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Respiro - Rocce

WILHELM SENONER

SQUARCI 09.06-29.07.2018

SCHIO, Palazzo Fogazzaro


Sindaco Valter Orsi INTRODUZIONE La Conferenza Mondiale dell’UNESCO ha dichiarato che “la cultura è l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali, unici nel loro genere, che contraddistinguono una società o un gruppo sociale. Essa non comprende solo l’arte e la letteratura, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani e sistemi di valori, le tradizioni e le credenze”. A proposito di tutto questo, il territorio di Schio mostra di avere la peculiare vocazione di raccogliere ciò che discende dalla corona dei monti che lo sovrastano e di farlo convergere verso la pianura: nei tempi più antichi fino a Venezia – e se pensiamo alla “Romea Strata”, addirittura fino a Roma. Come e forse più ancora di altre città della Pedemontana, è un orecchio teso verso le Alpi che le si stagliano sullo sfondo. Dal Nord discese un secolo fa la guerra, combattuta sulle nostre montagne, ma avvertita anche nelle nostre contrade e piazze… e dal Nord un secolo più tardi viene a farci visita,

anzi, di più, viene a dare il suo tocco d’artista, un amico che di montagne se ne intende, e che ben conosce il ruolo fondamentale di transito e di custodia che contraddistingue le vie montane. Dal Tirolo, da Ortisei, ci porta opere intagliate nel legno, sagome che nel loro silenzio però parlano anche di noi e per noi. È quindi con piacere, oltre che per ferma convinzione, che il Comune di Schio ha messo a disposizione la splendida cornice di Palazzo Fogazzaro, che per i prossimi due mesi potrà diventare – con nostro orgoglio di scledensi – luogo privilegiato di un dialogo fra le nostre tradizioni e le nostre memorie, i cimeli della collezione Gori-Cibin, qui conservati, e altre testimonianze artistiche e letterarie di un periodo che dopo aspettative, illusioni e sogni, tragicamente naufragate, possono qui oggi dischiudere prospettive di nuove speranze condivise a livello europeo. Schio è presente e si fa portavoce di questa responsabilità civile.

Valter Orsi

Elena Filippi PERCHÉ L’ARTE DI WILHELM SENONER PER QUESTA COMMEMORAZIONE A SCHIO? La scultura di Senoner, al pari dei suoi lavori pittorici, esalta ciò che è comune al genere umano, pur nel rispetto delle differenze – che si parli ladino, tirolese, tedesco o italiano (lingue da lui tutte praticate). I suoi temi, Uomo in cammino, Il ritmo dell’essere, Respiro, Il dialogo, Sorgere, Il Bacio, per citarne solo alcuni – ci parlano di vita, non di morte. Come Io, Giona – altra opera esposta in mostra – metafora cristologica di una resurrezione possibile. Vogliamo onorare tutti i caduti e insieme ci chiediamo come custodire la memoria degli anni drammatici della Prima Guerra Mondiale. Per essere feconda, un’eredità deve poter gettare un ponte verso il presente, riuscendo anzi a trasmettere qualcosa in eredità per il futuro. Nel percorso espositivo di Palazzo Fogazzaro, dove trovano spazio cimeli e reperti storici della collezione Gori-Cibin, l’arte di Senoner, col suo linguaggio universale, intende svolgere la funzione di catalizzatore proprio sul presente con le sue domande, con nuove emozioni sia pur dal sapore antico, e provocare così il visitatore a interrogarsi sul significato di questa ricorrenza. Cosa possiamo dire di queste opere? Non è arte sacra in senso proprio, eppure esalta la “sacralità” dell’uomo, in quanto capace di estrarre la sua humanitas. Usando una potente formulazione di Albrecht Dürer,

