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protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze - mensile gratuito numero 4 anno I settembre 2012

Luca Carelli S.H. Palmer Marzia Grillo Alda Teodorani Simone Lucciola Federica Lemme Sergio Gilles Lacavalla Deny Everything Distro 2.0


dove siamo editoriale

Poi ecco settembre/e non ho avuto il tempo/nel sangue scorre il seme/ma è un seme nero e lento […] Poi ecco settembre, principe degli autoinganni e dei pretesti di stagione, con buona pace di gennaio, che è solo un finto cuore. Passato agosto con la prima monografia dagli esiti dolceamari, è tempo di 4 con almeno quattro eccellenze: per la prima volta tutte le rubriche di VERDE precettate contemporaneamente; un altro racconto grafico di Alda Teodorani (che per fortuna ci ha preso gusto); finalmente Simone Lucciola, uno degli involontari padri putativi della nostra rivista e finalmente Marzia Grillo, con un racconto da sogno, del tipo chimico che piace a noi. Dal 12 al 16 settembre al Parco Meda a Roma c’è il FLEP! Festival delle Letterature Popolari, ideato e promosso dagli autori di TerraNullius. Tantissime iniziative in programma (il calendario è in quarta di copertina), tra le altre cose ci siamo anche noi. Non mancate. http://www.flep.tk/ p.s. Qualcuno, on-line, ha messo in dubbio l’esistenza storica dei distruzionisti e della buonanima di S.H. Palmer. Di conseguenza, siamo stati costretti a diffondere, in anticipo sui tempi, il MANIFESTO DEL DISTRUZIONISMO, così come ci è stato tramandato molti anni fa. http://verderivista.blogspot.it/2012/08/il-manifesto-deldistruzionismo.html Siamo consapevoli dei rischi che corriamo, ma è ora di uscire allo scoperto: non ci faremo intimidire, IL DISTRUZIONISMO TRIONFERÀ’!

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p.2 Editoriale p.3 TI ODIO POESIA #4: Simone Lucciola p.4 Reduce Speed Now (Alda Teodorani) p.6 Titoli di coda (Marzia Grillo) p.9 Apocalyptical Marshmallow Crunchers cap VII (S.H. Palmer) p.11 FICTIOTEQUE #2: Hollywood Sadcore (Federica Lemme) p.12 IN-DISTRO #4 (Deny Everything Distro 2.0) p.13 BLITZRECENZION #10 Il futuro (S.H. Palmer) p.14 ROCK CRIMINAL #2: Colpire al cuore (Sergio Gilles Lacavalla) p.15 STORIE NERE #3: Antonella (Luca Carelli)

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VERDE è un mensile elettrocartaceo autoprodotto e gratuito di protolettere, interpunzioni grafiche e belle speranze a cura di Pierluca D’Antuono. Contiene poesie, racconti brevi, racconti lunghi, rubriche, musica, illustrazioni, fotografie e grafica. Ogni mese on-line (issuu.com/verderivista) e cartaceo a Roma. Progetto grafico e impaginazione di Elena Bortolini. Per info distribuzione e invio materiale: verderivista@gmail.com (lunghezza e formato da concordare) issuu.com/verderivista www.facebook.com/verderivista verderivista.blogspot.it


Io voglio sapere perché il sole è uno shuriken perché per ogni mia domanda la risposta è una pausa perché i consigli da amico sono gratuiti due volte se esiste il karma un mantra il giusto la prova del nove. E voglio sapere perché la stella polare è un orecchino perché mi tiro sempre la pagliuzza più corta perché la notte lungo un lungomare senza mare all-black coi Wayfarer come Crazy Joe. Ce la risolveremo con un controcampo? La metteremo in asse con un passaporto? Se mi aprissi il peritoneo e tu lì con il binocolo ci troveremmo qualcosa? E invece mi lasci con una riflessione sul controllo. Finirò blastato a Little Italy. Simone Lucciola è nato a Formia (LT) il 5 agosto del 1978. Punk-rocker, disegnatore underground, giornalista musicale autonomo, gestisce da due lustri il webmagazine Lamette (www.lamette.it) e nel 2002 ha fondato con Rocco Lombardi l’omonima editrice di fumetti. Il suo primo libro di poesie autoprodotto è uscito nel 2002, seguito nel 2010 da “Disulfiram” (PerroneLAB, Roma). È ideatore, redattore e produttore, con Ambra Simeone e Max Condreas, della rivista de-Comporre, pubblicazione trimestrale di letteratura e poesia. Da qualche tempo deComporre è anche un’associazione culturale e una casa editrice. VERDE

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TI ODIO POESIA

Simone Lucciola


Mi chiamo Gaia, sono nata 18 anni fa. Oggi è il mio compleanno. Oggi ho deciso che non avrò figli. Quando ero bambina pensavo spesso al giorno in cui avrei compiuto 18 anni e mi chiedevo come sarei stata, come sarebbe stata la Terra intorno a me.

Internet, i giornali, gli scienziati, dicono tutti che siamo a un solo passo dalla fine. Invece la fine è già arrivata poiché abbiamo innescato un processo irreversibile, qualcosa da cui non è possibile tornare indietro. Un vecchio film postatomico diceva che a causare la fine erano stati gli uomini. Verissimo. Si sono bendati gli occhi. VERDE

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Sono stati i nostri genitori e i nostri nonni a lasciarci in eredità tutto questo, anche se non si capisce bene quando sia stata innescata la catastrofe. Forse è successo tutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, come dicono alcuni, sostenendo che la ricerca del benessere e della ricchezza, il diffondersi della cultura dell’USA-E-GETTA hanno contribuito alla distruzione del pianeta, danneggiando interi ecosistemi con materiali derivati dal petrolio. La maggior parte delle nostre fonti di energia è basata su materiali fossili. Già da tempo è stato fatto il conteggio di quanto resta: l’aumento vertiginoso della popolazione mondiale fa calare altrettanto vertiginosamente le risorse. Le nostre energie alternative non sono adeguate, entro pochi anni il mondo si spegnerà.

