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Lucio Renna - Ludovico Saggi

CATECHISMO DEL TERZ'ORDINE CARMELITANO

Roma 1985


Cari membri del Terz'Ordine del Carmelo, è con un sentimento di profonda stima e gratitudine che presento questo nuovo Catechismo destinato a ciascuno di voi. Mi rendo bene conto della grande necessità che il genere di vita carmelitano sia esposto e illustrato in modo più completo ai nostri membri laici, e spero vivamente che questo lavoro di P. Lucio Renna, Delegato nazionale del Terz'Ordine per l'Italia, e di P. Riccardo Palazzi, vi provvederà adeguatamente. Forse il documento più importante del Concilio Vaticano II è stato quello sulla Chiesa, la Lumen Gentiwn. Il quarto capitolo si occupa del ruolo dei laici nella Chiesa, ed indica con grande chiarezza la missione, l'apostolato e l'importanza dei laici, uomini e donne, nella costruzione del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Il Terz'Ordine Carmelitano ha un ruolo significativo nel rendere evidente questo compito del laicato nella Chiesa. Attratti dal carisma e dalla spiritualità del Carmelo, i nostri membri laici sono presenti nel mondo, ed hanno la particolare


casione di condividere i valori fondamentali ~ll'Ordine:

1) la vocazione alla comunità e alla fraternità: ci ha insegnato che abbiamo tutti un Padre Imune e che dobbiamo imparare a considerare tti gli uomini e tutte le donne come nostri fratele sorelle; 2) la dimensione contemplativa: come il profeta ia, dobbiamo essere consppevoli di stare alla 'esenza di un Dio vivo, e la preghiera deve dive nre addirittura il fondamento della nostra vita; 3) la nostra devozione a Maria: il nostro titolo ficiale è «Fratelli e Sorelle della Beata Vergine ~l Monte Carmelo», e JYIaria Santissima deve mpre restare per noi mddello di fede, di semplità e dell'impegno di far tesoro e di conservare ~l cuore la Parola di Dio. 4) una vocazione di servizio: motto dell'Ordine ,no le parole del profeta Elia: «Ardo di zelo per il gnore degli eserciti». Come lui, anche noi dobamo essere pronti a condividere i nostri doni e i )stri talenti nel ministero e nel servizio a favore ~i fratelli e delle sorelle.

PREMESSA

~sù

Possa questo nuovo CatecHismo essere di aiuto ogni membro del Terz'Ordine che si sforza di sere un Carmelitano migliore e che continua a Lmminare sulle orme di Gesù Cristo. Il Signore rafforzi nel vostro proposito di essere suoi setaci, e la sua Madre, Maria Santissima, protegga vostra rinnovata devozione di carmelitani. ~r

Vi saluto tutti fraternamente nel Carmelo.

John Malley, O. Cann. Priore Generale

1. Rimane sempre molto difficile ed estremamente complesso parlare della Chiesa, essendo una realtà viva e vitale e, come tale, non riducibile a una fredda definizione o a un concetto. Inoltre, se chi ne parla è un credente, praticamente parla di se stesso: cosa veramente ardua! Comunque, se si vuole dire della Chiesa e approfondirne la natura, ci si può riferire alla sua nota dominante: la comunione. La comunione, infatti, è la ricchezza più densa, il vertice più elevato, il nome più appropriato della Chiesa. È il concetto sintetico che unifica e spiega tutti gli elementi che entrano nella natura della Chiesa. Per averne dunque una visione il più possibile completa e chiara, sarà sempre necessario rifarsi al concetto e alle leggi della comunione. 2. Prima del Concilio Vaticano II l'ecclesiologia indulgeva soprattutto nell'approfondimento della funzione gerarchica. Si parlava infatti di Chiesa attiva (la gerarchia) e passiva (il popolo di Dio).


casione di condividere i valori fondamentali Il'Ordine: 1) la vocazione alla comunità e alla fraternità: ~sù ci ha insegnato che abbiamo tutti un Padre mune e che dobbiamo imparare a considerare tti gli uomini e tutte le donne come nostri fratelè sorelle; 2) la dimensione contemplativa: come il profeta ia, dobbiamo essere consflpevoli di stare alla esenza di un Dio vivo, e la preghiera deve divenre addirittura il fondamento della nostra vita; 3) la nostra devozione a Maria: il nostro titolo ficiale è «Fratelli e Sorelle della Beata Vergine :1 Monte Carmelo», e Maria Santissima deve mpre restare per noi moaello di fede, di semplilà e dell'impegno di far tesoro e di conservare :1 cuore la Parola di Dio. 4) una vocazione di servizio: motto dell'Ordine no le parole del profeta Elia: «Ardo di zelo per il gnore degli eserciti». Come lui, anche noi dobamo essere pronti a condividere i nostri doni e i lstri talenti nel ministero e nel servizio a favore ~i fratelli e delle sorelle. Possa questo nuovo Catecnismo essere di aiuto ogni membro del Terz'Ordine che si sforza di sere un Carmelitano migliore e che continua a ,mminare sulle orme di Gesù Cristo. Il Signore rafforzi nel vostro proposito di essere suoi selaci, e la sua Madre, Maria Santissima, protegga vostra rinnovata devozione di carmelitani. ~r

Vi saluto tutti fraternamente nel Carmelo.

John Malley, O. CarnI. Priore Generale

PREMESSA

1. Rimane sempre molto difficile ed estremamente complesso parlare della Chiesa, essendo una realtà viva e vitale e, come tale, non riducibile a una fredda definizione o a un concetto. Inoltre, se chi ne parla è un credente, praticamente parla di se stesso: cosa veramente ardua! Comunque, se si vuole dire della Chiesa e approfondirne la natura, ci si può riferire alla sua nota dominante: la comunione. La comunione, infatti, è la ricchezza più densa, il vertice più elevato, il nome più appropriato della Chiesa. È il concetto sintetico che unifica e spiega tutti gli elementi che entrano nella natura della Chiesa. Per averne dunque una visione il più possibile completa e chiara, sarà sempre necessario rifarsi al concetto e alle leggi della comunione. 2. Prima del Concilio Vaticano II l'ecclesiologia indulgeva soprattutto nell'approfondimento della funzione gerarchica. Si parlava infatti di Chiesa attiva (la gerarchia) e passiva (il popolo di Dio). 7


j 'isione di Chiesa indubbiamente immiserita anhe da una prassi costante: i fedeli si sentivano detinatari di decisioni prese da altri; non avevano ossibilità di far sentire la propria voce; e quasi ;!mpre venivano considerati ai margini della vita ella Chiesa stessa. Il Vaticano II, ritornando sul oncetto di «corpo mistico di Cristo», rievidenziaa la natura comunionale e tutta ministeriale dell Chiesa: ciascuno ha una 1ua precisa collocazioe e un suo ruolo. Ciascuno, dono di Dio agli altri. tuesto, ovviamente, non cancella l'esistenza e il alore della gerarchia, che, intesa alla maniera di risto, svolge un servizio (diaconia) con l'autorità he le viene dallo Spiritq attraverso la consacraione episcopale, presbiterale,e diaconale. Alla ase di tutto sta comunque la comunione. La comunione circolante e dinamica ha la sua ldice nel compito di Cristo capo, nell'attività elIo Spirito Santo, nella frazione del pane eucastico, nel nuovo precetto della carità, nella Parol di Dio. Quando diciamo «comunione» intendi a10 riferirci a una realtà che ha la sua sorgente rima nel mistero stesso di Dio Uno e Trino, e la la manifestazione visibile nella Chiesa, che si denisce appunto «mistero di comunione» (CC, 17). Il fatto che caratterizza la Chiesa-comunità è comunione: non è la comunità che crea la comnione, ma la comunione che crea la comunità. :on sembri, questo, un gioco di parole; per capire t comunità ecclesiale ci si deve riferire alla comnione trinitaria, che dà origine alla Chiesa )me comunità e che impegna la Chiesa stessa, se LIole realizzare se stessa, a diventare segno e Tumento di comunione. Prima di procedere 01l

tre, un piccolo riferimento al mistero trinitario e una breve spiegazione dei termini: comunione e comunità. La comunione trinitaria

5. Noi sappiamo che il nostro è Dio Uno e Trino: uno nella natura e trino nelle persone. Esiste un solo Dio in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Unità nella sostanza e trinità nelle persone. Ogni persona è se stessa: tutte insieme sono l'unico Dio. Persone coeterne, coeguali, coonnipotenti; eppure il Padre è e rimane sempre tale, il Figlio conserva la sua personalità di Figlio, e lo Spirito Santo, in quanto persona, non è riducibile né al Padre né al Figlio. Comunione di persone! Cos'è la comunione 6. Quando parliamo di «comunione», ci riferiamo a un dono dello Spirito per il quale l'uomo non è più solo, ma si sente in un rapporto di vita e di amore filiale con Dio, in un rapporto di vita e di amore fraterno con gli altri uomini. È la realtà meravigliosa della comunione che caratterizza i rapporti delle tre persone divine tra loro e che viene in qualche modo partecipata, nella Chiesa, a tutti i battezzati. Questo dono dello Spirito suscita in noi un atteggiamento di comunione, espresso attraverso la fiducia, la gratitudine gioiosa, il desiderio cocente d'amore e di unione. Tutto questo viene avvertito, nella fede, come una realtà di grazia che genera «doveri e impegni» e si traduce in programma di vita cristiana, cioè, nell'impegno a 9


ivere uniti nella carità, nel vicendevole servizio.

con tutto il popolo, nel quale e dal quale nascerà

il Messia, il Cristo. L'aspostolo Paolo nota che l'ina comunità . Per «comtmità», invece, si intende quell'insiele di rapporti visibili e stabili, che legano i crijani tra loro, nella comune professione di fede, ella testimonianza e nell'apostolato. I cristiani si ~ntono portati a fare comunità, interiormente lOssi dalla grazia della comunione. I rapporti :;terni e visibili della comunità cristiana devono :;primere quel mistero di 'comunione che costitui~e il loro essere profondo. Le strutture visibili ella comunità, se mortif~cano la comunione, non mo autentiche. Sono autentiche se tendono reallente a servire, promuovere e irradiare il dono ella comunione, pur non riuscendo mai ad esaurne tutta la ricchezza. È importante tenere pre~nte questa distinzione tra il dono di comunione, 1e ci viene dallo Spirito, e l'atteggiamento e vita i comunione che è la risposta umana al dono del) Spirito; tra gesti concreti di comunione fra i :edenti e, infine, le strutture di comunione. a Chiesa, mistero di comunione, nella Bibbia La dimensione comunionale della Chiesa, ri:operta dal Vaticano II, ha radici nell'Antico Te.amento e, meglio ancora, è indicata nel Nuovo: il tema dominante dell'intera storia della salvezL Il fatto sconvolgente della storia biblica è che io chiama a sé il gruppo etnico degli Ebrei e Tinge con essi un'alleanza: fà di essi «il suo po010». Alleanza sancita, non con i soli capi, ma )

tero piano della salvezza risponde al disegno di Dio di ricapitolare tutte le cose in Cristo: quelle del cielo e quelle della terra (Eb. 1,1 O). Con linguaggio più concreto, l'evangelista Giovanni dice che Gesù avrebbe dato la vita non per la nazione soltanto, ma anche per riunire i figli di Dio, che erano dispersi (cfr. Gv. 11 ,52). 9. A questo proposito, è importante notare che da sempre uomini e popoli aspirano all'unità: «da millenni, un istinto potente spinge l'umanità, attraverso un caos apparente d'incontri e di scontri, verso una forma di comunione che oscuramente ma irresistibilmente la attira. Nella nostra epoca, questa tendenza alla socialità assume le forme più diverse: partecipazione, solidarietà di gruppo o di classe, partiti, federazioni di stati, ecc ... Ma, nonostante tutto, una tale aspirazione minaccia continuamente di venire tradita dalla realtà ... Per cui molti si chiedono: è possibile una fraternità vera che unisca tra loro gli individui senza soffocarli, aiutandoli anzi a realizzarsi in pienezza?» (G. Postel). lO. Il disegno di Dio in Cristo è risposta a tale esigenza. La Chiesa si propone come luogo di comunione, come segno efficace dell'unità vera di tutti gli uomini con Dio e tra loro, in continuazione della missione e dell'azione unificatrice di Cristo. Il suo stesso nome (Ekklesìa), indica assemblea e convocazione: è proposta e premessa nello stesso tempo. La Chiesa è la comunità dei credenti che partecipano alla vita di Cristo risorto, vita nuova, dono del suo Spirito in noi. Due le immagi-

Il


li più tipiche che troviamo nel Nuovo Testameno: la vite e i tralci (cfr. Gv 15) e il corpo mistico :::fr. 1 Cor. 12; Rom. 12). ,a comupione come impegno a fare comunità L La Chiesa non è una qualsiasi società, risulato di sforzi umani dei suoi membri: è frutto del'amore di Dio in Cristo; è Pflrtecipazione alla vita li Cristo; è opera e frutto dell'azione dello Spirito, he è come l'anima della Chiesa (CC,18). Per queto essa è oggetto di fede.' Solo la fede mi dice che Cl comunione dei cristiani è il risultato dell'azione lello Spirito; ed è presente nel mondo come offera di amore salvifico, come luogo e strumento di omunione di tutti gli uomini con Dio e tra loro. 'roprio interpretando la sua esperienza con Crito, attraverso gli occhi della fede, l'apostolo Gioanni è giunto a presentare la Chiesa come misteo di comunione: «ciò che abbiamo visto e udito, loi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in omunione con noi. Quanto alla nostra comuniole, essa è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1 iv. 1,3).

