Erbe spontanee del Trentino

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Erbe spontanee del Trentino La cultura della montagna unisce. E produce frutti

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Una storia da raccontare laddove la Natura è ancora incontaminata, dove il bosco lascia il posto alle verdeggianti malghe, luoghi di mandrie e greggi, dove scorrono le acque di montagna e la pace regna sovrana. Dove i segni della frenesia si diradano, lontano da strade e centri abitati, la Natura mette in atto le sue misteriose alchimie, regalandoci frutti inaspettati. La raccolta delle erbe spontanee per uso alimentare è un’attivitĂ che proviene dalla tradizione e che oggi permette di confezionare ricercati prodotti, attraverso i quali la montagna trentina ripropone i suoi sapori, le essenze, i profumi.

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La montagna offre i suoi frutti a chi li sa apprezzare dal fondovalle e poi su, fino ai duemila metri La grande varietà di erbe spontanee in Trentino significa anzitutto una cosa: che il territorio è sano. Niente, meglio della presenza di determinate piante, infatti, può testimoniare la salubrità dei terreni e delle acque. Dalle erbe nascono sapori inaspettati, e grazie alle erbe – preziosi indicatori della qualità dell’ecosistema – si può avere la certezza di trovarsi in una terra fatta ancora a misura d’uomo.

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Fondovalle, bosco, malghe e dintorni

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Per raccontare questa storia dobbiamo allontanarci un poco dalla città e recarci in quelle zone dove la Natura, in Trentino, è ancora incontaminata. Dove, cioè, le condizioni del terreno, la qualità dell’aria e altri fattori come l’esposizione ai raggi del sole o l’umidità del suolo concorrono all’unisono a una maturazione ottimale delle erbe spontanee. Dove i segni della frenesia si diradano, lontano da strade e centri abitati, la Natura mette in atto le sue misteriose alchimie regalandoci frutti inaspettati. Pochi passi fuori dal paese, sui prati che pazientemente attendono lo sfalcio ecco che il raccoglitore comincia il suo lavoro. Terreni grassi, azotati e ben esposti.

Gli occhi frugano nel tappeto verde e quel che allo sguardo distratto pare solo un praticello da concimare o una delle tante distese di fili d’erba che addobbano le valli trentine, diventa improvvisamente una moltitudine di materie prime, a cui provvede per intero madre natura. La sagoma frastagliata del tarassaco si alterna alle allineate strisce degli sgrizoi e alla più rara bardana. Durante la raccolta, il prato diventa il primo capitolo di un libro che solo il raccoglitore attento è capace di leggere. La trama del racconto prosegue poco più in là, magari lungo il greto del torrente, sui dirupi e nelle scarpate che è facile incontrare quando ci si sta lasciando la valle alle spalle e di buona lena si comincia a salire.


Dove scorrono le acque di montagna, in sottofondo, lungo gli argini impervi, incontriamo le affusolate piantine di luppolo che vengono colte sul nascere, prima che si trasformino in rampicanti e avvolgano la vegetazione circostante. Cambia il territorio attorno a noi. Man mano che si sale di altitudine, la vegetazione e l’aria diventano rarefatte, altre erbe spontanee, aromi diversi, quasi spezie, nuove forme e colori. Lassù, dove il bosco lascia il posto alle verdeggianti malghe, luoghi di mandrie e greggi, crescono l’ortica dioica e le altre erbe d’alpeggio. Il centro abitato ora è davvero lontano, il silenzio è rotto solo dai campanacci delle mucche al pascolo e dalla brezza leggera che viene giù dalle cime. Il raccoglitore, con lo sguardo sempre rivolto al terreno, coglie il buonenrico, lo spinacio di monte.

Ogni tanto si incontrano degli specchi lacustri: a volte cascate, altre modeste pozze d’acqua che la natura si è divertita a modellare. È lì, semisommerso nelle pulite acque di montagna, nei fossi, negli erbosi umidi e nei pressi delle sorgenti che si incontra il crescione acquatico, vero e proprio indicatore della purezza delle acque. La primavera è già quasi alla fine, così come la raccolta. All’appello mancano solo le erbe spontanee di alta montagna, quelle più difficili da raggiungere. Al limitare del ghiacciaio, su pendii sempre più ripidi, lungo i ghiaioni, spunta

l’ambito aglio della regina. Siamo oltre i duemila metri. Il paesaggio è suggestivo e la solitudine pressoché totale. Il raccoglitore transumante raggiunge la sua meta forse più ambita: il radicchio dell’orso, un’erba che si può cogliere solo in alcuni giorni dell’anno, al disgelo. La montagna generosa regala i suoi prodotti all’abile mano che saprà estrarre sapori unici, sperimentando nuovi gusti. Questa non è retorica, ma parole di chi ha scelto di vivere seguendo e rispettando i cicli della montagna e il suo ecosistema.

