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Wanderer Magazine Wanderer è una rivista online senza scopo di lucro, pertanto non rappresenta una testata giornalistica in quanto i contenuti vengono aggiornati senza alcuna periodicità. Non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7.03.2001. La proprietà dei testi e delle immagini è riservata ai rispettivi autori, ne è perciò proibito l’uso, sia per intero che parziale, senza previa autorizzazione. Clarissa Costa Editor-in-Chief Layout Designer Alessandra Balzani Co-editor Translator Contributors: Valentina Fanelli; Christina Deare; Manfredi Caracausi; Aisha Tasveer; Ilaria Taschini; Gurbir Grewal; Erika Pasin; Barbara Loisch; Chiara Rota; Eleonora Stuppini; David Casellas Fernàndez; Anna Dart; Mariachiara Cambrini; Sabi; Chiara Nani; Maria Pia Ercolino; Olimpia Matteucci. Immagine di copertina © Manfredi Caracausi Immagine di sfondo © Brenda Clarke (inadesigne-stock)

Contatti: mail wanderermagazine@gmail.com facebook https://www.facebook.com/ wanderermagazine tumblr http://wanderermagazine.tumblr.


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IL VIAGGIO INIZIA ORA


Wanderer Magazine

CONTENTS 5 PHOTOGRAPHY 6

Valentina Fanelli

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Christina Deare

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Manfredi Caracausi

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Aisha Tasveer

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Ilaria Taschini

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Gurbir Grewal

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Erika Pasin

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Barbara Loisch

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Chiara Rota

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Eleonora Stuppini

42 ARTWORKS 43

anna Dart

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David Casellas Fernรกndez

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Intervista a Weirde

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Sabi

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Chiara Nani

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Maria Pia Ercolino

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Olimpia Matteucci


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Valentina


Fanelli

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Valentina Fanelli

| 22 | Roma, Italia http://www.flickr.com/photosvalefan/

Quello che cerco dalla fotografia sono solo pareti pie-

ne di ricordi e scatole piene di rullini. Tendo a prediligere le piccole cose che fanno parte della mia quotidianità, a nascondere i visi per concentrarmi su altri aspetti della persona che spesso passano in secondo piano e a immortalare nuovi posti e nuove luci quando ne ho occasione. Ho trovato la mia dimensione con l’analogico che, tra le varie cose, mi ha insegnato che essere insicuri mentre si scatta è uno spreco di attimi – quegli stessi attimi che ti hanno fatto improvvisamente fermare e avvicinare la macchinetta al tuo occhio – e, avendo la pellicola pose limitate, di possibilità.

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Christina Deare

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Christina Deare | 21 | Springfield, Louisiana, Stati Uniti www.christinadeare.com

www.facebook.com/christinadeare

Come potete vedere dal mio sito web, prima di tutto racconto storie. Fotografo perché

scrivo, scrivo quello che non fotografo e, come artista, credo nel “nutrire i sensi finché non diventano grassi” e nella naturale capacità umana di provare emozioni. Credo anche nei segreti, nella spiritualità, negli incubi e in quel magico quanto breve lasso di tempo chiamato “dark-thirty” (momento della notte prima dell’alba, in cui non c’è ancora luce né buio completo). Qualsiasi stile io abbia adottato, esso costituisce una rappresentazione visiva delle parole che ammiro e delle frasi che colleziono. In breve, tutto per me è letteratura e, se mi riesce bene, sfogliare le mie fotografie dovrebbe essere come sfogliare le pagine di un libro.

I am — as my website says — first and foremost a storyteller. I photograph because I write, I write what I do not photograph and, as an artist, I believe in “feeding my senses until they are fat” and in a human’s basic ability to feel. I also believe in secrets, spirituality, nightmares, and in that magical little time known as dark-thirty --- and whatever style I have whipped up for myself is only a visual representation of the words I admire and the sentences I collect. In short, everything is literature to me and, if I’m doing this correctly, flipping through my photographs should feel like flipping through the pages of a book.

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Manfredi


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Caracausi

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Manfredi Caracausi | 22| Palermo, Italia http://www.flickr.com/photos/manfredi90/ http://www.manfredicaracausi.com/site/

Wanderer Magazine: Parlaci un po’ di te. Quanti anni hai, da dove vieni? Manfredi Caracausi: Non so fino a che punto sia in grado di “parlare di me” attraverso semplici dati o riferimenti. Ad ogni modo, ho 22 anni e vengo da Palermo, città nella quale sono cresciuto e vivo attualmente. Sono uno studente di Ingegneria Gestionale con la fissazione per la fotografia, amo la cucina della mia terra e credo di avere un serio problema di dipendenza da film. Si, credo che siano questi i dati realmente rilevanti in questa storia. WM: Quando hai iniziato a interessarti alla fotografia? Come si è evoluto il tuo stile da allora? MC: Ho iniziato ad interessarmi alla fotografia quasi per caso, o per gioco. Nel mio vecchio liceo hanno organizzato un corso di fotografia tenuto da un fotografo pubblicitario. Col senno di poi credo che quel corso sia stata la migliore scelta che abbia mai fato, considerando che mi ha permesso di conoscere un amico davvero importante, di evadere dalla monotonia della scuola e di iniziare a fotografare. Una volta finto il corso continuai a fotografare, semplicemente perché mi divertiva ed era un bel modo per evadere da tutto e tutti. Poi, circa due anni fa e

e grazie ad un gruppo creato su Flickr dalla fotografa Sara Lando, capii che la fotografia poteva essere e sarebbe stata una parte importante della mia vita. Immagino sia successo un po’ come nei cartoni animati, quando si accende una lampadina sulla testa del protagonista, e li diventa tutto chiaro ed ovvio. Da li ho iniziato a sperimentare realmente, a leggere, ad informarmi ed a pormi per la prima volta degli obiettivi. E credo che quella fase non sia mai terminata, perché di certo non si finisce mai di imparare o di avere sogni. WM: Cosa cerchi di catturare con le tue foto? Come descriveresti il tuo stile attuale? MC: Ecco, quello “stile attuale” al termine della domanda credo sia essenziale nel mio caso. Il mio stile penso sia molto nel corso del tempo, e

son certo che continuerà a mutare. Difficilmente riesco a riconoscermi in foto scattate anche solo un anno fa, e credo che in fin dei conti sia una cosa positiva perché ho sempre provato a migliorare, qualsiasi cosa voglia realmente dire. Oggi essenzialmente quello che amo fare sono ritratti, e quindi credo che ciò che cerco di catturare siano sguardi, sorrisi, o i piccoli gesti che possono raccontare una storia. Quando fotografi una persona, quando devi farle una serie di ritratti ed hai una storia ben precisa in mente, è come se per quei momenti fossi il suo confessore, e lei si aprisse totalmente attendendo di sapere cosa fare. E’ una sorta di “intimità” che raramente riesco ad ottenere in altri contesti e situazioni, ed è per me forse la parte più interessante. Con le mie foto cerco quasi sempre di raccontare una storia, specialmente se ho la possibilità di ritrarre qualcuno senza vincoli o direttive. Mi piace pensare che chi osserva una mia fotografia possa magari domandarsi cosa sia successo l’istante prima e cosa accadrà in quello seguente. WM: Chi o cosa ti ispira? MC: Credo che la risposta più esatta sia che è il mondo ad ispirarmi. E per quanto essa sia estremamente banale, è essenzialmente vera.

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Cerco ispirazione molto spesso nei film, o chiudendo gli occhi al buio ascoltando canzoni, o ancora nella gente che incontro per caso per strada. E’ stato guardando una signora anziana per strada che si aggiustava un ciondolo che mi è venuta in passato l’idea per una serie di foto, per esempio. Poi ovviamente mi aiuta moltissimo osservare i lavori degli altri fotografi, sia quelli dei grandi “mostri sacri” del passato, che quelli di ragazzi come me, giovani, e che spessissimo ottengono risultati magnifici e incredibili. E’ estremamente utile e piacevole sfogliare l’album, che so, di una fotografa bravissima di chi sa quale parte del mondo, e scoprire che ha solo 16 o 17 anni. La fotografia è una delle poche cose che può unire persone di qualsiasi età e provenienza, e credo sia anche per questo che l’ispirazione può provenire da così tante fonti. WM: Per te la fotografia è un hobby o ti prospetti una carriera come fotografo professionista? MC: Anche in questo caso, credo di aver cambiato idea innumerevoli volte. Ho vissuto la fase nella quale ero convinto che avrei lasciato l’università dopo la laurea triennale per scappare chi sa dove e diventare un fotografo. Ora tendenzialmente direi che ho una visione molto più pragmatica e forse fredda del mio futuro, nella quale continuerò fino in fondo gli studi e intraprenderò quella strada, “relegando” la

fotografia a semplice passione di una vita. Certo, mai dire mai, anche perché lavorare con la fotografia mi è piaciuto molto in passato e mi piace tutt’ora Forse preferisco semplicemente tenere più strade aperte per poi decidere in seguito quale sarà quella più adatta a me.

“Mi piace pensare che chi osserva una mia fotografia possa magari domandarsi cosa sia successo l’istante prima e cosa accadrà in quello seguente.”


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A


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isha Tasveer


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Aisha Tasveer | “young creation of 16” | New York City,

America “in a realm of dreams” https://www.facebook.com/pages/Aisha-Tasveer-Photography/168029399907811


Quand’ero piccola io e mio pa-

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At a young age, my father

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dre eravamo soliti passare il tempo contando le stelle sul tetto di casa, disegnando forme immaginarie nel cielo, mangiavamo con gli occhi le nuvole come fossero zucchero filato e ci rinfrescavamo sull’erba nelle calde giornate estive. Quel tempo è passato, ma per me la fotografia è un modo per ricreare momenti così attraverso i miei occhi. Mi piace fotografare persone e luoghi diversi, molte delle mie fotografie hanno avuto origine da opere letterarie: seguendo i miei pensieri insieme ad autori classici come Jane Austen e Charlotte Brontë. La musica, i vecchi album di fotografie, i dipinti, le poesie e molto altro, tutti insieme influenzano i miei sentimenti e quello che fotografo.

and I would spend time counting stars from the rooftop and drawing shapes in the sky. We’d eat clouds like cotton candy to our eyes and let the grass cool us on hot summer days. Those days have past, but to me, photography is about recreating moments like those through my own eyes. I like taking photos of different people and places. Many of my photos originated from pieces of writing: my own thoughts and classics from Jane Austen and Charlotte Bronte. Music, old family albums, paintings, poems... all of them influence how I feel and what I photograph.

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Ilaria Taschini

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Ilaria Taschini | 17 | Roma, Italia

https://www.facebook.com/pages/Ilaria-Taschini-Photography/243642049051996


Ho cominciato con la fotografia all’in-

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circa quattro anni e mezzo fa, e da allora non ho più smesso. Quando fotografo mi sento come un pittore che dipinge la sua tela. Amo comporre e trasmettere emozioni attraverso la fotografia, è la mia arte, l’unico modo che ho per esprimermi e sentirmi bene con me stessa. Se sono arrivata dove sono ora, e voi state leggendo quello che ho da dire su di me, è merito non solo della mia costanza (ho dato tutta me stessa per questa mia passione), ma anche del supporto di tutte le persone che mi sono, e mi sono state vicine. Il mio stile in questi anni si è davvero molto modificato, per le correnti, per il mio modo di vedere e vivere le cose e per i miei gusti. Amo la moda e la fotografia, e per me insieme formano una combinazione perfetta. Amo mettere insieme colori, outfits, trucco. Amo i volti delle modelle, e quello che i loro occhi ed i loro sguardi riescono a trasmettere attraverso una “semplice” foto.

