VERDE ZERO

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protolettere, interpunzioni graďŹ che e belle speranze - mensile gratuito numero zero anno I maggio 2012

luca carelli

o n o u t n a ’ d pierluca

deny everything distro 2.0 jacopo marocco

s.h. palmer alda teodorani

verde


Creare una rivista elettrocartacea oggi, provvidenzialmente immune da innocue tentazioni anacronistiche di avanguardia poetica/ artistico-letteraria (riviste d’arte e poesia nel 2012?!), non è una follia né un’azione di vanità. È solo una combinazione, di speranza e rabbia: non si consegue l’una senza attuare l’altra. Il VERDE non è un colore casuale. Ha dentro di sé il germe del racconto e forme e visioni, suggestioni ed espressioni, che spetta a noi (ri)pensare e (ri) scoprire, nei suoi aspetti più estesi, al di fuori dell’editoria tradizionale, che non prevede spazi intermedi o marginali – e sta implodendo nella sclerotizzazione di vecchi soggetti istituzionalizzati – in una commistione di autori già affermati, grafica muscolosa e nuove scritture: protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze. Il numero zero che state leggendo è un numero davvero speciale, distribuito on-line e in mini-CD (dal prossimo siamo anche cartacei): le prime trenta copie sono state confezionate e numerate a mano e già invadono la nazione, cercatele! LEGGETE, CONDIVIDETE, SCARICATE, DIFFONDETE!

VERDE è un mensile elettrocartaceo autoprodotto e gratuito di protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze a cura di Pierluca D’Antuono. Contiene poesie, racconti brevi, racconti lunghi, rubriche musicali, bollettini informativi, fotografie e grafica. Ogni mese on-line (issuu.com/verderivista) e cartaceo a Roma. Progetto grafico e impaginazione di Elena Bortolini. Per info distribuzione e invio materiale verderivista@gmail.com (lunghezza e formato da concordare) issuu.com/verderivista www.facebook.com/verderivista twitter.com/verderivista

per fare grafica ci vogliono muscoli

VERDE

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p.2 Editoriale p.3 TI ODIO POESIA #1: Ti odio poesia (Alda Teodorani) p.4 Shampoo e dentifricio (Jacopo Marocco) p.6 La casa alla stazione di Monte Mario (Alda Teodorani) p.7 (Come un sole) verde (Pierluca D’Antuono) p.8 GRÀFASCI p.10 Apocalyptical Marshmellow Crunchers – Capitolo IV (S.H. Palmer) p.12 IN-DISTRO #1 (Deny Everything Distro 2.0) p.13 BLITZRECENZION #7: Verde (S.H. Palmer) p.14 Storie Nere #1: Palmina (Luca Carelli)


TI ODIO TI ODIO POESIAPOESIA Alda Teodorani

Ti odio poesia Tu che fornisci trappole ai cultori dell’io, razziatori di sospiri che sostentano la loro vanità ammaliando ragazzette suicide il cui sesso freddo odora di morte e lacrime, agli scribacchini da poco che altri fogli non hanno se non i tuoi brandelli riciclati, fondi di magazzino. Ti odio perché dimentichi I tuoi figli in un istante Ti copri gli occhi e assecondi facili guadagni Maledetta puttana, coi seni imbrattati dalla merda dei rivenditori di ambizioni letterarie che ti divorano e ti mercificano alimentando la loro pancia grassa. Ti odio perché sei femmina, e del tuo ventre sai solo far commercio, da tempo hai scordato la purezza che giace dimenticata in fondo alla melmosa palude dei sogni imputriditi di chi ha creduto in te Alda Teodorani ha firmato alcune delle più visionarie pagine della letteratura, da Le radici del male a Labbra di sangue, da Organi a Belve, il suo ultimo romanzo pubblicato. I suoi racconti hanno ispirato i film di Appuntamenti Letali, in collaborazione con Filmhorror.com (www.filmhorror.com). Di recente ha pubblicato gli eBook dei suoi lavori con Kipple www.kipple.it e il progetto DIY 15 Desideri (www.15desideri.com). Insegna scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Roma. Website www.aldateodorani.it VERDE 3


