Il paradosso del tempo digitale
Fabio Setta
Lo scorrere del tempo, la percezione di ciò che ci circonda, anche il semplice scorrere dei giorni e delle ore Un tempo, in quella che potevamo definire era analogica, tutto sembrava avvenire in maniera lenta, magari anche noiosa ma sicuramente più rilassata
Con l’avvento del digitale, sembra, invece, che il tempo si sia accorciato. Qualsiasi tipo di tempo, da quello di fruizione di una notizia ad esempio oppure quello dell’attesa, magari in fila alle poste o in banca. Con l’avvento del digitale la nostra percezione del tempo si è modificata con una compressione del presente e una frammentazione degli attimi che viviamo. Il risultato? Una percezione del tempo più frenetica con l'attesa non è più vista come un momento di transizione o di riflessione, ma soltanto come sinonimo di qualcosa che non funziona e che addirittura può provocarci ansia. Basti pensare a quante volte, diventiamo insofferenti non appena una pagina web impieghi più tempo del normale a caricarsi oppure una app non si apre. Le nuove tecnologie, infatti, hanno eliminato i "tempi morti", riempiendo le nostre pause con contenuti digitali, e hanno generato una percezione soggettiva del tempo più frenetica. Questa ormai è l’epoca del paradosso del tempo digitale Il tempo si è allargato

ma non si è allungato. La continua necessità di condividere, di essere presenti, anche se online, di comunicare in tempo reale ha reso tutto più veloce, con il risultato di “bruciare” i momenti che viviamo ma anche le notizie che leggiamo e ci inondano, a causa del nostro continuo scroll sui telefoni Le attività lavorative e personali sono ormai asincrone e quei momenti di inattività che venivano in passato utilizzati per riposare o riflettere sono sempre meno Così come è sempre meno la volontà di approfondire. Ci accontentiamo di uno spot, di una pillola Con il digitale, abbiamo la possibilità, o meglio, la sensazione, di velocizzare le attività e risparmiare tempo, comunicando istantaneamente con le tante app di messaggistica o facendo acquisti online Il rovescio della medaglia è che abbiamo sempre più la sensazione che il tempo non ci basti mai e che urgenza e frenesia caratterizzino le nostre giornate
Più la tecnologia cerca di ottimizzare i tempi, più percepiamo la vita come un'incessante rincorsa, annullando il guadagno di tempo reale Le vie di fuga non mancano Il digital detox, la gestione selettiva delle notifiche o il ritorno a hobby analogici possono aiutarci a riscoprire la lentezza: ma siamo davvero pronti a riappropriarci del nostro tempo?


L’architettura sta attraversando una trasformazione profonda, che sta ridisegnando le fondamenta stesse del processo progettuale. L’introduzione dell’intelligenza artificiale non equivale all’adozione di un semplice strumento digitale ma rappresenta un cambio di paradigma: il passaggio dalla progettazione lineare alla progettazione aumentata Da sempre il progetto è stato un percorso sequenziale: intuizione, schizzi, modelli, verifiche Oggi questo flusso si apre a una dimensione simultanea e multidirezionale. Attraverso metodologie come il “generative design”, l’architetto definisce parametri, vincoli e obiettivi, delegando all’algoritmo l’esplorazione di un ventaglio di soluzioni alternative Non è una cessione di creatività, ma un suo potenziamento Il progettista assume così il ruolo di regista, capace di

orchestrare e selezionare scenari complessi generati in tempo reale Strumenti come Midjourney o DALL·E rendono immediata la visualizzazione di concept architettonici, riducendo drasticamente i tempi tra intuizione, e rappresentazione: un nuovo modo di schizzare per esplorare idee, atmosfere, materiali e volumetrie con una rapidità che nessun software tradizionale aveva mai permesso. In pochi secondi si passa da un input testuale a una serie di visioni che, pur imperfette, aprono scenari creativi impensabili Ma la vera svolta arriva quando l’AI entra nei software che governano la progettazione reale. Autodesk, con Revit e soprattutto con Forma erede di Spacemaker), porta l’intelligenza artificiale nel cuore del BIM e dell’urbanistica. Non si tratta più di generare immagini, ma di analizzare dati complessi, simulare microclimi, ottimizzare esposizioni solari, prevedere flussi d’aria e rumore. L’AI non si limita a generare forme, ma diventa un consulente silenzioso che consente di progettare edifici più efficienti e
Valentina Todesca
(consapevoli, integrando dati ambientali e modelli previsionali che contribuiscono attivamente alla definizione di prospettive particolarmente rilevanti per le politiche pubbliche e la pianificazione urbana Parallelamente, l’ecosistema dei software di modellazione come Rhino–Grasshopper o Sketchup vivono una seconda giovinezza Da sempre laboratorio di sperimentazione parametrica il primo, e strumento di modellazione più intuitiva il secondo, oggi integrano modelli generativi e algoritmi di machine learning che imparano dallo stile del progettista, riconoscono pattern geometrici e generano varianti sempre più coerenti Nel contempo, i software di rendering in tempo reale, come Twinmotion, Enscape, Lumion, integrano funzioni che fino a pochi anni fa sembravano impensabili: il rendering non è più un processo da attendere, ma un ambiente vivo che si adatta in tempo reale alle scelte del progettista Naturalmente, questa potenza computazionale porta con sé rischi quali
omologazione formale, dipendenza dagli algoritmi o perdita di senso critico Ma è proprio in questa tensione che si riafferma il ruolo culturale dell’architetto. Nessun software possiede intenzionalità, memoria dei luoghi, comprensione delle comunità. L’AI elabora dati, l’architetto elabora significati e le competenze restano profondamente umane L’intelligenza artificiale potrebbe essere definita come un co progettista: apprende dallo stile del professionista, genera modelli BIM completi, anticipa problemi e suggerisce strategie progettuali. La competenza distintiva non è saper usare un software, ma saper integrare strumenti avanzati in una visione critica, etica e consapevole. È nella dialettica tra capacità computazionale e sensibilità progettuale che si ridefinisce la professione. In un’epoca in cui le città devono rispondere a sfide ambientali, sociali ed economiche sempre più articolate, l’AI può diventare un alleato formidabile, a condizione che resti nelle mani di chi sa ancora immaginare il futuro.