Quando ero piccola non capivo molto del mondo. Il mio pianeta era la mia famiglia. Non avevo mai sentito parole come fame, guerra, sfruttamento, non sapevo cosa è il vortice di spazzatura del Pacifico o sovraffollamento.Vedevo tutto a colori, non sapevo che la nostra strada è solo in discesa. Una discesa verso la Fine.

Sfruttando la sua cosiddetta intelligenza, l’uomo ha adeguato al suo bisogno gli altri animali e le piante; senza nessuna selezione che tenesse la razza umana entro i


limiti imposti dalle risorse esistenti sul pianeta, essa si è sviluppata come un cancro con le sue cellule impazzite. Ci nutriamo di carne oltre ogni reale bisogno. Al di là di un discorso etico sulla dignità degli altri animali, che è comunque irrinunciabile, abbiamo sacrificato vaste aree del pianeta per la coltivazione di foraggi. Queste stesse aree consentirebbero coltivazioni atte a nutrire vaste fasce di gente che oggi muore di fame. E sempre per nutrirci, per diventare obesi, e poi lamentarci e fare diete dimagranti, abbiamo annientato interi ecosistemi introducendo forme di vita di altre zone in luoghi impreparati ad accoglierle, abbiamo disboscato intere foreste per fare spazio a coltivazioni che ci renderanno più grassi o alle coltivazioni di tabacco: nonostante si sappia che causa il cancro ai polmoni. L’interesse delle multinazionali del tabacco vale di più della nostra vita.

Siamo campioni dello spreco. In estate ci raffreddiamo con i condizionatori, in inverno ci riscaldiamo con le stufe; in casa nostra ci sono sempre luci accese, consumiamo energia elettrica preziosa

per gesti inutili come stirare o tostare il pane, addirittura cucinare cibi con forni elettrici. Per tenerci al passo con le moderne tecnologie dobbiamo cambiare computer o cellulare ogni anno, sprecando metalli preziosi e forgiando tonnellate di plastica. Per contrastare questa tendenza stiamo scoprendo vecchi trucchi come il riciclaggio o la vendita a peso di alimentari e detersivi, ma la plastica ci sta sommergendo e il Pacific vortex trash è grande due volte lo stato del Texas. Nonostante i limiti di velocità, costruiamo auto sempre più pesanti e potenti, che per funzionare richiedono enormi quantitativi di carburanti. Motori con altri tipi di alimentazione giacciono immobilizzati dagli interessi delle case automobilistiche. L’uso della bicicletta è un fatto folcloristico, di andare a piedi nemmeno se ne parla ma paghiamo una palestra per dimagrire correndo su un tapis roulant o in cyclette.

Dentro casa adoperiamo anticalcare, detersivi in quantità industriale, insetticidi che causano il cancro e modificazioni genetiche anche nell’uomo, gli insetti “nocivi” sono sempre più numerosi, gli insetticidi li hanno resi diversi e resistenti, e gli animali come le rondini, i gechi, i pipistrelli, che se ne nutrivano sono stati sterminati da quegli stessi insetticidi. La stessa cosa accade nei campi, dove gli interessi delle multinazionali impediscono lo sviluppo dell’agricoltura biologica. Abbiamo usato antibiotici in maniera totalmente indiscriminata: li abbiamo eliminati con i nostri escrementi facendoli finire nei corsi d’acqua e mandandoli al mare, e ogni giorno ce ne nutriamo nuovamente, rendendo i ceppi batterici resistenti a qualsiasi sostanza.

Per quanto mi riguarda c’è un’unica soluzione a tutto questo. Pulita, ecologica e anche veloce se sapete dove colpire.

Provate anche voi! Chi non ha in casa un vecchio coltello? VERDE

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Titoli di coda Marzia Grillo Gli animali possono essere: feroci, addomesticabili, scontrosi, muti, esotici, viziati, estinti, imprevedibili. Possono avere una o più di queste caratteristiche, a seconda della forma o dell’assenza di artigli, zanne, ali, coda, della quantità o qualità del pelo, della presenza o meno delle piume e delle branchie, del numero delle zampe, della forma del becco, del tipo di evoluzione. Queste erano cose che sapevo già alle elementari. Ma nel tempo ne avevo imparate molte altre. A dodici anni, ad esempio, avevo capito che gli animali possono vivere uno o undicimila giorni. Che alcuni esemplari si trasformano in creature più belle, e più fragili. A quindici anni avevo scoperto che alcune specie impazziscono, trasmettendo gli stessi virus che fanno cadere i governi. A diciannove che non avrei mai potuto possederne uno, che non ne sarei stata capace. A ventinove avevo compreso, una volta per tutte, che i sogni prodotti dai sonniferi sono animali perfetti, dalle scaglie speziate. Creature feroci, addomesticabili, scontrose, mute, esotiche, viziate, estinguibili nella più animalesca imprevedibilità. Chiudevo gli occhi e sognavo chiocce che si evolvevano in tunnel ad alto scorrimento, mentre una comitiva di polipi abbacinanti mi rimaneva impressa sul fondo della retina, dove la luce si scioglie. «Hai provato a contare le pecore dopo aver preso una di queste pillole?» mi aveva chiesto il farmacista di piazza Giovenale, dopo aver considerato vera una ricetta finta. Aveva gli occhi appuntiti da volpe, la malizia ancorata alle palpebre. Mentre VERDE