shampoo e Shampoo e dentifricio dentifricio

Jacopo Marocco

Una ricerca di quelle università di chissà dove afferma che, poco prima di suicidarsi, un’alta percentuale di gente si è lavata accuratamente capelli e denti. Shampoo e dentifricio prima di morire. Curioso, anche se mi chiedo come hanno fatto a rilevarlo. Metti uno che si è sparato in bocca, come fai a vedere se si è lavato i denti da poco? Comunque questa cosa della ricerca l’ho letta oggi pomeriggio in uno di quei giornali che parlano di tutto, dalla politica al gossip a come avere un addome a tartaruga in sette giorni. Il giornale in questione è uno dei tanti che puoi trovare nella sala d’attesa del mio terapeuta. Che poi all’appuntamento con lui non mi sono presentato. Poco prima che toccasse a me me ne sono andato, e mi dispiace aver preso un appuntamento a cui non mi sono presentato rubando il posto a qualcuno che magari ne aveva davvero bisogno – non che io non ne abbia. Il fatto è che lì davanti ho pensato: adesso entro e di che parliamo? Della solita storia? Ormai sono stanco di ripetere sempre le solite cose. Sono stufo di sentire la mia voce dire sempre le stesse cose. Così ho preso e me ne sono andato. Poi il mio terapista m’ha chiamato, dopo. Ho pensato di non rispondere ma poi ho risposto e mi sono andato a ficcare nel bagno di casa mia, dove il cellulare non prende bene e ho detto: «mi scusi, ma ho avuto un incidente poco prima di venire, niente di che, un tamponamento, ma tra spavento, CID, telefonate all’assicurazione e visita al carrozziere, mi è passato di mente l’appuntamento, mi scusi», sapendo che dall’altra parte deve essere venuto fuori qualcosa tipo «mi …si, ma ho … to …..nte …co …ma di ven…, nient. d. VERDE

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che, un tamp.. ..nto, ma …vento, CID, telefo… all’….zione, vis… al ….rozz…., a me è …ass… di …te l’appunt…., …. scu…». Paola è di là, in camera, a leggere, e io sono di qua, a vedere la televisione. Tra poco andrò di là e cercherò di carezzarla, farle un massaggio, magari di farci l’amore, proverò a dormirci abbracciato, ma so che con qualche scusa non mi permetterà di fare niente. Ormai è da un po’ che è così. Sembra che la freddezza le si sia depositata dentro e non se ne voglia andare. A volte, con terrore, riesco a pormi la domanda: perché non mi lascia? E mi rispondo che se voleva farlo lo avrebbe già fatto. Forse, mi dico, questo è il suo modo di stare con me. Le ho provate tutte: ho provato ad essere freddo e distaccato, ho provato ad essere presente e premuroso, ho provato varie strategie per vedere le sue riposte che non ci sono mai state. Alle mie domande ribatte che non c’è nulla e che sta bene, anche se a me non sembra, ma per non diventare una noia molte cose me le tengo per me, dentro. Dentro, dove ribollo di dubbi che mi lacerano e mi fanno vivere male. Pensavo che andare a vivere insieme ci avrebbe aiutato, e invece no, non è stato così. A lasciarla, comunque, non ce la faccio. Non so come prendere la notizia che Paola è incinta. Dovrei essere felice, ma non lo sono. Lei lo è, ma non condivide appieno la sua felicità con me, preferisce farlo con le amiche. Il mio terapeuta dice che non dovrei fossilizzarmi. Che sono io che creo questo clima, che rendo tutto difficile, anche a lei, e che vedo cose che non ci sono, che creo problemi inutili. Il mio terapista dice di concentrarmi sul bambino, dice che


concentrarmi sul piccolo in arrivo mi aiuterà, che tutto ciò ci farà riavvicinare a me e Paola. Il piccolo è arrivato e io non mi raccapezzo per niente. Ho provato a concentrarmici ma, pur volendo, è difficile perché Paola, anche se non me l’ha detto, non vuole che me ne occupi. Se lo porta sempre dietro e io non so che farci. E questa, per inciso, non è una mia impressione. Il mio terapeuta dice che se le cose stanno così, allora serve davvero qualcosa che ci riavvicini. Qualcosa che ci riavvicini… Cosa può farlo, se non un bambino? Giro i canali alla tv annoiato, sdraiato sul divano mentre Paola se ne sta di là, in camera col praticamente solo suo bambolotto di carne. Giro annoiato e lascio su un canale che nemmeno so qual è perché ho sonno e mi sto per addormentare. E infatti mi addormento. Mi sveglio con qualcuno che sta singhiozzando. Apro bene gli occhi e mi tiro su, cercando di capire se quel suono viene dalla camera, ma no, non viene da lì, così mi accorgo che viene dalla tivvù. Ci sono due persone, un uomo e una donna, vicini, abbracciati e che si tengono per mano. Lei piange. Di fronte a loro, un uomo li intervista. La donna, si riprende dal pianto e dice: non credo che ci sia dolore più forte. L’uomo invece fa: è stata una tragedia, qualcosa che ci ha cambiati profondamente. In sovra-impressione appare la scritta: SOFIA E MARCO, I GENITORI DEL PICCOLO THOMAS RIMASTO UCCISO CADENDO IN UN POZZO. E poi lo dicono, dicono quello che voglio sentire. Il marito: da quando il nostro piccolo non c’è più, io e mia moglie siamo più vicini

