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Vita Carmelitana

Periodico della Famiglia Carmelitana Provincia Napoletana Anno 73 - N. 5 Novembre / Dicembre 2011 Direttore Responsabile: Angelo Renna

Editoriale

I n q u e st o n u m e ro

Alzati e mangia La parola di Dio

Direttore Editoriale: P. Enrico Ronzini

Redazione: Fr. Francesco M. Ciaccia Carlo Fasano Floriana Grassi Fiorenza Ingrosso Carmela Marzico Fr. Egidio Palumbo Salvatore Schirone Direzione e Amministrazione: Corso Benedetto Croce, 180 70125 Bari Tel. 080.5424484 fax 080 5562741 e-mail: vitacarmelitana@gmail.com Abbonamento annuo: Ordinario: Euro 9,00 Sostenitore: Euro 15,00 Amico: Euro 30,00

ccp n. 15270705 intestato a: Provincia Napoletana dei Carmelitani Corso Benedetto Croce, 180 70125 BARI

Autorizzazione del Tribunale di Bari N. 282 del 29/01/1965 Spedizione in regime agevolato (Tabella C)

RIVISTA ASSOCIATA ALL’USPI

GARANZIA DI TUTELA DEI DATI PERSONALI È garantita la sicurezza e la riservatezza dei dati personali degli abbonati. Ai sensi dell’art. 70 D Lgs. n. 196 del 2003, gli interessati alla modifica o alla cancellazione dei propri dati possono comunicarlo alla Direzione.

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Sale della terra

Il Vangelo nel quotidiano Rubrica

Fuoco che trasforma

La spiritualità carmelitana

Giuseppe chiede perdono ai fratelli, e riconosce la sua storia come storia di salvezza Gn 45, 4-8.15 pag. 4

di p. Cosimo Pagliara

Attenzione all’altro e carità

pag. 7

Giustizia e pace Nessuno tocchi Caino

pag. 10

Povertà e possesso

pag. 13

di p. Riccardo Brandi

di Mariateresa Surace

di p. Carmelo Silvaggio

Rubrica

Proposte di lettura Ti rivelerai tra due animali

Rubrica

Profili del Carmelo Beato Angelo Paoli

La tua bellezza sia la mia I giovani

Insieme come fratelli

Notizie di cronaca

pag. 3

di Giuseppe Micunco

pag. 16

di fr. Francesco M. Ciaccia

pag. 17

Giovani e speranze di Floriana Grassi

pag. 19

Festa della Madonna del Granato pag. Festa del Carmine a Martina Franca pag. Giovani carmelitani alla GMG pag. Lettera ai giovani del Padre Generale pag. XXVI Giornata Mondiale della Gioventù pag. Fr. Francesco Galliano è tornato alla casa del Padre pag. Una vita donata a Dio e alla Vergine del Carmelo pag.

IN COPERTINA: foto di fr. Xavier Varella Monzonís

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C

arissimi lettori,

Editoriale

eccoci giunti all’ultimo numero della nostra rivista di quest’anno.

L’eco del magistero sull’impegno ad “Educare alla vita buona del Vangelo” ci ha accompagnato nelle nostre riflessioni. Speriamo che gli input della parola di Dio, della spiritualità, dell’impegno per la giustizia e la pace e delle proposte di lettura, abbiano contribuito a mantenere vivo il nostro desiderio di vivere la nostra fede e la nostra spiritualità, in modo concreto, innanzitutto nelle nostre fraternità e nel mondo.

In questo mondo che sembra sempre più grigio e sterile, ma che esprime il desiderio di accostarsi alla fonte della verità, per dissetarsi in conoscenza ed esperienza d’amore. Il bisogno di Dio, il tornare a guardare al nostro impegno educativo, allora, significa riscoprire la necessità di essere sempre più missionari e testimoni di Colui che abbiamo incontrato e che ha cambiato la nostra vita.

Dire Gesù Cristo oggi significa saper testimoniare la bellezza dell’incontro e la gioia per la propria vita trasformata da questo evento. Paolo VI ci ricordava che: «il mondo ha più bisogno di testimoni che di maestri», per questo tutto ciò che abbiamo fatto, lo dovevamo fare, per il resto ci riteniamo servi inutili (Cfr. Lc 17,10).

Colgo l’occasione per ringraziare tutta la redazione di Vita Carmelitana, tutti i collaboratori e tutti coloro che ci hanno aiutato a rendere piacevole e agevole la lettura, dai contenuti biblici, teologici, spirituali, alla veste grafica.

Infine porgo a tutti l’augurio per un fecondo periodo d’Avvento, ed un gioioso tempo di Natale che ci ricorda la volontà del nostro Dio, Gesù Cristo, di condividere con noi la sua stessa vita, per sperimentare la salvezza e la misericordia del Padre. È Lui il primo missionario e il primo testimone di Dio che è modello per la nostra vita di fede. Alla beata Vergine Maria, donna dell’ascolto, affidiamo con gioia la nostra esistenza, perché si compia in noi la volontà di Dio. Buona lettura.

NOVEMBRE / DICEMBRE 2011

P. ENRICO RONZINI Priore Provinciale

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G

Alzati e mangia

iuseppe chiede perdono ai fratelli e riconosce la sua storia come storia di salvezza (Gn 45, 4-8.15)

 P. Cosimo Pagliara O. Carm. 1. L’antefatto Prima di riflettere su questa pagina che è un po’ il sigillo di tutta la storia di Giuseppe, vogliamo presentare per sommi capi l’antefatto dei capitoli di Genesi 42-44. Tutti sappiamo che Giacobbe aveva dodici figli, avuti da molte mogli diverse. Giuseppe e Beniamino sono i figli di Rachele, la donna che Giacobbe amò veramente, sono i piÚ amati, e per questo odiati dagli altri fratelli. Nel racconto biblico, la fraternità è legata all’unico padre: noi abbiamo uno stesso padre e abbiamo molte madri diverse. Giuseppe giunge in Egitto come schiavo e lÏ ha grande successo: diventa l’amministratore di tutto il regno egiziano, colui che deve preparare il paese per sopportare la carestia e questo gli dà il titolo con cui è chiamato nei midrash, non il sognatore, ma il nutritore. Nel frattempo la carestia, che sta colpendo tutti i paesi, colpisce anche i suoi fratelli che vengono mandati dal padre in Egitto a cercare cibo. Giuseppe ha un comportamento piuttosto strano: sebbene li riconosca, con una mano sembra favorirli e con l’altra li mette alla prova. 2. Le lacrime La prima cosa che in questo testo è evidente è che tutti piangono, anche Giuseppe: non potÊ piÚ contenersi davanti agli astanti (45,1). I rabbini dicono che le lacrime sono espressione dell’anima quando non riesce piÚ a stare dentro al corpo e tenta di uscire dagli occhi. Io credo che sia un’immagine bellissi4

ma perchĂŠ mostra Giuseppe come un uomo che si lascia toccare, che si lascia raggiungere. Ăˆ un uomo che conosce il prezzo del conflitto e dunque non ha paura delle lacrime. Piange, non può contenersi, e si capisce bene: ÂŤCosĂŹ non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. E proruppe in un grido di piantoÂť (45,1-2). Vive dentro di sĂŠ un forte conflitto che esprime con le lacrime e non con il rancore: il contrasto interiore può trasformarsi in motore di vita quando siamo capaci di far emergere la veritĂ  di noi stessi, evitando di ritrarci, di non trattenere le lacrime; diventa un fattore negativo quando cediamo al rancore, che si esprime nella contrazione di sĂŠ, nel trattenere tutto dentro. Per lumeggiare questo sentimento positivo, riportiamo un racconto tratto dai Padri del deserto: ÂŤDue anacoreti camminano per le montagne. Ad un certo punto incrociano una donna completamente nuda sull’orlo di un fiume e questa chiede ai due santi monaci di aiutarla ad attraversare il fiume. Uno dei due dice “Non sia mai. Una donna. Per di piĂš completamente nuda!â€? e tira dritto per la sua strada. L’altro non dice niente, la prende in braccio, la porta al di lĂ  del fiume, la saluta e continua il suo cammino. I due monaci continuano a camminare e intanto il primo rimugina l’accaduto. Dopo ore e ore di cammino dice all’altro: â€?Scusami, te lo devo veramente dire, hai fatto una cosa tremenda. Una donna, completamente nuda! Non dovevi assolutamente farlo!â€? e questi dice: “Forse hai ragione tu, forse ho sbagliato, ma io quella donna l’ho lasciata VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


appena passato il fiume, tu la porti ancora con te”». Il comportamento di Giuseppe che non può contenersi, e che in questo si fa conoscere dai fratelli, è il segno di uno che non tiene presso di sé il dolore, non fa crescere il rancore. Ma, soprattutto il passato è stato purificato nel suo cuore e nella sua mente, il torto è stato cancellato. Ora Giuseppe e i suoi fratelli sono pronti per un incontro perfetto e duraturo; la fraternità è stata ritrovata.

saria la capacità di prendere le distanze, per poi, quando il tempo è maturo, di avvicinarsi. Solo decidendo le distanze e le vicinanze, un contrasto può diventare creativo, può generare un rapporto fraterno più perfetto e duraturo.

4. La storia di Giuseppe come storia di salvezza Il lettore, poi, è colpito dal lungo e appassionato discorso di Giuseppe: «Fate uscire tutti…Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre… Avvicinatevi a me… Io sono vostro fratello» (45,1.3.4). I suoi 3. «Avvicinatevi a me» Giuseppe, liberatosi da quel contrasto fratelli sono sbigottiti, sorpresi. Per queinteriore, erompe in un parlare irrefre- sto tacciono. Forse si aspettavano un alnabile: «disse ai fratelli: “Io sono Giusep- tro tipo di discorso: “Mi avete venduto da pe! Vive ancora mio padre?”. Ma i suoi schiavo e ora venite qua a chiedere pafratelli non potevano rispondergli, per- ne!?” Invece lui dice: «Dio mi ha mandaché atterriti dalla sua presenza» (45,3). to qui, prima di voi per conservarvi in viDi fronte alla loro paura dice: «Avvici- ta» (45,5). Giuseppe non assume un atteggiamento moralistico: “Vi perdono, natevi a me!» (45,4). La gestione di un problema, di un come sono buono!”, ma vede nei fatti in cui è stato protagoconflitto, per dirla nista e nello stesso in un linguaggio attempo vittima, la tuale, richiede un emano provvidente quilibrio tra distandi Dio. È questo il ze e vicinanze. Giufilo rosso del lungo seppe li ha tenuti e appassionato dislontani per gran corso ai suoi fratelli parte del racconto che non riescono a ma, di fronte alla credere a quanto paralisi provocata sta avvenendo dadalla paura, li chiavanti ai loro occhi, ma vicini. Questo infatti, sono atterrimi pare il secondo ti e Giuseppe stesso elemento che aiuta a Giuseppe Beniamino e gli altri fratelli è spinto a consolarfare di un conflitto un conflitto creativo: saper equilibrare li e a rimanere sereni: «Non vi rattristate gli atteggiamenti di vicinanza e di di- e non vi crucciate per avermi venduto stanza. Giuseppe li chiama vicini, poi si quaggiù» (45,5). Hanno tentato di ucciderlo, l’hanno abbracciano, si toccano. Per i dodici capitoli precedenti li ha tenuti lontani, an- venduto come schiavo, ma lui dice una che quando, nei loro viaggi precedenti, cosa molto semplice: «Dio mi ha manda“gli si spezzava il cuore”, dice la Bibbia, to qui prima di voi per conservarvi in vie si ritirava in un’altra stanza a piange- ta!» (45,5), come per dire “Voi non c’enre, per non piangere di fronte a loro, per- trate nulla! Non contristatevi, non sprecate nemmeno il tempo di farvi i sensi di ché le lacrime li avrebbero resi vicini. Un problema, un contrasto tra fratel- colpa perché quello che voi avete fatto va li, non si risolve unicamente in un atteg- letto nel piano provvidenziale di Dio”. Giuseppe dall’esperienza che ha visgiamento di vicinanza, talvolta è necesNOVEMBRE / DICEMBRE 2011