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si girava per arrivare in fondo alla stanza, salire su un piccolo sgabello di ferro, aprire un cassetto scorrevole e prendere quanto gli avevo chiesto, avevo capito che la mia teoria era fondata: l’insonnia schiude infiniti regni animali, impossibili da quantificare. Una volta, sì, avevo provato a contare le pecore sotto l’effetto di una di quelle pillole. Mentre passavo dall’uno al due, alla prima pecora era cresciuto il becco, quindi si era sdoppiata in due anatre lanose, triplicandosi poi in aquile reali con corone d’avorio, trasformandosi in quattro rinoceronti acquatici, in cinque ippopotami denutriti, in sei piccoli alligatori vegani e così via. Avrei boccheggiato al rallentatore prima di arrivare ai sette esemplari della specie successiva, ma il respiro si era fatto d’improvviso regolare ed ero annegata in un diluvio onirico. «Hai mai provato il Tavor?» avevo risposto al farmacista, a cui sembrava stessero spuntando delle corna ai lati del cranio. Era una settimana che prendevo due sonniferi la sera e un terzo di pasticca la mattina, sciolto nel caffellatte. Per essere sicura che la luce del giorno non mi ferisse gli occhi, tenevo le persiane accostate e le tende ben tirate sui vetri, come cellophan. La farmacia mi sembrava un posto fresco e sicuro, quindi ogni giorno, a metà pomeriggio, entravo, salutavo, mi sedevo in fondo al bancone e mi facevo misurare la pressione. «Come stanno i bambini?» mi chiedeva il farmacista. Io sbadigliavo, guardando con sospetto le squame che gli stavano crescendo sulle mani. «Bene» rispondevo.


«Hanno mangiato?» squittiva lui, sistemandosi le lenti sul naso. «Sì, spezzatino e spinaci all’agro» dicevo quasi in automatico. In effetti avevo smesso di guardarlo mentre il camice gli si riempiva di peli, mi sembrava inappropriato. Quel giorno ero tornata in farmacia nel tardo pomeriggio, col sole ancora forte di luglio. La luce intensa di piazza Giovenale si era attutita non appena avevo aperto la porta, poi i suoi strascichi si erano posati insieme a qualche granello di polvere sull’espositore degli omogeneizzati. Il farmacista stava sonnecchiando sul bancone, il becco appoggiato languidamente sulle braccia incrociate. Nelle ore più calde della giornata gli animali a sangue freddo rimangono immobili, concentrati sui propri muscoli come atleti prima di una rincorsa; è solo di notte che si abbandonano ai sogni migliori. Lo scampanellio della porta aveva interrotto il sonno leggerissimo del farmacista, che mi aveva salutata stropicciandosi gli occhi. «In questi giorni non so che mi prende, mi sembra di aver anticipato il letargo» aveva detto. Doveva essere dimagrito negli ultimi mesi, e con quel camice bianco appeso alle spalle sottili sembrava una sogliola. Gli occhi parevano più distanti tra loro, poco a poco stavano migrando sui lati del suo viso. Prendendo dalle mie mani la ricetta, aveva sbadigliato. «Non è per me» mi ero affrettata a dire, mentre lui si spostava verso le cassettiere di metallo in fondo al locale. «È per la donnola del piano di sotto». Il timbro della ricetta era quello delle Winx di Rebecca, gli sarebbe bastata un’occhiata veloce per capirlo. Il farmacista aveva alzato le spalle ed era tornato al bancone senza fretta. Aveva gli occhi ancora sconcertati dalla cortina di un sogno mentre avvolgeva con cura la scatola dei sonniferi con un foglio intero

di carta velina. Prima che chiudessi la porta della farmacia, mi aveva salutata dicendo: «A più tardi». Le mie pasticche non avevano angoli acuti, scivolavano sulla lingua e si tuffavano in gola come lucci estasiati dall’acqua dolce di rubinetto. I bambini le preferivano schiacciate tra due cucchiai e ricoperte di zucchero, oppure insieme all’aranciata, o sminuzzate nel cibo, ad esempio nel purè. Rebecca e Giacomo ancora dormivano quando ero rientrata a casa. Erano abbracciati, con le lenzuola ripiegate agli angoli del lettino per formare lo scafo di una barca. Più che in una posizione fetale, in quella posa lui sembrava un gamberetto, lei un cavalluccio marino. Nessuno avrebbe potuto separarli da quel sogno condiviso, neanche l’apnea. Stavo chiacchierando con un esemplare storpio di tigre, quando Vittorio era tornato a casa. Nel momento esatto in cui il felino mi aveva domandato se anche alla fine dei miei sogni scorrevano i titoli di coda, mio marito aveva acceso la luce e si era sfilato la giacca, poi si era seduto sul bordo del nostro letto aspettando che aprissi gli occhi, mi tirassi su e gli allentassi il nodo della cravatta. Aveva l’espressione di un cane bastonato, quindi ero rimasta in silenzio aspettando che fosse lui a parlare. Non avevo dovuto aspettare molto perché intonasse un pigolio sottile, uno squittio pacato, quasi incomprensibile: «Licenziato… Non capisco come possa essere successo… nel bel mezzo del turno, colto sul fatto… proprio io… e quelle ricette false… le Winx, dico… Possibile che non me ne sia reso conto?». «Spiegati meglio» lo avevo corretto, tirandomi su a sedere e accarezzandogli una guancia irsuta. Lui si era scosso come da un incubo, raddrizzando gli aculei sul dorso. «I bambini stanno bene, hanno mangiato?» aveva chiesto. «Bastoncini Findus e patate fritte» avevo VERDE

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risposto, a mezza bocca. Lui si era alzato dal letto ed era andato in cucina, a scaldare gli avanzi nel microonde.

