Gente di acqua e di riso

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"Operazione 7.5.01 Incentivi per lo sviluppo di infrastrutture e di servizi turistici locali”



GENTE DI ACQUA E DI RISO LOMELLINA, TERRITORIO A FISARMONICA

2022 Testi di Liana Pastorin Fotografie di Morelli & Mesturini Grafica di Francesca Codrino e Alessandra Scotti Supervisione dell’Ecomuseo del Paesaggio Lomellino Stampato da Astigrafica Coordinamento Promo s.n.c. Gente&Paesi Edizioni Fotografie di Morelli & Mesturini in copertina - Castello di Valeggio pp. 6, 7 - Risaie allagate pp. 8, 9 - Temporale su risaia pp. 10, 11 - Cascina tra le risaie pp. 12, 13 - Storiche macchine agricole pp. 14, 15 - Spazi espositivi della mostra dedicata a Ken Scott, La Pila di Sartirana pp. 16, 17 - Interno di una storica cascina p. 19 - Antica pieve p. 21 - Museo contadino, La Pila di Sartirana p. 23 - Mulino di Rosasco p. 25 - Canali di irrigazione p. 27 - Chiesetta di San Paolo a S.Giorgio p. 29 - Stormo di anatre in volo p. 31 - Cipolla rossa di Breme (foto di Francesco Berzero) p. 33 - Affreschi dell’Abbazia S. Albino p. 35 - Castello di Valle Lomellina (foto di Francesco Berzero) pp. 36, 37 - Castello di Gambolò pp. 38, 39 - Castello di Frascarolo pp. 40, 41 - Strada coperta di Vigevano pp. 42, 43 - Basilica di Santa Maria Maggiore a Lomello pp. 44, 45 - Santuario della Madonna del Soc a Velezzo Lomellina pp. 46, 47 - Piazza Ducale di Vigevano


GENTE DI ACQUA E DI RISO

LOMELLINA, TERRITORIO A FISARMONICA


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Prospettiva naturale



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Mare di riso



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Cascina guardiana



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Macchina del riso



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Pila d’arte



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Cucina rustica



Gente di Acqua e di Riso

Qual è la stagione migliore per visitare la Lomellina? Non è facile rispondere a questa domanda, perché la Lomellina è da vivere come un paesaggio emotivo capace di corrispondere in ogni momento alla sensibilità di chi guarda. Sarà perché i colori mutano riservando inaspettate sorprese anche in inverno, appena sotto una rassicurante coltre di neve; sarà perché in autunno inoltrato sembra il far west con le balle di paglia spazzate dal vento e i campi bruciati dal sole estivo e dai primi freddi. Passeggiare in Lomellina offre la suggestiva sensazione di sentirsi compresi tra un grande specchio d’acqua e un cielo cangiante, che raddoppia la sua bellezza in uno scenario dai colori decisi: il rosso mattone dei castelli, il verde della natura incontaminata e le mille sfumature della pianura addomesticata dalla mano dell’uomo e resa generosa di riso e di cereali, intorno alle cascine, sentinelle del territorio. Qui gli spazi si dilatano e si restringono a fisarmonica: i campi aperti e piatti in campagna si increspano nelle macchie modellate dei boschi e i placidi nastri d’acqua, che disegnano il paesaggio, si insinuano nell’articolata architettura dei centri abitati. Forse non sarà un caso se a Stradella, al confine con la Lomellina, esiste un museo dedicato allo strumento musicale accompagnatore per eccellenza di tutti i balli popolari, le feste e le sagre di paese. La cultura contadina si confonde con quella storica e la naturalistica con quella sociale, in una connessione di episodi documentabili e di racconti orali che scivolano sull’acqua e incontrano il riso. L’acqua benedetta delle fonti battesimali, l’acqua dolce e viva dei fiumi e dei torrenti, l’acqua pescosa delle lanche e l’acqua regolata dalle chiuse, mossa dai mulini, per irrigare i campi e servire le risaie. Il riso che nasce nell’acqua e muore nel vino. Il riso della festa lanciato agli sposi con l’augurio di prosperità. Un detto cinese recita: “uno lavora e nove mangiano riso”, come a dire che se si coltiva il riso, il cibo c’è per tutti. In Lomellina, come nel Vercellese e nel Novarese, la prima pianta di riso cinese arriva durante il Rinascimento e attecchisce con successo. 18

