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spedizione in abb. postale 45% - art. 2 comma 20/b legge 662/96 - filiale di Napoli

luglio 2011

architettinapoletani

rivista bimestrale dell’ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di napoli e provincia


Herbert Greenwald e Mies van der Rohe

Q

uesto numero speciale di Architettinapoletani, dedicato all’intervento di Ludving Mies Van Der Rohe per il Lafayette Park di Detroit, nasce in continuità con la mostra/convegno tenutasi presso la Sala Dorica di Palazzo Reale a Napoli. Il rigore, l’ordine e la ricerca instancabile del vero in architettura, di cui Mies si fece interprete, diventa un modello di riferimento e una guida esemplare capace di ri-orientare il fare architettura che troppo spesso oggi si muove su binari che conducono ad esibizioni a volte devastanti. È grazie all’impegno di tanti colleghi che è stato possibile realizzare l’evento di Palazzo Reale ed elaborare questo prodotto editoriale senz’altro emblematico. In attesa del prossimo numero, che verrà presentato a fine anno con un rinnovato editing, inaugurando una nuova stagione di ricerca professionale, assume un particolare significato questo speciale su Mies in quanto rappresenta la conclusione di una serie editoriale che ha avuto un importante riscontro tra il pubblico degli addetti ai lavori e non. Concludere ed annunziare al tempo stesso con Mies un percorso editoriale è una scelta strategica e paradigmatica per una rivista che vuole porsi quale vademecum di aggiornamento ed approfondimento su tematiche nuove e consolidate da cui non si può prescindere. Che sia di buon auspicio il modello di un’architettura onesta, basata sull’integrità strutturale e su una acuta attenzione al particolare, al dettaglio (God is in the detail), assolutamente anti-formalista che si fa carico della sola forza dei materiali e della loro pura essenza.

 

Gennaro Polichetti Presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Napoli e Provincia.


dalla redazione L

a Detroit degli anni sessanta parla alla Napoli postmoderna: questo il presupposto alla base della mostra “Ludwig Mies van der Rohe-Lafayette Park, Detroit”, che si è tenuta dal 26 ottobre al 12 novembre 2010 nella sala Dorica di Palazzo Reale. L’evento, curato da Vincenzo Corvino e Sergio Stenti, è stato promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P.C di Napoli e provincia e dalla Facoltà di Architettura della “Federico II” ed è stata una occasione per riflettere sulle potenzialità dell’urbanistica e della progettazione stretta fra tradizione e istanze abitative. Non è un caso, dunque, che l’inaugurazione è stata preceduta nella sala Conferenze di Palazzo Reale, da una tavola rotonda in cui si è discusso l’attualità dell’opera di Mies van der Rohe: ne hanno parlato, in due sessioni il sovrintendente Stefano Gizzi, il preside della Facoltà di Architettura Claudio Claudi de Saint Mihiel, il presidente dell’Ordine degli Architetti di Napoli Gennaro Polichetti, i professori Benedetto Gravagnuolo, Antonio Monestiroli, Salvatore Bisogni, Francesco Venezia, Adalberto del Bo e Kevin Harrington; ha coordinato il dibattito il prof. Sergio Stenti. L’iniziativa, che ha riunito un parterre autorevole di studiosi e professionisti, ha preso le mosse dalla riflessione scientifica sull’insediamento del Lafayette Park, realizzato a Detroit in un quinquennio (1955-1960) grazie al lavoro di due maestri, Ludwig Hilberseimer e Ludwig Mies van der Rohe. I due Ludwig, avvalendosi del contributo del paesaggista Alfred Caldwell e dell’imprenditore Herbert Greenwald, realizzarono, mezzo secolo fa, un’opera emblematica per ispirazione “democratica” ed eco-compatibilità.

Locandina della mostra e convegno Palazzo Reale 26 ottobre 2010 - 12 novembre 2010

Patrocinando un’edilizia mista, rispondente alle esigenze dei gruppi sociali meno facoltosi, Hilbersermeier e Mies van der Rohe concepirono il quartiere popolare come creatore di paesaggio naturale e lo caratterizzarono con edifici alti e case basse per differenti nuclei abitativi, famiglie e giovani. Dalla Detroit del 1960 alla Napoli del terzo millennio, il passaggio non è ardito: il lavoro di Hilbersermeier e Mies van der Rohe è, infatti, un invito all’architettura postmoderna perché consideri l’architettura come missione sociale al servizio della collettività civile e non come espressione soggettivistica solo di tipo artistico. In un momento di crisi in cui la qualità architettonica rischia di essere compromessa sull’altare del consumo, è necessario guardare a quegli esempi che hanno dimostrato di funzionare bene e che hanno quindi da insegnarci molto sia sul piano dell’architettura sia sul piano della rispondenza dei mezzi ai fini. 

La mostra è stata prodotta dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura del Politecnico di Milano, a cura di Francesca Scotti e con la responsabilità scientifica di Adalberto Del Bo. Comitato organizzatore: Adalberto di Nardi (coordinatore), Carola Coppo, Laura Esposito, Mariagrazia Felicella, Stefano Lento, Luca Magliulo, Chicca Montella, Francesca Natale, Annalisa Perrone, Massimo Scaglione, Leopoldo Schettino. Progetto di allestimento: Raffaele Di Vaio, Tommaso Vecci.


architettinapoletani rivista bimestrale dell’ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di napoli e provincia numero 13 - luglio 2011

editore Consiglio dell’Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Napoli e Provincia Gennaro Polichetti

presidente

Gerardo Maria Cennamo

vicepresidente

Ermelinda Di Porzio

segretario

Francesco Cesaro

tesoriere

Vincenzo Corvino Pio Crispino Maria D’Elia Riccardo Florio Giancarlo Graziani Silvana Manzo Vincenzo Meo Antonella Palmieri Fulvio Ricci Simona Servodidio Salvatore Visone

consiglieri

direttore responsabile Paolo Pisciotta direttore editoriale Vincenzo Corvino responsabile di redazione Giancarlo Graziani numero a cura di Carola Coppo traduzione Elena Ricciardi segreteria organizzativa e traduzione testi Corine Veysselier Ester Burani Antonella Carlo Amelia Maria Cava direzione e redazione Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Napoli e provincia Piazzetta Matilde Serao, 7 tel. 081.4238259 - 081.4238279 fax 081.2512142 http://www.na.archiworld.it e-mail: infonapoli@archiworld.it

in questo numero

Mies Van der Rohe

Lafayette Park, Detroit mostra e convegno

contributi

Sergio Stenti Adalberto Del Bo

Attualità del Lafayette Park

Francesca Scotti

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Tipologia e forma

Salvatore Bisogni

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Variazioni ammissibili

Mario Lo Sasso

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Progetto e tecnologia

Vito Cappiello, Fabrizia Forte

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Modello per il passato o esempio per il futuro?

Kevin Harrington

Mies e l’architettura di Chicago - Intervista di Carola Coppo

Raffaele Di Vaio, Tommaso Vecci

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La città di Mies

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Allestire

servizio editoriale Grafica Metelliana s.p.a. Registrazione del Trib. di Napoli n. 5129 del 28/04/2000 distribuzione gratuita agli architetti iscritti all’albo di Napoli e provincia, ai Consigli degli Ordini Provinciali degli Architetti e degli Ingegneri d’Italia, ai Consigli Nazionali degli Architetti e degli Ingegneri, agli Enti e Amministrazioni interessate spedizione in abb. Postale 45% - art. 2 comma 20/b legge 662/96 - filiale Napoli Gli articoli pubblicati esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano il Consiglio dell’Ordine né la redazione della Rivista. Chiuso in tipografia il 30 dicembre 2010.

in copertina Ludwig Mies van der Rohe presenta il plastico della Crown Hall al Building Committee dell’I.I.T., Chicago, 25 novembre 1952.


Sergio Stenti

La città di Mies

E

Weissenhofsiedlung, Stoccarda 1927

merge da dentro le architetture di Mies un principio di realtà che appare animato da una passione fredda, una tensione ideale verso un mondo di regole, di ordine e di forme che nel suo caso hanno raggiunto spesso la bellezza. Si parla di una certa sua affinità con i pensieri di S. Agostino come quello su “Il bello come luce del vero” e tale accostamento per certi versi può anche essere utile per illuminare un percorso altrimenti carsico che Mies intraprese verso la ricerca del “Vero” in architettura. Ma nel centro del capitalismo mondiale il pensiero cristallino non poteva durare a lungo intatto e cosi anche la purezza miesiana, la ripetizione dell’eguale, dopo un pò venne a noia. “Less is boring” dicevano i primi post modernisti americani negli anni sessanta e non si poteva dar loro torto perché l’uso disinvolto e prolisso dei puri prismi miesiani, dello stile del curtain wall divenne quasi una icona speculativa da Gilded age. A distanza di sessant’anni quella ricerca del bello e del vero si è inabissata di nuovo. Perso il senso della missione sociale, l’architettura è costretta a esibirsi torcendosi in modo devastante: il principio di piacere sovrasta oggi il principio di realtà. Sembrerebbe solo una questione Junghiana, d’incoscio collettivo forse, una rimozione necessaria di tutto ciò che è brutto, squilibrato e negativo che ci circonda. Invece si tratta di una strategia di marketing, di vendita e di utili. Una strategia che è insofferente verso la rappresentazione, e alla fine verso la conoscenza, di tutto ciò che corrisponde alla concretezza della città da vivere e alle responsabilità di chi modifica il territorio. Sembra completamente inattuale quel pensiero del giovane Mies che invocava per l’architettura la liberazione dalla speculazione estetica per ricondurre il costruire a ciò che deve essere, appunto tecnica innovativa del realizzare. Eppure oggi soffriamo per l’esornatività del nostro mestiere, ormai privo di vera necessità e costretto, per sopravvivere, a travestirsi con gli abiti di un’esaltata soggettività artistica. Al di fuori di questo, solo una ricerca di senso, una distanza critica dall’esistente, può aiutarci a