La tecnologia sta cambiando radicalmente il turismo e la valorizzazione dei territori, trasformando il semplice atto del “guardare” in un’esperienza interattiva e coinvolgente Con la Realtà Aumentata, la fruizione culturale diventa infatti un’esperienza viva e che lascia il segno. L’utente può esplorare, ascoltare, interagire e soprattutto apprendere ancora di più tramite una fruizione dell’opera interattiva ed innovativa. L’avvento di questa tecnologia immersiva apre scenari prima inimmaginabili, trasformandosi in un alleato importantissimo per la valorizzazione dei territori e delle opere d’arte, con ricadute importanti sul turismo. Da questo presupposto nasce il progetto “Smart Community Terre Jonico-Silane”, nato dalla sinergia tra il GAL Sila e il GAL Kroton, con il

Comune di Santa Severina come ente capofila, e Wonderlab, vincitrice del bando, che si è occupata della realizzazione di una infrastruttura digitale per la valorizzazione e la fruizione integrata delle Terre Jonico-SIlane e dei suoi profili territoriali, paesaggisticoambientali e storico-culturali Il progetto, che rientra nella scheda di intervento A.2.1.B “Qualificazione e ampliamento dei servizi di EGovernment e di Smart Community dei comuni, inserita nell’APQ della strategia dell’area interna Sila e Presila Crotonese e Cosentina”, nasce con l’obiettivo di costruire un’identità comunitaria condivisa per l’area interna delle Terre Jonico-Silane, attraverso lo sviluppo di una soluzione integrata in grado di offrire servizi digitalizzati a supporto del turismo e della valorizzazione del territorio. La piattaforma integrata realizzata da Wonderlab consiste in una App in Realtà Aumentata, già disponibile su Google Play Store e Apple Store, un portale web per la promozione territoriale e
Fabio Setta

un gestionale per l’aggiornamento dei contenuti nel tempo. Gli obiettivi progettuali sono quelli di promuovere il turismo locale e incrementare l’affluenza di pubblico, fornendogli un’esperienza di valore; valorizzare le Terre Jonico-Silane costruendo un’identità unitaria del territorio e sfruttare le potenzialità dell’online per creare un ponte di contatto tra istituzioni e comunità. La app permette di visitare alcuni tra i principali punti di interesse naturalistico-culturale attraverso l’attivazione di un’audioguida in Realtà Aumentata che narrerà il luogo designato, al fine di offrire ai visitatori una fruizione innovativa e coinvolgente. L’obiettivo è stato quello di realizzare, quindi, un prodotto intuitivo e semplice, affinché diverse fasce di età non riscontrino difficoltà nell'uso, favorendo la percezione di un territorio smart e al passo con i tempi, che si impegna a fornire ai propri cittadini e visitatori soluzioni hi-tech di ultima generazione, promuovendo una fruizione delle
bellezze del territorio accessibile ed inclusiva. Naturalmente, la piattaforma nasce anche come supporto allo sviluppo del turismo locale. Infatti, sono state realizzate una sezione riservata alle comunicazioni della Pubblica Amministrazione verso la comunità, al fine di favorire la creazione di un ponte tra istituzioni e cittadini; un’area dedicata alla promozione delle attività economiche locali, che hanno ora la possibilità di predisporre al suo interno una propria vetrina online gratuita registrandosi al sito web e un sistema di booking integrato che permette ai turisti di prenotare il proprio soggiorno Grazie alle nuove tecnologie e, in particolare, alla Realtà Aumentata, nasce un turismo che informa, emozione e resta nel tempo Per anni, il turismo è stato incasellato in un preciso arco temporale: la prenotazione, la visita e il ricordo. Oggi, questo modello è superato Il viaggiatore moderno cerca un’esperienza profonda e continua, che unisca conoscenza, emozione e un impatto duraturo.

