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i QUADERNI #03 settembre_dicembre 2013 numero tre anno uno

URBANISTICA tre

giornale on-line di urbanistica ISSN:

1973-9702

Rappresentazioni urbane Urban Representations

• Simone Tulumello & Giacomo Ferro | • Paola Briata | • Maria Michou | • Giansandro Merli & Monia Cappuccini | • Ifigeneia Kokkali | • Maria Elena Buslacchi | • Petra Potz & Ariane Sept | • Lidia K.C. Manzo |

a cura di ETICity

• Cristina Gorzanelli, Gail Ramster, Alan Outten & Dan Lockton | • Aslıhan Senel | • Giuliana Visco & Alioscia Castronovo | • Claudia Bernardi | • Maria Luisa Giordano | 1 • Irene Dorigotti | • TooA | • Oginoknauss |


giornale on-line di urbanistica journal of urban design and planning ISSN: 1973-9702

Direttore responsabile Giorgio Piccinato Comitato scientifico Thomas Angotti, City University of New York Orion Nel·lo Colom, Universitat Autònoma de Barcelona Carlo Donolo, Università La Sapienza Valter Fabietti, Università di Chieti-Pescara Max Welch Guerra, Bauhaus-Universität Weimer Michael Hebbert, University College London Daniel Modigliani, Istituto Nazionale di Urbanistica Luiz Cesar de Queiroz Ribeiro, Universidade Federal do Rio de Janeiro Vieri Quilici, Università Roma Tre Christian Topalov, Ecole des hautes études en sciences sociales Rui Manuel Trindade Braz Afonso, Universidade do Porto Comitato di redazione Viviana Andriola, Elisabetta Capelli, Simone Ombuen, Anna Laura Palazzo, Francesca Porcari, Valentina Signore, Nicola Vazzoler.

http://www.urbanisticatre.uniroma3.it/dipsu/ ISSN 1973-9702 Progetto grafico e impaginazione Nicola Vazzoler. in copertina: “piezas” di Andrea Falco > vedi progetto CallforCover p.135

ROMA

TRE

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI

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UrbanisticaTreiQuaderni#03


#03

settembre_dicembre 2013 numero tre anno uno september_december 2013 issue three year one

in questo numero in this issue

Tema/Topic >

Rappresentazioni urbane Urban Representations a cura di ETICity_p. 05

Simone Tulumello & Giacomo Ferro_p. 13 Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

The fleeting representations of a square: Martim Moniz, Lisbon

Paola Briata_p. 21 Acquired for development by... le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

Acquired for development by… The Young Generation and East London

Maria Michou_p. 29 Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation Giansandro Merli & Monia Cappuccini_p. 37 Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

Urban narratives and racist propaganda in the city of Athens

Ifigeneia Kokkali_p. 43 City representations and the selective visibility of the (ethnic) ‘Others’. A short note on the fervent ‘diversity’ in Europe Maria Elena Buslacchi_p. 49 La moltiplicazione degli Off. Rappresentazioni urbane in una Capitale Europea della Cultura

Off Multiplying. Urban representations in an European Capital of Culture

Petra Potz & Ariane Sept_p. 57 Cittaslow-Germany: dove i piccoli centri urbani si rappresentano

Cittaslow-Germany: where small cities represent themselves

Lidia K.C. Manzo_p. 65 MILANO MONTECITY. La città sospesa

MILANO MONTECITY. The suspended city

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Cristina Gorzanelli, Gail Ramster, Alan Outten & Dan Lockton_p. 75

Cittadini e nuovi media per un’intelligenza creativa Citizens and new medias for a creative intelligence

Aslıhan Şenel_p. 85 Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul Giuliana Visco & Alioscia Castronovo_p. 95

Trasformazioni metropolitane ed educazione popolare a Buenos Aires

Metropolitan transformation and “popular education” in Buenos Aires

Claudia Bernardi _p. 103 Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

Urban temporalities. Politics of control and migrant networks

Maria Luisa Giordano_p. 111

Who’s maps? Interrogating authorship in collective map-making Contributi visuali/Videos >

Irene Dorigotti_p. 118 Kigali or building a symptomatic city. Young’s Imaginary and Crea(c)tivity in Rwanda after 1994 TooA_p. 120 42 - storie di un edificio mondo

42 - tales from a global building

Oginoknauss_p. 122 ДОМ НОВОГО БЫТА - DOM NOVOGO BYTA

Apparati/Others > Profilo autori/Authors bio p. 126

Parole chiave/Keywords p. 131

Illustrazioni/Illustrations

p. 135

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UrbanisticaTreiQuaderni#03


Rappresentazioni urbane Urban Representations A cura di / Edited by ETICity

In the last years, a few thoughtful professionals and administrations, as well as urban researchers, started looking with growing interest at the internal resources and potentials of territories. Top down urban representations are not able to narrate the city anymore. Instead, they flatten the complexity of territories to impose images catered to particular interests which imply peculiar power relationships. On the other hand, plural images arising from territories increasingly become an important alternative which has to be considered when attempting to read, re-interpret, imagine and govern the city. With growing self-consciousness, interesting experiences emerge in cities of all sizes and build spaces for dialogue, for encounter and clash among public and private stakeholders. Thus, these experiences produce original representations of themselves and of the territories they live, generating fertile alternatives for urban development. This involves movements and organisations marked by a strong link with territories, gathering citizens and/ or activists. Moving from single requests, they self-organise and produce complex representations of the city while constructing their identities. Such representations are mostly adversarial, at least alternative, to the consolidated ones. This issue of Quaderni focuses on representations coming to light in some urban experiences. It wants to reflect on their (self)-production, on the relationships they engage with “official” representations and with tools and media used for sharing them at different levels. The papers here collected reflect and challenge the way in which today we try to “glimpse the fireflies” and their “survival”, using Didi-Huberman words, that means to refuse the pessimism and impotency to interpret the present, continuing to shift the point of observation, without getting tired of looking for different, fertile and even contradictory tools.

“Ci sono tutte le ragioni per essere pessimisti, ma proprio per questo è necessario aprire gli occhi nella notte, continuare a spostarsi, rimettersi in cerca delle lucciole.” Didi-Huberman, 2009, p.31

Nelle metropoli, nelle città medie, non meno che nei piccoli centri, interessanti esperienze sociali costruiscono e attivano spazi di dialogo, d’incontro e di conflitto con i diversi attori pubblici e privati presenti sul territorio, producendo nuove rappresentazioni di loro stesse, dei territori che abitano e dello sviluppo urbano che generano. Si tratta di movimenti,

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organizzazioni di cittadini e attivisti caratterizzati spesso da un forte ancoraggio territoriale, che disegnano rappresentazioni complesse, spesso conflittuali o alternative a quelle consolidate, necessarie a promuovere e sostenere il proprio percorso. La ricchezza delle immagini plurali si contrappone all’egemonia di rappresentazioni urbane calate dall’alto, che appiattiscono la complessità dei territori per imporre raffigurazioni finalizzate a interessi particolari e che sottendono specifiche relazioni di potere. Queste s’impongono sempre più come un’alternativa importante da cui è difficile poter prescindere se si vuole provare a ri-leggere, comprendere, immaginare e governare le città. A essere entrate in crisi sono proprio le storie vincenti, storie di successo che le città e i territori hanno fatto proprie per sostanziare e dare forma all’economia della conoscenza e del simbolico che ha progressivamente preso il posto dell’economia fordista. Quando queste storie non appaiono più convincenti occorre reinventare e ricominciare da nuove storie e nuovi narratori, affinando le capacità di ascolto (Beauregard, 2005). Le diverse esperienze raccolte in questo numero hanno in comune la volontà di ripartire da ciò che è esistente e vitale, da ciò che si sottrae e si oppone alla sbornia neoliberista. Si tratta di resistenze, nuove forme di pluralismo e condivisione, evidenze empiriche fortemente ancorate alle realtà territoriali che re-inventano un possibile futuro, seppur in modo meno faraonico di quanto avvenuto negli anni ‘90. Indagare le auto-rappresentazioni significa quindi intercettare questo potenziale narrativo dei territori, alle volte sopito o non sufficientemente visibile. Nel saggio “Come le lucciole. Una politica delle sopravvivenze”, Georges DidiHuberman costruisce sulla delicata metafora della sparizione delle lucciole una potente riflessione sul ruolo delle rappresentazioni nel rendere possibile il cambiamento e dunque “il pensare” un futuro. A partire dalla politica e dalla poetica di Pasolini, il filosofo sposta il ragionamento sul presente e ci aiuta a riflettere sul senso del continuare a cercare. Secondo Huberman, Pasolini ha perso, sul finire della sua vita, il desiderio di “vedere”, ovvero la capacità di riconoscere le impalpabili scintille luminose sotto il fascio di luce accecante del potere costituito. Tale avvilita considerazione - perché è a Pasolini che si deve invece la capacità di avere colto nell’impertinente vitalità della classe popolare italiana l’unica forza davvero resistente al “nuovo fascismo” che si andava profilando - costituisce l’avvio di una riflessione sulla possibilità di un’alternativa, basata sulla capacità di vedere, sul rifiuto del pessimismo e sulla necessità di continuare a spostare il punto di osservazione. Si tratta allora di cercare approcci situati e temporanei, ma tenaci nella loro adattabilità e nella costanza della domanda che pongono, capaci di scrutare nel buio: “Sarebbe criminale e stupido mettere le lucciole sotto un riflettore credendo di poterle osservare meglio. E non serve a nulla studiarle avendole prima uccise, trafitte con uno spillo e fissate su un tavolo da entomologo, o osservate come fossero cose antichissime prigioniere

