Arte e luoghi giugno | luglio 2017

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ritratti surreali

i luoghi del cinema

Il surrealismo pittorico dell’artista americano Christian Rex Van Minnen

Omaggio a Bud Spencer e alla scoperta dei grandi set del western all’italiana

anno 123 numero 7 giugno/luglio 201 7

Anno XII - n 6/7 giugno-luglio 2017 -

Jakob PhiliPP hackert

dissolvenze incrociate

schifano e la PoP art in italia

A Villa Graziani in San Giustino in provincia di Perugia una originale collettiva d’arte curata da Giuseppe Salerno

Si è aperta nel Castello Carlo V di Lecce la mostra dedicata a quattro grandi maestri: Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni


primo piano

le novitĂ della casa

IL RAGGIO VERDE EDIZIONI

ilraggioverdesrl.it


EDITORIALE

In copertina e sopra: Jakob Philipp Hackert, Il porto di Gallipoli, olio su tela, 154,1X229,1

Proprietà editoriale Il Raggio Verde S.r.l.

Molti anni fa a Napoli, quando ero ancora una liceale, scattai una foto, c’era così tanta foschia quel giorno e la luce così particolare faceva sparire la sagoma imponente e pur rassicurante del Vesuvio. Rassicurante perché per noi napoletani la nostra montagna con le sue rughe, fatte di lava antica che corre verso il mare, è un po’ nostro padre e come il padre si teme, si rispetta, si ama. Non lo ha rispettato però la mano criminale di chi ha in questi giorni ha mandato in fumo gran parte del meraviglioso Parco Naturale del Vesuvio, non lo rispettano chi vi imbosca rifiuti di ogni tipo, non lo ha rispettato chi dovendo vigilare non lo ha fatto. Le responsabilità rimbalzano quasi fossero palline di ping pong, ma sul tavolo la partita riguarda il futuro e la sopravvivenza di un patrimonio naturalistico che non è solo della città di Napoli, ma dell’Umanità. Mai avrei potuto e voluto immaginare che quello che sembrava un sorprendente effetto da photoshop divenisse la tristissima e dolorosa cartolina che mai vorremmo ricevere. Il Vesuvio avvolto dalle fiamme è l’immagine che segnerà l’estate 2017. Un’estate di temperature da bollino rosso ma, soprattutto, di roghi che bruciano qua e là questo nostro Sud. In Sicilia, in Puglia, in Sardegna. In questo doppio numero abbiamo voluto soffermarci sulla bellezza e la copertina, a proposito di paesaggio, l’abbiamo voluta dedicare a Jakob Philipp Hackert. Nove tele dalla Reggia di Caserta sono arrivate nel Castello di Gallipoli dove resteranno in mostra fino al 5 novembre. Pittore alla corte di Ferdinando IV di Borbone, Hackert ai tempi in cui la pittura ritraeva natura, mito e storia svolgendo anche il ruolo documentario che poi le avrebbe strappato la fotografia, riuscì a realizzare una mappa dei Porti del Re, cogliendo anche la vitalità, lo spirito e i costumi dell’epoca con una ricchezza di dettagli e di particolari che ancor oggi suscitano l’ammirazione in chi li guarda. I suoi cieli luminosi, nonostante la costante presenza di nubi, testimoniano le infinite suggestioni della Natura, bucolico spazio della memoria o dell’anima, la cui bellezza oggi noi uomini miopi e stupidi del terzo Millennio siamo solo deturpare e distruggere. Purtroppo. Davanti a tale scempio vengono in mente i versi del poeta Giorgio Caproni, “riscoperto” da tanti maturandi: "Come potrebbe tornare a esser bella la terra, senza l'uomo...” (an.fu.)

SOMMARIO

Direttore responsabile Antonietta Fulvio progetto grafico Pierpaolo Gaballo impaginazione effegraphic

Redazione Antonietta Fulvio, Sara Di Caprio, Mario Cazzato, Nico Maggi, Giusy Petracca, Michele Bombacigno

Hanno collaborato a questo numero: Maurizio Antonazzo, Ambra Biscuso, Giovanni Bruno, Stefano Cambò, Mario Cazzato, Sara Di Caprio, Dario Ferreri, Sara Foti Sciavaliere, Claudia Forcignanò, Antonio Giannini, Francesca Pastore, Giuseppe Salerno Redazione: via del Luppolo,6 - 73100 Lecce e-mail: info@arteeluoghi.it www.arteeluoghi.it

Iscritto al n 905 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 29-09-2005. La redazione non risponde del contenuto degli articoli e delle inserzioni e declina ogni responsabilità per le opinioni dei singoli articolisti e per le inserzioni trasmesse da terzi, essendo responsabili essi stessi del contenuto dei propri articoli e inserzioni. Si riserva inoltre di rifiutare insindacabilmente qualsiasi testo, qualsiasi foto e qualsiasi inserzioni. L’invio di qualsiasi tipo di materiale ne implica l’autorizzazione alla pubblicazione. Foto e scritti anche se pubblicati non si restituiscono. La collaborazione sotto qualsiasi forma è gratuita. I dati personali inviateci saranno utilizzati per esclusivo uso archivio e resteranno riservati come previsto dalla Legge 675/96. I diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati. Non è consentita la riproduzione, anche se parziale, di testi, documenti e fotografie senza autorizzazione.

luoghi|eventi| itinerari: incontri d’estate nell’antica sybaris 28| notti magiche tra i siti di Pompei, ercolano e Paestum 29 | i giovedì al museo 58 |itinerarte 53| bari san cataldo 76| la collegiata ss, trinità di manduria 84 |acrimercato 98 il castello di Pieve del vescovo 100| salento segreto 106 arte: Philipp hackert e i Porti del re 4| l’arte di mauro grumo 14|enza santoro 24 | le chiavi di milot per i diritti umani 30 | Picasso e napoli. Parade 34 dissolvenze incrociate 40 | mario schifano e la pop art 48 la principessa sconosciuta 59 la valigia dell’emigrante 64 | il realismo di buttazzo 90| sophia cull 102 musica: orchestra Popolare di Puglia 26| la ventura di manu chao e l’estate del Parco gondar 33 the dogsitters 52 doctor Jazz mios festival 66| l’estate musicale a gallipoli 62| Patisso 86 |mastrangelo 87 cinema: | il borgo di acaya avamposto del cinema francese 44 | le piazze barocche del salento e la commedia all’italiana 70 | omaggio a bud spencer 108 teatro|danza| Pane, alfabeto e socialismo 51| trionfo della salentina factory a montenegro e il festival i teatri della cupa 96 i luoghi della parola: anime salve 12|curiosar(t)e christian rex van minnen18 corigliano ricorda borsellino 103| a latina il Parco falcone borsellino 105 libri|luoghi del sapere 54-57 | la forza delle donne del mondo 45 | Passeggiata letteraria a specchia 46 | la chiesa di santa marina 62 | nel nome di eva: rosemary kennedy 74 i luoghi nella rete|interviste|gusto: maria bolignano. Quando la comicità è donna 68 | salento in love contest 95 Numero 6/7- anno XII - giugno/luglio 2017


Jakob PhiliPP hackert e i Porti del re Antonietta Fulvio

Al Castello di Gallipoli fino al 5 novembre in mostra nove tele della famosa serie dell’artista tedesco

GALLIPOLI. Dallo "Studio" del Re nella Reggia di Caserta al Castello di Gallipoli. Le visioni pittoriche di Jacob Philipp Hackert (1737-1807), interprete del più puro spirito illuminista e del paesaggio ideale sono approdate dal 20 giugno nella Sala Ennagonale del maniero gallipolino. Al taglio del nastro erano presenti, tra gli altri, il

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direttore della Reggia di Caserta, Mauro Felicori, e il critico d’arte Philiphe Daverio, entrambi insigniti del Premio Barocco 2017 e Claudia Nordhoff, storica dell’arte tedesca, collaboratrice della Casa di Goethe di Roma, che ha dedicato numerosi studi al pittore tedesco Hackert e ai suoi contemporanei.


Jacob Philipp Hackert, Il porto di Gallipoli, olio su tela, 154,1X229,1

Nato in Germania a Prenzlau Jacob Phillip Hackert viaggiò molto in Europa e raggiunse la fama con le sue tele capaci di ritrarre con i suoi cieli luminosi, nonostante la costante presenza di nubi, le infinite suggestioni della Natura, bucolico spazio della memoria o dell’anima. Lavorò per Caterina di Russia e in Italia soggiornò a lungo a Roma, Firenze e Napoli. Qui, Ferdinando IV

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gli commissionò dodici quadri raffiguranti i porti del Regno delle Due Sicilie.. Le opere furono create sulla scorta di schizzi disegnati da lui stesso, come suggeriscono le repliche di figure ricorrenti in più opere; una raccolta di 136 cartelle di disegni preparatori è conservata presso lo Staatliche Museeum di Berlino. I quadri tappezzano invece lo "Studio" del Re nella Reggia di Caser-


ta e alcune di esse, nove per la precisione, si potranno ammirare fino al 5 novembre. Come suggerisce il titolo,"I porti del Re", in esposizione le visioni oleografiche dei porti di Gallipoli, Barletta, Bisceglie, Brindisi, Manfredonia, Monopoli, Otranto, Taranto e Trani del Regno di Napoli di cui Hackert

fu pittore alla corte di re Ferdinando IV di Borbone. Fu proprio re Ferdinando IV ad incaricarlo nella primavera del 1788 di ritrarre in dipinti e disegni tutti i porti pugliesi. Sulla scia di quanto anni prima, nel 1753, aveva realizzato il re di Francia Luigi XV affidando al pittore Claude Joseph Vernet

il compito di ritrarre i Porti di Francia. Il viaggio di Jacob Philipp Hackert sul mare Adriatico, da Manfredonia a Taranto dura piĂš di tre mesi, durante il quale l'artista appronta il materiale occorrente per poter poi ritrarre, una volta rientrato a Napoli, tutti i porti delle tre estreme

Jacob Philipp Hackert, Il porto di Brindisi, olio su tela, 154,1X229,1

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Un momento del vernissage, in basso la sala ennagonale

province orientali del Regno di Napoli: Capitanata, Terra di Bari e Terra di Otranto. Al rientro dai sopralluoghi il pittore inizia a ripro-

durre su tele di grande dimensione i porti di Taranto e di Brindisi nel 1789, prosegue con i porti di Gallipoli, Manfredonia, Barletta, Bisceglie

e Santo Stefano di Monopoli nel 1790, esegue nel 1791 il porto di Trani ed infine chiude la serie nel 1792 con il porto di Otranto. Visioni capaci di catapultare indietro nel tempo in luoghi che oggi ci appaiono come dei veri e propri paradisi perduti. La pittura di Hackert, ai tempi in cui essa ritraeva natura mito e

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storia svolgendo anche il ruolo documentario che poi le avrebbe strappato la fotografia, riuscÏ a realizzare una mappa dei Porti del re, cogliendone anche la vitalità , lo spirito e i costumi dell’epoca con una ricchezza dei dettagli e di particolari che ancor oggi suscitano l’ammirazione in chi li osserva. I suoi cieli


Jacob Philipp Hackert, Il porto di Otranto, olio su tela, 154,1X229,1

luminosi, nonostante la presenza di nubi, testimoniano le infinite suggestioni della Natura, spazio bucolico della memoria e dell’anima, la cui bellezza noi uomini miopi e stupidi del Terzo Millennio siamo solo in grado di deturpare e distruggere. è vero che il mondo ritratto da Hackert è profondamente cambiato e sarebbe anacronistico tornare indietro e negare le inevitabili evoluzioni non tutte negative dettate dal progresso ma oggi più che mai ci impongono una riflessione su quello che in poco più di duecento anni siamo stati capaci di fare alla Natura, ai nostri paesaggi già mete privilegiate del Gran Tour. L’estate che sta mandando in fumo luoghi meravigliosi del nostro Sud, dal Parco Nazionale del Vesuvio, agli Astroni - pur dipinti da Hackert - alla costiera amalfitana, alla Sicilia fino alle campagne del Lazio, è l’atroce cartolina che documenta la nostra incapacità a preservare e difendere l’immenso patrimonio che abbiamo ereditato e che di questo passo, difficilmente riusciremo a conservare per le future generazioni. Ancora oggi ci pregiamo

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Veduta di Gallipoli

di avere “contenitori culturali “ in costruzioni realizzati dai nostri predecessori. In tal senso è opportuno soffermarsi anche sulla sede della mostra, la sala ennagonale, gioiello rarissimo e unico esempio di architettura militare di tale forma e dimensione. La sala ha, infatti, un diametro di 20 e un’altezza di 10 metri, con copertura a padiglione. Inglobata nella torre grande, posta nello spigolo sudest della fortezza, è interamente circondata dal mare. Sulle pareti, spesse 9 metri, si aprono varie bocche di fuoco. La torre grande è frutto di vari rimaneggiamenti dell’ingegno di Francesco di Giorgio Martini che cercò di adeguare la fortezza ai nuovi criteri imposti dal perfezionamento delle artiglierie senza demolire le preesistenze. È proprio in questa torre che giacciono le origini dell’arcaico sistema difensivo gallipolino, un mastio antichissimo, di dimensioni minori e forma differente rispetto alle attuali. Ingresso: giugno e settembre dalle 10 alle 21 luglio e agosto dalle 10 alle 24 novembre 10/13 - 15/17 Biglietto. Intero 7 euro; ridotto 6 euro Info e prenotazioni 0833262775 www.castellogallipoli.it

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anime salve grazie alla resilienza Giovanni Bruno

La riflessione dello psicologo psicoterapeuta

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’è un fatto indiscutibile: dopo ogni caduta, distacco, perdita, nasce la necessità di rialzarsi e riprendere il cammino, il percorso interrotto. Quando questo non avviene c’è da chiedersi perché, come mai un comportamento che si è ritenuto naturale per tutta una vita a un certo punto non viene più adottato, intrapreso, neanche più considerato. è questo un indicatore che sempre deve allarmarci, farci riflettere sul nostro stato interno, sulle nostre risorse residue e se necessario chiedere aiuto. Imparare a chiedere aiuto è un atto di coraggio e di umiltà: “sono così e non voglio nascondermi, desidero solo trovare cura e conforto”. Asserire questo non è facile, c’è come una barriera tra noi stessi e gli altri spesso visti e vissuti come persone indifferenti ai nostri drammi, alle nostre tensioni, alle nostre vicende. La depressione è un disturbo dell’umore molto diffuso, spesso caratterizzato da una forte perdita di interesse per gli eventi piccoli

e grandi della vita. Quando venga diagnosticata la competenza per la presa in carico è dello psichiatra e se necessario dello psicoterapeuta. Adesso qui vogliamo parlare invece di una positività di sentimenti che chiamiamo resilienza. La resilienza è un sostantivo e un concetto mutuato dall’ingegneria : indica la capacità di un materiale di resistere a un insulto, un urto improvviso, senza subirne un danno. In psicologia e nelle scienze umane in genere per resilienza s’intende l’attitudine di far fronte in modo positivo a eventi traumatici, gravi lutti o violenze, ricostruendo al meglio una propria forza interiore che darà luogo a una rinascita, a un ricominciamento. Ma basta teoria, due esempi concreti chiariscono meglio un concetto di per sè semplice. Etty Hillesum (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1943) e Mara Servini Palazzoli (Milano, 15 agosto 1916 – Milano, 21 giugno 1999)

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sono due donne che a loro modo sono state due tipici soggetti “resilienti”. Due storie di vita diversissime che tuttavia hanno in comune la capacità di non essere mai passive, di non sentirsi vittime impotenti. Etty Hillesum è una scrittrice olandese di origine ebraica, muore ad Auschwitz nel 1943 e lascia un diario ricchissimo di umanità e considerazioni spirituali. Nella sua breve vita si dedica agli studi di giurisprudenza presso l’Università di Amsterdam, ma si interessa anche di psicologia analitica junghiana e i suoi campi d’azione nel volontariato sono molteplici. Ma ben presto arrivano le leggi e le persecuzioni razziali, così Etty e la sua famiglia viene deportata ad Auschwitz. Tra il marzo del 1941 e il settembre del 1943 tiene un diario che è un vivido esempio di resilienza. Tanti sono gli spunti che le sue pagine offrono, a un certo punto scrive: “la sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un’altra persona”. Una frase che


sua vita: lo studio, la ricerca, l’approfondimento. Il resiliente cerca anche la sfida e Mara intraprende gli studi di medicina come un duello con se stessa e la sua famiglia. Ormai ricercatrice affermata ricuce i rapporti con i propri genitori, l’ostilità di un tempo viene stemperata da un nuovo sentimento riparativo che contribuisce a rinsaldare un forte legame soprattutto con la madre. Il resiliente dunque si libera dell’insidiosa trappola della vendetta, cercando di trovare, anche se a fatica, un punto di equilibrio tra spinte dovute a sentimenti contrastanti. Resiliente dunque è colui che si rialza e riprende la strada, riconoscendo i propri limiti anzi amandoli, nella consapevolezza conclusiva che tutti noi siamo fatti di mancanza ma non di vuoto.

vale un trattato sulla resilienza. Nel campo di transito di Westerbork Etty è sempre sorridente, mai sottomessa, intenta a soccorrere prigionieri feriti e a prodigarsi per il bene comune. Così la ricordano i sopravvissuti che di lei hanno presente soprattutto il rifiuto di odiare. Mara Selvini Palazzoli è stata una grande psichiatra italiana, capogruppo della Scuola Milanese Sistemica di psicoterapia. Sono importanti le sue ricerche sui disturbi alimentari (anoressia e bulimia) e sulla schizofrenia. Su i suoi scritti, riconosciuti e studiati da tutta la comunità psicologica mondiale, si sono formate intere generazioni di psicoterapeuti. Ma la sua storia personale è anche un’emblematica storia di resilienza. Come scrive Matteo Selvini in un bel articolo sulla madre, Mara fu persona sostanzialmente resiliente in quanto bambina rifiutata e dimenticata dai suoi genitori. Ma c’è una grande compensazione nella

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l’arte di mauro grumo tra realtà e trasfigurazione La città di Ruvo, a sette anni dalla scomparsa, ha ricordato il maestro con una mostra antologica nella Pinacoteca Comunale curata da Carmelo Cipriani

Con il titolo Mauro Grumo. Tra realtà e trasfigurazione si è svolta a cura di Carmelo Cipriani, la mostra antologica dedicata al maestro ruvese nella Pinacoteca Comunale d’Arte Contemporanea a Ruvo di Puglia. In mostra, dal 27 maggio al 30 giugno 2017, oltre trenta opere, datate tra gli anni Trenta del Novecento e il primo decennio del Duemila per ricordare a

sette anni dalla scomparsa il maestro Mauro Grumo. «Abbiamo fortemente voluto una mostra che ricostruisca le vicende biografiche e le conquiste artistiche di uno tra i più interessanti artisti dell’età contemporanea in Terra di Bari, al quale già in passato avevano dedicato accurati approfondimenti critici intellettuali del calibro di Carlo Ludovico Ragghianti e Raffaele

De Grada». – scrivono il Sindaco Pasquale Chieco e l’Assessora alla Cultura Monica Filograno nella presentazione al catalogo che nelle 120 pagine ricostruisce le vicende dell’artista, «protagonista, tra l’altro, delle edizioni del Premio di pittura “Città di Ruvo” organizzato negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, e che più di ogni altro ha saputo incarnare la pratica

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Da sinistra: Mauro Grumo, Rose, 1945 ca., olio su tela, cm 70x100 e Armonie di rose, 1995, olio su compensato, 35,5x 44 cm

dell’arte a Ruvo plasmandola con naturale semplicità in un fluire naturale e, a tratti, schivo della sua esuberante creatività: rispetto ai più noti Domenico Cantatore e Francesco Di Terlizzi». Bitontino di nascita ma ruvese d’adozione, svolge prima l’attività d’insegnante poi quella di commercialista, senza mai trascurare la passione per l’arte, avvertita sin dalla tenera età e costantemente alimentata, a cominciare dal periodo abruzzese, dove frequenta lo studio del pittore Federico Spoltore. Nel 1957 la partecipazione alla Mostra Internazionale dell’Autoritratto segna l’esordio ufficiale, seguito da una lunga serie di riconoscimenti nazionali ed internazionali. Nell’arco della sua lunga attività ha partecipato a manifestazioni prestigiose:

“Maggio di Bari”, “Premio Foggia”, Concorso “Marina di Ravenna”, “Premio Sulmona”. Ha presentato le sue opere nelle principali città italiane, e all’estero ha esposto a Madrid, Atene, Parigi, New York, Biarritz. Nei primissimi anni Sessanta è tra i fondatori dell’Associazione Pro Loco e contribuisce in maniera significativa allo sviluppo del Premio di Pittura “Città di Ruvo di Puglia”. Nel 1967 è nominato segretario provinciale di Bari del Gruppo Nazionale Artisti Autonomi, fondato a Foggia dall’amico pittore Giuseppe Ruscitti. Sue opere sono conservate nel MoMA di New York, nel Musèe d’Art Modern di Parigi, nel Museo Puskin di Mosca, nel Moderna Museet di Stoccolma, nel Museo de Arte Contemporaneo

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di Madrid, nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, oltre che in prestigiose collezioni private. «Una rigorosa coerenza tematica connota la sua pittura - si legge nel saggio a firma del curatore Carmelo Cipriani. - Scelti sin dagli esordi i soggetti prediletti, l’artista non li ha mai dimenticati né modificati, comunicando un eroico attaccamento alla terra e ai suoi valori. Pretesti per la trasposizione di una visione interiore, i temi sono trattati con costanza e reciproca corrispondenza: agli infuocati paesaggi murgiani, elevati a simbolo di dolore esistenziale, fanno eco figure umane dolenti ed alienate e scarne nature morte, sempre dominate dall’ispida figura dei fiori di cardo, eloquente immagine di aridità, silenzio e abbandono.


Mauro Grumo, Paesaggio murgiano, 1964, olio su tela, cm 30x40; Terra di Murgia, 1970 ca., olio e acrilici su tela, cm 40x50;

Contadino del Sud, 1971, olio e acrilici su tela, cm 70x50

L’artista supera il dato reale nella sua pura apparenza fenomenica per scoprire nella terra e negli uomini i segni di quella sofferenza che ciascuno porta con sé». Nel dopoguerra la partecipazione alla sofferenza della condizione umana accomuna non pochi artisti. Alla fine della seconda guerra mondiale, infatti, ancor prima delle ricerche informali, si assiste al riemergere nell’arte europea di una tendenza interessata ad indagare l’essere umano e il suo destino nel mondo contemporaneo. Il lavoro dell’artista si affaccia alla ribalta in un periodo ricco di fermenti per la cultura in Puglia: sono gli anni della nascita del Maggio di Bari e del Premio Taranto, di scelta tra emigrazione e permanenza. «Per un giovane come Grumo, alla metà degli anni Cinquanta – ha scritto Raffaele De Grada – si trattava di riprendere tutto daccapo, trasferendo in coscienza critica ciò che era l’impulso di un’umanità spontaneamente creatrice. Poche cose

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certe: una vita insoddisfacente, che richiedeva un messaggio corrispondente, una visione che non era più limpida (non poteva accettare la bella visione pugliese del paesaggio da Ciardo a Spizzico) ma che si contraddiceva nella non accettazione del naturalismo, un rifiuto di assecondare sul piano delle formule il cosiddetto divenire dell’arte contemporanea. La bellezza morale di artisti come Grumo è di non

essersi messi in fila per portare un piccolo contributo a un’arte contemporanea che è già così ricca d’intelligenza ma che è così povera d’ispirazione. Grumo ha voluto vivere la rifondazione di un particolare problema del realismo, l’umanità del Mezzogiorno in mezzo all’ondata del consumismo europeo». «Nel suo percorso, lungo mezzo secolo, - scrive ancora Cipriani - l’artista si è discostato tanto dall’astrazione geometrica quanto dalla compostezza

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realista per sperimentare un segno pittorico dinamico e corposo fino a trasformare la scrittura della realtà in mimesi discrepante e pensosa. Pittura gestuale, in cui il peso, l’intensità e la direzione si nutrono di un’energia istintiva, mentre ogni residuo di realismo si esalta nel piacere della materia. Per Grumo la realtà è puro pretesto e la tela è campo vergine su cui dare libero sfogo all’innato bisogno di esprimersi».

