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In uscita il 20/12/2019 (15,0 euro) Versione ebook in uscita tra fine dicembre 2019 e inizio gennaio 2020 (,99 euro)

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LINDA MACCARINI

SANDY E LA PIETRA DEL SOLE                      

ZeroUnoUndici Edizioni


ZeroUnoUndici Edizioni WWW.0111edizioni.com www.quellidized.it www.facebook.com/groups/quellidized/     SANDY E LA PIETRA DEL SOLE Copyright © 2019 Zerounoundici Edizioni ISBN: 978-88-9370-354-3 Copertina: immagine Shutterstock.com


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PROLOGO

Il cielo nero sovrastava i suoi occhi semichiusi, che riuscivano appena a scorgere in lontananza i deboli raggi di luce provenienti da quella finestra in alto, che si sorreggeva in piedi a fatica, continuamente colpita dagli attacchi frustranti di palle di fuoco e lampi incandescenti. Cercava di alzarsi ma non ci riusciva. Le forze stavano scemando e, con loro, quella flebile fiamma all’interno del suo cuore che l’aveva sempre spinta a proseguire, a tentare con resilienza e vigore. Quella fiamma, poco tempo prima ardente e appassionata di fronte a quegli occhi dolci e profondi, adesso era come soggiogata da una coltre di fumo e cenere, che continuava a cadere imperterrita da un cielo plumbeo senza più speranza. Tutto intorno si udiva il rumore assordante di caos e distruzione, che rimbombava da fuori per poi penetrare con forza all’interno della sua mente. Ancora qualche secondo di urla stridule e laceranti, poi all’improvviso il silenzio. Passi pesanti e opprimenti, come i rintocchi dell’orologio della morte, iniziarono ad avvicinarsi angoscianti, facendo tremare il terreno. Cercò di girare la testa, lentamente, rendendosi conto solo in quel momento dell’estremo dolore che pervadeva tutto il suo corpo. Il suo cuore, così come il suo viso, ancora pulito e fresco nonostante la sofferenza, sobbalzava impaurito al ritmo incalzante di quei passi pieni di terrore e di angoscia. Degli stivali neri come la paura si posizionarono all’improvviso di fronte a lei. Con lo sguardo rivolto verso il suolo, poteva solo scorgere le punte, sciupate e malandate, sporche di sudicio e sangue versato. Quella sagoma, l’odore lacerante che emanava, le era molto familiare. Ciò che non aveva ancora avuto la sfortuna di


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sperimentare, era la falce che adesso poteva scorgere proprio vicino a quella figura impossessata di odio e rancore. La spada stava per muoversi, stava per compiere ciò che desiderava portare a termine da molto, molto tempo. Ma la sua mente, seppur offuscata e confusa, le diceva che ancora, forse, non era finita. Ancora, forse, c’era una speranza in fondo.


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CAPITOLO I

Correva da giorni. La sua ombra la inseguiva da lontano, cercando di acchiappare i suoi pensieri. Era tempo che non fuggiva in quel modo, spinta dalla voglia di scappare dalle angosce più profonde. Le sue gambe, le sue membra, l’intero corpo erano in un eterno subbuglio. Adesso ricordava cosa significasse scappare. Percepiva come non mai la morsa della paura sul suo collo, che la spingeva a muovere velocemente le gambe tremanti, a proseguire lontano, verso l’ignoto. Non sapeva dove fosse diretta o quale fosse il suo futuro imminente. Sapeva solo che fuggire era imperativo, l’unica possibilità in suo possesso. Ma quando d’un tratto si fermò, appoggiando la schiena stanca e dolorante al tronco di un albero, ecco che nel buio pesto della notte, quella strana e improvvisa sensazione di debolezza la invase nuovamente. Era una sensazione di astenia, di stanchezza latente, che dalla testa si spingeva a fondo sul suo viso, sulla gola, diretta al centro del suo cuore. Non l’aveva mai provata prima, nemmeno quando la sua malattia era tornata all’attacco, immobilizzando i suoi arti, facendola sentire inopportuna e limitata. Aveva assaporato il nettare dell’inganno ed era tornata a camminare. Eppure, di tanto in tanto, il respiro si fermava di colpo, la gola si faceva secca e dolorante e i suoi occhi divenivano improvvisamente stanchi e opachi. Delle ombre, delle macchie oscure e tenebrose, prendevano forza con prepotenza, distorcendo la sua percezione delle cose. Una sensazione di nausea e vertigine s’impossessava del suo corpo, spingendola a sedersi di colpo, per la paura di cadere. Accadeva sempre più spesso da quando Tom le aveva dato quel bacio maledetto. Erano passati giorni, settimane, eppure ancora riusciva a percepire il disgusto della sua saliva in bocca, l’amara triste sensazione di un amore forzato e macabro, colmo di riluttanza


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e violenza. Glielo aveva dato con tanta insistenza, con tanto spregio da farle quasi male. Aveva ancora impresso, di fronte a lei, quello sguardo di odio e rancore, di chi non si sarebbe mai rassegnato al rigetto e alla sconfitta. Si ricordava perfettamente ciò che le aveva urlato prima che il tempio della felicità si sgretolasse sotto ai suoi piedi. Lui, il mago maledetto, con la guancia ferita dai suoi stessi poteri, l’aveva condannata all’infelicità eterna, al male assoluto. Il suo specchio era corso nuovamente in suo aiuto, respingendo quella palla di fuoco diretta verso di lei, ma Sandy sapeva che quell’essere ferito l’avrebbe perseguitata, senza sosta o timore. Se n’era accorta una volta fuggita da quel luogo nefasto. In mezzo ai detriti aveva visto i suoi occhi colmi di collera urlarle che l’avrebbero trovata, in un modo o nell’altro. Non si era lasciata intimorire e aveva continuato a scappare, guidata dalla luce piena di speranza di lanterne danzanti, venute apposta in suo soccorso. Le truppe di suo padre avevano scalato la montagna degli incanti, superato la paura e gli inganni di quel luogo per lei, per riportarla al castello. Sentiva l’avvicinarsi incalzante delle trombe, i passi schierati, precisi e ben delineati, scanditi con forza e vigore. Erano sempre più prossimi, sempre più vicini. C’erano quasi, se li sarebbe probabilmente trovati dinnanzi di lì a poco se, in quegli istanti intensi e pieni di vita che precedevano il loro incontro, non si fosse scatenato l’inferno. All’improvviso, un boato alle sue spalle la fece girare di scatto. Un vento gelido penetrò di colpo le sue ossa, la sua pelle, il suo cuore. Un vortice pieno di detriti prese a girare su se stesso, innalzando per aria terra e polvere, avvolgendo e portando con sé tutto ciò che trovava sul suo cammino. Tutto, tranne Sandy. La Principessa, seduta in un angolo a ridosso dell’unico albero rimasto ancora in piedi, non poteva far altro che stare lì, inerme, come la spettatrice confusa di una danza macabra e raccapricciante. Di fronte a lei un turbine di fulmini, saette e vento, facevano sobbalzare il suolo e scuotevano con forza la chioma degli alberi e i loro tronchi,


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sradicandoli da terra, permettendo loro di volteggiare nell’aria come foglie appassite. Quel vortice voluminoso e oscuro, un’immensa nuvola nera in procinto di scoppiare, stava avanzando verso le truppe del Re. Qualche attimo dopo grida raccapriccianti di uomini e cavalli riempirono l’aria, facendo tremare il cielo, le nuvole e la stessa Principessa che, rannicchiata su stessa come un gomitolo, non poteva far altro che contemplare con angoscia lo spettacolo straziante davanti ai suoi occhi. Quando il vortice finì il suo compito, annientando completamente gli uomini del Re, ridotti adesso a un misto di terra e cenere, a poco a poco iniziò a placarsi, andando a creare una piccola nuvola nera di polvere e cornacchie. Queste, svolazzando e gracchiando malamente, tanto da far venire i brividi, si unirono insieme amalgamandosi in un’unica figura nera che ritraeva la sagoma di un uomo. L’ombra iniziò ad avanzare verso Sandy. Quando fu a pochi passi da lei sollevò la testa, scoprendo il volto. Tom, il mago della maledizione, si era trasformato nella rappresentazione della paura e del terrore. Interamente vestito di nero, portava ai piedi degli scarponi neri incrostati di fango e sangue. Nella mano destra stringeva con rabbia una falce. Il volto era bruciato e sanguinate, a causa dello scontro avuto poco prima con lo specchio della Principessa. Lo specchio! Dov’era il suo specchio? Sandy si accorse che lo specchio magico che l’aveva guidata, trasportata e protetta al tempio della felicità, era inesorabilmente scomparso. In preda al panico iniziò a guardarsi intorno, agitata, toccando con furia il suo vestito. L’uomo nero le parlò con voce rauca: «Stavi forse cercando questo, maledetta?» Tom lo estrasse dalla sua veste. Arrugginito e malandato, lo specchio riportava delle crepe profonde, come se anche lui fosse stato solcato dal nettare dell’odio. La voce dell’uomo era completamente diversa da come se la ricordava. Dov’era finito il vero Tom? Possibile che un amore non ricambiato avesse potuto tramutare quella persona in un mostro?