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nell’ambra da milioni di anni. Per conoscere le lucciole, bisogna vederle nel presente della loro sopravvivenza: bisogna vederle danzare vive nel cuore della notte [...]” (Didi-Huberman 2009, p. 31). Abbiamo dunque voluto dedicare questo numero dei Quaderni a quelle ricerche che osservano e seguono le lucciole nel buio nella notte. Non è un caso che i contributi raccolti siano esito del lavoro di giovani ricercatrici e ricercatori che, provenienti da paesi e discipline diverse, reinventano e sostantivano il campo degli studi urbani. Abbiamo privilegiato ricerche che non fossero limitate dagli steccati nazionali o europei, ma che offrissero uno sguardo transnazionale; contributi che guardassero a movimenti, lotte e pratiche di condivisione come portatori di una rappresentazione differente rispetto a quella consolidata o “ufficiale” legata a un territorio. Obiettivo comune dei lavori è quello d’indagare la capacità delle diverse esperienze territoriali di fare rete tra loro o di incontrarsi all’interno d’istanze culturali più ampie, per comunicare, condividere e costruire nuove rappresentazioni. Nel farlo, due aspetti importanti sono emersi: gli strumenti messi in campo e le relazioni che le auto-rappresentazioni sono in grado di instaurare con le rappresentazioni esistenti prodotte da istituzioni e media. L’insieme dei contributi dimostra, infatti, come i ricercatori di studi urbani in questi ultimi anni abbiano cominciato a guardare con sempre maggiore interesse alle risorse e ai potenziali che emergono dai territori. D’altra parte, dimostrano anche come, in alcuni casi e da diverso tempo, i territori abbiano iniziato a osservarsi e raccontarsi direttamente, mostrando una spiccata e dinamica consapevolezza di sé. Le auto-rappresentazioni costituiscono una parte importante dei contenuti di questo numero, arricchite da riflessioni sul senso e sugli strumenti che le sostanziano e sull’esplorazione delle diverse sfaccettature e conseguenze che la potenza delle rappresentazioni ufficiali può assumere nel governo dei territori. Anche i modi e le forme mediante i quali un territorio si riconosce e si restituisce sono infatti in profonda trasformazione, soprattutto perché sono entrati in crisi i presupposti e le idee di sviluppo. A questa crisi, che è economica, sociale e culturale, corrisponde una crisi delle rappresentazioni consolidate, dei modi e delle forme mediante i quali una società prefigura il suo futuro e le forme di convivenza a esso associate. Diversi contributi raccontano della pluralità delle rappresentazioni possibili che emergono da pratiche di attivazione dei territori, in grado di raccontare se stessi affiancando, bilanciando e a volte opponendosi alle rappresentazioni prodotte da media e da istituzioni nazionali e locali. In maniera diversa, la sequenza d’immagini costruite su Piazza Martim Moniz a Lisbona da Tulumello e Ferro, sull’educazione popolare a Buenos Aires da Castronovo e Visco e le narrazioni esplorate da Briata sulle trasformazioni di Hackney a Londra ci raccontano di come le auto-rappresentazioni siano in grado di

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discutere e di contrapporsi consapevolmente alle rappresentazioni ufficiali. Briata ci racconta in particolare di come alcune contro-rappresentazioni univoche, sebbene autorevolmente prodotte, possano risultare limitanti per gli attori locali, che decidono di lavorare autonomamente per esprimere una visione plurale di sé. Rappresentazioni affini ma differenti sono quelle apparentemente contro intuitive, in cui lo spazio del vissuto, tradizionalmente soggettivo e interno, finisce per coincidere con lo spazio delle rappresentazioni, per definizione esterno e oggettivo. È il caso dell’Atene di cui ci racconta Michou, in cui la crisi ha offerto ai senza casa spazi per l’abitare nelle arcate abbandonate dai negozi della centralissima Solonos Street, o del palazzo in viale Bligny 42, di cui Tooa ci presenta un contro-racconto visuale come spazio intimo e quotidiano, sconosciuto alle narrazioni della cronaca nera di Milano. Seguendo la medesima traccia, Ogino-Knauss sceglie di narrare attraverso un film travelogue la resistenza del Narkomfim, uno dei primi interventi costruttivisti residenziali di Mosca, nel tentativo di preservare dalle pressioni speculatrici la riflessione d’avanguardia sull’abitare da esso rappresentata. A questi contributi, che pongono complessivamente il tema della costruzione di auto-rappresentazioni territoriali consapevolmente critiche, se ne affiancano altri che aprono al tema del senso delle rappresentazioni rispetto ai territori da rappresentare. Senel in particolare propone lo sguardo del critical mapping come strumento che emerge prepotentemente nel contesto della ricerca urbana contemporanea, per la sua capacità e volontà di supporto all’espressione del potenziale inespresso o inascoltato dei territori. Questo si colloca all’interno di un nutrito campo di ricerca e di attivismo che osserva dall’interno la produzione delle rappresentazioni egemoniche, per svelarne gli effetti perversi sulle soggettività, sulle collettività sociali, sui corpi spesso vulnerabili. Con la medesima prospettiva, il contributo di Giordano si interroga sulla legittimità del ruolo del cartografo, sull’autorialità e sul ruolo delle mappe anche nell’ambito di processi partecipativi. Gorzanelli focalizza il proprio interesse sugli strumenti in grado di costruire o sostenere la costruzione di una rappresentazione collettiva multi-attoriale, stratificata e complessa. Dorigotti mette in luce i modi audio-visuali coi quali accostarsi e restituire l’autorappresentazione dei giovani artisti del Rwanda post-genocidio, in contrapposizione alla cancellazione della memoria della tragedia operata attraverso i programmi urbani di sviluppo della nuova Kigali. Sollecitando il tema delle rappresentazioni dominanti, alcuni contributi si soffermano sul loro consapevole utilizzo come strumento per valorizzare il potenziale di alcuni luoghi o per cambiare le sorti di un’area, innescando fenomeni di valorizzazione, attrazione e inclusione. Altri indagano al contrario la costruzione di rappresentazioni ufficiali e la loro veicolazione da parte della cultura mainstream come mezzi funzionali all’esercizio del potere e al controllo sociale. Nel primo caso, si tratta di retoriche ufficiali perché istituzionalizzate, ma che vogliono veicolare immagini alternative di luoghi che nell’immaginario collettivo e nei media sono marginali in quanto di piccole dimensioni,

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inaccessibili, degradati. Così Potz e Sept raccontano dei centri urbani minori in Germania che si reinventano all’interno del movimento internazionale Cittaslow; Buslacchi restituisce la trasformazione dell’immagine di Marsiglia da città-porto a capitale della cultura; Kokkali esplora la retorica della diversità in opposizione a quella della segregazione associata a quartieri multietnici; Manzo infine quella della “città ideale nella città” con la riqualificazione inconclusa dell’area S.Giulia di Milano attraverso un’operazione immobiliare. Tali rappresentazioni intendono veicolare valori positivi, non privi di ambiguità e di effetti inattesi, non controllabili. Fino a che punto Cittaslow è in grado di promuovere i comuni con minori possibilità economiche, anziché agire puramente come marchio in grado di attrarre turismo nelle aree più prosperose? Quale diversità viene promossa nelle Chinatown del cosmopolitismo e quale invece viene selettivamente nascosta perché considerata scomoda, non commercializzabile? Le politiche culturali tengono conto delle istanze sociali? Dove agiscono puramente come brand, e dove invece possono diventare strumento per veicolare voci plurali? E infine, fino a che punto l’immagine di un progetto cosiddetto di qualità ha la forza di portare avanti un’operazione di riqualificazione di un’area urbana dismessa, e dove la fragilità dei processi di partecipazione pubblico-privato prende il sopravvento? I contributi che si soffermano sul rapporto tra immagini veicolate e controllo sociale esplorano le rappresentazioni utilizzate degli apparati istituzionali, transnazionali e nazionali che fanno leva sulla paura del diverso, sulle fragilità sociali, sulla tutela di privilegi patrimoniali acquisiti, riproducendo distorsioni della realtà. Su questo tema si confrontano sia Merli e Cappuccini che Bernardi. I primi in particolare disvelano i meccanismi di securizzazione dello spazio urbano, approfondendo le derive xenofobe in un’Atene afflitta dall’austerity; Bernardi illustra invece il caso della razzializzazione e criminalizzazione del migrante, il suo costante rischio di deportazione all’interno della condizione di provvisorietà e di temporalità sospesa che lo affligge. L’insieme dei saggi qui raccolti apre una riflessione e lancia una sfida nel discutere cosa voglia dire oggi essere desiderosi di “scorgere le lucciole”, rifiutando il pessimismo legato all’incapacità di interpretare il presente nella sua ricchezza, continuando a spostare il punto di osservazione e non stancandosi di cercare strumenti diversi, fertili anche quando contraddittori.

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ETICity_Exploring Territories, Imagining the City ETICity is an association founded in 2011 by a group of researchers. They all met within the Department of Urban Studies of Roma Tre University and from there developed as independent researcher. ETICity is a shared space where individuals with different expertise converge to develop projects in which the research outputs can be used as a working tool for cities and territories. Eticity main aim is to promote a process of knowledge construction able to generate active representations by studying and exploring territories. Such representations should act as the foundation of projects and decision making processes. Building new urban po-etics should be a political praxis therefore ETICity looks at the city as a place of gatherings, coexistence, experimentation, research, enquiry and territorial action, namely collective construction. ETICity provides a common ground and vision to traditionally self-centered approaches, developing multidisciplinary action-research projects and combining different research methods. ETICity main activities deal with: territorial and urban analysis; complex urban representations (fieldwork observation, ethnography, in depth interviews, critical and participated maps); organization of international and cross-sectoral cooperation workshops; multimedia and visual projects; graphical and conceptual design. ETICity è un’associazione nata per iniziativa di un gruppo di ricercatrici che si sono incontrate al dipartimento di studi urbani. Per far incrociare le diverse strade che ciascuna di noi ha nel tempo intrapreso, abbiamo deciso di costruire uno spazio comune dove sviluppare progetti in cui la ricerca sia al servizio della città e dei territori. L’obiettivo è promuovere un processo di costruzione della conoscenza che, a partire dall’esplorazione e dallo studio dei territori, produca rappresentazioni attive come premesse di progettualità. Con la convinzione che costruire nuove po-etiche urbane sia una prassi politica, ETICity guarda alla città come luogo di incontri, di convivenze, di sperimentazioni, di ricerca, di inchiesta e di azione territoriale. Ci interessa la città come luogo di costruzione collettiva; il cambiamento, nei suoi esiti e nel suo potenziale. Per lo sviluppo di progetti e ricerche il gruppo, dotato di competenze multidisciplinari, mette in campo metodi misti di ricerca qualitativa e quantitativa: analisi statistiche e territoriali, osservazioni di campo e partecipanti, interviste e narrazioni, restituzioni grafiche e visuali, anche attraverso l’utilizzo di prodotti multimediali, mappatura critica, ricognizione dei potenziali locali, analisi delle politiche.

Founder-members: Sandra Annunziata, urbanist-urban studies researcher Mara Cossu, architect-environmental and landscape assessment Claudia Faraone, architect-urbanist Carlotta Fioretti, urban policy researcher Claudia Meschiari, geographer Viola Mordenti, architect-urbanist Alice Sotgia, historian-urban studies researcher Contact informations: info@eticity.it www.eticity.it

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Rappresentazioni urbane

Urban Representation

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Piezas

di Andrea Falco 12

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Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona1

@ Simone Tulumello | Giacomo Ferro |

# Politiche/pratiche urbane | # Rappresentazioni | # Rigenerazione urbana | # Policies, urban practicies | # Representations | # Urban regeneration |

The fleeting representations of a square: Martim Moniz, Lisbon

The role of information has assumed, in the last few decades, a central place in planning theory and research, especially around the capacity of misinformation to shape power relationships in the political arenas. The theme of counter-information, with its capacity to contrast the institutionalized information, has contextually emerged in the public debate. The authors suggest a parallel to the duality misinformation/counter-information, building on the representations of urban spaces and processes: “mis-representation” versus “counter-representation”. A reading of the flux of representations about Martim Moniz square in Lisbon is given and the swift transformations in the representations of this place are highlighted. Therefore, the relationships between institutional policies and local practices, between spaces for conflict/ dialogue and their representations are debated as crucial for the capacity (or not) of grass-root requests to soar at the role of organized action.