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rompere quel motto dell’architettura contemporanea come merce di valore che suona pressappoco “form follows the market ” o addirittura “form follows the fiction”, facendo collidere architettura con scenografia. Mies proponeva una ricerca dell’essenziale che ci può aiutare a contrapporci all’attuale ricerca di seduzione. Uno dei suoi maggiori progetti urbani è il Lafayette park a Detroit, un unicum nel suo curriculum, disegnato insieme al suo amico Hilberseimer. Il progetto ha un valore che va oltre la sua forma: è una proposta sociale per ricostruire la periferia americana cercando di superare gli slums degli afro-americani. Anche se la riqualificazione degli slums non si è realizzata perché il capitalismo americano non investì nell’edilizia sociale, il Lafayette park rimane un esempio di rinnovo urbano di grande successo sociale con case a basso costo il cui valore di modernità, integrazione e armonia del vivere è oggi ampiamente riconosciuto dai media americani. Mies sosteneva che il suo lavoro progettuale era teso verso la generalità e che preferiva elaborare soluzioni piuttosto che inventarle. Amava lavorare su idee di base per poi svilupparle, perfezionarle anche in diverse soluzioni tecniche e funzionali. Il suo lavoro americano era concentrato soprattutto su due figure : il prisma puro, il monolite cioè, e il padiglione ovvero l’edificio ad aula: High rise building e Clear span building. Il monolite, il prisma tautiano, algido, indifferente, perfetto, pelle e ossa, poteva contenere tutto, case, uffici, ristoranti (si veda il Dominion Center a Toronto), ma allo stesso tempo era un contenitore che celava tutto dietro la pelle in vetro colorato del suo curtain wall. Il padiglione era quasi il suo opposto: un vasto spazio continuo, indifferenziato e adattabile a svariate funzioni, senza pilastri, tutto completamente rivestito di vetro trasparente; il Clear span era un edificio che non celava niente e tutto mostrava. Alcuni dicono che era una specie di tempio laico opposto al prisma puro icona della Gilded age del capitalismo americano. Sui progetti urbani e sul “principio di ordine che caratterizza la città” secondo Mies, gli studi di


a sinistra Concorso Alexanderplatz, Berlino 1928

a destra Fotomontaggio e modello del Campus dell’I.I.T, Chicago 1940

Monestiroli e Del Bo hanno aperto delle riflessioni che si possono approfondire per esempio leggendo insieme il Weissenhof a Stoccarda (1925), il concorso per l’Alexander platz a Berlino (1928), il campus dell’IIT (1940) e il Lafayette park a Detroit (1955). Il rapporto con la città, che non era centrale nelle riflessioni di Mies, si è espresso in modo apparentemente poco coerente nel corso di tutta la sua carriera e si è venuto chiarendo credo proprio a contatto con la griglia americana. Esaminando da vicino proprio quei progetti che più si sono misurati con la “pianificazione urbana”, si può mettere meglio a fuoco il rapporto da lui inteso tra architettura e città. Il piano per il Weissenhof disegna un quartiere residenziale sulle colline della città di Stoccarda per dare luogo a edifici-modello dell’avanguardia architettonica europea. Mies progetta un insediamento cercando di non ostacolare nessun architetto partecipante. Propone una lottizzazione con edifici bassi monofamiliari disposti lungo una strada curva e panoramica e con due edifici più alti e plurifamiliari posti in cima alla collina. I disegni per il Weissenhof ne mostrano la vista dalla base della collina: volumi sparsi a uno o due piani e un lungo coronamento a quattro piani. Se si paragona questa Siedlung con le altre coeve in costruzione in Germania come a Francoforte o a Berlino, il contrasto non potrebbe essere più profondo. Le altre Siedlungen cercano di disegnare quartieri abitabili e confortevoli per operai in un nuovo insieme residenziale, mentre i 21 edifici del Weissenhof esprimono soprattutto un modo borghese di abitare isolato, una anti-siedlung, dove la forma dell’architettura è prevalente sull’insieme. La regola urbanistica usata da Mies è semplice, tetti piani e intonaco bian-

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co. Si tratta insomma di una regola paesistica, buona soprattutto come veicolo pubblicitario, per essere vista da fuori più che per essere vissuta da dentro. Una vetrina per il Werkbund tedesco e la nuova architettura europea che ha funzionato perfettamente sul piano della creazione dell’evento. Sul piano dell’architettura l’edificio di Mies è l’unico veramente innovativo: struttura in acciaio, nessun pilastro interno, distribuzione fissa solo per cucine e bagni, mentre il resto variabile e a piacere. Il concorso per l’Alexander platz a Berlino mette in campo una proposta dirompente: il progetto non cerca nessun confronto con la città della storia. L’istanza della modernità appare qui più forte di ogni cosa, più forte anche del contesto; il progetto vuole costruire un luogo altro, autonomo anche dalle strade e dal traffico. L’architettura sembra evaporata, la forma ridotta a “almost nothing”, tutti parallelepipedi vetrati semitrasparenti e luminosi anche di notte con una ripetizione uniforme del blocco che segna l’isolato. Gli edifici sembrano voler parlare solo tra loro, ma forse si guardano soltanto senza potersi dire nulla. Si riconosce qui la dura impronta della Neue Sachlikeit e una certa vicinanza alle coeve proposte di Hilberseimer sulla Fredericstrasse. Il progetto del campus dell’I.I.T. è disegnato dentro la griglia jeffersoniana di Chicago suddivisa con otto isolati per miglio. Mies progetta il Politecnico con 24 edifici proponendo un’oasi di forte ordine e disegno urbano. L’ordine urbano che egli perseguiva e che poi aveva indicato nella prefazione a The New City (1944) di Hilberseimer era un ordine spirituale prima che materiale, il riflesso spaziale di una comunità che egli vedeva realizzata nella città medieva-


sopra Interno del Campus dell’I.I.T., Chicago in alto Edifici alti, LF park

le. Un orizzonte organico quindi verso cui tendere e che presupponeva larghe convergenze e non solitari sforzi individuali. Il progetto del campus assomiglia a una factory, a un progetto industriale, preciso, meccanico, con attenzione ai costi e programmato per 25 anni. La base tecnica prevede uso di elementi standardizzati, mattoni, vetro, acciaio e controllo progettuale con modulo tridimensionale di 24x24x12 piedi esteso a tutti gli edifici, anche la chiesa. Singolare è questo edificio cappella che non si differenza molto da un edificio di servizio tanto che gli studenti ci misero subito sopra la scritta “chapel”. Mies fece qui quello che aveva criticato delle officine AEG del suo maestro Behrens; diceva che le officine sembravano un tempio e non lo erano. La cappella dell’IIT sembrava un deposito e non lo era. La chiesa è stata per Mies una specie di rompicapo irrisolto tanto che in un’intervista sul finire della sua carriera, alla domanda quale edificio avrebbe voluto ancora progettare, rispose secco: una cattedrale! Tornando al piano urbanistico del campus IIT la sua forma è ritagliata articolando la maglia stradale in strade cieche e strade passanti in modo da conferire una certa generosa pedonalità e differenziazione allo spazio interno suddiviso in isolati di differenti dimensioni. Al centro uno spazio emi-simmetrico segna una piazza-verde. Gli edifici di due/tre piani sono posti con grande maestria negli isolati: sfalsati tra loro creano spazi interstiziali dinamici con una tecnica memore delle avanguardie europee come De Stjil o i Suprematisti. Interessante è la posizione dei due isolati simmetrici sulla State street che mostra la stessa disposizione degli edifici poi usata, specchiata, nelle unità residenziali al Lafayette park. Un giovane imprenditore, un paesaggista sensibile, un urbanista ricercatore e un architetto di qualità insieme ad un sindaco coraggioso hanno creato un parco residenziale di grande valore: il Lafayette park, basato sugli studi urbanistici di Hilberseimer nella scia delle proposte lecorbusiane.

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La collaborazione tra Mies e Hilberseimer ha influenzato quest’ultimo a superare i residui schematismi razionalisti ancora presenti nei suoi iniziali schizzi planimetrici del quartiere, senza diluirne lo spirito ordinatore. Il proficuo incontro ha aggiunto leggerezza, dinamica e varietà di paesaggio alla proposta con la studiata posizione degli edifici di differenti tipologie e altezze. Il quartiere è impostato intorno al parco verde con poche attrezzature pubbliche, una viabilità automobilistica esterna e strade interne cieche. Shopping mall, garage, ed edificazione mista danno completezza e vivacità all’insieme senza caratterizzarlo come new town o come città giardino. Il Lafayette è un quartiere urbano, una proposta abitativa per la periferia. E, se anche non c’è passeggio nelle strade perimetrali dove sfrecciano solo auto e non ci sono luoghi d’incontro deputati, il ruolo di identificazione della comunità è da rintracciare nel parco, quasi una lunga e larga piazza verde. In conclusione mentre a Stoccarda Mies non sembra interessato a disegnare un piano formale e a Berlino il confronto con la città storica è svolto in modo straniante con silenzi, oggettività assoluta e massima di trasparenza, la griglia americana sembra invece un’ottima struttura per i suoi progetti; dentro la maglia esistente Mies disegna oasi di ordine a Chicago come a Detroit. Ciò che appare evidente è che mentre in Europa il rapporto con la città della storia imponeva allora agli architetti un pensiero riformatore se non addirittura antagonista, un’idea di città altra, negli Usa l’ampiezza del territorio consente anche ipotesi alternative (Broadacre city, ArcoSanti per esempio) e la regolarità democratica dei tracciati urbani smorza ogni antagonismo. Mies, come Gropius, si limita a stare nella griglia, dentro il tema progettuale dato, sviluppando molta attenzione agli aspetti di paesaggio, ma senza illusioni di riforma urbana.