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Lui, però, non era mai stato un vero uomo. Era un mago che aveva commesso degli errori, macchiandosi di peccato, ed era tornato a sbagliare, a fare del male nonostante un tempo fosse stato perdonato. Può definirsi uomo colui che, dopo lo sbaglio, continua a perseverare? Adesso difficilmente sarebbe potuto tornare indietro. Il suo viso sanguinante e oscuro ne era la prova. «Uccidimi» disse Sandy tra le lacrime «uccidimi adesso, come hai fatto con le truppe di mio padre. Così sarai finalmente felice.» «Troppo facile» disse Tom, questa volta in una morsa di dolore. La ferita al volto era profonda. Il suo occhio destro, oltre alla guancia, sanguinava come un fiume in piena. «Cosa vuoi dire? Che altro vuoi da me?» «Ti perseguiterò, Sandy. Ti sfiderò. Ti metterò alla prova e ti ostacolerò in tutti i modi possibili e immaginabili. E sai perché? Perché ti dimostrerò alla fine di tutto che non puoi niente senza di me, non puoi niente se non con me.» «Tu sei completamente pazzo! Non puoi costringermi ad amarti, né ora né mai.» «Se non sei in grado di amare me, non amerai nessun altro, Sandy.» «Perché ti ostini? Perché non capisci?» le lacrime della Principessa continuavano a sgorgare, inarrestabili. «Sarà bello, Sandy» disse Tom, accennando un falso sorriso nel dolore «ci sfideremo, ti trarrò in inganno e capirai che non puoi niente senza di me. La tua fine sarà lenta ma inarrestabile. O ti deciderai ad amarmi, o il tuo destino sarà la morte.» A quelle parole gli occhi della Principessa, già pieni di lacrime, si chiusero per un secondo. Avrebbe tanto voluto che quello fosse un brutto sogno, un’immagine irrequieta e fuori luogo di qualcosa che aveva solo immaginato. Ma quando li riaprì, e vide ancora lo sguardo di Tom fisso su di lei, capì che questa volta, come non mai, era davvero in pericolo di vita. I suoi occhi la immobilizzavano, la impaurivano, togliendole il respiro e rendendola totalmente disarmata e piena di ansia. Quali poteri stava sperimentando Tom? «Non ti farò mai dimenticare di me» proseguì lo stregone, con voce minacciosa ma dolorante «diventerò il tuo tormento, il tuo terrore


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più grande. Ti inseguirò come un’ombra, ti guarderò da lontano nel buio e nella notte più profonda. Sappi che la tua mente è mia. Tu sei mia, per sempre.» Fece silenzio, chinò di nuovo il capo e con la falce nella mano destra e lo specchio magico nella sinistra, stringendolo con disprezzo, svanì in una nuvola oscura lasciando a terra un pugno di penne nere. Una sensazione di ansia e paura s’impossessò immediatamente della Principessa. L’aveva provato spesso quel senso di inadeguatezza. Aveva provato spesso cosa significasse essere in preda al tormento, ma mai in quella maniera. Ciò che era solito impossessarsi di lei, dal suo ultimo incontro con Tom, dal giorno di quel bacio velenoso, era qualcosa d’inspiegabile, qualcosa che andava oltre la semplice preoccupazione. Sandy da quel momento non era semplicemente stanca e debole, ma letteralmente controllata dai pensieri più loschi e oscuri. Tuttavia, non succedeva sempre. Erano settimane che vagava senza meta da quando era stata lasciata in quel modo, in balìa della disperazione. Quando era lucida e riusciva ad avere un contatto totale con la realtà, ascoltava il suo corpo, i suoi pensieri, le sue sensazioni. Si era accorta, con estrema sorpresa, che non solo la sua malattia era completamente scomparsa ma che non avvertiva più, dal momento in cui aveva bevuto il nettare dell’inganno, né fame né sete. Si era anche accorta che, ormai da settimane, vagava in un bosco sempre uguale, fatto di sterpaglia, tronchi caduti, nebbia e buio. Dov’era finito il sole? Nel percorso che Sandy stava attraversando, più simile a un circolo vizioso che a un vero sentiero, il sole sembrava come coperto da una coltre spessa di poltiglia e cenere, che andava a creare un’atmosfera lugubre, a tratti inverosimile. Impossibile non chiedersi come fare a uscirne, in quale maniera salvarsi, ancora una volta. Eppure, quando Sandy si fermava a pensare, anche solo per un attimo, a come salvarsi da Tom, quei sintomi indefiniti tornavano alla ribalta, rendendola fragile e piccola, con le sue paure. Anche adesso che si trovava lì seduta con le spalle al tronco di un albero, chiedendosi dove fosse diretta e come avrebbe potuto combattere quello spirito maligno che cercava di annientarla, quella sensazione di astenia tornò improvvisamente a dominarla. Il respiro


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si fece accelerato, i suoi occhi annebbiati e stanchi, il petto contratto e oppresso come da un macigno. La sua mente iniziò a produrre ancora una volta ombre oscure e distorte, miste a una sensazione di vertigine. Sentiva il suo odore acre avvicinarsi, il suo sguardo opprimente dominarla, dall’alto. Sentiva che lui era vicino, piÚ forte di prima, pronto a tenderle il primo trabocchetto.


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CAPITOLO II

La pioggia iniziò a cadere incessante dall’alto, bagnando il suolo e tutto ciò che vi era sopra, spazzando via bruscamente le foglie secche rimaste, ultimo segno di vita in quello spazio morto, senza inizio né fine. Cercò di alzarsi piano, come se non volesse fare rumore e attirare l’attenzione di qualcuno fuori dal suo controllo. Sapeva che lui era lì, da qualche parte, sentiva la sua presenza. Ogni volta che avvertiva il suo fiato teso sul collo, aveva la sensazione che quella sarebbe stata di nuovo la fine. Avanzò di qualche passo, con difficoltà. Le sue gambe adesso si muovevano benissimo, ma un senso di vertigine e paura inondava il suo cuore, impedendole il respiro. Il suo sguardo si perse nel vuoto, nel buio pesto della notte. La pioggia continuava a cadere, infradiciando tutto. Tutto, tranne il suo corpo. Si accorse, all’improvviso, di essere perfettamente asciutta. Solo la sua mente era annebbiata, il suo pensiero completamente bagnato dal liquido della debolezza e dell’impossibilità. Continuò ad avanzare lentamente. Spettri neri, simili a ombre, iniziarono a palesarsi attorno a lei, soffiando con la stessa forza di un vento gelido da tutte le parti, scuotendo il suo vestito, i suoi capelli, la sua anima. Cosa stava per succedere? Nel buio pesto della notte Sandy iniziò ad agitarsi, guardandosi alle spalle terrorizzata. La sua vista era offuscata, il cuore batteva all’impazzata, un’improvvisa sensazione d’impotenza verso se stessa e il mondo circostante la mandava totalmente in confusione. Ma proprio quando stava per cadere di nuovo a terra, un tocco deciso e forte arrestò il suo vagare senza meta.