1. Pianificazione, informazione, rappresentazione

Gli anni ’70 del XX secolo marcano, per le città del mondo occidentale, l’inizio della “grande trasformazione” (Martinotti 1993) che vede il declino dell’economia fordista, la prevalenza del capitalismo terziario, profonde ristrutturazioni socio-culturali e politiche, nuove fasi dei processi di urbanizzazione (Scott 2011). Conseguentemente, i sistemi di pianificazione istituzionale, incentrati sulla regolazione dell’uso dei suoli, affrontano la transizione verso Il contributo frutto delle nuovi paradigmi di politiche urbane e modelli di “governance” – nei quali l’at- 1_ comuni riflessioni degli autore pubblico è affiancato da una pluralità di nuovi attori. In epoca postmo- tori. Per la stesura, sono da Simone Tulumello|Giacomo Ferro > Rappresentazioni urbane > Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

attribuire a Simone Tulumello i paragrafi 1 e 3 e a Giacomo Ferro il paragrafo 2.

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Fig.1_ Martim Moniz (al centro) e il quartiere di Mouraria (subito a est) nel contesto del centro storico di Lisbona. Fonte: Google Maps.

derna, con più evidenza nei sistemi anglosassoni, la pianificazione diviene un “processo sociale” (Healey 1997) prima che uno strumento per la gestione delle trasformazioni spaziali. In planning theory, il ruolo delle informazioni assume un ruolo fulcrale (Innes 1998): l’informazione e la capacità di manipolarla sono potere strategico (Hillier 2002). Forester (1989), trasponendo alla pianificazione il concetto di “informazione strutturalmente distorta” (Habermas 1970), ragiona su come la distorsione delle informazioni sia in grado di sbilanciare gli equilibri di potere nelle arene politiche locali. Tra le conseguenze di questi processi per il dibattito pubblico, l’emergenza del concetto di contro-informazione, alternativa a quella istituzionalizzata, che intende – o pretende – tracciare narrative libere da distorsioni. L’affermarsi del web 2.0 e dei social media ha reso evidente la possibilità della costruzione di reti di informazione capaci di strutturarsi e soverchiare quelle dominanti – non si possono non citare le prime fasi del movimento no-global, le manifestazioni di Seattle contro il WTO, la recentissima “primavera araba”. In questo contributo, al fine di far interagire le letture della pianificazione con la pratica etnografica, si propone un approccio strutturato sulle “rappresentazioni”: se il fuoco della ricerca su informazione e pianificazione è incentrato sui rapporti di potere che emergono nella implementazione delle “politiche”, concentrarsi sulle rappresentazioni significa, dal punto di vista di questo contributo, approfondire il ruolo delle “pratiche” degli/negli spazi urbani e della narrazione che di queste pratiche producono gli attori, locali o istituzionali, e i media. Quindi, al dualismo disinformazione/controinformazione si contrappone/affianca quello tra “dis-rappresentazione” e “contro-rappresentazione”, da intendersi come poli ideali del sistema narrativo. Il tema delle rappresentazioni, d’altronde, è recentemente entrato nel dibat-

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tito disciplinare, in maniera più o meno esplicita. Da una parte, si è visto come la rappresentazione delle politiche sia centrale nella riproduzione dei modelli di ingiustizia (Feldman 2013). Di converso, il dibattito sui processi di pianificazione radicale in contesti in via di sviluppo (Beard 2003; Miraftab 2009) ha dimostrato come la capacità di auto-rappresentazione delle pratiche informali sia un passaggio cruciale nell’insorgenza di queste alla fase di politiche urbane. Il contesto in cui si propone di ragionare aggiunge ulteriori spunti. Lisbona condivide con i territori urbani del meridione europeo alcune peculiarità, nel “ritardo” dei processi di evoluzione delle politiche urbane e, contestualmente, di quelli di “democratizzazione” e partecipazione pubblica alle decisioni (Seixas & Albet 2012). Lisbona si trova in instabile equilibrio tra un passato introverso e il tentativo recente di affermarsi come metropoli di livello globale (Ferrão 2003). Il comune di Lisbona presenta un complesso mix di caratteristiche: un Fig.2_ «Azione di polizia a forte capitale simbolico e culturale (Seixas 2008) messo in crisi dalla tren- Martim Moniz, “controllate” tennale riduzione demografica; forte polarizzazione economica e sociale – e oltre 700 persone», articolo germinali processi di gentrification (Costa 2009); debolezza dei sistemi di go- del 10 dicembre 2010. Jornal vernance urbana (Oliveira & Pinho 2010) bilanciata dal recente affermarsi di de Notícias, edizione online, www.jn.pt. innovazioni alla scala municipale come un bilancio partecipativo e la ristrutturazione amministrativa.

2. Le volatili rappresentazioni di Praça Martim, Lisbona

“Pericolo”, “degrado”, “criminalità”: quando, fino a poco tempo fa, ci si riferiva a piazza Martim Moniz, nel cuore di quello che è considerato il centro turistico della capitale portoghese, parole, toni e sfumature aquisivano quella tragicità associata a luoghi spesso ritenuti “non degni” di occupare determinati spazi e ruoli – tanto simbolici quanto sociali – in una città. L’evoluzione nella cosmologia delle rappresentazioni che questa piazza ha indotto nell’immaginario della popolazione lisbonese può essere compresa solo considerando la peculiare storia urbana di questo spazio pubblico. Così, solo attraverso di essa è possibile tradurne il passaggio da luogo storicamente stigmatizzato a simbolo del riscatto sociale e economico del centro di Lisbona. Martim Moniz, ai margini del quartiere della Mouraria2, nasce negli anni quaranta del secolo passato dalle aspirazioni igieniste di una politica urbana salazarista dedita all’eliminazione di quei quartieri del centro che albergavano le classi sociali meno abbienti, nell’intenzione di ricreare un tipo di urbanità più consona ai concetti di “ordine e modernità” (Fig. 1). Diversamente dalle volontà politiche, che lo intendevano come spazio di passaggio e transito, la piazza si sviluppò rapidamente come peculiare luogo di appropriazione socio-spaziale. Martim Moniz venne a caratterizzarsi come punto di socializ- 2_ Luogo di storica elezione per popolazioni di origine zazione e svago per i nuovi migranti che, con la fine del periodo coloniale, araba (Mouros, Mori) e per Simone Tulumello|Giacomo Ferro > Rappresentazioni urbane > Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

migranti provenienti dalle regioni rurali della penisola iberica, come il Minho o la Galizia.

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Fig.3_ Cricket a Martim Mo- affluirono nella capitale insediandosi nei quartieri adiacenti. La conformaniz. Da un progetto fotografi- zione architettonica, oltre alla centralità del luogo, permise loro di stabilire co sulla vita quotidiana della Mouraria (http://amouraria. in questa il centro delle attività commerciali. Allo stesso tempo, le coordinate geografiche la legavano ad un territorio blogspot.pt/) di Vitorino Coragem (http://vitorinocoragem. urbano storicamente segnato da povertà ed esclusione sociale. La prossimitumblr.com). tà con la Mouraria contribuì, col tempo, all’apparizione di alcune pratiche illecite – per esempio legate al mercato del sesso e al traffico di droga – che prima venivano occultate tra i vicoli del quartiere. La peculiarità del contesto urbano in cui si colloca gli valse in breve lo stigma di piazza degradata e pericolosa. Immagini, raffigurazioni e concetti, proposti dai media locali e ripresi con cura dalla retorica politica, produssero in breve un corollario di “dis-rappresentazioni”, che contribuì all’elaborazione e alla veicolazione di un immaginario legato alla “diversità” e alla marginalità sociale (Fig. 2). Per decenni Martim Moniz ha costituito un territorio urbano irriducibile al controllo delle politiche municipali, affermandosi come stereotipo negativo nella città3 – nonostante il fatto che l’area non presentasse volumi di criminalità superiori al resto della città, come precisato recentemente dal Garante per la Protezione dei Dati Personali nel rigettare la 3_ Nel Correio da Manhã, proposta di un sistema di videosorveglianza nell’area (Tulumello 2013). Allo quotidiano più venduto del stesso tempo continuava a costituire uno spazio pubblico fortemente approPortogallo, durante il 2008 l’a- priato, dal punto di vista sociale e simbolico (Fig. 3), dall’azione di centinaia rea urbana prossima a Martim di individui, marginalizzati dalle stesse politiche urbane. Moniz è citata 12 volte, sempre La storia di Martim Moniz cambia repentinamente il suo corso all’inizio in maniera “negativa”: 9 articoli riportano crimini – prin- della seconda decade di questo secolo. Tra l’autunno 2011 e l’estate 2012, la cipalmente rapine e spaccio piazza e le zone limitrofe vengono interessate da un significativo progetto di di droga; 2 articoli riferiscono riforma urbanistica che pretende indurre un differente modello di sviluppo al quartiere come luogo di “spaccio” in articoli su crimi- socio-economico del territorio partendo dall’azione sullo spazio pubblico – ni in altre aree della città; un articolo racconta una storia di “degrado” sociale.

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finanziata prima da un progetto vincitore del bilancio partecipato e poi da Fig.4_ Volantino pubblicifondi europei – e sulle rappresentazioni del luogo, con la collaborazione di at- tario del “Mercado Fusão”, sistema di bar “etnici” ed tori istituzionali – principalmente il comune di Lisbona – e associazioni loca- eventi musicali e culturali. 4 li . La piazza, intanto, subisce una sorta di “patrimonializzazione”, attraverso l’installazione di strutture ed elementi decorativi, che ripropongono simboli e stereotipi di quella diversità culturale che ha sempre caratterizzato il suo tessuto urbano. Questa è supportata anche dall’installazione di esposizioni, stand musicali e mostre permanenti che contribuiscono a plasmare l’immagine di un ambiente culturalmente dinamico, oltre che di luogo di convivio e socialità. La riforma, in breve tempo, ha stimolato un rinnovato interesse per la piazza, generando germinali dinamiche “gentrifricatrici” che trovano come referenti nuovi soggetti sociali un tempo esogeni – studenti Erasmus, turisti, nuovi residenti – introduttori di differenti valori e pratiche, così come di immagini, concetti e significati riferiti al luogo. Inoltre la riforma ha intro- 4_ Si vedano i progetti aidotto nuove norme di gestione e controllo dello spazio pubblico: la creazione Mouraria (http://www.aimouraria.cm-lisboa.pt/) e Há vida di bar e plateatici (Fig. 4), l’installazione di un circuito di telecamere per la na Mouraria (http://havidasorveglianza della zona adibita al commercio hanno di fatto influenzato la namouraria.tumblr.com/), comparsa di nuove pratiche socio-spaziali che si stanno velocemente sovrap- nonché la associazione Renoa Mouraria (http://www. ponendo alle vecchie forme di appropriazione dello spazio, come per esem- var renovaramouraria.pt/). pio quelle anticamente stigmatizzate come degradanti. 5_ La pagina Facebook del La rappresentazione di una “nuova piazza” nel centro della città, la ten- “Marcado Fusão” (https:// denza a identificarla come “luogo culturale” e in certi sensi mondano5, la spe- www.facebook.com/MercadoFusao), sistema dei bar “etcificità della sua storia, così “violenta e marginale”, hanno indotto un’etereo- nici” e degli eventi musicali e genità di individui urbani ad assumere la piazza come luogo privilegiato per le culturali, dichiara: «è giunta loro rivendicazioni identitarie. La piazza si è così trasformata in uno spazio di l’ora per Martim Moniz di il luogo del momento. conflitto di rappresentazioni. Se da un lato si è convertita in un palco-vetrina, essere Forse lo hai già sentito dire in una sorta di scenario ideale per una “multiculturalità di mercato”, dall’altro giro ed è la pura verità: Marim Simone Tulumello|Giacomo Ferro > Rappresentazioni urbane > Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

Moniz sta per diventare uno dei luoghi di Lisbona dove abbiamo voglia di stare [TdA]».

