ottobre nel Centro Culturale Scaramuzza Arte Contemporanea a Lecce, in Via Libertini, 70. Quattordici tele che raccontano le potenzialità del colore e della pittura in un’oscillazione tra fantasmi di figurazione e ricerca astratta mettendo in movimento una dimensione soprattutto esistenziale. È una ricerca interiore pervasa da una sensazione di fragilità, anche se condotta con la forza e la determinazione di una lotta con se stessa. Le opere possono essere lette come un diario intimo ma anche come meccanismi di riflessione sulla forma e sui linguaggi poiché l’artista pugliese, oltre a scoprire le potenzialità autonome del colore, ha operato una ricerca artigianale sulle tele e sperimentato nuove tecniche raggiungendo soluzioni sempre armoniche con una pittura pervasa costantemente da una tensione poetica e, in certi casi, sensuale. Si avvertono soprattutto

ritmi biologici e psichici e le opere comunicano una sensibilità che affiora anche nei titoli in cui si sente l’eco di un mondo di conoscenze, affetti, dolori e sfumature emotive sospese tra esperienza del sé, desiderio e immaginazione. «”La leggerezza dell’essere” una frase ormai stereotipata che continua a reiterarsi dopo aver visto i lavori di Silvia Recchia»- commenta l’artista Fernando De Filippi, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Lecce – Delicate apparizioni di forme e colori che suggeriscono corpi e/o paesaggi appena accennati, sfuggenti, pronti a negare la propria forma per divenire pura astrazione. […] Wolf diceva “Vedere è chiudere gli occhi”, sintetizzando così la ricerca del senso di ciò che è latente e impercettibile, che non si confronta con nulla di già esistente e che è forse la più autentica delle realtà, quella dello spirito». Nata a Castellana Grotte (Bari), nel 1985, Silvia Recchia si è formata all’Accademia di Belle Arti di Lecce e dal 2011 ha partecipato a una serie di mostre collettive. Nel 2016 ha partecipato ad Amarcord presso il castello Carlo V di Monopoli in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Ex Istituto Statale D’Arte Luigi Russo di Monopoli e nel 2017 è stata tra gli artisti segnalati del Premio Casciaro di Ortelle. Dal 13 ottobre 2017 all’11 novembre Lecce, Centro Culturale Scaramuzza Arte Contemporanea, Via Libertini, 70 dal martedì alla domenica ore 16.30-20.30 (ingresso gratuito); per info o appuntamento: scaramuzza.artecontem-

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MATERniTà SEnzA OSTACOLi pROgETTO diApASOn

Dalla parte delle mamme. Al via a Melendugno il progetto Baby Break

MELENDUGNO (LECCE). Un progetto ed una sinergia di enti per provare a “rivoluzionare” i luoghi e vestirli a misura d’uomo, anzi di mamma. Si chiama “Diapason Arte e Scienza” il progetto ideato dalle associazioni “Officina famiglia” e “Vitruvio” in collaborazione con il Comune di Melendugno e con il sostegno della casa editrice Il Raggio Verde che venerdì 27 ottobre, a partire dalle 17:30 nella neonata Biblioteca comunale, sarà presentato insieme al primo dei suoi gangli: “Baby Break”. “Baby break” offre alle mamme, che desiderino allattare, dare il biberon e cambiare il pannolino al proprio bambino fuori casa, una poltroncina riservata, scalda biberon e fasciatoio, all'interno della biblioteca Comunale di Melendugno e di alcune attività

commerciali del Comune di Melendugno. Allattare al seno è la poesia di un gesto naturale ed ogni mamma dovrebbe poterlo fare ovunque, ma spesso in città la faccenda può risultare assai complicata; può essere difficile trovare un posto discreto in cui allattare comodamente, dare il biberon e cambiare il pannolino al proprio bambino e, se la mamma decidesse di farlo in una struttura commerciale, potrebbe sentirsi obbligata a consumare o comprare qualcosa in cambio dell'ospitalità ricevuta. Proprio con l'intento di offrire alle mamme l'Autonomia durante la fase dell'allattamento e l'opportunità di vivere la Maternità senza Ostacoli, è nato il progetto Baby Break, un servizio sociale e culturale ideato da Paola Armillis, avvocato ed educatrice alla Legalità e da Chiara Armillis, psicointerprete delle Scienze e delle Arti, in collaborazione con l'Associazione Vitruvio presieduta da Enrico Romano, poeta, architetto e con il Comune di Melendugno nella persona del sindaco Marco Potì, del consigliere Sara Candido e dell'assessore alla cultura Giusi Doria, e con il prezioso contributo dell'av-

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vocato Francesca Sabato. Il progetto, che risponde all'appello del sesto punto del documento Unicef "Sette passi per la comunità amica dei bambini per l'allattamento materno", si sostanzia nell' istituzione di una serie di fermate che fungono da rete di sostegno per le mamme che desiderino allattare fuori casa, situate presso alcune sedi istituzionali, nelle marine e presso alcuni esercizi commerciali del Comune di Melendugno, all’interno dei cui locali è allestito uno spazio ospitale e confortevole in cui la mamma può allattare comodamente seduta e in maniera completamente gratuita il proprio bambino. Baby Break ha l'obiettivo di incoraggiare negozianti e istituzioni pubbliche del territorio alla diffusione delle fermate che ospitano le mamme con i loro bambini, si muove per sensibilizzare la collettività sull'importanza dell'allattamento al seno e sui suoi innumerevoli vantaggi, risvegliandone l’antica coscienza per un ritorno alle origini quando, l'atto di sottoporre il bambino a nutrizione lattea naturale accostandolo al seno materno, assumeva, antropologicamente par-


alcuni momenti dela manifestazione

ARTE E MUSiCA. inCURSiOni LivE dEgLi STUdEnTi dEL “pALMiERi” LECCE: La retrospettiva “Edoardo De Candia Amo.Oro.Odio” , allestita nel complesso di San Francesco della Scarpa, ha fatto da scenografia il 20 ottobre all’esibizione live di alcuni degli studenti della classe 3°M del Liceo Classico e Musicale G. Palmieri, giovani musicisti che hanno brillantemente intrattenuto il pubblico con la loro musica.per fruire dell’arte contemporanea in maniera nuova, più vicina agli interessi e alle modalità di socializzazione e relazione dei ragazzi. «È stato possibile inoltre visitare la mostra ascoltando in cuffia le tracce musicali prodotte, sotto la guida di Populous, dagli stessi ragazzi del Liceo Palmieri nel laboratorio di musica elettronica ArtBIT. - ha spiegato la dirigente Loredana Di Cuonzo. L’obiettivo dell’iniziativa è avvicinare i ragazzi ai musei e all’arte attraverso nuovi linguaggi, come la musica, rendendo uno spazio espositivo luogo di incontro e aggregazione coerentemente con le finalità di Swapmuseum, associazione promotore della serata, attiva nel campo dei processi partecipativi nella cultura.» lando, complessi significati simbolici e immaginativi determinanti lo sviluppo psicofisico del neonato, e la sua trasformazione in un essere umano completo e bene inserito nel proprio contesto sociale e culturale. Baby Break, oltre ad essere un servizio sociale, si propone come spazio culturale e divulgativo a sostegno della Maternità. Non si tratta di consigli che suggeriscono alla mamma cosa “deve”

fare, piuttosto di percorsi culturali e artistici che racchiudono significanze universali, simboliche che la aiutino a trovare in sé stessa le risorse necessarie per affrontare la maternità nei suoi momenti topici (parto, allattamento, svezzamento), a sviluppare e rafforzare la sua autostima e che le forniscono gli strumenti per sviluppare una propria filosofia dell’essere madre.

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Nel riquadro il regista Piero Cannizzao, a lato un’immagine di Palazzo Adorno, Lecce

iL SALEnTO bAROCCO dEL REgiSTA piERO CAnnizzARO Antonietta Fulvio

Il nuovo documentario prodotto per il canale francese Artè sarà trasmesso nel programma “Invitation au voyage”

Virtuosismi scultorei e giochi chiaroscurali, scavati nella morbida pietra abbacinante delle più belle facciate di chiese e palazzi nobiliari salentini, finiscono nel mirino della cinepresa del regista Piero Cannizzaro, autore di documentari e reportage ai quattro angoli del mondo: Sud Africa, America, Russia, Sri Lanka,

Siberia, Norvegia, Lapponia, Golfo Persico e Italia, naturalmente. É la storia di un ritorno nel Salento per il regista milanese che lo ha già più volte percorso e raccontato con i suoi movie, sguardi poetici sul territorio che tanti anni fa lo ha stregato. Piero Cannizzaro è stato il primo a registrare le immagini

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di un festival che muoveva i primi passi nell’immaginario della taranta e sulla contaminazione musicale di un Salento isola danzante. Così sono nati La Notte della Taranta e dintorni, 2001; Ritorno a Kurumuny, 2003; Tradinnovazione, una musica glocal 2011 e Ossigeno, 2012. In tempi non sospetti ha


catturato quello che può definirsi l’elogio della salentinità attraverso i suoi Ritratti dal Salento (2004), vincitore del “Foreign film festival” di Ischia e realizzato per RaiTre: sei storie sul filo della memoria, anello di congiunzione tra passato e futuro. Un Salento ritratto attraverso le storie di tabacco - raccoglien-

do la testimonianza delle ultime tabacchine, le storie di canti con le voci dell’indimenticabile Uccio Aloisi e Anna Cinzia Villani e le storie di nasse con i pescatori gallipolini. E ancora attraverso storie di cartapesta antica tradizione artistica e le storie di pietra con i muretti a secco, linee di confine che iden-

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tificano con gli ulivi la campagna salentina, e le storie di fuoco riscoprendo l’antica arte della ceramica raku. Non freddi reportage ma una vera e propria poetica del narrare per immagini: da sempre questa la cifra stilistica di Piero Cannizzaro e non è un caso che dopo la proiezione dei suoi film


Dall’alto in basso: Stèphane Vaillant, Piero Cannizzaro e Mario Cazzato; nella bottega di Mario Di Donfrancesco; nel laboratorio di Renzo Buttazzo; Lecce, piazza Duomo di notte

salentini a Parigi, all’Istituto Italiano di cultura, al cinema du Pantheon, alla Filmotheque du quartier latin, il canale tv culturale francese Artè gli abbia proposto di fare per il suo programma “Invitation au voyage” un film documentario di viaggio sul barocco nel Salento. Il barocco trionfo dello stupore che si fa forma e della pietra che i maestri scalpellini cesellavano come preziosi ricami, vestendo la città e conferendole un’anima che nel bene e nel male la identifica. Accompagnato dall’operatore francese Stéphane Vaillant il regista si è aggirato tra le vie di Lecce sulle tracce del barocco. Ha attraversato la città ritrovando anche volti amici che sono diventati compagni di viaggio come lo storico e

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architetto Mario Cazzato. Inseguendo una direttrice di bellezza che non poteva che partire da Lecce, dalle Chiese di San Matteo e Santa Chiara per poi fermarsi nella magica piazza Duomo, al Complesso dei Celestini e in alcuni tra i più bei palazzi nobiliari, Palazzo Adorno con il bugnato liscio della sua facciata e Palazzo Turrisi nascosto nel dedalo di viuzze del cuore antico. Un cuore che pulsa anche di tradizioni come quella della cartapesta, l’arte povera capace di modellare santi e sentimenti come fa da sempre Mario Di Donfrancesco con il suo labora-

torio di statuaria sacra e di restauro. Tantissime le riprese, anche con un drone per inquadrature a volo d’uccello, per catturare, scoprire e osservare dal dettaglio più piccolo al più grande, dalle sinuosità della cartapesta alle costruzioni architettoniche le meraviglie di Lecce che costringono il viaggiatore ad alzare sempre lo sguardo verso l’alto. «Il barocco non sarebbe potuto diventare ciò che è qui senza la sua pietra. Una pietra calcarea che si lascia modellare come fa vedere con le sue opere lo scul-

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tore Renzo Buttazzo. Oltre lui - anticipa il regista - ringrazio per la collaborazione Nico Maggi, Mauro Marino, Vincenzo Santoro, Eugenio Imbriani, Luciano Schito, Maurizio Sciarra e la Puglia Film Commission». Da Lecce le riprese sono continuate a Maglie, Nardò e Gallipoli. «Qui - ha raccontato il regista mi hanno accompagnato lo studioso Elio Pindinelli esperto del barocco gallipolino, la musicologa Maria Luisa Cosi e l’organettista Francesco Scarcella che hanno curato la riproposizione di alcune musiche barocche conta-


Dall’alto in basso: Stèphane Vaillant, Piero Cannizzaro e la musicologa Maria Luisa Cosi; nella Chiesa di San Francesco a Gallipoli con Elio Pendinelli; Francesco Scarcella suona l’organo nella Chiesa di san Francesco a Gallipoli; Stèphane Vaillant, Piero Cannizzaro sul set a Gallipoli

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minate da influenze popolari. Nella Chiesa di San Francesco sono risuonate le note di un antico organo insieme al suono del tamburello facendomi ascoltare uno spartito barocco espressione di un sincretismo musicale che all’epoca era un modo per esorcizzare la tradizione pagana del tarantismo e avvicinare i fedeli». Il documentario, che avrà la durata di una ventina di minuti, sarà montato a novembre a Parigi e subito dopo sarà trasmesso in chiaro su Artè in Francia e Germania. In Italia sarà visibile sulla piattaforma satellitare e sul web. «Così il Salento Barocco, questo il

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titolo del documentario, sarà inserito in un importantissimo contenitore che presenta documentari girati in tutti i continenti. Non vuole certo essere esaustivo sulla complessità del Barocco ma mostrerà ciò che il mio sguardo avrà catturato e le atmosfere che l’arte barocca può far vivere ad un moderno viaggiatore del Grand Tour». E conoscendo lo stile di Cannizzaro riuscirà a sintetizzare nei fotogrammi a disposizione l’essenza del Barocco che come un fiume sotterraneo attraversa la città e la provincia della vecchia Terra d’Otranto.


Gli affreschi del Museo di Santa Caterina foto di Sara Foti Sciavaliere

LE “STORiE di SAnT’ORSOLA” di TOMASO dA MOdEnA Sara Foti Sciavaliere

Gli affreschi staccati del Museo di Santa Caterina a Treviso

TREVISO: Il trecentesco complesso conventuale di Santa Caterina, dismesso da qualunque funzione religiosa agli inizi del XIX secolo, fu usato come caserma e magazzino militare. Tale utilizzo improprio causò gravi alterazioni delle architetture e delle decorazioni, insieme alla totale dispersione del patrimonio artistico e degli arredi un tempo al suo interno. In seguito agli ulteriori danni subiti con i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale è il conseguente intervento di Mario Botter, restauratore e cultore d’arte trevigiano, che proprio in quelle tragiche circostanze, arriva alla scoperta del teso-

ro di affreschi nascosto da secoli sotto gli anonimi intonaci che imbiancavano le pareti della chiesa. Si tratta di un’eccezionale antologia della pittura murale medievale dell’entroterra veneto, dalla metà del Trecento fino ai primi decenni del Quattrocento, culminante con gli affreschi oggi attribuibili a Gentile da Fabriano e al suo ambito. Di notevole importanza è anche il ciclo tardogotico della Cappella degli Innocenti, attribuite a due diversi maestri: l’artista maggiore, autore tra le altre scene, della Crocifissione e della strage degli Innocenti, viene convenzionalmente denominato

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appunto Maestro degli Innocenti. E proprio tali scoperte hanno favorito la decisione di recupe-

rare l’intero complesso conventuale per dargli una nuova possibilità di vita e destinarlo a funzioni culturali in quanto

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oggi sede delle ricche collezioni archeologiche e di arte antica dei musei civici di Treviso. Nell’ampia aula dell’ex chiesa


Gli affreschi del Museo di Santa Caterina foto di Sara Foti Sciavaliere

di Santa Caterina, oltre agli affreschi restaurati in situ sulle pareti, vengono ospitati anche i telai con gli affreschi staccati delle celebri “Storie di

Sant’Orsola” di Tomaso da Modena, uno dei capolavori assoluti dell’arte italiana del Trecento, la cui esecuzione è datata intorno al 1355-58.