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Un cancello di ferro, decadente e malandato, la separava da una vallata sperduta, coperta da una coltre fitta e spessa di nebbia. Addentrarsi era l’ultima cosa che avrebbe voluto fare ma, dopotutto, non era forse anche l’unica scelta possibile? A tentoni, cercò di spingere il cancello per aprirlo con la mano destra. Lo toccò più volte, invano. Si accorse solo dopo che attorno alle due inferriate un laccio stretto le teneva insieme. Un uccello nero gracchiante, interamente coperto di melma e inzuppato di acqua, alla vista di Sandy iniziò a emettere suoni acuti e assordanti, facendola sussultare. Le sue zampe, affilate come le unghie di un gatto, stringevano con forza un piccolo foglio lacerato. Era evidente che la Principessa dovesse recuperare la pergamena per proseguire, ma gli occhi puntati della cornacchia, e i suoi lamenti costanti e insistenti, la facevano tremare. Con poca convinzione, Sandy avvicinò le sue mani al cappio, cercando di slegarlo. Gli occhi fissi dell’animale sembravano solo aspettare il momento opportuno per acchiappare la sua mano. Quando, con cautela, la fanciulla ebbe finalmente snodato la corda stretta e ruvida, toccando il piccolo foglio con la punta dei polpastrelli, l’uccello rimasto fino a quel momento immobile avvicinò repentinamente il suo becco alla mano della Principessa, pizzicandola ed emettendo l’ultimo eterno suono stridulo per poi volare via, nel buio pesto della notte. Un dolore intenso le avvolse il palmo della mano, coperto di sangue. Nonostante ciò, prese finalmente tra le mani il biglietto e iniziò a leggere, ad alta voce, sebbene la vista offuscata le facesse vedere le lettere sdoppiate: La paura ti perseguiterà, la debolezza ti avvolgerà. Questa è la prima sfida che io ti lancio, che ti farà addentrare all’interno di questa valle con slancio. Se uscire tu vorrai, al di là degli spettri proseguire dovrai. “Riconoscere” è la parola d’ordine per salvarti dai riflessi agghiaccianti. Benvenuta nella lugubre vallata degli specchi deformanti.


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A quelle parole le si accapponò la pelle. Cos’era la vallata degli specchi deformanti? Dove la stava intrappolando quello stregone pieno di collera? Impaurita, si spinse aldilà dell’inferriata. Di fronte a lei, oltre la pioggia battente, uno spettacolo malinconico e raccapricciante si palesò di colpo. Una fila infinita di specchi, uno accanto all’altro, in linea orizzontale. Gli specchi erano tutti uguali, identici all’amato specchio magico che la Principessa aveva per lungo tempo custodito e che il mago maledetto le aveva sottratto. Erano molto più grandi, quasi quanto una persona, infilzati nel terreno, come lapidi. Ciò che si stava profilando di fronte a lei sembrava più un cimitero che una semplice vallata. Cosa custodivano quegli specchi al loro interno? Erano forse le tombe delle sue paure che stavano per riemergere ancora una volta dal passato? Cosa stava escogitando realmente Tom? Iniziò ad avanzare, lentamente. Più si avvicinava, più intravedeva il suo riflesso deformato in quelle superfici luccicanti, come se cento, duecento, mille Sandy stessero prendendo forma in quel momento. La fissavano con aria di sfida, o forse erano solo i suoi occhi che stavano sfidando se stessa. I riflessi deformati continuavano a guardare dritti, tutti insieme, ma Sandy non si riconosceva in quello sguardo. Sapeva perfettamente che quella non era lei. Spaesata, fece alcuni movimenti a caso, per capire se ciò che vedeva corrispondesse alla realtà o fosse solo frutto della sua immaginazione. Iniziò a muovere il braccio destro, portandolo all’altezza della testa. Strinse il pugno in alto, più volte, con un movimento intermittente, testando la forza della sua mano. I suoi riflessi, posti tutti in fila a pochi centimetri gli uni dagli altri, ripetevano quei gesti in maniera lampante, come marionette. Ma quando dalla testa portò la mano all’altezza del viso, toccandosi la punta del naso, una visione immobilizzò di colpo il suo sguardo. Il riflesso nello specchio dinnanzi a lei era perfettamente immobile, a differenza di tutti gli altri. La guardava, con aria minacciosa, come se la volesse rapire e tagliare in due. Sandy abbassò il braccio


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tremante lungo il fianco. Il gelo della notte la rendeva inerme, ma un calore invase il suo viso. Era agitata e realmente impaurita in quel momento. Il riflesso a poco a poco iniziò a muoversi delicatamente, mantenendo uno sguardo fermo. Fece alcuni passi per poi fuoriuscire dallo specchio, calpestando con i piedi il terreno freddo e bagnato. Quando fu completamente fuori, le sue gambe si fecero molli, accasciandosi a terra, divenendo immobili e prive di forze. Come un bruco, iniziò a strisciare per terra, sfregando la sua pelle contro il terreno melmoso. Era identico a lei, con i soliti vestiti e i capelli neri lunghi e setosi, ma i suoi occhi spenti comunicavano solo angoscia e morte. Lo spettro continuò ad avanzare ancora, adagio. Quando fu a pochi passi dalla Principessa, iniziò a parlare, lentamente, con voce calma e talmente oscura che sembrava provenisse direttamente dall’aldilà: «Non avere paura, Sandy. Avvicinati, vieni da me.» «Cosa vuoi da me? Chi sei?» chiese Sandy, terrorizzata da quella visione. «Come chi sono? Non ti riconosci in me?» Mentre il riflesso pronunciava quelle parole, Sandy fissò intensamente le gambe molli di quell’essere, piegate in due come se avessero perso totalmente qualsiasi tipo di potere e forza. L’ombra del ricordo si affacciò minacciosa all’interno della sua mente. La Sandy che aveva di fronte era se stessa, tra un anno esatto, quando il nettare dell’inganno che aveva bevuto avrebbe perso il suo effetto e la sua malattia sarebbe tornata all’attacco, rendendola immobile, a meno che… Il riflesso parlò, rivelandosi in tutta la sua sofferenza: «Sono il tuo futuro. Sono la visione di te stessa tra un anno esatto da oggi. È questo che diventerai, carne marcia immobile. Per spostarti dovrai strisciare per terra, e per te non ci sarà più alcun futuro. Peggiorerai, perché la tua malattia sarà inarrestabile e senza tregua. Tremerai come una foglia a ogni respiro, a ogni pensiero e parola. Non ci sarà più scampo. È questo che vuoi? È questo che desideri per te, dopo tutto il tuo cammino?»


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Sandy, inerme, si accasciò a terra, puntando il viso alla stessa altezza del suo riflesso. I loro occhi si fissarono, intensamente, incontrandosi per la prima volta. No, di certo quello che vedeva in quel momento non era ciò che avrebbe voluto. Eppure, dentro di sé, provò a ripetersi di non ascoltare quella creatura, così identica a lei ma allo stesso tempo così distante e irreale. «E tu che ne sai? Come puoi conoscere il mio futuro?» urlò Sandy di fronte alla sua immagine «sì, è vero, tra un anno il nettare che ho bevuto perderà il suo effetto, la malattia tornerà e io riprenderò a zoppicare. Vorrà dire che mi abituerò e imparerò di nuovo ad accettare. Ho la mia puntura con me. L’ho sopportata per due anni, posso sopportarla per tutta la vita.» «È proprio qui che ti sbagli» disse quella creatura con disprezzo «sei così sciocca che non ti sei nemmeno accorta che non solo hai perduto il tuo specchio, ma non hai nemmeno più il tuo stupido flauto magico con te.» Sandy prese a toccare il suo vestito, agitata. La sua puntura non c’era. Tom doveva avergliela rubata quando era ancora al tempio della felicità, insieme a quel bacio oscuro e riluttante, che aveva cicatrizzato la sua anima. Il terrore s’impadronì di lei, definitivamente. Il suo riflesso lo percepì, per poi tornare all’attacco, facendo leva nella sua mente: «Sai cosa significa se non potrai più iniettarti la tua puntura? Che la tua malattia peggiorerà e finirai per rimanere inferma, mia cara. Guardati, guardati allo specchio. Guarda dove ti sta portando la tua cocciutaggine.» Gli occhi del suo riflesso sprigionavano rabbia. Erano così intensi che non credergli sembrava impossibile. Sandy aveva ancora una volta davanti a sé il suo futuro, e il suo futuro era ancora una volta triste e raccapricciante. Domandò a se stessa, con voce rotta dal pianto e occhi pieni di lacrime: «Come posso impedirlo, quindi?» «Non posso dirtelo io, te lo dirà il tuo istinto.» Il riflesso si discostò leggermente, voltandosi indietro. All’improvviso, lo specchio dal quale aveva preso forma si