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Gurbir Grewal

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Gurbir Grewal | 20 | Vancouver, BC, Canada http://www.flickr.com/photos/gurbirgrewal

Wanderer Magazine: Parlaci un po’ di te. Quanti anni hai, da dove vieni? Gurbir Grewal: In breve, sono uno studente di Vancouver (British Columbia, Canada). Ho 20 anni e studio relazioni internazionali e antropogeografia, ma mi dedico anche a fare ritratti. WM: Quando hai iniziato a interessarti alla fotografia? Come si è evoluto il tuo stile da allora? GG: Ho iniziato a interessarmi di fotografia negli ultimi anni di liceo, mentre lavoravo alla redazione dell’annuario. È stata la prima volta in cui ho avuto l’occasione di usare una DSLR (digital single-lens reflex) ed ero curioso di vedere quali tipi di immagine potevo creare. Da allora sia il mio approccio alla fotografia, sia lo stile a cui aspiro sono cambiati moltissimo, alle superiori ero vincolato a una prospettiva più commerciale o documentaria, ma dopo il mio primo anno di università ho messo da parte questi stili per approfondirne altri.

WM: Chi o cosa ti ispira? GG: Il pensiero di avere una vita piena mi ispira a fotografare.

WM: Cosa cerchi di catturare con le tue foto? Come descriveresti il tuo stile attuale? GG: Andando avanti nell’attività di fotografo mi trovo sempre più incline a cogliere gli esseri umani non come sono davvero, ma a catturare immagini pervase da elementi di fantasia, mistero, o altre emozioni. Invece di rappresentare delle persone, creo dei personaggi, per questo non posso veramente descrivervi qual è il mio stile, devo ancora trovare il modo di descriverlo a me stesso. Sento di essere ancora ad un punto in cui cerco sempre più luoghi, persone, fonti di ispirazione che mi permettano di crescere e magari riuscire a creare una mia nicchia personale. Quello che so ora è che voglio arrivare in fondo alle persone che vedono le mie fotografie, riuscire a suscitare in loro reazioni emotive profonde.

WM: Per te la fotografia è un hobby o ti prospetti una carriera come fotografo professionista? GG: La fotografia per ora è solo un hobby, ma spero di farne una professione un giorno, anche se sarà accompagnata a qualsiasi lavoro troverò, sia esso nel campo del giornalismo, dello sviluppo o dell’impegno pubblico. Al momento sto studiando nell’ambito delle discipline umanistiche perché ci sono molti problemi sociali che mi stanno a cuore. Spero di poter usare la fotografia come mezzo attraverso il quale esprimere il mio punto di vista, le mie opinioni o, se mi specializzassi in reportage, riportare e commentare delle storie. Ritornando al mio stile ancora in evoluzione di fotografare “personaggi”, vorrei continuare ad essere il più creativo possibile.

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Wanderer Magazine: Tell us a little bit about yourself. How old are you and where are you from? Gurbir Grewal: In brief, I am a 20 year old student from Vancouver, British Columbia who practices portraiture and studies International Relations and Human Geography. WM:When did you first become interested in photography? How do you feel you’ve changed since then? GG: I picked up photography in my final years of high school when I was working on the school’s annual. That was the time I first had access to a DSLR and began experimenting with the different sorts of images I could create with it. Since then I have changed immensely in both my approach to photography and the style of imagery I am drawn to. High school kept me shooting from a very commercial or documentary perspective but I left this by the wayside after my first year of university to explore other genres. WM: What do you want to catch in your photos? How would you describe your style? GG: As I go on practicing photography I am increasingly drawn toward capturing human beings in a way that does not display who they truly are, but captures them in such a way that imprints elements of fantasy, mystery, depth, or various other emotions on to them. I have been creating characters, not capturing people. This said, I cannot begin to concisely describe to you what my style is as I personally have yet to find a way to describe it to myself. I feel that I am still in a place where I am seeking to be exposed to more people, places, and sources of inspiration so I can continue to grow and eventually create my own niche. All that I know is I want to reach deeper and evoke more visceral emotional reactions in my audience.


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WM: Who or what inspires you? GG: The thought of living a large life inspires me to pursue it. WM: What is photography to you: a hobby or a profession? GG: Photography is a hobby at the moment, a hopeful profession in the future, but not on its own. I will attach it to whatever profession I find myself in - whether journalism, development, or public policy. I am currently studying humanities because there are many social issues I take on in my mind and I hope to use photography as a way to express my views, forward arguments, or if I take up reportage - expose and report the stories. And along with my developing style of photographing “characters”, I hope to do it as creatively as possible.

“All that I know is I want to reach deeper and evoke more visceral emotional reactions in my audience.”

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Erika Pasin


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Erika Pasin | 17 | Merate (LC), Italia

https://www.facebook.com/pages/-EPhotography/124034630977022 http://www.flickr.com/photos/64333932@N04/


Ho cercato in tanti modi

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la più adeguata forma di empressione personale. Ho provato a scrivere, a dipindere, a disegnare, ma mai niente riusciva a rappresentare ciò che avevo dentro. Un giorno mi capitò di vedere alcune foto, rimasi colpita da quello che riusciva a trasmettermi ciascuna di esse. Così decisi di provarci anche io. Non immaginavo che potesse portarmi da qualche parte. Fotografare era solamente un hobby, qualcosa con cui riuscivo a dire ciò che volevo senza dover parlare, mostrando solo ciò che la mia mente, le mie emozioni e i miei occhi vedevano. Più il tempo passava più mi legai alla fotografia. La voglia di migliorare, imparare e immortalare ciò che mi circondava, cresceva. Arrivai al punto in cui facevo foto anche senza macchina fotografica: girando per le strade mi accorgevo di scattare tantissimi click immaginari, intrappolando nella mia mente attimi fuggenti. La fotografia è ciò che sono, ciò che vedo e ciò che sento. Ogni foto ha dentro qualcosa di nostro, a volte anche in modo nascosto, e la cosa più bella è che quella foto non cambierà mai, quell’emozione resterà sempre intatta, quasi intrappolata. Le foto sanno di infinito, sono per sempre.

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Barbara Loisch | 30 | Austrian photographer currently based in France. http://www.flickr.com/photos/babsispics/

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Chaira Rota | 17 | Nova Milanese (MB), Italia


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Eleonora Stuppini |22 | provincia di Milano, Italia http://www.flickr.com/photos/51194615@N04/

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Anna Dart

Pittrice contemporanea europea e illustratrice di moda. Vive a Barcellona (Spagna) ed è specializzata in ritratti ad acquerello in bianco e nero. “… gli acquerelli mi fanno venire in mente la mia pioggia preferita: quando non sai mai dove la prossima goccia ti bacerà, facendo battere il tuo cuore in eccitante aspettativa.” Lavori recenti: esposizione da sola “Acuarellas y acuarellos”19-30 settembre 2012, aDa Galeria, Barcellona (Spagna); progetto “Shades” per Lash Magazine, settembre 2012, Francia, numero 11 “Sleek”. Attraverso la mia arte voglio trasmettere la bellezza del mondo, la brillantezza delle persone che ammiro... credo che dipingere sia un po’ come fare l’amore – ha aggiunto Anna Dart.

Anna Dart

http://www.facebook.com/annadartpaintings http://annadart.wordpress.com/

http://www.twitter.com/annadart_artist

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Modern European painter, fashion illustrator. Based in Barcelona, Spain, specialized in painting portraits in black aquarelle.

“...aquerelle reminds me my favourite rain: you never know where the next drop kisses you making your heart beat excitedly.” Recent works: Solo exhibition “Acuarellas y acuarellos” 19-30 September 2012, aDa Galeria, Barcelona, Spain; Project ¨Shades¨ for Lash Magazine, France, Sept. 2012, Issue 11 “Sleek” ; Collective exhibition 4-20 December 2012, Hartmann_LaSanta Gallery, Barcelona, Spain. Anna Dart´s works are in private collections in different countries of the world (the USA, France, Germany, Spain, Ukraine, Russia etc.) and of such famous people as Maia Vidal, Jason Mraz, Jérémy Tran, Ricardo Macedo etc. Inspiration: photography, arthouse films, literature, music. Through my artistic works I am willing to transmit the beauty of the world, the brilliance of the persons I admire... Painting is a kind of making


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David Casellas Fernández

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David Casellas Fernández, 21 anni, da Barcellona (Spagna). “I miei dipinti sono cupi, ma allo stesso tempo illuminati da un contenuto ironico. Uso diverse tecniche, vari materiali, compongo in modo sempre diverso per creare un lavoro sorprendente. L’ho chiamata “l’arte del marcio” (The art of Rot ), perché ho voluto esplorare il lato grottesco delle cose belle, la decadenza del tempo, il processo di decomposizione... Come potete vedere, alcuni materiali che uso non hanno lunga durata, come il cartone, i metalli, i chiodi, la carta, la plastica, il rame, il legno, i rami, le foglie, i fiori, gli aghi... Con il passare del tempo i miei dipinti si trasformano, il metallo e il rame arrugginiscono (come anche I chiodi), il legno si scheggia, l a carta si ingiallisce... I miei lavori contengono dei pigmenti che accelerano il naturale processo di decadenza.”

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David Casellas Fernández, 21, born in Barcelona, Spain. “My paintings are dark while filled of ironic content. I use different techniques, materials, and compositions in order to create an astonishing work. It’s called ‘the Art of Rot’ because I wanted to explore the ugly side of beautiful things, the decadence of time, the process of rot... As you can notice, some of the materials that I use don’t last, materials as: paperboard, metal, nails, paper, plastic, copper, wood, branches, leaves, flowers, needles...   Over time my paintings will evolve, metal/ cooper will get rust (nails too), wood will splinter, paper be-

David Casellas Fernàndez https://www.facebook.

com/pages/Vacuum-Art-

Gallery/286865038027806?ref=hl http://www.flickr.com/photos/davidcasellas/ https://www.facebook.com/david.casellasfernandez


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Intervista a Weirde

Bookblogger e scrittrice emergente

Mariachiara Cabrini, meglio conosciuta nel web come Weirde Santippe, è a tutti gli effetti una lettrice accanita, nonché bookblogger e scrittrice di numerose opere: “La Fiamma del Destino”, primo libro di una trilogia fantasy edito da lulu.com; “Imprinting Love”, romanzo rosa con una spruzzatina di giallo edito da 0111 edizioni; “Le rocambolesche avventure di una lettrice compulsiva” edito da ilmiolibro.it. Ha inoltre pubblicato diversi racconti sul suo blog “L’arte dello scrivere... forse”.

