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rivista vdbd numero tre

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Il Canto di Chiara di Paolo Perlini A scuola ci credevano fratelli e qualche insegnante confondeva i nostri nomi. Perché io e Luca avevamo la stessa pettinatura trasandata e anche lo stesso giubbotto a quadri. Se questo non bastasse, su come girava il mondo le nostre opinioni erano convergenti: rotolava male. Eravamo simili ma Luca aveva due cose in più di me: un sassofono e una sorella maggiore. A me interessava soprattutto il primo, a quei tempi non era da tutti suonare il sax. Suonatori di chitarre e bassi elettrici li trovavi dappertutto, anche negli oratori parrocchiali. Lui invece, aveva scelto questo strumento a proboscide ma non perché ne avesse una passione sfrenata, anzi, la prima cosa che mi disse fu piuttosto insolita. “E’ uno strumento di complicata gestione. Fa rimbombare le pareti e cadere i quadri. Devo suonarlo dentro l’armadio aperto”. Lui avrebbe preferito suonare dell’altro ma l’unico posto disponibile nella banda “Arrigo Boito” era proprio per questo strumento. All’inizio non la prese bene, ma poi, quando il sax divenne di moda e serviva addirittura per rimorchiare, se ne fece una ragione. “Per fortuna che il bassotuba e l’ottavino non erano liberi” disse una sera facendomi l’occhiolino. Aveva appena riportato a casa due ragazze, non una! E tutte due gli avevano dato appuntamento per il giorno dopo. Era mia intenzione provare un duetto con lui, un’improvvisazione con il pianoforte. “Guarda che non sono molto bravo ad improvvisare” mi disse. “Nemmeno io, ma non importa. Tu pensa a suonare qualche nota e io mi preoccupo delle altre”. Quindi un giorno venne a casa mia e provammo alcune musiche ma non fu facile trovare un’intesa. Da quel sax uscivano delle note così piene e compatte che sembravano rimbalzare tra le pareti della stanza. Per abbinare i due strumenti bisognava essere dei bravi musicisti e nessuno di noi lo era. “Sai, mia sorella canta” mi disse durante una pausa. “Interessante”. “Cosa intendi dire?” “Dico che è interessante il fatto che lei canti. Quando la fai venire?” “Veramente è lei che vorrebbe venire. Ha bisogno di imparare qualcosa e fare pratica”. Da quel giorno smisi con Luca e mi occupai di Chiara, che non suonava alcun strumento ma a dire il vero non ne aveva nemmeno bisogno. Le diedi un testo, qualche parola che avevo scritto su una mia composizione e le dissi: “Questa è la melodia, ascoltala e poi prova a cantarla”. Suonai due volte il pezzo e prima ancora di farle un cenno lei iniziò a cantare. All’inizio dovette sistemare un po’ l’intonazione, scaldare la voce, aggiustare il tiro ma più che altro sembrava studiare il pezzo. Sì, perché in alcuni punti sbagliava in un modo così grossolano che pareva appunto voluto. “Ora ce l’ho” mi disse dopo averla eseguita tre volte. “Riproviamo”. Ricominciai con i primi accordi e dopo poche battute si aggiunse la sua voce che adesso era incredibilmente diversa. Sulle note scendeva e risaliva come un aquilone, saltava, ci girava 41


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rivista vdbd numero tre by antonella pizzo - Issuu