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Furono scoperti nel 1883 dall’abate Luigi Bailo in una cappella della chiesa trevigiana di Santa Margherita degli Eremitani, un edificio già sconsacra-


to, adibito a stalla e maneggio militare, di cui si era iniziata la parziale demolizione. L’abate – nell’indifferenza generale, con pochissimi mezzi a disposizione e il solo aiuto dei giovani

trevigiani Antonio Carlini e Girolamo Botter – attua empiricamente la tecnica dello stacco, riuscendo “miracolosamente” a salvare pressoché in toto il capolavoro di Tomaso. Bailo dopodiché trasferì l’intonaco dipinto su telai lignei mobili e portò in tal modo l’intero ciclo delle “Storie di Sant’Orsola” al sicuro nel museo, insieme ad altre pitture della stessa chiesa,

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per un totale di ben 120 metri quadrati di affresco staccato. Nella cappella originaria i riquadri affrescati si disponevano sulle pareti laterali e su quella di fondo, sopra l’altare. I riquadri narrativi del ciclo, disposti a coppie, erano raggruppati sulle due pareti laterali in tre registri sovrapposti, anche se l’ultima scena, quella con la rappresentazione del


Gli affreschi del Museo di Santa Caterina foto di Sara Foti Sciavaliere

Martirio, occupava da sola uno spazio doppio nella parte inferiore della parete destra. I singoli riquadri erano incorniciati da fasce a scomparti geometrici e fregi vegetali. Sulla porzione di parete sopra l’altare, stretta tra due alte finestre a lancia, era posto lo stretto riquadro con “Sant’Orsola e le compagne in gloria”. Adesso gli affreschi sono disposti lungo due file parallele alle pareti laterali dell’ex chiesa di Santa Caterina, quasi a tracciare il percorso di una sorta di navata centrale su entrambi i lati della quali si può leggere nelle pitture di Tomaso da Modena la storia di Sant’Orsola. Le scene, seguendo il testo della popolare Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (1228-1298), narrano la vicenda di Orsola, figlia cristiana del re di Bretagna che fu chiesta in sposa per il figlio pagano del re d’Inghilterra. Il padre accettò il matrimonio a patto che il principe si battezzasse e che lei potesse prima recarsi

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in pellegrinaggio a Roma assieme a undicimila vergini compagne. Da qui il corteo, a cui si era unito anche Papa Ciriaco, ispirato in sogno, raggiunse Colonia, allo scopo di convertire gli Unni che occupavano la città. Orsola, avendo rifiutato di concedersi al principe unno, fu martirizzata assieme al Papa e alle vergini compagne. Questa drammatica storia è resa dal pittore con viva partecipazione, descrivendo attentamente i profili femminili, le pose, i dettagli dell’abbigliamento e dell’ambientazione. I vari protagonisti sono resi fin nei loro risvolti psicologici, attraverso la mimica facciale e delle mani, con un’efficacia narrativa che cattura chi osserva le opere, rimanendone coinvolto. Tomaso da Modena offre in questi affreschi un’efficacia narrativa estremamente moderna per la sua epoca.

Museo di Santa Caterina Treviso Piazzetta Botter n. 1 Tel. 0422 658442 fax 0422 658969 info@museicivicitreviso.it

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EURiTMiA, i RiTMi dELLA nATURA nEL nUOvO diSCO di pAOLO giAnOLiO

Chitarrista, polistrumentista da 30 anni collabora con Claudio Baglioni

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uritmia di Paolo Gianolio, è un progetto musicale che cerca di orientarsi verso i ritmi della natura traendone ispirazione. La vena compositiva dell’autore, a differenza dei due precedenti lavori, lo porta a scoprire e sperimentare due nuovi strumenti: la voce e le parole. “Euritmia” contiene nove brani di cui cinque cantati con parole che evidenziano la sua personalità e fantasia, oltre a quattro brani strumentali che rappresentano l’evoluzione della musica nella sua esistenza. L’insieme di strumenti classici d’orchestra, elettronici e software musicali, portano Paolo Gianolio a un lavoro che cerca di unire sonorità di diverse etnie e di fonderne il valore, pur mantenendo il rispetto per esse. Nato negli anni 60 come lui stesso racconta ascoltando la musica dei Beatles e dei Rolling Stones il suo primo approccio con la musica è una chitarra regalatagli da uno zio, la “strimpella” finchè capisce che quello sarà il suo strumento. Dopo aver terminato studi al conservatorio, accetta l’invito di alcuni amici musicisti che conoscono la sua vena compositiva di fare un disco insieme. Da quella propo-

sta nasce negli anni 80 un gruppo che diverrà famoso soprattutto negli Usa: i Change. Un gruppo fantasma con musicisti veri: Luther Vandross voce solista, Davide Romani basso, Mauro Malavasi keyboard/piano, Paolo Gianolio chitarre, Rudy Trevisi sax. Il gruppo Change ottiene un disco d’oro con l’LP “The Glow of Love”. La carriera discografica di Paolo lo porta a collaborare con artisti importanti nel panorama musicale italiano. Con Eros Ramazzotti partecipa come session-man dal primo disco “Cuori Agitati” contenente il brano che lo ha lanciato “Terra promessa”, segue “Musica è” continuando negli anni fino all’album “In ogni senso”. Conosce Massimiliano Pani e comincia una lunga collaborazione con Mina negli studi di Lugano in dischi come “Lochness”, “Canarino Mannaro”, “Mazzini canta Battisti”, “Cremona”, “Leggera”, “Dalla Terra” e tanti altri. Nell’85 Claudio Baglioni lo chiama per il tour

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“La vita è adesso” e da lì nasce un rapporto di collaborazione e fiducia che lo vede tutt’oggi suo arrangiatore e produttore.Vasco Rossi lo chiama per l’LP “Stupido Hotel” e “Liberi Liberi” dove si cimenta anche come bassista e “Cosa succede in città”. Ha collaborazioni importanti anche con Laura Pausini, Andrea Bocelli, Miguel Bosè, Fiorella Mannoia, Giorgia, Matia Bazar, Ornella Vanoni, Anna Oxa, Patty Pravo e tanti altri. Nel 2012 con il cd “Tribù di Note” vuole protagonista la chitarra acustica, strumento che gli permette di esprimere, elaborare temi, armonie ricercate e personalizzate. Suona su alcuni brani l’immancabile Gavin Harrison. Sperimentatore senza sosta è impegnato nello studio di strumenti classici d’orchestra, strumenti elettronici e software musicali, che lo porteranno presto ad un lavoro che unirà varie sonorità di diverse etnie. Il suo motto è arrivare dove si comincia.


L’assessore alle Politiche Sociali Roberta Gaeta e Paolo Giulierini direttore del MANN, Foto webTv Comune di Napoli

MAnnforKidS. L’ARChEOLOgiCO di nApOLi AnChE A MiSURA di bAMbinO

Laboratori didattici gratuiti ogni terza domenica del mese per scuole e famiglie

NAPOLI. «Apriamo le porte del Museo e le apriamo soprattutto ai bambini che sono il futuro della nostra società perché sono le persone sulle quali il museo deve investire» Parola di Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico di Napoli che ha sottolineato come la sfida per l’educazione dei futuri cittadini di domani passi dalla sinergia di tutte le istituzioni, Museo archeologico compreso. Questo il senso di MANNforKids il fittissimo calendario di attività del Museo sempre più a misura di bambino e delle famiglie. Dal 22 ottobre, parte “Fatti mandare

al Mann” ogni terza domenica del mese, fino a giugno 2018, laboratori gratuiti per scuole e famiglie con artisti affermati del mondo dei cartoon e dell'animazione, come Marino Guarnieri e Daniele Bigliardo. Con l’amministrazione comunale è previsto anche un progetto socio-educativo per minori con disagio sociale. L’iniziativa “Scopri Napoli al Museo” è rivolta a circa settecento minori che potranno imparare a conoscere l’immenso patrimonio artistico della città «la cultura e l'arte - ha rimarcato l’assessore alle Politiche sociali Roberta Gaeta - sono strumenti di valorizzazione sociale, nonché volano per l'accrescimento del senso di appartenenza al territorio e alla sua ricchezza artistica.» Il progetto “MANNforKIDS” prevede la realizzazione di un servizio originale e all’avanguardia per i bambini del territorio e per i piccoli e giovani turisti del MANN che beneficeranno di uno spazio di gioco ed apprendimento attrezzato per tutta la famiglia, attingendo alle realtà tecnologiche più innovative ed alle migliori esperienze didattiche realizzate in tutto il mondo. Il MANNforKIDS sarà sempre accessibile nei giorni e negli orari di apertura del MANN. Le attività saranno rivolte ai piccoli delle scuole del territorio attraverso laboratori tradizionali ed innovativi, ed ai piccoli visitatori del museo, per questo ogni strumento e materiale didattico sarà pensato e realizzato in più lingue. Un progetto che sarà possibile sostenere grazie alla raccolta fondi sul portale meridonare all’indirizzo https://www.meridonare.it/progetto/mannforkids

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L’ASSASSiniO di nOEMi LA SCOnfiTTA di TUTTi Giovanni Bruno

La riflessione dello psicologo psicoterapeuta

«Niente comincia davvero, tutto è il proseguimento di qualcos’altro» Così Martin Caparros sul New York Times a proposito della storia politica della Catalogna. Questo enunciato che colpisce per la sua semplicità e chiarezza può essere traslato nel quotidiano, nelle vicende negli accadimenti che ci accompagnano nei nostri anni. D’altra parte vivere significa svelare ogni giorno qualcosa di nuovo attorno a noi. Realtà che non immaginavamo potessero esistere, ambienti e situazioni estreme che erano lì anche il giorno precedente ma che si rendono evidenti ai nostri occhi in modo sconvolgente proseguendo in un percorso che è cominciato molto tempo prima. Accade così che nel cuore del Salento, divenuto nel tempo centrale per un turismo popola-

re ma anche elitario, venga ammazzata una giovanissima donna, Noemi, che si affacciava al mondo e aveva dentro di sé le meraviglie e gli stupori di una sedicenne. Come è potuto accadere, quali sono state le premesse …«niente comincia davvero , tutto è il proseguimento di qualcos’altro». Si dice che la famiglia sia la cifra di tutto e forse in un caso come questo da un dato oggettivo bisogna pur partire: la famiglia, appunto. A Specchia dunque vivono due famiglie contro, due famiglie che si osteggiano in tutti i modi, che hanno un unico codice riconosciuto: l’offesa reciproca. I protagonisti della tragica vicenda sono Noemi e Lucio che cominciano le loro vite in un contesto apparentemente normale ma tuttavia intessuto

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da rancore, odio, feroce accanimento. Noemi è una ragazzina solare, nelle foto apparse sui giornali è sempre sorridente, a volte in pose buffe, con l’aria di prendere in giro la vita. Apprendiamo dalla stampa che lo studio nella sua famiglia è considerato un valore, la sorella a breve si sarebbe laureata in una Università del nord. Più complicata la vita di Lucio, a 17 anni già mostra comportamenti violenti, ha subito tre trattamenti sanitari obbligatori e per lui amore vuol dire solo possesso. Ha atteggiamenti chiaramente disturbati e stupisce che le agenzie preposte non abbiano intuito la gravità della condizione di Lucio. L’amore tra Lucio e Noemi si rivela ben presto un amore tossico, inquinato dai contrasti


familiari e dai disordini mentali di Lucio. Accade dunque l’irreparabile, un dramma annunciato dove Lucio confessa di aver ucciso Noemi. È lui stesso a far ritrovare il corpo della ragazza parzialmente nascosto sotto alcuni massi nella campagna salentina. La tragedia è compiuta. La vittima sacrificale è sicuramente Noemi, perché ogni vittima è parte di noi, il mondo non è più lo stesso senza Noemi, la sua identità è stata violata per sempre e quello che era

un progetto di vita ancora in embrione non conoscerà la luce. D’altra parte Lucio uccidendo Noemi si è suicidato, si è dato la morte con deliberata volontà, nessuno mai potrà riportarlo a una vita normale. Rimangono sulla scena due famiglie contro che usano parole di fuoco, l’odio prevale, la guerra continuerà. Cosa ci insegna un dramma come questo? Temo molto poco. Se infatti la grande tragedia greca doveva avere un effetto

catartico su chi assisteva al dramma, un rito magico che produceva una purificazione dello spettatore, nel dramma di Specchia prevale invece quella che Hannah Arendt definisce “la banalità del male”. Vale a dire un male non radicale, senza radici, senza memoria, senza dialogo interiore che crei una coscienza morale, prevalgono invece nella storia salentina personaggi banali che si trasformano in autentici agenti del male.

Aperte le iscrizioni alla quarta edizione del concorso fotografico “PREMIO MATRONEO” che sarà in programma per il giorno 27, 28 e 29 dicembre 2017 nel Castello Saraceno-Spinola-Caracciolo di Andrano. Il concorso è aperto a tutti e si sviluppa su due sezioni, una dedicata a foto singole, l’altra a progetti. È possibile gareggiare in entrambe le sezioni. Due i temi per le foto singole: Atrofia Sociale per evidenziare l’inaridimento delle relazioni umane in una società liquida che toglie nutrimento alla complessità dell’individuo e SubUrban per proporre un focus sulle sfaccettature del tessuto urbano, sui contrasti e contraddizioni delle periferie. Per la Sezione Progetti è possibile proporre set di foto che condividano un elemento comune: progetti fotografici, portfolio tematici, fotoreportage, storyboard. Regolamento integrale sul sito della Pro loco che organizza il concorso: https://drive.google.com/file/d/0BxZIF5O4ZkTtNmlrZ2xNS0VoT00/edit Termine per le iscrizioni il 5 dicembre 2017.