Wanderer Magazine: Chi è Mariachiara Cabrini? Mariachiara Cabrini: Una ragazza che fa spesso sogni decisamente troppo vividi e ha in testa tantissime trame, ma pochissimo tempo per scriverle. WM: Com’è nata l’idea di creare un blog dedicato ai libri e alla scrittura? MC: Leggo decisamente troppo, ho sempre letto decisamente troppo, perciò quando per fare un favore ad un’amica ho aperto un blog, non sapendo di cosa parlare su quelle pagine bianche, ho deciso di parlare di libri. E ho trovato per caso tantissima gente con la mia stessa passione. Grazie a loro ho anche iniziato a pubblicare ciò che scrivevo, cosa che prima non avevo mai trovato il coraggio di fare. Si sente sempre parlare dei rischi di internet, della brutta gente e delle truffe in cui puoi incappare... Io stessa non sono un’amante

della tecnologia, eppure online Moon. Il mio primo vero roho trovato tante belle persone. manzo è stato imprinting love iniziato a 17 anni. WM: Quanto tempo dedichi alla scrittura e alla lettura? WM: Quanto c’è di biografiMC: Da studentessa molto di co nelle tue opere? più, ora che lavoro, direi che MC: Molto poco, sono tropleggo in media tre/quattro libri po fantasiosa, ma hanno tutte a settimana massimo, e non quel pizzico di ironia che io scrivo tutti i giorni, se sono applico alla vita. ispirata e ho un progetto in corso dedico massimo 2 ore alla WM: Parlaci dei tuoi lavoscrittura, non riesco a concen- ri più conosciuti: Imprinting trarmi e isolarmi per più tempo. Love e La fiamma del Destino. WM: Hai qualche rituale MC: Imprinting love è il mio prima di iniziare a leggere o a bambino, il mio primo romanzo, iniziato a 18 anni circa, scrivere un romanzo? MC: Leggo in qualsiasi cir- scritto e riscritto innumerevocostanza, tranne che in auto li volte, ha visto la luce solo o autobus, ma preferisco ave- dopo 10 anni, è stato un parto. re una colonna sonora. Lo Con lui ho partecipato al constesso vale per la scrittura, corso della Mondadori “What mi occorre la musica giusta. women write”, è stato il concorso ha spronami per finirlo WM: quanti anni hai scritto la finalmente. Però non vinsi. Il prima storia? Di cosa parlava? concorso l’ha vinto una proMC: Credo dieci anni ed ave- fessoressa che aveva già pubva come protagonista Sailor blicato prima ed era stata finalista al premio Calvino.


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“Arrabbiata” decisi di pubblicare il libro ad ogni costo e lo auto-pubblicai con Lulu.com. Molte persone però mi dissero che non riuscivano a comprarlo e che i tempi di consegna erano lunghi perciò mi guardai in giro e scoprii la Collana Rossocuore che cercava romanzi di esordienti così inviai loro il mio romanzo. Il mese dopo era stato pubblicato. Ed eccomi qui.

Imprinting love appartiene al genere chick lit, tipo diario di Bridget Jones per intenderci, un romanzo rosa con una spruzzatina di giallo. Anna, la protagonista è da sempre innamorata del suo migliore amico Marco, ma non ha il coraggio di dichiararsi. Finalmente però, quando la paura di perderlo per sempre a causa di un’altra ragazza supera la sua paura di esporsi, trova il coraggio di cambiare se stessa di riscoprirsi e di ritrovare in sé una forza che non cedeva di avere, forza che la aiuterà nel suo piano di conquista. Naturalmente il tutto è

condito da situazioni imbarazzanti, monologhi mentali della protagonista che cerca di mentire a se stessa, incidenti misteriosi, fino all’ultimo capitolo, dove – con un colpo di scena – il punto di vista cambia e scopriremo che la soluzione dei misteri era più inaspettata di quanto credevamo. Non so se emerge per chi legge il romanzo, ma Marco e l’amore che Anna prova per lui in realtà sono più un simbolo che altro, Anna usa questo suo amore non corrisposto per nascondersi e non correre rischi nella sua vita. Non è ciò che prova per Marco che le ha impedito di avere altre storie, ma la sua stessa paura. E durante il libro più volte riemerge questo suo terrore di esporsi e rischiare, il romanzo è una parabola di come si debba osare nella vita per ottenere ciò che si vuole, e soprattutto per essere ciò che si può essere a pieno. Non importa che Marco ricambi il suo amore in fondo, il vero lieto fine è che Anna alla fine del romanzo è una persona diversa da prima, finalmente uscita dal guscio. Non è detto che ciò renda più felici, ma rende certamente più realizzati. La Fiamma del Destino invece esprime il mio amore per il genere fantasy. Il genere fantasy mi ha sempre appassionato, ma nella mia mente volevo creare qulacosa di completamente nuovo. Un libro fantasy che però fosse anche romantico e musicale. Se esistono film dove i personaggi ogni tanto

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invece di parlare cantano, perchè non scrivere un libro dove i protagonisti fanno lo stesso? Così è nato La fiamma del destino, un romanzo rosa, un pò musical e molto fantasy.

Anna, una ragazza come tante, viene catapultata in un’altra dimensione, dove la magia esiste ed è cosa di tutti i giorni. E’ il destino che l’ha portata lì, e gli abitanti di quel luogo aspettavano il suo arrivo da secoli. Lei dovrebbe salvare il loro mondo. Questa enorme responsabilità, che dovrebbe schiacciare Anna, la aiuta invece a dare uno scopo a questa svolta nella sua vita. Ha perso tutto ciò che le era caro, ma almeno tutto ciò che ha sofferto aveva un fine, o almeno così crede. Scoprirà invece che lei ha sì un ruolo nel futuro di quel pianeta, ma non un ruolo attivo… non sarà lei a salvare quella gente, lei sarà solo un mezzo per fare agire qualcun altro. Non è lei l’eroe, ma solo l’arma. Ciò fa crollare le nuove fondamenta che si era costruita. La Fiamma del destino non è la storia di un eroina che compie il suo destino con coraggio e volontà, è la storia di una ragazza che deve arrendersi ad un

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Wanderer Magazine destino amaro, e che solo accettando di lasciarsi andare in balia di eventi più grandi di lei e accettando di rinunciare ad ogni decisione riguardo a se stessa, potrà salvare un intero popolo. A volte non ci si può imporre sul caso o sul destino, non resta che arrendersi, e forse, la resa, ci porterà un’insperata vittoria. Un fantasy atipico per dei lettori atipici e speciali come voi siete.

WM: Qual’è la tua esperienza con le case editrici? MC: difficile e non aggiungo altro, se non che ci sono case editrici piccole e serie, ma non garantiscono distribuzione e pubblicità, solo le case editrici possono farlo e loro sono molto selettive. Gli ebook e il web però aprono nuove possibilità. WM: A cosa stai lavorando attualmente? Puoi darci una piccola anteprima? MC: Ho scritto a quattro mani con un’amica un romance storico, e ho appena finito un romance paranormal con protagonisti dei licantropi. Se riusciranno a essere pubblicati lo annuncerò subito sul mio blog.

WM: Un’ultima domanda. Molti sicuramente si chiedono: perché Weirde Santippe? MC: A cosa è dovuta la scelta di questo nickname? Weirde è un nick nato per caso, io amo molto la canzone Crep dei Radiohead, che nel ritornello dice “I’m a creep I’m a weirdo”, cioè sono uno sfigato, sono un tipo strano, però weirdo era troppo maschile come nome e ho cambiato la o in e. Santippe era la scorbutica e linguacciuta moglie di Socrate, in un’epoca e in una società come quella greca antica che credeva che le donne non avessero neppure un’anima, è stata decritta negli scritti come un’arpia, ma in realtà forse era solo una donna coraggiosa al punto da parlare invece di tacere... chissà....

Le rocambolesche avventure di una lettrice compusiva di Mariachiara Cabrini “Il lettore compulsivo è un animale letterario che pascola prevalentemente in librerie e biblioteche. Si nutre di parole scritte ed è molto vorace. Ottimo cacciatore, può fiutare un buon libro anche a metri di distanza. Ha un’ indole piuttosto calma, ma può diventare aggressivo se qualche commesso osa dirgli che il libro che cerca non è disponibile.”

Il blog: http://weirdesplinder.tumblr.com/ Puoi comprare i libri di Mariachiara Cabrini anche su Amazon!

http://www.amazon.it/s?_encoding=UTF8&field-author=Mariachiara%20Cabrini&search-alias=stripbooks


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I vostri racconti

*Centosessantotto ore, la storia di Sabi *Ciell di Chiara Nani * Origini di Maria Pia Ercolino * Lunatic di Olimpia Matteucci

I quattro racconti giunti allo staff per il primo Wanderer Magazine!

buona lettura

NB: I racconti non sono stati sottoposti a editing ma solo a lievi correzioni dove è stato ritenuto assolutamente necessario.

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Wanderer Magazine

Sabi | 25 |

https://www.facebook.com/sabivpf43?fref=ts

Ho iniziato a scrivere quando la penna in mano sembrava volersi accompagnare con me, non ho più smesso. Ho un bambino che amo più di me stessa e studio per laurearmi entro marzo.

CENTOSESSANTOTTO ORE, LA STORIA.

Questo non è un “racconto” ma un pezzo di

storia, che dura solo sette giorni, 168 ore. Non avrà un continuo, non ha neanche una fine. E qui, sono solo parole un po’ raccontate, un po’ sognate. # Primo giorno

L’auto camminava lentamente nel vento dell’autostrada. Caldo afoso la inondava, senza dar tempo di respirare. Piccole nubi la guardavano timidamente. L’auto continuava ad andare. Era bello starsene a non pensare, mentre tutto corre. Arrivata a destinazione prima del previsto, non c’era anima viva, era caldissimo. La gente, sentendo il rumore del motore, nascosta dietro alle persiane chiuse, controllava chi fosse. Per loro era una straniera, qualcuno di cui aver paura. Camminava imbarazzata su quella strada piena di pietre che facevano male ai suoi sandali estivi. Arrivo’ vicino ad un belvedere, dove si sentiva quell’aria di mare inconfondibile. Era bello vedere quelle onde cadere tra gli scogli, scivolando di nuovo, fino a confondersi con le onde. Una voce maschile disse “Sicuramente lei è quella che dovrebbe mettere a posto le cose qua, vero?”. S. si giro’ di scatto e, socchiudendo gli occhi, rispose “Prego?!”. L’uomo allora sorrise e le disse ancora “So che lei è venuta per lavorare nell’assistenza sociale, giusto?Allora vorrebbe cambiare qualcosa. Ma qui non si cambia, si muore così”.