Marzia Grillo, nata a Roma nel 1982, ha frequentato le facoltà di Architettura e Lettere. Co-fondatrice del collettivo di comunicazione creativa MiLK e dell’agenzia di servizi editoriali Bacteria, dal 2007 lavora come redattrice per Elliot Edizioni. Ha vinto due premi di poesia. Da tempo immemorabile lavora alla stesura del suo primo romanzo. VERDE

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Salvador Dalì, L’Aurora

Vittorio non aveva fatto in tempo a uscire dalla stanza che in fondo ai miei occhi, dove abita l’inconscio, un turbinio di anatre mi aveva eletta regina del mondo animale, scuotendo le code avanti e indietro, a destra e sinistra, e sollevando le zampe palmate al cielo, una alla volta. Quel ritmo era tribale, o celestiale, o un semplice sinonimo del volere di dio. Quando finalmente ero riuscita a scuotermi dal bagliore del sogno, ero andata in bagno a verificare di aver sistemato tutto nell’armadietto dei medicinali. Il camice da farmacista di mio marito era appallottolato nella vasca da bagno come un pesce spiaggiato. Lui era addormentato sul tavolo della cucina, la forchetta ancora stretta nella mano destra, le ali ripiegate sul dorso, le palpebre percorse da un fremito sottile, splendente. Ero andata nella cameretta di Rebecca e Giacomo e li avevo portati nella nostra stanza da letto uno alla volta, stando attenta a non svegliarli e a non farli sbattere contro gli stipiti delle porte. Come succede per i sonnambuli, è pericoloso svegliare una crisalide, rischi che non le spuntino le antenne, che non si colori delle tonalità dell’alba appena

schiusa, che non arrivi a dopodomani. Sul letto matrimoniale i miei due figli sembravano minuscoli nei loro pigiamini a righe, zebre nane ripiegate sulle proprie zampe. Avevo sprimacciato i cuscini e piegato le lenzuola ai piedi del letto, poi mi ero stesa nello spazio che separava quei minuscoli corpi, accordando il mio respiro al loro. Mio marito ci aveva raggiunti poco dopo, accarezzandosi il muso in preda agli strascichi di un incubo. «Dove siete tutti?» aveva detto, temendo di aver perso anche noi insieme al lavoro in farmacia. La prima volta che lo avevano sorpreso a dormire durante il turno avevano chiuso un occhio, ma dopo il terzo reclamo in una settimana non avevano più potuto far finta di nulla. «Vieni qui» avevo bisbigliato, per non svegliare i bambini. «La marea si sta alzando, il diluvio è impaziente». Lui si era sfilato il guscio e si era tolto i pantaloni, poi aveva indossato il suo pigiama azzurro da medusa. Io intanto gli avevo liberato un angolino del nido spostando il braccio di Rebecca. Quando finalmente mio marito si era steso, tutti e quattro ci eravamo allineati in un nuovo ordine, galleggiando ognuno attorno al baricentro del proprio corpo per non sbilanciare l’arca. Dopo neanche un istante eravamo stati travolti da un sonno divino, universale. Significa questo, estinguersi?


Cap VII *Dig my bones, can you dig it?* S.H. Palmer RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI L’ultima guerra contro il nulla ha distrutto il mondo, i desideri e la memoria di ogni cosa: gli unici sopravvissuti sono i Randagi del Macello, bambini mangiatori di libri antichi, detentori della saggezza storica predestinati alla rieducazione futura del popolo, e un gruppo di masticatori di tabacco inumidito di benzina, che coadiuvano la realizzazione del “progetto”: la ricostruzione del passato dimenticato, una grande opera di recupero della memoria della civiltà (o della barbarie) perduta.

Una sensazione strana a volte mi pervadeva. E lo fa ancora. A volte. Anche in quel momento lo stava facendo. È una specie di scissione tra corpo, mente e anima. Le membra tremano convulse come se ossa e muscoli risentissero del freddo che trafigge. Fremiti ignobili dalla punta degli alluci fino ai denti che battono forte tra loro, che sfregano e consumano materie prime ormai di seconda o terza mano. Vedo me stessa attraverso uno specchio invisibile. Mi guardo e mi accorgo di avere intorno al cuore i resti di questo mondo invivibile. Parlo ad un'altra me come se fosse seduta qui accanto, a fissare il vuoto danzando sulla propria tomba. Eppure continui a parlare e giocare e piangere e muoverti quasi liberamente… Anche in quel momento lo stavo facendo. Quel tremore è solo un enorme fastidio; vedo la pestilenza che ruota, nel bicchiere. E cerchi concentrici di rame e di ghiaccio si alternano sbattendo sulle pareti di vetro spesso e scuro. Tutto questo lo osservo con la coda dell’occhio per far finta di nulla, per tentare di tenere sotto controllo quei maledetti movimenti involontari. Non vuoi che Q** si preoccupi, vero? In realtà il gelo non lo senti, e non stai affatto mentendo a te stessa… Il cervello è impegnato in digressioni sparse e in battute calorosamente caustiche. E non riesco a distogliere l’occhio interiore da quello che mi sta accadendo, per evitarlo ad ogni costo, senza poterlo controllare. Non c’è freddo nel cervello. Non c’è freddo nel

