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La leggenda del Monte Morissolo di verdefronda


La leggenda del Monte Morissolo di verdefronda


Sulla sponda piemontese dell'Alto Verbano e piÚ precisamente nel tratto fra Cannero Riviera ed Oggebbio, spicca maestoso il monte Morissolo proprio a picco sul lago con la sua notevole altezza di oltre 1300 metri. Di questo monte sono famose le opere militari, le gallerie e le trincee, la bellissima vista del lago nella sua quasi totale estensione e le ripide pareti rocciose. Nessuno però conosce una piccola leggenda nata proprio sulla sua cima in una imprecisata epoca. A quei tempi, alla base del monte nella piccola frazione di Cassino viveva un ragazzo di nome Gelsomino, un carattere sereno, dolce, romantico e dai modi semplici e sinceri. I suoi genitori non avrebbero potuto dargli un nome piÚ azzeccato, lui infatti


amava la natura in tutte le sue bellezze ma sopra tutto restava incantato dallo splendore dei fiori, dalle loro forme, dai loro colori, dalla infinita varietà esistente ed il suo preferito era il fiore del gelsomino. Forse perché ne portava il nome? Non è dato saperlo. Il ragazzo amava passeggiare per i boschi nella zona fra Cassino, Ponte, Barbè, Donego, Oggiogno ed ancora più sù fino all'Alpe di Ronno, seguendo mulattiere e sentieri in mezzo ad antichi boschi di castagno e che spesso sfociavano in punti panoramici dove si apriva alla vista la cristallina e luccicante acqua del lago con lo sfondo delle montagne di fronte, punteggiate dal bianco delle case di Luino e Porto Vatravaglia. A volte arrivava fin sulla cima del monte


Morissolo, molto piĂš arida e spoglia ma ricca di pareti rocciose e precipizi che incutevano un senso di maestositĂ , di grandezza e di arcane sensazioni. Una notte Gelsomino fece uno strano sogno, sulla cima del monte compariva una porta magica, la porta era chiusa, fissata a una parete rocciosa molto brillante, ricca di quarzo. Sull'arcata della porta c'era incisa una iscrizione resa quasi illeggibile dal tempo e dalle intemperie ma la scritta terminava con la parola "amore", forse era "porta dell'amore". L'uscio era di legno, chiuso con un chiavistello in ferro molto arrugginito ed i cardini erano fissati ad una parete rivolta a Nord e seminascosta da un grosso faggio. La notte successiva il sogno si ripeteva ma la porta era aperta, dentro era molto


luminoso ed un velo semitrasparente sventolava leggermente chiudendo la vista. Dall'interno si sentivano provenire dolci musiche ed ogni tanto si udivano anche canti e voci suadenti I sogni gli si fissarono nella memoria cosÏ intensamente che gli sembravano episodi realmente accaduti ed allora decise di salire sulla montagna per scoprire se quella porta esistesse veramente. Un mattino, si preparò dei panini da portare in viaggio, dato che voleva passare l'intera giornata a cercare la parete rivolta a nord nel versante a faggeto. L'aria era fresca ed il sole, ancora basso sull'orizzonte, rendeva frizzante la passeggiata fra i grossi alberi di castagno permettendogli di raggiungere senza fatica Donego e l'Alpe di Ronno.


Poi il bosco si diradava lasciando il posto alle grosse felci e la salita diventava sempre piÚ ripida seguendo il sentiero direttissimo che passa sul costone ad est del monte. Il costone è fatto a dossi e guardando in alto sembra sempre di vedere la cima e di essere arrivati ma ogni volta appare un'altra cima e poi un'altra ancora. Gelsomino però non si scoraggiava perchè il pensiero di trovare la porta magica gli infondeva tanta forza e tanto coraggio. Finalmente l'ultima cima era veramente l'ultima, il sole picchiava forte e Gelsomino sudava, la montagna lÏ, era completamente arida, non c'era neppure un fiorellino a rallegrarlo ma l'entusiasmo per la sua missione era invincibile. Il terreno sulla cima del monte era tutto cosparso di sterco di capre e Gelsomino


dovette pulire un dossetto roccioso per potersi finalmente sedere ed ammirare il panorama che lo circondava. Verso nord si potevano vedere le Alpi svizzere nel loro candido manto nevoso, verso est, appena sotto, Trarego e sul lago il grosso delta di Cannero Riviera. Pi첫 lontano sulla sponda opposta, si vedeva Luino e verso sud la lunga distesa sinuosa del Verbano, mentre a ovest Gonte, Piancavallo, la valle Intrasca e la val Grande. Lo scenario era molto bello, le membra affaticate si stavano lentamente riposando ma lo stomaco di Gelsomino cominciava a brontolare anche se ancora mancava mezz'ora al mezzogiorno. Forse era meglio estrarre i panini e cominciare a mettere qualcosa sotto ai denti e questo fu quello che fece il ragazzo non senza continuare ad


amnmirare lo spettacolo nel silenzio più assoluto, rotto soltanto dallo scampanellìo delle caprette che saltavano fra pietra e pietra brucando quella poca erbetta che spuntava fra i massi. Soddisfatto lo stomaco, Gelsomino cominciò a pensare dove avrebbe potuto essere la porta magica, i faggi sono solo sul versante nord-nordovest, quindi secondo il sogno, doveva essere solo in quella zona ma i faggi sono moltissimi e tutti abbastanza grossi e ciò non facilitava certo la ricerca. Il ragazzo si alzò e cominciò a girare alla ricerca di quella parete rocciosa di quarzo luccicante semicoperta dal grosso faggio. Passarono circa tre ore di affannose ricerche ma della porta magica nessuna traccia.