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L’AnnO dELLE RivOLUziOni pARMA E LA CULTURA RUSSA

Dalla Casa della Musica al Teatro due, ventiquattro appuntamenti nei luoghi più rappresentativi della città parmense

PARMA. Cento anni fa, il 1917 in pieno conflitto mondiale la Rivoluzione russa cambiava per sempre il Regno degli zar. In occasione del centenario Parma dà vita a una rassegna che è quasi un festival “Diciassette. 1917 L’anno delle rivoluzioni”: dall’11 ottobre e fino al 2 dicembre alcuni dei luoghi più rappresentativi della città diverranno palcoscenico di presentazioni di libri, dibattiti,

ma anche spettacoli, concerti, film e letture per riflettere su un momento cruciale per la storia Europea, per lo sviluppo del cinema, delle arti figurative e della cultura in generale. E sono ben 24 gli appuntamenti grazie alla collaborazione di numerose istituzioni e realtà culturali cittadine con cui il Comune di Parma ha avviato uno stretto rapporto di condivisione progettuale, già

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a partire dalla stesura del dossier di candidatura per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2020. da non perdere giovedì 19 ottobre, alle ore 21 al Teatro Due, andrà in scena “I due treni, Lenin e lo Zar. Cronache di una Rivoluzione”, il reading di Ezio Mauro (con la voce fuori campo di Ivano Marescotti), già direttore de La Repubblica e che per il quotidiano romano è stato corrispondente da Mosca


Il cortile interno della Casa della Musica, Parma

negli anni della Perestrojka di Gorbaciov. Il racconto narra la Rivoluzione d’ottobre puntando l’attenzione su due treni che, a distanza di un mese, attraverseranno la Russia. Sul primo treno viaggia Nikolaj Aleksandrovic Romanov, imperatore di tutte le Russie, l’ultimo Zar; sull’altro, scortato dai suoi compagni bolscevichi, Vladimir Ilic Ulianov, conosciuto come Lenin, il primo rivoluzionario di Russia, che sta per salire al potere prendendo la guida della rivoluzione. La messa in scena, accompagnata da immagini d’epoca, evoca la consultazione di un archivio segreto, appena ritrovato, tra suoni, voci e canti del periodo. Ingresso intero a 12 €. Il 20 ottobre alle 9,30 replica per le scuole medie superiori al costo speciale di 5€.

Martedì 7 novembre al Cinema Edison proiezione del film “Angeli della Rivoluzione” di Aleksej Fedorčenko, un film del 2014 in concorso al Festival di Roma e poi mai proiettato in Italia, che sarà sottotitolato in Italiano per l’occasione grazie alla collaborazione di Solares Fondazione delle Arti. Ambientato in Unione Sovietica in piena epoca staliniana (1934), il film racconta la vicenda di cinque artisti d’avanguardia, spediti a fare da agit-pop nelle regioni periferiche dell’Impero. Il film sarà introdotto da Marco Raffaini. Ingresso intero 5 € e ridotto universitari 3 €. «Ripensare la Rivoluzione Russa - sottolinea Michele Guerra, Assessore alla Cultura del Comune di Parma - significa ripensare il Novecento, tornare a quello che è stato

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l’evento da cui per molti versi il secolo è partito, e che si è portato dentro i sogni e i dolori che quella rivoluzione ha creato, e che questi incontri riconsidereranno in diversi modi». Molte delle novità editoriali pubblicate per l’occasione saranno presentate e discusse a Palazzo del Governatore che ospiterà Ettore Cinnella e Guido Carpi (7 novembre), Domenico Losurdo (9 novembre), Marcello Flores (13 novembre), Gian Piero Piretto (17 novembre), Angelo d’Orsi (22 novembre), Paolo Capuzzo (2 dicembre). Ospite della Biblioteca Palatina sarà Valerio Romitelli (28 novembre), mentre Vladimiro Giacchè sarà al Centro studi movimenti l’11 novembre, e sabato 25 novembre per “Rovesciare la piramide. Letture politiche della Rivoluzione d’Ottobre”, un seminario che vedrà confrontarsi una decina di storici riprendendo le analisi dei più importanti esponenti del movimento operaio europeo sulla Rivoluzione. Anche la musica sarà protagonista della rassegna: il 29 novembre, alla Casa della Musica, il Maestro Luigi Ferrari, Sovrintendente della Fondazione Arturo Toscanini, parlerà di “Creazione, trasfigurazione, rivoluzione nella musica russa dell’Età d’Argento” mentre il 30 novembre si terrà il concerto “Quadri dalla Russia sovietica. La Musica da camera di Sostakovic” con protagonisti i gruppi da camera del Conservatorio Arrigo Boito di Parma.


CARLO pOERiO E L’EUROpA ALLA biLiOTECA nAziOnALE di nApOLi

In occasione dei 150 anni dalla morte del politico italiano una grande mostra documentaria

NAPOLI. “Carlo Poerio e l’Europa” è il titolo della mostra che si è inaugurata lunedì 16 ottobre nella Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. La mostra si inserisce in un percorso espositivo articolato in due sedi e realizzato per il 150° anniversario della scomparsa del grande patriota dalla Biblioteca Nazionale di Napoli e dall’Archivio di Stato di Napoli. I due istituti hanno curato una selezione del materiale in loro possesso per sottolineare come l’esperienza umana e politica di Carlo, sia più che mai attuale oggi per il respiro europeo di cui la sua testimonianza si fa portavoce. La figura di Carlo Poerio è ricostruita attraverso pregiate testimonianze manoscritte, documenti originali, lettere e corrispondenze, pagine autobiografiche e le memorie dei compagni di cella, l’impegno politico e professionale, la par-

tecipazione militante agli ideali risorgimentali, la prospettiva di una famiglia di “patrioti” determinante per la sua formazione. Durante la giornata inaugurale si sono registrati gli interventi di Renata De Lorenzo (Università Federico II), Francesco Mercurio (Direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli) Paolo Franzese (Direttore dell’Archivio di Stato di Napoli), Mariolina Rascaglia (Resp. attività culturali della Biblioteca) Gaetano Damiano (Resp. Conservazione e Tutela, Archivio di Stato ) che hanno approfondito il liberalismo ricco e stimolante di Carlo Poerio, aperto alle esperienze europee, che consentì l’allargamento degli orizzonti della nazione napoletana verso aspirazioni alla libertà e verso un disegno unitario italiano. Ha concluso l’incontro il reading dell’attrice Valeria Vaiano tratto dal libro “Carlo Poerio. Una vita per l’Unità d’Italia” (MR Editori ) di Anna Poerio presidente dell’associazione “Alessandro Poerio” che ha promosso la mostra. «Carlo Poerio - dichiara il

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direttore Francesco Mercuriofu esponente di primo piano del liberalismo moderato meridionale negli anni precedenti e seguenti l’Unità d’Italia. La Biblioteca Nazionale di Napoli conserva un vastissimo fondo, racchiuso in circa 90 faldoni, di cui con questa mostra offriamo dimostrazione, donato nel 1934 da Irene Scodnick vedova di Matteo Renato Imbriani. Documenti preziosi che ci hanno permesso di apprendere da fonti dirette le vicende umane e personali di Carlo Poerio e quelle della sua famiglia, i suoi rapporti coni più importanti letterati e uomini politici del tempo, da Paolo Emilio Imbriani (marito della sorella Carlotta), a Giovanni Manna, Giuseppe Pisanelli, Bertrando e Silvio Spaventa, Luigi Settembrini. Ma anche di comprendere la profondità delle sue posizioni liberal-moderate, il suo forte senso europeistico ed il suo impegno per la creazione di una monarchia costituzionale prima nel Regno delle Due Sicilie, poi in Italia.»


AniME. di LUOgO in LUOgO ChRiSTiAn bOLTAnSKi a cura di Danilo Eccher fino al 12 novembre 2017 Bologna, vari luoghi phiLipp hACKERT i pORTi dEL RE Castello di Gallipoli fino al 5 novembre 2017 Ingresso: giugno e settembre dalle 10 alle 21 luglio e agosto dalle 10 alle 24 novembre 10/13 - 15/17 Biglietto. Intero 7 euro; ridotto 6 euro (studenti, professori, forze dell’ordine, gruppi di almeno 12 visitatori e convenzioni attive). Ridotto 4 euro (6-14 anni, oltre 65 anni, scolaresche, diversamente abili e relativi accompagnatori, gruppi superiori a 20 unità, residenti). Info e prenotazioni: 0833262775 iL SECOLO bREvE. Tessere di ‘900 Viareggio, Fondazione Matteucci per l’Arte Moderna Viareggio, via G. d’Annunzio, 28 fino al 5 Novembre 2017 Orari di apertura: martedì/venerdì 17.30 – 22.30. biglietto intero 8 euro biglietto ridotto 5 euro. sabato/domenica 10.00 – 13.00 / 17.30 – 22.30 Info: 0584-430614 | www.cemamo.it fRAnCO pAgETTi.Tutti i confini ci attraversano CMC- Centro Culturale di Milano (Largo Corsia dei Servi, 4- MM1 San Babila, MM3 Duomo) fino al 21 gennaio 2018 Inaugurazione: giovedì 5 ottobre 2017, ore 18.30. Ingresso gratuito (donazione suggerita € 5) Info: 02 86455162

pERCORSO iLLUSTRATO SULLA viTA E L’OpERA pASTORALE di SAn CARLO bORROMEO Arona (NO), Parco della statua di san Carlo (piazzale san Carlo) fino al 15 ottobre 2017 Orari : tutti i giorni, 9.00 – 12.20 / 14.00 – 18.15; domenica orario continuato; Ingresso al terrazzo e interno statua: € 6,00; Ingresso solo al terrazzo: € 3,50 Informazioni: Tel. 0322.249 669 A pALAzzO ROnCALE, i CApOLAvORi dEi COnCORdi Rovigo, Palazzo Roncale fino al 21 gennaio 2018 Ingresso Gratuito. Orari Apertura: feriali 9 – 19, Sabato e festivi 9 -20 (apertura 7 giorni su 7). Info: www.palazzoroverella.com TOULOUSE-LAUTREC Il mondo fuggevole a cura di Danièle Devynck e Claudia Zevi Milano, Palazzo Reale 17 ottobre 2017 – 18 febbraio 2018 Intero € 12. Tel. 02 54915 inCAnTESiMi. i costumi del Teatro alla Scala dagli anni Trenta a oggi Milano, Palazzo Reale fino al 28.01.2018 LA RACCOLTA ingEgnOLi Storia di una passione d’arte a Milano Milano, Galleria Bottegantica (via A. Manzoni, 45) fino al 3 dicembre 2017 Orari: da martedì alla domenica 1013; 15-19. Ingresso libero Tel. 02 62695489 Andy WARhOL fOREvER SiMOnE d’AURiA - fREEdOM Firenze, Gallery Hotel Art (Vicolo dell'Oro, 5) fino al 31 dicembre 2017 Ingresso libero Firenze , Gallery Hotel Art, Vicolo dell’Oro 5, Tel. 055 27263

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dEnTRO CARAvAggiO Milano , Palazzo Reale fino al 28 gennaio 2018 Lun: 08:30 - 14:30 (riservato scuole) Lun: 14:30 - 22:30 Mar e mercoledì: 09:30 - 20:00 dal giovedì al sabato: 09:30 - 22:30 Dom: 09:30 - 20:00. ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Chiusura anticipata alle 20.00 nei 16 e il 23 ottobre. gALLERiA pESARO. Storia di un mercante creatore di collezioni Milano, Gallerie Maspes Via Manzoni 45 fino al 14 ottobre 2017 A cura Angela Madesani e Elisabetta Staudacher. Orari: da martedì a sabato 10.00-13.00; 15.00-19.00. Ingresso libero RObERT dOiSnEAU. pescatore d’immagini Pavia, Broletto (piazza della Vittoria) fino al 28 gennaio 2018 Orari Martedì, giovedì, venerdì 10:00-13:00 / 14.00-18:00 Mercoledì, 10:00-13:00 / 14.0022:00. Sabato, domenica e festivi 10:00-19:00. Biglietti: Intero 9€; Ridotto 7€; Scuole 5€ JAn fAbRE. gLASS And bOnE SCULpTURES 1977-2017 Evento collaterale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia Venezia, Abbazia di San Gregorio (Dorsoduro 172) La mostra sarà aperta al pubblico fino al 26 novembre 2017 Orari: 11.00-19.00. Ingresso libero BEAT KuERT. Good Morning Darkness Venezia, Palazzo Bembo (Riva del Carbon 4793) fino al 26 novembre 2017 Orari: da mercoledì a lunedì, 10-18 (chiuso il martedì). Ingresso libero

ITINER_ARTE...DOVE E QuANDO...

OMAggiO AL gRAndUCA: i piATTi d’ARgEnTO pER LA fESTA di SAn giOvAnni a cura di Rita Balleri, Maria Sframeli Firenze, Palazzo Pitti, Tesoro dei Granduchi fino al 5 novembre 2017


LuOGHI DEL SAPERE

LA COLLAnA dEdiCATA AL MAESTRO ATTiLiO MiChELUzzi MARCEL LAbRUME, in LibRERiA dAL 26 OTTObRE

ATTILIO MICHELuZZI Marcel Labrume NICOLA PESCE EDITORE pp.160 2017 € 19,90 ISBN 978-88-94818-21-5

Nasce la collana dedicata al Maestro Attilio Micheluzzi, in uscita con il primo volume “Marcel Labrume” dal 26 ottobre Questo straordinario volume apre la collana interamente dedicata ad Attilio Micheluzzi. Edizioni NPE pubblicherà nel corso del tempo l’opera integrale del Maestro in una collana omogenea di cartonati dai prezzi contenuti. Dopo le collane dedicate a Dino Battaglia e a Sergio Toppi, un altro fondamentale tassello del fumetto italiano si inserisce nel percorso della casa editrice del fumetto d’autore. Creato nel 1980 per la rivista «Alter Alter», Marcel Labrume è un soldato francese di stanza in Africa settentrionale e l’anno in cui si svolgono le vicende è il 1942. Micheluzzi, grazie anche alle possibilità offerte da una rivista non destinata ai ragazzi (o almeno non solo), crea un personaggio più umano, cinico e disilluso, ricco di difetti e di contraddizioni, simbolo di una seduzione un po’ perversa, per quel suo ambiguo stato di persona poco chiara, senza ideali. Questo volume è l’edizione integrale di Marcel Labrume, personaggio di cui Attilio Micheluzzi aveva realizzato due storie: – “Marcel Labrume”, storia di 48 pagine, ambientata nel Libano del 1940, pubblicata a puntate sulla rivista «Alter Alter», da ottobre 1980 a gennaio 1981; – “Alla ricerca del tempo perduto,” storia di 84 pagine, ambientata nel Nord Africa del 1942, pubblicata a puntate sulla rivista «Alter Alter», da ottobre 1982 a giugno 1983; – Un terzo episodio avrebbe dovuto veder Marcel Labrume agire dell’Indocina del 1947, ma non fu mai realizzato.

UOMO fAbER, dEdiCATO A fAbRiziO dE AndRè iL pRiMO LibRO dELLA COLLAnA “ivO MiLAzzO”

FABRIZIO CàLZIA, IVO MILAZZO uomo Faber Nicola Pecse Editore 112 pp. 2017 isbn: 978-88-94818-23-9 €19,90

Dalla matita di Ivo Milazzo e dalla penna di Fabrizio Càlzia nasce Uomo Faber, l’appassionato omaggio di due maestri del fumetto al grande cantautore genovese Fabrizio De André. Un viaggio sognante nel mondo e nel passato di Faber, tra gli episodi e le esperienze che maggiormente ne hanno segnato la vita e la produzione artistica. Uno sguardo intimo e profondo sull’uomo De André, nell’imperdibile omaggio della grande letteratura a fumetti a un mito indimenticabile della nostra musica. Firmato Fabrizio Càlzia e Ivo Milazzo e disponibile soltanto in 2.000 copie, il volume rappresenta la prima uscita della collana "Ivo Milazzo", per i tipi di Nicola Pesce editore, di cui per ora sono in programma altri 5 volumi ed è uno splendido cartonato per metà a colori e per metà in bianco e nero dedicato alla vita del cantautore genovese, con i magnifici acquerelli di Milazzo. Questo volume cartonato – a confronto con quello originariamente pubblicato dalla DeAgostini nel 2008 – presenta una nuova copertina, due illustrazioni inedite al suo interno e l’introduzione di Oliviero Malaspina.

