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Juan Navarro Baldeweg L’artista e l’architetto

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sservato con sguardo disincantato, il paesaggio dell’architettura contemporanea spagnola d’autore appare più contraddittorio che altrove in Europa: non tanto per il ritardo culturale dovuto a lunghi anni di dittatura, quanto forse perché quei tre quarti del secolo d’oro del modernismo (e dei suoi derivati) vissuti sotto un regime repressivo, non solo politicamente, hanno educato più di un autore al compromesso, alla discrezione e all’understatement. Così che bisogna attendere almeno gli anni Ottanta del Novecento e l’emergere di una nuova aspirazione internazionalista perché emergano in Spagna nuove e più inventive posizioni, la coscienza di una possibile alternativa al grigiore morale e urbanistico dell’età franchista: eppure anche queste posizioni apparentemente innovatrici sembrano curiosamente superate, soprattutto quando, come per il politico/architetto Bohigas, si mostrano tardivamente desiderose di ristabilire alla modernità – o almeno a quelle forme che alla modernità si vuole ascrivere – un posto di rilievo nel paesaggio urbano e territoriale. In questo intrigante ma un po’ statico scenario, Juan Navarro Baldeweg rappresenta l’eccezione che conferma la regola. La sua è un’architettura che progredisce incessantemente con gli anni, lo pone al di fuori di scuole e accademie, lo rende felicemente isolato, lontano dalle grandi polemiche e battaglie, quasi soprattutto verbali, del postmodernismo prima, e di molte altre tendenze poi: che poco o nulla c’entrano con la sua personalissima ispirazione, fatta di una capacità intensa di mantenere l’equilibrio tra l’espressività delle opere e il suo programma funzionale. Un privilegio esistenziale o un’intuizione di genio lo hanno favorito fin dagli inizi del suo lavoro: diluire in un decennio gli studi, prima d’arte poi di architettura, e poi ancora, fino al 1975 (anno della morte di Franco), come ricercatore al MIT, ma non a studiare ancora progettazione: con Gyorgy Kepes, fondatore e direttore del Center for Advanced Visual Studies, l’artista/scienziato che per primo analizza con occhio contemporaneo i fenomeni della visione e ne trae i presupposti per quella che sarà poi l’arte cinetica, Navarro Baldeweg affina gli strumenti per quell’insolita combinazione tra arte e progetto che segna la sua intera opera. Non si tratta di incertezza o di indecisione, di leggerezza, e forse nemmeno della moderna aspirazione europea al Gesamtkunstwerk, l’Opera d’Arte Totale: ma piuttosto di un vero e proprio destino, che lo porterà a occupare spesso (come pittore) e occuparsi di (come architetto) luoghi deputati all’arte – da quella preistorica delle grotte di Altamira a quella moderna e contemporanea di musei come il Reina Sofia a Madrid, dal padiglione spagnolo alla

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Millennium - Incontri con l'architettura  

Il libro MILLENNIUM INCONTRI CON L’ARCHITETTURA, a cura di Stefano Casciani e pubblicato dalle edizioni arcVision, vuole essere il racconto...

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