campione del Rinascimento a cavaliere delle Alpi, al servizio del Sacro Romano Imperatore Massimiliano I d’Asburgo (di cui ricorre nel 2019 il quinto centenario della morte) – “la bellezza è nella semplicità della natura, l’artista che la sa estrarre, la possiede”! Per Wilhelm la materia prima è il legno: in Val Gardena sono particolarmente abili a lavorare questo materiale, è un’attitudine che possiedono da secoli. E s’inserisce quindi in una lunga tradizione, di cui lui stesso agli esordi si è nutrito, nei confronti della quale ha un debito. In veste di restauratore, si è dapprima esercitato sugli esempi del Gotico e del Barocco. Fra le commissioni ricevute, oltre trent’anni fa gli venne chiesto dalla Diocesi di Bressanone di replicare in modo rigoroso la statua lignea di quella Madonna, che ancora oggi campeggia sulla fronte del Duomo cittadino. Ma un artista, se ha una vocazione autentica, va oltre, a un certo punto non gli basta più di fare opere per soli scopi devozionali o commerciali (artigianato di qualità), magari ammiccando al mercato dell’arte. Wilhelm Senoner ha da sempre avuto un’urgenza: corrispondere genuinamente a quanto vedeva fin da piccolo nelle sue escursioni, e poi da giovane anche come maestro di sci, immerso nel palpitante silenzio della natura, e cioè restituire forme che l’occhio coglie, ma che solo un’abile mano sa riproporre animate di nuova vita.

NOI E LA MONTAGNA Nella ricorrenza del centenario della fine della Grande Guerra nelle terre di Schio, sovrastate dall’icona del “Sacro Monte Pasubio”, si vuole proporre un momento di riflessione che sia sopra le parti, oltre i confini, segno tangibile della possibilità di un dialogo fra popoli di lingua, tradizioni, storie diverse.

Per questo la “Fondazione VIA ASBURGO” ha fortemente voluto la collaborazione di Wilhelm Senoner, artista ladino di fama internazionale, esempio eccellente di chi vive un territorio di frontiera e abita il crinale fra culture.

Tema privilegiato dalla ricerca di Senoner è il modo di vivere l’arte e la natura. Che cosa rende magico l’incontro fra noi, la montagna e la memoria dei luoghi? Lo scultore, anche quando usa il bronzo per necessità ambientali, tratta la materia come se fosse pietra, ghiaia, terriccio, frammento di roccia, corteccia, i suoi materiali preferiti: è capace di far vivere quella materia e di darle una voce

universale, perché si rivolge, prima ancora che a noi, agli elementi della natura stessa. Nelle sue installazioni a cielo aperto – come quelle nel Parco UNESCO di Puez-Odle, di cui a Palazzo Fogazzaro si possono vedere alcune fotografie e ingrandimenti – la materia delle sue sculture dialoga col respiro della Terra, col vento, con sole e pioggia, neve, gelo, ghiaccio.


È una dimensione speciale: le opere di Senoner diventano segnavia, indicatori di sentieri che portano a vivere la montagna come luogo di profonda umanità, dove l’uomo e la natura si presentano nella loro essenzialità nuda, esposti alla durezza degli elementi. Da sempre, nelle diverse culture ed epoche, la montagna è luogo per eccellenza di spiritualità – meta di un’ascesa che, prima ancora che conquista di una vetta, di una posizione, è pratica faticosa della conquista di sé attraverso l’esposizione all’altro. Questa fu anche l’esperienza di quegli uomini che combatterono su fronti diversi – per ideali non dissimili: la patria, la difesa della propria gente, la fedeltà ai principi e al dovere nel sacrificio di sé. Fulcro e cuore pulsante della ricerca artistica di Senoner sono l’individuo e la condizione umana, rappresentati attraverso opere scultoree di grandi dimensioni, realizzate prevalentemente in legno di tiglio, dipinte con colori acrilici e terre, che personificano soggetti dall’aspetto simile, uomini comuni, non riconoscibili per tratti o particolari distinzioni. Di questo artista Philippe Daverio ha detto: “In Wilhelm trovo un espressionismo profondo, una ‘espressività radicante’ che è propria della montagna”.