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trasformò in due porte, una accanto all’altra, con una fessura grande e larga dalla quale sembrava provenire una luce fine ma abbagliante. Entrambe erano squadrate, molto più grandi rispetto a una porta normale. Alte circa il doppio di una persona, sembravano dividere il mondo reale da uno fatto di finzione e inganno. Eppure, vi era una differenza sostanziale tra le due: la maniglia. La porta di destra, di legno scuro e massiccio, possedeva una maniglia lunga e affusolata, laccata d’oro con rubini e smeraldi incastonati che andavano a impreziosire l’impugnatura. La porta di sinistra, invece, al posto della maniglia possedeva un ferraccio arrugginito e consumato dalle intemperie e dal tempo. Sandy fissò intensamente quelle fessure, senza dire una parola. Il riflesso cercò ancora una volta di distrarla, invitandola a prendere una decisione: «Avanti, cosa aspetti? Apri una delle due porte.» «Ma io… io non so davvero cosa fare.» «Devi aprirne una, altrimenti rimarrai incastrata qui, in questa valle sperduta. Vuoi questo? Non mi hai appena chiesto una soluzione per impedire che il tuo futuro si avveri? Non vuoi forse rimanere per sempre nella tua attuale condizione, evitando che tra un anno l’effetto del nettare della felicità svanisca? Bene, allora devi proseguire e aprire una delle due porte, ma scegli bene.» Sandy era confusa. Vedere se stessa di fronte a lei parlarle in quel modo, con sguardo intimidatorio, la rendeva disarmata e priva di forze. Il buio della notte, il gelo che penetrava con forza nelle sue ossa, il cimitero fatto di specchi davanti a lei, le due porte che sembravano attendere il primo passo falso. Tutto ciò le gelava il sangue nelle vene, quel poco che le era rimasto almeno. Il suo sguardo era calmo, ma il suo corpo e la sua mente erano in subbuglio. Cosa si celava dietro quelle porte? Quale avrebbe dovuto aprire per prima? La maniglia alla sua destra luccicava intensamente. Nell’oscurità della vallata quei rubini e smeraldi erano l’oro in fondo alla miniera, l’oasi in mezzo al deserto. Attiravano il suo sguardo con smisurata insistenza, cercando di guidare la sua mano. Questa prese a muoversi, lentamente, verso quella maniglia dai contorni dorati, fin quando vi fu sopra.


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«Avanti» disse quella creatura dalle gambe deturpate «apri quella porta. Il tuo istinto ti sta guidando bene. Ti sta guidando verso la salvezza. Aprila, adesso.» La mano di Sandy continuò a spingersi, tremante, ancora più vicino a quella maniglia. I rubini adesso brillavano a intermittenza, come stelle nel cielo estivo pronte a scagliarsi contro occhi stupiti e meravigliati in un bagliore di luce splendida e incandescente. Ma proprio quando stava per arrivare alla porta, proprio quando le sue dita stavano per compiere l’ultimo gesto, una voce appena percettibile da lontano fermò di colpo le sue azioni: «Principessa Sandy, la prego, venga a prendermi.» Quella voce debolissima, come un’eco, penetrò nelle sue orecchie all’improvviso, procurandole un rumore assordante. Era lo specchio. Egli era lì, in quella vallata, da qualche parte, ma la voce che aveva sentito proveniva da sinistra. Quella porta alla sua destra, bella e massiccia e dalla maniglia di smeraldi e rubini, non aveva niente a che fare con lui. La sua mano si arrestò, di colpo. «Che ti prende?» riprese a tormentarla il suo riflesso «perché ti sei fermata? Avanti, prosegui, apri quella porta. Vuoi salvarti o no?» Sandy lo guardò negli occhi. Era difficile contraddire l’immagine di se stessa. Era difficile guardare i suoi stessi occhi e provare solo riluttanza. Ma era convinta che quegli occhi, apparentemente identici ai suoi, la volessero solo trarre in inganno. «No, non aprirò questa porta. Aprirò la porta alla mia sinistra.» «Vuoi aprire quel ferraccio putrefatto? Sai che quella porta malandata ti porterà dritta all’inferno?» Sandy si girò di scatto. Senza ascoltare le parole di quella creatura strisciante, afferrò la maniglia alla sua sinistra. Ruvida al tatto, sembrava nascondere mille verità ancora non dette o rivelate. Senza curarsi delle urla del riflesso dietro di lei, aprì di colpo quella porta scricchiolante e malandata. Una luce dai contorni oscuri la avvolse al suo passaggio, rassicurandola e facendola tremare allo stesso tempo. Sentì provenire dalla sua destra un vento gelido e tagliente che andò a spostare e avvolgere i suoi capelli. Percepì improvvisamente un odore acre e malvagio. Una vertigine, profonda


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e senza confine, iniziò ad annebbiare la sua mente, rendendola calda e incandescente. Sandy lo sentì mentre la stava scrutando e osservando, con occhi pieni di odio e di sfida. C’era lui dietro la porta che avrebbe voluto aprire. La maniglia luccicante di pietre e rubini l’avrebbe portata diretta nelle mani di Tom. Il mago maledetto stava giocando con lei, mettendo a dura prova la sua mente, tendendola comunque sotto controllo. La voce remota e lontana del suo specchio l’aveva salvata, per ora, spingendola ad aprire l’altro passaggio, seppur all’apparenza meno invitante. Ma per quanto a lungo sarebbe corso in suo aiuto? Per quanto tempo ancora avrebbe avuto la forza e l’energia di prestarle servizio, prima che quel mostro lo eliminasse completamente? Eppure, questo era un buon segnale, significava che era ancora vivo. Doveva trovarlo, doveva impossessarsi nuovamente di quell’oggetto magico. Tom gliel’aveva sottratto, ma ciò che non poteva cancellare era il legame che lo univa alla sua unica e legittima padrona. La Principessa adesso doveva prestare la massima attenzione per proseguire in quella vallata dai mille trabocchetti, che presentava di fronte a lei un nuovo enigma da risolvere, un nuovo ostacolo da superare. Un labirinto, oscuro e intricato, interamente fatto di specchi. Sandy lo trovò là, di fronte a lei, non appena ebbe oltrepassato la soglia. Tanti specchi, tutti uguali, anche questi identici all’amato specchio perduto. Sandy non riusciva a identificare esattamente cosa quel labirinto formasse nella sua interezza. Vide solo il punto d’inizio, un’apertura stretta e pericolante, che aspettava il suo primo passo all’interno dell’intrigo. Sandy avanzò, con il cuore in gola. Il passaggio era limitante e opprimente. Gli specchi che lo formavano sembravano scrutare a fondo i suoi movimenti, i suoi passi, i suoi stessi pensieri. La Principessa si specchiò per un attimo in uno di essi. Il suo viso riflesso in quelle superfici luminose appariva deformato, i suoi occhi profondi e bellissimi divenivano estranei, fuori dalle orbite, e la sua bocca perfettamente regolare e disegnata formava per metà un ghigno, un sorriso beffardo che sembrava prendersi gioco di lei. Era


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come se tutto in quel luogo ai confini della realtà le fosse vicino e contrario al tempo stesso, pronto a sferrare il primo colpo basso da un momento all’altro. All’interno di quel labirinto, Sandy iniziò nuovamente a provare una sensazione di oppressione al petto, che la fece più volte vacillare. L’aria viziata, i mille sguardi puntati addosso, il sentiero stretto e angusto, a tratti caratterizzato da nebbia fitta e spessa. Tutto costituiva per lei un vortice oscuro e confusionario nel quale si era trovata di colpo contro la sua volontà, e dal quale sembrava difficile uscire, almeno per il momento. Fu nella confusione della sua mente che si trovò dinnanzi, all’improvviso, tre sentieri identici, fatti di specchi come il percorso che aveva seguito fino a quel momento, che portavano però verso tre direzioni diverse: uno al centro, uno a destra e l’altro a sinistra. Dapprima, sconcertata, si girò pronta a tornare indietro pur di non fare una scelta. Non era in grado in quel momento di prendere decisioni. Le sue tempie pulsavano, e quel senso di vertigine ed estraniamento dalla realtà si era impossessato nuovamente di lei. Ma quando, voltandosi, si accorse che il cammino che aveva percorso era completamente scomparso, lasciando spazio a un muro fatto interamente di specchi luccicanti che ritraevano il suo sguardo pieno di terrore, capì che l’unica cosa da fare era proseguire in un modo o nell’altro. Fece un passo verso i tre sentieri, ansimante. Li fissò intensamente, con aria smarrita, quando una voce dolce e flebile attrasse la sua attenzione, all’improvviso: «È difficile scegliere, vero?» Una bambina, perfettamente vestita, con un abitino ricoperto di perle e smeraldi e lo sguardo languido e profondo, era al suo fianco. Aveva dei capelli lunghissimi e scuri e degli occhi lucenti, come se avessero visto per la prima volta il sole. Sandy la osservò attentamente e all’improvviso ebbe l’impressione di rivedere in quello sguardo se stessa. Notò al polso destro della fanciulla un bracciale d’oro purissimo con pietre incastonate che formavano un fiore. Quella bambina era lei, alla tenera età di otto anni, nel pieno della sua salute. Era lei prima del tragico giorno in


