Tavola dei Contenuti
DIGITAL & AI
Tra algoritmi e imperfezioni, l’intelligenza artificiale diventa protagonista anche nel campo dell’amore 6
REALTÀ AUMENTATA E VIRTUALE
Il nuovo progetto di Wonderlab: un museo virtuale dedicato a Elvira Notari, prima regista donna del cinema italiano 8
EVENTI E OPPORTUNITA’
Nuove opportunità per le piccole e medie imprese: tutte le informazioni utili e i link per presentare domanda 12
APP E VIDEOGIOCHI
Rainbow Six Siege Mobile: la tensione arriva anche su mobile mantenendo intatte giocabilità e divertimento 22
MARKETING E COMUNICAZIONE
Glad I Met You, il nuovo spot firmato Apple per celebrare il Nuovo Anno Cinese, intreccia tecnologia e umanità 24
SALERNO
Dalla Candelora alla Quaresima, il Mese di febbraio assume una grande rilevanza tra tradizione e celebrazioni 26
Fabio Setta
Direttore responsabile
C’è stato un tempo in cui un evento era un punto fermo nel palinsesto. Una finale sportiva, un festival musicale, una cerimonia internazionale: si accendeva la TV, si guardava, si commentava il giorno dopo. Magari al bar, per strada, ma in ogni caso “dal vivo” Oggi un evento non è più solo quel momento ma è diventato un ecosistema che non si consuma ma si attraversa, si commenta si modifica e con cui si gioca. La trasformazione è iniziata quando le piattaforme social hanno smesso di essere spazi paralleli per diventare il luogo principale della conversazione pubblica Durante qualsiasi grande evento il vero indice non è più solo lo share televisivo, ma ciò che accade su X, Instagram e TikTok Il centro della fruizione degli eventi si è spostato dal palco al feed ma soprattutto è cambiato il nostro modo di fruire degli eventi. La cosiddetta “second screen experience” è diventata primaria dato che lo smartphone accompagna ogni evento live. La fruizione è sdoppiata: si guarda e si commenta nello stesso istante Se da un lato l’esperienza condivisa è amplificata, dall’altro l’attenzione è decisamente frammentata. La “second screen experience” è ancora più evidente ai concerti, dove gli spettatori filmano quanto accade sul palco, guardando sullo schermo del proprio smartphone, perdendosi nel frattempo ciò che gli succede intorno, appena fuori dall’inquadratura. Cambia la metrica delle emozioni che ormai andiamo sempre più a filtrare tramite uno schermo In origine la “second screen experience” doveva essere un’estensione informativa con statistiche in tempo reale, backstage, curiosità, commenti live


mentre adesso è diventata il cuore dell’esperienza. Durante qualsiasi grande evento, il flusso social non accompagna semplicemente ciò che accade ma lo interpreta, lo seleziona, lo amplifica Molti spettatori scoprono quali siano i momenti “importanti” non dal racconto ufficiale, ma dal picco di notifiche, dagli hashtag, dai video che iniziano a circolare pochi secondi dopo un episodio. Diventa centrale ciò che genera interazione e ciò che decide l’algoritmo, Dal punto di vista cognitivo, questo produce una fruizione bifocale, dato che da una parte c’è l’attenzione narrativa, che segue l’evento e dall’altra l’attenzione social, che monitora la reazione collettiva. Il tutto si realizza in una dimensione metanarrativa in cui non assistiamo soltanto all’evento, ma alla reazione dell’evento Questo meccanismo modifica anche chi è sul palco. Artisti, atleti, speaker sanno che ogni gesto può essere isolato in una clip e ogni frase può diventare un trend Eventi come il Festival di Sanremo hanno mostrato chiaramente quanto la dimensione social possa intrecciarsi alla performance Il FantaSanremo, nato attorno al Festival, non è più solo un gioco collaterale bensì è uno strato digitale che modifica la percezione dell’evento stesso. Artisti, pubblico e community interagiscono con una logica da punteggio, bonus e strategia. Tralasciando, poi, i tanti gruppi di commento, sulle varie chat, che alimentano discussioni e che rendono ancora più evidente come la “second screen experience” sia un dato di fatto e un modo di vivere gli eventi sempre più radicato con degli effetti indesiderati non da poco: superficialità e reattività impulsiva, polarizzazione accelerata, riduzione dell’attenzione profonda e dipendenza dall’approvazione social Quando lo schermo secondario diventa il principale, non cambia solo il modo in cui guardiamo, cambia il modo in cui ricordiamo, valutiamo e attribuiamo significato. Su contenuti proposti da un algoritmo e non scelti noi. Pensiamoci bene e magari durante un concerto, una partita proviamo a spegnere il cellulare e goderci il momento, quello vero e reale Sembra strano ma è possibile e soprattutto ancora bellissimo