Adalberto Del Bo

Attualità del Lafayette Park

R

ingrazio l’Ordine degli Architetti di Napoli - al quale mi legano i tanti anni di amicizia con Raffaele Sirica, ringrazio Salvatore Bisogni (per la visita del quale abbiamo prolungato la mostra milanese), Sergio Stenti per l’organizzazione, lo studio Di Vaio, Vecci per l’elegante allestimento nella splendida Sala Dorica di Palazzo Reale, prima sosta di un itinerario previsto che, dopo alcune altre mete italiane ed europee, si spera possa portare la Mostra di Lafayette Park a Chicago e Detroit. Sono grato a tutti coloro che hanno collaborato a questo sforzo che condensa il lavoro appassionato di molti anni di studenti e docenti nel Dipartimento di Progettazione dell’Architettura e nella Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano. Sul catalogo della Mostra sono pubblicati alcuni interventi scritti anche in occasione del Convegno internazionale “Le forme degli insediamenti. Residenza e idea di città” svoltosi nel marzo 2011 al Politecnico di Milano; é stata questa un’occasione di discussione che, come il vivace e partecipato Convegno organizzato a Napoli in occasione della Mostra, ha messo in luce l’attualità di Lafayette Park quale elemento capace di suscitare un dibattito sul tema centrale delle forme della città e dei criteri della sua trasformazione e costruzione. I recenti piani avviati in molti paesi europei (in particolare Francia, Inghilterra e Svizzera) per nuovi insediamenti attenti ai consumi d’energia, la necessità di approfondimenti sui temi della densificazione urbana (in opposiLafayette Park (Foto M.Introini)

zione al disastroso fenomeno della dispersione), sul controllo del traffico, sui temi della varietà tipologica e dell’abitare in un quadro di sostenibilità e di equilibrato rapporto con la natura, sta progressivamente imponendo la positiva e ormai cinquantennale esperienza di Lafayette Park all’attenzione della ricerca architettonica e più in generale all’attenzione del pubblico. L’articolo comparso nell’ottobre 2010 sul New York Times (corredato da una decina di interviste a residenti) testimonia dell’interesse crescente per un vero e proprio caso di studio capace di rappresentare concretamente un’idea di vita che si pone positivamente a mezza strada tra città e campagna e un’idea di casa aperta e libera (opposta all’idea della casa come rifugio individuale) per la quale l’abitare riguarda l’assetto complessivo dell’insediamento dove vige davvero il lecorbuseriano ‘Le dehors est toujours en dedans’ e dove le grandi superfici vetrate delle case partecipano dell’insieme inserendo carattere e vita dei singoli nella generale struttura collettiva. La ricerca che ha realizzato questa mostra è frutto di un interesse progressivamente esteso ad un gruppo che si é sempre più appassionato all’opera di Ludwig Hilberseimer, allo sviluppo della sua idea urbana, alla necessità di approfondirne il procedimento e i risultati (come testimoniato dai numerosi elaborati degli studenti presenti nella mostra) e alla collaborazione con l’amico Mies van der Rohe nell’insegnamento e nel lavoro, dei quali Lafayette Park costituisce un risultato che,


A. del Bo, Studio delle proporzioni del Lafayette Park.

attraverso un insieme definito ed espressivo di forme e proporzioni, rappresenta un mondo riconoscibile e compiuto. L’immagine scelta per la copertina del catalogo è parsa emblematica di questo mondo (della middle class operosa al quale Lafayette era destinato dal piano federale di cui è figlio): viene ritratto il gioco nel prato di due bambini, i destinatari primi di un disegno urbano che programmaticamente, grazie alla disposizione centrale del parco e alle strade carrabili a cul de sac, consente di raggiungere la scuola da qualsiasi punto senza dover attraversare strade; nella foto il Parco non si é ancora sviluppato e tra le townhouses a schiera, sullo sfondo, secondo l’idea urbana per tipi misti, emerge la casa alta che domina l’insediamento e istituisce il rapporto con la città. Pubblicata nel piccolo libro su Mies van der Rohe del 1965 di Werner Blaser (autore dello scatto), l’immagine è uno dei pochi documenti che per anni è stato disponibile su Lafayette Park nei testi di architettura insieme a immagini piuttosto incerte apparse sull’ultima pubblicazione delle opere di Hilberseimer, nel quale il maestro tedesco, anziano e malato, aveva raccolto in forma fin troppo sintetica la sua opera. Il poco rilievo attribuito nel tempo a questo insediamento, ignorato per decenni dalla critica e della storiografia, è davvero singolare, considerato il ruolo svolto dai suoi autori nella cultura architettonica europea e americana, il grande successo professionale di Mies van der Rohe, la qualità e l’estensione dell’intervento (indicato come ‘il più grande giacimento di architettura miesiana’), le pagine dedicate al progetto su diverse autorevoli riviste all’epoca della sua costruzione. La difficile vicenda della città di Detroit, un tempo straordinaria concentrazione della produzione

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automobilistica, non ha sicuramente contribuito alla conoscenza e alla diffusione del modello di Lafayette Park: percorsa da forti tensioni sociali e razziali (i violenti disordini del 1967 furono tra i più gravi della storia degli Stati Uniti) la Motor City d’America ha perso gradualmente, insieme alle fabbriche di automobili (disperse in un’area vastissima), i due terzi dei suoi abitanti diventando così, dalla fine del secolo scorso, uno dei più noti e discussi casi di città in contrazione. Oggi Detroit è un laboratorio urbano molto attivo nel quale Lafayette Park spicca come un’isola idilliaca: nella sua metallica perfezione, l’intervento (inserito nel National Register of Historic Places d’America e attentamente curato dagli abitanti) sembra appena costruito, si trova in una zona centrale, è luogo interamente abitato e, come sostiene il New York Times, è uno degli insediamenti meglio integrati dal punto di vista razziale. Inoltre Lafayette Park viene indicato, grazie all’applicazione dei principi teorici di Hilberseimer (studioso attento al clima e all’energia), come eccellente esempio di sostenibilità climatica per via della fitta alberatura che d’estate crea un microclima favorevole mentre d’inverno, cadute le foglie, apre le case alla luce e all’irraggiamento solare. Nell’opera dei due maestri tedeschi, all’eccellenza in architettura riconosciuta a Mies van der Rohe, corrisponde l’analoga eccellenza di Hilberseimer nella progettazione urbana, campo per nulla celebrato dal mercato e dallo star system delle riviste. Visti i risultati, c’e da sperare che, come sosteneva Mies van der Rohe, Lafayette Park possa influire sulla ridefinizione delle città, opera oggi urgente e destinata a riattribuire pienamente all’architettura le responsabilità e il ruolo civile che le competono.


Francesca Scotti*

Tipologia e forma

1 I primi risultati di questo lavoro sono state due tesi di Dottorato in Composizione Architettonica, con Relatore il prof. Adalberto Del Bo e Controrelatore il prof. Salvatore Bisogni, pubblicate nel 2008: F. BRUNO, Ludwig Hilberseimer. La costruzione di un’idea di città. Il periodo tedesco, Libraccio - Lampi di stampa, Milano, 2008 e F. SCOTTI, Ludwig Hilberseimer. Lo sviluppo di un’idea di città. Il periodo americano, Libraccio - Lampi di stampa, Milano, 2008.

LF park, isolato, planimetria

L

a mostra itinerante sul progetto per Lafayette Park a Detroit di Ludwig Mies van der Rohe, Ludwig Hilberseimer e Alfred Caldwell è il risultato di un ampio lavoro di ricerca condotto negli anni dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura e dalla Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano. La ricerca ha riguardato Lafayette Park come progetto esemplare, sintesi e rappresentazione formale di una precisa idea di città scaturita dell’ampio lavoro teorico sulla città e sulla sua forma condotto in modo parallelo dai due maestri tedeschi, Mies van der Rohe e Hilberseimer. Nei progetti e negli studi preliminari di Hilberseimer, così come nei disegni esecutivi prodotti dallo studio di Mies, è sempre evidente la collaborazione dei due maestri, fondata su una totale coincidenza di obiettivi e sulla medesima idea di città, su un’idea di città costruita per tipi misti e su un preciso rapporto con la natura; la città di Hilberseimer presuppone sempre gli edifici di Mies come, viceversa, in un rapporto di reciproco scambio all’interno della stessa idea. Il lavoro condotto negli anni di ricerca si è concentrato in prima analisi sulla costruzione teorica e sullo sviluppo dell’idea di città di Ludwig Hilberseimer attraverso lo studio e la raccolta di

materiali editi e inediti custoditi negli archivi berlinesi, per quanto riguarda il lavoro teorico sulla città dagli anni venti fino al 1938, e negli archivi americani per quanto riguarda lo sviluppo della ricerca e lo specifico progetto per Detroit (nello specifico: Moma di New York, Art Institute e Historical Society di Chicago e Architecture Center di Montreal)1. Tali materiali costituiscono la struttura portante della mostra sul progetto statunitense e punto di partenza dei lavori di analisi esposti condotti dal gruppo di ricerca e dagli studenti della Facoltà di Architettura Civile nei diversi anni accademici. La ricerca ha intenzionalmente avuto momenti di forte coincidenza con la didattica; è stato innanzi tutto un lavoro sulla tipologia, per larga parte di ridisegno, costruzione dei modelli, studio e analisi dei materiali originali delle diverse ipotesi di progetto ed in questo senso è stato inteso e utilizzato negli anni come strumento fortemente didattico. I materiali originali riguardano disegni preziosi e esemplari di un progetto fortemente rappresentativo di un’idea innanzi tutto precisa di città costruita per tipi misti capace di costruire un rapporto di volta in volta chiaro con la natura; sono esposte nella mostra soluzioni preliminari del piano ge-