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grande disegno suto, sa trarre il di salvezza, i cui bene anche daldestinatari non la miseria umasono solo i suoi na: «Dio mi ha famigliari, ma mandato qui anche gli egiziaprima di voi per ni insieme ai poassicurare sopoli circonvicini pravvivenza…e ugualmente colper salvare… piti dalla careNon siete stati stia. voi a mandarmi Per giungere qui ma Dio…» Giacobbe benedice i figli di Giuseppe. alla compren(45,7.8). sione dei disegni Quando si fa riconoscere dai suoi fratelli, esprime an- di Dio, un elemento importante è il temche una profonda consapevolezza del po. Per capire come Dio guida la nostra disegno di Dio sulla sua vita; legge tutta vita, sono necessari tempi lunghi. Giula sua storia, non dal suo punto di vista, seppe si astiene per circa trent’anni dal pronunciare un suo personale giudizio ma dalla prospettiva di Dio. Al lettore la storia di Giuseppe appare su come Dio ha guidato la sua vita. Solo dopo essersi fatto riconoscere dai in una luce nuova e caratterizzata da una carica di positività: «Io sono Giusep- suoi fratelli, egli guarda al suo passato pe vostro fratello, che voi avete venduto di sofferenza, ma con gli occhi limpidi di per l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e chi guarda le cose nella luce di Dio. non vi crucciate, perché Dio mi ha man- Quando era stato venduto aveva diciasdato qui prima di voi per conservarvi in sette anni, poi, verso i ventotto anni, era vita» (45,4-5). Gli effetti di tale lettura ha stato tenuto in prigione e all’età di trenil seguente risvolto: lui che è stato per- t’anni era comparso al cospetto del facosso da innocente, diventa il consolato- raone, per interpretargli il sogno che lo re di coloro che lo hanno maltrattato. aveva inquietato; adesso, al momento Tale risultato si realizza unicamente della riconciliazione con i suoi fratelli, ne perché Giuseppe è in grado di leggere la ha circa quaranta. Solo ora, quando i sua vita, e le sue sventure, andando ol- suoi fratelli spinti dalla carestia vengono tre le umane ristrettezze mentali per per chiedere cibo e la famiglia torna a guardare le cose dal punto di vista di riunirsi, il disegno di Dio diventa imDio. La logica di Dio agisce in una ma- provvisamente chiaro anche per lui (cfr. niera tale che supera di gran lunga gli 42,9). Alla luce di questa storia emerge un spazi personali della vita dell’uomo. La vendita ai carovanieri, che si dirigono in elemento di pedagogia spirituale molto Egitto, salva tutta la sua famiglia da una attuale: non è mai un atteggiamento saterribile carestia che, implacabile, colpi- piente quello di chi giudica la propria sce i loro territori circa trent’anni dopo storia a metà del suo percorso, o prima che i suoi fratelli l’hanno ceduto come ancora d’iniziarla. Per capire la totalità schiavo. Infatti quando all’età di dicias- del progetto di Dio sulla nostra vita ocsette anni, Giuseppe viene abbandonato corrono tanti elementi che si rivelano sonelle mani dei mercanti, sembra che egli lo col dipanarsi degli anni. Ogni giorno subisca la più grande ingiustizia che si Dio realizza qualcosa di nuovo per noi e possa pensare. Occorre però attendere nuovi elementi si aggiungono al grande trent’anni, per sapere che anche quell’e- mosaico della nostra vita. Alla fine, e solo alla fine, il quadro spisodio terribile è un elemento, incomprensibile se considerato da solo, di una arà davvero completo. 6

VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


A

Sale della terra

ttenzione all’altro e carità  P. Riccardo Brandi, O. Carm.

Il concetto biblico di amore-caritĂ  apre una vastissima gamma di sfumature, di insegnamenti, di esperienze. Ăˆ lo stesso Dio, fonte dell’amore, che giĂ  nell’Antico Testamento manifesta la sua tenerezza per il singolo individuo come per tutto il popolo di Israele, da lui scelto e prediletto. La tenerezza per tutte le creature, le immagini familiari dell’amore paterno e a volte anche materno, l’immagine dell’amore nuziale, ci riconducono sempre e comunque all’unico concetto di Dio-CaritĂ . Il Nuovo Testamento, nella persona di GesĂš, è l’incarnazione di quest’annuncio portato alle estreme conseguenze: il sacrificio di sĂŠ, poichĂŠ: ÂŤNessuno ha un amore piĂš grande di questo: dare la sua vita per i propri amiciÂť (Gv 15,13). Partendo da Cristo, questa nuova e piĂš profonda esperienza di amore si sviluppa in tutti gli scritti neotestamentari, radicandosi nell’amore verso Dio e il prossimo (Cfr. Mt 22,37-40). In modo del tutto peculiare, l’evangelista Giovanni giunge alla conclusione che ÂŤDio è amoreÂť (1Gv 4,8); mentre l’apostolo Paolo sviluppa l’immagine di un “edificioâ€? (la comunitĂ ) costruito dalla caritĂ  (1Cor 8,2) sostenuto dai carismi dei singoli (1Cor 12,4-11), per poi sfociare nella considerazione del Corpo mistico e delle membra (Cfr. 1Cor 12,12-27), con l’inno alla caritĂ  (1Cor 13,1-8), con le indicazioni per vivere le assemblee e le collette (1Cor 16,1-3). Questo nuovo stile di vita NOVEMBRE / DICEMBRE 2011

rende presente ed attuale la grazia salvifica di Cristo. Dopo questo accenno iniziale al concetto e alle forme di carità, passiamo ad alcune considerazioni su due brani cardine di tutto il discorso: l’inno di san Paolo alla carità e la parabola del buon samaritano (Lc 10,30-37).

L’inno alla carità La comunità di Corinto, a cui scrive Paolo viveva al suo interno una situazione di esaltazione e di conseguente divisione. Alcuni credenti erano dotati di carismi straordinari: il dono delle lingue, la profezia, la guarigione ed altro ancora. Per contrastare il rischio di esaltazione, Paolo indica una nuova possibilità di essere perfetti, che consiste nell’amore (1Cor 12,30-13,13). L’apostolo indica la nullità di ogni grandezza cristiana se priva dell’amore, poichÊ porta con sÊ i gravi pericoli del fanatismo, dell’orgoglio, dell’egocentrismo. L’amore, invece, genera magnanimità, benevolenza, partecipazione alla gioia di chi fa il bene, comprensione, fiducia e speranza. Allora, l’amore si rivela come dinamismo che spinge il credente a operare nei rapporti con gli altri secondo una linea di apertura, solidarietà e partecipazione. Anche le Costituzioni dei Carmelitani esprimono lo stesso concetto: La fraternità, secondo l’esempio della comunità di Gerusalemme, è una incarnazione dell’amore disinteressato di Dio 7


e interiorizzato attraverso un processo permanente di svuotamento dall’egocentrismo – anche possibile in comune – verso un genuino centrarsi in Dio. Così possiamo manifestare la natura carismatica e profetica della vita consacrata del Carmelo, e possiamo inserire armonicamente in essa l’uso dei carismi personali di ciascuno a servizio della Chiesa e del mondo»1. Infine Paolo sottolinea il carattere perenne e perfetto dell’amore che, a differenza dei carismi, che fanno parte della temporaneità umana e fisica di chi li possiede, esso non verrà mai meno. Da questo stupendo brano, appare chiaro che il vero amore è certamente esigente – perché è paziente, è benigno, tutto sopporta, ecc. – ma proprio in questo sta la sua bellezza: in quanto costituisce il vero bene dell’uomo e lo irradia anche agli altri. L’amore, infatti, è vero quando crea il bene delle persone e delle comunità; lo crea e lo dona. Questo amore capace di “tutto”, è l’accoglienza della potente grazia di Dio, che è l’Amore.

La parabola del buon samaritano La parabola è narrata da Gesù mentre è in cammino verso Gerusalemme, luogo del suo sacrificio, della sua sconfitta umana e della sua glorificazione divina. La sua sconfitta è però già anticipata durante il viaggio: la disputa tra i suoi discepoli su chi fosse il più grande tra loro (Lc 9,46-48); l’impedimento degli stessi verso altri a scacciare i demoni “nel nome di Gesù” (Lc 9,49-50); la cattiva accoglienza e l’ostilità di un villaggio samaritano perché erano diretti a Gerusalemme (Lc 9,51-56); il non saper corrispondere alle esigenze della vocazione apostolica (Lc 9,57-62). A queste sconfitte Gesù risponde con parole e gesti di fiducia e di amore: la designazione di altri 72 discepoli inviati «a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 8

10,1); il potere di sottomettere il male e la “consolazione” dei propri nomi scritti nei cieli (Lc 10,20); l’esultanza di Gesù per la rivelazione del vangelo ai “piccoli” (Lc 10,21); il privilegio dei discepoli di poter vedere e udire tali cose (Lc 10,23). Questo insegnamento di Gesù ci conduce alla parabola del buon samaritano, che è di per sé semplice nella sua esposizione e chiede un giudizio immediato e inequivocabile, tanto che il dottore della legge può “giustificarsi” di fronte al precetto dell’amore verso un prossimo indefinito, ma non di fronte alla domanda diretta di Gesù. La parabola scaturisce dalla domanda del dottore della legge: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29) e termina con un’altra domanda di Gesù: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (Lc 10,36). Questa domanda finale cambia definitivamente la prospettiva degli ascoltatori: l’individuazione del prossimo non nel ferito, ma in colui che lo soccorre, che si fa prossimo del bisognoso e del sofferente. Gesù invita a superare ogni discussione teorica ed evasiva sul contenuto reale da dare al termine “prossimo”; ponendo la questione sulla responsabilità dell’interlocutore: invita a «diventare prossimo» di tutti, indistintamente.

Il buon samaritano

VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


Dalla domanda-alibi: «Chi è il prossimo?», Gesù ci spinge esistenzialmente alla domanda-impegno: «Come si è e ci si fa il prossimo degli altri?». Un’altra chiave di lettura della parabola ci è data dal fatto che più che definire il prossimo, Gesù definisce se stesso come tale: è lui il buon samaritano che si avvicina all’uomo sofferente, moribondo, lo soccorre e lo guarisce. I Padri della Chiesa hanno letto in questa parabola un altro senso spirituale. L’uomo ferito rappresenta Adamo e, di conseguenza, tutta l’umanità infelice che, a causa del peccato, era stata spogliata della grazia. Il sacerdote, e il Levita significano la vecchia legge, che non giovò alla salvezza dell’uomo, fintanto che giunse il pietoso Samaritano a curarla: prese su di sé l’umana natura, per risanarla a spese del suo sacrificio, e condusse il ferito nella sua Chiesa, e con olio lo lavò, e col vino, cioè col suo sangue, e con la sua misericordia, fino a rendergli piena e perfetta salute. «Colui che ama il prossimo allora è forse il ferito che, nella sua assoluta impotenza, concede all’ altro l’occasione [...] di divenire compassionevole come Dio è compassionevole. Non abbiamo qui la rivelazione velata dell’amore universale che dal crocifisso morente e impotente scende su ogni uomo? Non abbiamo qui l’esperienza che spesso facciamo quando diciamo che stando accanto a un malato o a un morente scopriamo che è più ciò che lui ha dato a noi che non il contrario?»2.