Valentina Todesca
Nel periodo dell’anno dedicato all’amore, può sembrare che San Valentino e intelligenza artificiale parlino linguaggi inconciliabili: l’amore è imperfetto, emotivo, contraddittorio, l’AI è razionale, predittiva, orientata all’ottimizzazione. Eppure, se osserviamo le relazioni affettive attraverso il filtro dell’intelligenza artificiale, emergono connessioni sorprendenti. Amare significa apprendere continuamente. Ogni relazione è un sistema dinamico: impariamo a leggere segnali, a interpretare silenzi, a correggere comportamenti. È un processo fatto di tentativi, errori, aggiustamenti progressivi, non molto diverso, in apparenza, da un algoritmo di machine learning che migliora grazie ai dati ricevuti. Ma qui emerge la differenza cruciale. Un algoritmo corregge un errore rapidamente e senza alcuna sofferenza. Noi no. Ogni fraintendimento,
ogni distanza, ogni rifiuto porta con sé un aumento del nostro senso di vulnerabilità, paura e desiderio di essere accettati per ciò che siamo. L’AI ottimizza. L’essere umano si espone.
San Valentino celebra l’ideale della connessione perfetta. Tuttavia, connessione non equivale a relazione. La tecnologia offre presenza costante e risposte immediate; l’amore, invece, si nutre anche con pause, ambiguità, incomprensioni, tempi lenti. È proprio l’attrito, ciò che non funziona subito, e il superamento di esso a dare spessore a un legame.
D’altro canto, l’AI è già entrata nelle dinamiche affettive, non come sostituto dell’amore, ma come suo mediatore Prendiamo Replika, una delle piattaforme di companion AI più diffuse Non è semplicemente una chat: è un sistema progettato per costruire una continuità narrativa con l’utente. Ricorda dettagli personali, adatta il tono emotivo, simula empatia linguistica. Per alcune persone


rappresenta uno spazio di confidenza, un luogo “sicuro” dove sentirsi ascoltati senza giudizio. La sua forza non sta nell’autenticità dell’emozione, che non esiste appunto, ma nella capacità di rispecchiare bisogni emotivi, offrendo una forma di presenza costante. Le app di incontri come Tinder e Bumble lavorano su un piano diverso. Utilizzano algoritmi di raccomandazioni per proporre potenziali partner sulla base di preferenze, età, distanza, e interessi. L’obiettivo è ridurre l’incertezza iniziale e aumentare la probabilità di “match”. In prossimità di San Valentino, molte piattaforme introducono suggerimenti automatici per rompere il ghiaccio, prompt conversazionali e funzioni premium per aumentare la visibilità del profilo L’ansia del primo contatto viene così mediata dal calcolo Ci sono, poi, suggerimenti su idee regalo personalizzate, pianificazione di attività basate sugli interessi condivisi, fino a chatbot che aiutano a formulare messaggi durante un conflitto. In alcuni casi, sistemi predittivi cercano di identificare segnali di
“disallineamento comunicativo”, come ad esempio differenze nei tempi di risposta o cambiamenti nel tono, offrendo suggerimenti per intervenire prima che il problema si cristallizzi. Interagendo con queste tecnologie, ci troviamo davanti a una domanda più scomoda: quanto desideriamo davvero l’altro nella sua alterità, nella sua imprevedibilità? E quanto, invece, cerchiamo qualcuno o qualcosa che risponda perfettamente ai nostri bisogni di ascolto, riconoscimento e conferma? Forse la riflessione più interessante che l’intelligenza artificiale ci offre a San Valentino non è come “amare meglio”, ma cosa non può essere automatizzato. In un’epoca in cui tutto tende a diventare misurabile e prevedibile, l’amore rimane uno spazio di incertezza radicale. Non funziona perché è perfetto, ma perché accetta di non esserlo. Se l’Intelligenza Artificiale è un algoritmo che apprende dai dati, l’amore è un algoritmo che apprende dall’imperfezione. E continua a funzionare proprio quando rinuncia al controllo.


