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NUMERO 0 - INVERNO 2011

100%

OFF D.I.Y. LIBEERTA RA

Autoproduzioni, ucronìe, free speech & nerdologie.


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DALLA DITTATURA DELLA MATERIA AL FETICCIO DEL SUPPORTO. Berna, 1886 Convenzione di Berna. La Convenzione di Berna, per la protezione delle opere letterarie e artistiche, stabilisce per la prima volta il riconoscimento del diritto d’autore fuori dai confini della nazione di appartenenza. La suddetta è stata voluta da Victor Hugo, che forse aveva previsto il rifacimento in musical del Gobbo di Notre Dame di Cocciante, cosa che lo

accomuna a Manzoni, pure lui stronzo romantico, ferrato sulla preservazione dei diritti d’autore e a sua volta oltraggiato da un musical di Cocciante. Evidentemente lo sentivano che dovevano fare qualcosa per evitare lo scempio e l’arricchirsi del nano evasore Willow, però sono morti troppo presto e i loro diritti sono liberi. “Liberi” nel senso che non ha dovuto chiedere il permesso agli eredi dei due, per fare quello che ha fatto, poiché i diritti sull’utilizzo di un’opera hanno la durata di 70 anni dalla morte dell’autore (in merito alla durata del diritto d’autore vi consiglio di vedere The Disney

PROPRIETÀ INTELLETTUALE DIRITTO D’AUTORE NUOVE LICENZE

Trap – How copyright steals our stories di Monica Mazzittelli. Lo trovate su youtube.) «Negli anni novanta, stavano per scadere i diritti d’autore della Disney sul topo […] immaginati cosa sarebbe stato il mondo se avessimo liberato tutti quei topi e cenerentole? Te lo immagini? Potevamo usare il papero per la pubblicità senza pagare. Il papero sarebbe diventato l’eroe di un cartone animato porno e fottersi Pippo nella fattoria di Nonna Papera, o ammazzare quei mostri di Qui Quo e Qua. Il mondo non sarebbe stato più lo stesso, sarebbe stato un casino disneyano...»

NON SI PUÒ POSSEDERE CIÒ CHE NON HA UN CORPO. La covenzione di Berna serviva per normalizzare a livello transnazionale, tutto ciò che aveva a che fare con il concetto di proprietà intellettuale. Per essa s’intende un corpus eterogeneo che va dal diritto d’autore, ai brevetti, alla topologia dei semiconduttori (???). Ma parliamo di editoria... Manzoni, ad esempio si era ritrovato a dover fare causa a un tale Le Monnier poiché quest’ultimo aveva diffuso a cazzo una vecchia edizione dei Promessi Sposi (prima che venisse “sciacquata in Arno”). Il fatto è che ai tempi l’Italia, non era un’unica repubblica fondata sul lavoro precario, ma un casino di stati e staterelli che facevano quello che volevano (Devolution! Devolution!) e quindi i diritti d’autore dei Promessi Sposi avevano valore a Milano, ma non a Firenze o a Napoli e quindi, l’astuto Le Monnier prese una vecchia versione, decise di stamparla e metterla in vendita. Ci fu un processo e vinse Manzoni, ma sia lo scrittore-poeta-drammaturgo milanese, sia l’editore franco-fiorentino erano d’accordo su una cosa: Il concetto di proprietà letteraria è un concetto spurio, dal momento che solo le cose “corporali e limitate” possono appartenere a qualcuno. Non si può avere proprietà su oggetti immateriali, indefinitamente condivisibili. Si ha la proprietà sull’oggetto libro, fatto

di carta e inchiostro stampato e quindi stimabile in carta-moneta. Per quanto Manzoni fosse uno stronzo, la ragione che lo spinse a fare causa a monsieur Le Monnier era una giusta causa; Manzoni dopotutto si era autoprodotto un romanzo difficile (per i tempi), scomodo e rivoluzionario. Ci aveva lavorato per decenni e ci credeva così tanto che aveva deciso di sborsare di tasca propria i soldi per stamparlo, e nell’Ottocento, stampare un libro era una roba oltremodo costosa. Manzoni, in fondo era semplicemente scocciato dal fatto che qualcuno guadagnasse sul suo lavoro, non per il mancato ricavo e neanche per la diffusione incontrollata dell’opera. D’altronde, la firma di un contratto editoriale non dovrebbe essere altro che un accordo siglato tra l’autore e l’editore di esclusività e monopolio della RIPRODUZIONE e del COMMERCIO dell’opera. E infatti non ho mai capito perché un editore dovrebbe prendersi il 50% dei diritti d’autore per la trasposizione cinematografica di un’opera letteraria. Un regista, un produttore o uno sceneggiatore, vogliono trasformare l’idea e diffonderla attraverso un nuovo media e un differente linguaggio. Si tratta comunque di un’idea, della storia raccontata e non dell’oggetto che la contiene. Si tratta dunque di una sorta di tassa che

l’editore si piglia per concedere l’idea di un’altro ad un terzo soggetto e stiamo parlando del 50% non una roba simbolica del tipo: dopotutto se non ti avessi pubblicato, quel tal produttoreregista non avrebbe mai letto la tua storia e non gli sarebbe mai venuto in mente di farne un film....

LA DITTATURA DELLA MATERIA. Nel 1994 in Uruguay ci si è ritrovati e si è deciso di allargare la convenzione di Berna all over the world. La cosa era organizzata dal WTO (world trade organization) che si occupa di mercato e non di arte e/o cultura. E ciò che ne è emerso viene chiamato TRIPS ovvero trade-related aspects of intellectual property rights, che sta per “aspetti dei diritti di proprietà intellettuali attinenti al commercio”. E ribadisco COMMERCIO cioè lo scambio di merci in cambio di denaro. Se non ci sono soldi non c’è commercio. La proprietà intellettuale (termine orribile, ma è quello che abbiamo a disposizione) è qualcosa d’inviolabile che non ha bisogno di leggi e di convenzioni o di bollini del cazzo. Nel momento in cui scrivi un articolo, una poesia o un racconto, la tutela è automatica. Non c’è bisogno di marchiarlo con la temibilissima ©, non c’è bisogno di specificarlo. Nell’attimo in cui crei, quella cosa è tua e puoi rivendicarlo in ogni modo e in ogni dove. Sì, ok... devi riuscire a provarlo.

Puoi mandarti una mail, puoi mandarti una raccomandata chiusa e sigillata, oppure puoi... (vedi sezione IL FETICCIO DEL SUPPORTO). Ora, i diritti di un autore si dividono in: [dal sito della SIAE]. DIRITTI MORALI. I diritti morali sono assicurati dalla legge a difesa della personalità dell’autore e si conservano anche dopo la cessione dei diritti di utilizzazione economica. Essi non sono soggetti a termini legali di tutela. I principali diritti morali sono: • il diritto alla paternità dell’opera (cioè il diritto di rivendicare la propria qualità di autore dell’opera); • il diritto all’integrità dell’opera (cioè il diritto di opporsi a qualsiasi deformazione o modifica dell’opera che possa danneggiare la reputazione dell’autore); • il diritto di pubblicazione (cioè il diritto di decidere se pubblicare o meno l’opera);

DIRITTI PATRIMONIALI (o di utilizzazione economica) I principali diritti di utilizzazione economica dell’opera sono: • diritto di riproduzione: cioè il diritto di effettuare la moltiplicazione in copie dell’opera con qualsiasi mezzo; • diritto di esecuzione, rappresentazione, recitazione o lettura pubblica dell’opera: cioè il diritto di presentare l’ opera al pubblico nelle varie forme di comunicazione sopra specificate; • diritto di diffusione: cioè il diritto di effettuare la diffusione dell’opera a distanza (mediante radio, televisione, via satellite o via cavo, su reti telematiche, ecc.); • diritto di distribuzione, cioè il diritto di porre in commercio l’opera; • diritto di elaborazione, cioè il diritto di apportare modifiche all’opera originale , di trasformarla, adattarla, ridurla ecc..


2 Tutti questi diritti permettono all’autore di autorizzare o meno l’utilizzo della sua opera e trarne i benefici economici. L’autorevole © blinda l’utilizzo e la diffusione dell’opera. L’auterevole ©, da tutela autoriale, è diventata un’arma in mano ai produttori di supporti e tutto si è incasinato, come in un brutto viaggio sotto lsd in cui non si distingue più l’idea dal supporto. Ma se la diffusione di un’opera non costitituisse alcun tipo di beneficio economico? Un autore firma un contratto e accetta una sorta di monopolio da parte della casa editrice (etichetta discografica o.) per la riproduzione su supporto e la commercializzazione dello stesso. La casa editrice (etichetta discografica o.) attraverso l’autorevole ©, si arroga il potere del controllo totale sull’opera. Cosa che succede quando si condivide qualcosa sul web, per esempio? L’opera vive senza un supporto. L’idea senza un corpo. E in questa cosa, il produttore di supporto non c’entra un cazzo. È una roba tra l’autore e il fruitore. Punto. La convenzione di Berna serve e i BAD TRIPS servono per regolarizzare gli aspetti dei diritti della proprietà intellettuale attinenti al commercio. Cioè se vuoi vendere le tue idee o quelle degli altri, ci sono delle regole e non c’è nulla che non va in questo... ma se non c’è supporto, non c’è costo. Se non c’è costo, non c’è denaro e non c’è mercato. Tu carichi l’opera del tuo ingegno on line e può arrivare a milioni di persone... Transustanziazione digitale. C’è una roba che accomuna gli anarchici e i liberisti. Gli artisti e gli economisti. Imbrigliare (qualsiasi cosa)

vuol dire soffocarla. Lo diceva l’americano Benjamin R. Tucker per il quale «dalla giustizia e dalla necessità sociale della proprietà delle cose concrete abbiamo erroneamente desunto la giustizia e la necessità sociale della proprietà delle cose astratte – cioè la proprietà nelle idee – con il rischio di annullare in larga e deplorevole misura quella caratteristica fortunata delle cose in circostanze non ipotetiche ma reali – cioè la possibilità incommensurabilmente fruttuosa, per un numero qualsiasi di persone, di usare nello stesso tempo le cose astratte in un qualsiasi numero di luoghi diversi» Grazie alla tecnologia e al web, ciò che sognava Tucker è diventato realtà. Il web è quel non luogo ideale e meraviglioso di scambio a costo zero di idee e opere. Io credo che pure Alessandro Manzoni sarebbe stato un dannato geek e avrebbe messo a disposizione la propria opera on line, perché quando uno scrive vuole essere letto, e più ci crede, più sarà intenso lo sforzo per arrivare al maggior numero di persone. Che è come dire, liberi dalla dittatura del supporto (coi suoi relativi costi di produzione e diffusione) grazie al web, l’uso (senza fini di lucro) di un’opera dovrebbe essere libero. Ma non è così. Analizziamo un caso in particolare. Una roba che rende MILIARDI di persone colpevoli di furto agli occhi dei guardiani del copyright. Sappi, che anche tu ti sei macchiato di quest’ignobile colpa ogni volta che strafatto di glucosio (durante l’infanzia) o ebbro di alcol (right here, right now) hai cantanto

in modo stonato e sgraziato happy birthday to you al tuo amico del cuore. Sì, perchè Happy birthday to you è tutelata da un blindatissimo diritto d’autore, in quanto è stata scritta dalle sorelle Hill che l’hanno depositata e, secondo la logica del copyright, non diventerà di pubblico dominio (in Europa) fino al 2016!!! Ciò sta a significare che se fai un film, non puoi inserirla nella sceneggiatura (e infatti si canta “perché è un bravo ragazzo” che evidentemente non è stata registrata). Se riprendi il compleanno di tuo figlio, non puoi caricare il video on line (non potresti comunque, neanche in buona fede perché, in modo ossessionato dalla pedolfilia, non potresti riprendere o fotografare i figli altrui senza il loro permesso scritto). Se vuoi riprendere il saggio di ginnastica ritmico-artistica in cui tua figlia balla una canzone di Lady Gaga e hai intenzione di metterlo su YouTube, sappi che YouTube potrebbe rimuovere il tuo video, perché Lady Gaga e tutto ciò che esce dalla sua bocca è di proprietà della Interscope. Ma dirai: io non ci guadagno un cazzo dal condividere on line il compleanno di mia figlia, il copyright non dovrebbe regolare lo sfruttamento economico delle canzoni di Lady Gaga? Il cazzo. Il produttore di supporto e il distributore di supporto Interscope, coi suoi guardiani del copyright (avvocati) dicono che tu non puoi usare quella canzone se non paghi. Fanculo a Tucker, fanculo a Proudhon. Il copyright non ti farà usare la canzone di Lady Gaga per il saggio ginnico di tua figlia fino a 70 anni dopo la morte di Lady Gaga, ok?!?!

reale e dopo da ciò che leggiamo, vediamo, ascoltiamo. T.S. Eliot era uno che, nei suoi componimenti, citava interi pezzi di poesie dell’antica grecia e li inseriva nella Londra proletaria dell’inizio del Novecento. Il primo verso di Bloody Revolution dei Crass e quello di Revolution dei Beatles. L’intera opera di Quentin Tarantino e un costante omaggio (scopiazzatura) al cinema di genere italiano e asiatico. Quello che voglio dire è che, cazzo... mi sembra folle pensare di poter blindare le opere dell’ingegno. È assurdo poter pensare di mettere una merda di codice a barre sulle idee. Quando qualcuno crea, dona qualcosa agli altri. Ogni singola canzone (anche quelle più schifose) entra a far parte di qualcosa che pomposamente può essere definito patrimonio

dell’umanità. Il signor Lessing (fondatore delle licenze Creative Commons, di cui parleremo a breve) dice: «Chi riceve un’idea da me, riceve una conoscenza che non toglie nulla alla mia, così come chi accende la sua candela con la mia si fa luce senza per questo lasciarmi al buio. Che le idee circolino liberamente, una dopo l’altra, in tutto il mondo, perché gli uomini possano a vicenda trarne istruzione morale e miglioramento personale, senza negare un fatto voluto espressamente da una natura benevola, che le ha fatte come il fuoco, libere di diffondersi ovunque senza perdere in nessun punto la propria intensità [...]. Le invenzioni non possono dunque, per loro natura, essere soggette a un regime di proprietà».

I POETI MORTI. Thomas Stearn Eliot diceva che non si possono scrivere poesie decenti dopo i 25 anni. Cioè che tutto quello che è genuino e spontaneo si esaurisce ad un quarto di secolo di esistenza, nonostante questo ha scritto poesie fino alla morte... come ha fatto? Grazie ai poeti morti. T.S.Eliot scriveva: «La tradizione non si può ereditare, e se la si vuole la si deve conquistare con grande fatica. Essa implica, in primo luogo, il senso storico, che è pressoché indispensabile per chiunque voglia continuare a dirsi poeta dopo i venticinque anni. E il senso storico [...] costringe un autore a scrivere non solo insieme alla propria generazione, di cui egli è la concreta incarnazione, ma lo spinge a scrivere anche con la sensazione che l’intera letteratura europea a partire da Omero (e in essa tutta la letteratura del proprio paese) ha una esistenza simultanea e compone un ordine simultaneo. [...] Non c’è poeta, non c’è artista di nessun’arte, che abbia un significato compiuto se preso per sé solo. La sua importanza, il giudizio su di lui, è il giudizio del suo rapporto con i poeti e gli artisti del passato. Non è possibile valutarlo da solo; bisogna collocarlo, per giustapposizione e confronto, tra i morti. […] quel che accade quando si crea una nuova opera d’arte, è qualcosa che accade contemporaneamente a tutte le opere d’arte che l’hanno preceduta. I monumenti esistenti compongono fra di loro un ordine ideale, che si modifica con l’introduzione tra essi della nuova (veramente ‘nuova’) opera d’arte. L’ordine esistente è in sé completo prima che arrivi l’opera nuova; perché l’ordine persista dopo la comparsa della novitas, l’intero ordine deve essere, sia pur in misura minima, alterato. E così i rapporti, le proporzioni, i valori di ogni opera d’arte si correggono rispetto all’insieme.» In poche parole: nessuno scrive o crea qualcosa di completamente nuovo. Tutto è frutto di un’elaborazione di influenze che, prima dei 25 anni vengono generalmente tratte dalla vita


3 Qundi facendo un po’ di ordine: Si parla di idee, si parla delle loro diffusione, si parla del loro commercio. E sono tre cose differenti. Pensa, Racconta, Vendi. In un certo senso, se non ci fosse di mezzo un supporto (che implica dei costi da recuperare), le idee e le storie dovrebbero essere libere. Cosa vuol dire? Che se nell’Ottocento fosse esistito internet e Le Monnier avesse messo in rete una versione dei Promessi Sposi, solo con l’intento di diffondere l’opera, senza costi e senza guadagni, Manzoni non gli avrebbe MAI fatto causa. Perché? Forse perché gli artisti del passato erano senza dubbio egocentrici, ma di certo meno avidi di quelli di oggigiorno. Dal sacrosanto diritto di guadagnare per ciò che si fa, si è intrapresa una lotta su ciò che non esiste ed è incalcolabile, ovvero il mancato guadagno. Sì, perché ogni roba scaricata è una copia acquistata in meno, dicono. (A parte che non è vero, tipo che io mi sono scaricata tanta di quella merda per cui non avrei mai speso un centesimo, tipo Amy Winehouse). Inoltre, il singolo fruitore, colui che scarica, non ci guadagna un cazzo dallo scaricare. Semmai non spende e qui si torna alla differenza tra ciò che è mercato e non lo è. Non si può fare un processo alle intenzioni o alle mancate azioni. Non puoi accusare di furto qualcosa che non possiedi ancora. E allora? Come si fa in fin dei conti a mettere in ordine questo delirio e mettere d’accordo tutti? Fruitori scettici, artisti egocentrici e avidi produttori di supporti?