LF park, case a schiera

2 Sono numerosi i passi in cui sia Mies che Hilberseimer chiariscono il concetto di ordine, una trattazione su questo tema è riportata in: Il piano per Chicago in F. SCOTTI, Ludwig Hilberseimer. Lo sviluppo di un’idea di città. Il periodo americano, Libraccio - Lampi di stampa, Milano, 2008.

nerale, nelle fasi embrionali ma anche più avanzate, e soluzioni specifiche riguardanti le diverse scelte tipologiche rispetto alla definizione delle morfologie e dei caratteri delle tipologie stesse e rispetto al loro rapporto con la definizione della forma dell’insediamento e all’idea che essa doveva esprimere. In questo senso nella mostra è dedicato ampio spazio all’esposizione degli studi e dei ragionamenti, condotti da Mies e ricostruiti nel lavoro di ricerca, sull’isolato, sulla definizione delle tipologie e sulla loro composizione. La progressiva definizione formale dell’isolato del progetto per Lafayette Park è una delle più chiare esemplificazioni di quello che si intende per “composizione come ordinamento”2. I pannelli della mostra che espongono i ridisegni fatti dagli studenti delle fasi successive di definizione dell’isolato e delle diverse tipologie di volta in volta adottate costituiscono la rappresentazione del progressivo processo di ordinamento degli elementi in se stessi e rispetto al disegno generale, della loro composizione rispetto alla precisa definizione della loro natura e al loro possibile ruolo nella definizione dell’insieme. Ogni tipologia, la casa alta per appartamenti, rivolta a single o coppie senza figli, con appartamenti ridotti che guardano la natura dall’alto, le case basse a schiera e a patio, per famiglie più numerose con figli, di maggiore dimensioni e con un rapporto diretto con la natura, esprimono in se stesse

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un’idea chiara di città e un preciso e di volta in volta differente rapporto con l’elemento naturale; le case poi a loro volta, nella loro composizione, costruiscono un isolato che nel suo ordinamento interno e nella sua ripetizione rappresenta e precisa la medesima idea di città. L’isolato di Detroit rappresenta infatti un sostanziale ribaltamento rispetto all’idea convenzionale di isolato risultato del lavoro teorico di Hilberseimer sulla città e sulla sua struttura in cui la natura e non le strade circonda e definisce l’isolato stabilendo le relazioni tra le parti. La strada, a una quota più bassa per nascondere le macchine, mai passante ma sempre a fondo cieco, diventa esclusivamente elemento distributivo e tecnico. Da ogni casa si può raggiungere il parco centrale, luogo collettivo e sede della scuola, al sicuro, senza attraversare strade. Ciò che rende esemplare il progetto per Lafayette Park e a tutti gli effetti utile per noi oggi rispetto al panorama delle esperienze contemporanee sembra essere ancora una volta da una parte l’idea stessa di una città costruita per tipologie miste, dall’altra il loro uso sapiente nella composizione architettonica rispetto ai loro differenti specifici caratteri e alle loro potenzialità, due aspetti espressivi del carattere stesso della città contemporanea, delle esigenze e delle aspirazioni della società che deve esprimere. *Dipartimento di Progettazione dell’Architettura, Politecnico di Milano


Salvatore Bisogni

Variazioni ammissibili

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l Lafayette Park di Mies e di Hilberseimer, già mente ai due lati di un cospicuo parco che ospita oggetto di critiche pubblicate sulla Casabella taluni servizi primari, asili e scuole elementari, e di Rogers negli anni ’50, si costituisce come alcune strutture commerciali con i relativi paruna cospicua parte di città che sperimenta ed at- cheggi seminterrati in corrispondenza delle stratua la Mischbebaunung nella capitale americana de di ingresso al quartiere. delle auto, quando in Italia si costruivano i quar- Con il diverso movimento del suolo per la giacitutieri del neorealismo, in Inghilterra le new towns ra di case e percorsi pedonali, viene individuato e in Francia i grandi ensembles. Una versione il ruolo del suolo-natura che forma delle singolari americana, dunque, in parte modificata, dei set- enclaves chiamate a fissare il luogo di ogni nutori urbani avviati dalla brigata May ed estesa- cleo residenziale, attutendo l’oggettiva e necesmente costruiti in Unione Sovietica negli anni ’30 saria iterazione dei manufatti. e nel dopoguerra. L’insediamento del Lafayette Park a Detroit è staIl Lafayette Park, mediante l’adozione di un nuo- to assunto come riferimento per una nuova ipotevo criterio iterativo degli edifici residenziali, com- si progettuale riguardante una entità residenziale pone le varie tipologie edilizie costituite da case autonoma studiata da Carolina Cigala per il Dotbasse ad un piano a schiera e a corte; case a torato in Composizione Architettonica e da noi due piani; appartamenti in torri, evitando soluzio- ripresa per la ricerca Prin 2000-02, per indicare ni linguistico-formali rispetto alla loro autentica con esso progetti esemplari e largamente spericonsistenza, rendendo puntualmente armonico e mentati. Un nuovo progetto residenziale proponecessario il ruolo di ogni edificio rispetto agli al- sto fra Giugliano e Aversa, ovvero in un’area di tri. Una definizione compositiva secondo rapporti intensa crescita della provincia napoletana, prearmonici pari a quella delle membrature di ogni sentato con alcune variazioni ammissibili volte buon edificio, come Mies spiegherà in un’intervi- a chiarire e semplificare le modalità costitutive sta sul progetto e come evidenziato dagli studi di dell’impianto planovolumetrico e con la ripresa Adalberto del Bo sull’insediamento di Detroit. delle case a patio mai realizzate. Una singolare La composizione delle residenze è generata da tipologia edilizia per la residenza, presente ricornuclei omogenei e ricorrenti costituiti da case rentemente nell’area campana e proposta con i basse con facciate vetrate, inizialmente anche progetti per la Città orizzontale e per Milano Vera patio ma non realizzate, sollevate rispetto ai de negli anni ’40 a Milano, e con il progetto di percorsi unicamente pedonali e poste parallela- Libera per il Tuscolano a Roma.

Carolina Cigala, variazioni su Lafayette Park


Mario Lo Sasso

Progetto e tecnologia

U

Modularità della facciata, case a schiera, LF park, rapporto 1.2 parte bassa/parte alta vetrata (da I. Macaione).

na specifica angolazione di lettura del progetto del Lafayette Park consente di mettere a fuoco il rapporto nell’architettura di Mies fra cultura umanistica e cultura tecnica, fra progetto e tecnologia in architettura. Si tratta di relazioni fra loro correlate e articolate in base a diverse scale e a specifici valori di riferimento, di natura culturale, spirituale e pratica. Tale lettura, inoltre, intercetta trasversalmente la questione della modernità e dei suoi fondamenti conoscitivi, declinata nella sua relazione con la storia e nel rapporto fra natura e architettura. Una delle più convinte posizioni culturali di Mies riprende, sul piano filosofico, la considerazione di San Tommaso d’Aquino su quanto la comprensione del mondo spirituale dovesse discendere dall’osservazione delle cose visibili. A questo concetto si riferisce, per esempio, l’approccio di Mies nell’uso dei materiali da costruzione, sempre rapportati alla loro essenza, senza la necessità di trattamenti o decorazioni aggiuntive. Dall’affermazione convinta che «noi dobbiamo imparare a lavorare con la tecnologia, usando i materiali del nostro tempo», emerge e si rinforza l’atteggiamento anti-formalista e attento al costruire, sostenuto dall’affermazione che la forma non è il fine del lavoro architettonico ma solo il risultato, mentre il progetto nasce sempre dalla comprensione di un tema, dalla sua enunciazione e dal suo sviluppo. In Lafayette Park i temi di architettura e il carattere architettonico sono avvalorati attraverso l’uso coerente dei materiali da costruzione: la dialettica fra tema, carattere e scelte tecnicocostruttive è sviluppata attraverso un processo logico che conduce senza equivoci a soluzioni univoche, conseguenza delle premesse e delle scelte progettuali effettuate. Negli edifici bassi e in quelli alti, la ricerca paziente e continua su temi precisi collega le architetture degli anni ‘30 a quelle più tarde. Partendo dall’assunto del carattere conoscitivo dell’architettura, il processo di semplificazione si è attuato depurando il tema da tutto ciò

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che non serve a rendere evidente la sua idea di base; Mies sembra misurarsi con il progetto parafrasando un approccio proprio della cultura cinematografica, che induce a rifare «lo stesso film sempre più a fondo, affrontando con ostinazione quasi ossessiva un arco definito di problemi». Egli ripete sempre gli stessi principi costruttivi perché «se si volesse inventare ogni giorno qualcosa non si arriverebbe da nessuna parte». Nelle residenze del Lafayette Park viene così attuato un processo di affinamento continuo: il blocco cucina e bagno delle case a schiera viene trattato come nella casa Farnsworth,


a sinistra Cucina passante, case a schiera al LF park. a destra Lafayette Park, edifici a torre. Alloggiamento del sistema di climatizzazione e delle tubazioni del riscaldamento: 1) griglia per l’immissione dell’aria; 2) alloggiamento per il condizionatore d’aria; 3) piano amovibile; 4) zanzariera; 5) tubo di riscaldamento alettato; 6) asole per la diffusione dell’aria climatizzata (fonte: R. Banham, Ambiente e tecnica nell’architettura moderna, Laterza, Roma-Bari, 1978).