Il volto di Cristo, volto dell’uomo Guardando a Cristo, riconoscendolo e accogliendolo, l’uomo riconosce e accoglie se stesso e il proprio simile; così l’attenzione all’altro diventa anche attenzione alla propria storia, capacità di guardare con simpatia alla propria umanità, possibilità di curare le ferite provocate dal male, dall’egoismo, dalla superficialità-rigidità, dalle chiusure all’accoglienza e alla condivisione. Mentre il mondo si chiede se abbia NOVEMBRE / DICEMBRE 2011

ancora un senso parlare di carità, se sia effettivamente possibile un rapporto evangelico con l’altro, la Parola di Cristo, i suoi gesti, il suo volto, ci spingono ad andare oltre, a non giustificarci, a non tentare l’altro, a non privarlo di ciò che gli appartiene. In questo culto di verità e giustizia, il “sacerdote” e il “levita” (ogni ministro come ogni battezzato) sono chiamati a rimanere puri davanti a Dio, incontaminati, ma nello stesso tempo a “sporcarsi le mani” e a “perdere la faccia” per ritrovarla radiosa nel giorno del Signore.

La Regola Carmelitana Chiaramente non mancano nemmeno nella nostra Regola Carmelitana riferimenti all’amore-carità-attenzione all’altro: l’obbedienza al Priore e agli altri fratelli, l’attenzione alle necessità dell’altro – che superano ogni legge –, la carità della correzione fraterna, non essere di peso a chi compie l’ospitalità, l’amore totale verso Dio e il prossimo, la carità della testimonianza, il farsi servo del prossimo. Queste cose, dice la Regola, propongono un metodo di vita illuminato dalla discrezione, moderatrice delle virtù: «Se poi qualcuno avrà fatto di più, il Signore stesso lo rimunererà al suo ritorno»3.

1 Costituzioni dell’Ordine dei Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, 30. 2 Luciano Manicardi, L’umano soffrire. Evangelizzare le parole sulla sofferenza, Qiqajon, Bose 2006. 3 Regola dei Carmelitani, 18; Cfr. Lc10,35.

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giustizia e pace

Nessuno tocchi

aino

 Mariateresa Surace

Madre Teresa ha scritto: ÂŤLa vita è la Se la scienza definisce la vita come convita, difendilaÂť. L’eco di queste parole ri- dizione propria della materia vivente, che suona di continuo, carico di un profon- la distingue dalla materia inanimata, noi do significato. Il lettore distratto non vi cattolici non ci accontentiamo di tale trova che belle parole difficili da assapo- definizione e, a voce alta, esprimiamo la rare pienamente, al contrario il lettore nostra opinione. Dio ha creato, plaattento con il cuore rismato, l’uomo dal nulla, volto al cielo, percepisce “a sua immagineâ€? (Gen in essa la divina bellezza 1, 27), lo ha reso vivo, della vita. razionale, pieno di doni, Nel meditare questo ha posto nel cuore di pensiero di Madre Terequesta sua piccola creasa, è grande il numero tura, tanto amata, un tedelle emozioni che attrasoro immenso: l’amore. versano il cuore e la L’uomo è un piccolo giomente; lei lo aveva caiello di Dio. Spesso senpito, sĂŹ, aveva capito tiamo dire, quasi come quanto valore abbia reuna frase fatta, “la vita è almente la vita umana. un dono di Dioâ€?, ma riuUna maturitĂ , la sua, sciamo davvero a coconquistata a contatto glierne l’aspetto fondadiretto con la sofferenza mentale? Essa è un vero e la povertĂ . In una sodono, gratuito, inestimacietĂ  in cui tutto è rapibile, unico e non negodo e immediato, il tempo ziabile. che abbiamo a disposiDio in prima persona zione per ragionare sulle mette in guardia l’uomo vicende della quotidiaBeata madre Teresa di Calcutta con il comandamento nitĂ  è poco, eppure, forÂŤNon uccidereÂť (Es se proprio nel mondo di oggi, piĂš che in quello passato, dobbia- 20,13). Ecco che si propone una riflesmo afferrare il tempo, e dedicarne una sione impegnativa ma necessaria; guarparte alla nostra formazione personale; dando al mondo di oggi dove la cultura, crescere dentro per testimoniare ed es- la tecnologia e la medicina hanno fatto sere autori di scelte coraggiose, medita- passi da gigante, in quale punto del re per accogliere l’amore di Dio che cammino dell’umanitĂ  ci troviamo? Se vogliamo includere anche il progresso istruisce il cuore nel silenzio. Il rischio a cui tutti siamo sottoposti civile e sociale, è bello pensare di vivere in questo momento è quello di rimanere in una societĂ  cosĂŹ evoluta. Ciò noncome spettatori di fronte alle emergenze ostante la nostra bella societĂ  è minata spirituali e materiali del nostro tempo. da alcuni aspetti negativi piuttosto seri. 10

VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


giustizia e pace

Sento il dovere di citare, tra i tanti, l’aborto; attraverso questa pratica si ottiene l’interruzione della gravidanza, e la morte del bambino che la madre porta in grembo. Attualmente questo metodo è disciplinato da una legge, la n. 194, che consente di effettuare l’aborto entro i primi mesi della gravidanza, ma se consideriamo che la vita ha inizio con il concepimento, forse dovremmo aprire gli occhi e renderci conto che non è tutto oro quel che luccica. Questa esperienza è per molte donne traumatica, ed ha le sue conseguenze spirituali. Le vittime in questo caso sono due, madre e figlio e spesso i traumi post-aborto rimangono nascosti, celati all’interno della persona, anche per molto tempo. La risposta dell’amore ad un tale avvenimento è la speranza di rialzarsi e ricominciare da capo, riconciliarsi con Dio, nella certezza che Dio non abbandona nessuno, soprattutto chi comprende di aver sbagliato. Il Signore attende con pazienza la pecorella smarrita per ricondurla a casa, e quando questa ritorna, c’è grande gioia in cielo. Ovviamente il compito di ogni buon cristiano non è quello di giudicare e condannare il peccatore, ma quello di condannare apertamente il peccato, testimoniando la verità, la vita è un bene sacrosanto, e va difesa con ogni mezzo. Aggiungiamo lo spunto per un’altra riflessione: un bimbo piccolo non è in grado di comunicare i propri desideri e sentimenti e volontà, fino al raggiungimento di una certa età, andando avanti nella crescita il bimbo conserva ancora per un certo periodo di tempo, (parliamo di qualche anno), una sorta di incoscienza della realtà circostante e della percezione dei pericoli, nonché del bene e del male, la sua vita dipende completamente dalle cure di un’altra persona, in questo caso la mamma. Se questa è la condizione di un fragile piccolo uomo, in che stato si trova una creatura non ancora nata? Quanto bisogno di protezione ha un miracolo così grande? NOVEMBRE / DICEMBRE 2011

Si apre ora il fronte delle sperimentazioni sugli embrioni e la questione della clonazione umana. A tal proposito non possiamo dire molto se non che il dibattito internazionale è ancora aperto, e che la questione è molto simile a quella sopra menzionata. Sappiamo almeno che è proibita la creazione di embrioni ai fini di ricerca. In merito alla clonazione umana, anche questo è un argomento che necessita una chiara definizione. Vogliamo ancora aggiungere un altro tasto do-

Maternità (foto Oxfam Italia)

loroso, l’eutanasia, la “morte dolce” come viene definita. L’umanità si trova su due fronti distinti ad affrontare tali argomentazioni, lo scontro diretto tra pareri favorevoli e contrari è ancora aperto. È il caso di volgere lo sguardo anche ad un altro tema scottante: la pena di morte. La seguente citazione è tratta dal sito della lega internazionale Nessuno tocchi Caino: «L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata nel 2010 e anche nei primi sei mesi del 2011. I Paesi o territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 155»1. È un numero confortante considerato il numero di quelli che fanno ancora ricorso alla pena capitale. Nessuno tocchi Caino è una lega internazionale di cittadini e di parlamentari per l’abolizione della pena di morte nel mondo. È un’associazione senza fini di lucro fondata a Bruxelles nel 1993 e costituente il Partito Radicale 11


giustizia e pace

Transazionale. L’origine del nome del scuno vi può essere quello del massimo gruppo è tratto dal biblico libro della Ge- di tutti i beni, la vita?»2. Alla luce di quenesi (Cfr. Gen 4,15) e vuol significare: sti fatti, c’è ancora spazio per un’ultima giustizia senza vendetta. considerazione: quale garanzia di giustiAl mondo c’è un solo modo per vivere zia può mai dare all’uomo la pena di e tanti per morire. Basta fare rapida- morte? Quanto è giusto privare della vita mente un elenco delle pene inflitte ai un essere umano, se questo gesto ci condannati a morte: la lapidazione, la pone esattamente allo stesso livello di fucilazione, la decapitazione, l’impicca- chi ha commesso azioni malvagie e degione, sedia elettrica, camera a gas, inie- gne di essere in qualche modo punite? zione letale, tutte ancora in vigore. La risposta è dentro ognuno di noi. Il deC’è da dire che alcuni Stati considera- siderio di vendetta e con esso uno strano la pena di morte come una misura no personale senso di giustizia, spesso efficace ed esemplare, fortunatamente prevaricano la ragione, spingendo l’uoce ne sono altri che mo a compiere delle considerano una scelte che, possiaconquista della civilmo dirlo chiaratà giuridica l’abomente, sono errate, lizione della pena e non possono procapitale. Il Parladurre buoni frutti, mento europeo, nel perché la radice marzo 1992 ha adotstessa che li genera tato una Risoluzione è malata, se un’ache propone l’abozione ha origine in lizione della pena un cattivo senticapitale in tutti i mento, anche il ripaesi del mondo. sultato non sarà da Custodire la vita: nessuno tocchi Caino I Paesi dell’Unione meno, e le conseEuropea sono impegnati a negare l’e- guenze di scelte sbagliate non si possostradizione agli imputati che potrebbero no calcolare prontamente. Forse un essere condannati a morte. Inoltre l’im- giorno cresceremo anche sotto questo pegno per l’abolizione della pena di mor- punto di vista, e saremo capaci di gesti te in tutto il mondo pone questo punto memorabili dettati dal perdono e dall’acome condizione per i negoziati con gli more come hanno saputo fare i santi. altri Paesi. La pena di morte oltre ad es- Alessandro Serenelli fu condannato a sere contraria ai principi morali non si è scontare una pena di trent’anni per l’orivelata neanche una soluzione efficace micidio della giovanissima Maria Gocontro il crimine, come dimostrano le retti, oggi santa, sul letto di morte Maria statistiche. In alcuni paesi in cui essa è pregò per il suo assassino, lo perdonò e in vigore il numero degli omicidi non è chiese al Signore per lui il paradiso. Indiminuito. Fare giustizia in questo modo coraggiato dal vescovo del tempo, Sereè solo un miraggio; togliere la vita ad un nelli maturò il pentimento e la convercondannato a morte non gli dà occasio- sione. Se Alessandro fosse stato condanne di pentirsi e di redimersi, è l’errore nato a morte non avremmo potuto testiche l’uomo fa troppo spesso mettendosi moniare questo miracolo dell’amore, su un gradino troppo alto che non gli l’invito di Dio si rinnova sempre, dite si spetta. Cesare Beccaria, giurista e filo- all’amore e alla vita. 1 sofo del XVIII secolo, scrive: «Chi è mai http: //www.nessunotocchicaino.it/chi colui che abbia voluto lasciare ad altri sia mo/index.php?idtema=10319029. 2 uomini l’ arbitrio di ucciderlo? Come mai C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, Monel minimo sacrificio della libertà di cia- lini Libraio, Parigi 1780, p. 74. 12

VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


P

Fuoco che trasforma

overtĂ  e possesso

 p. Carmelo Silvaggio, O. Carm. Il Regno di Dio e la Regola del Car- per la diversitĂ , per le necessitĂ  personali. Ogni carmelitano è chiamato oggi melo La meta ultima di ogni cristiano è il a fare un percorso nell’esperienza della Regno dei cieli, e ciascun fedele certa- povertĂ , sempre partendo dalla conmente vorrebbe raggiungere tale tra- templazione della povertĂ  di Cristo. guardo. Il Signore GesĂš ha indicato con chiarezza le strade che lĂŹ conducono; PovertĂ  e relazioni umane Ma è necessario anche chiedersi: è una di queste è la via della povertĂ  evangelica, la povertĂ  di spirito, ma an- possibile indicare ancora oggi, nella noche la povertĂ  materiale, la rinuncia al stra societĂ  opulenta la via della povertĂ ? Si può sperare di dare ai fratelli un possesso dei beni della terra. segno forte per ciò che A riguardo della poriguarda l’uso dei beni vertĂ  la Regola carmelimateriali? L’esperienza tana ha una insolita edi ogni giorno sembra lasticitĂ , che non è ridirci di no, o almeno ci lassamento, ma attenfa capire costantemenzione ai bisogni dei sinte che non è cosa fagoli, nel quadro comucile. Anche quando ci ne del carisma di tutti. si sforza a “vivere la La povertĂ  indicata povertĂ â€?, non si riesce dalla Regola è motivata a incontrarla veramenda una ragione escatote. Bisognerebbe pure logica, cioè dalla spestare attenti a parlare ranza di possedere i di essa, anche nei nobeni celesti, cominstri ambienti religiosi, ciando a concretizzarli dove spesso si parla a nell’oggi che viviamo. cuor leggero di queste L’immagine proposta è cose. Bisogna stare atquella della prima cotenti a parlare della munitĂ  cristiana che povertĂ , se non si è veaveva tutto in comune ramente poveri. Si poe in cui nessuno dovetrebbe correre il riva essere povero, perRegola Carmelitana e povertĂ  schio di non trovarsi al chĂŠ in realtĂ  ci si prendeva cura gli uni degli altri (cfr At 2, 44- posto di Giobbe, ma in quello dei suoi 45). Questa attenzione alla persona è amici troppo saggi, che disquisiscono importantissima per non vivere la po- sulla sua situazione senza mai realvertĂ  in modo rigido, ma con soavitĂ  se- mente comprenderla (Cfr. Gb 2,11; condo lo stile intuito dai primi eremiti 34,36-37). La vita povera può essere sul Carmelo, lasciando un certo spazio vissuta solo se si riparte da GesĂš CriNOVEMBRE / DICEMBRE 2011

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sto, che si è fatto povero. A tal proposito scriveva il precedente priore Generale Joseph Chalmers: «Gesù ha vissuto nell’incertezza, in una situazione precaria. Ha vissuto senza una casa, come uno straniero e un pellegrino sulla terra. Seguirlo significa affrontare una vita privata delle umane sicurezze e caratterizzata dalla povertà (Mt 8,20). I discepoli del Maestro non hanno il permesso di stabilirsi confortevolmente in questo mondo (Lc 9,57-58). Essi sono chiamati ad assumersi la responsabilità di una vita rischiosa, incerta, insicura a livello materiale e ancor più a livello spirituale, nel senso che essi devono perdere la propria vita per riceverla in abbondanza (Mt 16,25). La povertà radicale di Gesù consiste nel suo autosvuotamento (Fil 2,7). In Gesù troviamo l’aiuto di Dio sotto forma di povertà. Dio assume la nostra povertà e condivide con noi la sua ricchezza (2 Cor 8,9). Naturalmente la ricchezza di Dio non ha nulla a che vedere con il denaro. Per partecipare alle ricchezze del Cristo, è necessario anche partecipare al mistero della povertà e dell’auto-svuotamento, che ci viene completamente svelato con la morte di Gesù in croce. Dio rivela la sua potenza nella debolezza (2Cor 12,9-10; 1Cor 1,25)»1.

«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era si è fatto povero per voi» (2Cor 8,9)

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Le persone, anche ricche materialmente, sono spesso povere di Dio e perciò rinchiuse in una solitudine a volte disperata. Noi che ci sentiamo, per grazia, “ricchi di Dio”, della sua Parola, dei sacramenti, dell’aiuto della preghiera, dovremmo chiederci: siamo sino in fondo coerenti con la responsabilità che ci è affidata? Dio si dona a noi ad una condizione: che noi lo doniamo ai fratelli. Di fronte alla povertà di speranza che invade il nostro mondo occidentale, noi possiamo scegliere di rispondere con una vita di preghiera, che può cambiare il corso della storia e avviare cammini di riconciliazione e giustizia tra i popoli, ma questo non basta. La nostra solidarietà con chi è “senza Dio” si deve tradurre in un cammino di consapevolezza della nostra stessa povertà, in atti concreti di carità. Noi sappiamo che tutti, senza distinzioni, nel giorno del giudizio universale, saremo giudicati sul nostro amore concreto verso i fratelli2. Sarà anzi nell’amore concretamente esercitato che molti, in quel giorno, scopriranno di aver di fatto incontrato Cristo, pur non avendolo prima conosciuto in modo esplicito: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. » (Mt 25,35-36.40) La povertà più grande di oggi è di aver perso di vista l’importanza delle relazioni umane e della persona nelle sua fondamentale unicità. Quanti sono poveri materialmente sono spesso più felici di molti altri, se conservano relazioni più vere e fraterne, meno frettolose e superficiali. Noi dobbiamo sentirci chiamati come contemplativi a una vita veramente fraterna, a VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


ritrovare e a mettere al primo posto queste dimensioni, vivendo anche il mistero del tempo come dono che non ci appartiene. Spesso ci sentiamo poveri di tempo, in questa società frenetica, ma esso lo vedremo moltiplicarsi se lo usiamo per coltivare relazioni fondate sulla verità: ascoltare e accogliere ogni fratello senza ansia e in totale gratuità.

Un rinnovato spirito di povertà è senza dubbio anche una fonte di pace A tale riguardo scriveva in beato Giovanni Paolo II in occasione della XXVI giornata mondiale della pace: «Nei Paesi industrializzati la gente è oggi dominata dalla corsa frenetica verso il possesso di beni materiali. La società dei consumi fa risaltare ancor più il divario che separa i ricchi dai poveri, e la spasmodica ricerca del benessere rischia di rendere ciechi di fronte agli altrui bisogni. Per promuovere il benessere sociale, culturale, spirituale ed anche economico di ogni membro della società, è dunque indispensabile arginare l’immoderato consumo di beni terreni e contenere la spinta dei bisogni artificiali. La moderazione e la semplicità devono diventare i criteri del nostro vivere quotidiano. La quantità di beni, consumati da una modestissima frazione della popolazione mondiale, produce una domanda eccessiva rispetto alle risorse disponibili. La riduzione della domanda costituisce un primo passo per alleviare la povertà, se ad essa si accompagnano efficaci sforzi per assicurare una giusta distribuzione della ricchezza mondiale». Parole, queste, scritte per il 1° gennaio del 1993, ma più che mai attuali ai nostri giorni. Il Papa continuava: «Il Vangelo invita, in proposito, i credenti a non ammassare beni di questo mondo perituro: “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo” (Mt 6,19-20). È, questo, un dovere insito nella vocazione cristiana non diverNOVEMBRE / DICEMBRE 2011

«Perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9)

samente da quello di lavorare per sconfiggere la povertà; ed è anche un mezzo molto efficace per riuscire in tale impresa. La povertà evangelica è ben diversa da quella economica e sociale. Mentre questa ha caratteristiche impietose e spesso drammatiche, essendo subita come una violenza, la povertà evangelica è liberamente scelta dalla persona che intende così corrispondere al monito di Cristo: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Tale povertà evangelica si pone come fonte di pace, perché grazie ad essa la persona può instaurare un giusto rapporto con Dio, con gli altri e con il creato […] Il Signore Gesù ricordò ai ricchi che l’inganno della ricchezza soffoca la Parola (cfr. Mt 13,22), e che per loro è difficile entrare nel Regno di Dio (cfr. Mc 10,25). L’esempio di Cristo, non meno della sua parola, è norma per i cristiani. […] Possano i ricchi e i poveri riconoscersi fratelli e sorelle, condividendo tra loro quanto posseggono, come figli di un solo Dio che ama tutti, che vuole il bene di tutti, che offre a tutti il dono della pace!». 1 J. Chalmers, Il Signore ascolta il grido del povero, Edizioni Carmelitane, Roma 2006, 13. 2 Cfr. G. della Croce, Detti di luce e amore n. 59, in G. della Croce, a cura di L. Borriello, Opere complete, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001, p. 113.