In varie altre occasioni, da ultimo al meeting sulle vie dell’Impero, organizzato da Regione Veneto, Trentino Alto-Adige, Land Tirol (Bolzano 2.11.2017), lo stesso Daverio ha chiarito un concetto che merita di essere ripreso, perché illustra sia l’arte di Senoner, sia la nostra scelta di condividerla nel contesto delle celebrazioni scledensi di giugno 2018: “Esiste una cultura trasversale dell’Europa antica, che si diffondeva sui tracciati delle vie che i romani avevano predisposto [come la Romea strata]. Poi sono arrivati i barbari in Europa e i posti più tranquilli stavano nelle montagne. Per un lungo periodo, la montagna è stato il rifugio della tradizione, il rifugio del sapere […] Si sono trincerati lì alcuni dei popoli delle nostre tribù europee e lì hanno continuato a celebrare una storia, che è una storia intima, ed è quella dei guardiani, degli spiriti delle montagne. Gli artisti, quelli che lo sono autenticamente – come Senoner – fanno opere che non servono a decorare le anticamere o le piazze, servono a tenerci la memoria viva. Servono a farci capire che cosa siamo e perché davanti alle montagne ci sono dei guardiani, che sono lì a custodire una cosa che noi non sappiamo, ma che sicuramente è importante”.

Nell’androne s’incunea e trova efficace prospettiva Il ritmo dell’essere. “Essere” non è inteso qui dall’artista nel senso esteso di una ontologia o di una metafisica. Si tratta piuttosto della condizione umana, nell’alternanza di giorno e notte, veglia e sonno, speranza e dolore, illusione e delusione, la fatica di salire in alto e la leggerezza del discendere, ma anche l’ebbrezza dell’ascesa e l’orrore della caduta: “In cima ad ogni vetta si è sull’orlo di un abisso” (Stanisław Lech). La condizione del soldato nella Prima Guerra fu particolarmente subordinata alle oscilla-

zioni di questo ritmo: spronato all’ottimismo da chi lo conduceva al fronte, sprofondava nella bassura della trincea, sua dimensione quotidiana; e alla concitazione dell’assalto seguivano le lunghe, interminabili ore dell’attesa; alla gioia per una posizione conquistata, lo scoramento per una frana, per scorte che non arrivavano o, peggio, per la perdita di un compagno, allievata almeno dalla speranza di una licenza, sia pur breve, parvo antidoto alla nostalgia della casa e degli affetti lontani.

IL PERCORSO ESPOSITIVO Ad accogliere il visitatore nel cortile di Palazzo Fogazzaro sono Rocce e Respiro. Sono in realtà due opere, la seconda è chiamata anche La donna nel vento (2016, h. cm 188), una figura femminile in bronzo, di un ocra sfolgorante, dal corpo arcuato che al tempo stesso sembra abbandonarsi alla forza degli elementi atmosferici, ma anche, per contro, prova a resistere alla forza che sta per abbatterla. È un modello tipico delle figure di Wilhelm che bene descrive il movimento di cui sono dotate le sue opere, una dinamicità

flessuosa che si contrappone all’imponenza dei volumi. Quello di Senoner è un linguaggio artistico in continua evoluzione, che affonda le sue radici nello studio della scultura gotica per poi confrontarsi con artisti del calibro di Alberto Giacometti e Carlo Carrà. Nel suo percorso abbandona la resa realistica del legno levigato e liscio per privilegiare la sua ruvidità, nel gioco contrastato e voluto della sciabolata di luce che prorompe dalle pieghe scure delle Rocce.

Il ritmo del essere


Nel salone del piano nobile Si guardano da lontano, agli antipodi del più elegante ambiente del palazzo: un Uomo con lo scudo / aquilone e un gruppo di due sculture, altrettanto imponenti. Lo scudo, che di solito è riconosciuto strumento di difesa, si rivela qui invece, a ben guardare, forse anche un aquilone, forse uno specchio in cui si riflette un volto, quello specchio che gli abitatori delle montagne usavano già nei secoli passati per trasmettersi segnali da opposti crinali, e in cui i pittori (basti pensari ai fiamminghi dell’ars nova) alludevano alla presenza del sacro nel quotidiano. Questa figura possente, creata appositamente da Wilhelm per noi oggi, mostra però uno squarcio nel petto: è vulnerabile l’umano!

