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Contributo AGCOM anno 2016, pagina 14 Convocazione Assemblea USPI (21.04.2016), pagina 3 Prosegue l’esame, da parte della Camera dei deputati, del provvedimento AC 3317 e abbinati

LEGGE SULL’EDITORIA, NUOVO TESTO IN AULA Aggiornato con gli emendamenti approvati lunedì 15 febbraio Il testo della Legge di riforma della disciplina del settore dell’editoria, con l’istituzione del “Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione” e modifica dei criteri di sostegno e contributi diretti a giornali e periodici ex lege 250/90, è giunto all’esame dell’ Aula della Camera. Dalla VII Commissione Cultura Camera, il provvedimento è stato emendato in alcuni punti. Non stravolto, perché sono state respinte tutte le proposte emendative presentate dai deputati del Movimento 5 stelle. Per un commento generale, rimandiamo all’intervista di fianco pubblicata. Dopo l’approvazione (con modifiche o meno) della Camera, la Proposta di Legge passerà al vaglio del Senato. Ne riparleremo… Intanto, di seguito, pubblichiamo l’attuale, nuovo testo:

Intervista al Segretario Generale USPI, Francesco Saverio Vetere

LA RIFORMA DELLE LEGGI SULL’EDITORIA ED IL FONDO UNICO: LO STATO DELL’ARTE La via per la ripresa passa da finanziamenti e agevolazioni Il nostro Segretario Generale, Francesco Saverio Vetere, ha rilasciato al giornalista Andrea Esposito di “editoria.tv” una particolareggiata intervista ove si affrontano varie tematiche del settore: dalla situazione attuale di profonda crisi dell’editoria piccola e media, all’analisi della Legge di riforma delle leggi sull’editoria e per l’istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, ora all’esame del Parlamento; dalla correttezza del mantenimento dei contributi pubblici, alla necessità di incentivare l’occupazione di giornalisti e grafici editoriali, rendere sostenibili i costi di diffusione (vedi le tariffe postali), e quelli per l’adeguamento, sempre più frequente, alle nuove tecnologie digitali, per tutta la piccola e media editoria, già attiva, cartacea e telematica, non solo le startup. Vetere sottolinea anche come “la piccola e media editoria italiana abbia subìto una radicale diminuzione del numero delle testate edite, a differenza della grande editoria che ha, invece, visto ridursi del numero delle copie vendute e dei ricavi pubblicitari, senza però che venisse mai minacciata la sopravvivenza dei giornali”. Ecco l’intervista:

Istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione e deleghe al Governo per la ridefinizione del sostegno pubblico e per la revisione della disciplina del settore dell’editoria e della disciplina pensionistica dei giorna6 Che momento vivono gli associati USPI?

Scrittore, filosofo, letterato e semiologo, morto il 19 febbraio a 84 anni

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.

Umberto Eco

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OMAGGIO A UMBERTO ECO

Centinaia di persone hanno partecipato, martedì 23 febbraio scorso, ai funerali di Umberto Eco, che si sono svolti al Castello Sforzesco di Milano (foto da: ilpost.it, Pietro Cruciatti - LaPresse)

L’USPI si unisce al cordoglio per la scomparsa del grande scrittore, protagonista del dibattito intellettuale italiano e internazionale, pubblicando un suo saggio su “Semiotica e filosofia del linguaggio” (1994) (VAI A PAGINA 9)

Unione Stampa Periodica Italiana - ANNO 52° - MENSILE - 11 NUMERI - 2 febbraio 2016 Spedizione in abbonamento postale - 70% - DCB di Roma

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LA RIFORMA DELLE LEGGI SULL’EDITORIA ED IL FONDO UNICO: LO STATO DELL’ARTE Questa domanda mi permette di 1 illustrare, con nitidezza, la particolare situazione della piccola e media editoria italiana, che l’USPI rappresenta e tutela. Mi scuso, quindi, fin d’ora, se la mia risposta sarà un po’ lunga, ma credo che ne valga la pena per comprendere un comparto molto vasto (6/7 mila periodici), mai monitorato e, soprattutto, molto poco conosciuto e considerato.… Recupererò tempo e spazio con risposte più brevi alle altre domande. La legge di riforma dell’editoria e per l’istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, ora all’esame del Parlamento, rappresenta un concreto tentativo di intervenire a sostegno di un settore che ha visto ulteriormente acuirsi una crisi talmente grave da metterne in discussione la stessa sopravvivenza. Stiamo parlando, appunto, della piccola e media editoria italiana, che ha subìto una radicale diminuzione del numero delle testate edite, a differenza della grande editoria che ha, invece, visto ridursi del numero delle copie vendute e dei ricavi pubblicitari, senza però che venisse mai minacciata la sopravvivenza dei giornali. Questa crisi è stata generata da alcuni fattori, come la crisi generale dell’economia, ma anche dalla progressiva, drastica riduzione dell’intervento pubblico sul settore. Per comprendere meglio, ecco solo un po’ di numeri che sottolineano, da un canto, l’importanza e l’incidenza della piccola e media editoria periodica che rappresenta, come affermato dall’Autorità, “circa la metà del mercato in termini di valore” (vedi: “Relazione annuale del Presidente dell’AGCOM, anno 2014) e, d’altro canto, il lato meno conosciuto della crisi che sta attraversando (ricordando che al ROC si iscrivono gli editori, prescindendo dal numero delle testate edite da ciascuno): - EDITORIA CARTACEA: nel “Registro degli operatori di comunicazione (ROC)”, ad oggi, si trovano censiti 13.422 operatori, di cui 5.454 editori cartacei attivi e 7.968 cessati; - EDITORIA ELETTRONICA: 3.218 censiti, di cui 2.244 editori elettronici attivi e 974 cessati (Fonte: ROC). E’ impressionante soprattutto il numero degli editori cessati e, da questo punto di vista, anche l’editoria online, che a detta di tutti è il futuro del settore a cui tendere, non se la passa bene. Partiamo da questi dati, non potendo fare alcun affidamento sui Registri Stampa dei 2

Tribunali, per una prima considerazione. Quali sono le criticità che riscontrano i vostri associati? Gran parte della piccola e media editoria periodica è ancora un’editoria “di carta”. Questa editoria: quella di nicchia e specializzata, le riviste culturali, i periodici territoriali e quelli espressione dell’associativismo sociale e religioso, i periodici di raccolta fondi per le finalità più ampie e meritorie (Amnesty, Lega del filo d’oro, WWF, Emergency…), preferisce ancora usare lo strumento della carta per raggiungere i propri lettori e associati. Non solo per tradizione dell’editore o dei lettori, ma perché il giornale cartaceo entra dentro casa; è il giornale che va a trovare il lettore e non viceversa, come avviene per l’editoria elettronica. Segnaliamo, inoltre, che la produzione di una rivista cartacea dà lavoro a molti occupati: addetti alle cartiere, alle tipografie, grafici, spedizionieri, addetti alla distribuzione… oltre, naturalmente, a giornalisti e amministrativi della casa editrice. Da questa prima considerazione, ne scaturisce subito un’ altra: la difficoltà di conquistare visibilità nel “mare magnum” di internet ed i costi per adeguarsi all’innovazione tecnologica. E’ soprattutto la piccola editoria che non trova risorse economiche tali per affrontare e supportare tale cambiamento tecnologico, fondamentale per la sopravvivenza stessa della propria attività. Rileviamo, infine, la perdurante decrescita della pubblicità commerciale nelle testate periodiche medio-piccole, che devono far fronte non solo alla crisi economica delle aziende che fanno pubblicità, ma anche all’accaparramento delle entrate pubblicitarie da parte delle televisioni e delle grandi aziende editoriali. Tirando un po’ le somme quindi… Nel nostro precipuo comparto, una minima percentuale annuale di “mortalità” dei periodici (acuita, però, negli ultimi due anni) è, in un certo senso, fisiologica. Il piccolo editore, che non ha alle spalle gruppi economici o finanziari, che non ha accesso ai finanziamenti per ristrutturazioni aziendali o per gli ammortizzatori sociali, in caso di difficoltà economica è costretto a chiudere l’attività. Quello che, invece, dà proprio il sentore della crisi è il fatto che, ogni anno, tali

in questo numero Legge sull’editoria, nuovo testo in Aula alla Camera (pagine 1, 6, 7, 8) La riforma delle leggi sull’editoria ed il Fondo unico: lo stato dell’arte - intervista a Francesco Saverio Vetere - (pagine 1, 2, 4) Avviso di convocazione dell’Assemblea USPI, anno 2016 ( pagina 3) Le quote associative USPI per l’anno 2016 (pagina 5) Omaggio a Umberto Eco: Semiotica e filosofia del linguaggio (pagine 9, 10, 11, 12, 13, 16) Contributo AGCOM, anno 2016 (pagine 14, 15) L’Eco della Stampa (pagina 15) Deposito legale e Convenzioni USPI (pagina 16) Convenzione USPI-SDA per la spedizione di pacchi (pagina 16) “fisiologiche” cessazioni venivano compensate, sul piano nazionale, con la nascita di nuove iniziative editoriali. Ora questo non avviene più, o almeno solo in parte. Ora, il piccolo editore (o l’aspirante tale) non rischia più e non alimenta, quindi, il rinnovarsi del panorama editoriale italiano. A che punto sono il lavori per la riforma dell’editoria e per l’istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione? Dopo un primo “impasse” della legge, la cui proposizione era programmata per il settembre scorso, ora sembra che questa possa viaggiare speditamente verso l’approvazione. La Commissione Cultura della Camera ha deliberato un “testo base” (che racchiude le due Proposte di legge presentate) e ciò, credo, accelererà l’approvazione. Quali sono le vostre priorità in questa situazione? Come prospettato in precedenza, l’importante è che la nuova legge, non solo razionalizzi, semplifichi e renda stringenti i requisiti di accesso ai contributi diretti, ma non si limiti solo a questo ed abbia, per così dire, un respiro più ampio, prevedendo e finanziando (cosa fondamentale!) anche altre forme di sostegno ed incentivo per tutta l’editoria: agevolazioni per investi4 Notiziario USPI n° 2/2016


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AVVISO DI CONVOCAZIONE DELL’ASSEMBLEA U.S.P.I. DELL’ANNO 2016 Ai sensi degli articoli 7 e 8 dello Statuto, l’Assemblea Generale Ordinaria dei soci dell’Unione Stampa Periodica Italiana (U.S.P.I.) è convocata per giovedì 21 aprile 2016, alle ore 9 in prima ed alle ore 10 in seconda convocazione, presso la sede sociale in Viale B. Bardanzellu n. 95 in Roma, con il seguente:

