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alessandro sicilia

forse angolo

LA GOLIARDICA EDITRICE – FERRARA-BOLOGNA


Copertina originale “forse angolo„ del pittore Cherubino Binelli – 1967

Proprietà letteraria riservata. Edizioni «La Goliardica» Via Ugo Bossi, 20/A Ferrara


a maria lucia


prefazione

Cammina. Ancora un passo, piano, prima di giungere a porto arduo ed irto di spine: forse il calvario per la gioventù di questo nostro tempo. Lo sguardo non ha reticenze ma è condizionato ad un cerchio entro cui la vita alimenta il palcoscenico umano con visioni che assumono, spesse volte, aspetti drammatici anche se – nella realtà pratica – non è tragedia. Noi siamo il dramma del nostro tempo. E da questa simbiosi noi, spettatori ed attori, non ci accorgiamo che il fiume scorre sotto il nostro tallone ed il domani sa veramente amaro. Cammina. Come la generazione esasperata e stanca prima di diventare adulta: gente di paese che respira l’aria calda dei tetti spioventi, antichi, ed ora pieni di polvere, di neve o di sole. È gente di paese che si accontenta di far sfrecciare una micro-fiat per le strade asfaltate, tra grani che si inceneriscono perchè la terra ha bisogno di contadini oggi che i contadini non vogliono più la terra e la detestano e la maledicono. Giovani di paese, del mio paese del Sud che trovano il piacere nel sogno fatto di miseria e di nobiltà, ma che, in definitiva, non sanno neanche morire con una candela accesa. Egli, il cantore di “forse angolo”, al motore ha

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preferito dipingere un suo m ondo i nt eri ore i n quant o ogni cant o, è una favola sofferta

appunto perchè non trova sfogo l’incontro giovane con l’Altra, con la creatura tutta grazia, tutta femminilità che da noi, nella nostra terra, cerca di sopravvivere tessendo al telaio della nonna, ma nella sostanza, è rimasta sole e non gioco per il dramma presente. E muore senza aver conosciuto l’amore e la morte. Così, silenziosamente se ne passa, al primo mattino, chiusa tra quattro tavole di acero, scuotendo la testa fermata da un velo bianco – segno della sua verginità – e gridando il poema dell’innocenza. Poi, dietro le spalle ancora giovani che tentano l’incontro e che invecchiano ogni giorno che passa, come la terra, come il sogno di vivere. E son nate le “terze cose” che hanno racchiuso tormenti e preghiere inascoltate. Dopo “le terze cose” ancora un canto in una fiaccola di speranza: “forse-angolo”. Talete, Pitagora, Euclide con tutta la gamma delle scienze matematiche non hanno a che vedere con le angolazioni liriche che sono la dimostrazione pratica di quanto la poesia possa penetrare intimamente in cuori ingenui e sofferenti nello stesso tempo per effetto di una particolare situazione di pensiero e di vita alla cui base si svolge e si evolge il canto che diventa lamento, spesse volte, lugubre panorama di generazione che soffre, che lavora, ma che sa trovare il tempo per cantare.

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I canti “forse angolo” sono quadri di una realtà e quindi, non possono non essere visti attraverso una lente che non sia criticamente vicina all’animo

in tormento di chi ha trasportato sulla carta la visione del canto stesso. “Forse angolo”: perchè, non “forse curva”? fare un processo alla intenzione poetica non è il caso in quanto la poesia – come asserisce la nipote di D’Annunzio – può nascere ovunque, sin’anche nelle corti di assise, sul treno, – e noi aggiungiamo – nella meditazione della solitudine contro la quale sono incollati oggi, i giovani della mia terra. Cammina. Deve camminare ora che ha mosso i primi passi ingenui ma – se corretti – destinati a reggere il contropeso e diventare più spediti, più sicuri. Sono ventuno canti. Nelle “terze cose” ogni canto un lamento, un quadro sofferto, una visione incupita nel dolore. Oggi è altra cosa: l’immagine esprime un palpito e sappiamo che l’autore s’è liberato dall’ombra che l’opprimeva, ha incontrato la vita, s’è fatto uomo, incomincia a carezzare il sogno ingenuo del giorno e percepisce il primo palpito d’amore. Anzi, per la “seconda volta” egli si dice innamorato al punto di soffrire nella gioia di sentirsi vicino ad una creatura alimentata da Dio. Poi si ferma e contempla le stelle, forse dieci, forse cento, in una notte che lo tortura: e proprio quella sera in cui ogni stella riluce per una coppia di innamorati egli è solo perchè la sua donna non risponde alla offerta ed il sogno diventa problematica viva ed operante. Anche la