Annalaura Ruopolo
Un museo virtuale dedicato a Elvira Notari, prima regista donna del cinema italiano salernitano. Questo il progetto che sta realizzando Wonderlab per la Cactus filmproduzioni e che unisce innovazione, cultura e tecnologia, offrendo un modo moderno e coinvolgente per riscoprire una figura pionieristica del cinema italiano. L’idea progettuale nasce per preservare, valorizzare e rendere accessibile il patrimonio storico legato alla figura di Elvira Notari, attraverso l'uso di tecnologie innovative come la Realtà Virtuale (VR) e la Grafica 3D. Il progetto punta a valorizzare l’opera della regista e si concretizza nella

creazione di un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere gli utenti attraverso la ricostruzione 3D un ambiente museale in grado di favorire la conoscenza degli strumenti del cinema muto e, soprattutto, dell’operato della regista Questo grazie all’integrazione di video interattivi e percorsi tematici. Inoltre, la scelta di un portale web a corredo del progetto consente di raggiungere un pubblico più ampio, permettendo di esplorare una parte del museo al fine di incuriosire e incentivare la visita in loco, andando ad impattare anche sul settore turistico. Il progetto, infatti, non si limita a celebrare la figura di Elvira Notari e il suo contributo al cinema muto, ma ambisce anche a valorizzare culturalmente il territorio di Salerno, città che ha avuto un ruolo


centrale nella vita e nella carriera della regista. La creazione del museo virtuale dedicato a Elvira Notari rappresenta anche un’opportunità per promuovere Salerno come meta culturale innovativa. Le fotografie e i documenti d’archivio saranno integrati in narrazioni multimediali che ne evidenzieranno il significato culturale, arricchendo la comprensione dell’opera della regista, mentre l’ambiente museale realistico e le ricostruzioni 3D degli strumenti cinematografici permetteranno agli utenti di immergersi nell’atmosfera dell’epoca, creando un ponte tra passato e presente. Gli utenti potranno accedere al museo fisico gratuitamente per poi “entrare” nel museo virtuale indossando i visori per la Realtà Virtuale, dove potranno esplorare ambienti, conoscere le
rappresentazioni di Elvira Notari e visionare contenuti multimediali. I visori VR permetteranno di offrire un’esperienza immersiva, mentre software avanzati di modellazione 3D e sviluppo VR saranno utilizzati per creare ambienti virtuali realistici. Il progetto è realizzato attraverso il “Fondo Unico Nazionale Turismo – Parte Corrente 2024 – Provvedimenti” (FUNT), con cui la Regione Campania ha programmato le risorse per la realizzazione dell’intervento “Azioni diffuse per la competitività regionale sul mercato turistico nazionale e internazionale”, e si distingue per l’uso sinergico di multimedialità, interattività e visite virtuali online, creando un museo che non è solo un archivio digitale, ma un’esperienza culturale coinvolgente e accessibile.
RegionePuglia,ecco l’avvisoTecnonidiJust TransitionFundTaranto
È stato pubblicato dalla Regione Puglia l'Avviso pubblico “Tecnonidi Just Transition Fund Taranto” PN JTF ITALIA 2021-2027. L’obiettivo è fornire sostegno ai territori colpiti dagli effetti della transizione climatica, favorendo diversificazione economica; riqualificazione professionale; risanamento ambientale; sviluppo di nuove filiere tecnologiche strategiche e mitigazione degli effetti socio-economici della transizione energetica. Beneficiari sono le piccole imprese che, nel territorio della Provincia di Taranto, intendono avviare o sviluppare piani di investimento a contenuto tecnologico Le iniziative proposte devono essere riconducibili alle aree di innovazione individuate nella Strategia regionale per la specializzazione intelligente - Smart Puglia 2030 Info qui
Bando Innovazione strategica STEP: prolungati i tempi di presentazione delle domande