allora sorrise e le disse ancora: “So che lei è venuta per lavorare nell’assistenza sociale, giusto?Allora vorrebbe cambiare qualcosa. Ma qui non si cambia, si muore così”. S. ora era davvero confusa e anche un po’ innervosita dal comportamento di quell’uomo, indubbiamente bello. Rispose: “Io non voglio sistemare nulla, qua mi ci hanno mandata. Non devo insegnar nulla. Ma lei chi è?”. “Io mi chiamo N., piacere. Sono un giudice, ci dovremmo conoscere meglio, dal momento che staremo spesso insieme”. “Perchè mai dovremmo star insieme?”. Non voleva rispondere, sembrava estraneo a tutto. L’ora si era fatta oramai ancor piu’ calda e l’uomo le disse: “Vieni a bere qualcosa di fresco con me?”. Un cenno della testa e accettò. Un bar di bassa categoria, con un barista stanco e una giovane aiutante cameriera molto truccata e molto poco discreta. Fu infatti lei a chiederle: “Tu sei la sua ultima conquista?!”. In quel momento N. rispose: “No, assolutamente, anzi, evita queste stronzate, per favore. Sai che non le sopporto”. Allora anche la cameriera se ne andò. Così S., con un tocco di ironia, gli disse: “Allora qui sei conosciuto per il tuo lavoro o per le tue liason?”. N. non potè che sorriderle e dirle: “Mah, tu per cosa vorresti conoscemi?”. S. non rispose e cominciò a bere una bevanda fresca. Parlarono di loro, del lavoro, del caldo, della


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musica. Parlarono di quel mare che sembrava un lavoro divino. Passò molto tempo senza che se ne accorgessero, e quando cominciò a diventar buio l’uomo le disse: “Credo sia ora di andare a farti vedere dove vivrai, il tuo alloggio”. Passeggiarono piano piano tra alberi verdi e anziani che chiacchieravano solo in dialetto. Ogni tanto S. chiedeva una “traduzione” che N. le dava ridendo. Arrivati davanti alla casa lui la salutò, delicatamente, chiedendola di poterla vedere il giorno dopo. E la sera, dopo una velocissima cena, S. ripensò a tutto quello che le era accaduto e a ciò che le sarebbe accaduto poi. # Secondo giorno S. si svegliò a causa dei forti rumori che provenivano da fuori. Aveva ancora tanto sonno, era molto presto ma l’aria era già molto calda. Il tempo di una doccia e di un caffè. Era quasi pronta. Prese il cellulare e trovò un messaggio: “Manchi, manchi già tanto”. Era uno di quei rami spezzati che aveva voluto lasciare, andandosene dal suo paese. Non rispose. Un discreto rumore alla porta la avvisò che era ora di andare. Scese velocemente le scale e si accorse di aver dimenticato le chiavi della macchina. Tornò di sopra di corsa e davanti alla porta trovò N.Sorpresa disse: “Che fai qui?!”. “Pensavo fossi ancora dentro, ero venuto per accompagnarti”. S. lo guardò sorridendo. “Sei ancora in tempo. Andiamo... Aspetta un attimo, entra con me, devo prendere una cosa”. N. la seguì. “Che buon odore qui dentro. Me lo fai un caffè?”. “Ma non siamo in ritardo?”. “No, assolutamente. Manca ancora un’ora”. “Allora caffè sia”, rispose S. Mentre era andata a fare i due caffè il telefono squillò. N. le gridò: “Squilla il tuo telefono!”. S. non sentì così, preso dalla curiosità, lesse il nome, un nome corto e si chiese se quella

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ragazza avesse qualcuno lontano. E appena tornata glielo chiese. “Sei fidanzata?!”. S., un po’ confusa dal tono strano della voce, gli disse: “No, assolutamente. Sto uscendo, anzi son quasi del tutto uscita, da una storia. Come mai?”. “Così, c’era una chiamata sul tuo cellulare e pensavo fosse il tuo uomo”. “Ma va’ ” disse S. e apri’ la porta sorridendo. Uscirono ed era caldo. N. disse: “Prendiamo la mia auto, si fa prima”. Una musica serena accompagnava quella prima giornata di lavoro. All’arrivo al tribunale, S. disse: “ma è piccolissimo, in quanti ci lavorano?”. “Non troppi, ma molto indaffarati”, rispose N. molto serio. Presentazioni, assegnazione dell’ufficio, altre presentazioni, offerte di caffè. N. rimaneva in disparte, guardandola da lontano. Ad un certo punto S. fece capire a N. che era stanca di tutto quello ed egli disse, ad alta voce: “Ora dobbiamo andare, torniamo dopo”. dopo”. “Grazie per avermi salvata”, disse subito lei. “Salvata?!” chiese incredulo. “Sì, salvata. Non amo la confusione, lì ero troppo confusa”. Fuori splendeva il sole e presero un caffè amaro. “Stasera vieni con me, a cena. Ti porto dove non sei mai stata”, disse d’un tratto lui. Al lavoro tutto procedeva quasi lentamente, ma la quella serata improvvisa la incuriosiva tutta. le 18 arrivarono puntuali, quando N. le si presentò davanti e dicendole: “Alle 21 ti prendo e ti porto via”. Stupidi tentativi di preparativi, prove su prove. Nulla andava bene. Optò per un vestito leggero, senza fronzoli, ma qualcosa di lei lo colpì a tal punto che, quando arrivò alla sua porta, N. rimase fermo a mirarla! “Che c’è?”, disse S. “Sei... sei... bella. Ma non bella e basta. Sei bella e tutto il resto”.

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“Ma smettila, andiamo. Dove mi porti?”. “È un segreto”, disse N. E il segreto era una specie di trullo illuminato da candele al profumo di rosa e piccole stelline luccicanti attaccate al muro. Era bello. Lui era bello. Se ne accorgeva ora S. e glielo disse: “Sei bello”. Lui la baciò, piano, sull’angolo del labbro. Senza quasi sfiorarla. “Sembra che tu abbia paura...”. “Di cosa?”, rispose lui. “Di me”, disse S. “No, dell’amore. In un giorno ci si puo’ innamorare così di qualcuno?”, chiese lui a cui la luce della notte dava una specie di aureola bellissima. “No, magari l’amore non c’è, ma se provi quel che provo io è un paradiso”. “Non voglio pensarci, voglio innamorarmi di te, quel tanto che basta per non farne più a meno”. E la mattina li trovo lì, dov’erano, abbracciati. # Terzo giorno Esistono molti modi per innamorarsi: uno dei più belli è l’amore lampo, l’innamoramento veloce, quell’amore a cui neanche tu credi all’inizio. Ed era stata così quella notte, una notte immensa, intensa, insensata. S. si svegliò presto, si chiese se fosse giusto fuggire o rimanere accanto a quell’uomo addormentato di cui nulla sapeva. Muovendosi andò a cadere sopra la camicia di lui. Una sigaretta era ciò che ci voleva, ma si era dimenticata l’accendino. Allora riprese la sua camicia, in cerca di qualcosa con cui accendere quella stupida sigaretta e spegnere l’ansia. Nel taschino trovò un accendino e anche una foto: una donna accanto a lui, stretti e vicini. Rimase ferma, a contemplare quella foto. Da dietro N. le disse: “Cercavi qualcosa?”. “Sì, cercavo un accendino e credo, invece, d’aver trovato un bugiardo. Pensa la fortuna”. “Tu pensi davvero di sapere tutto?”. “Ma dai! In paese tutti sanno che sei pieno

di donne, in paese dicono che le donne passano tutte dal tuo letto, in paese...”. N. la guardò serio. “In paese, in paese... ma pensavo fossi diversa, fossi una che non si fida delle stronzate di qualche megera triste. Mi sbagliavo. Mi sono innamorato di te, te l’ho fatto vedere, dimostrato, sentito, ho fatto tutto per te. E ti conosco da due giorni. E pensi che siano tutte bugie. E tu continui a chiedermi spiegazioni su cose stupide. SI, è vero, ho avuto molte donne e con ciò? Le ho avute ed ero solo. Ora ho te, pensavo di averti, ma tu appartieni alle stronzate che raccontano in giro. Tienitela la foto, tieniti tutto”. “Così ora sarei io la stronza?”, disse S. “Sarei io quella che se ne va in giro con una foto di una a cui sei abbracciato. E neanche mi spieghi chi è, difenditi!”. “Mi difendo da cosa? Da te, da me, dalle malelingue o da mia cugina?”. Silenzio. “Cugina?”, chiese S. sottovoce. “Non credi neanche a questo eh? La sorella e la cugina sono il trucco più vecchio del mondo. Bene, prenditi mezza giornata, vieni con me”. Presero l’auto, andarono. S. ogni tanto chiedeva dove fossero diretti, cosa dovessero fare. Lui le diceva solo: “Tieniti la foto stretta, lo vedrai”. Arrivarono ad una casa piccola, senza pretese. N. le spalancò lo sportello e disse: “Eccoci, vieni”, e le tese la mano. “Questa è la donna che amo.” presentò a tutti. S., effettivamente intimidita da tutta quella gente nuova, riconobbe in una di quelle figure la ragazza della foto, la quale disse: “Hai la mia foto con N., come mai?”. “Così, la porta sempre dietro. Poi in questa foto sorride e mi piace quando sorride”, rispose S. “In verità, qui ci si aspettava un’altra donna come fidanzata di N.”, disse la ragazza. “Come saprai lui è un po’ donnaiolo, ma ha avuto una storia importante in gioventù, una storia di cinque anni, dopo la quale non si è più legato troppo alle donne. Ah piacere, scusami, sono M”. N. tornò sorridendo e disse: “Visto che sei famosa, ha la tua foto S”. E S., che non vedeva l’ora di rimaner sola per


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chiedergli scusa o chissà cos’altro, disse: “Ho dimenticato in macchina il portafoglio, vieni?” Si trovarono soli. “Perché mi hai portata qua? Cos’è? Cosa significa? E poi, volevo dirti che mi dispiace davvero, non mi fido di natura ma soprattutto quando mi innamoro. Sono una stupida gelosa”. “Gelosa sì, stupida no. Ti ho portato qui non so perché. Io mi sento sicuro, come non mai. Io mi sento forte con te e voglio amarti. Anche se ti fidi poco di me. Io voglio amarti anche se ad amare fossi da solo”. A un tratto arrivò una donna, bella a dir la verità, ma di quella bellezza troppo forte. Abbronzatura troppo eccessiva, vestito molto scollato, occhi pieni di certezza. N. si irrigidì d’un tratto e continuò a guardar fisso verso quella donna, come se tutto si fermasse. “Eh ciao. Da quanto non ti si vede qua”. “Io..- E... Io... sto con lei”. disse N. “E l’ho portata a farle conoscere i miei. Tu... invece?”. “Io niente, sposata infelicemente con uno che non torna se non ogni 9 o 10 giorni. Praticamente single”, disse lei. E d’un tratto si misero a parlare e S. vedeva che la gente la stava dimenticando, tutti erano accorsi verso quella donna, che lei cominciava a capire fosse la famosa ex fidanzata di N., ex mai dimenticata e, a quanto pare, apprezzata da tutta la famiglia. Si appoggiò alla macchina e accese una sigaretta. Passò un’intera ora in cui nessuno le rivolse più parola. A un tratto N. le disse: “Senti, scusa...”. “No, scusa tu, ma io me ne vado. Non ci sto a una cosa così. Vedo che apprezzi. Lo sapevo che non poteva funzionare, era inutile anche provarci. Si vede che sei innamorato, si vede da come la guardi.Nessuna scusa. Nessun invenzione. Siamo stati poveri illusi a credere che sia possibile innamorarsi in due giorni”. “Forse hai ragione, sai? Sì, forse io non l’ho mai dimenticata, ma io sento di amarti. Insomma, prima di rivederla ero sicuro, sicuro di te, di me e di noi”. E lei aveva sperato che lui si fosse ricreduto, che avesse detto qualcosa di diverso, ma la sua ammissione la faceva tremare.