che mai mai. E la moglie: questo dolore, questa tragedia che ci ha colpito, ci ha unito molto, a volte sento quasi che siamo una cosa sola. Eureka, penso. Sinceramente non me n’è mai fregato un cazzo di questo bambino. Chi è? Chi lo conosce? In fondo è con noi da pochi mesi. E per quanto ne so potrebbe anche non essere mio. Dubito, ma può essere. Paola dorme e il bimbo è nella culla. Così lo prendo e lo giro a pancia sotto, con la faccia sul cuscino e lo tengo fermo mentre debolmente si dimena e penso, per aiutarmi a fare quello che sto facendo, che sto tenendo un bambolotto e non un bimbo vero, che molti bimbi muoiono da neonati perché soffocano nella culla e che questo sacrificio serve per un fine più grande. E penso che se c’è qualcosa che provo verso questo bambino, la cui vita sento fluire via dalle mie mani, è gratitudine. Gratitudine perché sarà il mezzo per far riavvicinare me e Paola. Paola mi sta dicendo tante cose brutte, ma è il giorno del funerale del piccolo e voglio aspettare, perché ancora la faccenda è fresca. Paola se n’è appena andata di casa. Sento i suoi passi per le scale. Non ha resistito nemmeno una settimana qui, da sola con me. Con tutta quest’aria di morte che c’è. Non ha detto nulla, ha detto solo che quel bimbo era la cosa più bella che le fosse capitata e che era felice di averlo avuto con me, ma che… e poi ha iniziato a piangere. Mi ha detto di lasciarla stare e di non seguirla e che più in là verrà a prendersi le sue cose qui a casa. Mentre piango, constato il mio fallimento. Credo che mi andrò a lavare i capelli e i denti. E poi vedrò il da farsi.

Scrive di sé che è un “aspirante scrittore” che prova “a scrivere, racconti”: è Jacopo Marocco, 27 anni di Spoleto, prolifico narratore molto attivo on-line, dove tiene un suo blog (http://jacopomarocco.wordpress.com/) che aggiorna quotidianamente con racconti sempre nuovi. È tra i primi collaboratori ad unirsi a VERDE, su cui scriverà ancora e a lungo. jacopo_marocco@libero.it VERDE 5


la casa alla La casa alla stazione di Monte Mario stazione di monte mario

Alda Teodorani

Dopo che mia madre è morta sono rimasta a lungo accanto a lei, accanto al suo corpo indifeso e pieno di rughe, le gambe magre e lucide che spuntavano dalla mutanda a pannolone. Avrei dovuto vegliarla ancora e invece l’ho lasciata là, stesa su quel letto che puzzava di orina e di escrementi. Ho lasciato la casa vicino alla strada abbandonata e all’albergo dimenticato e sono scappata via. Ora abito davanti a una stazione. La casa è circondata dai palazzi, eppure resta com’era un tempo: una villetta a un solo piano, la vernice rosa sbiadita, i comignoli in mattoni. Ogni pomeriggio quando mi sveglio mi affaccio alla finestra: oltre la rete incrostata di ruggine vedo scorrere la vita degli altri. Guardo le lumache che strisciano sulle pareti e sul soffitto. Poi vado al lavoro. Il bancone del bar accoglie tutti: tutti hanno un suono e un odore diverso, diversi i loro volti davanti ai bicchieri. Ma loro no, sono sempre gli stessi. C’è il vecchio raggrinzito, che ha l’alcol come unico amico, c’è l’uomo

d’affari di passaggio, con l’aria sicura e fascinosa di chi non si preoccupa dei soldi, e ancora altri, che ci provano con me perché hanno un copione da ripetere ogni giorno per rassicurare se stessi. Io faccio parte di quel copione. Così ho rimorchiato il primo: «È il mio compleanno. Festeggiamo?», aveva detto. Aveva un odore lieve e i capelli lunghissimi, la pelle candida. Abbiamo fatto sesso sopra il vecchio letto, che cigolava disperato. A un certo punto, abbiamo trascinato il materasso sul pavimento. «Aspetta – continuava a ripetere – non avere fretta» mentre sudavo sopra di lui. Più tardi, quando mi sono svegliata, ho sentito con la mano le lenzuola intrise del suo seme. Era appiccicoso, lieve. E poi ho steso il braccio e le ho sentite strisciare sotto le mie mani. Ho acceso la luce: il letto, i muri, il soffitto erano tutti coperti di lumache, i loro lunghi corpi lucenti s’affollavano intorno a me. E in un attimo ho capito che dovevo portarne a casa un altro.

