2013 06 Domus article

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Progetto • Project

Architettura militante Activist architecture

June 2013

Testo • Text

Veduta di Har Homa, un quartiere di Gerusalemme Est, nei pressi di Beit Sahour. Costruito su un terreno annesso al comune di Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, fuori da Israele è considerato un insediamento illegittimo

saya—Studio Aya

Tamar Shafrir

• View of Har Homa, a district of East Jerusalem near Beit Sahour. Built on land annexed to the Jerusalem city council after the 1967 Six Day War, it is generally regarded outside of Israel as an illegal settlement

Photo Galit Aloni

Convinti che progettare in modo responsabile significhi mettere in primo piano il contesto politico e sociale, i fondatori di saya hanno lanciato il progetto Is Peace Possible?, per trovare una soluzione ai problemi legati al territorio del conflitto israelo-palestinese. Sono gli utenti a proporre soluzioni per la linea di confine tra Israele e Cisgiordania, nel rispetto dell’accordo della Linea verde del 1967 Convinced that responsible design means focusing on the political and social context, the founders of saya have launched Is Peace Possible?, a project to find a solution to the territorial problems of the IsraeliPalestinian conflict. The project provides an interactive map that enables users to propose ideas for the border between Israel and the West Bank, based on the 1967 “Green Line” 116

Verso un nuovo atlante del conflitto Quando si pensa a Israele e alla Palestina, in genere vengono alla mente due immagini—i razzi e il muro—che di solito vengono intese come appartenenti alla sfera politica, mentre alla radice sono indiscutibilmente architettoniche (distruzione e costruzione). Le pubblicazioni di specialisti interdisciplinari quali Hollow Land di Eyal Weizman e Atlas of the Conflict di Malkit Shoshan hanno ricondotto il conflitto mediorientale al discorso dell’architettura, svelando come mappatura, pianificazione, costruzione e demolizione siano tra i principali

strumenti dell’occupazione. Contemporaneamente, la posizione assunta da Weizman e Shoshan è quella dell’outsider, la cui distanza—tanto concettuale quanto geografica—dall’istituzione gli consente di avere un punto di vista critico privilegiato, espresso tramite la documentazione e la diagnosi. Abbastanza differente è la prospettiva testimoniata da Yehuda Greenfield-Gilat e Karen Lee Bar-Sinai, fondatori di saya, o Studio Aya. Per loro la politica è l’habitat naturale dell’architetto: “Ci consideriamo persone al servizio della società e di un miglior contesto locale in cui vivere… In un certo qual modo, i nostri maestri sono Le Corbusier e Gropius, 117


Israel/Palestine

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Activist architecture

Resa visiva del punto di vista palestinese sulla loro storia territoriale, con la diminuzione progressiva e consistente di territorio dopo ogni conflitto con Israele • A visualisation of the Palestinian view of their territorial history, showing their land steadily diminishing after each conflict with Israel