IL FETICCIO DEL SUPPORTO. Pensiamo ad un mondo meraviglioso in cui, l’arte e la cultura sono liberi il cui utilizzo è determinato da una semplice dicitura dell’autore. Senza intermediari e senza bollini. Io, per esempio, autrice di questo articolo decido se voglio che sia di pubblico dominio oppure che possa essere ricopiato, fotocopiato o diffuso liberamente a patto che non ci sia un intento lucrativo. Io, autrice, decido se puoi prendere questo articolo e farlo diventare una canzone (???) senza che tu mi chieda il permesso, perché io il permesso te l’ho già dato. Questa cosa si può fare grazie alle sei licenze CREATIVE COMMONS. Nel momento in cui tu crei un’opera, determini l’utilizzo che gli altri possono farne. Dall’attitudine blindata del copyright (TUTTI i diritti sono riservati), puoi decidere quali diritti vuoi rivendicare e quali a cui vuoi rinunciare (alcuni diritti riservati). Sul sito Creative Commons ci sono una serie di video esplicativi molto semplici, che ti fanno capire tutto quello che c’è da capire. Ok, va bene, fin qui è tutto bello e molto teorico, ma se esiste il diritto d’autore e se esiste un’industria dell’arte e della cultura, è per evitare quel fenomeno antipatico conosciuto come mecenatismo che imbriglia la creatività... e poi vuoi mettere l’emozione che ti dà l’odore della carta e sfogliare un libro. Ti ricordi il brivido di eccitazione che provavi a scartare un cd nuovo? E come guardavi la torretta che cresceva e cresceva, di mese in mese... E l’artista? Dopotutto deve pure mangiare. Povero... È vero, ma a parte che ho trovato sempre brutti i cd, credo che i fruitori di arte e cultura, dovrebbero smettere di pensarsi come “consumatori” e provare a ripensarsi come “collezionisti”. E se il supporto stesso fosse una forma d’arte? Abbiamo lettori MP3 per ascoltare la nostra musica, abbiamo (avremo, io ce l’ho ed è fico) supporti per leggere e-book e possiamo scaricare i film e, collegando un cavo ethernet al pc, guardarlo direttamente in televisione. Tutto ciò che concerne l’uso e la fruizione quotidiana di arte e cultura (o anche intrattenimento) è comodo, facile e gratis. Credo che l’industria del supporto allora, dovrebbe concentrarsi sulla qualità dell’oggetto. Abbattere i costi di produzione del supporto è inutile, in quanto non è possibile competere con l’assenza di costi del prodotto virtuale. Se ho accesso a qualcunque cosa voglia gratuitamente, perché dovrei comprare un brutto libro tascabile senza la minima cura editoriale? Perché dovrei acquistare un brutto cd di plastica? Perché noleggiare (a costi esorbitanti) un film per poi restituirlo dopo pochi giorni? Se leggo (virtualmente)

un libro e questo libro mi soddisfa qualitativamente mi verrà spontaneo acquistarlo. Se vedo (dopo averlo scaricato) un bel film, mi verrà automatico comprarlo e magari cercare un bel dvd, con tanti contenuti extra, ed una bella confezione da mettere ben in mostra nel mio archivio domestico. Il vinile! Sono troppo giovane per aver avuto l’onore di usufruire del vinile, ma ricordo quelli di mio padre e vedo che sono ancora lì... mostrati con fierezza. I miei cd (che ho amato, venerato) sono in una cazzo di scatola dell’ikea in una libreria dell’ikea. La metà delle copertine sono rotte. Non c’è un cd che sia nella custodia giusta. Sono rigati. Pieni di polvere. Gli ho ascoltati così tanti che li ho consumati. Per un bel film, per un bel libro, per un bel cd sarei disposta pure a spendere qualche soldino in più e avere un supporto di qualità. Bello da vedere, da toccare, da conservare. In macchina continuerò ad usare la mia chiavetta usb del cazzo, ma in casa, sulla mensola più illuminata ci sarà un meraviglioso vinile. Leggerò libri con il mio cybook, ma quelli che più mi hanno colpito, li comprerò e pretenderò una cazzo di introduzione e non voglio vedere neanche un refuso. Voglio della bella carta (a impatto zero) e una copertina come quelle dei vecchi libri, rigida con le letterine incise in oro. Il supporto non dovrebbe essere più un bene di consumo, ma esso stesso un’opera d’arte. Qualcosa che in sé reca fascino e preziosità. Sia mai che poi diventi pure un sistema premiante e meritocratico per le robe fatte bene. (Avete mai visto quanta merda c’è tra l’usato di blockbuster? O quanti libri di Aldo Busi e Margaret Mazzantini si trovano nei cestoni dei libri usati dei mercatini?)

CONCLUSIONE. • Alle idee non si può applicare il concetto di proprietà privata. • Il diritto d’autore dovrebbe tutelare SOLO l’utilizzazione economica delle idee, attraverso la produzione e la vendita di un supporto che le contenga. • Il diritto d’autore, da tutela per chi crea è diventato un’arma per chi detiene i diritti patrimoniali di un’opera. • Il web svincola le idee dal loro supporto, rendendo desueto e contraddittorio il copyright (tutti i diritti riservati). • Le idee, private del supporto fisico, dovrebbero essere libere di circolare, di essere manipolate, rielaborate e usate per creare altre opere. • Le licenze Creative Commons regolano l’utilizzazione delle opere senza necessità d’intermediari. L’autore comunica direttamente cosa si può, e cosa non si può fare della propria opera. • La produzione di supporti dovrebbe puntare sulla qualità e conversare, non più con dei conusmatori di massa, ma con dei collezionisti consapevoli.

Barbra streisand


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CATWOMAN VS. CATWOMAN “Pronto?” “Sì, pronto?” “Ciao, chi sei?” “Ciao Patience, sono Eva.” “Allora Eva, per cosa chiami: amore? Lavoro?...” “Vorrei sapere se il mio ex tornerà da me.” “Va bene Eva, che segno sei?” “Gemelli.” “Quanti anni hai?” “Quarantatré.” Patience Phillips prese le prime cinque carte del mazzo che teneva tra le mani, le dispose sul tavolo davanti a sé in modo che formasse un semicerchio, una per volta, da sinistra verso destra le mise sul dorso, le consultò per qualche istante, poi guardò dritto dentro la telecamera e con serietà estrema sentenziò: “Mi dispiace, Aldous non tornerà.” “Come fai a sapere che si chiama Aldous?!” “Cara Eva a volte le carte sono come geroglifici, hanno bisogno di tempo per essere interpretate correttamente. Altre volte invece, come in questo caso, rivelano molto già alla prima lettura.” “Allora dimmi: resterò per sempre sola o...” “No, molto presto farai un viaggio...” “È vero!” “Durante questo viaggio incontrerai un uomo dolcissimo, vi amerete da subito.” “Davvero?! E sarà per sempre?!” “Questo non so ancora dirtelo. Per queso dovresti venire al mio studio. Va bene cara?” “Va bene Patience! Grazie!” “Grazie!” “Grazie a te. Ciao, a presto!” Questa telefonata era una farsa. “Pronto?” Un amo con un grosso verme lanciato nell’etere. “Ciao Patience, sono Bob, ho trentaquattro anni, sono del segno dei Pesci e vorrei sapere a ottenere una promozione.” Qualcuno avrebbe abboccato. “Che lavoro fai Bob?” Era provato. “Sono un grafico pubblicitario” “Va bene, vediamo un po’ cosa ci dicono le carte...” Ogni domenica mattina dalle 12 alle 13, Sentieri Astrali - il futuro scorre tra le mani di Patience Phillips (Cartomante Sensitiva Astrologa) andava in onda su una piccola, ma agguerrita emittente televisiva: la 3Keys TV. Durante ogni trasmissione due telefonate truccate (nel gergo dello staff dette I e II Guida) venivano inserite tra le prime e le ultimissime chiamate per incoraggiare i telespettatori a comporre l’888-765765, oppure l’888-765764*. “Le carte dicono che dovrai aspettare ancora un po’. Stiamo parlando di sei, otto mesi. Forse anche un anno.” La I Guida serviva a stimolare i telespettatori a seguire, ed eventualmente intervenire nel programma in corso. “Così tanto?! Ma poi ce la farò, vero?!” La II Guida ad agganciare chi si fosse messo in ascolto a trasmissione quasi conclusa. “Purtroppo al momento le carte non mi dicono altro. Per avere informazioni più precise dovresti passare dal mio studio. Ok, Bob?” Il resto del lavoro lo avrebbero svolto le due centraliniste durante le due ore, due ore e mezza successive. “Ok, ci penso. Grazie Patience. Buona domenica.” “Buona domenica anche a te Bob!” L’accordo con la società telefonica So FAST So GOOD So WELL era solo un piccolo aspetto della truffa ideata da Patience Phillips dicianove

mesi prima. “Dalla regia mi fanno cenno che non c’è più tempo per altre telefonate. Per ciò cari amici, vi ricordo che per venire al mio studio basta chiamare uno dei due numeri in sovraimpressione.” Il meccanismo veramente diabolico della faccenda scattava quando qualcuno particolarmente bisognoso di certezze fissava, per il tramite di Judy o Cintia, un appuntamento con Patience. “Avete due ore a partire da adesso.” Tra una consultazione ed un’altra venivano fatte passare almeno un paio di settimane. “Va bene, amici?” Il tempo necessario all’investigatore privato Thomas Wyndorf (inserito nel libro paga sotto la voce “aiuto regia”) di trovare tutte le informazioni indispensabili per rendere assolutamente credibili i cosiddetti Poteri della Cartomante Sensitiva Astrologa Patience Phillips. “Vi auguro una settimana di una straordinaria serenità. Ciao, a presto!” Il doratissimo sole nascente su un prato di margherite alle spalle di Patience implose da prima in un puntino bianco, subito dopo, svanito anche quello, in una schermata vuota, nera. Dal cassetto centrale della scrivania Patience estrasse un posacenere di cristallo del Philips Morris Hotel ed un pacchetto di Gauloises Rosse. Lo aprì, lo fissò con sguardo vacuo per una manciata di secondi, poi lo riuschiuse e, facendogli tracciare nell’aria un arco invisibile, lo gettò accanto al telefono. Era stanca di tutto. Dov’era finito quel leggero brivido di sadismo che il raggiro degli scarti dell’umanità sapeva darle? Dove l’eccitazione nel rubare un’opera d’arte, come la volta in cui riuscì a sottrarre Angoscia ai ladri, che solo undici ore prima l’avevano a loro volta magistralmente trafugato dal Munch Museum? Come tutti gli esseri dall’animo estremamente inquieto, anche lei aveva bisogno ogni giorno di qualcosa di nuovo, di qualcosa di diverso per andare oltre... Quasi con furia Patience Phillips riprese in mano il pacchetto di Gauloises, lo aprì, ne estrasse una afferrandola con i denti, si fece scivolare l’accendino sulla mano libera, mise giù il pacchetto e accese la diciottesima sigaretta del giorno. A quel punto il suo cellulare vibrò una, due, tre... “E adesso chi è?!” Cinque, sei... “Va bene va...” Otto, nove volte. “Che vuoi Parker?” “Non sono Peter, sono Bruce. Soltanto perché sul display ha lampeggiato il suo nome non significa che debba essere per forza lui...” “Wayne, hai chiamato per rompere il cazzo così, in generale, o avevi qualcosa in particolare per stressarmi subito dopo il lavoro?” “E quello me lo chiami lavoro?” “Per te, come si definisce un’attività che viene svolta unicamente perché in cambio si ricevono dei soldi?” “Ma come, fino a nemmeno un mese fa ti dicevi entusiasta del tuo spettacolino. Cos’è, gli affari

cominciano ad andare male?” “Finché la massa resterà così com’è, cioè rozza e spaventata, lavori come il mio non potranno che andare più che bene. Il fatto è che mi annoio terribilmente. I soldi, come il sesso, come qualsiasi altra cosa, non contano poi molto, almeno finché ce n’è in abbonadanza... Comunque, il motivo?” “Che motivo?” “Il motivo per il quale hai chiamato, Wayne!” “Giusto, giusto.” “Il motivo è che abbiamo organizzato una festa qui da Peter per inaugurare la sua nuova casa.” “Una baracca galleggiante può essere chiamata casa?” “Ma va, guarda che non è messa poi così male, certo bisogna lavorarci ancora un po’, però...” “E per quando sarebbe?” “È per stasera.” “Per stasera ho già un altro appuntamento. Dirlo prima, no?” “Dai porta anche lui...” “Chi ti dice che sia un lui?” “Allora porta anche lei, dai, ci saranno tutti.” “A che ora?” “Dalle 10:30 in poi.” “Mmmh... va bene ci vengo. Molo 72, giusto?” “Perfetto.” “Niente è perfetto. A dopo.” Non appena rientrò in casa, Patience Phillips preparò la vasca idromassaggio, si spogliò, ma non appena mise il primo piede nell’acqua scossa come da una scarica elettrica, si bloccò, come in trance tornò nella camera da letto, frugò nel cassetto più in basso del comodino tra il letto e la finestra, ne estrasse una vecchia Remington, ci infilò un caricatore si sedette sul bordo del letto appoggio la bocca gelida della pistola alla tempie e fece fuoco. Morì. Resuscitò. Fece di nuovo esplodere un colpo, sempre alla testa. Rimorì. Riresuscitò. Per sei volte premette il grilletto poi, finiti i colpi disponibili, si gettò la pistola alle spalle, e come se nulla fosse, pensando solo sì, ci si stanca anche di questo, salì sul davanzale della finestra, chiuse gli occhi e si lascio andare incontro al traffico congestionato. “Che cazzo fai, Parker?!?” “Volevo assicurarmi che saresti venuta al mio party...” “Stai violando il mio diritto a farmi fuori.” “È arrivato il momento che tu mi renda il favore che mi devi.” “Appena atterriamo ti taglio la testa.” “Appena torniamo su, vorresti dire. Con quelle cicatrici sei impresentabile.” “Ti ammazzo!” “Dai andiamo, così ti spiego...” “Ti distruggo! Bastardo maledetto, ti distruggo!” “Come dice il mio maestro di decoupage: sì, sì les jeux sont fucking faits.” (* 99 Cent/€ al min. + iva)

Oliver Twisted


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ROBE SOFTWARE AUTOPRODOTTI PER UNA CARRIERA NEL D.I.Y. D.I.Y. INTERVISTA A RICCARDO GEROSA Benché sia relativamente giovane, l’informatica è ormai una parte essenziale della vita di tutti. Direttamente o indirettamente influenza il lavoro, il tempo libero e tanto altro, ma spesso viene vista come qualcosa di oscuro e lontano dalla vita reale. Il mondo informatico spesso viene spesso associato a non meglio precisati “esperti”, scoraggiando la persona comune dal provare ad utilizzare un PC per qualcosa che vada oltre ad uno sporadico passatempo. C’è chi ne ha fatto una passione quando ancora il computer non era così diffuso, e ha esplorato i campi in cui potesse essere addirittura lo strumento definitivo per supportare le proprie capacità e conoscenze provenienti dai campi più disparati. Parliamo oggi con Riccardo Gerosa, che è forse la voce più adatta per spiegare come una persona ricca di curiosità inventiva e voglia di fare da se, possa sviluppare le proprie passioni tramite l’uso di uno strumento tanto eclettico quale il computer. D: Comincia pure con il presentarti a chi sta leggendo, magari dando alcune coordinate su di te come persona, tanto per far capire meglio chi sei prima di parlare di ciò che fai. R: Mi chiamo Riccardo (ma mi conoscono anche come Gero, h3r3 o Here), ho 31 anni e, riassumendo, sono uno a cui piace giocare con la tecnologia, soprattutto quando si tratta di utilizzarla per creare qualcosa. Si può dire che ho sempre fatto del DIY in vari campi che fondono informatica e creatività. Mi sono occupato soprattutto di programmazione, ma anche di computergrafica, musica elettronica e fotografia digitale. È un settore molto vasto ed in continua evoluzione, non finisco mai di osservare come gli avanzamenti tecnologici aprano nuove opportunità in ambito artistico. Questa passione l’ho portata avanti nel tempo libero, ma ha determinato anche il percorso dei miei studi e poi della mia professione, infatti sono laureato in informatica e mi occupo di sviluppo di software. D: Adesso che sappiamo qualcosa di te, sarebbe

sicuramente interessante conoscere qual è stata la prima scintilla che ti ha avvicinato a ciò che poi sarebbe diventata una passione così importante quale programmazione. C’è stato un evento particolare o è stato qualcosa che hai ritrovato quasi naturalmente nella tua vita? R: Non mi sembra che ci sia stato un momento preciso ma sicuramente l’arrivo del primo computer in casa mia, un Commodore 64, fu per me un evento epocale. Avevo circa 7 anni, e quando lo vidi fui incuriosito dal testo sullo schermo, dai suoni e dai colori. Volevo assolutamente scoprire a cosa servisse e come funzionasse. Probabilmente la mentalità che mi ha guidato e mi guida tuttora è nata ancora prima... giocando con il Lego. Per me programmare è come prendere dei mattoncini di Lego e metterli uno sopra l’altro per costruire qualcosa, avendo spesso solo una vaga idea di quello che sarà il risultato finale, ma sapendo che l’atto stesso di costruire mi darà nuove sfide da affrontare e nuove soddisfazioni. D: Negli anni hai creato o partecipato a parecchi progetti, anche molto differenti tra di loro per quanto ne riguarda l’ambito... Web, demo-scene, grafica, musica sono solo alcuni campi. Puoi fare un veloce elenco di quelli ai quali sei più affezionato o che comunque ritieni più importanti per te e il perché hai scelto proprio quelli? R: Uno dei miei primi progetti che ebbe una qualche utilità risale agli anni del liceo, e si chiamava “Bollettometro”. Era un piccolo programma gratuito che permetteva di tenere sotto controllo le spese di connessione ad internet. Ebbe una discreta diffusione e venne anche allegato ad una rivista, ma poi con l’avvento delle tariffe Flat e dell’ADSL questo tipo di programma non fu più necessario. Ricordo con piacere questo programma, perché fu il primo software che realizzai ad essere utilizzato da molte persone.Parallelamente agli studi universitari mi occupai invece di un software musicale Open Source chiamato Knack. Poiché avevo iniziato a suonare in un gruppo mi venne l’idea di provare a creare io stesso un programma che producesse i suoni utilizzati dalla mia tastiera. Lavorai a questo software nei ritagli di tempo per diversi anni, ed aggiunsi anche la possibilità di produrre suoni utilizzando una tavoletta grafica. Fu divertente osservare le reazioni della gente ad uno strumento così fuori dal

comune quando la utilizzai dal vivo nei concerti. Un capitolo molto importante, relativamente ai miei progetti informatici, fu sicuramente quello relativo alla demoscena. Venni a contatto con questo mondo quando avevo all’incirca 18 anni. Fu un periodo ricco di esperienze nuove e mi permise di conoscere gente in gamba e fuori dal comune. D: Non credo che in molti sappiano cosa sia la demo-scene, potresti magari presentarla brevemente a chi non la conosce? R: La demo scene (o demoscena italianizzando) è l’insieme delle persone e degli eventi che sono in qualche modo legati alla produzione di “demo”. Una demo è un programma per computer che mostra una serie di effetti grafici ed animazioni accompagnati da musica. Per certi versi una demo somiglia ad un videoclip musicale, ma con una grafica che è totalmente generata dal computer, ha quindi una aspetto che è tendenzialmente più simile a quello dei videogiochi che a quello di un film o di un cartone animato. Ci sono demo che mostrano scene 3D che raccontano una storia e altre che mostrano effetti grafici astratti. La scena demo è un fenomeno abbastanza underground, nel senso che non è molto conosciuto al di fuori dal gruppo di coloro che ne fanno parte. È un ambiente che non ha mai raccolto interesse al di fuori di un ristretto gruppo di appassionati, forse anche perchè non è mai stato pubblicizzato quanto meriterebbe. Inoltre una demo è un po’ più difficile da fruire rispetto ad altre espressioni artistiche perché richiede di andare su un sito, scaricare un file, scompattarlo e lanciarlo su un computer che abbia le caratteristiche adeguate. La demoscena esiste più o meno da quando hanno iniziato ad esserci dei computer ad uso personale. Le primissime demo erano realizzate da ragazzi affascinati dalle capacità di questi primi computer. Internet non esisteva ancora, e quindi vennero a crearsi delle comunità geograficamente ristrette di ragazzi che si scambiavano dischetti, o che chiedevano ai negozianti di computer di mettere i propri lavori sui computer esposti in negozio. Era una vera propria sfida a chi riusciva a creare l’effetto più spettacolare e a superare tutti gli altri in quanto a complessità e qualità della grafica o della musica. Sul finire degli anni 80, nel periodo in cui iniziò a diffondersi l’Amiga, le demo iniziarono ad essere utilizzate anche come animazioni introduttive di giochi e programmi piratati, in questo modo ebbero la possibilità di diffondersi e di diventare un fenomeno più diffuso e conosciuto. Infine, con l’arrivo di Internet, la scena poté finalmente diventare un fenomeno globale. Oggi le demo vengono create da gruppi di ragazzi sparsi in tutto il mondo, che collaborano e si scambiano informazioni e codice attraverso la rete. Ogni anno vengono organizzati dei “demo-party” ovvero degli eventi in cui i diversi gruppi portano le loro produzioni, le quali vengono proiettate su maxischermi davanti a centinaia di persone. Le migliori demo vengono poi valutate e premiate. Purtroppo in Italia la scena demo ha sempre avuto una diffusione limitata. Negli anni 80 e 90 c’erano diversi gruppi attivi, alcuni dei quali ebbero anche un discreto successo. Oggi credo che gli “sceners” ancora attivi, in Italia, si possano contare sulle dita di una mano, a differenza del nord Europa, in cui continuano ad esserci nuove produzioni e demo-party. D: Da questa spiegazione è facile vedere