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cui sua madre aveva compiuto quel gesto. Quella bambina era tutto quello che Sandy avrebbe ancora voluto essere. Con cautela, si discostò leggermente dalla Principessa e prese a camminare davanti a lei verso il percorso centrale: «Vieni, ti mostro io il cammino.» «Sei sicura che quella sia la strada giusta?» «Certo. Perché non ti fidi?» Sandy avrebbe dovuto fidarsi della bambina di un tempo. Era di certo molto più pura e innocente di quanto non lo fosse lei in quel momento, all’età di quasi ventuno anni, dopo tutto ciò che aveva passato. Eppure, vedere se stessa in tenera età all’interno di un labirinto fatto di cunicoli e di specchi deformanti, la fece rabbrividire. Ma ancora una volta, come in passato, pensò di non avere alternative. Si fece convincere e imboccò il percorso centrale. Strettissimo e tortuoso, quest’ultimo era costeggiato da specchi deformanti che tremavano a ogni passo. Dopo qualche minuto di cammino, con le ombre dei riflessi che sembravano vegliare su di loro, la bambina si arrestò, fermandosi di fronte a uno di essi. «Ecco!» esclamò «è questo il passaggio segreto. È qui che devi entrare.» «Ma io, come faccio a entrare qui dentro, da sola?» «Non sarai sola. Sarai con la mamma.» A quelle parole il cuore di Sandy perse un battito. Sentì all’improvviso una presenza, proprio alla sua destra, dove era puntato lo sguardo della piccola. Si girò e ciò che vide fu sconfortante e sorprendente al tempo stesso. Sua madre, in tutta la sua interezza, con gli stessi abiti e lo stesso sguardo di quel maledetto giorno, prima di compiere quel folle gesto. Serena, quasi inconsapevole del suo passato, la guardò come se niente fosse successo, come se il tempo non fosse mai trascorso. Gli occhi di Sandy si riempirono di lacrime. D’istinto cercò di andarle incontro, con una voglia fortissima di abbracciarla, ma lei si allontanò e con leggiadria si diresse verso quello specchio che sembrava costituire il passaggio per la salvezza. Fissò sua figlia, con occhi languidi:


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«Vieni, Sandy. Ti porterò via da qui. Ti farò finalmente uscire da questo labirinto. Entra con me all’interno di questo specchio. È lo specchio che tanto hai amato, che tanto ti ha consigliato. Attraverso di lui troverai la salvezza.» La sua voce e il suo sguardo erano rassicuranti, come non lo erano mai stati. Sandy era confusa ma felice di vedere sua madre. Con commozione, prese a dire: «Vi prego, prima fatevi abbracciare, Madre. Non sapete quanto ho sognato questo momento.» «No, bambina mia, dobbiamo fare presto. Ci sarà tempo per stare insieme. Eccome se ci sarà. Ma adesso dobbiamo entrare nello specchio magico prima che lo stregone torni all’attacco. Vieni, vieni da me. Prendi la mia mano.» Tom. Per un momento lo aveva dimenticato. Aveva scordato dove si trovava e chi la stava tenendo sotto scacco. La mano tesa di sua madre verso di lei era la scala verso il paradiso, il porto sicuro dopo la tempesta. Non si accorgeva di essere ancora all’interno del groviglio, dentro la tela dell’inganno e della perdizione. Guardava la mano della madre fissa, come un dono. Alzò la sua, lentamente, e iniziò ad andarle incontro, come ipnotizzata dagli eventi. La stava raggiungendo, leggera e languida. Quando stava per toccare le sue dita, sfiorare la pelle bianca e setosa della sua mano, una vibrazione intensa colpì di colpo la sua testa, facendola vacillare. Era ancora più forte di quelle che aveva provato fino a quel momento, ancora più intensa rispetto a tutto ciò che aveva sopportato in quella valle dal momento in cui vi era capitata. In quella vibrazione sentì per un millesimo di secondo una voce debole ma chiara che, come un campanello d’allarme, sembrava suggerirle di scappare, di allontanarsi il prima possibile: «Principessa, vada via da lì!» Era la voce dello specchio, ancora. Ma non proveniva dallo specchio di fronte a lei, bensì da uno dei mille specchi che formavano le pareti di quel labirinto maledetto. Sandy iniziò a guardarsi attorno, spaesata. La testa le vibrava, ma i suoi occhi furono limpidi per un secondo. Incrociarono quelli di sua madre, che continuava a intimarla di proseguire, di prendere la sua mano. Erano strani.


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Possedevano un alone oscuro al suo interno, una luce opaca che la fece rabbrividire. «Voi non siete mia madre» disse la Principessa, indietreggiando. «Certo che sono io, figlia mia. Come fai a dubitare di questo?» «No, non è vero.» «Chi te l’ha detto? Non dirmi che sei riuscita a entrare in contatto ancora una volta con quel maledetto specchio?» A quelle parole la voce di sua madre si fece cupa e spettrale. Era già la seconda volta che lo nominava. Come faceva a sapere dello specchio? Lei non lo sapeva, ma Tom sì. Indietreggiò ancora, questa volta tremando: «Chi sei? Perché mi stai facendo questo?» Al suono della sua voce la veste bianca e lucente della Regina divenne un camicione nero, le sue mani affusolate si fecero grosse e tozze, il suo sguardo languido obliquo. Ai suoi piedi, degli scarponi neri e incrostati. Un ghigno disarmante fuoriuscì dalla sua bocca, scuotendo il suolo e tutto ciò che vi era attorno. Lo stregone maledetto era lì, di fronte a lei. La voce dello specchio si fece ancora più acuta, inebriando di forza la sua mente: «Principessa, la prego, faccia presto. Venga a prendermi!» A quel richiamo tutti gli specchi del labirinto iniziarono a tremare e ad appellarsi a Sandy, come in una litania: «La prego, Principessa, mi salvi!» Sandy, totalmente in confusione, iniziò a correre verso le pareti del labirinto, cercando di capire chi tra quegli specchi fosse veramente il suo, con la speranza che potesse aiutarla e portarla via da lì. Tom, dal canto suo, era ancora per aria, con lo sguardo verso il cielo, pronto a scagliare su di lei tutto il suo rancore. Una palla infuocata prese forma tra le sue mani. Era una palla incandescente e oscura, che racchiudeva forza e oppressione insieme. «Questa è per te, Sandy. Spero che tu possa soffrire quanto hai fatto soffrire me!» La bomba di fuoco iniziò a fluttuare per aria, con vigore, diretta verso la Principessa che però riuscì a evitarla, scagliandosi dall’altra parte della parete. La palla incandescente, infrangendosi contro gli


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specchi, creò una voragine, una via d’uscita da quella gabbia mortale. Sandy, a terra, si fece forza da sola: «Alzati e scappa» disse a se stessa «alzati e scappa immediatamente.» Si fece coraggio e prese a correre all’impazzata per i cunicoli fuorvianti del labirinto. «Dove vai?» gridò Tom «pensi di scappare? Questo labirinto l’ho costruito io, non c’è una via d’uscita. Sei mia prigioniera ormai.» Così dicendo, iniziò a inseguirla a passo lento, con la consapevolezza che l’avrebbe acciuffata e fatta sua, una volta per tutte. La Principessa, dall’altra parte, continuava a fuggire, ansimando. «Dai Sandy, fermati. Vieni da me. Ormai non hai scampo» continuava a ripetere Tom, da lontano, con un ghigno forzato. Sandy era stanca e in confusione. Percorreva con ansia e vertigini quei corridoi deformati che si stavano tramutando in serpenti fluttuanti. Gli specchi continuavano a tormentarla, ripetendo sempre le stesse parole, tutti insieme: «La prego, Principessa, mi salvi!» Si domandava sempre di più dove fosse realmente il suo specchio e se mai l’avrebbe ritrovato in quell’abisso di riflessi urlanti. Continuava a vagare, con il cuore in gola, per i sentieri cunicolari di quella gabbia, sentendo costante la presenza del mago maledetto dietro di lei, che stava per raggiungerla. “Dove sei specchio, dove sei?” continuava a ripetere a se stessa. Quando stava per perdere la speranza, quando si sentì realmente in gabbia, un’ombra al suo fianco si palesò all’improvviso, in suo soccorso. La bambina che l’aveva accompagnata allo specchio dell’inganno era di nuovo vicino a lei. Si guardarono. Erano davvero la stessa cosa adesso. Da una parte la Sandy ventunenne, dall’altra la Sandy di otto anni. Questa volta la fanciulla prese la mano della Principessa dicendo: «Voglio aiutarti veramente, vieni con me!» Avanzarono qualche passo e poi, fermandosi di fronte a una delle immense pareti di specchi, posizionò la sua mano su uno di essi.