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Imparare i valori attraverso la raccolta La Natura ti sostiene se tu la sostieni. Questo il motto del raccoglitore che dall’inizio della primavera all’estate inoltrata si mette in cerca delle erbe spontanee trentine. Alla luce di ciò, ecco che errare in un prato appena fuori dal paese, infilarsi in un fitto bosco e arrampicarsi su uno scosceso ghiaione diventano qualcosa di più. il gesto illuminato di chi lavora con i prodotti della Natura, perché anche attraverso le erbe spontanee LEI riesce a comunicare con noi.

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Grazie a prodotti come Tarassaco, Aglio della Regina, Radicchio dell’Orso e tante altre erbe la montagna trentina si propone a chi ancora non ha avuto modo di apprezzarla. Come un invito discreto a venire a vedere, a far sì che il degustatore si trasformi presto in gradito ospite del Trentino. Il tutto attraverso i sapori intensi e delicati allo stesso tempo delle erbe spontanee. Piccole specialità gastronomiche che, oltre a deliziare il palato, comunicano un territorio e i valori che ne intessono la tradizione: il rispetto della Natura, la tenacia nella difficoltà, la pazienza della ricerca, la perseveranza nell’affrontare la fatica e le intemperie. I valori di un vero raccoglitore.


Sulle tracce di una sostenibilità ambientale

Uno strumento per imparare a vedere cose che normalmente restano invisibili: si chiama sensibilità ambientale ed è la dote fondamentale per chi raccoglie le erbe spontanee del Trentino. Riconoscere i segni che la montagna dissemina lungo i sentieri, nelle linee precise del bosco e dei pascoli.

La quiete che scende quando l’orso è nei paraggi; oppure la cosiddetta “linea dell’uomo” che sono le marmotte a tracciare. Senza contare la funzione che la raccolta delle erbe svolge nel trattamento degli incolti o dei prati, regolandone la sfoltitura. Esiste una completa interazione tra la montagna e il raccoglitore che, ovviamente, spesso deve lavorare su terreni di proprietà altrui.

I contadini lasciano volentieri che la raccolta avvenga nei modi e nei tempi stabiliti, e il raccoglitore ringrazia per la cortesia confrontando pareri ed esperienze sul terreno, sul clima e sulla nuova stagione. La cultura della montagna unisce. E produce frutti.

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Dalla terra trentina, i sapori che non ti aspetti erbe raccolte, lavorate e servite in tavola

Dai prati, dai boschi e dalle montagne trentine arrivano i sapori che non ti aspetti. Sono stati gli occhi attenti del raccoglitore a scovarli nel grembo della Natura. Abili mani hanno prelevato le erbe spontanee, le bacche, le radici e le hanno trasportate fino a noi. La saggezza culinaria ha fatto il resto, creando dei prodotti di una preziositĂ unica. Le erbe spontanee del Trentino sono ambasciatrici della terra che le ha generate, in quanto hanno il grande pregio di conservare i profumi e i sapori dei luoghi una volta giunte sulla tavola. Mantenendo intatte le caratteristiche organolettiche, ma ampliandosi nel gusto e nei numerosi abbinamenti con gli altri prodotti trentini.

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Taraxacum officinale (Tarassaco) È la prima delle erbe spontanee a venire raccolta, non appena le coltri nevose si sciolgono e restituiscono i prati al raccoglitore. La caratteristica forma a stella del “dente di leone” ricolora di verde le valli trentine sul finire di marzo. Il Tarassaco viene raccolto ancora sotto forma di germoglio e quindi conservato sott’olio. Il suo buon sapore amaro aromatico permette abbinamenti eccezionali con la pancetta o speck trentini. Oppure con le uova e i formaggi locali come la Spressa delle Giudicarie Dop.