ovvero come un unico nucleo che prevede la “relazioni ordinate” si avvale della impostazione cucina in linea e passante. Cucina passante di una griglia di progettazione che determina la concepita in maniera analoga a quella degli ap- possibilità di collocare, in ogni suo incrocio, un partamenti delle torri 860-880 North Lake Sho- pilastro e consentendo, nel contempo, di conre Drive Apartments (1952), i cui alloggi sono a nettere gli edifici in ogni punto preservando il loro volta concettualmente assimilabili a quelli sistema originale. La struttura portante non è delle case basse e alte del Lafayette Park, poi- quindi una soluzione specifica, ma si connota ché esprimono la potenziale possibilità di es- come un’idea generale a cui rimandano il prosere divisi in alloggi di differente superficie a getto e la costruzione. L’innovazione tecnoloseconda delle esigenze: «dobbiamo stabilire il gica proposta negli edifici bassi è il risultato di posto dei bagni e delle cucine, ma per il resto è un lavoro progressivo sulla elaborazione tecnimolto flessibile», spiega Mies in una intervista ca ed espressiva della giunzione fra pilastro e solaio, in cui si precisa la soluzione, ricorrente riferendosi alla pianta degli alloggi. anche in altre opere, della struttura portante Il tema della flessibilità planimetrica - genera- esterna nei suoi elementi verticali. ta a partire da un modulo strutturale ripetuto e La reale struttura di ogni edificio è così la sua inrispetto al quale si imposta la struttura portan- telaiatura, ripetuta attraverso la sfida della ripete, ma non il sistema di partizione interna che tizione. Le vetrate delle case basse sono riparrimane potenzialmente libero - rappresenta tite secondo la coordinazione modulare della un riferimento alla sperimentazione maturata struttura, utilizzando uno schema già adottato con l’edificio in linea alla Weissenhofsiedlung in altri progetti benché su scale completamente di Stoccarda nel 1927. Alla base di una pianta diverse, quali quello della Neue Nationalgalerie flessibile e libera vi è una costruzione chiara, a Berlino (1962-1968) o quello della Crown Hall ovvero regolare che, corrispondendo alle esi- all’IIT di Chicago (1950-56): ciascuna vetrata, genze di standardizzazione, allo stesso tempo inserita in un campo strutturale, è costituita in rende gli edifici delle «cornici neutrali» nella altezza da tre sottomoduli, con il traverso orizesplicitazione del concetto di San Tommaso zontale collocato nel rapporto di circa 1:2. Nelle d’Aquino di «vivere in disposizioni libere». torri è applicato un principio che negli anni ’60 Si tratta di un concetto-guida per Mies: costru- sarà ripreso da Reiner Banham sul controllo zione chiara e pianta flessibile sono inseparabili, energetico dell’edificio attuato attraverso una laddove la struttura portante è la “spina dorsale” “visualizzazione intelligente” della componente dell’insieme, senza la quale la pianta non sa- impiantistica degli edifici, con l’inserimento dei rebbe libera ma bloccata. Il lavoro per ottenere fan-coil in un telaio appositamente progettato

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1 U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 1997, p. 475 e 483. 2 R. Bonicalzi, “Introduzione”, in A. Rossi, Scritti scelti sull’architettura e la città, Clup, Milano, 1975. 3 V. Pizzigoni (a cura di), Ludwig Mies van der Rohe. Gli scritti e le parole, Einaudi, Torino, 2010, p. 170. 4 L. Papi, Ludwig Mies van der Rohe, Sansoni, Firenze, 1977. 5 R. Banham, Ambiente e tecnica nell’architettura moderna, Laterza, RomaBari, 1978, p. 195. 6 R. Capozzi, Le architetture ad aula: il paradigma Mies van der Rohe. Ideazione, costruzione, procedure compositive, CLEAN, Napoli, 2011. 7 F. Neumeyer, Mies van der Rohe, le architetture, gli scritti, Skira, Milano, 1996. 8 V. Pizzigoni (a cura di), cit., p. 123. 9 V. Pizzigoni (a cura di), cit., p. 154.

pagina accanto LF park, facciata (foto Janine Debanné)

e collocato nella parte bassa delle finestre, se- mente interpretata, come strumento per accecondo un tema ripreso anche nei Lake Shore dere al mondo dei significati e dei valori. Drive Apartaments a Chicago, offrendo così la È nel legame dialettico con la tecnica che va possibilità agli abitanti di scegliere fra una ven- individuato uno dei presupposti interpretativi tilazione naturale controllata e una climatizza- delle architetture di Mies: la sua testimonianza zione artificiale. insegna, infatti, che l’architettura inizia dove il Disposizioni libere e relazioni ordinate sono problema tecnico è superato, poiché era sua proposte alle varie scale e secondo specifici convinzione che «l’architettura abbia poco nulvalori estetici per una società aperta e demo- la a che fare con la ricerca di forme interessancratica. Per l’inizio dei lavori al Lafayette Park ti o con le inclinazioni personali. La vera archisi legge, in appunti manoscritti, che la città va tettura è sempre oggettiva, ed è espressione vista come un’entità soggetta a un principio di dell’intima struttura dell’epoca nel cui contesto ordine, senza il quale essa non può esistere. È si sviluppa». Partendo dal presupposto che evidente il riferimento al pensiero di Sant’Ago- «l’architettura non ha nulla a che fare con l’instino secondo cui «l’ordine è la disposizione di venzione di forme», probabilmente Mies allucose uguali e disuguali, attribuendo a ciascuna de, in questa sua affermazione, alla famiglia di il suo posto» e si è in presenza del principio forme e significati che una tecnologia inevitadi chiarezza che coincide con la bellezza. Al bilmente presuppone, mentre altre forme non Lafayette Park, Mies applica un concetto di svi- le appartengono perché rappresenterebbero luppo misto, in cui la diversificazione fra edifici per essa forzature di carattere formalistico. Il bassi e alti è ricondotta al soddisfacimento dei ruolo e l’apporto della tecnologia in relaziodesideri e delle esigenze degli individui, distinti ne all’architettura è così concepito nel senso fra coloro cha hanno piacere di abitare a con- dell’adempimento che essa svolge: solo quantatto con la natura e con il suolo e fra coloro do questo si compie si è in presenza di un coche «amano vivere sopra, nel cielo». erente rapporto fra i due aspetti, di una relazione particolarmente stretta in cui l’una diventa Nel pensiero di Mies la costruzione va intesa espressione dell’altra, traghettando l’architettucome il fondamento epistemologico dell’archi- ra su un piano oggettivo e non decorativo. Di tettura ed è nel continuo confronto della costru- contro, compito dell’architettura è non lasciare zione tettonica con le geometrie, gli elementi che la tecnologia, scienza applicata, proceda dell’architettura, i principi compositivi e le pro- con un moto proprio, preoccupandosi di direporzioni che si realizza l’architettura. Per defi- zionarla verso “buoni” scopi e consentendo di nire le basi di un rapporto coerente fra architet- usare le “forze materiali” – cioè le risorse ditura e costruzione ritornano tuttavia le parole di sponibili - in modo appropriato. Schinkel: «il pratico, l’utile, l’adeguato, portato a bellezza, è compito dell’architettura; questa Nel grande piano di rinnovo urbano per Detroit, parola deve avere tale significato, al contrario il Lafayette Park testimonia infine anche l’imdella semplice costruzione, che designa solo pegno sulla razionalizzazione economica delle l’adeguato il forte, il solido, l’utile, non ancora costruzioni, che non è mai fine a se stessa: se pervaso di un elemento di bellezza. (…) L’ar- le case alte risultano meno costose, tale aspetchitettura differisce dalla costruzione, perché to dimostratore deve conciliarsi con il giudizio si distingue e si eleva, attraverso il sentimento degli abitanti «ancora affascinati dal viverci», compensandone l’altezza con il valore aggiunestetico, al di sopra della costruzione». Uno dei principali contenuti della ricerca mie- to offerto dal parco e dalla eccellente vivibilisiana è costituito dal rapporto fra architettura e tà, ottenuta a partire dalla separazione delle tecnica, richiamato come costante motivo di ri- strade carrabili mantenute sul perimetro, dagli flessione in numerosi suoi scritti o in occasione accessi garantiti da strade di servizio a fondo di discorsi pubblici e sostenuto nella possibilità chiuso, dai sentieri pedonali per passeggiate di sviluppare l’architettura con i nuovi mezzi nel verde. messi a disposizione dal progresso tecnolo- Esiste un modo sintetico per definire l’architetgico. Condividendo le posizioni di Friedrich tura di Mies per il Lafayette Park: ragionevole. Dessauer (1927), Mies nella sua opera forniva Ragionevole nel senso espresso dal pensiero una risposta tangibile all’ipotesi che la tecnica di San Tommaso d’Aquino, quando afferma rappresentasse qualcosa in più di un semplice che la Ragione è il primo principio di tutti i lamezzo o fattore funzionale. In essa si disvela vori umani. «Dopo che lo si è capito una volta», un valore formativo e culturale che consente di afferma Mies, «ci si comporta di conseguenza» affrontare un ordine svincolato dall’arbitrio del- con un principio di sottrazione, perché l’obiettila soggettività, tendendo all’architettura come vo dell’architettura non è di essere interessante, cultura del costruire e alla tecnica, se corretta- ma di essere l’esito di un lavoro ragionevole.

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Vito Cappiello, Fabrizia Forte

Modello per il passato o esempio per il futuro?