6 quanto sia importante il legame tra lo strumento “informatica” e i concetti di DIY e di collaborazione, proprio tra persone che sviluppano insieme un progetto utilizzando ognuno il proprio talento in ambiti differenti (musica, grafica, programmazione...). Trovi che questa esperienza abbia avuto un ruolo così importante anche per te? R: Proprio l’esperienza nella demoscena fu per me molto istruttiva da questo punto di vista. Venni a contatto con la scena nel ‘98, grazie ad alcuni articoli pubblicati su una rivista sui videogiochi (TGM) e a degli amici che avevano già visto alcune demo. Iniziai quindi a frequentare delle chat su Internet, in cui conobbi alcuni scener italiani. Per me fu una rivelazione, perché già per conto mio realizzavo effetti grafici, senza sapere che molti altri avevano la mia stessa passione. Nel giro di poche settimane già facevo parte di un gruppo ed iniziai a lavorare ad una demo insieme a ragazzi che abitavano a centinaia di chilometri di distanza e che non avevo mai incontrato di persona. Rimasi colpito dalle capacità e dalla dedizione dei vari componenti del gruppo, ognuno dei quali si occupava di un particolare ambito in cui era esperto: chi del codice, chi della musica, chi della grafica. Il risultato finale, sebbene non fosse nulla di eclatante, era sicuramente un qualcosa il cui valore totale era maggiore della somma delle varie parti che ognuno aveva apportato. Finimmo di preparare la nostra prima demo ad un demoparty italiano (il TIG di Pescara) dove per la prima volta incontrai gli altri membri del mio gruppo e gli altri scener italiani. È difficile descrivere l’emozione e l’ansia che qualcosa potesse andar storto mentre il nostro lavoro veniva proiettato davanti ad un pubblico. D: A parte questa parentesi per il resto hai portato avanti parecchi altri progetti autonomamente, alcuni spesso legati ad un’altra tua passione: la musica. R: La passione per la produzione musicale per me è un qualcosa di molto più recente. Tornando a casa dopo uno dei miei ultimi demo-party iniziai a pensare al fatto che la componente di una demo di cui non avevo quasi alcuna conoscenza era il lato musicale, e mi misi a fantasticare sulla possibilità di creare una demo interamente realizzata da me, anche nella musica. Fu solo un’idea, ma diversi anni dopo mi accadde quasi per puro caso di ritrovarmi a strimpellare un piano, senza esserne capace, insieme a degli amici che suonavano altri strumenti. Al di la dei suoni raccapriccianti che produssi, l’esperienza mi piacque, e decisi di procurarmi una tastiera. Ovviamente ne scelsi una che si potesse collegare ad un computer. Nel giro di qualche mese le nostre strimpellate divennero abbastanza regolari e divenni effettivamente parte di un gruppo chiamato Papermill. Quando iniziai a suonare mi venne naturale occuparmi anche di ingegneria del suono e nel corso degli anni ho imparato ad utilizzare molti dei software che vengono comunemente usati in questo campo. Successivamente cominciai anche a sviluppare io stesso programmi per l’elaborazione del suono, soprattutto al fine di fare esperimenti su idee che man mano mi venivano in mente riguardo a questo settore. D: Sempre parlando di musica, il tuo spirito fai-da-te prosegue anche nella produzione musicale stessa. Anche in questo caso l’informatica ti è stata utile e come? R: Sì, sarà per via delle mie esperienze precedenti, ma per me è assolutamente naturale che la produzione musicale passi attraverso l’uso di strumenti elettronici ed informatici. Penso infatti che il computer apra una quantità enorme di nuove possibilità in questo campo, che va

dalla creazione di strumenti che non esistono nella realtà, all’utilizzo di nuove interfacce che permettano un uso via via sempre più naturale di questi strumenti virtuali. Penso che la teoria stessa su cui si basa la maggior parte della musica che ascoltiamo potrebbe essere rivoluzionata da nuove idee applicate a queste tecnologie. D: Tutta questa esperienza si è poi evoluta naturalmente nel trovare un lavoro nell’industria informatica. Puoi dirci di cosa ti occupi? R: Sono uno sviluppatore di software nel campo delle telecomunicazioni audio/video, lavoro in una società piuttosto piccola ma abbastanza avanzata dal punto di vista tecnologico. Si tratta purtroppo di un’eccezione nel panorama italiano, perchè la maggior parte delle società con cui sono venuto a contatto fanno uso di tecnologie obsolete ed operano per lo più in settori che sono poco orientati all’evoluzione tecnologica. D: Anche se ormai i computer e tecnologie molto avanzate si sono fatte strada nelle case di tutti, sembra che tutta questa potenzialità non sia così sfruttata, che quasi vada sprecata, perché le persone non riescono a percepire questi strumenti come qualcosa che possa essere effettivamente utile per aiutarli nei loro campi d’interesse. Quando invece ci si accorge quali potenzialità ci sono alla base, l’entusiasmo che ne scaturisce può essere il punto di partenza più importante. Possiamo quindi presumere che, nel campo dell’informatica, la curiosità e l’imparare a fare per conto proprio abbia una grande importanza? R: Senza dubbio, credo che l’informatica non sia semplicemente una forma di ingegneria e nemmeno un’arte, ma qualcosa che contiene entrambi gli aspetti, io la paragonerei all’artigianato. Come un artigiano, un informatico parte da un progetto che si deve fondare su basi teoriche, ma molto spesso sono la qualità della realizzazione pratica e l’attenzione ai dettagli che conducono ad un prodotto di successo. Questa capacità la si acquisisce con l’esperienza. Un altro elemento fondamentale per chi lavora in questo campo è che sideve avere sempre la voglia di migliorarsi e di conoscere le ultime novità. Non solo per potersi vendere sul mercato del lavoro, ma perchè è proprio questa mentalità che ti fa apprezzare quello che fai ed è la molla che ti fa andare avanti. D: Nella tua crescita come programmatore, oltre alla tuo naturale interesse per il mondo dei computer, quali sono stati i fattori più importanti? Far parte di una comunità di appassionati, lo studio istituzionale all’università, la possibilità di scambiare e trovare informazioni su internet, l’essere essenzialmente un autodidatta, l’esperienza sul lavoro insieme ad altri professionisti... R: Tutti i fattori che hai elencato hanno contribuito in modi diversi ed ugualmente importanti. L’essere un autodidatta mi ha insegnato a cavarmela da solo, a volte dovendo ricorrere a “reverse engineering” ovvero dovendo scoprire per tentativi come si facesse per ottenere un certo risultato. È un’esperienza che mi ha permesso di capire fin dove arrivano le mie capacità e come affrontare qualcosa di completamente nuovo. Lo studio mi è servito per imparare ad analizzare i problemi ad un livello più astratto e matematico. In generale l’università mi ha obbligato ad

approfondire anche tutti quegli aspetti un po’ più noiosi ma altrettanto importanti, che altrimenti avrei tralasciato. Un altro merito dell’università è che mi ha fatto capire quanto sia importante documentarsi, perché i problemi che ci si trova ad affrontare non sono quasi mai del tutto nuovi. Collaborare con altre persone mi ha portato a dover fare delle scelte su come organizzare il lavoro di gruppo e come dividere le responsabilità relative alle diverse componenti di un progetto. Lavorare con altri è totalmente diverso che lavorare da soli. Svolgendo questa professione assieme ad altre persone ci si rende conto quanto sia importante la comunicazione all’interno del gruppo. Non me lo sarei mai aspettato, ma anche il mio stile di programmazione è molto cambiato rispetto a quando lavoravo da solo. Un tempo mi interessava solo la pura efficienza a scapito di qualsiasi altro aspetto. Oggi gran parte dei miei sforzi tendono invece nello scrivere del codice che sia il più possibile elegante, semplice, e facilmente comprensibile da altri o da me stesso in un secondo momento. D: Rispetto a quando hai mosso tu i primi passi nell’informatica, le cose sono cambiate parecchio. Come dicevamo già all’inizio oggi computer e tecnologia sono così diffusi che li danno quasi per scontati, e non si ha quasi più la curiosità di esplorarne le vere capacità. Avresti qualche consiglio da dare, per chi invece comincia oggi ad appassionarsi a questo mondo e non volesse perdersi nell’immensa quantità di informazioni e possibilità che avrebbe a disposizione? R: Sono cambiate moltissime cose. Quando ho iniziato io accendevi il computer ed immediatamente compariva un cursore lampeggiante con cui dovevi scrivere delle righe in linguaggio BASIC per poter fare qualsiasi cosa, anche solo per giocare. Questa modalità poteva intimidire l’utente medio, ma senza dubbio ha guidato molte persone verso un uso “non consumistico” dell’informatica, dato che imparare un linguaggio di programmazione era un passo molto naturale per chiunque avesse un computer. Il manuale stesso che trovavi nella scatola era sostanzialmente un manuale di programmazione più che un manuale “d’uso”. Oggi siamo all’estremo opposto, in quanto la distinzione tra “utilizzatore” e “produttore di contenuti” è portata all’estremo. Questo ha avuto il vantaggio di portare un computer in tutte le case e in tutti gli uffici, ma allo stesso tempo ha reso più contorta la strada per chi voglia imparare come funzionano le cose ed andare oltre l’uso di software già pronto. L’altro problema che ci si trova a dover affrontare oggi è il bombardamento di informazioni e distrazioni, dovuto soprattutto ad Internet con le sue news, le chat, i social


7 networks. Oggi per un neo-programmatore è fin troppo facile cercare la soluzione ad un problema su Google senza nemmeno capirne il significato piuttosto che ragionare e trovare la soluzione da solo. Ovviamente sarebbe anacronistico non fare uso della rete al giorno d’oggi, ma penso che il miglior consiglio che posso dare a chi sta iniziando sia di imparare a liberarsi da queste distrazioni e di non accontentarsi della soluzione già pronta, ma per lo meno fare uno sforzo per comprenderla. D: Per quanto ci siano ormai enormi multinazionali, il mondo della programmazione ha da sempre dato grandi possibilità anche a piccole realtà e a singoli che abbiano capacità e buone idee. Ancora oggi gli stessi colossi puntano molto sul mercato degli sviluppatori indipendenti: Apple e il suo App Store con le applicazioni per i suoi iPod, iPhone e iPad... Microsoft e il supporto che da ai creatori indipendenti di videogiochi... software house e produttori di pc che supportano Linux e il software libero... quanta effettiva libertà e possibilità ha oggi chi vuol fare per conto proprio e quali invece sono i rischi che si trova ad affrontare se volesse invece passare tramite i canali di questi “padroni dell’informatica”? R: È senz’altro vero che negli ultimi anni sia iniziato un trend che sta riportando in auge il singolo sviluppatore e la piccola start-up. Apple è stata la prima ad introdurre il modello “App store” ovvero l’idea un negozio virtuale su cui qualunque sviluppatore possa pubblicare i propri prodotti software, ed è stata seguita da molti altri. Questo modo di distribuire il software permette di avere una certa visibilità anche alle società più piccole, che si trovano finalmente a poter vendere i propri prodotti direttamente agli utenti finali. Penso che a lungo termine il rischio è che la competizione in questo settore sarà talmente alta che diverrà sempre più difficile ottenere dei profitti in questo modo. A questo si aggiunge il fatto che le società che gestiscono questi negozi virtuali richiedono delle percentuali

sui ricavi non indifferenti (solitamente il 30%). Siamo comunque in una fase in cui c’è ancora molto spazio per le nuove idee, anche perché gli smartphone, i tablet ed in generale i nuovi device che si stanno diffondendo, hanno potenzialità enormi che finora sono state sfruttate solo in parte. Credo quindi che questo sia un ottimo momento per chi ha voglia occuparsi di questo settore, purché abbia un’idea originale e riesca a raggiungere un buon livello qualitativo. D: Torniamo a te. Personalmente sei soddisfatto di quello che riesci a fare, o vorresti fare di più? se avessi la bacchetta magica e potessi esprimere un desiderio riguardante questa tua passione, cosa vorresti? Un’azienda tua, tempo e denaro per sviluppare qualche progetto...? R: Vorrei poter fare molto di più, ma come molti altri porto avanti i miei progetti pseudoartistici soltanto nel tempo libero, che è limitato. L’idea di avere una mia azienda e dei fondi per sviluppare un progetto è sicuramente allettante, è un’idea che ogni tanto considero e magari potrebbe anche realizzarsi prima o poi. In ogni caso penso che non rinuncerò mai a quella specie di sperimentazione libera che è da sempre il mio hobby. Mi sembra che molte persone si accontentino passivamente di quello che la società gli propone, vedo poca fantasia nel modo in cui molti passano il proprio tempo, nei modi in cui scelgono di divertirsi. Se devo esprimere un desiderio vorrei quindi vedere un cambiamento di mentalità, mi piacerebbe vivere in mezzo a gente che abbia voglia di fare cose nuove, che abbia progetti, anche ambiziosi, e abbia voglia di rimboccarsi le maniche e provare a realizzarli anche solo perché provarci è divertente. D: Per concludere immagino che chi abbia letto questa intervista, sia curioso

di vedere qualche risultato pratico di ciò di cui abbiamo parlato. Abbiamo detto che sei

programmatore, suoni in un gruppo, produci musica tua, e so che sei appassionato di fotografia. Vorresti darci qualche link a spazi dove trovare il prodotto di queste tue passioni? R: Per chi fosse interessato alle demo, consiglio un paio di siti di riferimento da cui si possono avere informazioni e scaricare le ultime produzioni: www.scene.org e pouet.net (entrambi in inglese). Ultimamente molte demo vengono anche convertite in filmati che vengono poi messi su Youtube. Le demo a cui ho partecipato (nei gruppi d0d e Apocalypse Design) risalgono a diversi anni fa e non sono pensate per girare sui computer di oggi, inoltre non sono presenti su Youtube. Per chi fosse interessato allo sviluppo di software musicale posso proporre un paio di miei progetti Open Source: Knack è un prototipo di sintetizzatore modulare che può funzionare con una tastiera MIDI e/o con una tavoletta grafica. Allo stato attuale è da considerarsi più un prototipo che un prodotto finito, lo consiglio quindi soltanto a chi abbia voglia di impararne il funzionamento e magari andare avanti con lo sviluppo. Sia il programma che il codice sorgente sono disponibili all’indirizzo code.google.com/p/knack. PortAudioSharp invece è una libreria che permette di accedere direttamente alle funzionalità della scheda audio utilizzando il linguaggio C#. Il link è code.google. com/p/portaudiosharp”. In campo musicale c’è il sito del mio gruppo www.postronic. org/papermill/ di cui si può anche ascoltare qualcosa: www.lastfm.it/music/Papermill/ Weighed+down+by+the+fog” e qualche mio esperimento personale: http://soundcloud.com/ h3-r3. Questi tre link contengono del materiale un po’ datato, ma a breve spero di riuscire ad aggiornarli con qualcosa di recente. Riguardo alla fotografia al momento non ho una vera e propria raccolta online, ma sicuramente prima o poi ne preparerò una, nel frattempo posso dare l’indirizzo del mio blog, sul quale di tanto in tanto pubblico gli ultimi aggiornamenti riguardo i miei progetti: www.postronic.org/h3 (in inglese).

Ashley J. Williams


SENZA FRENI

BICI TAMARRE - CHOPPER

Il tutto è nato una sera puramente per caso parlando di cazzate e guardando video su youtube, dei classici americani che si costruiscono chopper e bici tamarre in casa e poi zarreggiano per le strade. Non avendo praticamente niente da fare nella vita ci siamo detti “se lo fan sti stronzi di youtube perchè non possiamo farlo anche noi?”, così è nata l’idea di sfruttare le ore di tempo libero per creare qualcosa di inutile/diversamente utile. Il giorno dopo siamo corsi a comperare una saldatrice e abbiamo iniziato a saldare qualsiasi cosa fosse metallica per cercare di imparare un po’ la tecnica di saldatura. Passato qualche giorno la nostra scarsità ha iniziato a farci venire qualche dubbio, ma da bravi cazzoni quali siamo, abbiamo comunque deciso di passare a qualcosa di piu serio, abbiamo preso una vecchia bici che da anni giaceva in mezzo a rottami ci siamo fatti un’idea di come avremmo voluto farla diventare, quindi qualche progettino a parole e

ROBE D.I.Y.

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gesti niente di concreto o di preciso e abbiamo iniziato a smembrarla con flessibile e seghetto. Naturalmente ci servivano dei pezzi di tubi per poterla trasformare in quello che è ora, così abbiamo recuperato una vecchia rete di un letto e abbiamo utilizzato la struttura (palesemente storta) per apportare le modifiche alla bici. Infine, con un asse di legno, della gomma piuma e un po’ di ecopelle abbiamo fatto la sella (scomodissima) e abbiamo recuperato delle ruote dal mucchio di rottami dove stava anche la bici. Lavorando un paio di ore al giorno per 3/4 giorni la settimana, salda qui salda lì, gratta su gratta giù, siamo riusciti nel giro di un paio di settimane a mettere insieme ‘sta tamarrata di bici killer senza freni che si spera sia solo l’inizio di una lunga lunga serie di produzioni.