Il racconto è disponibile in formato mp3 con lettura dell’autrice e musiche di Officina Rumorosa sul sito della Kipple www.kipple.it VERDE

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(come un sole) (Come un sole) verde verde

Pierluca D’Antuono

Il mio amico leghista è affranto. Lui si fidava, ci credeva davvero. Mentre mi parla s’illumina di un rancore immenso che mi trasmette come una venerea una tristezza che marcisce a 18 fotogrammi al secondo. Per tirarlo su non basta il solito giro notturno della Varese carioca alla ricerca del nostro sogno padano primigenio. Questa notte il mio amico leghista è troppo triste per esotismi predatori. Per distrarlo ordino altri 2 Disaronno ma il Bepi dice no perché sono le 3 e il Caraoke sta chiudendo. Il mio amico leghista vuole andare a Lugano come fosse sabato sera ma inchiodiamo al bar dell’Agip che è l’unico aperto a quest’ora. Al bancone c’è un negrone e un po’ ci rimaniamo male finché sentiamo che parla padano e allora ridiamo, guardinghi ma ridiamo. Ordiniamo 2 Disaronno e quello riempie i bicchieri almeno 3 volte di più di Bepi. L’amaro ci scalda e il silenzio ci rilassa, mentre il negro legge la Padania e ci guarda ridendo come un negrone del cazzo. Il mio amico leghista non si diverte per niente, il suo rancore si trasforma in rabbia verde che mi trasmette come un’epatite fulminante e finalmente non è più triste immobilizzato ma incazzato agitato. Il negrone sorride ancora, poi ci racconta una storia: «8 anni fa lavoravo al Nirvana, ero l’unico barista negro di Saronno. All’inizio tutti ci rimangono male finché sentono che parlo la loro lingua e allora ridono, guardinghi ma ridono. Sono simpatico soprattutto ai leghisti e un pomeriggio il Tg2 si presenta al bar per fare un servizio sul negro che piace alla Lega. Mi chiedono chi voteresti se potessi? Io rispondo che sono

italiano e voto Lega ma quelli dicono che devo solo dire voterei Lega e allora divento il famoso negher leghista e Calderoli si fa una foto con me e va in tv a dire a Fini che il voto agli immigrati è una stronzata perché quelli votano Lega. Poi a marzo chiudono il Nirvana e trovo posto al Park Motel: 20 suites che si pagano a ore e il motto “lusso e discrezione”. La sera del 10 arriva LC ma non è la prima volta e nessuno ci fa caso quando le danno la suite più grande. Dopo due ore arriva UB con la scorta e il cerchio magico. È ubriaco ed eccitato, danno anche a lui le chiavi della 1 e poi chiudono l’albergo. C’è anche RC che mi riconosce ma non mi saluta e da bere chiede un Negroni. Dopo un po’ arriva una chiamata da LC che urla e piange, dice che era in bagno e ha sentito un tonfo sordo e poi ha visto UB nel letto riverso sul vassoio pieno di coca. In un attimo sono tutti nella suite e 5 minuti dopo LC scappa via, il rimmel nero che le cola sul volto e il rossetto slabbrato come una ferita. UB ha in corpo 2 viagra, 6 gr di coca, 5 lt di champagne e un’emorragia cerebrale, ma RC dice che ci vuole discrezione, non si può andare a un pronto soccorso qualsiasi, bisogna portarlo a Varese. Sono 120 km e l’emorragia diventa un ictus. Ha ragione RM, è un problema di pulizia: non bisogna smettere di scopare, bisogna saperlo fare». Sono le 5. Il Disaronno è finito, tra mezz’ora attacchiamo in fabbrica. Fuori fa freddo ma c’è come un sole verde che illumina i nostri volti, mentre guardinghi fissiamo il negrone che ride. Il mio amico leghista non si diverte per niente. Il verde gli illumina le lacrime, sembrano diamanti sporchi di merda. Poi all’improvviso la luce svanisce. Era soltanto un abbagliante, forse una Thema. VERDE 7


GRĂ€F

Un uo fredi


FASCI

omo nuovo sta nascendo nel coacervo della destra radicale italiana: l’antico sogno iano è ormai archiviato e dalle ceneri dell’Übermensch nietzschiano ecco risorgere il GRÀFASCIO! È uno spettro virtuale quello che si aggira per l’Europa lepenizzata del 2012? Compagn*, non bastano le idee per fare grafica (e politica), ci vogliono muscoli!