Crea e personalizza i tuoi Mii per vivere una vita da sogno con Tomodachi Life
Ely
Ciao a tutti, oggi vi parlerò di Tomodachi Life: una vita da sogno. Sequel dell'omonimo gioco uscito per 3DS nel 2013, questo gioco, insieme a Miitopia (del quale abbiamo già parlato precedentemente), Wii Sport e Wii party, ha come caratteristica quello di consentire al giocatore di tulizzare personaggi creati da lui stesso: i Mii La personalizzazione di questo nuovo capitolo è fantastica, sono presenti molti più accessori, vestiti, capelli, oggetti personalizzati e una funzione di disegno con la quale è possibile sbizzarrirsi per rendere più particolari e unici i propri Mii
L'isola dove è possibile creare fino a 70 mii per account, poi, è quasi interamente personalizzabile; ad esempio, infatti, è possibile spostare e modificare gli edifici, così come è possibile cambiare l'aspetto dell'isola
Nel suo complesso Una novità che è piaciuta molto ai fan è stata l'aggiunta della sessualità "non binary" ai Mii e la possibilità di farli innamorare del genere a scelta del giocatore e non limitare alle relazioni donna-uomo ma aprendo molte più possibilità. Fino a 8 Mii possono vivere nella stessa casa ed è possibile regalare loro, oltre ai semplici regali già presenti nel vecchio capitolo, degli animaletti completamente realizzati da noi giocatori. Tomodachi Life è un gioco non per tutti ma sicuramente molto divertente per i fan del genere... In conclusione consiglierei di provare questo gioco ai fan di The Sims, di Animali Crossing e in generale dei cozy game, ma questo non significa che non possa piacere anche a gente alla quale non fa impazzire il genere, anche perché questo è un gioco molto versatile. Per questo numero direi di aver finito, spero di avervi convinto a comprare questo gioco e noi ci ritroviamo il prossimo mese!!
Gennaro Sepe
Il recente scoppio della guerra in Iran rappresenta un nuovo palcoscenico per mettere in evidenza la supremazia militare degli Stati Uniti d’America e di Israele
Le loro tecnologie di ultima generazione si assicurano un controllo totale del campo di battaglia Tuttavia, dietro i sistemi di puntamento automatici si nasconde un’infrastruttura ancora più sofisticata, frutto di uno dei progetti tecnologici più controversi degli ultimi anni. Tra tutti, uno di quelli che ha maggiormente scosso l’opinione pubblica è Project Nimbus, un contratto di joint venture stipulato nel 2021 tra Google, Amazon, Microsoft e lo stato di Israele.
L’obiettivo dichiarato era la creazione di un’infrastruttura cloud destinata a fornire al governo israeliano tutta una serie di servizi di automazione per la gestione della burocrazia. Invece, proprio dietro questo termine si nasconderebbe la vera natura del progetto.
Secondo numerosi documenti trapelati da dipendenti interni alle aziende coinvolte, le tecnologie fornite dai colossi americani sarebbero state impiegate per sviluppare un complesso sistema bellico capace di individuare ed eliminare bersagli palestinesi, accettando un elevato margine di rischio per quanto riguarda le vittime civili.
Dal punto di vista tecnico, il contratto noto con il nome in codice “Selenite” rappresentava una ghiotta occasione di un valore stimato di circa 3,3 miliardi di dollari per il periodo 2023-2027 Contemporaneamente, il documento evidenziava numerose criticità legate al potenziale coinvolgimento in violazione dei diritti umani, che avrebbe avuto pesanti ripercussioni sull’immagine pubblica di Google (come se le vite dei civili non fossero già un motivo di per sé sufficiente)
L’azienda si è limitata solamente a riconoscere tali rischi, accettando di impegnarsi genericamente a “fare il necessario” per tamponarli. Un dettaglio non
proprio marginale, però, riguarda la struttura stessa dell’accordo che sarebbe stato redatto in modo da garantire a Israele un vantaggio significativo, in quanto sarebbe in grado di occultare determinate attività a Google, violando di fatto i termini di servizio e aggirando la legislazione statunitense in favore di quella israeliana. Il colosso tecnologico ha affermato che il contratto Nimbus "non è rivolto a carichi di lavoro altamente sensibili, classificati o militari rilevanti per armi o servizi di intelligence", sottolineando di collaborare con molti, diversi, governi in tutto il mondo, incluso Israele
Inoltre, Google sarebbe vincolata a non soddisfare eventuali richieste di divulgazione dei dati senza una previa autorizzazione da parte delle forze dell’ordine israeliane. In aggiunta, il contratto prevederebbe anche una possibile estensione di 23 anni, sulla quale l’azienda non avrebbe possibilità di opposizione.
Infine, un ulteriore elemento controverso è il “Winking mechanism”, un sistema di segnalazione indiretta, attraverso pagamenti al governo israeliano, ogni qual volta che una qualsiasi corte straniera richiedesse l’accesso a dati conservati nei sistemi del progetto.
Secondo le informazioni trapelate, il pagamento (che dovrà essere effettuato entro 24 ore dalla richiesta) dovrebbe corrispondere al prefisso telefonico internazionale del paese richiedente (ad esempio, per l’Italia sarà di 3900 shekel)
In caso di mancato versamento, sarebbe prevista una penale di 100000 shekel, pari a circa 30000 dollari.
Alla luce di tutto ciò, Project Nimbus appare come uno dei tanti casi preoccupanti di come le infrastrutture digitali possano trasformarsi in strumenti di potere difficili da regolare quando integrati in contesti geopolitici complessi
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale e i sistemi cloud stanno diventando sempre più prominenti nel settore militare, la trasparenza e il controllo democratico non devono in alcun modo passare in secondo piano, altrimenti chi controllerà coloro che si impongono come controllori?
Che l’intelligenza artificiale ci aiuti a scrivere testi, generare immagini e superare la crisi del foglio bianco è ormai risaputo Meno noto è il fatto che oggi sia in grado di tradurre qualcosa di più sfuggente come sensazioni e vibrazioni soprattutto nell’ambito del design digitale “Progetta un sito web con uno stile elegante e accogliente, con un design minimal ma d’impatto, che dia la sensazione di prenotare un’esperienza di lusso”.
Ecco, questo non è affatto prompt engineering, non è una richiesta tecnica, ma un chiaro esempio di quello che viene definito vibe coding. Non si parte da istruzioni dettagliate, ma da una direzione espressa in modo naturale. Si descrive ciò che si vuole ottenere, il tipo di esperienza che si immagina, le sensazioni che deve trasmettere e l’AI traduce questa direzione in una soluzione concreta Il processo assume così una forma più dialogica, discorsiva e meno vincolata alla sequenza tecnica che ha caratterizzato il design fino a oggi Questo dialogo riguarda tutti, anche chi non si occupa di progettazione Ogni giorno interagiamo con flussi che ci guidano in maniera intuitiva: quando prenotiamo un alloggio, acquistiamo un articolo o gestiamo un servizio, ci muoviamo dentro interfacce progettate per essere fluide Se tutto scorre senza attriti, l’esperienza diventa quasi
Federica Sorda
invisibile, è solo quando qualcosa si blocca che ci accorgiamo di quanto ogni passaggio sia stato (mal) progettato. Dietro quell’apparente semplicità d’uso si cela il design dell’esperienza utente: un processo fatto di tentativi e miglioramenti continui che, per sua natura, è iterativo Si costruisce, si testa, si osserva, si migliora. Ogni versione è un passaggio verso un’esperienza più efficace. Oggi questa logica metodologica non cambia, ma accelera in modo evidente ed è impossibile restarne immuni Strumenti come Figma Make, il più recente Google Stitch o lo stesso Claude Design mostrano chiaramente questa evoluzione. Ciò che restituiscono in seguito alle richieste non sono più semplici immagini, ma interfacce funzionanti esplorabili e modificabili nell’esatto momento in cui vengono generate Così un’idea prende forma mentre la si sta ancora definendo È certo che il vibe coding, come ogni approccio possa assumere forme diverse In una modalità più libera e istintiva, gestita da utenti meno esperti, è lecito pensare di affidarsi completamente ad un assistente virtuale per dare forma a un’idea, senza interrogarsi troppo su come questa sia costruita. In un contesto più consapevole e professionale, invece, l’AI non sostituisce il processo ma lo affianca, con suggerimenti concreti e visivi mentre il designer guida, corregge e valida assumendosi la responsabilità del risultato finale. La creatività, in questo scenario, non viene affatto sostituita o abbandonata ma amplificata L’intelligenza artificiale non elimina la figura del designer, ma ne espande il campo d’azione, liberandolo da un iniziale lavoro ripetitivo e riportando al centro ciò che conta davvero: l’esperienza
Questo porta ad una conclusione semplice: le interfacce e i dispositivi digitali che utilizziamo ogni giorno evolveranno rapidamente per avvicinarsi alle sempre più alte aspettative di un pubblico esigente; il design si sposterà oltre la costruzione tecnica e inizierà a dare forma alle “vibes” più di quanto già non faccia, attraverso un dialogo costante tra immaginazione e tecnologia. E sempre più spesso, questa collaborazione inizierà con qualcosa di estremamente semplice: una frase.


