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Collettivo degli Studenti di Psicologia

Laboratorio 15

9 Torretta - 19/12/2011


Salve

benvenuta o benvenuto in Vox Populi. Questa mattina mi sono svegliato con uno spirito giocoso e vorrei coinvolgerti in questa atmosfera invitandoti a partecipare ad un gioco semplicissimo. Vi è mai capitato di tenere sulla scrivania o sullo scaffale della libreria uno o più libri con l'intento di iniziare a leggerli da un momento all'altro e invece passano giorni, settimane, mesi, ecc. in cui solo la polvere tocca la loro copertina e le loro pagine? Passi lì davanti, li guardi, loro ti guardano speranzosi e tu...passi oltre e ti ripeti che ora non è il momento, ci sono un sacco di cose da fare ma stasera, a fine giornata, sei sicura/o che inizierai finalmente a leggerli! Chissà come chissà perché sono sempre promesse fatte al vento che in un soffio le cancella ma alla fine, senza preavviso, il momento arriva: allunghi la mano, soffi via la polvere, uno sguardo alla copertina ancora intorpidita dal sonno letargico in cui l'avevi costretta e via...apri ed entri! Non so se succede così anche a te, forse è solo una mia fantasia che mi serve per introdurre il gioco. Infatti in questi giorni mi è capitato di leggere o rileggere libri che da tempo avevo messo da parte e qui di seguito vorrei condividere con te alcune righe che mi hanno particolarmente risuonato: 1° <<È universalmente noto e ci sembra ovvio che una persona tormentata da un dolore o malessere organico abbandoni ogni interesse per le cose del mondo esterno che non hanno a che fare con la sua sofferenza. Da un'osservazione più accurata ci rendiamo conto che, finché dura la sua sofferenza , egli ritira altresì l'interesse libidico dai propri oggetti d'amore, cioè smette d'amare. ...il malato ritira sull'Io i propri investimenti libidici e li esterna di nuovo fuori di sé dopo la guarigione. ...Un forte egoismo instaura una protezione contro la malattia; tuttavia, prima o poi bisogna ben cominciare ad amare per non ammalarsi e se, in conseguenza di una frustrazione, si diventa incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala. Fu malattia ciò che mi diè L'intimo impulso creativo. Creando vidi che guarivo, Creare fu guarir per me.>>


2° <<Insomma non è assolutamente possibile che alcuna società, alcun legame nella vita sia felice o stabile senza di me. ...Ed ecco: eliminate me, e nessuno potrà sopportare gli altri, al punto di provare vergogna e disgusto persino di sé, odiarsi da solo. La natura infatti, matrigna più che madre per molti aspetti, inoculò nello spirito dei mortali, specialmente dei poco intelligenti, l'insoddisfazione di sé e l'ammirazione degli altri; per cui qualsiasi qualità, qualsiasi grazia e pregio della vita si perverte e svanisce. ...Bisogna proprio che tutti si facciano le moine e si trovino l'appoggio di qualche piccola adulazione prima di essere confermati dagli altri. Insomma gran parte della felicità consiste nel voler essere ciò che si è; e la mia Filautía procura evidentemente tutto questo. ...Ma mi sembra di sentire la protesta dei filosofi. Proprio questo, dicono, è una sventura: l'essere vittime della follia, dell'errore, dell'inganno, dell'ignoranza. Ma se questo è l'essere uomini! Non vedo perché chiamarla sventura, quando siete nati così, così siete stati formati, così istituiti, e questa è la sorte comune di tutti.>> Il gioco consiste nel riconoscere autore e titolo del libro (in questo caso c'è anche da trovate titolo e autore della poesia a sua volta citata nel primo brano) e inviarli all'indirizzo mail psico­voxpopuli@libero.it , se vuoi metti anche il tuo nome così alla prossima uscita di Vox Populi potremo conoscerci meglio. Naturalmente sono estremamente graditi commenti personali sulle righe lette poco sopra, sul libro o sull'autore del libro e, perché no?, potresti proporre te qualche altra citazione per continuare il gioco! Ed ora eccoti la bussola per navigare nel mare aperto di questo numero di Vox Populi, l'aperiodico più letto nelle innumerevoli e infinite pause caffé degli studenti di psicologia. 1e2 uno sguardo al di là della siepe ­ Diario di Palestina (parte2) 3, 4 e 5 uno sguardo al di là della siepe ­ L’era Kirchnerista. L’Argentina dieci anni dopo il default 6 dialogo in poesia ­ Matteo.stz 7 dialogo in poesia ­ Horsa67 8 dialogo in poesia ­ Claudio Luciani 9,10 chiacchierare di un film sorseggiando il caffé ­ "Anche libero va bene" 11,12 un finale col botto... ­ L'illusione della democrazia