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LE pOESiE nEi LibRi di SCUOLA CLOffETE CLOppETE CLOCChETE di piERO MAnni

PIERO MANNI Cloffete cloppete clocchete Le poesie nei libri di scuola degli anni Sessanta 2017, 208 pp. €16,00 ISBN 978-88-6266-782-1

Cloffete cloppete clocchete - Le poesie nei libri di scuola degli anni Sessanta è il nuovo libro a cura di a cura di Piero Manni fondatore della Manni editori. Se in Che dice la pioggerellina di marzo erano raccolte le poesie più diffuse nei libri di scuola degli anni Cinquanta, e l’elemento caratterizzante era la piena continuità di contenuti e autori rispetto alle antologie del periodo fascista, in Cloffete cloppete clocchete si fa un passo in avanti, e il riferimento temporale diventa quello degli anni Sessanta.Vi è una netta rottura dovuta al diverso clima sociale e culturale: irrompono nella scuola temi quali l’ambiente, il consumismo, il razzismo, il Terzo Mondo, il pacifismo, la Resistenza, il mal di vivere; e vi è una diversa visione di quelli tradizionali come la famiglia, la scuola, il lavoro, la natura. Anche gli autori cambiano: accanto ai classici italiani (Pascoli, Leopardi, Manzoni, d’Annunzio) troviamo i contemporanei (da Montale a Quasimodo, da Ungaretti a Fortini, Saba, Calvino, Pavese), la novità dei poeti stranieri (Rilke, Neruda, Lorca, Prévert, Brecht, Auden, Edgar Lee Masters, Rimbaud e Baudelaire), quella più deflagrante dei cantautori (Gaber, De André), e ai “poeti di banco” (Zietta Liù, Pezzani, Lina Schwarz, Novaro) si accosta Gianni Rodari. È iniziata la scuola nuova, che all’istruzione affianca l’educazione, la formazione dei cittadini della democrazia. «Lungo sarebbe stato ancora il percorso da fare, ma fu in questi anni che si gettarono le basi per una didattica diversa, che insegnasse a pensare il mondo piuttosto che a mandarlo a memoria: una fase non ancora conclusa, e che, anzi, non è scevra di passi a ritroso». - Si legge nell’introduzione di Massimo Bray che aggiunge: «Eppure, in questa raccolta si avverte finalmente un’aria diversa e si respira l’intento di provare a costruire, seppur con tutte le difficoltà e le contraddizioni del caso, “una scuola grande come il mondo”». «Questa Cloffete cloppete clocchete che si barcamena tra i Sessanta e i Settanta, è un’altra strepitosa tranche de vie, dopo “Che dice la pioggerellina di marzo.”» Scrivono Gino & Michele nell’introduzione al volume. «Se là c’era il divino qui c’è il sublime, perché nulla è più godibile che l’anima pop della nostra infanzia e della nostra adolescenza, che poi è ciò che resta di profondo nella nostra personale crescita culturale.»

IL RAGGIO VERDE EDITORIA E COMuNICAZIONE ilraggioverdesrl.it Per inviare i vosti manoscritti. info@ilraggioverdesrl.it

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LuOGHI DEL SAPERE

pAROLA gOMEnA. LA pOESiA di MARiA gRAziA AngLAnO

MARIA GRAZIA ANGLANO Parola gomena Aletti editore 2017 96 p. €12,00 EAN: 9788859140122

“Parola Gomena” è la nuova raccolta di poesie di Maria Grazia Anglano edito da Aletti. Novantasei pagine aperte al soffio dell’anima, versi che sono sguardi sul mondo e regalano emozioni e inducono a pensare al valore della parola che può essere canto di vita ma anche urlo per esprimere il dolore più atroce. «Una parola legata sì al - senso - ma nel suo germinare infinito e mutevole; Maria Grazia la indaga nei diversi ambiti: da quello di uno sguardo gettato sul mondo, a quello più introspettivo ad altri di forte impegno civile». - scrive Adriano Petta nella sua bella introduzione al libro, confessando di averlo letto nei giorni in cui nei social venivano diffuse le cruente immagini di tre povere ragazze indiane impiccate agli alberi dagli assassini che prima le avevano violentate. «In questa tempesta di sentimenti dove i versi aulici servono soprattutto a far riprendere fiato al lettore, - scrive lo stesso- non è strano che l'ode ch'è entrata in ogni briciola della mia sensibilità è stata "Ipazia", l'eroina che ho cantato in un romanzo storico. Maria Grazia Anglano con pochi versi rende giustizia a questa donna forse la più grande della storia umana - tesa a disvelare la verità insita nell'intima materia del creato». Perché la poesia non può essere solo mero esercizio di stile ma deve riempirsi di contenuti e provare a fermare la caduta dell’umanità verso l’apocalisse. Un’impresa ardua ma nel solco di quanto afferma la filosofa Maria Zambrano «La poesia è un aprirsi verso dentro e verso fuori. È un udire nelsilenzio e un vedere nell’oscurità», un pensiero condiviso da Maria Grazia che non a caso l’ha posto in apertura, una dedica rivolta a se stessa e al lettore che si immergerà in un universo poetico fatto di “semina” perché «di tanti chicchi qualcuno morendo darà vita. E così io muoio per dare nascita». E ogni singolo respiro, ogni singola vita è parte integrante dell’universo. «Tuffata in questo ritaglio d’infinito presento ogni atomo delle mie cellule intonare il segreto accordo universale». Maria Grazia Anglano, neretina doc, sin dal 1990 è partecipe del dibattito artistico con mostre collettive e personali. Già presente in diverse antologie, collabora con alcuni giornali on line e ha curato mostre e cataloghi d’arte.

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dOn GGGGgiOvAnni nApOLETAnO iL LibRO di AnnA MARiA SiEnA ChiAnESE

ANNA MAIA SIENA CHIANESE Don Giovanni napoletano Guida Editore 2016 173 pp. € 12.00 EAN 9788868662332

COSIMO RuSSO Per Poco tempo Manni editori 2017 96 pp. €13,00 ISBN 978-88-6266-812-5

"Don Giovanni napoletano" è il titolo del libro di Anna Maria Siena Chianese (Guida-editore) vincitore del premio Capri San Michele 2017. Dalla geometria e genio musicale di Mozart all’armonia e passione della lingua napoletana: una riflessione suggestiva che prende il via dal soggiorno napoletano di Mozart. Il libro provocatoriamente rielabora la vicenda del Don Giovanni, a cui riconosce il diritto di cittadinanza onoraria della città di Napoli, che ha affascinato il grande musicista con la sua musica e la vitalità del suo popolo appassionato e trasgressivo. Il libro si conclude con un omaggio all'universalità delle canzoni napoletane ad un mondo poetico-musicale rimasto insuperato nel tempo. Proporre il libretto del Don Giovanni in chiave di canzoni napoletane è, quindi, la sfida che Anna Maria Siena Chianese e Maria Regina De Luca, che ha collaborato alla sceneggiatura, lanciano a difesa della attualità, della duttilità, della polisemia, della eterna freschezza della Canzone Napoletana contro le accuse di oleografia, manierismo, retorica di supponenti intellettuali che contribuiscono a renderla aliena ai giovani e a interrompere il passaggio generazionale di una parte non ultima del patrimonio culturale di Napoli. pER pOCO TEMpO. LA SiLLOgE di pOESiE di COSiMO RUSSO UnO SCRignO di SEnTiMEnTi E di AMORE pER LA viTA Si intitola per “Poco tempo” la raccolta di poesie di Cosimo Russo prematuramente scomparso quest’anno a Gagliano del Capo nel Sud Salento suo paese d’origine. Profondamente toccanti le parole che Anna Grazia D’Oria, tra i pilastri della Manni Editori, scrive nella quarta di copertina: "Ci rimane, di Cosimo Russo, a dimostrare impegno e passione poetica e amore per la vita, questa raccolta di versi, organicamente da lui costruita. Nato nel 1972 nel profondo Sud salentino, a Gagliano del Capo, laureato in Economia e Commercio nel 2001 a pieni voti, si occupa dell'azienda di famiglia e trasmette alle due figlie che crescono l'amore per la cultura che rende liberi, l'attenzione devota ai libri che insegnano a vivere. E intanto scrive versi gelosamente difesi, letti soltanto alle persone care e sono poesie custodite nello scrigno del non detto, prigioniere della gabbia amorevole del cuore, nutrite di silenzi. Ora che Cosimo non c’è più, la sua produzione poetica esce allo scoperto come eredità culturale che fa riflettere sul senso della vita, con un messaggio di certo positivo. Nella prefazione Alessandra Peluso nota come l’autore «vive osservando l’indicibile e lo narra con l’armonia dovuta», e Matteo Greco scrive di «versi che vanno dietro la vita, la pedinano, la scrutano in ogni sua microscopica manifestazione». In essi c’è anche una padronanza stilistica matura, un’essenzialità che è segnale di vera poesia, una lucida e consapevole analisi del tempo che scorre, da ricordare meditando”. Curatrice del volume è Luigina Paradiso, mamma di Cosimo e instancabile operatrice culturale oltre che responsabile della Biblioteca Comunale di Patù.

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Giuseppe Ungaretti, 1968

giUSEppE UngARETTi E bRUnA biAnCO UnA pASSiOnE SEnzA ETà Giusy Gatti Perlangeli

AMORI LETTERARI

«L’amore mio per te arde sempre sotto la cenere»

«Mi sentivo forte, grande, una regina, come lui mi chiamava: prego che tutte le donne possano provare ciò che ho provato io». È la poetessa italo-brasiliana Bruna Bianco, classe 1940, a pronunciare, commossa, queste parole. «Mi sentivo amata ventiquattr'ore su ventiquattro, persino di notte: lui mi sognava». “Lui” è il nostro amatissimo poeta delle veglie nelle trincee sul Carso, delle epifanie mattutine, dei paesi e dei cuori più straziati, Giuseppe Ungaretti, classe 1888. Il gap anagrafico di cinquantadue anni li unisce anziché separarli. Vivranno tre anni legati da un amore intenso, profondo, totalizzante. Il verso che Bruna predilige, tra le migliaia composti per lei, è fatto di due sole parole, essenziali: «Ti amo». E qui, in questa frase, che alcuni considerano logora, abusata e perfino banale, c’è tutta la loro passione. «Ti amo» diceva Ungaretti a Bruna e l’abisso temporale che c’era tra di loro si annullava nell’intensità di un sentimento spontaneo, autentico e immortale come la poesia.

Bruna Bianco, ventiseienne piemontese di Cossano Belbo (sei chilometri appena da Santo Stefano, paese natale di Cesare Pavese), si trovava in Brasile dal 1956, da quando, a sedici anni, aveva seguito il padre, produttore di spumanti. «Dovevo restarci per poco. Ci sono rimasta una vita». «Finiva agosto – racconta Bruna (il 26, del 1966 n.d.r.) - Dopo una sua conferenza all’Hotel Ca’ d’Oro mi avvicinai trovando il coraggio per consegnargli una busta con le mie poesie. Bruttissime» commenta sorridendo. «Ungà mi invitò immediatamente a colazione. Rifiutai. Lui ripartì per Rio. Doveva restarci dieci giorni. Ce ne rimase solo tre. Una mattina, arrivando in ufficio, mi dissero che aveva chiamato una ventina di volte. E adesso il telefono squillava di nuovo». Quando Bruna accetta di rivederlo, escono insieme in auto, guida lei: San Paolo appare agli occhi del poeta ammantata di un fascino tutto nuovo. Non era la prima volta di Ungaretti in America Latina. Era arrivato con tutta la famiglia in Brasile nel 1936 su invito del Pen Club argentino.

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L'Università di San Paolo gli aveva offerto la cattedra di Letteratura italiana che il poeta mantenne fino al 1942, anno in cui rientrò in Italia, per non finire in campo di concentramento. Ma trent’anni dopo quel primo approdo, il poeta vede quella che era stata la sua città per sei anni attraverso gli occhi di Bruna: una megalopoli vivace, piena di contrasti, complicata e bellissima. Girovagando entrano nei giardini dell'Agua Branca per trovare riparo dal traffico rutilante della capitale e lì la poesia esplode con la natura e l’amore: «Era di lunedì Per stringerci le mani E parlare felici

Non si trovò rifugio Che in un giardino triste Della città convulsa». Insieme si raccoglieranno in preghiera presso la tomba di Antonietto, il figlio del poeta morto a nove anni nel ’39 proprio a San Paolo a causa di un'appendicite malcurata. Una sofferenza indicibile che esprimerà nelle poesie de Il dolore. Per Ungaretti l’incontro con Bruna ha l’intensità di un’epifania, di una folgorazione! Si scorda di avere quasi ottant’anni: «Abbandonò i bastoni, smise di camminare curvo» ricorda Bruna. Il critico Walter Mauro (che con Ungaretti si era laureato) notò che: «Con sorpresa Piccioni (Leone, allievo, sodale e, con Luigi Silori, massimo studioso del poeta n.d.r.) lo vede abbandonare il bastone, l'abito serio e la cravatta, e iniziare a vestire maglioni a giro collo, a conferma di un repentino ringiovanimento, una sorta di tuffo all'indietro che ne rinfresca la mente e le forze». I miracoli dell’amore. Per Ungà è una regressione nell’adolescenza a quando «innamorato – scrive in una delle lettere - andavo fuori di casa, correvo per le strade, telefonavo senza motivo a gente che cascava dalle nuvole... Aprivo un libro e lo richiudevo...Prendevo un foglio di carta, e ci facevo, senza accorgermene, scarabocchi... ero in uno stato di nervosismo che m’impediva di camminare e di stare fermo». Il 12 settembre 1966 il poeta fisserà il momento in cui vede per la prima volta Bruna Bianco nei versi che le avrebbe dedicato poco dopo (in Dialogo, breve raccolta poetica scritta a quattro mani con la sua musa ispiratrice):

“”

«Sei comparsa al portone in un vestito rosso per dirmi che sei fuoco che consuma e riaccende […]. Percorremmo la strada che lacera il rigoglio della selvaggia altura. Ma già da molto tempo sapevo che soffrendo con temeraria fede, l’età per vincere non conta«. Il giorno dopo, 13 settembre, la Bianco risponde: Un vagante raggio ebbe la luce, tenue filo dell’anima

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Giuseppe Ungaretti e Bruna Bianco

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del mio bacio donato solo dal desiderio. Ma dall’esilio ci libererà l’ostinato mio amore». La storia tra l’ottuagenario poeta e la ragazza di San Paolo è tornata in questi mesi alla ribalta in occasione della pubblicazione del volume Lettere a Bruna, a cura di Silvio Ramat, nelle librerie dal 12 settembre per Mondadori. «Le parole dell’amore non si pubblicano con leggerezza» aveva detto Fernanda Pivano a proposito del suo carteggio con Cesare Pavese. Oggi Bruna Bianco, avvocato, vedova, tre figli più un certo numero di nipoti, affabile signora bionda dal fisico asciutto, ha quasi la stessa età che aveva il poeta quando la incontrò nel ’66. Solo da poco tempo ha deciso di rendere noto quell’amore attraverso la pubblicazione delle lettere. La sua relazione con Ungaretti era stata custodita negli anni

con il pudore e il riserbo che i sentimenti più intimi meritano. Sono lettere scritte tutte con inchiostro verde («Sono superstizioso, il verde è la speranza»), spesso ornate di scarabocchi amorosi, svolazzi e disegnini. Cosa l’ha trattenuta prima e l’ha spinta poi a consegnare alla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori le 400 missive che testimoniano la passione che li aveva stregati? «Ero frenata dai pregiudizi. “Ma che combineranno quei due?” malignava la gente. E poi la Bruna di allora era morta, sepolta, finita anche lei in quella cassapanca. Solo pochi anni fa ho deciso che era tempo di riaprirla» dice la Bianco. Che un uomo anziano s’innamori perdutamente di una donna anche molto più giovane, non è raro. Inconsueto è il contrario. Bruna non “si accompagna” al personaggio pubblico, non subisce il fascino della sua notorietà, non cade preda della sindrome della luce riflessa.