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Luppolo (Bruscandolo) Viene raccolto negli incolti lungo gli impervi argini dei torrenti, sul nascere, prima che la pianta crescendo si attorcigli attorno agli arbusti circostanti, creando una sorta di inestricabili liane. Di colore rossastro, l’estratto che rimane dopo averne eliminato la fibra ha un sentore di mallo di noce, d’olive e noccioline. Ottimo sui crostini da accompagnare con una buona birra della Valle di Fiemme. Molto ricercato anche l’uso del luppolo come letto a carni bianche, uova o primi piatti.

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Arctium lappa (Bardana) Ai margini dei sentieri e dei campi, fra le macerie, nei boschi radi e nei pressi delle sponde, fino ai 1800 metri di altitudine. Ăˆ qui che cresce questa rara pianta biennale dalle grandi foglie. Le radici si raccolgono nell’autunno del primo anno di vegetazione o nella primavera del secondo anno prima che si formi il fusto floreale. Le foglie si raccolgono in maggio-luglio prima della fioritura della pianta. La Bardana presenta aromi simili al carciofo e al cardo selvatico. La sua degustazione viene proposta con pecorini e caprini stagionati e grana trentino. Molto particolare anche l’abbinamento a pesci di montagna come la trota e il salmerino.

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Silene vulgaris (Sgrizòl) Raccolta sul crescere, è la più eclettica delle erbe spontanee di prato. Conosciuta anche come “silene”, cresce a bassa quota, sui prati tra gli 800 e i 1000 metri. Si tratta di una delle migliori erbe commestibili. Viene raccolta solo prima della fioritura altrimenti le foglie basali diventano troppo coriacee. Viene scottata velocemente con un pizzico d’aceto, ha sapore leggermente dolce, un vago sentore di liquirizia ed è ricca di ferro. Perfetta da abbinare allo speck trentino senza disdegnare altri salumi autoctoni, accompagna bene come contorno anche frittate e pesci. Il nome di quest’erba fa riferimento al curioso rumore che le sue foglie producono se strofinate con le dita.

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Dioica ortica (Dioica) Cresce attorno alle malghe di montagna, nei terreni incolti e tra la flora ruderale, fino a 1700 metri di altitudine. Si colgono i germogli pi첫 teneri (revultiis), i quali, una volta leggermente appassiti o sbollentati, perdono il loro carattere urticante, diventando pienamente commestibili e facendosi apprezzare per il gusto delicatissimo. Ideale come condimento su gnocchi di patate e tortelloni. Insuperabile nei risotti.

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Negli ultimi anni l’interesse per la consumazione di diverse piante commestibili trentine, sia che si tratti di preparati liquidi, che di insalate oppure di contorni “verdi”, è notevolmente aumentato. Sono sempre di più gli chef e gli operatori del settore gastronomico a sostenere che le piante spontanee e commestibili saranno il cibo del futuro. Ma, proprio per la loro qualità, per la specificità del terreno dove crescono e, a volte, anche per la piccola quantità delle singole specie, e per le tecniche e le ricette di preparazione, spesso queste piante non si trovano a disposizione di tutti coloro che vorrebbero gustarle. Dall’altra parte, i piatti a base di piante spontanee, preparati nei ristoranti o negli agriturismi sono sempre più stimati e ricercati nella carta culinaria trentina.

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Chenopodium bonus-henricus (Buonenrico) Necessita di terreni molto azotati, ad esempio quelli attorno alle malghe con animali delle montagne trentine oppure nei pascoli alpini. Noto anche come “spinacio selvatico”, il Buonenrico viene raccolto giovane e in germogli in tarda primavera, salvo una piccola raccolta tardiva in autunno. Dolce e gustoso, viene abbinato con i formaggi d’alpeggio e i salumi. Intrigante anche se gustato con torte salate o strudel. Sulla derivazione del nome Buonenrico ci sono diverse ipotesi. Secondo una di queste, Enrico IV diffuse l’uso di questa pianta durante una carestia e, dato l’alto valore nutritivo, contribuì a salvare molte persone, da cui l’appellativo “buono”. 20


Cicerbita alpina (Radicchio dell’Orso) È la più preziosa delle erbe spontanee. Specie protetta a rischio di estinzione, solo i censiti delle valli trentine ne possono raccogliere un certo quantitativo annuo, arrampicandosi oltre i duemila metri, ai bordi dei ghiacciai. È tra le piante commestibili trentine più gradite. I germogli, appena spuntati, all’inizio di stagione tra aprile-giugno, a seconda delle stagioni, sono teneri e croccanti e si consumano crudi o cotti. Il radicchio dell’Orso presenta un delicato sapore amarognolo che ben si accompagna con i formaggi di malga e la cacciagione.