Esoterico, anche più del solito, ma sicuramente affascinante e capace di tenere avvinto il lettore, anche quello più scettico, fino all’ultima pagina Il ritorno di Dan Brown e del suo principale personaggio, il professor Robert Langdon, era sicuramente molto atteso “L’ultimo segreto”, pubblicato a settembre dello scorso anno, parte da una premessa, tanto inquietante quanto affascinante: una mente umana vale più di qualsiasi arma. Tralasciando alcuni momenti in cui il protagonista sembra essere uno degli X-men più che un professore di Harvard, il libro presenta diversi aspetti molto interessanti, soprattutto sul versante del rapporto tra scienza, mente e tecnologia. La trama, va detto, è più o meno la solita, scritta con un ritmo veloce e compulsivo, alternato a lunghi flashback di approfondimenti sul tema principale. Robert Langdon si trova a Praga con Katherine Solomon, studiosa di scienze noetiche chiamata in Repubblica Ceca per una conferenza. Da lì è tutto un precipitare di fughe, sparizioni, omicidi, mentre sullo sfondo poteri forti e nemmeno troppo oscuri operano al fine di raggiungere l’unico vero obiettivo: vietare la pubblicazione del libro della Salomon e preservare il segreto su un laboratorio segreto, messo in piedi dagli americani, proprio a Praga, in cui sono