ORDINE DEL GIORNO 1. Insediamento della Presidenza e della Segreteria; 2. Nomina della Commissione per la verifica dei poteri; 3. Costituzione dei seggi elettorali; 4. Relazione del Presidente; 5. Relazione del Segretario Generale; 6. Relazione del Collegio dei Revisori dei Conti; 7. Approvazione del rendiconto esercizio 2015; 8. Approvazione esercizio preventivo 2016; 9. Elezione del Consiglio Nazionale per il triennio 2016-2018; 10. Elezione del Collegio dei Revisori dei Conti per il triennio 2016-2018; 11. Elezione del Collegio dei Probiviri per il triennio 2016-2018; 12. Varie ed eventuali. In base all’articolo 7 dello Statuto hanno diritto di voto tutti i soci ordinari di cui all’articolo 3 in regola con il pagamento delle quote sociali. Ai soci di cui al punto 1) di tale articolo spettano tre voti per ciascuna testata, mentre ai rappresentanti delle Associazioni o Gruppi di cui al punto 2) spetta un solo voto. Hanno diritto inoltre ad esprimere un voto gli iscritti all’U.S.P.I. a titolo personale di cui all’art. 30 (norma transitoria). Ogni socio che non possa partecipare personalmente all’Assemblea può farsi rappresentare, ad ogni effetto, da persona, anche non iscritta all’USPI, munita di apposita delega. Nessun socio o delegato può essere portatore di più di dieci deleghe. Le operazioni elettorali per il rinnovo delle cariche sociali avranno inizio alle ore 12 e si concluderanno alle ore 15, ora in cui i seggi elettorali inizieranno lo spoglio delle schede. Tutte le procedure elettorali si svolgeranno secondo le modalità deliberate dal Consiglio Nazionale nella seduta del 19 dicembre 2002. Per la partecipazione all’Assemblea, i soci che ancora non lo avessero fatto, dovranno mettersi in regola con la quota associativa per il 2016. Il rendiconto 2015 ed il preventivo 2016 saranno a disposizione dei soci che li volessero esaminare presso la sede sociale dell’USPI, in Viale B. Bardanzellu n. 95 in Roma, dalle ore 12 del 4 aprile, alle ore 12 del 18 aprile c.a. Il presente annuncio è da considerarsi quale “avviso” secondo quanto stabilito dall’articolo 8, primo comma, dello Statuto. Roma, 7 gennaio 2016 IL PRESIDENTE (Antonio Barbierato)

-- - -- -- --- - --- - - -- - ---------------------------- - - -- - -DELEGA Il sottoscritto........................................................................................................................................................................................ nella sua qualità di (1).......................................................................................................................................................................... delega il Sig ......................................................................................................................................................................................... a rappresentarlo all’Assemblea dei soci dell’USPI del 21 aprile 2016 a Roma per l’approvazione dei bilanci e l’elezione delle cariche sociali per il triennio 2016-2018 come da Ordine del Giorno . ................................... (data)

................................................. (firma)

(1) Indicare la qualità di editore e titolo del periodico, ovvero di suo rappresentante (punto 1 art. 3 dello Statuto) nel qual caso è necessario indicare anche la testata, ovvero la qualità di socio a titolo personale (art. 30 dello Statuto, norma transitoria).


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LA RIFORMA DELLE LEGGI SULL’EDITORIA ED IL FONDO UNICO: LO STATO DELL’ARTE 2

menti pubblicitari, in particolare sulla piccola e media editoria cartacea e elettronica; per innovazioni tecnologiche e digitali delle redazioni; per compensare i costi di diffusione e distribuzione, anche postali… Ma riprenderemo il discorso in un’altra domanda.

zioni postali ha mortificato interi settori, non permettendo più ed essi di continuare a crescere. Anche la soluzione successiva, consistente negli Accordi tra editori e Poste, ha portato comunque ad un tariffario insostenibile, in particolare per l’editoria no-profit.

Come giudica in tal senso il lavoro svolto dal governo nel corso dell’ultimo anno? E’ encomiabile l’impegno del Governo, ed a questo punto del Parlamento, a mettere mani in un settore, così vitale per lo sviluppo del pluralismo e della coscienza civile, regolato ancora da leggi del 1981, del 1990 e, la più recente, del 2001. Il dado è tratto, ora speriamo che esca anche un bel 6!

Questo, ripetiamo, è solo un esempio dell’effetto determinato dalla contrazione dell’intervento pubblico. Risulta, perciò, quanto mai opportuno e urgente un intervento legislativo che si proponga di intervenire a sostegno dei settori editoriali più deboli.

La proposta di legge per l’editoria è stata approvata dalla Camera e l’On Rampi ha detto di sperare che la riforma sia approvata entro l’estate: secondo lei i tempi saranno rispettati? Se tutti faranno il proprio lavoro, mi riferisco non solo al Governo o ai parlamentari ma anche alle parti sociali interessate, l’obiettivo è a portata di mano. Occorre, però, la sensibilità dei nostri governanti alle esigenze vere che provengono dal settore. Quali sono i punti che potranno segnare la ripresa dell’editoria italiana? I finanziamenti e le agevolazioni. Non si può fare una riforma senza soldi… e la previsione di un Fondo ad hoc, che racchiuda tutte le svariate forme di sostegno oggi sparse tra vari dicasteri, di durata pluriennale e – speriamo – stabile annualmente è un buon inizio. Ci sono delle criticità, a suo giudizio, che non sono state inserite nel testo di riforma o che avrebbero bisogno di essere più approfondite? Riprendo un accenno fatto in precedenza: le tariffe di spedizione postale per i prodotti editoriali. Fino al 2010, per capirci, tutte le testate distribuivano in abbonamento postale a costi accessibili, in relazione alle varie tipologie di editori. Questa possibilità favoriva non solo il mercato delle piccole e medie imprese, ma anche l’opera delle onlus di qualunque natura, alle quali era possibile sviluppare la ricerca di fondi non solo per gli scopi che si prefiggevano, ma anche per mantenere in piedi un intero sistema economico con i suoi dipendenti e tutto l’indotto che generava. Il venir meno del contributo per le agevola4

Non basterà un solo intervento, perché riteniamo che il problema postale dovrà essere affrontato in una legge di sistema che si proponga l’obiettivo di recuperare almeno in parte i numeri di spedizione in abbonamento precedenti al 2010. Nello specifico sulla riforma delle leggi sull’editoria in esame, l’USPI ha sottolineato, in primo luogo, la necessità e l’urgenza di risolvere la discriminazione tariffaria postale che si è venuta a creare per le Associazioni senza fine di lucro (categoriali, sociali, territoriali...) che non sono onlus. Ci domandiamo perché, ad esempio, pubblicazioni come “Civiltà della tavola”, “Gli amici degli scacchi”, “Cremona produce”, “Bellunesi nel mondo”, “Il presepio”, “Il podologo” oppure “Italiani di Libia” , tanto per fare alcuni esempi, debbano pagare una tariffa postale molto più esosa de “Il Sole 24 ore”, o “Panorama”, “L’Espresso” e gli altri grandi quotidiani e periodici. Ci auguriamo ancora che una siffatta norma, di pura equità, possa essere recepita nel provvedimento. In questo contesto, la campagna “Meno giornali Meno liberi” ha prodotto i risultati sperati? La campagna “Menogiornali Menoliberi” ha avuto il merito di informare e, direi, “formare” l’opinione pubblica su cosa siano veramente i contributi pubblici alla stampa, quali le loro finalità, perché esiste ancora la necessità di sovvenzionare il settore. Di fronte ad una generalista (e, direi, epidermica) opinione pubblica del contributo alla stampa come contributo inutile o addirittura “sporco” o “truffaldino”, nata da campagne denigratorie e fuorvianti, Menogiornali Menoliberi ha saputo, non solo contrastare detta opinione, ma ha portato a riflettere politici e comuni cittadini

sul valore del pluralismo informativo. Perché il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione è diventato necessario per la sopravvivenza del comparto? Mi ricollego alla risposta precedente. I contributi all’editoria sono sorti per incoraggiare la democrazia informativa locale e cooperativa (che è nata spesso per rilevare testate in fallimento ed a rischio chiusura). L’idea di un sostegno statale nel campo dell’informazione fu perseguita per mettere in pratica gli alti valori dettati dalla nostra Costituzione, l’articolo 3 e l’articolo 21. In sostanza, lo Stato si impegnava, concretamente, a tutelare il pluralismo informativo, non impedendo ai grandi gruppi editoriali di fondare quotidiani e periodici, ma permettendo – appunto con contributi diretti – di entrare e competere sul mercato agli editori “puri” (no profit e cooperative), con risorse economiche e finanziarie decisamente inferiori. Nel corso degli anni, poi, si sviluppò anche la necessità di mettere un contrappeso ad un mercato pubblicitario sbilanciato verso i maggiori network televisivi. Così fu nel 1981 (legge 416) e nel 1990 (legge 250). Così è tutt’oggi: oltre il 51% dei ricavi pubblicitari è appannaggio dell’emittenza televisiva, con buona parte a vantaggio di RAI e Mediaset, e di seguito SKY, il 16,5% dei periodici ed il 19,1% dei quotidiani. (Attenzione! Occorre una precisazione: anche questi dati statistici sono frutto di rilevazioni effettuate sui quotidiani e periodici di grande tiratura, e non sui giornali medio-piccoli). Fu una scelta politica, dunque, rinnovata nel tempo con sempre più attenzione alla trasparenza ed alla razionalizzazione nella gestione dei Fondi, per evitare abusi e distorsioni. Un lungo processo che ha visto l’USPI essere parte attiva e collaborativa con la PCM e le forze parlamentari per generare un percorso virtuoso di elargizione dei contributi pubblici. L’attuale Fondo va nella direzione di preservare tali diritti. Detto ciò, in conclusione, sarebbe fuorviante non sottolineare che i contributi diretti riguardano solo meno di un centinaio di testate. Il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione dovrebbe avere, come prima accennato, un respiro più ampio e incentivare l’occupazione di giornalisti e grafici editoriali, rendere sostenibili i costi di diffusione (vedi le tariffe postali), e quelli per l’adeguamento, sempre più frequente, alle nuove tecnologie digitali, per tutta la piccola e media editoria, già attiva, cartacea e telematica, non solo le star-up. Notiziario USPI n° 2/2016


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Le quote associative usPi

per l’anno 2016 L’invito ai Soci a rinnovare al più presto l’iscrizione all’USPI per l’anno 2016 risponde alla doverosa esigenza di assicurare all’Unione le entrate necessarie non soltanto a fronteggiare i continui ed evidenti aumenti dei costi, ma soprattutto a potenziare i servizi gratuiti resi alla generalità dei Soci. I periodici e gli editori iscritti sanno infatti assai bene che l’USPI offre al Socio un consistente pacchetto di servizi gratuiti che comprende, tra l’altro: - la consulenza editoriale e l’assistenza amministrativa per pratiche pubbliche; - l’aggiornamento professionale mensile tramite questo Notiziario; - la rappresentanza e la tutela in seno alle Commissioni ministeriali; - il filo diretto telefonico, per email o fax, per la consulenza fiscale, postale, legislativa, legale, pubblicitaria e internet; - congressi, convegni e stages di qualificazione professionale; - convenzioni esclusive per i soci USPI; - la tessera, bollino annuale e “disco stampa” per autovettura. Le quote associative fissate dal Consiglio Nazionale dell’USPI per il 2016 e comprensive della spedizione in abbonamento postale del “Notiziario USPI” (pari a 33 €) sono le seguenti: Per le testate (secondo la tiratura dichiarata): (Per le TESTATE ON LINE il criterio della tiratura è sostituito da quello del numero degli utenti potenziali a cui la testata si rivolge) da da da da da

1 a 10.000 copie 10.001 a 50.000 copie 50.001 a 100.000 copie 100.001 a 200.000 copie 200.001 copie in su

€ € € € €

315,00 750,00 1.300,00 2.600,00 3.800,00

“Una tantum” (oltre la quota di iscrizione) per le testate che si associano per la prima volta: - Per le testate la cui tiratura (o potenziale utenza) dichiarata sia fino a 10.000 copie - Per le testate la cui tiratura (o potenziale utenza) dichiarata superi le 10.000 copie

€ €

100,00 170,00

Soci corrispondenti - IL SOCIO CORRISPONDENTE è una persona fisica che, “condividendo le finalità dell’USPI, si interessa a vario titolo di editoria e comunicazione”. € 100,00 Soci benemeriti L’USPI accoglie nel suo seno, su deliberazione del Consiglio Nazionale: - Soci benemeriti, e cioè persone od enti che mediante attività o donazioni abbiano contribuito allo sviluppo dell’USPI e, attraverso esse, abbiano favorito il progresso della stampa periodica. Rinnovo della quota per i soci singoli ex art. 30 dello Statuto: - se direttori, condirettori, redattori capo, redattori o collaboratori di periodici associati all’USPI € 210,00 - stesse categorie ma che operano per periodici non associati all’USPI € 320,00 ***** Il versamento della quota associativa può essere effettuato a mezzo bonifico bancario presso la Banca Popolare di Milano, Agenzia 6, Via Franceschini n. 58 - Roma, CODICE IBAN: IT 96 U 05584 03206 000000004977, ovvero tramite assegno bancario, barrato e non trasferibile spedito con assicurata convenzionale, o con versamento su conto corrente postale numero 27433002 intestato all’USPI. C.F. dell’USPI: 80188110581

ATTENzIONE Al fine di evitare errate registrazioni, si raccomanda vivamente agli associati che, nell’effettuare il versamento postale o il bonifico bancario, vengano chiaramente indicati, possibilmente a stampatello nella causale, il titolo della testata ovvero - se la quota si riferisce ad un iscritto individuale - il nome e cognome del socio.