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“Mi faccio venire a riprendere, non accompagnarmi, lasciami in pace” disse, guardandolo negli occhi. Mentre lui la guardava andarsene sentiva che forse aveva perso qualcosa di importante. S. tornò a casa, mangiò senza voglia e fece una doccia veloce. Il sonno non c’era, ma neanche la voglia di rimanere sveglia a pensare. S’adagiò sperando di non riflettere troppo, ma a un tratto squillò il cellulare. Numero sconosciuto: “Non amarlo, ti farà male. Non amarlo ti farà soffrire. Non amarlo, cerca di dormire”. Era una voce diversa, nuova. Né N. né il suo ex fidanzato. Una voce maschile, quasi triste, quasi sull’orlo di pianto. “Chi sei... chi è... chi parla?”, chiedeva S. impaurita. E la chiamata si chiuse.  Aveva paura ora, non sapeva chi chiamare. Si sentiva spiata. -Ma che diavolo succede qua?- pensava. Il sonno la accolse tardissimo, mentre lei, forse inconsciamente, si attendeva una chiamata di N. pur sapendo che mai sarebbe arrivata. # Quarto giorno La mattina si svegliò in orario, anche se molto stanca e andò verso il lavoro, sapendo che avrebbe incrociato N. e la cosa la uccideva. Appena entrata, infatti, se lo trovò davanti. Lui si fermò, lei tentò di andarsene via. “Ti prego, aspetta, ascoltami”, disse lui. “Ti prego io, invece, lasciami andare. Non si può continuare così. Io sto male, ma a te non interessa. Tu ami un’altra”. “No, ecco è di questo che volevo parlarti. Per favore...”. “Ok, ti ascolto”, disse lei. “Pensavo di amarla ancora, è vero, ma non è così. O almeno ieri l’ho capito. Parlandole, ascoltandola, io pensavo a te. Ma ho sbagliato e ho passato la notte con lei... ma...”. “Cosa? Ci sei andato a letto e dici d’amarmi? Ma quanto sei schifoso?”, disse S. fuori di sè. “Lasciami, vattene, evitami”. E se ne andò, mentre lui capiva che avrebbe perso tutto. Ad un tratto lei tornò e gli disse:

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“Sai, hai fatto bene a farmi avvisarer ieri notte”. “Avvisare?” chiese N. che non capiva. “Sì, una telefonata mi diceva di non amarti, mi avresti fatto del male”. “Ma... che dici? Io non ti ho fatto chiamare da nessuno”. “Chiunque sia stato è stato gentile. Ciao”. Arrivò l’ora di pranzo e S. si sedette da sola, quando ad un tratto la stessa donna molto abbronzata le si avvicinò. “Ciao, posso?”, accennando alla sedia vuota. “Chi ti manda, N. per caso? Bel teatrino state mettendo su”. “No, mi mando io, da sola. Mi ascolti?”. S. annuì e la donna continuò. “Ok, sì, siamo stati insieme anche ieri ma non è stato che un qualcosa di fisico. Nient’altro. Credimi. Perché dovrei mentirti ora?”. S. si mise a sedere. “Non ne posso più. Le sue bugie, i tuoi dirmi delle verità a cui non credo. Ma perchè mi fate del male voi?”. “Nessuno vuol farti male. N. ha sbagliato, ma ora ha capito chi vuole. Farà di tutto per te, credimi”. “Grazie... grazie, devo andare, scusami”. scusami.” E se ne andò con troppe parole nella testa, poca voglia di sentirle, troppa aria in faccia. Correva disperatamente, quando si ritrovò davanti N. che le disse: “Ascoltami, ti prego...”. Continuò a correre velocemente, troppo velocemente. Lui la inseguiva. Non si fermavano più. “Vattene!”, urlava lei. “Arriverò da te”, urlava lui. La pioggia scendeva lenta, come se stesse guardando tutto quel correre e si sentisse troppo leggera. Le luci iniziavano a illuminare la strada che sembrava una lastra d’acqua. E la prese, caddero a terra. La pioggia. Loro. Le lacrime. “Perchè fuggi?”, chiese. “Perchè ti amo”, rispose lei. E si guardarono negli occhi, senza comprendersi, ancora una volta. “Ti prego, torniamo a casa. Sono stanca non ne

posso più”. “Andiamo. Ma io resto con te. Non ti lascio più”. “Per quanto?”. “Credo per un bel po’ di vita”, rispose lui. Entrarono in casa, tutto era spento, a illuminarli i lampi che spezzavano la quiete delle loro lacrime. “Voglio far l’amore con te”, disse lei ad un tratto. “Cosa?”. “Hai capito”. “Perché?”. “Perché domani non avrebbe più senso, come oggi”. E una nuova notte li accolse, di nuovo insieme. # Quinto giorno “Buongiorno”, disse lui, quando la vide aprire un occhio. “Buongiorno”, disse lei, ancora assonnata. “Pensavo di non ritrovarti qui ancora, sai?”, disse S. “Perchè?”, chiese lui. “Così, forse perché tu sei una persona totalmente incoerente” e rise. N. si alzò e andò a fare un caffè, mentre S. si godeva ancora quel momento in cui tutto profumava di lui. A fatica s’alzò ed andò anche lei in cucina. “Oh, già alzata. Ma la spesa non la fai mai?”, chiese lui ridendo. “Colazione al bar eh?”, sorrise lei. Si prepararono e intanto S. non poteva che continuare a pensare alla notte trascorsa.Sembrava impossibile. Erano solo cinque giorni che si conoscevano e lei sentiva d’amarlo tremendamente. Si lasciarono per andare a lavoro e le ore passavano lente, non voleva altro che far passare mezzogiorno per rivederlo. E infatti l’ora arrivò e lui già la aspettava... “Senti”, attaccò subito “c’è una cosa che devo chiederti: ma di che telefonata parlavi?”. “Parli dell’altro giorno? Non so, è strano, una telefonata mi diceva di non amarti perchè mi avresti fatto male. È una sciocchezza, lo so, ma


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ci son rimasta male”. “È strano”, disse lui. “È davvero strano. Basta che tu stia bene, ok?”. “Sembri preoccupato... Dimmi che c’è...”. “C’è che col mio lavoro i problemi son sempre tanti. Ed anche le persone che mi odiano. Ma non pensarci ok?”. “Ok” e lo baciò. Come sempre. Non una pausa in cui riuscissero a parlarsi davvero. C’era sempre troppa gente. C’erano troppe persone che di loro non sapevano nulla. “Ti amo e non me ne importa nulla!”, disse lui. “Di cosa dovrebbe importarti?”, chiese lei. N. la guardò e si chiese se tutto questo fosse giusto. Se l’amore fosse davvero fatto di quegli occhi scuri e di quelle mani nervose.  Un’altra tremenda giornata di lavoro li portò lontani, fino a sera. Lampioni, ancora vento. All’uscita lui la trovò preoccupata, lo vedeva che era preoccupata, le chiese subito: “Che c’è? Che succede?” S. rispose: “Ancora la telefonata, strana, dice di non fidarmi di te, di star bene per me stessa. Io ho paura ora”. N. la guardò, la vedeva, aveva davvero paura. La strinse e le disse: “Senti, ascolta, io stanotte resto da te, e anche per altre notti, non importa quante. Accompagnami, prendo qualcosa a casa e sto da te. Non aver paura”. Andarono a casa, a un tratto dei fari molto potenti li fecero sbandare. Urla, schianti, niente da fare. Era rumore di qualcosa che sarebbe andato male. N. nello schianto le teneva la mano, S. nello schianto sentiva d’amarlo. Nulla di grave, qualche costola, qualche cicatrice, niente di grave, ripeteva il medico. Ma S. voleva vederlo, non ricordava neanche cosa fosse successo tra l’incidente e l’ospedale. Voleva solo vederlo. Ci riuscì a notte tarda. Lui le sorrise, a occhi chiusi le disse: “Stai con me, io sto bene. Ma non andar via”. S. rimase lì tutta la notte, il tempo passava, non per lei, che aveva un ferita aperta in pieno petto, una ferita dentro. E sentiva che tutto si ricollegava alla telefonata anonima.Che tutto si collegava a quell’amore che avrebbe portato disastri.

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# Sesto giorno Le luci dell’ospedale si riaccesero ed S. si svegliò col rumore dei passi dell’infermiera che cambiava flebo a quello che doveva essere il suo uomo. N. ancora dormiva, neanche si era accorto di tutto quel gran sfaccendare dell’ospedale. S. lo guardava tremando. Non erano neanche le 8 di mattina e S. se ne andò. Voleva sapere, spiegarsi ciò che non riusciva a capire. Andò diretta da quella che era l’ex storica di N. per chiederle se sapesse qualcosa, se riuscisse a capirci qualcosa. Bussò. Nessuna risposta. Ad un tratto aprì un uomo molto palestrato, un tipo da foto di rivista patinata, le chiese: “Alle otto di mattina, sei pazza?”. S. rispose: “Devo parlare con lei, c’è?”. Ad un certo punto arrivò, sempre troppo bella e le disse: “Che c’è tesoro, a quest’ora?”. S. le raccontò tutto dalla telefonata all’incidente. Ma lei non capiva. Allora S. la salutò, le disse: “Grazie per il tempo perso, mi spiace davvero averti svegliata”. La donna si girò di scatto. “Tempo perso hai detto?”. S. la guardò.“Beh, sì, il tempo perso, che c’è?”. “N. suonava un tempo con un gruppo, i Tempo Perso. Ma in giovinezza, quando avevano appena 15 anni. E N. se ne andò perché schifato da tutto quell’arrivismo degli altri. Ma lui ha fatto strada, gli altri no. Però... uno di loro, il tastierista, l’ha sempre odiato!”. - E adesso? -Si chiedeva S. Ma che gioco era questo? Che senso aveva? Tornò in ospedale, tornò da N. e gli disse tutto. “Ora capisco qual’è il problema, ora so. Ma non temere. Oggi già mi dimettono. Non ho nulla di grave, neanche la costola è rotta, qualche cicatrice, ma passa meglio a casa, dicono. Ma tu stai qua, tienimi la mano. Mi importa di niente. Solo tu”. “Perché non ci hai pensato prima?”, chiese S.  “Perché pensavo a te”, rispose N. Dimesso alle 12, già alle 13 era in cerca di quel tastierista che tempo fa gli giurò vendetta. Lo trovò.