Sono stati prolungati i termini per il Bando Innovazione strategica STEP "Strategic Technologies for Europe Platform" pubblicato dalla Regione Toscana. Il bando punta a favorire e sostenere lo sviluppo, la produzione o la fabbricazione di tecnologie critiche e salvaguardare e rafforzare le rispettive catene del valore, attraverso la concessione di agevolazioni sotto forma di sovvenzioni a fondo perduto e contributi in conto capitale, erogati anche nella forma di voucher Sono soggetti destinatari del bando le Piccole medie imprese (Pmi) in forma singola o aggregata (prima della delibera 112 del 9 febbraio 2026 era richiesta "personalità giuridica"), inclusi i professionisti La nuova scadenza è fissata al 16 marzo Maggiori info clicca qui
Avviso per sostegno alla creazione e al consolidamento di startup innovative
L’avviso finalizzato all’attuazione dell’Azione 1.1.2 del Programma Calabria FESR- FSE 2021-2027 “Sostegno alla creazione e al consolidamento di startup innovative ad alta intensità di applicazione di conoscenza e alle iniziative di spin-off della ricerca nelle Aree e nelle traiettorie prioritaria della S3”, sostiene, tramite due linee d’intervento la creazione/avvio e il consolidamento di startup innovative ad alto contenuto tecnologico. Lo sportello operativo per la compilazione delle domande, per il caricamento dei documenti previsti, e per l’invio delle domande, sarà aperto dalle ore 10:00 del 08/05/2025 fino alle ore 16:00 del 31/10/2025 Per le spese ammissibili e tutte le info clicca qui

Tra i romanzi contemporanei più apprezzati sull’argomento tecnologia c’è Ready Player One di Ernest Cline del 2011. Il titolo, tradotto in italiano "pronto, giocatore uno" è una tipica espressione visualizzata nei classici videogiochi arcade prodotti negli anni Ottanta. Il romanzo, da questo punto di vista, è ricco di citazioni legate soprattutto al mondo del retrogaming Ready Player One è ambientato in un futuro difficile, dove la Terra è in rapido declino di povertà e decadenza, eccetto che per un unico luogo. Si tratta di un luogo virtuale: un videogioco iper-immersivo chiamato OASIS, che per molti rappresenta la via di fuga dalle difficoltà, ma che è tanto realistico da causare morte reale quando si muore in-game. Alla sua morte, James Halliday, il creatore di questo mondo virtuale, a cui si accede tramite un visore e a un paio di guanti aptici e dove si può svolgere qualunque attività, dalla scuola allo sport, annuncia l’esistenza di un easter egg, che darà a chi è capace di trovarlo il comando di OASIS, che ormai vale miliardi di dollari. Milioni di persone (chiamati Gunter, da egg hunter) decidono di cimentarsi nell’impresa.

Chi vincerà tra il protagonista Wade Owen Watts, un diciottenne nerd sovrappeso appassionato di videogiochi e la IOI, una spregiudicata multinazionale, ve lo lasciamo scoprire leggendo questo romanzo impregnato di cultura videoludica e che a un primo impatto può sembrare rivolto solo agli amanti dei videogiochi, descrive una fantascienza tecnologica moderna, profonda e dettagliatamente motivata, che può essere apprezzata da chiunque. Uno dei punti di forza del romanzo è l’uso costante della nostalgia, con citazioni di videogiochi, film, musica e fumetti degli anni ’80, che diventano parte integrante della trama. Allo stesso tempo, il libro riflette su temi attuali come l’alienazione, la dipendenza dalla tecnologia e il potere delle grandi corporazioni. Lo stile di Cline è diretto e scorrevole, pensato per intrattenere e tenere alta l’attenzione del lettore La narrazione è ricca di azione e dialoghi In conclusione, questo è un romanzo coinvolgente e originale, consigliato principalmente agli amanti della tecnologia, dei videogiochi e della cultura pop. Oltre all’avventura, il libro invita a riflettere sul rapporto tra realtà e mondo virtuale e sull’importanza delle relazioni umane autentiche.
Fabio Setta
Il CES 2026 ha mostrato un futuro in cui l’intelligenza artificiale smette di essere invisibile e diventa presenza fisica. Robot domestici, assistenti personali sempre attivi e nuove forme di mobilità promettono di alleggerire la vita quotidiana, ma pongono una domanda scomoda: stiamo davvero migliorando la qualità della vita o stiamo solo aggiungendo nuovi livelli di complessità?