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superstizione influisce nell’autore specie quando un gatto nero si ferma sul ciglio della strada. E se il gatto sbarrasse la strada? Sarebbe il caos, ma è solo un affanno in quanto il mio cuore / non ha

più spazio / il silenzio si rompe proprio nel momento in cui appare il palcoscenico della vita con tanti burattini-ominidi, senza età, ed in fondo all’angolo della vita – questa volta – non c’è arlecchino o pulcinella a recitare, ma il destino che incarnato s’è fatto uomo. Poi, un angolo fatto da spalle voltate / della miseria / del cerchio di fuoco / che brucia / le mani di Dio. E cammina ancora. Nella “preghiera” le pagine / son lacrime di pianto / che bruciano gli occhi, ma una realtà esiste ed è fatto compiuto: l’altra febbre. Vedere nella pura linea della immagine soggettiva la distruzione od il tormento della propria terra, in “forse angolo” diventa problema essenziale: aspetto atipico che non consente scusanze. “Innocente amore” è canto veramente innocente che dimostra come il platonismo può trovare convivenza oggi, in un mondo mangiato dalla corruzione dominante: amare senza baciare una donna, senza abbracciare il corpo caldo della carne giovane che freme e che aspetta la distruzione nel gemito e nell’ansito del piacere, è normale. Non basta: ci si può amare – illusione o presunzione? – senza ricorrere – in questo tempo di mini-minigonna e di pillole anticoncezionali – a letti morbidi, a sguardi che sfrecciano nelle lontananze per incontrarsi, solo per dirsi qualche cosa, ma restano purezza senza compromessi. Solo

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garrule risate di. bambini e cavalli a dondolo fatti di nuvole. Il canto si fa più penetrante quando l’autore escogita nel suo “io” un personaggio da circo: il

pagliaccio. E si misura nelle vesti del pagliaccio che ha indossato il vestito tra “i singhiozzi di un cavallo morente”. Sofferenza e stato di sovraeccitazione nel contempo, pur di vedersi un “altro” e non l’operaio di tutti i giorni: personaggio con due volti, / con un vestito bicolore / con cento fili d’oro / attorno al collo. Pagliaccio, forse per un’ora, forse per una sera. la ragione? Per dimenticare gli affanni e le sofferenze della vita e vivere nell’altro pianeta dove tutto è gaio e dove la risata anima il tempo. Dopo tutto, anche l’esperienza farsesca non servirà a nulla: neanche pagliaccio fa ridere e la gente lo estranea, lo scaccia, lo accantona all’angolo senza un pizzico di riconoscenza. Innamorarsi e poi restare deluso. La prima “vampata di rossore” per un amore senza concretezza è un fatto che desta nell’Autore, la prima grande incrinatura sul sentiero della lunga e tormentata via crucis. Malgrado tutto, rientra nella normalità, accende – di nuovo – la fiaccola e cammina. Questa volta ha un carro pesante da muovere e da spostare “sulla strada di sabbia”. E proprio nel corso di questa nuova fatica, egli si accorge che il passo di Lei non è eguale al suo, come diversa è la sorte. Cammina “pieno di speranze” ora, che i primi fili bianchi, precocemente, hanno tinto la testa, invecchiato nel lavoro e nel canto.

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Grave ma non troppo l’accento sul disfacimento terreno delle umane cose: segno, questo, che il tempo s’è maturato, che la candela accesa ha resistito al colpo di vento, che l’arabesco incompreso come una tela astratta imbrattata da

tinte “sparate” sulla tela dalla carabina impazzita così come fa l’esistenzialista dei lungo-Senna, hanno contribuito alla formazione più chiara di una sofferenza che non ha sfogo se non nel canto. Bianca la strada ed azzurro e soffice il manto che deve coprire gli occhi del sole se ci si vuole proteggere dal raggio mortale. Respingere l’accusa della gente che ha svuotato il cervello restando “primate” in tempi di conquiste spaziali, è il colpo assestato dall’ “io” che lotta con tutti e con nessuno per sopravvivere . Trovare nel canto la liberazione da incubi e lucubri angoli terreni è la via di uscita impressa nell’uomo dal nostro tempo. Sopravvivere per non essere distrutto dalla mania della persecuzione: questo, nella sostanza, il dramma del giorno ridotto a piccoli quadretti cantati, appiccicati sulla carta per non dimenticare. E di questo cerchio l’angolazione s’è fermata al “vertice” della considerazione ed il mondo stesso non riesce a sapere se l’uomo che lo popola da milioni di anni, è centro o “forse angolo”. Noi siamo “centro”, ma per il poeta “angolo”. Angolo di cielo, di gioia, di sofferenza, di pietra, di sole: angolo di tormento che cerca pace. SALVATORE SICILIA Redattore

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de “Le Venezie e l’Italia”

Firenze, estate 1967

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sono il pastor che sogna lasciando errar la greggia sparsa per i pendii..... francesco pastocchi


forse angolo


incubo Sono uscito fuori per raccogliere un fiore. Tra la tua e la mia casa, un abisso... Lungo il fiume laggiÚ riposa l’animo che striscia per terra chiuso negli anelli che scolorano le tue mani e si leva verso Sud. Per la strada di polvere nera ritorna l’incubo ed il brivido feroce del vuoto che sale, percorre, arriva, toglie la speranza. Si innamora.