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Viveva in una specie di locale in disuso. Puzzava di benzina quel luogo. N. entrò e gli chiese: “Che gioco fai?”. “Ho scherzato”, disse lui. “E i fari?”. “Quali fari?” . “Quelli che per poco ammazzavano me e la mia donna. Ieri”, disse N. “Io non c’entro, ragazzo. Per le telefonate sì, ho fatto un giro e ho trovato il numero della tua bella, ma per i fari non c’entro”. “Sicuro?”. “Lo giuro”, disse ridendo. “Allora smettila anche con quella stronzata delle telefonate. Lasciala stare, se hai conti con me, li pago io, non altri”. “Ok, sta calmo, vai a riposare”. N. se ne andò, ancora zoppicando. S. lo trovò che vagava a testa bassa. “Che c’è?”. “C’è che ti amo. C’è che stare con me è rischioso. C’è che se per vivere con te dovessi farti succedere qualcosa starei male. Io sono un giudice, non lavoro otto ore in ufficio”. “E vuoi mandarmi via”, chiese S., piangendo. “No, amore, devi tu mandar via me. Vattene da me, forse è meglio. Io non so di chi erano quei fari. Io non so se domani quei fari si trasformeranno in proiettili. Io ti amo. Sono solo sei giorni che ti amo e mi sembra una vita”. “Ma non voglio che te ne vada. Voglio che tu resti. Che rimaniamo, insieme.”, disse S. “A volte, sai, amore, si vive una storia d’amore come se fosse una tragedia, altre volte sembra una commedia. Noi le viviamo entrambe. Ma non posso pensare che tu debba star male per me. Io voglio che tu sia felice.E ti sembrerà una di quelle sciocche, sciocchissime frasi da romanzo rosa, ma è ciò che siamo. E in fondo va bene così, in fondo io voglio rimaner da solo. Non so stare con altri che non siano me stesso. E tu soffri per quel che sto dicendoti”. “Amarti mi è costata cara, ma voglio ancora pagare, perchè decidere tu se io debba star male o meno?”, chiese S. “Portami a casa, son davvero stanco ora”, disse N. A casa, S. gli chiese di rimanere un po’ svegli

a guardarsi. E forse passarono l’intera notte a contemplarsi senza sfiorarsi. # Settimo giorno La mattina dopo nessuno dei due parlò di ciò che era successo, ognuno era preso nel proprio amore, diverso amore. Lei lo amava come se fosse tutto. Lui la amava dopo aver passato una vita a non amare nulla. “Colazione al bar, come al solito...”, chiese N. “No, caro”, sorrise S. “Oggi la colazione c’è. Ho fatto spesa!”. “Ma non ci credo, allora torna qua, fuori fa ancora freddo, resta con me. In fondo non ci manca niente.” Passarono le 11 di mattina e li trovarono ancora insieme. Si alzarono, finalmente, e decisero di far pranzo in un ristorante vicino al mare. La gente osserva qualsiasi cosa, anche la gente felice. E la guarda male. E lo erano felici , forse è stato il giorno più felice di tutta quella settimana. Mangiarono piano, senza sentire il peso dei pensieri. Ed entrambi sapevano che quell’amore gli avrebbe fatto molto male. S. lo guardava, N. la contemplava. Innamorati, come tutti gli innamorati folli, pensavano ad un futuro, per un amore che sbaglia dall’inizio. Era domenica pomeriggio, oramai. La città cominciava ad illuminarsi, veniva sera molto presto. “Cosa si fa ora?”, chiese S. “Ti porto a ballare”, disse N. “Ma dove vuoi portarmi a ballare? Qui al massimo ci sono i bar!”, rise S. “Ma con un sorriso così tu vuoi che io non riesca a crearti una sala da ballo?!”. S. ora aveva paura, sorridendo gli disse: “Quando ti vengono in mente idee strane, ho paura di te”. La prese per mano, la trascinò a casa sua. Prese uno stereo, di quelli che si portano in giro. Un residuo degli anni ‘80. Prese sette candele, quanti sono i giorni del loro amore. Poi la riportò al mare. Accese le candele, riaccese l’amore. La musica suonava Nothing else Matter, dei Metallica. Ballavano sulla spiaggia, era freddo. Non sentivano i brividi.


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E lui le disse: “Tu sei ciò che di più bello ho”. E lei rispose: “Tu sei ciò che si chiama tutto”. E ballavano, senza sosta. S. non aveva mai ballato un lento con un uomo. Sono cose che non si usano più. La sera tornarono a casa. Una cena leggerissima, non avevano fame. Il letto sembrava qualcosa di assurdo. S. non voleva neanche entrarci. N. la guardò e le disse: “Andiamo a dormire? O vuoi uscire?”. “No, meglio... meglio che andiamo a dormire”, rispose S. “Ma che c’è? Sei strana, sembra che tu abbia qualcosa da dirmi”. “No, niente. Non so che c’è. Stai qui con me”. “Facciamo l’amore, dimentichiamo tutto, anche il discorso di ieri. Non è facile innamorarsi, figurati lasciarsi”, disse N. E l’amore li prese per tutta la notte. O forse più. Alle 5 del mattino S. prese un foglio e ci scrisse: “Che ti amo è ovvio. Che ti amerò per molto anche. Che siamo due errori è chiaro. Che non ti dimenticherò mai già lo sai. Ma è tempo che io vada. È tempo di farci male. E tu ci sarai sempre. E amarti è stato qualcosa di incredibile”. Prese le poche cose che si era portata, lo baciò nel sonno. Gli sussurrò: “Ti amo” nell’orecchio. Se ne andò. Al primo autogrill si fermò, in macchina scoppiò in un pianto disperato e non sapeva per quanto avesse pianto, quando decise di ripartire. La strada si faceva più larga. Il sole iniziava a sorgere, a farsi vedere. N. si alzò, lesse il biglietto, andò in bagno. Appoggiò le mani al lavandino, si guardò nello specchio, sorrise, e disse “Meno male che ci sei stata”. Tutto tornò come prima, forse. N. tornò alle sue imprevedibili donne da una notte, S. tornò a scrivere per se stessa. Ma i finali tristi non piacciono a tutti e questo non è triste. Questo è un finale d’amore. Tra qualche anno si rincontreranno a Mosca, si ameranno di nuovo, si tradiranno di nuovo, si baceranno di nuovo. Uno dei due se ne andrà, ma stavolta tornerà e sarà un nuovo amore, di quelli che puoi raccontare davanti ad un camino. Ma questa è tutta un’altra storia...

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Chiara Nani | 19 | Cesa (CE)

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Ragazza dalla vita ordinaria e dalla sensibiltà spiccata, licenza classica conseguita da meno di un anno, iscritta alla Federico II di Napoli, con indirizzo “Lettere Moderne”

CIELL

Il cielo plumbeo della Regione Remota sem-

brava trasportare per osmosi negli animi dei soldati la cupezza che tratteneva perennemente nell’aria. Shoana sapeva che dovevano muoversi, essere più veloci, ma quella consapevolezza non rendeva di certo più facile far aumentare il passo alle fila. Quelli erano posti che nessuno dovrebbe mai visitare, figurarsi combatterci. «Coraggio, signori! Ci stiamo perdendo tutto il divertimento!», tentò di incitare i soldati, spronando anche il proprio cavallo, affinché aumentasse la velocità. Miriha scalciò irrequieto dall’ordine, ma cominciò a correre sbuffando; Shoana sentiva il nervosismo del suo cavallo, ma non poteva far a meno di incitarlo, perché erano fin troppo in ritardo e solo gli dèi sapevano quanto gli altri avessero bisogno di loro o cosa avrebbero trovato una volta giunti al Santuario. Li avevano chiamati in ritardo, avevano avvisato lui in ritardo e quello che aveva potuto fare in così poco tempo era stato mettere insieme il più grande numero di soldati disponibili e farli partire, avvisandoli solo successivamente della loro meta. Lo scalciare di un altro cavallo entrò nel campo uditivo del generale, che si voltò verso destra per scorgere uno dei suoi uomini più fidati. Lo scalciare di un altro cavallo entrò nel campo uditivo del generale, che si voltò verso destra per scorgere uno dei suoi uomini più fidati. «I soldati sono preoccupati, signore: non dovremmo essere qui, non senza un’adeguata preparazione». «Credi che non lo sappia, Hoan? Il fatto che stia eseguendo un ordine non significa che mi piaccia farlo o che non sia preoccupato».

«Moriranno molti di noi al Santuario, tra poco», borbottò ancora l’uomo, a metà fra il timore di contraddire un superiore e il non essere in grado di trattenere quella considerazione. Shoana gli scoccò uno sguardo freddo. Il fatto che Hoan sapesse come andavano le cose al Santuario – dopo anni di spionaggio – non lo autorizzava a fare la parte del saggio saccente. Anche lui era consapevole del rischio che avrebbero corso e di quello che tanti altri uomini stavano già correndo. Ma il Gran Consiglio aveva deciso e a lui era stato ordinato di muoversi – in ritardo, tra l’altro, rispetto al restante esercito. «Credi che non lo sappia? Ma siamo soldati, è questo che facciamo: rispettiamo gli ordini e moriamo in nome della patria e dei sovrani, illudendoci, sperando di agire anche per qualche valore superiore». Il soldato abbassò la testa e si spostò indietro di qualche metro: conosceva Shoana da praticamente tutta la vita, era un fratello e anche se capitavano delle incomprensioni e dei contrasti, come in quel momento, sapeva di poter contare sul fatto che le sue azioni fossero giuste e meditate. Il generale, dal canto suo, capiva e condivideva la preoccupazione dell’amico: sapeva quante ne aveva viste là dentro, di quanto sangue versato li avesse informati e dei metodi barbarici e spietati con cui la setta soleva muoversi. Ne era preoccupato, ma era anche per questo che voleva arrivare quanto prima: più sarebbero stati in quel posto, maggiori possibilità avrebbero avuto di abbattere il Santuario. Fu impossibile non tirare con violenza i freni del suo Miriha non appena la vallata brulla su cui si stagliava la struttura, meta del loro


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viaggio, apparve loro di fronte. Nulla. Non c’era proprio nulla. La grossa torre, il Santuario, si stagliava in tutta la sua oscurità, ma non c’era nulla che si muovesse: dove si sarebbero tutti aspettati una battaglia, grida, sangue, dolore, non c’era nient’altro che silenzio e freddo. Immobilità. «Che cosa... è successo?», sussurrò uno dei soldati, sconvolto. Shoana non sapeva che cosa dire, non sapeva neanche che cosa pensare. Niente di quello che vedeva sembrava essere possibile, eppure non c’era che quello. I suoi sensi e la sua esperienza gli suggerivano di stare calmo e di avvicinarsi con lentezza: fece segno alle prime file di muoversi con lui ed avanzò, tutti i sensi in allarme e uno sguardo che di tanto in tanto si spostava su Hoan. Man mano che si avvicinavano, il generale cercava di capire che cosa avesse di fronte: c’era qualcosa sul terreno, sparso un po’ ovunque ma non in modo omogeneo, e la torre appariva diversa... in qualche modo senza vita. Quando fu abbastanza vicino da capire cosa stesse davvero osservando, si fermò, questa volta seriamente spaventato. Erano corpi. Ovunque c’erano corpi, probabilmente morti. Sulle tuniche scure il marchio ЯR – i Regni Riuniti. Scese da cavallo e si avvicinò al primo corpo, toccandogli la gola cercando il battito del cuore. Non sentì nulla. «È morto», esclamò uno degli uomini e Shoana maledisse la goffaggine che lo aveva fatto gridare in quel modo – che diavolo gli passava per la testa? Se mai fossero riusciti a passare inosservati fino a quel momento, ora il loro vantaggio era sicuramente perduto. «Sono tutti morti, a quanto pare», constatò Hoan avvicinandosi a lui «Possono essere stati solo i Grandi Maestri». Il generale annuì cupo e si fece strada fra i cadaveri: decine e decine di soldati morti e non c’era nulla che potesse fare. Gli altri lo seguirono titubanti: uomini grandi e grossi, con anni di esperienza e guerre, tremavano e si guardavano circospetti, mentre si avvicinavano sempre più all’opprimente struttura nera. Il generale annuì cupo e si fece strada fra i