Facciamo pochi passi, in direzione del loggiato, dall’altra parte del salone: una statua di donna regge in mano una bambola. Il titolo è In cammino. La affianca un uomo; pure lui incede, con passo risoluto. Caratteristica fondamentale delle opere di Senoner è sempre una nota esistenziale; ne va di qualcosa di connaturato al genere umano, il quale è, deve essere, per sopravvivere, in cammino: continuamente, in fondo tutti noi non facciamo che andare e venire. Chi è in movimento, perlustra e percepisce. Solo così possiamo cogliere il mondo intorno a noi, perché lo incontriamo (oppure ci scontriamo con esso). Chi si limita a starsene seduto o in piedi, o si adagia in una condizione di abbandono, non fa esperienza del mondo. È al viandante che

si rivela l’universo, per evocare una fiduciosa aspettativa di leopardiana memoria. Le due grandi presenze – lui e lei – sintesi di un momento che potrebbe essere famigliare, incedono fianco a fianco – e però ciascuno ha il suo personale passo da compiere. La donna tiene in mano una bambola, l’altra mano è grande, quasi sovradimensionata. Lei mostra un ricordo di ingenua fanciullezza, che non è più, che non può essere più, l’età della spensieratezza. Sta per liberarsene. Con l’uomo che parte verso il suo destino, in guerra, a lei spetta un ruolo non meno impegnativo. Tener compatta la famiglia, accudire i figli, darsi la briga di cercare lavoro. Ma c’è dell’altro: queste sono le sole presenze in mostra che ci guardano e con cui possiamo instau-

rare un contatto visivo (Augenblick): quell’istante, in cui incontriamo anche il cammino di Senoner, la sua intima storia privata. E, per questa via, dalla sua terra di origine ci viene offerta una riflessione del più grande teologo del Quattrocento, quell’“eroe dei due mondi” – tedesco di nascita, ma non di costumi – come fu definito il grande umanista Nicolò da Cusa, vescovo di Bressanone, che proprio all’inizio del suo periodo pastorale, lassù, nelle montagne di Wilhelm, scrisse un libricino per l’avviamento alla esperienza mistica, imperniato sulle tecniche della visio Dei, ovvero di come in virtù dell’incrocio di sguardi e cammini, Dio vede l’uomo e l’uomo coglie Dio!

Due stanze di vita quotidiana Ma le forme dell’amore di Dio per l’uomo e degli esseri umani fra loro trovano nell’arte di Wilhelm vari gradi di esplorazione. In un’altra stanza, quasi avvolta nella penombra, troviamo una delle opere più note e apprezzate di Senoner: Il Bacio. Palazzo Fogazzaro – e l’Ottocento nella sua fase più positivistica e proiettata alla prima industrializzazione, che nella quiete ovattata delle sue stanze non poteva presagire la furia devastante che di lì a poco sarebbe giunta fin a ridosso delle sue porte a cambiare per sempre la realtà di tutti – accoglie oggi un Bacio, su cui molto è stato scritto. Mi limito solo a richiamare alcune interpretazioni che ne sono state date: dal riferimento alla poesia di Bertolt Brecht In memoria di Marie Aumann, alla maternità che dà vita, al bacio della luna a Endimione di mitologico sapore, alla cura che accompagna il moriente verso l’ultima linea rerum, al muto e rispettoso dialogo fra presente e passato. Se ne può forse qui aggiungere un’altra: Madre natura si china amorevolmente sui suoi figli, quei caduti di nazionalità diverse, che si trovarono spesso soli a lasciare le spoglie mortali in terra straniera… nessuno di loro però è straniero alla Natura che li ha generati. Di qui il senso di pace e di comunione che emana da quest’opera. Diversa è la situazione allestita in un’altra