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uno sguardo al di là della siepe

DIARIO DI PALESTINA

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carusopascoski.wordpress.com La zona dei coloni di Avraham Avino nel centro di Hebron, appena accanto al mercato, anzi ex mercato arabo, è l'abisso della città, vi troneggia un cartello dal 2000: "Questo mercato è stato costruito sulla proprietà ebraica, rubate dagli arabi, dopo il massacro del 1929", richiamando la strage che viene ricordata ancora dalla comunità ebraica come origine del conflitto a venire, come giustificazione per le proprie azioni. Gli sgomberi sono effettivamente avvenuti e appaiono ancora nella loro drammaticità, con mobilia ed interni completamente distrutti, muri squarciati e barre di metallo divelte o piegate, una zona di silenzioso deserto d'umanità, dove la desolazione è totale, appena accanto al cimitero ebraico che si appoggia sulla morbida salita che porta alla periferia ed alle colline, dove lo scontro si estende e si vive casa per casa e dove l'espandersi degli insediamenti israeliani avviene senza alcuna cautela e con tutto l'interesse dell'ortodossia governativa israeliana, che così potrà avere man forte nel militarizzare ancora di più la zona e rimpolpare l'occupazione. Non riesco che a fare silenzio. Tempo di muoversi, e saluto Hebron con una sensazione mai provata che si deposita in fondo al cuore. La prossima meta è Aida, campo rifugiati tra i più tristemente celebri di Betlemme, ha oltre sessant'anni, è stato aperto nel 1950. In arabo "Aida" vuol dire tornare a casa. I suoi abitanti sono la terza generazione di sfollati durante la "Naqba" del 1948. Si espande su una superficie di_ 2 km_ quadrati, nella quale vivono circa 10.000 persone. A causa della sua posizione, tra la tomba di Rachele e la colonia di Ghilo, l’occupazione israeliana è stata particolarmente aggressiva con bombardamenti, distruzioni ed arresti coatti (poichè possono


uno sguardo al di là della siepe

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deliberatamente arrestare chicchessia per 6 mesi, rinnovabili sino alla morte, senza che sia necessaria un'accusa fondata, prove, e figuriamoci, un giusto processo). Naturalmente, data la densità demografica, sono assenti prati o spazi più estesi d'una rete interminabile di vicoli e palazzine, allineate come tessere d'un fatiscente domino. Gli unici colori sono quelli di vari artisti palestinesi che hanno ricoperto i grigi muri di murales rappresentando i sogni della popolazione: una vita normale. I vicoli emanano talvolta odori nauseabondi, con feci ed urine sommariamente scaricate in strada laddove il trattamento loro riservato dalle Nazioni Unite non abbia previsto soglie di decenza e di rispetto dell'essere umano. I campi nacquero come tendopoli provvisorie, il ritorno doveva essere imminente per persone private dall'oggi al domani di tutto. Ma la storia andò ben diversamente: tra gli anni '50 e i primi anni '60 le Nazioni Unite cominciarono a costruire case in muratura al posto delle tende. Poi arrivarono i servizi essenziali, ma con tempi, a volte, lunghissimi: a Azzeh il sistema fognario fu realizzato solo nel 2000. Di fatto, Aida è un centro di reclusione in condizioni di libertà ben meno che parziale e vincolata all'autorità israeliana che aprendo e chiudendo i check point fa il normale e il cattivo gioco sulla quotidianeità della popolazione. Qui l'occupazione è sui volti dei bambini, sradicati dalla loro terra e gettati in un cumulo di cemento per un tempo indeterminato, che loro sanno esser stato vitalizio di genitori e nonni. Ad Aida vivono cinquemila dei più di quattro milioni di palestinesi raccolti nei 59 campi profughi sparsi in tutto il Medio Oriente. Immaginarne altri 58, sparsi nel territorio, provoca vertigini di dolore.