2. I primi cristiani erano talmente coscienti del lono di grazia della comunione che, quasi spontaleamente, si sentivano portati a vedere nell'amoe «il primo e più grande dei comandamenti»: al'interno della comunità, erano tali da promuovee tra di loro «un cuor solo e un'anima sola» (Atti .,42; 4,43). Tale visione della vita dei primi critiani è alquanto idealizzata; ma rimarrà, attraerso i secoli, come proposta ideale per tutti. La omunione infatti, come ogni dono dello Spirito, 2

genera doveri e impegni e diventa programma di vita cristiana. Essa nasce dalla Parola di Dio e dallo Spirito, che introduce i discepoli di Cristo alla realtà della salvezza. «Ha origine dall'alto, si fonda sulla fede e sui sacramenti che culminano nell'Eucarestia; esprime la comunione trinitaria; consacra l'unità del popolo di Dio: gode dell'assistenza, della promozione e del vincolo dello Spirito Santo; è strutturata in una comunità gerarchicamente ordinata; ed è arricchita dalla varietà dei carismi» (CC,34). La comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo si mostra nella comunione degli uomini tra loro. Essi formano così la comunità cristiana, la Chiesa: una comunità nella quale non vengono certo negate, ma anzi sublimate le caratteristiche positive delle persone e dei gruppi umani che la cornpongono, portandovi il contributo specifico della loro cultura, della loro storia, delle attitudini loro proprie» (CC,36). La dimensione ministeriale della Chiesa 13. Perché la vita della Chiesa sia feconda e rilevante, lo Spirito dona carismi o diverse idoneità, attraverso le quali «i fedeli di ogni ordine ... sono resi adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa» (LG, 1, 12). Dall'aver ricevuto questi carismi, anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e a edificazione della Chiesa» (AA, 3). San Pietro raccomandava infatti: «ciascuno metta al servizio degli altri il carisma ricevuto» (1 Pt 4,10). 13


14. I carismi si manifestano in modi diversi e, per lo più, in modalità non istituzionalizzabili, o perché non sono circoscrivibili (ad es. il dono della profezia) o perché sono a volte solo occasionali. Ci sono tuttavia anche manifestazioni stabili dei carismi, che si esprimono nelle varie vocazioni, tra le quali vanno ricordati gli «stati di vita». Essi sono le svariate vie per tendere alla perfezione nella carità e si traducono in condizioni di vita continuamente ed esternamente rilevabili, sì da divenire «segno del Regno». Tra gli stati di vita, ricordiamo i vari Ordini e Istituti religiosi (come anche il matrimonio, la vedovanza accettata in spirito di fede) (cfr. 1 Cor. 7,7; 1 Tim. 5,5). 15. Questo spiega l'esistenza, nella Chiesa, di vari gruppi laicali e religiosi che si propongono di seguire Cristo, nella vita e nell'apostolato, ponendosi al servizio di Dio e dei fratelli. Alla luce del mistero di Cristo, la Chiesa appare ed è popolo di Dio impegnato, nel mondo, a continuare la missione di salvezza. Tale missione si attua efficacemente nella misura in cui i credenti testimoniano la Chiesa come comunione (vivendo in fraternità) e assolvono il servizio a somiglianza di Cristo, inviato non per essere servito ma per servire. 16. Comunione, testimonianza e diaconia: tre impegni che si richiamano a vicenda e stanno alla base dell'essere e dell'agire dei creden ti. Essi stessi spiegano il moltiplicarsi dei gruppi suindicati. Non ci sono dei disoccupati, nella Chiesa: tutti hanno un posto, un ruolo, un impegno. Anche l'Ordine carmelitano si situa, nel cuore della Chiesa, secondo la bella espressione di S. Teresa del Bambino Gesù, con un suo modo di essere presente e di realizzare un servizio per i fratelli. 14

TITOLO E ORIGINE DEL CARMELO

17. L'Ordine del Carmelo è un Ordine religioso, di quelli che prima si dicevano «Ordini Mendicanti», e per i quali oggi si preferisce il termine di «Ordini di Fraternità apostolica». «Fratelli» i religiosi fra loro, quel che acquistano con la preghiera, specialmente contemplativa, lo riversano nell'apostolato a beneficio dei fedeli, considerati anch'essi come «fratelli». Ognuno di tali Ordini si caratterizza per un particolare punto di dottrina, ma soprattutto di spiritualità. Quello del Carmelo pone particolare accentuazione sulla vita interiore di intimità divina ed un culto speciale verso la Vergine Madre di Dio. 18. Il nome gli deriva dalla catena collinare lunga 25 Km esistente in Palestina, il cui punto più conosciuto è il Capo Carmelo, sopra la città di Haifa, della quale oggi costituisce la parte residenziale più ambita. Sul Capo Carmelo (150 m. sul livello del mare) si trova il convento dei Carmelitani Scalzi con al centro il santuario della Madonna del Monte Carmelo; la zona prende anche il nome di «Stella Maris». 19. Ma non è il luogo dell'attuale convento dei Carmelitani Scalzi il sito preciso del primo convento dell'Ordine. Esso si trovava (e recenti scavi

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ne hanno messo in luce i ruderi) in mezzo a due colline, nel Wadi-'Ain-es-Siah, ad una distanza di circa 6 Km per strada a sud del Capo Carmelo e a circa 30 minuti a piedi per la scorciatoia. Non molta la distanza dal mare Mediterraneo. 20. L'origine dell'Ordine Carmelitano si riconnette col risveglio della vita cristiana in Palestina conseguente alla riconquista dei Luoghi Santi da parte dei Crociati. Più pr;.opriamente la prese~za dei futuri «carmelitani» viene notata tra la fme del XII e gli inizi del del XIII secolo. Alcuni eremiti radunati e diretti da un non meglio indicato fr~te B. (più tardi si disse: Brocardo), che chiese ed ottenne da S. Albe~-fo di Vercelli: I?atriarca di Gerusalemme, ma reslaente nella Vlcma fortezza di S. Giovanni d'Acri (Accon) - in un anno imprecisa to tra il 1206 e il 1214 - una «formula di vita, ada tta al loro genere di associazione che voleva vivere nell'ossequio di Cristo». Tale «formula di / vita» raggiunse il grado di vera «regola» definitiva con la redazione di Innocenza IV nel 1247, quando, trasmigrati non pochi religiosi in Occidente, chiesero ed ottennero di poter «giovare a sé e al prossimo»: espressione che indica l'apostolato, pur senza abolire le prescrizioni della preghiera, che anzi doveva far da supporto all'apostolato. 21. Quanto alla condizione dei primi Carmelitani: non pare che fossero sacerdoti, anche se non è escluso che qualcuno lo fosse. Si trattava di «conversi», «eremiti», «pellegrini» (forme abbastanza comuni di vita cristiana dell'epoca, in certo modo in opposizione dialettica alla «ufficialità» dei monaci e dei canonici regolari). Alcuni almeno di essi intendevano riconquistare e mantenere per Cristo 16

(che consideravano loro «Signore feudale», e la parola «vivere in ossequio di Cristo» indica tale carattere di servizio) quella terra -la Terra Santa - che era stata conquistata col suo sangue. E ciò non facevano con le armi materiali, bensì con la preghiera e le armi spirituali. 22. Stando cosÌ le cose, non è facile indicare il nome del fondatore (o dei fondatori) dell'Ordine, sull'esempio di Domenicani e Francescani che sanno a chi riferirsi. I Carmelitani non conoscono nemmeno il nome completo del frate B. cui S. Alberto si rivolge dando la «formula di vita». Ma è possibile anche che i primi carmelitani non abbiano volutamente riferirsi a nessuno in particolare e nernmeno al gruppo come tale, avendo un personaggio biblico al quale riferirsi: il profeta Elia, la cui memoria veniva loro richiamata dalla fonte vicino alla quale si stabilirono nel Wadi-'ain-esSiah, chiamata appunto Fonte di Elia. Il vescovo di Accon Giacomo di Vitry, storico di quei tempi e contemporaneo a certi fatti, quindi buon conoscitore dell'ambiente, dice espressamente che quegli eremiti del Carmelo erano riuniti «ad esempio e imitazione del santo e solitario uomo Elia profeta, presso la Fonte che di Elia porta il nome, ed abitavano in alveari di piccole cellette, carne api del Signore, producendo il miele della dolcezza spirituale». Anche in seguito i Carmelitani non hanno mai voluto riconoscere altro fondatore ed a lui si sono costantelTlente ispirati, specialmente nella vita di ascesi, dell' esperienza dell'intimità divina e - in particolare in questi ultimi anni - dell'apostolato specializzato a riprodurre nelle anime tale 17


esperienza e a zelare l'onore di Dio. Oggi le Costituzioni dell'Ordine danno come contenuto dell'apostolato carmelitano: far sì che Dio sia veramente Dio nella vita propria e in quella degli altri uomini. La cosa ha ottenuto il riconoscimento recente della S. Congregazione del Culto Divino, che ha --Concesso ai Carmelitani il grado di «solennità» alla celebrazione liturgica di S. Elia (20 luglio) giustificando la concessione col titolo di S. Elia «fonda tore ideale dell' Ortline».

La Famiglia Carmelitana 23. Si è parlato di es~a a più riprese. La sua descrizione più completa e allo stesso tempo più sintetica è quella contenuta nel n. 16 delle attuali Costituzioni dell'Ordine: «Fanno parte della vita carmelitana, oggi, ciascuno secondo la propria indole, quei gruppi comunitari di persone che, ispirandosi alla nostra Regola, costituiscono spiritualmente nella Chiesa la Famiglia carmelitana. Tutti questi gruppi comunitari, quantunque giuridicamente ciascuno a sé stante, sono tuttavia intimamente uniti dal vincolo dell'amore, della spiritualità e della comunione dei beni spirituali. Tali siamo noi ed i nostri confratelli della Riforma Teresiana, le monache dell'uno e dell'altro ramo, i terzi Ordini sia regolari che secolari, gli Istituti secolari, gli associati all'Ordine per mezzo del sacro Scapolare e coloro che per qualche altro titolo godono dell'aggregazione all'Ordine». È il concetto espresso già dal papa Pio XII nella Lettera dell'll febbraio 1950 (per il VII centenario dallo Scapolare): «Tutti i Carmelitani che, sia nei

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chiostri del primo e del secondo Ordine, sia nel . terzo Ordine regolare o secolare, sia nelle confraternite, appartengono all'unica Famiglia della Bea tissima Madre col vincolo di uno speciale amore ... ». E parlando di tutti i Carmelitani alludeva a quanto aveva scritto qualche riga prima: «frati Carmelitani, tanto Calzati che Scalzi».

24. È abbastanza facile capire le categorie di Carmelitani del I e del II Ordine, cioè dei religiosi e delle monache di clausura. Vale la pena di spendere qualche parola per il terzo Ordine. Il terz'Ordine regolare è costituito da suore «di vita attiva» che nelle loro costituzioni e soprattutto nella loro vita si rifanno alla Regola e allo spirito propri del I Ordine (la Regola di S. Alberto): intimità divina, apostolato animato dallo zelo di Elia profeta e avvolto dalla materna protezione di Maria. Il terz'Ordine secolare, invece, è una partecipazione al carisma carmelitano, che i laici che l'abbracciano (sposati o no) vogliono vivere e trasmettere come lievito entro la massa della vita laicale, onde il mondo sia trasformato dall'interno nelle comuni·e varie situazioni, secondo l'impegno ripetuto ai laici dal Vaticano II di «illuminare e ordinare le attività del mondo in modo che siano compiute secondo Cristo e siano così di lode al Creatore (LG 31,36; Regola TaC, n. 7). In particolare, insieme all'intera Famiglia del Carmelo, nel!'impegno di vivere la propria consacrazione a Cristo (realizzatasi col battesimo), il terziario cerca e vive la presenza di Dio vivo e vero che in Cristo ha abitato in mezzo a noi, sforzandosi di arrivare fino alla sua divina intimità» (Regola TaC, n. 19


13). La Confraternita dello Scapolare si distingue dagli altri rami della Famiglia carmelitana per un minore grado di impegni giuridici (si pensi soprattutto alla professione dei consigli evangelici che vengono promessi da quelli del I, II e III Ordine -regolare obbligatoriamente, da quelli del III Ordine secolare - i soli di obbedienza e castità secondo il proprio stato - l~beranlente). Gli ascritti alla Confraternita dell'O~dine attraverso la ricezione dello Scapolare si impegnano alla devozione alla Madonna sotto il titolo del Carmine (titolo che richiama una spiritualità!), ed all'esercizio di qualche pia pratica o recita di qualche preghiera quotidiana, come ricordo e fomento della devozione. Essi partecipano ai benefici spirituali di tutto l'Ordine Carmelitano. La iscrizione dei fedeli alla Confraternita dello Scapolare una volta era riservata ai sacerdoti carmelitani; oggi la Chiesa l'ha estesa a tutti i sacerdoti, anche al clero diocesano.

Il Carmelo nella vita della Chiesa 25. Compito fondamentale della Famiglia carmelitana nella Chiesa è quello di mantenere vivo il senso della consuetudine di vita con Dio, fermentare, col gusto dell'intimità divina, tutta la realtà circostante, attraverso la testimonianza della preghiera e della santità, caratterizzate da un particolare amore e devozione verso la Madonna.

26. Punto di partenza e abituale contesto o atmosfera di vita nel Carmelo è, senza dubbio, il profondo e vivo senso di Dio che ha animato e ani-

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ma la storia passata e presente dei carmelitani e la loro spiritualità. Il profeta Elia ne è riconosciuto ispiratore. Uomo vissuto in un particolare momento di decadenza religiosa, venne mandato ad annunciare che il Signore è il Signore, a un popolo che, tratto in inganno da uomini menzogneri e ingordi, veniva trascinato verso una vita pagana. I carmelitani, fin dalle origini, sono rimasti affascinati dalla figura di Elia e ne hanno fatto costante punto di riferimento spirituale, sorgente di spiritualità: il culto di Dio costituÌ occupazione fondamentale della loro vita (adorazione, abbandono, ascolto, preghiera, ecc.). Il P. Domenico di S. Alberto asseriva: "è necessario accingersi all'orazione come a una cosa in cui consiste tutta la nostra vita medesima. Poiché l'orazione ... è l'intera occupazione e comunicazione del nostro spirito con Dio». E l'assemblea internazionale dei Carmelitani celebrata a Taizé nell'ottobre del 1978 «è stata unanime nel riconoscere e accettare come filo conduttore del nostro lavoro l'atteggiamento contemplativo inteso come confronto con la Parola di Dio nella storia attuale dell'umanità, nell'esercizio del discernimento comunitario della volontà di Dio sul mondo, nella nostra storia, nelle nostre scelte» (Documento dell'assemblea, Un passo avanti,6). 27. Il Carmelo trae da questa esperienza di Dio la forza per annunziare credibilmente il Signore ai fratelli: Lo grida nella vita degli uomini, perché si trova nella situazione di Elia, che diceva di aver visto il Signore. Chi vede il Signore non può tacere. Chi fa esperienza di Dio non può stare zitto: è troppo grande la gioia l e il Carmelo non tace, ma

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parla, confermando le sue parole con la testimonianza della vita. Per questo il Carmelo non ha un preciso impegno apostolico da compiere, ma deve solo essere fedele all'esperienza fatta, in atteggiamento di totale apertura, disponibilità e operosità verso le esigenze e i bisogni degli uomini. Settore privilegiato dai Carmelitani, quello dell'animazione spirituale. «Si avverte dappertutto, ma specialmente tra i giovani, l'ansia di una vita integralmente umana e religlosa. Però, spesso mancano le guide spirituali, i leaders. Chi conosce la nostra tradizione - leggiamo in un documento ufficiale dell'Ordine - si' rivolge a noi. Sarà nostro impegno prestare servizio fraterno di un adeguato aiuto di direzione spitituale, attraverso una preparazione a livello scientifico e tecnico che ci metta in condizione di saper riconoscere e soccorrere i bisogni di oggi (Il carmelitano, 7). La spiritualità del Carmelo 28. Perché sia sempre più chiaro l'identikit del carmelitano oggi, la sua fisionomia spirituale e il suo impegno specifico, tratteggiamo le linee portanti dell'identità carmelitana, in genere prima, e con speciale riferimento ai terziari poi. 29. La vita soprannaturale alla quale Dio chiama tutti gli uomini si fonda sulla grazia santificante o partecipazione della vita divina. Appunto perché vita ha i suoi ritmi di crescita con i mezzi predisposti da Dio stesso: Sacramenti, azione dello Spirito Santo nella sequela di Cristo con virtuoso sforzo personale, ispirato dall'amore e protetto dall'ascesi, cioè dall'esercizio della purificazione