stanza: su un piedistallo piuttosto alto, si staglia una piccola figura seguita (o perseguitata) da una sorta di indistinta nube. Nella sua postura è assai differente da altre presenze bronzee, ben più imponenti, quelle che Senoner ha voluto affidare alle cime del Parco Puetz-Odle qualche tempo fa, e che qui corredano le pareti; quasi fossero state testimoni del pietoso destino dell’uomo e della sua caducità, dai crinali montani dove hanno trovato collocazione, le sculture di Wilhelm stanno salde sopra i loro piedestalli, spesso sghembi e tozzi, come massi mal squadrati, a sostegno dell’incerto piede di chi, a ogni passo che posa, potrebbe fatalmente cadere: mute sentinelle di un tempo che ha segnato i giganti e piegato gli uomini. Emblematica è – in mezzo a noi – l’opera Io, Giona. Ricordiamo in breve il percorso esistenziale di questo profeta, di cui si legge nell’Antico Testamento: il Signore comanda a Giona di andare a predicare a Ninive, per redimere i malvagi di quella città. Lui prova dubbio, è ritroso, pavidamente cerca riparo altrove, imbarcandosi su una nave che, però, sbattuta da violento nubifragio, cola a picco. Sicché Giona, fagocitato da un cetaceo, nel cui ventre resiste – tre giorni e tre notti – costretto dalla situazione, finalmente riflette sul messaggio divino. Si salva e ritrova il


proprio coraggio, così, più obbediente, segue il comando del Signore. Ma poi cade di nuovo e – cocciuto, ottuso, chiuso nella sua prospettiva – non coglie la magnanimità del disegno di Dio. E si ritira su alture poco ospitali, perché la natura intorno a lui, in fondo, è specchio del suo cuore! Unico fra tutti i libri profetici, quello di Giona non contiene discorsi, ma il racconto di una missione, una missione presso un popolo straniero, nella lontana capitale dell’Assiria. E vi sono menzionati tutti i contesti naturali: la città, il mare, la campagna che Giona percorre, i monti. Questi offrono a lui, viandante, insieme riparo e sofferenza, speranza e scoramento; alloggio, ma inospitale. Sulle spalle di Giona qualcuno vede la nube che lo avvolge, ma che anche gli grava. Altri colgono un richiamo alla balena che lo inghiottì. Ciò che avvolge e offre riparo può diventare d’un tratto ciò che minaccia. Senoner ha pensato di collocare questa figura vicino a una serie intitolata Rocce (2016), caratterizzata da dimensioni più piccole

(h. cm 40), rispetto a quelle che accolgono il visitatore a Palazzo Fogazzaro. In questa sala è proposto un gioco di misure: la piccola figura di Giona e le piccole rocce, circondate alle pareti dalle immagini delle sculturee bronzee ben più maestose, che stanno su alture imponenti. Ci sono sempre prove nella vita di ciascuno, qualche volta semplici da affrontare, qualche altra schiacchianti e alle quali si fa fronte solo “in cordata” o per grazia ricevuta! È la questione della misura, posta già dal primo teorico e architetto dell’antichità, Vitruvio, che cercava di fissare un canone di bellezza umana che contempli al tempo stesso la giusta proporzione estetica non disgiunta dall’etica. Per questo confronto con i classici, ma soprattutto per avere avuto occhi aperti sui fenomeni della natura – sugli alberi, sulle montagne, sugli uomini, con le loro difformità – passa anche l’esperienza artistica di Dürer, un pioniere in tal senso, che sarebbe stato buon compagno di strada di Wilhelm!

Io, Giona (part.)