Nel prossimo numero la terza ed ultima parte del Diario di Luca


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uno sguardo al di là della siepe

L’era Kirchnerista L’Argentina dieci anni dopo il default

di Roberto Gallini (roberto.gallini@hotmail.com) Poco più di un mese fa, il 23 ottobre, Cristina Fernández de Kirchner è stata rieletta per il suo secondo mandato consecutivo, il terzo dell’era kirchnerista (il marito Nestor, morto nel 2010, aveva governato nel mandato precedente alla moglie), vincendo le elezioni ed ottenendo la maggioranza assoluta già al primo turno, ossia senza dover ricorrere al ballottaggio. E’ un risultato straordinario, che la colloca, per consenso popolare, al livello dei grandi presidenti come Perón, o Raúl Alfonsin eletto presidente dopo la dittatura del ’76­’83. Il dato più significativo è che Cristina, come viene comunemente chiamata anche dalla stampa, ha vinto in 356 dei 376 dipartimenti di voto in cui si suddivide il paese. Ovvero ha vinto dappertutto, praticamente in ogni quartiere. Il default del 2001. Per comprendere un successo così ampio bisogna ricorrere ad un po’ di storia. Il paese entra in default nel dicembre del 2001. In un paese dove la forbice tra povertà e ricchezza è molto ampia una crisi di questo genere non comporta solo un’epoca di austerità, ma causa il collasso dell’intero sistema socio­ economico. La disoccupazione va oltre il 22%, l’industria crolla (complice anche la politica ultra­liberale degli anni novanta di Menem che devasta l’industria nazionale), vengono prelevati più di un terzo dei risparmi dai depositi bancari (Carlos Menem, presidente dal ‘89 al ’99) dei cittadini. Le stesse banche chiudono le porte a prestiti. L’economia entra in forte recessione, le piccole imprese falliscono. La povertà e l’indigenza dilagano. I supermercati vengono presi d’assalto. Per oltre un anno il paese è smarrito e senza una guida. Si susseguono 5 presidenti un una settimana. Nel 2003 viene eletto Nestor Kirchner, ex militante del gruppo armato dei Montoneros negli anni settanta, e prende le redini del paese. Il modello Kirchnerista. Si caratterizza per una politica di tipo socialista. Gli introiti e le esportazioni dei beni agricoli, settore trainante del paese, vengono fortemente tassati. Si prova ad incentivare l’industria (settore quasi