Condotti, con tecnologie avanzatissime, esperimenti sulla mente umana La scelta di aver ambientato la storia a Praga aggiunge quel tocco in più di esoterismo, assicurato dal fascino della capitale ceca che porta nei suoi vicoli secoli di alchimia, cabala e magia rinascimentale: il palcoscenico perfetto per un thriller che vuole interrogarsi sui confini tra scienza e mistero e che fa da contraltare ideale alla tecnologia sofisticata e moderna della Cia. Il cuore intellettuale del romanzo è il manoscritto di Katherine Solomon che parla di una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all'umanità. Il vocabolario del romanzo è questa volta più marcatamente neuroscientifico parlando di esperienze di premorte, fenomeni di coscienza, ipotesi sul pensiero come energia misurabile. Il romanzo rende numerosi omaggi alla letteratura precedente, con riferimenti espliciti a Kafka, a Huxley, a Wells e soprattutto a Stevenson e finale rocambolesco, come d’abitudine, lascia aperti diversi interrogativi per il lettore più attento: se la mente è davvero capace di modificare la realtà, se il pensiero è una forma di energia misurabile, se la coscienza collettiva ha un peso fisico nel mondo, allora chi controlla quella conoscenza controlla il futuro? Intanto, mentre costruiamo macchine sempre più intelligenti, la tecnologia più potente dell'universo resta quella che portiamo dentro la nostra testa.
Fabio Setta
Ornella Giordano
Aprile, in molte culture, non è semplicemente un mese di passaggio, ma un vero e proprio simbolo di rinascita. Le giornate si allungano, il clima cambia, la natura torna protagonista Ma ciò che rende questo periodo davvero affascinante è il modo in cui popoli diversi, anche lontanissimi tra loro, hanno costruito nel tempo tradizioni uniche per celebrarlo. Alcune sono rumorose, altre silenziose, alcune profondamente spirituali, altre decisamente giocose. Tutte, però, raccontano qualcosa di universale: il bisogno umano di segnare un nuovo inizio
In Thailandia, ad esempio, aprile coincide con uno dei momenti più importanti dell’anno: il Songkran, ovvero il capodanno tradizionale A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare una gigantesca festa caotica, dove intere città si trasformano in campi di battaglia a colpi di secchiate e pistole ad acqua In realtà, le origini sono molto più profonde. L’acqua, nella cultura thailandese, rappresenta purificazione e rinnovamento: un tempo veniva versata delicatamente sulle mani degli anziani come gesto di rispetto e buon auspicio. Col passare degli anni, quel rituale si è trasformato in una celebrazione collettiva, mantenendo però intatto il suo significato simbolico Lavare via il passato, accogliere il futuro.

Dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, la primavera assume un tono decisamente più istituzionale ma non meno curioso Ogni anno, nel giardino della Casa Bianca, si svolge il White House Easter Egg Roll, una tradizione che risale al XIX secolo Qui, centinaia di bambini si riuniscono per partecipare a una gara tanto semplice quanto simbolica: far rotolare uova sode sull’erba utilizzando cucchiai di legno Il gesto, legato alla Pasqua, richiama l’idea di rinascita e vita nuova, ma nel tempo è diventato anche un evento sociale, quasi un rituale collettivo che unisce gioco, politica e storia. È una di quelle tradizioni che, pur nella sua semplicità, riesce a sopravvivere ai cambiamenti del tempo.