Coperta di neve



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Una testimonianza del 1475 riferisce del dono di dodici sacchi di sementi di riso provenienti dai possedimenti lomellini da parte di Galeazzo Maria Sforza ai duchi d’Este. Intorno al prodotto agricolo e alla coltivazione si costruisce una tradizione secolare, che ha proiettato il microcosmo delle risaie addirittura sul grande schermo, in film come il celeberrimo “Riso Amaro”. Se la filmografia ha forse alimentato un immaginario collettivo più legato al fascino schietto delle mondine, non possiamo però dimenticare il contesto storico, agricolo, sociale e soprattutto la lotta sindacale che proprio dalle risaie ha conquistato un diritto fondamentale per tutti i lavoratori: le otto ore giornaliere. Oggigiorno è proprio una mondariso, o, più precisamente, il suo ologramma, a dare il benvenuto alla Pila di Sartirana, luogo imprescindibile per conoscere e rendere omaggio al riso e alla sua storia in questo territorio. Le mondine arrivavano in Lomellina da tutto il Nord d’Italia e si fermavano per circa un mese tra aprile e maggio e tra settembre e ottobre per le due fasi di semina e di raccolta del riso. Cantavano, unite da quella speranza di guadagno che doveva servire ad arrotondare stipendi (da contadine o da operaie, commesse, sarte, dattilografe, come racconta l’inviato di “Radio Torino” in apertura di “Riso amaro”), insufficienti per il sostentamento della famiglia; cantavano per resistere all’acqua fino alle ginocchia, alle fameliche zanzare e alla fatica di tenere la schiena curva per ore e ore. Tra i luoghi che le hanno viste socializzare, in quei mesi di duro lavoro nelle risaie, i dormitori, le piazze per le feste e anche la Pila, esempio di archeologia agroindustriale di fine Seicento, pertinenza di lavoro del Castello Visconteo. La Pila di Sartirana era l’antico magazzino del riso (in funzione fino agli anni Cinquanta del Novecento), il luogo per la raccolta, lo stoccaggio e la lavorazione del riso, dove sono ancora visibili e ben conservati i macchinari, le tramogge, le tempere di stoccaggio, il raro mulino a ruota orizzontale. Il mondo della risicoltura è cambiato radicalmente dagli anni Cinquanta con l’introduzione dei 20