Mario Grumo, Mamma con bambino, 1969, olio su compensato, cm 70x50 Cristo delle murge, 1986, acrilici su tela, cm 70x50


Nel riquadro Dario Ferrer; a lato l’opera Thunder perfect mind. di Christian Rex Van Minnen

christian reX van minnen il discreto fascino del grottesco Dario Ferreri

Un viaggio tra i luoghi e nonluoghi fisici ed emozionali dell'arte contemporanea "La caverna nella quale hai paura ad entrare ha il tesoro che stai cercando"

CURIOSAR(T)E

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suoi dipinti sono brutali, spiazzanti, bizzarri, grotteschi, ironici, da incubo e meravigliosi insieme: una tecnica ad olio sopraffina da Golden Age olandese rende reali nature morte e ritratti immaginari distorti, in modo surrealista, dall'inclusione di caramelle gommose ed appiccicose, strani tatuaggi, porzioni sovrabbondanti di pelle e rughe, verruche, cicatrici, tumori, protusioni carnee ed intestini, arti smembrati e/o cresciuti dove e come non dovrebbero, organi impossibili, animali, cartoon, scritte ed elementi pop. Christian Rex Van Minnen, 37 anni, americano, è un artista che attualmente vive e lavora a New York. Inizia ad usare i colori ad olio sin dall'adolescenza e, nel 2002, consegue il suo Bachelor of Arts presso la Regis University di Denver (Colorado, USA); dal 2005 inizia una propria personale ricerca

espressiva attingendo a metodi, materiali e tecniche degli Old Master europei che lo porta a traguardi tecnici eccellenti. I suoi epigoni "storici" di riferimento sono, tra gli altri, Rembrandt, Otto Marseus van Schrieck, Frans Snyders, Hans Memling, Caravaggio, ecc, ma nelle sue interviste non disdegna riferimenti artistici più recenti quali George Condo, HR Giger, Louise Bourgeois, Patricia Piccinini, RyanRiss, senza tralasciare il regista David Cronenberg e la musica, compagna costante di pittura, sempre varia e diversa, che lo aiuta a "mantenere fresca la mente" (Hank Williams, Chopin, Screeching Weasel, Art Tatem, Buck 65 e gli Aphex Twin, tanto per citare i preferiti). A Christian Rex Van Minnen piace giocare con la diversità ed il contrasto di immagini e strutture, che provoca-

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no, nell'osservatore, un analogo contrastante responso emozionale: è fortemente interessato ad esprimere stati emozionali difficili da esternare ed è attratto dalla complessità e dall'ambiguità esistenziale ed emozionale e dalla continua ricerca di quell'equilibrio dinamico tra attrazione e repulsione che crea una carica o una soglia emotiva finalizzata a far provare allo spettatore qualcosa di nuovo e stimolante. Definito da alcuni come un rappresentante del NeoGrottesco, da altri un moderno Arciboldo, lui rifiuta qualunque categorizzazione, in quanto il suo modus esprimendi è una personale ricerca, liberatoria ed in continua evoluzione, che affonda le radici in un passato di violenza, depressione e suicidio che l'artista, anzichè oltrepassare, indaga ed approfondisce. Lo stesso artista ha più volte


riferito che le caratteristiche della sua ombra psicologica sono uguali a quelle del suo pese, l'America: colpa, paura, ansia, depressione, apatia spirituale, ecc ed in questo senso i suoi ritratti palesano aspetti psicologici individuali e collettivi. D'altro canto l'artista è al contempo affascinato dall'ottimismo che guida le persone, nonostante le evidenze dell'inutilità dell'iniziativa personale contro il sistema, così come è affascinato dalla biomimetica, che è lo studio consapevole dei processi biologici e biomeccanici della natura come fonte di ispirazione per il miglioramento delle attività e tecnologie umane: una scienza rivoluzionaria in quanto sta risolvendo i problemi di progettazione attraverso la saggezza della natura e non attraverso antiecologiche scorciatoie della scienza. La pittura ad olio è il suo medium preferito (ma non disdegna monotipi e, di recente, anche l'acquerello ed altri materiali da plasmare), che è per lui abisso e pura potenzialità. L’artista paragona l'incipit dei suoi dipinti ad una interessante ed auto-rivelatrice partita a scacchi con se stesso: il suo processo creativo inzia di solito in modo violento ed intuitivo mediante la realizzazione, sui supporti prescelti, di sottodipinti astratti, frutto di informazioni personali non definite o controllabili, che sono fortemente strutturati e realizzati con pigmenti forti ed al contempo flessibili (es piombo e pigmenti naturali); tale lavoro è svolto contemporaneamente su più supporti (da 3 a 10 per vol-

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Da sinistra: Christian Rex Van Minnen, Born bad; MANFUNGUS; DEEZ

porre quesiti: cosa è visibile e cosa si trova appena sotto la superficie? Cosa si nasconde sotto ciò che appare al primo approccio? Le sovrastrutture surreali rappresentano una sfavillante distrazione dalla difficile verità, dalla malinconia e dai brividi attraenti e repulsivi dei soggetti rappresentati: paradossi, freak, il grottesco diviene tensione dinamica, una soglia emozionale e non un luogo chiuso, dove coesistono il senso di humor e l’assurdo.

CURIOSAR(T)E

ta) di modo che i sotto-dipinti possano avere il tempo di asciugare; questa prima fase origina immagini astratte od oscure per l'autore che, aggiungendo continuamente segni, smalti e impasto, continua a far fluttuare l’immagine tra astrazione e figurazione, tra la verità della pellicola di colore che ne esita e l’illusione della forma sino all'emersione dei soggetti definitivi, che avviene per gradi e con esiti spesso non predeterminabili. Trovarsi dinanzi ai suoi dipinti fa

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Christian Rex Van Minnen è un esploratore di intricate foreste mentali che divengono sempre più impenetrabili e, come direbbe Joseph Campbell, famoso saggista e storico delle religioni statunitense, anche lui ritiene che «dove una volta avevi pensato di trovare un abominio, troverai dio». Analogamente ad un avvoltoio, che trae sostentamento dalla carne putrefatta, l’artista ritiene di poter generare energia positiva esplorando l'oscurità ed il


mistero, seguendo le orme sia di un regista per lui di grande ispirazione, David Cronenberg, che lavora per palesare le proprie paure e desideri più reconditi al fine di conoscerli, dominarli e non averne timore, che le orme filosofiche di Joseph Campbell e Carl Jung riguardanti il viaggio eroico di ciascun essere umano e le ombre della personalità, nonché quelle relative all'ontologia esistenzialista di Martin Heidegger: tali elementi ispiratori sono una forza trai-

nante della sua opera ed anche concetti che sente di poter comunicare agli spettatori della sua arte. Più volte l'artista ha riferito di sentirsi spiritualmente un mix tra il già citato Joseph Campbell, Charles Bukowski e John James Audubon: l'umorismo è per lui il lubrificante che aiuta a sfuggire dalla stretta compressione dei luoghi oscuri, al pari di una liberatoria risata durante un film horror. Nel suo lavoro, l’alchimia e

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l'automatismo tra pietra ed olio, metallo e legno, cartoncino o cartapesta, sono collegati tra loro nel processo cognitivo creativo: l’intenzione diventa linea, la linea contorno, il contorno forma e la forma diventa contenuto. Nel suo lavoro Christian Rex van Minnen sopprime o, al contrario, indulge nel personale desiderio di associare una narrazione personale alle informazioni visive grezze inerenti materiali e processo di creazione: la


Da sinistra: Christian Rex Van Minnen, Red & green; Unstill Life; V_Diamond

fuori autonomamente dal suo mondo di passione, problemi, amore, odio e desideri. Quando questo processo viene compreso dall'osservatore, può realizzarsi un rispecchiamento emotivo che porta le singole identità personali in un nuovo contesto visivo. Nel momento storico contemporaneo, in cui si è costantemente pressati da messaggi funesti e suggestioni di immanente terrore ed orrore viscerale, l'artista si sente quasi obbligato

CURIOSAR(T)E

costruzione, la destrutturazione e la ricostruzione sono elementi simbiontici del suo processo creativo che permettono all'immagine, come già detto, di fluttuare tra astrazione e rappresentazione, verità ed illusione, personale ed archetipo: la verità materica dello strato di colore dà corpo all'illusione dell’immagine, il processo creativo origina una chimera di grottescherie, una sorta di autoritratto poliforme che spesso va oltre l'idea originaria dell'artista e viene

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a contemplare la mortalità e trovare pace e consolazione nella vera bellezza del decadimento e dell'impermanenza. Nel 2014, nell’ambito di Artha Projects, fu posizionata dalla Prince Media, su un palazzo di New York, all'angolo tra la 6th Ave. e Grand St. in Tribeca, la gigantografia di un suo dipinto allora in esposizione presso la Robischon Gallery di Denver. La società pubblicitaria che lo espose fu sommersa di richieste di informazioni di passanti che non


riuscivano a capire se fosse o meno un annuncio e l'immagine del cartellone fece il giro di quotidiani e settimanali americani. Il contrasto stridente tra le sue creazioni e le foto della sua ordinaria e felice famiglia che posta regolarmente sui social media rendono ragione di come l'arte che indaga e rappresenta gli abissi umani e naturali possa essere conforto e catarsi. Con un attauale coefficiente 10, ha tre gallerie che lo rappresentano continuativamente in Ame-

rica (Robischon Gallery di Denver e Richard Heller Gallery di Los Angeles) ed Europa (Gallery Poulsen, Copenhagen); ha sue opere nel Denver Art Museum (USA) e presso importanti collezioni private (Colecciōn Solo di Madrid, Djurhuus Collection di Copenhagen e la Richard B. Sachs Collection di New York) ed è stato pubblicato, tra le altre, dalle riviste Juxtapoz ed Hi-Fructose. Per curiosare meglio nel suo mondo suggerisco: www.chri-

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stianvanminnen.com; https://www.facebook.com/chri stian.vanminnen; https://www.instagram.com/van _minnen/?hl=it Di recente ha detto: «Come artista spero di essere senza paura nella mia entrata nell'abisso, coraggioso davanti al drago, ed umile al mio ritorno a casa»: questo è Christian Rex van Minnen.


Nelle foto due opere di Enza Santoro

enza santoro. l’arte come dono alla galleria losanna di nardò

Ambra Biscuso

La provocatoria performance installazione si è svolta dal 1 al 3 luglio

Le parole viaggiano fra le cose. Le cose viaggiano fra le parole. Il visibile viaggia nell'invisibile. Il senso viaggia nelle immagini. Adonis Il compito dell’Arte non è più d’imitare la natura con la maggior perfezione possibile, ma di trascenderla. Enza Santoro, nel corso dei decenni, ha usato l’arte per raccontare il proprio tem-

po convinta che in un momento di coercizione di coscienze le visioni dell'artista hanno intenti rivelatori. La sapiente conoscenza delle tecniche le ha permesso di sviluppare la sua ricerca sia in campo fotografico (Misha Barth - Petraportrait) che pittorico portandola ad abbandonare i materiali pittorici tradizionali per usare gli oggetti della quotidianità al fine di ridargli nuova vita e significanza.

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Attraverso l'atto visuale-performativo l'opera d’arte diviene mezzo e l’azione si adegua ai tempi. è dunque azione la performance installativa L’arte come dono di Enza Santoro, che decide di “esporsi” in un luogo destinato al mercato dell'arte, la Galleria L'Osanna, il paradosso risiede nel fatto che nulla è in vendita; ciò che lei crea è un circolo d'amore, di dono, il cui incipit è un progetto d'amore ed il cui epilogo è un gesto d'amore, quasi una visione concettuale dell'assioma "Arte per l'Arte ed Arte per il piacere dell'Arte".

Uno scroscio di colori dove anche la musica prende corpo nel segno, dove la linea è carta geografica di un viaggio-ricerca, il viaggio inteso come evasione-gioco-vita. L’arte aiuta a portare tutto su un piano di profonda umanità. Un saggio come Krishnamurti sosteneva che è bene concentrarsi sul presente, senza protendere la mente al passato e al futuro ed il presente oggi Enza Santoro con «L’arte come dono» oggettiva quanto scritto nei suoi diari da Paul Klee «(…) L’arte non riproduce il visibile ma rende visibile ciò che non lo è». Queste opere ti costringono a vederle, sentirle e diventare parte di esse. Enza va alla ricerca della linea, alla sua costruzione: la linea dà la forma, il senso, è generatrice, inizio. Il geometrismo, l'essenzialità delle forme e delle composizioni, l'uso di curve vaste, i motivi a lambda (λ) sono sintesi del viaggio che evolve nel linearismo raffinato e si spinge fino alla ricerca decorativa dell'art nouveau, con uno sfondamento nella pop art e nel dadaismo. Il legame al meraviglioso mondo fanciullesco fatto di sogni, di essenze e desideri, si concretizzano nella bidimensionalità della superficie e nella costruzione prospettica, la definizione lineare, la campitura cromatica, la necessità di superare il carattere vago della visione e di ricondurre il tutto ad una sintesi degli aspetti della rappresentazione esprime una visione della realtà profondamente influenzata da concezioni simboliste e poetiche dove l'oro e l’argento sono rappresentazione di una spiritualità antica. Enza crea nel silenzio con la sola compagnia della musica, una musica discreta, a volume basso, così che possa entrare nel profondo e rendere visibile le sue “trasparenze”, è questo anche il motivo della scelta di usare l'acquerello per questo viaggio verso Al_Kar, che rende possibile alla linea di percorrere una superficie con segni che ne evocano altri, ancora, la trama che rimane si può meravigliosamente decifrare, se si vuole.

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Nel riqaudro Claudio Pirma leader di “BandAdriatica”; a lato un momento della serata

orchestra PoPolare di Puglia debutto con successo a galatina

“ GALATINA. La tradizionale festa di San Pietro e Paolo a Galatina, nell’omonima piazza, quest’anno ha avuto una straordinaria colonna sonora: i ritmi dell’Orchestra Popolare di Puglia al suo esordio. Il progetto nato da una residenza artistica “Paulab” riunisce in un grande ensemble orchestrale diretto da Claudio Prima (voce e organetto, leader di Bandadriatica) e Giuseppe De Trizio (chitarrista classica, mandolino, fondatore dei Radicanto) alcuni tra l’eccellenza musicale pugliese. Si tratta di musicisti che da anni sono impegnati in un percorso di ricerca, rielaborazione e scrittura originale delle culture musicali pugliesi, adriatiche e mediterranee. L’intento comune è la produzione di un repertorio che tenga insieme tradizione e scrittura di nuove composizioni del repertorio di tutta la Pugliae non solo. Accanto ai brani del repertorio tradizionale rivisitati con la sensibilità moderna dei musicisti coinvolti nel progetto, l’orchestra eseguirà alcune nuove elaborazioni che prendono spunto e ispirazione dalle musiche tradizionali, ma si nutrono dell’espe-

rienza dell’incontro privilegiando la "dimensione collettiva". Il repertorio traccia una linea di continuità fra le tarantelle garganiche, i suoni della Murgia, gli afflati della Terra di Bari, gli echi del Salento (alto e basso) e la millenaria tradizione Tarantina. Un ensemble stabile che vede accanto ai fondatori- Claudio Prima e Giuseppe De Trizio Emanuele Coluccia (sax e orchestrazione), Francesco Sossio (sax), Daniela Fiorentino (Clarinetto/ Clarinetto Basso), Claudio Merico (violino), Ylenia Giaffreda (violino), Giovanni Chiapparino (fisarmonica e orchestrazione), Fabio Bagnato (chitarra battente), Adolfo La Volpe (corde), Vincenzo Gagliani, Federico Laganà (percussioni), Filippo Bubbico (basso), Giovanni Martella (batteria). Per la serata d’esordio l’Orchestra è stata affiancata dalle voci di Maria Mazzotta e Raiz e ha incontrato la compagnia del coreografo francese Alexandre Roccoli e numerosi protagonisti d’eccellenza del panorama musicale e coreutico pugliese. Una serata evento in cui il pubblico entusiasta ha potuto gode-

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L’ensemble, promosso da Manigold e Radicanto, incanta e fa ballare


re di uno spettacolo, frutto di un lavoro collettivo ad hoc svolto, come accennato, nell’ambito di PauLAB la residenza per artisti, ricercatori e operatori culturali coordinata da Andrea Carlino e che ha visto intrecciarsi le musiche, le danze e i rituali del patrimonio immateriale salentino. Il debutto dell’Orchestra Popolare di Puglia ha

chiuso la rassegna Suoni di Puglia, fiore all’occhiello di GalatinArte, cartellone di eventi organizzati dal Comune di Galatina con il sostegno di Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese e Puglia Sounds e la direzione artistica dello stesso Claudio Prima. (an.fu.)

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Parco Archeologico di Sibari

incontri d’estate, musica e teatro nell’antica sybaris

Al Parco Archeologico di Sibari Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide – Cassano all’Ionio (Cosenza) dal 13 luglio al 18 agosto 2017

SIBARI. L’estate 2017 vede l’antico sito archeologico di Sibari, dove Zanotti Bianco avviò nel 1932 quelle ricerche che riportarono alla luce resti monumentali e un esteso complesso urbano che si riferiscono alle tre città sovrapposte di Sybaris, Thurii e Copiae (VIII sec. a.C. - VII sec.d.C.), il luogo di incontro fra archeologia, storia, teatro, poesia e musica. Obiettivo di tale iniziativa non è solo quello di aumentare la fruizione del sito archeologico, ma anche di arricchirlo di eventi culturali. Di seguito indicato il programma disposto di concerto tra il Polo Museale della Calabria, l’amministrazione comunale di Cassano all’Ionio e Associazioni culturali del territorio, tutti ad ingresso gratuito: 13 luglio 2017, ore 21.00: “Calabria Evolution”, concerto a cura del Conservatorio musicale “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia in collaborazione con la scuola “Donizetti” di Mir-

to Crosia (CS). 23 luglio 2017, ore 21.00: “Calabria Blues Passion –XV Edizione del Memorial Marco Fiume”, a cura dell’Associazione musicale “Marco Fiume “, No - Profit di Rossano (CS). 29 luglio 2017, ore 21.00: “I Zigani” - Orchestra di Budapest a cura del Conservatorio musicale “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia. 11 agosto 2017, ore 21.00: “Medea”. Il teatro sulla nuda terra di Enzo Cordasco in collaborazione con ASAS diretta da Tullio Masneri. 12 agosto 2017, ore 21.00: “Sibari, la bellezza”, viaggio letterario

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a cura di Giuseppe De Rosis. 13 agosto 2017, ore 21.00: Concerto di canzoni napoletane interpretate da Mariangela D’Abbraccio a cura del Conservatorio musicale “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia in collaborazione con la scuola “Donizetti” di Mirto Crosia (CS). 18 agosto 2017, ore 21.00: “il Toro cozzante”, presentazione dell’ultima collezione di Gerardo Sacco, ispirata dal famoso reperto archeologico, conservato presso il Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide. A cura dell’Amministrazione comunale di Cassano all’Ionio.


notti magiche tra i siti di PomPei, ercolano e Paestum

Luglio e Agosto passeggiate in notturna nei siti archeologici che diventano anche scenari per spettacoli teatrali e musicali

Sono partiti il 7 luglio i percorsi serali del venerdì negli Scavi di Ercolano ad un prezzo speciale di 2 euro. Il Parco Archeologico di Ercolano e il Mav propongono ai visitatori percorsi che poi dal 14 luglio uniranno la storia antica alle ricostruzioni virtuali. I visitatori verranno accompagnati negli Scavi in un percorso della durata di circa un’ora, accedendo dall’ ingresso di Via Resina. Le visite partiranno alle ore 20,00 e, in gruppi di 30 persone, gli ospiti potranno godere di un itinerario che svelerà illuminati il Sacello degli Augustali, la Casa di Nettuno e Anfitrite, le Terme femminili, la Casa Sannitica e la Casa dei Cervi, entrando così nella suggestiva atmosfera delle visite serali. Fino alle ore 23,00 i visitatori potranno godere del Parco Archeologico illuminato . L’ultimo ingresso è previsto alle ore 22,00. .

“Una notte a Pompei” percorsi di suoni e luci nella città antica è il nuovo progetto di visite in notturna grazie ad una nuova illuminazione del sito che prende il via da sabato 8 luglio. Sarà dunque possibile passeggiare di notte in alcuni dei luoghi più belli del sito come l’area del Foro, che era il cuore politico, religioso ed economico della città antica. Le visite ( 8 luglio 24 agosto ) si terranno solo il martedì e il giovedì, secondo il seguente calendario: Luglio nei giorni 13, 18, 20, 25, 27; Agosto nei giorni 1, 3, 8, 10, 17, 22, 24 Le visite, che prevedono un accompagnamento didattico, inizieranno a partire dalle ore 21,00 in 6 turni di visita per gruppi di 50/60 persone che avrà una durata di 1 ora e un quarto e il costo della visita sarà di 11 € (riduzioni per Campania>Artecard) Notti magiche con “Paestum by night”, con aperture straordinarie e passeggiate tra i templi dal-

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le ore 19:00 a mezzanotte, dal giovedì alla domenica dal 6 luglio al 27 agosto . Visite guidate all’ombra del Tempio di Nettuno e della Basilica dalle ore 20:00 alle 22:30 con partenza ogni mezz’ora da Porta Principale (ingresso nei pressi del Tempio di Nettuno), costo della visita € 2,00 a persona. Per info e prenotazioni 081/2395653 E ogni venerdì nei pressi del Tempio di Nettuno, artisti di fama internazionale si esibiranno dalle ore 21:00 nell ’ambito della rassegna “Musica ai templi”. Spazio anche al “Teatro ai templi” con 4 spettacoli teatrali scritti e diretti da Sarah Falanga. Si parte sabato 8 luglio con “Yerma, donna sul filo” tratto dalla celebre opera di Federico Garcia Lorca, presso la piscina ellenistica; poi sarà la volta di “TRILOGIA-Antigone, Elettra, Medea: l’intimo dissenso della modernità” in scena sabato 22 luglio e sabato 12 agosto, presso il tempio di Hera (detto Basilica); ed infine, sabato 26 agosto nel “Foro” andrà in scena “Sonorità mediterranee”.