Nel panorama della robotica domestica, emergono tre visioni molto diverse. SwitchBot onero H1 rappresenta un approccio pragmatico: un robot semi-umanoide su ruote, con braccia e mani prensili, pensato per svolgere compiti concreti come riordinare o caricare una lavatrice, puntando su costi contenuti e integrazione con la smart home esistente. LG CLOiD, al contrario, propone una visione sistemica e ambiziosa con un robot che non si limita ad agire, ma orchestra l’intera casa attraverso modelli di Physical AI e un ecosistema proprietario, incarnando l’idea di Zero Labor Home. Helix, infine, sposta l’attenzione sull’autonomia corporea: un robot progettato per muoversi e operare in ambienti complessi, dove il controllo del corpo e
Dario Trinchese
dell’equilibrio diventa centrale quanto l’intelligenza decisionale. Anche la mobilità guarda al futuro con soluzioni spettacolari Gli eVTOL personali, come LEO JetBike o RICTOR X4, promettono il volo individuale senza infrastrutture complesse. Affascinanti, ma ancora più vicini al concetto di esperienza tecnologica che a una reale risposta ai problemi di traffico, sicurezza e sostenibilità urbana
Sul fronte dell’AI personale, mentre al CES si presentano assistenti come Lenovo Qira, capaci di agire trasversalmente su più dispositivi, fuori dalla fiera di Las Vegas, emerge il caso Clawdbot, poi rinominato Moltbot, ideato da Peter Steinberger Nato come progetto indipendente, promette un’AI capace di operare al posto dell’utente, accedendo a servizi, gestendo credenziali ed eseguendo azioni in autonomia. È proprio questa capacità operativa ad averne decretato il successo.
Il problema non è un singolo bug, ma strutturale: basandosi su Large Language Model, l’agente non distingue tra istruzioni legittime e contesto manipolato. Tecniche come la prompt injection mostrano come possa essere indotto ad agire contro l’interesse dell’utente Il limite, quindi, non è tecnico ma concettuale: stiamo delegando potere decisionale a sistemi che simulano comprensione, senza possederla. Il CES 2026 non racconta un futuro sbagliato, ma un futuro ancora incompleto. L’automazione promette tempo libero, ma non è detto che lo restituisca davvero. L’AI promette supporto, ma rischia di spostare responsabilità più che alleggerirle. Forse la vera innovazione non sarà quanto faremo delegare alle macchine, ma quanto sapremo scegliere consapevolmente cosa tenere umano



“Ma anche se pensi di conoscere bene qualcuno, anche se ami profondamente quella persona, non puoi vedere completamente nel suo cuore. Ti sentirai solo ferito Ma se ti impegni abbastanza, dovresti riuscire a guardare abbastanza bene nel tuo cuore. Quindi, alla fine, quello che dovremmo fare è essere sinceri con il nostro cuore e accettarlo in modo maturo. Se vuoi davvero guardare qualcuno, l’unica opzione è guardare te stesso in modo diretto e profondo ” Questa è una delle tante frasi che permeano “Drive My Car”, un film del 2021 diretto da Ryūsuke Hamaguchi, che nasce come adattamento cinematografico dell’omonimo racconto di Haruki Murakami. Al centro della storia troviamo Yûsuke Kafuku, attore e regista teatrale che di fatto incarna lo stereotipo occidentale del giapponese sempre glaciale e, con i suoi movimenti ben calcolati, riesce a non far trasparire alcuna emozione. Anzi, si può notare come il suo dolore venga mascherato dalla dedizione al lavoro, e allo stesso tempo la sua potenza emotiva venga espressa tramite il legame sessuale sorprendentemente profondo con la moglie Oto. Proprio questa intimità tra i due pone le basi per creare un nuovo linguaggio, quasi come fosse un modo per affrontare i dispiaceri della vita senza doverli mai nominare direttamente. Il titolo del film rimanda anche a un altro elemento fondamentale, ovvero la guida della magnifica SAAB 900 Turbo rossa di Kafuku. Quest’ultima non viene trattata puramente come un semplice mezzo di trasporto, ma diventa lo sfondo delle conversazioni più importanti nelle quali i
Gennaro Sepe