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LEGGE SULL’EDITORIA, NUOVO TESTO IN AULA 1

listi e della composizione e delle competenze dell’Ordine dei Giornalisti. ARTICOLO 1 (Istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione) 1. al fine di assicurare la piena attuazione dei principi di cui all’articolo 21 della Costituzione, in materia di diritti, libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione a livello nazionale e locale, nonché di incentivare l’innovazione dell’offerta informativa e dei processi di distribuzione e di vendita, la capacità delle imprese del settore di investire e di acquisire posizioni di mercato sostenibili nel tempo, nonché lo sviluppo di nuove imprese editoriali anche nel campo dell’informazione digitale, è istituito nello stato di previsione della Presidenza del Consiglio dei ministri il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, di seguito denominato «Fondo». 2. Al Fondo affluiscono annualmente: a) le risorse statali destinate alle diverse forme di sostegno all’editoria quotidiana e periodica anche digitale, comprese le risorse del Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria di cui all’articolo 1, comma 261, della legge 27 dicembre 2013, n. 147; b) le risorse statali destinate all’emittenza radiofonica e televisiva in ambito locale, comprese quelle iscritte nello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico; c) una quota, fino ad un importo massimo di 100 milioni di euro in ragione d’anno, delle eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento alla televisione di cui all’articolo 1, comma 160, primo periodo della legge 28 dicembre 2015, n. 208; d) le somme versate a titolo di sanzioni amministrative comminate dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ai sensi dell’articolo 51, commi 1 e 2, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 e) le somme derivanti dal gettito annuale di un contributo di solidarietà nel settore dell’informazione pari allo 0,1 per cento del reddito complessivo dei soggetti di cui all’articolo 73 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 6

917, a carico dei concessionari della raccolta pubblicitaria sulla stampa quotidiana e periodica, sui mezzi di comunicazione radiotelevisivi e digitali, nonché degli altri soggetti che esercitano l’attività di intermediazione nel mercato della pubblicità attraverso la ricerca e l’acquisto, per conto terzi, di spazi sui mezzi di informazione e di comunicazione, con riferimento a tutti i tipi di piattaforme trasmissive, comprese le reti elettroniche. 3. Il Fondo è annualmente ripartito tra la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero dello sviluppo economico, per gli interventi di rispettiva competenza, sulla base dei criteri stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri dello sviluppo economico e dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti che si esprimono entro trenta giorni dalla trasmissione dello schema di decreto, decorsi i quali esso è comunque adottato. Le risorse di cui alle lettere c) e d) del comma 2 sono comunque ripartite al cinquanta per cento tra le due amministrazioni, e i criteri di ripartizione tengono conto delle proporzioni esistenti, tra le risorse destinate al sostegno dell’editoria quotidiana e periodica e quelle destinate all’emittenza radiofonica e televisiva a livello locale 4. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri o del Sottosegretario di Stato delegato è annualmente stabilita la destinazione delle risorse ai diversi interventi di competenza della Presidenza del Consiglio dei ministri. ARTICOLO 2 (Deleghe al Governo per la ridefinizione del sostegno pubblico e per la revisione della disciplina del settore dell’editoria e della disciplina pensionistica dei giornalisti e della composizione e delle competenze dell’Ordine dei Giornalisti) 1. Per garantire maggiori coerenza, trasparenza ed efficacia al sostegno pubblico all’editoria, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi aventi ad oggetto la ridefinizione della disciplina dei contributi diretti alle imprese editrici di quotidiani e periodici, la previsione di misure per il sostegno agli investimenti delle imprese editoriali, l’innovazione del sistema distributivo, il finanziamento di progetti innovativi nel campo dell’editoria presentati da

imprese di nuova costituzione, nonché misure a sostegno di processi di ristrutturazione e di riorganizzazione delle imprese editoriali già costituite. 2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai seguenti princìpi e criteri direttivi: a) con riferimento ai destinatari dei contributi, parziale ridefinizione della platea dei beneficiari ammettendo al finanziamento, le imprese editrici che esercitano unicamente l’attività informativa autonoma e indipendente, di carattere generale costituite: 1) come cooperative giornalistiche, individuando per le stesse criteri in ordine alla compagine societaria e alla concentrazione delle quote in capo a ciascun socio; 2) come enti senza fini di lucro; 3) per un periodo di tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, come imprese editrici di quotidiani e periodici la maggioranza del cui capitale sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi fini di lucro

b) mantenimento del finanziamento con la possibilità di definire criteri specifici inerenti sia ai requisiti di accesso, sia ai meccanismi di calcolo dei contributi : 1) delle imprese editrici di quotidiani e periodici espressione delle minoranze linguistiche; 2) per le imprese e gli enti che editano periodici per non vedenti e per ipovedenti, prodotti con caratteri tipografici normali, su nastro magnetico, braille e supporti informatici, in misura proporzionale alla diffusione e al numero delle uscite delle relative testate; 2-bis) : italiani in lingua italiana aggiungere le seguenti: editi e diffusi all’estero o editi in Italia e diffusi prevalentemente all’estero (emendamento 2.24 Porta) 3) per le associazioni dei consumatori, a condizione che risultino iscritte nell’elenco istituito dall’articolo 137 del codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206. c) esclusione dal finanziamento: Notiziario USPI n° 2/2016


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1) degli organi di informazione dei partiti, dei movimenti politici e sindacali, dei periodici specialistici a carattere tecnico, aziendale, professionale o scientifico; 2) esclusione dal finanziamento di tutte le imprese editrici di quotidiani e periodici facenti capo a gruppi editoriali quotati o partecipati da società quotate in borsa; d) con riferimento ai requisiti per accedere ai contributi: 1) riduzione a due anni dell’anzianità di costituzione dell’impresa editoriale e di edizione della testata; 2) regolare adempimento degli obblighi derivanti dal rispetto e dall’applicazione del contratto collettivo di lavoro, nazionale o territoriale, stipulato tra le organizzazioni o le associazioni sindacali dei lavoratori dell’informazione e delle telecomunicazioni e le associazioni dei relativi datori di lavoro, comparativamente più rappresentative 3) edizione in formato digitale dinamico e multimediale della testata per la quale si richiede il contributo, anche eventualmente in parallelo con l’edizione in formato cartaceo; 4) obbligo per l’impresa di dare evidenza nell’edizione dell’ottenimento del contributo nonché di tutti gli ulteriori finanziamenti ricevuti a qualunque titolo; e) con riferimento ai criteri di calcolo del contributo: 1) superamento della distinzione tra testata nazionale e testata locale; 2) graduazione del contributo in funzione del numero di copie annue vendute, prevedendo più scaglioni cui corrispondono quote diversificate di rimborso dei costi di produzione della testata e per copia venduta e, per le testate on line, dell’aggiornamento dei contenuti e del numero effettivo di utenti unici raggiunti; 3) valorizzazione delle voci di costo legate alla trasformazione digitale dell’offerta e del modello imprenditoriale, anche mediante la previsione di un aumento delle relative quote di rimborso; 4) previsione di criteri premiali per l’assunzione a tempo indeterminato di lavoratori di età inferiore ai 35 anni e per azioni di formazione e aggiornamento del personale; 5) previsione di limiti massimi al contributo liquidabile, in relazione all’incidenza percentuale del contributo sul totale dei ricavi dell’impresa nella misura massima Notiziario USPI n° 2/2016

del 50 per cento; f) previsione di requisiti di accesso e di regole di liquidazione dei contributi diretti quanto il più possibile omogenei e uniformi per le diverse tipologie di imprese destinatarie; g) revisione e semplificazione del procedimento amministrativo per l’erogazione dei contributi a sostegno dell’editoria, anche con riferimento agli apporti istruttori demandati ad autorità ed enti esterni alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ai fini dello snellimento dell’istruttoria e della possibilità di liquidare i contributi con una tempistica più efficace per le imprese; h) introduzione di incentivi agli investimenti in innovazione digitale dinamica e multimediale, anche attraverso la previsione di modalità volte a favorire investimenti strutturali in piattaforme digitali avanzate, comuni a più imprese editoriali, autonome e indipendenti;

pubblicitari incrementali su quotidiani e periodici, riconoscendo un particolare beneficio agli inserzionisti di micro, piccola o media dimensione e alle start up innovative. 3. I decreti legislativi di cui al comma 1 del presente articolo sono adottati su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro dello sviluppo economico, nel rispetto della procedura di cui all’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400. 4. Al fine di rendere l’accesso ai prepensionamenti per i giornalisti progressivamente conforme alla normativa generale in materia, nonché di razionalizzare la composizio-

i) assegnazione di finanziamenti a progetti innovativi presentati da imprese editoriali di nuova costituzione, mediante bandi indetti annualmente; l) con riferimento alla rete di vendita: 1) accompagnamento del processo di progressiva liberalizzazione della vendita di prodotti editoriali, favorendo l’adeguamento della rete alle mutate condizioni, mitigando gli effetti negativi di breve termine, assicurando agli operatori parità di condizioni, ferma restando l’applicazione dell’articolo 9 della legge n. 192 del 1998, anche al fine di migliorare la reale possibilità di fornitura adeguata alle esigenze dell’utenza del territorio e con divieto di sospensioni arbitrarie delle consegne, e garantendo il pluralismo delle testate presenti in tutti i punti vendita; 2) promozione, di concerto con le regioni, di un regime di piena liberalizzazione degli orari di apertura dei punti di vendita e rimozione degli ostacoli che limitano la possibilità di ampliare l’assortimento e l’intermediazione di altri beni e servizi, con lo scopo di accrescerne le fonti di ricavo potenziale; 3) promozione di sinergie strategiche tra i punti di vendita, al fine di creare le condizioni per lo sviluppo di nuove formule imprenditoriali e commerciali; 4) completamento in maniera condivisa e unitaria dell’informatizzazione delle strutture, al fine di connettere i punti di vendita e di costituire una nuova rete integrata capillare nel territorio; n) incentivazione fiscale degli investimenti

ne e le attribuzioni del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi aventi ad oggetto la ridefinizione della disciplina dei requisiti e dei criteri per il ricorso ai trattamenti di pensione di vecchiaia anticipata di cui all’articolo 37, comma 1, lettera b), della legge 5 agosto 1981, n. 416 prevedendo, in ogni caso, il divieto di mantenere un rapporto lavorativo con il giornalista che abbia ottenuto il trattamento pensionistico, e la revisione della composizione e delle competenze del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. 5. Nell’esercizio della delega di cui al comma 4, il Governo si attiene ai seguenti princìpi e criteri direttivi: a) ridefinizione, nella direzione di un allineamento con la disciplina generale, dei requisiti di anzianità anagrafica e contributiva per l’accesso ai trattamenti di pensione di vecchiaia anticipata previsti dall’articolo 37, comma 1, lettera b), della legge 5 agosto 1981, n. 416, e revisione della procedura per il riconoscimento degli stati di crisi delle imprese editoriali ai fini dell’accesso ai prepensionamenti; b) razionalizzazione delle competenze del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti con riferimento al rapporto con i consigli regionali dell’ordine, particolarmente nelle materie del procedimento 8 7