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vedo Un mondo muore ed aspetto... Il solco: colloquio di spiriti come passi trasversali che percorrono la piazza e corrono e corrono dietro Pinocchio.

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preghiera Le mie pagine son lacrime di pianto che brucian gli occhi. Sono urla di cani, urla di pazzi, preghiere mute che sanno di convento. Le macchie gialle son ruggine e, circoscritto scende, un raggio di sole. S’intreccia, s’incrocia l’arsura del tuo rimorso all’orizzonte angolato. Distacchi ovali di ciechi che urlano, che cercano dietro la siepe il groviglio dei forti. Si ferma e si blocca l’aiuto del cerchio di Dio e la coscienza, raccoglie la pace.

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primo maggio Verso Sud vanno i tuoi passi. Affacciato alla finestra guardo l’altro orizzonte: il mio, il tuo... Scricchiola la mia schiena e l’angolo acuto si spezza e cade il piedistallo di marmo.

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aggràppati Aggràppati con mani di ferro al filo di lana sottile. Il racconto amaro s’è fatto duro ed ora s’infrange sul pugno di terra con pigolìi, lamenti e squilli di tromba. Aggràppati... Il ramo secco - donna – spezza le tue dita che son diventate vetro e le ossa pasto prelibato per i corvi.

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vertice Dietro le spalle lo scapolare di gesso delle piccole statue fatte di piombo. Pizzicano, bruciano, vanno al vertice amaro: quattro linee spezzate, smozzicate, linfatiche che girano dietro le barche. Uomo come me, alzati, aiutati e salta quel ponte. Uomo come me, traccia una linea retta e tingi di bianco e di nero il vertice non pi첫 vertice ma incontro, calice di fiele.

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sciopero metafisico Non operai e non polizia. Solo macchie d’aria ed angeli con mani legate e senza piedi. Non discorsi, non sindacati. Non padroni. Vento: fasci di luce, zingari divini.

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realtà Infinita, sconfinata circoscrive la tua fine in un fosso. Realtà: semicerchio di ferro arco di acciaio che stringe le mie gambe, ferma i miei passi, scolorando l’altro panorama.

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dipingo Col pennello e senza colori dipingo il mio tormento così come è fatto: con le voci della sera, con le candele spente, distese a cento, sul foglio di carta come uomini senza anima con i fiori d’arancio ed i confetti bianchi, non consumati. Dipingo così, come voglio: con le stelle di carta che a carnevale impazzano, con la primavera sbiadita, col sole d’agosto, con le lacrime smorte e gli angoli acuti dove, leggeri, riposano i sogni.

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l’altro ponte Scorre l’acqua maledetta sotto il ponte arso. Un mattino, un attimo. Guizzano gli occhi. Dipingo con colori sbiaditi e abbraccio il compagno ferito dopo il pugno nell’occhio. Con un salto solo, passerò l’altro ponte per raggiungere nuova sponda. L’altro bacio, l’altra ora. Attorno al ceppo s’adunano occhi di pietra nel mio cielo di stoffa con le mie lacrima fatte di polvere di sole.

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campane Ascolto i rintocchi nascosto dietro il muro quando passano gli angeli scalzi con cesti di fragole in mano. Amo le cose perdute che triangolano inquadrano in prospettiva le mezze fate vestite di porpora e di rosso e, tutto, si ferma lentamente attorno a me, al mio angolo: son le mani di Dio scarne, fredde, bagnate, arse che raccolgono il fuoco, asciugano i miei occhi.

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a sorpresa Gocce d’acqua ed angoli strani come la vita. Cadono... Il gatto nero sul ciglio: il mio cuore non ha piÚ spazio. Il silenzio si rompe. Ricompare il palcoscenico in fondo alla via e torna a recitare il... destino.

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innocente amore Non baci, non fusioni di spiriti nell’elevazione del pensiero. Non amore materializzato. Non abbracci ed estasi di cuori innamorati. Non letti soffici di sogni ma un volto, Lei, e tante garrule risate di bambini che giocano sul cavallo a dondolo fatto di nuvole. Oltre, non stelle, non soli ma galassie di neve, pianti di ovatta per me, per te, per i miei cavalli bianchi fatti di rocce.