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«Questo è il tuo specchio, prendilo prima che sia troppo tardi.» Sandy guardò la bambina dritta negli occhi. Come poteva fidarsi di lei quando poco prima l’aveva indotta a mettersi nelle mani del suo nemico? Ma adesso era diversa, i suoi occhi lo erano. «Avanti, presto, sta arrivando!» «Chi sei? Tu sei me a otto anni, non è così? È lui che ti ha creata, non è vero?» «Sì, sono stata creata dallo stregone per fare leva sulle debolezze della tua mente, ma adesso è l’energia nascosta dentro di te a guidarmi. Prendi questo specchio, subito! Prima che sia troppo tardi.» Intanto i passi di Tom si avvicinavano, sempre di più. «Non puoi scappare!» continuava a urlare «non puoi niente contro di me. Ti avrò, ti avrò per sempre!» La Principessa rabbrividì. Prese lo specchio indicato dalla bambina e pose la sua mano sulla superficie luminosa. In quel preciso istante lo specchio si distaccò dal muro nel quale era stato incastrato insieme a tutti gli altri, illuminandosi. Dopo pochi attimi la luce scomparve per lasciare spazio al suo reale aspetto. L’amato specchio di Sandy era rovinato e lacerato, con il bordo incrostato e il volto segnato dalla sofferenza. A quella vista, la Principessa si commosse: «Guarda come ti ha ridotto, specchio mio.» Ma la bambina vicino a lei la riportò immediatamente alla realtà. «Il tuo specchio è stanco e affaticato. Lo stregone ha cercato di distruggerlo completamente, ma non ce l’ha fatta. Hai solo un’altra possibilità di teletrasporto, poi tacerà finché non avrai trovato ciò che ti salverà veramente. Usa il teletrasporto adesso, prima che sia troppo tardi.» Al suono di quelle parole la bambina iniziò ad allontanarsi. Sandy si voltò, prima che quella se ne andasse definitivamente. «Aspetta! Perché mi stai aiutando?» «Perché io e te siamo la stessa cosa.» E così scomparve, avvolta dalla nebbia. Le urla di Tom tornarono all’attacco. Questa volta erano vicinissime. «È inutile che scappi, Sandy. Non puoi uscire da questo labirinto!»


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Prima che potesse rendersene conto, lo stregone era lì, a pochi metri da lei, guardandola con aria soddisfatta di sfida. I loro sguardi s’incrociarono. A bassa voce, iniziò a pronunciare le parole magiche per il teletrasporto, senza farsi sentire: «Lampi di genio, stelle infuocate…» «Adesso non hai davvero scampo!» urlò Tom, innalzando la mano al cielo ancora una volta. Una palla infuocata prese vita, distaccandosi da lui. Pochi attimi prima che s’infrangesse contro di lei, dichiarando la sua sconfitta, Sandy scomparve nel nulla. La palla andò ad abbattere l’altra parete del labirinto, riducendola in mille pezzi. Tom rimase lì, inerme, con gli occhi infuocati. I suoi primi trabocchetti erano caduti tutti, fragili come la voce della sua coscienza. Non si aspettava che Sandy gli sfuggisse di nuovo. Non si era ancora reso conto di quanto quella Principessa, apparentemente fragile, fosse in realtà protetta da qualche forza ignota e fuori dal suo controllo. Ma poco importava. Lui l’avrebbe comunque trovata e fatta sua. Il fatto che non avesse ceduto subito, rendendogli il compito ancora più difficile, rendeva tutto estremamente eccitante.


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CAPITOLO III

Aprì gli occhi di colpo, come se si fosse svegliata da un brutto sogno. Sentiva le gocce di pioggia cadere, lentamente, bagnando la pelle e il viso. Stava piovendo. Aveva ancora in mente le immagini offuscate e lugubri di Tom che la inseguiva, all’interno del labirinto fatto di specchi, minacciandola con la sua voce stridula e raccapricciante. Non poteva credere che quello fosse lo stesso Tom che un tempo l’aveva salvata, mostrandole rispetto e amicizia. Alzò la testa e le spalle. Una vertigine le offuscò la vista, distorcendo la sua visione della realtà. Ancora quella sensazione di ansia e nausea che continuava a perseguitarla, come se ormai si fosse impadronita di lei. Oltre al fitto lenzuolo di pioggia vide un sentiero. Si alzò completamente da terra. Era stordita. Guardò il suo specchio, pallido e arrugginito. Non dava nessun segno di vita. La bambina doveva aver ragione. Lo specchio aveva lanciato il suo ultimo eterno segnale consentendole di teletrasportarsi in un’altra dimensione, cadendo poi in un sonno perpetuo, almeno fino a quando Sandy non si fosse salvata definitivamente. Ma come? E con quali mezzi? Perplessa, iniziò a camminare, lentamente, lungo la strada stretta e scoscesa. Il terreno scivoloso e irregolare non lasciava alcuna ombra di dubbio: si trovava ancora una volta all’interno di un bosco. Proprio come due anni prima, nel suo primo difficile viaggio. Ma questa volta era molto più sicura di sé, era diversa. Sebbene il bacio maledetto dello stregone le avesse iniettato una sorta di malessere perenne, sapeva come muoversi e come comportarsi in quel sentiero pieno di buche. Dopo qualche minuto di camminata iniziò a scorgere dall’alto, alla fine del viottolo che stava percorrendo, un cartello di legno


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decadente. Quella visione le fece venire in mente quando si era imbattuta per la prima volta nel paesello di Fallacyville. Le aveva dato il benvenuto la stessa insegna ciondolante che adesso vedeva di fronte a sé, conducendola dritta verso un luogo dimenticato dall’occhio e dalla mente di Dio. Da quel momento niente era stato più come prima. Il ricordo di quei momenti le fece sovvenire il volto di Tom e un brivido improvviso percorse la sua schiena, facendola sussultare per un secondo. Quando però raggiunse il segnale, ebbe la sensazione di essere vicina a un luogo confortante, che non aveva niente a che vedere con il “paese del peccato e della perdizione”. La tavola di legno riportava delle lettere incise profondamente che recitavano: “Benvenuto al monastero di pietra, il monastero perduto, dove chi si smarrisce viene rinvenuto”. La freccia indicava di proseguire verso destra. Sandy si fece coraggio e s’incamminò. Dopo appena pochi passi, iniziò a scorgere una staccionata di legno che delimitava la strada, al lato della quale scorreva veloce e limpida l’acqua di un fiume. La staccionata terminava bruscamente per dare spazio a delle scale di pietra bianchissime, estremamente ripide e lisce, costeggiate da alberi verdi e rigogliosi, i cui rami s’intrecciavano tra di loro rendendo difficile la vista di ciò che vi era dopo. Le scale, alte e slanciate, sembravano condurre direttamente al cielo. Sandy salì alcuni scalini, cercando di scorgere cosa vi fosse oltre. Quando arrivò a metà scala e i rami floridi iniziarono a diradarsi, lasciando spazio allo sguardo e allo stupore, uno spettacolo maestoso si palesò dinnanzi a lei. In cima all’infinita gradinata si ergeva una montagna bianchissima, enorme e imponente più per la sua ampiezza che per la sua altezza, sulla quale era scolpita la facciata senza tempo di un monastero. A prima vista sembrava come disegnato, tanta era la perfezione e la precisione con cui era stato ideato e costruito. Avvicinandosi era possibile notare la levigazione della pietra, le linee perfettamente scolpite e tracciate, come se la mano di qualche potente Dio lo avesse fatto emergere direttamente dall’interno della montagna, per dargli luce e vigore.


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Sandy rimase per un attimo paralizzata di fronte a tutto ciò. Se non fosse stato per il cielo cupo e oscuro e per la pioggia battente che continuava a cadere bagnando il suo viso, avrebbe sicuramente detto che quel luogo era un posto incantato, rinvenuto da qualche storia perduta o ancora mai raccontata. Si fece forza e prese a salire le scale rimanenti fino a quando, con fatica, arrivò di fronte a quella splendida costruzione. La porta che era stata ricavata direttamente dalla roccia, liscissima e bianchissima, alta e imponente, non aveva nessuna maniglia o apertura. Se non fosse stato per le crepe visibili ai lati, sarebbe stato impossibile pensare che quella fosse la strada verso l’interno dell’eremo. Mise la mano sopra la pietra levigata, così vellutata e soave al tatto da sembrare un manto erboso in primavera. Iniziò a spingere, cercando di aprirla, ma niente. Continuò a sforzarsi ancora per qualche minuto quando si accorse che alla sua destra si ergeva una campana, anch’essa di pietra, sorretta da una corda di gemme e sassolini. Quello strano oggetto doveva fungere da campanello, o comunque da richiamo per chi si fosse presentato nei pressi dell’eremo o avesse avuto necessità di entrarvi. Curiosa, si avvicinò con l’intento di capire quale musica potesse produrre una campana così pesante e ruvida. La prese in mano e si accorse, con assoluta meraviglia, che era leggera e delicata e si muoveva al tatto in maniera sinuosa, come piume lanciate per aria e guidate dalla brezza del vento. Iniziò a smuoverla con forza. Un suono soave, dolce come il miele, etereo come l’aria iniziò a propagarsi, dando luce alla sua mente. Era un suono perfetto, che sembrava inondare e riempire il mondo, donando sollievo nello sconforto, pace nel caos, purezza nel disordine. Gli occhi della Principessa si socchiusero per un attimo, liberandosi dal tormento e dalla pesantezza dello spirito. Ma quella condizione di calma durò poco. Una voce schietta e decisa, proveniente dall’alto, irruppe all’improvviso, riportandola alla realtà: «Chi è là?»