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Nasturzium officinale (Crescione acquatico) Lo si trova semisommerso lungo i corsi d’acqua di montagna, ma solo a condizione che quest’ultima sgorghi in piena purezza e limpidezza. Il crescione è un ottimo alimento perché contiene molti minerali ed ha un sapore deciso che va abbinato soprattutto con salumi, carni grasse, bolliti, lumache, zuppe e patate. Lo si può anche amalgamare con burro su crostini o polente abbrustolite.

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Allium schoenoprasum (Aglio della Regina) Nel mese di giugno, quando le avvisaglie dell’estate si fanno più insistenti, per il raccoglitore è tempo di arrampicarsi sui pendii scoscesi delle montagne trentine, a duemila metri di altitudine e anche più su. È lì che cresce quest’erba dal profumo agliato che ricorda l’erba cipollina. Non sono certo terreni agevoli. Spesso si tratta di imponenti ghiaioni, suggestivi da vedere, ma molto scomodi da percorrere. L’Aglio della Regina al palato esplode in una serie di magnifici sapori erbosi, ricordi di montagna che si raffinano in un gusto tartufato. Le note gustative sono complesse e multigrade e permettono a quest’erba di abbinarsi praticamente ad ogni tipologia di cibo: formaggi e salumi, polenta, funghi, zuppe, pesce, carni o patate. Ma la ricchezza del sapore di quest’erba consente di poterla gustare anche come condimento per un originale e indimenticabile piatto di pasta.

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Mugolio, Bacche e Radici Del bosco trentino non si butta via niente

La bellezza della montagna trentina è conosciuta e apprezzata oramai ovunque. Ma che da quei boschi e da quel ecosistema forte e ricco si riescano a ricavare preziosità gastronomiche anche dalle gemme di un albero o dalle sue radici è cosa che non finirà mai di stupire. Profumi unici ed intensi di licheni, muschio, resine, fiori e lungo sentieri che inducono a pensare ai fantastici abitanti del bosco: gnomi, folletti, fate e fattucchiere. Ecco allora i frutti del bosco: protagonisti non in una favola, ma in cucina. Rosa canina, cespugli di rosa canina fitti di bacche carnose, rabarbaro, il rafano, le prugne selvatiche, i frutti del corniolo fino alle piccole pigne del pino mugo…

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Cornus mas (Corniole) Sono bacche selvatiche proprie delle zone montane del Trentino. Conservate nel vin brulÊ si possono gustare come sorbetto tra un secondo piatto importante, dopo formaggi stagionati, il pesce o prima di un dessert. Una leggenda all’origine di questa pianta, il cui nome sembra riferirsi al legno particolarmente duro. Il giavellotto di corniolo scagliato da Romolo per segnare i confini di Roma, appena raggiunto il suolo, pare mettesse radici, rami e fiori ad indicare la futura prosperità dell’impero.

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Rosa canina (Rosa canina) Bacca della famiglia delle rosacee, conosciuta e utilizzata già nell’antico Oriente per la ricchezza di vitamine. Le possibilità di abbinamenti sono praticamente ilimitate: dai formaggi ai dessert.

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Armoracia rusticana (Rafano o Kren) La radice di rafano è utilizzata per la preparazione di una salsa adatta a condire carni bollite, pesce e verdure. Molto apprezzata la salsa al kren in accompagnamento a roast-beef e pesci affumicati.
Le giovani foglie fresche sono ottime in insalata.

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Rheum officinalis (Rabarbaro) Pur se originario del Tibet e della Siberia, questa erba acida ha attecchito da diversi decenni anche in Trentino. Viene trattata come un frutto, dal sentore agrumato e di rosa. Si può gustare abbinato alla cacciagione e ai volatili. Molto particolare anche l’accostamento ai formaggi giovani o sul dessert.

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Mugolio Conosciuto e usato fin dall’antichità per le sue importanti note balsamiche, il Mugolio è un elisir che sgorga dagli alberi di pino mugo (pinus montana Miller), proprio ai piedi delle Dolomiti. Le gemme dell’albero vengono raccolte in primavera e lasciate riposare – con l’aggiunta di zucchero – in grossi contenitori, fino all’autunno successivo. Nel frattempo hanno rilasciato uno sciroppo molto profumato, una resina caramellata di colore ambrato che ha note olfattive di assoluta importanza. Come se il bosco intero si condensasse magicamente e si infilasse in una boccettina di pochi centilitri. Il Mugolio può essere usato sui gelati, sugli yogurt, mescolato col latte caldo, usato come balsamico nella cottura di cacciagione. Tuttavia l’accoppiata più intrigante è senza dubbio quella con i formaggi. Descrivere le sensazioni offerte dalla dolcezza del Mugolio abbinata al saporito della ricotta fresca o di un formaggio autoctono come il Vezzena di Folgaria e Lavarone, è praticamente impossibile. Una sarabanda di emozioni gustative che si creano e si inseguono nel palato.