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da quanto potrebbe opporsi alla carità o amore e unione con Dio, che resta il fine ultimo di tutto il processo della vita spirituale. Ora, la spiritualità di una Famiglia religiosa parte costitutiva del suo «carisma» - è una sistemazione, una organizzazione solida, equilibrata ed armoniosa dei vari elementi necessari allo sviluppo della vita soprannaturale (P. Gabriele di S. Maria Maddalena). Si tratta dunque di elementi comuni a tutti, ma disposti in modo diverso nell'uno o nell'altra organizzazione. E siccome l'autore principale è l'amore preveniente di Dio, sommamente «libero», a Lui bisogna rivolgersi, sia per conoscere che per attuare tali spiritualità. Dio, poi - secondo l'insegnamento della parabola dei talenti - non usa dare il suo «dono» già completo sin dall'inizio, ma vuole che l'uomo collabori e spinge la Famiglia religiosa a far frutti, sia esplicitando il dono stesso, sia vivendolo più profondamente. Da qui l'arricchimento nella continuità: un arricchimento che si esprime più vistosamente in alcune persone - specialmente i Santi - ma che si realizza - anche se in un modo più nascosto - ovunque c'è uno sforzo per adeguarsi al disegno di Dio. 30. In tutto questo alcuni elementi fanno da involucro, da scorza; altri sono il midollo. Cioè strutture e contenuto. Le prime possono variare entro certi limiti, il secondo è il fine da tener sempre presente e da arricchire. Applichiamo questo discorso alla spiritualità carmelitana. Le strutture sono state, nei secoli, la vita eremitica, solitaria e quella cenobitica o in

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conventi. Spesso tali termini potevano anche coincidere con la «vita contemplativa» o di preghiera, in certo qual modo diversa da quella «di apostolato». La struttura carmelitana nel 1247 subì una profonda trasformazione: venne abbracciata la vita «mista» dei Mendicanti (oggi detti «Ordini di fraternità apostolica») che voleva mettere a disposizione del popolo quanto si era acquistato con lo studio e la contemplazione. I

31. Come contemperare le due componenti di tale vita (contemplativa e attiva) è stato l'assillo del ramo maschile dell'Ordine Carmelitano (nel ramo femminile la struttura stessa di vita contelllplativa - per le rponache - ha facilitato la cosa), e le varie «riforme» molto spesso hanno giustificato in tal modo il loro sorgere: una certa nostalgia verso la vita contemplativa intesa anche come struttura, per poterla meglio conservare come contenuto. Così anche le tendenze di tanti singoli religiosi. Cosa del resto conforme al precetto dena Regola di «meditare notte e giorno nella Legge dèl Signore e vegliare nella preghiera, a meno che non si sia impegnati in altre legittime occupazioni». Ed è stata tale nostalgia verso la vita contemplativa, specialmente intesa come contenuto, che ha caratterizzato - tra gli altri Ordini Mendicanti - la spiritualità carmelitana, che può così essere riassunta: VITA DI UNIONE CON DIO, SPINTA SINO ALLA SUA DIVINA INTIMITÀ E INSEGNATA AGLI ALTRI CON L'APOSTOLATO. E ciò, sin dall'inizio, ispirandosi al Profeta Elia ed alla Vergine-Madre Maria: del primo la S. Scrittura dice che era continuamente davanti al cospetto di Dio per servirlo e da Lui ebbe 24

la «teofania» dell'Oreb, ove lo trattò da intimo amico; della seconda il Vangelo riporta la disponibilità totale a Dio, di cui fu tanto intima da portarne in grembo il figlio e poi meditare i fatti e gli eventi misteriori che lo riguardavano. 32. Nucleo fondamentale di tale spiritualità è nella Regola data da Alberto agli eremiti del Carmelo: «vivere nell'ossequio di Cristo», ove la parola «ossequio» indica dedizione, consacrazione totale, alimentata continuamente dalla meditazione della sua Parola e dalla quotidiana celebrazione della Messa, e difesa da una ascesi severa. Non è possibile, in questo breve riassunto, riferire il ricco svolgimento di questo tema nella vita dell'Ordine. Ne dò solo una breve antologia. Nicolò Gallico, Priore generale (1271): «La Regola prescrive le celle separate perché lo sposo celeste e la sposa, l'anima contemplativa, possano conversare in modo più segreto»; il Signore ci aveva portati nella solitudine «ove potesse parlare al nostro cuore con una speciale familiarità ... e rivelare i misteri dei suoi segreti». Siberto di Beka (+ 1332): la consumazione della vita contemplativa, l'unione dell'anima con Dio consiste nell'amore perfetto, unito ad una conoscenza dolce e saporosa della bontà divina. Il «De institutione primorum monachorum» (II metà sec. XIV): il fine della vita carmelitana è duplice: «offrire a Dio - col suo aiuto - un cuore santo e puro da ogni attuale macchia di peccato» e (ciò che si ottiene per puro dono di Dio) «già in questa vita mortale gustare nel cuore e sperimentare nella mente la virtù della divina presenza e la dolcezza della gloria superna».

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B. Giovanni Soreth (+ 1471): Nella cella «il Signore e il suo servo si intrattengono in segreto come un uorno col suo amico». S. Teresa (+ 1582)--pone l'imbarazzo della scelta: basti la definizione della orazione mentale: «trattare amichevolmente, stando molte volte a intrattenersi da soli a soli con colui che sappiamo ci alna». S. Giovanni della Croce (+ 1591): «Anima ... il tuo diletto ... è tanto vicino alte che abita in te stessa e a dir la verità, tu non potresti essere senza di Lui». Suor Elisabetta della Trinità, recentemente beatificata, dopo aver riportato questo ~asso ~ggiu~ge,: «Ecco tutta la vita del Carmelo: VIvere 111 Lm ... e un continuo cuore a clJore». S. Maria Maddalena de' Pazzi (+ 1607): Con la conoscenza di Dio veniamo a far con Lui una stretta amicizia ed egli ci tratta da suoi intimi. È noto come la «Riforma di Turenna» del sec. XVII visse e propagò la dottrina della «presenza di Dio». Il P. Gabriele di S. Maria Maddalena de' Pazzi (+ 1953) ha fatto conoscere la spiritualità ca:m~li­ tana al mondo intero con i suoi libri di medItazIOne intitolati «Intimità divina». Ed ha scritto in particolare: «La spiritualità carme li tana porta al mondo il messaggio dell'invito divino alla intimità col Signore». Tra gli ultimi «Santi»: Teresa di Lisieux (+ 1897) è nota per la «via della confidenza e dell'abbandono»; Elisabetta della Trinità (+ 1906) si è inabissata nel mistero trinitario vivente in lei e ripete continuamente con le parole e la vita che la vita al Carmelo è un continuo cuore a cuore con Dio; il P. 26

T 'to Brandsma (+ 1942) mostra il suo spirito nella I d ' preghiera composta in carcere: ~<Qu~n o ti ~ua.~do, o Gesù, comprendo che tu mI amI come Il pm caro degli amici».

33. Tutto ciò è tanto più valido se si pensa che si tratta di robusto effetto dovuto alla partecipazione alla croce di Cristo. Né si pensi che ciò impedisca l'apostolato. Basti per tutti quel che scrive Elisabetta della Trinità: "Non le pare che durante l'attività, quando si fa la parte di Marta, l'anima possa restare sempre tutta adorante, sepolta come la Maddalena nella sua contemplazione, attaccata a questa sorgente come un'assetata? In questo modo io vedo l'apostolato per la carmelitana come per il sacerdote. L'uno e l'altra possono irradiare Dio, donarlo alle anime solo se restano a contatto con queste sorgenti divine». . E in altro luogo: «Apostolo, carmelitana sono la stessa cosa». Secondo le attuali costituzioni dell'Ordine l'apostolato consiste (per i Carmelitani): render sensibili gli uomini «a scoprire la presenza di Dio nella loro vita». La Regola del T.O.C.: «L'intera famiglia del Carmelo ... cerca e vive la presenza di Dio vivo e vero ... sforzandosi di arrivare fino alla sua divina intimità». 34. Nel Carmelo la divina intimità è favorita dalla «familiarità di vita spirituale con Maria, Madre di Gesù»; familiarità che «è nata dal titolo della prima Chiesa dell'Ordine, per cui la beata Vergine viene considerata come la Patrona dell'Ordine e del quale è detta anche 'Madre' e 'Decoro', e che i carmelitani ebbero sempre davanti agli 27


occhi come la 'Vergine Purissima'» (Costituzioni dell'Ordine). Secondo la dottrina del Carmelo Maria «risulta per 1'anima un mezzo ed un legame più solido per l'unione con Dio. Ella fornisce all'anima fedele un appoggio e un aiuto per conseguire la vita di consacrazione e trasformazione in Dio e per perseverarvi con più stabilità, costanza e perfezione» (P. Michele di S. Agostino, + 1684). Non si dimentichi che la Chiesa la chiama (e la B. Elisabetta della Trinità ce lo \-icorda) «Madre della divina grazia».

La devozione mariaml 35. Il Carmelo ha un culto verso la Vergine Madre di Dio. La «giustificazione» storica è la seguente: Storicamente consta che la prima cappella (poi divenuta chiesa «sontuosa») nel Wadi-'ain-esSiah fu dedicata alla Vergine Madre di Cristo. Nel diritto canonico e civile (feudale) di allora ciò significava, per chi era addetto al servizio della chiesa, dedicazione, esser completamente al servizio del Santo o del Mistero cui la chiesa era consacrata. Si pensi al significato anche feudale della signoria di Cristo sulla Terra Santa e sarà facile comprendere da una parte il titolo di «Domina loci» (padrona del luogo ove i Carmelitani si trovavano) dato a Maria, e dall'altra lo sviluppo della dottrina della mediazione ascendente e discendente di Maria, e la familiarità con lei, specialmente attraverso i titoli di «Vergine», «Madre di Dio», «Imnlacolata» sui quali i Carmelitani han-

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no tanto insistito e dai quali si son fatti plasmare nella loro vita di intimità divina, prendendo a modello e mediatrice la stessa Vergine Maria, la «Virgo Purissima». 36. Non si è parlato ancora della devozione dello Scapolare, che pure, specialmente dalla II metà del sec. XVI, entra come cOInponente essenziale della «figura» della «Madonna del Carmine». Materialmente parlando lo scapolare è la riduzione ai minimi termini dell'abito dell'Ordine Carmelitano. Al pari degli abiti degli altri Ordini religiosi medievali esso pernìetteva ai fedeli di entrare a far parte della rispettiva famiglia religiosa, partecipandone spiritualità e privilegi. Abbiamo detto che la spiritualità carmelitana è fortemente a carattere mariano, e quindi i laici che entravano a far parte si sentivano particolarmente protetti da Maria. Ad un certo momento della storia tale protezione ha trovato come veicolo pratico di diffusione il racconto di due visioni della Madonna (cosa comunissima nel Medioevo: verità di ordine teologico venivano «esemplificate» in racconti, come nelle parabole). Le verità contenute in tali racconti sono che il vero devoto di Maria non si perde eternamente e che la «molteplice intercessione di Maria (per dirla col Vaticano II, LG, 62) continua ad ottenerci le grazie della salute eterna ... fino a che non siamo condotti nella patria beata». In altre parole: chi muore con lo Scapolare del Carmine non va all'inferno (logicamente: onorando gli impegni assunti nel ricevere lo Scapolare); chi muore, avendo portato lo Scapolare e osservato alcune pratiche o recitato alcune preghiere in onore della Madonna, sarà liberato dal

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Purgatorio il sabato dopo la morte (il sabato è un giorno che la Chiesa dedica in modo speciale a Maria). Da qui l'aspetto di Madonna liberatrice dal Purgatorio con cui spesso viene identificata la «Madonna del Carmine», ed il motivo della straordinaria diffusione, a carattere universale nella Chiesa, di questa devozione, autorizzata da un decreto della S. Congregazione dell'Inquisizione del 1613, largamente e ripetutamente raccomandata da Sommi Pohtefici e da Santi. Ed è per questo che la celebrazione della «Madonna del Carmine», pur essençlo il titolo di una famiglia religiosa particolare, ha superato la «prova» dell'ultima riforma liturgica, rimanendo nel calendario della Chiesa univerble, rientrando - secondo !'interpretazione di papa Paolo VI - in quell'inciso della «Lumen gentium» n. 67 riguardante le pratiche e gli esercizi di pietà verso Maria, raccomandate dai papi lungo i secoli. 37. Per i Carmelitani tale festa - del 16 luglio _ ha il grado di solennità; per il resto della Chiesa è «memoria libera». Ma non essendoci altre ricorrenze può essere celebrata in tutta la Chiesa. E possiamo dire che in massima parte lo è. Essa esprime la volontà di ringraziamento per tutti i benefici che la Vergine SS.ma ha elargito alla Famiglia Carmelitana. La scelta della data non è senza motivo: è legata ad un celebre riconoscimento che il Carmelo ottenne nella Chiesa per poter sopravvivere come Ordine e potersi fregiare del titolo di «Fratelli della B. Vergine Maria del Monte Carmelo».

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CENNI STORICI SUL TOC

38. Si può parlare di vari periodi storici nella evoluzione del TOC, prendendo questo termine nel significato moderno, equivalente a vita carmelitana vissuta in forma laicale. E per «laico» qui intendiamo «secolare» (perché potrebbe anche significare il religioso del I Ordine non sacerdote o la religiosa del II Ordine non corista, sino a qualche anno fa). I Periodo. Convivenza di più tipi 39. Laici erano in buona parte coloro che iniziarono l'Ordine al Carmelo, ma dopo aver ric~vuto la Regola dal patriarca Alberto e dopo aver accettato di emettere i «tre voti sostanziali della religione» diventarono «religiosi» in senso pieno. Dei laici presso o nei conventi carmelitani si trovano già nel I secolo di storia carmelitana, nel sec. XIII: entrano in certo modo a far parte della famiglia carmelitana attraverso una istituzione detta «oblazione»: cosa difficile a definire nei minimi particolari e nelle ultime implicazioni giuridiche, a seconda del modo con cui tale oblazione veniva fatta o accettata: nella sua forma più «perfetta», o più alta poteva equivalere anche ad una vera professione religiosa: quando la persona donava «se et sua» (se stessa e le sue cose) all'Ordine nella

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persona del legittimo superiore; e si trattava di I Ordine, con la professione della stessa regola. Potevano essere uomini o donne, ma le tracce rimaste riguardano più le donne che gli uomini, per il fatto che questi potevano vivere nei conventi insieme ai religiosi ed in certo modo confondersi con essi, mentre per le donne occorrevano speciali garanzie - anche attraverso documenti notarili - perché vivevano in c,ase separate (le loro medesime, lTlagari, che avevano «donato» al convento e che riottenevano per poterci vivere). Potevano avere anche un abito simile a quello dei religiosi, da cui il nome di «mantellati», «mantellate». Altri nomi, indicanti più o meno la stessa realtà erano: oblati, conversi, con~messi, pinzoccheri/e, terziarie ecc. Dipendevano dai singoli conventi e non si poteva ancora parlare di raggruppamenti omogenei: eventuali allusioni ad una vita da pinzocchera sono allusioni a qualcosa di generico, se non di astratto. II Periodo. Tentativi di chiarificazione. Si sviluppa il II Ordine 40. Gradualmente, il ramo femminile si sviluppa in organiSlTlO più o meno autonomo, in gruppi omogenei, intorno ad una superiora, anche se ancora in dipendenza dai conventi dei frati. Vita comune in casa propria, cappella propria (prima era la stessa chiesa dei frati), recita dell'ufficio in comune, abito particolare, velo nero, clausura, oltre la professione. Quanto al nome: continuavano con i precedenti: mantellate del mantello bianco, pinzocchere, in Spagna «Beate», suore, ecc.