Grandine


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SADICI VS. DO-IT-YOURSELFER GENTILI... ROBE STILISTI va di moda un grosso vaffanculo a coloro I quali se ne D.I.Y. Quest’anno escono con affermazioni tipo: “quest’anno il marrone è il nuovo nero”. PRELUDIO I tempi sono maturi per rivelare un segreto. Il mondo della moda è molto meno scintillante di quanto si pensi normalmente. Di quello che si vede nei film resta solo lo squallido arrivismo. In Italia, poi, è addirittura peggio: un settore industriale come un altro, che ha campato di rendita per un ventennio per trovarsi completamente impreparato al cambiamento dei primi 2000. E poi prendersela con il made in China. Insomma, un panorama deprimente. Ma almeno abbiamo dei begli oggetti con cui adornare i nostri corpi. Invece no. Esclusi i marchi dell’extralusso, e neanche tutti, il povero consumatore vessato si ritrova con un prodotto scadente, di durata infinitamente limitata, e con uno stile scopiazzato (male) che andrà di moda sì e no una stagione. Il trionfo dell’inutilità. Senza contare poi che non tutte le proposte sono accettabili. Anzi, sono spesso improbabili. A coronamento della felicità siamo sottoposti a sollecitazioni continue a cambiare il nostro corpo (più magri, più muscolosi, più alti, più giovani etc...)per uniformarci ad un ideale di bellezza che il prossimo decennio sarà cambiato, lasciandoci indietro. Insomma, ok che la moda è effimera ma qui mi sembra che si esageri. Così, se non ci piace essere trattati come degli esseri inadeguati e utili solo come consumatori, i moti di ribellione vengono naturali. Eppure sembra non essere possibile liberarsi dalla schiavitù. Ma se fortissimamente vogliamo, qualcosa, forse... Qui bisogna però essere chiari... Non viviamo nell’Ottocento, o nell’Italia del secondo dopoguerra. Non possiamo avere un vestito per tutti i giorni e uno per la domenica. Poi sennò puzziamo, e non vogliamo puzzare. (poi se vogliamo puzzare ovviamente il discorso non vale.) Ah, e altrettanto ovviamente Dylan Dog è fighissimo, ma poco reale. Nessun uomo rimorchierebbe tutte quelle donne con gli stessi vestiti per decenni. Quindi, ci serve avere vestiti in numero sufficiente, ma dobbiamo comprarne il meno possibile. Allora decidiamo di farceli da soli. Aspiriamo ad essere liberi di vestire come vogliamo, senza pressioni psicologiche e senza scendere a compromessi con dei tipi strambi che decidono che un anno “il marrone è il nuovo nero” oppure “l’inverno solo in sandali” o chissà che altre impossibili regole. Decidiamo di creare da noi i nostri abiti perché chi paghiamo per questo non li fa come piacciono a noi, non li fa nella nostra taglia, in breve non li fa per noi. Per cui scatta l’ora del do it yourself. IMPARARE. INFORMAZIONI PRATICHE ED ESORTAZIONI. Farsi i vestiti da soli non è affatto semplice, non si improvvisa e costa fatica. Ma come tutte le cose che costano fatica, da un sacco di soddisfazioni. E di incazzature. Sì perché i primi tentativi saranno disastrosi, a meno che non siate dotati di una manualità fuori del comune. A quel punto vi invidierei. Ma in questa impresa non sarete soli. No, non sarà l’autrice a guidarvi, non è abbastanza preparata. Invece esiste un vero esercito di do-it-yourselfers che sono tanto carini da condividere con il mondo le loro prove, i loro errori e soprattutto le loro vittorie, tramite il tutorial, ovvero una spiegazione passo passo, (spesso con foto o addirittura filmati) del processo dall’inizio alla fine. Dove? Domanda più che banale. Su internet. Perché, in questo mondo bieco e materialista, loro condividono?Prima di tutto perché sono persone gentili. Poi perché sono do-it-yourselfers. E questo significa che sono passati per le stesse frustrazioni che state provando, e si ricordano quanto è stato difficile per loro capire come fare quella specifica cosa nel modo più giusto, e quanto sarebbe stato più bello se avessero potuto imparare da qualcun altro. Insomma i diyers vivono in questa sorta di circolo virtuoso dove X ha inventato una nuova tecnica, la condivide con tantissimi Y, che la condivideranno con tantissimissmi Z etc...fino ad arrivare al nostro caro lettore. Naturalmente non sono tutti così. Molte persone tengono strette le loro tecniche, i loro sistemi, i loro modelli, per paura del furto intellettuale. Questa è una questione sulla quale si potrebbe dibattere all’infinito. Infatti, è comprensibile che non si voglia regalare ciò che è costato tanto sforzo, ma soprattutto questa posizione di chiusura nasce da una esigenza di onestà. Onestà che ci si augura di trovare nel prossimo, ma che non viene garantita da nessuno. Non esiste, e sarebbe comunque arduo crearla, una legislazione in merito. Ci si affida alla buona fede e, spesso, a frasi

preconfezionate con questo concetto: “prendi questo tutorial, è gratis, ho fatto la fatica di scattare decine di foto mentre lavoravo e di scrivere una dettagliata spiegazione e ti regalo tutto questo. Tu però non vendere ciò che hai creato grazie al mio sudore”. Insomma, il creatore del tutorial si trova nelle condizioni di dover dipendere dalla sincerità di chi guarda. Da qui, la decisione di alcuni di non condividere. Ed è un peccato. Non solo perché si ha meno materiale cui attingere, ma soprattutto perché questo comportamento interrompe una catena potenzialmente infinita (barriere linguistiche permettendo) di idee. Tempo fa vidi su un forum una ciotola che sembrava di vera ceramica, ma creata con della carta. Come? Non lo sapremo mai, perché la diyer (cui sono state chieste informazioni da moltissimi, vista l’originalità dell’idea) ha spiegato che, avendo avuto esperienze negative, si rifiutava di entrare nel dettaglio sulla tecnica di lavorazione della carta di sua invenzione. Quella tecnica si perderà con lei. Eppure non si può condannarla. La colpa di chi è? Di chi gioca sporco. Per questo dobbiamo essere onesti al 100% e decidere di non lucrare sulla creatività, e sull’inventiva di chi si fida di noi. Solo con questo presupposto si può iniziare l’autoproduzione di abbigliamento. Visto che siamo tutti d’accordo, andiamo avanti. Da dove cominciare. La cosa più naturale del mondo è fare un milione di pensieri su tutti quei vestiti meravigliosi che domani avremo in mano. Niet. Con calma. Rilassatevi. Come direbbe il maestro Miagi (e se non sapete chi è, andatevelo a cercare) “prima impara a camminare, poi a volare”. Il primo passo è meglio che sia una “recon”. Recon sta per reconstruction, e vuol dire prendere qualcosa che già si ha e trasformarlo in qualcosa di diverso. Molte recon sono ardue e complesse, a volte più ancora della costruzione da zero. Non sono quelle da cui dovrete iniziare. Piuttosto avete presente quella maglietta del concerto di (inserire nome) che avete comprato perché non potevate non comprarla ma vi sta enorme o strettissima e quindi non la mettete mai? Oppure vi ricordate quella camicia vecchia che il vostro ex ha lasciato in casa? Non buttatele, possono essere recuperate e portate a nuova vita. Senza dare troppe spiegazioni, una maglietta grande può essere semplicemente rimessa a misura, se ne può cambiare il modello, può essere decorata in un milione di modi. Avvertenza: darvi al diy vi porterà a conservare un sacco di cose che potreste buttare, perché “posso sempre rimetterlo a posto”. Si consiglia quindi di usare un po’ di testa. Comunque rimettere mano ad un abito può aiutare (se avete abbastanza tempo) a risolvere o alleviare la crisi del niente da mettersi. Se invece siete temerari, potete affrontare le basi della creazione di un capo da stoffa e filo. Sappiate che è difficile andare da qualunque parte senza un cartamodello. Un cartamodello, se non si fosse capito, è un modello in carta (velina, perlopiù, ma va anche bene la carta da pacchi) che servirà come base per tagliare la stoffa nel modo giusto. Ci sono molti marchi che vendono cartamodelli già pronti in diverse taglie, ma per un risultato ottimale (e più in linea con lo spirito di chi autoproduce), è meglio cercare di partire da qualcosa che abbiamo già nell’armadio, che ci vesta in modo confortevole e che ci piaccia. Scegliete sempre qualcosa di facile. Analizzatelo, e se è abbastanza vecchio e sacrificabile, scucitelo, guardate come sono fatti i singoli pezzi, copiate i contorni e buttatevi. Questo non vuole essere un tutorial, ma un suggerimento. Potete altresì decidere di investire nell’acquisto di un manuale per le scuole che vi aiuti, oppure c’è internet. In rete i cartamodelli vengono venduti (a prezzi comunque molto contenuti) da chi li produce, a volte persino condivisi (ma è più raro). Il limite è che vanno stampati, e a meno di non avere un plotter a casa, è ben difficile. Un’altra cosa importante da sapere è che i materiali hanno prezzi variabilissimi. Sta al diyer decidere se si vuole usare il tessuto firmato o quello economico, il nastro in seta o quello in poliestere. Il consiglio è quello di andare al risparmio per i primi tentativi, e salire di qualità (e prezzo) solo quando si è abbastanza sicuri. Soprattutto considerato che le prime creature potrebbero nascere deformi. Le regole di base sono: curiosità, determinazione e pazienza. Al mancare di una sola di queste, vi fermerete.

Konnie Cardullo


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ROBE D.I.Y. Ci sono tanti hobby che si possono trovare, alcuni “nerd” come potrei essere considerato io, sono a proprio agio con wargame o giochi di miniature. Per alcuni di questi giochi nasce spesso l’esigenza di rappresentare una parte dell’ambientazione nella quale avviene lo scontro tra le armate con quelli che vengono chiamati elementi scenici.

Autoproduzione, modellismo e Wargame Reperire questi elementi scenici su internet è abbastanza facile se si conosce la rete, ma spesso le cifre non sono per nulla abbordabili o addirittura pazzesche. Se si ha un minimo di manualità le possibilità di farseli da sè a costo zero è praticamente nullo e spesso la soddisfazione di aver creato qualcosa di bello da materiale che andrebbe riciclato

(cartone, polistirolo, pezzi vari di plastica, ecc...) è già di per sé appagante. In internet oltre ai veri e propri elementi scenici prefabbricati si trovano anche una montagna di tutorial di ogni tipo anche per chi è tanto impacciato da riuscire a incollarsi le mani anche senza colla.

Anung Un Rama


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ROBE D.I.Y.

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La scena tipica di quando ci si appresta a fare i mestieri è la seguente: apri l’armadio dei detersivi (sÏ, ti ci vuole un armadio) e prendi, partendo dal bagno, un pulisci cesso tipo wc net ed è la prima cosa che butti sulle pareti del water, perchÊ devi lasciarlo agire. Un flacone per vetri e superfici che userai per lo specchio sopra il lavandino. Un detergente generico con disinfettante per le superfici dei sanitari. Una confezione di anticalcare per i rubinetti e le manopole. E se sei un po’ un sborone dell’igiene, uno schifo di spruzzino che puzza di ammoniaca per la doccia.

Fuori dalla porta del tuo bagno lindo e accogliente e profumato, ci sono sette flaconi di plastica che costano dai tre ai cinque euro. Calcoliamo circa trenta euri di chimica e profumi chimicheggianti,

Iniziamo dai sanitari e dai rubinetti... butta il viakal (che poi fa proprio delle pubblicitĂ  di merda e senza alcun nesso logico) o gel anticalcare e “cucinaâ€? una bella PASTA DI BICARBONATO DI SODIO • Ricetta: Sciogliere 4 cucchiai di bicarbonato di sodio in 4 cucchiai di acqua. Con un panno morbido, passare la pasta sulla superficie, pulire con un panno pulito e lucidare. Il bicarbonato di sodio puoi usarlo per un sacco di cose (tipo deodorare il frigorifero o la munnezza).

Abbiamo detto: • Pulisci cesso tipo wc net; • Detergenti per vetri/specchi; • Detergente generico igienizzante; • Anticalcare; • Spruzzino per le pareti della doccia; • Detersivo per pavimenti; • Deodorante; Dicevamo... butti il simil wc net nel cesso e lo lasci lĂŹ. Poi spruzzi il detergente per vetri sullo specchio e lo asciughi con un panno di merda che lascia i pelucchi. Pensi a tua nonna che usa i giornali vecchi, ma tu non leggi i quotidiani cartacei e poi comunque dicono che quelli di adesso non vanno piĂš bene a causa degli inchiostri che usano. Passi al lavandino e cambi flacone. Sa leggermente di cloro. Passi al bidet e al water e dal water, alla vasca. Per la vasca vorresti qualcosa di piĂš abrasivo tipo il Cif, ma non si può volere tutto dalla vita, quindi gratti con un po’ piĂš di verve. Ăˆ il momento della rubinetteria. E vai di gel anticalcare che un po’ devi lasciare agire pure quello lĂŹ, prima di sciacquare. Hai quasi finto! Spruzzi lo spruzzino ammoniacoso sulle pareti della doccia, versi un po’ di wc net nel contenitore dello scopino del cesso. Spruzzi del deodorante che non deodora, ma elimina gli odori (e t’immagini l’animazione della pubblicitĂ  in cui delle palline rosee s’inglobano quelle sgradevoli e marrò) e pensi al pavimento. Aspiri con l’aspirapolvere, riempi di acqua il secchio, un paio di tappi di detersivo per i pavimenti al gusto floreale e imbracci il mocio.

qualcosa il cui smaltimento implica uno sbatta della madonna, beh... ho la soluzione per te e si chiama Detersivo Naturale Economico D.I.Y. Homemade Pro.

che presto finiranno e dovranno essere smaltiti, producendo svariati etti di plastica e un non indifferente volume, che quella plastica dura lÏ, mica riesci a schiacciarla come le bottiglie normali, (è infatti composta da polimeri di polipropilene PP). Polipropilene che andrà a riempire un bel sacco di plastica giallo, da riporre il secondo giovedÏ del mese in strada... Pensa ai poveri operai ecologici che si devono s v e g l i a re all’alba a raccogliere la tua munnezza e poi lo sbatta che si devono fare per smistare tutte le confezioni in base al colore. Funziona cosÏ, c’è un rullo su cui viene rovesciata tutta la plastica del mondo e ci sono dei tizi che manualmente separano i colori e ci fanno delle montagnole di plastica blu, delle montagnole di plastica verde... ecc. ecc. per poi farci dei pile!!! Ripeto: i pile, che manco nei primi anni Novanta erano dignitosi. Che poi la plastica, per smaltirla, ci vogliono dai 100 ai 1000 anni e, se va bene, tu usi quel prodotto per un mesetto. Sembra uno spreco, no? Se pensi che sia stupido usare sette prodotti diversi, spendere un sacco di soldi, inquinare e/o creare

Per un vasca particolarmente schifosa puoi usare il detersivo dei piatti (possibilmente ecologico). Giusto un goccino sulla spugna! Per le macchie scure dell’acqua (o quelle di calcare in genere), puoi usare 25 grammi si sale miscelati con 150 ml di aceto bianco di vino. Per il soffione della doccia otturato, lascialo ammollo nell’aceto bianco per una notte. La ruggine invece si elimina con un cucchiaio di sale, un cucchiaio di limone e un vecchio spazzolino da denti da sfregarci su. La tende della doccia a volte puzzacchia di stagno (cioè acqua stagnante con ranocchie e zanzare). Non è neccessario buttarla e prenderne una nuova. Basta spruzzarla con acqua e bicarbonato di sodio! Se invece hai la parete “ridigaâ€? di plastica, plexiglass o vetro, usa aceto bianco... lascialo agire per 10 minuti e asciuga. Passiamo al cesso e torniamo al caro aceto di vino bianco, che va usato come il wc net, niente di piĂš, niente di meno... ne bastano 150 ml e considera che due litri non costano quasi mai piĂš di 50 cent. E infine, per i sanitari e tutte le superifici, non devi fare altro che usare il DETERGENTE MULTIUSO • Ricetta: 600 ml di aceto bianco, 300 ml d’acqua, 20-30 gocce di essenza di eucalipto (è importante che sia eucalipto o comunque qualcosa di “balsamicoâ€? al fine di contrastare l’odore dell’aceto che alla lunga potrebbe risultare sgradevole. ...e non essere avaro. Una bocccetta di essenza raramente supera i due euro di costo.) Concludiamo in bellezza con la muffa!!! Sia nera che bianca. Usate 50 grammi di borace

(che è un minerale naturale, ma non è biodegradabile... non abusarne) e 300 ml di aceto bianco, applicare con un panno o spruzzettarlo, lasciare agire per 30 minuti et voilà.

Se è possibile, esporre l’oggetto al sole! Rimane lo specchio (aceto bianco, acqua e una goccia di sapone liquido) e i pavimenti per cui basta della soda!!! (aka carbonato di sodio, che è un addolcente naturale dell’acqua ed elimina l’unto). Concediamoci alla fine di tutto, una bella spruzzata di deodorante che otterremo con 115 ml d’acqua e 10 gocce di olio essenziale. FINE. SÏ, ok... i prodotti sono sempre quelli (economici, naturali e reperibili in quasi ogni casa), ma le combinazioni sono infinite e io mica mi posso mettere a fare i cocktail da barman freestyle ogni volta che devo pulire un cesso! Hai ragione... ma ora ti spiego.

Preparati i vari prodotti che usi piÚ spesso e conservali nelle suddette confezioni di palstica (abbiamo detto che durano dai 100 ai 1000 anni... usale e riusale e che cazzo.) I prodotti finora elencati possono essere usati per l’igiene di tutta la casa, compresa la cucina (a proposito, il nemico numero uno dello zozzo è l’acqua. Pure la peggio incrostazione carbonizzata nella teglia della lasagna, può essere sconfitta da un lungo, costante e perseverante ammollo in acqua!)

Barbra streisand


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ROBE D.I.Y.

STRUMENTI

Rubrica che ho sempre sognato di fare mettendo nero su bianco come stanno davvero le cose. Da dove comincio? Bene, comincio da zero. Sicuramente fra voi lettori ci sarà il musicista smaliziato, quello che “vorrebbe ma…”, quello sfigato che magari riesco a portare sulla giusta via, quello che ascolta e produce rumore tutto il giorno, quello a cui non è mai fregato un cazzo del suono e quello che non suona e girerà pagina in questo preciso istante. C’è un dato di fatto: per quanto di massa il settore degli strumenti musicali è pur sempre una nicchia. Non è il business dei televisori o dei telefonini e i numeri sono sempre relativamente bassi. Questo porta inevitabilmente i costi verso l’alto e inevitabilmente taglia fuori molta gente dal sacrosanto diritto di fare musica e/o rumore soltanto per un fattore economico. Certo è che i materiali impiegati sono relativamente costosi (legni, particolari in acciaio, componenti elettronici, ecc…) e la realizzazione è ancora in larga parte manuale. Ma se per la manodopera ci pensano quasi sempre i nostri amici Cinesi, trattati ad un pugno di riso al giorno, anzi no, ad un pugno e basta, il resto si deve comunque pagare. I boss delle multinazionali quindi per massimizzare i profitti negli anni hanno pensato bene di investire nella ricerca del risparmio dei materiali. In pratica: non solo gli strumenti li faccio assemblare a costi prossimi allo zero ma risparmio anche con dei materiali infimi che seguono la logica del deterioramento temporale dei telefonini. In passato, compreso questo fatto, mi sono ripromesso di lavorare per cercare il modo di non farmelo mettere quotidianamente in quel posto e avere sempre il suono che cercavo. CAP1.0: IL SUONO CHE CERCAVO Il suono che cercavo era quello dei dischi in vinile degli anni’70 che intorno ai miei vent’anni ho consumato sotto la puntina del mio giradischi. Gli Who del post Woodstock, Hendrix, i Pink Floyd di Ummagumma, avevano tutti un grande suono, dinamico, grosso, spaventosamente rock. La prima cosa che facevo in quell’era preinternet era guardare più foto possibili cercando di capire cosa ci fosse in studio o sul palco e cercare in qualche modo di risalire a cosa faceva quel suono. La prima regola che ho capito era che quel suono era fondamentalmente dato dal volume. Più alto è il volume più è grande il suono. Pochi cazzi. Il compianto Ron Asheton ben sapeva questa cosa e lo sciopero in studio prima di registrare “The Stooges” perché non potevano tenere gli amplificatori a 10 di volume dovrebbe dirvi qualche cosa. Quindi il volume come prima cosa. Se volete fare rocknroll di ogni ordine e grado il volume deve essere alto, il più alto possibile. Se volete suonare a volumi ridicoli andate a zappare che è meglio. 1.1 D.I.Y. AMPLI: “ci piace scopare e suonare i nostri amplificatori tutto il giorno” - Sonic Youth Primo step del D.I.Y. sul suono è la scelta dell’amplificazione. Non importa se suonate

ovvero come spendere molto meno di quello che vorrebbero le multinazionali della musica e avere comunque un suono di tutto rispetto.

basso o chitarra, poco cambia. Cominciate a ragionare senza pre-concetti. Se vi piace un ampli da chitarra per suonarci il basso va più che bene (ma usate una cassa da basso altrimenti sfondate i coni) e viceversa godete anche di più. Se vi piace il transistor invece che la valvola stesso discorso. Già componendo e scomponendo avete fatto un grande atto DIY senza quasi accorgervene. Fondamentale sarebbe poter provare e riprovare molta roba. Purtroppo non sempre è possibile. Il mio consiglio è di cominciare con amplificatori usati, con fasce di prezzo non superiori ai 500 euro. Un ampli di questa fascia generalmente è molto vincolato e di difficile modifica perché tutti o gran parte dei componenti sono saldati su circuiti stampati. Ma non è detta l’ultima. Se si tratta di amplificatori a valvole possiamo comunque sperimentare con lo stadio di pre-amplificazione. Ci sono diversi tipi di valvole preamplificatrici con diversi livelli di “guadagno” e semplicemente sostituendole possiamo sperimentare tantissimi suoni. Il finale invece, se è a valvole, va fatto regolare da un tecnico (regolazione del bias) altrimenti può letteralmente esplodervi in faccia. Dimenticavo di dirvi che dentro gli ampli a valvole girano correnti prossime ai 500 volt ed è estremamente pericoloso metterci le mani se non siete esperti. Evitate quindi di fare minchiate come pensare senza motivo di essere esperti perché potreste rimanerci secchi. Parlando di combo per chitarra sui 500 euro ecco la mia lista nera e quella bianca. Lista nera: Questi amplificatori è meglio evitarli. Lasciateli in negozio o a chi ve li vende. Peavey Valveking, Line6 (tutti), Vox nightrain, Marshall AVT, Fender serie DSP, Behringer (tutti), Bugera (pure peggio), Yamaha (quasi tutti, esclusi i “comboni” anni’80 a transistor che sono molto fichi), Fender serie “manopole rosse”, H&K (quasi tutti). Lista bianca: Buone soluzioni già di base con cui si può anche sperimentare in modifiche Marshall serie JTM (30 e 60 in special modo), Peavey Classic 30, Marshall Valvestate anni’90 (nessuna modifica ma suonano molto bene per quello che costano), Fender FM212 (transistor ma fico), Laney (generalmente si ma hanno fatto anche cagate pazzesche).