personaggi maturano e abbassano le loro difese. Proprio questo effetto viene accentuato dalle inquadrature fisse, che prediligono un dialogo intimo riscaldato solamente dalle luci della città che si allontanano, creando in simultanea una metafora del passato che sfuma lentamente mentre i vari personaggi cercano di comprendersi a vicenda per andare avanti verso il futuro. Inoltre, proprio per Kafuku guidare è un vero e proprio rituale professionale, dato che ripete costantemente le battute del suo spettacolo in auto, entrando di fatto in una sorta di trance catartica. Proprio l’arte è un altro tema centrale della pellicola. Kafuku non riesce a recitare nello spettacolo che sta preparando perché teme che quel ruolo lo costringerebbe a confrontarsi con la parte più profonda e nascosta di sé. Allo stesso tempo, attorno al protagonista vengono sviluppate altre figure Misaki Watari, la giovane autista assegnata a Kafuku, segue un percorso quasi parallelo a quello del protagonista. Inizialmente si pone come distante e modella i rapporti sociali secondo il classico modello professionale, ma a mano a mano si rivela essere una figura in continuo sviluppo. I due si raccontano a vicenda i traumi e i dolori vissuti nelle rispettive vite, e il loro rapporto si evolve in qualcosa di molto simile a quello tra un padre e una figlia Altrettanto significativa è la presenza di un’attrice muta, una donna che è riuscita a superare le proprie difficoltà grazie al sostegno e all’amore del marito, e che ora assume il ruolo di punto di contatto per gli altri, agendo da vero e proprio catalizzatore emotivo In fin dei conti, “Drive My Car” è un film che nasconde dentro di sé numerose chiavi di lettura, ma in fondo ci racconta come sia importante affidarsi agli altri, anche se questi “altri” non sono necessariamente dei modelli perfetti da imitare Solo così si può aggiustare la propria vita, proprio come una macchina che riprende il suo viaggio dopo aver sostato per molto tempo



Ornella Giordano
Per qualche giorno all’anno succede qualcosa di inspiegabile: la gente si traveste, ride per strada, prende in giro il potere e lancia coriandoli senza sensi di colpa. No, non è anarchia: è Carnevale. Prima di diventare costumi colorati e feste per bambini, il Carnevale è stato, e continua a essere, un atto di ribellione collettiva, una pausa dalle regole, un mondo alla rovescia in cui tutto è concesso almeno fino al Martedì Grasso. Non è un caso se le sue origini affondano nell’antica Roma, quando durante i Saturnali l’ordine sociale veniva sospeso: gli schiavi mangiavano con i padroni, le gerarchie si attenuavano, il caos diventava norma. Era una libertà temporanea, certo, ma potentissima, capace di ricordare che nessun ordine è davvero intoccabile. Con l’arrivo del Cristianesimo, quello spirito non è stato cancellato, ma incorniciato Il Carnevale è stato collocato strategicamente prima della Quaresima, trasformandosi nell’ultimo grande eccesso prima della rinuncia Anche il nome lo suggerisce: carnem levare, togliere la carne, ovvero festeggiare ora e pensarci dopo.

Oggi il Carnevale parla tutte le lingue del mondo e cambia ritmo a seconda della latitudine. A Rio de Janeiro esplode in una danza continua, dove la samba sembra muovere l’aria stessa, mentre in molte città europee la festa si fa più ironica e tagliente, trasformando maschere e cortei in strumenti di satira contro il potere e l’attualità.
In questo panorama, l’Italia è un piccolo universo a parte, un Carnevale diffuso che cambia volto da città a città. A Venezia, la maschera è eleganza e mistero. La Bauta, la Moretta, i costumi d’epoca trasformano la città in un sogno sospeso, dove l’anonimato non nasconde, ma libera. Dietro una maschera, tutti possono essere chiunque.
A Viareggio, invece, il Carnevale alza la voce. I giganteschi carri in cartapesta sfilano come
manifesti viventi, raccontando con ironia feroce le contraddizioni del presente. Qui il Carnevale non è evasione: è satira pura, arte che prende posizione.
A Ivrea, la festa diventa rito La celebre Battaglia delle Arance non è solo uno spettacolo: è la memoria di una ribellione, un gesto collettivo che parla di identità, libertà e partecipazione E poi ci sono i Carnevali che sembrano usciti da un’altra epoca A Putignano, una delle tradizioni più antiche d’Europa continua a vivere tra carri, versi satirici e partecipazione popolare. A Mamoiada, in Sardegna, i Mamuthones avanzano lenti, coperti di pelli e campanacci. Non sorridono, non parlano ed il loro passo ritmico racconta un legame profondo con la terra, con le stagioni, con il mistero della rinascita.

E poi ci sono i bambini, veri custodi dello spirito del Carnevale. Nei loro occhi la festa ritrova il suo senso più autentico: scegliere una maschera, trasformarsi, immaginare di essere qualcun altro. Forse è proprio questo il segreto di una celebrazione che non passa mai di moda: ricordarci, anche solo per pochi giorni, che cambiare ruolo, ridere di sé stessi e stare insieme è una cosa tremendamente seria. E che, per un attimo, il mondo capovolto funziona persino meglio di quello reale.