Courtesy of SAYA

non necessariamente in senso progettuale, ma in quanto architetti che creano soluzioni con cui le persone risolvono i loro problemi”. È una posizione che ricorda il progetto modernista di costruzione della società, l’impoverimento della cui eredità è stato di recente sottolineato alla Biennale di Venezia 2012 dalla mostra di oma Public Works: Architecture by Civil Servants. Essa riprende una forte tradizione israeliana nel campo dell’architettura civica, sviluppata a partire dagli anni Trenta da parte di ex allievi del Bauhaus. L’impostazione di saya, tuttavia, non è semplicemente un’ingenua ipotesi da architetti assetati di potere: Bar-Sinai si è diplomata alla London School of Economics con il Master “Città, spazio e società”, mentre GreenfieldGilat si è specializzato in politiche del settore pubblico alla Kennedy School of Government di Harvard e, in occasione delle recenti elezioni israeliane, ha anche aderito all’HaTnua (“Il Movimento”), il nuovo partito centrista di Tzipi Livni. Ma la presenza di saya nella sfera politica è comunque precedente a questi eventi: è iniziata con un disegno. Nell’articolo “A Plan For Peace that Still Could Be” (“Un piano di pace ancora possibile”), pubblicato sul New York Times, Bernard Avishai descrive il fallimento dei negoziati di pace iniziati nel 2006, sottolineando che l’allora presidente del Consiglio Ehud Olmert, nel corso della discussione sulla configurazione amministrativa mista dei quartieri di Gerusalemme, mostrò “lo schizzo architettonico di un simbolico posto di blocco palestinese”. Come dice GreenfieldGilat, “quando si svolge un incontro al vertice tra Mahmoud Abbas e Olmert non si parla dei particolari: si parla di concetti. E allora perché mostrargli il progetto di un luogo specifico di Gerusalemme? Perché era un esempio generale di come si potesse concretamente affrontare un problema. Le parole non possono sostituire un’immagine […] e anche se non è stato mai costruito, abbiamo messo un’idea in testa al principale negoziatore di parte israeliana, e non era poco”. Per un giovane architetto o per uno studente, un disegno è un incubatore della fantasia, libero dai vincoli di diagrammi di pianificazione e bilanci, e perfino dalle fondamentali leggi della fisica. Ma saya propone un nuova responsabilità nella sfera digitale, in grado sia di sostenere paradigmi ipotetici sia di trattare innumerevoli parametri concreti. In collaborazione con l’S. Daniel Abraham Center for Middle East Peace e con Chen Farkas come responsabile, saya ha lanciato il progetto Is Peace Possible?, che invita gli utenti a delineare una propria proposta per la linea di confine tra Israele e Cisgiordania, sulla base dell’accordo della cosiddetta Linea verde del 1967 e dei mutamenti demografici e geografici che si sono verificati da allora. Grazie a una mappa interattiva, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania possono essere annessi a Israele— sulla scorta di criteri demografici, dell’impronta geografica, della distanza dalla Linea verde e dei precedenti storici (o di calcoli di probabilità). In base a questi parametri, la mappa determina quale territorio israeliano dovrebbe essere annesso alla Palestina, osservando un principio di parità di superficie e di qualità dei territori scambiati. 118

Come spiega saya, “ci sono oltre 550.000 israeliani che vivono al di là della Linea verde. Circa 200.000 vivono entro i confini comunali di Gerusalemme, in quelli che la maggior parte degli israeliani non chiama insediamenti ma solo quartieri di Gerusalemme che si trovano al di là della Linea verde. Ma ce ne sono 350.000 che vivono più in là, in Cisgiordania. Il punto è trovare una soluzione che permetta l’annessione a Israele della minima superficie di territorio e del massimo numero di persone”. saya ha realizzato l’interfaccia in base ad anni di ricerche sulle situazioni negoziali realistiche, eliminando ogni opzione che non sia mai stata seriamente approfondita: per esempio l’annessione della valle del Giordano. “In un certo senso, questo limita la possibilità di azione, ma serve a tenersi nei limiti di quel che accadrà in sede di negoziato. La portata è molto limitata, ma l’abbiamo un poco ampliata per aggiungere spettacolarità, perché ci sembrava importante dare al pubblico informazioni precise su quel che si può o non si può fare”. Contemporaneamente, i tentativi di legittimazione dell’insediamento di migliaia di ebrei negli ultimi 65 anni possono essere considerati assurdi, poiché gli arabi palestinesi spostati nello stesso periodo non godono di un sostegno paragonabile: di fatto, sono altrettanto pesantemente marginalizzati in Paesi musulmani come il Libano e l’Egitto. Non c’è una soluzione sola, mentre le singole proposte di ciascun utente possono essere condivise online per contribuire al dibattito. Inevitabilmente, come per tutto ciò che è ha a che fare con il Medio Oriente, le reazioni sono state differenti. Molti commentatori hanno sottolineato come la consultazione di massa su un problema simile sia intrinsecamente viziata, dato che i palestinesi hanno minor accesso a Internet degli israeliani. Ma saya, in realtà, indirizza Is Peace Possible? al pubblico americano, ritenendo che “al conflitto occorra assolutamente un negoziatore onesto”. Tuttavia, il problema rimane: il dubbio è che la consultazione di massa sia lo strumento più appropriato per una disputa territoriale tanto complessa (per quanto di dimensioni relativamente limitate), regolarmente turbata da rivendicazioni antidemocratiche di entrambe le controparti. Un numero spropositatamente alto di persone in tutto il mondo nutre convinzioni radicate sul conflitto israelo-palestinese, ma la discussione può mettere in ombra i fattori logistici che possono far prevalere una soluzione sull’altra: cosa che si può solo comprendere se si vive sul posto. Un altro punto da trattare è l’importanza dei fattori demografici. Il governo israeliano è decisamente complice nell’appoggio agli ebrei che si trasferiscono nei nuovi quartieri cisgiordani a ovest, e l’ubicazione di questi insediamenti non è affatto casuale. Possono essere collocati a quote più elevate per motivi di sicurezza, o in aree dove installare pompe idrauliche è più facile; nel frattempo, alcuni gruppi indipendenti fondano piccoli avamposti non autorizzati semplicemente davka (parola ebraica che significa “per puntiglio” oppure “tanto per contraddire”). Quindi i criteri demografici rappresentano solo uno dei fattori rilevanti, da aggiungere all’altitudine, alle