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Molto contribuì alla loro formazione la bolla di Nicolò V «Cum nulla» del 7 ottobre 1452, chiesta ed ottenuta dai Carmelitani di Firenze a motivo delle mantellate carmelitane sorte due anni prima, e che poi si svilupparono nel monastero di S. Maria degli Angeli, reso celebre da S. Maria Maddalena de' Pazzi e tante altre grandi anime. Tale documento - anche senza dirlo - opera una distinzione tra le converse professe (con voti solenni) e le converse non professe (senza voti o con voti semplici, che allora non ponevano in stato di vita religiosa): queste seconde erano anche tra i carmelitani, specialmente fuori d'Italia. Sarebbe semplicistico dire che le prime si svilupparono in II Ordine e le altre in III. Ma dobbiamo limitarci a dire che la «Cum nulla» mise solo le basi per tale distinzione, mentre in realtà lo sviluppo verso il II ordine - cioè le monache - si ebbe da ambedue i gruppi, cioè tanto da quello con voti solenni che dall'altro. Con tale bolla Nicolò V riconosceva resistenza di fatto di tali donne - il cui comune denOIninatore era la «continenza» (sia vergini che vedove, sia viventi isolatamente che in comunità) - ed autorizzava i superiori dell'Ordine a dirigerle e precisarne il genere di vita. Era Priore generale dell'Ordine il B. Giovanni Soreth, rimasto celebre per la organizzazione delle «sorelle dell'Ordine»: gloria che deve condividere coi religiosi del Carmine di Firenze. Con sviluppi variati nei vari ambienti carmelitani - Italia, Spagna, Francia, Paesi Bassi - si sviluppò il II Ordine vero e proprio.

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Hl Periodo.

n terz'Ordine

41. Le pinzocchere professe solenni continuarono ad aver~ vita molto fiorente in Italia e Spagna, ma senza vIta con1une. Per questo loro essere «iso~a te», senza monasteri, esse vennero ad occupare Il terzo posto nella scala gerarchica dei gruppi che formavano l'ordine: religiosi, monache e sorelle pinzocchere, ed in var~e parti d'Italia presero il nome ?i «terziarie». Un nome che recava però confusIOne, perché in realtà erano e rimanevano vere religiose di pro(essione solenne, aggrega te a conventi di frati o di monache, di cui osservavano la I regola e le costituzioni, secondo le quali continuavano ad emetterd i voti. Dopo il Concilio di Trento giunge il momento in cui si vuole mettere ordine in una materia divenuta ormai pletorica (non si tratta solo di gente «carmelitana»!). Una interpretazione rigorosa dei decreti di S. Pio V non riconobbe più la «solennità» dei voti delle pinzocchere non viventi in clausura. L'Ordine reagì in un modo non uniforme: a) si mantennero i 3 voti da emettere secondo il regolamento o statuti (e non secondo la regola dell'Ordine: cosa che potevano fare solo le monache con clausura); b) si tolse il voto di povertà e si rese libero di abbracciare la castità celibe o matrimoniale (con voto), con possibilità di contrarre ancora il matrimonio. Però secondo le leggi in vigore solo le terziarie continenti e con voto espresso di castità (quindi escl:lsione di matrimonio in atto) erano nel pieno godImento dei privilegi del terz'Ordine, e furono

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queste a monopolizzare il titolo di terziarie, relegando le non continenti (le sposate) ad un gradino i'nferiore, simile alle «consorelle dell'Ordine» (senza professione e quindi «secolari», ma che insieme alla fraternità dell'Ordine accettavano impegni di vita spirituale non dissimili da quelli accettati dai terziari francescani e domenicani). Tali «consorelle dell'Ordine» erano la variante femminile dei confratelli dell'Ordine (dal «mantello bianco»), che avevano anche regole fatte apposta per loro. Costoro in Spagna pare si chiamassero «terziari». Essi, in particolare, potevano rifarsi ad una concessione di Sisto IV del 1476: il papa permetteva all'Ordine Carmelitano di poterli organizzare «ad instar», cioè «come», «sul modello» del terz'Ordine di Penitenza degli altri Mendicanti. Quindi finora siamo di fronte a quattro gruppi: Frati - monache - donne continenti con voto espresso di castità e dette impropriamente «terziarie» - consorelle e confratelli dell'Ordine, cui più propriamente avrebbe dovuto corrispondere il nome di terziari/e. Ma il Carmelo è stato di una grade feracità. Anche oggi il sacro Monte è celebre per la vegetazione «spontanea», mentre fa fatica quella «coltivata». C'era già, dal XIV sec. almeno, un altro tipo di aggregazione: le confraternite della Madonna. Di esse, alcune si limitavano a vivere all'ombra delle chiese carmelitane, altre assumevano lo scapolare quale distintivo dell'Ordine, specialmente dopo la diffusione dei racconti delle visioni a S. Simone Stock ed a papa Giovanni XXII. Dopo il 1580 le confraternite del Carmine - con insegna lo scapolare - presero un enorme svilup-

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po, ed i loro membri, per godere del «privilegio ~abatino)}, adottarono in gran parte gli obblighi dei confratelli terziari, rendendo così impercettibile la distinzione tra i membri delle due associazioni, con possibili lotte tra i confratelli del mantello bianco e quelli dello scapolare, cui furono riservati da Paolo V i «privilegi dei confrati)}. Una situazione alquanto caotica, chè il Priore generale Teodoro Stracci cercò di chiarire aggregando al terz'Ordine i ccllnfratelli e consorelle che emettevano il voto di obbedienza e di castità secondo il proprio stato e tutti gli altri secolari alla confraternita dello S'capolare. Ho detto «cercò)} di chiarire, perché in pratica rimaneva la difficoltà che benché ufficialmente aggregati al terz'Ordine, gli sposati/e non godevano i privilegi del terz'Ordine, circa i quali erano alla pari dei confratelli del Carmine. Per questo in pratica il terz'Ordine - con tutti i crismi - fu riservato solo alle donne celibi con voto, e questo fece sì che il numero fosse sempre molto ristretto. Si aggiunga che si portava anche un abito particolare. Nel sec. XVIII si tentò di sostituire l'abito con lo scapolare piccolo, ma gli effetti non furono quelli sperati. Furono le successive edizioni della regola e statuti del terz'Ordine (1849,1869,1896,1915) a dare una maggiore «secolarizzazione)} ed il numero crebbe. Nella edizione del 1924 fu tolto il voto di obbedienza e castità, riammesso facoltativamente nel 1948 e nella recente regola (nn. lO e 11). Importante notare il carattere su cui si insiste dopo il Vaticano II e coll'ultima regola, redatta con ampia partecipazione dei terziari stessi. Si tratta di un fattore comune anche ad altri Ordini e Congregazioni: la «conduzione)} dell'associazio- ; 36

ne da parte dei laici stessi: cosa che il P. Boaga chiama «Autonomia nella comunione)}. Essa fa sì che pur ricevendo gli aiuti spirituali da parte dell'Ordine, e pur rimanendo il Priore generale di esSO «padre spirituale, capo e vincolo di unità)} (Regola, n. 25), la gestione rimane nelle mani dei dirigenti propri del T.O.C. e da esso eletti, mentre il sacerdote, carmelitano o no, che prima si chiamava ed in pratica era direttore della Fraternita, ha preso la qualifica di «Assistente)}, in spirito di servizio fraterno.

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CARATTERIZZAZIONE SPIRITUA DEL TERZIARIO

42. Esaminiamo al~uni aspetti della nuova regola, ed esattamente le relazioni tercorrenti tra l'uomo (nel caso il terziario) e Dio, per meglio caratterIzzare la fisionomia spirituale del terziario. San Tommaso dicq'va che «homo est quodammodo omnia»: l'uomo è un nulla, che, in Dio, è capace di infinito. Se l'uomo entra in rapporti autentici con Dio e vive profondamente la sua fede, diventa realmente testimone dell'assoluto, secondo la celeberrima frase di S. Ireneo: d'uomo vivente è la gloria di Dio». Ma l'uomo è vivente in senso pieno se, sempre secondo il S. Dottore, contempla Dio: «vita dell'uomo è la visione di Dio». Ciò spiega anche l'aforisma agostiniano: «il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Dio». L'uomo ha fame e sete di infinito: fame e sete che fanno parte ineliminabile della sua stessa natura; gli sono essenziali, primordiali esigenze. Niente altro può sfamarlo e dissetarlo se non Dio. Vivere è perciò incontrarsi con Dio. Col Dio vero, il Dio del Cristo e non gli idoli fatti su misura d'uomo, o i «godot» dei quali parla Samuel Becket nella sua commedia «Aspettando Godot». Un filosofo francese diceva: «Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza; e l'uomo ha fatto altrettanto».

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43. La creazione, un atto d'amore infinito: Dio si diffonde e le creature sono per Lui e con Lui. Lont~me dal Signore, vengono scaraventate in situazione di angustia, di schiavitù. Diventano prigioniere di se stesse, dei piccoli orizzonti individualistki. Diventano estranee agli altri, indifferenti, nemiche: «homo homini lupus», come diceva Hobbes, l'uomo «boia per l'altro uomo» come asseriva Sartre. Con Dio nel cuore si diventa invece dono per gli altri, solidali con essi: «homo homini Deus», segno e sacramento dell'amore di Dio, testimoni dell'invisibile, fratelli. Alla luce di tali considerazioni, ci si può chiedere: è possibile l'ateislno? Pare di no: appena si nega l'esistenza di Dio, non si può fare a meno di costruirsi altre divinità. Il Dio di Cristo non addormenta: le false divinità ottundono la mente e inaridiscono il cuore , alienano, spingono l'uomo a vivere fuori di sé e a barattare la sua identità e dignità per denaro, potere, situazione sociale di preminenza, piacere, ecc. L'uomo si autocondanna così alla mediocrità: «Come saremmo grandi - al contrario - se fossimo come Dio ci vuole. Con Dio e in Dio: la st~tua divina, l'immagine che è in ciascuno di noi balzerebbe evidente, liberata dalle scorie e dall'opacità di un individuo a metà (Card. Saliège). La vita del credente: una sempre più intima consuetudine di vita con Dio; confidenza in Lui; comunione con Lui. Per questo è necessario purificare il concetto di Dio paternalista (che si sostituisce e non fa crescere l'uomo), rifugio (che addormenta come l'oppio), architetto (non lascia spazio a iniziativa

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umana), rivale dell'uomo (geloso dei suoi diritti: non avrebbe creato l'uomo), egoista (crea per suo vanto e gloria), legislatore arido e severo (intento solo a punire e premiare). Sostituirla con l'immagine dataci dal Cristo: Dio padre, Dio amore, Dio dono, Dio amico, Dio salvatore, Dio santificatore. Vivere l'assoluto di Dio significa appunto dare centralità a Dio nella propria vita, metterlo al primo posto dei propri sentimenti, nei propri interessi, sposarne e incarnarrle la volontà. L'esperienza di Dio .

44. Si puÒ esaminale il rapporto uomo-Dio: a livello di religiosità naturale: implica un mod? di essere che impegna la totalità dell'esistenza. E esperienza radicale: tutto viene interpretato a partire da Dio e in riferimento a Lui come fine. Per i popoli etnici: Dio era tutto; chi Lo offendeva non era degno di vita, ma diventava passibile di morte. Per loro, vivere è amare e onorare Dio. Offenderlo in sé o nelle sue immagini, era la colpa più grande che uomo potesse commettere e la società doveva punire il colpevole per non indurre Dio alla vendetta. Dio, una presenza luminosa, misteriosa, nascosta; ma vera, reale, avvolgente. A livello di cristianesimo: fare esperienza di Dio significa vivere come Cristo, conformarsi a Lui, «induere Christum» (S. Paolo). Cristo è epifania di Dio, suo volto umano. Perciò in Lui si compiono tutte le attese, le speranze umane: niente altro, oltre e al di fuori di Lui! In Lui tutto si ricapitola, essendo alfa e omega di tutte le cose. S. Agostino esclamava: la storia è gravida di Cristo!

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Vivere Cristo èomporta: _ totale apertura al Padre; _ amore universale per tutti e per ciascuno: «l'aJIlore di Dio e l'amore del prossimo sono due porte che si aprono e chiudono insieme». _ annuncio e anticipazione del futuro di Dio: l'eternità inizia nel momento stesso del nostro concepimento ... ; _ impegno a salvare il creato ... riconsacrandolo a Dio nel Cristo. Vivendo Cristo, ci si accorge che «la verità su Dio è una verità in cui si vi ve, non una verità che si possiede» (Pieper). Il significato profondo del credere (Deo, in Deum, Deum): il cammino di un sì, la testimonianza di una scoperta straordinaria: Dio è tutto per l'uomo e l'uomo diventa tutto in Dio. «La fede non ammette di essere raccontata; deve essere vissuta e allora si diffonde da sé» (Gandhi). A livello di vita carmelitana: radicalizzare l'esperienza di Dio. Dio progetto fondamentale di vita, programma, polo orientativo della esistenza. «Dio si conosce amandolo» - diceva S. Agostino Amare Dio, significa identificarsi con Lui. Infatti, mentre l'atto del conoscere consiste nel portare dentro di sé l'immagine o idea della cosa conosciuta, l'atto dell'amare implica fondamentalmente il portarsi fuori, verso la cosa amata. 45. Amare è donarsi a Dio e, in Lui, ai fratelli. Lasciarsi afferrare da Dio, sperdersi in Lui per ritrovarsi in tutte le cose, congiunto dalla forza dell'amore: essere comunità, dando alla vita il significato del mutuo servizio. In una parola, camminare sempre in novità di

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vita: la creatura nuova è quella che, in Dio, si scopre non individuo, singolo, isola, ma --_._--"',<1 e, quindi, in rapporto essenziale con gli altri.