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cadaveri: decine e decine di soldati morti e non c’era nulla che potesse fare. Gli altri lo seguirono titubanti: uomini grandi e grossi, con anni di esperienza e guerre, tremavano e si guardavano circospetti, mentre si avvicinavano sempre più all’opprimente struttura nera. Quando arrivarono al Santuario, i grossi portoni di noce duro sembrarono ancora più imponenti e il fatto che non ci vollero sforzi per entrare – perché non erano sbarrati e non c’erano guardie a presenziare l’entrata – non fece che aumentare la tensione ed il sospetto di un’imboscata. «Camminate lentamente, fate in modo che nessuno vi senta. Qualcosa non va», li avvisò Hoan, dopo che con un solo sguardo si era inteso con l’amico. Per tutto il tempo che era stato al Santuario, mai aveva visto tanta fredda immobilità tra i corridoi di quel posto. Certo, il silenzio era d’obbligo, ma si respirava sempre un clima di religioso rispetto, di segreti ed ordini trattenuti e l’incenso nell’aria conferiva note sacre all’atmosfera vagamente illuminata dalla fioca luce delle candele. Ora invece, il freddo che sentivano sapeva di perdita ed era come se quel luogo fosse mortalmente disabitato. Shoana vedeva il proprio fiato condensarsi in sottili nuvole chiare e il ritmo della sua respirazione aumentare man mano che, dietro l’esperto Hoan, sentiva di avvicinarsi alla Sala Grande. Di nuovo il legno scuro fermò il loro cammino e anche stavolta superare quella barriera non richiedette alcuno sforzo. All’interno tuttavia, lo scenario finalmente mutò. C’erano persone, persone vive, che sostavano nell’enorme stanza, tutte rivolte verso il centro nel quale una piattaforma leggermente rialzata da terra sembrava avere la loro completa attenzione. Hoan sussultò non appena la riconobbe ed avanzò lentamente tra gli adepti della Folgore fino ad arrivare ai limiti di quell’enorme disco. Era come aveva pensato: un portale, un portale per chissà dove e, a giudicare dalla leggera luminescenza dei simboli su di esso, appena utilizzato. «Hanno usato questo», dichiarò, voltandosi

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verso gli altri «Un portale a lunga distanza. Credo che... credo sia stata colpa di questo se tutti i soldati che abbiamo visto fuori sono morti: il port-». «Il Portale chiede sacrifici, il Mondo Superiore chiede sacrifici. Chiunque sia scelto è onorato di morire per tale causa». La voce atona di uno degli adepti concluse l’affermazione del soldato. Hoan sussultò: ricordava quando anche lui aveva pronunciato quelle parole, fingendosi privo di qualsiasi sentimento, un burattino nelle mani di pochi manovratori che avevano deciso di elevarsi a giudici al di sopra della legge. Era questo che faceva la setta della Folgore. Controllava i Regni Riuniti dal Santuario ed agiva di conseguenza, indebolendo i singoli governi, innescando guerriglie e compiendo attentati: i crimini di cui si erano macchiati erano innumerevoli e di tanti altri probabilmente erano ancora tutti allo scuro. Gli adepti erano tutti orfani che in un modo o nell’altro finivano da neonati nelle loro mani, per essere addestrati ad eseguire ordini e non fare domande. Li chiamavano “viaggi”, le loro missioni, e ognuno di loro eseguiva un viaggio dopo l’altro, come fosse l’unico scopo nella loro vita. «E perché voi invece siete ancora vivi?!», chiese un soldato con disprezzo. «Non è ancora giunto il tempo per i ghidal di morire. Noi serviamo a scopi superiori... Il sigillo ci protegge», spiegò, sempre privo di qualsiasi sentimento, una ragazza, mostrando un marchio violaceo tatuato sulla parte interna del polso. Quel sigillo antico l’aveva salvata dagli effetti devastanti e dal prezzo che richiedeva una magia tanto potente. «Quindi... li abbiamo persi», sbuffò Shoana «E in più saranno morte diverse centinaia di soldati!»; alzò la voce, ricordando quell’ultimo dato, adirato perché non aveva potuto far nulla, perché il ritardo nell’essere stato avvisato era stata la sola cosa a salvarli. I soldati si guardarono intorno con disappunto: in fondo in quella situazione non erano così diversi dai ragazzi della setta. Chiamati e preparati per una battaglia, si sentivano fuori posto

posto in una situazione tanto calma e l’adrenalina ancora in circolo li rendeva poco inclini alla situazione di stagno in cui si trovavano. «E di loro che ne facciamo?», si preoccupò Hoan, avvicinandosi a Shoana. «Li porteremo al Consiglio e decideranno. La loro situazione è controversa...». L’uomo annuì: chissà quanta consapevolezza avevano delle loro azioni e cosa mai avrebbero potuto fare adesso. Gli occhi chiari del ragazzo poco più che ventenne osservavano la luce lieve delle prime ore dell’alba, cercando in esse uno scopo, un perché di quel fenomeno che si ripeteva ogni giorno. Non aveva mai conosciuto cose come la luce o l’alba fino al giorno in cui Il Generale lo aveva portato via, prima dall’Ahemish – il Santuario – e poi da quel luogo pieno di gente che lo fissava e no, non avrebbe dovuto farlo, perché lui era un ghidal – un adepto – e nessuno poteva permettersi di vederlo. Non era così che funzionavano le cose. Il rumore di passi, dietro di sé, lo fece voltare con un solo, fulmineo scatto – refuso della vita passata ad allenarsi per essere invisibile, veloce e letale. Quando scorse la figura di Shoana, il giovane fece un inchino, portando il mento a contatto col petto. L’uomo sospirò: erano mesi che stavano insieme e non riusciva ancora a fargli capire quanto meno le cose essenziali. «Nessun inchino, Ciell», gli ricordò e immediatamente il ragazzo fu dritto, lo sguardo pieno di scuse e mortificazione – un’altra cosa che Shoana non era ancora riuscito ad eliminare. Ogni mattina quelle erano le loro prime battute e di tanto in tanto si sentiva così stanco di doverle ripetere, come se fossero puntualmente allo stesso punto, quando invece aveva sperato che i progressi sarebbero stati veloci – quanto meno più veloci di così. «Signore, col suo permesso, voglio ribadire che questo non è il modo di condurre un viaggio. Siamo esposti, troppo visibili e soprattutto non sappiamo quale sia la nostra meta. È tutto sbagliato». Il generale sospirò, tuttavia sorridendo. Senza averlo ancora capito aveva elencato con


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precisione ciò che caratterizzava il viaggio che avevano intrapreso da subito dopo il processo. La sentenza era stata in qualche modo originale, per quanto, probabilmente, la sola opportuna da prendere: gli adepti della Folgore a cui, in un modo o nell’altro, erano riusciti ad attribuire crimini vari sarebbero stati giudicati per essi; avrebbero, invece, provveduto a trovare una sistemazione a tutti gli altri, affidandoli a chi se ne sarebbe preso cura e li avrebbe inseriti nella vita così come tutti la conoscevano. Shoana era rimasto impressionato da uno dei ragazzi senza nome e apparentemente senza colpa. Il suo fisico snello e la sua testa priva di capelli lo omologavano al resto dei ghidal, eppure i suoi occhi, chiari come il cielo alle prime ore dell’alba, lo avevano attirato. C’era un’ingenuità fanciullesca in essi, nonostante avesse probabilmente superato i vent’anni, e osservava tutte le cose come se fossero nuove – e dovevano esserlo per lui, nato e vissuto nel Santuario e probabilmente addestrato solo alla guerra e al viaggio. Non doveva porsi domande né sapere altro. Eppure, mentre lo osservava, sembrava come se, in qualche modo, quell’istinto alla vita in lui non si fosse del tutto estinto. E così, quando il verdetto era stato sentenziato, lui aveva scelto di prendersene cura. Gli aveva offerto una missione, un viaggio da fare con lui e gli occhi dello sconosciuto si erano illuminati: per la prima volta da quando l’ordine era stato sovvertito, sapeva cosa fare, capiva di cosa si stesse parlando. «Tranquillizzati, Ciell: nulla in questo viaggio è sbagliato. Non c’è bisogno che ci nascondiamo e la meta è la cosa meno importante. È il viaggio in sé, il percorso che faremo ciò che conta». «La meta del viaggio... è il viaggio stesso». Sembrava stesse acquisendo un informazione, un dato da segnare sul proprio taccuino, da dare come assunto senza porsi domande e questa era un’altra delle prime cose che Shoana aveva provato ad insegnargli. Porsi domande, chiedere spiegazioni, non essere mai appagato era essenziale per il viaggio che stavano compiendo: non farlo sarebbe potuto essere fatale,

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ma farlo meccanicamente avrebbe prodotto solo una sterile azione senza senso. Doveva partire da lui. C’erano volte in cui il ragazzo sembrava predisposto a capire, a vivere attivamente: gli occhi si illuminavano ed era felice di apprendere. Poi tornava la consuetudine della vita trascorsa nel Santuario e Ciell sembrava spegnersi, tornare ad essere un burattino. «Usciamo. Resteremo a Vaalohm solo fino a domattina: abbiamo qualcosa da vedere», lo informò e Ciell fece un breve cenno del capo per indicare che aveva capito. Si vestì velocemente e scese al pian terreno della locanda nella quale avevano preso una camera per alcuni giorni. Il contatto con la gente – principalmente viandanti mattutini che si recavano al mercato – lo infastidiva ancora molto, per questo il generale fece sì che terminassero velocemente la colazione ed uscissero. L’aria, a quell’ora della mattina, era frizzante e a Ciell piaceva respirarla a pieni polmoni, per quanto non ne fosse consapevole. «Ti piace?», chiede Shoana, sorridendogli. Il ragazzo lo guardò interrogativo, come se non avesse capito a cosa si stesse riferendo. «Respiri l’aria con un certo piacere. Ti piace quello che senti?». «Come... come è quando ti piace qualcosa?». Eccola. Una domanda, una domanda fatta con interesse disinteressato. «Cosa provi quando l’annusi? Come ti fa sentire? Bene? Male?». Ciell parve pensarci su. Non era certo di sapere se quello che sentiva corrispondesse al bene o al male. Era... Sì, sentiva qualcosa... ma definirlo era difficile. «È come.... è come quando uno dei Grandi Maestri annuiva e diceva che la missione era andata a buon fine. Sento... come se respirassi meglio e le labbra si distendono in un sorriso, anche se non ne ho motivo...». Shoana annuì. Era come vedere un bambino che muoveva i primi passi: si sentiva come un padre, fiero dei progressi che stava facendo il figlio, anche se era solo per essere riuscito a definire l’aria. «Bene. Questa è una sensazione buona. Vuol