Apocalyptical Capitolo IV *Hide and seek marshmellow up your ass* crunchers

S.H. Palmer

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI L’ultima guerra contro il nulla ha distrutto il mondo, i desideri e la memoria di ogni cosa: gli unici sopravvissuti sono i Randagi del Macello, bambini mangiatori di libri antichi, detentori della saggezza storica predestinati alla rieducazione futura del popolo, e un gruppo di masticatori di tabacco inumidito di benzina, che coadiuvano la realizzazione del “progetto”: la ricostruzione del passato dimenticato, una grande opera di recupero della memoria della civiltà (o della barbarie) perduta.

Q** mi aspettava ogni giorno sulla base delle scale di legno e ferro. Il caldo era torrido, la terra viola e spaccata, la vanga pesante, le mani tremavano per quanto la vanga grattava e scorticava la pelle tirata di netto e tagliata. Le mani bruciavano forte, nessuna voglia di scavare, percorsi di sangue tra le pieghe/le righe/le piaghe del soggetto agente. Il punto di fuga era fermo lì vicino. I punti di vista, molteplici, cercavano di trarci in inganno. Aria immobile segnata da matite invisibili: onde a frequenza diversa e alternata. Il risultato per la mente è sconvolgente: tra le onde del mare, con la terra in bocca e un suicida sudicio sudore sulla pelle, senti il veleno colare vischioso dappertutto senza poterlo fermare. Martelli nel cervello, timpani in frantumi, tutto contro la nostra diligenza. Potercela fare, un miraggio. Forse è meglio correre sulle ginocchia verso lo stagno delle bocche affamate per grattarci via di dosso quella sensazione donataci dalle circostanze quotidiane. Lo scenario dello Stagno/Pozzanghera non si presenta nel suo splendore originario. In verità non si presenta affatto. E arrivarci non è mai stato semplice. Eppure sembra valerne davvero la pena: tutta quella strada orribile dico, solo per sedersi vicino alla riva ed ammirare le blatte rosa e verdi trotterellare sgargianti ed i rospi invocare celesti veleno dal cielo. Ricominciare a respirare i suffumigi all’uranio e arrivare alla Pozzanghera/Stagno, come se avessimo dovuto trovare ad ogni costo quel punto: destino calcolato. Gli stinchi talmente sfregiati da non poter contare i tagli per aver strisciato nei labirinti di muschio severo: cammino non poco selvaggio, sebbene sincero. Le mani, scorticate dalla vanga impietosa, frizzano di dolore su appigli insicuri ed improvvisati. Eppure sembra valerne la pena – tutto quel dolore fisico dico, solo per poter vedere. Ai piedi del salice, rosso di lacrime in prova, un po’ d’ombra cerca compagnia. Canta – sembra cantare – il salice ignoto, mai visto fino a quel momento, piantato forse dai rospi celesti che aspettano da sempre quel veleno blu che ogni tanto sgorga dai fossi. Tirava quel vento di sempre: ogni giorno, l’alito di un ubriaco di vino, arido, odioso e tumefatto. Addosso portiamo due stracci e così sfidando gli aliti e gli insetti decidiamo di fare quattro salti sull’acqua. Non ho mai saputo nuotare, ma la parte del morto mi è sempre riuscita benissimo. Lasciarsi trasportare dal movimento superficiale dell’acqua. Galleggiare con pazienza e perseveranza per arrivare da qualche parte: questo era uno dei motti che sentivo in testa prima che la guerra cominciasse. Ho sempre pensato che il galleggiare con pazienza e perseveranza più che portarmi da qualche parte mi avrebbe impedito di annegare e di affondare le dita dei piedi nei VERDE