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LEGGE SULL’EDITORIA, NUOVO TESTO IN AULA 7

disciplinare e della formazione, e riduzione del numero dei componenti fino a un massimo di trentasei consiglieri, di cui due terzi giornalisti professionisti e un terzo pubblicisti, purché questi ultimi come tali abbiano una posizione previdenziale attiva presso l’Istituto Nazionale di Previdenza dei giornalisti italiani, garantendo la massima rappresentatività territoriale; 6. I decreti legislativi di cui al comma 4 del presente articolo sono adottati su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro dell’economia e delle finanze, sentiti – per l’ipotesi di cui alla lettera b) – il Ministro della giustizia e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, nel rispetto della procedura di cui all’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400. 7. Gli schemi dei decreti legislativi di cui ai commi 1 e 4, corredati di relazione tecnica che dia conto della neutralità finanziaria dei medesimi ovvero dei nuovi o maggiori oneri da essi derivanti e dei corrispondenti mezzi di copertura, a seguito di deliberazione preliminare del Consiglio dei ministri, sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica affinché su di essi siano espressi, entro sessanta giorni dalla data di trasmissione, i pareri delle Commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari. Decorso tale termine, i decreti legislativi possono essere adottati anche in mancanza dei pareri. Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, trasmette nuovamente i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni, corredate dei necessari elementi integrativi di informazione e di motivazione. Le Commissioni parlamentari esprimono il proprio parere entro 20 giorni dalla trasmissione, decorsi i quali i decreti sono adottati. ARTICOLO 3 (Nuove disposizioni per il riordino dei contributi alle imprese editrici) 1. All’articolo 2 del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 luglio 2012, n. 103, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 2, alinea, le parole: «il contributo, che non può comunque superare quello riferito all’anno 2010,» sono sostituite dalle seguenti: «il contributo, che non può 8

comunque superare il 50 per cento dell’ammontare complessivo dei ricavi dell’impresa editrice, riferiti alla testata per cui si chiede il contributo, al netto del contributo medesimo,»; b) al comma 4, il secondo periodo è soppresso; c) dopo il comma 7 è inserito il seguente: «7-bis. Il contributo è erogato in due rate annuali. La prima rata è versata entro il 30 maggio mediante anticipo di una somma pari al 30 per cento del contributo erogato all’impresa nell’anno precedente a quello per il quale si richiede il contributo. La seconda rata, a saldo, è liquidata entro il termine di conclusione del procedimento. All’atto dei pagamenti, l’impresa deve essere in regola con le attestazioni rilasciate dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e con i versamenti dei contributi previdenziali e non deve risultare inadempiente in esito alla verifica di cui all’articolo 48-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602». 2. Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano a decorrere dai contributi relativi all’anno 2016. 3. A decorrere dai contributi relativi all’anno 2016, le domande per l’ammissione al sostegno pubblico all’editoria, sottoscritte dal legale rappresentante dell’impresa editoriale, sono presentate, per via telematica e con firma digitale, dal 1o al 31 gennaio dell’anno successivo a quello di riferimento del contributo, secondo le modalità pubblicate nel sito internet istituzionale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. Le domande devono essere corredate dei documenti istruttori o delle dichiarazioni sostitutive attestanti: l’assetto societario, il numero dei giornalisti dipendenti associati, la mutualità prevalente, il divieto di distribuzione degli utili, l’anzianità di costituzione e di edizione della testata, la periodicità e il numero delle uscite, l’insussistenza di situazioni di collegamento o di controllo previste dall’articolo 3, comma 11-ter, della legge 7 agosto 1990, n. 250, e dall’articolo 1, comma 574, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, l’iscrizione al registro delle imprese, gli estremi delle posizioni contributive presso istituti previdenziali, la proprietà o la gestione della testata. Le imprese editoriali devono inoltre far pervenire nel medesimo termine un campione di numeri

della testata edita. Entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello di riferimento del contributo, le imprese editoriali richiedenti il contributo devono produrre il bilancio di esercizio, corredato della nota integrativa e degli annessi verbali, i prospetti dei costi e delle vendite; tale documentazione deve essere certificata da soggetti iscritti nel registro dei revisori legali, istituito presso il Ministero dell’economia e delle finanze ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 39. 4. A decorrere dal 1o gennaio dell’anno successivo all’entrata in vigore della presente legge, sono apportate le seguenti modificazioni: a) il comma 7-bis dell’articolo 1 del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 luglio 2012, n. 103, è abrogato; b) all’articolo 1, comma 3, della legge 7 marzo 2001, n. 62, dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Il prodotto editoriale è identificato dalla testata intesa come il titolo del giornale, della rivista o di altra pubblicazione periodica, avente una funzione e una capacità distintiva nella misura in cui individua una pubblicazione». ARTICOLO 4 (Nuove disposizioni per la vendita dei giornali) 1. A decorrere dal 1 gennaio 2017, i punti di vendita esclusivi assicurano la parità di trattamento nella vendita delle pubblicazioni regolari in occasione della loro prima immissione nel mercato. Per pubblicazioni regolari si intendono quelle che hanno già effettuato la registrazione presso il tribunale, che sono diffuse al pubblico con periodicità regolare, che rispettano tutti gli obblighi previsti dalla legge 8 febbraio 1948, n. 47, e che recano stampati sul prodotto e in posizione visibile la data e la periodicità effettiva, il codice a barre e la data di prima immissione nel mercato. ARTICOLO 5 (Norme modificative e abrogative) 1. All’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, sono abrogati la lettera b) del comma 160 e il comma 162. 2. All’articolo 1, comma 163, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, le parole «del Fondo di cui alla lettera b) del comma 160» sono sostituite dalle seguenti: «del Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione istituito nello stato di previsione della Presidenza del Consiglio dei ministri». Notiziario USPI n° 2/2016


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Lectio Magistralis di Umberto Eco

SEMIOTICA E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Università di Caracas, luglio 1994

dialogando dialogando Il 19 febbraio scorso è morto Umberto Eco, semiologo, filosofo e scrittore italiano. Saggista prolifico, ha scritto numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia, oltre a molti romanzi di successo. Vogliamo portare il nostro tributo e il nostro cordoglio per la sua morte, ricordandolo con le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che si è detto «particolarmente addolorato» per la morte di Umberto Eco. «Umberto Eco - ha ricordato Mattarella era un uomo libero, dotato di un profondo spirito critico e di grande passione civile. È stato un protagonista del dibattito intellettuale italiano e internazionale. Nella sua autobiografia si specchia il percorso di ricerca di identità culturale di intere generazioni del dopoguerra. Interprete, nei suoi anni giovanili, dei fermenti che animarono il mondo cattolico, seppe esprimere in modo creativo nelle sue diverse esperienze la curiosità che lo guidava, sia sul terreno della sperimentazione dei linguaggi, a partire dalla televisione, sia su quello della ricerca semiologica. La critica sociale che ha espresso nei suoi saggi e nei suoi frequenti interventi pubblicistici era figlia di questa capacità di lettura della società contemporanea. Umberto Eco ha vissuto immerso nelle contraddizioni del suo tempo, senza lasciarsene travolgere. Osservatore acuto e disincantato, scrittore finissimo, anticipatore e sperimentatore di fenomeni e tendenze, si è sempre proiettato nella dimensione internazionale, lontano da ogni chiusura dogmatica o provinciale. I suoi saggi e i suoi romanzi hanno portato grande prestigio all’Italia e arricchito la cultura di ogni latitudine». (www.quirinale.it, 20 febbraio 2016) Per ricordare il grande uomo, considerato il padre della semiotica, la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi abbiano un senso (significazione), riportiamo per i nostri lettori un saggio su “Semiotica e filosofia del linguaggio”, illustrato da Notiziario USPI n° 2/2016

Eco stesso in una Conferenza tenuta a Caracas (Venezuela) nel lontano 1994 e pubblicato sul proprio sito, www.umbertoeco.it - Papers to download INTRODUZIONE …Io sarei d’accordo nel definire la semiotica lo studio della semiosi in tutte le sue forme, e la semiosi è un processo che si trova a molti e diversi livelli, ogni qual volta qualcosa sta al posto di qualcos’altro sotto qualche rispetto o capacità, e si stabilisce un rapporto tra un segno, il proprio oggetto e il proprio interpretante - come avrebbe detto Peirce. Ma basta questa definizione, in sé assai vasta, a circoscrivere i limiti e il campo di una disciplina? 1. SEMIOTICA GENERALE E SEMIOTIChE SPECIFIChE Nel mio Semiotica e filosofia del linguaggio (1984) asserivo che la semiotica in quanto disciplina pone il proprio oggetto, anziché trovarlo come dato: e vedremo più avanti che, a certe condizioni, non intendo discostarmi da tale assunzione. Allo stesso titolo la fisica pone i concetti di atomo, forza, inerzia o tempo, e la zoologia non potrebbe decidere se un organismo è o no di sua competenza senza porre un concetto di organismo animale. Ma questo gesto di posizione può avvenire perché lo studioso è pur sempre determinato da una serie di accadimenti empirici che sarebbero riconosciuti come tali anche se non esistesse una scienza che li studia. E’ facile asserire che esiste una storia della letteratura di lingua spagnola. Si può trattare questa letteratura con metodi diversi, far la biografia degli autori, la ricostruzione filologica dei testi, l’analisi post-moderna o decostruzionista di un’opera; si può usare un metodo strutturalista, marxista, sociologico... Ma siamo sempre di fronte al fatto empiricamente verificabile che esistono dei testi scritti in castigliano, siano essi un brano di Alfonso el Sabio, una pagina di Cervantes…o di Gabriel Garcia Marquez. Del pari la zoologia può provare imbarazzo a classificare l’ornitorinco, ma esiste una

capacità intuitiva da parte di ogni essere umano di riconoscere un essere vivente, e al massimo si possono discutere alcune situazioni di frontiera in cui la scienza zoologica deve decidere se certi microrganismi siano animali o piante. Pensate invece all’imbarazzo di una disciplina come l’estetica. Al di là del settore tutto sommato impreciso (attraverso il tempo e lo spazio geografico) di quelle che gli uomini presentano come opere d’arte, pare che gli esseri umani denuncino esperienze estetiche nei casi più disparati, di fronte a un tramonto, a una rana, a un cibo, a un altro essere umano spesso, per altri, di dubbia bellezza; e dicono belli dei sentimenti, dei ragionamenti matematici, o l’esperienza del divino. L’unica decisione empiricamente giustificabile sarebbe accettare come oggetto di una teoria estetica tutte le esperienze rispetto alle quali gli esseri umani pronunciano la parola “bello”, ammesso e non concesso che i suoi equivalenti in ogni lingua siano sinonimicamente tali: ma accade che gli esseri umani non pronuncino questa parola di fronte a esperienze che molti definirebbero come estetiche, o la pronunciano in situazioni che nessuna teoria estetica esistente troverebbe adeguate. Ed ora veniamo alla semiotica. Per il laico può apparire sovente incongruo che si trovino riuniti sotto la stessa egida studiosi che parlano delle strutture sintattiche dello Swahili e altri che analizzano la direzione di uno sguardo in un quadro del rinascimento, per non dire di altri ancora che si interrogano sui meccanismi inferenziali che guidano il medico nel diagnosticare una polmonite o sul problema se esista un sistema di comunicazione tra linfociti. E non solo il laico ma anche il chierico talora si chiede se la semiotica debba occuparsi, oltre che dei processi comunicativi intenzionali, anche di quelli nel corso dei quali si tratta un sintomo naturale come se fosse stato intenzionalmente emesso a fini comunicativi. Di solito noi ci sentiamo molto sicuri di noi stessi quando rispondiamo al laico che è solo dovuto alla sua pochezza il fatto che non veda una relazione tra la parola fumo e un fil di fumo, tra la lingua tedesca e il sistema di segnalazione semaforica, tra l’emissione di un atto linguistico e l’ostentazione di un paio di scarpe alla moda. 10 9