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l’azione e le istanze di gruppi e associazioni locali – incentrate su temi come l’“integrazione”, la “cittadinanza attiva”, la “libertà di espressione” – hanno contribuito alla costruzione e veicolazione di nuovi e differenti immaginari del luogo. Attualmente l’universo di rappresentazioni eretto attorno a Martim Moniz si connota come uno spazio in fieri, dove attori e pratiche sociali differenti si incontrano, scontrano e dialogano nella costruzione di un luogo “buono da pensare, buono da praticare” nel centro della città di Lisbona.

3. Cenni conclusivi

Il contributo ha presentato una lettura del fluire delle rappresentazioni di piazza Martim Moniz, luogo insieme centrale e “marginale” della città di Lisbona. In un’ottica di interazione tra teoria della pianificazione e lettura etnografica, si possono articolare alcune riflessioni conclusive. Martim Moniz è un luogo caratterizzato da un susseguirsi di politiche (istituzionali) – il disegno modernista della piazza sotto Salazar, le recenti politiche di rigenerazione – che si confrontano con una molteplicità di pratiche locali – quelle socio-culturali, quelle economiche, financo quelle illegali. Il risultato è la continua (ri)produzione di occasioni di conflitto e dialogo che si articolano, a loro volta, nel flusso delle dis-rappresentazioni e controrappresentazioni. Occorre quindi riflettere sulle relazioni tra rappresentazioni istituzionali e locali nella mutua capacità di contaminazione: da una parte la capacità delle rappresentazioni locali di strutturarsi e promuovere/catalizzare politiche – il successo della proposta per il bilancio partecipato e il seguente progetto finanziato con fondi europei; dall’altra parte il rischio che, nella transizione da luogo di “degrado” a luogo di “riqualificazione”, la istituzionalizzazione delle richieste espresse dagli attori locali si trasformi in nuove pratiche escludenti come quelle latenti ai processi di gentrificazione e controllo dello spazio pubblico. La peculiarità di un luogo come Martim Moniz sta nella sua particolare densità di storie, attori, relazioni, interessi: densità che genera una capacità di mutazione delle rappresentazioni particolarmente repentina – a differenza di luoghi nei quali le rappresentazioni si cristallizzano in luoghi comuni immutabili. Dal punto di vista della teoria di pianificazione, si può suggerire come alle riflessioni sul ruolo delle informazioni sia necessario accompagnare una più approfondita comprensione dei rapporti tra politiche e pratiche, ovvero localizzare nella dualità conflitto/dialogo e nelle sue rappresentazioni lo spazio per il “cambiamento”, inteso come capacità delle pratiche locali di insorgere, senza snaturarsi, al ruolo di azione istituzionalmente supportata.

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bibliografia Beard VA. 2003, “Learning Radical Planning: The Power of Collective Action”, Planning Theory, vol. 2, no. 1, pp. 13-35. Costa P. 2009, Bairro Alto – Chiado. Efeitos de meio e desenvolvimento sustentável de um bairro cultural, Câmara Municipal de Lisboa, Lisboa. Feldman G. 2013, “The Specific Intellectual’s Pivotal Position: Action, Compassion and Thinking in Administrative Society, an Arendtian View”, Social Antropology, vol. 21, no. 2, pp. 135-154. Ferrão J. 2003, “Para uma área metropolitana de Lisboa cosmopolita e responsável”, in Tenedório JA. (a cura di), Atlas da área metropolitana de Lisboa, Área Metropolitana de Lisboa, Lisboa, pp. 317-321. Filion P. 1996, “Metropolitan Planning Objectives and Implementation Constraints: Planning in a Post-Fordist and Postmodern Age”, Environment and Planning A, vol. 28, no. 9, pp. 1637-1660. Forester J. 1989, Planning in the Face of Power, University of California Press, Berkeley. Habermas J. 1970, “On Systematically Distorted Communication”, Inquiry, vol. 13, no. 1-4, pp. 205-218. Healey P. 1997, Collaborative Planning. Shaping Places in Fragmented Societies, Palgrave, Basingstoke. Hillier J. 2002, Shadows of Power: An Allegory of Prudence in Land-Use Planning, Routledge, London. Innes JE. 1998, “Information in Communicative Planning”, Journal of the American Planning Association, vol. 64, no. 1, pp. 52-63. Martinotti G. 1993, Metropoli. La nuova morfologia sociale della città, Il Mulino, Bologna. Miraftab F. 2009, “Insurgent Planning: Situating Radical Planning in the Global South”, Planning Theory, vol. 8, no. 1, pp. 32-50. Oliveira L., Pinho P. 2010, “Lisbon. City profile”, Cities, vol. 27, no. 5, pp. 405-419. Scott AJ. 2011, “Emerging Cities of the Third Wave”, City, vol. 15, no. 3-4, pp. 289-321. Seixas J. 2008, “Dinámicas de gobernanza urbana y estructuras del capital sociocultural en Lisboa”, Boletín de la A.G.E., no. 46, pp. 121-142. Seixas J. & Albet A. (a cura di) 2012, Urban Governance in Southern Europe, Ashgate, Farnham. Tulumello S. 2013, “Panopticon sud-europeo: (video)sorveglianza, spazio pubblico e politiche urbane”, Archivio di Studi Urbani e Regionali, vol. XLIV, no. 107, pp. 30-51.

Simone Tulumello|Giacomo Ferro > Rappresentazioni urbane > Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

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MobilitĂ  urbana sostenibile scomposizione

di Marra Venanzio 20

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Acquired for development by...

@ Paola Briata |

le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

# Contro-narrative | # Città delle differenze | # East London |

Acquired for development by… The Young Generation and East London

# Counter-narratives | # Cities of difference | # East London |

Hackney, East London: a multi-ethnic and multi-cultural area that in the last twenty years has seen significant social and economic change – deindustrialisation, gentrification, the arrival of the Olympic Games in 2012. Based on narratives able to see mainly the controversial aspects of this place, with a particular attention to “problematic” groups’ concentration, social mixing initiatives promoted by the public hand have reinforced gentrification processes. In this general context, a literary competition was promoted by a group of young writers, resulting in an anthology of novels, short essays and poems aimed at producing counter-narratives of the place, with a particular attention to the youths’ points of view on the future. This pioneer project has resulted in a literary success: a new independent press was founded, and more new books edited. Considering a number of social, scientific and policy challenges in the context of a “super-diverse” society, Vertovec argues that research should start to creatively consider the interaction of multiple axes of differentiation that characterise contemporary cities. Based on this theoretical suggestion, the paper argues that these young generations’ narratives provide a vivid account on how everyday multiculturalism may take place in a contemporary metropolis.

1. Uno sguardo critico sulle mixing policy

L’esperienza restituita è parte di un percorso di ricerca più ampio finalizzato a riflettere sulle social mixing policy, un approccio di pianificazione dominante in contesti stigmatizzati e caratterizzati da concentrazione di popolazioni che “fanno problema” nelle agende di policy a partire dagli immigrati1 (Arthurson 2012). Si tratta di iniziative che si prefiggono di influire sulla mescolanza etnico - sociale delle aree – in particolare introducendo tipologie abitative e servizi capaci di attrarre le classi medie, ma anche studenti e user. 1_ Il progetto è stato finanBasandosi sulla ricostruzione critica della letteratura che ha analizzato ziato dall’Unione Europea Paola Briata > Rappresentazioni urbane > Acquired for development by… le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

nell’ambito del programma Marie Curie FP7-PEOPLE-2011IEF.

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punti di forza e di debolezza delle mixing policy (Briata 2012), la ricerca si interroga sulle possibilità di guardare a queste iniziative come a delle risposte implicite a narrazioni “esterne” di alcuni luoghi: descrizioni spesso focalizzate sul tema della problematicità della concentrazione. Uno sguardo che tende a occultare le risorse “interne” che, in un contesto come quello attuale caratterizzato dalla contrazione della capacità di intervento del welfare, includono anche network capaci di risolvere problemi concreti sui quali la mano pubblica non sempre è in grado di intervenire (Cattacin 2006). Nella convinzione dell’inscindibilità dei nessi descrizioni-politiche, la ricerca ha previsto un approccio multidisciplinare per ragionare su una domanda: come parlare di luoghi sicuramente fragili, senza alimentare sguardi stigmatizzanti, non occultandone i problemi, ma anche mettendone in evidenza le risorse? Il lavoro è ancora in corso in alcuni quartieri dell’East End londinese coinvolti nelle rivolte del 2011. Si è scelto di lavorare su aree messe sotto pressione dalle azioni di mixing, osservando sia le narrazioni prodotte per giustificare queste iniziative, sia le reazioni delle società locali in termini di contro-narrazioni e contro-progetti. Data la rilevanza del tema della diversità nelle politiche, particolare attenzione è stata dedicata a comprendere cosa unisce gli individui nell’essere una “voce contro”, ovvero se i gruppi si formano seguendo linee etnico - culturali, oppure se sono rilevabili altri fattori, incluso il comune senso di appartenenza ad un territorio.