Gelsomino F. Calzaretta
IL GIOCO ARRIVA IN VERSIONE MOBILE, SENZA SNATURARSI E CONSERVANDO
INTATTE LE PROPRIE CARATTERISTICHE
Non è il rumore dello sparo a definire Rainbow Six. È il silenzio prima dell’irruzione Il respiro trattenuto dietro uno scudo balistico Il suono secco di una carica che apre un varco nel muro. Con Rainbow Six Siege Mobile, Ubisoft trasporta questa tensione chirurgica su un nuovo campo di battaglia: lo smartphone. L’operazione non è una semplice trasposizione, ma una ricostruzione pensata per il linguaggio e i ritmi del mobile gaming. L’identità resta intatta: attaccanti contro difensori, round serrati 5v5, mappe compatte e distruttibilità come elemento strategico. Ma l’esperienza è stata adattata per garantire accessibilità e profondità anche su schermi touch, senza tradire la natura metodica e punitiva che ha reso celebre il franchise. Rainbow Six Siege Mobile conserva il cuore tattico della serie. Ogni operatore è un tassello unico, con gadget, abilità e ruoli ben definiti. La scelta del team non è mai casuale: serve equilibrio tra breacher, supporto, intel e difesa. Le sinergie contano più dei riflessi, la comunicazione vale più della corsa in avanti. Anche in mobilità, Siege resta un gioco di pianificazione.
Le mappe iconiche sono state ripensate per adattarsi alle sessioni più rapide tipiche del mobile, ma mantengono la complessità verticale e la varietà di approcci. Dal punto di vista tecnico, il lavoro di ottimizzazione è evidente. L’interfaccia è modulare e personalizzabile, pensata per offrire controllo preciso anche tramite touch. I comandi possono essere adattati alle preferenze del giocatore, mentre il sistema di mira e movimento cerca un equilibrio tra immediatezza e profondità competitiva.
L’obiettivo è chiaro: rendere Siege fruibile ovunque, senza snaturarlo. Il ritmo resta teso, quasi claustrofobico. Ogni round può ribaltarsi in pochi secondi. Un errore di posizionamento, una mancata copertura, un gadget usato nel momento sbagliato possono compromettere l’intera partita. È questa fragilità costante a generare adrenalina. Rainbow Six Siege Mobile non punta sulla spettacolarità caotica, ma sulla precisione millimetrica In un panorama mobile dominato da shooter frenetici e approcci più arcade, Siege sceglie una strada diversa. Porta su smartphone un’esperienza che richiede pazienza, coordinazione e lettura dell’avversario. È un titolo che non semplifica la tensione, ma la comprime in partite più accessibili, mantenendo intatto il DNA competitivo. Rainbow Six Siege Mobile non è solo un’espansione del brand: è un test di maturità per il gaming tattico su dispositivi portatili Se la promessa verrà mantenuta, la breccia aperta nel muro non sarà solo virtuale. Sarà quella che separava il gioco hardcore da quello mobile.
E ancora una volta, tutto inizierà nel silenzio prima dell’irruzione.
Maria Minotti
Il Capodanno cinese è da sempre un momento di passaggi, ritorni e nuovi inizi. È il tempo in cui si viaggia per ritrovare la famiglia, si chiudono capitoli e se ne aprono altri, spesso in modo inaspettato. È proprio su questo clima emotivo che fonda le basi Glad I Met You, il nuovo spot firmato Apple per celebrare il Nuovo Anno Cinese, capace di intrecciare tecnologia e umanità con una naturalezza ormai diventata firma stilistica del brand Il corto racconta la storia di Lin Wei, una giovane donna schiacciata dalle responsabilità lavorative e da un’abitudine radicata a mettere sempre gli altri prima di sé. Durante le festività incontra Little White, un cane randagio – e parlante – che diventa il catalizzatore di un cambiamento profondo. Tra momenti ironici e passaggi più intimi, i due costruiscono un legame che va oltre il caso, trasformandosi lentamente in una nuova famiglia.