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proposte di lettura

Salvatore Schirone Rosario Scognamiglio

Ti rivelerai tra due animali. L’asino e il bue nella Tradizione cristiana Levante editori, Bari 2011 Euro 6,00

Anche se i Vangeli canonici di Luca e di Matteo non ci parlano dei due animali accanto alla mangiatoia di Gesù bambino, esiste una lunga tradizione che lo attesta e che si poggia su un solido fondamento biblico. In questo studio gli autori svelano la ricchezza biblica, teologica e spirituale racchiusa in questi due sorprendenti animali, testimoni del mistero dell’Incarnazione. Quello che colpisce maggiormente nella lettura di que16

sto libretto sull’asino e il bue nella Tradizione (con la T maiuscola) cristiana è il mirabile insieme di amore, competenza professionale e umana delicatezza con cui i due studiosi Salvatore Schirone e Rosario Scognamiglio, già noti per altri pregevoli lavori in campo biblico-patristico, hanno curato e proposto, come lo scriba del Vangelo che, “diventato discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52). Siamo soliti considerare il bue e l’asinello solo due graziosi accessori dei nostri presepi, messi lì per tradizione, ma non si sa bene perché, forse solo per riscaldare il bambino e la grotta; vengono alla mente, ad esempio, i versi conclusivi della celebre filastrocca di Guido Gozzano, La Notte Santa: “Quanta neve, quanta!” dice sgomento Giuseppe a Maria, ma aggiunge: “Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue. Maria – conclude il poeta – già trascolora divinamente affranta.../ Il campanile scocca la Mezzanotte Santa”. Per riscaldare il bambino e la grotta... ma nulla di più... Questo lavoro ci fa scoprire che c’è invece tanto di più. Ci fa scoprire quanta ricchezza i vangeli apocrifi, i Padri della chiesa di oriente e di occidente, il medioevo e l’età moderna, fino a Benedetto XVI, abbiano tratto dal bue e dall’asino del presepe, mettendo insieme Antico e Nuovo Testamento, Parola e liturgia, vita civile e vita della chiesa, dotti scritti e semplici canti popolari, parole di ogni tempo e immagi-

ni di una preziosa iconografia natalizia. È incredibile vedere quante riflessioni, quante intuizioni, quanti messaggi abbia suscitato il testo di Isaia (1,3): “Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del suo signore”, un testo ‘accomodato’ alla Natività; quante interpretazioni allegoriche e spirituali abbiano avuto i due animali tra i quali, secondo un versetto del profeta Abacuc, il Signore “si rivelerà” (cfr. Ab 3, 2, LXX). Potrebbe sembrare quasi irriverente, ma, lo sappiamo, è il mistero abissale, inaudito, dell’abbassamento di un Dio che “apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8). Dalla mansuetudine del bue, dalla docilità dell’asino impariamo anche noi l’umiltà e la mitezza, impariamo a mettere da parte anche la superbia di una dotta erudizione. Scrive Benedetto XVI: “nella stalla, dove è lui, non abitano le persone raffinate, lì sono di casa appunto il bue e l’asino”. Nasce dalla lettura di queste pagine un senso e un bisogno di adorazione del mistero del Dio fatto uomo. Dice il presepiaro napoletano di San Gregorio Armeno: “Il bue e l’asino sono inginocchiati perché, malgrado siano semplici animali, lo sanno che quel Bambino è Figlio di Dio e come tale lo devono adorare. Non vi pare?”. Ad adorare le meraviglie di Dio siamo condotti per mano, mistagogicamente, attraverso queste pagine. (Presentazione di Giuseppe Micunco, pp. 7-9) VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


profili del carmelo

Beato Angelo Paoli, Padre dei poveri  fr. Francesco M. Ciaccia, O. Carm. Gli anni della giovinezza Angelo Paoli nacque in un piccolo paese della Toscana, Argigliano, nel 1642 e fu battezzato col nome di Francesco, e visse la sua fanciullezza e adolescenza in una famiglia profondamente religiosa. Fin da piccolo avvertÏ l’esigenza di condividere la gioia della fede con i suoi coetanei, apostolato che da alcuni gli valse il titolo di beghino, bigotto1. Tutta la sua adolescenza fu caratterizzata da eventi che ne segnarono la spiritualità, tra cui il dramma della morte della madre, quand’egli aveva ancora 14 anni, che lungi dal fargli sprofondare in un dolore senza via di uscita, gli permise di aprirsi ulteriormente al mistero amoroso di Dio, il Signore della vita.

La disponibilità come vocazione All’età di 18 anni, abbracciò la vita religiosa nel Carmelo, scegliendo quest’Ordine per la sua profonda spiritualità mariana alla quale si sentiva particolarmente legato, e acquisÏ il nome di Angelo. All’età di 29 anni ricevette il Sacramento dell’Ordinazione presbiterale. Nonostante mostrasse grandi attitudine agli studi, non volle conseguire piÚ alti gradi accademici, decidendo di consacrare la sua vita religiosa, e il suo ministero presbiterale, alle necessità dell’Ordine e all’accoglienza dei poveri e degli emarginati. Si contraddistinse per la sua grande disponibilità ai progetti del suo priore, accettando in pochi anni diversi incarichi e facendosi pellegrino tra le varie città del centro Italia. Fu maestro dei noviNOVEMBRE / DICEMBRE 2011

Beato Angelo Paoli

zi a Firenze, parroco a Corniola, frazione di Empoli, successivamente a Siena, dove iniziò il suo apostolato per i poveri, nominato insegnante di grammatica a Montecatini, fino a giungere nel Carmelo di Pisa dove riuscÏ a coinvolgere diversi nobili alla sua causa per i poveri. CosÏ scrive il suo biografo: portavano al padre Angiolo elemosine cospicue, e lui faceva presto a distribuirle ai poveri: pareva che le monete gli scottassero tra i polpastrelli delle dita2. Tuttavia il suo itinerare non era ancora terminato, dopo pochi mesi di soggiorno a Pisa gli fu chiesto di coprire l’incarico di sacrista e organista nel convento di Fivizzano, in provincia di Massa Carrara, finchÊ nel 1687, proprio il Priore Generale chiese la sua presenza nel convento di S. Martino ai monti di Roma, rimanendovi per 33 anni fino alla fine della sua vita terrena. Sarà questa città che ammirerà stupita lo spettacolo della sua carità3.

Padre dei poveri Ministero principale del beato carmelitano nella cittĂ  eterna fu una profonda attivitĂ  di recupero sociale e religioso degli emarginati, soprattutto poveri e ammalati. A centinaia i mendichi si affollavano al cortile esterno del convento. Attendevano da lui nutrimento per il corpo e per lo spirito, e la Provvidenza non disattese mai le aspettative di questo piccolo frate che confidava pienamente in colui che disse: ÂŤtutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterreteÂť (Mt 21,22). ÂŤInfiammato dalla fede e illuminato dalla luce dello Spirito, scoprĂŹ che il Signore lo chiamava a vivere, po17


profili del carmelo

tremmo dire, una vocazione speciale, quella di essere servo dei poveri»4. Tuttavia egli non era solo venerato e amato dai poveri e dai malati, ma anche dai Papi, dai Cardinali, dai principi e dai nobili romani, che beneficati da lui spiritualmente lo aiutavano con offerte generose: «diventava così il ponte che univa le mani del povero che chiedeva con le mani del ricco che donava»5. Dal genio della sua carità nacque il convalescenziario, ovvero quel luogo dove poter accudire e sfamare tutti quei degenti rimessi dagli ospedali ma che tuttavia, bisognosi di cure ricostituenti,

Solidarietà internazionale (foto Focsiv)

non potevano ancora riprendere il lavoro, e quindi incapaci di sostenersi economicamente (per molti di loro, in genere non restava che l’accattonaggio). Dapprima cominciò a sistemare questi convalescenti in famiglie benestanti che accettavano di ospitarli per un certo numero di giorni, finché nel 1710 conseguì il suo sogno, l’albergo per i convalescenti, il primo in Italia, che ospitava i degenti gratuitamente fino al loro completo recupero. Altro aspetto fondamentale della sua spiritualità, intrisa di profonda preghiera, amore eucaristico ed equilibrata ascesi, era il suo amore per l’umanità di Cristo, che vedeva riflessa nel volto dei poveri e dei sofferenti. Per questo motivo fissò diverse grandi croci per la città di Roma, nei luoghi più significativi della città in maniera che fossero visibili da lontano e richiamassero l’attenzione e gli affetti dei cristiani durante la loro quoti18

dianità. Una di queste croci è quella che fissò all’interno del Colosseo6, dando inizio a quel pio esercizio che è la preghiera della Via Crucis che ogni anno il Santo Padre presiede. Morì nel 1720 «come un testimone, un profeta di speranza, un autentico segno della tenerezza di Dio nei confronti degli ultimi della terra»7, e sulla pietra lapidaria incisero accanto al suo nome, quel titolo per cui era conosciuto in tutta Roma: “Padre dei poveri”.

L’attualità di una testimonianza Ogni vita vissuta coerentemente alla propria vocazione battesimale è sempre attuale, in qualunque contesto storico e sociale essa s’incarni, la santità infatti è la chiamata universale che accomuna tutti i fedeli in Cristo, indipendentemente dal proprio stato di vita8. In un mondo in cui il povero diventa sempre più misero, e il ricco continua a crescere nella propria opulenza, la testimonianza del beato Angelo si rivela particolarmente attuale, segno della cura e della predilezione di Dio per i poveri, che tuttavia non lascia di chiamare alla conversione chi fa delle ricchezze una idolatria, e ci invita a mettere in pratica quella giustizia che prima di essere religiosa e cristiana, è umana e sociale in quanto a ogni uomo spetta di vivere una vita dignitosa9 e di tutelare il proprio lavoro durante il periodo della sua malattia e della degenza10.

1 Cfr. G. Papàsogli – G. Verrienti, Un Apostolo sociale. P. Angiolo Paoli, Milano, Ancora 1962, p. 14. 2 Ibid, p. 48. 3 Cfr. A. Amato, Omelia, 27.4.2010. 4 A. Vallini, Omelia, 26.4.2010. 5 Ivi. 6 Luogo che al tempo era erroneamente ritenuto sede dei martirii nella prima età cristiana. 7 F. Millán Romeral, Vi raccomando i miei poveri e i miei malati..., Edizioni carmelitane, Roma 2010, p.10. 8 Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, n. 41. 9 Cfr. Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1948, Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, preambolo. 10 Codice di Diritto Civile, art. 2110.

VITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


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La tua bellezza sia la mia

iovani e speranze  Floriana Grassi

Quando oggi sentiamo parlare di infatti, data la maggiore presenza di an“nuove povertĂ â€?, dobbiamo sapere che ci ziani, realizza progetti di protezione sosi riferisce ad un fenomeno presente ciale principalmente per loro e non invenella nostra societĂ , in particolare nella ste quanto dovrebbe nella popolazione giovanile e infantile, nostra Italia, che tracioè nel futuro della scende l’aspetto purasocietĂ ! mente economico e comĂˆ una situazione prende una sfera piĂš che vuole pian piano ampia che abbraccia cambiare, si stanno tutti gli aspetti essenziafacendo dei piccoli li della vita: la famiglia, passi nell’area mail lavoro, le relazioni. Le terno-infantile per nuove povertĂ  sono apincentivare la natalipunto quelle relazionali. tĂ ; ma è certo che le Le “patologie della mopolitiche giovanili, dernitĂ â€?, infatti, sono la cioè quelle azioni volsolitudine, l’isolamento, te a dar valore alla l’esclusione sociale. Nuove povertĂ  presenza dei giovani Quella italiana è una popolazione che invecchia perchĂŠ le nel nostro paese e specialmente nel Measpettative di vita aumentano ma anche ridione, non sortiscono gli effetti voluti. I perchĂŠ diminuiscono le nascite, e se que- confronti internazionali rivelano come l’Isto accade è perchĂŠ le famiglie, se e talia sia il paese che destina meno risorquando si costituiscono, vivono situazio- se alle fasce giovani della popolazione. Ăˆ evidente come i giovani facciano fatini di precarietĂ  economico-lavorativa a causa delle quali tendono a non mettere ca a stabilizzarsi con un lavoro e con una al mondo figli per evitare di vivere e far propria famiglia, per questo è diffusa la vivere in miseria e perchĂŠ non trovano tendenza/necessitĂ  a restare con la fanello Stato un sostegno sicuro. Lo Stato miglia d’origine, unica fonte di sicurezza. I giovani italiani sono quelli che piĂš a lungo dipendono dai genitori e che piĂš ritardano le tappe di transizione alla vita adulta. Se l’azione pubblica verso i giovani non è quella che dovrebbe essere è anche perchĂŠ molto fa affidamento sull’azione protettiva della famiglia. Ma al di lĂ  dello stereotipo dei giovani italiani “mammoniâ€?, i dati economici e occupazionali hanno un grande peso sulla lunga permanenza nella famiglia d’origine, soprattutto nel Mezzogiorno.