Se poi siete fortunati a trovare roba vintage italiana a prezzi stracciati che funziona ancora discretamente vi consiglio i vecchi Binson, FBT, Davoli, Ranger, Lombardi, Steelphon, Montarbo. Generalmente però su questi ampli va data sempre una controllata perché gli anni passano e non è detto che sia tutto in ordine.

Electric Mistress


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«Il SoundMetak chiude» Xabier - Ho aperto questo negozio, questo laboratorio.. perchè poi volevo chiuderlo Mr. Henry - ... Sound Metak... più di un semplice negozio... ci sono dischi, strumenti rari, grammofoni, le jam del sabato pomeriggio, e sta per chiudere. Corro a intervistare Xabier, prima che sia troppo tardi. Xabier - Quando ho iniziato a suonare la chitarra questo è avvenuto piuttosto tardi a 17 - 18 anni.. i primi pedali, i primi oggetti che servivano a modificare il suono base della chitarra elettrica, sono stati abbastanza standard, come tutti, per iniziare. Da lì a poco però ho capito, vedendo vecchi filmati di vecchie band degli anni 60 e 70... che la strumentazione che loro usavano era una strumentazione molto particolare... era la strumentazione dell’epoca d’oro degli amplificatori artigianali valvolari e delle chitarre costruite in maniera semi-artigianale o addirittura semi-industriale. E quindi ho iniziato in un’epoca... stiamo parlando della fine degli anni 80, nella quale invece il trasporto dei musicisti era tutto verso la tecnologia e quindi le innovazioni

che c’erano in quell’ambito, in particolare quindi alla scoperta dell’elaborazione DIGITALE del suono (sguardo di disapporovazione analogica di Mr.Henry nei confronti del digitale n.d.r. ). E forse sarà stato per quello, perchè tutti erano indirizzati verso il suono digitale, io ho avuto la fortuna di mettere le mani su una serie

di apparecchiature analogiche in un’epoca nella quale nessuno le voleva, nessuno le cercava, e tutte queste apparecchiature erano state costruite verso la fine degli anni 60, primi anni 70.. e quindi mi sono costruito un mio suono, fatto di questi elementi.. di questi pedali, di questi amplificatori e di alcune chitarre, che poi sono diventate com-

pagne di viaggio in tutti questi anni. Quindi stiamo parlando di quello che è stato il suono che io ho avuto negli Afterhours, nei Six Minute War Madness, nelle band nelle quali ho suonato negli anni 90. Xabier - Da lì... la ricerca a trovare cose sempre più particolari, uniche... mi ha portato a docu-


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mentarmi sempre più, viaggiando anche all’estero e iniziando a provare apparecchiature che spesso erano costruite completamente in modo artigianale: non cloni, cose nuove. Cioè si partiva magari da logiche legate a componentistica retrò, quindi transistor al germanio o al silicio degli anni 60, che sono appunto componenti che erano alla base delle distorsioni degli anni 60.. si chiamavano FUZZ all’epoca.. però volti in avanti, quindi ad avere delle sonorità nuove... non discri-

minando la logica della qualità timbrica dei pedali del passato che erano fatti con questi componenti. A quel punto, quando ho aperto questo negozio, ho scelto di focalizzare parte delle categorie merceologiche che avrei voluto trattare, in questo ambito: quindi pedali artigianali di altissimo livello - il top di quello che si può trovare al mondo - e nello stesso tempo anche cose

un poco bizzarre, uniche, artigianali, molto particolari, che in Europa tratta pochissima gente e in Italia praticamente nessuno. Io che cosa ho fatto in tutti quresti anni? Ho fatto il tester di tutti questi oggetti e quindi molte delle sonorità che io ho utilizzato dal vivo e soprattutto in studio sono state queste scatolette o chitarre modificate con all’interno delle scatolette o chitarre da tavolo con all’interno degli effetti particolari e via dicendo.

Xabier - Chitarre Hawaiane... Lap Still... perchè sono gli strumenti che hanno dato i natali alla chitarra elettrica moderna. Leo Fender, prima di costruire chitarre elettriche riparava radio. Nel suo laboratorio di radio, iniziò con l’idea di un magnete abbastanza particolare con un suono molto pulito e costruì con le sue mani delle Lap Still, da queste Lap Still (dietro le mie spalle ne potete

vedere un esemplare costruito da Leo Fender in persona) si arrivò alla fondazione della Fender, alla messa in commercio delle prime Lap Still, e alla creazione della prima chitarra solid-body in commercio che si chiamava Broadcaster, poi subito dopo Telecaster. Ecco perchè Lap Still, perchè per me sono l’origine della chitarra elettrica, quindi dell’elettricità, quindi del rock and roll e di tuto quello che è venuto dopo il rock and roll. Io in questo negozio vendo e ho venduto Lap Still, pedali artigianali, un solo marchio di chitarre elettriche che fa strumenti originali e repliche di strumenti degli anni 60 70 in particolare la serie AIRLINE, questo marchio si chiama Eastwood. Poi tratto vecchi grammofoni, i grammofoni non sono nient’altro che l’origine della riproduzione del suono e a me affascina molto questa cosa.... perchè ha permesso di cristallizare quacosa che fino a quel momento non poteva neanche essere immaginato... cioè di poter ri-fruire di un’emozione che io avevo vissuto... se io andavo a vedere un concerto di musica classica, chi avrebbe mai potuto immaginare che magari il giorno dopo, un anno dopo, vent’anni dopo avrei potuto riascoltare quella stessa performance artistico-musicale?? Ecco questa invenzione, secondo

me, è una delle invenzioni più incredibili della storia scientifica dell’uomo. Xabier - Sono partito dicendo che questo negozio è nato perchè doveva morire, e infatti questo negozio alla fine di quest’anno muore e chiude. Sound Metak continuerà ad esistere on line e quindi continuerà a trattare i prodotti che ha trattato fino a questo momento ed altri ancora nuovi, nuove sorprese e via dicendo... Mr. Henry - PHONO METAK non chiude ovviamente?????? Xabier - Credo che si continuerà con i tempi e le modalità che la mia vita e le mie finanze permetteranno. Mr. Henry - Io ti ringrazio per questa intervista, e ti faccio dono di un cd fatto a mano da me, suono anche io, ed ho un’etichetta che si chiama Terradesolata che fa solo cd fatti a mano... Xabier - Wow Mr. Henry - In omaggio c’è anche questo, una spilletta e poi visto che so che sei diventato papà... uno yo-yo... Xabier - Uhhhh fantastico, grazie tante, e grazie tante di essere venuti e di avermi fatto queste domande.

Mr. Henry


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DANIELE CAPEZZONE è nato a Roma l’8 settembre del 1972 e vive coi suoi. In una recente intervista ha dichiarato che sua madre e suo padre avevano un negozio d’abbigliamento in centro a Roma che per lui “é stata una scuola politica straordinaria: lì, ho capito cosa vuol dire fare i piccoli imprenditori, quelli che alzano la saracinesca ogni giorno e si ritrovano lo Stato come nemico. Una mia fissazione, infatti, sono le tasse. [...] Ma il negozio è anche una scuola umana: era una galleria in cui passava di tutto e di più”. Tra un tailleur ed un cardigan, il piccolo Daniele è cresciuto, studi classici presso un collegio di frati, poi giurisprudenza. Non ha terminato gli studi perché la sua vera passione era la politica (a cui dedica dalla 15 alle 20 ore al giorno) Dice di non andare in vacanza dal 1997 e di dormire quattro ore a notte. La sua giornata è tipo che si sveglia alle 5,30, legge i giornali per circa un’ora e mezza, si fa una doccia ed è pronto per uscire. All’infelice domanda della giornalista di quel bel giornale che è LIBERO: “È vero che ti lavi spesso le mani?”, lui risponde “Sono uno che si lava” (altre domande interessanti formulate dalla suddetta giornalista, tale Barbara Romano, suonano così: “ti piacciono i baci?” o “guardi i cartoni animati?”.) Nel 1993 si tessera Radicale. Fa il servizio civile per Legambiente (e afferma: “al contrario di altri politici mica ho fatto finta di avere chissà quale malattia... ho fatto il servizio civile io!”). Nel 2001 diventa segretario dei Radicali Italiani e lo sarà per i quattro mandati successivi. Conduce diversi programmi per Radio Radicale. Fa qualche sciopero della fame per il sovraffolamento delle carceri, pubblica qualche libro, insieme ai Socialisti Democratici (SDI) fonda la Rosa Nel Pugno (RNP), diventa deputatato e arriviamo al 2006, quando cominciano gli scazzi. Nel frattempo dichiara di amare

Goldrake, Jeeg Robot e Mazinga Z. È uno che colleziona figurine dei calciatori, è un agnostico, ma stima Cristo che trova una “figura straordinaria” (Yaaaawhn! Sbadiglio e proseguo...) Ascolta gli U2, guarda i film truci degli anni Ottanta, ma apprezza l’incredibile umanità dei film di Bergman. Ama Zorro e Happy Days, non va ai concerti e neanche in discoteca (dddio, che noia di essere umano...). Segue il calcio (è ospite fisso al Processo di Biscardi dal 2007 e partecipa pure a Markette di Chiambretti), ma non va allo stadio (dopotutto c’è Sky) e non tifa nessuna squadra. Nel 2006 partecipa alla TAVOLA DEI VOLENTEROSI (che è una sorta di network parlamentare apartitico per le riforme economiche, non so se hanno tutine attillate e mantello, non ci sono notizie in merito a questo...). Presentano il Manifesto dei Volenterosi al fine di lottare per la modernizzazione del paese grazie ai princìpi del merito e della concorrenza... e qui l’essere figlio dei suoi genitori e le sere passate a tavola a lamentarsi su quanto sia dura essere imprenditori e che merda le tasse... emergono e spingono. E insomma, dopotutto il nostro Daniele è un bravo ragazzo e comincia a trascurare le lotte per i diritti dei carcerati, degli spinellatori e dei malati terminali perché in fondo l’Italia la fanno quelle brave persone come i suoi genitori, imprenditori bottegai che si fanno un culo così, mica i disgraziati! Beh, a Pannella ‘sta cosa comincia a stare un po’ sul cazzo. E pure ad Emma Bonino che gli bestemmia addosso. Il nostro Daniele, tra Volenterosi e apparizioni in tv, sembra dimenticarsi quella pas-

sione per le giuste cause che dovrebbero alimentare un Radicale. E poi diciamolo, è il più assenteista tra tutti i deputati della Rosa Nel Pugno / Radicali. È uno che non ha mai fatto la patente, non va in motorino perché ha paura delle buche (???), e giù di auto blu anche per le stronzate! Insomma... Panella e la Bonino si lamentano di questo delfino che comincia ad assomigliare un po’ troppo al peggio membro della Casta, piuttosto che al militante che fa scioperi della fame e si fuma gli spinelli in tivì. La rottura arriva con la crisi del governo Prodi e dell’Unione. Prodi chiede la fiducia, lui si astiene e lo dichiara pubblicamente. A suo avviso il governo dell’Unione non fa abbastanza per spingere il liberismo economico... e basta con queste cazzo di tasse! Non se ne può più! Nel 2007 il nostro Daniele non si cadida più per l’elezione del segretario dei Radicali Italiani. Lascia pure la Rosa Nel Pugno, ma rimane alla camera dei deputati nel gruppo misto (che è una roba composta da parlamentari che non appartengono a nessun partito o a gruppi minori come certa gente del Tirolo che non parla manco italiano e rappresenta le minoranze linguistiche, gente del sud che vorrebbe la Lega Sud, ex berlusconiani offesi come Paolo Guzzanti o nostalgici della Democrazia Cristiana come Tabacci). Fonda Decidere.net, con lo scopo di rappresentare gli interessi degli imprenditori, degli artigiani e dei lavoratori del privato e si dichiara aperto a collaborazioni di ogni tipo, che poi vuol dire una cosa: ovvero Berlusconi.

Nel 2008 entra in Forza Italia, poi Popolo delle Libertà di cui è il portavoce volontario o citofono, come è stato recentemente definito da Francesco Merlo su Venerdì di Repubblica. In quel lungo articolo si legge: <<Ha l’ambizione di essere un mezzo, un megafono, un walkie-talkie. E dunque si offre come uno strumento, come un citofono, come un telefono. Decifra il codice, ha la violenza dell’apostolo, ma non ne ha la passione, incarna una linea, la riproduce con intelligenza e con furia ma senza fantasia. E gli italiani […] percepiscono la sua stranezza di “servizievole e malfido” e non hanno simpatia per la fissità dello sguardo, per la sua sostanza robotica. [...] Spiace dirlo, ma Capezzone è percepito come lo sgabello politico che può stare in ogni casa, arredare questa o quella camera, stare ai piedi di qualsiasi poltrona.>> Cos’altro? …è uno che era così intelligente che è andato direttamente in seconda elemetare. È uno chè dice che la Marcuzzi è la sua donna ideale (che di lui ha detto cose gentilissime, ma poi si è messa insieme a Dj Francesco, che era un punk, c’ha i tatuaggi e non vive con sua madre). È uno che si è dichiarato “aperto” in fatto di scelte sessuali, ma è anche uno che pur essendo appassionato di calcio non tifa nessuna squadra... cosa ne emerge? È un uomo che non sa scegliere. E un uomo inutile. Un uomo inutile che, per conto di Verdini (l’uomo della P3), ha il compito di redigere l’informativa sul Palazzo che ogni settimana arriva sul tavolo di Berlusconi. Capezzone è la digos di Berlusconi. Capezzone è l’infame che s’insinua e spia gli altri parlamentari e “sbirra” a Silvio, chi dice cosa. E poi guardalo... viene voglia di menarlo, no? Tu, sei sicuramente migliore di lui.

Barbra streisand


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Adolescenza

Varese,anno del signore millenovecentonovanta e-chi cazzo si ricorda di preciso. Ore: dieci del mattino. Mi sveglio (o meglio mi alzo) come di routine, non senza la previa assicurazione che gli odiati parenti se ne siano andati fuori dai coglioni incontro alla loro giornata produttiva (del cazzo). Io no, io da 6 mesi me ne stavo per così dire congelato in un immobilità sofferta in casa, in attesa di essere salvato da una telefonata che mi avrebbe temporaneamente parato il culo dai genitoriali commenti velenosi. Grazie a Dio però il “Centro Per L’impiego” era una farsa (oggi come allora) e quindi avrei potuto tranquillamente gustarmi la mia esistenza nel ritiro, circondato solo dall’affetto dei miei cari, dalle seghe, dalla televisione e dai cereali del discount. Era il mio inconscio a chiedermelo. Solo che a quell’epoca non sapevo ancora nulla sull’inconscio, su Freud e soprattutto su Alessandro Meluzzi (NdA-psichiatra cristiano dei talk

COME

show televisivi RAI). E (quasi) nulla di preciso sapevo sulla masturbazione (prima di quel giorno). La disoccupazione aveva innegabilmente dei pregi e dei difetti. Tra i pregi menzionabili senza dubbio non tralascerei mai e poi mai l’aver potuto visionare la serie completa dell’ A-TEAM, perdipiù inframmezzata dalle molte televendite dei materassi Eminflex ad opera del giovane artista Giorgio Mastrota. Tra i difetti ho capito che devo pensarci meglio, so che c’erano ma ora proprio non mi tornano alla mente. Comunque di solito verso mezzogiorno, dopo essermi volontariamente impresso la materia grigia di inseguimenti con automobili americane degli anni settanta e dialoghi degni del peggior john wayne post-mortem, i miei pensieri stanchi di puttanate sbirresche iniziavano a divagare imprecisi su argomenti di interesse pubblico come ad esempio la fica della mia vicina di casa o il culone della signora Predazzi. Ho sempre avuto un cazzo non degno

di nota, iniquo, seppur sensibile a cosce, culi, tette e soprattutto foto di sborrate in faccia, di cui tra l’altro non ricordo il termine tecnico (e che all’epoca erano particolarmente di moda). Solo che oramai eccitarsi menandoselo quotidianamente in solitaria contemplazione diveniva sempre più difficile. Quel giorno però c’è stata la svolta. Ho alzato la cornetta del telefono ed ho composto un numero a casaccio con prefisso 0332 (Varese), ispirato da un pornoromanzo trovato nel cassettone del riciclaggio della carta del mio condominio. Intanto avevo gia preparato un bicchiere colmo di acqua fredda ed uno di acqua calda sul parquet di casa e adesso in breve ne capirete il motivo. Alla prima voce femminile che mi ha risposto io lo avevo già ben più che duro, così l’ho ficcato nel bicchiere d’acqua fredda per qualche istante e poi in quella calda subito dopo. Ansimavo mentre cercavo di non fare riattaccare la cornetta alla cortese voce

I FOTTERS

Da un po’ di tempo a questa parte, quando m’incazzo, anziché prendermela con gli altri, me la prendo con me stesso. Letizia dice che sto facendo progressi. Mi guarda con la voglia negli occhi, morsicandosi il labbro inferiore. La sua mano scivola sulla mia, impegnata a punirmi masturbandomi violentemente. «Finirai per staccartelo così…» Letizia è la gemella di Elisa. Sembrano identiche, ma la fossetta sul suo mento è meno accentuata… Letizia mi capisce. Dolcemente, mi scosta la mano, afferrandolo alla base. «Dio, che cazzo ti è venuto in mente di rasartelo?! È inguardabile!» «L’uccello glabro è un’offesa allo “sciack sciack” copulatorio.» «Ma tu sei pazzo!» Si raccoglie i capelli, coprendosi il viso. Prendendolo in bocca, senza farlo vedere. «Ah. Così, proprio…» «Shhh! Lasciami fare!» Continua leccando la punta e il frenulo con movimenti concentrici. «Ma si può sapere a chi cazzo stai scrivendo?» Letizia ha il vizio di dire sempre “cazzo”. Ce l’ha sempre… Ahem, in bocca. «A nessuno. Scrivo quello che succede.» «Cioè, fammi capire, stai scrivendo che…» «Già.» «Non ho parole…»

Prosegue in direzione dello scroto, succhiando e massaggiando con la lingua. Passano i secondi, seguiti dai minuti. Dieci… Quindici… Venti… La stanchezza comincia a farsi sentire. «Ma quanto cazzo ci metti a venire?!» «Sono martire dell’anedonia, è inutile insistere…» «Bah, per me sei solo stronzo. E parla come mangi!» Letizia non si arrende e sputa. Frizionandomi con la saliva, mi deruba del vizio solitario. «Adesso vedi come ti faccio venire, altro che anemonia o come cazzo si chiama…» Sputa di nuovo, lasciando colare fino allo sfintere. «Pure il buco del culo ti sei rasato?! Poveri noi!» Vi affonda la faccia, leccando quasi a soffocare. «Che fai?» Letizia non risponde, continua la sua arte. D’improvviso prende a pulsarmi come un cuore tachicardico. Vengo. Zampillando sperma come sangue finto nei film splatter. Letizia lecca e manda giù. Mi guarda, sorridendomi appagata. È fradicia ed esausta. Continuerei a scrivere, ma necessito di una doccia fredda. Episodi come questo ti fottono il Karma. E non va bene.