cuore. Non c’è vuoto nell’anima, non c’è equilibrio tra gli arti. Forse è proprio per questo che il tuo corpo ha bisogno di sfogarsi e sudare ghiaccio, scuotersi e destare sospetti. Q** è riuscito a stare in silenzio per ore, a vedermi ballare quella danza senza coordinazione. Ha paura che la causa di tutto questo sia da attribuirsi alle medicine iniettate nel mio povero corpo disfatto subito dopo la guerra, per paura che potessi avere la peste, la malaria o semplicemente il raffreddore. Erano quelle cure propinate pescando a caso codici fiscali scaduti nel calderone dell’ex Palazzo Comunicale/Comunicato/ Mai Comune. Non fui certo l’unica a risentirne. Tutti noi avevamo subito il trattamento almeno una volta. Avevamo da poco superato i vent’anni quando germi e batteri letali svolazzavano in alto nei cieli e sotto la terra che calpestavamo a piedi nudi: avevamo perso le scarpe, bruciate dall’asfalto rovente dalla rabbia repressa. A casa, Q** e Nummù mi hanno preparato una brocca di pseudobrodaglia bollente. Gli occhi cadevano regolarmente su ogni oggetto della stanza, nello stesso ordine, da ormai qualche minuto, scandendo il tempo necessario all’ebollizione della melma turchese. Entrambi si accucciano intorno a me, come delle ciambelle serpentine e squamate di grigio, ed io ricambio volentieri l’abbraccio con tutto il corpo e ingollo il brodo di giuggiole porgendogliene un po’ con lo sguardo. La gola brucia di sale, ma con un solo sbuffo di cane Nummù dice che così VERDE

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vanno le cose e così devono andare, se voglio guarire. Intanto Q** fuma la pipa; guarda me con un occhio e la tazza con l’altro. Nel tepore di quella posizione nostalgica, familiare e tiepida di fremiti benevoli, mi accingo a raccontare loro una storia, per ricambiare l’affetto, la dedizione e la premura con cui mi fasciano il busto, annodano le trecce e avvolgono i piedi ogni giorno da sempre. C’era una volta una casa di cemento in mezzo ad un groviglio di altre case di cemento. Nella casa c’erano milioni di cose. Decine di colori, cinquantatre pennelli di setola di maiale, o forse era cinghiale, non ricordo più bene, vecchie lastre di cartone e di gesso, tegole antiche, libri di ogni genere rilegati in pelle e attaccati con lo sputo, quaderni di scuole di ogni ordine e grado, ricolmi di pessime e ottime grafie. Oggetti inutili erano lì dentro, a volte pericolosi. Lo scudo di empatia che avvolgeva quel luogo lo rendeva, però, il più sicuro del mondo per chi l’avesse mai amato. Lì viveva un bambino, col suo cane e due cinciallegre. Nessuno dei quattro aveva una gabbia, un piatto, una forchetta, un abito da sera; nessuno dei quattro aveva niente eccetto gli altri tre e le cose che giacevano dentro quelle mura di cemento verde muschio. Il cane si prendeva cura del bambino, che si prendeva cura delle cinciallegre, che chiudendo il cerchio magico idolatravano il cane e lo nutrivano, non solo di speranza. Quanto amore in quella casupola: sorrisi dispensati non solo ai favoriti, bensì a chiunque passasse di lì anche solo per una volta nella vita, senza il bisogno di sentirsi a Samaria. Niente turbava la quiete del posto, sebbene la guerra fosse passata anche di lì, lasciandosi dietro piedi malmessi e notti di incubi e tremori indipendenti dalla volontà e dalla biologia. Niente turbava il continuo cercare

nuovi equilibri, seppur distanti poco più di un soffio da quello precedente. La cooperazione di quel sistema così spontaneo e organizzato faceva invidia a molti inermi quanto viscidi spettatori. Spesso passavano di lì, per spiare quanti nuovi germogli avesse messo fuori il ciliegio. Spesso passavano di lì: provenivano da Fogna, in gran parte. Fatto sta che tutto lo scompiglio intorno non tangeva minimamente gli abitanti del sistema sopravvissuto in quell’angolo di mondo: non vissero certo felici e contenti, ma sicuramente se la stavano cavando molto meglio di tanti altri! «Sei una demente», raglia Q** ancora una volta. Sono consapevole di essere una demente piena d’amore. Finivano sempre così le mie storie. Senza uno spiraglio di luce propria. S** era l’unica ogni volta a capire. Non è una questione di pessimismo. La vibrazione, o meglio il rumore o ancora meglio il frastuono di fondo delle mie storie, è sempre pieno di amore, compassione e comprensione, per chi la merita. I miei racconti sono infinitamente positivi, ma Q** sembra vederci solo la polvere delle nostre ossa tritate. S** probabilmente non era l’unica a poter comprendere, ma l’unica a volerlo fare. Ogni faccenda che racconto, anche senza che diventi una storia, viene interpretata spesso come una personale visione grigia e lattiginosa dell’universo. Q** dopo tanti anni si diverte ancora a prendermi in giro, cercando di farmi passare per un essere grigio funesto e furioso, di fronte a me stessa. E io dopo tanti anni ci casco ancora una volta, attendendo di essere stretta forte tra le sue dita. Traduzione dall’inglese: Sonia Manduzio