Cose di cucina



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diserbanti e la meccanizzazione in tutte le fasi: aratura, irrigazione, semina, taglio, raccolta, stoccaggio, lavorazione, sbramatura. Oggi la Pila è un intrigante punto di partenza per andare alla scoperta del territorio lomellino e in essa vengono organizzate periodicamente numerose attività culturali e mostre. In esposizione permanente è la collezione d’arte con le sorprendenti e coloratissime opere di Ken Scott, stilista cult degli anni Sessanta e Settanta, “giardiniere” e “chef ” della moda con i suoi inconfondibili motivi floreali e a tema food. Il rilancio della struttura è opera di Simone Furlan che la segue da quindici anni e che ha portato a Sartirana un centro di formazione non convenzionale, servizi e nuovi progetti turistici, coordinati con il GAL Risorsa Lomellina e l’Ecomuseo del Paesaggio Lomellino. Il bello della Lomellina è quindi nelle persone, anche appassionati imprenditori, che si sono fatte custodi di un patrimonio da trasmettere alle generazioni più giovani e da far conoscere alla comunità e ai turisti. Ma chi sono queste persone? Oltre a Simone piemontese deus ex machina della Pila di Sartirana, Francesco già sindaco di Breme e presidente dell’Ecomuseo del Paesaggio Lomellino e il direttore Umberto di Ferrera Erbognone; Cinzia, panettiera e Grazia, parrucchiera entrambe di Cozzo; Giovanni acquaiolo (campè) e gestore dell’azienda agricola Santa Maria dei Cieli tra Mede e Lomello; Cristina milanese portavoce della Fondazione DareFrutto di Pieve del Cairo; Fabio giovane appassionato di Mede; Andreia, gestrice nippo-brasiliana del ristorante Acquamatta di Semiana; Paolo cerimoniere della Confraternita del risotto di Sannazzaro de’ Burgondi. Le loro voci e altre che potranno aggiungersi si possono ascoltare nelle puntate dedicate alla Lomellina in “ViA(E) il podcast per viaggiare” sulle principali piattaforme e link dal sito viadiacquaediriso.it La Lomellina era sulla strategica via delle Gallie, la strada romana costruita alla fine del I secolo a. C. che univa la piana del Po alla Francia e alla Svizzera, lungo le direttrici da Piacenza e da Milano verso Pavia, proseguendo verso Lomello e Cozzo, dove si divide22

Mulino operoso



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va in due tronconi: da una parte la strada per Torino attraversato il Monginevro e dall’altra quella per Vercelli e Aosta superati il Piccolo e Grande San Bernardo, per raggiungere i territori d’Oltralpe. Oggi una sessantina di Comuni disegnano la Lomellina, area storico-geografica confinante con il Monferrato, il Novarese, il Vercellese, il Tortonese e l’Oltrepò Pavese, compresa tra il Sesia a occidente, il Po a ovest e a sud, e il Ticino a est. Lungo 140 km, fino al 1600, il torrente Agogna, affluente di sinistra del Po, era navigabile. Durante l’Impero Romano, l’Agogna e il torrente Terdoppio dividevano il territorio in tre parti: Cottuta, Siccomaro e Aliana (poi Lomellina). “Provincia di Lomellina” sotto i Savoia (1713), sarà Napoleone Bonaparte a istituire il Dipartimento dell’Agogna (1800), comprendente tutte le terre tra Ticino e Sesia con provincia Novara. Il torrente Agogna scorre al centro della Lomellina e ancora oggi demarca la parte occidentale del territorio influenzata dai dialetti piemontesi e l’orientale da quelli lombardi. Nel novembre 1818, Vittorio Emanuele I raggruppò il territorio sotto un’unica amministrazione e prefettura con sede a Mortara (la cui Sala contrattazione merci è fra le più importanti in Italia per la compravendita del riso), nonostante l’importanza superiore della città di Vigevano, e, nel 1859, la Lomellina ritornò a essere Circondario, sotto la provincia di Pavia. “Il paesaggio lomellino è un concentrato di ambiente, natura, biodiversità e percorsi trekking e biking tra le risaie - le prime in Europa per superficie con un totale di 80.000 ettari nel Pavese – in un territorio omogeneo da Palestro a nord ovest a Pieve Albignola e a Zinasco a sud est” dice Umberto De Agostino, giornalista e direttore dell’Ecomuseo del Paesaggio Lomellino, che ha sede a Ferrera Erbognone, in Palazzo Strada. “Diversi i simboli della Lomellina: le abbazie, i castelli, ma anche le cascine, le vere guardiane del territorio, disseminate nella campagna, e la popolosa e diversificata fauna autoctona, i tanti aironi cinerini e alcuni migratori, come l’airone rosso dell’Africa, e la rana, simbolo aggregativo e di sviluppo eco24