Photo Galit Aloni

• Dall’inizio della seconda Intifada, nel 2000, il governo israeliano ha perseguito la costruzione di una barriera di separazione che segue genericamente la Linea verde tra Israele e la Cisgiordania. Nelle zone urbane, il muro è fatto di lastre di cemento alte fino a 8 metri • Since the b eginning of the Second Intifada in 2000, the Israeli government has pursued the construction of a separation barrier roughly following the “Green Line” between Israel and the West Bank. In urban zones, the wall is made of concrete slabs up to 8 meters in height

Il progetto di saya prefigura anche qualcosa di molto lontano dalle sue oigini architettoniche: appare come uno strumento per la democrazia in senso classico — risorse naturali, all’accesso alle infrastrutture e alla prossimità a siti religiosi significativi. In realtà, il numero degli ebrei che vivono oltre la Linea verde può essere il più soggetto a variazioni (e a manipolazioni) tra tutti i fattori citati. In ogni caso, la ricerca di saya dimostra che queste cifre rimangono il termine di paragone del negoziato reale. saya è il primo ad ammettere di non essere “ancora soddisfatto del progetto”, ma per ragioni differenti. “Abbiamo pensato a una versione per il mondo arabo, che probabilmente avrebbe parecchio cambiato le regole del gioco. Cerchiamo di lavorare sempre con collaboratori palestinesi, ma il progetto nasce decisamente dalla prospettiva di Israele nella sua qualità di

negoziatore dominante, di creatore degli insediamenti, di potenza militare. Qualcuno potrebbe sostenere che siamo allineati ai presupposti del governo israeliano, ma siamo qui per fornire una soluzione, non per costruirci una carriera documentando l’occupazione. Ci dedichiamo a portare la pace nella regione ed è questo il motivo che ci spinge a programmare una soluzione. Siamo in profondo disaccordo con le scelte politiche del governo attuale e del movimento degli insediamenti. Considerando però che una soluzione deve tenere conto di questi fattori, pensiamo che sia sensato integrarli, che ci piaccia o meno. Alcuni amano considerarsi combattenti per la libertà che si oppongono al male, quali che ne siano i costi e le conseguenze. Noi non ci opponiamo, ma l’architettura, dal punto di vista professionale, consiste nel risolvere i problemi. Se si riesce a convivere con il concetto che l’edificio in cui si abita influisce sulla vita della gente che ci vive intorno, allora occorre assumersi la responsabilità delle conseguenze della propria posizione”. L’approccio di saya non si limita al Medio Oriente: il prossimo progetto guarda a un’altra zona di conflitto—i Balcani—e alla sua evoluzione verso il pieno inserimento nell’Unione Europea. Per il Balkan Forum del 2013 sarà elaborata una mappa che permetterà agli utenti di costruire un dossier sulle iniziative per le energie rinnovabili nei differenti Paesi dell’area. I parametri rappresentati sulla mappa saranno gli 119


Activist architecture

Israel/Palestine

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Mediterranean Sea

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Photo Galit Aloni

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Sheikh Hussain

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Israeli - Palestinian border