Se ci si sposta verso il Nord Europa, l’atmosfera cambia radicalmente In paesi come Germania e Svezia, la notte tra il 30 aprile e il 1° maggio prende vita la Walpurgis Night, una celebrazione che affonda le sue radici nel folklore pagano Secondo antiche credenze, questa sarebbe la notte in cui le streghe si radunano e gli spiriti si muovono liberamente. Per
scacciare le presenze negative e segnare la fine dell’inverno, si accendono grandi falò, attorno ai quali le comunità si riuniscono tra musica, canti e bevande È una festa che mescola paura e speranza, oscurità e luce, mantenendo viva una dimensione quasi magica della primavera, lontana dalla visione più “razionale” tipica di altre culture. Eppure, non tutte le tradizioni primaverili sono legate al rumore o alla festa. In Giappone, aprile è il mese della contemplazione Durante la fioritura dei ciliegi, milioni di persone praticano l’hanami, un’usanza che consiste nel riunirsi nei parchi per osservare i fiori di sakura Famiglie, amici e colleghi stendono teli sotto gli alberi e condividono cibo e tempo insieme, ma il cuore dell’esperienza è più profondo: i fiori di ciliegio durano pochissimo, e proprio per questo diventano simbolo della bellezza effimera della vita. È una celebrazione silenziosa, quasi poetica, che invita a rallentare e a osservare ciò che spesso sfugge nella quotidianità

Anche in Italia la primavera è accompagnata da tradizioni antiche e fortemente simboliche. Tra le più suggestive c’è lo Scoppio del Carro, che si svolge a
Firenze la domenica di Pasqua Durante questo evento, un antico carro decorato viene posizionato davanti alla cattedrale e acceso tramite un razzo a forma di colomba che parte dall’interno della chiesa Se l’esplosione dei fuochi avviene correttamente, secondo la tradizione sarà un segno di buon auspicio per il raccolto e per l’anno a venire. Le origini risalgono alle Crociate e, ancora oggi, il rito conserva un forte legame con la storia e l’identità cittadina, attirando ogni anno curiosi e visitatori.
Osservando queste tradizioni così diverse tra loro, emerge un elemento comune: aprile non è mai solo un mese sul calendario È un momento di passaggio che ogni cultura interpreta a modo proprio, trasformandolo in festa, rito o riflessione. Che si tratti di lanciarsi acqua per strada, accendere un falò o restare seduti sotto un albero in silenzio, il significato resta lo stesso: celebrare la possibilità di ricominciare.
Gennaro Sepe

Nel suo film del 2025, Ugo Bienvenu costruisce un universo narrativo popolato da figure che, pur muovendosi all’interno di un contesto fantascientifico, incarnano temi profondamente umani Arco, Iris e il robot che li accompagna non sono soltanto personaggi funzionali alla trama, ma rappresentano tre prospettive complementari: l’innocenza curiosa dell’infanzia, la resilienza emotiva di chi cresce in un mondo frammentato e la capacità delle macchine di colmare i vuoti lasciati dagli esseri umani Attraverso queste tre figure, il film articola una riflessione sul rapporto tra progresso tecnologico, fragilità sociale ed evoluzione dei sentimenti, ponendo le basi per una storia che unisce avventura e critica sociale. Arco è un bambino che vive nel lontano anno 3000, in un futuro in cui la società è stata costretta a trasferirsi su imponenti strutture che arrivano al di sopra delle nuvole. Ogni piano di queste costruzioni è interamente dedicato all’agricoltura e all’allevamento, quasi a suggerire che, nonostante l’evoluzione tecnologica (presente nelle scene di vita quotidiana), quest’ultima sia stata relegata in secondo piano a favore di uno stile di vita più “naturale”. L’elemento che distingue questa storia da molte altre è la presenza di un mantello arcobaleno che, se indossato insieme a un’apposita gemma posizionata sulla testa, permette di volare e persino di viaggiare nel tempo. Come spesso accade in questo tipo di narrazioni, il protagonista riesce a impossessarsi di uno di questi mantelli e, a causa della sua inesperienza, si ritrova accidentalmente catapultato nel 2075 durante una ricerca dei dinosauri. L’atterraggio è catastrofico, ma in suo aiuto interviene Iris, una bambina intraprendente che deve affrontare la mancanza emotiva dovuta alla lontananza dei genitori per motivi di lavoro, nonostante essi siano “presenti” ai pasti grazie a tecnologie avanzate basate su ologrammi La trama vera e propria si avvia dall’incontro tra i due protagonisti, che trascorreranno il resto del film alla ricerca della gemma perduta durante l’impatto e nell’elaborazione di un modo per permettere ad Arco di