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Bruna si innamora di Giuseppe. Perde la testa. Punto. Ma cos’è che le aveva fatto abbandonare ogni remora al punto da lasciarsi andare a questo vortice di sentimenti? «Ungà trasmetteva forza a tutto il mio essere – confessa Bruna Bianco - Non mi è più capitato in vita mia. Mi disse: “Nessuno ti amerà mai come me”. Suonava come una specie di maledizione». Infatti l’anziano poeta e la fanciulla saranno destinati a vivere un amore contrastato. Non dall’istinto protettivo del padre di lei, come sarebbe stato logico: «Mio padre non fece ostacolo. Del resto, Ungà lo rassicurava: “Sposerò sua figlia solo quando potrò garantirle un livello di vita come quello nel quale lei l’ha cresciuta”». Nulla di fatuo o passeggero in un amore che non teme lo scarto anagrafico, né le latitudini: tant’è che il rapporto continua anche quando il poeta rientra in Italia. «Tre anni di passione con rari incontri: sei in tutto, tre in Brasile, tre in Italia. Ha presente quella carta antimosche – racconta Bruna – che si usava un tempo? Io ero come una mosca, appiccicata alla carta di un amore venuto fuori con una forza inarginabile, un amore fatto di mani, la parte più sensuale di quell’uomo». La prima delle lettere è datata 14 settembre 1966. Ungaretti la scrive sulla nave che lo riporta in Italia da uno dei suo viaggi in Brasile: si tratta, in realtà, di un telegramma indirizzato all’amata dove egli si firma come “nonno Ungaretti”.


«Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane». Poi, un mese dopo: «Sta succedendo in me un fatto straordinario. Sono innamorato come un ragazzino, e non ho più da un secolo l'età, ed è assurdo (…) Hai fatto un bel lavoro, Luce mia. Ora che cosa sarà di me? Sono in tuo potere. Un vecchio, sai quello che è un vecchio? Tutto il suo vigore, tutta la speranza, via via l'andavano consumando e riducendo in spettri, i ricordi. No, non è vero che il ricordo sia cordiale, il ricordo è crudele, consuma una persona a lento fuoco, insiste e giubila nel tormentarla, nello straziarla. Ma questo vecchio qui che Ti scrive, non ha più ricordi. Sei venuta. Perché sei venuta? E i ricordi li hai spazzati via. E prima c'è stato in me un gran vuoto, un deserto, un morire di sete. E poi è sorta la primavera d'un ricordo. Come farà a rimanere solo solo, così delicato, così verde, così fiorente, incolume in quelle sabbie squallide? Il tuo ricordo, e domani ancora la tua presenza? Amore, amore mio. T'accorgi, non ho più vergogna di gridarlo. Pietà di me, sì, perché la mia ora dovrebbe essere passata. Amore, amore mio. Roma, il 26/10/1966 L' indirizzo rimane sempre presso D' Amico. Devo muovermi sempre. Prima a Firenze, poi a Parigi, poi forse in Svezia e a Mosca, ecc.». Da Grottaferrata, sabato notte,

il 25 febbraio 1967: «Non mi stanco affatto a scriverti, anzi mi riposo, mi conforta, ritrovo equilibrio, mi metto a sorridere tra me e me, mi metto a ballare, io che non ho mai ballato, è un ballo che ballo dentro di me, un impazzimento, un tripudio, e ti guardo, ti guardo, ti guardo all' infinito ad ogni sillaba che traccio e che ti è rivolta. Vorresti privarmi dell'unica possibilità di vivere che mi resta? Vorresti uccidermi? No, no, non è questo mio scriverti che può essermi di peso e stancarmi, l' opposto anzi è, è la guarigione, è la salute, è la libertà. Lo sai bene che l'unica libertà che possiede una persona umana è quella d' amare, la mia libertà è che tu abbia voluto che t' ami, dedicandomi amore. Vorresti togliermi ogni libertà? Lasciami ch'io ritrovi forza, quando sono stanco, almeno, giacché sono lontano, scrivendoti, amore. Ora vado a letto, sperando di prendere subito sonno e di sognarti, e se rimanessi sveglio continuerei a conversare con te dell'unica cosa seria al mondo, dell' amore nostro. Buona notte, ti tengo stretta sul mio cuore, ti bacio, ho potuto scriverti, dormirò bene stanotte sognandoti. Il tuo innamorato, ti bacia, Bruna mia». I progetti matrimoniali appaiono concreti. «Sì. Le fedi erano pronte – conferma Bruna Bianco – Accompagnandomi all’aeroporto di Roma, Ungaretti mi disse: “La prossima volta tornerò per sposarti”». Il poeta ha intenzioni serie: da Roma il 3 luglio 1967 le scri-

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ve: «Dobbiamo trovare il modo di unire nel modo più regolare le nostre vite. Ora hai capito? I giovani qui in Italia, e anche in Brasile, quelli veri, mi trovano il più giovane di loro. Vivo in mezzo a loro. Bada, chi mi accusa di vecchiaia, è nato vecchio, anche se ha la giovinezza dei somari. Sono in realtà vecchio. Il corpo non è stanco, anche se porta il peso di tanti anni. L'anima è ancora quella d'un fanciullo, bambina come la tua, pura come la tua. Sono in realtà vecchio. Ma rido e piango come un bimbo, senza essere un rimbambito; ma una persona che sogna con la virilità necessaria per dare alle cose un'immortale bellezza. Sai che cosa significhi la poesia, sei la poesia, e sei più che la poesia, sei inventrice, rinnovatrice di poesia. Certo ho molti anni. Non so quanti ancora da vivere. Forse pochi. E su questo punto, quando dovrai prendere la tua decisione, sarà bene tu rifletta». Il destino però si mette di traverso.


Il Parco Ungaretti di Sagrado

Dalle lettere le motivazioni per le quali i due non riuscirono a convolare a nozze non emergono con chiarezza. «Contro di noi giocarono pressioni esterne» dice genericamente Bruna. All’interno della famiglia chi si oppone alle nozze è il genero di Ungaretti: pressioni «di un pezzo della famiglia di Ungà. La figlia Ninon era dalla nostra parte, ma il marito di lei si opponeva». Il poeta abitava con loro in una stanzetta di un appartamento dell’Eur. Anche nella cerchia degli amici più stretti, c’è chi si ostina a convincerlo che quella per Bruna era solo una passione senile: «Cercavano di convincere Ungà che ero una fiamma destinata a non durare». Come le altre. Le “altre” a cui allude l’entourage del poeta sono le donne che hanno fatto incursione nella sua vita prima e dopo la morte dell’amatissima moglie Jeanne Dupoix, nel 1958. In realtà, in quegli anni, attorno a lui volteggiava un certo numero di fanciulle in fiore, allieve e ammiratrici. Gli amici lo prendono in giro, non senza malizia: «Ungaretti? Insieme a una vecchia non s’è visto mai». Con Bruna però le cose sembravano diverse. Il poeta voleva una vita con lei a tutti i costi. Aveva cominciato a pianificare il futuro: «metà dei soldi li avrebbe dati alla figlia, con l’altra avrebbe comprato una casetta a Capri dove saremmo andati a vivere». Ungaretti ci conta sul Nobel del 1969, con l’ansia di un ragazzo che aspetta si sblocchi un’eredità o fondo fiduciario

per poter sposare l’amata e metter su famiglia. Invece il premio viene assegnato a Samuel Beckett. Ungaretti la prende male. Il rapporto a distanza con Bruna si fa difficile: «Le telefonate tra Italia e Brasile erano infernali. Avvenivano tramite cavi sottomarini: nella cornetta sentivi solo la voce a singhiozzi e il boato del mare». E poi «Ungà aveva promesso che sarebbe venuto al mio compleanno, ma non si presentò. Mi offesi. Ho scoperto in seguito che gli avevano sconsigliato il viaggio: in Brasile c’era la dittatura e una sua visita non l’avrebbe messo in buona luce nella prospettiva del Nobel». E «guarda caso, a partire da un certo momento le mie lettere non arrivavano più, sparivano». Lei avrebbe voluto che il poeta si trasferisse a San Paolo, ma quando, durante una trasferta negli Stati Uniti, si ammala seriamente, «capì che il tempo era scaduto. Anche per questo decise di sparire dalla mia vita. Voleva ridurmi la sofferenza» ricorda Bruna. L’ultimo messaggio arriva in Brasile in un libro che contiene una dedica, datata 6 novembre 1969: «L’amore mio per te arde / sempre sotto la cenere. Unga’». Ungaretti è stato “uomo d’amore” al di là e oltre le singole relazioni. Le donne lo hanno amato con uno slancio d’intensità pari alla passione che il poeta provava per loro. A trent’anni si era innamorato perdutamente di Marthe Roux (la “ragazza tenue”, amata anche dal suo amico fraterno, il

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poeta francese Guillaume Apollinaire). «Sto combattendo al fronte –dice in una lettera inedita del febbraio 1918, scritta nelle trincee del Carso della Grande Guerra - Ma io mi sento distaccato da tutto (...) Io non ho che un desiderio immenso di riposo (...) Io vi ho amato, vi amo e vi amerò sempre e adesso non mi resta che questa speranza». Questa in realtà fu una lettera d’addio. Poco tempo dopo, infatti, a Parigi, Ungaretti avrebbe sposato Jeanne Dupoix che gli avrebbe dato tre figli. Quando, dopo un lungo travaglio, Jeanne morirà, Ungaretti confesserà in una lunga lettera proprio all'amore francese di un tempo: «Sono abbattuto dal dolore, la parte più solida della mia vita è in una tomba. Non riesco più a dormire, mi sveglio la notte e mi muovo in casa come se fossi un matto». Prima di Bruna Bianco c’era stata Jone Graziani, ex allieva e


A SAn MARTinO dEL CARSO iL pARCO UngARETTi di SAgRAdO SAGRADO. Nel territorio di San Martino del Carso e precisamente nella località di Castelnuovo, in una villa circondata da vigneti che un tempo sono stati i campi di battaglia oggi c’è un Parco letterario dedicato a Giuseppe ungaretti, figura di riferimento nel panorama letterario e storico italiano del '900. Sono gli stessi luoghi dove il poeta ha combattuto e che lo hanno ispirato per la sua prima raccolta di poesie, "Il porto sepolto" (1916). La stessa villa è stata sede per un periodo del comando militare italiano come testimoniano i graffiti di soldati recentemente portati alla luce. Il Parco ungaretti, di proprietà dell'Associazione Amici di Castelnuovo di Sagrado, è stato restaurato su progetto dell'Architetto Paolo Bornello. L'intento è accompagnare il visitatore alla scoperta della relazione esistente tra paesaggio carsico, Grande Guerra e Giuseppe ungaretti. Gli spazi sono caratterizzati da tre aree principali: la prima è quella della Torre, situata a ridosso dell'antico muro di contenimento del giardino, formata da una struttura portante in tronchi di legno grezzo alta 10 metri che sorreggono una struttura cubica in acciaio cor-ten (acciaio patinato) con due lati in vetro dove sono incise le poesie di ungaretti. La seconda area è quella del Recinto Sacro, una piccola collina dove sono posizionati 10 blocchi di pietra carsica che racchiudono una stele in acciaio cor-ten arrugginito. Sia le pietre che la stele portano incise le poesie di ungaretti. Infine si trova il Sacrario, un labirinto di pali in legno grezzo alti 6,10 metri, posizionati su una griglia di 6x6 metri in modo da obbligare il visitatore ad attraversarli senza indicazione di direzione. Al centro si trova una lastra di ottone con inciso il ritratto di ungaretti in età matura (opera di Franco Dugo) sorretta da due pali con incise le poesie di ungaretti. www.itinerarigrandeguerra.it

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I LuOGHI NELLA RETE

traduttrice dal francese, destinataria di un carteggio amoroso durato quasi sei anni (a partire dal 21 dicembre 1958) composto da 376 lettere, 41 telegrammi, e cinque versioni inedite di un importante componimento poetico dell'ultimo Ungaretti, il Canto a due voci (penultimo del Taccuino del vecchio). Poi Dunja, la "capricciosa croata" enigmatica figura cui dedica la sua ultima poesia, L'impietrito e il velluto, scritta tra la notte del 31 dicembre 1969 e il 1 gennaio 1970 («Il velluto dello sguardo di Dunja(Fulmineo torna presente pietà»). Infine Nella Mirone, la compagna degli ultimi giorni. Funzionaria della Mondadori, quarantenne, solo nel 1997 ha dato l’assenso alla pubblicazione delle foto private che li ritraggono insieme. Lo scatto più tenero è quello che mostra il poeta, ottantaduenne, mentre mangia una mela cotta con il cucchiaino offerto da lei. Era innamorato della vita, Ungaretti, appassionato e generoso fino all’ultimo. Un poeta capace di altezze poetiche vertiginose, all’apice della nostra galassia letteraria, eppure ricco di una compassione tutta intima e fraterna che solo chi ha vissuto tanto e si è portato un dolore interiore profondissimo sa provare. L’intensità delle parole e dei sentimenti di Ungaretti, anche grazie a questo carteggio e alla generosità di Bruna Bianco, continuerà a illuminare il cammino di tutti coloro che vorranno percorrere con lui il sentiero della poesia, alla scoperta dell’uomo e del mistero della vita (“la poesia è poesia quando porta con sè un segreto”). «Non so se sono stato un vero poeta, ma so di essere stato un uomo; perché ho molto amato e molto sofferto, ho molto errato e ho saputo, quando potevo, riconoscere il mio errore, ma non ho odiato mai».