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dialogando dialogando 9

Non pensiamo più, da qualche decennio, che tutti questi fenomeni debbano essere investigati con gli strumenti della linguistica; non pensiamo più che la semiotica debba solo occuparsi dei sistemi di segni o dei segni organizzati in sistema, perché sappiamo di dover spiare anche i momenti in cui si comunica senza, al di fuori, prima, contro il sistema; sappiamo che si può far semiotica sia studiando le regole che i processi, compresi i processi sregolati…: il semiologo è colui che si lascia incuriosire dal fatto che perlomeno gli esseri umani usano fonazioni, gesti, oggetti naturali o artificiali per riferirsi ad altri fenomeni (oggetti, classi di oggetti o stati di fatto) che non sono percepibili durante quella interazione specifica, che spesso non esistono, o che hanno una forma di esistenza diversa da quella fisica. La prova che gli umani siano capaci di far questo è che se mangiano un pezzo di carne anche il loro gatto se ne accorge, e reclama la sua parte, mentre se emettono la fonazione ‘Caracas è a sud di Buenos Aires’, il loro gatto rimane inerte mentre il loro eventuale interlocutore umano reagisce in modo che altri interlocutori umani interpreterebbero come manifestazione di dissenso. Il semiologo chiama questo fenomeno semiosi. Forse è più facile riconoscere l’esistenza empirica di testi scritti in castigliano o di esseri animali che non quella dei processi di semiosi, e per questo la semiotica fa più fatica a farsi riconoscere che non la storia della letteratura o la zoologia… Pertanto, anche se una frase è diversa da un poema epico, e se il modo in cui percepiamo i segnali del Morse è diverso da quello con cui percepiamo la forma e le sfumature cromatiche di una nuvola, sosteniamo, esplicitamente o implicitamente, che in tutti i casi deve agire un meccanismo comune, per quanto disparati appaiano i suoi esiti superficiali: se è lo stesso apparato fisiopsicologico che ci mette in grado di capire la frase ‘domani pioverà’ e la nuvola che annuncia una pioggia non ancora esperita, allora deve esserci qualcosa che permette di unificare questi due processi di apprendimento, elaborazione, previsione e dominio intorno a qualcosa che la semiosi non ci mette davanti agli occhi. Ed ecco dunque che il chierico non si stupisce se allo steso congresso qualcuno parla del rapporto tra un pronome e il sostantivo che esso anaforizza, un altro del modo in cui un racconto annuncia le proprie fasi successive, e un altro ancora delle conven10

zioni per cui, basandoci su previe e naturali esperienze, una manica a vento induce a prevedere le sequenze future del viaggio che stiamo per affrontare. Esiste una semiotica generale che non può e non intende investigare i meccanismi di funzionamento di specifici processi di semiosi e che si preoccupa di porre filosofico alcune categorie fondamentali, quali quella di semiosi, di segno, di rapporto di significazione, d’inferenza interpretativa e così via. Questa semiotica generale ha per scopo di mostrare la fondamentale unità di esperienze per altri versi assai diverse, per quanto generalissimo sia il suo punto di vista, e lontano l’obbiettivo con cui mette a fuoco i dati molteplici delle nostre varie esperienze. Questa semiotica generale è una branca della filosofia, o meglio è la filosofia intera in quanto impegnata a riflettere sul problema della semiosi. Rispetto alla semiotica generale, esistono le semiotiche specifiche, che sono lo studio di un determinato sistema di segni e dei processi che esso può consentire. Esempio principe di semiotica specifica è la linguistica. Ma è semiotica specifica anche lo studio della segnaletica stradale… Ed è semiotica specifica anche lo studio di processi i cui pare agire il motore della semiosi, e che tuttavia non sono ancora o non possono essere riconducibili a sistemi soggiacenti stabili, e rispetto ai quali si è ancora fermi alla ricerca sul campo, alla raccolta paziente dei dati, al tentativo di dirimere contraddizioni teoriche. Ma in definitiva molte semiotiche specifiche possono raggiungere lo status di una scienza umana e come tali delineare dei sistemi di regole, dei criteri di interpretazione, nonché elaborare previsioni almeno statisticamente attendibili, nel senso che si può prevedere che per esprimere l’azione di un agente su un paziente gli utenti di una certa lingua si atterranno mediamente ad alcune strutture sintattiche definite, e che in un corpus di racconti popolari al complicarsi della peripezia dovrebbero mediamente sopraggiungere alcune formule standardizzate di scioglimento… 2. GRAMMATIChE,

SEMIOTICA GENERALE

filosofia del linguaggio. Tuttavia l’esistenza di discipline all’interno degli ordinamenti universitari riflette differenze di scuola e di metodo, e bisogna riflettere su queste differenze. Esistono delle scienze specifiche del linguaggio come la linguistica o la glottologia o - in altri sistemi semiotici - l’iconografia o la musicologia. Chiameremo questi studi, con espressione atecnica, grammatiche, nel senso che tendono a individuare le regole di funzionamento di un certo sistema di segni. E’ una grammatica la linguistica dell’italiano come lo studio dei linguaggi tambureggiati e fischiati presso una tribù primitiva, o lo studio dei diversi tipi di segnaletica fatto da Prieto. Qualsiasi teoria generale dei sistemi di segni che si ponesse come grammatica generale o universale, sarebbe una grammatica nella misura in cui, pur riducendo le proprie categorie ad alcune ascisse generali che si presumono presenti in ogni sistema di segni, tentasse di articolare queste categorie in un sovra-sistema che voglia rendere ragione del perché i vari sistemi di segni funzionano in un certo modo. In tal senso la filosofia del linguaggio assumerebbe come date le ricerche delle grammatiche; darebbe per definite le grammatiche e rifletterebbe piuttosto sull’uomo in quanto usa, costruisce o trasforma le grammatiche onde parlare dell’universo (nel senso massimale del termine, che può comprendere anche entità metafisiche). In tal senso problemi come quelli dell’origine del linguaggio (perché è una filosofia del linguaggio anche quella di Vico), o della valutazione del loro uso in termini vero-funzionali, sfuggirebbe alla presa delle grammatiche, e cadrebbero sotto l’egida di una filosofia del linguaggio. Se quella di Heidegger è una filosofia del linguaggio (e non si può negare che sia una riflessione filosofica sul linguaggio), essa costituisce l’esempio principe di una filosofia del linguaggio che ignora ogni problema grammaticale, e quando lo sfiora, almeno a livello etimologico, si permette licenze che avrebbero scandalizzato Isidoro di Siviglia.

E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Il problema è piuttosto che, se si accetta la mia definizione di semiotica generale come riflessione filosofica sul fenomeno della semiosi, ci si può legittimamente chiedere in che cosa una semiotica generale differisca da una filosofia del linguaggio. Siccome non mi interessano i nomi o le etichette accademiche, ma quello che si fa, potrei tranquillamente rispondere che mi va benissimo identificare semiotica generale e

Per ragioni storiche la semiotica contemporanea sarebbe nata invece anzitutto come grammatica, vuoi come grammatica universale, vuoi come confederazione di grammatiche specifiche. E’ indubbio che così sia avvenuto con la semiotica strutturale, lungo la linea che da Saussure e Hjelmslev va sino a Barthes – che ha tentato persino a una grammatica della moda in quanto descritta, o della cucina giapponese... Notiziario USPI n° 2/2016


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Ma al di fuori del filone strutturalista, anche Peirce - se pure fonda sin dagli inizi la sua semiotica come discorso prettamente filosofico (elaborando la sua nuova lista di categorie, la critica del cartesianesimo e un abbozzo di teoria dell’inferenza), mette contemporaneamente in opera la costituzione di una grammatica di tutti i tipi di segni, almeno nella forma della sua classificazione tricotomica, ponendosi espressamente il problema di una grammatica e di una retorica speculativa. Peirce è tuttavia l’esempio di come la distinzione tra indagine filosofica e indagine grammaticale non sia così netta. Se si ricostruisce una storia della semiotica, come storia delle varie dottrine dei vari tipi di segni, è possibile separare un momento grammaticale da un momento filosofico in Aristotele o negli Stoici? Forse che gli Analitici primi sono una grammatica logica e gli Analitici secondi una riflessione filosofica sui modi della conoscenza? La grammatica universale dei modisti appartiene al momento dell’analisi grammaticale o alla riflessione filosofica sul ruolo ed essenza del linguaggio? Locke dà l’impressione di far della filosofia del linguaggio, ma Port Royal fa solo della grammatica? Chomsky fa evidentemente della grammatica ma la filosofia del linguaggio - cartesiana - che ne traiamo non è solo implicita, come sarebbe implicita una metafisica influente in una teoria dell’indagine scientifica, e costituisce il nucleo espresso e imprescindibile di tutta la sua impresa… Ritengo dunque che esistano delle semiotiche specifiche, che sono appunto quelle che ho chiamato grammatiche di un particolare sistema di segni e che Hjelmslev avrebbe chiamato, al plurale, semiotiche. Queste grammatiche potrebbero esistere e talora si sono sviluppate al di fuori di un quadro semiotico generale. Ma naturalmente risultano più interessanti quando tengono conto di questo quadro: talora la preoccupazione del quadro ha prevalso sulla specificità della ricerca, e si sono avuti negli anni sessanta tentativi abbastanza ingenui di estendere le categorie della linguistica a ogni sistema segnico; e questo avveniva perché si assegnava a una grammatica specifica, quella della lingua, il compito di divenire parametro di una semiotica generale. Ma un esempio equilibrato di elaborazione di grammatiche specifiche di sistemi semplici (le segnaletiche visive) mi pare quello di Prieto in Messages et signaux, dove si usa quale parametro provvisorio la nozione Notiziario USPI n° 2/2016

linguistica di articolazione, ma proprio per mostrare come i sistemi che egli esamina non obbediscono alle stesse regole dei linguaggi naturali. Quando è bene costruita una semiotica specifica raggiunge uno statuto scientifico, o vi si approssima, nella misura in cui questo è consentito nell’ambito delle scienze umane. Molte di queste grammatiche hanno sempre una componente descrittiva, talora una componente prescrittiva e in qualche misura una componente predittiva, almeno in senso statistico, in quanto dovrebbero essere in grado di prevedere come in circostanze normali l’utente di un dato sistema genererebbe o interpreterebbe messaggi emessi secondo le regole di quel sistema.