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inesistente) attraverso un serrato protezionismo che recida la dipendenza dalle importazioni e costringa il paese ad attivare un’industria interna propria. Il governo vara un vasto piano di sussidi diretto a privati cittadini e imprese con l’intenzione di evitare il crollo della struttura economica (nei quartieri popolari la disoccupazione raggiungeva il 50%). L’economia si risolleva. Merito sì di una volontà di riorganizzazione, ma anche dovuto alla svalutazione della moneta e al prezzo internazionale dei beni agricoli che raggiunge in questi anni livelli record, generando un ingente attivo sulla bilancia commerciale. La spinta dell’economia si fa sentire, riprendono i consumi e la disoccupazione torna a livelli accettabili (8%). Bisogna aggiungere che questo recupero è stato permesso dalla decisione del presidente Kirchner di non impegnarsi a pagare il debito estero accumulato, e di non restituire il valore dei bond emessi nel mercato interno ed esterno, annullando di fatto una buona parte del debito. L’Argentina, infatti, mantiene tutt’oggi lo status di default, ed è dunque esclusa dai mercati finanziari mondiali. A livello sociale sono stati riaperti i processi per i crimini commessi durante la dittatura militare, un ferita mai lavata in precedenza; si allenta la pressione sociale esercitata dalle fasce più facoltose sulla popolazione povera, la mentalità del paese volge verso un’idea sociale di inclusione delle masse popolari, piuttosto che al criterio aristocratico di esclusione (con la ovvia resistenza della fascia ricca della popolazione). Il paese vive una nuova epoca di entusiasmo, e la politica si riavvicina anche alle generazioni più giovani restituendo significato alla parola “politica”, perduto dopo i dieci anni di corruzione del menemismo. Il progetto prosegue con la moglie Cristina, quattro anni più tardi. L’idea di questo governo è quello di costruire un capitalismo inclusivo: ovvero di redistribuire le risorse verso il basso per incentivare la nascita di una classe media, una classe borghese produttiva che, come nella rivoluzione francese, sovverta l’ordine dominante della aristocrazia feudale. Cristina ha ribadito il suo concetto di capitalismo inclusivo nel G­20 di Nizza di qualche settimana fa. Ha suggerito di uscire dal ”anarco­ capitalismo”, così come lo ha definito lei stessa, per passare ad un capitalismo regolato dagli stati. Secondo Cristina un modello di economia sostenibile sarebbe possibile solo attraverso la subordinazione dell’economia, sia essa capitalista, alla supervisione costante della politica.


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uno sguardo al di là della siepe

Clientelismo statale? E’ oggetto dell’opinione pubblica e della stampa il dibattito intorno alla questione clientelare. Il piano di sussidi varato dalla gestione Kirchner, che include servizi di base quali trasporti, luce, gas, acqua,oltre a numerosi altri, getta ombre sulla gestione. Perché sono stati mantenuti anche dopo la ripresa economica? E perché venti giorni dopo la recente vittoria elettorale il governo ha annunciato il taglio immediato di tutti i sussidi, senza averlo anticipato nella campagna elettorale? Ad acuire i sospetti di un (ab)uso del potere volto a incrementare la popolarità della presidente si possono menzionare (Nestor e Crisitna Kirchner, manifesto della campagna elettorale) incrementi salariali esponenziali ricevuti da categorie lavorative i cui sindacati sono stati vicini al governo. Oppure le sovvenzioni ricevute da gruppi politici giovanili nati dal kirchenirsmo e dal facile accesso che i loro membri hanno nelle imprese in cui lo stato ha una partecipazione azionaria. La questione clientelare è un problema storico nel paese; è infatti all’origine della formazione dei gruppi sociali dominanti e delle prime repubbliche. Inoltre la popolarità del leader nel sistema presidenzialista è determinante, considerato che egli detta la linea del governo e agendo attraverso decreto non necessita, in buona parte dei casi, dell’appoggio parlamentare. La situazione attuale. Il paese, complice la crisi internazionale, sta prendendo le misure per difendere l’economia. Si avvia dunque a svalutare la propria moneta per incentivare le esportazioni e per disporre di più risorse in moneta locale anche se ciò aumenterà ulteriormente l’inflazione che raggiunge circa il 25% annuo (vero problema economico). Inoltre il processo di integrazione avviato alcuni anni fa nella regione, con lo scopo di creare politiche economiche e sociali comunitarie tra i vari paesi sudamericani (UNASUR), offre un riparo ulteriore dalla crisi grazie all’apertura di nuovi mercati, precedentemente ostacolati da politiche reciproche conflittuali o controllati dalle pressioni di Usa ed Europa. Sebbene la ripresa sia stata consistente in questi anni e il paese sia riuscito a rimettersi in piedi, oggi si trova ad affrontare le sfide più difficili: costruire una società equa che rafforzi la pratica della democrazia, diventare un modello di riferimento per la regione, inserirsi nel contesto politico globale, e in relazione a quest’ultimo punto riottenere la fiducia e la credibilità perduta dieci anni fa. N.B. per chi fosse interessato a conoscere le cause, gli sviluppi e le conseguenze del default avvenuto nel 2001 può guardare il film­documentario di Fernando Solanas “Diario del Saccheggio” reperibile su youtube.