2. Hackney, East End londinese

Hackney è uno dei Borough – i 33 decentramenti amministrativi di Londra – che costituiscono la parte orientale della città. Descritta alla fine dell’Ottocento da Engels come “la più grande città della working class al mondo” (Dench, Gavron & Young 2006), dalla fine del Seicento l’area è stata un punto di approdo per le popolazioni svantaggiate, inclusi gli immigrati provenienti da ogni parte del pianeta. Negli ultimi vent’anni Hackney ha conosciuto un intenso processo di gentrification: la presenza di un tessuto urbano storico tutt’altro che anonimo incluso il patrimonio industriale dismesso, dei parchi, del Regent’s Canal, ma anche le sue caratteristiche multietniche e multiculturali hanno attratto in primo luogo gli artisti e successivamente una classe medio - alta interessata a vivere a ridosso del “centro” di Londra. A questi processi si sono affiancati nell’ultimo decennio due agende di policy pervasive: da un lato, una serie di iniziative di mixing che hanno attratto le classi medie, determinando forme di convivenza più o meno forzata con le classi medio - basse che hanno sempre abitato la zona (Butler & Hamnett 2011); dall’altro, l’agenda olimpica dato che questo è uno dei Borough interessati dalla costruzione delle infrastrutture per le Olimpiadi del 2012. Iniziative che hanno alimentato i processi di gentrification in atto, innescandone altri guidati dalla mano pubblica e finalizzati anche a cambiare la percezione negativa di Hackney diffusa nel resto della città, nonostante Hackey si presenti come una “città delle differenze” nel senso multietnico e multiculturale descritto da Fincher e Jacobs (1998).

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3. Iain Sinclair: una voce “contro”

Iain Sinclair è uno scrittore che ha dedicato a Londra gran parte della sua opera ultratrentennale. Volumi che raccontano di una città esplorata nel profondo, tenendo insieme sguardo visionario e attaccamento al reale, informazioni storiche, economiche e culturali, problemi, opportunità, geografie, percezioni degli abitanti, miti, leggende. Nel 2009, con Hackney: “That Rose-Red Empire”. Un rapporto confidenziale, Sinclair ha voluto dedicare un’opera all’area dove vive da più di quarant’anni e sulle quali si sono abbattuti una serie di cambiamenti. Si tratta di un racconto di Hackney realizzato parlando della vita che si svolge in una cinquantina delle sue vie, in alcuni parchi, negli ospedali. Questi luoghi sono riuniti seguendo alcuni “percorsi” che rimandano a problemi e opportunità: Waste, Domestic exotic, British sounds, Mundus subterraneus. Sinclair racconta un mondo plurale, non privo di problemi, ma dove sono presenti anche forme di solidarietà, famiglie allargate, un’identità forte come quella Cockney che ha trovato forme di conflitto, ma anche di convivenza con un’anima multietnica e multiculturale. Di “povertà che si assomigliano” anche se colpiscono persone di origine diversa, inclusa la popolazione britannica (fig. 1). E poi, c’è il racconto dell’arrivo dei gentrifier, delle convivenze determinate dalle nuove dinamiche urbane e dal declino della città operaia. Infine, il racconto di Sinclair è permeato dalla vena polemica verso le iniziative di rigenerazione dell’ultimo decennio, includendovi le mixing policy. Si critica la scarsa capacità di intercettare le risorse locali, ma anche la difficoltà di costruire “a tavolino” forme di mescolanza. Al tempo stesso si smonta la

Paola Briata > Rappresentazioni urbane > Acquired for development by… le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

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Fig.1_ Uno dei volti popolari e multietnici di Hackney: il mercato di Ridley Road.


retorica che giustifica queste politiche sul piano sociale, escludendo che la prossimità spaziale tra individui di diverso background possa determinare percorsi “imitativi” da parte delle classi svantaggiate. Una prospettiva che sottovaluta gli aspetti strutturali che conducono alla deprivazione e all’esclusione sociale. Temi che ritornano in “Ghost Milk. Calling Time on the Grand Project” del 2011, nel quale Sinclair critica le conseguenze dell’agenda olimpica sul territorio locale.

4. Pagine su Hackney2: sguardi al futuro

Negli ultimi quindici anni, la posizione di Sinclair si è talmente consolidata da essere considerata da alcuni come una “contro-narrativa ufficiale”, conservatrice e poco attenta alle prospettive future. Una situazione che ha stimolato un gruppo di giovani a dare vita nel 2011 ad un “concorso letterario” al quale hanno partecipato più di cento abitanti di Hackney. La capacità di raccontare “dettagli” e punti di vista molteplici sulla zona, anche con linguaggi diversi, ha guidato la selezione dei venticinque racconti, poesie e brevi saggi che sono confluiti nel volume “Acquired for Development By... a Hackney Anthology”. Gli scritti evocano temi cari anche a Sinclair: la distruzione della memoria locale attraverso progetti di rigenerazione ripetitivi e poco sensibili alle peculiarità dei territori, la scarsa attenzione alle risorse storiche e culturali, la pressione immobiliare che si abbatte sulla vita dei più deboli. I curatori riconoscono il ruolo avuto da Sinclair nel costruire un immaginario di East London diverso da quello consolidato, ma ritengono che il suo sguardo sia troppo rivolto al passato: “sentiamo che è stato raggiunto un punto in cui c’è una sorta di visione canonica che presenta una voce di opposizione ‘ufficiale’. Vogliamo allontanarci deliberatamente da questa visione, riconoscendo questo grande lavoro del passato, ma andando oltre” (Caless & Budden 2012, p. 9). Si sottolinea la volontà di dare vita ad un’iniziativa capace di scavare nell’identità di Hackney, selezionando dei pezzi capaci di produrre immaginari centrati sul presente e sul futuro, riunendo i punti di vista delle giovani generazioni. Il volume è nato è cresciuto nella fase di intensa trasformazione di Londra olimpica, ma il progetto ha preso le mosse già dal 2006 e si è cercato di evitare che i giochi fossero l’unica lente per raccontare il cambiamento: si parla anche di questioni ambientali, della difficoltà a vivere in luoghi sempre più sottoposti alla pressione immobiliare, dell’essere dei giovani musulmani in una metropoli contemporanea. 2_

Grazie al personale della libreria Pages of Hackney per i preziosi consigli. A Gary Budden e Kit Caless per aver condiviso con me la storia della loro avventura editoriale. 3_ Il breve filmato di promozione del libro http://www. influxpress.com/video-and-audio/ nel quale gli autori leggono parte delle loro storie, riflette tale articolazione.

Gli stili e i temi di racconto sono molteplici: impossibile rendere in poche pagine l’articolazione del volume3. Due esempi. In “La battaglia di Kingsland Road”, Paul Case ha trasformato una strada che è stata a lungo una no go area, in un territorio conteso tra i “modaioli” di Hoxton Square (uno dei simboli della rinascita creativa della Londra post-industriale) che premono da sud e i gentrifier di Stoke Newington che potrebbero “calare” da nord. Il racconto si dispiega in un futuro ipotetico, il 20XX, attraverso i rapporti dei servizi segreti che sono entrati in possesso dei carteggi prodotti dalle due

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opposte fazioni: l’Hoxton Liberation Army e Stoke Newington Rising Dawn. In “I gabbiani di Dalston”, Tim Burrows giustappone diverse narrazioni sulla trasformazione di Dalston Square (fig. 2), uno dei progetti più contestati a livello locale. Nel 2007, per costruire questo complesso di torri che arrivano fino a venti piani, elevandosi sul tessuto vittoriano circostante, il Borough ha acconsentito all’abbattimento di un teatro ottocentesco. Dal 1964 il teatro era la sede del Four Aces Club, un punto di riferimento per la musica caraibica che ha lanciato star di livello mondiale. Burrows racconta dell’ascesa sociale del proprietario del club, Newton Dunbar, giunto dalla Giamaica nel dopoguerra e si sofferma con ironia sulle curiose forme di “radicamento locale” espresse nell’operazione immobiliare: i 550 appartamenti includono, senza il suo consenso, una “Dunbar Tower” e i tetti delle torri sono stati pensati per permettere ai gabbiani che avevano nidificato su quello del teatro di “tornare a casa”. Il libro è diventato un piccolo caso letterario: distribuito nelle librerie di quartiere, ha rapidamente raggiunto anche le maggiori catene. I curatori hanno dato seguito all’iniziativa con la fondazione di Influx Press, una casa editrice che sta pubblicando alcuni volumi nei quali la dimensione delle voci locali nell’ambito di strategie di sviluppo (o di abbandono) territoriale ha un ruolo cruciale.

5. “Sulla mappa”: differenze e convivenza nella metropoli

Hackney è stata per lungo tempo una no go area. Negli ultimi anni è “entrata nelle mappe di Londra” anche attraverso una serie di operazioni di rigenerazione che hanno mobilitato narrative negative dei luoghi, facendo esplicitamente riferimento a vuoti urbani in senso territoriale, sociale, cul-

Paola Briata > Rappresentazioni urbane > Acquired for development by… le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

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Fig.2_

Public-led gentrification: il complesso di Dalston Square.


turale. L’esperienza restituita in queste pagine rappresenta una delle molte narrazioni mobilitate “dall’interno” per reagire alle immagini negative o “del nulla” rintracciabili nei progetti di sviluppo. La distinzione tra narrazioni esterne e interne, alla quale allude anche la letteratura sulla riscoperta delle potenzialità dei ghetti, rappresenta un nodo cruciale nell’esperienza dei giovani di Hackney: “seppure questa antologia risieda in questo nostro angolo unico della capitale, speriamo che la raccolta parli alle persone che vivono fuori dal quartiere e catturi una serie di aspetti genuini della vita di Londra ai giorni nostri” (Caless & Budden 2012, p. 11). Pur riconoscendo il valore delle ricostruzioni operate da Sinclair, un aspetto interessante di questa esperienza è quello di allontanarsi da una logica d’autore, proponendo un progetto collettivo, capace di tenere assieme una lettura trasversale rispetto alle categorie, interne ed esterne, mobilitate più frequentemente per parlare di East London. Ci si allontana da visioni esclusivamente centrate sulla classe o sull’etnia, introducendo uno sguardo che include queste e altre “differenze”, ma riunendo i punti di vista delle giovani generazioni. Nelle sue considerazioni sulla nuova “super-diversità” che caratterizzerebbe il contesto londinese, Vertovec (2007) enumera una serie difficoltà di conciliazione delle differenze, individuando sfide sociali, politiche e scientifiche. Incoraggia dunque i ricercatori a riflettere creativamente sull’interazione tra i molteplici assi di differenziazione che caratterizzano le società contemporanee. L’antologia di Hackney testimonia di un radicamento locale e di un interesse per il futuro che tiene insieme giovani di diverso background: una risorsa anche per le politiche? Dal punto di vista metodologico, lo sguardo della ricerca su queste iniziative non è finalizzato esclusivamente a comprendere quanto le “voci contro” riescano ad influire sull’implementazione di progetti di sviluppo poco condivisi a livello locale, ma anche ad osservare come i modi di “fare gruppo” di persone di diverso background, messe sotto pressione dal cambiamento, possano raccontare di forme concrete di multiculturalismo quotidiano in una metropoli globale del XXI secolo.