Essi sono (I) la decisione di generalizzare le proprie categorie in modo da portarle e definire non solo le lingue naturali o i linguaggi formalizzati, ma ogni forma espressiva, anche le meno grammaticalizzabili, anche i processi aurorali di grammaticalizzazione, anche le operazioni di sgrammmaticalizzazione di un linguaggio dato, anche i fenomeni che non appaiono intenzionalmente prodotti a fini espressivi ma che si pongono all’origine di una inferenza interpretativa; (II) l’esigenza, la vocazione costante di trarre le proprie generalizzazioni dall’esperienza delle grammatiche, al punto tale che la riflessione filosofica s’intreccia strettamente con la descrizione grammaticale.

A queste semiotiche specifiche si opporrebbe, nel senso che si sovraordinerebbe, una semiotica generale. Mentre le semiotiche specifiche trovano in qualche modo i propri oggetti come già dati (suoni, gesti, bandierine e così via), una semiotica generale pone il proprio oggetto come categoria filosofica. In tal senso quel concetto di segno, o di semiosi, che dovrebbe rendere ragione dei vari fenomeni individuati dalle semiotiche specifiche, è un concetto filosofico, un costrutto teorico…

3. LA SEMIOTICA COME DIPARTIMENTO In questa impresa la semiotica corre ovviamente dei rischi. Nella voce “Semiotica” stesa negli anni settanta per l’Enciclopedia Europea di Garzanti, Raffaele Simone, dopo aver correttamente ricostruito la storia e i problemi della disciplina, citava lo sterminato allargamento del campo semiotico da Saussure ai giorni nostri, dalla letteratura e la logica alla comunicazione animale e alla psicologia, “fino a proporsi come scienza generale della cultura” e commentava: “In questo spropositato ampliarsi del suo orizzonte stanno le ragioni della sua diffusione ma anche i germi del suo scacco: se tutta la cultura è segno, una scienza unica che studi (con gli stessi concetti e gli stessi metodi) tutto, è forse troppo e troppo poco: più conveniente sarà allora tornare a una varietà di discipline a se stanti, ciascuna per un ambito di indagine, anche se arricchite dalla consapevolezza del carattere semiotico del loro oggetto.”

Pertanto, anche se una frase è diversa da un poema epico, e se il modo in cui percepiamo i segnali del Morse è diverso da quello con cui percepiamo la forma e le sfumature cromatiche di una nuvola, sosteniamo, esplicitamente o implicitamente, che in tutti i casi deve agire un meccanismo comune, per quanto disparati appaiano i suoi esiti superficiali: se è lo stesso apparato fisiopsicologico che ci mette in grado di capire la frase domani pioverà e la nuvola che annuncia una pioggia non ancora esperita, allora deve esserci qualcosa che permette di unificare questi due processi di apprendimento, elaborazione, previsione e dominio intorno a qualcosa che la semiosi non ci mette davanti agli occhi. Questa semiotica generale è una branca della filosofia, o meglio la filosofia intera in quanto impegnata a riflettere sul problema della semiosi. Ma se è così, in che cosa si distingue una semiotica generale dalla filosofia del linguaggio? Se sono da riconoscere come filosofie del linguaggio quelle di Quine, di Putnam, di Rorty, di Gadamer, di Heidegger, di Vattimo, di De Mauro o di Bonomi, allora la semiotica generale è filosofia del linguaggio la cui unica caratteristica distintiva sarebbe quella di essere ritenuta migliore delle altre da coloro che la praticano... Tuttavia credo che si possa individuare due tratti che distinguono l’impresa semiotica da quella di altre filosofie del linguaggio.

Ci sono in questo passaggio molte cose su cui riflettere. Eliminerei, per nostra comune tranquillità, la parola “scacco”, sostituendola con “crisi” (e le crisi possono essere anche di crescenza) e di questa crisi vorrei riflettere sui “germi”. Nel delineare questi germi, Simone è stato ottimista. Lo è stato sia riducendo l’elenco dei campi che la semiotica ha invaso, sia accusando la semiotica di proporsi come scienza generale della cultura. In effetti, e basta consultare le bibliografie, la semiotica sta ormai facendo ben di peggio e tende a presentarsi come scienza generale della natura. Essa non ha potuto evitare il passaggio, esplicito in Peirce, da una teoria del segno a una teoria generale dell’inferenza, e da questa a uno studio non solo dei processi di significazione e comunicazione ma anche dei processi percettivi. La semiotica oggi tende a fare della percezione un aspetto (fondante) della semiosi… Nel 1975, nel Trattato di semioti-

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ca generale, io ponevo tutti questi aspetti oltre una soglia tabù che denominavo “soglia inferiore della semiotica”. Ma si può decidere di non occuparsi ex professo di una serie di problemi, senza dire per questo che i problemi non esistono. Simone suggeriva che sarebbe stato più conveniente allora “tornare a una varietà di discipline a sé stanti, ciascuna per un ambito di indagine, anche se arricchite dalla consapevolezza del carattere semiotico del loro oggetto”. Debbo dire che mi sento abbastanza incline a sottoscrivere questa prospettiva. Sono convinto che la semiotica non esista come disciplina scientifica. Esistono tante semiotiche specifiche, e spesso lo stesso oggetto specifico dà origine a teorizzazioni e a grammatiche diverse. Per parlare in termini accademici, Semiotica non è il nome di una disciplina bensì il nome di un dipartimento, o di una facoltà. Così come non esiste una disciplina, ma una facoltà intitolata alla medicina. La medicina era una disciplina unitaria quando era o galenica o paracelsiana, e quindi quando era ancora a uno stadio infantile. Oggi l’oggetto comune delle scienze mediche è il corpo umano, e i metodi e gli approcci - così come le specializzazioni - sono in perpetuo divenire, e in ogni caso comprendono settori scientifici e pratiche così diversi come la dietetica e la chirurgia, la neurofisiologia e l’ortopedia… A questo punto la domanda é: in che senso questa semiotica si differenzia dalla filosofia del linguaggio? La filosofia del linguaggio sfugge allo scacco o alla crisi che Simone riconosceva nell’impresa semiotica? 4. DIFFERENZE TRA SEMIOTICA E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO Se dunque questa unità di campo potenzialmente esiste, pur tuttavia credo possa essere tracciata una linea di demarcazione tra studi semiotici e studi di filosofia del linguaggio. Intenderei la linea di demarcazione come la soglia da cui si diramano due tendenze opposte, tali che ciascuno dei due orientamenti potrebbe trarre stimoli e suggerimenti dall’altro - e in parte ritengo che questo avvenga già in molti casi. In tal senso ciascuno dei due orientamenti dovrebbe fare i conti con i propri vizi d’origine e le fonti d’energia originarie, senza per questo chiudersi alla sollecitazioni che vengono dall’altra parte. La semiotica di derivazione linguistico strutturale ha sofferto a lungo di due restrizioni. 12

Dell’una si è già detto, ed è stata la stretta dipendenza da una grammatica specifica, quella linguistica. La seconda è l’attenzione alle “lingue” (fossero esse verbali o no) come sistemi. Certamente questo è stato anche un punto di forza, a cui potrebbero rifarsi utilmente anche studiosi di diversa provenienza … Ritengo che spesso la filosofia del linguaggio di origine analitica, nell’esercitarsi su enunciati e sulle loro condizioni di verità, o di uso, perda di vista il fatto che a legittimare questi enunciati c’è un sistema. D’altra parte questo vizio potrebbe essere rimproverato anche alla semiotica peirciana. Se nel mio lavoro ho fatto qualcosa, è stato di cercare di mettere d’accordo queste due istanze - a rischio di non pochi peccati di sincretismo. Tuttavia ammetto che l’attenzione esasperata al momento del sistema poteva distogliere dai fenomeni di processo. Non è vero del tutto, perché anche i filosofi analitici potrebbero leggersi o rileggersi con gran profitto gli scritti di un linguista come Benveniste sui processi di enunciazione. Tuttavia, a voler generalizzare, le semiotiche di origine strutturalista analizzavano di preferenza (anche a livello semantico) sistemi di termini, mentre i filosofi del linguaggio di derivazione analitica analizzavano enunciati. Tra gli strutturalisti d’origine, mi pare che il primo che in Italia abbia deciso che l’unità significativa non è il termine ma l’enunciato, sia proprio De Mauro. Ma è inutile nascondersi che da un lato c’è una tradizione che si chiede se faccia parte del termine cane il tratto ANIMALE, e dall’altro quella per cui il problema è se sia vero che i cani sono animali. Credo sia venuto il momento di superare questa apparente differenza d’approccio, ma non mi limito a invitare gli analitici a fare un esame di coscienza e lo estendo anche ai lessicografi di origine strutturalista. Sono convinto che la semiotica strutturale abbia ceduto alla fascinazione (giusta) della pragmatica solo perché essa si era introdotta attraverso la tematica degli atti linguistici nel dominio della filosofia del linguaggio di origine analitica. In ogni caso non possiamo negare a Morris la paternità di tale termine, credo…, siamo piuttosto sul versante Peirce+Enciclopedia della Scienza Unificata, che su quello strutturalista. Ma debbo dire che è merito dei semiotici aver tentato subito di fare i conti con la pragmatica, mostrando molta ricettività ai problemi inizialmente extra moenia. Non so più se attribuire alla parte dei filosofi del linguaggio o a quella dei grammatici, e quindi dei primi semiotici, l’attenzio-

ne alle grammatiche casuali, ma è certo che la decisione di risolvere il composizionalismo in una ‘case grammar’ ha le sue origini (dico in termini cronologici e di diritto, se non in termini di influenza diretta) nella linguistica di Tesnières, nella critica letteraria di Kenneth Burke, e nella semantica attanziale, nella linguistica testuale, nella narratologia. Se si debbono criticare i semiologi che costruiscono opposizioni sia di sistema che di processo, ignorando la vicenda degli enunciati nel flusso concreto del parlare quotidiano, bisognerà rimproverare ad altri di continuare a considerare enunciati del parlare comune delle finzioni di laboratorio (così che non si sa più se il re di Francia sia scapolo e se la stella della sera sia calva), non arrivando mai a provarsi sulle complessità dei testi - non foss’altro, per iniziare, che testi espressi in linguaggi naturali verbali. Il campo semiotico è pieno di avventurieri della formula, che chiamano formalizzazione la decisione di usare sigle invece che parole, per comodità schematica, e senza alcuna regola di calcolo; ma molti filosofi del linguaggio per amore di formalizzazione restano sempre al di qua della reale esperienza discorsiva. E’ da lamentare che Greimas abbia costruito una intera teoria delle modalità ignorando l’intera logica modale nel suo complesso, ma è egualmente lamentabile che molti teorici insulari degli atti linguistici ignorino Bühler o le funzioni del linguaggio di Jakobson. Molta semiotica, per reagire a certi eccessi vero-funzionalistici, ha iniziato espungendo dal proprio ambito il problema del riferimento. E’ stata forse l’insistenza quasi esclusiva di molta filosofia del linguaggio a richiamare anche la semiotica all’esigenza di esprimere una propria teoria del riferimento, specie quando si è accorti che, espungendo il problema banale del riferimento, si sono incoraggiate derive decostruzionistiche che ormai inducono a credere che il linguaggio parli sempre e solo esclusivamente delle proprie impossibilità - identificando questa castrazione con la sua forza. Credo che sia giusto, anche per chi fa grammatica formale, soggiacere ogni tanto all’angoscia dell’essere che si dilegua, o al dubbio che non esista significato trascendentale; purché gli altri si accorgano che molte volte, sulla verità e la verificabilità dell’asserto oggi fa tempesta, si può giocare la nostra vita, almeno se siamo su un aereo che decolla. C’è un libro che sin dalla sua prima apparizione mi è sembrato colmare un primo iato tra tematiche della filosofia del linguaggio Notiziario USPI n° 2/2016