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I mille segni della Natura e il misterioso canto delle erbe Un’antica tradizione che si tramanda Oggi se ne ricavano preziose essenze, veri e propri gioiellini del gusto, che vengono utilizzate dai piÚ importanti chef per dare ai loro piatti un tocco di sapore alpino. Ma sono stati i nostri nonni, le donne del paese, i primi a conoscere e a raccogliere le erbe spontanee. Un modo per portarsi la montagna in casa. Anzi, nel piatto.

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Le erbe spontanee nella tradizione trentina

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C’è stato un tempo in cui anche in Trentino dalle erbe venivano i rimedi a mille malanni che avversavano il corpo e lo spirito. C’è stato un tempo in cui era dalle erbe che venivano il sostentamento e la possibilità di sopravvivere in tempi di guerre o di carestie. Ogni famiglia trentina ha avuto un avo, un nonno o una bisnonna che sapeva dove, come e quando raccogliere le piante più belle, con più proprietà curative o semplicemente con un sapore unico che in cucina ti permettevano di preparare piatti raffinati. Già, la cucina. Gli ingredienti non era nemmeno necessario acquistarli perché era la Natura che provvedeva ad essi.

Gli insegnamenti e le conoscenze si tramandavano oralmente, di madre in figlia, da secoli. E se provassimo a risalire all’indietro, nella ricerca della fonte primaria di un ricco bagaglio di conoscenze nel campo delle erbe spontanee, giungeremmo senz’altro a quella che è considerata l’opera fondamentale: la Storia Naturale dello scrittore latino, Plinio il Vecchio. Proprio di ortaggi selvatici e delle relative proprietà egli ci parla nel XX libro della sua voluminosa opera. Le piante che crescono spontanee nei campi e nei prati, nelle radure dei boschi e ancora più su. Prodotti le cui proprietà erano note fin dall’antichità, quando l’agricoltura non era ancora stanziale e faceva del nomadismo e della ricerca la propria forza e la propria ricchezza.


La montagna trentina, quindi, tra le sue tante ricchezze offre anche questa: le erbe spontanee. Sta all’uomo saperle riconoscere, raccogliere e trasformarle in prodotti naturali, spezie, condimenti e poi metterle a disposizione dell’alta gastronomia. È così, grazie a questa serie di passaggi precisi che i boschi e i prati trentini si presentano nei ristoranti e nelle più importanti botteghe gastronomiche non più sotto forma di immagini, ma attraverso le più ricercate e complesse trame del gusto.

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Come, quando e perché si raccoglievano Un patrimonio trentino in cucina che proviene direttamente dalla tradizione e che è radicato nella cultura della montagna e della sua gente. La spontaneità è il carattere fondamentale di queste erbe perché l’attività di raccolta precede e va oltre ogni forma di agricoltura. Nell’avvicendarsi delle stagioni è possibile scorgere un ordine antico. Regole non scritte che stabiliscono ad esempio quando è possibile raccogliere determinate erbe. Un calendario verde che non cambia nel tempo e si tramanda da una generazione all’altra. Tutto ha inizio a primavera. Le nevi si sciolgono e svelano verdi tappeti fino ad allora celati dalle bianche coltri. Le erbe spontanee si offrono all’occhio attento del raccoglitore: tarassaco, luppolo, bardana, sgrizoi, dioica.

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Poi ci si avvicina all’estate e la raccolta si sposta più in su, verso le cime. E così via fino a un nuovo autunno. Un ciclo si chiude e un altro presto si aprirà. Oggi come ieri. E poi c’è tutto un misterioso mondo fatto di segni. Velati messaggi che la montagna lancia attorno a sé e che sta all’uomo riuscire a cogliere e a decifrare. Ad esempio, osservare attentamente il bosco per capire come sarà la vendemmia di quell’anno: cose che nessuno strumento riesce a fare. Solo l’esperienza che si fonda nella tradizione di un popolo di montagna.