tornare a casa. A complicare ulteriormente la situazione interviene un gruppo di antagonisti determinati a verificare che Arco sia realmente un viaggiatore del tempo. Al di là della trama, ciò che eleva il film è la serietà con cui l’animazione viene trattata come forma d’arte comunicativa. Pur essendo perfettamente fruibile da un pubblico di bambini e adulti, durante la visione si percepisce una sorta di solennità derivante dallo stile grafico e dall’amore evidente nei disegni. Meritano attenzione anche le numerose critiche sociali disseminate dal regista durante l’intera pellicola Il 2075 viene descritto come uno dei peggiori periodi della storia dell’umanità, in quanto le catastrofi naturali e gli incendi incessanti hanno costretto le persone a vivere in abitazioni protette da enormi cupole I robot hanno sostituito gli esseri umani persino nei ruoli più umanistici, come quello degli insegnanti La società sembra aver perso ogni forma di emotività, e ciò è evidente anche dal design dei personaggi adulti, tutti accomunati da occhialini che ne accentuano l’estraniazione L’aspetto più rilevante è che queste critiche non vengono esplicitate tramite dialoghi didascalici, ma emergono attraverso i piccoli gesti quotidiani Finalmente un’opera che non sente il bisogno di spiegare tutto allo spettatore! Anche la figura del robot che si occupa di Iris supera il semplice funzionamento algoritmico, lasciando trasparire emozioni ed empatia, qualità che sembrano ormai scomparse nel genere umano. Sarà proprio lui a essere protagonista della scena più commovente dell’intero film, ma non aggiungerò altro. In definitiva, Ugo Bienvenu è riuscito a realizzare un’opera in grado di mescolare immaginazione, riflessione e sensibilità visiva. Il film invita lo spettatore a interrogarsi sul futuro dell’umanità, sul valore delle emozioni e sul ruolo che la tecnologia potrebbe assumere nelle nostre vite. Semplicemente, una prova di come l’animazione, quando trattata con rispetto e consapevolezza, possa raggiungere una profondità rara e sorprendente.




Davide Tundis
IL GAME DESIGNER GIAPPONESE KOJIMA
TORNA CON UN PRODOTTO A METÀ
TRA VIDEOGAME ED OPERA AUDIOVISIVA
Quando si parla di videogiochi capaci di spostare in avanti il confine dell’immaginazione, il nome di Hideo Kojima emerge quasi inevitabilmente. Con Death Stranding 2: On the Beach, atteso tra le uscite più rilevanti dei prossimi mesi, il game designer giapponese torna su un universo che aveva già diviso e affascinato il pubblico, promettendo un’esperienza ancora più ambiziosa Il primo Death Stranding non era un titolo tradizionale Più che sull’azione, puntava su atmosfera, narrazione e una forma di interazione indiretta tra giocatori, attraverso un mondo condiviso ma non simultaneo Un approccio che, al momento dell’uscita, aveva sorpreso molti e lasciato altri disorientati. Con il sequel, Kojima Productions sembra voler evolvere questa formula, rendendola più accessibile senza rinunciare alla propria identità autoriale. Le anticipazioni mostrano un mondo ancora più vasto e dettagliato, attraversato da paesaggi che oscillano tra il realistico e il surreale. La tecnologia delle console di ultima generazione consente una resa visiva impressionante, ma il vero salto sembra riguardare la complessità del sistema di gioco Le meccaniche di trasporto e connessione, cuore dell’esperienza originale, vengono ampliate con nuove possibilità di interazione e una maggiore varietà di situazioni Un elemento centrale sarà ancora una volta la narrazione Kojima ha costruito la sua reputazione su storie stratificate, capaci di mescolare fantascienza, riflessioni filosofiche e riferimenti culturali. In Death Stranding 2, questo approccio sembra rafforzarsi, con un cast internazionale e una regia che si avvicina sempre più al linguaggio cinematografico. Il risultato è un prodotto che si colloca a metà tra videogioco e opera audiovisiva. Dal punto di vista tecnologico, il titolo rappresenta anche un esempio di come il settore stia evolvendo. Motori grafici sempre più sofisticati, intelligenza artificiale migliorata e una gestione avanzata delle animazioni contribuiscono a creare mondi credibili e immersivi Tuttavia, ciò che distingue davvero produzioni come questa è la capacità di utilizzare la tecnologia come mezzo espressivo, non come semplice dimostrazione di potenza L’attesa per Death Stranding 2 riflette una tendenza più ampia dell’industria videoludica: la crescente importanza delle visioni autoriali in un mercato spesso dominato da logiche commerciali. In un panorama ricco di sequel e formule consolidate, progetti di questo tipo rappresentano un rischio, ma anche un’opportunità per esplorare nuove direzioni.
Resta da capire come il pubblico accoglierà questo nuovo capitolo. Se da un lato c’è curiosità per le innovazioni introdotte, dall’altro permane il ricordo di un’esperienza che non aveva cercato di piacere a tutti Ed è forse proprio questo il punto di forza di Death Stranding 2: la volontà di proporre qualcosa di diverso, anche a costo di dividere