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bibliografia Arthurson K. 2012, Social Mix and the City, CSiro Publishing, Collingwood. Briata P. 2012, “Beyond Social Mix. Looking for a Path to Rethink at Planning in the Cities of Difference”, Plurimondi, n. 10, pp. 65-80. Butler T. & Hamnett C. 2011, a cura di, Ethnicy, Class and Aspiration. Understanding London’s new East End, The Policy Press, Bristol. Caless K. & Budden G., 2012, a cura di, Acquired for Development by… A Hackney Anthology, Influx Press, Londra. Cattacin S. 2006, “Why Not ‘Ghettos’? The Governance of Migration in the Splintering City”, Willy Brandt Series of Working Papers in International Migration and Ethnic Relations 2/06, Malmö. Dench G., Gavron K. & Young M. 2006, The New East End. Kinship, Race and Conflict, Profile Books, Londra. Fincher R. & Jacobs J. 1998, a cura di, Cities of Difference, The Guilford Press, New York, Londra. Sinclair I., 2009 Hackney, That Rose-Red Empire. A Confidential Report, Penguin Books, Londra. Sinclair I. 2011, Ghost Milk. Calling Time on the Grand Project, Penguin Books, Londra. Vertovec S. 2007, “Super-diversity and its implications”, Ethnic and Racial Studies, n. 30, vol 6, 1024-1054.

Paola Briata > Rappresentazioni urbane > Acquired for development by… le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

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Segno orizzontale #2 di Michele Porsia

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Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

@ Maria Michou |

# Arcades | # Homeless | # Athens |

The architectural typology of streetside arcades is examined as constitutive of a ‘natural environment’ for the Greek city as this developed during the building boom of the ‘60s and ‘70s, focusing on the example of Solonos street in Athens. The development of central districts with multi-storey blocks whose street level elevation was placed in recess from the rest of the building volume, creates semi-sheltered outdoor passages which provide particular conditions for the pedestrian in terms of walking and engaging with the market and the urban condition in general. These characteristic spaces present today, with excessive clarity, the desertifying effects of the economic crisis, where rows of vacant stores empty entire arcades from their function and purpose. As a result, these same intermediate spaces have begun to offer home to homeless individuals, providing relative quiet, protection and space for the expansion of their settlements, both as far as permanence as well as volume of objects are concerned. An unusual phenomenon in this particular part of town, homelessness is becoming increasingly evident further around the city; homeless’ arrangements taking many shapes to serve the different routines of individuals’ everyday—part of which the photographic narrative is attempting to capture. A further consideration of the circumstances that bring a person out into the street according to institutional research, but also the observation of particular cases of state treatment of homeless in Athens, sketches out a difficult balance between care and expulsion, between those walking and those constantly making a home of the street.

Solonos street, source of inspiration and point of departure for this narrative route, is at the same type a typical yet distinctive commercial strip of downtown Athens. Lined up with modernist apartment blocks, Solonos is a one-way, double-lane stretch that connects two diverse parts of the Greek capital: the upscale area of Kolonaki—across the Parliament and its adjacent National Gardens—with the ‘alternative’ district of Exarchia—the first suburb of the city in the 19th c., home to a number of University Faculties since the 1870s but also to junkies, legal and illegal immigrants, the anarchist community and the most active self-managed citizen initiatives in this city today.

Maria Michou > Rappresentazioni urbane > Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

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What is typical about Solonos street are to a large extent the formal elements that comprise it. In particular, the characteristically Greek cityscape of six-to-seven storey high blocks, built in continuous rows interrupted only at junctions with the street grid; the building-height to street-width ratio which makes for steep street perspectives; the identical treatment of public space at the buildings’ ground level; altogether these lend their characteristic form to the entirety of the familiar streetscape of old downtown Athens. “1. The construction of a streetside arcade is mandatory when this is provided for in the area’s city plan, and at the approval or amendment of the city plan its width is numerically defined. The streetside arcade should be functionally and aesthetically connected with the building and its one side should be adjacent to the ‘construction line’ and it cannot be an independent structure. […] 2. Its construction abides with the following specifications: a) Its floor surface to be continuous with the sidewalk. b) Its free height from the sidewalk level to the lowest ceiling level to be not less than the height which results from the relationship of height to width 3:4 and in all cases should not be less than 3,00 m. c) There should not be any permanent ledges or structures on the floor, ceiling or sides of the building. […]” (Law 4067/2012, Art. 22) Similar to the city’s wider commercial stretches as well as its secondary street network, Solonos is made up of consecutive streetside arcades for its most part, where the street level elevation is placed in recess from the rest of the building volume, flanked on one side by structural colonnades that support the floors above and on the other by medium-sized shops in continuous sequences. As prescribed by the city plans of the ‘70s, these

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“external arcades” (L. Decree 8/1973) satisfied both the reconciliation of basic planning deficiencies on the part of the state as well as the interests of private developers at the time. As obligatory formal elements, they surrender private land to public use, making up for the narrow streets and minimal sidewalk provision; at the same time they formulate a sheltered intermediate space which allows the passer-by to feel momentarily more comfortable, slow down their pace and benefit from window-or-real shopping.1 As such, these ‘street pilotis’ have become a whole kind of ‘natural environment’ for Greek urbanity, which comfortably mixes small commercial enterprises with residential and office uses and caters for the ‘semi-sheltered life’ appropriate to the mild climate of the Greek outdoors. On the other hand, Solonos street’ intermediate scale and the variety of services it accommodates render it with a distinctively ‘comfortable’ urban quality. The street is wide enough for the body neither to feel confined, nor alienated as in the vast central boulevards. Here, one can find from expensive, lifestyle-seeped department stores and boutiques to handmade toys and organic foodstores on the street’s upper end, to a multitude of booksellers, printing houses and bookbinding workshops on its lower end. With minimal public squares or green along its entire length, walking along Solonos str. is a constant movement from light into shade, from sheltered undercrofts of consecutive streetside arcades to single-file exposed sidewalks—brushing against strangers’ shoulders and staring into each other’s eyes for the instant it takes to decide who will wait to let the other pass first, and sometimes smile. Meanwhile, cars, buses, taxis and the few cyclists rush down the street, in a constant buzz of exhausts, horns and engines that start, stop and in cases swear at each other… 1_ A streetside arcade fronts

Maria Michou > Rappresentazioni urbane > Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

a row of twenty-one shops on the Roman Market’s ground level already in 2nd c. BC Athens (Attalos Stoa 2012).

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“Because men are the city, and neither walls nor empty battleships” (Thucydides, H-77) Back to the capital from summer’s leave, Solonos street has shockingly followed the desertifying effects of the economic crisis: one after the other, often in sequences of two, three or four, storefronts display signs “To Let”. Among the smaller one-off shops that have closed down, some of the oldest bookstores Athens could boast of have stopped business. A few weeks later into autumn, a minority of the vacant stores have already been converted into state-of-the-art pastry-and-coffee-to-go shops, featuring fast wireless internet connection, the gentrified taste of a franchise brand or the minimalist décor of snack-as-lifestyle which is the current trend. As streetside arcades are emptied from their usual functions, they begin to open up space for the homeless men and women of this city. Occupying the empty recesses in front of vacant shops, often using disused decks and sound barriers in front of old cafés or behind ledges and at the corners to create protected niches for themselves, people sleep rough on paper cartons and sleeping bags, behind boxes and amidst plastic bags that contain their belongings. The new spatial reality of Athens has allowed them to wander away from the busy avenues and parks that have sheltered them for the past 30 years the phenomenon of homelessness has been expanding, to seek refuge in denser mixed residential-commercial parts of downtown. The permanently dark shop windows and the unused sidewalk in front of them permit individuals to begin assembling small households that remain ‘unpacked’ during the day, even whilst they are away from their ‘spots’, creating unusual viewpoints into their otherwise silent life. In this manner, streetside arcades become sites of minor occupation: ‘homes’ on borrowed

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land to return for a night’s sleep on a proper mattress, and even, in certain cases, sites to share with the company of another also in need of a stretch to lay down their blanket. Such setups have been extremely rare in the past and definitely non-existent in this part of town. 1. Homeless people are recognized as a socially vulnerable group, to which social protection is provided. As homeless are recognized all individuals who live legally in the country, who lack access to or have uncertain access to sufficient privately-owned, rented or conceded residence that fulfills the necessary technical specifications and has basic services of water and electricity. 2. In the definition of homeless people are particularly included those who reside on the street, in guest houses, those who are offered temporary shelter from necessity in institutions or other closed structures, as well as those who reside in inadequate dwellings. (Law 4052/2012, Art. 29) Homelessness has been increasing in Greece as a result both of the economic and the illegal immigration crises, yet only last year did it receive its official legislative definition, inclusive only of legal nationals as eligible for state support. According to ‘Klimaka’, a Not-for-Profit Organization that provides support to “vulnerable social groups”, funded mainly by the Ministry of Health, the majority of homeless people is presently or has suffered in the past from substance abuse, and faces severe psychological difficulties (Klimaka, Homeless 2013). Further, the “Research about Poverty in Athens”, carried out by the Municipality of Athens’ Center for Reception and Solidarity in the summer of 2013, has shown that very few of the 1000 homeless wandering individuals of the city are prepared to “enter any closed structure”, i.e. to adopt a permanent sleeping place in one of the municipal

Maria Michou > Rappresentazioni urbane > Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

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guest houses for the poor and attempt social rehabilitation, but rather appreciate access to a daily hot meal and bathing facilities (Conclusions from the Recording of Homeless, 2013). Solonos street’ comfortably scaled and shaded streetside arcades— approximately 3 meters deep—host today a number of ‘permanent’ homeless settlements with significant volume of consumable items and even pieces of found furniture. Instances of such living arrangements right in front of just-vacant expensive stores at the ‘posh’ end of the street compose striking images for the frequent passer-by; however, these are usually immediately removed. Diverging from Solonos into other, more central parts of the downtown, one becomes witness to different evidently ephemeral or more expansive structures that accommodate homeless’ routines—begging for change, sleeping, passing time—depending on the spatial and cultural particularities of a certain area. Along central boulevards, under the deep undercrofts of monumental building blocks—often, ironically belonging to central bank branches—homeless men have traditionally spent their nights and, on weekends, their daytime also. Others resort to dark disused commercial arcades, but also find refuge under the sheltered entrances of busy metro stations. Whilst in most cases homeless people are treated with care and respect by locals, the recent incident of the ‘proudly neat’ homeless man of Kolonaki is shocking. An old-aged foreign homeless man had settled along the property wall of central Athens’ main state hospital, having occupied a street bench and the sidewalk on its sides. Surprisingly so, he had taken care to decorate a timber shelf supported on the back of the bench with flowers in vases, a porcelain horse miniature, fruits and symmetrically placed coffee-ware, and