La figura del raccoglitore L’uomo con le piante ha un rapporto millenario. La raccolta delle erbe spontanee in Trentino è simbolo di come, anche in un’era tecnologica e avanzata come la nostra, l’uomo dipenda ancora dalla Natura e dai suoi prodotti. È la ricerca di un rapporto profondo, quasi ancestrale, con la montagna, guidata da una sensibilità ambientale non comune. Un cesto, un bastone, il cappello e poi le gambe, la vista e tutti gli altri sensi: questi gli strumenti

del raccoglitore che a primavera inizia la sua stagione di lavoro. Dalla ritualità dei suoi gesti che provengono direttamente dal passato traspare la saggezza di chi ama e rispetta il luogo in cui vive. Il raccoglitore sa bene che raccogliere le erbe non vuol dire sfruttarle: meglio prendere poche gemme da più piante che tutte le gemme da una sola. Non bisogna impoverire un luogo di raccolta. Bisogna dare alla Natura garanzia di correttezza e affidabilità di comportamento sia nella fase di ricerca delle erbe che nella loro nella raccolta e utilizzazione. Proprio grazie al rispetto reciproco, Natura e uomo mettono in campo una straordinaria

comunione che si concretizza nella nascita di prodotti unici, al servizio dell’alta gastronomia. Oggi il raccoglitore non opera più per necessità di sopravvivenza, come avveniva in tempi passati, ma per attuare un ritorno alla montagna in nome della sostenibilità ambientale. Una professione a tutti gli effetti, con delle regole, dei tempi e dei costi. E come ogni professione, anche quella del raccoglitore è disciplinata e tutelata; come ad esempio per la raccolta dei funghi. Info: www.trentinoagricoltura.it

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Eleonora Cunaccia e il canto delle erbe

Lei ama definirsi una raccoglitrice nomade che predilige la lentezza dei cicli naturali e della spontaneità. Eleonora Cunaccia (per tutti “Noris”) ha un privilegio: quello di saper come “comunicare” con la Natura. Un rapporto pieno di vitalità e di reciproco rispetto. Eleonora raccoglie erbe di alta montagna nel Parco Naturale Adamello Brenta, nel cuore delle Dolomiti, per gran parte dell’anno, tutti i giorni, con rigore, si dedica alla raccolta delle erbe spontanee più rare. Dal raccolto si ricavano delle autentiche perle di gusto e originalità. Sgrizoi, Aglio della Regina, Luppolo, Buonenrico, Crescione, tanto per citarne alcuni. L’obiettivo è sperimentare continuamente alla ricerca di gusti e aromi per raffinati abbinamenti, soprattutto con salumi e formaggi ma anche con carni o pesci e perché no, condimenti per paste e risotti. Quasi tutte le lavorazioni avvengono in purezza col solo utilizzo di olio extravergine d’oliva e sale, solo in qualche caso viene

aggiunto un pizzico d’aceto per favorire la conservazione. Raccogliere erbe non è una semplice attività lavorativa, ma qualcosa attraverso cui si veicola la magia della montagna, un’onda di energia che passa dal territorio, flora e fauna, alle mani del raccoglitore. È questo che intende Eleonora quando parla del “canto delle erbe”, la lingua sconosciuta che solo chi ama veramente la montagna può essere in grado di intendere. Erbe selvatiche raccolte a mano sulle montagne trentine che diventano prodotti di alta gastronomia per chi è alla ricerca di specialità uniche, quasi da meditazione. Leccornie per i ristoratori o i semplici buongustai che vogliono stuzzicare il palato. Preziose specialità gastronomiche – erbe spontanee, ma anche bacche e radici – che, oltre a deliziare, comunicano un territorio e i valori che ne intessono la tradizione. 39


Questa pubblicazione è stata edita da Trentino S.p.A. nel mese di ottobre 2008 Testi: Casomai | Scrittura & Comunicazione Coordinamento editoriale: Trentino S.p.A. Si ringrazia Eleonora Cunaccia per la gentile collaborazione Foto: Fotoarchivio Trentino S.p.A., Carlo Baroni, Francesco Cito, Giorgio Deflorian, Marco Simonini, Gianni Zotta Grafica: Designfabrik, Rovereto 40 Stampa: Litotipografia Alcione Srl, Lavis


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Trentino S.p.A. SocietĂ di marketing territoriale via Romagnosi 11 38100 Trento info@visittrentino.it

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