Una mostra diversa, una sfida per Wilhelm Qualche considerazione finale sulle scelte specifiche di questa mostra, che si differenzia dagli eventi ai quali finora Senoner ha dato il suo contributo di artista. Vorrei sottolineare un fatto essenziale. A lui preme di concentrarsi quasi in misura esclusiva su un tema fondamentale: la coappartenenza dello spazio quotidiano dell’esistenza fra gli uomini e la montagna. Perché, dunque, le sue sculture possono intonarsi in modo altrettanto autentico alla commemorazione della vita al fronte? Queste figure, dai tratti marcati, in bilico nell’ambiente circostante, alludono a uno stato di precarietà. Si tratta di creature insieme simboliche ma anche gravide di grondante fisicità. Il simbolo, per sua natura, mette insieme, unisce, crea ponti, evoca una dimensione di con-divisione! E parla direttamente al cuore, prima che alla mente, parla a tutti. Negli ultimi tempi le sue sculture mostrano anche squarci, fenditure, forse un tentativo di penetrare la materia per andare oltre. Ci riportano però anche l’eco di vite squarciate su quelle cime, e al tempo stesso si profila un orizzonte ulteriore, che si scorge “fra” le membra, facendo osservare la necessità che il qui e ora trovi un varco per dialogare con la memoria del passato. L’immedesimazione con la materia e nella sua intima sofferenza si accompagna pur sempre a una visione ottimistica dell’umanità. Le figure di Senoner evocano in ogni caso l’aspirazione all’equilibrio, non solo formale, laddove manifestano una dinamicità enfatizzata, almeno per un tratto ancorata alla terra. È un’arte dalla vocazione visiva, figurativa e orientata alla comunicazione. Wilhelm non ci presenta arcani o rovelli enigmatici; ci propone invece la sua idea di espressione artistica, orientata al dialogo, a fare in modo che l’interlocutore delle sue sculture non si soffermi solo a guardarle, ma ci giri intorno, provi a riflettere su quegli esseri in cammino. Perché, se l’arte rimane esperienza per un ristretto cenacolo fallisce nella sua funzione di mediazione con la vita reale. È il grande problema dell’arte contemporanea! Ritornano le parole di un grande artista contemporaneo, Lucio Fontana: “… e allora buco questa tela, alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione

infinita, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l’è un büs, e ciao…”. Si spiega così il titolo di questa mostra. SQUARCI – Sono ampie lacerazioni, aperture o fenditure, prodotte per via naturale dal logorio del tempo e dei materiali, come una tenda piena di squarci; ma gli uomini, quei soldati, che oggi ricordiamo, avevano squarci nel ventre, nelle gambe, nel costato; come le montagne e le mura difensive, su cui cannonate aprirono paurosi squarci. Ma conosciamo fortunatamente un uso estensivo di questo termine, in riferimento a scenari naturali: contemplare uno squarcio di paesaggio che sembrava un quadro simbolico (Grazia Deledda); o riandare con la memoria a uno squarcio, ovvero a un passo di un’opera letteraria e musicale. Così Carlo Levi, scrittore e pittore: Anche noi siamo scesi dal cielo come il falco dell’estate. Dopo un’ora di volo in un paese liquido di nubi grigie, di squarci improvvisi e teneri di azzurro di cielo, e di grigio lucente di mare, tra fiumi, nebbie, esalazioni, rinserrati in un universo aereo di acqua, ad un tratto, come se una mano con un gesto improvviso avesse scostato i vapori… ecco apparire, tragico, ardente e inverosimile, il blu di Sicilia, e la costa, e lo scheletro bruciato di Monte Pellegrino. Un altro poeta, personalmente coinvolto nella Grande Guerra, usa questa parola per condensare la sua irriducibile domanda esistenziale e l’immane travaglio di Giovanni, l’apostolo prediletto, capace di dar voce alla fatica di cogliere un disegno divino, talmente enorme da stordire: D’improvviso, / un lampo squarcia il cielo. Nel silenzio / della cupa grotta dell’Apocalisse, odo un dialogo, / rivivo una domanda di Giovanni alla madre di Dio (Giuseppe Ungaretti, Salire costa). Superfici ruvide, linee spigolose, corteccia e mani dipinte, tormentate e bislunghe, tutti possibili rimandi al motivo del frammento di roccia, alle schegge e grumi di terriccio e di sporco con cui i soldati hanno condiviso giacigli di fortuna, situazioni defatiganti, pacche sulle spalle, mani tese; anche le ferite e le morti dei compagni, come macigni sul cuore. Ogni spaccatura sembra fendere il tessuto stesso dell’essere, e lo consegna alla


nostra responsabilità, come uno scandalo irricevibile e tuttavia inaggirabile, perché accaduto. Le sue figure mostrano che la terra è il loro abito, gli indumenti, talmente lisi dalle intemperie della vita, quasi non sono più, e mostrano squarci, ma ciò che più conta è il fatto che ogni lacerazione trasmette una storia, che è una storia speciale, perché unica; al tempo stesso è una storia collettiva, che vogliamo preservare. Sono creature simboliche – come nel nostro immaginario è diventata quella del soldato

al fronte (versi di poeti chiamati alle armi accompagnano i diversi momenti espositivi). Squarci – come nei corpi dei soldati divelti dalle granate, affidati al grembo della madre Terra, fra le rocce del Sacro Monte Pasubio, ma anche squarci come brandelli di vita quotidiana, scorci di paesaggio che conforta. Queste stesse figure, viste in un contesto diverso, sanno infatti suggerire proprio in virtù di questi squarci una via che vede e va oltre…