La creatura nuova è: a. aperta a Dio: interamente libera di dire il prio sì alla Sua volontà e di agire di '-''-''''''''-'F,u.',-,u,c_ b. aperta ai fratelli: Dio non viene mai da solo! misura di amare è di amare senza misura! La prova che si ama veramente Dio è dalla cap più o meno grande di amare i fratelli (S.T. d'A la). c. aperta al mondo, luogo privilegiato, ambito !'incontro di Dio con gli uomini (Sacralità creato). Alla luce di quesd esperienza e guidati dalla dello Spirito verso mete sempre nuove e più ci si accorge che «l'adorazione è insieme ti amore, devozione e soprattutto dedizione totale qualcuno che ci supera e ci investe ... Proviamo pronunciare queste parole: Signore ti adoro! centro del nostro io, facendo appello a tutte le ze, con una di quelle affermazioni volontarie accendino la coscienza fino agli ultimi capillari. avremo la sensazione dell'infinito nel quale non naufraga ... ma da cui si ritorna all'azione si e forti, come Mosé sul SinaÌ» (M. Sticco). I voti esprimono tale esperienza

46. La castità secondo il proprio stato, è . gno a camminare verso un amore pieno e sale; verso la donazione piena e il pieno servizio L'obbedienza, è disponibilità al progetto di Dio al servizio dei fratelli: chi non possiede se

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non potrà servire gli altri, ma tenterà di asservirli. Al terziario, la libera scelta del voto di obbedienza.; non la libertà di rinunciare allo spirito di obbedienza. In altre parole essi sono l'annuncio dei valori evangelici e la denuncia critica di situazioni strutturate nel peccato. Il terziario accetta e vive i voti in funzione di purificazione e di pratica dell'amore di Dio e degli altri, mediante una più intima unione con la Chiesa. Egli rende così visibile e credibile il Regno che si avvicina (UR,4) con autenticità e coraggio, realizzando, tra gli uomini una presenza profetica, come risposta alle varie domande dei fratelli e come proposta di un modo alternativo di vivere. Infatti il significato profondo dei voti sta nel significato che hanno di liberazione rispetto agli impedimenti che sorgono dal mondo del peccato (cfr. LG, 42,44,46). È ovvio che la pratica dei voti il terziario la attua secondo lo stato di vita che gli è proprio. 47. La castità aiuta il terziario ad amare Dio e i fratelli al di sopra di ogni ripiegamento egoistico su se stesso. Essa infatti libera la capacità di amare del terziario, perché fonda l'amore in Dio e lo indirizza a un servizio sempre maggiore e generoso verso i fratelli: la donazione del proprio cuore a Dio non lo isterilisce, ma lo rende fecondo della fecondità della Chiesa stessa (cfr LG, 42). In sintesi: - La castità non consiste nell'ignoranza delle realtà sessuali ed affettive. Né si esprime con la paura patologica e col disprezzo di esse; e nemmeno col deprezzamento dei valori dell'amore coniugale e del matrimonio. Essa ha un valore relativo: non è fine, ma mez-

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zoo Essa è giustificata dall'amore e orienta ver l'amore. Il cuore casto non si chiude all'amor ma scopre che la misura di amare è di amare seI za misura. Per questo S. Tommaso d'Aquino dic va che «la gloria e il valore della castità non st nella continenza, bensì nella carità» (II-II,152,5).!~ - Aiuti tradizionali a vivere tale voto: creden:j nella Parola di Dio, non presumere delle proprie! forze, usare i mezzi l)aturali e sovrannaturali pe!'1 , difenderla, l'amore fraterno (cfr. PC, 12). ;~ ~

li. Esso non coarta la libertà, ma la orienta verso la salvezza e aiuta il terziario alla propria liberazione. Tanto vero che l'anima della obbedienza è l'amore. L'autorità (papa, vescovo, parroco, Superiore generale, provinciale, assistente spirituale locale, presidente) diventa per lui sacramento della presenza di Dio. Egli accetta Il superiore in questa veste e ubbidisce come a Cristo, contribuendo col suo dono e il suo servizio alla liberazione anche dei lontani.

48. L'obbedienza si fonda sulla volontà del Padn:tl 49. In conclusione: come il terziario concretizza e comporta un dinamismo di salvezza: l'univers<,1 la sua intenzione di vivere il Vangelo nello spirito intero è impregnato della volontà di Dio. A partire~ del Carmelo? Possiamo rispondere sinteticamendalla creazione tutto è orientato verso Cristo. Cri:{>S te: sto venne nella pienezza dei tempi e da allora tut.~ -Mediante la professione, con o senza voti, emesto è stato segnato dalla salvezza. L'uomo è presQt sa pubblicamente davanti alla comunità. Con tale da questa corrente salvifica e la sua obbedienzaì atto egli si impegna a vivere secondo la regola del consiste nel ricercare la volontà di Dio, che si ma.~ TOC e lo statuto del proprio sodalizio entrando nifesta attraverso i segni dei tempi, i carismi, l'au.t così a far parte della famiglia carmelitana. torità. Nella Chiesa, nella quale si incarna la vo-f - Partecipando attivamente alla vita della prolontà salvifica di Dio in quanto continua l'opera~ pria comunità nei suoi incontri mensili di predi salvezza di Cristo, la gerarchia ha un compitù~ ghiera, di studio; e alle varie iniziative della stesben preciso: guidare gli uomini verso Cristo! Sic-~ sa. come la volontà divina è una realtà molto comi - Portando sempre lo scapolare come segno della plessa e si manifesta lentamente, ecco la necessità~ propria devozione e consacrazione a Dio, attradella ricerca, del discernimento. Attraverso il votJ verso Maria. Esso, come veste mariana, costituidi obbedienza il terziario si impegna a una form~ sce il richiamo della protezione della Mamma ceparticolare dell'obbedienza cristiana e ne attua~ leste ed è sprone continuo per una vita santa. una pratica più profonda. Essa è risposta alla' - Ravvivando ogni giorno nel proprio cuore la chiamata di Dio, attraverso l'accettazione liberae~ vita con Dio, in familiarità di sentimenti con la consapevole dell' autorità (ecclesiastica e religio-! vergine Maria, mediante la recita dell'ufficio della sa); gli fa seguire da vicino Cristo servo obbedien·~ Madonna o del S. Rosario o della coroncina, per te del Padre; lo impegna, attraverso una missione~ disporsi a vivere in amicizia sempre più intima particolare, a collaborare alla salvezza dei fratel.~ col Signore i vari impegni della vita ed essere cat~

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pace di trattare sempre più in modo cristiano le cose del mondo e dirigerle verso Dio. - Rendendo testimonianza di vita veramente cristiana nel proprio ambiente famigliare, sociale e di lavoro; e collaborando attivamente alle varie iniziative del TOC finalizzate all'animazione spirituale dell'ambiente. La vita di preghiera I 50. Liturgica, comunitaria (liturgia delle ore), ma anche personalé; è alla base della vita cristiana e della stessa pr~ghiera comunitaria. La preghiera personty-le: contatto vivo con Dio, per lasciarsi guidare da Lui; per accettarsi e accettare gli altri nella loro essenzialità e diversità. È privilegiato dono, per essere secondo Dio. La preghiera comunitaria esprime comunione con i fratelli e desiderio vivo di ringraziare Dio insieme con loro. Dio, amore che unisce e rende famiglia. La preghiera: - non è evasione o gratificazione personale, ma impegno e responsabilità: pregare non consiste nel molto dire ma nel molto amare (S. Teresa). Chi ama cerca di essere degno della persona amata (= conversione come atteggiamento costante di chi ama Dio) e ama gli amici della persona amata (Dio negli altri). Pregare è accorgersi che vivere è amare: «una vita senza preghiera è una vita che ignora una dimensione essenziale dell'esistenza» (A. Bloom). La preghiera come ascolto: - perché ascoltare? Per discernere la volontà divina;

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_ come ascoltare? Facendosi «piccoli», umili. _ dinamica dell'ascolto: udire con attenzione, con affetto, con assiduità; interiorizzare; far fruttificare (cfr. la parabola del seminatore). _ conseguenze dell'ascolto: uscir fuori da false sicurezze; lasciarsi trasformare (es. di Mosè che scendeva dal monte Sinai dopo aver conversato col Signore e non sapeva che il suo volto era divenuto raggiante); divenire profeta di Dio (Dio ha bisogno degli uomini: cfr. piano dell'incarnazione); incarnare la Parola. La vita sacramentale 51. Cristo si diffonde nei credenti attraverso i sacramenti. La S. Messa: cattedra di vita, sintesi di atteggiamenti: viverla, significa portar fuori chiesa ciò che si è diventati dentro. Uno schema: - Introito: l'altare: punto di partenza. - Letture: ascolto come scoperta progressiva del progetto di Dio. - Atto penitenziale: riconoscere la propria situazione di peccatore: cristiani non si è ma si diventa; se non si diventa non si è. - Preghiera universale: risposta a Dio che si autorivela. - Offertorio: dono a Dio più di quel che si è che di quel che si ha. - Consacrazione: lasciarsi trasformare in creature nuove. - Padre nostro: sentirsi in comunione profonda con Dio e gli altri. - Comunione: gioia di essere famiglia di Dio che partecipa alla stessa mensa. Conviviali di Dio; in-

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vitati alle nozze. - Ringraziamento con la vita. - Ite Missa Est: la Messa comincia l «Più breve facile è la strada che porta alla Messa; ardua q la che porta alla vita!».

AGIOGRAFIA CARMELITANA

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S. PIERTOMMASO, Vescovo

Nato in Francia, nel Perigord meridionale verso il 1305, sui venti anni entrò tra i Carmelitani. A quaranta fu eletto procuratore generale dell'Ordine presso il papa che allora si trovava in Avignone. Dal 1353 fu incaricato di delicate missioni affidategli dalla S. Sede per la pacificazione tra i principi cristiani, per la difesa dei diritti della Chiesa, per l'unione degli ortodossi bizantino-slavi con la Chiesa Romana, per la crociata di liberazione della Terra Santa. Nel 1354 fu fatto vescovo di Patti e Lipari in Sicilia, ma gli incarichi di cui si è detto non gli permisero di attendervi subito. Nel 1359 fu trasferito alla sede di Corone (Pelòponneso) e nominato legato pontificio in Oriente; nel 1363 fu fatto arcivescovo di Creta e l'anno dopo patriarca di Costantinopoli e legato papale per la crociata. Nel giugno 1364 fu tra i fondatori della facoltà teologica di Bologna. Morì nel convento di cannelitani di Famagosta in Cipro il 6 gennaio 1366. È stato detto una figura europeista (per la grande opera di pace tra i principi cristiani) ed ecumenica del sec. XIV.

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53.

S. ANDREA CORSINI, Vescovo

Nacque a Firenze all'inizio del sec. XIV, uno dei 12 figli di Nicolò Corsini e Gemma degli Stracciabende. Non si sa nulla della sua vita prima del 3 agosto 1338, quando compare tra i religiosi del Carmine di Firenze. Fu poi consigliere e lettore (cioè professore) in detto convento. Nel capitolo generale del 1348 a Metz in Francia fu istituito Priore provinciale di 1[oscana: carica che ricopre sino ai primi del 1350, anche dopo la designazione a vescovo di Fiesole (13 ottobre 1349). Il suo primo atto da vescovo che conosciamo è del 28 marzo 1350. Fu molto zelante nel riparare i danni materiali e morali della tliocesi, nella quale volle risiedere (a differenza dei predecessori); limitò al massimo le sue esigenze; ridusse a sei il numero dei «familiari», insieme ai quali e a due religiosi del Carmine di Firenze condusse vita monastica, vestendo l'abito dell'Ordine. «Meraviglioso per l'e_ sempio della vita e l'eloquenza» fu una delle lodi scolpite sulla sua tomba. Definì se stesso «padre ed amministratore dei poveri». Rimangono inoltre attestati dell' opera da lui svolta per la pacificazione degli animi: ecclesiastici e ricchi di mercanti di Firenze e Fiesole, potenti cittadini di Prato, Pistoia e altre città ricorrevano al suo arbitrato. Morì il6 gennaio 1374. Recentemente il suo corpo - normalmente conservato nella cappella dei Principi Corsini al Carmine di Firenze - nei gg. 24 nov.-2 dico 1984 è stato a Montevarchi, ove è stata eretta una chiesa in suo onore.

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54.

B. NONIO ALVARES PEREIRA

Nato in Portogallo il 24 giugno 1360 da nobile fa;l1iglia, tredicenne fu ammesso alla corte del re Ferdinando, fatto scudi ero della regina e creato cavaliere. Nel 1376 sposò Donna Leonora de Alviro, da cui ebbe Beatrice che nel 1401 sposò Don Alfonso, figlio del re Giovanni I, capostipite di non poche dinastie principesche e regali d'Europa. Per l'aiuto militare dato ad impedire l'unione del Portogallo al regno di Castiglia, a soli 25 anni Nonio divenne capo supremo dell'esercito portoghese. Profonda la sua pietà: nutriva speciale devozione al SS.mo Sacramento e aMarla SS.ma, in onore della quale digiunava tre giorni la séttimana, frequenti i pellegrinaggi ai suoi santuari ed edificò varie chiese in suo onore, tra cui il Carmine di Lisbona. Mortagli la moglie nel 1387, rifiutò di passare a seconde nozze ed il 15 agosto 1423, tra lo stupore generale vestì l'abito carmelitano nel convento di Lisbona da lui fondato e dotato, scegliendo il cosiddetto stato dei «donati» e il nome di fra Nonio di S. Maria. Morì nel 1431, probabilmente il 1 aprile, dopo otto anni dedicati alla preghiera ed alla penitenza. Le gesta dell'eroe sono state cantate dal poeta nazionale portoghese L. Camoes nei Lusiadas. 55. B. BATTISTA SPAGNOLI (detto il Mantovano) Nacque a Mantova il 17 aprile 1447 da padre di origine spagnola (da qui il cognome). Entrò tra i Carmelitani a Ferrara, ove emise la professione 51


nel 1464. Fu maestro in teologia a Bologna nel 1475. Ebbe numerosi incarichi in vari conventi e per ben sei volte ricoprì l'ufficio di Vicario generale della sua Congregazione (detta Mantovana: una riforma dell'Ordine carmelitano) e sul finire della vita (1513-1516) fu Priore generale di tutto l'Ordine. Partecipò con la vita e con gli scritti ai problemi della società di allora; fu amico di insigni umanisti, ben figurando nel mondo della cultura. Tutto ciò non lo distoglievà dalla vita interiore e dalla speciale devozione alla Madonna. Colpito dalla dilagante corruzion~ dei costumi, espresse la sua ansia riformatrice con felici spunti letterari e con un vibrante discorso nel 1489 nella basilica vaticana avanti al papa t ai cardinali. È però esagerato averlo voluto considerare un precursore di Lutero. Se ne distingue essenzialmente nello spirito e nella finalità di denuncia; in alcun modo voleva arrivare allo scisma e tanto meno intaccare la dottrina sulla natura della grazia e il libero arbitrio. Morì i120 marzo 1516. Chiamato «Virgilio cristiano» (più di 50 mila i suoi versi latini, oltre le opere in prosa), è da ritenersi tra i migliori poeti del suo tempo: ciò che del resto è attestato dalle numerosissime edizioni dei suoi scritti. -56.