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Sandy alzò lo sguardo al cielo. Da una delle finestre di roccia scavate nella montagna, un uomo dalla lunga barba la stava guardando. Aveva in mano un bastone, anch’esso di pietra, che teneva piegato in avanti in segno di difesa, come se volesse proteggersi da qualche forza occulta. La ragazza, sorpresa, disse timidamente: «Sono Sandy, signore, e credo di essermi persa.» «Come fai a esserti persa? Chi viene fino al monastero di pietra sa perfettamente dove vuole arrivare. Questo luogo sperduto è tanto prezioso quanto sapientemente nascosto. Nei dintorni non c’è niente e nessuno, ma solo persone o spettri ardentemente desiderosi di entrarvi.» Gli occhi profondi della fanciulla incontrarono quelli decisi e schietti del frate. Era un frate dall’età indefinita, tante erano le rughe che portava in viso; con una barba bianchissima e lunghissima, lo sguardo profondo e concentrato, come se stesse pensando perpetuamente o cercando di captare qualche segno o messaggio dal cielo. Dopo una breve pausa continuò a porgere domande a Sandy, sempre tenendo il suo bastone bello dritto e proteso di fronte a sé: «Chi sei dunque, e come hai fatto ad arrivare fin qui?» «Sono una Principessa. Mi ha portato qui il mio specchio.» Dopo aver pronunciato quelle parole, Sandy guardò nuovamente in alto ma questa volta non c’era nessuno alla finestra di pietra. Il portone enorme che aveva di fronte iniziò a muoversi lentamente, all’improvviso, per poi fermarsi di colpo quasi a metà. Da quella fessura un viso bianchissimo, solcato dal tempo, e due occhi celesti chiari e definiti come il cielo terso, fecero capolino. Anche se solo parte del corpo era visibile, Sandy poté ammirare il frate da capo a piedi. Dei capelli bianchissimi, lunghi fino alle spalle, lisci e setosi, incorniciavano un viso irregolare, leggermente allungato, a tratti spigoloso. Aveva indosso una veste vellutata, candida come la neve appena scesa, che sembrava illuminarsi di tanto in tanto. Al collo teneva un talismano, anch’esso di pietra, di forma circolare. Sebbene sembrasse estremamente pesante, egli lo indossava con una certa disinvoltura. Prima di iniziare a parlare,


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frappose ancora una volta tra lui e la Principessa il suo bastone di pietra. Da vicino era semplicemente bellissimo. Un bastone interamente fatto di roccia bianca e levigata, alto più o meno come l’uomo che lo portava, irregolare dalla parte più bassa fino alla cima, all’estremità della quale si ergeva una sfera, anch’essa di pietra, rotonda come il talismano che il frate portava al collo. Sandy si chiese per quale ignota ragione l’uomo continuasse a essere così guardingo nei suoi confronti. Glielo avrebbe voluto domandare, ma lui la anticipò: «Hai detto specchio? Dammi subito il tuo specchio!» «Mi scusi, perché glielo dovrei dare, signore? Come faccio a dare il mio specchio a una persona che mi sta puntando contro un bastone di pietra che peserà, forse, delle tonnellate?» L’uomo rifletté per un attimo. Quella fanciulla non aveva tutti i torti. Eppure, non era il caso di abbassare ancora la guardia. «Non posso farti entrare. Prima ho bisogno di vedere il tuo specchio.» «Ma perché? Mi spieghi» disse Sandy, che già stava pensando a Tom e a quando glielo aveva rubato. «Devo ancora capire, devo ancora capire da che parte stai. Devo comprendere se sei un essere buono o malvagio.» A quelle parole gli occhi dell’uomo si focalizzarono su quelli di Sandy, come se il frate stesse disperatamente cercando di captare qualcosa della sua persona, leggendo nella sua mente. La Principessa avvertì per un secondo la forte energia che emanava. Forse l’avrebbe potuta aiutare. Forse non era il caso di essere così diffidenti. Prese lo specchio dal suo vestito e glielo porse, con una certa tranquillità. L’uomo lo afferrò e iniziò a osservarlo con profonda attenzione. Sebbene lo specchio ormai fosse arrugginito e non desse nessun segno di vita, al tocco della sua superficie il frate socchiuse gli occhi, meditando. Poi, sempre con gli occhi chiusi, disse solennemente: «Questo è uno degli elementi. È il primo elemento per rompere l’incantesimo!»


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Non appena ebbe concluso, la porta del monastero iniziò ad aprirsi, lentamente, sempre di più, fin quando non fu completamente spalancata. Il frate sgranò gli occhi e, all’improvviso, disse a Sandy con energia: «Adesso puoi entrare!» L’interno della costruzione rocciosa rispecchiava in tutto e per tutto il suo esterno. Scarne e fatte interamente di pietra, le stanze del monastero – se così si potevano chiamare – erano formate da enormi volte levigate e scolpite. Erano talmente alte e imponenti da dare un senso di vuoto, di dispersione a chiunque entrasse per la prima volta in quel luogo. Anche Sandy ebbe la sensazione di trovarsi all’interno di una dimensione estremamente distante dalla realtà, come se fosse sospesa tra il mondo sensibile e un mondo incantato, puramente irreale. Dopo aver percorso una serie di stanze completamente vuote, il cui soffitto s’innalzava verso il cielo, guidata dallo strascico candido del frate, la Principessa si addentrò all’interno di uno spazio molto più raccolto e contenuto, simile a una caverna, al centro del quale si ergeva un trono di roccia bianca levigata, alla cui estremità vi era lo stesso simbolo circolare presente sullo scettro, con davanti un altare della stessa fattura e materiale. Appena entrati, il frate si diresse verso il seggio e una volta seduto incrociò le sue mani. Sandy, di fronte a lui, lo guardava con aria perplessa. Dopo una breve pausa, il signore iniziò a parlare, lentamente: «Quindi, tu sei una Principessa e sei arrivata qui grazie al tuo specchio. Ti ha teletrasportato? Se hai avuto la necessità di teletrasportati evidentemente stavi fuggendo da qualcosa, o da qualcuno?» Gli occhi di Sandy si riempirono di lacrime. Con voce commossa, rispose: «Sì, sono in fuga, e spero con tutto il cuore che lei possa aiutarmi.» «Chi ti sta dando la caccia, bella fanciulla? Dimmi.» «Un mago, o un mostro. Si chiama Tom.» Gli occhi del frate si socchiusero per un secondo. Adesso era tutto chiaro nella sua mente.