LibERTà dELLE dOnnE nEL XXi SECOLO, OLTRE i fOndAMEnTALiSMi Ada Donno

ROMA. Si tiene a Roma dal 20 al 22 ottobre prossimi, nella Casa internazionale delle donne di Roma, via della Lungara 19, il Convegno internazionale “Libertà delle donne nel XXI secolo. Oltre i fondamentalismi” Il convegno è organizzato da Awmr Italia - donne della regione mediterranea; Cultura è Libertà una campagna per la Palestina; Il Giardino dei ciliegi; Iniziativa Femminista Europea (IFE Italia); Wilpf Italia e dalla Casa Internazionale delle Donne di Roma che lo ospiterà. «Le ragioni di questa iniziativa – spiegano le organizzatrici - stanno nel nostro tempo. Viviamo infatti in un'epoca segnata da regressioni culturali e politiche, da violenze sulle persone e sulle popolazioni, da guerre e da migrazioni. Al discorso unico sul “fondamentalismo”, opponiamo un confronto tra discorsi diversi sui “fondamentalismi”. I fondamentalismi hanno origini diverse, ma la caratteristica comune di essere “totalizzanti” ed “escludenti”: religiosi o ideologici, a oriente e occidente, in campo economico o tecnologico-scientifico, agiscono minando alla radice la libertà delle donne, indicatore del livello generale di libertà e civilizzazione. «È come se la recente straordinaria avanzata delle donne nel mondo dovesse essere ricacciata indietro, con molteplici forme di violenza. L'altra faccia della violenza è la estrema debolezza del

pensiero e della capacità di immaginare alternative fondate sull'inclusione e la partecipazione. Riconoscere criticamente le differenze, per farle coesistere, può essere un antidoto all'assolutismo fondamentalista. «Diciamo “oltre tutti i fondamentalismi” perché non vogliamo limitarci alla denuncia degli attacchi e della regressione né alla sola analisi teorica delle diverse forme di fondamentalismi che percorrono il mondo. Ambizione dell'incontro è l'approfondimento di linguaggi e modi diversi di vivere e/o costruire la propria identità e la critica ad appartenenze imposte; il confronto tra pratiche ed esperienze di resistenza, i segni del cambiamento che portano con sé, la ricerca di alternative, anche in quei luoghi di conflitto dove appare centrale il ruolo delle donne nei processi di costruzione della convivenza e della pace. «Noi, donne di diverse generazioni ed esperienze sociali e culturali, pensiamo che la costruzione di alternative passi anche attraverso la relazione con donne di altri paesi, con altre esperienze ed altre pratiche legate dal filo dell'affermazione di sé e della autodeterminazione.» Le organizzatrici, che in anni precedenti hanno stabilito legami e realizzato scambi attraversando confini geografici e allargando insieme ad altre i confini della riflessione, auspicano che l'occasione del Convegno serva a riprendere e rafforzare

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questi fili, perché siano in grado di produrre un'azione di trasformazione. Il Convegno è autofinanziato; si avvale del solo sostegno di Tranform!Europe Per iscriversi e partecipare: http://libertadonne21sec.altervista.org/iscrizioni/ Per scoprire tutto il programma: http://libertadonne21sec.altervista.org/category/programma/ Il sito www.libertadonne21sec.altervista.org raccoglie le informazioni e i materiali di discussione sui temi del Convegno.

Dal 20 al 22 ottobre a Roma nella Casa Internazionale delle Donne il convegno

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Alcunni dei ritratti in mostra realizzati dalla fotografa Arianna Saracino

i vOLTi di ARiAnnA SARACinO in MOSTRA nEL CASTELLO di AndRAnO ANDRANO (LECCE). Ritratti di uomini e donnne, tasselli di un mosaico che vuole celebrare la diversità. Si intitola “Volti a...” la personale di fotografia dell’artista Arianna Saracino. che dal 13 al 16 ottobre è stata allestita nella sede Associazione Fratres all’interno del Castello di Andrano (Lecce). Nata a Poggiardo nel 1988 Arianna Saracino (che ora vive ad Andrano), si diploma all’Istituto Statale D'Arte “Nino Della Notte”. Successivamente, frequenta il corso di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Inizia i primi esperimenti con il colore e partecipa a collettive di pittura ed estemporanee. Nel contempo indirizza la propria ricerca artistica verso la grafica e la fotografia, prendendo parte a concorsi fotografici ed ottenendo significativi riconoscimenti. «Il progetto di questa mostra spiega la stessa artista - è nato dalla mia necessità di avere interazioni genuine con chi, dopo un annuncio su facebook, si fosse proposto per un ritratto, e di fissarne il risultato tramite mezzo fotografico». Una ventina di ritratti in cui la fotografa non si è limitata a cogliere alcune peculiarità fisiche come il colore della pelle, la forma del naso o il taglio degli occhi ma, attraverso il dialogo instau-

rato con ogni persona, ha voluto comprenderne le personalità per poi cogliere dal punto di vista fotografico la genuinità nelle espressioni, la reazione della modella o del modello davanti alla macchina fotografica. «Uno spettro emotivo molto ampio ha scaturito molteplici espressioni. Un contatto umano, oltre che fine al gioco. Spero di aver ritratto a pieno, dal

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più timido al più estroso. Interazione credo sia la parola chiave. E come Ensor credo che i volti come le maschere siano simboli, che, attraverso la tipizzazione, sono capaci di parlare di condizioni universali del vivere». L’evento è stato organizzato in occasione della Tredicesima Giornata del Contemporaneo di AMACI.


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LEziOni di viTA in pUnTA di piEdi CELEnTAnO pER LA KLEdi dAnCE

Marcella Barone

I noti coreografi sono stati impegnati in uno stage che ha ianaugurato la Kledi Dance di Maglie

MAGLIE (LECCE). Ulteriori possibilità artistiche si aprono sul territorio salentino grazie all’inaugurazione della nuova sede della Kledi Dance Maglie che fa il bis nel Salento dopo il successo riscosso dalla sede di Lecce. Un’inaugurazione in grande stile, particolarmente partecipata e coinvolgente, si è svolta venerdì 13 ottobre presso la nuova sede che sorge in via Gallipoli a Maglie con un doppio appuntamento, lo stage di musical col maestro Jacopo Pelliccia e lo stage di Modern con il Maestro Kledi Kadiu che ha tagliato il nastro assieme alle autorità locali. La direzione artistica per entrambe le sedi è curata dalla maestra Ilenia De Pascalis, pertanto anche la nuova sede gioverà della stessa offerta formativa completa ed esaustiva di quella preesistente con un corpo docenti rimpolpato e tanti nuovi progetti all’orizzonte. La sede di Maglie ha iniziato il suo percorso già dal 1° ottobre con uno stage formativo che ha anticipato l’inaugurazione dando prova del percorso formativo che gli allievi si accingono a percorrere. Ad accogliere gli allievi di Maglie e Lecce, infatti, è stata la maestra Alessandra Celentano, volto noto della tv poiché rappresenta per antonomasia

il rigore e la disciplina della danza: nel cast di Amici, su Canale 5, la maestra è da sempre la più severa e rigorosa, ma i suoi giudizi sono sempre giusti e imparziali poiché per lei inizia tutto dalla voglia di lavorare. “Nelle allieve della Kledi Dance Lecce – ha dichiarato a margine del recente stage – ho notato una grande voglia di lavorare: è da lì che comincia tutto. Senza voglia di lavorare e impegnarsi non ci sarebbe l’opportunità di crescere e migliorarsi e invece per queste ragazze la possibilità c’è eccome. Queste occasioni di studio, gli stage, sono momenti importanti perché permettono agli allievi di confrontarsi con altri allievi e con insegnanti di diverso genere. In tal modo allargano i loro orizzonti”. Cosa chiede Alessandra Celentano agli aspiranti ballerini? «Ai ballerini in erba io chiedo consapevolezza, sacrificio, voglia di fare, educazione, rispetto, sacrificio, disciplina, sono regole basilari che dalla danza classica si possono applicare anche alla vita di tutti i giorni, alle professioni che si andranno a scegliere e a raggiungere i propri obiettivi nella vita». Grandi lezioni di danza e di vita, dunque, all’interno di un solo stage che ha aperto sulle punte una nuova via danzante nel Salento, ma ieri, in occasione dell’inaugurazione ufficiale della scuola di Maglie, gli stage sono diventati due, così come le occasioni di apprendimento e studio. Nel primo pomeriggio è stato il Maestro Jacopo Pelliccia a tenere la prima lezione, quella di Musical. Attore e performer teatrale che in più occasioni si è messo

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Alcuni momenti del lo stage con Alessandra Celentano

a disposizione degli allievi della Direttrice Artistica Ilenia De Pascalis per trasferire loro tutte le sue conoscenze sulla sorprendente arte del musical fino a recitare al loro fianco nel corso dell’ultimo Galà della Danza e del Musical andato in scena presso il Teatro Politeama Greco, ieri il maestro ha svolto una lezione incentrata sull’arte del musical, disciplina sempre più ricercata dagli allievi che nella Kledi Dance di Lecce e di Maglie trova ampio respiro e prospettiva. Da sempre, infatti, lo stage di fine anno della Kledi Dance a Lecce si divide in due atti: uno di danza e uno di musical. Subito dopo la magia del musical, è stato il Maestro Kledi Kadiu, affermato ballerino e coreografo, a proseguire la giornata di studio tenendo due lezioni di Modern, uno per il corso Preparatorio e l’altro per quello Intermedio e Avanzato. Non poteva proprio mancare nel giorno dell’inaugurazione il fondatore dell’omonima scuola, che dal 2004 ad oggi ha aperto svariate sedi in tutta Italia portando un’offerta formativa consolidata e apprezzata in tutto il territo-

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rio nazionale anche nel Salento. Terminato lo stage, particolarmente partecipato e coinvolgente, il maestro si è fermato per foto e selfie e per il fatidico momento del taglio del nastro, assieme allo staff della Kledi Dance Maglie e alle istituzioni locali presenti, tra cui il sindaco di Maglie Ernesto Toma e il consigliere provinciale Luigi Mazzei. «Con Ilenia De Pascalis c’è un rapporto di fiducia da tanto tempo e mi fido allo stesso modo del corpo docenti di questa nuova sede della Kledi Dance. Nelle nostre scuole, cerchiamo di coniugare sempre la professionalità con la qualità e credo che con questo staff ci riusciremo anche a Maglie. Ringrazio tutti per essere intervenuti così numerosi, genitori, bambini, insegnanti, ed avermi accolto in modo così caloroso. Per me è sempre bellissimo tornare nel Salento - ha dichiarato alla folla presente il maestro Kledi Kadiu, spiegando che nel corso dell’anno accademico ci saranno tante sorprese – Non solo grandi maestri verranno qui


per tenere delle lezioni di approfondimento, ma spesso anche gli allievi saranno nostri ospiti a Roma per prendere parte a stage e concorsi e vivere nuove esperienze che arricchiranno il loro bagaglio». Con queste parole incoraggianti, il maestro Kledi ha dunque lasciato le tantissime persone accorse

per l’evento inaugurale della Kledi Dance Maglie ma la festa è poi proseguita all’insegna di musica, sorrisi e tante foto per condividere assieme l’inizio di un nuovo entusiasmante percorso formativo composto innanzitutto da un innato entusiasmo che scaturisce da una sconfinata passione per la danza.

IL RAGGIO VERDE EDITORIA E COMUNICAZIONE ilraggioverdesrl.it

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vERA giAnnETTO E iL bALLETTO dEL SALEnTO Marcella Barone

Continuano a giungere soddisfazioni e riconoscimenti per la Maestra Vera Giannetto, direttrice artistica del Balletto del Salento di Trepuzzi, che quest’anno giunge al suo trentesimo anno di carriera. Dopo il premio che ha celebrato i suoi grandi traguardi consegnatole nel mese di settembre all’interno della manifestazione “Gemme dello sport”, negli ultimi giorni la Maestra è stata insignita di un altro eccezionale riconoscimento alla sua professionalità. Grazie ai suoi risultati professionali, infatti, Vera Giannetto ha ottenuto l’adesione all’International Dance Council CID all’UNESCO, organizzazione mondiale per la danza. L’ammissione al Consiglio Internazionale della Danza la distingue come uno dei professionisti leader a livello internazionale. Si tratta di una organizzazione no profit che fonda le sue origini nel 1973 nei quartieri generali Unesco ed è il forum universale nel quale convergono tutte le organizzazioni internazionali, nazionali e locali e individui attivi nella danza certificati dai risultati ottenuti negli anni sul campo.

L’iscrizione, difatti, è aperta esclusivamente a grandi e prestigiose compagnie, scuole, maestri e organizzazioni. «È una grande soddisfazione per me aver ricevuto l’adesione al CID poiché ci si accede solo quando si ha un profilo professionale adeguato ai loro alti standard, pertanto sono fiera che mi abbiano ritenuta idonea a farne parte – ha dichiarato in proposito la maestra – È un traguardo che ho raggiunto in questi trenta anni e che condivido con la mia scuola di danza che è perennemente in crescita. Per questo trentesimo anno, infatti, abbiamo in mente dei progetti ambiziosi che puntano a migliorare sempre più l’offerta formativa e, di conseguenza, lo studio e la preparazione dei miei allievi perché voglio che siano davvero preparati e pronti ad affrontare un ambiente di danza professionale nel quale potersi distinguere come già molte mie ballerine stanno facendo». Nel corso dell’anno accademico 2017/2018, infatti, sarà offerta la possibilità agli allievi della scuola Balletto del Salento di perfezionarsi a contatto con maestri e ballerini di fama internazionale in più lezioni che andranno a formare un vero e proprio percorso formativo. In particolare, gli allievi avranno l’occasione di studiare con la Maestra Marisa Caprara, Maître de Ballet e presidente AIDA Associazione Insegnanti Danza Accademica diplomati presso Teatro alla Scala per quanto riguarda la danza classica, mentre sarà una nota ex allieva del Balletto del Salento, Andreina Caracciolo, ballerina professionista in teatro e tv, attualmente in Belgio per impegni lavorativi, a tenere le classi di danza moderna. Le lezioni del nuovo percorso formativo saranno quattro distribuite nel corso dell’anno e saranno aperte agli allievi del Balletto del Salento e anche a ballerini esterni, previa comunicazione: il primo appuntamento è fissato per venerdì 20 ottobre con la Maestra Marisa Caprara, mentre nel mese di novembre comincerà il percorso di

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Foto di Marco Lion

LA SETTiMAnA dEL piAnETA TERRA L'iTALiA RiSCOpRE LE gEOSCiEnzE Dal 15 al 22 ottobre, le città del Bel Paese si trasformeranno in laboratori a cielo aperto

ROMA. «Una società più informata è una società più coinvolta» è questo lo slogan della "Settimana del Pianeta Terra L'Italia alla scoperta delle Geoscienze -5ª edizione presentata mercoledì 11 ottobre nella sala stampa della Camera dei Deputati. Presenti alla conferenza,

insieme all’onorevole Serena Pellegrino vicepresidente della commissione Ambiente alla Camera dei Deputati, i fondatori del festival scientifico nato nel 2012: Rodolfo Coccioni professore Ordinario di Paleontologia e Paleoecologia presso l'Università degli Studi di Urbi-