P

er l’importanza che Lafayette Park riveste tra le esperienze americane, e non solo americane, è necessario compiere qualche riflessione su quanto vi sia di riproponibile; sul perché rappresenti un modello innovativo per l’epoca; sul perché ci affascini ancora oggi, pur in presenza di esempi contemporanei con un potere seduttivo più esplicitamente manifestato, e con una ricchezza segnica (anche nel paesaggio), molto più dirompenti. L’interesse e la suggestione di questo esempio, si basano sull’intreccio ben riuscito fra idea di città, realizzazione, paesaggio ed armonia. E sull’abilità di “sussurrare” la soluzione piuttosto che “urlarla”. Il progetto è il risultato fortunato di una graduale, difficilmente ripetibile, integrazione ed influenza reciproca di tre modi inizialmente molto diversi di “progettare il futuro” urbanistico, architettonico, ambientale. Ma chi è il vero autore del Lafayette Park?1 È la prima domanda che viene in mente. Il pensiero urbano di Hilberseimer, inizialmente assolutista nei modelli teorici, “è fondato su unità d’insediamento, semi-autonome a scala pedonale, in cui sono isolate tipologie edilizie collegate tramite un paesaggio aperto”2. Nonostante il paesaggio avesse un ruolo centrale, non fu considerato importante nelle iniziali teorie di Hilberseimer. Egli stesso ebbe poi modo di compiere un’autocritica, affermando che, nelle sue visioni iniziali, “nessun albero o area erbosa ha rotto la monotonia… il risultato è stato più una necropoli che una metropoli, un paesaggio sterile, fatto di asfalto e cemento, inumano in ogni aspetto”. Progressivamente Hilberseimer abbandonò la rigida organizzazione ortogonale delle sue proposte, subordinando i principi di orientamento solare a un rapporto più integrato tra edifici rettilinei e paesaggio ondulato e irregolare. L’importanza affidata al paesaggio derivava anche da convinzioni socio-politiche, oltre che compositive: il paesaggio non è solo

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elemento di collegamento fra i vari elementi dell’unità, ma è anche fondamentale per ragioni sociali: comprendendo orti urbani, parchi pubblici e aree ricreative, esso è associato ad ideali democratici. Gradualmente la sua aspirazione a fondere città e paesaggio trova un parallelismo con il motto della fondazione di Chicago: Urbs in Horto - una città in un giardino. “L’incontro con Caldwell e, prima, con le idee di O. C. Simonds, J. Jensen, ed altri della Prairie School, fornirono una progressiva trasformazione delle proposte territoriali di Hilberseimer, fondendole, nel Lafayette Park, alle tematiche del paesaggio della prateria del Midwest”3. Le suggestioni del paesaggio della prateria americana sui due “immigrati europei” Hilbelseimer e Mies, possono essere considerate il primo legame culturale e di ispirazione fra i tre autori. Il tramite ed il collante di una progressiva trasformazione delle concezioni dei tre fu la persona di Caldwell. “L’esperienza sul paesaggio di Caldwell, l’abilità nel disegno, e le sue coinvolgenti lezioni colpirono Hilberseimer, che affidò allo studente i disegni per un suo libro, La Nuova Città [1944]”4. Caldwell insegnò presso l’IIT e affiancò Hilberseimer e Mies – che parlavano poco inglese - nelle loro conferenze. I suoi scritti cominciarono ad assomigliare a quelli di Hilberseimer. In più, nonostante i riferimenti iniziali di Caldwell ai principi paesaggistici di Olmsted per il Central Park di New York, ed architettonici di Wright per le case in muratura e legno, nel tempo vi fu una modifica di questi principi per la stima di Hilberseimer e di Mies verso Caldwell. Dal punto di vista Paesaggistico Hilberseimer influenzò l’approccio teorico di Caldwell, che nel 1948 aveva conseguito il Master in Scienze della Pianificazione presso la IIT5, svolta con l’aiuto di Hilberseimer. “La tesi si basava sull’idea di eliminare la povertà integrando industria e agricoltura, città e campagna, attraverso un’idea presa da P. Kropotkin (Campi,


Lafayette park

1 Le considerazioni qui esposte si basano anche sull’articolo di Caroline Constant Hilberseimer and Caldwell: Merging Ideologies in the Lafayette Park Landscape, nel volume di Charles Waldheim, Hilberseimer/Mies van der Rohe Lafayette Park Detroit, Prestel Verlag, 2004 2 Caroline Constant Hilberseimer and Caldwell: Merging Ideologies in the Lafayette Park Landscape, nel volume di Charles Waldheim, Hilberseimer/Mies van der Rohe Lafayette Park Detroit, Prestel Verlag, 2004 3 ibidem 4 ibidem 5 con una tesi dal titolo “Una città nel paesaggio: una prefazione per la pianificazione”. 6 Caroline Constant Hilberseimer and Caldwell: Merging Ideologies in the Lafayette Park Landscape, cit. 7 ibidem 8 ibidem

Fabbriche e Officine, 1898) e da H. Ford (La mia vita e il mio lavoro, 1922). La prospettiva ecologica latente nelle idee urbane di Hilberseimer ebbe traduzione nel paesaggio, tramite i lavori di Caldwell e divenne un aspetto importante degli scritti di Hilberseimer. I disegni che Caldwell fece per La Nuova Città e Il Nuovo Modello Regionale [1949], riflettono il crescente ruolo del paesaggio urbano nel pensiero di Hilberseimer, con una forte ammirazione di entrambi per la Broadacre city di Wright, esempio di come città e campagna possono essere collegate fino a diventare un’unica entità”6. Il risultato dell’interazione di Caldwell con Mies, fu che l’architettura di Caldwell si spostò dalle strutture wrightiane in legno e pietra alle proposte di Mies in acciaio e vetro.

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Una frase di Caldwell potrebbe essere considerata un “preludio” alla esperienza di Lafayette Park: “la fusione tra Natura e Architettura è il risultato di una sorta di continuum misterioso tra luce e ombra che ondeggia nella realtà di un mondo confuso e indefinibile, incerto e affascinante”. Una frase di Hilberseimer, connotativa di una nuova “fusione” culturale ed ideologica, può essere considerata: “Proprio come la casa si fonde con il paesaggio, la sala con il giardino, l’interno con l’esterno, così anche la città si può fondere con il paesaggio e il paesaggio può venire all’interno della città”. Tuttavia, la fusione non fu mai totale. Sulla concezione di “organico”, Caldwell ed Hilber-


Lafayette park

seimer ebbero differenti visioni. Per Caldwell in un atteggiamento anticlassico, l’organico “nasce dalla terra e (...) il terreno, le condizioni native, industriali, la natura dei materiali e lo scopo della costruzione, devono inevitabilmente determinare la forma e il carattere del buon costruire” (Wright). Per Hilberseimer e per Mies “l’organico è composto da una logica autonoma strutturale in grado di risolvere le opposizioni tra arte e tecnologia, natura e cultura, l’essenza interiore e la forma esteriore, in una nuova unità regolata da leggi naturali di auto-generazione”7. La disposizione degli edifici fu un ulteriore elemento di “mediazione” fra le teorie urbanistiche di Hilberseimer e la concezione spaziale di Mies. Il primo piegò le concezioni legate all’asse eliotermico ed alla disposizione parallela degli edifici bassi, all’impianto stradale. Il secondo accettò il concetto di gerarchia spaziale degli edifici, disponendo le unità abitative basse perpendicolarmente tra loro. Il progetto di paesaggio di Caldwell riflette un tentativo di ammorbidire il rigore astratto di una tale disposizione; le sottili variazioni nelle planimetrie delle unità di Mies e i cambiamenti nell’orientamento degli edifici fanno lo stesso per gli spazi aperti della zona. L’effetto più pronunciato nella planimetria generale di Caldwell è quello di “correggere” le intangibili qualità dello spazio miesiano. Il paesaggio del Lafayette Park si differenzia radicalmente dal panorama delle unità d’insediamento di Hilberseimer. È più vicino all’ambiente naturale addomesticato che Olmsted

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propose per diminuire le tensioni della città industriale. “Così come Olmsted, Hilberseimer e Caldwell associarono il loro parco con la riforma sociale; essi lo concepirono come un integratore democratico sociale, capace di migliorare l’educazione estetica dei cittadini, attraverso la suggestione piuttosto che l’imitazione di bellezze naturali”8. Ma Caldwell cercò di evocare lo spirito specifico del paesaggio del Midwest utilizzando specie autoctone ed edifici integrati pienamente con le caratteristiche del paesaggio, mantenendo una vista libera attraverso il parco. Il ruolo dell’automobile fu ritenuto indispensabile e positivo, ma, per non farla interferire con i percorsi pedonali, Caldwell abbassò nel terreno i parcheggi a raso previsti da Hilberseimer, per ridurre il loro impatto visivo. La struttura di parcheggio di Mies è sormontata da un giardino, per tenere le automobili lontane dalla vista. Anche se il progetto paesaggistico non fu completato come da programma, resta significativo, oltre allo spazio della “prateria” centrale, il sottobosco realizzato con la fioritura del melo selvatico, del corniolo, del lillà, e del viburno, che rafforza la varietà spaziale del progetto, all’interno di una superficie unificante costituita da alberi di Giuda lungo i cul-de-sacs e le aree destinate a parcheggio, e da siepi di biancospino che delimitano i prati davanti alle due unità storiche, schermando le viste dei loro interni. In conclusione il Lafayette Park, pur se realizzato parzialmente e non completamente corrispondente con il progetto definitivo, rappresenta un altissimo livello progettuale e ideale che,


da un lato, supera quanto fino ad allora attuato dell’insediamento di Lafayette Park, col suo innella costruzione della città americana, dall’al- sediamento misto ed il rapporto fra edifici alti tro può rappresentare, ancora oggi un “model- ed edifici bassi? lo” culturale sia di metodo, sia di capacità di A chi spetta la ricerca della soluzione attraverrisposta ad un costante desiderio umano di so rapporti dimensionali basati sulla proporziointegrazione felice fra impianto urbano, qualità ne aurea, che comunicano il senso complessivo di “armonia”? architettonica e componente paesaggistica. Dal disegno freddo e scevro da debolezze di Risposte certe non ce ne saranno, ma forse Hilberseimer possiamo imparare il valore del- la chiave interpretativa di questo piccolo gio-