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«Sei in grave pericolo» disse l’uomo alzandosi dal suo trono. «Lo conosce?» chiese Sandy, impaziente «la prego, mi dica che può aiutarmi.» «Vedi, Sandy, io conosco Mago Thomas più di quanto tu possa immaginare. Lo conosco da quando ho creato il mondo sperduto, da quando Morgana era la regina del regno di Junkville.» Al ricordo di Morgana, un conato di vomito invase all’improvviso lo stomaco della Principessa. Si ricordava perfettamente quello sguardo malefico, che non l’aveva lasciata nemmeno quando stava morendo nel regno di Sweetville ridotto in putrefazione, surclassata dalla bruttezza del suo animo. Il signore continuò a narrare il suo passato, con enfasi. «Li ho conosciuti entrambi, Morgana la Principessa spazzatura e Thomas il mago maledetto. Ricordo ancora i loro visi quando decisi di cacciarli dal mondo sperduto e di relegarli nel paese di Fallacyville per punirli. Morgana aveva succhiato l’energia vitale di tutte quelle giovani e la colpa era di quello stregone che le aveva insegnato la magia dell’estrazione. Lui continuava a negare, a dire che non ne era consapevole. Devo ammettere di essermi pentito di averlo cacciato dal mondo sperduto, era un mago pieno di talento e genialità. Ma poi quando ti ha salvato dall’odio di Morgana e ti ha permesso di fuggire, ho capito che c’era ancora speranza, che il suo cuore era buono e prezioso. Ho sentito in lui amore, un desiderio ardente nei tuoi confronti. L’amore porta amore, e allora ho deciso di donargli ancora una volta la possibilità di tornare a esercitare i suoi poteri e la sua funzione di mago, perché l’amore profondo e un pizzico di sana follia creano un insieme di incanto e perfezione. Mai avrei immaginato che dietro quella passione così viva si potesse nascondere un sentimento tanto forte quanto oscuro come la possessione. Passione e possessione hanno un suono simile ma sono due parole opposte. Dietro la passione c’è desiderio, slancio, amore. Dietro la possessione c’è avversione, oppressione, odio.» A quel racconto Sandy rabbrividì. Quel signore, che lei aveva identificato come un semplice frate, era molto di più. Lui era il Signore dei Signori, sovrano dei paesi del mondo sperduto, tra cui Junkville. Ma cosa ci faceva adesso in un eremo di pietra perso nel


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nulla, lontano da tutto e da tutti? Prima che potesse chiederglielo, il Rigeneratore proseguì. «Quando ho scoperto che stava progettando una cura non per aiutarti ma per possederti, ho cercato di fare il possibile per contrastarlo. I suoi poteri si erano così rafforzati, erano così genialmente e mortalmente forti che non sono stato in grado di fermarlo. Il tempio della felicità, che io chiamerei il tempio della menzogna, era inaccessibile a chiunque e assolutamente impossibile da infrangere. Solo il rifiuto sincero da parte di un cuore puro come il tuo avrebbe potuto distruggere il tempio in mille pezzi, e così è stato. Peccato che tu avessi già bevuto la pozione e non ti è stato più possibile uscire dalla tela oscura e tenebrosa nella quale quell’essere ti ha intrappolato.» Uno spasmo di sofferenza velò in maniera quasi impercettibile la sua voce. Sandy voleva sapere di più, ne aveva tutto il diritto. «Ma perché ora sono qui? Lei può aiutarmi, non è così?» «Sei qui perché questo monastero è stato creato per te. Dopo che ho appreso che Mago Thomas stava utilizzando i suoi poteri, ancora una volta nella maniera sbagliata, cercando di farti sua a tutti i costi, ho lasciato la guida del mondo sperduto per espiare le mie colpe. Avevo sbagliato, di nuovo. Avevo visto ancora una volta del buono in un essere malvagio, che ha saputo trasformare amore in rancore e frustrazione. Così mi sono ritirato in questo bosco sperduto a riflettere. Ho meditato giorno e notte, cercando di raccogliere le idee dentro di me. Con la forza della mente ho scavato la montagna, modellando questo monastero, e al suo interno ho nascosto il “tesoro”, che può essere toccato e portato via solo dalla sua legittima proprietaria, una Principessa imperfetta in cerca della sua perfezione. Tu.» Sandy non riusciva ancora a capire. Il Rigeneratore proseguì: «Molti hanno cercato di entrare qui senza averne il diritto. Il bosco qui fuori è un luogo incantato e maledetto, dove le persone possono assumere le forme e le sembianze più disparate. Tutti sono a conoscenza dell’enorme potere del tesoro. Tutti lo desiderano, perché sanno che senza di lui il sole non tornerà mai più. Ma solo tu hai veramente il diritto di toccarlo e conservarlo, perché saprai come


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utilizzarlo, e possiedi le giuste virtù per farlo brillare di nuovo, e con lui per far tornare in vita la luce del sole.» La Principessa guardò fuori dalla finestra di pietra che dava proprio sul bosco. L’aria era plumbea e pesante. Il cielo era bianco e vuoto, senza anima né colore. Aveva smesso di piovere, ma nessun raggio di sole, nessuna luce attraversava quel cielo piatto e uniforme, nel quale sembrava addirittura impossibile scorgere la forma delle nuvole. Il Rigeneratore, vedendola con lo sguardo perso nel vuoto, proseguì: «È inutile che cerchi il sole. Mago Thomas lo ha fatto sparire. La sua magia nera l’ha avvolto in un manto oscuro e macabro, perché sa esattamente che il tesoro si alimenta grazie al sole, e che è solo il tesoro in grado di portare la Principessa imperfetta alla sua perfezione.» Sandy era in un vortice di confusione. Prima che potesse fare domande, però, il Rigeneratore guardò con enfasi i suoi occhi profondi, dicendole: «Distenditi sull’altare di pietra, per favore.» Sandy eseguì senza indugiare. Si distese supina con le braccia lungo i fianchi. Il Signore dei Signori pose una mano sopra la sua pancia, modulando il respiro. Socchiuse gli occhi, concentrandosi profondamente. Dopo due respiri profondi, disse: «Come ti senti? Percepisco che il tuo corpo è molto debole.» «Mi sento male, molto male. Da quando sono fuggita dal tempio della felicità il dolore alle gambe è scomparso grazie al nettare dell’inganno, ma ho iniziato ad accusare strani sintomi. La testa non fa altro che girare, lo stomaco è in continuo subbuglio. Le vertigini si impadroniscono dei miei occhi, distorcendo la visione della realtà. Il buio e l’oscurità sembrano l’unica via d’uscita. È così da quando Tom mi ha dato quel bacio maledetto.» Il Rigeneratore la guardò intensamente. «Quell’essere si è attaccato a te come un ragno. Ha tessuto nella tua mente una tela fatta di paura, ansia e angoscia. Tutto questo perché vuole consumarti, lentamente, nutrendosi della parte più bella di te, risucchiando tutta la tua energia positiva per iniettare all’interno del tuo corpo solo veleno e distruzione. Tutto ciò perché tu non vuoi


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essere sua. Ma il tesoro può salvarti. Il tesoro può spezzare questo legame, per sempre. Per farlo però deve nutrirsi del sole, e il sole deve assolutamente essere ritrovato e riportato in vita.» «Ma di cosa sta parlando? Cos’è il “tesoro”?» Il Signore dei Signori, come se fosse in uno stato d’illuminazione e meditazione improvvisa, alzò lo sguardo al cielo in segno di devozione. Dopodiché si discostò dall’altare di pietra sul quale Sandy era distesa e, con sguardo fisso, iniziò a camminare in avanti verso la parete rocciosa di fronte a sé, esclamando: «Seguimi!» Sandy, stupefatta, si alzò pian piano eseguendo gli ordini. Una volta davanti alla parete, il Rigeneratore puntò l’immenso bastone roccioso tenendo il braccio teso. Il cerchio che si trovava all’estremità iniziò a illuminarsi, formando nelle rocce una porta immaginaria enorme, dai contorni dorati lucenti. La porta rocciosa si aprì lentamente. Più si apriva, più la roccia liscia e levigata diveniva lucida e trasparente. Quando il movimento si concluse e la parete si aprì completamente, si trovarono di fronte a una pietra rotonda, perfettamente levigata, piccola ma grandiosa. Apparentemente insignificante, di un colore indefinito tra il bianco e l’oro, non luccicava ma possedeva un’energia indiscussa percepibile dall’esterno, seppur ridotta al minimo potenziale. Attirava e allontanava in eguale misura chi vi era di fronte, introducendolo in un vortice d’incanto e repulsione difficile da controllare. Gli occhi di Sandy s’irradiarono per un momento, in un misto di consapevolezza e stupore. Il Rigeneratore prese la parola, con orgoglio: «Ecco la Pietra del Sole!» esclamò, soddisfatto «il tesoro più imperfetto e puro che la Terra abbia mai creato, capace di condurre alla personale, eterna perfezione.»   )LQHDQWHSULPD &RQWLQXD


AVVISO NUOVO PREMIO LETTERARIO   La 0111edizioni organizza la Seconda edizione del Premio    ”1 Giallo x 1.000”  per gialli e thriller, a partecipazione gratuita e con premio finale in  denaro (scadenza 31/12/2019)   www.0111edizioni.com 

Al vincitore verrà assegnato un premio in denaro pari a 1.000,00 euro.  Tutti i romanzi finalisti verranno pubblicati dalla ZeroUnoUndici  Edizioni senza alcuna richiesta di contributo, come consuetudine della  Casa Editrice.  


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Sandy e la Pietra del Sole, Linda Maccarini  

Viaggio conclusivo per Sandy alla continua ricerca della sua “personale perfezione”. Un percorso ostile e faticoso quello dell’ultima parte...

Sandy e la Pietra del Sole, Linda Maccarini  

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