«I giovani che restano a lungo in famiglia mostrano un maggior livello d’insoddisfazione e di sfiducia in se stessi e questo lascia pensare che in situazioni più favorevoli non resterebbero poi così a lungo nella casa dei genitori»1. Negli studi realizzati sulle politiche sociali in Europa, emerge come il Mediterraneo europeo, tra cui l’Italia, sia il meno sviluppato sotto questo punto di vista. Alcuni studiosi in questa situazione evidenziano l’influenza della Chiesa cattolica. In generale, la Chiesa, dove ha avuto reale influenza, ha sostenuto un modello fondato sul principio di “sussidiarietà”, «giustificata in quanto espressione della responsabilità di ogni persona verso il benessere dell’altro. Questo in ragione della vicinanza della loro relazione. Dato che le relazioni più vicine e intime s’instaurano in primo luogo tra gli individui appartenenti ad Don Tonino Bello una famiglia, è proprio quest’ultima ad essere chiamata a prendere su di sé la responsabilità primaria del sostegno sociale. Di conseguenza il ruolo di altre istituzioni che sono più lontane è più limitato, in altre parole, queste ultime svolgono un ruolo più “sussidiario” rispetto alle responsabilità primarie. Il ruolo dei servizi pubblici, in particolare, è sussidiario rispetto a quello della famiglia, della comunità locale, del settore privato»2. La Chiesa pone al centro la famiglia, la comunità e il volontariato come attori vicini alla persona, rendendo sussidiario il ruolo dello Stato. Questo non dev’essere motivo di deresponsabilizzazione pubblica, né deve invogliare le famiglie italiane a non lasciar andare e rendere autonomi 20

La Chiesa pone al centro la famiglia

i figli. La situazione dei giovani oggi è molto difficile ed è altrettanto difficile parlare di speranza! «Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi dispererete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo perché il Padre è con me. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,3233). Gesù c’invita al coraggio! Ci chiede di non avere paura, qualunque sia la nostra tribolazione. Quanto vane, nei momenti di maggior sconforto, possono sembrare le sue parole d’incoraggiamento? Quanto difficile sembra riporre in Lui la speranza quando si è bisognosi di certezze immediate e tangibili? L’Italia, come tutto il mondo occidentale, ha una cultura individualista, centrata sull’io, basata sulla necessità di realizzazione e sul successo personale; se questi mancano, ci si sente falliti. Bisogna sconfiggere quelle nuove povertà relazionali invitando alla comunione! È questa oggi la speranza da realizzare: fare comunione! Noi dobbiamo diventare corpo di Cristo! E non mi riferisco solo ai credenti. Teniamo sempre presenti le parole di Gesù: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31); perché come ricorda il profeta Ezechiele: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe comVITA CARMELITANA - ANNO 73, N. 5


re, che bisogna accarezzamesse: egli certo vivrà e re, col quale bisogna ennon morirà» (Ez 18,26-28) trare in rapporto dialogiCome cristiani, io credo, co»3. abbiamo anche la responsabilità nei confronti dei Chiamati ad essere nostri fratelli non cristiani profeti del cambiamento, o non credenti. Quelli che pronti a scrutare i cieli Il tuo volto, fratello, io cerco incontriamo fuori dalle nuovi e le terre nuove, vo(cfr. Sal 26,8) parrocchie: nelle scuole, glio concludere questo nelle università, nei posti di lavoro, nelle breve articolo con l’esortazione dello nostre comitive, quelli che incontriamo stesso don Tonino: «Gesù ha detto: “Io per caso, quelli che trovano in noi un sono venuto a portare il fuoco sulla amico. Essi sono insieme a noi corpo di terra”. E noi che fuoco portiamo? Noi Cristo, perché condividono con noi il siamo cenere spenta, a volte... viviamo viaggio in questo mondo che è la nostra nei nostri bivacchi, ma senza slanci, senvita. za passioni! […] Io qualche volta sono un Un bellissimo messaggio ai giovani po’ rattristato nel vedere i nostri giovani sulla speranza è quello di Don Tonino un po’ stanchi, un po’ flemmatici, pensoBello, mandato ai giovani di Azione Cat- si soltanto alle loro cose, che si cinturatolica della Diocesi di Lecce in occasione no di sicurezze. Vorrei esortarvi tantissidella “FestaGiò” del gennaio 1993, anno mo ad allacciarvi insieme con gli altri. della sua morte: «Tutti quanti, come cre- Sperimentate il senso della comunione, denti, siamo annunciatori della Parola con tutti. Guardate alla gente che soffre, del Signore. [...] Un credente che non tra- che muore. Battetevi per loro, perché smette all’altro la Buona Notizia, è un cambi la mentalità del mondo […] Voi racredente spento, che non dice nulla. Il gazzi questo lo potete fare. Potete intronostro annuncio, ci dice, sia audace, durre questi germi di novità nel nostro carico di utopia e di prassi. L’annuncio mondo che è così triste, è così infiacchiche si pratica nella contemplazione del to. Voi questo potete farlo!»4. volto. Il volto dell’altro. Nella Bibbia noi 1 Rapporto giovani. Sesta indagine dell’Istituleggiamo: “Il tuo volto Signore io cerco. to Iard sulla condizione giovanile in Italia. 2 Fammi scorgere il tuo volto”. Noi doSpicker, The principle of Subsidiarity and vremmo dire: “Il tuo volto, fratello, io cer- the Social Policy of the European Community in co. Fammi scorgere il tuo volto”. Un vol- “Journal of European Social Policy. 3 T. Bello, Messaggio ai giovani di Azione Catto, come dice Lévinas, un grande filosofo tolica, 1993. contemporaneo, che bisogna contempla4 Ivi.

Oasi dei Trulli Martina Franca (TA)

Casa di accoglienza dei Carmelitani situata nella Valle d’Itria, dotata di 50 posti letto; ideale per ritiri, esercizi spirituali e campi scuola in autogestione.

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Insieme come fratelli

FESTA DELLA MADONNA DEL GRANATO

Sono passati, ormai, tre secoli dal lon- rocchia di Ponte Barizzo) è stata presietano 2 maggio 1712, anno in cui, dopo il duta dal Vescovo della Diocesi di Vallo grande restauro, l’antica basilica capu- della Lucania: Mons. Giuseppe Rocco taquense (Capaccio) ad opera del suo ve- Favale. scovo, Mons. Francesco De Nicolai, fu ❷ Durante la processione offertoriale soriaperta al culto. no stati presentati oltre ai doni comuni Da allora si ricorda con una festa li- del pane, vino, candelieri e fiori, anche turgica, tale ricorrenza religiosa che un’ anfora di creta contenente l’olio puntualmente si ripete offerto dai devoti, perché anche ai nostri giorni, con arda di continuo la lamnumerosa partecipazione pada votiva davanti alla di fedeli, provenienti oltre statua della Madonna che dal comune di Cadel Granato. paccio anche dalle località ❸ Non è mancato, tra i che circondano l’ampia doni, la tradizionale piana del Sele che si apre “centa”: costruzione linel golfo di Salerno. gnea dalle varie forme: Preparata da un triduo rotonde, ovali, piramidadi preghiere, si è voluto li o a mo’ di barca, piena sensibilizzare la comunità di candele adornate di dei devoti a prepararsi spifiori e nastri colorati. ritualmente a tale ricorNel passato, quando renza. non esisteva l’illuminaUn manifesto, diffuso zione elettrica, l’offerta Madonna del Granato nelle varie contrade, oltre di tutta questa cera, gacon addobbo floreale a presentare il programma rantiva la luce nel luogo dei festeggiamenti, invita anche i fedeli a sacro per l’esercizio del culto. partecipare numerosi ai sacri riti: “La Commentava la presentazione dei vari Madre del Bell’Amore che mostra il frutto doni, il giornalista Dott. Pietro Comite; della melagrana, ci manifesta il dolce nel mentre, una troupe televisiva della amore di Dio che come Padre premuroso Rai riprendeva il sacro rito all’interno lo riversa su ognuna delle sue creature. della Basilica. Sul Tuo esempio o Madre, fa che tutta la Al termine della celebrazione eucarinostra vita sia una risposta riconoscente stica, il vescovo si è recato davanti alla a quest’amore paterno”. sacra immagine della Madonna per Il 2 maggio giorno della festa si sono l’incensazione; mentre il sindaco di Casvolte numerose celebrazioni liturgiche: paccio, il sig. Pasquale Marino, accendetre sante Messe nel mattino, una nel po- va la lampada votiva. meriggio cui ha fatto seguito una devota All’esterno, nella piazza antistante il processione con la venerata immagine Santuario, erano stati allestiti degli della Madonna del Granato nei dintorni stand per l’esposizione dei prodotti tipici del santuario medesimo. “frutto santo del lavoro dell’uomo” proParticolarità delle manifestazioni della dotti nell’amena piana del Sele. giornata celebrativa su riferite: La ripresa di tale servizio, verrà in ❶ la Messa Solenne delle ore 11:00, (ani- seguito trasmesso, a beneficio di tutti i mata dalla corale “Il Lievito” della par- fedeli non presenti al culto, nelle tra22

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rata immagine di quella stasmissioni televisive della retua lignea del XV secolo che gione campana. fu distrutta da un pauroso Tutte queste manifestazioincendio nel 1918, ha provni tradizionali sono state orveduto a realizzare un granganizzate dalla benemerita de quadro di essa. Dopo Associazione: “AMICI DEL aver proceduto alla solenne CALPAZIO” i cui membri con benedizione della “nuova spirito di abnegazione, da immagine”, sul sagrato del oltre un quinquennio, si proSantuario, si è dato inizio digano sempre più per far alla devota processione maconoscere anche oltre il coriana. mune di Capaccio, la sua Che tale manifestazione ricca storia e straordinaria Riproduzione dell immagine del XV secolo ritrovata sia stata un vero tripudio di cultura che affonda le sue folla, lo prova il fatto che il 2 origini nell’antica Paestum. Nel pomeriggio, come si è già accen- maggio di quest’anno, pur essendo stato nato, vi è stata una solenne processione giorno lavorativo, tempo minacciosamente inclemente, i fedeli della Madonin onore della Madonna del Granato. Quest’anno, per la tradizionale mani- na del Granato sono accorsi numerosisfestazione di fede all’esterno della Basili- simi a rendere omaggio alla loro celeste ca vi è stata una “novità” degna di nota. Patrona, Madre dell’abbondanza della L’eremita carmelitano, p. Domenico Grazia Divina. Fiore, rettore del Santuario, venuto in possesso di una vecchia foto della venePadre DOMENICO FIORE, O. Carm.