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fondali di melma. Q** al contrario è un vero professionista amatoriale. Un’abilità mai riscontrata prima, almeno tra quelli che conosco. Immobile nella pozzanghera osservo, da ottima osservatrice, le evoluzioni del provetto tritone in balìa della propria vanità. Sparisce e ricompare in frazioni di secondo tra le fronde e le canne, tra le libellule fluorescenti e le lucciole spente. Il problema è la volubilità di entrambi: «odio questo posto non ci voglio tornare mai più» grugnimmo all’unisono anni prima. Puntualmente invece torniamo lì come in un rito per sfuggire all’orrore. Non sopportavamo di fare la stessa cosa per più di dieci minuti eppure ripetevamo ogni giorno le stesse azioni, ciclicamente. Nessuna che durasse più di dieci minuti, come un rito, per vincere l’orrore. Ora di pranzo di fronte alla caserma. Al salice disperato l’atmosfera non quadra. Gli stracci tremano di vergogna. Una puzza terrificante. E gira e rigira e imprecazioni e parole contro il nulla chi spunta, disperatamente bello, da un buco – una voragine – del tronco del salice? Nummù. Un cane orribile. «Non credo sia un cane» constata Q**. In verità non somiglia a nulla che avessimo mai visto. Fa nummù però: «nummù, nummù, nummù!» Non smette mai. Qualsiasi frequenza. Qualsiasi velocità. Il nome Nummù fu scelto con poca fantasia. Da quel momento la colonna sonora delle nostre giornate sarebbe stata Nummù che faceva nummù. Un esserino strano. Enorme. Ho sempre voluto pensare che fosse un cane, un cane strano. Dopotutto la guerra ci aveva resi deformi gli uni di fronte agli altri, ci aveva tolto a chi gli arti, a chi l’arte a chi altro. Era quindi lecito pensare che potesse essere un reduce anche lui, sopravvissuto un po’ più selvaggiamente e solo. Nummù mangia più maledetti marshmallow di noi. Gli adora: forse è arrivato a noi per il marshmallow cotto a benzina. Gli occhi di Nummù mi scoraggiano. Alla fine non è poi così orribile come lo è stato a prima vista.Trottola da una parte all’altra di qualsiasi posto in cui si trova, e ci sembra di averlo con noi da sempre. Magari era proprio così: dimenticato, ritrovato, ritornato, come se mai se ne fosse andato, impudente e speranzoso. Nummù è di mole montuosa. Pelo ispido bluastro, a tratti marrone. Non saprei davvero classificarlo nello spettro della cartina tornasole, quel colore. La testa grande, solcata da rughe profonde morbidissime intorno agli occhi di fuoco. Occhi di un verde profondo come il mare e di un nero profondo quanto un pozzo. Trottola sincero Nummù, quando Q** lo rimprovera senza parlare. Si nasconde sotto le mie gambe, ribaltando la sedia, quando fuori tuona forte. In fondo è un maledetto cucciolo intrappolato in quel corpo enorme, elegantissimo nella sua goffaggine. Zampe di onice e carbone all’anice intarsiati. I piedi stanchi di chilometri di corsa e di fuga. Schegge di vetro e selce compattate e pressurizzate negli zoccoli. Calli di vita tra le dita di un vagabondo. Nata a Brentwood il 3 febbraio 1971, S.H. Palmer è la più giovane e significativa esponente dei DISTRUZIONISTI, oscura avanguardia romana di fine anni'80, nata in seno agli ambienti di estrema destra della capitale, dove Palmer si trasferisce nel 1985. Poetessa, narratrice, autrice di numerosi testi teatrali e di romanzi dai temi controversi (su tutti APOCALYPTICAL MARSHMELLOW CRUNCHERS, la sua opera maggiore), dopo aver a lungo lottato contro una insidiosa depressione post-disintossicazione, muore a San Severo il 27 dicembre del 2004, a soli 33 anni (un ringraziamento particolare a Sonia Manduzio per la traduzione dall’inglese). VERDE 11


in-distro in-distro

Deny Everything Distro 2.0 La prima distro chiamata a rapporto per VERDE è Scorze Records: “Italian underground label focused on spreading industrial, power electronics, noise, crust, raw black metal, drone and experimental music”, attiva dal 2009 con base tra Aprilia e Roma. Legata al progetto industrial Autocancrena, in tre anni di attività Scorze ha dato alla luce ben 20 produzioni tra cassettine, vinili e cd. Prelibatezze per palati fini: musica senza compromessi che sposa look shockanti e confezioni che sono vere e proprie opere d’arte nella loro eleganza. Roba da compromettersi il sistema nervoso! Fanzine nichiliste e fumetti underground fanno la loro bella figura in casa Scorze (che dopo Scorze Zine ha recentemente partorito Nitch! #1), ma il punto di forza dell’etichetta sono le musicassette a tiratura limitata, confezionate a mano, una per una. La distro tratta soprattutto musica estrema nel solco della tradizione anni ‘90 e sul blog è possibile ascoltare anteprime dei brani, operazione consigliatissima per capire se il sound fa al caso vostro o se è meglio tornare a Moby. Ultima uscita: “Nascitari – Disturbi elettromagnetici legati alla presenza di dio nella corrente elettrica”, cd-r harshnoise. In uscita: “Momentaufnahme di.SCARlet.”, noise ambient tedesco. “Cain Arbour / Gioventù Suicida Studentesca”, split power electronics Vs industrial electronics. Contatti: scorzerecords.blogspot.it ANOTHER PART OF THE WORLDWIDE D.I.Y. CONSPIRACY www.myspace.com/denyeverythingdistro denyeverythingdistro.blogspot.com denydistro@gmail.com