Canale generoso



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nomico: basti pensare alla frequentatissima sagra annuale della rana a Sartirana Lomellina”. Nelle aree naturalistiche, oltre agli uccelli nidificanti, pettirosso, spatola, mignattaio e falco di palude, è possibile trovare anche mammiferi e crostacei, donnola, puzzola, volpe europea e gambero di fiume. Il paesaggio classico e più fotografato è la risaia allagata al calare del sole primaverile, quando l’atmosfera è particolarmente coinvolgente. Il mare a quadretti è la condizione che si palesa durante la sommersione dei terreni, e, se tira vento, l’acqua si increspa come fosse mare. Uno spettacolo unico, che, dopo la scomparsa delle mondine sostituite dalla meccanizzazione dell’agricoltura, rischia di dissolversi, lasciando il posto alla coltivazione del riso d’asciutto. Ma la risaia può rinunciare del tutto all’acqua? Non pensa sia possibile Giovanni Nipoti, signore dell’acqua da generazioni e da vent’anni stretto collaboratore della famiglia Cisco Meschini, proprietaria dagli anni Settanta della Cascina Santa Maria dei Cieli, tra Mede e Lomello. “L’acqua in risaia è elemento essenziale, volano termico soprattutto in luglio, quando le escursioni tra la notte e il mattino sono significative, un momento sensibile per il riso che va in fioritura e non deve soffrire tali cambiamenti di temperatura, fatidici per l’impollinazione dei fiori stessi”. Eppure la crescita in asciutto - che ha comunque bisogno di irrigazione - si sta affermando e così la tecnica della semina a file interrate (e non più semi sparsi a spaglio), come se si trattasse di un cereale o di un orzo. L’acqua alla Cascina Santa Maria arriva dal fiume Sesia attraverso una ramificazione di canali, di cui il più importante è il Roggione di Sartirana, che porta l’acqua per allagare le risaie di questa zona tra aprile e maggio. “Girare in campagna alla mattina presto, quando c’è un po’ di nebbia e vedere questi specchi d’acqua, provoca una sensazione incredibile. Nel mese di giugno l’acqua comincia a scarseggiare, e ce n’è bisogno da Novara fino in Lomellina. Ma chi prende per primo l’acqua? Chi è più a monte, naturalmente, e noi dobbiamo accontentarci perché siamo gli ultimi del consorzio di bonifica”, spiega Giovanni, che si occupa anche della gestione dell’acqua, una 26

Penisola di pace



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tradizione di famiglia. “Mio nonno era un camparo di una cascina importante nel Pavese. Qualcosa deve avermi trasmesso!” Giovanni ha studiato sul manuale dell’acquaiolo scritto da Carlo Noè, il costruttore del Canale Cavour, l’ingegnere dal nome profetico che escogitò anche l’allagamento del Vercellese del 25 aprile 1859 per fermare in un bagno di fango l’avanzata degli austriaci verso Torino. “Noè spiega tutti i manufatti (edifici in mattoni, pietra e cemento) per il passaggio e la quantificazione dell’acqua in base all’erogazione, se continua, alternata, a cascata, con la porta basculante oppure con la lama inclinata, eccetera. Descrive anche le mansioni dell’acquaiolo definito le maître de l’eau, recuperando il termine usato ai suoi tempi in Camargue, piccola zona risicola alle foci del Rodano, e conferendogli un particolare allure”. Giovanni sente la responsabilità di una mansione particolarmente delicata: “Per quattro mesi all’anno” dice “l’acquaiolo non dorme sonni tranquilli a causa della sempre più preoccupante carenza d’acqua e per il fatto di gestire qualcosa che è in movimento. L’acqua nelle risaie infatti non è stagnante e richiede quindi costante attenzione”. Una curiosità che ha a che fare ancora con l’acqua: i Cisco Meschini realizzarono in cascina anche un centro natatorio, all’epoca l’unico della zona, dove molti adulti di oggi si ricordano di aver imparato a nuotare! Dal 2011 la produzione risicola è stata indirizzata verso mercati di nicchia: la Cascina Santa Maria coltiva riso da sushi per una multinazionale giapponese, oltre a risi pigmentati (Venere, Hermes) e aromatici (Apollo). A più di 70 anni dalla prima selezione eseguita dalla Stazione sperimentale di risicoltura di Vercelli, nel 2015 Nipoti e i titolari della cascina riscoprono la varietà di riso Lomello - era il primo riso da risotto a ciclo breve e a taglia bassa, che però non ebbe uno sviluppo commerciale in quanto gli agricoltori lomellini preferivano ancora in maggioranza le varietà da minestra. Recuperata nella banca dei semi la piccolissima quantità corrispondente a 40 grammi, dopo 4 anni di selezione, il Ministero delle Politiche Agricole riconosce la Cascina agricola Santa Maria “custode” della varietà.