Adolf Glitter

IL

femminile e sudavo nello sforzo di non bagnare il parquet facendo esondare l’acqua dai bicchieri con il mio involtino turgido. Il risultato del dato realtà di una vera voce femminile PIÙ L’ESCURSIONE TERMICA provocata dalla differenza di temperatura delle due acque aveva avuto in me effetti esplosivi. Dopo esser venuto sul parquet ho dovuto riposarmi per parecchi minuti. Ricordo di averci riprovato qualche tempo dopo senza riuscire ad ottenere nessun risultato speciale simile a quello precedente. E voi a questo punto qui vi direte si ma allora che cazzo la racconti a fare sta storia? C’è una morale, come in ogni fiaba che si rispetti. Masturbarsi è fantasia, libertà e partecipazione, non un atto meccanico e ripetitivo dagli schemi fissi. Masturbazione è una parola nobile, quasi come “democrazia” (e per di più non è soggetta a tassazione).

Marco Palmieri

KARMA


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YES, WE SQUIRT! La regola n°1 è che che un uomo non dovrebbe mai entrare in siti ideati da donne per donne. Nei vari forum femminili potrebbe leggere Scorpioncina82 e Angelina77, dialogare amabilmente di sesso anale o di pratiche sadomaso softcore, come se ci si scambiasse trucchi e suggerimenti della nonna per non fare afflosciare il soufflé nel forno. Le prestazioni dei propri partner vengono raccontate, commentate e giudicate spietatamente. Nella vita reale, se si vedono più di due donne insieme con un cocktail in mano, è sicuro che stanno parlando di sesso. Ed è certo che stiano discutendo sulla dimensione del pene dei propri ragazzi e della loro abilità (o meno) nella pratica del cunnilingus. Se poteste origliare quei discorsi, sentireste la stessa goliardia di un gruppo di camionisti ubriachi al Bar Sport. Nella corsa infinita alla parità dei generi sessuali, la donna nel tempo, ha cercato di assomigliare sempre di più all’uomo. La rivendicazione del piacere femminile, il diritto all’orgasmo ha raggiunto una nuova frontiera: lo squirting. La donna vuole venire e lo vuole fare in modo esplicito. Tornando sempre su quei forum femminili, il post più popolare è quello di una certa BabyJane80, intitolato “Ho squirtato!!!!!!!!!!!!” BabyJane80 racconta di essersi masturbata nel bagno dell’ufficio e di essere stata protagonista di un rarissimo caso di eiaculazione femminile. Decine di donne rispondo

eccitate ed invidiose e vogliono sapere solo una cosa: il come. Risponde una Dottoressa partendo da alcune nozioni di anatomia. I genitali maschili e femminili si assomigliano più di quanto si possa credere. Come i testicoli stanno alle ovaie, così le ghiandole prostatiche (che nell’uomo producono la parte “liquida” dello sperma) stanno a quelle periuretrali che si trovano all’interno dell’uretra femminile. Durante l’eccitamento sessuale questi simpatici piccoli organi secretori, la cui dimensione varia da donna a donna, si riempiono di un liquido inodore e commestibile (è composto per lo più da glucosio e fruttosio), che può essere espulso con uno spruzzo o un getto. Ma come? Bisogna stimolare con un paio di dita il muscolo collocato all’interno della vagina verso l’uretra, fino a quando non si avverte lo stimolo di fare la pipì. A quel punto masturbare quella parte che sta tra il clitoride e la vagina e spingere quando si sta per raggiungere l’orgasmo.

Per le amiche nihiliste. Se avete intenzione di mettere in pratica i suggerimenti della Dottoressa, sappiate che per squirtare è necessario: -avere una profonda conoscenza dell’apparato riproduttivo femminile. -avere polsi disarticolati. -provvedere a ricoprire con cellophane e materiale impermeabile la zona in cui si decide di dedicarsi all’atto. Per gli amici nihilisti e le amiche lesbiche e nihiliste. Attenzione: non tutte le donne possono eiaculare. È una questione genetica. Non torturate l’uretra della vostra donna inutilmente. La questione dell’eiaculazione femminile viene trattata con la stessa serietà di una leggenda metropolitana. C’è sempre un’amica di un’amica a cui è successo, ma mai qualcuno può raccontare di averla sperimentata in prima persona. Ma per fortuna c’è la pornografia, che dallo storico The G-Spot del 1985 con Traci Lord e John Holmes, passando per Cytherea e Alisha Klass o la serie di film diretti da Seymor

Butt, trasmette da decenni il verbo. Nel paese del Sol Levante esiste un genere a sé che prende il nome di shiofuki. Con un’unica eccezione: l’Inghilterra, nel regno delle regine antipatiche e della migliore musica del mondo, i film con scene di squirting non arrivano, in quanto erronemante accomunate a quelle di pissing e quindi etichettate come “perversione”. Nell’ultima edizione del festival della pornografia a Las Vegas, i riflettori erano tutti puntati su Flower Tucci, la nuova diva dei film hard famosa per il suo grosso fondoschiena cellulitico e per lo squirting. Una Jenna Jameson magra fino all’osso si è vista rubare la scena da una donna capace di emettere getti di liquido ignoto alti fino a un metro. Un geyser di umori corporali e gioia.

Barbra streisand


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CULT

LA CULTURA, TRA TAGLI E FINANZIAMENTI STRONZI

AL BAR N°1: IL MISTERO DI DIABOLIK Quando arrivo al bar di solito o bevo del vino o leggo il giornale. Oggi, per il giornale, va male e devo aspettare, è occupato da un ragazzo nero col fisico da maratoneta che guarda gli annunci di lavoro. Anche la Gazzetta dello sport è occupata da un muratore alto due metri e con lo sguardo minaccioso - ma tanto leggo la Gazzetta solo nei momenti di depressione. Come un guardone appoggiato al bancone cerco di rubare qualche titolo ogni volta che il maratoneta gira le pagine: “Crollo di Pompei. Bondi: non è colpa mia…”. Povero Bondi. Ce l’hanno tutti con lui. Additato come assassino della cultura in Italia, cerca ora di scrollarsi di dosso le colpe di tagli che non trovano eguali nel panorama europeo. Ma poi che sfiga proprio adesso il crollo della Domus dei Gladiatori?!? Dà la colpa a Tremonti. Non gliel’ha detto, non gli ha spiegato bene, è caduta la linea, quel giorno lì era momentaneamente cieco e non sa cos’ha firmato. Ma come è possibile? Tremonti è uno che ha dichiarato pubblicamente (e non in discoteca ubriaco): “Con la cultura non si mangia…fatevi un panino con Dante Alighieri!” Effettivamente coi tempi che corrono, se dobbiamo tagliare, si tagli il superfluo. Poi mentre scelgo tra bianco o rosso, bollicine o fermo comincio a rifletterci meglio. Oltre al brivido che mi parte lungo la schiena pensando a come un ministro della Repubblica (oltre alla spazzatura, possediamo uno dei più importanti patrimoni artistici del mondo) possa fare dichiarazioni di questo tipo, comincio a fare due conti... Cultura e spettacolo vuol dire: musei, università, teatri, cinema, sale concerti, musicisti, attori, cameraman, registi, ballerini, siti archeologici, cubiste, guide, bigliettai, maschere del cinema, fonici, uffici stampa, webmaster, giornali, riviste, giornalisti, librerie, commessi, fondazioni, associazioni, trapezisti, la donna barbuta, truccatori, costumisti, scenografi, guide, traduttori, festival, rassegne, balere, discoteche, case discografiche e di produzione, facchini, cascatori, agenti, autisti, imprese di pulizie, Aladino e i quaranta ladroni, fotografi… Mi sembra un sacco di gente. E quel sacco di gente poi compra microfoni, chitarre, tamburi, macchine fotografiche, furgoni, benzina, giornali, pennelli, preservativi perché in teatro ci si accoppia di brutto, scarpe da tip tap, il naso

rosso da pagliaccio, barbe finte, occhiali da vista, occhiali a raggi x perché i musicisti sono dei maniaci sessuali, videocamere, cornici, graffette, fotocopiatrici… E questa roba la fa un altro grosso sacco di gente. Ma che la Divina Commedia sia così venduta nel mondo, perché è davvero commestibile? Io non conto mai il resto del bianco al bar quindi mi piacerebbe parlare dell’importanza della cultura in sé, dell’intrattenimento alto e meno alto come elemento imprescindibile per una crescita dell’individuo e per una qualità della vita accettabile, ma oggigiorno sembra non sia più possibile quindi parliamo di soldi. Non si tratterà di abolire sprechi o di limitare i finanziamenti, ma di azzerare totalmente i contributi a numerosissime realtà che oltre ad essere fondamentali per la loro stessa natura di eccellenze culturali riconosciute nel mondo creano posti di lavoro e occasioni di sviluppo; tra queste la Triennale di Milano, il Centro di cinematografia sperimentale, il Festival del Due Mondi di Spoleto, la fondazione Arena di Verona, il Rossini Festival di Pesaro… Non ho dati certi, sono al bar e senza il giornale, ma si parla di tagli ai Comuni e relativi assessorati alla cultura dell’80%. Per farla facile facile in un momento in cui trovare sponsorizzazioni private è sempre più difficile, niente più concerti, mostre, spettacoli… Tutto quel bell’elenco di professionalità fatto prima (che potrebbe essere molto più lungo) finirà a mangiare il Purgatorio di Dante. Non discuto sul fatto che ci sia una necessità oggettiva di limitare le uscite, ma tra il tagliare un braccio o la testa c’è una differenza abissale. Una discussione seria sull’autofinanziamento delle realtà che operano in questo settore, o meglio sulle nuove strategie di autofinanziamento, va sicuramente intrapresa, ma l’entità dei tagli e la loro scarsa sostenibilità in una congiuntura economica così negativa, ne annullano ogni logica e ne annebbiano ogni base di partenza. Se c’è siccità si bagneranno meno i campi e le piante cercheranno maniere alternative per crescere sviluppando nuove capacità di adattamento; ma se non bagni più non cresce un cazzo ed è inutile starne a parlare (sono al bar e non in parlamento quindi posso dire cazzo). Ho l’impressione che degli omini contabili a cui non piace la musica, nel loro studiolo, si siano limitati a depennare delle spese

senza valutare politiche differenti, senza studiare un piano per limitare gli sprechi, che indubbiamente ci sono, senza soppesare l’impatto reale di questi tagli che, nella loro testa, andranno ad influire solamente sulle tasche di Vasco Rossi, di Tinto Brass o di qualche ricco professore universitario mummificato; oppure, probabilmente, credono che il direttore d’orchestra o il restauratore siano semplicemente dei simpatici hobby. Il ministro della cultura tedesco ha dichiarato: “uno sbaglio i tagli alla cultura in tempo di crisi”. Forse mente, ma almeno ci fa una figura migliore. La fantomatica crisi esiste in Germania e anche lì gli afflussi dei rubinetti della cultura verranno limitati ma credo che ci sia una consapevolezza maggiore nell’affrontare il problema. L’esempio fin troppo scontato di Berlino che ha puntato negli ultimi anni moltissimo sul turismo culturale e sullo sviluppo di una scena artistica che ora non ha pari in Europa (dall’arte contemporanea alla musica underground, dai musei alle avanguardie teatrali) è assolutamente illuminante. Loro hanno il muro di Berlino, che non è poi bello da vedere, ma un sistema normativo intelligente, delle politiche con un minimo di senno che hanno lasciato nascere e crescere una vivacità culturale che porta

migliaia e migliaia di visitatori ogni giorno. Cioè soldi. Noi abbiamo il Colosseo, Pompei, Caravaggio ma una burocrazia golem che per avere le autorizzazioni per organizzare il concerto di mio cugino al mio compleanno perdo tre giorni, una politica dei tagli alla Machete, una stima per le arti sempre più bassa... e non so mica se questo vuol dire soldi. Rivedo tra le pagine, di sfuggita, Bondi con la sua faccia da ciccione buontempone messo forzatamente a dieta che, dopo le seppur timide proteste o, se non timide, poco unitarie (in Francia avrebbero divelto l’asfalto per molto meno), ha cominciato a sudare e a ripetere “non è colpa mia non è colpa mia” “è Tremonti che mi ha tolto le caramelle”. Ma non lavorano insieme? Metti anche caso che il povero Bondi (che assomiglia al Mago Otelma o sbaglio?) sia stato raggirato…come fai a fidarti del buon Giulio dopo quelle dichiarazioni sui panini? È come farti parcheggiare la macchina da un tizio vestito da Diabolik. Se lo fai o sei poco sveglio o più probabilmente sei il palo. Della Banda dell’Ortica.

Anselmo-Pietro Briegel


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IL CINEMATOGRAFO POVERANIA SBARCA A VARESE Il Cinematografo Poverania è un progetto no profit che organizza, periodicamente, proiezioni e serate di presentazione all’interno di diverse realtà romane quali il Circolo Fanfulla 101, il Circolo degli Artisti e il Cineclub Detour. Appuntamenti esclusivamente dedicati al cinema no e low budget italiano e agli “invisibili” del bel paese. Itinerante come l’arte in tutte le sue forme dovrebbe essere, Cinematografo Poverania lavora da tempo alla creazione di un piccolo ma tangibile circuito di distribuzione alternativo, assieme a realtà e cineforum di altre città. Un obiettivo che, nel tempo, si va sempre più concretizzando: partendo dalla sede centrale (Roma) il progetto Poverania è arrivato sino alla città di Torino e Venezia e ora varese grazie l’appoggio, del Cineclub Domenica Uncut. Sono in atto trattative anche con Milano, Cagliari e Padova. Ci offriamo, come luogo di incontro e supporto per chiunque voglia intraprendere la strada del cinema non assistito, come spazio sereno e neutrale - lontano da logiche accademiche o di mercato - intento a dare visibilità e voce a tutti i registi “poveri” del cinema italiano che troppo spesso non hanno la possibilità di mostrare le loro opere, e quindi la loro visione del mondo. Senza questa opportunità viene a mancare un tassello fondamentale per ogni forma d’arte: il confronto e il relativo scambio d’opinioni. E laddove queste prerogative cadono, non vi è possibilità di crescita né margine di miglioramento. LA MISSION DEL CINEMATOGRAFO POVERANIA “Cinematografo Poverania” nasce da una forte esigenza: dar luce al cinema non assistito cercando di mostrare nuove vie da percorre. La forte caratterizzazione del progetto ha fatto si che diventasse, nel tempo, non soltanto una vetrina “itinerante” ma un vero e proprio ‘laboratorio sperimentale’ per i giovani registi, un luogo di ricerca e scoperta di nuove forme produttive e distributive. Alcuni dei film

ospitati durante le quattro stagioni (Bios, La Grata, The Slurp – Gli strani Supereroi, Le Avventure di Supervergine), sono stati concepiti, realizzati e distribuiti, seguendo proprio il Manifesto del Cinematografo Poverania. Abbiamo volutamente scelto di trasformare la serata, e il momento della proiezione, in una sorta di happening, di visione collettiva e partecipata, lasciando decadere la consueta fruizione di un film all’interno della sala cinematografica. Spesso, guardare un film indipendente significa osservare un ‘prototipo’ di cinema - magari imperfetto, magari sbagliato o magari acutissimo – ed è solo attraverso questa consapevolezza che il pubblico potrà davvero godere di queste sperimentazioni. L’avvento del digitale ha aperto nuove strade e nuove possibilità: è un linguaggio nuovo, completamente diverso dalla pellicola, ancora tutto da sperimentare e assimilare. Uno strumento democratico che, nel bene e nel male, ha reso la settima arte accessibile e alla portata di tutti.

cile, o forse sì, ma non tirate fuori la storia della distribuzione. Volete la fama, o volete soltanto girare un film? Questa domanda è importantissima, perché nel primo caso, o

ha trovato quel determinato effetto. Questo affinché gli incontri non abbiano nulla a che vedere con le rassegne rassegnate o con i festival. Chi proietta non vince niente,

vendete l���anima o entrate nel giro giusto. Oppure siete veramente bravi. Se scegliete la seconda opzione, girate e fregatevene. Proiettate nei teatri e nelle pizzerie con maxischermo, mettete la vostra

ma in realtà vince tutto: fa vedere la sua visione del mondo e della realtà. E non è poco. Spalanchiamo le porte a musicisti desiderosi di mettere a disposizione i propri lavori, attori volenterosi di prestare la loro capacità, registi con la voglia di scambiarsi dritte e tecniche, costumisti, operatori, insomma, chiunque abbia qualcosa da poter mettere in gioco. Cinematografo Poverania nasce e lavora intorno a questi intenti, senza il rosico invidioso per il cinema mainstream, ma anche senza l’impotente chinare la testa dei piagnoni. Possono arrivare applausi o piovere pernacchi, in entrambi i casi si cresce, ci si confronta, ci si mette in gioco. Il digitale ha aperto delle nuove porte, sta a noi decidere se entrare o aspettare il prossimo tram.