La strada 1 verso Gerusalemme Est, che conduce all’insediamento israeliano Ma’ale Adumim passando per il villaggio arabo di Al-Īssawiya, ex zona nella zona smilitarizzata tra Israele e territorio giordano sul Monte Scopus, tra il 1948 e il 1967 • Route 1 to East Jerusalem, leading to the Ma’ale Adumim Israeli settlement via the Arab village of Al-Issawiya in the former Mount Scopus demilitarised zone between Israel and Jordan from 1948 to 1967

effetti sul pil, sull’impiego, sulle emissioni di gas serra e sui costi energetici. saya sta anche pensando di applicare il suo metodo alle questioni della sanità pubblica come i rapporti tra l’ubicazione delle fermate degli autobus e l’obesità infantile, in collaborazione con il Comune di New York. “Progettare un edificio ci piacerebbe, e probabilmente un giorno lo faremo”, dichiarano Greenfield-Gilat e Bar-Sinai. “Ma questa, per degli architetti, è una nuova frontiera: un occhio in grado di leggere lo spazio in modi differenti è una risorsa preziosa per una visione più ampia della realtà”. Non di meno, questo lavoro inizia anche a prefigurare qualcosa di molto lontano dalle sue origini architettoniche: appare come uno strumento per la democrazia intesa in senso classico. Questo processo decisionale ricco di sfumature, personalizzato e geograficamente specifico, potrà essere una nuova forma di espressione del voto in cui i politici gestiscono il quadro generale, invece che programmi precostituiti? saya a questo proposito resta sul vago: Greenfield-Gilat, nella sua qualità di candidato politico, afferma che “il voto è il diritto costituzionale di esprimere la propria fiducia a un candidato scelto nel corso di un processo lungo e costante”. Il dossier, tuttavia, mostra una qualità abbastanza innovativa per la politica: una solida capacità di favorire il dibattito, di articolare il dissenso e di contestualizzare l’indecisione. Da questo punto di vista, il futuro è tutt’altro che privo di sfumature. — tamar shafrir   @tamars Critica di design e architettura

Courtesy of SAYA

Palestine International border

Diagramma elaborato da SAYA per rappresentare l’organizzazione di un regime sui confini che miri a favorire l’attività turistica su entrambi i fronti • Diagram by SAYA to represent a possible border arrangement that aims to foster tourism on both fronts

• Schema degli insediamenti e delle divisioni territoriali utilizzati dal progetto di SAYA Is Peace Possible? • Map of settlements and land divisions used in SAYA’s project Is Peace Possible?

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Israel/Palestine

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Activist architecture

Hatnuah (“The Movement”) for the recent Israeli elections. saya’s entry into the political sphere, however, predates these developments; it all began with a drawing. In “A Plan for Peace That Still Could Be”, an article for The New York Times, Bernard Avishai describes the failure of the peace negotiations since 2006, mentioning that Ehud Olmert, the then prime minister, displayed “an architectural sketch for a symbolic Palestinian checkpoint” during discussions of a patchwork municipal framework for the neighbourhoods of Jerusalem. As Greenfield-Gilat puts it: “When a summit between Mahmoud Abbas and Olmert takes place, they don’t talk about details; they talk about concepts. So why did he show him a design of a specific spot in Jerusalem? Because it exemplifies a vision of how you could actually approach a problem. Words cannot replace an image... and even though it was never built, we put an idea in the head of the chief negotiator on the Israeli side, and that was powerful enough.” For a young architect or student, a drawing is an incubator for the imagination, free from the constraints of planning boards, budgets or even the basic laws of physics. Yet saya are proposing a renewed responsibility for the digital realm, one that both supports hypothetical paradigms and processes countless factual parameters. In collaboration with the S. Daniel Abraham Center for Middle East Peace and project manager Chen Farkas, they have launched Is Peace Possible?, a project that invites users to draw their own proposals for the

As saya explain: “There are about 550,000 Israelis living beyond the Green Line. About 200,000 live within the municipal boundaries of Jerusalem, which most Israelis don’t call settlements; they just see them as neighbourhoods of Jerusalem that happen to be beyond the Green Line. But you have 350,000 who live deeper in the West Bank. The question

— saya’s project suggests something very far from its architectural origins: it looks like a tool for the classical sense of democracy — is, how do we get to a solution that annexes the least amount of land and the most amount of people to Israel?” saya based the interface on years of research into the realistic terms of negotiation, eliminating all possibilities that have never been seriously discussed—for example, annexing the Jordan Valley. “In a sense, it limits the game, but it does keep you in the boundaries of what will happen in the negotiation room.