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Volo a due



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Passare dalle piantine mosse dal vento al riso che diventa risotto, mantecato ondeggiante nel tegame, è un attimo, eppure la valorizzazione del prodotto lavorato non è così scontata. A rendere più appassionata e gustosa l’operazione ci pensa la Confraternita del Risotto, nata vent’anni fa da un gruppo di buongustai a Sannazzaro de’ Burgondi e in fase di espansione in altri territori italiani e all’estero. Paolo Calvi ne è il cerimoniere e si presenta agli appuntamenti ufficiali con una toga completata da un particolare cordone d’oro color zafferano con i segni delle battaglie a tavola. Il risotto tipico di Sannazzaro è dato dal riso (Carnaroli, Vialone Nano o Arborio) con carne d’oca, formaggio Burgundella e rapa rossa, che conferisce il caratteristico colore. “Non siamo solo dei gaudenti. La Confraternita, riconosciuta dalla FICE Federazione Italiana Circoli Enogastronomici, nasce per promuovere il piatto principe della Pianura Padana, portato in ogni angolo del mondo. Non a caso la parola risotto non ha una traduzione in altre lingue”. A Breme, Francesco Berzero, già sindaco e presidente dell’Associazione produttori cipolla rossa, è fautore del progressivo riconoscimento della “dolcissima” da DeCo a presidio Slow Food e a marchio collettivo (diffidate dalle imitazioni!). La rinomata Sagra della cipolla rossa di Breme, organizzata da quarant’anni dall’efficientissima Polisportiva locale, declina “la più dolce d’Italia” cruda, in piatti freddi (in insalata con i nervetti, oppure con fagioli e tonno o con acciughe) o, cotta, in piatti caldi (zuppa e frittata) o, caramellata, in torte e gelati. L’inizio della coltivazione della cipolla coincide con la venuta a Breme dei monaci della Novalesa (906 d.C.), che qui crearono una delle congregazioni più potenti del Nord Italia. Da allora ben poco è cambiato e le sementi sono ancora preparate scegliendo le cipolle migliori da mandare in fioritura: i semi vengono posti a bagno (anche la rossa dolce di Breme ha bisogno di acqua!) e quello “buono”, rimasto sul fondo del recipiente, viene recuperato e seminato (tra agosto e settembre con luna calante) in vivaio, e, verso metà ottobre, raggiunti i 35 centime30