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e tematiche semiotiche, e mi riferisco al Languages of art di Nelson Goodman. Il merito del libro non è solo quello, più evidente, di aver impiegato l’esperienza di un filosofo del linguaggio, da sempre inteso ad analizzare enunciati verbali, per cercare di legittimare l’esistenza di linguaggi visivi. E’ piuttosto il tentativo di costruire categorie semiotiche adeguate là dove le categorie logiche e linguistiche non davano ragione di alcune differenze fondamentali. E penso alle pagine sui campioni e le esemplificazioni, o sulla differenza tra arti autografiche ed arti allografiche… In uno dei capitoli certamente più interessanti, quello sulla denotazione delle immagini, Goodman conduce sottili distinzioni tra una man-picture e la picture of a man, e si pone molteplici problemi circa le modalità denotative di un quadro che rappresenti insieme il Duca e la Duchessa di Wellington. Esso allo stesso tempo denoterebbe la coppia, parzialmente denoterebbe il duca, sarebbe nel suo insieme una two-personpicture e in parte una man-picture, ma non rappresenterebbe il Duca come due persone, e così via. Curiosa e anche divertente serie di questioni che sorge solo se si intende il quadro come l’equivalente di una serie di enunciati, e cioè si rende il visivo parassita del verbale. La verità è che chi guarda il ritratto non pensa quasi mai a questi problemi (se non nel caso estremo in cui il quadro venga usato o a fini segnaletici, come la foto di un passaporto, o a fini storico-documentari) e tuttavia, o più sovente, ne trae dei significati. Sono andato a cercare quasi a caso tra alcuni studi semiotici sul ritratto, e ho trovato (cito dal saggio di Omar Calabrese, “La sintassi della vertigine. Sguardi, specchi e ritratti”, VS 29, 1981) che le categorie messe in gioco, al di là della problematica della rassomiglianza, sono per esempio opposizioni concernenti il taglio dell’inquadratura, la posizione delle mani, rapporto tra figura e spazio-sfondo, direzione dello sguardo, e di conseguenza il rapporto tra un ritratto che mostra di saper di essere guardato dallo spettatore e un altro in cui il personaggio guarda qualcosa ma non guarda lo spettatore, e così via. Se dovessimo trovare una analogia con problemi linguistici dovremmo rifarci al problema dell’aspettualità. Nessuno negherebbe che Giovanni esce di casa, Giovanni usciva di casa, Giovanni uscì di casa, Giovanni stava uscendo di casa, certamente esprimono o significano cose diverse e non sono certamente enunciati diversi riconducibili alla stessa proposizione, a meno che la nostra semiotica non privilegi una mera nomenclatura negando che le Notiziario USPI n° 2/2016

forme verbali contribuiscano alla costruzione del significato di un enunciato. Per ritrovare fenomeni analoghi in un’opera visiva, ma non trattabili allo stesso modo di un enunciato verbale, occorre elaborare categorie proprie a quella modalità di rappresentazione senza compiere il corto circuito della verbalizzazione del soggetto del quadro. Sia chiaro che non sto delineando una differenza tra funzione semantica e funzione estetica del quadro: sto dicendo che o si colgono le modalità semantiche dell’enunciato visivo, o ci si riduce a negare al visivo in quanto tale la capacità di comunicare significati – così negando che esistano significati non immediatamente interpretabili in termini linguistici… 5. SEMIOTICA GENERALE RIVISITATA: L’INDICALITà

Faccio un esempio, che in questo periodo mi sta particolarmente a cuore. Uno dei fenomeni semiosici che ha sempre imbarazzato i sostenitori di una semiotica non unicamente referenziale è stato il problema degli indici. Tutti gli altri tipi di segno sembrano rinviare a qualcosa che normalmente non è presente, e richiedono quindi la mediazione di un significato, mentre gli indici paiono funzionare solo in connessione con la cosa indicata. Io, più forse di altri, ho tentato di svincolare gli indici da questa connessione necessaria con il referente. Nel Trattato di semiotica generale ho cercato di mostrare che, affinché noi comprendiamo come usare i deittici (sia quelli verbali come questo o quello sia quelli fisici come il dito o la bacchetta puntata) occorre che il significante sia già correlato in linea di principio con un suo significato indipendente dal contesto. Capisco che cosa indica un questo anaforico perché il suo significato non cotestuale è “l’ultima porzione contestualmente rilevante del contenuto precedentemente veicolato”, e capisco un dito puntato (mentre non capisco il segno indicale usato da altre civiltà) perché so che esso postula come presente un oggetto posto il direzione del proprio apice tanto che se io punto un dito sul nulla il mio interlocutore si affanna ad individuare l’oggetto al quale il mio indice in qualche modo rinvia, anche in assenza del referente a cui dovrebbe essere connesso. Non è che l’indice acquisti significato a causa della prossimità e presenza del referente, è il referente che può essere indicato perché l’indice, che appartiene a un sistema di deittici, è fornito in astratto di un proprio significato non contestuale. Con tutto ciò non si può evitare di rimanere affascinati dal mistero dell’atto indicale. E’ atto indicale quello attraverso la quale la

mamma risponde al bambino che chiede il significato della parola mela e sembra che esso preceda ogni convenzione semiotica, tanto che, con alcuni rischi ben noti in letteratura, può essere usato anche da due persone che ignorano l’una la lingua dell’altro, per tentare avventurosamente un processo di apprendimento e traduzione. E’ vero che nell’apprendere per indicazione avvengono due fenomeni squisitamente semiotici: da un lato l’informato deve essere capace di assumere che il referente indicato stia per una classe più ampia di cui è membro - il bambino deve capire che la mela che la mamma gli indica diventa un segno per tutte le mele, assai diverse da quella, che egli dovrà riconoscere e nominare in futuro; dall’altro per comprendere che l’atto indicale punta su quell’oggetto devo aver appreso, o apprendere per tentativo ed errore nel corso della mia esperienza, che esso è appunto un atto indicale. E tuttavia l’atto dell’indicazione, con la sua fusione di suoni o gesti che urtano contro un oggetto del mondo, con la sua forza e la sua evidenza che ne rendono l’effetto e l’appello simile a quello dello stimolo, dell’onda olfattiva che colpisce le narici dell’animale e lo conduce ciecamente verso la preda, l’atto indicale, dicevo, è fenomeno di grande complessità che coinvolge fenomeni senso-motori, processi percettivi, un embrione di reazione passionale, e celebra il trionfo di una presenza che nessuna semiotica antireferenziale, comprese quelle che vedono la “differanza” a fondamento stesso di ogni fenomeno mentale, possono negare. Credo che possa esistere, come esiste, una semiotica specifica che studia la grammatica degli indici in una data cultura senza porsi come problema il primitivo psico-biologico dell’atto indicale. E credo che una semiotica filosofica debba riflettere sul mistero dell’atto indicale, ma debba nel contempo decidere che suo compito specifico è studiare come dal fenomeno originario dell’atto indicale nasca la pratica intenzionale dell’indicazione e l’articolazione dei sistemi di indici. Il fenomeno originario dell’atto indicale, di cui si può certo filosofare, è però competenza di qualche altra indagine cognitiva la quale deve spiegare come nel nostro cervello e nel nostro corpo stiano, iscritte nel nostro patrimonio genetico, le condizioni massimali dell’indicazione. Una filosofia dell’intenzionalità non ha gli stessi fini e lo stesso oggetto di una psicologia o di una neurofisiologia dell’attenzione, anche se nell’atto indicale si può individuare un fenomeno di attenzione che sfocia in una intenzione e si sviluppa in processo semiosico. 16 13


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2 per mille dei ricavi 2014 - versamento e invio telematico della modulistica entro il 1° aprile 2016 – NOVITA’:Nessun invio del modello per ricavi fino a 500 mila euro

CONTRIBUTO AGCOM, ANNO 2016 Obbligati tutti i soggetti operanti nel settore delle comunicazioni anche se non tenuti alla redazione del bilancio. Esentate le imprese con ricavi assoggettabili pari o inferiori a 500.000 euro, le imprese che hanno iniziato la loro attività nel 2015 e quelle in liquidazione o sottoposte a procedure concorsuali. Esentate dall’obbligo di presentazione del modello “Contributo SCM – anno 2016” le imprese che hanno iniziato la loro attività nell’anno 2015 e i soggetti con ricavi delle vendite e delle prestazioni pari o inferiore a euro 500.000,00. Sul sito dell’Agcom è stata pubblicata la Delibera n. 34/16/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, del 28 gennaio 2016, che integra la Delibera n. 605/15/CONS del 5 novembre 2015 riguardante “Misura e modalità di versamento del contributo dovuto all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per l’anno 2016”. L’Autorità ha ritenuto congruo, per coprire le spese inerenti alla propria attività, fissare l’entità della contribuzione per il 2016 nella misura del 2 per mille dei ricavi risultanti nell’ultimo bilancio approvato prima della citata Delibera n. 605/15/CONS, quindi sui ricavi del 2014.

I SOGGETTI OBBLIGATI 1. I soggetti obbligati alla presentazione del modello “Contributo SCM – anno 2016” Sono tenuti ad inviare il modello “Contributo SCM – anno 2016”, debitamente compilato, i soggetti che sono in possesso di un’autorizzazione generale o di una concessione di diritti d’uso di cui all’art. 34 del Codice delle comunicazioni elettroniche e i soggetti che operano nel settore dei servizi media (radio-televisione, editoria, pubblicità, etc.). Rientrano tra i soggetti obbligati alla presentazione del modello anche le società iscritte al Registro degli Operatori di Comunicazione (R.O.C.). In ogni caso, la comunicazione annuale al R.O.C. è un adempimento distinto da quelli connessi al sistema di finanziamento dell’Autorità,