IL MANIFESTO DEL CINEMATOGRAFO POVERANIA (CONTRO I MORTI DI FAMA) Abbiamo visto umani perdere il loro amore per il cinema, perdere l’appuntamento con la propria storia, perdere la faccia con i loro amici, perdere la pazienza in attesa di sovvenzioni per il proprio film. Ha senso tutto ciò, nell’epoca del digitale? Prendete una telecamera, un computer e quattro amici. Inventate una storia o rubatela da un fumetto, da un libro, da un film preesistente e girate. Basta un po’ di sforzo per realizzare un lungometraggio o un mediometraggio (i corti sono una scelta possibile ma non più obbligata come una volta). Non è diffi-

opera online, cedetela a compagnie aeree low cost… insomma, datevi da fare e non piangetevi addosso. Cinematografo Poverania nasce con l’intento di favorire chi ha scelto la seconda opzione. Ogni mese faremo un incontro con un autore, lo intervisteremo, lo proietteremo e cercheremo di fargli svelare i segreti della sua opera, come ha realizzato quella determinata scena, o dove

Sito internet: http://poverania.com

Flying Croissant


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RIVOLUZIONI GUERRIGLIA URBANA: “La guerriglia è una forma di conflitto armato in cui uno dei due avversari è troppo debole militarmente, o troppo poco organizzato, per sostenere degli scontri in campo aperto con l’esercito nemico. Data questa limitazione, il modo di combattere si trasforma: l’esercito guerrigliero eviterà ogni occasione di confronto diretto, e si nasconderà disperdendo le proprie forze in unità piccole e molto mobili, che impegneranno obiettivi secondari e poco protetti in continue azioni di disturbo. Lo scopo della guerriglia è quello di logorare le forze nemiche, di abbassarne il morale esponendole a rischi continui, obbligandole a consumare mezzi e risorse inutilmente e vanificando i loro sforzi bellici”. Se ti girano le palle quando devi uscire di casa sapendo già con cosa ti scontrerai, se vuoi semplicemente rompere i coglioni agli altri, perché pensi di saperne più di loro, se credi che il suolo pubblico sia di tutti e non di nessuno (e forse un po’ più tuo visto che vuoi farci qualcosa), allora questa rubrica fa per te. Non ti aspettare indottrinamenti o propagande culturali. Lo scopo di questo spazio è darti i mezzi per dire quello che vuoi: che sia una stronzata o la cosa più importante del mondo, che sia un’espressione artistica o uno schizzo di merda, già per il fatto che tu ti voglia esprimere hai il diritto di farlo e mi pare giusto insegnarti i mezzi per sfogarti. Naturalmente sappiamo quanto le istituzioni siano stronze e i privati ancora di più, quindi scordati di avere spazio per esprimere le tue idee nella società moderna. Inoltre è inutile esporsi in prima persona per il bene di una massa che non ti caga e che magari pure ti schifa. Proprio per tali motivi questa rubrica cita la guerriglia. I mezzi che ti mettiamo a disposizione saranno pratici e da fare di nascosto, ma avendo come risultato

LO STENCIL

la massima esposizione possibile alla visibilità pubblica. Ci sono dei grandi classici che non perdono mai la loro efficacia ed inizieremo proprio con uno di essi: lo stencil. Lo stencil è davvero qualcosa di semplice e veloce, sia da realizzare sia da utilizzare: altro non è che una sagoma ritagliata all’interno di un foglio. Appoggiando questo foglio ritagliato ad un muro e spruzzando della vernice, una volta tolto lo stencil, rimarrà un segno indelebile del vostro passaggio. Detto così sembra esser niente di speciale, invece è uno dei mezzi più utilizzati da sempre come mezzi di espressione nel territorio urbano, proprio grazie a questa facilità d’uso. Non per questo il risultato sarà necessariamente scadente! Sta a voi scegliere un’immagine, un simbolo, una scritta d’impatto e che comunichi a colpo d’occhio quello che avete per la testa. Per creare un stencil che funzioni bene, resista all’azione delle vernici e non produca una semplice macchia sagomata quando lo utilizzate, bastano poche accortezze. Il miglior materiale da utilizzare come base è un foglio di acetato, in quanto trasparente, plastico e abbastanza resistente. Servirà inoltre qualche cosa per ritagliare la forma che vogliamo riprodurre: visto che sarà una sagoma da tagliare all’interno del foglio, magari con bordi anche complessi, lo strumento migliore da utilizzare sarà un taglierino, meglio ancora se quelli con lama triangolare e intercambiabile che permettano di fare comodamente anche i particolari più piccoli. Un tappetino da taglierino da mettere al di sotto del foglio da ritagliare renderà il tutto più semplice non rovinando la lama e offrendo minore resistenza durante il taglio. Tutto

questo materiale lo trovate in un qualsisi negozio di fai-da-te, bricolage, nelle cartolerie un po’ fornite, nei negozi di belle arti. Benché si tratti già di materiale dal costo irrisorio, se preferite potete anche utilizzare fogli di carta, cartoncino, taglierini normali, lamette da barba, tenendo a mente che il risultato non sarà durevole ne della stessa qualità quando lo utilizzerete. Una volta reperito il materiale, passiamo alla realizzazione, cominciando col scegliere un’immagine da riprodurre. Può trattarsi di un vostro disegno così come un’immagine presa da un giornale, trovata su internet, o altro ancora. Difficilmente avrete l’immagine giusta, della dimensione giusta, già pronta su carta. Se l’immagine che volete riprodurre si trova sul vostro computer e sapete utilizzare un programma di grafica e fotoritocco, allora ridimensionatela e stampatela per averla della giusta misura, senza preoccuparvi se risulti sgranata o sfuocata (ci interessano solo i contorni). Nel caso non sapeste come ridimensionare un’immagine sul vostro pc, o se si tratta di una immagine presa per esempio da un giornale, portatela in copisteria e chiedete di fare una fotocopia con ingrandimento. Appoggiate il foglio di acetato sopra l’immagine scelta e tracciatene i contorni esterni. Tagliate poi l’acetato con il taglierino, seguendo la linea che avete disegnato, rimanendo così con un foglio con un “buco” con la forma desiderata. Se avete scelto un simbolo semplice come quello dell’immagine d’esempio, non ci saranno problemi, ma se l’immagine di partenza è per esempio un volto, vi mancheranno particolari interni importanti come occhi, naso e bocca... Per immagini così complesse, normalmente si seguono le linee d’ombra che determinano le caratteristiche principali delle forme interne all’immagine, facendo in modo di non avere le cosìdette “isole”. Ci vuole un po’ di pratica e colpo d’occhio per decidere come disegnare lo spazio da ritagliare: il consiglio è quello di fare un po’ di prove di tracciatura prima di partire con immagini complesse. A volte bisogna scendere a compromessi, come nel caso delle lettere. Prendendo ad esempio la lettera “O”, saremmo costretti ad avere una grossa isola centrale. Di norma in casi come questo, si lasciano un paio di “ponti” che collegano l’isola al resto del foglio. Vi sarà sicuramente capitato di vedere scritte fatte in questa maniera, magari in vecchie fabbriche o cantieri, o su casse da trasporto merci. Una volta comprese queste semplici regole e acquisita un po’ d’arte nella scelta di quali particolari riportare e quali tralasciare, non avrete difficoltà a creare stencil di qualità. A questo punto non vi resta che trovare un muro o una superficie adatta, dove appoggiare il vostro stencil e spruzzare la vernice. In questo caso parliamo di stencil da usare velocemente e in luoghi dove non si potrebbe, per questo si consiglia di utilizzare vernice spray, ma non fatevi limitare da tale attrezzo. Se la superficie lo permette, potrete usare pennelli e rulli per stendere normale vernice. Oppure, potete utilizzare stencil di piccole dimensioni, tascabili, che vi permettano di colorare utilizzando grossi marker o pennarelli indelebili, senza dover portare con voi scomode e soprattutto rumorose bombolette. Ora


21 sta a voi scegliere cosa riprodurre e in quale maniera sviluppare queste informazioni di base... Uno stencil può essere ad esempio il punto di partenza di un disegno più complesso, potete utilizzarlo per creare una silouette di base, e poi completare i particolari a mano, o con altri stencil e colori. Ad esempio da una stessa immagine di un volto potete ritagliare lo stencil per i capelli, uno per la forma del visto, uno per le ombre del viso, uno per la bocca e uno per gli occhi, e utilizzarli uno alla volta stendendo diversi colori uno sopra l’altro nella sequenza corretta. Ultimo consiglio, che varrà anche per i prossimi articoli: la preparazione del materiale è solo la prima parte. La cosa più importante resta sempre scegliere il luogo dove andare a piazzare il vostro disegno. Non servirà a niente uno stencil con un messaggio, se poi lo andrete a mettere in un vicolo dove non passa nessuno. Se il vostro scopo è farvi sentire, esprimervi e raggiungere la gente, cercate un luogo bene in vista, dove c’è passaggio di persone, ma che sia anche originale. Provate ad interagire con l’ambiente, non scarabocchiate semplicemente qualcosa su un muro bianco. Una crepa su un muro può essere un punto di partenza per un’idea d’impatto: preparate uno stencil che vi permetta di far uscire la figura che disegnate da tale crepa. Facendo diventare il vostro disegno parte dell’ambiente urbano, avrà un effetto decisamente più forte su chi lo vedrà. Camminate nella vostra città e fatevi influenzare da ciò che vedete, pensate a cosa potreste aggiungere di vostro. Il punto di partenza di tutto questo discorso, se ricordate, è che ciò che vi circonda non vi piace così com’è... Ora avete un mezzo per cambiarlo, ma se non siete voi i primi ad aprire gli occhi guardandovi attorno, allora non sarete tanto diversi dagli automi di merda di cui vi lamentate.

Ashley J. Williams

PRO-TIP: A proposito del rumore. Se la situazione dovesse richiedere il massimo silenzio, vi ricordo che la maggior parte delle sfere all’interno delle bombolette, che serve per miscelare la vernice, sono fatte di materiale ferroso e possono quindi essere fermate utilizzando un semplice magnete posto alla base dello spray.


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FALCE E RASTRELLO «I’ll spit on your grave fucking cicala.» Posso capire in ambito lavorativo, ma anche mentre l’estetista mi fa la ceretta mi devo ritrovare a parlare di sostenibilità?!?! E così sia. Sempre più spesso i miei discorsi con le persone prendono la piacevole piega della consapevolezza, che sembra un po’ Kundera, ma qui l’unica cosa insostenibile non è la leggerezza dell’essere, ma forse la pesantezza di quello che siamo diventati e ancor più di quello che facciamo. È un dato di fatto, scientifico e filosofico allo stesso tempo: non è più possibile andare avanti secondo lo stile di vita che abbiamo adottato da decenni a questa parte (almeno noi che viviamo nelle regioni più ricche del globo). Secondo gli ecologisti Wackernagel e Rees, se tutti gli abitanti del pianeta adottassero il nostro modello di vita quotidiana, se tutti avessero la stessa impronta ecologica che ha in media un abitante statunitense ad esempio (ma anche se fosse italiano non ci sarebbe differenza), ci vorrebbero almeno altri quattro pianeti per sopportare il peso di questo impatto. Allora come la mettiamo? (E qui ci starebbe un’imprecazione, ma me la tengo dentro e la mando giù, senza digerirla). Non c’è altra alternativa che cambiar rotta. Può sembrare una minaccia, una nefasta previsione apocalittica, un monito catastrofista… io invece ci vedo il punto di partenza, una nuova prospettiva per il futuro che voglio, che vogliamo, qui e ora, e sicuramente anche di chi adesso è ancora giustamente fanciullo per non comprendere ancora, ma che se potesse capire non esiterebbe a schierarsi.

E che gioia provo quando sento dire che stiamo arrivando al piccolo petrolifero: dio mio, spero vivamente di esserci, di essere presente quando alla radio una voce squillante annuncerà che abbiamo esaurito le risorse petrolifere a nostra disposizione. Farò una gran festa, perché nel frattempo mi sarò organizzata: il banchetto offrirà cibo proveniente dal mio orticello coltivato in permacultura, un amico porterà damigiane di vino biologico fatto in casa, avrò il giardino pieno di gente arrivata in bici o a piedi, l’energia prodotta dai pannelli fotovoltaici illuminerà la mia abitazione realizzata in materiali ecocompatibili, i rifiuti che produrremo saranno biodegradabili e finiranno nella compostiera, i bambini andranno in giro con pannoloni ecologici pieni di cacca e pipì, saremo tutti belli e splendenti nei nostri abiti di canapa e chiacchiereremo sulle nostre imprese quotidiane: “La notte scorsa io e la mia équipe abbiamo pianificato la ventesima azione di guerrilla gardening, sì in quella oscena rotonda in centro città…” oppure “Domani in ufficio devo potare le piante del terrazzo vegetale…” … “Oggi ho caricato mia figlia in bici, 10 minuti eravamo all’asilo, pista ciclabile fino alla stazione, ho caricato il mezzo in treno e sono andata al lavoro” Discorso Radical-Chic? Utopia? Arcadia? Cazzate?!?! Mi spiace deludere gli scettici, ma la Rivoluzione sta già avvenendo, qua e là, ancora scollegata, ancora in piccoli bozzoli di idee pronti a schiudersi, locale, ancora personale, ma sulla via della collettività, della condivisione, della complessità,

della consapevolezza verde globale che sarà l’unica a poter affrontare il cambiamento, prendendo probabilmente insegnamento dai poveri del pianeta che già vivono nella semplicità, nella moderazione, stretti ancora nel legame con la Terra. Perché non occorre essere ricchi per agire e, soprattutto, per PENSARE. Rivedere le proprie abitudini alla luce di ciò che inevitabilmente ci aspetta è un esercizio semplice e quotidiano, una piccola meditazione che male non fa tra uno sclero in auto e una chattata su facebook. Consapevol-mente ci arriveremo tutti, e chi non si adatterà, mi spiace dirlo, ma è Darwin ad avercelo insegnato, soccomberà.

Manjusri Namastè


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Musica RECENSIONE: KARNEFIXINA – BLAK VOMIT Non mi piacciono le recensioni che parlano di musica e dicono qui suono un po’ grind e qui suona un po’ progressive. Quindi parlerò di altro. Uno perché sono ignorante; due, perché faccio parte di quella categoria di persone che pensa che la musica debba necessariamente dire qualcosa. Che sia disagio politico, sociale o interiore non importa. La musica deve raccontare il malessere e deve mettere il dolore e la rabbia in poesia. Per carità mi piace pure la roba cazzona, ma alla fine quello che voglio è urlare in macchina le parole delle canzoni e pensare, cazzo... è proprio quello che provo pur’io. È proprio quello che sento. e vi sfido ad andare in macchina e ascoltare Kontesto dei Blak Vomit e a non urlare “Contesto iil potere che ha dio su di nooooi. Pauuura di stare al buio con lui”. Se questo ritornello non vi strappa neanche un momemento inaspettato di singalong, cercatemi e vi pago da bere. Passiamo a Skianto

che inizia con un assolo che può spaventare i più. È senza dubbio una canzone rock. Racconta di sangue e lamiere e di incidenti stradali e poi arriva il pezzo che dice: “Ciao amica mia, cibati del mio corpo e non perderti un istante: respira.” e mi viene in mente Jena sul palco che dice prima di questo pezzo (o dopo): «chi sopravvive, racconta. Chi muore puzza e basta e nessuno lo va a trovare». Perché bisognerebbe scrivere un intero articolo di quello che è Jena sul palco. Le cose che dice tra un pezzo e l’altro. Il fatto che non canta più le vecchie canzoni e le fa cantare agli altri membri della band che sanno si e no le parole. Karnefixina è stato presentato inzialmente in posti inversomili tipo pub e pizzerie. I Blak Vomit hanno presentato per la prima volta Karnefixina in una pizzeria in un paesino del cazzo! Con la gente seduta a mangiare, di fianco alla credenza dell’olio, l’aceto e i grissini

e con dietro uno schifo di televisore piatto che mandava in muto un programma di merda tipo rockTV o cazzate del genere... (e c’era gente, dioporco che guardava la tv muta al posto di sentire Jena che urlava nel microfono “sono un vecchio ragazzo con la faccia da stronzo” Oltre la Morte )... e noi siamo usciti senza pagare le birre. Si fottano. Senza di te è una canzone d’amore triste e stupenda che credo rispecchi quel senso condiviso da molti... quella cosa che ci fa dire: “sono una merda, ma amarti mi rende un po’ meno merda”. Ma torniamo ai Blak Vomit e a quanto è cazzutissimamente bello Karnefixina. Ascoltate la tripletta Testa Maledetta, Va A Kagher, e La Mooorte: è il lato più cazzone dell’album. È un’ascesi nella meraviglia del non sense e del delirio. Va A Kagher vi rimarrà in testa per giorni e giorni e vi farà fare faccette e mossette sceme intanto che siete in macchina. La prima volta che ascoltate Laa Mortee. Vi fermerete a guardare lo stereo increduli. Dicendo... no, qui ho capito male. Non ci credo... e manderete indietro e invece è proprio così. Laa Mortee è una canzone dannatamente sincera e spontanea di odio e disgusto (diretto a se stesso?), è un sincero e spontaneo augurio di crepare prima del tempo, diretta ad un figlio di puttana, un cagacazzo, awacciuwawawa... Ho kapito i sogni è consapevolezza, tipo faccio schifo ma mi piaccio così e “se tu mi seguirai il tuo cuore scoppierà”, ma anche una presa di posizione “ho capito i sogni miei, e tu non compari mai”. E poi capita che una storia finisce di merda e guardi quello che è stato il tuo compagno e lo giudichi un coglione e tu, per lui, sei una troia (oppure lui è uno stronzo e tu sei una pazza... ciò che rimane delle storie di solito, sono questi due codici binari coglione/troia o stronzo/pazza) e vorresti stirarlo in macchina e ti rendi conto che è sempre stato tutto una merda e Jena canta È la fine che fa una storia d’amore e pensi: cazzo è vero... è finita di merda ed era tutto una merda fin dal principio. “È la fine che fa il momento migliore.” Perché quando una storia finisce è resistenza e liberazione da una forma di dittatura. “È la fine che fa una storia d’amore” Amore, per se stessi ed è un estremo e potente vaffanculo e mannaggia a chi ti è morto. C’è alcol in Bottiglia, ma c’è ancora amore, quello bello. Quello che ti fa passare la voglia di sfasciarti di alcol e che ed è una forza opposta e contraria all’autodistruzione. Karnefixina è un album di canzoni d’amore e di odio. Verso se stessi e gli altri. Una cazzo di carneficina di sentimenti. Chi sopravvive racconta. Dice Jena. Cercate il prossimo live e andateci, lì potrete recuperare una meravigliosa copia autoprodotta, masterizzata homemade D.I.Y. di Karnefixina. Gratis.

Barbra streisand


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Questa rubrica è una risposta insolente a una domanda che nessuno aveva fatto. Inopportuna, arrogante, fuori luogo e fuori tempo massimo. Tratta di dischi, musicisti e, perché no, compositori, sempre che cotanto titolo si addica al marciume a cui ci dedicheremo, che hanno fatto la storia del noise. Dischi che nonostante gli anni ancora bruciano di creatività e di vita e ancora fanno male. Ovunque, anche su queste pagine certo, si cerca affannosamente di cavalcare l’onda delle novità e allora ha senso parlare di un dischi che magari risalgono a decenni fa e di cui neppure la ristampa è recente? È necessario trovare un pretesto, un anniversario, un compleanno, per parlare di qualcosa? La novità è necessariamente un valore? (La scomparsa del buon gusto, come e più dei cambiamenti climatici, è un fattore con cui saremo costretti a fare i conti sempre più in un futuro ahimè non così remoto come sperereste: l’anno scorso di tutta la gente che sono andato a sentire mi hanno sconvolto solo i Jesus Lizard, i Melvins e gli Oxbow che hanno cinquant’anni, quest’anno ho iniziato coi Nomeansno che ne hanno sessanta e mandano a casa a studiare a calci nel culo gente con la metà dei loro anni e ciò significa che per cominciare ci stiamo giocando il rock’n roll. Ricordatevi di queste parole quando vedrete passare i Melvin, i Jesus Lizard, gli Oxbow e i Nomeansno su una lastra di ghiaccio della calotta polare alla deriva!). Credete davvero che i dischi appena usciti siano“nuovi”? Quali di questi dischi “nuovi” vi stura le orecchie e vi fa esplodere il cervello come quelli che uscivano in gran quantità un tempo e mentre li ascoltavi capivi che era roba che scottava? Mi rendo conto che all’alba dei trent’anni ho iniziato a parlare come i reduci degli anni settanta che erano andati a vedere Jimi Hendrix all’isola di Whight e tanto musica così non se ne fa più però intanto si perdevano i This Heat, i Sun City Girls, i Dead C, gli U.S. Maple e gli Old Time Relijun…io che cosa mi perdo? Perché dovrei sprecare il mio e il vostro tempo in questa valle di lacrime che ricordiamolo, come la memoria del mio/vostro hard disk non è infinito, col nuovo disco degli Africa Unite, dei Toy Orchestra, dei Baustelle o di qualsiasi altra puttanata che uscirà da qui a quando verrò epurato dalla redazione a causa della mia