Gelsomino era completamente scoraggiato, cominciava davvero a pensare che i suoi erano soltanto sogni e che stava perdendo il suo tempo, però non era tempo perso perchè la bellezza della natura in quel luogo compensava largamente la sua delusione ed amarezza. Improvvisamente lo zoccolo di una capretta fece un suono argentino, diverso dagli altri rumori degli zoccoli sulle pietre, il ragazzo allora si diresse nella direzione da cui aveva sentito provenire il suono e si accorse che in quel punto la roccia cambiava aspetto e diventava piÚ chiara. Le radici intricate di un grosso faggio attirarono la sua attenzione, poteva essere quello il faggio del sogno, si avvicinò scosso da forte emozione, le gambe gli tremavano e gli occhi gli luccicavano, stava per fare una grossa


scoperta. Era stato davvero un sogno premonitore? Stava per scoprire un misterioso arcano? In quella roccia c'era effettivamente una porta ed era identica a quella del sogno con sopra la scritta "Porta dell'amore" ed era chiusa. Gelsomino percepiva strane sensazioni come se il luogo fosse abitato da esseri incorporei, si sentiva quasi attirato da qualcuno o da qualcosa e non sapeva cosa fare, rimase in quello stato per del tempo, anzi per molto tempo attendendo che quella porta si aprisse ma inutilmente, era sempre chiusa. Mancava poco all'imbrunire ed il ragazzo decise di tornare a casa in gran velocità prima che venisse buio e scendendo pensava che sarebbe tornato lÏ in un'altra occasione forse piÚ fortunata. Qualche giorno dopo Gelsomino ritornò


sulla montagna proprio là dove la roccia diventava chiara e sonora, c'erano ancora le caprette che saltellavano da un masso all'altro e c'era ancora la porta di legno pesante con il suo grosso chiavistello ed era ancora chiusa. Come l'altra volta il ragazzo avvertiva uno strano senso di attrazione e si sentiva leggero quasi come se una forza magnetica cercasse di alzarlo ed aveva sempre l'impressione di avere attorno qualcuno ma non vedeva nessuno. Decise allora di andare vicino alla porta e provò a bussare, non ebbe risposta, provò ancora a bussare ma inutilmente, nessuno sentiva la sua chiamata. Scoraggiato chiese ad alta voce "qualcuno mi sente?" ma nessuno rispose, eppure le presenze intorno a lui continuavano a muoversi. Dopo qualche tempo si rimise in cammino


per tornare a casa e intanto pensava "qualche giorno la troverò aperta quella porta, sono sicuro che la troverò aperta, tutte quelle presenze che sento quando sono là, di sicuro entrano ed escono, nel secondo sogno infatti era aperta e si sentivano musiche provenire da dentro". Tempo dopo Gelsomino rifece la scalata del monte, sempre con la speranza di trovare finalmente la magica porta aperta ma anche quella volta rimase deluso, solite presenze ma la porta chiusa. Lo scoraggiamento fece sì che per alcuni anni Gelsomino non risalisse più sul monte Morissolo e quasi stava scordando il suo sogno, perchè nel frattempo si era sposato e gli impegni della vita quotidiana non gli permettevano di fantasticare molto. Un giorno però si ricordò del sogno e


volle provare a ritornare nel magico posto, risalì con fatica la montagna ed arrivato sopra trovò la porta ancora chiusa. Negli anni successivi ritentò più volte ma la porta era sempre immancabilmente chiusa. Diventato ormai vecchio e solo, la moglie era morta pochi mesi prima, non volle darsi per vinto e ritentò l'impresa. La fatica per raggiungere la cima del monte fu grandissima ed il cuore sembrava che gli scoppiasse nel petto ma la sua forza d'animo ed il suo entusiasmo lo trascinarono fin sul posto. La porta era lì davanti a lui, la scritta era quasi cancellata dal tempo, il legno molto invecchiato ed il chiavistello ancora più arrugginito. Gelsomino voleva a tutti i costi entrare in quella porta, tirò il chiavistello e si


accorse che la porta era aperta, probabilmente era sempre stata aperta. Dall'interno uscivano musiche celestiali e canti e tutto era luminoso, Gelsomino entrò ma la sua vita era ormai finita, il suo cuore cedette e il suo corpo si accasciò proprio sulla porta.

FINE


Racconto di

Verdefronda

Musa ispiratrice

Iride

Edizione 2011


La leggenda del Monte Morissolo