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Visione totale e ravvicinate dei territori sulla mappa interattiva che mostrano la linea di confine tra Israele e Cisgiordania, sulla base dell’accordo della cosiddetta Linea verde stilato nel 1949, sulla costruzione della barriera avvenuta nel 2000 e su recenti proposte internazionali • Overview and close-ups of territories on the interactive map, showing the border between Israel and the West Bank, based on the “Green Line” agreement made in 1949, the barrier construction since 2000, and recent international proposals”

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A sinistra: zoommare sulla mappa di Is Peace Possible? la rende interattiva, contentendo agli utenti di tracciare di nuovo i confini facendo riferimento anche a proposte reali di entrambi i fronti. A destra: veduta di Gerusalemme Est • Left: zooming into the Is Peace Possible? map makes it interactive, letting users redraw the border line while referring to real proposals from both sides. Right: view of East Jerusalem

Courtesy of SAYA

Towards a new atlas of the conflict  When we think about Israel and Palestine, two images tend to come to mind—the rocket and the wall. These concepts are typically understood as political devices, when at root they are indisputably architectural (destructive or constructive). The publications of multimodal practitioners, such as Eyal Weizman’s Hollow Land and Malkit Shoshan’s Atlas of the Conflict, have introduced the Middle East conflict to the architectural discourse, revealing that mapping, planning, building and demolishing are among the primary tools of occupation. At the same time, the position established by Weizman and Shoshan is that of the “outsider”, one whose removal from the institution (both conceptually and geographically) allows them a vantage point of critique, manifested through documentation and diagnosis. A rather different approach is being tested by Yehuda Greenfield-Gilat and Karen Lee Bar-Sinai, the founders of saya, 122

or Studio Aya. For them, politics is the natural habitat of the architect: “We see ourselves as people who serve society and the context of a better place to live… In a way, Le Corbusier or Walter Gropius were our teachers, not necessarily in the sense of design, but as architects shaping the way people solve a problem.” This stance recalls the modernist project of societybuilding, whose diminishing legacy was recently highlighted at the 2012 Venice Biennale in Public Works: Architecture by Civil Servants, an exhibition by oma. It also revives a strong lineage of civic architecture in Israel by ex-Bauhaus students beginning in the 1930s. saya’s approach, though, is not simply the naïve conjecture of power-hungry architects: Bar-Sinai received her master’s degree in Cities, Space and Society from the London School of Economics, while Greenfield-Gilat specialised in Public Policy at Harvard’s Kennedy School of Government, and even joined Tzipi Livni’s new centrist party

Photo Galit Aloni

border between Israel and the West Bank, based on the 1967 “Green Line” agreement and the demographic and geographic changes that have occurred since. In an interactive map, Jewish settlements in the West Bank can be annexed to Israel based on population, geographic footprint, distance from the Green Line and historical precedent (or likelihood). Based on the selection, the map then determines what Israeli territory would be annexed to Palestine, based on the principle of equal size and quality of swapped land.

The span is very small—we actually enlarged it a bit to give a sense of drama, but it was important for us to provide people with accurate information on what you can and cannot do.” At the same time, the efforts to legitimate the settlements of hundreds of thousands of Jews over the last 65 years could be seen as absurd, given that Palestinian Arabs who have been displaced in the same time period enjoy no such support; in fact, they are just as severely disenfranchised in Muslim countries such as Lebanon or Egypt. 123


Israel - Palestine

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Il progetto di SAYA per la Route 60 (nella versione reale nella foto in basso), che immagina le possibilità di collegamento di un nodo stradale binazionale interno alla città, è stato mostrato nel corso delle trattative negoziali del 2006 tra l’allora Primo Ministro Olmert e il Presidente Abbas • SAYA’s design for Road 60 (shown in reality in the lower photograph), envisioning the connective possibilities of an inner-city binational junction, was shown in 2006 negotiation talks between then-Prime Minister Olmert and President Abbas