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FESTA DELLA MADONNA DEL CARMINE A MARTINA FRANCA

Un nuovo mantello di seta bianca tutto ricamato in oro è stato regalato da un devoto alla statua della Vergine del Monte Carmelo, nella chiesa del Carmine di Martina Franca. Il parroco, don Michele Castellana, lo ha benedetto in presenza di tutti i fedeli e, subito dopo, lo ha fatto indossare alla Madonna con una cerimonia molto semplice. Sotto quel manto prezioso, quante preghiere abbiamo affidato a questa Venerabile Signora: insieme alle tante richieste di guarigioni dalle malattie, dai dolori e dai problemi della vita che tanto ci angustiano, abbiamo chiesto anche la capacità a sopportare la noia, le contrarietà quotidiane, le accuse ingiuste, le tentazioni che vengono dal demonio (che è menzognero e si accanisce contro i migliori) e di essere illuminati sul cammino da intra-

prendere, specialmente quando questo ci appare oscuro e difficile. La Vergine Santa, affacciandosi su questa nostra misera valle di lacrime, non mancherà certo di aiutarci: Lei che ha aiutato Gesù a portare la croce, aiuterà anche noi a portare le nostre, se con la fiducia e l’abbandono di figli confideremo nel suo cuore materno; anche se non tutti saremo esauditi, Lei addolcirà le nostre pene aiutandoci a sopportarle. Fondamentali, durante la novena, sono state le omelie del padre somasco Vincenzo Carucci che ci ha aiutato a riflettere sulla figura di Maria attraverso le meditazioni dei santi carmelitani. Essi ci indicano la Vergine come un modello di perfezione cristiana da imitare: nel suo servire gli altri dimenticandosi di se stessa, come quando, dopo che l’angelo le aveva annunciato la nascita del figlio di Dio, Lei si mise in cammino verso una regione montuosa per andare a trovare la cugina Elisabetta e servirla e assisterla; nella sua povertà dove scopriamo che Dio compie meraviglie fra i poveri; nell’obbedienza alla volontà del Padre perché ha accolto il suo progetto divino; ma soprattutto nella sua umiltà che è la più importante fra tutte le virtù e senza la quale non ci può essere nessun’altra virtù in un’anima. E in Maria, Madre di Dio, fu davvero grande la sua umiltà, perché si ricordava sempre che tutto era dono di Dio! La festa religiosa è terminata con la processione in cui hanno sfilato, per le vie del paese, insieme alla statua della Madonna, tutti i gruppi costituenti la chiesa del Carmine: l’azione cattolica, il terz’ordine e centinaia di confratelli e consorelle nei loro abiti di rito. VITTORIA ROMANAZZO

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GIOVANI CARMELITANI ALLA GMG

Mercoledì 17 agosto, circa 500 perso- quello spirito che ci lega nonostante le ne di 20 nazioni differenti, si sono riuni- differenze culturali e linguistiche. Il giorno 17 fu una giornata molto ti in una scuola vicino a Madrid per celecalda, come caldo fu il benvebrare un incontro faminuto ai distinti gruppi. Ad gliare, l’incontro dei giovani ogni giovane si consegnava, a carmelitani. È stato il punseconda della lingua di prefeto d’arrivo di un cammino renza (spagnolo, italiano o cominciato l’anno passato a inglese), una cartellina con il Roma con il pellegrinaggio materiale necessario. Comindella Speranza. ciò ufficialmente la Giornata L’idea nacque dalla stesCarmelitana con il messaggio sa Curia Generalizia intendi benvenuto, letto nelle tre ta ad ascoltare la voce dei lingue ufficiali dell’Ordine, giovani, e per questo i Conper poi far entrare processiosiglieri Generali Raúl Manalmente l’icona della Vergine raví e John Keating, affidadella Speranza attorniata dalrono la preparazione di le diverse bandiere dei paesi questo incontro a una compartecipanti. Seguì una breve missione formata da giovaLogo GMG 2011 Madrid preghiera perché il Signore, ni laici e frati carmelitani, per intercessione della Verche per mesi hanno lavoragine del Carmine, concedesse to duramente perché tutto riuscisse nel migliore dei modi possibili. un incontro personale ed intimo nel Il 16 agosto, circa 80 giovani, facenti cuore di ogni giovane presente. Terminata la preghiera, fece la sua parte dello staff, s’impegnarono per preparare la struttura della scuola che ci entrata il Padre Generale attorniato da avrebbe accolto, e far sì che ci sentissi- venti bandiere con il logo dell’incontro mo come a casa e dove ogni angolo ci dei Giovani Carmelitani. Con la sua ricordasse il nostro DNA carmelitano grande capacità di sintetizzare, ci spiegò che ci unisce in una stessa famiglia, in il contenuto della lettera che aveva inviato ai giovani in occasione di questo incontro. Si passò ai lavori di gruppo avendo come riferimento la stessa lettera, che basandosi sul santo di Fontiveros, san Giovanni della Croce, era divisa in tre parti, corrispondenti ai verbi: guardare, contemplare, amare. Il guardare di san Giovanni designa, la maggior parte delle volte, il guardare di Dio, che ci osserva con tenerezza, con miNOVEMBRE / DICEMBRE 2011

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sericordia, con amore. Lo sguardo di Dio, trasforma i nostri occhi per contemplare il suo mistero; il contemplativo è colui che scopre i piccoli segni della presenza di Dio nella sua vita. Questa contemplazione ci rende più umani, solidali, sensibili di fronte ai drammi di questo mondo, ci porta ad un amore espansivo, centrifugo, a un amore con la “a” maiuscola. Una volta terminato il lavoro, si provò ad esprimere per iscritto, su di un foglio che più tardi andava a formare un collage, le idee principali che erano emerse. Successivamente l’icona della Vergine fu portata nel luogo della preghiera: un na-

stro rosso, che simbolizzava il cordone ombelicale ci unisce a nostra Madre univa i due distinti luoghi. Tutti ci situammo ai lati di esso facendo passare l’icona di mano in mano fino al luogo della preghiera prestabilito, dove le nostre monache di clausura invitavano i gruppi ad unirsi alla preghiera davanti all’immagine. 26

Nella fiera carmelitana, che occupò le prime due ore della serata, si potevano trovare diversi stand divisi per strade con nomi come “Service Street” o “Prayer Route”. Ci divertimmo nelle diverse attività come fotografia, giochi di gruppo, danza contemplativa, canto, creare spille carmelitane personalizzate. C’erano anche altri stand informativi: vocazionale, ONG Karit e quello della gioventù carmelitana (JUCAR). Al termine avemmo un altro momento di preghiera attorno all’icona di colei che i carmelitani da sempre hanno riconosciuto come la Signora del Luogo. Sembrava che tutto fosse finito, quando le nostre sorelle carmelitane del Monastero di Nostra Signora delle Meraviglie, ci invitarono a terminare l’incontro nel miglior modo possibile: con l’eucarestia. Così il giorno dopo, un buon gruppo di carmelitani ci riunimmo insieme alle nostre sorelle per celebrare, in famiglia, il banchetto del Signore. La mia esperienza come giovane carmelitano al riguardo, è molto positiva visto che potemmo incominciare la GMG in una maniera più famigliare, con i nostri fratelli e le nostre sorelle carmelitane, con coloro con cui condivido la stessa spiritualità. Siamo cresciuti come famiglia, abbiamo condiviso le nostre inquietudini, le nostre idee, le nostre speranze e le nostre gioie. Ora i nostri fratelli brasiliani ci attendono con le braccia aperte, tra due anni torneremo a riunirci: sei pronto? Io sì. fr. XAVIER VARELLA MONZONÍS, O.Carm

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Lettera del Priore Generale, p. Fernando Millán Romeral, ai giovani carmelitani convenuti per la GMG di Madrid

GUARDARE, CONTEMPLARE ... AMARE

Cari giovani, rappresentanti delle varie realtà carmelitane di tutto il mondo, che partecipate a questa Giornata Mondiale della Gioventù 2011, a voi tutti benvenuti a questo incontro di “giovani carmelitani”, qui a Madrid, mia città natale. Che possa essere per voi un momento di riflessione, arricchimento, approfondimento della fede ed un’opportunità per fare esperienza dell’universalità della “Famiglia Carmelitana”. La Spagna è “terra di santi”. Il Carmelo in Spagna nel corso della sua storia ha dato tante testimonianze sublimi di santità, in due figure soprattutto: Santa Teresa di Gesù e San Giovanni della Croce. Di quest’ultimo mi servirò per comunicare un piccolo messaggio che ci può aiutare nella riflessione in questa giornata carmelitana. ➊ Guardare. Il santo di Fontiveros (meraviglioso poeta e mistico) usa con frequenza il verbo “guardare”. A volte, si tratta solo di un’espressione, “guarda”, come dire “presta attenzione” (A 9; 41;54); altre volte, rimprovera la curiosità di colui che “guarda la pagliuzza nell’occhio del fratello” (1N 2, 3) giudicando i difetti del prossimo; ma prima di tutto, nella maggior parte delle volte, indica il “guardare” di Dio. Dio ci guarda con tenerezza, con misericordia: “Quando mi

p. Fernando Millán Romeral NOVEMBRE / DICEMBRE 2011

hai guardata, la tua grazia nei miei occhi hai impresso” (cf. CB 32), e, così, la sguardo di Dio riveste di bellezza tutta la creazione: “e, cercandolo, solo con la sua figura, lo lasciò vestito di bellezza” (cf. CB 5). La poesia di San Giovanni della Croce ci invita a lasciarci guardare da Dio. Teresa di Gesù, allo stesso modo, ci ricorda “guarda che ti guarda” (V 13, 22). Non devi temere il suo sguardo. Dio non è un detective che va cercando il colpevole. Dio non guarda minaccioso e non limita la nostra libertà. “Lo sguardo di Dio dona amore e grazia” (CB 19, 6) – ci dice il santo, con parole sublimi. La prima opera di Dio è guardarci. Nel guardarci, ci “adama”. Adamare -dirà il santo- è “amare molto; è più che amare semplicemente, è come amare doppiamente” (CB 32, 5). ➋ Contemplare. Se l’unione nel suo significato più profondo, è lo “sguardo di Dio sull’uomo”, la contemplazione sarà lo “sguardo dell’uomo su Dio” e “su tutta l’opera che è uscita dalle Sue mani”. Lo sguardo di amore di Dio rende possibile ai nostri occhi la contemplazione del suo mistero e del mistero dell’umanità. Lo “sguardo” di Dio ha lasciato il mondo pieno di segni della sua bellezza. Abbiamo bisogno – forse, oggi più che mai – di 27


poeti, mistici, contemplativi, che possano scoprire i piccoli segni della presenza di Dio nelle nostre vite. Essere contemplativo (l’ho ripetuto molte volte!) non significa guardare il cielo imbambolati, ma guardare la nostra realtà e cogliere (contemplare!) questi segni, generalmente piccoli, deboli, fragili. Questi segni a volte possono essere ambigui e polivalenti, e ci richiedono un atteggiamento serio di discernimento e di umiltà per poterli percepire in tutta la loro bellezza e radicalità. Così, il mondo, la vita, la storia… diventeranno un linguaggio di Dio, una sinfonia che ci parla della sua presenza amorosa nella nostra vita. Dio guarisce la miopia dei nostri occhi e non lascia che il nostro sguardo si fermi nella mediocrità, nella superficialità e nella volgarità… Per lui (e in questo il santo è molto radicale), abbiamo bisogno di purificare il nostro sguardo, pulirlo dalle nostre meschinità ed egoismi. Lo sguardo di Dio “pulisce, da grazia, arricchisce ed Da sinistra: J. Keating, consigliere l’aniper l’Europa; F. Millán, Priore Ge- illumina nerale; R. Maraví, consigliere per ma” (CB 32, 1). le Americhe La contemplazione cristiana non è solamente un atteggiamento esteriore, un esercizio narcisista di autocompiacimento e perfezionismo, ma una contemplazione amorosa che ci porta a sentirci più vicini agli uomini e alla donne del nostro tempo… ➌ Amare. Dio mi guarda, io lo guardo. Dio mi ama, io lo amo. È uno scambio di sguardi, un gioco fra innamorati, dove quello che scorre è l’Amore con la “a” maiuscola, e non l’egoismo. Amore centrifugo, espansivo, che ci mette in movi28