Nata a Brentwood il 3 febbraio 1971, S.H. Palmer è la più giovane e significativa esponente dei DISTRUZIONISTI, oscura avanguardia romana di fine anni'80, nata in seno agli ambienti di estrema destra della capitale, dove Palmer si trasferisce nel 1985. Poetessa, narratrice, autrice di numerosi testi teatrali e di romanzi dai temi controversi (su tutti APOCALYPTICAL MARSHMALLOW CRUNCHERS, la sua opera maggiore), dopo aver a lungo lottato contro una insidiosa depressione post-disintossicazione, muore a San Severo il 27 dicembre del 2004, a soli 33 anni. VERDE

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boutique di cronache cineletterarie Billy Del Rey HOLLYWOOD SADCORE LO-FI Edizioni, pp. 192, euro 11,50 Billy Del Rey con la sua scrittura da crooner solitario guida lungo le autostrade perdute dell’allucinata America. Nella cronaca di un amore visionario sepolto tra la polverosa sabbia fifties di Dirty Beach; prima dell’avanzata dei deserti e delle doglie californiane. Al ritmo di Roy Orbison, dopo un ballo di troppo, si sposano la gangsta Elizabeth G e un aristocratico organizzatore di feste made in Taiwan, Antony P. È un matrimonio tra due belli e dannati nati per morire. Consumeranno la passione tra un prendisole e una birra, sul sedile posteriore di una macchina troppo veloce. In un videogioco dove la terra è paradiso che porta alla catastrofe. La spiaggia prende le sembianze da incubo. È inutile gridare non rendermi triste e non farmi piangere. Bicchieri pieni d’alcol per struccarsi dalla rabbia. Graffi e insulti. Speranze rivestite di fiori bombardate dalla guerra. Antony viene arruolato. Un ultimo bacio prima di andare nella tristezza dell’estate. Il cuore si spezza ad ogni passo mentre è venerdì notte ed Elizabeth si sente così sola da iniziare a correre nella prostituzione. L’amore non basta, quando la vita diventa dura e si cammina lungo il lato selvaggio. Non esiste chirurgia plastica per ricostruire sogni deturpati se s’incomincia a sopravvivere con le lacrime congelate dentro un frigorifero fluorescente di nuova generazione. Elizabeth G cambia nome e cede all’oblio nell’eyeliner per dedicarsi alla musica. Non può essere rintracciata dalle lettere non scritte al computer e racchiuse in un iPod che periodicamente sono recapitate al suo vecchio indirizzo. Buste piene di mp3 appartenenti ai più disparati artisti musicali. Inviate da Antony per raccontare le sue guerre interiori, le canzoni narrano questo libro che ricompone la storia americana come una sconvolta pellicola di David Lynch. Tra Frank e Nancy Sinatra, in una Los Angeles alla James Ellroy, si muove una fuga psychobilly che citando Francis Scott Fitzgerald e l’indie contemporaneo non riesce ad abbandonare i bassifondi maledetti dell’esistenza. Neppure oggi che Antony P, alter ego del newyorkese Billy Del Rey, beve in vecchi bar europei e si dondola al ricordo delle vecchie stelle di Dirty Beach. Giocando a biliardo e a freccette vive per la sua fama di giornalista musicale, sino all’incontro (rincontro?) con l’icona pop LANA. In quella sera lei è elettrica. Ha tolto i tacchi e si sente viva. Senza neppure il vestito rosso è bella proprio come un tempo. In alto i cavi sfrigolano come gli sguardi. Il bambino cattivo di Taiwan è nella sua cavità divina e insieme navigano nella scomparsa costa delle memorie che non durano in eterno. Un ultimo bacio prima di andare nella tristezza dell’estate. La luna che risplende dei riflessi dell’amore è finta. C’è solo un concerto, e presto terminerà. VERDE

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in-distro in-distro

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Deny Everything Distro 2.0

Continua il viaggio attraverso l'underground italico. Fermata Lamette. Chi non ha mai sentito parlare di Lamette Comics, di Lamette Records o della webzine “più rozza d´Italia sul punk e sulla cultura autodistruttiva degli sporchi giovani” dovrebbe mortificare le proprie carni e recuperare il tempo perduto, visto che Simone Lucciola e Rocco Lombardi diffondono cultura di “derivazione punk” dal 2001. Infatti anche in questo caso tutto ha origine dal punk. Quello viscerale, incondizionato, lancinante, che non lascia scampo, che ti salva e ti rovina allo stesso tempo. E i due lamettiani provengono da questa dimensione più che da Formia... ma qui rimando ai loro gruppi più significativi dell’era pre-Lamette: I.A.S., R.a.M.A. e Gioventù Bruciata. Torniamo a noi: nel 2001 vede la luce Lamette.it con lo scopo di supportare i gruppi punk in anni in cui il web non era così dispersivo. Il sito è uno dei rari casi in cui convogliano tutte le micro-scene senza troppe fratture, tra recensioni e interviste e presto diventa un punto di riferimento per i punx dello stivale: nasce il mito di Lamette! Nel 2002 arriva la fanzine cartacea che rimane punk nello spirito ma si concentra su racconti spietati e fumetti underground; doveva essere un numero unico, per fortuna non è andata così. [Tra parentesi per il sottoscritto Lamette #1 è stata la prima fanza intercettata e ha letteralmente stravolto il modo di vedere le cose]. Intanto Simone rafforza il già esistente legame tra punk e comics underground con la tonnellata di flyer per concerti ma soprattutto con il suo blog, anche perché, caratteristica per niente scontata, le sue pagine sono scritte davvero bene e attirano lettori a frotte (nel frattempo compone e pubblica poesie in antologie e riviste letterarie). Si consolida il culto di Lamette! Rocco è più concentrato sui fumetti, i suoi sono un insieme di poesia pura e romanticismo anarco-ecologista, prendono alla gola e allo stomaco. Il suo stile cambia ad ogni albo, di sperimentazione in sperimentazione: ANOTHER PART OF THE WORLDWIDE D.I.Y. CONSPIRACY www.myspace.com/denyeverythingdistro denyeverythingdistro.blogspot.com denydistro@gmail.com VERDE