RE­SÜ­MEE

Anlässlich des 100. Jahrestag des Endes des Ersten Weltkrieges auf dem Pasubio hat die Stiftung „Fondazione VIA ASBURGO“ Wilhelm Senoner um seine Mitwirken gebeten. Senoner besitzt die künstlerische Fähigkeit, zwischen der Vergangenheit und der Gegenwart sowie den verschiedenen kulturellen Grenzen eine Brücke zu schlagen, ohne dabei Konzessionen an die Rhetorik zu machen. Der ladinische Mann und Künstler wohnt wie ein zweigesichtiger Janus in der Grenzregion und kann sich in die Völkern jenseits der Alpen versetzen; er lauscht der Stille des Berges, auf dem junge Menschen vieler Nationen den Tod fanden und in dessen Täler heute Besucher und Touristen mit neuen Hoffnungen kommen. Im Mittelpunkt seiner Arbeit steht der Mensch, in all seinem Leiden, in der ausgeprägten Stille, aber auch in der Würde, die seit jeher seine Figuren prägen. Holz, Stein, Rinde, Bronze − von der Natur und der Witterung gezeichnete Werkstoffe erzählen uns von der humanitas (dem Menschsein) und erinnern an ferne Zeiten und Orte, von denen heute die Zeugen einer „transversalen Kultur des alten Europas“, die oft in den Bergen Zuflucht fanden, im Palazzo Fogazzaro herrühren. Der Künstler ist Zeuge und Hüter im Sinne eines Menschen, dem die Erinnerung und deren Spuren am Herzen liegen. Werke wie Die Frau im Wind und Der Rhythmus des Seins bezeugen den schwierigen Kampf gegen die Unsicherheit, die Härte der Naturgewalt und die Feindseligkeit. Aber die Stärke liegt nicht nur im Widerstand, sondern auch in der Kommunikation, im Traum und in der Phantasie. Dies vermittelt vor allem eine Skulptur, die Senoner eigens für diesen Anlass schaffen wollte: Bei Der

ABSTRACT

Il Bacio

“Fondazione VIA ASBURGO” has sought the assistance of Wilhelm Senoner for the centenary of the end of WWI on Mount Pasubio, because in him they know they will find the artist capable of building a bridge between the past and the present and among the various cultural borders without giving room to rhetoric. After all, he is a Ladin man and artist who lives on the border. Like the two-faced god Janus, he knows how to blend in with the populations on the other side of the Alps. He listens to the silence of the mountains, where the young men of so many nations met their death and at the feet of which today arrive visitors and tourists with new hopes. At the hub of his research is the human being, with all of his suffering, in the qualitative density of that silence but also in the dignity that is always featured in his figures. Wood, stone, bark, bronze: materials that bear the signs of nature and of the weather, that speak to us of humanitas, and bring with them the memory of faraway times and places from which today have come to Palazzo Fogazzaro the witnesses of a “transversal culture of ancient Europe” and who often found refuge in these mountains. The artist is their testimonial and guardian, in the sense that he takes care of the memory of them and of their traces. Works such as La donna nel vento (The Woman in the Wind) and Il ritmo dell’essere (The Rhythm of Being) show the difficult battle against precariousness, against the fierceness of the elements and against hostility. The real strength, however, does not reside only in opposition, but rather in communication, in the dream, in the