supponenza? Ciò di cui vi voglio parlare è MUSICA ELETTRONICA VIVA: la formazione che ha il dubbio privilegio di essere annoverata fra i padri (ig)nobili di tutto il rumore che vi è passato a duecento all’ora ad un centimetro di distanza mentre ballavate il nuovo singolo di Shakira. Difficile da credere, ma ci fu un tempo in cui nel nostro Paese si faceva cultura. Non la solita brodaglia tronfia e vetusta e inutile: cultura vera. Nelle scuole si imparava davvero della roba, c’erano degli intellettuali degni di questo nome ( Mi spiace che sia io a dovervelo dire ma erano tutti di sinistra. Quando andavo a scuola –ora non so- quelli di destra e i ciellini si lamentavano che la cultura in Italia era sotto l’egemonia della sinistra...che posso dire...STUDIATE PURE VOI!), e per i più stupidi in tele c’erano degli sceneggiati che comunque erano meravigliosi. (Non abbattetevi perché la soluzione, l’unica possibile è vicina! Il mai abbastanza vilipeso Sandro Bondi infatti è riuscito dove neppure un cervello del calibro di Francesco Rutelli aveva fallito: dare il colpo di grazia definitivo alla cultura in Italia che, come Eluana Englaro voleva solo morire con decoro prima di vedere concerti di nazi skin finanziati coi soldi dei contribuenti. Così grazie al taglio dei fondi destinati alla cultura che comunque erano già ridicoli non avranno luogo molte delle bellissime iniziative culturali che si tenevano nel bel Paese tipo l’ennesimo allestimento dell’Aida ad opera di Zeffirelli, il prossimo film con Margherita Buy e Silvio Orlando sul valore della famiglia oggi in Italia, poi, a Iddio piacendo, non si terrà quell’incubo di chirurgia estetica e pelletteria kitsch ommini ingruattati e fimmene pittate della prima della Scala e non verrà realizzata la prossima fiction di Rai Uno sul parroco detective -sempre che i fondi da destinare alla Rai dipendano dal Ministero della Cultura e io spero proprio di sì- Dopo i tagli di Fontana i tagli di Bondi! Niente male per uno che scrive poesie che sono più brutte degli acquerelli di Hitler! Bel colpo Sandrone!) In quegli anni (che, ricordiamolo, erano comunque anni di Democrazia Cristiana e non si scherzava un cazzo), in un paese arretrato in ogni campo ma con impressionanti e mai più ripetuti slanci in avanti (A meno che non consideriate una

grande vittoria il fatto che in mezzo mondo indossino quegli ecomostri di vestiti confezionati dagli schiavi della camorra di cui le nostre avvenenti ministre vanno così orgogliose), un manipolo di accademici stava creando dal nulla la musica più eversiva del secolo ( che strana contraddizione se ci pensate). Erano gli anni dello Studio di Fonologia della Rai, i compositori giravano col camice bianco ed aveva un senso attraversare l’oceano per venire a studiare musica in Italia. Non era così inconsueto quindi, che un gruppo di futuri compositori, allora imberbi studenti, trovatisi a Roma per frequentare i corsi di Pietro Grossi e Luigi Nono, decida di allietare il pubblico italiano abituato a Claudio Villa con delle esibizioni musicali. Le cronache narrano di performance inimmaginabili nei posti più disparati, non ultima la cripta della chiesa americana di St. Paul. Quando non era neppure possibile immaginarlo i Nostri armeggiavano con microfoni a contatto e sintetizzatori autocostruiti anticipando il circuit bending, l’improv radicale, persino l’harsh noise, con un atteggiamento assolutamente antiaccademico quando non provocatorio. Rivendicavano l’assoluta indipendenza artistica e tecnica dall’industria musicale del periodo, rimanendo orgogliosamente fuori dal contesto accademico (seppur illuminato) del tempo, operavano in assoluta povertà di mezzi (Indelebile la foto dei MEV che fanno le prove in un capannone pieno di rottami che sembra sia stato appena bombardato!) ed erano sempre ben disposti ad evidenziare il carattere assolutamente anticommerciale della loro musica. Mai come in queste caso tutte queste cose sono state assolutamente vere. Dal libretto del cofanetto celebrativo si apprende inoltre che i nostri avevano anche una simpatia per la nascente controcultura del bel Paese e suonavano in università e fabbriche occupate. Nel corso degli anni, nelle varie line up che MEV ha assunto, inevitabilmente i toni si sono un po’ smorzati e si sono tenuti concerti in sedi istituzionali come gallerie d’arte e festival sponsorizzati dalle istituzioni, però a me piace credere che abbiano portato un po’ di scompiglio nel salotto buono. La prima testimonianza registrata giunta sino


25 a noi (periodicamente ristampata da etichette sempre minuscole, a dimostrazione del fatto che l’esperienza MEV sia rimasta un oggetto non identificabile che ha continuato a sguazzare a testa bassa nell’underground. A me piace accostarla alla narrativa di William Burroughs. Due cose difficilmente assimilabili che ancora sono in grado di ferire e disturbare. Due piccoli territori non colonizzati in un mondo dove qualsiasi estetica diventa nel giro di un battito di ciglio materiale per uno spot pubblicitario come evidenzia il solito affilato Valerio evangelisti in vari interventi) è una performance registrata a Colonia dal titolo “Spacecraft”. Nei solchi brucianti di questo manufatto dal nome certamente rivelatore ci sono già tutti i Borbetomagus e i Wolf Eyes, passando dai Throbbing Gristle. Anno di grazia 1967. Non esiste un musicista impegnato in questo campo OGGI che non debba pagare tributo a MEV e fra questi pochi sono in grado di reggerne il confronto. Sì, c’erano già stati John Cage, David Tudor e gli altri a prendere fischi dai benpensanti (Ma adesso che ci penso un po’ di applausi John Cage se li è presi quando a fine anni cinquanta ha partecipato a “Lascia o raddoppia” portando come argomento i funghi. Era molto preparato e vinse una cifra per l’epoca ragguardevole –molto più di quanto non sia riuscito a mettere insieme con la musica in precedenza - Dopo una piccola esibizione il nostro si è sentito dire dall’in-

dimenticabile Mike Bongiorno “Ah, lei va via e la sua musica resta qui, ma era meglio il contrario: che la sua musica andasse via e lei restasse qui”), ma roba di questo genere non si era mai sentita a questi volumi e con questo impatto frontale, prima di MEV i compositori d’avanguardia, anche quando teorizzavano il rumore più atroce erano...beh, compositori d’avanguardia! È grazie a gente come MEV, AMM o i minimalisti che i fautori della musica più sofisticata iniziano ad essere dei giovinastri scapigliati. Sempre nel libretto allegato al cofanetto celebrativo della New Worlds aleggia il concetto che uno dei meriti di MEV sia stato quello di avvicinare la musica colta alle masse incolte. Che detto così fa raccapriccio perché pure uno squallido come Giovanni Allevi o quegli urtimi che fanno le più famose arie dell’opera di tutti tempi con arrangiamenti metal si sono messi in testa che questa è la loro missione su questa Terra (e questo ci da tristemente la misura di quanto siamo incolti rispetto alla massa incolta che lasciava il paesello con una valigia di cartone piena di sogni per andare in città a sentire “Spacecraft”!!! Dove c’era l’erba ora c’è una città però in compenso siamo ancora più bbestie!), anzi fa specie che ai tempi si avvicinasse la massa con musica che più che musica è una granata sui coglioni! A quanto pare funzionava. Già, ma cosa c’è in “Spacecraft”? Spacecraft è un mostro che si dibatte e barrisce nella gabbia di un circo itinerante e morde le sbarre.

Spacecraft è un agente mutageno ribollente. È l’ultimo rantolo della civiltà industriale. È una provocazione bella e buona. È un pezzo del nostro futuro scagliato nel 1967. È una presa per il culo. È l’orribile agonia di tutto quello che è stata arte, musica, bellezza in uno snuff movie proiettato sullo schermo della realtà. È la colonna sonora del vostro tumore al cervello. È la fredda solitudine di una gigante rossa ha incenerito l’unico pianeta abitato del suo sistema. È l’angoscia di un brutto trip che non finisce mai. È un buco nero che ci ha risucchiati tutti. È la nuvola di polvere sollevata da un esercito di mistici che cammina fra le rovine delle nostre città. È la musica lirica della società post-umana. È un corpo orrendamente sfigurato dalle nanomacchine in preda agli spasmi. È metallo liquido pensante che infetta la carne in maniera irreversibile. È una moltitudine di barbari elettrici che fa tabula rasa di tutto quanto considerate bello, giusto e conveniente. È quello che c’è nella mia testa. È tensione pronta ad esplodere. È la fine di tutto.

Mario Luzzato Fegiz


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Abbiamo il privilegio di pubblicare in anteprima assoluta una delle straordinarie ucronie che Marcello Dellutri si affanna a spacciare come documenti autentici. Gli studiosi sono unanimi nel considerarli la sua solita cialtronata, ma una puntata monografica a “Porta a Porta” non ce la toglie nessuno. Stay Tuned

La straordinaria avventura di Ishmael Gottlieb Il resoconto che vi apprestate a leggere, sottoforma di diario è la cronaca di un’avventura che va ben oltre i limiti dell’inverosimile . Venne redatto molti anni orsono, ma viene reso pubblico solo ora, per la prima volta dal momento che, come apprenderete, il solo fatto che sia rimasto segreto per così lungo tempo ha permesso a chi non è caduto vittima degli incredibili e tragici eventi qui narrati, di non subire un altrettanto funesto destino al ritorno in Patria. Sulla veridicità di quanto riportato non ho alcun dubbio perché sono stato io a vergare con mano malferma quello che si presentava ai miei occhi attoniti, e tuttavia in più di un’occasione ho dubitato di quello che i miei occhi hanno visto e non ho potuto astenermi dal credere con infinito orrore che il velo della pazzia si sia calato su di me; ma per quanto dubbioso delle mie stesse percezioni sono giunto alla conclusione che degli incubi, per quanto spaventosi, non possano causare tutte le morti che si sono susseguite da quando ha avuto inizio la mia avventura e pertanto quello che ricordo, vividamente come se fosse accaduto pochi giorni invece di molti anni fa, non ha che da essere completamente vero. C’è forse un che di tragicamente ironico nel fatto che quello che forse era l’unico uomo ad essere rimasto lucido a calcare le strade di questo povero pianeta in un tempo in cui il mondo intero sprofondava in abissi di follia collettiva abbia passato metà della propria vita a chiedersi se le proprie facoltà mentali non l’abbiano abbandonato o se il suo agire o le sue mancate azioni possano in qualche modo aver cagionato la morte di gran

parte dei miei compagni di avventura, ai quali non ho mai smesso di pensare con grande rammarico. Ma era un tempo in cui angeli della morte camminavano fra gli uomini e queste mie meditazioni sono solamente le domande leziose di un uomo ormai giunto alla fine dei suoi giorni che si chiede cosa ne sarebbe stato se invece di una tale scelta ne avesse fatta una tal altra o che cerca disperatamente un appiglio per potersi assolvere e lasciare questa valle di lacrime con il cuore in pace; o nel migliore dei casi speculazioni del tutto vezzose adatte ad allietare i pigri pomeriggi di un circolo di eruditi. Da quando esiste il mondo il filosofo si chiede se il futuro lo determiniamo con le nostre azioni o se forse è già stato scritto da un essere superiore, ma la domanda che i grandi pensatori del passato, assai più saggi del sottoscritto, non si sono mai posti è “Che differenza fa?” Non posso dunque a asserire con certezza se ne sono stato artefice o se mi è stato assegnato, ma quel che è certo è che mi è toccato in sorte un destino straordinario. 5 agosto 1967, Tranquillidad, Deserto del Durango. Messico. ------------------------------------------------------11 ottobre 1937 Sono tornato da un giorno dal mio lungo viaggio, ma sono ancora piuttosto ottenebrato. Benché abbia avuto tutto il tempo di cui avevo bisogno per riavermi dalla stanchezza e dalle emozioni il mio sonno non è stato per niente ristoratore. Mi voltavo e rivoltavo fra le coltri, nei miei occhi permanevano e si sovrapponevano le meraviglie naturalistiche di cui mi ero stato abbagliato spettatore e la mia mente era proiettata in avanti nel

tempo, sebbene di poche ore. I minuti che mi separavano dall’alba scorrevano con una lentezza esasperante e il mio cervello in fibrillazione inventava soluzioni per problemi che ancora non si erano verificati cercando di analizzare e anticipare tutte le eventualità che potevano manifestarsi, percorrendo con curiosità tutti i corridoi delle probabilità. Ero impaziente di catalogare, analizzare ed esporre per i visitatori del Museo di storia naturale Humboldt tutti i campioni geologici che ho raccolto in questi lunghi e fruttuosi mesi di ricerche. A dispetto della mancanza di sonno, l’aurora mi cose ben disposto e decisamente entusiasta e il ritorno al familiare cibo a cui per tanto tempo mi era toccato di rinunciare indiscutibilmente gradito, pertanto ho letteralmente divorato la colazione altamente proteica che si serve a queste latitudini. Era il giorno del mio rientro al lavoro e venni accolto con giovialità dai miei colleghi e dal personale dell’ala di geologia e paleontologia. Sotto i colossali scheletri di esseri primordiali che ci osservavano con le loro orbite vuote e sembravano aspettare un segnale convenuto per tornare ad impadronirsi della Terra, ci scambiammo convenevoli e facezie, predisponendoci al paziente e per certi aspetti titanico lavoro che ci aspettava. Per quanto caduchi e insignificanti abbiamo il potere di fermare il tempo, sottraendo quelle decrepite ossa al processo entropico che le avrebbe irrimediabilmente destinate all’oblio, all’oscuro mondo di tomba marcescente dove nessun occhio umano le avrebbe mai ammirate, con il rispetto che si confà ai grandi re del passato. Mi è successa una cosa singolare e non del tutto gradevole mentre stavo aprendo le casse che contenevano campioni e reperti cercando di


27 suddividere secondo il criterio più conveniente e trovando un’adeguata sistemazione a queste rocce dalle conformazioni più disparate e letteralmente brulicanti di resti fossili. Rocce che come colossali volumi illustrati raccontano una muta storia di paziente attesa e immani catastrofi. Quei poveri corpi imprigionati, come eloquenti epitaffi narravano tragedie e morti violente. Sembravano indirizzarmi una disperata richiesta di aiuto attraverso i millenni. Un ammonite spiraliforme conficcata in una concrezione calcarea sembrava comunicare alle parti più antiche del mio cervello tutto il senso di paura e desolazione davanti alla morte e all’estinzione. I fragili frammenti ossei contenuti nelle casse che mi accingevo ad aprire erano un lamento funebre sottoforma di enigma che devo malinconicamente risolvere, con infinita pazienza. Forse il continuo contatto con esseri la cui vita li ha abbandonati da tempo immemore mi ha eccessivamente impressionato, ma io continuo a sperare che tale destino non aspetti anche la razza umana. Il programma spaziale tedesco è appena agli albori e so che non vivrò abbastanza a lungo per poterne vedere i risultati, ma mi è di conforto sapere che un giorno l’umanità abbandonerà questo grande sasso morente dove tutto è diventato così complicato. Ho un carattere eccessivamente introspettivo e tendo alla cupezza e alla malinconia, ero talmente immerso nelle mie riflessioni che trasalii all’udire il mio nome. -Dottor Gottlieb? Era Hans, il custode: un ometto pingue e mite la cui discrezione sconfinava nell’invisibilità. Lo si vedeva ad ogni ora con la ramazza in mano spazzare instancabilmente gli ampi locali o il cortile invaso da foglie e cartacce e la sola testimonianza della sua presenza era questo lieve raspare, vestito elegantemente come il maggiordomo di una casa alto borghese. Aveva un’andatura oscillante e un leggero affanno. Nel pronunciare il mio nome ebbe un piccolo sommovimento di catarro nel suo ampio torace panciuto. -Sì? -C’è una persona che chiede di voi.

-Di me? Avete idea di chi possa essere…Io non… -Non l’ho mai visto. Aspetta qui fuori... -Va bene fallo entrare, vediamo di che si tratta. Hans si è allontano dondolando tossicchiando grassi scaracchi in un grosso fazzoletto. Dopo qualche minuto entrò un uomo molto giovane, piuttosto basso ed asciutto. Camminava con passo deciso ma non arrogante. Era azzimato e dai modi untuosi eppure conservava un che di selvatico, come se si fosse appena dato una pulita prima di mettersi a tavola. Si muoveva con una parsimonia di gesti che doveva essere del tutto studiata. Si rivelò per quello che sembrava: un cucciolo di burocrate ministeriale. Erano giovani capaci di qualsiasi cosa e senza la minima ombra di remora morale, come bambini che si dilettano a tagliare la coda alle lucertole ed io cercai di non far trasparire l’ondata di terrore che mi attraversò da capo a piedi. Ho sempre cercato di non attirare l’attenzione di individui come questo. Era il tipico prodotto delle scuole del partito. Non ho mai approvato l’ entusiasmo militaresco che caratterizza quelli che sono riusciti a farsi strada nei ranghi medio bassi dell’organizzazione statale, trovando nel fanatismo l’opportunità di carriera che con i soli propri mezzi non avrebbero mai ottenuto. Ho sempre cercato di vivere secondo i miei principi mentre le cose attorno a me cadevano a pezzi, facendo buon viso a cattivo giuoco, ma in quel momento constatai con infinito orrore che tutta la mia circospezione era stata vana. -Il Dottor Gottlieb? -Sì, sono io, in che cosa posso esservi utile? Sembrò non aver sentito la mia domanda. Camminava a passi lenti intorno alla stanza, soffermandosi ad esaminare i campioni che riteneva degni di nota. Il suo sguardo fu catturato da un trilobite che giaceva in un angolo, appoggiato sul foglio di carta da imballaggio che lo aveva avvolto fino a poco tempo prima. - Interessante... -Sì, concordo pienamente, le rocce e i fossili sono la cosa più interessante del mondo. Siete venuto a cercarmi solamente per ammirare i miei

campioni geologici o... Mi rivolse un’occhiataccia con i suoi occhi cerulei. Aveva i lineamenti infantili, che i sottili baffi impomatati a malapena camuffavano. Aveva l’aria di pensare ad altro mentre parlava e guardava sempre altrove quando gli si davano delle risposte. -Ho sentito cose molto lusinghiere sul suo lavoro. -Ne sono felice, ma vede, non era necessario venire a comunicarmelo di persona, come vedete ho molte cose da... -Queste voci così lusinghiere sono giunte fino al Ministero - interrompeva sistematicamente le mie repliche - sono tutti entusiasti di voi. Trovano notevole il vostro fascicolo e hanno deciso di convocarvi per un importante...- sembrò cercare la parola adatta, ma poi, come non trovando quella più opportuna ripiegò su un generico “impiego”. -E perché mai dovrei essere convocato? Io mi occupo solamente...- dissi, indicando con un ampio gesto i reperti che giacevano semi imballati su ogni superficie disponibile - Quale ministero? -Il ministero della Scienza e dell’educazione. Verrà una vettura a prelevarvi dalla vostra abitazione. Domani mattina alle nove in punto, cercate di essere puntuale. -Aspettate, io non ho ancora accettato questo incarico...non so neppure di cosa si tratta. Io... Interruppe le mie lamentele con un laconico – A presto, dottor Gottlieb - che non ammetteva repliche. Si voltò e se ne andò via con passi misurati che riecheggiarono per molti secondi fra le alte volte decorate del Museo. Non volevo essere coinvolto in nessun modo nella dozzinale propaganda di cui il Ministero era artefice né a dire il vero mi era chiaro in che modo potessi mai essere utile alla loro causa. La presenza di quell’imberbe tirapiedi qui al Museo mi aveva turbato come la profanazione di un luogo sacro. Fine primo episodio


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GERMINAL

BY IMMATURO

Hanno contribuito: Barbra Streisand, Oliver Twisted, Ashley J. Williams, Grandine, Konnie Cardullo, Anug Ul Rama, Electric Mistress, Mr. Henry, Marco Palmieri, Adolf Glitter, Anselmo-Pietro Briegel, Flying Croissant, Mansjusri Namastè, Mario Luzzato Fegiz, Marcello Dellâ&#x20AC;&#x2122;Utri, Immaturo, Pink Freud. www.nihilismi.wordpress.com hiroyuki.nihilismi@gmail.com this fanzine is licensed under a Creative Commons Attribuzione Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.


«L’orgasmo dell’impiccato» (Oliver Twisted, 2010 - tecnica mista su carta)

La rivoluzione a punto croce: da ritagliare, collezionare e amare.


Nihilismi #zero