S. SIMONE STOCK

Non è facile dire qualcosa di certo su di lui (questa la causa per cui la recente riforma liturgica l'aveva depennato, poi riconcesso come memoria facoltativa, ma con severe restrizioni). Le «notizie» su di lui ci vengono da tre generi di fonti, ma non si riesce a sapere se si tratti sempre della stessa 52

persona. É rimasto celebre per il racconto .della «visione dello scapolare» (un genere letterano comune nel medioevo e un contenuto sviluppato da diversi Ordini religiosi): la Madonna gli disse che chi fosse morto piamente con lo scapolare indosso non sarebbe andato all'inferno: una verità teologica «vestita» di «esempio». Il racconto cominciò a diffondersi tra la fine del sec. XIV e l'inizio del XV (mentre il fatto sarebbe avvenuto circa la metà del XIII). Vastissima la produzione iconografica che traduce in immagine il racconto. 57.

B. LUIGI RABATÀ

Nato a Erice presso Trapani verso la metà del sec. XV (probabilmente nel 1443) pare che prese l'abito carmelitano e fece gli studi a Trapani. Lo troviamo superiore nel convento riformato di Randazzo, ove morì nel 1490. Seppe unire i doveri di una osservanza impeccabile con quelli dell'amore del prossimo impostigli dal ministero sacerdotale e dall'illurninata carità. Si racconta che causa della morte fu un colpo di « buzunata» o colpo di bolcione: l'iconografia ne fa spesso una freccia. Egli non volle fare il nome del feritore, perdonandolo. 58.

S. GIOACCHINA de Vedruna

Nata a Barcellona il 16 aprile 1783, voleva farsi monaca carmelitana di clausura, ma non fu ricevuta per la giovane età. A 16 anni sposò Teodoro de Mas, del quale rimase vedova nel 1816 dopo avergli dato nove figli, tre dei quali morirono in tenera età e quattro abbracciarono lo stato reli53


gioso. Nel 1826, guidata da un cappuccino, insieme a 9 compagne dette inizio (con la professione religiosa) ad una Congregazione per la educazione delle fanciulle e la cura degli ammalati: la «Congregazione delle Carmelitane della Carità», presto estesasi in tutta la Catalogna, ancora lei vivente. Innamorata del mistero della SS.ma Trinità, da esso trasse le caratteristiche della sua spiritualità: preghiera, mortificazione, distacco, umiltà e carità. Morì nel 1854. Beatificata nel 1940 e canonizzata nel 1959. 59.

S. MARIA MADDALENA de' Pazzi j

Nacque a Firenze il 2 aprile 1566 dall'antica e celebre Famiglia Pazzi. Dopo una prova di 15 giorni nel monastero delle Carmelitane di S. Maria degli Angeli di Firenze, ilI dicembre 1582 varcò definitivamente le soglie della clausura, accettata all'unanimità 1'8 dicembre. Durante il noviziato una violenta malattia durata due mesi la ridusse in fin di vita, tanto che le fu concesso anticipare la professione. Ma si riprese. Fu sottomaestra delle novizie, sagrestana, maestra delle giovani, maestra delle novizie e da ultimo sottopriora. Morì il 25 maggio 1607. Beatificata nel 1626; canonizzata nel 1669. Difficile trovare un'altra anima come lei afflitta da prove terribili e favorita da Dio di doni straordinari, tra cui estasi e rapimenti di varia durata, durante i quali «riviveva» i misteri con gesti e parole che - ripresi da consorelle che la seguivano, ovunque si portasse, con carta e calamaio (poi ne facevano una certa «verifica» con lei stessa) - co54

sti tuiscono i cosiddetti 5 «manoscritti originali», recentemente (1960-66) usciti a stampa. Fu presa dall' «ansia to desiderio» del rinnova me n to della Chiesa: urgenza della riforma e anelito della espansione, offrendosi perché i «cristi» (i sacerdoti) ritornassero ad esser luce del mondo e gli infedeli ritornassero nel grembo della Chiesa. Chiave di volta di tutto il suo edificio spirituale (sviluppato però in modo non proprio organico) è l'amore: creati da Dio per amore e con amore, è per tale via che dobbiamo tornare a lui; l'amore è la misura del progresso nel ritorno dell'anima a Dio. La principale funzione dell'amore è di unire l'anima a Dio. La vita spirituale è come un circolo, animato dall'amore, che in Dio ha il suo punto di partenza e di arrivo. Tenerissima la sua devozione a Maria. Di lei dice che la bellezza, il nesso che la unì col Verbo nella divina maternità fu la sua purità: contribuendo così in modo notevole alla devozione mariana carmelitana verso la «Vergine Purissima». 60.

B. GIOVANNA SCOPELLI

Nata a Reggio Emilia nel 1428, visse prima da «mantellata» in casa sua. Morti i genitori, si unì ad altre donne con le quali abitò dal 1480 a11484; l'anno dopo ottenne la casa e chiesa degli Umiliati di S. Bernardo, cui fu cambiato il nome con quello di S. Maria del Popolo, mentre il monastero poi fu volgarmente detto «Le Bianche» ed affidato (la comunità contava oltre 20 elementi) alla Congregazione Mantovana dei Carmelitani. Dotata di profonda pietà mariana e animata da intenso spi55


rito di penitenza, Giovanna morì il 9 luglio 1491. 61.

B. TERESA E COMPAGNE Martiri di Compiègne

Sono le sedici Carmelitane Scalze del monastero dell'Incarnazione di Compiègne. Allo scoppio della Rivoluzione Francese rifiutarono di deporre l'abito religioso e si offrirqno al Signore «per placare la collera di Dio e perèhé la pace divina ... fosse resa alla Chiesa e allo Stato». Cacciate dal monastero, continuarono la loro vita divise in 4 gruppi, ma, scoperte, furono catturate il 24 giugno 1794 e trasferite a Parigi. D9Po un giudizio sommario furono condannate a morte per la fedeltà alla vita religiosa, per «fanatismo» (leggi: devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria) e l'attaccamento all'autorità costituita. Furono ghigliottinate il 17 luglio e i corpi gettati in una fosse comune. Opere letterarie di indiscutibile valore (<< L'ultima al patibolo» e «I dialoghi delle Carmelitane»), ridotte anche a teatro e a film, hanno contribuito a farle conoscere a tutto il mondo. 62.

B. GIOVANNI SORETH

Nacque presso Caen in Normandia nel 1394 e prese l'abito carmelitano nel convento di detta città. Sacerdote verso il 1417, maestro in teologia nel 1438 e poi reggente degli studi. Provinciale dal 1440, dal 1451 sino alla morte (25 luglio 1471) Priore generale dell'Ordine. Fu instancabile nell'opera di riformatore, cioè nel ricondurre l'Ordine alla purezza dell'« osservanza», in un periodo

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storico particolarmente critico per la Chiesa e la stessa società civile. Spiegò la Regola dell'Ordine, revisionò e pubblicò le costituzioni nel 1462, visitò provincie e conventi, presiedendo capitoli, ordinando statuti. Curò il sorgere e lo stabilirsi del II Ordine, cioè delle monache carme li tane, specialmente in virtù della bolla «Cum nulla», procurata dai Carmelitani di Firenze ed a lui diretta da papa Nicolò V nel 1452. Nell'Europa del Nord in questo valorizzò l'opera della B. Francesca d'Amboise. Curò anche - sempre in forza di detta bolla _ il sorgere del terz'Ordine Carmelitano. 63.

S. ALBERTO degli Abati (di Trapani)

Nacque a Trapani nel sec. XIII (dura la controversia con gli ericini che lo rivendicano loro concittadino). Favorito dalla madre, poté entrare tra i Carmelitani, trascorrendo nell'esercizio delle virtù il suo periodo di formazione. Risulta presente a Trapani nel 1280 e 1289. Più tardi fu a Messina dove - si dice - Ottenne miracolosamente il passaggio di vettovaglie alla città assediata. Fu celebre predicatore in vari luoghi della Sicilia e per un certo tempo resse la Provincia religiosa dell'isola. Morì a Messina il 7 agosto di un anno incerto: forse il 1307. Fu il primo santo dell'Ordine, del quale più tardi fu considerato patrono e protettore. Nel sec. XVI si stabilì che ogni chiesa carmelitana avesse un altare a lui dedicato. Particolarmente devote ne furono anche S. Teresa e S. Maria Maddalena de' Pazzi.

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64.

B. ANGELO MAZZINGHI

Talvolta lo si chiama Angelo Agostino, ma Agosti no è il nome del padre, dei Mazzinghi del ramo dì Peretola. Nato a Firenze o sue vicinanze pare prima del 1386, nel 1413 o giù di lì entrò tra i Carme_ litani, «primo figlio dell'Osservanza delle Selve»; la riforma carmelitana nata appunto al convento delle Selve presso Lastra a Signa e confluita poi nella Congregazione Mantovana. Circa il1415 era già sacerdote e fu incaricato della predicazione alle Selve ove fu anche priore negli anni 1419-30e 1437. Fu priore anche a Firenze nel 1435-37 e ricoprì altri uffici entro e fuori dell'Ordine. Morì il 17 agosto 1438; beatifidato nel 1761. Il popolo fiorentino gli dette l'appellativo di «beato Angiolino». È raffigurato con fiori che gli cadono dalla bocca mentre predica. 65.

S. TERESA MARGHERITA del S. Cuore di Gesù (Redi)

Della nobile famiglia Redi, nacque ad Arezzo il15 luglio 1747 e fu battezzata col nome di Anna Maria. Il cognome preso con l'abito nel Carmelo delle Scalze di Firenze (11 marzo 1765), nonostante l'ambiente toscano di allora incline al giansenismo, spiega gli aspetti della sua vita spirituale «nascosta con Cristo in Dio)), vita priva di avvenimenti speciali, di incarichi (se si eccettua quello di infermiera), di scritti significativi. Più che maestra di dottrina è una testimonianza della spiritualità vissuta del Carmelo. Profondamente presa dalla vita trinitaria, fu rapita dal mistero della di':;8

dna inabitazione nell'anima con l'approfondimento contemplativo del testo di S. Giovanni "Dio è amore)). Da qui anche l'intensa devozione allo Spirito Santo che destava in lei i più ardenti desideri di apostolato, col bisogno di pregare e sacrificarsi per la Chiesa e per le anime. Tutto ciòin mancanza appunto di scritti propri - lo si conosce da quanto ne disse il direttore spirituale P. Ildefonso di S. Luigi Gonzaga. A 22 anni, dopo cinque e mezzo di vita in monastero, una peritonite ne stroncò l'esistenza il 7 marzo 1770.

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S. ALBERTO, Patriarca di Gerusalemme, Legislatore dell'Ordine

Non è carmelitano nel senso che non fu professo nell'Ordine, ma vi appartiene in qualità di legislatore. A lui infatti, patriarca di Gerusalemme, ma risiedente a S. Giovanni d'Acri, in prossimità del Carmelo, si rivolsero i primi Carmelitani perché desse loro una «formula di vita)) «secondo il loro proposito)) di servire il Signore. Ciò che egli fece in un anno imprecisato tra il 1206 e il 1214 (anni della sua permanenza in Palestina), forse nel 1208-1209. Breve testo (che più tardi assurse a «regola)) a tutti gli effetti giuridici e spirituali), ma molto importante nel contesto della spiritualità medievale, pensato ed espresso tutto in chiave scritturistica. Un testo la cui efficacia è comprovata dalla schiera di santi e altre anime grandi che si sono formati guidati da esso e che ha prodotto nella Chiesa quell'Ordine Carmelitano, caratterizzato dall'ascolto e dall'esperienza della Parola di Dio, intesa soprattutto in senso persona59


le: Cristo con le altre Persone della Trinità - conosciuto nella preghiera -.:.. vivente nell'anima e che spinge all'azione apostolica. Tutte le altre prescrizioni della «formula di vita» sono in funzione di questa finalità. Nato a Castel Gualtieri (o Gualtirolo?), morì a S. Giovanni d'Acri (Accon) il 14 settembre 1214, ucciso durante una processione. Stava per partire onde partecipare al IV Concilio Lateranense. Questo particolare giovò ai Carmelitani per pote~ ~ro­ vare che essi erano precedenti a detto ConcIlIo e quindi non soggetti ,alle restrizioni c~e ~sso ~~se in materia di nuove fondazioni di famIglIe relIgIOse. Festa il 17 settembre. j

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S. TERESA di Gesù Bambino

Nacque ad Alençon in Francia il 2 gennaio 1873, nona ed ultima figlia di Luigi Giuseppe Stanislao Martin e Maria Zelia Guérin. Dopo la morte della mamma, la famiglia si trasferì a Lisieux, vicino al Sig. Guérin (fratello di Zelia) che divenne tutore di Maria Francesca Teresa: tale era infatti il nome di battesimo della futura santa. Già dai primi anni di vita fu coinvolta in fatti spirituali fuori del comune, che la orientarono verso la donazione totale a Dio nel Carmelo, ove ottenne di entrare (dopo averlo chiesto anche al papa Leone Xln i~ udienza) a 15 anni, il 9 aprile 1888. Provata neglI affetti più cari (malattia e morte del padre), da dubbi circa la vocazione, e - più terribili - quelli contro la fede (<<fino a domandarsi talvolta se esiste un cielo»), si nutre di Sacra Scrittura e delle opere di S. Giovanni della Croce. Riconosce l'im60

portanza del sentirsi piccoli davanti a Dio, dell'aprirsi ai più grandi desideri di donazione e di apostolato, dell'offrirsi vittima all'Amore Misericordioso. L'autorevole biografo di Teresa, André Combes riunisce in un certo numero di fatti le manifestazioni del suo martirio di amore; eccone alcuni: l'affidamento di un «fratello spirituale» missionario; la <<flotte del nulla» (sino al giorno della morte! Una voce le diceva che il cielo era una chimera); la «tavola dei peccatori», alla quale Teresa si asside perché essi ottengano quella luce che a lei è negata; l'attrazione spirituale nei confronti delle anime; «nel cuore della Chiesa»: S. Paolo le suggerisce - col discorso sulla carità - che lei nella Chiesa, Corpo di Cristo, vuoI essere il cuore, così sarà tutto; la carità fraterna, come Gesù ha amato; lo sfinimento finale delle forze fisiche: ciò che non le impedisce di adeguarsi perfettamente alla volontà di Dio, pur nella «pura agonia, senza un minimo di consolazione» ed attestando di non pentirsi di essersi «abbandonata all'amore». Questa è la Teresa che una certa «immagine» oleografica ha talvolta qualificato come «santina delle rose». Morì a 24 anni il 30 settembre 1897 esclamando «Mio Dio, io vi amo». Le «rose» di Teresa ci sono state: le grazie piovute copiose dal cielo dopo la sua morte e che hanno fatto bruciare le tappe della sua glorificazione terrena. «Tutto il mondo mi amerà», aveva profetica mente detto due mesi prima della morte. Questo anche in virtù della lettura della Storia di un' anima e degli altri suoi scritti, recentemente pubblicati con rigore di critica, e che tra l'altro han mostrato in qual senso va presa l'espressione 61


«piccola via dell'infanzia s~i~itua~e~) cO,n la qu~le è stata qualificata la sua splntuahta. L espressIOne non è sua, Tna «interpretazione» delle sorelle Agnese di Gesù e Genoveffa del Volto Santo: No~ si tratta di «santità ridotta», alla portata dI tut.tI perché limitata alla pratica ~ei.doveri del propno essendo to, ma si tratta di conVUlZIOne «che st a . Dio quel che è, anche le più ~i,ccole an~me.possono aspirare alla più alta santIta, perd~e Dl~ stesso vuoI farsi loro santità» (~. Combes). E la VIa «della confidenza e dell'abbandono» a quel Dio c~e è Amore Misericordioso, che la configura a Cnsto crocifisso e dal quale' attinge l'immensità del suo desiderio di apostolato, tanto che è stata proclamata Patrona delle Missioni cattoliche. 68.