Diretto dalla regista pluripremiata Bai Xue e ideato insieme a TBWA\Media Arts Lab
Shanghai, Glad I Met You è stato girato interamente con iPhone 17 Pro. La narrazione alterna live action e stopmotion, creando un dialogo continuo tra mondo reale e dimensione interiore dei personaggi Le scene dal vivo sfruttano le potenzialità cinematografiche dello smartphone: dallo zoom ottico 8x del teleobiettivo da 48MP alle riprese in slow motion 4K a 120 fps, passando per le modalità Cinema e Azione e le ottime prestazioni in condizioni di scarsa luminosità, fondamentali per catturare sia il caos cittadino, che i momenti più silenziosi e personali.
Le sequenze in stop-motion, realizzate dallo studio creativo BUCK, aggiungono un ulteriore livello emotivo al racconto Pupazzi, set e oggetti sono stati costruiti interamente a mano, con personaggi dotati di armature interne progettate per resistere a migliaia di micro-movimenti. Ogni volto è capace di esprimere oltre venti espressioni facciali diverse, stampate in 3D, dipinte a mano e sostituite fotogramma dopo fotogramma per aderire perfettamente alle voci dei noti attori cinesi che li doppiano Sapere che tutto ciò che appare sullo schermo esiste davvero, in miniatura, conferisce alle scene animate una calda fisicità difficile da replicare in CGI.
La campagna non si ferma al corto Apple ha lanciato anche una serie di azioni su TV e social, incoraggiando gli utenti a raccontare il Capodanno cinese assieme ai propri animali domestici. Tra i contenuti spicca il vlog dietro le quinte del creator Ke Ming, realizzato con la modalità Doppia Acquisizione, che mostra contemporaneamente il set dello spot e chi lo vive Ancora una volta, con Glad I Met You, Apple utilizza il Capodanno cinese non solo come vetrina tecnologica, ma come occasione per raccontare storie semplici e universali, in cui l’innovazione è al servizio delle emozioni e dei legami che ci definiscono
Michele D’Eboli
Il mese di febbraio, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, assume una rilevanza profondamente simbolica dal punto di vista antropologico: è il mese di passaggio, sospeso tra l’inverno rigido e l’attesa della primavera. Un periodo carico di riti antichi, di tradizioni popolari e celebrazioni religiose che non solo esprimono l’identità profonda del territorio ma mescolano, come accade spesso, sacro e profano in una simbiosi perfetta.
La Candelora, che apre il mese, è una festa religiosa tra le più sentite. Nel corso di questa celebrazione vengono benedette nelle chiese le candele simbolo di luce e protezione Nel Cilento, in particolar modo tra le comunità contadine, la festa è molto legata ai proverbi meteorologici che riflettono la necessità di prevedere l’andamento della stagione: "Quanno vene la Cannelora, da lu vierno simo fora; ma si chiove o mena viendo, quaranta juorni de maletiembo".
Anche il successivo periodo del Carnevale si allinea al filo conduttore di una ritualità di passaggio: eccessi alimentari, maschere, travestimenti rientrano in un concetto di trasgressione e desiderio di modificare l’ordine sociale e liberarsi dalle tensioni accumulate durante l’anno. L’evasione da schemi prestabiliti, le aspirazioni nascoste esplodono nella simbologia della maschera che riveste un significato liberatorio e di purificazione unitamente al consumo smodato di cibo con le numerose e tipiche tradizioni culinarie: lasagne, polpette e le immancabili chiacchiere che affondano le loro origini nell’antica Roma quando, in occasione dei Saturnali e Baccanali, si degustavano le frictilia, dolci fritti nel grasso
di maiale
È la costiera amalfitana, Maiori in particolar modo, a primeggiare nelle tradizionali e storiche sfilate con suggestive coreografie sceniche e rappresentazioni allegoriche.
Il ciclo simbolico si chiude con la Quaresima: il Mercoledì delle Ceneri introduce un periodo di silenzio, di penitenza e di riflessione dopo il caos e la frenesia carnevalesca È la metafora della condizione umana che alterna la volontà di trasgressione e di “follie quotidiane” alla necessità di equilibrio, di stabilità e di ordine. Un’antica usanza diffusa particolarmente nel salernitano scandiva i 40 giorni della Quaresima: veniva appeso un fantoccio di pezza nera sotto il quale, sospesa con uno spago, era collocata un’arancia sulla quale si conficcavano 7 penne di gallina, che venivano strappate tutti i sabati compresi nel periodo quaresimale. Al Sabato Santo il fantoccio veniva fatto esplodere, in un boato fragoroso, a simboleggiare la fine del periodo di astinenza e l’inizio della Pasqua.