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Lamette diventa Istituzione anche fuori dall’underground! Da questo momento Lamette non si è concessa un attimo di tregua, è una presenza fissa nei festival di arte e fumetto, ultimo in ordine di tempo SEMInARIA Sogninterra. Non c’è spazio per elencare tutti i lavori grafici, musicali o letterari che riempiono i successivi anni di iperattività, ma ne riparleremo prossimamente. Ad oggi si contano 5 Lamette cartacei, 7 albi monografici (segnalazione obbligatoria per Campana, capolavoro assoluto, appena ristampato da Giuda), una manciata di dischi e le Guide Illustrate al frastuono più atroce, uno degli apici dell’editoria indipendente degli ultimi anni. Le “guide” sono due libri che raccolgono il meglio degli illustratori italiani alle prese con altrettanti musicisti, 66 autori diversi! Ancora un consiglio: fatevi del bene, leggete le produzioni Lamette, è roba che fa bene al cuore e allo spirito.

Contatti: www.lamette.it lamettecomics.blogspot.it


BLITZRECENZION

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BLITZRECENZION

S. H. Palmer Il futuro

Il biglietto del treno è sotto il posacenere. Guardando il fumo alzarsi dal coccio di marmo verde oliva si ritrae la mente tra pentimenti tardivi. (shanduziopalmer.tumblr.com)

http://www.youtube.com/watch?v=D97OxHZzBeQ

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Sergio Gilles Lacavalla

# 2 colpire al cuore

Quando ti ritrovi tra le mani un pugnale insanguinato, devi solo decidere se lo hai conficcato oppure estratto. Il resto viene da sé. Jennifer Chiba decise che lo aveva strappato via dal petto del suo amato Elliott Smith. Ed eccolo lì, il suo cuore di cantautore della depressione tranciato in due dal coltello preso in cucina mentre lei, dopo un furioso litigio, si era chiusa a chiave in bagno a lavare via la rabbia. Poi «un urlo, più che altro un lamento straziante» dice Jennifer alla polizia. «Ho aperto la porta, era di schiena, si è girato… e aveva il coltello ancora nel torace. Gliel’ho tolto e si è accasciato a terra.» Gli agenti del Los Angeles Police Department, chiamati da lei stessa nella loro casa in Lemoyne Street a Echo Park, l’ascoltavano spiegare l’accaduto mentre il suo uomo moriva al Medical Center della Los Angeles County University. «Steven Paul ‘Elliott’ Smith, di anni 34, è deceduto alle ore 1 e 36 pomeridiane del 21 ottobre 2003 per due pugnalate al cuore autoinflitte.» Era depresso, diceva chi lo conosceva. I farmaci ritrovati nell’organismo lo dimostravano. Ma non era più drogato, sosteneva lei. Anche questo confermò l’autopsia. Qualcuno raccontò che nel 1998 si era buttato giù da una rupe nel North Carolina: un albero lo salvò. «Guarda» Elliott si tirò su la maglietta sgualcita e mostrò al produttore Larry Crane una cicatrice sul torace. C’aveva già provato. Quante notti aveva passato, nei giorni newyorkesi, a camminare sui binari della metropolitana. Trascorreva intere nottate così, ricordò un suo amico che a volte gli faceva compagnia. Non parlavano. Fu soltanto un lamento, quello di cui riferì Jennifer. Consegnò agli inquirenti un foglietto su cui c’era scritto: «Mi dispiace tanto amore – Elliott. Che Dio mi perdoni.» Poi non parlò più neanche lei. Parlò invece Mark Flannigan, gestore di un club di Hollywood dove si esibiva Elliott, dicendo che frequentava brutta gente, tipi raccapriccianti e pericolosi che gli davano i farmaci. Che potevano dargli una coltellata per il più futile dei motivi. Una banale litigata con la sua ragazza. E Jennifer ormai aveva detto che la lama l’aveva rimossa lei. Col sangue uscì tutto il dolore di ex bambino violato dal patrigno e di amante infelice. «Ma l’ho aiutato io a uscire dalla tossicodipendenza» disse lei. E ancora sosteneva di aver diritto a parte dei suoi guadagni, «avevamo stipulato un accordo orale.» Lui parlava da solo per le strade di Echo Park. Lei diceva che dopo la dimissione dalla clinica psichiatrica, Elliott stava bene. Lui aveva spesso segni di bruciature di sigarette sulla pelle. Ferite sulle mani e sul braccio destro furono rilevate sul cadavere: piccoli tagli, come se avesse cercato di difendersi. Il sangue macchiò i suoi abiti e il pavimento mischiandosi alle gocce d’acqua che colavano dal corpo nudo di lei. Fu in quel momento che si unirono come non mai. VERDE