Activist architecture

Una mappa semplificata di Gerusalemme che mostra il funzionamento odierno dela città, realizzata da SAYA per chiarire le nozioni complesse e sovrapposte di territorio nazionale • A simplified map of Jerusalem as it functions today, made by SAYA to clarify the complex and overlapping notions of national territory

saya on show

Photo Galit Aloni

There is no single solution, and each user’s unique proposal can be shared online to contribute to the discussion. Inevitably, as with anything related to the Middle East, the reaction has been mixed. Many commentators pointed out that crowdsourcing such a question is inherently flawed, given that Palestinians have less access to computers and the Internet than Israelis. But saya have actually aimed Is Peace Possible? to American audiences, believing that “an honest broker for the conflict is very much required”. Still, the question persists: is crowdsourcing the appropriate medium for such a complex (yet relatively tiny) territorial dispute, regularly shaken by nondemocratic vigilantism on both sides? A disproportionately high number of people around the world have strong opinions about 124

the Israeli-Palestinian conflict, but their debate may obscure the logistical factors that might support one solution over another— which can only be understood by actually living there. The emphasis on population figures is another point that demands debate. The Israeli government is highly complicit in subsidising the movement of Jews into suburban developments in the West Bank, and the locations of these settlements are hardly incidental. They may be placed on higher ground for security reasons, or in areas that facilitate water pumping. Meanwhile, some independent groups have established small, unauthorised outposts simply davka (a Hebrew term meaning “just because” or “deliberately to antagonise”). Therefore, the settlement population figure represents only one relevant factor,

SAYA presenterà Is Peace Possible? insieme ad altri progetti nella mostra alla galleria di Tel Aviv Zezeze Gallery, che aprirà in luglio. La mostra si incentrerà sui temi del mantenimento della pace sui territori e della negoziazione dell’architettura tramite piattaforme interattive digitali e forum • SAYA will present Is Peace Possible? along with other projects in a solo show at Tel Aviv’s Zezeze Gallery, opening in July 2013. The exhibition will focus on engaging audiences with territorial peacemaking and architectural negotiation via interactive digital platforms and forums

ZeZeZe Architecture Gallery, Tel Aviv—zearchitecture.com 11 July–22 August 2013

in addition to altitude, natural resources, access to infrastructure and proximity to significant religious sites. In reality, the number of Jews living beyond the Green Line may be the most volatile (and susceptible to manipulation) of all the aforementioned aspects. However, saya’s research has shown that this figure will remain the currency of the real-life negotiation. saya are the first to admit they are “not fully satisfied with the project yet”, but for different reasons. “We were thinking about a version for the Arab world, which would probably make the game very different. We try to do everything with Palestinian partners, but this project comes very much from the Israeli perspective as the dominant negotiator, the creator of settlements, the military power. Some would say that we are obeying the assumptions of the Israeli government. But we are here to provide solutions, not to make a career out of documenting the occupation. We have devoted ourselves to bringing peace to the region, and this is our motivation for resolution planning. We deeply disagree with the policies of the current government and the settlement movement. Assuming, however, that a solution will take these factors into account, we think it makes sense to incorporate them—whether we like it or not. Some people need to see themselves as freedom fighters who oppose evil, no matter the cost or consequences. We’re not against that, but architecture is a problem-solving profession. If you can live with the notion that your building is impacting the lives of people around it, then take responsibility for the consequences of your proposal.” saya’s approach is not limited to the Middle East. Their next project looks at another conflict zone—the Balkans—and its

development towards full membership in the European Union. A map will be made for the 2013 Balkan Forum, allowing users to develop a portfolio of renewable energy initiatives in different countries in the region. The “currencies” of the map will consist of the resulting effects on gdp employment, greenhouse gas emissions and energy costs. saya are also considering how to apply their methodology to public health issues, such as the relationship between bus stop locations and child obesity, in collaboration with the New York City municipality. “We would love to design a building, and we probably will one day,” say Greenfield-Gilat and Bar-Sinai. “But this is a new front for architects—an eye that can read space in a different way is a valuable asset to larger frames of reality.” Nevertheless, this work also begins to suggest something very far from its architectural origins: it looks like a tool for the classical sense of democracy. Could this nuanced, personalised and geo-located decision-making process be a new form of voting, where politicians run on frameworks, rather than preconceived platforms? saya are equivocal on the point. As a political candidate himself, Greenfield-Gilat says that “voting is a constitutional right to express your belief in a candidate selected in a lengthy, ongoing process”. Their portfolio, however, demonstrates a rather innovative quality for politics—a robust capacity to sustain debate, articulate dissent and contextualise indecision. From that perspective, the future is far from black and white. — tamar shafrir   @tamars Design and architecture writer 125