L’installazione dell’artista Alfred Milot in piazza San Lorenzo a Lizzanello

le chiavi di milot Per i diritti umani l’arte legge la contemPoraneità Francesca Pastore

LIZZANELLO. Arte contemporanea in piazza San Lorenzo a Lizzanello. Arte che richiama i diritti umani, quelli di tutti, in un’universalità di pensiero che accomuna genti e popoli in un unico grande abbraccio. Il

Comune di Lizzanello con le installazioni e le sculture dell’artista albanese Alfred Milot Mirashi, inaugura la sua prima edizione di }all right?{ Arte&DirittiUmani, che proseguirà sino al prossimo 28 otto-

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bre. La rassegna affianca il momento propriamente artistico con interventi site specic entro le aree urbane di Lizzanello e Merine ad approfondimenti in punto di diritto sulle tematiche relative. Il progetto


espositivo, ideato e curato da Massimo Guastella, è organizzato dal Comune di Lizzanello e Merine in collaborazione con il laboratorio TASC (Territorio Arti Visive e Storia dell’arte contemporanea) del Diparti-

gi sociali, discriminazioni di genere, epurazioni etniche, persecuzioni religiose, violenze estremiste. E’ nel contesto quotidiano mondiale che spesso vengono meno i diritti umani individuali, espressione della

Le sculture dell’artista albanese inaugurano la prima edizione di }all right?{ arte&dirittiumani

mento di Beni Culturali e con il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell'Università del Salento. Guerre, terrorismo, esodi migratori, povertà, che inevitabilmente creano emarginati, migranti, apolidi, infanzie abbandonate, nomadismi, disa-

dignità della persona umana; viene meno l'uguaglianza tra tutti gli esseri umani e quindi il riconoscimento del valore della vita. In }all right?{ Arte&DirittiUmani, nel binomio arti visive e tutela dei diritti fondamentali,

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varca l’aspetto meramente estetizzante dell’opera d’arte, si sottrae alla “dittatura materiale e intellettuale del mercato” dell’arte e pone l’artista in una condizione critica nei confronti della società, attraverso un più ampio orizzonte di ricerca linguistica e di risemantizzazione delle opere in funzione di critica dell’esistente, che prende le distanze dal mainstream dell'arte contemporanea, percepita ne a sé stessa. Le opere, sia pur nella loro dimensione simbolica, con senso non solo estetico ma sociale e politico, si auspica stimolino a incoraggiare la cultura dei diritti umani e la tutela dei diritti civili e orientino gli spunti per approfondire le questioni sulle medesime tematiche, nell’ambito del diritto che vedrà impegnati specialisti e organizzazioni che si battono contro tutte le forme di violazione dei diritti umani e per il rispetto dei diritti di dignità e di uguaglianza e del valore dell'uomo e della donna. Alle installazioni artistico-visive, alle performance e ai dibattiti nel corso dei prossimi mesi si affiancheranno i laboratori pedagogici in un progetto di didattica che svolgerà a partire da settembre-ottobre Alfred Milot Mirashi in una residenza d’artista. Un workshop conclusivo rivolto non solo ai bambini di età compresa tra i 5 e i 14 anni, in particolare, ma anche ai docenti e genitori dell'istituto comprensivo "C. De Giorgi di Lizzanello con Merine", nell’intento di presentare i molteplici aspetti del discorso artistico parallelamente alla sensibilizzazione al tema della tutela dei diritti umani. L’artista, in un percorso ideativo e creativo,


Un momnento dell’inaugurazione

racconterà la sua avventura di profugo della prima ondata di esodo albanese nel porto di Brindisi, nel 1991, tra comunicazione e sperimentazione di procedure e tecniche artistiche con la nalità di un’osmosi tra visione personale e diversi mondi culturali. Il progetto prevede anche la riqualificazione della piazza di San Lorenzo con il restauro della colonna di San Lorenzo. Il progetto prevede, inoltre, rassegne culturali musicali e cinematografiche che si svilupperanno con sullo sfondo il tema della tutela dei diritti umani, e la residenza degli artisti nel borgo di Lizzanello che lavoreranno a contatto con la comunità e in partico-

lare con gli studenti. La direzione scientifica degli eventi formativi è curata da Unisalento, dipartimento di scienze giuridiche, con la prof.ssa Manolita Francesca. L’arredo urbano sarà diretto dagli architetti Nicolangelo Barletti e Salvatore De Pascalis. Il progetto rientra fra i progetti riconosciuti e valorizzati da BAI (Borghi Autentici d'Italia) associazione nazionale presieduta da Ivan Stomeo di cui Lizzanello fa parte.

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}all right?{ Arte&DirittiUmani Open red 2017 installazione di Alfred Milot Mirashi A cura di Massimo Guastella Lizzanello piazza San Lorenzo e Merine P.zza SS Maria assunta. fino al 28 ottobre 2017 Numero Verde 800 007760 (dalle 10,00 alle 13,00 - dal lunedì al venerdì) comune.lizzanello.le.it facebook.com/allrightartedirittiumani milot.it


Manu Chao foto di Luigi Rizzo

“la ventura di manu chao accende l’estate del Parco gondar

“ GALLIPOLI. è tornato il 18 luglio con un concerto spettacolare a Gallipoli un ospite internazionale di cui si ricordano i due live più indimenticabili della storia di tutte le edizioni del Parco Gondar! è Manu Chao, l'artista che più rappresenta il Parco, il carismatico ideatore della patchanka, che lo ha reso celebre in ogni parte del mondo e che per l'unica data italiana del suo tour europeo ha scelto di ritornare nel Salento per una grande festa esclusiva! Una festa che ha suggellato un’amicizia nata ormai 4 anni fa e rafforzatasi nel tempo, fino a portare con sé nei suoi tour Gabriele Blandini e Gianluca Ria, che dall’open act di quel 6 luglio 2013 con i Bundamove si sono ritrovati insieme al loro idolo sui palchi di tutto il mondo! Dopo dieci anni di assenza, Manu Chao a gennaio ha pubblicato tre nuove canzoni in libero download dal sito ufficiale, a circa dieci anni di distanza dall’ultimo album di inediti "La radiolina", uscito nel 2007. Un gradito ritorno quello del cantautore franco-spagnolo che ha scelto il 2017 per rilasciare No Solo En China Hay Futuro e Words of Truth, entrambe firmate a suo nome, e Moonlight Avenue accreditata con la sigla Ti.po.ta., che sta ad indicare il nuovo duo formato da Manu Chao e dall’attrice greca

A Gallipoli il 18 luglio. aspettando Liftiba, Fedez, Mannarino e tanti altri imperdibili live

Klelia Renesi (protagonista anche del video che accompagna il singolo). Il live di Manu Chao ha acceso l’estate del parco Gondar che ha in serbo ancora tanti ospiti nel cartellone dell’estate 2017. In arrivo nelle prossime settimane Martin Garrix (13 agosto), Sean Paul e Alvaro Soler (15 agosto), Damian Marley (24 giugno), Moderat (11 agosto), JAx e Fedez (9 agosto), Mannarino (16 agosto), Thegiornalisti (18 agosto), Steve Aoki (8 agosto), Martin Solveig (4 agosto), Litfiba (5 agosto) e Marra/Guè (29 luglio), Salmo e Noyz Narcos (1 agosto). Un programma spettacolare, dunque, per il decimo anniversario della location in linea con una programmazione sempre più attenta e trasversale per ogni genere di musica pronta a ar scatenare in pista il suo pubblico più affezionato.

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Harry Lachman (attr.), Picasso e i suoi assistenti seduti sul sipario del balletto Parade in corso di esecuzione, 1917 stampa su gelatina ai sali d’argento, cm 17×22 Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / Franck Raux © Succession Picasso by SIAE 2017

Picasso e naPoli: Parade la forza vitale della cultura

Antonietta Fulvio

Si conclude a Napoli e a Pompei l’evento ideato per il centenario del viaggio dell’artista spagnolo in Italia insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a Parade. E il 27, 28 e 29 luglio gli spettacoli Parade su musica di Erik Satie e Pulcinella su musiche di Stravinskij andranno in scena nel Grande Teatro di Pompei con i ballerini dell’Opera di Roma

NAPOLI. Si è chiusa il 10 luglio, dopo tre mesi e oltre centomila visitatori Picasso e Napoli: Parade. L’evento espositivo tra il Museo e Real Bosco di

Capodimonte di Napoli e l’Antiquarium, negli Scavi di Pompei, è stato curato da Sylvain Bellenger (direttore del Museo di Capodimonte) e Luigi Gallo per

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Pablo Picasso, Sipario del balletto Parade, 1917 tempera su tela, cm 1050×1640 Parigi, Centre Georges Pompidou Photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI, Dist. RMN-Grand Palais / Christian Bahier / Philippe Migeat © Succession Picasso by SIAE 2017

celebrare il centenario del viaggio di Picasso in Italia Non una semplice mostra ma un ricco programma tra aperture serali, visite guidate gratuite, concerti, e spettacoli con il coivolgimento del Conservatorio San Pietro a Majella che ha curato una programmazione musicale per raccontare Picasso e il proficuo

rapporto con Igor Stravinskij e alla creazione di quel capolavoro incentrato sulla figura di Pulcinella. Un appuntamento sorprendente che ha inaugurato l’iniziativa Picasso-Mediterraneo del Musée national PicassoParis, un evento culturale dal respiro internazionale che vede coinvolti dalla primavera 2017

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alla primavera 2019 più di sessanta istituzioni di 8 Paesi con progetti di mostre sull’opera «ostinatamente mediterranea» di Pablo Picasso. L’artista spagnolo fu infatti a Napoli due volte, tra marzo e aprile del 1917, e a Pompei, insieme a Jean Cocteau per lavorare con i Balletti Russi a


Pablo Picasso, Pulcinella e Arlecchino, 1920 gouache bianca, penna e inchiostro nero su carta velina, cm 27,2×21,3 Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / Béatrice Hatala © Succession Picasso by SIAE 2017

Parade, balletto che andò in scena a Parigi nel maggio 1917, su soggetto dello stesso Cocteau e musica di Erik Satie. In una lettera a sua madre, datata 13 marzo 1917, Jean Cocteau descrive l’impatto con la città: «Siamo [con Picasso, Sergej Djagilev e Massine] di nuovo a Roma dopo un viaggio a Napoli, e da lì a Pompei in auto. Credo che nessuna città al mondo possa piacermi più di Napoli. L’Antichità classica brulica, nuova di zecca, in questa Montmartre araba, in questo enorme disordine di una kermesse che non ha mai sosta. Il cibo, Dio e la fornicazione, ecco i moventi di questo popolo romanzesco. Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo. Il mare è blu scuro. Scaglia giacinti sui marciapiedi« Anche Picasso resta affascinato dalla città, dalla sua cultura, dalle sue antiche tradizioni come il presepio, il teatro popolare e il teatro delle marionette. “Il binomio composto dalla città antica e dalla moderna conquista Picasso: l’una per un’antichità nella quale la storia si stempera nel quotidiano, l’altra per la vitalità tinta di accenni drammatici. - si legge nel saggio di Luigi Gallo che spiegando come l’opera si a di capitale

importanza l’arte del Novecento commenta “il sipario è l’affermazione di una pittura intrisa di riferimenti alla tradizione, ma radicalmente nuova. Il mondo, senza Napoli e Pompei, non avrebbe conosciuto la poesia di quella tavola disordinata, dove l’indolenza del dopo pasto riunisce dei saltimbanchi, ritratti dei suoi compagni di viaggio, intenti a suonare e cantare, scacciando la malinconia. Sotto la maschera, Picasso riproduce la disperata ricerca dell’eternità verso la quale sidirige una bimba alata, tenuta per mano da una scimmia, nella quale si raffigura il pittore. “ Ed è proprio l’importanza dell’incontro diretto di Picasso con l’antichità a Pompei e con la cultura tradizionale napoletana che si è voluta evidenziare nel percorso espositivo. Con Parade, il pittore cubista torna alla sua prima ispirazione legata al mondo del circo, rinnovando inoltre l’interesse per la tradizione classica, evocata poi da Cocteau con il suo “Richiamo all’ordine”. Grazie a prestiti e collaborazioni internazionali - il Centre Georges Pompidou / Musée National d’Art Moderne, il Musée Picasso Paris, il Museu Picasso Barcellona, la Fondation Pierre Bergé-Yves Saint

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Jean Cocteau, , Picasso e Léonide Massine davanti a una fontana pubblica e nel giardino della Casa di Marco Lucrezio a Pompei fotografie ai sali d’argento, 1917, Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / Franck Raux © Succession Picasso by SIAE 2017


Pablo Picasso, I due fratelli, 1906 gouache su cartone, cm 80x59 Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / Adrien Didierjean © Succession Picasso by SIAE 2017

Laurent, la Bibliothèque Historique de la Ville de Paris, la Maison Jean Cocteau, Milly la Forêt, la Fundación Almine y Bernard RuizPicasso para el Arte (FABA), il Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e il Teatro dell’Opera di Roma - è giunta a Napoli per la prima volta il sipario Parade la più grande opera di Picasso, una tela di 17 metri di base per 10 di altezza, conservata al Centre Georges Pompidou di Parigi ed esposta solo in

rare occasioni (New York 1984, Verona 1990, Venezia 1998, Metz 20122013). Con Parade anche un’ampia selezione di lavori del pittore spagnolo: oltre a un insieme unico di bozzetti provenienti dal Musée Picasso di Parigi, che permette di seguire il percorso creativo dell’artista nell’ideazione dei costumi di Parade, evidenziando le diverse influenze culturali, l’esposizione si presta anche a una riflessione su alcuni soggetti ricorrenti nell’opera di Picasso,

Pablo Picasso, Busto (studio per Les Demoiselles d’Avignon), 1907 olio su tela, cm 60,5×59,2 cm Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / René-Gabriel Ojéda © Succession Picasso by SIAE 2017; Antefissa a maschera teatrale comica dalla bottega (I 17,3) I secolo d.C. terracotta, cm 15,9×16,2 Soprintendenza Pompei

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Pablo Picasso, Musicista, 1972 olio su tela, cm 194,5×129,5 Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / Jean-Gilles Berizzi © Succession Picasso by SIAE 2017

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Pablo Picasso , Studio della scenografia del balletto Pulcinella, 1920 gouache e inchiostro di china su carta, cm 10,5×13,5 Parigi, Musée national Picasso-Paris Photo © RMN-Grand Palais / Musée national Picasso-Paris / Michèle Bellot © Succession Picasso by SIAE 2017

Ci si mette molto tempo a diventare giovani

Pablo Picasso

veri e propri stilemi dell’artista, come la natura morta, la figura del musico e degli strumenti musicali e la maschera di Arlecchino. Mentre ad indagare ulteriormente il rapporto di Picasso con il teatro e la tradizione partenopea, sono stati esposti i bozzetti eseguiti dall’artista per il balletto Pulcinella (in scena nel 1920 a Parigi con musiche di Stravinsky e coreografie di Massine) insieme a alcune marionette e pupi della maschera napoletana dalla collezione Fundación Almine y Bernard Ruiz-Picasso para el Arte. Se la mostra di Capodimonte ricostruisce la permanenza di Picasso a Napoli e gli influssi partenopei nella creazione dei balletti Parade e Pulcinella, Pompei offre invece una evocazione del concetto di maschera nell’arte del pittore spagnolo, avvezzo alla mascherata e al trasformismo, come dimostrano le sue personificazioni con l’Arlecchino prima e il Minotauro dopo. L’Antiquarium di Pompei è stata allestita una mostra con i

costumi del balletto disegnati da Picasso messi a confronto con una raccolta di maschere africane, insieme a una scelta di reperti archeologici dal sito, tra cui un gruppo di maschere teatrali, per la maggior parte inedite (antefisse, lastre a rilievo, erme, statue…). Il confronto inedito fra i riferimenti antichi e l’art nègre è sottolineato a Pompei dal magnifico bozzetto del quadro manifesto del cubismo Les demoiselles d’Avignon dipinto nel 1907 e esposto per la prima volta con grande clamore nel 1916. Il centenario del viaggio di Pablo Picasso in Italia sarà celebrato ancora con una serata speciale in un luogo straordinario il Grande Teatro degli Scavi di Pompei. I prossimi 27, 28 e 29 luglio i primi ballerini, i solisti e il corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma faranno rivivere i personaggi e la magia dei balletti Parade e Pulcinella. Parade è pensato fin da subito dai suoi creatori come un balletto nuovo e rivoluzionario, dove per la prima volta danzano

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costumiscultura tridimensionali, su una partitura coreografica innovativa fatta di movimenti asciutti e veloci. La prima rappresentazione, in piena guerra, avvenne il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet di Parigi, ma l pubblico non capì la portata rivoluzionaria del balletto pensato dai suoi ideatori come una parata di artisti senza trama dove per la prima volta danzano costumiscultura tridimensionali, su una partitura coreografica innovativa fatta di movimenti asciutti e veloci. Pulcinella, balletto in un atto ambientato nella città di Napoli, è andato in scena per la prima volta il 15 maggio del 1920 al Teatro dell’Opéra di Parigi e la “provocazione visiva” di Picasso ha subito riscosso il consenso dei presenti. Triplice è la firma: la musica di Igor Stravinskij, la coreografia di Léonide Massine, la scenografia e i costumi di Pablo Picasso che firma anche la scenografia. Per informazioni : operaroma.it


Nel riquadro Giuseppe Salerno

dissolvenze incrociate a villa graziani in san giustino

Giuseppe Salerno

Ventuno opere in ottantaquattro tele riconducibili a quarantadue artisti sono i numeri di questa mostra che dal mondo del cinema mutua il meccanismo della dissolvenza incrociata. In mostra fino al 30 luglio SAN GIUSTINO (PERUGIA). Quando nomade viveva di caccia e guardava le stelle, l’uomo cercava attraverso l’arte il contatto con il divino. Allorché prese a coltivare le terre, l’arte fu il più efficace strumento di comunicazione al servizio dei potenti. Quando infine, sottratto all’ambiente naturale e dimentico dei ritmi dell’universo, l’uomo andò alla ricerca di se stesso, l’arte gli fu compagna. Oggi, che l’uma-

nità intera vaga senza più riferimenti, è compito dell’arte ridare senso all’esistenza, mettere in collegamento e favorire le relazioni. Millenni di umanità in poche righe ignorano la complessità della storia nel tentativo di metterne in luce quei passaggi fondamentali che ne hanno delineato il divenire. Un divenire nel quale l’arte ha rivestito importanti funzioni che, tra loro profondamente diverse ma sempre

tese a creare relazione, tutte in qualche misura oggi coesistono. Dalle vergini paleolitiche all’arte relazionale dunque, senza mai nulla perdere per strada. Quando si occupava prevalentemente di replicare il mondo reale e celebrare i potenti, l’artista, salvo rare eccezioni illuminanti, non si cimentava nella ricerca di nuove modalità espressive ed era assai lontano dal mettere in scena se stesso e la propria visione del

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Nella foto: il lavoro di David Urru e Angelisa Bertoloni

mondo. Con l’avvento della fotografia e con la diffusione della corrente elettrica la società cambiò radicalmente e l’arte, divenuta libera espressione del libero sentire, intraprese strade nuove. Il venir meno dei vincoli e delle certezze del passato favorì la nascita di un’arte autoreferenziale, di sperimentazione e di contatto, dove l’incontro, il confronto e la collaborazione tra artisti divenne essenziale per la crescita individuale e per l’affermazione collettiva. Mutava così anche il rapporto tra l’opera ed il pubblico. Non più un committente da soddisfare, ma una moltitudine da intrigare, motivare e coinvolgere sul piano fisico e mentale, sul piano emotivo e razionale. La barriera tra opera e pubblico viene meno e in taluni casi l’opera reclama la presenza

di un pubblico che relazionandosi la completi, divenendone parte integrante. Già dalla seconda metà del secolo scorso vengono a decadere molti presupposti della vecchia concezione dell’arte. Numerose sono le espressioni nelle quali, venendo meno l’oggettualità, il valore dell’opera si scollega dalla sua permanenza nel tempo. L’opera diviene azione, evento, prodotto immateriale. A volte è la risultante di processi complessi. A volte nasce dalla convergenza di più contributi che accreditano l’autore collettivo. A volte sancisce il superamento della stessa autorialità. Si inserisce in questo divenire caratterizzato da commistioni ed attraversamenti dei linguaggi un mio progetto nel quale gli artisti intervennero su opere realizzate

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da altri artisti. Sopraffactions fu una metafora del mondo, la cui inarrestabile trasformazione è nell’incessante rimaneggiamento dell’esistente. Soltanto la piccolezza dell’uomo e la sua ambiziosa ricerca di eternità hanno concepito l’idea che l’opera d’arte fosse inviolabile e destinata a sconfiggere il tempo. Infrangendo tale “sacralità” gli artisti offrirono in tale circostanza una chiara rappresentazione di come la visione estetica ed etica altro non fossero che la risultante della proprietà trasmigrativa e cumulativa del pensiero, della sedimentazione di percorsi e intelligenze diverse. Proseguendo nella medesima direzione, Dissolvenze Incrociate è la messa in scena di un processo che, mutuato dal mondo del cinema, genera opere insoli-


te, sorprendenti, capaci di sollecitare una diversa attenzione in un pubblico chiamato a ripercorrerne mentalmente le fasi realizzative, riconoscerne meccanismi e implicazioni. Modalità del linguaggio cinematografico, la dissolvenza incrociata segna il lento passaggio da una immagine ad un’altra. Un cambio di scena che nel mentre una realtà lentamente svanisce, una nuova emerge. Un dialogo tra immagini. Un sovrapporsi momentaneo di fotogrammi, una sequenza di atmosfere che nel loro intrecciarsi creano suggestioni. Ventuno coppie di artisti hanno prodotto

altrettante opere, composte ciascuna da una sequenza di quattro tele, in cui si realizza il graduale passaggio dai caratteri dell’uno a quelli dell’altro. Risultato di progettualità condivise, poetiche, tecniche, materie, forme e colori si incontrano e si fondono in lavori che aprono a scenari insoliti, carichi di prospettive e stimolanti interrogativi. Un significativo cambio di passo per artisti che, educati a rivendicare la paternità delle proprie opere, accantonano il proprio ego e mettono in mostra con forza, coscienza e collegialità le risultanti di un processo relazionale che a noi si chiede di

svelare e interpretare.

Dissolvenze incrociate mostra a cura di Giuseppe Salerno Villa Graziani Località Celalba San Giustino (Perugia) fino al 30 luglio Orario: sabato domenica 10.3012.30/15.30-18.30 La mostra, di carattere itinerante, farà tappa a Fabriano (Complesso San Benedetto Abate), il 2 settembre e poi a Terni (Palazzo Primavera) dal 28 ottobre.

