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L’architettura oltre l’architettura Dialogo con Gillo Dorfles

Caro Dorfles, l’architettura sembra aver assunto un ruolo che supera il proprio perimetro disciplinare e di applicazione, come se noi affidassimo a questa particolare attività progettuale una sorta di funzione, miracolistica e immaginifica, in grado di salvare, riscattare o addirittura trasformare il territorio, da un lato, e, dall’altro, la nostra vita quotidiana. Certamente in questi ultimi anni l’architettura, ma direi soprattutto gli architetti, hanno assunto un ruolo che va oltre quello di progettare edifici o disegnare pianificazioni territoriali. Un fatto positivo, in quanto si riconsegna a questo mestiere, antico e nobile, un ruolo centrale; basti pensare alle nostre città di impianto rinascimentale, come Pienza, Urbino, accanto alle grandi realtà urbane, anche europee, dove il tessuto architettonico preesistente dialoga con le nuove forme architettoniche. Il più delle volte, è una architettura contemporanea che deve intervenire nella preesistenza, con tutto ciò che significa, sia come rispetto, sia come insediamenti innovativi. Questo è un nodo centrale della questione: un’architettura individuale è in grado di riscattare un territorio, basti pensare al Guggenheim di Bilbao, disegnato da Frank O. Gehry, ma è anche capace di insediarsi in un tessuto di forte carica simbolica, ad esempio la Piramide di Ieoh Ming Pei, all’interno del cortile del Louvre. Ben venga, allora, la qualità dell’architettura contemporanea, a condizione che i suoi insediamenti non siano casuali né dettati esclusivamente da una logica di marketing territoriale.

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L’Italia, rispetto agli altri Paesi europei, mostra, alcune volte, difficoltà nell’ospitare il “nuovo”, come se la nostra memoria antica non fosse in grado, qualche volta, di dialogare con il contemporaneo. Resistenze, difficoltà burocratiche, il ruolo delle sovrintendenze e, direi, in generale, il fatto che l’architettura appartenga ancora a un sapere specialistico, circoscritto ai tecnici, e non svolga, invece, un ruolo divulgativo e pedagogico, come invece accade in Europa ma anche negli Usa e in Sudamerica. Ogni Paese ha una propria tradizione, una propria storia, sulla quale il territorio, ma in modo particolare le città, hanno costruito le proprie identità. Le città europee, in modo particolare quelle italiane, soffrono di abbondanza, di presenze architettoniche forti e quasi invalicabili; basti pensare alla diatriba, lunga ormai più di 10 anni, per quanto riguarda la “pensilina di Isozaki” per la nuova entrata della Galleria degli Uffizi di Firenze, o il recente lavoro di Richard Meier dedicato all’Ara Pacis. Credo che, a fronte di una memoria che deve essere in grado di salvaguardare e tesorizzare le grandi opere del passato, dobbiamo fare anche in modo di aprire alla contemporaneità, perché le nostre città non si trasformino in un’esclusiva rappresentazione del passato, immacolata e museificata. Ci sono esempi, rari ma di grande qualità, anche in Italia, basti pensare allo straordinario progetto di Salerno dove attraverso la regia progettuale di Oriol Bohigas, il protagonista della nuova Barcellona degli anni ‘80, la città è totalmente cambiata, ha recuperato il mare, ha ospitato progetti di architetti come Zaha Hadid e David Chipperfield, il tutto con la partecipazione attiva delle istituzioni e dei cittadini.

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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