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la ricerca metodologica per l’individuazione di nuovi modelli per l’abitare, ma è fondamentale notare come egli stesso sia passato da un’idea assoluta e poco sensibile ai valori locali, ad un modello molto più attento e complesso. Dal Mies radicato nel “less is more” (un bisogno di “assolutezza” più seducente ed artistico di quello di Hilberseimer), possiamo acquisire la sensibilità per la ricerca della perfezione, in una essenzialità interessata a definire una vivibilità sia nell’organismo casa, sia nella composizione urbana. Da Caldwell emerge il grande ruolo di attivatore della soluzione, attraverso una idea di paesaggio non solo e non tanto estetizzante, quanto indicativa di una tensione etica ed ideale, che ricollega l’abitare al senso dell’esistere in un determinato territorio ed in una determinata storia umana. A chi spetta la scelta compositiva definitiva

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iello urbano è in un calibratissimo rapporto fra urbanistica, architettura e paesaggio, che progressivamente trasforma le certezze iniziali in nuova materia, e dove forse l’elemento risolutivo è il paesaggio come elemento compositivo, culturale, storico ed etico, cioè come un integratore democratico e sociale, capace di migliorare l’educazione estetica dei cittadini, attraverso la suggestione piuttosto che l’imitazione di bellezze naturali. Vito Cappiello è Professore Ordinario di Architettura del Paesaggio e del Territorio presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II Fabrizia Forte è Architetto, dottore di ricerca in “Architettura dei parchi, dei giardini e assetto del territorio” e docente a contratto nel corso di Architettura del Paesaggio presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.


Kevin Harrington, intervista di Carola Coppo.

Mies e l’architettura di Chicago

Kevin Harrington è Professore di Architectural History del Dipartimento umanities dell’Illinois Institute di Chicago. Attento studioso di Chicago, dei maestri delle Scuole di Architettura e dei significativi edifici che offrono la cifra stilistica dello skyline della città americana, culla dell’architettura moderna del Novecento. Chicago, fondata nel 1837, è la città americana emblema della sperimentazione progettuale, in cui le realizzazioni della scuola di Chicago offrono un articolato ventaglio di protagonisti, quali Le Baron Jenney, Burnham, Holabird, Roche, Sullivan, i quali pur da posizioni distinte e talvolta antagoniste, hanno dato luogo a una fioritura di esperienze innovative e nel contempo univocamente orientate.

H

arrington ha dato un contributo specifico, al convegno su Mies van der Rohe.

Gli storici ammirano il lavoro di Mies per la qualità della forma, dello spazio, delle proporzioni, del trattamento dei dettagli e per l’eleganza dei materiali. La chiarezza dell’edificio è però spesso vista in modo isolato dal suo contesto. Una maggiore attenzione al suo lavoro dimostra che egli diede molta cura alla costruzione del luogo, al paesaggio e al disegno urbano. Quando si trasferì a Chicago, la doppia opportunità che gli venne offerta, il progetto urbanistico e degli edifici dell’I.I.T e una serie di edifici ad appartamenti lungo le rive del lago Michigan lo impegnarono per molta parte della sua successiva professione. A Detroit Mies propose un modello di vita urbana al Lafayette Park; ciò era stato già vero negli anni venti a Stoccarda nella planimetria del Weissenhof dove egli combinò i principi paesistici della protezione e della vista con i principi del disegno urbano per la definizione del luogo, la separazione degli elementi e l’integrazione con i dintorni e l’ambiente.

Chicago è una grande città. La sua collocazione sul Lago Michigan è arricchita da più di venti chilometri di parco lungo il lago. I suoi cittadini sono stati creativi e lungimiranti dal momento della sua fondazione nel 1837. Le sue istituzioni culturali, educative e mediche sono tra le migliori al mondo. Tra i suoi architetti si annoverano grandi professionisti, come L. Sullivan, F. L. Wright, D. Burnham, e L. Mies van der Rohe. Essi e i loro colleghi hanno creato il più bel raggruppamento di architetture degli ultimi 125 anni. Questi architetti hanno creato edifici eccezionali in tutto il mondo. In realtà, l’esperienza di questi professionisti è il più significativo prodotto di esportazione della città. La maggior parte dei residenti di Chicago beneficia di una qualità di vita eccezionale. Ma il censimento del 2010 ha mostrato che la città ha perso 200.000 residenti negli ultimi dieci anni. Ciò ha aggravato le preoccupazioni per come la città dovrà affrontare le sfide del futuro. Il clamoroso successo di critica del Millennium Park, tra cui uno spazio teatrale all’aperto di Frank Gehry, importanti sculture di Anish Kapoor e Jaume Plensa, e un giardino di Kathryn Gustafson, suggeriscono che la visione di grandi progetti pubblici ha ancora una possibilità di realizzazione.

Lei sostiene che Mies progettò non separando la natura dall’artificio e quindi l’ambiente dalla città. Uno degli errori culturali A partire dal primo Piano di Chicago di Burdel nostro tempo, per cui l’ambiente natu- nham e Bennett del 1909, ogni 20 anni circa rale è da tutelare mentre quello costruito è stato approntato un piano globale per il finisce per essere ciò che si combatte. futuro. Chicago ha esigenze urbanistiche Vuol dire che Mies ha portato in America le particolari? sue idee europee sulla relazione tra il progetto urbano e il paesaggio? La città di Chicago è composta da tre elementi: un’enclave densamente costruita al centro, il È un lungo percorso che conduce dalla rela- quartiere centrale degli affari con i grattacieli zione tra i Promontory Apartment, il parco e il del Loop, un anello intermedio con fabbriche lago fino alla relazione tra gli edifici del Lake di bassa e media altezza e magazzini serviti Shore con la città e l’acqua. I prismi, alla Bruno da infrastrutture di trasporto, e infine un anello Taut, usati negli edifici ad appartamenti posso- residenziale di case basse. Ma, non appena le no essere capiti solo se vengono esaminati in industrie hanno lasciato l’area intermedia, l’arelazione al loro contesto. nello centrale della città si è aperto alla rigenerazione, rallentata in verità dalla diminuzione Nella città di Chicago, mito letterario e cine- della popolazione. In alcuni casi gli edifici esimatografico, qual è stato lo sviluppo urba- stenti sono stati riutilizzati. Per esempio, l’enornistico successivo a Mies van der Rohe? me magazzino del commercio per corrispon-

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Art Institute of Chicago, New Wing, Renzo Piano, 2009

denza Montgomery Ward della prima metà del ci sono suddivisi in progetti su piccola scala in XX secolo è ora la sede principale di Groupon, quartieri a reddito misto. Dal momento che la un’azienda in rapida crescita di internet busi- popolazione della città è diminuita, alcuni soness. Tuttavia, i magazzini di molte altre azien- stengono che il mercato delle abitazioni private de simili - Sears, Spiegel - hanno solo occasio- potrebbe assorbire chi sceglie di soggiornare nalmente trovato nuovi usi commerciali. Alcuni in città, e che ogni nuovo alloggio pubblico sasono stati trasformati in residenze multi-unit, rebbe quindi inutile. con abitanti non stabili. Grattacieli per famiglie È stato costruito un nuovo museo, il National a basso reddito sono stati costruiti in gran nu- Museum of Public Housing, acquistando per mero seguendo il modello associato a Le Cor- il suo sviluppo le rimanenti unità abitative del busier della torre nel parco. Inizialmente questi piano di sviluppo CHA della fine degli anni ‘30, esempi rappresentavano comunità di succes- e poi ancora un quartiere in gran parte italoso, dal 1970 “i Progetti”, come erano conosciuti, americano a ovest della città. La sua missione sono caduti in rovina, e i loro abitanti esposti è di interpretare la storia dell’edilizia pubblicaalle patologie della caotica vita urbana. Ora sociale negli Stati Uniti. Anche se molti proquasi tutti distrutti, questi progetti su larga sca- grammi di sviluppo hanno avuto e continuano la non saranno più riproposti per lungo tempo. ad avere successo, il pregiudizio contro lo sviGrattacieli per anziani sono stati e sono un luppo dell’edilizia pubblica negli Stati Uniti è grande successo. Di limitato interesse dal pun- considerato per lo più inadeguato. to di vista architettonico, sono stati sviluppati e costruiti utilizzando vari tipi di sussidi pubblici, Il più recente piano per la città futura, il piain zone adatte alle esigenze dei loro occupanti. no per Chicago 2040, cosa prevede per la I piani attuali per eventuali nuovi alloggi pubbli- periferia?

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ettari sul lato sud della città, con oltre un chilometro di fronte-lago. L’acciaio qui è stato usato in grattacieli-icona come il John Hancock Building, una torre destinata a vari usi di 330 mt., disegnata nel 1970 da Skidmore, Owings e Merrill. Inoltre, il sito ex USS, progettato dai SOM di Chicago per una comunità di circa 13.500 abitanti, (http://www.som.com/content. cfm/lakeside_master_plan) avrà finalità principalmente residenziali, con aree commerciali al dettaglio per i residenti. Il parco previsto soddisferà diverse esigenze sia a livello di quartiere sia a livello regionale per quanto concerne il lungolago. Importante per il successo di questo e di altri progetti minori sarà la capacità di attirare nuovi cittadini a Chicago e non semplicemente muovere cittadini da una parte all’altra della città. Chicago è un riconosciuto landmark dell’architettura americana, ma qual è oggi il carattere della sua architettura?