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storie nere

STORIE NERE Luca Carelli

L’equivoco sta nel fatto che dopo tanti anni il mio caso è fonte costante di un interesse ossessivo e superficiale, che non ha mai portato a nulla di concreto. Per questo non mi lusinga essere ricordata, dopo quasi venti anni, per un armadio incollato o per la presunta morbosità del rapporto con mia madre. Sono per tutti la donna sola, non più giovane né bella, ossessionata sopra ogni altra cosa dal matrimonio; la verità è che io avevo quarantasette anni e a quella età certi desideri sono come latte fresco scaduto il giorno prima: basta un numero sulla confezione per gettarlo nel lavandino? Un orologio fermo sulla Nomentana e un palo della luce divelto: ho dei ricordi nitidi di quella domenica. Pranzavo spesso il fine settimana a casa di Clara, anche lei lavorava e a volte l’aiutavo con la sua bambina; è grazie a lei che ho capito di amare i bambini – e lo sapevano tutti – ma anche che alla mia età non ne avrei di certo avuti. Insopportabile l’idea di me alle prese con un grado zero tanto profondo e retrivo. Insostenibile il disegno di me costretta – da un’altra parte di me – a casa senza lavoro, La mia famiglia. Quanto spesso, in questi anni, ha offerto di me un affresco parziale e incorretto che – altro che armadio! – mi ha incatenato definitivamente a una immagina pubblica che in nulla coincideva con quello che all’epoca credevo – e ora son certa – di essere? D’altronde, i genitori per costituzione non sanno nulla dei loro figli. La loro scienza si fonda su una complessa teoria di fantasie e virtù manipolative: novelli signori di La Palice che, un quart d’heure avant leur (o la mia?) morts ils étaitent encore en vie, sanno perfettamente che è sufficiente un dialogo appena accennato per pretendere di conoscere a fondo una persona e arrogarsi l’apostolato di predicarla ai posteri. Il mio non è rancore, ma stupore di fronte allo svelamento di una narrazione che fonda se stessa e la propria indubbia fortuna su una elaborata sofisticazione: non si fa altro che esaltare la centralità salvifica del bisogno (indotto) di giustizia come agente catalitico del processo di lutto (ne ha scritto anche, giusto l’anno scorso se non sbaglio, Giovanni de Luna, attorno alla “deriva vittimaria” della memoria storica italiana), ed ecco la capitolazione di fronte alla detonazione emotiva di una strumentalizzazione endotica ben riuscita. Un manifesto elettorale, la locandina di un film, un cratere sotto le mie ruote: ho dei ricordi nitidi di quella domenica. Il cromatismo della mia vicenda – quel giallo che ha virato una violenta

fine in leggendarietà urbana – non ha mai avuto funzioni svelative, ma soltanto connotative, della mia persona. Chi ha cercato la verità lontano dallo zenith del mio (trasfuso) folclore si è poi perduto nel nadir dei miei (presunti) segreti. Se il punto era la mia sorte e il piano di riferimento il mio vissuto, chi ha impedito la calibrazione di un azimuth soddisfacente? Una donna sola, una donna morta, una donna numero, famiglia nevrotica. La traslazione di un dramma e la perdita di senso. Una notte, una donna sola, non più giovane, non bella, in pigiama, nella sua casa, l’ultima notte prima di venire ammazzata. Un amante clandestino, un prestito ingente. Farmaci prima di dormire, disordine sospetto, rumori di passi, uno sparo attutito, poi silenzio e più niente. Una donna sola, triste e sofferente. Si muore in fretta e all’improvviso e muoiono i ricordi, insieme alla memoria. Muore il senso sotto le macerie di una domanda sbagliata e invasiva. Diciotto anni dopo, chiusa ancora in quell’armadio, un ululato cattivo infesta il mio vento come una rovina: «chi è stato?» mi grida. «Perché?» supplico io: è la mia preghiera. Rientro a casa alle otto di sera. Sono sola, il custode mi vede. Telefonate, pigiama e sonniferi. Chiudo a chiave la porta, prima di dormire. Il chi è la variabile più relativa. Il perché è la costante da scoprire. Scoprirlo subito e scoprirlo in fretta, perché si estingua la stoltezza.

ANTONELLA

Antonella Di Veroli, 47 anni, scompare nella notte tra il 10 e l’11 aprile 1994 nella camera da letto della sua casa di Monte Sacro, a Roma. Dopo due giorni di ricerche, viene ritrovata nell’armadio, sepolta sotto una risma di coperte e cuscini, con un sacchetto di plastica in testa: Antonella è stata ferita alla testa con due colpi di pistola, ma è morta di asfissia. Per nascondere il cadavere, le ante dell’armadio erano state sigillate con del silicone. L’ex amante clandestino della donna, sposato con figli, indiziato principale a causa di un prestito ricevuto e mai restituito, verrà scagionato nel 1998. Morirà nel 2003. Luca Carelli nasce a Bologna nel 1960. Negli anni ’80 scrive alcuni romanzetti gialli che per un fortuito errore di stampa cromatico vengono accolti dalla critica come noir. Nel 1986 viene condannato a 25 anni di carcere per banda armata e terrorismo. Non si è mai dissociato né pentito. È stato scarcerato nell’agosto del 2011. Per VERDE scrive brevi racconti ispirati a fatti recenti di cronaca nera.

http://www.youtube.com/watch?v=gv1ZR1W196I http://www.delittiimperfetti.com/forum/viewtopic.php?f=1&t=405 http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/impronta_del_killer_17_anni_ dopo_riaperte_le_indagini_sul_delitto_di_veroli/notizie/174144.shtml

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