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Deny Everything Distro è (stata) una distribuzione anacronistica di fanzine e “cartastraccia” e un’etichetta d.i.y. di musica fracassona e sperimentale, soprattutto nello spirito (non solo cacofonie): il classico banchetto che trovi ai concerti punk hardcore e derivati. Do It Yourself. Autoproduzione per scelta e non per necessità, nessuna brama commerciale ma etica del non-guadagno: non vendiamo merce da queste parti ma supportiamo progetti che ci piacciono, realizzati senza intermediari parassiti. Distribuiamo musica, video, fanzine e fumetti liberi e selvaggi, niente trampolini di lancio per artistoidi integrati nella logica del sabato sera. Dopo una breve pausa siamo di nuovo pronti a sporcarci le mani. Punk inside: lo spirito continua.


BLITZRECENZION S. H. Palmer

“È matematico. Te lo ricordi Closer...? Finisce tutto, sempre, così. È matematico.” (shanduziopalmer.tumblr.com)

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BLITZRECENZION

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storie nere

STORIE NERE Luca Carelli

Il carcere ha un suo codice preciso che come ogni legge è sacralizzata fino al feticismo. L’interazione tra prigionieri risponde a meccanismi che, come un ingranaggio, si basano su eccellenze e unicità. Da detenuto politico capii in fretta di occupare un posto di rilievo nella scala gerarchica carceraria, una piramide che esiste e si impone al di là delle parole. Mi fu chiaro nel momento in cui venni assegnato alla biblioteca, il lavoro più ambito e desiderato, perché il meno faticoso e gravoso. Se per me lavorare tra i libri era la naturale prosecuzione di quel che avevo cominciato fuori – e che avevo intenzione di portare avanti – per altri era un diritto inalienabile e allo stesso tempo una vergogna incancellabile. Per molti anni il rapporto con la totalità dei miei compagni si risolse nel ruolo che presto mi venne affibbiato: subito dopo la condanna, ripresi l’università e per tutti divenni il professore. Scrivevo lettere ufficiali alla direzione e quelle personali a famiglie e amanti. Al di fuori del mio incarico di pubblica utilità non legai con nessuno finché non arrivarono Giovanni e Enrico. Vennero arrestati a inizio 1988 e passarono in carcere solo alcuni mesi prima del processo. Non era la prima volta che finivano dentro, ma questa volta rischiavano l’ergastolo. Tutti li conoscevano e temevano, a cominciare dalle guardie, perché appartenevano a un importante clan mafioso di Bari. Erano potenti e pericolosi e per questo ricevevano un trattamento speciale. Gli

avvocati riuscirono a farli assegnare alla biblioteca, nonostante uno dei due non sapesse leggere e temeva che tutti quei libri potessero mettere in discussione la sua virilità. Non avevamo nulla in comune ma sentivo una attrazione irrimediabile nei loro confronti. Nella sua violenta tracotanza, Giovanni mi comunicava un senso di veridicità totale e una mancanza di mediazioni che io riconducevo al suo impetuoso spirito individualistico e trascinatore. Di Enrico invece, complemento subalterno del fratellastro, mi incuriosiva l’ostilità fobica per i libri e la scrittura: se all’inizio potevo sentirmi a disagio – provenivo pur sempre da un ambiente paraintelletuale – in seguito quel rifiuto arreso e indefettibile mi suggeriva l’esistenza di un’altra vi(t)a, un mo(n)do inedito, per quanto squallido e oscuro, di irriducibile sincerità vitalistica. Se i libri per me erano tutto e non immaginavo la mia vita senza di loro, avevo ora di fronte la testimonianza tangibile di una rinuncia che non sembrava né lancinante né dolorosa. I giorni passavano e ai miei occhi i fratellastri si imponevano sempre più come un modello che non avrei mai seguito, ma che non potevo non conoscere rapidamente e con avidità. Era una infatuazione perfetta che non lasciava segnali di se nel suo svolgersi. Mi sentivo come un entomologo spaventato dagli insetti, alle prese con la derubricazione della propria fobia al di fuori dell’ambito