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no e Silvio Seno professore Ordinario di Geologia strutturale all’Università degli Studi di Pavia e Direttore dell’Istituto Scienze della Terra della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana. Diventato il principale appuntamento italiano delle nostre Geoscienze, la Settimana del Pianeta Terra si svolgerà dal 15 al 22 ottobre e interesserà diverse località sparse su tutto il territorio nazionale teatro dei “Geoeventi”. Un calendario fittissimo di escursioni, passeggiate nei centri urbani e storici, porte aperte nei musei e nei centri di ricerca, visite guidate, esposizioni, laboratori didattici e sperimentali per bambini e ragazzi, attività musicali e artistiche, degustazioni conviviali, conferenze, convegni, workshop, tavole rotonde con un unico denominatore: diffondere la cultura scientifica scoprendo e valorizzando al contempo il nostro patrimonio geologico e naturale. E soprattutto far


appassionare i giovani alla scienza, alle Geoscienze in particolare, e trasmettere l'entusiasmo per la ricerca e la scoperta scientifica. Con il patrocinio dell'ISPRA e, tra gli altri, la collaborazione dell'associazione Riconoscere la Bellezza ci saranno 600 ricercatori e divulgatori sparsi i tutte le regioni in particolare tra le regioni italiane con il più alto numero di geoeventi troviamo la Sicilia (35) seguita dalle Marche (21) e dalla Puglia (14). In ogni caso ad organizzare i Geoeventi c’è la sinergia di università e scuole, enti di ricerca, enti locali, associazioni culturali e scientifiche, parchi e musei. «I relatori hanno messo in evidenza gli obiettivi generali del progetto: diffondere in maniera interessante e comprensibile a tutti l’informazione scientifica, che è la base della conoscenza e del rispetto per l’ambiente e che fa parte della formula per invertire la rotta distruttiva dell’ambiente che stiamo perseguendo pervicacemente da decenni. Salvaguardare il pianeta è una faccenda concreta, lo dimostra l’incredibile gruppo di persone, enti parco e di tutela, istituzioni scientifiche e universitarie, enti locali, associazioni che si sono messe a disposizione per divulgare e condividere il patrimonio della conoscenza». Ha commentato l’onorevole Pellegrino che ha concluso: «Sono stati indicati oggi tre temi che ricorrono nel programma della Settimana e che corrispondono alle emergenze ambientali del nostro Paese: la vulnerabilità

del territorio rispetto i pericoli naturali, l’acqua, la conservazione della bellezza del paesaggio contro il consumo di suolo. Quando si parla di Terra e delle sue leggi armoniche si entra nel cuore dell’idea di Bellezza, e quando si consideri che tali leggi sono costantemente infrante si evidenzia l’assoluta urgenza di sottrarci al dictat della bruttezza dilagante e ai pericoli gravissimi che essa ci consegna come suo unico frutto avvelenato.» Nel corso delle precedenti edi-

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zioni, la Settimana del Pianeta Terra ha avuto una crescita esponenziale. Da 139 Geoeventi realizzati nel 2012 e distribuiti in 100 città italiane, si è passati a 152 Geoeventi distribuiti in 113 città nel 2014, per arrivare alla edizione 2015 che ha proposto 237 Geoventi in 180 località e registrato la presenza complessiva di circa 80.000 persone di diverse fasce d'età. L’edizione 2016 ha avuto 313 Geoeventi in 230 località italiane. Per conoscere il programma: www.settimanaterra.org


CERiMOniA di pOSA dELLA LApidE bROnzEA in MEMORiA di JAn KELbL

Lo storico Walter De Berardinis scopre un caduto della Legione Cecoslovacca seppellito a Giulianova Presenti le Ambasciate della Repubblica Ceca e Slovacca in Italia e il direttore di Gamma Investigazioni i n veste di sostenitore dell’evento GIULIANOVA. In occasione del centenario dell’inizio e della fine della 1° guerra mondiale, 1914/1918, proseguono i momenti di commemorazione dei caduti della Grande Guerra anche nella città di Giulianova. Sabato 30 settembre 2017 all’ingresso del Cimitero monumentale è stata scoperta la lapide bronzea donata dai legionari Cecoslovacchi a Giulianova; la lapide, proveniente direttamente da Praga, è stata affiancata da una targa che spiega le vicissitudini del soldato della Legione Cecoslovacca morto nel 1919 a Giulianova. La cerimonia ufficiale è iniziata alle ore 16,30, quando il cerimoniere della giornata, il tenente d’Artiglieria (in congedo) Rosario Cupini, ha organizzato il corteo con i labari e le bandiere dal viale delle Rimembranze fino ad arrivare all’ingresso del Cimitero. Milan Bachan, colonello del Ministero della Difesa della Repubblica Ceca; Milan Mojzis, segretario esecutivo dell’Associazione dei Legionari Cecoslovacchi e il più alto in grado militare presente al momento, hanno poi scoperto la lapide togliendo le rispettive bandiere: Ceca, slovacca e italiana. È seguito il silenzio con un trombettiere e la benedizione da parte di Padre Vito, cappellano dell’Associazione Italiana Artiglieri sezione Giulianova-Teramo. Di seguito si sono mossi verso la lapide Jozef Spanik, consigliere dell’Ambasciata della Repubblica Ceca; Lubica Salvatova Baiocchi, consiglie-

ra dell’Ambasciata della Repubblica Slovacca; Fabrice Ruffini, assessore al Turismo e Manifestazioni della Città di Giulianova, hanno posizionato una corona d’alloro con fiori dei tre colori delle rispettive bandiera: blu, bianco e rosso. È stato Walter De Berardinis, nella doppia veste di Commissario provinciale dell’Istituto Nazionale delle Guardie d’Onore al Pantheon e promotore dell’iniziativa storica-patriottica, ad illustrare brevemente le vicissitudini del soldato Jan Kelbl morto a Giulianova nel 1919 (registrato erroneamente Giovanni Kelbl, Greco-Slovacco), dopo aver indossato la divisa dell’Impero Austro-Ungarico e successivamente liberato dai russi, quella della Legione Cecoslovacca. Hanno portato i saluti per i rispettivi stati nati dalla disciolta Cecoslovacchia: Jozef Spanik, consigliere dell’Ambasciata della Repubblica Ceca e Lubica Salvatova Baiocchi, consigliera dell’Ambasciata della Repubblica Slovacca; per la città di Giulianova ha preso la parola Jurghens Cartone, Presidente del Consiglio Comunale. Ha concluso la giornata ricordo, Gabriele Barcaroli, direttore della Gamma Investigazioni di Tortoreto, sostenitore dell’intera manifestazione che si è svolta anche alla presenza degli ex Legionari provenienti dalla Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca oltre a tutte le associazioni combattentistiche e le forze di Polizia.

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ECCO iL TESTO dELLA TARgA COMMEMORATivA In questo cimitero riposa la salma del legionario cecoslovacco JAN KELBL Il 13 aprile 1919, a Giulianova, all’età di 40anni, cessava di vivere il soldato della Legione Cecoslovacca in Russia, Jan Kelbl, proveniente dal porto di Napoli dopo l’imbarco nella città portuale di Vladivostok (Russia) sulla nave italiana “Roma” con abbordo i primi soldati feriti e ammalati. Lui e il suo contingente lasciarono la Siberia per approdare in Italia per tornare nel suo paese d’origine, la neonata Cecoslovacchia. Per le ferite e la successiva malattia contratta durante il trasporto ferroviario, fu lasciato alla stazione di Giulianova, per poi giungere cadavere nel vecchio ospedale civile dove venne confermata la sua morte alle ore 6,00. Nato a Hrušovany il 7 maggio 1879, nella provincia di Hustopeče, si trasferisce a Židlochovice, nella Moravia meridionale dell’attuale Repubblica Ceca. Di professione postino, aderisce al gruppo sportivo Sokol (Falco), movimento ceco per lo sport e centro didattico morale e intellettuale per

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l’indipendenza nazionale. Nel 1914, allo scoppio della 1° Guerra Mondiale, forzatamente, viene arruolato nell’esercito dell’Impero austro-ungarico nel 99° reggimento fanteria con il grado di Caporale. Il 12 ottobre 1915, durante i combattimenti contro l’esercito russo, presso Luc'k, città dell'Ucraina nordoccidentale, viene catturato dalle truppe nemiche. Il 15 luglio 1917 a Lukaševka, provincia di Kyev in Ucraina, entra a far parte della Legione Cecoslovacca in Russia con il grado di fuciliere fino alla sua morte con lo stesso grado. Nel pieno del centenario della 1° Guerra Mondiale, con questa targa, vogliamo ricordare il Patriota cecoslovacco Jan Kelbl, per aver dato la propria vita per l’autodeterminazione dei Cechi e Slovacchi attraverso la nascita della Cecoslovacchia come uno Stato democratico ed indipendente. I cittadini dei due Stati successori – La Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca - sono oggi perfettamente integrati nell’Unione Europea.


Foto d’archivio della passata edizione: a lato incontro Verità su Giulio Regeni, 2016; in basso locandina evento in programma il prossimo ottobre

A LECCE ARRivA iL fESTivAL COnvERSAziOni SUL fUTURO

Circa 200 ospiti e oltre 70 incontri tra workshop, dibattiti, confronti, lezioni, cinema, musica, libri, enogastronomia, laboratori

LECCE. I genitori del ricercatore Giulio Regeni (Claudio e Paola Deffend) e del fotografo Andy Rocchelli (Rino ed Elisa Signori), Ilaria Cucchi, il medico e attivista egiziano Ahmed Said, il trapiantologo Antonio Pinna, il designer Riccardo Falcinelli, l'art director Francesco Franchi, l'architetto Marco Rainò, l'attore e regista Daniele Gattano, gli scrittori Enrico Remmert e Christian Raimo, il bibliopatologo Guido Vitiello, i giornalisti Giuseppe Giulietti, Lirio Abbate, Carlo Bonini, Marco Damilano, Antonio Sofi, gli autori Stefano A n d r e o l i (Spinoza.it) e Adelmo Monachese (Lercio.it), il regista Alessio Cremonini,

il musicista e produttore dei Subsonica Max Casacci, il portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Noury, il medico e saggista Silvia Bencivelli, il direttore IIT – CNR e Registro.it Domenico Laforenza, il blogger Hamilton Santià, il giurista e scrittore Giovanni Ziccardi, il food performer Nick Difino e il gastrofilosofo Donpasta sono solo alcuni dei circa 200 ospiti della quinta edizione del festival “Conversazioni sul futuro” che torna da giovedì 26 a domenica 29 ottobre in oltre venti teatri, centri culturali, librerie e scuole di Lecce. Quattro giorni con oltre 70 appuntamenti tra workshop, incontri, dibattiti, confronti,

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lezioni, cinema, musica, libri, enogastronomia, laboratori, l’Officina dei bambini e delle bambine le Officine del futuro. Diretto da Gabriella Morelli, il festival è realizzato in collaborazione con numerose associazioni, la preziosa partecipazione di volontari e volontarie, il patrocinio del Comune di Lecce e dell'Università del Salento e il sostegno di partner pubblici e privati. Giornalisti, imprenditori, attivisti, blogger, ricercatori, musicisti, docenti universitari, scrittori, amministratori pubblici, scienziati, medici, artisti, registi, saranno i protagonisti degli incontri disseminati nel centro storico di Lecce su economia e impresa, politiche giovanili e open data, diritti e inclusione sociale, satira, attivismo digitale, comunicazione politica, scienza, arte, design, giornalismo e molto altro. L'incontro di apertura di giovedì 26 ottobre (ore 18.30 al Teatro Paisiello di Lecce) sarà "La verità vi prego sui migranti: il muro sul mediterraneo" con Marco Bertotto (Medici senza frontiere), Marta Serafini (Corriere della Sera), Marina Petrillo (Open Migration), Chris Richmond Nzi (Mygrants), Giacomo Zandonini (Giornalista FreeLance) e Antonio Iovane (Radio Capital). Il Festival accoglierà inoltre: un’anteprima della quinta edizione della Maker Faire, il più importante spettacolo al mondo sull’innovazione che si terrà dal 1 al 3 dicembre alla Fiera di Roma; Climathon Lecce, organizzato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e dal Comune di Lecce, un hackathon sul cambiamento

climatico della durata di 24 ore che si svolgerà contemporaneamente nelle principali città del mondo il 27 ottobre 2017; Omofobi del mio stivale, una riflessione contro le discriminazioni, gemellata con l’analogo appuntamento del 2 settembre a Ricadi, in Calabria, promossa dall’associazione culturale La parola che non muore e da Conversazioni sul futuro in collaborazione con Lea - Libe-

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ramente e Apertamente, Agedo Lecce, Arci Gay Salento, Rainbow Network, Salento Rainbow Film Fest; Cinema sul Futuro nel Cinelab Giuseppe Bertolucci promosso dal Cineclub Universitario in collaborazione con Fondazione Apulia Film Commission e Corso di Laurea DAMS dell'Università del Salento con la proiezione di quattro film (Banksy Does New York di Chris Moukarbel


e L'ordine delle cose di Andrea Segre in collaborazione con Amnesty International Italia, Walk with Me di Marc Francis e Max Pugh in collaborazione con Sangha del Salento e La guerra dei Cafoni di Davide Barletti e Lorenzo Conte). Novità di quest'anno una sezione interamente dedicata al mondo dell’enogastronomia nella sede del Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino in collaborazione con la Città del Gusto con incontri con produttori, giornalisti, chef, esperti e degustazioni. L’innovazione e il mondo dell’impresa si daranno appuntamento al Sellalab di Lecce per una serie di incontri e focus tematici. “L’Officina dei bambini e delle bambine” a cura di Boboto con il coordinamento di Iliana Morelli, sarà un grande contenitore che darà la possibilità ai grandi di interrogarsi

e confrontarsi su attuali temi educativi e ai bambini di sperimentare, conoscere e apprendere nuove cose attraverso nuove modalità di gioco e interazioni e, senza dubbio, attraverso il divertimento. "Le Officine del Futuro" è la sezione di innovazione e tecnologia a cura di FabLab Lecce. Il Must sarà il luogo di ritrovo per tutti coloro che vogliono entrare in contatto con il mondo delle nuove tecnologie e dell’innovazione, applicate a tutti i settori della vita quotidiana. Non mancherà uno spazio dedicato alla musica con la presentazione - moderata da Laura Rizzo - del libro “Pino Daniele - Terra Mia” di Claudio Poggi (produttore discografico) e Daniele Sanzone (cantante) e un tributo al cantautore napoletano a cura di Massimo Donno, in collaborazione con la rassegna Must in Song, un dj set di Max Casacci,

musicista e produttore dei Subsonica, che parteciperà anche ad una tavola rotonda sul ruolo e sull'impatto economico dei festival musicali sui territori. Nelle prime quattro edizioni, Conversazioni sul futuro (sino al 2014 con il nome di Xoff) ha coinvolto oltre 500 relatori e ha ospitato (sino al 2016) anche la conferenza TedxLecce, che quest'anno, invece, non si terrà. La rassegna si trasforma in Festival, cresce, si amplia e si sviluppa, proponendo sempre più appuntamenti e coinvolgendo sempre più luoghi e scuole della città. Il programma completo sarà annunciato nei prossimi giorni. Gli incontri saranno tutti a ingresso gratuito. Info e contatti www.conversazionisulfuturo.it

A breve on line il sito della rivista

arteeluoghi.it Per contattare la redazione per informazioni di carattere giornalistico e/o pubblicitario scrivere a info@arteeluoghi.it

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AniMUS E AniMA. L’ARTE E LA RiCERCA dEL fEMMiniLE E dEL MASChiLE

Dal 21 l 28 ottobre artisti in mostra a Matera nella Casa Cava

MATERA. “Animus et Anima” è il titolo della collettiva curata da Gina Affinito che si apre dal 21 al 28 ottobre a Matera, negli spazi della galleria ipogeo di Casa Cava, oltre che nella vicina Piazza S. Pietro Barisano. Pittura, scultura, fotografia, installazione e performance: una molteplicità di esempi di arte contemporanea accomunate dall’interpretazione del dualismo, dalla ricerca del maschile e del femminile. Farà da “entree” all’esposizione

in galleria una sezione dedicata allo scultore Daniele Dell'angelo Custode con la collocazione di un complesso scultoreo dal titolo “Le Sentinelle dell’Anima”. La settimana espositiva vedrà l’alternarsi di incontri filosofici, conferenze e laboratori esperenziali sempre legati al tema del maschile e del femminile. E ora uno sguardo al programma. Si parte sabato 21 ottobre ore 18.30 | Sala Auditorium Casa Cava con il vernissage della Mostra ‘Animus et Anima’ presentata dal critico Teresa Stacca e il curatore Gina Affinito. In apertura la performance La prima evidenza mangia il piatto a cura di Mina D’Elia e