Confermata la tempistica del versamento, da effettuarsi entro il 1° aprile 2016, e confermando inoltre alla stessa data del 1° aprile 2016 l’invio del modello telematico. Confermato l’invio esclusivamente tramite Posta Elettronica Certificata (PEC) del “Modello Telematico Contributo SCM Anno 2016”, pubblicato sul sito web dell’Autorità insieme alle relative “Istruzioni per il versamento del Contributo SCM 2016”, che dovrà essere trasmesso all’indirizzo PEC dell’Autorità: contributo@cert.agcom.it. Le istruzioni per la compilazione sono presenti sul sito dell’Autorità: www.agcom.it. Per eventuali chiarimenti si può contattare il Servizio relazioni con gli operatori dell’AGCOM al numero 081.75.07.400, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.30 alle ore 13.00. Allegato B alla delibera n. 34/16/CONS ISTRUZIONI PER IL VERSAMENTO DEL CONTRIBUTO DOVUTO ALL’AUTORITà PER L’ANNO 2016 14

indicati nella delibera n. 605/15/CONS, del 5 novembre 2015. In tal senso si precisa, pertanto, che le società non obbligate ad iscriversi al R.O.C., o comunque non iscritte, se svolgono attività che rientrano nei settori delle comunicazioni elettroniche e dei servizi media, sono in ogni caso tenute a inviare il modello “Contributo SCM – anno 2016”. Sono esentati dall’obbligo di presentazione del modello “Contributo SCM – anno 2016” le imprese che hanno iniziato la loro attività nell’anno 2015 e i soggetti che hanno conseguito, nell’esercizio finanziario 2014 (oppure 2014-2015 per le imprese che redigono il bilancio secondo i principi contabili IAS/IFRS), ricavi delle vendite e delle prestazioni in misura pari o inferiore a euro 500.000,00, come risul-

tante dalla voce A1 del conto economico o da equipollente voce di altra scrittura contabile equivalente. 2. I soggetti obbligati al versamento del contributo per l’anno 2016 Sono tenuti al pagamento del contributo all’Autorità per l’anno 2016 i soggetti di cui al paragrafo 1 che hanno conseguito, nell’esercizio finanziario 2014 (ovvero nell’esercizio oggetto dell’ultimo bilancio o di altra scrittura contabile equivalente approvati alla data del 5 novembre 2015), ricavi imponibili – come risultanti dalla compilazione del modello “Contributo SCM – anno 2016” – superiori a euro 500.000,00 (cinquecentomila/00). 3. Le ipotesi di esenzione dall’obbligo di versamento del contributo 2016 Sono esentati dall’obbligo di corrispondere il contributo i soggetti il cui imponibile – come risultante dalla compilazione del modello “Contributo SCM – anno 2016” – sia pari o inferiore a euro 500.000,00, le imprese che versano in stato di crisi avendo attività sospesa, le imprese in liquidazione, le imprese sottoposte a procedure concorsuali, le imprese che hanno iniziato la loro attività nell’anno 2015. Il CALCOLO DEL CONTRIBUTO E LA COMPILAZIONE DEL MODELLO La base di calcolo del contributo 2016: voce A1 ricavi delle vendite e delle prestazioni (riquadro 2A). La base di calcolo del contributo 2016 è costituita dalla voce A1 del conto economico (ricavi delle vendite e delle prestazioni) risultante dall’ultimo bilancio approvato prima del 5 novembre 2015, data di adozione della delibera n. 605/15/CONS. I soggetti che non sono tenuti alla redazione e/o all’approvazione del bilancio civilistico utilizzano come base di calcolo le voci delle scritture contabili o fiscali obbligatoNotiziario USPI n° 2/2016


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rie corrispondenti alla voce “ricavi delle vendite e delle prestazioni” del conto economico del bilancio civilistico. I soggetti che redigono il bilancio secondo i principi contabili IAS/IFRS utilizzano come base di calcolo la voce del proprio bilancio corrispondente a “ricavi delle vendite e delle prestazioni” del conto economico del bilancio civilistico. Il contribuente indica l’importo relativo alla base di calcolo nello spazio “ricavi delle vendite e delle prestazioni” (campo 1). Importo del contributo dovuto all’Autorità per l’anno 2016 (riquadro 2E) Il modello calcola automaticamente l’importo dovuto dal contribuente, secondo la metodologia disposta dall’art. 2 della delibera n. 605/15/CONS, applicando le due diverse aliquote contributive stabilite dall’Autorità. Documentazione di supporto relativa alle esclusioni dichiarate (riquadro 2F) I ricavi conseguiti dall’impresa derivanti dalle attività che non rientrano nei settori delle comunicazioni elettroniche e dei servizi media devono essere debitamente giustificati (riquadro 2F). A tal fine, è necessario allegare i corrispondenti giustificativi di natura contabile (conti di mastro, elenco delle voci di conto o elenco disaggregato del conto di mastro, piano dei ricavi, prospetti di raccordo/riconciliazione, eventuali fatture attive ordinate per singola voce di conto, per le concessionarie di pubblicità il piano dei costi). Tale documentazione è allegata alla dichiarazione resa con il modello “Contributo SCM – Anno 2016”. Per allegare documenti, a piè pagina del modello, occorre cliccare sul simbolo “+” (“più”) e, successivamente, cliccando sul simbolo “…” (puntini

sospensivi) si può allegare il documento contabile. Il mancato invio delle suddette motivazioni comporta la rideterminazione del contributo da parte dell’Autorità. Qualora il bilancio d’esercizio non sia già stato depositato presso le Camere di commercio, occorre allegarlo al modello telematico.

Effettuato il bonifico, il modello telematico deve essere completato con l’indicazione del CRO2 del versamento e inviato via PEC all’indirizzo contributo@cert.agcom.it. Dopo aver effettuato il versamento del contributo, non è necessario inviare copia del bonifico bancario. Non è possibile chiedere la rateizzazione del pagamento del contributo.

LA SPEDIZIONE DEL MODELLO “CONTRIBUTO SCM – ANNO 2016” Il modello telematico “Contributo SCM – anno 2016” Il modello telematico “Contributo SCM – anno 2016” per il calcolo del contributo dovuto dalle imprese del settore delle comunicazioni elettroniche e dei servizi media all’Autorità è reperibile sul sito web istituzionale dell’Autorità, all’indirizzo http://www.agcom.it. L’indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) a cui inviare il modello telematico è il seguente: contributo@cert.agcom.it. Il termine ultimo per l’invio del modello “Contributo SCM – anno 2016” e per il versamento del contributo è il 1° aprile 2016.

IL MANCATO RISPETTO DEGLI OBBLIGhI Conseguenze della omessa dichiarazione o di una dichiarazione mendace La mancata o tardiva presentazione della dichiarazione, nonché l’indicazione, nella dichiarazione stessa, di dati non rispondenti al vero, comporta l’applicazione delle sanzioni di cui all’articolo 1, commi 29 e 30 della legge 31 luglio 1997, n. 249. 16. Conseguenze dell’omesso o ritardato versamento

Modalità di versamento del contributo Il versamento del contributo deve essere eseguito tramite bonifico sul c/c bancario IT73D0200805172000103549679 acceso presso Unicredit s.p.a. e intestato all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Nella causale di bonifico occorre indicare il codice generato dal modello telematico all’esito della completa e corretta compilazione dello stesso modello, una volta completata la procedura di verifica (tasto “verifica”). Il codice riporta le seguenti informazioni: <cod. anno> - <CODICE FISCALE DICHIARANTE> - <codice attività> <importo_parziale> - <importo totale>.

In caso di ritardato o omesso versamento sono dovuti gli interessi di mora nella misura legale per il periodo intercorrente tra la data di scadenza del termine per il versamento del contributo (1° aprile) e la data di effettivo pagamento, oltre alle maggiori spese per la eventuale riscossione coattiva. Inoltre, ove accerti il mancato o il tardivo versamento (ovvero il versamento soltanto parziale del contributo dovuto), l’Autorità adotta un atto di diffida nei confronti del soggetto obbligato, fissando un termine per l’adempimento. La mancata ottemperanza comporta l’applicazione della sanzione di cui all’art. 1, comma 31, della legge 31 luglio 1997, n. 249. Per tutte le informazioni: http://www.agcom.it/contributo-settoricomunicazioni-elettroniche-e-servizimedia-2016-

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DEPOSITO LEGALE E CONVENZIONI USPI In base agli accordi sottoscritti dall’USPI con le Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e Firenze per il “deposito legale” dei prodotti editoriali presso gli Archivi Nazionali (DPR 252/06), gli editori associati USPI possono effettuare la consegna in forma cumulativa delle copie diffuse al pubblico, a scadenze differenziate per Regioni e per periodicità della testata. ENTRO IL MESE DI FEBBRAIO Gli editori con sede principale in LIGURIA, VENETO, FRIULI VENEzIA GIULIA, EMILIA ROMAGNA, TOSCANA, UMBRIA e MARCHE - che pubblicano QUOTIDIANI, PLURISETTIMANALI (meno di 5 uscite a settimana) e SETTIMANALI e relative supplementi e allegati, sono tenuti ad effettuare la consegna delle copie distribuite al pubblico nel 4° trimestre dell’anno (ottobre-dicembre 2015); - che pubblicano QUATTORDICINALI, QUINDICINALI, MENSILI e di ALTRA PERIODICITA’ e relativi supplementi e allegati, sono tenuti ad effettuare la consegna delle copie dei periodici distribuite al pubblico nel 2° semestre dell’anno (luglio-dicembre 2015)

NOtIzIARIO Uspi Mensile - 11 numeri Organo del direttivo nazionale dell’Associazione di categoria dei piccoli e medi editori Registro Stampa del tribunale di Roma n. 14861 del 16/12/1972 Proprietario e Editore: Unione Stampa Periodica Italiana Viale Battista Bardanzellu, 95 - 00155 ROMA Telefono: 06.40.71.388 - 06.40.65.941 (anche fax) Sito internet: www.uspi.it E-mail: uspi@uspi.it Iscrizione al R.O.C. n. 1672 (già RNS n. 3314 del 18.7.1991) Direttore: Francesco Saverio Vetere Direttore Responsabile: Vittorio Volpi Grafica e impaginazione: Rita L’Abbate Tipografia: MEDIAGRAF SpA. Via della Navigazione Interna, 89 35027 Noventa Padovana (PD)

dialogando dialogando

ENTRO IL MESE DI MARzO Una filosofia della semiosi potrà Gli editori con sede principale in LAzIO, 13 certo domandarsi se ci sia un rapporto, in ABRUzzO, MOLISE, CAMPANIA, termini di funzionamento biologico, tra i PUGLIA, BASILICATA, CALABRIA, nostri atti indicali, quelli delle api e i tropiSICILIA e SARDEGNA smi del girasole: ma quali essi siano è probabilmente il compito di altre scienze, e - che pubblicano QUOTIDIANI, PLUsolo dopo che esse le abbiano messi in RISETTIMANALI (meno di 5 uscite a chiaro una semiotica generale potrà settimana) e SETTIMANALI e relativi domandarsi se tutti questi fenomeni possasupplementi e allegati, sono tenuti ad no essere sussunti sotto il proprio concetto effettuare la consegna delle copie distridi semiosi. buite alpubblico nel 4° trimestre dell’anno (ottobre-dicembre 2015); In altri termini, le semiotiche specifiche lavorano all’interno di limiti dove è ricono- che pubblicano QUATTORDICINAscibile un oggetto empirico, un certo insieLI, QUINDICINALI, MENSILI e di me di segni, e ne delinea il sistema soggiaALTRA PERIODICITA’ e relativi supcente. plementi e allegati, sono tenuti ad effettuare la consegna delle copie dei periodici La semiotica generale si batte anche ai distribuite al pubblico nel 2° semestre delmargini, ben sapendo che, essendo filosol’anno (luglio-dicembre 2015). fia, può chiedersi perché c’è dell’essere piuttosto che nulla, ma non delineare ipoteRicordiamo la necessità di allegare a si pro o contro il Big Bang. questa prima spedizione annuale un certificato di iscrizione all’USPI per © Umberto Eco l’anno 2016. Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, 1994 Rammentiamo, infine, che per il Conferenza data all’Università di Caracas deposito delle copie presso le nel luglio 1994. Biblioteche regionali e provinciali la cadenza stabilita dalla legge è ogni http://www.umbertoeco.it Papers to 60 giorni. download

CONVENZIONE USPI-SDA EXPRESS COURIER RINNOVATA LA CONVENZIONE TRA USPI E SDA EXPRESS COURIER PER LA SPEDIZIONE DI PACChI, A CONDIZIONI VANTAGGIOSE, RISERVATE AGLI ASSOCIATI ALLA NOSTRA UNIONE. NUOVI SERVIZI ACCESSORI. TUTTE LE INFORMAZIONI SU www.USPI.IT, SEZIONE “CONVENZIONI”.

E’ STATA

“I nostri pacchi possono viaggiare con SDA”.

Il n. 2 febbraio 2016 è stato stampato il 29 febbraio 2016

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Notiziario USPI n° 2/2016

Edizione N. 2 - Febbraio  

Notiziario USPI Edizione Febbraio 2016

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