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had carefully laid the seat of the bench with checkered blankets to serve as his bed—all reminiscent of a well-kept middle class home. At the beginning of October the old man of Marasli street was admiringly photographed in his settlement and published in a digital news blog; immediately the image was widely circulated in social media. Only a few days later, the old man was expulsed by the municipal authorities together with his belongings, to be very soon released and allowed to return to his ‘spot’ after citizen reaction; yet, many of his precious objects were missing (The homeless man of Kolonaki has returned to his bench 2013)… The old man of Marasli street offers one of the few exceptions of homeless settlements that appear to intentionally address the passer-by from the conceptual position of a home interior, inverting the function of decorative objects from secondary into primary markers of private space: if a home is decorated to display a certain morality or social status, it is inescapably addressing the other, the external public eye; hence, here the existence of decoration is constructive of the privacy of the homeless individual itself— miniatures necessitate the real or, in this case, conceptual enclosure of walls. In a twisted paradox, those incapable of the direct personal contact that any social commitment entails, resort to throwing themselves out into the most exposed site of our urbanized civilization: the street. Yet, homeless’ occupation is singular, lonely and estranged, indirect; utterly indifferent to the urban spectacle that mystifies the flâneur type, it resists the maneuvers of power inherent in any ‘closed structure’, even those intrinsic to domestic life. Instead, it constructs silent cocoons out of soft homely and harsher street objects—leftovers of our own homes—in the most banal of Athenian urban spaces; with the broom as an instrument to practice habitation, homeless

Maria Michou > Rappresentazioni urbane > Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

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individuals perform a sort of everyday routine of ‘accommodating’ their presence on the hard surface of the sidewalk. Streetside arcades in Athens of 2013 become home to silent gestures of minor occupation. Here, a homeless finds and founds an inverted concept for ‘home’, permanent yet temporary, sheltered yet exposed, taken care of yet not owned. The passer-by, always as other to the harsh everyday of homelessness, is directly invited to engage with uneasy questions about notions of ‘home’ and ‘belonging’ rather than rest into their familiar certainties.2

references

2_ Many of the homeless ar-

rangements that appear here were already dismantled by the time this article was submitted. Following the arrest of the homeless man in Kolonaki, it was decided never to include homeless individuals in the photographs of their ‘homes’, as a respect to their privacy.

Attalos Stoa, Ministry of Culture and Sports 2012, consulted in October 2013, http:// odysseus.culture.gr/h/2/gh251.jsp?obj_id=10303. Conclusions from the Recording of Homeless, City of Athens, 2013, consulted in October 2013, http://www.cityofathens.gr/sites/default/files/%20Συμπεράσματα%20 Καταγραφης%20Αστέγων.pdf. Germanos F. “The historic bookstore of Hestia closed down after 128 years in business”, To Vima, 31-03-2013, consulted in October 2013, http://www.tanea.gr/news/ greece/article/5009198/ekleise-to-istoriko-bibliopwleio-ths-estias-meta-apo-128xronia-leitoyrgias/. Homeless, Klimaka, consulted in October 2013, http://www.klimaka.org.gr/newsite/ KoinApok/Astegoi/Astegoi1.htm. Law No 4067/ FEK A’ 79/2012 New Building Regulations, Art. 22, “Streetside Arcade”. Law 4052/FΕΚ Α’ 41/2012, [Health and Social Security issues in the scope of the Memorandum bet. Greek Republic, EU & ECB], Art. 29, “Definition of a Homeless Person”. Legislative Decree 8/FEK 124/A’/1973, Art. 11, par. 14 “Building and its parts”. The homeless man of Kolonaki has returned to his bench 2013, “IEfimerida” consulted in October 2013, http://www.iefimerida.gr/news/125429.

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Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista Urban narratives and racist propaganda in the city of Athens

Monia Cappuccini |

# Atene | # Crisi | # Razzismo | # Athens | # Crisis | # Racism |

In the last six years Greece is facing a harsh economic crisis. Neoliberal austerity measures imposed by Troika exerted their pressure even on the urban spaces with purposes of securitization. This process affects the political discourse that kept a racist character. Homeless, drug-addicted, prostitutes, political protesters, migrants: all the social marginalization has been stigmatized as “social enemies” and the latter targeted as one of the most dangerous.Inside the process of securitization a specific actor took substance: the neo-nazist party of Golden Dawn. In the last years, the Greek authorities showed an increasing tolerance for this criminal organization and this permivissiviness allows them to control a district of Athens: Aghios Panteleimonas. This urban area is characterized by a strong concentration of migrants, important social inequalities and a deep process of impoverishment of the historic inhabitants. In this context, Golden Dawn managed to ride the social discontent, stressing the racist positions.Aghios Panteleimonas is an example of how the sudden collapse of the living conditions of a big part of the population and the simultaneous securitization of the political discourse and of the urban spaces can produce anti-democratic actors and racist violence. In this sense, Greece can be considered a laboratory not just for the austerity measures, but also for the production of racist discourses and practices: a really dangerous dynamics, above all in an impoverished and disintegrated social context.

“La Grecia oggi è diventata un centro per l’immigrazione illegale. Dobbiamo riprenderci le nostre città, dove il commercio illegale di droghe, prostituzione e merci contraffatte sta esplodendo. Ci sono molte malattie e non sto parlando solo di Atene, ma anche di altri posti” (Human Rights Watch 2012, p. 35). Con questo appello allarmista lanciato il 19 aprile 2012, Antonis Samaras, candidato del partito conservatore Nea Demokratia e attuale Primo Ministro, accendeva una già infuocata campagna elettorale proponendosi quale interlocutore privilegiato per il bacino della destra moderata ed estrema. Tale dichiarazione rappresenta soltanto uno degli episodi del più ampio

Giansandro Merli | Monia Cappuccini > Rappresentazioni urbane > Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

@ Giansandro Merli |

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1_ La coalizione della sinistra radicale Syriza, ora trasformata in partito, può essere considerata una parziale eccezione. 2_ Diversi articoli sugli episodi elencati sono disponibili in traduzione italiana su www. atenecalling.org (ultima consultazione novembre 2013).

processo di “sicurizzazione” del discorso pubblico e dell’agenda politica intrapreso trasversalmente dai principali partiti dell’arco parlamentare greco1 e intensificato con l’incalzare della crisi economica. Per “sicurizzazione” intendiamo non soltanto la tendenza a tradurre ogni problema sociale in questioni di ordine pubblico (Palidda 2000), quanto quella “tecnologia politica di governo” che funziona attraverso la produzione sociale di nemici e di capri espiatori cui attribuire le cause delle paure e delle insicurezze collettive (Bigo 2000). Nell’ambito della crisi economica che ha investito la Grecia dal 2009, le funzioni di governo e la posta in gioco del processo di sicurizzazione riguardano principalmente due grandi obiettivi: contrastare l’opposizione sociale alle politiche neoliberali deviando l’attenzione pubblica verso i problemi di sicurezza e di decoro urbano; permettere alle élite politiche di riguadagnare consenso presso la popolazione, attraverso l’assunzione del ruolo di “difensori della società”. In questo contesto, la sicurizzazione dello spazio urbano e del discorso pubblico fa da contraltare all’imposizione delle politiche neoliberali relative ai tagli al welfare e ai salari e dei programmi di privatizzazione di beni e servizi fondamentali (Souliotis & Kandylis 2013).  Diversi episodi testimoniano l’attitudine violenta di tale tendenza. Pochi giorni dopo le dichiarazioni di Antonis Samaras, il ministro della sanità Andreas Loverdos (Pasok) annuncia in tv che una “bomba sanitaria” minaccia il Paese: si tratta delle prostitute straniere accusate di diffondere l’HIV tra i “padri di famiglia greci”. Alla vittoria elettorale del 2012, il nuovo governo di Nea Demokratia fa seguire un programma di rastrellamento degli immigrati nelle principali città della penisola ellenica (Zeus Xenios, dal nome del dio greco dell’ospitalità) che porta in pochi giorni al fermo e all’identificazione di migliaia di persone dall’aspetto “non greco”, fino all’arresto, al trasferimento nei centri di detenzione e al rimpatrio forzato per chi non risulta in regola con i documenti. L’operazione viene supportata da una forte campagna mediatica: al termine di ogni giornata la polizia convoca una conferenza stampa per elencare la quantità di fermi e di arresti effettuati. Sul piano della sicurizzazione della protesta e dell’opposizione politica, è sufficiente ricordare lo sgombero di Villa Amalias, uno storico centro sociale dell’area anarchica di Atene, avvenuto nel gennaio 2013 e seguito dall’annuncio di un piano repressivo per mettere fine a oltre quaranta occupazioni sparse in tutta la Grecia. Pochi mesi dopo, nell’aprile del 2013, scatta l’operazione Thetis: centinaia di tossicodipendenti senza fissa dimora vengono fermati, trasferiti per accertamenti medici e sottoposti a trattamenti terapeutici forzati nelle caserme di polizia o nei centri di detenzione per migranti2.  L’allarme sociale sulla presunta pericolosità degli spazi urbani è sostenuto dalla costruzione di diverse categorie di “nemici pubblici”: immigrati, tossicodipendenti, prostitute, senza tetto, anarchici, militanti della sinistra. I primi sono stigmatizzati in maniera particolarmente aggressiva, sia nei discorsi pubblici sia nelle pratiche di governo del territorio da parte dei diversi promotori di tale campagna. Tra questi assume particolare rilievo il partito neonazista di Alba Dorata, formazione politica che affonda le sue origini nel periodo immediatamente successivo alla dittatura dei Colonnelli. Sebbene raccolti sotto altre sigle, i leader neonazisti avevano abitato lo spazio torbi-

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do dei rapporti tra Stato e parastato fin dall’inizio della metapolitefsi3. Fino Fig.1_ “Fuoco sul corano”, all’avvento della crisi economica, però, la loro agibilità politica era rimasta scritta sui muri del quartiere Aghios Panteleimonas. sempre ristretta e marginale. È soprattutto a causa delle profonde trasformazioni subite dalla società greca a partire dal 2008 che si apre per loro un inedito quanto inaspettato spazio di azione e di propaganda (Deliolanes 2013). Per un verso, in risposta alle rivolte urbane del 2008, le autorità garantiscono maggiore tolleranza alle scorribande dei neonazisti come strumento di deterrenza di nuove possibili insorgenze; per un altro, i discorsi razzisti e la costruzione degli immigrati quali “nemici pubblici”, parzialmente responsabili della disgregazione sociale, trovano terreno fertile in una società profondamente ferita dal collasso economico (Dalakoglou 2013).  Non è un caso se la saldatura tra la propaganda nazionale anti-immigrazione e i fenomeni d’ineguaglianza urbana a sfondo razziale si consuma emblematicamente nel quartiere di Aghios Panteleimonas ad Atene, caratterizzato da una forte presenza di stranieri, appena qualche mese prima dell’ufficializzazione della crisi economica. Il 24 novembre 2008, circa duecento persone del Comitato dei residenti di Aghios Panteleimonas e di Platia Attikis si ritrovano nella piazza centrale - tra le poche a potersi definire tale in una città notoriamente avara di spazio pubblico - del quartiere. Vogliono denunciare “la ghettizzazione dell’area” dovuta all’uso del parco giochi quale dimora notturna da parte di un numero crescente di migranti. Una manifestazione apparentemente spontanea, dietro la quale cominciano a prendere corpo la propaganda e l’azione del partito di Alba Dorata, corroborata da una petizione in cui si denuncia il sentimento d’insicurezza, le precarie condizioni igieniche, il degrado estetico, la svalutazione delle proprietà immobiliari e il senso 3_ Termine che indicava la dalla fine della di espropriazione di cui i residenti originari, rigorosamente greci, si sentivano transizione Giunta Militare dei Colonnelli vittime. Paradossalmente, e pericolosamente, sull’universale rivendicazione (1967-1974) alle elezioni del Giansandro Merli | Monia Cappuccini > Rappresentazioni urbane > Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

1974, ma che viene usato per designare tutto il successivo periodo democratico.