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di lavoro. Esisterà, mi chiedevo, un ematologo capace di svenire al mattino di fronte allo specchio per una rasoiata frettolosa e di resistere impassibile sulla scena di un crimine sanguinoso? Raggiungemmo l’apice durante il nostro ultimo incontro, quando Giovanni mi confessò di aver fatto parte del Fronte della Gioventù e che ai suoi occhi rappresentavo la sintesi del suo disgusto ideale. Le sue parole mi ammaliarono, ero esaltato e avvinto. A fine 1988 Giovanni e Enrico vennero assolti e immediatamente scarcerati. Ho vissuto quel momento come uno strappo simile a un abbandono, che per alcuni mesi mi causò un dolore simile alla disperazione per certe occasioni perdute. Solo allora, come reazione, emerse il bisogno di conoscere con più chiarezza la loro storia: avevano alle spalle diversi arresti per sfruttamento della prostituzione, molte delle loro ex erano state iniziate al giro, saldamente gestito dalla madre dei due, in uno schema semplice e ben collaudato, che in casi estremi prevedeva gravidanze, infanticidi, matrimoni e aborti.

«Enrico conosce Franca nel 1979. Lei rimane incinta quasi subito e i due si sposano immediatamente. Enrico ha già deciso che andranno a vivere con sua madre in una chiesa sconsacrata che occupano da diversi anni e che dopo il parto Franca dovrà cominciare a “lavorare”. […] Poi Giovanni scopre che Franca ha due sorelle. La più giovane è Palmina, 14 anni, problemi in famiglia e spirito ribelle: da mesi organizza con una sua compagna di scuola una fuga in Germania, lontano dal padre e dalla provincia che odia. […] Quando arriva Giovanni, Palmina non ha più voglia di scappare: lui ha 19 anni, fa il militare a Mestre ed è bellissimo. Palmina si innamora subito, nonostante il suo modo di fare anomalo: la corteggia con insistenza, ma è freddo e distaccato. Passa presto a delle proposte esplicite che Palmina rifiuta sdegnata. […] ma Giovanni insiste, tira in ballo Franca, tenta di farlo passare come un gioco divertente

prima e come un lavoro ben pagato poi, ma Palmina non ci sta. […] L’11 novembre 1981 il fratello di Palmina sta rincasando. Fa molto freddo, ma Antonio deve uscire di nuovo per andare a riempire la cisterna giù in strada, perché nel quartiere l’acqua non arriva nelle case. Appena entrato, delle urla spaventose provenienti dal bagno lo allarmano e lo angosciano, può essere di tutto, ma sembra proprio una bestia ferita a morte. […] Nella doccia, senz’acqua, Palmina è una torcia umana che muore mentre il fuoco le scioglie la pelle e la carne come cera bollente fonde muscoli e tessuti, in fondo fino al cuore. […] In ospedale, poco prima di perdere conoscenza, Palmina racconta ai medici e ai magistrati quello che è successo […] accusando Giovanni e Enrico di averle dato fuoco con “alcool e fiammiferi”. Le sue dichiarazioni vengono registrate su nastro […] entra in coma e muore venti giorni dopo. Nonostante le parole della ragazza, i due indagati verranno assolti sia in primo che in secondo grado e la morte di Palmina verrà archiviata come “suicidio intenzionale”». (Gazzetta Gazzetta del Mezzogiorno, 1988 1988) Da allora, in un paradossale e beffardo rovesciamento cinico del mio stesso percorso di militanza e vita, le storie che mi interessano di più sono quelle delle vittime, morte o vive che siano, colpevoli o innocenti, chiunque esse siano, al di là dei ruoli e dei fatti. Luca Carelli nasce a Bologna nel 1960. Negli anni ’80 scrive alcuni romanzetti gialli che per un fortuito errore di stampa cromatico vengono accolti dalla critica come noir. Nel 1986 viene condannato a 25 anni di carcere per banda armata e terrorismo. Non si è mai dissociato né pentito. È stato scarcerato nell’agosto del 2011. Per VERDE scrive brevi racconti ispirati a fatti recenti di cronaca nera. http://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Misteri/ ContentSet-f9ce0f72-1548-4abc-90eebedaaefcb9a3.html

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