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Massimiliano Manieri. Le immagini della serata saranno documentate dal fotografo Francesco La Centra e per tutti gli intervenuti ci sarà una degustazione di vini a cura de “L’archetipo”, azienda agricola di Francesco V. Dibenedetto. Dom 22 ottobre ore 18.00/20.00 nella Sala galleria Casa Cava l’incontro con Nunzio Di Lena, presidente della Società Filosofica Italiana Lucana che terrà una relazione sulle “Immagini che seducono: potere, piacere e frenesia del visibile”. Interveranno Giuseppe Mininni, docente Università degli Studi di Bari; Domenica Di Scipio, docente Università degli studi di Bari; Francesco Campese, laureando Università degli studi di Bari. Sabato 28 ottobre dalle ore 18.00/20.00 due laboratori teorico esperienziali a cura di Massimo Doriani, direttore Accademia Imago specializzazione in Psicoterapia e di Vania Viti, operatrice olistica ed insegnante disciplina Yoga. Tutte le attività saranno ad ingresso libero.


foto di Roberto Braibanti

CORAggiO, bELLEzzA! dUE giORni di inCOnTRi A nApOLi

Si è svolta il 6 e 7 ottobre l’iniziativa per dire stop al consumo del territorio

NAPOLI. Due giorni per rispondere a due domande. A cosa serve la buona urbanistica? E perché l'urbanistica deve smettere di essere una materia “per tecnici ed esperti” e trasformarsi in una sfida politica nazionale, popolare e partecipata? Si è svolta il 6 e 7 ottobre la due giorni di azione e pensiero, promossa dal dipartimento Territorio e Ambiente di SInistra italia-

na, a Napoli. Due giorni dedicati a come affrontare una serie di urgenti interrogativi: come rendere vivibili gli spazi pubblici con la rigenerazione urbana. E ancora come generare economia tutelando il nostro paesaggio e come difendere il nostro suolo, la nostra acqua, il nostro patrimonio, continuamente sotto attacco. Non solo parole però la due giorni ha visto anche azioni

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concrete. Il progetto a cura di Paola Natalicchio responsabile nazionale Ambiente e Territorio di Sinistra Italiana ha preso il via in una zona periferica di Napoli Est, il quartiere di San Giovanni a Teduccio, un simbolo di cattiva urbanistica: il “bronx” delle palazzine popolari. Con l’appuntamento sotto il grande murales di Diego Armando Maradona, opera dello street artist Jorit si è voluto focalizzare un simbolo di bellezza che può anzi deve conquistare spazi. E così nei dintorni del Parco Massimo Troisi, a ridosso di un quartiere da rigenerare si sono trovati insieme i politici - assessori, consiglieri comunali, dirigenti di partito - e le realtà attive sul territorio: le comunità parrocchiali, i comitati, i movimenti ambientalisti e per la legalità, i genitori e i ragazzi del centro minori, i professori delle scuole, gli studenti. Insieme si è

dato vita concretamente ad un azione di “rigenerazione” con la pulizia del parco per restituire luce e bellezza. Poi in serata nella sala 6 del Municipio si è svolta un’assemblea sui conflitti ambientali, insieme ai comitati della terra dei fuochi, alle forze civiche impegnate nell’azione antincendio, ai protagonisti dei movimenti che si battono per la salute urbana in tutta Italia. I lavori introdotti e coordinati da Roberto Braibanti, Dipartimento Ambiente Sinistra Italiana, hanno visto gli interventi di Ciro Teodonno (giornalista e guida del Parco Nazionale del Vesuvio), Peppe Manzo (giornalista), Giancarlo Chiavazzo (Legambiente Campania), le donne e le mamme del quartiere oltre alla partecipazione di Raffaele Del Giudice, Vice-Sindaco e Assessore all’Ambiente Comune di Napoli, Ciro Borriello, assessore al Patrimonio del Comune di Napoli, Marica Di Pierri, portavoce associazione “A Sud” e presidente Centro Documentazione sui Conflitti Ambientali, Loredana De Petris, senatrice Sinistra Italiana capogruppo Gruppo Misto Nella mattinata del 7 ottobre a Palazzo Serra di Cassano - Istituto Italiano di Studi Filosofici ha avuto inizio la giornata di studio. “Il consumo di suolo in Italia: la legge nazionale che non c’è, le leggi-sfregio delle Regioni, le politiche pubbliche per il buon governo delle città” è stato il tema del primo tavolo di discussione cui è eseguito il secondo sul tema “L’economia della bellezza e del paesaggio: dalla speculazione alla tutela e alla promozione dei beni comuni, per un nuovo modello di sviluppo”. Discussio-

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ne che ha visto tra gli altri l’intervento di Serena Pellegrino, vice-presidente della Commissione Ambiente Camera dei Deputati, che ha ricordato come si debba parlare di patrimonio invece che di territorio.«La Sinistra è depositaria dell’idea stessa di Bellezza, ma abbiamo messo da parte il pensiero in nome del fare, sostituito l’architettura con la cubatura, ci siamo piegati a chi promuoveva un modello occupazionale diametralmente opposto al nostro, abbiamo digerito a causa del ricatto occupazionale cose che non ci appartenevano». - ha rimarcato Serena Pellegrino promotrice della proposta di legge per inserire un terzo comma nel Primo articolo della Costituzione italiana ovvero “La Repubblica Italiana riconosce la bellezza quale elemento costitutivo dell’identità nazionale, la conserva, la tutela e la promuove in tutte le sue forme materiali e immateriali: storiche, artistiche, culturali, paesaggistiche e naturali”. Il terzo tavolo di discussione ha visto infine il confronto sul tema de “Le periferie-laboratorio: buone pratiche di rigenerazione e innovazione urbana e sociale”. L'Assessore al Diritto alla città, Beni comuni e Urbanistica Carmine Piscopo ha presentato per il Comune di Napoli il progetto ReSTART Scampia nato dalla collaborazione con le istituzioni universitarie cittadine e dal confronto con i comitati e le associazioni attive sul territorio. La giornata si è conclusa nel pomeriggio con la conferenza stampa durante la quale è stato illustrato il Manifesto di Sinistra Italiana contro abusivismo e deregulation. (an.fu.)


foto di Mario Cazzato

iL MOnASTERO MEdiEvALE di SAnTA MARiA dELL’ALTO Mario Cazzato

Salento Segreto

a cura di Mario Cazzato

Un pellegrino del 1618 a Santiago de Compostela

I

n uno degli ambienti naturalistici e paesaggistici più interessanti della regione, a Porto Selvaggio (Nardò), incastonato nella villa sette-ottocentesca dei Tafuri, poi del barone Fumarola, ci sono ancora i resti del monastero italo-greco poi benedettino di Santa Maria dell'Alto. A cominciare dalla cappella medievale con lo splendido affresco della titolare (la Vergine col Bambino del tipo Eleusa) dell'inizio del XIV secolo, una delle testimonianze più alte della cosiddetta pittura bizantina pugliese, secondo il parere della professoressa Marina Falla Castelfranchi. L’affre-

sco è incastonato in un bellissimo altare protobarocco del 1620. Gli interni sono, come si vede, completamente ricoperti di affreschi dei secoli XVI e XVII. Di particolare interesse, sulla parete sinistra, un ex voto la cui didascalia ci avverte che fu fatto eseguito da tal Donato Guerra che era stato a San Giacomo di Compostella ben due volte nel 1618. Le riprese sono state realizzate grazie alla cortesia degli attuali proprietari. Un gioiello del nostro Salento che andrebbe apportunamente studiato.

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ALzATE AL MASSiMO iL vOLUME SiETE SU RAdiOfRECCiA!

Stefano Cambò

Alla scoperta dei luoghi del set cinematografico del film del cantautore di Correggio

I luoghi del Cinema

Sono passati quasi vent’anni da quando nelle sale cinematografiche usciva Radiofreccia, il film d’esordio di Luciano Ligabue. Tratta da alcuni racconti presenti in Fuori e dentro il borgo, primo libro pubblicato dal rocker emiliano, la pellicola ottiene un successo inaspettato tanto da essere

premiata nel 1998 con tre David di Donatello (tra cui quello come miglior regista esordiente allo stesso Ligabue). La trama ci porta alla notte del 20 giugno 1993, quando Bruno, il deejay storico di Radiofreccia, annuncia la chiusura della piccola emittente dopo diciotto anni

dalla prima messa in onda sulle frequenze del territorio reggiano. Da lì, il film rievocherà attraverso la voce dello speaker, gli anni passati, partendo dagli episodi che portarono alla nascita di quella che un tempo si chiamava Radio Raptus e che poi divenne Radiofreccia in onore di uno

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Ponte di Barche di Torre d’Oglio

dei protagonisti della storia, quel Ivan Benassi detto Freccia dagli amici ed interpretato splendidamente da Stefano Accorsi (vincitore alla stregua di Ligabue del David di Donatello come miglior attore).

I ricordi riemergeranno come un fiume in piena, trasportando lo spettatore nella realtĂ provinciale degli anni Settanta, fatta di piccoli ideali e grandi amicizie. Quella stessa realtĂ  che ricorda tanto Correg-

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Gualtieri, piazza Bentivoglio, foto: http://turismo.comune.re.it

gio, il borgo nativo di Luciano Ligabue che alla sua prima opera da regista sforna un film di formazione, tra autobiografia sentita e fantasia, sincero

nel ricostruire le contraddizioni di una generazione cresciuta con le melodie indie di Lou Reed, David Bowie ed Iggy Pop.

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E proprio con la musica nelle orecchie di questi mostri sacri del rock mondiale, saliamo a bordo della nostra macchina virtuale e andiamo a visitare


uno dei luoghi più emblematici e suggestivi del film. Stiamo parlando naturalmente del famoso Ponte di Barche di Torre D’Oglio tra i comuni di

Marcaria e Viadana nel Mantovano. Si tratta di una strana costruzione formata principalmente da barche collegate l’una all’altra in modo da delineare una specie di piattaforma per il transito di persone o piccoli veicoli. Di norma, la maggior parte di questi ponti sono generalmente temporanei, rimovibili facilmente per il passaggio di imbarcazioni. Ma nel caso preso in considerazione, la peculiarità sta nella sensibilità della struttura che segue fedelmente il livello delle acque soprattutto nei momenti di piena del fiume. Una curiosità: durante la seconda guerra mondiale molti di questi ponti venivano costruiti per far attraversare i corsi d’acqua più velocemente dalle truppe, che una volta passate, li distruggevano per non far transitare tanto agevolmente i nemici. Inoltre, leggenda vuole, che i romani ne edificassero uno addirittura sullo stretto di Messina, come raccontò nei suoi memoriali Plinio il Vecchio (il grande autore latino che descrisse l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.) Nella pianura padana ne vengono costruiti ancora oggi di nuovi, come quello sul Ticino cha fa da collegamento stradale tra i comuni pavesi di Bereguardo e Zerbolò oppure quelli soggetti a pedaggio nella provincia di Venezia come il Ponte di Salsi nei dintorni del comune di Musile di Piave e il Passo per Fossalta nei dintor-

ni di Noventa di Piave. Altro luogo chiave del film che rievoca la Correggio nativa di Ligabue, è sicuramente il piccolo borgo di Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, con la sua bellissima Piazza Bentivoglio realizzata dall’architetto ferrarese Giovan Battista Aleotti detto l’Argenta al quale si deve anche il progetto dell’imponente Palazzo Bentivoglio, residenza storica dei marchesi di Gualtieri, che si affaccia sulla piazza di fronte alla Torre dell’Orologio. All’interno, e più precisamente nella sala Icaro, è possibile visitare la collezione di dipinti appartenuta al sarto teatrale Umberto Tirelli, donata al comune di Gualtieri nel 1992. La raccolta è costituita da una cinquantina di opere di artisti amici del sarto (scomparso nel 1990), tra i quali spiccano i nomi illustri di Balthus, De Chirico e Guttuso. Inoltre, nella stessa sala, si possono ammirare i costumi di Pier Luigi Pizzi per l’Enrico IV di Pirandello indossati dall’attore Romolo Valli e quello di P. Tosi per Ludwig di Visconti interpretato dall’attrice Romy Schneider. Per finire, il Palazzo Bentivoglio ospita il Museo Documentario e centro studi Antonio Ligabue, dedicato alle opere del celebre pittore del Novecento che nacque a Zurigo e visse proprio a Gualtieri. Altro paese che incontriamo durante le vicende del film (anche se qui bisogna parlare di cittadina) è Carpi in provin-


I luoghi del Cinema

Pieve di Santa Maria in Castello detto La Sagra foto di pollobarca2 http://www.flickr.com/photos/pollobarca/6493886727/sizes/o/in/photostream/, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20992692

cia di Modena, con la sua bellissima Piazza dei Martiri e il lungo portico di 53 colonne che fa da sfondo a molte scene. Per chi volesse farsi un giro sono sicuramente da visitare il Duomo della città (Basilica di Santa Maria Assunta), iniziato nel Cinquecento e terminato tre secoli più tardi, in parte danneggiato dal terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna nel 2012 ma dal 2017 di nuovo riaperto al culto e la Pieve di Santa Maria in Castello detto La Sagra, la cui fondazione risale all’epoca della dominazione longobarda. La facciata fu realizzata in epoca rinascimentale da Baldassarre Peruzzi anche se vennero inseriti elementi di un’altra chiesa, fra i quali alcuni lavori della scuola dell’Antelami. Di fianco alla Pieve è visibile un alto campanile che ne da un tocco unico e suggestivo. Da non perdere assolutamente il castello, definito Palazzo dei Pio, che si affaccia sul lato orientale della piazza. Si tratta di una serie di edifici di stampo medioevale (la torre merlata di Passerino Bonaccolsi), rinascimentale (il torrione di Galasso Pio, la lunga

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Correggio, la Sala del Teatro Bonifazio Asioli

facciata e la cilindrica Uccelliera) e seicentesco (la torre dell’orologio) dal fascino particolare in perfetta simbiosi con le altre bellezze della cittadina emiliana. Per concludere il viaggio virtuale sui luoghi del film, ci fermiamo a Correggio in provincia di Reggio Emilia, il paese natale che ha ispirato la storia di Ligabue. Qui potremmo passeggiare per il bellissimo Corso Giuseppe Mazzini, sotto i portici che si affacciano sulla piazza e che ne danno un tocco

tipicamente emiliano con il Palazzo della Ragione e la Torre dell’Orologio che fanno da cornice. Da lÏ potremmo visitare il Palazzo dei Principi, residenza della famiglia Da Correggio, il Teatro comunale Bonifazio Asioli e il palazzo Comunale, per ritornare di nuovo in piazza ed ammirare, seduti ai tavolini di un bar (magari proprio quello di Francesco Guccini nel film), il luogo che ha ispirato Luciano Ligabue per la realizzazione del suo Radiofreccia.

ggg

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On line il sito ufficiale dedicato all’artista

renatocentonze.it Per eventuali informazioni di carattere generale o per acquisizioni di opere dell’Archivio scrivere a: info@renatocentonze.it

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Arte e Luoghi ottobre 2017  

é dedicata a Toulouse de Lautrec la copertina di questo numero con il quale proviamo come sempre a raccontarvi la bellezza dell’arte, dei lu...

Arte e Luoghi ottobre 2017  

é dedicata a Toulouse de Lautrec la copertina di questo numero con il quale proviamo come sempre a raccontarvi la bellezza dell’arte, dei lu...

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