S. TERESA di Gesù (d'Avila)

Al secolo Teresa de Cepeda y Ahumad~, riformatrice del Carmelo, madre delle Carm~ht.ane S~al~ ree de i Carmelitani Sclazi (ma non SI dImentIchI. che è sorella degli altri Carmelitani!); «mater.s~:)lritualium» (titolo sotto la sua statua ne~l~ basllIca vaticana); patrona degli scrittori cattolICl ~19~5) e dottore della Chiesa (1970: prima donna, Ul:leme a S. Caterina da Siena, ad ottenere tale tIt.a 1o); nata in Avila (Vecchia Castiglia, Spagna) Il 28 marzo 1515; morta ad Alba de Tormes (Salan:anca) i14 ottobre 1582 (il giorno. dopo: per la «nfor~ ma gregoriana» del calendano fu Il 15 ottobre), beatificazione nel 1614, canonizzazione nel 1622; festa il 15 ottobre. La sua vita va interpretata secondo il di~egn~ ch~ il Signore aveva su di lei, con i grandI deslden 62

messile in cuore, con le misteriose malattie di cui fu vittima da giovane (e la malferma salute che l'accompagnò tutta la vita), con le «resistenze» alla grazia di cui lei si accusa più del dovuto (così diciamo parlando umanamente, ma le cose viste dal lato di Dio hanno un'altra luce). Entrò nel Carmelo dell'Incarnazione di Avila il 2 novembre 1535, fuggendo di casa. Un po' per le condizioni oggettive del luogo, un po' per le difficoltà di ordine spirituale, faticò prima di arrivare a quella che lei chiama la sua «conversione», a 39 anni. Ma l'incontro con alcuni direttori spirituali la lanciò a grandi passi verso la perfezione. Nel 1560 la prima idea di un nuovo Carmelo, ove potesse vivere meglio che potesse la sua regola. Idea realizzata due anni dopo col monastero di S. Giuseppe, senza rendite e «secondo la regola primitiva»: espressione che va ben compresa, perché allora e subito dopo fu più nostalgica ed «eroica» che reale. Cinque anni più tardi Teresa ottenne dal Generale dell'Ordine G. Battista Rossi di Ravenna - in visita in Spagna -l'ordine di moltiplicare i suoi monasteri ed il permesso per due conventi di «Carmelitani contemplativi» (poi detti «Scalzi»), che fossero parenti spirituali delle monache ed in tal modo potessero aiutarle. Alla morte della Santa i monasteri femminili della Riforma erano 17. Ma anche quelli maschili superarono ben presto il numero iniziale: alcuni col permesso del Generale Rossi, altri - specialmente in Andalusia - contro la sua volontà, ma con quella dei visitatori apostolici, il domenicano Vargas e il giovane carmelitano scalzo Girolamo Graziano (questi fu inoltre la fiamma spirituale di Teresa, al quale si legò con voto di far qualsiasi cosa le 63


avesse chiesto, non in contrasto con la legge di Dio). Ne seguirono incresciosi incidenti aggravatisi per interferenze di autorità secolari e altri estranei, sino a che gli «Scalzi» non ottennero di potersi erigere in Provincia separata: ciò che avvenne nel 1581 e Teresa potè scrivere: «Ora Scalzi e Calzati siamo tutti in pace e niente ci impedisce di servire il Signore». Teresa è tra le massimen'igure della mistica cattolica di tutti i tempi. Le sue opere - specialmente le 4 più note (Vita, Cammino di perfezione, Mansioni e Fondazioni) -'- insieme a notizie di ordine storico, contengono una dottrina che abbraccia tutta la vita dell'anirpa, dai primi passi sino alla intimità con Dio al centro del Castello Interiore. L'Epistolario, poi, ce la mostra alle prese con i problemi più svariati di ogni giorno e di ogni circostanza: andrebbe certamente più utilizzato dovendo scrivere su di lei, perché permette di capire il vero senso di alcune o parecchie sue affermazioni dottrinali e ce la mostra accessibile e non solo posta su un piedistallo irraggiungibile, oggetto piuttosto di ammirazione che di ispirazione valida anche per la vita di oggi: si tratta infatti di situazioni che ella risolve come le risolveremmo noi, con rettitudine di intenzione, che tuttavia non sempre coincide con l'ottimo possibile. La sua dottrina dell'unione dell'anima con Dio (dottrina da lei intimamente vissuta) è in linea con quella del Carmelo che l'ha preceduta e che lei stessa ha contribuito in modo notevole ad arricchire, nonché ha trasmesso non solo ai confratelli, figlie e figli spirituali, ma a tutta la Chiesa, per il cui servizio non badò a fatiche. Morendo 64

tutta la sua gioia fu poter affermare «muoio figlia della Chiesa». 69.

B. FRANCESCA d'Amboise

Nata il 9 maggio 1427, probabilmente a Thouars in Francia. Quattrenne fu promessa sposa a Pietro secondogenito del duca di Bretagna, insieme al quale fu incoronata nella cattedrale di Rennes nel 1450. Benefico l'influsso sul marito, che però dopo soli 7 anni morì. Francesca non volle le seconde nozze, anzi si orientò verso la vita religiosa. Dopo ripetuti colloqui col Generale dei Carmelitani B. Giovanni Soreth, indossò l'abito dell'Ordine nel monastero di Bondon da lei stessa fondato (primo monastero carmelitano femminile in Francia); si trasferì poi a Nantes (altra sua fondazione). Nell'ufficio di priora curò sapientemente la formazione delle consorelle. Le viene riconosciuto il titolo di fondatrice delle carmelitane di Francia sia per le fondazioni da lei operate sia per l'influsso sulla legislazione adottata nel suo ed in altri Carmeli francesi. A lei si deve l'introduzione della Comunione frequente (quotidiana per le malate) e il quarto voto di stretta clausura, anticipando di un secolo la legislazione di S. Pio V. Morì a Nantes il 4 novembre 1485. 70.

BB. DIONISIO della Natività e REDENTO della Croce

I loro nomi di famiglia furono rispettivamente Pietro Berthelot e Tommaso Rodriguez. Francese l'uno, portoghese l'altro, nati nel 1600 il primo e 65


nel 1598 il secondo; sacerdote l'uno, fratello converso l'altro: ambedue della Riforma Teresiana. Nel 1638 accompagnarono l'ambasciatore portoghese al sultano di Achén (Sumatra), ove giunsero il 25 ottobre. Accolti con finta letizia, furono poi imprigionati e si ~olle che divenissero musulmani. Non ottenendo lo scopo, furono ma~tirizzati il mese dopo. Beatificati il lO giugno 1900. Memoria liturgica il 29 novembre. 71.

B. FANTI BARTOLOMEO

Non si conosce con estttezza l'anno di nascita, ma nel 1452 era già saceraote carmelitano della Congregazione Mantovana, membro della confraternita della Madonna presso la chiesa dei Carmelitani di Mantova. Di essa confraternita nel 1460 prese l'ufficio di padre spirituale e rettore, scrivendone anche la regola e gli statuti, nonché un registro di fatti notevoli. In tale apostolato continuò sino alla morte, avvenuta il 5 dicembre 1495. Oltre ad una tenera devozione mariana, vien messa in risalto anche quella verso il SS .mo Sacramento dell'Altare. 72. s. GIOVANNI della Croce, Dottore della Chiesa Quale anno di nascita più probabile viene indicato il 1452, a Fontiveros (Avila, Spagna). Rimase ben presto orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all'altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi e cercava di 66

guadagnarsi la vita. A Medina nel 1563 vestì l'abito dei Carmelitani e dopo l'anno di noviziato ottenne di poter vivere secondo la Regola senza le mitigazioni. Sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò a Medina con S. Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal Priore generale G. Battista Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perché fossero di aiuto alle monache da lei istituite. Dopo un altro anno - durante il quale si accordò con la Santa, - il 28 novembre 1568 fece parte del primo nucleo dei riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di S. Mattia in quello di Giovanni della Croce. Vari furono gli incarichi entro la riforma. Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell'Incarnazione di Avila (non della Riforma, ma vi era priora S. Teresa, all'inizio). Ed in tale qualità si trovò coinvolto in un increscioso incidente della vita interna del monastero, di cui fu ritenuto in certo modo responsabile: preso, rimase circa otto mesi nel carcere del convento di Toledo, da dove fuggì nell'agosto 1578: in carcere scrisse parecchie delle sue poesie, che più tardi commentò nelle sue celebri opere. Breve fu la sua «latitanza» dopo la fuga ed esercitò di nuovo incarichi vari di superiore, sino a che il Vicario generale (nel frattempo la Riforma aveva ottenuto una certa autonomia) Nicolò Doria fece a meno di lui nel 1591. E non fu questa l'unica «prova», per lui che aveva dato tutto alla Riforma: sopportò come sanno fare i santi. Morì tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda; aveva 49 anni. Il suo magistero era fondamentalmente orale; se 67


scrisse fu perché ripetutamente richiesto. Tema centrale del suo insegnamento che lo ha reso celebre dentro e fuori la Chiesa Cattolica: la unione per grazia dell'uomo con Dio, per mezzo di Gesù Cristo: dal grado più umile al più sublime, in un itinerario che prevede le tappe della via purgativa, illuminativa e unitiva, altrimenti detta dei principianti, proficienti e perfetti. Per arrivare al tutto che è Dio occorre çhe l'uomo dia tutto di sé, non con spirito di schia~o, bensì di amore. Celebri i suoi aforismi: «Nella sera [della tua vita] sarai esaminato sull'amor~», e «dove non c'è an10re metti amore e ne ricaverai amore». 73.

B. ELISABETTA della Trinità

Al secolo Elisabetta Catez, nacque presso Brouges in Francia il 18 luglio 1880; a sette anni rimase orfana di padre. D'indole volitiva, imperiosa e collerica, ma anche molto affettiva specialmente verso la mamma e la sorellina Margherita: qualità questa che, insieme alla grazia della prima Confessione sacramentale e della Prima Comunione la rese mite, sottomessa e orientata al silenzio interiore, che fu poi la preparazione più adatta per lo sviluppo della devozione verso la Trinità vivente dentro di lei. A 14 anni fece voto di verginità e ben presto sentì la chiamata al Carmelo. Ma per compiacere la mamma si applicò allo studio del pianoforte, alla vita di società ed ai viaggi: cose tutte che però non la distoglievano dall'attenzione alla vita interiore. Poté entrare tra le Carmelitane Scalze di Digione solo a maggior età raggiunta, il 2 agosto 1901. Vi visse poco più di 5 anni, perché

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il Signore la accontentò nel desiderio di conformarsi alla croce di Cristo e dopo prove interiori e dolori di varia provenienza fu stroncata dal morbo di Addison - allora inguaribile - il 9 novembre 1906. Attra verso i «Ricordi» scritti dalla sua priora Germana di Gesù, e direttamente coi suoi scritti, la sua figura è stata conosciuta in tutto il mondo come colei che volle essere la <dode di gloria» della SS.ma Trinità, vivendo immersa nella contemplazione e adorazione di tale mistero vivente in lei e «contagiandone» quanti ne venivano e quanti ne vengano ora a conoscenza. Per la Chiesa sognava e chiedeva allo Spirito di diventare una aggiunta di umanità nella quale Cristo potesse continuare la sua opera di redenzione. Poco prima di morire espose il «programma» della sua vita in cielo: «attirare le anime aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio ... e di tenerle in quel grande silenzio interno che permette a Dio d'imprimersi in loro, di trasformarle in lui stesso». 74.

P. TITO BRANDSMA

Discendente da antica famiglia frisone, Tito nacque il 23 febbraio 1881 vicino a Bolsward, in Olanda. Nel 1898 entrò tra i Carmelitani a Boxmeer e fu sacerdote nel 1905. A Roma, all'Università Gregoriana, ottenne il dottorato in filosofia nel 1909. Fu quindi reggente degli studi della sua Provincia di Olanda e professore nel seminario carmelitano di Oss, mentre cominciava la sua attività di giornalista presso i principali quotidiani olandesi. Nel 1917 cominciò la versione delle ope-

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re di S. Teresa, il cui pensiero volle più tardi andare a conoscere direttamente in Spagna (1929). Nel 1923 fu nominato professore di filosofia, teodicea e storia della mistica nella nuova Università Cattolica di Nimega, di cui fu rettore magnifico nel 1932. Fondò l'istituto di mistica, dotandolo di 17 mila manoscritti in fotocopia; fu altresì redattore e censore dell'Enciclopedia Cattolica Olandese. Viaggiò in Brasile, Stati Uniti e Irlanda per parlare della storia e spiritu.tlità del Carmelo. Nel 1935 fu nominato assistente ecclesiastico dei giornalisti cattolici olandesi. ~o stesso anno pubblicò articoli contro la dottrina nazista, anche in difesa degli ebrei: da qui gli, inizi della reazione contro questo «fraticello pehcoloso» accresciutasi dopo l'invasione hitleriana dell'Olanda nel maggio 1940. Ferma fu la sua opposizione al nazionalsocialismo in difesa della stampa cattolica, in pieno accordo con l'arcivescovo di Utrecht Mons. De Jong. Una lettera di Tito in data 31 dicembre 1941 ai direttori e redattori dei giornali cattolici colmò la misura della collera nazista. Vi si diceva che se volevano continuare a esser considerati cattolici (e vivere degli abbonamenti dei cattolici) dovevano rifiutare la propaganda nazionalsocialista. Egli stesso fece il giro delle sedi dei giornali per illustrare la lettera. Ma il 19 gennaio seguente fu arrestato nel suo convento di Nimega. Percorse le tappe del suo calvario in varie carceri olandesi e tedesche, sino a terminare al campo di sterminio di Dachau, ove nel primo pomeriggio del 26 luglio 1942 gli fu praticata una iniezione di acido fenico e dieci minuti dopo era cadavere; fu bruciato nel forno del campo e le ceneri gettate insieme a quelle di tanti altri.