C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel modo in cui oggi consumiamo immagini online: più contenuti scorriamo, meno varietà percepiamo. I volti cambiano, ma sembrano tutti rispondere allo stesso canone visivo. È il risultato di un’estetica guidata dagli algoritmi che, invece di ampliare i confini della rappresentazione, li restringe, fino a costruire un ideale sempre più uniforme e difficilmente raggiungibile È proprio su questo terreno che si inserisce “The Beauty Machine”, l’installazione realizzata da Dove alla stazione di Waterloo, a Londra. A prima vista, l’esperienza richiama un classico distributore automatico: da la possibilità di scegliere uno tra i diversi prodotti (in questo caso, visi) esposti. Ma basta interagirci per accorgersi che qualcosa non torna. Ogni “selezione” restituisce sempre lo stesso volto, perfetto e artificiale, replicato all’infinito. Un meccanismo semplice, quasi banale, che però riesce a rendere visibile ciò che di solito resta nascosto: il funzionamento degli algoritmi che

Maria Minotti
regolano i nostri feed.
La questione non è solo estetica, ma culturale. Le piattaforme tendono a premiare chi genera più interazioni, amplificando determinati tratti, proporzioni e stili visivi
Nel tempo, questa ripetizione costruisce una norma implicita: ciò che vediamo più spesso finisce per sembrare anche ciò che è più desiderabile. Il rischio è che la varietà reale venga oscurata da una rappresentazione sempre più ristretta, dove la differenza fatica ad emergere.
Le conseguenze non sono bazzecole.
Sempre più persone, pur riconoscendo l’artificialità di molte immagini online, dichiarano di sentirsi sotto pressione nel dover aderire a quegli standard La distanza tra ciò che si vede e ciò che si è, diventa così uno spazio di confronto continuo, spesso frustrante. In questo scenario, la bellezza smette di essere personale e si trasforma in qualcosa da inseguire, modellare, dietro la spinta di logiche esterne.
Dove, che da anni porta avanti il discorso sulla “real beauty”, oggi si trova ad aggiornare il proprio approccio: non si tratta più solo di contrastare gli stereotipi pubblicitari tradizionali, bensì di indagare i nuovi filtri invisibili che influenzano la percezione collettiva. “The Beauty Machine” funziona proprio perché non si limita a dichiarare un messaggio, ma lo rende esperienza diretta. Chi si trova davanti al distributore vive in prima persona quella sensazione di omologazione che spesso, online, passa inosservata. Parallelamente, la campagna invita le persone a riappropriarsi della propria immagine, condividendo fotografie autentiche e contribuendo a costruire una rappresentazione più ampia e inclusiva Un gesto semplice, ma che acquista valore se inserito in un contesto dominato da dinamiche opposte.

Alla fine, la domanda che resta è tanto semplice quanto urgente: chi decide davvero cosa è bello? Se a farlo sono sistemi progettati per massimizzare l’engagement, allora il rischio è che la bellezza diventi sempre più prevedibile. Rimettere al centro l’individualità significa invece restituirle complessità, imperfezione e, soprattutto, libertà
Michele D’Eboli
Allestito al piano terra di una abitazione del XVII secolo, il Museo del Cognome rappresenta una realtà culturale unica nel suo genere, non solo in Italia ma anche a livello internazionale
Situato nel centro storico di Padula, nato nel 2012, questo museo si distingue per la sua caratteristica principale: lo studio dei cognomi e degli alberi genealogici sia delle famiglie modeste, di quelle aristocratiche ma anche quelle legate ai nomi di personaggi famosi
Un percorso esperienziale ed interattivo permette, pertanto, al visitatore di diventare il protagonista di un viaggio alla ricerca della propria identità: attraverso documenti, archivi storici, strumenti digitali è possibile, infatti, comprendere come nascono i cognomi, quale sia il loro significato ed anche scoprire in che modo si siano evoluti nel corso dei secoli.
La prima delle tre collezioni del museo è dedicata ai cognomi nel mondo, illustrati da atti di nascita, di matrimonio, vecchi censimenti, lettere di chiamata alle armi, certificati rilasciati dalla Chiesa o atti notarili: tutti documenti che rievocano stralci della vita sociale di ogni periodo dal XV sec. in poi. Si passa poi alla collezione dedicata all’emigrazione italiana nel mondo che ha coinvolto milioni di persone sin dal 1876: una storia molto dolorosa raccontata mediante liste d’imbarco, certificati di cittadinanza, fotografie e altri documenti inviati per lo più dall’estero dai discendenti degli emigranti. Infine, grazie all’ultima collezione, si scoprono i particolari sconosciuti di personaggi famosi come Pirandello, registrato alla nascita sotto il nome di Pirandelli, un errore corretto circa trent’anni dopo, o Sylvester Stallone che porta il nome del suo antenato nato in Puglia nel XVIII sec. Il museo di Padula, oltre a mettere a disposizione dei suoi visitatori una ricca biblioteca tematica, propone anche una formazione allo studio della genealogia con video didattici e laboratori interattivi improntati

alla creatività e all’apprendimento per appassionati studenti di ogni età e che vengono ospitati nella splendida cornice della Certosa di Padula, uno dei complessi monastici più grandi d’Europa e patrimonio UNESCO. Un viaggio tutto da vivere tra spazi dedicati a laboratori didattici documenti, atti storici, per vivere la genealogia in modo originale e coinvolgente