Caterina Prato

Il lavoro di Rosella Passeri e Lorenzo Santoni

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Il lavoro di Caterina Prato e Lughia

diversamente abili collettiva d’arte a iesi 70x140

A cura di Giuseppe Salerno e Giancarlo Bassotti si inauLughia 46 in gura a Iesi (AN) il 14 luglio nello spazio Matteotti Corso Giacomo Matteotti 46, la mostra intitolata Diversamente abili. In rassegna le opere di Angelo Accadia, Massimo Bardelli, Guglielmo Girolimini, Lughia, Gabriele Mazzara, Luigi Pennacchietti. Pensiero ed emozione si trovano a fare i conti con la capacità di rappresentazione propria dell’artista il quale, avvalendosi di tecniche, materiali e colori specifici ha un unico intento: rendere visibile l’invisibile. Un’impresa certamente impossibile nella considerazione che ogni linguaggio ha i suoi limiti. Possiamo pertanto ritenere ogni opera null’altro che un tentativo di rappresentare l’irrappresentabile. Diversamente Abili mette in mostra le opere di artisti che, nel perseguire il proprio scopo, si cimentano con modalità espressive e materiali tra loro profondamente diversi. Orario di apertura fino al 30 luglio: 18.30-20.30 / 21.30-23.30

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il borgo di acaya, avamPosto del festival del cinema francese

Dal 12 al 16 luglio la seconda edizione. Tra gli ospiti la regista e attrice Nicole Garcia e il regista e attore Ivan Taieb

ACAYA (LECCE). Cinque giorni di proiezioni di corti, documentari e lungometraggi, presentazioni, master class, incontri, musica. Si è tenuto dal 12 al 16 luglio per il secondo anno nel Castello di Acaya (Lecce) il festival “Vive le cinemà” dedicato al cinema francese. Organizzato dall’Apulia Film Commission, il festival ideato e diretto dal regista e sceneggiatore Alessandro Valenti, dal produttore Angelo Laudisa e da Brizia Minerva si è concluso a Vernole con la cerimonia di premiazione che ha visto salire sul palco Ludovico Bukherma per il lungometraggio Willy 1er; Julie Bertuccelli per il documentario Dernieres Nouvelles du Cosmos e Selim Azzazi con il corto Ennemis Interieurs. Presidente della giuria dei lun-

gometraggi è stata la regista e attrice Nicole Garcia (nella foto, un momento della premiazione). La giuria di corti e documentari, invece, è stata guidata dal produttore, regista e sceneggiatore Ivan Taieb. Il Premio Cinema del reale è stato assegnato a Swagger di Olivier Babinet (consegnato al produttore Alexandre Perrier) e sarà proiettato a Specchia che ,dal 19 al 22 luglio, ospita il Festival Cinema del Reale con cui si è riconfermata la collaborazione. Tra gli ospiti, alcuni importanti nomi della scena audiovisiva francese. Il Festival ha proposto cinque giorni di proiezioni con

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sei lungometraggi, sette corti (uno fuori concorso) e tre documentari, tre master class a cura di Luca Bandirali, docente di “Cinema, Fotografia, Televisione” del corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università del Salento, con Nicole Garcia, Bertrand Bonello e Julie Bertuccelli, e un inedito incontro musicale tra la cantante Camélia Jordana, tra i giurati del festival, il pianista Mirko Signorile e il sassofonista Raffaele Casarano, direttore artistico del Locomotive Jazz Festival che da quest’anno ha stretto una collaborazione con il Festival “Vive le cinemà”.


la forza delle donne del mondo Per la Pace e il cambiamento

A Roma la presentazione del libro che racconta la storia della FDIM/WIDF

ROMA. Si è svolta a Roma, dal 19 al 23 giugno nella storica sede della Casa internazionale delle donne la sessione annuale della presidenza della Federazione democratica internazionale delle donne (FDIM/WIDF). Fondata nel dicembre 1945 a Parigi, a conclusione di uno storico congresso a cui presero parte 800 donne, molte delle quali erano volti noti della Resistenza europea contro il nazifascismo, la FDIM/WIDF ha esteso nel corso dei decenni la sua presen-

za in tutti i continenti, grazie all’adesione di organizzazioni femminili aderenti ai movimenti di indipendenza nazionale e di liberazione dal colonialismo. In molti paesi, soprattutto del Sud del mondo, le associazioni aderenti alla FDIM/WIDF, spesso collegate alle forze della sinistra, sono vere e proprie organizzazioni di massa, impegnate sul terreno sociale e politico oltreché nella battaglia culturale. E la storia della Federazione analizzata e documentata nei suoi passaggi epocali è finita nelle pagine del libro, in formato e-book, “La Federazione democratica internazionale delle donne. Capitoli nella storia”, di Galina Galkina a cura di Ada Donno ed editato da Il Raggio Verde. Un volume prezioso che ripercorre la storia dei primi 71 anni dell’attività della Federa-

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zione, da sempre impegnata contro le guerre e per la pace e terreno fertile su cui continuare a far crescere le politiche delle donne nel nuovo millennio. (acquistabile on line dal sito della casa editrice oltre che sulle principali librerie digitali) La presentazione si è svolta lo scorso 21 giugno presso l'Archivio audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) dove tra l’altro si sono svolti anche due importanti momenti: il dibattito con Bianca Pomeranzi sul tema “Crisi del capitalismo e geopolitica del mondo multipolare: uno sguardo di genere” e una serata conviviale in solidarietà con la Palestina che ha visto la presenza fra gli altri dell'eroica compagna Intisar Elwazir, presidente della General Union of the Palestinian Women, e dell'ambasciatrice palestinese in Italia Mai Alkaila. Sono state tre straordinarie occasioni per incontrare compagne e dirigenti politiche provenienti da popoli in lotta, dalla Palestina all'Iraq, da Cuba al Venezuela, dalla Grecia alla Russia, e raccogliere da loro esperienze, sollecitazioni ed esempi per la comune lotta da condurre in ogni paese, con le specificità che i diversi contesti e le diverse problematiche da affrontare impongono.


Passeggiata letteraria nel borgo antico di sPecchia

Alcune voci della letteratura salentina...Superospiti Andrea Pilotta e Lisa Hilton. Si è svolta sabato 8 luglio la quarta edizione della manifestazione incentrata sulla lettura

SPECCHIA. Puntuale si è svolta sabato 8 luglio a Specchia la quarta edizione della Passeggiata letteraria nell’antico borgo nel segno della lettura, uno scambio intenso tra chi scrive e chi legge. E non solo. Fra le stradine del centro storico, le caratteristiche corti, i cortili degli antichi palazzi sono echeggiate le voci dei libri, della poesia e della narrativa in una veste rinnovata sotto la direzione artistica della scrittrice Valentina D’Urbano. Si è confermato il gemellaggio culturale con la cittadina di Riposto, in provincia di Catania, e la presenza di due superospiti Andrea Pilotta e la “maestra” del thriller internazionale: Lisa Hilton. Nel bel mezzo spazio ai versi nell’inno al Meri-

dione e alle sue intense atmosfere con Matteo Greco, (Da grande voglio fare il Meridione (CartaCanta) e al reading di Stefano Zuccalà che ha presentato La tua sopravvivenza (Musicaos) e l’esordiente poetessa Claudia Di Palma (Altissima miseria, Musicaos). Alla Passeggiata Letteraria in anteprima il nuovo libro del professor Carlo Petrachi che accompagna i lettori in un viaggio dal sapore tutto salentino: Salentitudine è, infatti, il titolo del libro edito da Il Raggio Verde che racconta il mare, il mistero e la magia della nostra terra. Con Le strade dei libri (Esperidi Edizioni) Paola Bisconti ha narrato del suo vagabondaggio letterario, delle mini-biblioteche e ha intrattenuto il

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Nel riquadro Tiziana Cazzato presidente delll’associazione Librarti, in basso uno scorcio di Specchia e un momento dell’apertura della manifestazione ; a lato la scrittrice Lisa Hilton

pubblico con il gioco della poesia estemporanea. E non è mancato l’angolo dedicato ai lettori più piccoli, affidato quest’anno alla straordinaria voce dell’attore Pasquale Santoro. E tra le novità di questa edizione il contest fotografico per fissare in fotogrammi i momenti più belli della passeggiata Letteraria 2017.

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Mario Schifano, Futurismo rivisitato a colori, acrilici su tela, 95x115 cm

mario schifano e la PoP art in italia in mostra al carlo v di lecce

La mostra a cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro dedicata a Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni

LECCE. Si è aperta sabato 1 luglio, ma si potrà visitare fino al 23 ottobre, la mostra Mario Schifano e la pop art in Italia. Allestita nelle sale del Castelo Carlo V di Lecce il progetto è promosso da Theutra e Oasimed, in collaborazione con Galleria Accademia di Torino, con il patrocinio del Comune di Lecce e il sostegno di Axa Cultura. Il proget-

to espositivo - a cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro - è dedicato a quattro maestri di primo piano della storia dell’arte italiana e internazionale del secondo Novecento: Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Il gruppo, denominato poi Scuola di Piazza del Popolo, è riuscito a far transitare nel mondo dell’arte moti-

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vi e oggetti provenienti dall’immaginario comune, dalla storia dell’arte e della vita, fornendo un contributo fondamentale all’arte contemporanea. Un dipinto dell’artista Tano Festa, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato Per il clima felice degli anni Sessanta. All’interno campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Piero Manzoni, Franco Angeli, Mario Schifano, Enrico Castellani e quello dello stesso Festa. è il 1969 ma c’è già nostalgia di un decennio mitico che per l’arte italiana – tra Roma e Milano – ha rappresentato un punto di riferimento, anche nel clima culturale internazionale, anche grazie ad artisti stranieri che all’epoca frequentavano molto l’Italia. Dalle esperienze astratte e informali degli anni precedenti, si transita verso ricerche sfaccettate e complesse che riflettono, in contemporanea rispetto alle esperienze americane, sui concetti di riferi-


Mario Schifano A la Balla, 1977, acrilici su carta 146x116 cm

mento della Pop Art: il mito, la società di massa, i paradigmi e i segnali della città metropolitana e il dialogo fecondo tra generi artistici e linguaggi. Naturalmente non si tratta di una rielaborazione passiva del grande movimento americano, che tra l’altro era sbarcato alla Biennale di Venezia nel 1964 provocando un certo scalpore. Al contrario, i protagonisti di questa rivoluzione artistica, tutta italiana e con tangenze internazionali, riflettono su temi e immaginari legati alla loro cultura visiva di riferimento. Al centro di tutto c’è Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto di fermenti, anche grazie a gallerie come La Tartaruga e critici come Alberto Boatto, Palma Bucarelli e Maurizio Calvesi. è qui che si svolge l’esistenza – e la fervida esperienza artistica – dei quattro protagonisti della mostra. La sezione principale ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, Libia 1934 – Roma, 1998). Dopo un periodo di azzeramento di radice concettuale, attraverso i monocromi (1960-1961), l’artista ricostruisce la sua narrazione insieme poetica e intellettuale guardando alla natura e quindi al paesaggio. In mostra due paesaggi anemici che evidenziano la smaterializzazione del colore, che diviene liquido, pur mantenendo la sua

identità e la sua energica forza espressiva. In coincidenza con una mostra retrospettiva di Giacomo Balla (nel 1963), Schifano avvia una rivisitazione del Futurismo, il movimento italiano fondato nel 1909 grazie alle intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e dello stesso Balla, sostenendo idee rivoluzionarie dedicate alla velocità, al mito del progresso e alla commistione di linguaggi artistici, dalla poesia alla scultura, dal teatro alla cucina, al cinema. Al maestro italiano Schifano dedica un ciclo di

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opere, tra cui uno dei dipinti esposti in mostra; mentre al celebre ciclo Futurismo rivisitato a colori è dedicata una delle tele proposte nelle sale del Castello Carlo V. La celebre foto che ritrae il gruppo futurista è proposta come un’icona intramontabile di cultura e storia, ritoccata attraverso colori vivaci e segni veloci, pienamente in linea con una cultura visiva Pop. La televisione diventa per Schifano un primario punto di riferimento visivo, lo schermo tv diviene quindi un paesaggio da esplorare e foto-


Tano Festa, Persiana blu, 1985, acrilici su legno cm. 100x80

grafare per concepire tele che ritraggono brandelli di realtà filtrata dal tubo catodico (in mostra una tela degli anni Settanta che ben evidenzia questa declinazione di senso). Si prosegue poi con le opere degli anni Ottanta, in cui il colore assume una dimensione fondamentale, preannunciando gli sviluppi dell’arte italiana e internazionale, all’insegna di una riscoperta della dimensione eroica del quadro e di un ritorno alla pittura figurativa dopo anni di arte concettuale ed esperienze di azzeramento del linguaggio pittorico. I dollari americani, l’obelisco di piazza del Popolo e le svastiche sono al centro dell’immaginario di Franco Angeli (Roma, 1935-1988), che come un archeologo capta e riconosce l’importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nelle sue tele. In mostra una selezione di opere, alcune di grandi dimensioni, realizzate negli anni Sessanta, decennio fondamentale della sua parabola artistica. Alla dimensione pittorica rimarrà sempre fedele Tano Festa (1938-1988), eleggendo anch’egli a simbolo alcune declinazioni della storia e della storia dell’arte e dell’architettura. In mostra, tra altre, anche una celebre Persiana, in cui l’artista recupera l’elemento oggettuale e reale per fonderlo con la sua grammatica pittorica. La Scuola di Piazza del Popolo non era però composta esclu-

sivamente da artisti uomini, tra l’altro celebri non solo per la loro genialità ma anche per la vita densa di incontri, esperienze estreme, droghe e amori turbolenti. Tra loro c’era una figura femminile insieme eterea e forte, come le sue opere: Giosetta Fioroni (nata a Roma, dove vive e lavora, nel 1932). In mostra opere molto rare degli anni Sessanta, in cui volti argentati delle sue figure femminili si costruiscono grazie a una sovrapposizione sentimentale di velature e segni leggeri, che oramai appartengono di diritto alla storia dell’arte contemporanea.

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La mostra proporrà, inoltre, un ricco calendario (in via di definizione) di attività collaterali, tra talk, proiezioni e attività didattiche e divulgative. Castello Carlo V Lecce, Viale XXV Luglio Apertura al pubblico sino al 22 ottobre luglio e agosto dalle 9 alle 23 (sab/dom e festivi dalle 9.30 alle 23); settembre e ottobre dalle 9 alle 21 (sab/dom e festivi dalle 9.30 alle 21) Intero 10 euro Ridotto 7 euro (under 12)


Pane, alfabeto e socialismo ricordando il “sindaco zanardi”

In scena l’attrice Simona Sagone e il fisarmonicista Salvatore Panu nella Certosa di Bologna

BOLOGNA. Zanardi, pane, alfabeto e socialismo è il titolo dello spettacolo con testo, scritto da Simona Sagone, presentato lo scorso 15 luglio negli spazi della Certosa di Bologna per celebrare il centenario dell’apertura del Forno del Pane che in tempo di guerra consentì ai Bolognesi di non patire la fame. Il centenario coincide con i 10 anni di apertura del MAMbo- Museo d’Arte Moderna di Bologna che ha sede proprio nell’ex Forno del Pane. Lo spettacolo racconta il drastico risveglio del capoluogo emiliano di primo Novecento detta “bella addormentata sopra un cumulo di letame” grazie all’opera del Sindaco Francesco Zanardi e della sua giunta che dal 15 luglio 1914 diede avvio a radicali riforme incidendo sullo spirito della città. La drammaturgia prevede 5 stazioni durante le quali verrà rappresentata la vita e il progetto politico del socialista Zanardi a cominciare dal sostegno alle lotte contadine nel mantovano, da cui proveniva, per arrivare al suo impegno come assessore all’igiene a Bologna nella giunta Golinelli (1902-1905) e alla sua elezione coincidente con gli spari sull’Arciduca Ferdinando e la sua consorte Sofia, a Sarajevo, il 28 giugno del 1914. Verranno evocate le tappe che portarono alla

nascita del fascismo bolognese: la costituzione del Fasci di Combattimento di Leandro Arpinati, i terribili momenti della strage del 21 novembre 1920, che metterà fine alla appena nominata giunta di Ennio Gnudi, successore di Francesco Zanardi, come anche la tragica morte di Libero Zanardi nel giugno del ’22 a seguito di un pestaggio dei fascisti. Il racconto citerà l’elezione del Sindaco Dozza che volle accanto Zanardi sul balcone di Palazzo D’Accursio il 24 marzo del ’46, mentre il popolo nella piazza inneggiava ad una fusione delle forze di sinistra. Lo spettacolo si chiuderà con un ricordo dell’entusiasmante discorso del Sindaco Zanardi tenuto il 14 aprile del 1919 al Teatro Comunale di Bologna per la prima di quattro rappresentazioni teatrali gratuite di istruzione popolare da lui volute, a sottolineare l’impegno di quello straordinario uomo politico per l’elevazione spirituale del popolo attraverso l’arte. Lo spettacolo andato in scena il 15 luglio è stato preceduto da una presentazione a cura del pronipote del Sindaco Zanardi, Stefano Zanardi, grazie alla collaborazione all’evento di AICS Bologna, e sarà replicato il 5 e 26 settembre.

Certosa di Bologna 15 luglio 2017 ore 21.00 repliche il 5 e 26 settembre 2017 Ingresso € 10 di cui due euro verranno devoluti alla valorizzazione della Certosa. Prenotazione obbligatoria al 333 4774139 (matt-pom) info@youkali.it

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the dog sitters sei amici e la Passione Per la musica

Da Bob Marley a Buscaglione un repertorio fatto di “ritmi in levare”

Sono giovani e accomunati dalla passione per il “one drop beat”, la stessa che ha fatto nascere tre anni fa il gruppo. Per loro un nome insolito: The Dogsitters. Sei musicisti che riabbracciano gli strumenti per proporre un repertorio tratto dagli autori che hanno fatto la storia dei ritmi in levare, spie-

gano facendo trapelare l’entusiasmo e l’amicizia che li unisce. Da Bob Marley a Prince Buster, da Gregory Isaacs ad Al Barry and the Cimarons, immergendo nel mondo del rocksteady anche cantautori italiani come l’intramontabile Fred Buscaglione o grandi interpreti stranieri come Amy Winehouse. The Dogsitters con un sound originale e caratteri-

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stico assume lentamente una forma stabile, con l’attuale formazione composta da una solida sezione ritmica con instancabile bassline, suoni puliti di chitarra elettrica, piano, hammond, voce. Inutile dirlo, è vietato stare fermi, e di sicuro quest’estate avrete modo di ascoltarli in giro qua e là nel Salento. per restare aggiornati visitate la loro pagina Facebook.


marcello morandini Museo MA*GA, Gallarate VA via E. De Magri 1 fino al 16 luglio 2017 Orari:Lunedì chiuso Martedì-venerdì, 10.00|18.30 sabato e domenica, 11.00|19.00 Info: Tel. +39 0331 706011 serPotta e il suo temPo a cura di Vincenzo Abbate Palermo, Oratorio dei Bianchi 23 giugno – 1 ottobre 2017 omaggio al granduca: i Piatti d’argento Per la festa di san giovanni a cura di Rita Balleri, Maria Sframeli Firenze, Palazzo Pitti, Tesoro dei Granduchi 24 giugno - 5 novembre 2017 anime. di luogo in luogo christian boltanski a cura di Danilo Eccher 26 giugno - 12 novembre 2017 Bologna, vari luogh da caravaggio a bernini caPolavori del seicento italiano nelle collezioni reali di sPagna roma, scuderie del Quirinale via XXiv maggio 16 fino al 30 luglio 2017 Intero € 12,00 | Ridotto € 9,50 | Ingresso gratuito fino ai 18 anni enrico meo e hassan vahedi Castello Normanno-Svevo di Mesagne fino al 30 luglio 2017 orari di apertura: dal martedì al sabato 9.30-13.00/17.00-21.30; domenica e giorni festivi 9.3012.30/18.00-21.00; lunedì giornata di chiusura al pubblico.Ingresso libero. info: 347 0080778

Percorso illustrato sulla vita e l’oPera Pastorale di san carlo borromeo Arona (NO), Parco della statua di san Carlo (piazzale san Carlo) fino al 15 ottobre 2017 Orari : tutti i giorni, 9.00 – 12.20 / 14.00 – 18.15; domenica orario continuato; Ingresso al terrazzo e interno statua: € 6,00; Ingresso solo al terrazzo: € 3,50 Informazioni: Tel. 0322.249 669

hollyWood icons. fotografie dalla fondazione John kobal Roma, Palazzo delle Esposizioni Via Nazionale, 194 24 giugno > 17 settembre 2017 Domenica, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì dalle 12.00 alle 20.00 Sabato dalle 12.00 alle 23.00 lunedì chiuso L’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura Info: tel. 06 39967500 agnetti. a cent’anni da adesso Milano, Palazzo Reale 4 luglio – 24 settembre 2017 Ingresso gratuito Orari:lunedì: 14.30-19.30 martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30-19.30; giovedì e sabato: 9.30-22.30 (ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)

PhiliP guston and the Poets Venezia, Gallerie dell’Accademia Campo della Carità, 1050 fino al 3 Settembre 2017 magnum’s first Brescia, Museo di Santa Giulia fino al 3 settembre 2017 www.bresciaphotofestival.com la grafica di burri. nuova sezione museale Città di Castello (Pg), ex Essicatoi del Tabacco

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ai temPi di degas fino al 27 agosto 2017 da un’idea originale del MoMAMuseum of Modern Art Spazio Fontana Palazzo delle Esposizioni Roma, Ingresso libero da via Milano 13 domenica, martedì, mercoledì, giov. e ven. dalle 12.00 alle 20.00; sab. dalle 12.00 alle 23.00 - lun.chiuso botero Roma, Complesso del Vittoriano Ala Brasini Via di San Pietro in Carcere Per info e prenotazioni 06 87 15 111 valery koshlyakov. non smettiamo di costruire l’utopia 29 Luglio 2017 Venezia, Ca’ Foscari Esposizioni Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari di Venezia Tel. 041 2348118; e-mail: comunica@unive.it Orari: la mostra rimarrà aperta fino al 29 luglio, dal mercoledì al lunedì, dalle 10 alle 18 (chiuso il martedì). Ingresso libero PhiliPP hackert i Porti del re Castello di Gallipoli fino al 5 novembre 2017 Ingresso: giugno e settembre dalle 10 alle 21 luglio e agosto dalle 10 alle 24 novembre 10/13 - 15/17 Biglietto. Intero 7 euro; ridotto 6 euro (studenti, professori, forze dell’ordine, gruppi di almeno 12 visitatori e convenzioni attive). Ridotto 4 euro (6-14 anni, oltre 65 anni, scolaresche, diversamente abili e relativi accompagnatori, gruppi superiori a 20 unità, residenti). Gratuito per minori fino a 5 anni, guide turistiche con patentino e con gruppo, disabili, giornalisti accreditati. Noleggio audioguida 3 euro. La biglietteria chiude mezz’ora prima della chiusura del Castello. Info e prenotazioni: 0833262775 www.castellogallipoli.it

ITINER_ARTE...DOVE E QUANDO...

WoW, gilles! Milano, Spazio Oberdan viale Vittorio Veneto 2 fino al 16 luglio 2017 Orari: lunedì chiuso; dal martedì al venerdì: 11-13/14-19; sabato e domenica: 11-20. Ingresso: 11 €. Info +39 02 36638600


LUOGHI DEL SAPERE

in libreria, roma e il suo mare. scorci dall’antichità e il medioevo

Pino Blasone Ettore Janulardo Mario Marazzi Claudio Mocchegiani Carpano ROMA E IL MARE Edizioni di storia e Studi sociali 2017 € 14.00

Non si tratta di uno dei tantissimi libri che parlano di Roma, ma di un libro diverso e originale, che punta su una prospettiva precisa: il rapporto della “Città eterna” con il mare, mediato dal Tevere, grande fiume navigabile, e dal porto di Ostia, in alcuni momenti dell’antichità e del Medioevo. Ne sono autori quattro specialisti: Pino Blasone, Ettore Janulardo, Claudio Mocchegiani Carpano e Marazzi. Il curatore è l’archeologo Sebastiano Tusa. è stato appena pubblicato dalle Edizioni di storia e studi sociali. Roma e il Mediterraneo: un rapporto complesso, che evoca conflitti egemonici, migrazioni, incursioni predatorie, rivolgimenti religiosi. Nell’orizzonte geopolitico del Mare nostrum, dai tempi pagani ai secoli della Chiesa, la città eterna cambia pelle e ridefinisce i propri ruoli, con discontinuità sovente traumatiche, mentre insiste a rivendicare la propria universalità. Anche quando si riduce a una città di piccole dimensioni, come avviene tra il IX e il X secolo, Roma rimane Caput mundi, per il suo passato di potenza e il suo presente di capitale della cattolicità. Nel corso della sua lunga storia essa non smette inoltre di rispecchiarsi e di ritrovarsi nelle acque, nei tòpoi e nei miti del suo fiume, il Tevere, mentre rinviene brani significativi della propria identità nel suo antico porto di Ostia, nei commerci, nelle navigazioni d’altura, nelle sue difese costiere. In questo orizzonte, materiale e immateriale, erompe allora un mondo di relazioni, in cui approdano religioni, convengono pensatori pagani e cristiani, si stanziano eserciti e predoni, villeggiano papi e si sedimentano miti. In questo lavoro quattro studiosi, offrono alcuni scorci emblematici di questa lunga vicenda, da prospettive diverse ma tutte affascinanti. Dall’introduzione di Sebastiano Tusa” Attraverso la lettura di questo saggio a più mani percepiamo e quasi «ascoltiamo» il brulicante ambiente di sponda del Tevere nel suo attraversamento cittadino. Vediamo la vivace e chiassosa umanità che si riversava sulle sponde del Tevere per praticare le più svariate attività, principalmente commerciali, ma anche ad esse collegate. Commercianti di vino, olio e frumento che attendevano con ansia le proprie mercanzie o che si preoccupavano del loro carico e scarico. Pellegrini che arrivavano da tutte le parti del Mediterraneo con i loro variopinti e disparati abbigliamenti. Vediamo sulle banchine di sponda aggirarsi atletici personaggi maschili in cerca di lauto ingaggio per esercitare la loro abilità di sommozzatori in cerca di carichi perduti. Ma soprattutto vediamo la lunga e lenta teoria di barche e barconi tirati dai buoi sugli argini del fiume per portare le merci dai porti sulla costa alla città. Durante questo faticoso e lungo viaggio che poteva durare anche tre giorni echeggiavano i canti dei caudicarii che ci richiamano alla memoria le indimenticabili litanie del «barcarolo va contro corente».