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la seconda volta Altra volta mi sono innamorato. Ho acceso la fiaccola e cammino e spingo il mio carro sulla strada di sabbia. Non è eguale il tuo ed il mio passo. Eguale non è la sorte. Cammino. Cammina anche tu e porta il “tuo” peso, non aiutare gli altri! Le cose son fatte, il vento non alita, non vado lontano... Si fermano al porto, i miei pensieri s’infrangono contro lo scoglio e riparto... Altra volta vibra la chitarra

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e freme la vita. Poi passa la freccia, passa la giostra. Il cuor dolora, come ieri. Altra volta cade il cavallo e torno a sudare a spingere avanti verso il sentiero l’ultimo mio carro carico di speranze che son per me, angoli di luce.

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cento stelle Son cento stelle nel cielo mio stasera. Sulla terra mille, gli innamorati ed io, non ho una stella, non ho un amore. Son cento stelle nel mio cielo, stasera: son tutte bianche, d’argento; tutte a cinque punte. Mille fiabe si raccontano gli innamorati. Una sinfonia di baci vibra nell’aria e Lei, perfida, non ha piÚ amore per me. Come un novembre

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che non ha piÚ foglie verdi per me. Ora, son l’orfano in cerca d’amore, il mendicante pazzo che chiede e non gli vien dato. Son cento le stelle, questa sera: cento meno una, cento fiabe meno una, cento baci, meno uno. Il suo.

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l’altra febbre Le luci sono spente: volto le pagine e lascio dietro, i miei pensieri. Il mio pennello s’è fermato alla foce del fiume e seduto, stanco, sudato sento la febbre, l’altra che arriva. L’altra febbre... Ferite, sangue, fasce: il volto bruciato dal sole come le pietre della mia terra. Questa, è l’altra febbre: quella della falce che avvampa, scolora, uccide

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gli occhi della terra mia ferita a morte, da Lui, da Noi, da Tutti: fratelli di Dio.

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non correre Curve e poi strisce zebrate. Tu, non correre per arrivare in chiesa!... no, non sentirai quel sì che tanto ti rapisce. Sarà tardi. La corda, dura e malefica, stringe già nel cerchio lo spazio e t’affoga e ti tappa gli occhi che aspettano e che guardano. No, non correre... È tutto inutile... È gennaio. Freddo, neve. È nata, appena, la prima viola.

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da taormina Il mondo m’insegue e sono fermo, sull’isola. A picco la montagna mi tortura e sulla vetta una croce a strapiombo gela il panorama... S’inghiozza la primavera nell’azzurro e tu, Taormina, dietro capriole di sole, consumi lacrime di cielo per niente. Lontananze, respiri, montagne a picco sulla mia testa bianca.

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vestito da pagliaccio Finito è lo spettacolo. Il silenzio è calato sulla pista: tutto s’addorme e tutto s’addolce. Mi vestirò da pagliaccio con un vestito bicolore, con due facce, bifronte e cento fili d’oro attorno al collo. Ecco, in galleria un nuovo pagliaccio. Gli zoccoli son d’oro, i piedi danzano e gli occhi spaziano in ombre, in sogni, in mille cerchi. Pagliaccio: vedo gli occhi tuoi scontrarsi con i miei.

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occhi bruciati, pieni di malinconia. Mi guardo attorno. Vedo: un pagliaccio. Un pagliaccio vestito tra i singhiozzi di un cavallo morente. Sono un pagliaccio che non fa più ridere: la società m’ha ripudiato, m’ha scacciato, m’ha deluso. Chiudo il cerchio, mi saldano le maglie quando son vestito da pagliaccio: per dimenticare... Povero pagliaccio neanche tu, servi più a nulla tra questa ingrata gente! E piango e rido per te.

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seduto all’angolo Non avrai fortuna e non troverai la fine seduto all’angolo. Le preghiere non giungeranno a Dio. È finita... all’angolo che è quello dei sogni dove s’incrocia l’acqua del mulino quando le stelle fan girotondo attorno al destino. È finita... perchè eri seduto all’angolo.

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forse angolo La strada è dritta. Poi, il crocevia... Forse angolo, quello di sinistra: angolo nero con quattro strade dietro le mie spalle. Angolo: il tuo angolo: fatto dalle spalle voltate dei morti di fame del cerchio di fuoco che brucia, le mani di Dio.

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INDICE Prefazione Incubo Vedo Preghiera Primo Maggio Aggràppati Vertice Sciopero Metafisico Realtà Dipingo L’altro Ponte Campane A Sorpresa Innocente Amore La Seconda Volta Cento Stelle L’altra Febbre Non Correre Da Taormina Vestito da Pagliaccio Seduto All’Angolo Forse Angolo

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Finito di stampare il I째 dicembre 1967 presso lo Stabilimento tipo-litografico Comm. Domenico Chiappetta - Cosenza


Forse Angolo