Mann mit dem Schild / dem Drachen, erweist sich, was auf den ersten Blick wie eine Verteidigungswaffe erscheint, vielleicht als Drache, möglicherweise als Spiegel, in dem sich ein Gesicht spiegelt, jener Spiegel, den die Bewohner der Berge nutzten, um sich von den gegenüberliegenden Gebirgskämmen Zeichen zu geben und in dem die Maler vergangener Zeiten auf die göttliche Präsenz anspielten. Diese mächtige Figur hat eine klaffende Wunde in der Brust: ein Zeichen für die menschliche Verwundbarkeit! Auf dem Weg ist der Titel zweier weiterer Skulpturen im großen Format – Mann und Frau, Seite an Seite, wobei ein jeder seinem Schicksal folgt. Das Motiv des Menschen für Empathie, Liebe und Fürsorge für den Nächsten sowie die Mutter Natur kommt in Der Kuss zart zum Ausdruck. Es handelt sich um symbolische Wesen – wie in unserer Vorstellung das des Soldaten an der Front (Verse von an die Front gerufenen Dichtern begleiten die verschiedenen Ausstellungsmomente) – oder wie auf die Bibel zurückgehend Ich, Jonas – der Prophet, der seine Lebenserfahrungen auf zerklüfteten Hügeln machte, aber die heiligen Zeichen nicht verstand. Klaffende Wunden – erinnern an die von Granaten zerrissenen Körper der Soldaten, die nun dem Schoß der Mutter Erde anvertraut sind, zwischen den Felsen des Heiligen Berges Pasubio, aber das Wort Squarci / Risse erinnert auch an Ausschnitte des Alltagslebens, Momente einer tröstenden Landschaft. Dieselben Figuren bieten – in einem anderen Zusammenhang gesehen – gerade aufgrund dieser Risse die Chance auf einen anderen und weiterführenden Weg ...

imagination. This is especially what a sculpture that Wilhelm has created specifically for this occasion transmits to us, L’uomo con lo scudo / aquilone (The Man with the Shield/Kite), in which what first seems to be a weapon for defence then reveals itself to be a kite, perhaps, or maybe a mirror in which a face is reflected, that mirror the mountain dwellers used to send messages with from one peak to the next, and in which the painters of the past hinted at the presence of the divine. This powerful figure has a wide gash in his chest – how vulnerable the human being is! - but always In cammino (Walking onwards), like the title of another two great statues of a man and a woman, walking side by side but each one following his/her own personal destiny. The theme of the empathy, love and care for the other and of Mother Nature for mankind is superbly expressed in Il bacio (The Kiss). These are symbolical creatures – like the soldier at the war front has become symbolical for us (verses of poets called to arms accompany the various exhibition stages) – or like Io, Giona (I, Jonah), inspired by the biblical story of the prophet who lived his life in unforgiving mountains but never understood the sacred signs. Squarci (Rents) – like those in the bodies of the soldiers blown apart by grenades, laid down in the lap of Mother Earth among the rocks of the Sacred Mount Pasubio, but also the rents that create the shreds of everyday life, fleeting views of the landscape that comfort the spirit. These same figures, seen in a different context, indeed point through these rents to a road that sees and goes beyond …


Uomo con scudo / aquilone

Palazzo Fogazzaro, commissionato dal bisnonno dello famoso scrittore Antonio, fu costruito nel 1810 su progetto dell’architetto Carlo Barrera. Rientra nella tipologia degli edifici palladiani con portico e loggia sovrapposta e sorge su un sito precedentemente occupato da un opificio per la cardatura dei panni. Dall’uso originario di abitazione e magazzino per lane e granaglie, l’edificio è passato nel ’900 a sede di organismi, tra cui il Regio Commissariato e la Pretura. Acquistato dal Comune nel 1948 e sottoposto nel 1960 ad un primo restauro, ha ospitato anche istituti scolastici. Dopo ulteriori lavori di restauro (2002–2003), attualmente è Casa dell’arte e sede dell’Informagiovani: un modello di recupero del patrimonio cittadino che alla memoria del passato affianca il fervore delle attività culturali del terzo millennio.

Il catalogo Wilhelm Senoner – Squarci è stato curato da Elena Filippi, presidente della «Fondazione Via Asburgo», storica dell’arte, membro scientifico della Accademia Cusana per la storia delle idee e dello spirito in Europa / Kueser Akademie für Europäische Geistesgeschichte. L’artista e la FVA ringraziano la Città di Schio per la collaborazione in questo progetto.

Wilhelm Senoner - Squarci  
Wilhelm Senoner - Squarci  
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