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dialogo in poesia

PERDONO Circondati da migliaia di persone amici nemici sconosciuti, cosa cambia? è solo questione di tempo, la vita ci logora la paura ci consuma, uno contro l'altro. E' solo il ripetersi della storia, uno squallido remake ognuno protagonista del suo dramma personale perdere di vista i valori le idee lo spirito ritrovarsi soli mentre il tempo scade. E'a questo che siamo destinati? Grottesco,infame, sfacciato meccanismo con unico fine il rimpianto,l'innata sadicità che ci stringe la mano fino all'ultimo passo la rabbia cresce ogni minuto che passa fin troppo semplice prendersela con un Dio che troppo spesso manifesta il suo assenteismo alibi perfetto: "libero arbitrio e punizione!" Siamo soli! Spesso un abbraccio vale piÚ di ogni risposta troppo orgogliosi per ammetterlo, troppo sensibili per negarlo.

di

Matteo.stz


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3 nov.11

il sole sgrana il suo rosario di raggi sul mio muro

dialogo in poesia

di Horsa67

muro nella mente mi prende e mi divora sgrano dolore urlo al mondo ma sto zitta

1 nov. 2011

quella notte a ponte nuovo

di Horsa67

I PAZZI, MI PARLANO TRA I RICORDI E GLI INCUBI QUELLE SCRITTE SATANICHE, QUEI FEBBRICITANTI INNI DI FOLLIA SCRITTI SUI MURI MARCI DAL TEMPO... E I CATENACCI ALLE PERSIANE RICORDO, RICORDO E RICORDERO' QUELLA NOTTE FEBBRILE SIBILANTE DI SIRENE DELLE AMBULANZE I BARELLIERI LESTI MOLLAVANO IL NUOVO PAZZO LI NELLA STANZINA DELL ACCETTAZIONE E NUONE GRIDA SI ALZAVANO STRIDENTI NEL MIO CERVELLO E POI LA FUGA IN VESTAGLIA SOTTO LA PIOGGIA DENTRO QUEL TAXI "MI PORTI A CASA SI A CASA LONTANO DALLA PAZZIA A CASA RICORDO , RICORDO E RICORDERO'


dialogo in poesia

ISTANTANEAMENTE Guardarsi intorno: orgogliosamente creature vivono la meravigliosa risonanza tra identità e desiderio.

Guardarsi dentro: terre spezzate dall’isolamento, aria stagna solo mossa dall’affanno di chi arranca contro sé stesso. Perverso gioco del controllo.

NATURALI CONSEGUENZE Chiedi aiuto ottieni colpe.

poesie tratte da:

Veleno

di Claudio Luciani, 2011 BOOK SPRINT edizioni

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chiacchierare di un film sorseggiando il caffé