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il giardino del bisogno la nuova raccolta di versi di lino manca

LINO MANCA Il giardino del bisogno Il Raggio Verde 2017 € 15.00

Si intitola Il giardino del bisogno la nuova raccolta di versi di Lino Manca, edito da Il Raggio Verde, nella collana ConTesti DiVersi dedicata all poesia contemporanea. In copertina un’opera dell’artista Luigi De Giovanni evoca le atmosfere delicate, sussurrate, nelle liriche del poeta leccese. “La poesia di Lino Manca - si legge nella prefazione del poeta Marcello Buttazzo - è una struggente descrizione dei trascorsi contadini, con le zolle marroni di rosso sangue: radici che affondano in una vivida terra di ancestrali vicende. Lino è molto attento al paesaggio, distillato nella sua purezza primigenia. Luoghi da respirare acutamente e da bere a piene mani. Il suo paese natio, San Pietro in Lama, campeggia in tutto il suo essenziale sfavillio di contrada di periferia, da traversare sempre con lo sguardo fiero e aguzzo e con il pensiero pertinace. (...) Lino Manca è un poeta dell’amore, composto e scomposto in tutte le sue varianti. è un poeta della dolcezza, sa abbracciare e consolare gli esseri viventi, sa piangere l’assenza, sa colmare la presenza.” Nato il 13 marzo 1947, Lino Manca da sempre è appassionato di poesia, arte e musica. Per lui il bisogno è riempire il proprio cielo di capacità. Nel lungo impegno come insegnante nei doposcuola comunali e successivamente come impiegato comunale ha organizzato tribune per l’altro organizzando rassegne teatrali e musicali nel suo paese natio, San Pietro in Lama (Lecce). Nel 2008 esce per i tipi di Lupo editore la sua prima raccolta di poesia intitolata Ocra. Ama comporre le sue poesie, rigorosamente su carta, posizionata su un cavalletto perché per lui scrivere versi equivale a dipingere non solo stati d’animo ma anche luoghi e atmosfere parte integrante dell’identità culturale di una comunità.

l’altra metà del cielo il nuovo romanzo di sara foti sciavaliere

SARA FOTI SCIAVALIERE L’altra metà del mio cielo Delos Digital 2017 € 10.00

L’altra metà del mio cielo è il nuovo romanzo, in vrsione ebook, di Sara Foti Sciavaliere. Intrigante la trama che vede protagonista Eliana, una donna con i piedi ben piantati a terra e poco incline al romanticismo, che lavora per un’agenzia di wedding planning. A lei non interessa il giorno del grande sì; per lei quello che fa è solo lavoro, nulla di più. Quello stesso lavoro che ha portato nella sua vita Luca Ferraro, fascinoso e brillante direttore della Tenuta Corterossa. Nessuno sembra leggerle dentro come lui. Ma sono solo amici: è questo il mantra che Eliana continua a ripetersi, nonostante si sia dovuta arrendere all'evidenza di amarlo. Vissuta tra Calabria e Sicilia, Sara Foti Sciavaliere ha deciso di mettere radici in Salento. Guida turistica pugliese e giornalista, da sempre con una grande passione per la scrittura. Redattrice per la rivista online Ripensandoci.com sulle tematiche di genere, collaboratrice della rivista telematica Arte e Luoghi e blogger per AgorArt, oltre a varie esperienze come correttrice di bozze ed editor. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Delos Books della serie 365 Racconti.

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LUOGHI DEL SAPERE

come edera tra i sassi di lucia babbo nei versi lo scorrere della vita

LUCIA BABBO Come edera tra i sassi Il Raggio Verde Edizione: 2017 pp. 168 • € 14,00 ISBN: 978-88-6479-161-6

Come edera tra i sassi è la nuova silloge di Lucia Babbo edita da Il Raggio Verde nella collana ConTesti DiVersi dedicata alla poesia contemporanea. Il libro è impreziosito dalle immagini dell’artista Bruno Pierozzi, acquerelli delicati che si insinuano tra le pagine quasi a scandire il ritmo incalzante dei versi nei quali il lettore può leggere e decifrare sentimenti e sensazioni che accomunano gli uomini ad ogni latitudine. “Come edera tra i sassi - scrive nella prefazione la curatrice Claudia Forcignanò - è la sintesi perfetta di ciò che Lucia Babbo rappresenta nel piano infinito della sua esistenza: una donna fortemente, caparbiamente aggrappata alla vita, incurante delle intemperie che le sferzano il volto e un terreno, spesso arido su cui camminare giorno dopo giorno. Questa silloge poetica è una sorta di traguardo poetico raggiunto dopo alcuni anni di sperimentazione linguistica e stilistica nel corso dei quali l'autrice ha compiuto un intenso viaggio a ridosso delle correnti poetiche contemporanee imparando a padroneggiarne vizi e virtù e rintracciando nel proprio Io più profondo la corretta chiave di lettura da proporre a chi si avvicina alle sue poesie. Tra anafore, similitudini, metafore, chiasmi, il verso e la metrica si piegano al volere della penna dell'autrice raggiungendo elevati livelli stilistici frutto di un talento puro che incontra la propria dimora ideale in una disincantata osservazione della realtà che parte dall'introspezione e approda nella calda alcova delle emozioni più intime.” Lucia Babbo nasce il 3 gennaio 1962 a Lecce da genitori abruzzesi. Dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere conseguita presso l'Università del Salento, effettua alcune supplenze nelle scuole e subito dopo inizia a lavorare nell'impresa di costruzioni di famiglia. La sua esperienza poetica inizia nel 2014 con la pubblicazione della silloge Planate dell'anima (ed. Pagine), per Albatros pubblica Incedi Piano e Perle d'Ebano con cui partecipa a numerosi concorsi classificandosi tra primi posti e ricevendo svariati riconoscimenti, come ad esempio il premio “Mario Arpea” (2014, 2015, 2016) di Rocca di Mezzo, “Vitruvio” (2016) di Lecce e “San Benedetto nel cuore” (2017) di San Benedetto del Tronto.

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SALENTITUDINE GGGG MARE MISTERO MAGIA NELLE NARRAzIONI DI CARLO PETRACHI

CARLO PETRACHI Salentitudine mare mistero magia Il Raggio Verde edizioni 2017 pp. 132 ISBN 978-88-99679-29-3 €13,50

Dalla grotta della Poesia alle mura messapiche di Roca fino ad addentrarsi nella baia di Otranto o ancora nell’entroterra tra muretti a secchi e chiome di ulivi della masseria di Sant’Asili... In riva all’Adriatico o percorrendo antichi sentieri di pietra è possibile incontrare i personaggi delle leggende e dei racconti raccolti nel nuovo libro di Carlo Petrachi. Salentitudine mare mistero magia è il suo Salento delle mille storie e dei mille luoghi nascosti e segreti che solo il narratore, amante della propria terra, sa cogliere e svelare. Come brezza leggera la parola sfiora l’anima e accompagna il lettore nel viaggio alla scoperta di paesaggi dove incontrare personaggi mitologici o della vita quotidiana per essere trascinati in storie allegre, tristi, curiose, strane...E pagina dopo pagina si percepiscono con i luoghi anche una dimensione dell’anima: quando un giorno avrete imparato ad ascoltare la voce del mare o della pietra bianca di tufo, solo allora vi sarà chiaro il senso della Salentitudine. In copertina la bella scultura di Francesco Atterrato, realizzata sulla spiaggia Fontanella intorno al 1995 e fotografata dallo stesso Petrachi, evoca le atmosfere di mistero e magia che si respirano nei racconti di Carlo Petrachi che agganciandosi alla storia, lega mito e invenzione narrativa. Carlo Petrachi è nato a Melendugno (Lecce) il 16 marzo 1948. Si è sempre dedicato alla ricerca di scritti riguardanti il proprio territorio, scoprendo autori spesso dimenticati o addirittura inediti. è autore di articoli di storia e cultura meridionale,di recensioni riguardanti autori meridionali,apparse in pubblicazione salentine quali Liber Ars, Sciabiche e Tramagli, Il Corsivo, Quotidiano di Lecce, Il Melendugnese, Presenza Taurisanese, Spiagge, Arte e Luoghi. Rina Durante lo ha definito un narratore che restituisce dignità al racconto.Tra le sue pubblicazioni: Niceta Rizzo, una vita per la lirica (biografia) Ed. Salentina – Galatina (LE) 1987; Marine di Melendugno (vademecum storico con itinerari turistici) – Ed. L’Immagine s.n.c. 1988; La leggenda di Fontanella (fiaba) Ed. Zane – Melendugno (LE) 1993; … e arrivò la Befana (novella) Ed. Zane – Melendugno (LE) 1994; Lontano nel tempo (novella) Ed. Zane – Melendugno (LE) 1994; Il talismano di re Arta (fiaba) Ed. Zane – Melendugno (LE) 1995; Le chiavi (novella) – Ed. Zane – Melendugno 1996. La spada dai raggi di luna (romanzo) – Andrea Livi Editore – Fermo (AP), 1998; Melendugno e Borgagne – Elementi per una storia civica – Arti Grafiche Marino, Lecce, aprile 2009. Tra storia e Memoria, Tip. La Melendugnese; 1a edizione, Melendugno, ottobre 2012; 2 a edizione, Melendugno, marzo 2013. Il libro sarà presentato in anteprima a Specchia l’ 8 luglio e il 15 luglio a Melendugno, nella piazzetta dei Pescatori.

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Alcuni momenti dell’adunata, foto di Anna Paola Pascali

i giovedÌ al museo di biologia marina “Pietro Parenzan”

Dal 6 luglio al 3 agosto il ciclo di incontri “la Scienza che non ti aspetti” La scienza può essere divertente se spiegata semplicemente e “mettendo le mani in pasta”. Con questa convinzione il Museo di Biologia Marina “Pietro Parenzan” ha organizzato, in collaborazione con l’Area Marina Protetta - Comune di Porto Cesareo e Centro di Educazione Ambientale di Porto Cesareo, presso il laboratorio della Torre Chianca appena restaurata e aperta al pubblico, esperienze scientifiche pratiche di Biologia Marina. I partecipanti saranno guidati dai professori del Laboratorio di Zoologia e Biologia Marina dell’Università del Salento (cui il Museo afferisce) e da pescatori. Saranno esperienze pratiche condotte al microscopio, dal vivo e con l’ausilio di filmati e immagini, attraverso cui i partecipanti potranno conoscere aspetti particolari della vita nel mare. Partecipazione su prenotazione, chiamando il numero 331 1148539. Dopo l’appuntamento di apertura, lo scorso 6 luglio, a cura del professor Ferdinando Boero si prosegue il 13 luglio, (ore 19.30) con il professor Genuario Belmonte che terrà una relazione dal titolo “A pelo d’acqua, cose mai viste”. La superficie del mare è l’ambiente di più grande estensione di tutto il pianeta. Non è solo un confine, tra mare e cielo, ma il posto scelto da miriadi di piccoli esseri per vivere, anche se è il meno studiato di tutti. Una semplice raccolta di questi organismi, in superficie, consentirà ai partecipanti di dare un’occhiata nel particolare plankton adattato a vivere quasi fuori dall’acqua. Il 20 luglio, sarà la volta del professor Stefano Piraino che affonterà “Una questione spinosa: Riccio (di mare) e i suoi fratelli”I partecipanti impareranno a riconoscere

diverse specie, a distinguere i maschi dalle femmine, e scopriranno come un riccio percepisce la luce o il buio intorno a sé (anche se privo di occhi), come si muove (anche senza pinne e senza zampe) come si nutre e quali sono le sue prede principali, come respira (anche senza branchie e senza polmoni). Infine, i biologi marini “in erba” osserveranno dal vivo come si riproduce un riccio, partecipando ad un esperimento di fecondazione delle uova. Si discuterà anche dei motivi per cui è stato introdotto il fermo biologico e della sostenibilità della pesca di ricci e delle oloturie. “Vita segreta tra le alghe” sarà il tema dell’incontro il 27 luglio con la professoressa Simonetta Fraschetti. A occhio nudo guardando le alghe che ricoprono le rocce in superficie si potrebbe pensare che non ci sia vita animale, ma basta raccogliere qualche ciuffo e osservarlo al microscopio per vedere fuoriuscire una miriade di organismi, piccolissimi, organizzati in una rete alimentare che si basa proprio sulle alghe, ma soprattutto sugli organismi vegetali che a loro volta vivono sulle fronde delle alghe o alla loro base. Crostacei, vermi, molluschi, che sono poi l'alimento di organismi di più grandi dimensioni tra cui molti pesci. Infine, il 3 agosto, Giuseppe Fanizza risponderà ad un quesito davvero importante: “Conosciamo il pesce che mangiamo?”Il pesce è un ottimo alimento, ma sappiamo scegliere il pesce fresco e le differenze tra pesce allevato e pesce selvatico? E la ricca varietà di pesci che si possono acquistare a Porto Cesareo? Per rispondere a queste domande….. chi meglio di un pescatore? Info: 0833 569502.

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la PrinciPessa sconosciuta e il suo tesoro. al mumig di miggiano

Maurizio Antonazzo

Una mostra per inaugurare il Museo diffuso nato per la valorizzazione dei beni culturali. Dal 13 luglio al 15 ottobre

MIGGIANO. “Il tesoro della Principessa sconosciuta” è il titolo della mostra che si inaugura giovedì 13 luglio alle ore 21.00 presso la Grotta dell’Abbraccio in Via S. Vincenzo, 68 (Canonica Parrocchiale). L’evento espositivo, nell’ambito del MuMig Sottosopra, è promosso dalla Fondazione Parco Culturale Ecclesiale "Terre del Capo di Leuca - De Finibus Terrae", insieme alla Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, al Museo diocesano e alla Parrocchia S. Vincenzo Levita e Martire e all’Amministrazione comunale di Miggiano”. Il programma dell’evento culturale prevede i saluti di Sua Eccellenza Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S.Maria di Leuca e di Giovanni Damiano, Sindaco di Miggiano, si proseguirà con gli interventi di Antonio Petrich, giornalista e scrittore, di Don

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Gianluigi Marzo, Direttore Ufficio Diocesano Beni Culturali, e di Federico Massimo Ceschin, Direttore Parco Culturale Ecclesiale "Terre del Capo di Leuca - De Finibus Terrae", con la partecipazione musicale del concerto di ottoni dell’Apulia Brass Quartet. Sarà possibile visitare Il tesoro della Principessa sconosciuta dal 13 Luglio al 15 ottobre prossimi con il seguente calendario: martedì, giovedì e domenica, dalle ore 18.00 alle 21.00. Con aperture straordinarie: il 19 agosto con il concerto di archi del Kiss Quartet, il 9 settem-

bre con il concerto di clavicembalo del maestro Francesco Scarcella, dall’1 al 3 ottobre con “I dialoghi nel MuMig”, dibattiti di storia e cultura e dal 12-15 ottobre con “Il tesoro esposto in EXPO 2000”, la Fiera Regionale - Industria Agricoltura Artigianato del Salento. Il MuMig (Museo di Miggiano) nasce nel 2017 come luogo “diffuso” per la valorizzazione dei beni culturali di Miggiano e per l’animazione culturale della città. L’idea è di creare una rete di luoghi adibiti a Museo (chiese, cripta, frantoi e cantine ipogee) per valorizzare storia, tradizioni e beni culturali presenti sul territorio parrocchiale. Tutti (privati ed enti pubblici) potranno chiedere di far parte del Museo diffuso, mettendo a disposizione luoghi e beni per creare un piccolo indotto culturale organizzato. Sulla storia della Principessa sconosciuta c’è una leggenda che risale all’anno 1874 quando, nel feudo di Miggiano, alcuni cocchieri furono presi da meraviglia grande dinanzi al sordo

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richiamo sui cavalli del corteo che scortava una bellissima e giovanissima principessa nel suo viaggio di ritorno dall’Egitto. I cavalli sembravano essere stati catturati da una paura misteriosa che impediva loro di procedere per la via. Vane furono le frustrate e le spinte degli sfiniti servi. La Principessa desiderava tornar presto nella sua terra, tra i suoi affetti più cari, perché sentiva le forze venirle meno e percepiva aprirsi di fronte a lei la strada del ritorno a Dio. Strinse tra le mani il suo Rosario d’oro, ricordo del suo adorato Padre e Re, e fece voti al Buon Dio per poter riprendere presto il suo viaggio, quando… i servi videro una luce provenire da una grotta, sotto una Chiesa! La Principessa chiese ai servi di essere portata tra quella luce e ai suoi occhi apparve una donna splendente con una Croce in mano che sembrava un martello e che teneva al guinzaglio un drago spaventoso che nulla poteva di fronte alla sua tenerezza.

La donna tra la luce le rivolse queste parole: “Il Buon Dio ti ha fatto dono del talento del raffigurare, prendi tela e colori e fissa il mio volto per questa gente e la sua terra, perché tutti vedano che Marina è regina nella luce, vittoriosa con il suo Signore”. Le ancelle corsero nella carrozza e subito la Principessa che aveva mano d’oro nel ritrarre stese linea e colori e fissò il volto della Santa sulla tela che piegò e volle depositare in una fenditura della roccia insieme con un calice, a un Bambinello ricordo della sua Madre e Regina, il suo Rosario d’oro e la Croce che le pendeva sul petto. Volle lasciare un piccolo tesoro, che potesse solo in parte raffigurar il suo cuore che non fede ardente e carità immensa consacrò al buon Dio fino all’ultimo suo respiro. Il tesoro della Principessa sconosciuta MuMig, Miggiano 13 Luglio al 15 ottobre

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la chiesa di santa marina scrigno di tesori bizantini

Edito da Congedo, la monografia dedicata all’antica Chiesa di Muro Leccese a firma di Marina Falla Castelfranchi e Sergio Ortese

MURO LECCESE. Lo scorso 7 luglio, la piazzetta di Santa Marina è stata la scenografia naturale per la presentazione, in anteprima della monografia Muro Leccese. Chiesa di Santa Marina, Il più antico ciclo Nicolaiano del mondo bizantino, dedicata a una delle più importanti chiese del periodo bizantino costruita tra il IX ed l’XI secolo, a cura di Marina Falla Castelfranchi e Sergio Ortese. Il volume inserito nella Collana “De là da mar” fondata e diretta da Sergio Ortese per i tipi di Mario Congedo editore, mette in luce le caratteristiche più rilevanti di questa chiesa, l’aspetto archeologico, architettonico, decorativo e pittorico, attraverso saggi scientifici ed approfondi-

menti di studiosi e luminari della materia. Un’opera completa che racconta nel dettaglio i tratti salienti che caratterizzano la chiesa bizantina, famosa per il ciclo Nicolaiano più antico del mondo bizantino. Su questo edificio è stato scritto tanto, ma mancava quella che possiamo definire “la carta d’identità del sito”, da oggi il lettore avrà la possibilità di conoscere ogni aspetto che caratterizza il monumento, anche grazie ad un lavoro interdisciplinare, inoltre, saranno svelate delle chicche e piccoli segreti ancora sconosciuti al grande pubblico. Diversi gli studiosi che hanno dato il loro contributo alla pubblicazione: Marina Falla Castel Franchi fa il punto sui dipinti bizantini e bizantineggianti e racconta

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nel dettaglio il ciclo di affreschi dedicato a San Nicola di Mira, mentre Massimiliano Limoncelli è l’artefice di una lettura stratigrafica delle murature, di uno studio architettonico della chiesa e di una interessante ricostruzione virtuale del dipinto originale dell’abside. Lo storico dell’arte Sergio Ortese racconta le numerose stratificazioni pittoriche registratesi nel corso dei secoli, puntando l’attenzione sulla produzione artistica realizzata tra il ‘500 e il 1700. Il restauratore Giuseppe Maria Costantini, oltre a considerare la materia pittorica degli affreschi, esamina con dovizia di particolari i vari restauri realizzati all’interno e all’esterno dell’edificio, mentre Brunella Bruno e Oda Calvaru-


La Chiesa di Santa Marina a Muro Leccese (Lecce)

so spiegano gli scavi archeologici e i ritrovamenti compiuti all’interno e nell’area circostante la chiesa. Chiude il libro un saggio di natura demo-etno antropologica a cura di Fernando Bevilacqua, che fa il punto sulla festa dedicata a Santa Marina, esistente da secoli, ma rivalutata solo a partire dal secondo dopoguerra; nello scritto sono raccolte le interviste dei protagonisti della valorizzazione e del comitato festa, insieme ad uno spaccato di vita e tradizioni. Il grande merito di questo volume e dell’intera collana è da individuare nella straordinaria capacità di rivolgersi a tutti, anche ai non addetti ai lavori, senza rinunciare al dato scientifico; con questa pubblicazione la cultura è a disposizione del grande pubblico. Insomma studiosi e semplici curiosi della materia conosceranno i segreti nascosti tra le mura di una delle chiese più affascinanti e ricche di storia del territorio salentino e non solo. “La monografia su Santa Marina - ha rimarcato l’Assessore alla cultura Tonino De Pascalichiude un ciclo di conoscenza sui monumenti, l’arte e l’architettura del vasto panorama artistico presente a Muro Leccese. Un altro tassello che si aggiunge al lavoro di valorizzazione e promozione che si è fatto nel corso degli anni e che ci aiuta a far conoscere e promuovere il nostro territorio.

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la valigia dell’emigrante. arte e migrazioni al salento bike cafe’

La mostra di Franco Gelli e il videoclip Weather and Late di Alberto Piccinni

GALLIPOLI (LECCE). Le migrazioni, il paesaggio, le potenzialità dell’essere umano nelle tavole originali del progetto La Valigia dell’emigrante firmato da Franco Gelli in mostra al Salento Bike Cafè dal 2 al 30 luglio. Nato a Parabita nel 1930 Franco Gelli ha rappresentato uno dei nomi più importanti della poesia visiva pugliese. Il fenomeno migratorio analizzato nella sua complessità e nelle sue contraddizioni in 20 tavole pubblicate dalla storica Coop. Punto Zero dagli anni 70 fino agli anni

90 con lo sbarco della Vlora. La mostra è stata ritrovata e ripristinata grazie alle associazioni Zig e U.P.E. Matino al fine riconoscere il valore contemporaneo del messaggio dell’artista utile a comprendere le grandi sfide dell’uomo sulla terra (ambiente e accesso alle risorse, migrazioni e istruzione, territorio e cultura). Un viaggio nell’immaginario migrante del sud Italia, tra le emozioni e le lacerazioni dei viaggi e dei distacchi, le difficoltà nell’integrazione, nella scuola e nell’educazione dei figli. Lo

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sguardo di Gelli riesce a coniugare il passato e il futuro delle migrazioni come fenomeno fisiologico dell’evoluzione e come opportunità di rigenerazione dell’uomo e delle sue potenzialità. Nella stessa serata l’eclettico musicista e cooperante Alberto Piccinni presenterà Weather and late una folk song ironica e scanzonata dedicata al territorio, all’emigrazione, alla logica distorta dell’assistenzialismo e della corsa al progetto con un video denso di paesaggi, biciclette e voglia d’evasione.