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dire che ti piace l’aria fresca della mattina. Ascolta Ciell, cerca di memorizz-». Smise di parlare, perché si accorse che l’altro non lo stava ascoltando. Era fermo a pochi passi da lui e stava fissando qualcosa davanti a loro. Quando anche l’uomo portò lo sguardo in avanti capì cosa l’aveva attratto. La distesa calma del mare si estendeva davanti a loro in tutta la sua grandezza, illuminata dal sole nascente che disegnava sulle placide onde riverberi brillanti. «Questo è diverso... sento... come se non riuscissi a respirare. Ma non perché mi stiano strangolando: semplicemente perché non ne sento il bisogno – ogni cosa mi attira verso di esso e al momento sento di non dover fare nient’altro, neanche respirare. E sorrido ancora senza motivo», spiegò di nuovo Ciell e l’entusiasmo con cui l’aveva fatto stavolta fece trepidare Shoana. «Questo è entusiasmo. Ed è bene». Il ragazzo gli rivolse ancora una volta un sorriso – impressionante come quella mattina fosse così predisposto ad un simile gesto – e poi corse verso la stradina che conduceva al porto. Il generale gli stette dietro per quel che poté e lo vide di nuovo respirare avidamente l’aria salmastra di quel posto. «Questo viaggio è diverso, completamente diverso da quelli che ho fatto finora!», esclamò, ridendo – e fu davvero un bellissimo suono. «Posso... posso semplicemente osservare, posso sentire. Non credevo di poterlo fare, pensavo fosse riservato solo agli altri». «Questa è la vita, ragazzo mio. Questo viaggio è la vita!».

Maria Pia Ercolino

| 24 | San Giovanni Rotondo (Foggia) Maria Pia Ercolino è una scrittrice di 24 anni, nata a San Giovanni Rotondo e laureata in scienze dell’educazione. È appassionata di occulto, massoneria, musica, arte, filosofia, genere horror e gotico, divoratrice dei romanzi più strambi e macabri. Amante dilettante della psicologia e della psicoanalisi. Ha iniziato a scrivere all’età di 7 anni per il giornalino scolastico con racconti sfiziosi di fantasia e poesie. La passione per la poesia è iniziata ben presto, inizialmente facendo ironia su temi adolescenziali. Successivamente, la sua dote dello scrivere si è evoluta, scoprendo la sua vera indole di “poetessa maledetta” o “poetessa noir”. Nelle sue opere dona vita a immagini d’ogni genere, con un ostile sadico,schietto, macabro e spesso satirico, descrive le situazioni più svariate della vita, accidenti erotici, incubi e sogni ricorrenti, riuscendo ad entrare in modo distinto nella mente e nel pensiero della gente più malsana. Per cui, le sue poesie derivano da rimasugli di noia, incubi, sogni, pezzi di realtà quotidiana, emozioni inconsce e segrete trasformate con uno stile gotico e sublime.


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Ercolino/301053733291731?ref=tn_tnmn

ORIGINI La mia vita è stata strana, tutta strana. Ha

avuto un inizio che poteva parer normale agli occhi di chiunque. Ma non è stato così. Il primo ricordo che ho della mia vita risale al mio terzo compleanno. Mia nonna materna mi aveva regalato un cesto colmo di caramelle di ogni tipo, colore. Quel pacco regalo pareva ai miei occhi come un dono prezioso da tener nascosto a tutti gli occhi invidiosi del vicinato. Era mio, solo mio. Era il mio terzo compleanno e mi sentivo grande con quel trofeo che sapeva d’ogni frutto o dolciume, e lo tenevo stretto tra le braccia, ne ero geloso, forse già sapevo che quello sarebbe stato l’unico trofeo offertomi dalla vita. Quando non si ha pane da masticare, si impara a masticare rogne, questo imparai dalla vita. Dopo aver mirato il mio regalo per una manciata di minuti iniziai a scartarlo. Tolsi la carta semitrasparente che avvolgeva le mie delizie. Scartai la prima caramella. Mamma mi ripeteva sempre di non mangiare roba dura perché riteneva che mi avrebbe fatta crescere come una poco di buono e che la roba dura fa indurire l’animo. Parole sue. Ma quel giorno non ne volevo sapere. Misi in bocca la caramella alla pesca. Sentii i tuoi sapori e odori rubare i miei sensi, si scioglieva sul palato, la saliva diventava un tutt’uno con essa, la lingua la accarezzava piano per paura di non gustarla fino all’ultima goccia. Era buona, sapore ammaliante, lo ricordo ancora e ricordo anche come quella dolce tentazione si trasformò in un provetto omicida. Mi andò di traverso. L’amore nella maggior parte dei casi finisce per trasformarsi nella causa della tua morte, in odio.

Ma quella volte il mio primo amore non mi uccise, ma mi aprì porte che avrei dovuto tener nascoste! Sentii il cervello esplodere, pensai a mamma, lei mi aveva avvertita ed ero stata punita. Iniziai quel giorno ad odiare mia madre. Mi si era ritorto contro l’averla disobbedita, ma sin da piccola mi eccitava terribilmente andare contro le regole ed ogni tipo di consuetudine. Quella fu anche la prima volta che sfiorai la morte con il palmo della mano, i miei ricettori del tatto sentirono la sua schiena gelida sbattere su di me. Ma non mi prese, non quel giorno. Il destino aveva riservato per me una sofferenza ancor peggiore, avrei dovuto veder morire una generazione intera, poi me stessa. La caramella non voleva scendere, era rimasta rimasta in bilico in mezzo alla gola, non respiravo, stavo soffocando. Sentii gli occhi uscirmi dalle orbite ed i sensi affievolirsi, sentivo la morte che tentava di prendermi per mano, gelida. Ma ecco arrivare la salvezza non eterna nel momento migliore, sentii delle mani calde come pane appena sfornato, mi aggrapparono per i fianchi, mi misero a testa in giù. Dopo svariati tentativi la cinica omicida uscì dalla mia bocca. Vomitai. La morte mi lasciò la mano andando alla ricerca di qualcun altro. Ero viva. Mi voltai, le mani calde di mia nonna mi avevano salvata ed il mio primo trofeo non lo rividi mai più.

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Olimpia Matteucci | 14 | Napoli

http://www.efpfanfic.net/viewuser.php?uid=170994

Nata a Napoli il 30 ottobre del 1998. Sin da bambina è amante della scrittura, dell’arte e della cultura. Determinata ed energetica per portare avanti la sua passione: far sì che ogni persona al mondo la ricordi per cio’ che ha scritto, poiché secondo lei attraverso la cultura e la scrittura si possono cambiare le cose in meglio. Si è iscritta agli studi classi per apprendere meglio le basi.

LUNATIC Il dolore e la sofferenza umana, non fa che portare a quella. È tutto un ciclo di parole e di lividi che sfocia in sangue e distruzione. È la storia di un bambino, un bambino normale o meglio che era normale. La pazzia degli uomini lo hanno ridotto ad essere un folle peggio di loro. Un bambino costretto a subire gli sfoghi dei malvagi per colpa della sua bontà. All’età di 3 anni, quando era ancora normale, un incendio dalle cause sconosciute, uccise sua madre bruciandola viva e lui la vide mentre la morte la portava via da lui. L’incendio gli portò via anche la sua casa e il bimbo, con suo padre, fu costretto ad abbandonare tutto. All’età di 5 anni scoprì da solo che suo padre era un folle. Non lavorava, restava tutto il giorno a casa a bere e a fumare, e quando il bimbo gli si avvicinava veniva picchiato. Una volta dovettero portarlo all’ospedale perché lo colpì violentemente con la bottiglia di vetro rotta ed una scheggia finì nel suo braccio. Ma lui era troppo buono, non volle dire ai dottori che fu colpa di suo padre e fu il suo più grande rimorso. Suo padre lo ridusse ad una vita di inferno. All’età di 9 anni finalmente decise di andare a scuola. Inizialmente era anche parecchio emozionato ed entusiasta, ma il suo entusiasmo si spense poco a poco quando conobbe la cattiveria dei bambini come lui che non avevano vissuto ciò che aveva vissuto lui, e quindi non riuscivano a capirlo. Era povero, aveva pochi soldi, e già era un miracolo se le vicine gli davano qualcosa da mangiare eppure i bambini

questo non lo capivano: iniziarono a prenderlo in giro, a vantarsi del loro giochi. E le voci correvano anche fra le mamme, loro sono anche le più crudeli poiché mettono in testa ai figli cose orribili, che i bambini neanche dovrebbero immaginarsi. La più famosa era “Stai sempre lontano da lui, evitalo.” E così ogni bambino faceva, solo perché ogni giorno il bambino dai capelli neri arrivava con un livido diverso o con una ferita ancora sporca di sangue. All’età di 13 anni iniziò a piangere a causa delle ferite che i suoi compagni di classe gli provocavano. Era più che altro ferite morali ed erano quelle che facevano più male. Non c’era un giorno in cui non veniva picchiato. Fra suo padre e i suoi ‘amici’, il ragazzo non faceva altro che vedere la vita in nero. Ormai aveva anche smesso di sorridere, cosa che faceva sempre a causa della sua bontà d’animo. Ormai era diventato vuoto, non provava più un emozione se non il dolore e la tristezza. Spesso andava da solo, al cimitero da sua madre e iniziava a piangere abbracciando la sua lapide. All’età di 16 anni, ormai, era uno zombie vivente. Aveva anche dimenticato cosa fosse vivere. Andava male a scuola, andava male in qualsiasi cosa. I suoi compagni ormai lo usavano come un sacco per la box.Ormai aveva sviluppato resistenza al dolore che ormai non si stupiva più se tornava a casa e si ritrovava pieno di ferite. Che poi non era neanche una casa, era una topaia fatta di due stanze. E per pagare l’affitto spacciava droga, ma non ne aveva mai presa


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una. Nella sua mente prenderne una, significata abbassarsi al livello di quel verme di suo padre che lo aveva abbandonato al suo destino. All’età di 19 anni aveva già lasciato la scuola per il suo lavoro, ma c’era sempre qualcosa che lo tormentava. Non riusciva più a contenere la rabbia che da quando aveva 5 anni, lo aveva tormentato e così fece quel che ha fatto. Un giorno, trovò una pistola a terra in uno covo di delinquenti e la rubò. Si sentiva potente con questa arma in mano, si sentiva un Dio. Iniziò a impazzire più tempo trascorreva e più sentiva delle voci. La pistola lo chiamava, ogni fottuto giorno. Tutti i ricordi e le ferite vennero a galla. Così prese la pistola e iniziò a sparare gente a caso ridendo come un isterico. Fece fuori i colpevoli e gli innocenti. Poco dopo il suo corpo fu trovato sulla tomba di una signora, morta 16 anni prima a causa di un incendio, con una scritta fatta di sangue sulla lapide “Sto arrivando, mamma.”

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Numero di gennaio 2013

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