Anche libero va bene

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regia di Kim Rossi Stuart (2005) "Una volta giunti all'età adulta la vita diviene per molti un'esperienza più mentale e meno sensoriale, le cose non si vivono più con quella magica pienezza, quella tridimensionalità emotiva. E' probabilmente questo, oltre alla voglia di raccontare la parte maggiormente fondante di una vita, il motivo che ci ha spinti a raccontare un'infanzia" Una famiglia disgregata, la solitudine di tutti i suoi membri, un padre che non è in grado di dare sicurezza materiale e psicologica ai suoi figli, una madre che insegue la ricchezza dietro a uomini sempre diversi: questo è il quadro in cui si colloca la vicenda del film. Tommaso è il vero protagonista del film: è un ragazzino introverso, molto più maturo della sua età (ha undici anni), per il suo silenzio è spesso vittima di scherzi da parte della sorella, riuscendo anche a irritare il padre che lo vorrebbe più dialogante. È proprio lui a essere molto diffidente nei confronti della madre, quando all'improvviso, così come se ne era andata, riappare, giurando che, pentita, si sarebbe fermata per sempre con la sua famiglia. Viola, la sorella, un'adolescente che si trova a gestire in gran parte la casa, la cucina, la spesa... insomma a fare le veci della mamma in fuga, è una ragazzina disponibile alla fiducia: il suo desiderio di normalità è così forte, il suo bisogno di avere una madre con cui condividere i suoi turbamenti di ragazzina che si sta affacciando al mondo femminile è così pressante che decide di credere a quella madre forse più infantile e immatura di lei. Ed ecco Stefania: la vediamo piangente implorare pietà al marito troppe volte tradito, la vediamo di nuovo tentennare, attratta da un mondo che la affascina e la circuisce senza che lei voglia opporre molta resistenza, la vediamo di nuovo fuggire... Il suo amore per i figli appare sincero, anche se se ne va, cerca di tenere un qualche legame con loro, ma la sua natura è quella, non può né riesce a cambiarla. Superficiale e fragile, non si rende conto di quanto stia giocando con la psiche del suo uomo e soprattutto dei suoi figli.


chiacchierare di un film sorseggiando il caffé

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Infine Renato, il padre. Porta sullo schermo la psicologia di un uomo vero nella sua contraddittorietà: tenero fino alle lacrime quando avverte lo smarrimento dei figli e il loro bisogno di amore, riesce a reagire rabbiosamente con loro quando è in preda al panico d'inadeguatezza. Un mondo del lavoro crudele che umilia e abbatte, lo fa preda di ingranaggi con i quali non riesce sempre a fare i conti. Una moglie che, nel suo comportamento, lo fa sentire ancor più un fallito e a cui vorrebbe credere, ma che costantemente lo delude. Bellissime e strazianti le scene in cui i tre, il padre e i figli, guardano, rientrando a casa, la finestra del loro appartamento per vedere se è illuminata o se è spenta. Un gesto istintivo che rivela l'ansia costante di un nuovo abbandono. Ma è Tommi, come si è detto, il personaggio chiave del film: così maturo da osservare con diffidenza anche quello che sembra positivo, come il ritorno della madre, cosciente di vivere una situazione anomala e di aver desiderio di famiglia, quella vera e strutturata, tanto da cercare di entrare in quella dell'amico. La sua serietà, esagerata per la sua età, nasce proprio da un dolore sordo da cui non si libera mai. Bellissimo il dialogo finale, da cui il titolo del film, con il padre: un tentativo reciproco di venirsi incontro, di accettare i desideri dell'altro, di mediazione insomma che vede proprio il bambino esercitare una specie di pietà comprensiva nei confronti del padre.

di Sandra

Vannucchi


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un finale col botto...