Intervengono: Francesco Aprile (critico d’arte), Antonio Ciniero (docente Sociologia delle migrazioni - Unisalento), Livio Romano (scrittore), Luca Coclite (artista visivo), Sonja Kieser (etnomusicologa - Università di Vienna) e seguirà una selezione musicale. In occasione dell’inaugurazione della mostra di poesia visiva di Franco Gelli (Parabita 1930), sarà presentato il videoclip Weather and Late del musicista cooperante Alberto Piccinni in cui la bicicletta diventa il mezzo di eva-

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sione dalle contraddizioni del mondo contemporaneo. Una serata dedicata alle gioie e ai dolori del Sud Italia sempre in tensione tra vecchi e nuovi fenomeni migratori, alla ricerca di simboli e linguaggi culturali che conferiscono nuove chiavi di lettura del passato e del presente.

La valigia dell’emigrante mostra di Franco Gelli Sp108 - Ex Colonia Staiano Lido Conchiglie - Lecce Info: 392 11 44 073


Un momento della prima edizione foto di Cameralight; nel riquadro la jazz vocalist Elisabetta Guido

doctor Jazz mios festival magia di note a muro leccese M U R O LECCESE. Omaggio a Billie Holiday e serata di note jazz e latine per la seconda edizione di Doctor Jazz Mios Festival che torna ad animare piazza del Popolo, il prossimo 21 luglio alle 21,30 a Muro Leccese. Dopo il successo della prima edizione quest’anno il festival ospiterà il fisarmonicista pugliese Vince Abbracciante, il cantante e chitarrista brasiliano Caio Chagas, la cantante e produttrice televisiva Patrizia Bulgari. Ospite a sorpresa, con alcuni brani in piano solo, il pianista, compositore e produttore discografico Alberto Tafuri Lupinacci che vanta una lunga serie di collaborazioni con alcuni importanti artisti come arrangiatore e tastierista (Fabrizio De Andrè, Jovanotti, Enrico Ruggeri, Elio e le Storie Tese, Steve Jansen, Stewart Copeland dei Police solo per citarne alcuni). Dal 2010 affianca come vocal coach Elio delle Storie Tese, in varie stagioni di X Factor. Il Festival, patrocinato dal Comune di Muro Leccese e dal Club Unesco di Galatina, organizzato da Vernaleone&Partners con la direzione artistica della cantante Elisabetta Guido e dello scrittore Romualdo Rossetti, è dedicato al compianto dottor Culiersi per tantissimi anni farmacista a Muro Leccese. Da qui nasce l’idea del titolo “Doctor”, perché il dottore era appassionato di musica jazz,

La seconda edizione in scena il 21 luglio in piazza del Popolo. Omaggio a Billie Holiday ed esibizione dei finalisti del Concorso per voci nuove

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conoscitore ed amico personale di numerosi musicisti i quali molto spesso frequentavano la sua casa di Muro. Mios, invece, è l’antico nome di Muro Leccese ed è un modo per enfatizzare e promuovere la musica e la città. All’interno del programma infatti anche l'esibizione di Azzurra Cuonzo e Claudia Cantisani, finaliste del concorso per voci nuove promosso dal festival in collaborazione con l’etichetta discografica leccese Dodicilune, diretta da Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti. Ma veniamo alla serata che sarà aperta da Valentina Grande, apprezzata cantante jazz salentina, accompagnata alla

chitarra da Aldo Natali. Subito dopo spazio al quartetto della cantante, autrice e produttrice televisiva Patrizia Bulgari celebre al grande pubblico per alcune partecipazioni in gara a Sanremo - con un repertorio di intramontabili classici del jazz. A seguire sul palco il cantante e chitarrista brasiliano Caio Chagas insieme al chitarrista salentino Claudio Tuma e al sassofonista Mirko Fait. Il trio proporrà brani di Chagas e Fait e alcuni classici del repertorio della bossa nova. Non mancherà un omaggio a Billie Holiday con l’esecuzione di “God Bless The Child“ nella rilettura di Elisabetta Guido accompagnata al pianoforte da Carla

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Petrachi e con una poesia di Romualdo Rossetti dedicata alla Lady Day letta dall'attore Maurizio D’Anna. In chiusura un meltin’ pot di suggestioni e atmosfere “mediterranee” con il virtuosismo di Vince Abbracciante e del suo accordéon, sostenuto dal passo discreto della chitarra di Nando Di Modugno, dal contrabbasso di Giorgio Vendola e dalla texture vellutata degli archi dell’Alkemia Quartet composto da Marcello De Francesco e Leo Gadaleta (violino), Alfonso Mastrapasqua (viola) e Giovanni Astorino (violoncello). Ingresso libero. Muro Leccese, piazza del Popolo, ore 21:30.


maria bolignano Quando la comicità è donna

Due chiacchiere con l’attrice e autrice di testi teatrali, vincitrice del Premio Troisi nel 2005 Attrice caratterista e versatile, Maria Bolignano interpreta, al cinema, ruoli in diversi film di successo, come Si accettano miracoli di Alessandro Siani, Benvenuti al nord di Luca Miniero, Ma che bella sorpresa di Alessandro Genovesi e Un’estate al mare di Carlo Vanzina. In televisione, invece, prende parte a diverse fiction di Canale 5, come I delitti del cuoco, Baciati dall’amore, Due imbroglioni e mezzo e Un ciclone in famiglia, e ad alcune produzioni Rai, come Un posto al sole e La squadra, oltre a far parte del cast di comici della popolare trasmissione di Rai 2, Made in sud. A teatro interpreta Sesso senza cuore.com di Serena Dandini, Il fondamentalista napoletano di Simone Schettino, oltre a vari spettacoli di Paolo Caiazzo. Alla carriera di attrice, alterna anche quella di autrice, sia teatrale, dei suoi spettacoli Zitellandia e Caburlesque, sia televisiva, con la sit-com, da lei ideata, Corsie d’emergen-

za, in onda sulla rete campana Canale 8. Firma anche raccolte di racconti umoristici, come Anche i capitoni hanno un’anima e Racconti in outlet. Nel 2005 vince il premio Massimo Troisi come miglior attrice comica. Come definiresti Maria Bolignano? Non classificata Come sei arrivata la mondo dello spettacolo? In macchina ! A parte gli scherzi, lavorando molto senza mai mollare anche nei momenti più difficili. Crederci sempre!!! è difficile per una donna far ridere? Lo è in generale, soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo. Più difficile sì ma è la nostra "mission" e dobbiamo portarla a termine Ci parli dei tuoi ultimi lavori? A parte Made in Sud , programma nel quale mi sento in famiglia, quest'anno

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mi è piaciuta molto l'esperienza fatta sul set de I Bastardi di Pizzofalcone, la fiction di RAI 1 tratta dai romanzi omonimi di Maurizio De Giovann, che ha avuto un grandissimo successo, tanto è che è prevista la seconda serie.

Se ti dico Mimmo Tuccillo chi ti viene in mente? Eleganza, fantasia e arte. Per le mie occasioni importanti vesto sempre Mimmo Tuccillo. E poi è una persona squisita, molto attenta che riesce a farti sentire sempre la più bella.

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Lecce, particolare del Sedile in piaza Sant’Oronzo

le Piazze barocche del salento e la commedia all’italiana Stefano Cambò

I luoghi del Cinema

Da “Mine Vaganti” a “Sei mai stata sulla luna?” e Il Giudice Mastrangelo tutti pazzi per i set salentini

egli ultimi anni si è assistito ad un incremento notevole della produzione cinematografica italiana legato alla rinascita di un genere che sta ritrovando finalmente il suo vecchio splendore, dopo anni passati un po’ in sordina. Il genere in questione è quello della commedia (nel senso letterale del termine). Quella stessa commedia che cerca di far ridere e allo stesso tempo riflettere il pubblico sulle tematiche sociali e culturali del tempo che viviamo. Il che non è sempre semplice, visto il periodo storico e politico! Eppure, nonostante le nuvole all’orizzonte, molti registi e produttori italiani si sono messi in gioco ponendo le loro capacità intellettuali al servizio di questa antica e sempre verde arte del raccontare. Così in gioco che nell’ul-

timo decennio sono stati sfornati tantissimi film che si rifanno a questo genere. E alcuni di questi (divenuti grandi successi al botteghino), devono molto della loro fortuna alle locations scelte. Più che locations, le piazze! O meglio ancora, le piazze barocche del Salento… La nuova terra promessa del cinema italiano. Così promessa, da diventare un vero e proprio set a cielo aperto in tutte le stagioni dell’anno. Infatti, dal duemila ad oggi, si è assistito ad un incremento notevole delle commedie nostrane che hanno scelto il Tacco d’Italia come luogo d’ambientazione naturale per le vicende raccontate durante la pellicola. Vicende che trovano il loro punto di forza appunto nelle piazze, diventate nei vari film, lo

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scenario perfetto per le peripezie e le vicissitudini dei vari protagonisti. Capostipite e portabandiera a tal proposito è sicuramente Piazza Sant’Oronzo a Lecce, centro nevralgico e pulsante della vita sociale della città e diventata celeberrima nel 2010 grazie al film Mine Vaganti del regista turco Ferzan Ozpeteck, che qui girerà una delle scene più divertenti ed esilaranti del suo film (quella della chiacchierata a denti stretti tra il padre e il figlio ai tavolini del bar, con il primo convinto che tutti lo stiano a guardare e giudicare). In parte occupata dall’Anfiteatro Romano risalente al I e II secolo, questa bellissima piazza (definita il Salotto elegante di Lecce), vede innalzarsi su un lato una colonna, donata a tutta la comunità dalla città di Brindisi, con sopra la statua di Sant’Oronzo. Di fronte alla statua si trova l’armonioso Palazzetto del Sedile, antica sede del Municipio, dove il sindaco riceveva i cittadini e oggi punto strategico per le informazioni turistiche. A pochi metri da questo edificio, sorge la Chiesetta di San Marco, importante testimonianza dell’esistenza nel capoluogo di una piccola colonia di mercanti veneti giunti in città per praticare attività legate all’ambito del commercio. Un’altra testimonianza artistica posta davanti all’anfiteatro romano è la Chiesa di Santa Maria delle Grazie con la facciata in perfetto stile barocco. Da Lecce ci dobbiamo spostare in provincia, per andare in un altro luogo e di conseguenza in un’altra piazza protagonista di un fortunato film degli ultimi anni. Stiamo parlando della commedia

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In basso la foto di piazza Salandra a Nardò (foto: sito istituzionale) a lato veduta di Piazza del Popolo a Specchia (Lecce), foto d’archivio

I luoghi del Cinema

Sei mai stata sulla Luna? di Paolo Genovese che vede tra i vari interpreti attori del calibro di Raul Bova, Neri Marcorè (perfetto nell’imitare l’accento salentino), Sergio Rubini, Sabrina Impacciatore ed Emilio Solfrizzi. Ebbene, le riprese di questa brillante pellicola, sono state girate nel 2014 in buona parte nella bellissima Piazza Salandra a Nardò, da sempre considerata il cuore pulsante della città e centro della vita amministrativa, sociale e religiosa sin dalle sue antiche origini. Qui, infatti erano ubicati i due bar del film (quello un pò vintage di Sergio Rubini e quello new age di Emilio Solfrizzi ) e sempre qui è stata girata la suggestiva scena corale della festa patronale con il lancio dei palloni nel cielo da parte dei protagonisti. La nascita di questa piazza risale al XIV secolo ed è resa ancora più importante dalla presenza di numerosi monumenti di un certa rilevanza storica e architettonica. Infatti, al centro, si innalza La Guglia dell’Immacolata realizzata per forte volontà della popolazione locale a seguito del terribile terremoto che sconvolse il Salento nel 1743. In perfetto stile barocco è alta ben 19 metri e la

sua base è di forma piramidale a pianta ottagonale. La costruzione in carparo (tipica pietra del territorio dall’inconfondibile colore ), è costituita da cinque differenti blocchi di grandezza crescente dal basso verso l’alto ed impreziositi dalle statue di San Giuseppe, Santa Anna, San Gioacchino e San Domenico. Una serie di decorazioni e fregi accompagnano tutta la struttura portante fino alla sua estremità dove è posta la Statua di Maria Immacolata. Altri monumenti d’importanza architettonica, culturale ed artistica, che si affacciano sulla piazza e circondano la Guglia, sono il Sedile, la Chiesa di San Trifone, il Vecchio Palazzo Dell’Università, la Chiesa di San Domenico e la Fontana del Toro (simbolo storico della città). E con l’immagine ancora negli occhi del centro di Nardò, scendiamo lungo tutto il tacco d’Italia per parlare di una commedia uscita nel 2006, sequel attesissimo di un film che ha fatto sicuramente la fortuna dell’attore che lo ha interpretato negli anni Ottanta. Stiamo parlando di Diego Abatantuono naturalmente (l’amato Giudice Mastrangelo della fortunata fiction girata in parte nel bellissimo Palazzo


del Principe e nell’antistante Piazza Del Popolo di Muro Leccese) e del suo Eccezziunale Veramente… Capitolo Secondo me, diretto da Carlo Vanzina che ha scelto di filmare uno dei tre episodi proprio nel Salento facendo tappa per le riprese in molte località conosciute della zona. Infatti per le scene corali (quelle che vedono gli attori passeggiare in mezzo alla folla durante la festa di paese) sono state selezionate come set naturali, le piazze di tre comuni del Basso Salento. La prima, in ordine di posizione geografica, è Piazza Dante a Vaste, piccolo paese conosciuto per le sue origini messapiche risalenti molto probabilmente al 600 a.C. Da visitare oltre al centro storico, sono la Cripta dei Santi Stefani, il Palazzo Baronale e uscendo dai confini cittadini il Parco dei Guerrieri, una grande area archeologica

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che include gli antichi scavi risalenti al periodo messapico. Ad un paio di chilometri da Vaste, c’è il comune di Poggiardo con la piazza Umberto I e la piazza Giovanni Paolo II, usate entrambe come set durante le riprese (qui infatti era ubicata la casa dove viveva Diego Abatantuono nel film). Infine, scendendo un po’ più giù, c’è la bellissima Piazza del Popolo di Specchia (uno dei borghi più belli d’Italia) su cui si affacciano la Chiesa Madre, il Palazzo Risolo e il Palazzo Baronale Ripa e usata dal regista soprattutto per girare gli esterni. Quegli stessi esterni che sono diventati ormai un meta turistica ambita dai tanti avventori che scelgono il Salento, oltre che per lu sule, lu mare e lu ientu… Anche per le sue bellissime piazze impregnate di arte barocca.


Rosemary Kennedy

rosemary, la sorella scomoda di John fitzgerald kennedy Claudia Forcignanò

Nel nome di Eva

La terribile storia della terzogenita dei Kennedy l’orrore dei manicomi e la terribile pratica della lobotomia

Scrivere diventa spesso il pretesto per denunciare ciò che di terribile accade nel mondo partendo proprio da un nome, da una storia, da una fotografia o da un volto, sperando di gettare un seme, seppur minuscolo, che generi una riflessione, una reazione, fosse anche di sdegno. Alcune sono storie di rinascita, altre invece sono semplicemente storie di dolore che si raccontano a fatica, ma che al contempo permettono alle protagoniste di avere un po' quella giustizia che non hanno avuto in vita. Questa è la storia di un segreto imbarazzante, ingombrante di una delle dinastie più potenti: i Kennedy. Il segreto ha un nome, Rosemary e il cognome acquisito per diritto alla nascita, è stato la sua più grande maledizione. Nata il 13 settembre 1918 a Boston, Rosemary era la terza dei nove figli di Rose e Joseph Kennedy. Secondo una biografia

scritta su di lei dalla storica americana Kate Clifford Larson, dal titolo “Rosemary: The Hidden Kennedy Daughter”, pubblicato da Houghton Mifflin Harcourt, essendo gli altri due fratelli nati in casa senza alcuna complicazione, i coniugi Kennedy decisero di proseguire la tradizione affidandosi alle cure di una levatrice, ma il parto, avvenuto con circa due ore di ritardo, provocò una sofferenza fetale dovuta a mancanza di ossigeno; secondo altre fonti, semplicemente Rosemary era affetta da una forma di bipolarismo che nulla aveva a che fare con la mancanza di ossigeno durante il parto. Rosemary, rispetto ai suoi coetanei, aveva delle difficoltà di apprendimento che, unite al carattere ingestibile, obbligò i genitori a farle cambiare spesso scuola e insegnanti, senza però mai raggiungere risultati soddisfacenti. Sua madre, più di chiun-

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que altro, cercò di proteggerla affidandola a tutori privati, ma con l'arrivo dell'adolescenza, fu sempre più difficile nascondere la sua natura ribelle e la forte predisposizione nei confronti del mondo fuori dalla prigione dorata della sua casa, la giovane Rosemary custodiva un diario in cui annotava la sua vita, raccontava dei pomeriggi trascorsi a bere the con le sue coetanee, delle feste da ballo, degli abiti nuovi che amava provare nelle prestigiose boutique, dei viaggi in giro per l'Europa e della visita alla Casa Bianca, dove all'epoca risiedeva il Presidente Franklin D. Roosevelt. Una vita tutto sommato vissuta con entusiasmo nonostante i frequenti scoppi di ira, ma con l'arrivo dell'adolescenza e lo sbocciare di una vitale e irriverente bellezza, la situazione andò rapidamente degenerando, perché Rosemary rivelò un aspetto della sua natura che attirò l'attenzione del


rico in cui l'orrore non ha solo il colore nero delle guerre, ma si declina nelle sfumature di grigi di quelle che furono le mura delle più vergognose strutture che il mondo “libero” abbia mai conosciuto: i manicomi. In manicomio finivano coloro che medici compiacenti definivano affetti da “idiozia”, diversi, i ribelli, gli omosessuali, gli artisti e le donne, nello specifico, tutte coloro che non conducevano una vita in linea con i valori imposti dalla società, le mogli poco remissive, le vittime di violenza sessuale, le madri “contro natura”... e le donne come Rosemary, difficili da gestire, imbarazzanti, scomode. I trattamenti "medici" erano di varia natura in una escalation impressionante di violenza: isolamento, bagni in acqua gelata, bendaggi integrali del corpo per giorni interi, elettroshock e lobotomia. Nel 1941, a soli 23 anni, Rosemary, per volere del padre fu sottoposta, appunto ad una lobotomia, pratica con cui, in breve, le furono praticati due buchi in testa, senza anestesia e le furono chirurgicamente recise le fibre nervose dei lobi del cervello. Della ragazza che cantava, scriveva, ballava, sapeva leggere e fare di conto, svolgeva le incombenze domestiche, rimase un vegetale umano in grado di pronunciare solo poche parole, perse l’uso di un braccio e non camminò mai più normalmente, ma finalmente non era di intralcio alla carriera politica dei fratelli. John, Robert ed Edward potevano percorrere senza timore la strada che il padre Joseph aveva con immensa fatica preparato per loro nel partito democratico americano di cui era attivo sostenitore e finanziatore, mentre Rosemary fu rinchiusa in un isti-

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tuto psichiatrico privato a New York e poi in una struttura gestita dalla Chiesa, in Wisconsin. Restava solo un'ultima cosa da fare: inventare una storia credibile ed eticamente valida per giustificare la misteriosa sparizione di Rosemary dalla luccicante società americana degli Anni '40 e così, prima si narrò di un'improvvisa e impellente vocazione che l’aveva condotta verso un convento di clausura, poi che lavorava in una struttura per minorati mentali, ma negli Anni ‘60 la situazione degenerò e diventò sempre più difficile nascondere la verità, finché la sorella minore Eunice, decise di adoperarsi per cancellare la colpa del padre trasformando la fondazione Joseph P. Kennedy Jr. in un ente benefico a favore dei ritardati mentali e nel 1968 fu l'ideatrice e promotrice delle “Olimpiadi Speciali” riservate alle persone con malattie psichiatriche. Mossa da pietà, anche la madre riallacciò i rapporti con la figlia, cui fu persino dato il permesso di prendere parte ad alcune riunioni di famiglia, fino al 2005, anno in cui morì, ormai ottantacinquenne. Al termine di questo racconto triste, ogni commento è superfluo, resta la rabbia e la desolazione per una donna che poteva essere curata in infiniti altri modi, un’innocente che ha pagato il prezzo della sua diversità insieme a migliaia di altre anime, ma dal momento che abbiamo la memoria corta e ci ostiniamo a ripetere sempre i medesimi errori, ogni tanto, ripercorrere vie del dolore già battute, può servire a toglierci un po’ di polvere dagli occhi, perché la violenza ha infiniti volti e nomi.

Nel nome di Eva

padre: un interesse nei confronti della sessualità che si manifestava con atteggiamenti libertini che poco si conciliavano con i progetti politici che Kennedy senior aveva per i figli maschi e che mettevano a repentaglio la reputazione della famiglia. è a questo punto di una storia che potrebbe sembrare quella di giovane donna come tante, che entra la realtà di un periodo sto-


Grandangolo | coordinate non solo geografiche

foto di Antonio Giannini

bari/ san cataldo neW york / manhattan Antonio Giannini

é possibile che due luoghi fisici possano rappresentare due stati dell’anima, complementari e in conflitto perenne? In fotogrammi Andata e Ritorno di un viaggio che non è solo fisico ma tensione continua, attesa. Dopo il successo della mostra tenuta a Bari nella sede di Eataly e poi a Gioia del Colle, e in attesa di presentare prossimamente alcune foto di quel progetto espositivo nello stesso quartiere barese di San Cataldo, il fotografo Antonio Giannini racconta la sua esperienza non solo fotografica... Apriamo così una nuova rubrica “Grandangolo”: osservare il mondo viaggiando al contempo nelle pieghe dei quartieri periferici delle nostre città per arrivare dentro noi stessi

ualcosa è cambiato. Non vedo più quel ragazzo dalla faccia di bambino sempre presente all’angolo del semaforo. Sarà forse

passata una settimana, due, ma solo oggi realizzo la sua assenza. Non ti sono bastate le mance qui e ti sei spostato da un’altra parte della città.