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Unanime la stima e l'ammirazione dei compagni di prigionia per questo religioso sempre sereno, senza odio per nessuno, sempre pronto ad aiutare tutti, a qualunque confessione religiosa appartenessero. Tutto ciò gli proveniva dalla sua profonda spiritualità fatta di conformità al volere di Dio. Di quel Dio che fu il confidente della sua vita, e maggiormente gli si rivelò nei momenti della sua testimonianza di attaccamento alla fede cattolica. Significative le parole della poesia composta in carcere: «Quando ti guardo, Gesù, comprendo che tu mi ami come il più caro degli amici e sento di amarti come il mio bene supremo. Il tuo amore, lo so, richiede sofferenza e coraggio; ma la sofferenza è l'unica strada alla tua gloria». Per la sua beatificazione è stata percorsa la «via del martirio» e non quella normale dei miracoli. Il 9 novembre 1984 il papa Giovanni Paolo II ha firmato il decreto che riconosce il martirio di P. Tito Brandsma a motivo della fede; beatificato il 3 novembre 1985. Una grande figura certamente ed una ispirazione per un retto uso dei mass media, dai quali oggi ci troviamo continuamente assediati sia nel bene che nel male.

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76. Osservazioni circa le indulgenze annesse al pio uso dell'abitino, o della MedagHa-Scapolare

LE INDULGENZE DEL CARMINE

75.

Indulgenze dello Scapolare

La Chiesa ha indicato il numero di indulgenze plenarie che intende concedere a beneficio spirituale di ogni associazione dattolica, revocando tutte le altre indulgenze precedenti. Le indulgenze plenarie, concesse alla Confraternita dello Scapolare, sono le seguenti: Nel giorno della «vestizione», ricevendo la prima volta l'abitino; e inoltre nelle seguenti celebrazioni carmelitane: - Madonna del Carmine (16 luglio); - S. Simone Stock (16 maggio); - S. Elia profeta (20 luglio); - S. Teresa di Gesù Bambino (1 ottobre); - S. Teresa di Avila (15 ottobre); - S. Giovanni della Croce (14 dicembre); - Tutti i Santi Carmelitani (14 novembre); Per l'acquisto delle suddette indulgenze plenarie, si richiede: Compiere l'opera prescritta, e cioè: promettere - almeno privatamente - o rinnovare la promessa di voler osservare fedelmente gli impegni che comporta 1'affiliazione al Carmelo mediante l'abitino; e adempiere le solite condizioni. 72

a) L'acquisto delle indulgenze concesse alla Confraternita dello Scapolare del Carmine, - come anche alle altre associazioni - non è più connesso all'uso obbligatorio dell'abitino (o medaglie o altri simboli devozionali), ma all'adempimento delle opere che sono proprie dell'associazione, di cui si porta il simbolo, «perché più chiaramente apparisca che le indulgenze sono concesse alle buone azioni dei fedeli» e non agli oggetti o ai luoghi. b) Pertanto si consiglia ai fedeli non solo di portare su di sé l'abitino (o la Medaglia-Scapolare) benedetto, ma soprattutto di usarlo devotamente come incentivo al bene: potranno così lucrare l'indulgenza parziale. c) Anzi, per il pio uso della Medaglia o dell'abitino benedetto dal santo Padre, o da un vescovo, è concessa ai fedeli l'indulgenza plenaria nella festa dei santi apostoli Pietro e Paolo, se reciteranno la «professione di fede» (Credo) con qualsiasi formula approvata, adempiendo come di consueto alle altre condizioni solite.

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INDICE ANALITICQ*

Abitino del Carmine 73 Abito dell'Ordine 29 Abito delle donne dell'Ordine 32 Abito del TOC 36 Accon 16 1760 Achén (Sumatra) 66 Agiografia Carmelitana 49-71 Agnese di Gesù 62 Agostino (santo) 38 40 41 Alberto degli Abati (santo) 57 Alberto legislatore (santo) 16 17 19 25 31 59 s. Alleanza cogli Ebrei 10-11 Alvares Pereira Nonio (beato) 51 Andrea Corsini (santo) 50 Animazione spirituale 22 Apostolato nell'Ordine 14 16 17 18222427 Armi spirituali 17 Assistente spirituale del TOC 37 "Autonomia nella comunione" 37 Autorità nella Chiesa 8 "Beate" 32 Becket Samuel 38 Berthélot Pietro, vedi Dionisio della Natività Bloom A. 46 Boaga Emanuele 37 * I numeri si riferiscono alle pagine

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Bolla "Cum nulla" 33 57 Brandsma Tito 2769-71 Brocardo (santo) 16 17 Capo Carmelo 15 16 Caratterizzazione spirituale del terziario 38-48 Carisma del Carmelo 5 64 Carisma religioso e suo sviluppo 23 64 Carismi, varietà 13 14 "Carmelitani contempliltivi" o "Scalzi" 15 18 19 636467 Carmelitani di Firenze e le monache 33 57 Carmelitani Scalzi, v~di Carmelitani contemplativi Castità, vedi Voti j Caterina da Siena (santa) 62 Catez Margherita 68 Chiesa, Corpo di Cristo 8 61 Chiesa al Carmelo dedicata a Maria 28 Combes André 61 62 Comunione: concetto e leggi 7-14 Comunione: nota dominante della Chiesa 7 Comunione trinitaria 9 Comunità: concetto 10 Comunità ecclesiale 8, vedi anche Comunione Comunità nel Carmelo 6 Condivisione di doni spirituali 6 Concili e~cumenici: Lateranense IV 60; di Trento 34; VatIcano II 7 8 10 36; documenti del Vaticano II: LG 5 13 19293043, UR 43, PC 44 Confratelli del "mantello bianco" 35 36 Confraternita della Madonna 66 Confraternita/e dello Scapolare 192035 3672 s. Confraternite della Madonna nel sec. XIV 35 Confronto con la Parola di Dio 21 76

Congregazioni di riforma 52 58 Consacrazione 45 Consigli evangelici 20, vedi anche voti "Consorelle dell'Ordine" 35 Consuetudine di vita con Dio 20 45; con Maria 27 45 Continenza 33 35 Converse 33 Conversi, eremiti, pellegrini 16 Coroncina del TaC 45 Costituzioni dell'Ordine 18 27 28 Creatura nuova 42 D'Amboise Francesca (beata) 57 65 "De institutione" 25 De Jong 70 Diaconia nella Chiesa 8 14 Dimensione comunionale nella Chiesa 10; vedi anche Comunione Dimensione contemplativa dell'Ordine 6 15 Dimensione ministeri aIe della Chiesa 8 13-14 Dionisio della Natività (beato) 65 s. Direzione spirituale 22 Domenicani 17 Domenico di S. Alberto 21 Doria Nicolò 67 Dosaggio di vita contemplativa e attiva nel Carmelo 24 Ekklesia Il Elia (santo) 617 18 19212472 Elisabetta della Trinità (beata) 26 27 28 68 s. Esperienza di Dio 40-46 Eucaristia 13 77


Famiglia carmelitana 18-2045 Familiarità di vita spirituale con Maria 27 45 Festa del Carmine 30 Fine duplice della vita carmelitana 25 Fisionomia spirituale del terziario 38-48 Fonte di Elia 17 Francescani 17 Gabriele di S. Maria Màddalena 2326 . Gandhi 41 Generale dei Carmelitani e TaC 37 Genoveffa del Volto S'anto 62 Gerarchia 7 8 13 Germana di Gesù 69 l Gestione del TOC 36 s. Giacomo di Vitry 17 Gioacchina de Vedruna (santa) 53 s. Giovanni della Croce (santo) 26 60 66-68 72 Giovanni evangelista (santo) Il 12 59 Giovanni Paolo II 71 Giovanni XXII 35 Graziano Girolamo 63 Hobbes 39 Identikit del carmelitano 22-30 Ildefonso di S. Luigi Gonzaga 59 Indulgenze del Carmine 72 s. Innocenzo IV 16 Intimità divina 15 17 19 20 24 26 27 45 Ireneo (santo) 38 Istituti secolari 18 Laici: loro ruolo nella Chiesa 5 78

"Le Bianche" 55 Leone XIII 60 Luogo d'origine dei Carmelitani 15 s. Madonna del Carmine 29-30 72 Maria Vergine: culto speciale dell'Ordine verso di lei: 6 15 2028 30; "Domina loci" 28; Immacolata 28; liberatrice dal purgatorio 30; modello e ispiratrice 6 24; Patrona dell'Ordine 19 27 45; titolare dell'Ordine 6; "Vergine purissima" 28 2955 Maria Maddalena de' Pazzi (santa) 26 33 54 s. 57 Malley John, Priore generale 6 Mantellati/e 32 33 Matrimonio 14 Mazzinghi Angelo (beato) 58 Medaglia-scapolare 73 Mediazione di Maria 28 Mendicanti 2435 Messa 47 Michele di S. Agostino 28 Monache carmelitane 18 19243334 Monaci e canonici regolari 16 Monte Carmelo 15 35 Monte Sinai 47 Mosé 47 Nicolò Gallico 25 Nicolò V 33 57 Obbedienza, vedi Voti ablazione 31-32 Orazione mentale: defizione 26 Ordine e istituti religiosi 14 Oreb 25 79


Origine dell'Ordine carmelitano 15-16 Palazzi Riccardo 5 Paolo apostolo (santo) 11 4061 73 Paolo V 36 Paolo VI 30 Parola di Dio, vedi Confronto con la Parola di Dio "Piccola via dell'infanzia spirituale" 62 Pieper 41 Piertommaso (santo) 49 i Pietro apostolo (santo) 13 73 Pietro di Bretagna 65 Pinzocchere 32 34 Pio V (santo) 34 65 Pio XII 18 Popolo di Dio 7 Preghiera 46 s. Presenza di Dio 6 26 27 "Privilegi dei confrati" 36 "Privilegio sabatino" 36 Professione 45 Rabatà Luigi (beato) 53 Ramo femminile dell'Ordine 32, vedi anche Monache e Terz'Ordine Regolare Redento della Croce (beato) 65 s. Regola Carmelitana 162426 57 59 63 "Regola primitiva" 63 67 Regola ultima del TOC 192027 36 37 45 Religiosità naturale 40 Renna Lucio 5 Riforme nell'Ordine 182426 Rodriguez Tommaso, vedi Redento della Croce Rosario 45 80

Rossi Giov. Battista 63 67 Ruolo dei cristiani nella Chiesa 8 Ruolo dell'Ordine carmelitano 14 Ruolo delle strutture visibili della comunità lO Sacra Scrittura: Gv 15; 12; Atti 2,42 e 4,43: 12; Rom 12: 12; lCor 7,7: 14; lCor 12: 12; 1Tim 5,5: 14; lPet 4,10: 13; 1Giov 1,3: 12 Saliège (card.) 39 , San Giovanni d'Acri (Accon) 16 59 60 Santa Maria degli Angeli (mon. di Firenze) 33 Sartre 39 Scapolare 182029-3035 364572 s. Scopelli Giovanna (beata) 55 s. Segno del Regno 14 Siberto di Beka 25 Simone Stock (santo) 35 52 72 Sisto IV 35 Solennità dei voti 33 34 "Sorelle dell'Ordine" 33 Soreth Giovanni (beato) 2633 56 s. 65 Spagnoli Battista (beato) 51 s. spiritualità dell'Ordine 5 152022-2829 Stati di vita 14 Statuti vari del TOC 36 " Stella Maris" 15 Sticco M. 42 Storia della salvezza 10 Storia del TOC 31-37 57 Stracci Teodoro 36 Strutture visibili 10 Taizé 21 Teresa di Gesù (santa) 142646 57 62-65 67 70 72 81


feresa di Gesù Bambino (santa) 142660-62 72 feresa Margherita del S. Cuore di Gesù (santa) 58 s. feresa e Compagne martiri di Compiègne (beate) 56 ferra Santa 17 ferzi ari/i e 34 35 ferzi ari francescani e domenicani 35 ferz'Ordine Regolare 18 19 festimonianza 1446 fitolo dell'Ordine 6 15 30 ì fommaso d'Aquino (santo; 3844 frinità (SS.ma) 8-9 54 69

INDICE

Uffido della Madonna 45 Unità di uomini e di popoli Il l

Vargas Francesco 63 'Visioni" dello scapolare 29 53 Vita contemplativa 24 Vita eremitica e cenobitica 23 s. Vita sacramentale del terziario 47 s. 'Vivere Cristo" 41 'Vivere nell'ossequio di Cristo" 16 1725 Vocazione alla comunità e fraternità, al servizio 6 Vocazioni varie 14 Voti nel TOC e loro significato 20 34 42-46 Wadi-'Ain-es-siah 16 17 28

o,

Premesse La comunione trinitaria ............................ Cos'è la comunione ..................................... La comunità ............................................. .. La Chiesa, mistero di comunione nella Bibbia ......................................................... La comunione come impegno a fare comunità .................................................... _ La dimensione ministeriale della Chiesa Titolo e origine del Carmelo - La Famiglia Carmelitana .......................... - Il Carmelo nella vita della Chiesa ............ La spiritualità del Carmelo ....................... - La devozione mariana ............ ............ ....... Cenni storici sul Toc I Periodo. Convivenza di più tipi .............. II Periodo. Tentativi di chiarificazione. Si sviluppa il II Ordine .... ...................... ........ III Periodo. Il terz'Ordine ......................... Caratterizzazione spirituale del Terziario - L'esperienza di Dio ................................... . - I voti esprimono tale esperienza ............ .. La vita di preghiera .................................. . - La vita sacramentale ................................ .

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9 9

10 12 13

18 20 22 28

31 32 34

40 42 46 47 83


Agiografia Carmelitana S. Piertommaso, Vescovo .......................... - S. Andrea Corsini, Vescovo ....................... - B. Nonio Alvares Pereira ........................... - B. Battista Spagnoli (detto il Mantovano). S. Simone Stock ...... ............ ....................... B. Luigi Rabatà .......................................... S. Gioacchina de Vedruna ........................ - S. Maria Maddalena dé Pazzi ................... B. Giovanna Scopelli .. L........................... B. Terese e Compagne, Martiri di Compiègne ............. '" ... .................... ........... B. Giovanni Soreth ..'.................................. -," S. Alberto degli Abati (di Trapani) ........... B. Angelo Mazzinghi L............................... S. Teresa Margherita del S. Cuore di Gesù (Re di) .......................................................... S. Alberto, Patriarca di Gerusalemme, Legislatore dell'Ordine ............................. S. Teresa di Gesù Bambino ....................... - B. Francesca d'Amboise ............................ - BB. Dionisio della Natività e Redento della Croce .................................................. - B. Fanti Bartolomeo .................................. S. Giovanni della Croce, Dottore della Chiesa ......................................................... B. Elisabetta della Trinità ........................ P. Tito Brandsma ....................................... Indulgenze del Carmine Indulgenze dello Scapolare ............. ......... Osservazioni circa le indulgenze annesse al pio uso dell'abitino o della MedagliaScapolare . .......... ....... .................. ........ ..... ...

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49 50 51 51 52 53 53 54 55 56 56 57 58 58 59 60 65 65 66 66 68 69

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Catechismo del Terz Ordine Carmelitano