Dolcezza inaspettata



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tri di altezza, la piantina è pronta per il trapianto. La raccolta avviene l’anno successivo tra giugno e agosto. In mancanza di prodotto fresco, si possono apprezzare i trasformati della cipolla rossa di Breme, perfetti per accompagnare formaggi e carni: sottaceti, confetture, mostarde, ecc. Ma la Lomellina non è solo cucina della tradizione: a Semiana, per esempio, il ristorante Acquamatta conquista con piatti di respiro internazionale realizzati con prodotti di stagione locali. Francesco Berzero, vulcanico presidente dell’Ecomuseo del Paesaggio Lomellino, è anche l’inventore della “Cesta lomellina” con la quale è possibile portarsi a casa o regalare un po’ di questo gustoso territorio, dell’iniziativa “Io sono lomellino” dedicata all’orgoglio locale a cominciare dalle scuole, e della rete dei castelli visitabili “La Piccola Loira”. Per orientarsi nel ricco e variegato patrimonio architettonico, ottima è la lettura del bel libro “I castelli della Lomellina, la Piccola Loira” (Associazione Astrolabio di Vigevano). Tra i Comuni citati, Pieve del Cairo ha il suo castello, bellissimo, che, come quello di Scaldasole (in cui è presente anche un ricetto), vanta un arredo originale e affreschi ben conservati di grande pregio; il castello di Lomello, sede del Municipio, è una casa-fortilizio, un cubo monolitico che ricorda vagamente la cassaforte di Paperone; il castello di Valeggio - con scuderia visitabile mozzafiato a tre campate in mattone e pietra si riconosce a distanza per l’imponenza e la particolarità delle tre torri, due circolari agli angoli e una quadrangolare al centro. Il periodo migliore per visitare il territorio è da marzo a settembre, sia a piedi che in bicicletta, approfittando delle aperture mensili delle dimore e dei tour guidati. A Breme, il turista ha inoltre la possibilità di accedere gratuitamente, in ogni periodo dell’anno, dalle 9 alle 18, al complesso monumentale formato dal battistero dell’VIII secolo, dalla cripta, dall’abbazia del X secolo (distrutta e ricostruita nel XVI secolo dai frati olivetani di Monte Oliveto Siena) e dalla cucina dei frati con refettorio e ghiacciaia del XVI secolo. La visita è libera e in autonomia: 32

Strisce sacre



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basta entrare nell’ipogeo, accendere la luce e prendersi una cartina per avere le informazioni di base. Oltre a questo percorso storico, da Breme partono tre percorsi naturalistici per un totale di 30 km tra garzaie e fiume Po, fino alla confluenza di questo con il Sesia. A Pieve del Cairo, grazie alla Fondazione DareFrutto - che già nel nome racchiude una promessa di futuro -, sta rinascendo la tenuta San Marzano Mercurina, la cui struttura originaria risale al ’700. Costituita da 200 ettari di terreni a vocazione risicola per la coltivazione di riso biologico e convenzionale, due cascine e una casa di caccia, la tenuta è l’eredità agricola, di archeologia rurale e di raffinato design di interni anni Settanta che la Fondazione DareFrutto ha raccolto da Padre Piero Masolo, padre missionario del Pime. Questi è nipote di Carlo Saronio, figlio dell’industriale chimico farmaceutico milanese Piero Saronio assassinato nel 1975 a 26 anni, la cui storia è raccontata da Mario Calabresi nel libro “Quello che non ti dicono”. “La tenuta è in corso di rigenerazione attraverso la valorizzazione e la diffusione della conoscenza dell’ambiente naturale e antropico rurale: sono previsti un centro di educazione ambientale, percorsi ciclopedonali, una ciclo-officina e camere per l’accoglienza nella stecca, l’ex casa dei salariati”, spiega Cristina Terragni. Lomellini e turisti potranno inoltre apprezzare il raro bosco di 54 ettari di biodiversità e di antichi ontani neri, alberi che crescono in terreno paludoso, dove si possono trovare anche i fontanili che alimentano corsi d’acqua ricchi di specie vegetali e animali. Potremmo concludere che se la Loira avesse le risaie sarebbe una piccola Lomellina. Visitare la Lomellina, infatti, non può che fare apprezzare anche qui i castelli, numerosi, ben conservati, imponenti, le risaie uniche nella loro conturbante bellezza paesaggistica, oltre alle cascine antiche e rigenerate, i piccoli e grandi edifici religiosi, i borghi accoglienti, i percorsi lungo i corsi d’acqua (il giro ad anello di 150 km in bicicletta è molto piacevole), le suggestive garzaie, i parchi riserve naturali, nonché la squisita gastronomia tradizionale e rivisitata. 34

Natura per vestito



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Prospettiva notturna



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Angolo accogliente



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Galleria del ricordo



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Archi in cielo



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Prega e lavora



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Prospettiva elegante



isbn

978-88-945246-6-6