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Oppure ti hanno prelevato come un randagio e portato chi sa dove. Penso. Il mio mezzo euro è ancora qui a testimoniare un’assenza. Da qualche giorno non assolvo al sacro rito quotidiano del buon gesto. Adesso che la siepe di oleandro lungo la careggiata, dove trovava riparo dal sole, è bella che è squadrata e potata e non so più a chi dare il mio obolo, sono io a sentirmi un randagio. Cosa ti sarà successo penso. E cosa mi sta succedendo. Eri li che ti notavo a malapena e adesso che mi prende. Domani, dopodomani, forse tra una settimana ti

ritrovo allo stesso posto, con la faccia di bambino cresciuto in fretta. All’accensione del verde, uscito bruscamente dai miei insoliti pensieri, decido di svoltare a sinistra allungando il tragitto abituale di qualche chilometro. Cosa vuoi che sia, forse mi prenderà un quarto d’ora in più. Il lavoro può attendere. Attraverso uno slargo infondo al quale, su una costruzione a forma di cubo, campeggia ancora, nonostante l’usura del tempo, il sorriso smagliante ed accattivante di Moira “ La regina del circo”. Alla fine del piazzale svolto a destra, semaforo, a

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Grandangolo | coordinate non solo geografiche

foto di Antonio Giannini

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sinistra, ancora a sinistra e in quel preciso istante sono abbagliato da un barbaglio della direzione del mare e tangibile percepisco il significato e la bellezza della “via di fuga” delle linee curve della penisola di San Cataldo che convergono e corrono verso la città. Il mare difronte, che di solito mi inquieta, paradossalmente adesso mi rassicura. Mi fermo sul curvone che lo costeggia e spengo il motore. A quest’ora questo angolo del quartiere è quasi deserto, c’è qualcuno che corre, il sole è ancora basso, le ombre del muro in pietra da questa parte della carreggiata e dei segnali stradali si distendono sul nero asfalto a tratti luccicante. Difronte a me i frangiflutti a forma di enormi cubetti di zucchero grezzo dietro i quali svettano in lontananza le guglie ed i campanili della città, in vicinanza la parte alta e le ciminiere di una nave ancorata nel porto. Decido di stare qui fermo qualche minuto in piedi. C’è una leggera brezza che viene da tramontana, l’odore aspro della salsedine, lo sciabordio incessante e calmante delle onde. Lo sguardo si ferma sulla figura solitaria ed immobile di un uomo disteso, prono, sul

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parapetto prospicente il mare che prende il primo sole del giorno, con il viso nascosto nell’incavo del braccio. Penso: Cosa starà meditando? O forse non pensa a niente? è possibile non pensare a niente? Trascendere la quotidianità dei nostri sentimenti per elevarsi ad uno stato di grazia? Forse è sospeso come me che non mi risolvo ad andarmene via di qui, o come quella nave alle sue spalle ancorata nella rada chissà da quando. Mi vengono in mente i tanti ragazzi bambini partiti dai nostri porti col sogno di una nuova vita e penso a Kavafisi…a “Itaca ti ha dato il bel viaggio” penso all’America. Forse è sospeso anche questo faro che sovrasta il quartiere di San Cataldo. Lui, il faro, sembra soffrire di solitudine e nell’attesa silenziosa di ricevere uno sguardo distratto, vede passare le nostre vite. è nato per essere guardato dai marinai di notte e non sopporta l’indifferenza di quelli della terraferma che non alzano mai lo sguardo al cielo. Il mio sguardo soltanto risponde alla sua silenziosa, lamentosa supplica e, mentre lo guardo gli confesso di preferirlo alle mille, splendide cattedrali, di amare la sua testarda


Grandangolo | coordinate non solo geografiche

foto di Antonio Giannini

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Grandangolo | coordinate non solo geografiche

foto di Antonio Giannini

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ostinazione a tenere su questa terraferma una luce accesa, a segnalare ancora la presenza di una umanità in attesa del viandante, ansiosa di ascoltare le storie di chi ha osato e ce l’ha fatta e di chi è partito e non è mai arrivato. Arrivo in ufficio e al bip emesso dalla macchi-

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na segnatempo al passaggio del mio cartellino, mi viene in mente il mezzo euro lasciato ancora una volta in macchina, alla sua immensa, sconsolata irrimediabile, inutilità e mentre guardo visi sorridenti che mi salutano, sento che oggi qualcosa è cambiato.


Veduta del Gran Sasso, foto di Sara Foti Sciavaliere

la collegiata ss.trinità di manduria Sara Foti Sciavaliere

Chiesa Matrice romanica dell’antica Casalnuovo

Manduria è il cuore del Salento, in quanto è equidistante da Taranto, Lecce e Brindisi. è nota anche come “Città dei Messapi” e del “Primitivo” e il suo nome potrebbe derivare dal termine indoeuropeo “mandus” che significa “cavalli”, riferendosi forse al fatto che i Messapi erano abili allevatori di cavalli, oppure molto più probabilmente l’etimologia della parola ricorda “mand-Uria” cioè “avanti a Oria”, la città confinante capitale politica della confederazione messapica. Nel centro storico di Manduria, che si sviluppa in una serie di stradine strette e contorte, tra i monumenti principali troviamo palazzi gentilizi, la torre dell’orologio, il medievale quartiere ebraico con la sinagoga e la chiesa collegiata romanica intitolata allaTrinità. Ogni manduriano guarda a questo edificio come al più insegne tra quelli della città. Si tratta di un pregevole esempio di architettura religiosa pugliese che,

all’evidente impianto romanico, fonde influssi ed elementi tardo-gotici e catalaneggianti. Dopo la conquista romana e secoli di invasioni, che portarono alla distruzione del paese nel 977, Manduria rinasce nell’XI secolo con il nome di Casalnuovo per volontà di Ruggero il Normanno. Nell’antico centro della città messapica di Manduria viene edificata la chiesa normanna, cuore della vita religiosa e cittadina. Come in altri casi, sul territorio nazionale, anche la struttura urbanistica della città medievale di Casalnuovo prevedeva la collocazione della chiesa al centro, con strette vie e vicoli che la collegavano, e la collegano tutt’ora, all’esterno. Intorno c’erano i “servizi” come il mercato, tanto che questa area conserva ancora il nome originario ossia Piazza Commestibili. Il rapporto tra la chiesa attuale e quella medievale non è ancora ben definito, ma è certa la presenza di alcuni

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elementi che ci riportano indietro nel tempo, come i leoni stilofori collocati ai lati del portale d’ingresso. L’edificio fu realizzato nello stesso luogo dell’antica

chiesa normanna: di dimensione più modesta rispetto a quella cinquecentesca, doveva limitarsi quasi soltanto allo spazio dell’attuale presbiterio, e si pensa fosse composta da tre navate e dalla sacrestia, mentre il campanile, chiamato “la gran torre della chiesa”, potrebbe essere stato costruito precedentemente con scopi militari o civili. Altro dettaglio che porta a dedurre l’esistenza di un’antica chiesa è l’esposizione del prospetto a ponente, in uso nel periodo medievale. Questo affinché il sole nascente, penetrando nell’edificio attraver-

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so le finestre dall’abside, illuminasse subito l’altare maggiore. Anche l’inserimento del rosone sulla parte centrale della facciata, sebbene costruito durante il rifacimento cinquecentesco, rientra nello stile di una precedente tipologia architettonica che richiama il romanico-gotico. La costruzione della chiesa attuale fu iniziata invece sul finire del XV secolo e i lavori si dovettero concludere entro la seconda metà di quello successivo, forse nel 1562. Ignoto è il nome dell’architetto, seppure il portale col soprastante rosone della facciata e il


Storie. L’uomo e il territorio

il mosaico di Otranto, particolare; foto a lato la scrittrice Ornella Albanese (foto di Sara Foti Sciavaliere)

fonte battesimale (datato 1534), risultano opera del maestro Raimondo da Francavilla. Altri interventi e ampliamenti furono eseguiti nel Settecento e nell’Ottocento, la chiesa oggi visibile è il risultato del restauro dell’architetto anconetano Lorenzo Corrado Cesanelli che negli anni 1937-1939 la liberò dalle sovrastrutture dei secoli XVIII e XIX, restituendole l’antico aspetto. Si evidenza inoltre che nel periodo rinascimentale ai lati dell’antica chiesa furono costruite cappelle indipendenti e nel Settecento, abbattuti i muri di separazione, le navate da tre divennero cinque. Un altro importante intervento fu

la costruzione del Cappellone dedicato al Santo Patrono San Gregorio Magno, edificato negli anni 1788-1792 a spese di tutta la cittadinanza di Manduria. Nel Cappellone sono custodite due bellissime statue del Santo. Nella nicchia a destra è custodita la statua lignea policroma di San Gregorio Magno nelle vesti papali eseguita nel 1786 dai fratelli Trilocco, scultori napoletani; nelle nicchia a sinistra è posta una seconda statua del Patrono, in cartapesta policroma, eseguita a Lecce nel 1902 da Raffaele Carretta. Un elemento affascinate di questa costruzione è di certo l’interpretazione iconografica e la fun-

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zione comunicativa delle raffigurazioni sulla facciata: queste, come è consuetudine nelle chiese e cattedrali romaniche e gotiche, hanno lo scopo di insegnare la fede religiosa alla gente del popolo che non sapeva leggere. La facciata della Chiesa è così simile una bibbia “scolpita”, che insegna e ammonisce. Se ci sofferma sul portale centrale non si potranno non notare due bassorilievi sulle due paraste, all’altezza dei nostri occhi: su quella sinistra è rappresentato un puttino con cartiglio su cui è incisa una scritta riferita alla transitorietà della vita umana, lo stesso puttino poi poggia i piedi su un contenitore a forma di calice e ci


dà l’impressione di rappresentare la vita; sull’altra parasta, troviamo un bassorilievo che rappresenta, invece, un teschio dalla cui bocca esce un cartiglio a forma di falce con incisa una scritta di monito che invita l’osservatore a vedere come diventerà dopo la morte. Vita e morte, inizio e fine, purezza e peccato, e quindi il concetto che la vita è il passaggio all’aldilà. Questo probabilmente il messaggio da trasmettere a chi entrava nella chiesa. Se si volge poi lo sguardo verso si può osservare, in cima la portale, la lunetta ad arco ribassato con la SS. Trinità, alla quale è dedicata la Chiesa Matrice: al centro si può ammirare l’Eterno Padre che

regge sul grembo il Cristo, ancora sulla Croce, contrariamente alla tradizionale iconografia delle “Deposizioni” dove il corpo del Cristo Morto, deposto dalla croce, è adagiato sul grembo della Madonna; nei pennacchi ai lati della lunetta è rappresentata l’Annunciazione con L’Angelo Annunciante e la Madonna con lo Spirito Santo. Qui è possibile leggere la storia di Gesù raccontata ancor prima della sua nascita, con l’Angelo Annunciante e la Madonna, prima dell’inizio e senza una vera e propria fine, poiché il Cristo sul grembo dell’Eterno Padre è ancora sulla Croce, non è morto. Il messaggio probabilmente vuole dirci che è destino

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dell’uomo portare la croce della sofferenza e lasciare le cose terrene, ma che Cristo non muore poiché Padre, Figlio e Spirito Santo sono un’unica persona e se l’uomo si affida alla SS. Trinità avrà il dono della Resurrezione. Ai piedi della SS. Trinità si legge in latino (Hii tres unum sunt). Nonostante sia stata costruita in tempi diversi, la struttura architettonica risulta organica, maestosa ed elegante. Visitando il centro storico di Manduria, la Chiesa Matrice merita do sicuro una visita attenta.


for the love. il nuovo disco di Patisso dJ e aleX myna

Ritmi house per il duo salentino che si prepara ad esportare il sound made in Salento

In uscita il nuovo singolo intitolato “For the love” di Salvatore Patisso dj e Alex Myna. Il brano in collaborazione con Maky Ferreri sbarcherà il prossimo 23 giugno in rete e in tutti i digital store tramite la Etna Recordings, etichetta svizzera che fa capo al noto dj producer Mike Candy e pronta a lanciare la nuova traccia dei due artisti. Dopo il successo ottenuto con il singolo “Between house”, che due anni fa sancì il sodalizio tra Patisso e Myna, il duo salentino sforna un altro inedito e si appresta ad esportare il sound made in Salento dando vita alla seconda creatura discografica con tre versioni di un’unica traccia: la “Radio Edit” della durata di 3 minuti e 10 secondi dedicata alle radio, la “Original Mix” per i dj e la versione “Instrumental” della durata di 4 minuti e 53 secondi. “Si tratta di un brano fresco e dalle ritmiche house molto radiofoniche, con un piano old style che rende un tocco di classe e di allegria” – spiega Salvatore Patisso -. Per gli artefici di “For the love” i pedigree parlano chiaro: Patisso dj è sulla scena del clubbing pugliese e italiano da oltre vent’anni. Nel palmares artistico del leccese si annovera anche il brano “I got fee-

ling” con il quale si è fatto conoscere e apprezzare a livello internazionale. Galatinese doc e ingegnere informatico, Alex Myna (Alessandro Minafra) si è distinto invece tra i produttori di maggiore talento, con la traccia “White” giunta tra le prime posizioni della prestigiosa Electro House Top 100 di Beatport.

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vitantonio mastrangelo e l’album "daily life soundtrack" Dal 23 giugno su tutti i digital store il nuovo album pubblicato da Videoradio Edizioni Musicali

Minimal, post-acoustic e instrumental tre parole chiave per definire il nuovo disco di Vitantonio Mastrangelo. Il repertorio proposto è una fusione tra il genere della chitarra fingerstyle, il post-rock.Tutto rigorosamente suonato con chitarra classica elettrificata, stomp-box e sonaglio da piede, in un set da one man band decisamente originale. Il lavoro discografico, disponibile dal 23 giugno su tutti i digital store, è pubblicato da Videoradio Edizioni Musicali. Vitantonio Mastrangelo ha suonato e composto brani con la band "In Cold Blood" per quasi 10 anni. Hanno inciso insieme tre album e girato l'Europa centrale e il Messico, da headliner e di supporto ad artisti nazionali e internazionali, quali Zu, Municipal Waste e All Shall Perish, per citarne alcuni. Tra le collaborazioni della

band, quella con il guitar hero canadese Jeff Waters, leader degli Annihilator, sul brano "Kill To Get" dell'album "A Flawless Escape" del 2011. Dal 2013, alterna performance "in strada" in giro per l'Europa, spontaneee e all’interno di festival a esibizioni pubbliche in vari locali

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italiani, proponendo in entrambi i casi un repertorio di composizioni originali, alcune delle quali possono essere ascoltate sul suo canale di YouTube. Suona attualmente nella band di Patrizia Pellegrino e dal 2012 ad oggi vanta diverse collaborazioni come compositore, quali quelle con l'Unità.it, L&C srl e Gemelli Art.


Le foto sono delle tele di Roberto Buttazzo sono di Oronzo Fari

il realismo di roberto buttazzo e le storie di san vito

Presentate lo scorso 23 giugno nel Chiostro di Palazzo Andrioli, le tre tele raffiguranti alcuni episodi della vita del Santo in attesa che si risolva la questione della loro collocazione nella Chiesa Matrice

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l Chiostro di Palazzo Andrioli, a Lequile, nella serata del 23 giugno scorso alla vigilia dei festeggiamenti per il santo patrono, si è trasformato in un'aula universitaria grazie all'intervento dello storico d’arte Lucio Galante che ha illustrato le tre grandi tele su Le Storie di San Vito firmate dall’artista lequilese Roberto Buttazzo. Davanti ad una platea attenta e numerosa, ad una ad una sono state svelate le opere, accolte da fragorosi applausi. La prima tela (in realtà una gigantografia dal momento che quella reale è posizionata nella Sagrestia della Chiesa

Matrice) “documenta” la consegna della reliquia con il sangue di San Vito avvenuta il 6 aprile 1722 così come riportato nell’atto del notaio apostolico Vito Giancane, un documento storico dal quale l’artista ha ricavato dettagli e informazioni utili alla realizzazione dei soggetti raffigurati, compresi gli oggetti come lo stesso reliquiario. L'inserimento del bambino sui gradini intento ad allacciarsi una scarpa è un particolare che sottolinea il senso della verità dell'evento ha spiegato il professore Galante che firma il testo critico nel catalogo in cui, oltre ad ana-

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lizzare da un punto di vista stilistico e iconografico le opere, ne sintetizza la storia. «I tre dipinti gli sono stati commissionati nell’ormai lontano 2005 dall’Amministrazione Comunale per essere sistemati nella locale Chiesa Matrice. Non sono per lui le prime opere di soggetto religioso, avendo già realizzato il Cenacolo per la Chiesa Madre di Tricase, Il sogno di Giuseppe e Giuseppe artigiano per la Chiesa di San Giuseppe Patriarca a Copertino e L’elemosina del Beato Egidio per il convento francescano di Lequile. (…). Partendo dall’inizio, ciò che è ormai noto della loro storia è che ha visto tre attori principali, l’Amministrazione Comunale di Lequile, che ha deliberato di finanziare le opere, l’artista al quale è stato affidato il compito di realizzarle, e il parroco del tempo della chiesa alla quale erano destinate, che ha concordato con l’artista i soggetti da raffigurare. Si è, insomma, verificata nel presente la tipica congiuntura, come accadeva nel passato, che dava origine alle opere d’arte, costituita, appunto, dal committente finanziatore, dall’artista, ritenuto all’altezza del compito, e dal consulente di turno, competente in materia di dottrina, per dare suggerimenti sul relativo soggetto e sull’iconografia, trattandosi appunto di arte sacra. Inutile dire che rispetto al passato, il ruolo del terzo è certamente cambiato, essendo l’artista relativamente più libero di documentarsi» E svelando le tele inedite, Lucio Galante si è soffermato a lungo non solo nell’analisi iconografica delle opere ma anche sullo stile pittorico che si può definire “realistico”. Non è un caso che l’artista per definire le fisionomie dei personaggi si sia avvalso di modelli veri; chi era pre-

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Le foto delle tele di Roberto Buttazzo sono di Oronzo Fari

sente allo svelamento ha potuto notare la somiglianza di alcuni personaggi con gli artisti Damiano Tondo, e Pasquale Urso, ad esempio, amici di lunga data dell’artista e che sono intervenuti alla presentazione. L’autorevole docente universitario si è soffermato a lungo sullo stile pittorico evidenziando come esso si basi sulla conoscenza delle tecniche classiche e le regole compositive proprie dell’arte sacra. Tecniche, che Buttazzo padroneggia in modo superlativo, e alle quali si aggiungono la vis creativa e la ricerca documentaria. Nella tela, San Vito incontra la comunità lequilese, episodio non suffragato da fonti documentarie, Buttazzo ha lasciato fluire la sua immaginazione per tradurre un tema puramente celebrativo, il sentimento di devozione che lega nel tempo i Lequilesi al suo Santo. La Chiesa, la guglia di San Vito con la piazza diventano elementi simbolici dell’incontro tra il Santo, raffigurato come un giovane sorridente vestito alla romana, e la sua gente: la varietà di estrazione sociale e gli abiti di epoche diverse sottolinea la continuità del legame di fede e devozione nel tempo. Il miracolo del terremoto, tema della terza tela, narra in forma drammatica l’evento sismico che sconvolse il Salento il 20 febbraio 1743. L’artista è riuscito ad imprimere alla tela un grande movimento ripartendo le azioni su diversi piani prospettici: una soluzione che gli ha consentito di inserire gli elementi identificativi dei luoghi e gli episodi che dovevano rappresentare gli effetti drammatici e tragici dell’evento, compreso l’intervento del Santo nonché di risolvere così come per le altre pale il problema condizionante del formato verticale e centinato delle tele che hanno, appunto, lo stesso perimetro degli

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spazi del Presbiterio della Chiesa Matrice di Lequile. Probabilmente a monte della irrisolta questione, un'incomprensione tra l’amministrazione comunale dell'epoca e l’arcidiocesi di Lecce ha spiegato il sindaco Antonio Caiaffa che però si è dichiarato ottimista pensando alla risoluzione

l’artista Nato a Lequile (Lecce) nel 1945, Roberto Buttazzo si diploma presso l’Istituto d’arte “Giuseppe Pellegrino” di Lecce. Dopo aver insegnato Educazione Artistica per 23 anni, lascia il mondo della scuola per dedicarsi completamente alla pittura e alla scultura nel suo atelier a Lequile (Lecce), in Largo San Vito 5. Lunga e costellata di successi la sua carriera artistica che lo ha visto esporre in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Che siano nature morte, ritratti, sculture o pannelli iperrealisti lo stile pittorico di Roberto Buttazzo è inconfondibile. Sorprendenti sono gli esiti della sua ricerca artistica sulla figura umana e sulla plasticità della materia pittorica che spesso tende a superare la superficie della tela producendo effetti spiazzanti nel fruitore che, osservando le sue opere, non può far a

della vicenda. La partecipazione accorata, l’affluenza dei visitatori, anche nei giorni seguenti quando le tele sono state esposte nei locali di via Trieste in occasione dei festeggiamenti di San Vito Martire, fanno ben sperare. Le tele di Roberto Buttazzo sono oggettivamente belle, ha concluso Galante facendo notare come esse soddisfino almeno tre dei caratteri fondamentali dell’arte sacra. La prima tela, Traslazione delle Reliquie di San Vito è collocata provvisoriamente nella Sagrestia della Chiesa Matrice, la seconda e la terza rispettivamente San Vito fra la gente di Lequile (2015) e Il miracolo del terremoto (2017) aspettano per il momento a casa dell’autore in attesa che si risolva l’alterna vicenda che impedisce tuttora che le opere vengano collocate nel Presbiterio dove erano state destinate.

meno di interrogarsi sul rapporto realtà , finzione e illusione e constatare l’altissimo livello qualitativo della sua pittura che sa tradurre in visioni simboliche la quotidianità così come narrazioni di carattere sacro. Sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private: numerose le tele collocate nelle Chiese salentine tra le quali spicca il Cenacolo, una tela di 32 metri quadri, realizzata nel 1992 per la Chiesa Madre di Tricase. L’opera riveste una notevole importanza nello scenario dell’arte sacra italiana suscitando l’interesse degli esperti e dei media nazionali. Continua a misurarsi con soggetti di arte sacra nel 1995 realizzando per il Convento dei Frati Minori di Lequile una grande tela raffigurante Sant’Egidio da Taranto. Nel 1997 l'Università di Lecce si è interessata al suo lavoro per l’allestimento del Museo d'Arte Contemporanea nel convento degli Olivetani oggi trasferito nella sede di via Birago. Nel 1999 realizza due grandi tele per la chiesa di S. Giuseppe Patriarca a Copertino (Lecce) (Il sogno di Giuseppe e Giuseppe falegname). Il Comune di Alessano nel 2001 gli dedica una mostra antologica, presentata dal prof. Lucio Galante, seguita nel 2003 dalla mostra omaggio che gli tributa il Comune di Lequile con la curatela di Toti Carpentieri. Nel 2013 è tra gli artisti di “Lavori in corso. Corpo 1” la rassegna curata dallo stesso Carpentieri al Must Museo Storico Città di Lecce e nel 2016 presenta nel frantoio ipogeo di Castrì le sue sculture nella collettiva d’arte curata da Marinilde Giannandrea.