Millennium park, vista

Dopo la seconda guerra mondiale, l’architettura di Chicago è stata dominata dal lavoro e dall’esempio di Ludwig Mies van der Rohe. Il suo esempio e la sua influenza sembravano diventare d’obbligo nelle mostre e pubblicazioni nel periodo del Bicentenario degli Stati Uniti nel 1976. Una nuova generazione di architetti, come i Chicago 7, tra i quali Thomas Beeby, Laurence Booth, Stuart Cohen, James Nagle, Stanley Tigerman e Ben Weese, reagì e alcuni di loro organizzarono una mostra ed una pubblicazione dei lavori di architetti significativi, ignorati dalla mostra ufficiale. I loro contributi, relativamente piccoli, hanno prodotto lavori di qualità molto elevata. Inoltre, il loro esempio è servito a incoraggiare i giovani architetti a correre i rischi di una professione indipendente, piuttosto che la pratica negli studi altrui. Al momento ci sono a Chicago cinque tendenUno dei principi del Piano (Http://www.cmap.il- ze di architettura, spesso sovrapposte. Il primo linois.gov/2040/main) prevede di enfatizzare le gruppo è rappresentato dal lavoro di uno stumigliori “best practices” ambientali, il che signi- dio relativamente piccolo come il Gang Studio; fica che le zone con più alta densità dovrebbe Krueck+Sexton; Landon, Bone, Baker; e John essere ulteriormente sviluppate e i terreni liberi Ronan. o sottoutilizzati dovrebbero essere riutilizzati Il secondo dal lavoro internazionale di studi di per questi scopi ambientali. Le vecchie aree grandi dimensioni come Helmut Jahn, SOM, industriali in città sono i luoghi più indicati per Perkins & Will, e Adrian Smith + Gordon Gill. questa riqualificazione. L’aumento di densità Lo studio Perkins + Will ha ampliato e al tempo di popolazione proposta implica spazi aperti e stesso continuato a fare progetti di scuole, e disponibili per un mix di usi pubblici e privati, la recente Perspectives Charter School appacompresi spazi gioco, parchi, orti urbani e, po- re cosi innovativa come lo fu la Crow Island tenziali “markets gardening” di piccole e medie School che contribuì a dare fama allo studio di dimensioni per venire incontro alle esigenze architettura 70 anni fa. di cooperative, piccoli mercati alimentari e il Il terzo gruppo è rappresentato dal lavoro pusettore della ristorazione. Probabilmente la più ramente commerciale di un certo numero di grande proposta di riqualificazione di un sito studi competenti per non dire eccellenti che riguarda il primo impianto di South Work della spesso lavorano assecondando le richieste Unit Steel Corporation, che occupa circa 200 del mercato e, occasionalmente, hanno la pos-

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505, North Lake Shore drive, Chicago, 1968, Schipporeit-Henrich Ass.

Spertus Museum, Chicago, Krueck+Sexton architects

sibilità di creare un lavoro di grande qualità e interesse. Questi studi, anche se non particolarmente importanti, comunque seguono la tradizione della città che ricerca l’innovazione nei materiali, nelle tecniche nell’organizzazione e nell’espressione. La Schipporeit-Heinrich’s Lake Point Tower, del 1960, è un esempio di edificio il cui progetto e le cui tecniche sono il frutto dei fermenti di quel tempo, seguendo in particolare l’esempio di Mies, e l’edificio di Solomon, Cordwell, Buenz, al 340 di Lake Park segna, negli anni 2000, la presenza di queste stesse qualità. Il quarto gruppo coincide con un animato movimento di conservazione. Negli ultimi cinque anni il Reliance Building (1895) di Burnam è stato restaurato, il Carson Pirie Scott di Sullivan ha avuto il suo cornicione, rimosso nel 1948 e poi restaurato, il Crown Hall (1956) di Mies ha avuto la sua facciata restaurata. L’architetto Gunny Harboe è stato determinante per ognuno di questi progetti. Le sfide al restauro non si fermano, il Prentice Women’s Hospital di Goldberg (1975) è attualmente in pericolo. Infine il rilancio dell’Architettura del Paesaggio negli ultimi anni ha prodotto molti lavori eccezionali di progettazione ambientale, per esempio quello di Peter Schaudt ed Ernest Wong, che spesso sconfinano in progettazioni urbane. Inoltre, a livello internazionale illustri architetti come Tadao Ando, Santiago Calatrava (solo progetti), Frank Gehry, Rem Koolhaas, Ricardo Legorreta, Cesar Pelli, Renzo Piano, Kenzo Tange hanno completato edifici di rilievo negli ultimi anni. La maggior parte dei migliori lavori di recente costruzione - il Lavezzorio Center di Gang, il Museo Spertus di Krueck + Sexton, la Scuola del Cristo Re di Ronan - è impressionante per la qualità d’uso delle architetture, ottenuta attraverso materiali innovativi e tradizionali con progetti orientati agli utenti. Un’architettura tradizionale che confronta qualità senza tempo con qualità contemporanea. In alcuni casi, percorsi che sembravano impliciti nel modernismo, sono stati invece perseguiti, riesaminando nuove possibilità, spesso ispirate da nuove idee sull’arte e la composizione. Spesso, questi sono edifici aperti al cambiamento successivo o all’ampliamento, dove è prevedibile l’equilibrio piuttosto che la ripetizione. La prima scuola architettonica di Chicago (grattacieli di Adler & Sullivan, Burnham & Root, Holabird e Roche, 1885-1915) e la seconda (grattacieli associati all’influenza di Mies nel periodo 1945-1975) sono state identificate dai critici e dagli storici proprio durante il loro sviluppo e non dopo. Anche se può essere troppo presto per pensare che sia iniziata una terza scuola non c’è dubbio che gli architetti di Chicago sono ben consapevoli delle sfide rap-

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presentate dalla grande tradizione della città e dai suoi architetti. Dal momento che Daniel Burnham comprese, a cavallo del XX secolo, che l’architettura poteva essere un prodotto di esportazione internazionale, uno dei suoi successori, Murphy-Jahn, ha concretamente proseguito tale prassi all’inizio del XXI secolo. Finora questo lavoro si è concentrato su edifici molto alti, il Burj Khalifa di Dubai dei SOM, o su grandi nodi d’interscambio come a Monaco di Baviera o a Pechino, da parte di Murphy-Jahn o l’Hajj Airport Terminal a Jeddah, in Arabia Saudita, di Fazlur Khan dei SOM. Nella misura in cui le sfide di Chicago nei decenni prossimi saranno di carattere architettonico e urbanistico, la città potrà fare affidamento sull’ambizione, la professionalità e sull’abilità dei suoi architetti.


Raffaele Di Vaio, Tommaso Vecci

Allestire

Progettare l’allestimento di uno dei capisaldi la parte posteriore di essi si eleva come a del progetto urbano del ’900, Lafayette Park a “sentire” l’enorme peso scaricato al suolo dalla Detroit di Mies van der Rohe e Ludwig Hilber- massa delle colonne. seimer, all’interno della sala Dorica del palazzo Concentrare l’allestimento a ridosso di quest’ulReale di Napoli, diventa un’occasione privile- time, e non alle pareti, permette al visitatore di giata di rappresentazione della ricerca proget- avere costantemente il diaframma del colonnatuale dei due maestri tedeschi attraverso l’im- to come quinta di sfondo durante l’osservazioponenza spaziale e strutturale degli ambienti ne, di godere della unicità architettonica della espositivi ad esso dedicati. sala durante tutto il percorso espositivo e di La qualità dello spazio della sala diviene uno ottenere quell’intreccio costruttivo tra contescenario inedito attraverso il quale il visitatore nuti della mostra, apparati espositivi e spazio può rileggere l’importante vicenda architettoni- architettonico che un all’allestimento deve perca messa in mostra, vederla sotto una nuova seguire. luce e riscoprirne l’attualità. Un unico materiale è utilizzato per l’allestimenL’idea cardine è quella di ridurre al massimo gli to: il multistrato di pioppo. Nessuna vernice apparati espositivi, di utilizzare geometrie il più o rivestimento viene applicato su di esso in possibile semplificate, di operare una estrema modo da preservarne la “sincerità”, l’autenticiderivazione degli elementi del progetto. Nel tà di texture e colore - proprietà d’altronde pospieno rispetto del pensiero di Mies, le strutture seduta dai materiali con cui è costruita la sala: necessarie all’esposizione dei contenuti della pietra, marmo, stucco - e di poter destinare il mostra devono essere l’espressione più ele- legno, al termine della mostra, ad un nuovo utimentare del compito che devono assolvere. lizzo. In tal senso, riuscire anche a trasformare l’esiguità di tempi e budget in una “risorsa” dell’approccio progettuale. Due grandi banchi sono disposti longitudinalmente alla sala, come a rincorrere le possenti colonne doriche, spina dorsale dello spazio. Lunghi 30 metri, e larghi 1 metro e 70, sembrano competere con la dismisura delle colonne. I due monoliti, staccati dal suolo e disposti a quaranta centimetri dalle colonne, generano una tensione tra l’orizzontalità dei banchi stessi e la verticalità delle colonne. Il rapporto di contrasto che ne deriva enfatizza i caratteri propri sia degli elementi architettonici effimeri che di quelli permanenti. Disegni, foto d’archivio, grafici, plastici sono volutamente collocati tutti sulla faccia superiore del banco, unica superficie espositiva ammessa, lasciando libere tutte le pareti perimetrali della sala. Per favorire la lettura delle opere in mostra i due parallelepipedi allungati dei banchi si inclinano leggermente verso il visitatore conservando la regolarità della sezione rettangolare;

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architetti napoletani 13 - Luglio 2011