mento, ci alza e ci muove a servire e così poter aprirci al prossimo senza barriere: “L’amore mai è ozioso ma in continuo movimento” (F 1, 8). “L’amore ha occhi”, diceva Ugo di San Vittore, ma “anche ha mani e piedi”. Amorevole cura, per coloro che sono affaticati ed oppressi (cf. Mt 11, 28), per i poveri, per color che soffrono il deserto della solitudine, dell’amore infranto. Il nostro mondo è costellato di ferite causate dall’aver dimenticato Dio, dal nostro peccato, dalla violenza e dall’egoismo. Per questo, il mistico e il poeta devono essere come un profeta che denuncia il male e si fa vicino con compassione alle vittime di questo male, entrando “più dentro nella boscaglia” (CB 36). La contemplazione (se è vera contemplazione cristiana e non una fuga pseudo-spirituale) ci rende più umani, solidali, sensibili di fronte alle notti oscure e ai drammi del nostro mondo. La contemplazione diventa così un invio e una missione: alleggerire i pesi dei nostri fratelli, curare le ferite, aprire porte e finestre alla speranza, asciugare lacrime, accarezzare l’umanità sofferente… e aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo ad essere pienamente persone, più libere, più giuste, più felici… con la coscienza di essere figli del Dio che ci ha regalato questo mondo meraviglioso. Così, noi vi chiediamo, giovani carmelitani, accettate questa sfida affascinante. Vi auguro che possiate trovare l’ispirazione necessaria nei santi del Carmelo, nel suo carisma e nella sua spiritualità. Che Maria, nostra Madre e Sorella, la “Stella del Mare”, ci guidi in questa avventura. Con affetto, P. FERNANDO MILLÁN ROMERAL, O. Carm.

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XXVI GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

«Firmes en la fé», fermi e radicati in Cristo: questa l’esperienza personale vissuta già prima della Giornata Mondiale della Gioventù di quest’anno. I giorni che la precedettero – nella diocesi di Tarragona prima, e a Madrid poi – sono stati la ricarica di uno spirito che stava venendo meno per la stanchezza di un anno intenso, soprattutto in ambito lavorativo. Aprendo una parentesi per meglio far intendere questa stanchezza spirituale pre-GMG, devo necessariamente portarvi a conoscenza che insegno religione nelle scuole elementari e per me è stata davvero una missione questo primo intenso anno di insegnamento, visto che molti piccoli alunni provengono da situazioni famigliari disastrose. Ritornando alle giornate in Spagna, devo ammettere che i primi giorni mi si palesarono come apparentemente insignificanti, probabilmente perché stavo con la testa e il cuore a casa, alla famiglia, agli amici.

Però in compenso quei pochi volontari adulti che ci accolsero, ci hanno consentito di stare davvero bene, ci hanno fatto sentire a casa e nonostante tutto, comodi. Ciò che particolarmente ha attirato la mia attenzione, è stato veder la NOVEMBRE / DICEMBRE 2011

devozione alla Madonna del Carmine. Che bella! Venendo al cuore della GMG, una catechesi mi ha colpito, non tanto per le parole in sé, comunque valide e penetranti, ma per il modo con le quali venivano dette: sicuro, confortante, credibi-

le. La catechesi alla quale mi riferisco è quella di mons. Santoro Piero. Un uomo che sa parlare ai giovani in modo semplice ed efficace, serio e divertente. Oltre a delle note negative come il quotidiano mangiare a sacco, o la cattiva organizzazione iniziale, ci son state esperienze positive come l’uscita in gruppi, anche ampi, per le vie spagnole, i gemellaggi, le foto con i diversi ragazzi del mondo, la presenza di mons. Francesco Cacucci – Arcivesco della mia diocesi, di Bari-Bitonto – tra di noi come uno di noi. Ma una cosa bella ha superato tutte le altre: la tempesta durante la veglia col Papa. Che emozione quando prima e dopo l’adorazione silenziosa c’è stata la tempesta di pioggia e vento, mentre durante l’adorazione assoluta serenità e calma. Il segno più forte della presenza reale di Cristo tra di noi. GIUSEPPE CALEFATI

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FR. FRANCESCO GALIANO È TORNATO ALLA CASA DEL PADRE Improvvisamente, la mattina del 25 novembre u.s., il nostro carissimo Francesco è ritornato alla casa del Padre. Aveva 47 anni, era nato a Francavilla Fontana (Br) il 17 febbraio 1964. Dopo un lungo cammino di ricerca spirituale era entrato nel Carmelo emettendo i voti solenni il 25 marzo 2006. Lo ricordiamo con il suo semplice sorriso, come in questa foto (ultimo a destra) in compagnia di P. Domenico Fiore e fr. Francesco Ciaccia. La comunità dei frati lo ha salutato a Mesagne, ultima sede del suo apostolato, sabato 26 novembre alle ore 9. La celebrazione è stata presieduta dal priore della comunità, p. Riccardo Brandi. Hanno concelebrato: il priore Provinciale p. Enrico Ronzini, p. Lorenzo Sansevero, p. Antonio Calvieri e p. Francis Mathew; tra i ministranti, fra' Salvatore Ranieri. Tutta la comunità mesagnese e della vicina Torre Santa Susanna, si è stretta intorno ai padri e ai parenti di Francesco, alla mamma, la signora Giacinta Pastorelli e ai fratelli, Cosima e Giovanni. Erano presenti anche fedeli e amici di altre comunità della provincia che conoscevano e amavano fra' Francesco. Padre Riccardo, nell'omelia ha ricordato l'ultima lectio divina tenuta Francesco il mercoledì precedente, sulle letture della prima domenica di avvento. E proprio queste letture sono state scelte per la celebrazione funebre, anticipando il vespro. Commentando le parole di Gesù, "Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento" (Mc 13,33), Francesco non poteva immaginare che il suo "momento" fosse così vicino. Ma certamente è stato trovato pronto e vigilante, nel suo umile servizio della Parola. Padre Riccardo ha fatto notare che la lettura evangelica non era stata vissuta come una premonizione, perché la venuta del Signore è sempre, e per tutte le circostanze, imminente. Ma 30

Da sinistra: p. Domenico Fiore, p. Francesco M. Ciaccia, fr. Francesco Galiano.

ascoltarla in questo particolare frangente, per tutti i presenti è risultata sconvolgentemente attuale. Francesco nel suo commento aveva messo in parallelo le ore del giorno: sera, mezzanotte, alba e giorno (Mc 13,35) con le ore della passione di Gesù. Ogni momento del giorno è vissuto dal cristiano all'insegna del tempo di Cristo. Ogni ora è segnata dalla croce. Ma ogni ora è anche riscattata dall'inesorabile trascorrere dal tempo. Il sacrificio di Cristo, infatti, immette nel tempo l'eternità. Al termine delle celebrazione, il provinciale, p. Enrico, con visibile commozione ha salutato il confratello, affidandolo alle mani del Signore. Ha ringraziato tutti i presenti per l'affettuosa partecipazione al dolore dei famigliari e della comunità religiosa. Dopo la salma è stata portata nella città natale di Francesco, Francavilla Fontana, dove nel pomeriggio alle 15.30 si è svolta un’altra celebrazione liturgica per permettere la partecipazione dei suoi concittadini e degli altri parenti. La celebrazione è stata presieduta questa volta da p. Antonio Calvieri, con la presenza degli altri frati provenienti da tutte le comunità della Provincia. Infine, la tumulazione nella tomba di famiglia. SALVATORE SCHIRONE

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UNA VITA DONATA A DIO E ALLA VERGINE NEL CARMELO Celiento Speranza fu una donna che per il Terz’Ordine. A quanti la cercavano per qualunque semplice e straordinaria, nata a Caivano il 12.7.1912. Sin da giovane dedi- necessità, si rivelava sempre pronta ad offrire conforto, serenità ed cò la sua vita agli altri, seguenestrema fiducia nella miserido lo stile e l’esempio di San cordia di Dio. «Lasciamo fare a Francesco e della Beata VerGesù», «Fiat», ripeteva sempre gine del Carmine. restituendo il sorriso a tutti Tante le opere di carità da lei coloro che l’andavano a trovacompiute, sempre nel massimo re: presbiteri, vescovi, suore e silenzio e nella più grande rilaici. servatezza. Una delle tante Col passare degli anni la opere che lei ha fatto è stata, sua salute diventava sempre l’aiuto alla Casa Sollievo della più precaria, ma la forza inteSofferenza, oltre che essere firiore e la fiducia in Dio le conglia spirituale di S. Pio da PieCeliento Speranza sentirono di andare oltre tale tralcina. limite fisico. Dopo aver intrapreso il camSilenziosa e discreta ha affrontato il mino di noviziato nel 1949, ed aver professato perpetuamente nel Terz’Ordine passaggio della morte il 2 Agosto 2011, Carmelitano il 16.7.1951, da laica deci- all’età di 99 anni, tra le braccia della se di donare tutta la sua vita a Dio, pro- Vergine del Carmelo. Grazie Speranza per il privilegio di mettendo povertà, castità e obbedienza. La sua vita fu immersa nella preghie- averti conosciuta ed essere diventata ra, nella contemplazione, nella soffe- mia sorella in Cristo e nel Carmelo, grarenza, nell’offrirsi vittima per i sacerdo- zie per i tuoi consigli, per le preghiere ti: era convinta che «se non si soffre, che mi hai insegnato; ma soprattutto grazie per l’amore e la fiducia che mi non si diventa maestri». Si mostrò sempre zelante per il hai donato. Santuario della Madonna di Campiglione, per il bene dei frati carmelitani oltre GABRIELE PELUSO

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OSTUNI (BR) – 72017 Monastero S. Maria Maddalena di Firenze Contrada Campanile - tel/fax 0831.301293 www.carmelitaneostuni.it

FOGGIA – 71122 Parrocchia Maria SS. del Carmine Viale Primo Maggio, 37 tel/fax 0881.635444 parrocchiacarminefg@alice.it

MESAGNE (BR) – 72023 Basilica Santuario Vergine SS. del Carmelo P.le S. Michele Arcangelo, 3 Conv. 0831.776785 – Parr. 0831.771081 www.basilicacarminemesagne.it PALMI (RC) – 89015 Santuario S. Maria del Carmine Piazza del Carmine – tel/fax 0966.45851 http://digilander.libero.it/fraternita.palmi

TARANTO – 74123 Parrocchia SS. Crocifisso Via G. De Cesare, 37 - tel/fax 099.4521685 www.sscrocifisso.ilbello.com TORRE S. SUSANNA (BR) – 72028 Convento Maria Immacolata Piazza Convento, 3 - tel. 0831.746026 http://carmelotorre.beepworld.it/

sito della Provincia Napoletana: www.vitacarmelitana.org siti dell’Ordine Carmelitano: www.ocarm.org

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB BA

FRATI CARMELITANI


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