­ L'illusione della democrazia ­

di Slavoj Zizek, Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011 Le proteste a Wall street e di fronte alla cattedrale di St. Paul a Londra hanno in comune “la mancanza di obiettivi chiari, un carattere indefinito e soprattutto il rifiuto di riconoscere le istituzioni democratiche”, ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post. “A differenza degli egiziani di piazza Tahrir, a cui i manifestanti di Londra e New York si richiamano apertamente, noi abbiamo istituzioni democratiche”. Se si riduce la rivolta di piazza Tahrir a una richiesta di democrazia di tipo occidentale, come fa Applebaum, diventa ridicolo paragonare le proteste di Wall street a quelle in Egitto: come possono i manifestanti occidentali pretendere ciò che già hanno? Quello che la giornalista sembra non vedere è un’insoddisfazione generale per il sistema capitalistico globale, che in luoghi diversi assume forme diverse. “Eppure in un certo senso”, ammette Applebaum, “è comprensibile che a livello internazionale il movimento non sia riuscito a produrre proposte concrete: sia le origini della crisi economica globale sia le sue soluzioni sono, per definizione, al di fuori della sfera di competenza dei politici locali e nazionali”. Ed è costretta a concludere che “la globalizzazione ha chiaramente cominciato a minare la legittimità delle democrazie occidentali”. È proprio questo il punto su cui i manifestanti vogliono richiamare l’attenzione: il capitalismo globale mina la democrazia. La conclusione logica è che dovremmo cominciare a riflettere su come espandere la democrazia oltre la sua forma attuale – basata su stati­nazione multipartitici – evidentemente incapace di gestire le conseguenze distruttive dell’economia. Invece Applebaum accusa i manifestanti “di accelerare il declino” della democrazia. Sembra sostenere quindi che, siccome l’economia globale non è alla portata del sistema democratico, qualunque tentativo di espandere la democrazia per gestire l’economia rischia di accelerare il declino della democrazia stessa. Cosa dovremmo fare allora? A quanto pare dovremmo continuare a riconoscere un sistema politico che, stando alla spiegazione di Applebaum, non è in grado di fare il suo lavoro. In questo momento le critiche al capitalismo non mancano: siamo sommersi da storie di imprese che inquinano spietatamente l’ambiente, banchieri che intascano bonus enormi mentre le loro banche sono salvate dal denaro pubblico, fabbriche che i bambini per confezionare abiti destinati a negozi di lusso. Ma c’è un tranello. Il presupposto è che la lotta contro questi eccessi


un finale col botto...

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dovrebbe svolgersi nel quadro liberaldemocratico. L’obiettivo è democratizzare il capitalismo, estendere il controllo democratico sull’economia globale grazie alla denuncia dei mezzi d’informazione, a inchieste parlamentari, leggi più severe, indagini di polizia eccetera. Ciò che non si mette mai in discussione è il quadro istituzionale dello stato democratico borghese. Qui l’intuizione cruciale di Marx è attuale ancora oggi: la questione della libertà non dovrebbe essere riferita solo alla sfera politica, cioè a cose come le libere elezioni, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa o il rispetto dei diritti umani. La vera libertà risiede nella rete “apolitica” dei rapporti sociali, dal mercato alla famiglia, dove la trasformazione necessaria per promuovere dei miglioramenti non è la riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Noi non votiamo su chi possiede cosa o sul rapporto tra i lavoratori in fabbrica. Queste cose sono lasciate a processi che esulano dalla sfera del politico, ed è un’illusione che si possa cambiarle “estendendo” la democrazia: creando, per esempio, banche “democratiche” controllate dal popolo. Occorre ricordare che i meccanismi democratici fanno parte di un apparato dello stato borghese chiamato ad assicurare il regolare funzionamento della riproduzione capitalistica. Alain Badiou aveva ragione quando sosteneva che il nemico ultimo oggi non si chiama capitalismo, impero, sfruttamento o cose del genere, ma democrazia: è l’“illusione democratica”, l’accettazione dei meccanismi democratici come unico mezzo legittimo di cambiamento, a impedire un’autentica trasformazione dei rapporti capitalistici. Le proteste di Wall street sono appena un inizio, ma bisogna cominciare così, con un gesto formale di rifiuto che è più importante del suo contenuto propositivo, perché solo un gesto di questo tipo può aprire lo spazio a un nuovo contenuto. Perciò non dovremmo farci distrarre dalla domanda su cosa vogliamo. Questa è la domanda che l’autorità maschile rivolge alla donna isterica: “Ti lamenti e piagnucoli: almeno sai cosa vuoi?”. In termini psicoanalitici le proteste sono una crisi isterica che provoca il padrone, minandone l’autorità. E la domanda del padrone, “Ma cosa vuoi?”, nasconde il suo sottinteso: “Rispondi nei miei termini oppure stai zitto!”. Finora i manifestanti sono riusciti a evitare di esporsi alla critica fatta da Lacan agli studenti del 1968: “Come rivoluzionari siete degli isterici che vogliono un nuovo padrone. Lo troverete”.


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