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Frank O. Gehry Architettura come rivoluzione (americana)

“I

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n Gehry convergono due tipi di ribellione contro i vincoli accademici: quella ebraica radicata nel solco dell’espressionismo e quella specifica del pionierismo utopico americano”. Così Bruno Zevi descriveva l’architetto canadese di origine ebraica, nato Frank Owen Goldberg, al secolo Frank O. Gehry. Il 1954 è anche l’anno della sua laurea alla University of Southern California, Paese di adozione in cui vive dal 1947, e dove compie un classico iter di formazione. Dopo la laurea lavora per Victor Gruen, inventore dello shopping mall, e, al ritorno da un viaggio in Europa, apre il proprio studio nel 1962. Le prime opere con cui si segnala alla cultura architettonica internazionale già annunciano un uso “sprezzato” dei materiali e anticipano le sue successive ricerche compositive. La casa-studio Danziger (1964-65), a Hollywood, è ancora un insieme di volumi introversi in opposizione al pastiche delle attività circostanti, mentre la casa-studio Davis (1968-72), a Malibu, in un volume dai tagli non convenzionali e dalla pelle omogenea in acciaio ondulato galvanizzato già dispiega, all’interno, uno spazio dalla fluidità interrotta da mille accidenti. Sono opere che lo segnalano anche all’ambiente dell’arte californiana ma, soprattutto, fanno parte di un’esperienza di rilettura e di rielaborazione critica dei lavori sperimentali di una generazione di architetti, come Gregory Ain, Harwell Hamilton Harris, Raphael Soriano, con cui entra in contatto a partire dagli anni della sua formazione. Gehry ne assorbe la lezione, ma la restituisce in un momento in cui lo stato delle pratiche costruttive poneva ben diverse condizioni a un giovane progettista. In una situazione di decadimento del sapere e delle abilità, le leggere e anche virtuosistiche soluzioni disponibili alla generazione precedente si trasformano in uno spregiudicato catalogo di espedienti poveri. Il coinvolgimento nei propri progetti degli artisti contemporanei che Gehry frequenta assiduamente (sono gli anni pionieristici della Ferus Gallery, attiva a Los Angeles tra il 1957 e il 1966) è il corollario di tale approccio, con lo stesso occhio disincantanto e utilitaristico che seleziona i materiali da costruzione, anche i più umili e ordinari, come reazione al luogo comune che ne limita ottusamente l’impiego. I mobili in cartone Easy Edges (1969-73), ripresi molto più tardi da Vitra Editions, ne sono la dimostrazione. Così come lo è il Santa Monica Place (1972), apparentemente la risposta di Gehry alla bianca sintassi newyorkese dei Five, in realtà ben lontano dall’ascetismo dell’allora cosiddetta “Scuola di New York”, reso impuro da cacofonie volumetriche e intere facciate in rete metallica. Il vero coup-de-theatre sarà però nel 1978 Casa Gehry a Santa Monica, relitto ri-costruito innalzato a metafora

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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