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I LUOGHI NELLA RETE

è stata posticipata alla mezzanotte del 15 ottobre 2017a seconda edizione del contest “Salento in Love”, promossa dall’APS Morfè e il blog AgorArt, in collaborazione con la casa editrice Il Raggio Verde. Il tema scelto per la seconda edizione del contest è “C’era una volta… in Terra d’Otranto”. I racconti proposti potranno appartenere a qualunque genere letterario purché siano inediti e compaiono i riferimenti espliciti suggeriti dal tema. I luoghi e la Storia di una terra si mescolano spesso a miti e leggende, dando vita all’immaginario di un popolo. Il Salento, secolare terra di frontiera e di incontro di culture e genti, ha un preziosissimo bagaglio in questo senso, e la fantasia e la saggezza popolare, tramandate di generazione in generazione, raccontano ancora oggi di sirene e folletti, guerrieri e macare, santi e prodigi. Gli autori dovranno scoprire e lasciarsi ispirare da questo Salento “fantastico”. I racconti devono avere una lunghezza compresa tra le 6000 e 10000 battute, spazi inclusi. Ogni autore può partecipare con un racconto per contest. Ogni racconto dovrà essere inviato alla redazione di AgorArt (redazione@agorart.net) e per essere riconosciuti validi per la valutazione e la selezione devono essere corredati con tutti i dati utili, pertanto fatte attenzione a rispettare le modalità indicate nel regolamento scaricabile dal sito http://www.agorart.net


Alcune sequenze dello spettacolo Diario di un brutto anatroccolo (foto d’archivio)

la salentina factory trionfa a montenegro

Lo spettacolo Diario di un brutto anatroccolo si è aggiudicato il premio "Città di Kotor". E a Novoli ritorna il festival I teatri della Cupa dal 27 luglio al 1 agosto

La venticinquesima edizione del Festival di Teatro Ragazzi di Kotor in Montenegro, tra le più importanti manifestazioni europee dedicate al teatro per bambini e giovani, vede trionfare con Diario di un brutto anatroccolo la salentina Factory compagnia transadriatica e la modenese Tir Danza. Lo spettacolo, per la regia di Tonio De Nitto e la collaborazione al movimento coreografico Annamaria De Filippi, si è aggiudicato il premio della giuria "Città di Kotor" e il riconoscimento per la migliore interpretazione con Francesca De Pasquale, l’anatroccolo-cigno protagonista con Ilaria Carlucci, Fabio Tinella e Luca Pastore. «Un premio alle cicatrici che non vanno rimosse, alla bellezza che non sempre riusciamo a vedere ma che se si guarda bene, in fondo... in fondo... in fondo a noi stessi è li che aspetta di brillare e accenderci il cuore. Alla forza che possiamo trovare in noi stessi ma anche nell’umanità che non ci deve

abbandonare mai. Agli incontri speciali come quello con Francesca, alle cose brutte che ci hanno reso più forti alle cose belle che ci hanno reso felici, alla vostra città, ai vostri bambini e al vostro festival», hanno scritto dalla Compagnia ringraziando gli organizzatori del Festival. Diario di un brutto anatroccolo

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- che ha già all'attivo una sessantina di repliche nei principali festival e teatri italiani e che per il 2018 ha già cinquanta date confermate tra le quali il "Festival 100, 1000, 1.000.000 Stories" di Bucarest, la Fira de Igualada di Barcellona, il Festival vetrina internazionale Segni d’infanzia di Mantova - coniuga il teatro e la danza a partire da


un classico per l’infanzia di Andersen. Uno spettacolo attraverso il quale Factory continua l’indagine sul tema della diversità/identità e dell’integrazione attraverso un linguaggio semplice ed evocativo. Un anatroccolo oltre Andersen che attraversa varie tappe della vita e compie un vero viaggio di formazione alla ricerca di se stesso e del proprio posto nel mondo e alla scoperta della diversità come elemento qualificante e prezioso. La nascita e il rifiuto da parte della famiglia, la scuola e il bullismo, il mondo del lavoro, l’amore che arriva inatteso e che presto può scomparire, la caccia e poi la guerra come orrore inspiegabile agli occhi di chiunque, tappe di un mondo ostile, forse, ma che resterà tale solo sino a quando il nostro “anatroccolo” non sarà in grado di guardarsi negli occhi e accettarsi così come è, proprio come accade all’anatroccolo della fiaba di Andersen che specchiandosi nel lago scopre la propria vera identità. Prossimo appuntamento lunedì 31 luglio (ore 21) al Teatro Comunale di Novoli nell'ambito della terza edizione di "Teatri della Cupa", Festival del teatro e delle arti nella Valle della Cupa, organizzato dalla stessa Compagnia Factory e da Principio Attivo Teatro, che da giovedì 27 luglio a martedì 1 agosto tra

Novoli e Campi Salentina, in provincia di Lecce, ospiterà alcune tra le principali compagnie italiane di teatro e teatro danza con una particolare attenzione agli spettacoli che, nel corso degli ultimi mesi, hanno entusiasmato la critica e il pubblico, già in programmazione nei più importanti e prestigiosi festival nazionali (Santarcangelo, Inequilibrio, Primavera dei teatri) e presentati nel Salento in prima regionale. Su palchi più o meno “tradizionali” (con prezzi popolari e accessibili) e in alcune piazze (con spettacoli gratuiti) si alterneranno, tra gli altri, Roberto Latini, Licia Lanera, Gianluigi Gherzi e Giuseppe Semeraro, Mariano Dammacco, Silvia Gribaudi, Claudia Marsicano, Antonello Taurino, Fabrizio Pugliese, Meridiani Perduti, Los Filonautas, Roberto Angli-

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sani, Daniele Timpano, Ca luogo d’arte. Il Festival è realizzato con il sostegno di Mibact, Regione Puglia – Assessorato all’Industria turistica e culturale, Teatro Pubblico Pugliese, Comuni di Campi salentina e Novoli in collaborazione con Unione dei Comuni del Nord Salento e Gal Valle della Cupa. info e prenotazioni: 328 2862885 - 340.3129308 www.teatrocomunaledinovoli.com


reportage fotografico dell’evento di Italia Fulvio

acrimercato e solidarietà, il bello e buono dell’alimentazione

Immersi in uno scenario naturale ritorna nell’antico maniero la seconda edizione della manifestazione promossa dalla Croce Rossa Comitato di Corciano CORCIANO. Il Castello di Pieve del Vescovo a Corciano, luogo carico di storia e di fascino, lo scorso 24 e 25 giugno 2017 ha fatto da scenografia alla seconda edizione di aCRImercato: tra innovazione e tradizione: una giornata nel segno della natura e della storia. Per il secondo anno la Croce Rossa Italiana Comitato di Corciano ha organizzato un animato mercato estivo dove produttori sapienti hanno illustrato ai visitatori le qualità dei propri prodotti. L’aCRImercato nasce infatti dall’idea di far crescere la conoscenza degli alimenti primari della nostra alimentazione con l’obiettivo principale di far maturare una scelta consapevo-

le nell'acquisto dei prodotti che finiscono quotidianamente sulle nostre tavole mantenendo le caratteristiche di alta qualità e gusto per il nostro benessere psicofisico. Un percorso per valorizzare il gusto del bello, del buono e del sano. Ma anche un momento di formazione grazie ai laboratori didattici e ai face painting che hanno intrattenuto molti bambini, perché l’educazione alimentare è un aspetto importante sin dalla tenera età. Davvero ricco il programma che ha visto la sera del 24 giugno la realizzazione di un “banchetto di beneficenza” curato dalle “Bontà di Perugia” e Azienda Agraria Pucciarella, con prelibatezze provenienti esclusivamente dal territorio

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umbro. Domenica 25 è stata scandita da alcuni interessanti corsi di formazione: i partecipanti hanno potuto carpire le tecniche per realizzare cesti in vimini interamente a mano, apprendere la lavorazione del “pane di una volta” e di un dolce della tradizione perugina, il “Salame del RE”, rielaborato in chiave moderna. Grazie ai percorsi aromatici curati da Ira Archilei si è andati alla scoperta delle “magiche erbe di San Giovanni” e con il progetto HortoTuo si è potuto apprendere nuovi modi di coltivare l’orto. Non sono mancati momenti spettacolari grazie alla “Compagnia dell’Ariete” che ha allestito un accampamento medievale con simulazioni di combatti-


mento al suono di tamburi, un vero e proprio spaccato di vita quotidiana d’altri tempi.Un progetto, nato per il territorio e per la sicurezza dei suo abitanti e dal risvolto sociale, scopo della manifestazione la raccolta fondi per implementare le risorse tecnologiche e strumentali atte a salvaguardare la vita dei cittadini in situazioni di calamità naturali. (an.fu.)

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Foto a cura di Laura Galli

il castello di Pieve del vescovo sulla valle del caina A circa un chilometro da Corciano, in provincia di Perugia, sorge il castello di Pieve del Vescovo. Si tratta di un antico edificio della fine del XIV secolo situato su un colle dominante la valle del Caina. Citato per la prima volta in una bolla di Innocenzo III, del 1206, era una chiesa dedicata a san Giovanni Battista ma nel 1396 la pieve fu trasformata in castello con torri merlate e cinta muraria. Il 23 giugno 1397 vi si officiò il sontuoso matrimonio tra Biordo Michelotti, che l'aveva occupato, e Giovanna Orsini. Nel 1453 il vescovo di Perugia Giacomo Vannucci fece iniziare la costruzione di un borgo agricolo intorno al maniero. La Pieve del Vescovo (che deve il nome al cardinale Fulvio della Corgna, vescovo di Perugia), ha una forma quadrilatera con quattro massicce torri cantonali, alcune sale dell'interno furono affrescate dal manierista Taddeo Zuccari: interessanti la cappella di san Giovanni Battista, lo stemma del cardinale, le scuderie e le prigioni. Nel decennio 1560-1570, il vescovo di Perugia (15501574) e cardinale Fulvio della Corgna, nipote del papa Giulio III, fratello minore del famoso Ascanio e coreggente del marchesato di Castiglione del Lago (1563-1583), commissionò un radicale restauro della pieve all'architetto Galeazzo Alessi al fine di convertirla in residenza estiva con lussureggianti giardini. Il castello fu scenario del delitto della sedicenne Elena

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Baglioni (figlia di Ranuccio), contessina di Parrano che morì prematuramente il 25 aprile 1567. Probabilmente ad avvelenarla furono la madre Ortensia Farnese e il figlio di primo letto Antonio Marescotti, al quale sarebbe andato il patrimonio se fosse deceduta la giovane. Imputati furono processati a Roma ma furono scagionati. Nel 1576 Fulvio della Corgna (1517-1583) preferì lasciare la pieve per una vicina e nuova dimora, la villa del Colle del Cardinale. Nel 1643, però, il pronipote duca Fulvio II Alessandro decise di vendere quest'ultima, insieme alla pieve, al nobile perugino Cornelio degli Oddi. Il castello, poi, passò in definitiva proprietà dei vescovi di Perugia che amavano trascorrervi l'estate. Tra questi si ricorda il futuro papa Leone XIII che vi soggiornò volentieri e a lungo (19 gennaio 1846-20 febbraio 1878). Dopo un periodo di abbandono e degrado, la Pieve del Vescovo è stata restaurata e destinata ad attività culturali.

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'Confine(Co)llegamento', 2017, Oil on organzaprint, 49 x 72 cm No title yet, 2017, oil on canvas, 50 x 60 cm

arte e inconscio nei diPinti dell’artista tedesca soPhia cull

Si è conclusa il 14 luglio la mostra a Villa La Meridiana

S.MARIA DI LEUCA. Si è conclusa il 14 luglio la personale di pittura di Sophia Cull artista tedesca, originaria di Francoforte, che ha presentato i suoi lavori nelle sale di Villa La Meridiana, a Santa Maria di Leuca in provincia di Lecce. La tensione tra conscio e inconscio è il punto di partenza della sua indagine pittorica. Nelle sue opere particolare importanza assumono il gesto pittorico, la luce, il colore. E la materia: tela, vetro, stoffa... Sophia Cull ama sperimentare la pittura su diversi supporti, passando dalla pittura ad olio alle più svariate tecniche miste intervenendo su stoffa impalpabile come organza o su foto con acrilici o colori ad olio, stesi con pennellate o a spatola talvolta sovrapponendo più strati, quasi un rimando al concetto di memoria, come stratificazione di esperienze traumatiche che si sovrappongono nel tempo, ma nulla si cancella. E non si cancellano le esperienze formative che finiscono per influenzare, come in questo caso, anche l’arte. Sophia Cull, oltre ad essersi laureata all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, ha infatti studiato Filosofia all’Università Ludwig Maximilian - Monaco di Baviera e ha frequentato corsi di Psicologia Clinica (Psicologia Clinica/Psicologia del Profondo) alla stessa università e un seminario relativo all’“Interpretazione Psicoanalitica del Film” all’Università Goethe di Francoforte.

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corigliano d’otranto ricorda borsellino e le vittime della mafia

Una giornata dedicata alla memoria e intitolazione della piazzetta antistante la Caporta alle vittime della mafia

CORIGLIANO D’OTRANTO. Una giornata dedicata alla memoria di alcuni tra i più dolorosi avvenimenti della storia recente del nostro Paese. Il 19 luglio del 1992 il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta persero la vita in un attentato mafioso. Quel giorno, passato alla storia come la strage di via d'Amelio, è vivo nella memoria di tutti gli italiani e legato indissolubilmente alla strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo

e tre agenti della scorta. Mercoledì 19 luglio a Corigliano d'Otranto (Lecce), si è svolta una cerimonia pubblica per l'intitolazione della piazzetta antistante la Caporta (una delle due porte d'ingresso alla città) alle vittime della mafia. «Questa piccola piazzetta è parte pulsante della nostra cittadina, è in luoghi come questo che ha senso lanciare un messaggio ed imprimere qualcosa che resti, alzare nuovi monumenti per suggellare la nostra storia più recente » ha spiegato la sindaca

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Dina Manti «Anche così i luoghi si riempiono di senso e assumono una nuova funzione, quella simbolica. Diventano un messaggio per chi c’è, per chi passa e chi passerà. Adesso e per sempre questa piazza griderà al mondo che Corigliano non dimentica, che la gente di Corigliano è contro la mafia, tutte le mafie. Da oggi questo luogo è il nostro invito alla legalità, il nostro orgoglio e la dichiarazione d’amore verso chi ha combattuto ed ha perso la vita anche per noi».

Dopo aver scoperto la targa commemorativa la serata è proseguita con la presentazione di Noi gli uomini di Falcone - la guerra che ci impedirono di vincere il libro pubblicato da Sperling & Kupfer e scritto da Angiolo Pellegrini - Comandante della Sezione Antimafia di Palermo dal 1981 al 1985 presente alla cerimonia. ha dialogato con lui il Presidente della Corte d'Appello di Lecce Roberto Tanisi. Gli interventi teatrali, messi in scena da Marco Antonio Romano e Liliana

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Putino, tratti da Falcone e Borsellino - Storia di un dialogo testo di Maria Francesca Mariano, Magistrato della Corte D’Assise di Lecce hanno suggellato la fine dell’evento che, tra l’altro, è stato contraddistinto dall’installazione Oracolo di Legalità - percorso tra passato, presente per il futuro recante il ricordo di alcune delle vittime di mafia impresso indelebilmente nella memoria di tutti.


I magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ritratti dal fotografo Tony Gentile

il Parco comunale di latina intitolato a falcone e borsellino

Nell’anniversario della strage di via D’Amelio la cerimonia di intitolazione

Da mercoledì 19 luglio, il Parco comunale di Latina si chiamerà ufficialmente Parco Falcone-Borsellino. La cerimonia di intitolazione ai due magistrati assassinati dalla mafia si è svolta nel giorno del venticinquesimo anniversario della strage di Via D’Amelio, alla presenza della Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, del Sindaco Damiano Coletta, della Presidente della Provincia di Latina Eleonora Della Penna e delle autorità cittadine. La Presidente della Camera e il Sindaco Coletta hanno depositato due corone di fiori presso l’aiuola alla base del monumento ai caduti dove, sul lato destro, sono state collocate le targhe in marmo che ricordano

i magistrati uccisi per mano della mafia, Francesca Morvillo, moglie di Falcone e gli uomini delle loro scorte. Ad interventi conclusi Boldrini e Coletta hanno scoperto la targa (nella foto) che sarà posta all’ingresso principale del Par-

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co (lato Piazza della Libertà). La cerimonia è proseguita con l’esecuzione di due brani di musica contemporanea da parte di Roberto D’Erme e Massimo Gentile. L’evento ha ottenuto anche il patrocinio del Comune di Palermo.


foto di Mario Cazzato

la caPPella di s. iPPolito e il Prete gobbo, un enigma leccese Mario Cazzato

Salento Segreto

a cura di Mario Cazzato

La scomparsa della cappella demolita per abbellire le vie della città

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ffermano le cronache che questa cappella si trovava nel portaggio di S. Giusto, tra la cappella di S. Antonio “di dentro” e quella di S. Stefano delle canne e dava il nome all’isola che partiva dalla chiesa di S. M. della Porta e costeggiava le mura (attuale via Scarambone). Fu demolita nel 1768 per abbellire le vie della città, ma molto più verosimilmente per fare un piacere ai Madaloni, famiglia di riguardo, ebbero pure un sindaco, che aveva il palazzo nell’attuale piazzetta G. A. Acquaviva

che confinava appunto con la cappella di S. IPPOLITO e il palazzo Damiano, ancora esistente. Qualcuno, sbagliando, propose di individuare questa cappella in alcuni resti architettonici al civico 17 di via Bombarde, dimenticando che questa fu completamente rasa al suolo e il terreno concesso alla parrocchia. Una curiosità, nel 1628 officiava a la cappella il prete Orazio Madaloni che fu sospeso a divinis, poveretto, perché gobbo, miope e privo di istruzione ecclesiastica.

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Nel riquadro Carlo Pedersoli campione di nuoto Bud Spencer in un fotogramma del film Lo chiamavano Trinità, fonte: http://it.budspencerofficial.com

continueremo a chiamarlo “trinità” omaggio a bud sPencer Stefano Cambò

Alla scoperta dei luoghi che furono i grandi set del western all’italiana Ad un anno esatto dalla scomparsa dell’attore napoletano la città si prepara a dedicargli una strada

I luoghi del Cinema

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rmai è passato quasi un anno da quando Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, ci ha lasciati. Era un pomeriggio di fine giugno del 2016 e il sole iniziava a far sentire la sua calda presenza sulla nostra pelle quando gli schermi dei televisori di ultima generazione furono invasi dalla notizia della dipartita di uno dei più amati attori italiani. La tristezza di colpo riempì i nostri cuori perché in fondo eravamo convinti che i giganti non potessero morire mai, soprattutto quelli buoni, che facevano ridere la gente e tiravano pugni per finta. Purtroppo però, a volte, è la vita a tirare di

boxe… E quando lo fa, i suoi colpi fanno male. Ma per nostra fortuna e quella delle generazioni che verranno, rimangono i suoi film, quelle piccole perle di sano umorismo italiano che, a differenza della vita sono sì immortali e, come l’araba fenice, rinascono ogni qualvolta vengono mandati in onda sugli schermi. Ed è proprio per omaggiare il grande Bud Spencer che oggi ho deciso di parlarvi di una delle sue pellicole più rappresentative. Era il 1970 quando nelle sale cinematografiche usciva Lo chiamavano Trinità… di E.B.Clucher (che guarda caso sarà il regista anche del sequel). Si tratta di un western all’italiana in chiave

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comica, parodia divertente e sobria dei piĂš celeberrimi spaghetti-western degli anni Sessanta. Pietra miliare del nostro cinema, deve tutta la sua fortuna alla coppia di attori protagonisti che, da allora, ne fecero un vero e proprio marchio di

fabbrica. Stiamo parlando naturalmente di Bud Spencer e Terence Hill ( pseudonimo di Mario Girotti ), meglio conosciuti nel film nei rispettivi ruoli di Bambino e TrinitĂ .

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Campo Imperatore (foto di Ekki01 | https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Campo_Imperatore.JPG

Il primo, definito la mano sinistra del diavolo, è un abile pistolero mancino nonché ladro di cavalli. Poco socievole, dai modi rudi e grezzi, perde facilmente la pazienza nonostante un animo da bonaccione.

Trinità è invece il fratello minore di Bambino e può essere considerato a tutti gli effetti l’antistereotipo per eccellenza dell’eroe western. Nonostante la sua abilità con la pistola, tanto da essere definito

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la mano destra del diavolo, si fa riconoscere soprattutto per la sua pigrizia caratterizzata da un povero cavallo che per tutto il film lo trascina su un carretto. Usa l’astuzia per evitare le spa-


Il borgo di Calcata (foto di Roberto Sinibaldi) (fonte: http://www.parcotreja.it):

ratorie, servendosi di Bambino per raggiungere i suoi scopi, anche se poi tra i due si riconosce un vero rapporto di fratellanza. Un rapporto che trasuda per tutta la durata della pellicola e che esce fuori dagli schermi tanto da poter definire questa unione professionale come una delle più belle e collaudate che il cinema nostrano abbia mai avuto. Eppure, nonostante gli interpreti e il periodo storico in cui venne proiettato (vice campione di incassi al cinema nella stagione 1970-71 e campione d’ascolti in una prima serata del 1988 con ben 11 milioni di telespettatori), il film deve la sua fortuna anche alle locations scelte, che fanno da sfondo agli avvenimenti narrati. Perché, nonostante si tratti di

una trasposizione ambientata nell’arido West, le riprese vennero effettuate tutte in Italia e più precisamente in una zona tra l’Abruzzo e il Lazio. Infatti, per alcuni esterni venne scelta la bellissima località di Campo Imperatore. Si tratta di un immenso altopiano, di origine glaciale, che si estende a 1800 metri di quota in provincia dell’Aquila e che fa parte del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. è diventato famoso nella storia per essere stato la prigione di Benito Mussolini nel 1943 prima di essere liberato dai nazisti nella famosa Operazione Quercia durante la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre Campo Imperatore, insieme alla vicina Campo Feli-


Bud Spencer e Terence Hill in un a scena del film Dio perdona io no , fonte http://it.budspencerofficial.com

Per via dell’elevata quota altimetrica e della quasi totale mancanza di inquinamento luminoso, questo luogo è diventato negli anni la meta preferita dei molti appassionati di astronomia, tanto che tra il 1948 e il 1955 è stato costruito un Osservatorio equipaggiato con un telescopio di oltre un metro di diametro tenuto in perfetto stato dall’Istituto Nazionale di Astrofisica. A livello sportivo invece, la salita che porta alla sommità dell’altopiano è stata varie volte un tra-

I luoghi del Cinema

ce, è stato uno dei luoghi montani d’Abruzzo preferiti da Papa Giovanni Paolo II che d’estate veniva qui a passeggiare in cerca di solitudine e meditazione, frequentando spesso il paese di Assergi e la piccola Chiesa di San Pietro allo Jenca. Proprio per questo motivo, una cima del Gran Sasso è stata a lui intitolata, diventando la cima Giovanni Paolo II. Altro particolare importante è quello che lega Campo Imperatore alla scienza e allo sport.

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Camerata Nuova fonte: http://www.simbruini.it

guardo finale nelle tappe del Giro d’Italia. L’ultima delle quali risale al 1999 e ha visto trionfare, tra due muri di neve, Marco Pantani in una delle sue vittorie solitarie più belle e sofferte. Continuando con il tour dei luoghi più emblematici del film, bisogna scendere a valle e travalicare i confini dell’A-

bruzzo per arrivare in Lazio e più precisamente nella zona di Camposecco a Camerata Nuova, un borgo che sorge in provincia di Roma a circa 800 metri di altitudine nel Parco Regionale dei Monti Simbruini (dal latino sub imbribus traducibile con sotto le piogge, perché gli antichi abitanti della zona avevano notato una strana abbondanza delle precipitazioni che superava di molto la media). Per gratitudine e rispetto nei confronti dei due attori, il comune di Camerata Nuova ha deciso di dare la cittadinanza onoraria sia a Bud Spencer che a Terence Hill. Continuando il viaggio per i luoghi memorabili del film nel Lazio, ultimo posto da vedere sono sicuramente le suggestive cascate di Monte Gelato, nel Parco Regionale della Valle del Treja (la zona tra il comune di Calcata, bellissimo borgo medioevale arroccato su un promontorio in provincia di

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Viterbo, e quello di Mazzano Romano in provincia di Roma). Si tratta di un’area di notevole suggestione naturalistica, caratterizzata dalla presenza del fiume Treja e dallo spettacolo che offre quando il suo letto incontra le rocce in prossimità di un antico mulino d’acqua. Tra sentieri immersi nella vegetazione e paesaggi mozzafiato da catturare sullo schermo del proprio smartphone, si consiglia un abbigliamento comodo e sportivo per una passeggiata all’insegna del verde e della tranquillità, in uno dei posti più belli e romantici del film. E con questa ultima piccola perla si conclude il nostro tour tra le locations di Lo chiamavano Trinità, la pellicola che più di altre ci ha fatto conoscere ed amare Bud Spencer, il gigante buono del cinema italiano.


On line il sito ufficiale dedicato all’artista

renatocentonze.it Per eventuali informazioni di carattere generale o per acquisizioni di opere dell’Archivio scrivere a: info@renatocentonze.it