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4_

I dati riportati da Maloutas, Arapoglou, Kandylis, Sayas (2012, pp. 269) si riferiscono al censimento 19912001, unica fonte disponibile al momento sulla distribuzione spaziale dei gruppi etnici in attesa dei rilevamenti 2011. 5_ “Aggredirono perfino il candidato della Sinistra Radicale SYRIZA, Alekos Alavanos, durante un suo comizio” (Deliolanes 2013, p. 12). 6_ Il commissario di zona è tra gli arrestati nell’ambito dell’operazione giudiziaria scattata contro Alba Dorata all’indomani dell’uccisione di Pavlos Fissas, a settembre 2013. Nel 2009, invece, un altro poliziotto “stracciò pubblicamente il Corano, provocando la violenta reazione dei musulmani, che si scontrarono con la polizia per due giorni” (Deliolanes 2013, p. 12).

di “Riprendiamoci il quartiere” si stavano innestando nuove derive xenofobe, con buona pace di Henri Lefebvre e del suo altrettanto celebre “diritto alla città”, tornato strumentalmente indietro come un boomerang.  Aghios Panteleimonas è un’area centrale e residenziale di Atene. Costruita tra gli anni ’60 e i ’70, è situata vicino al distretto degli affari e ospita diverse attività amministrative e commerciali. In appena dieci anni, i residenti originari sono diminuiti di almeno diecimila unità (in particolare la fascia di età superiore ai 24 anni), rimpiazzati da una percentuale di migranti cresciuta fino al 28,4%: una concentrazione di cittadini stranieri pari a quasi tre volte la media di Atene4. L’ineguaglianza sociale tra i vecchi e i nuovi abitanti riguarda soprattutto lo standard abitativo: il 90% degli immigrati vive in case in affitto mentre il 32,3% dei greci ne è proprietaria, riproducendo e aggravando quel tipo di “segregazione verticale” che ha caratterizzato la distribuzione spaziale ad Atene sin dall’insediamento dei primi flussi d’immigrati, principalmente albanesi, seguiti al crollo dei Paesi sovietici. Un tipo di segregazione diversa dal classico modello concentrico anglosassone e sviluppata in altezza nei condomini tra i cinque e gli otto piani (tali sono la maggior parte delle costruzioni ad Atene) secondo una gerarchia sociale ed etno-razziale strutturata dai seminterrati piccoli e bui, destinati al mercato privato e occupati dagli immigrati, sino agli appartamenti luminosi, spaziosi, con una migliore visuale e meno rumore dei piani alti, dove vivono solitamente i proprietari del ceto medio. Negli ultimi anni ad Aghios Panteleimonas sono andati concentrandosi flussi migratori più recenti (afghani, pakistani, russi, curdi, cinesi e arabi), scatenando la reazione del sedicente Comitato di quartiere che già nel 2009 era passato dalle parole ai fatti, occupando e transennando il parco giochi conteso e organizzando vere e proprie ronde per proteggere la piazza dalla presenza dei migranti e da iniziative pubbliche antirazziste5. Un clima d’intolleranza senza precedenti, tradottosi velocemente in un’escalation di violenza fatta di una sistematica caccia all’immigrato, sostenuta dalla polizia locale6 e coronata dal successo elettorale alle comunali del 2010 di Alba Dorata, che nella sola circoscrizione di Aghios Panteleimonas schizza improvvisamente all’8,38% dei consensi.   Come affermano Kandylis G. & Kavoulakos K.I. (2011, p. 159), tale conflitto urbano intorno all’immigrazione “rivela un significativo punto di svolta del discorso razzista in Grecia. Esso coinvolge azioni razziste di gruppo, incorporate in specifiche narrazioni sul luogo e sulla diseguaglianza, e a questo scopo produce il luogo stesso”. Il discorso costruito su Aghios Panteleimonas evoca nostalgicamente un passato di prosperità e di omogeneità sociale ed evita però ogni riferimento alle trasformazioni della zona prima dell’arrivo degli immigrati. Nella sovra-rappresentazione dell’emergenza si crea un cortocircuito narrativo tra la precedente storia di successo collettiva e l’inatteso stigma sociale della ghettizzazione del quartiere, in cui trova legittimità da parte dei residenti sia l’uso della violenza sia la rivendicazione di status e di strategie di mobilità perdute. Complice una pesantissima crisi economica, tentativi simili sono emersi successivamente in altre zone della città fino alla completa aderenza tra narrazioni locali e discorso nazionale sul razzismo. Il caso di Aghios

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Panteleimonas può essere letto perciò come un esempio indicativo non solo Fig.2_ Platia Attikis: celtiche del presente e del futuro della Grecia, ma dei modelli di governance messi e bandiere greche “decorano” la piazza. in campo dalle politiche del debito nei confronti dei conflitti urbani e dei fenomeni di diseguaglianze sociali cresciuti nello scenario drammatico della crisi economica globale.  Il caso analizzato rivela quanto l’associazione tra fenomeni di rapido e feroce impoverimento economico e sociale e la sicurizzazione del discorso pubblico e degli spazi urbani afferisca due livelli decisionali distinti: se le politiche economiche e le misure di austerity sono state imposte alla società greca a livello sovranazionale dagli organismi finanziari della cosiddetta Troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), la sicurizzazione dello spazio urbano è pianificata invece dalle istituzioni nazionali e locali (Kandylis & Kavoulakos 2011, p. 159). In questo contesto, la comparsa di attori esplicitamente ostili alle istituzioni democratiche e allo stato di diritto, tra cui Alba Dorata, rappresenta un fenomeno da approfondire e non relegare al campo dell’eccezione. La tardiva e clamorosa operazione giudiziaria avviata contro il partito neonazista nell’ottobre 2013, sebbene costituisca un primo passo verso la necessaria marginalizzazione del partito, risulta comunque insufficiente a smontare le più ampie narrazioni razziste e le rischiose stigmatizzazioni di “nemici pubblici” legate alle pratiche di sicurizzazione urbana. In questo senso, la Grecia costituisce un laboratorio non solo delle politiche di austerity, ma anche della produzione strumentale di un discorso politico di matrice razzista che fa leva sulle paure e sulle insicurezze collettive. Una dinamica pericolosa che incide in maniera profonda nella ridefinizione degli spazi urbani e delle forme di vita, soprattutto in un territorio sociale ferocemente impoverito e disgregato dalle ripercussioni della crisi economica e finanziaria.

Giansandro Merli | Monia Cappuccini > Rappresentazioni urbane > Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

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bibliografia Bigo D. 2000, “Sicurezza e immigrazione. Il governo della paura” in Mezzadra S. e Petrillo A., I confini della globalizzazione. Lavoro, culture, cittadinanza, Manifestolibri, Roma, pp. 213-239. Dalakoglou D. 2013, “Neo-Nazism and Neoliberalism: A Few Comments on Violence in Athens At the Time of Crisis”, WorkingUSA: The Journal of Labour & Society, vol. 16, no. 5, pp. 283-292. Deliolanes D. 2013, Alba Dorata. La Grecia nazista minaccia l’Europa, Fandango, Roma. Human Rights Watch 2012, Hate on the Streets. Xenophobic Violence in Greece, consultato a novembre 2013, http://www.hrw.org/sites/default/files/reports/greece0712ForUpload.pdf Kandylis G. & Kavoulakos K.I. 2011, “Framing Urban Inequalities: Racist Mobilitazion Against Immigrants in Athens”, The Greek Review of Social Research, no. 136, pp. 157176. Maloutas T., Arapoglou V., Kandylis G. & Sayas J. 2012, “Social Polarization and De-segregation in Athens”, in Maloutas T. and Fujita K. (a cura di), Residential Segregation in Comparative Perspective, Ashgate, Farnham, pp. 257-283. Palidda S. 2000, La polizia postmoderna: etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, Milano. Souliotis N. & Kandylis G. 2013, Athens and the politics of the sovereign debt crisis, “Interrogating Urban Crisis: governance, contestation and critique”, DeMonfort University, Leicester (UK). Vradis A. 2012, “The Right Against the City”, consultato a dicembre 2012, http://antipodefoundation.org/2012/10/01/intervention-the-right-against-the-city/

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City representations and the selective visibility of the (ethnic) ‘Others’. A short note on the fervent ‘diversity discourse’ in Europe

# Diversity | # Visibility of ‘Otherness’ | # City-representations |

Praising ethnocultural diversity of cities is a discourse that has acquired increasing importance in urban research and policy. In this latter, it has had such an echo that city leaders often find themselves chasing the ‘diversity advantage’ of their cities, which struggle to become multi-ethnic, pluricultural, ‘open to difference’ and so on. The object of this short article is to stress the selectivity with which diversity becomes visible in the cityspace. In seeking to capitalise on the diversity, cosmopolitanism, multiculturalism (and so forth) of their cities, city-governments shape and promote specific city images; they thus construct and/or re-invent city identities and city representations for all kinds of city users.

The interest of scholars for the cultural diversity of urban dwellers is not new. Already in the 1960s, American activist Jane Jacobs viewed diversity as the key factor of a city’s success. More recently, however, the “creative capital” thesis (Florida 2002) made diversity central to discourses on city growth. Florida suggests that diversity is essential to the economic success of a city, because it can contribute to the development of the “creative” sector, namely services and knowledge industry in the health sector, cultural production, economics, finance, law, journalism, R&D. The “creative class”, which is a segment of the population highly educated and well-paid, supposed to be

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@ Ifigeneia Kokkali |

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attracted by cities with a widely diverse population, would be the main drive of the knowledge-based urban economy. Despite the severe criticism this thesis has often received, the question of the (positive) correlation of diversity to economic growth of cities has undoubtedly inspired much of the recent literature in the field of urban studies and geography. Based on a limited account of studies that treat this topic (see for instance, Ottaviano & Peri 2004; Damelang et al. 2007), I am not able to maintain a general assumption admitting that ethnocultural diversity is a factor of growth for cities, and for European cities in particular. I think that the state of research on this subject seems to evoke strong contextuality. Some cities benefit from diversity while others not, and it is not always possible to identify any direct correlations between diversity and city growth. Even more importantly, whenever there exist benefits, they concern some very specific segments of the urban dwellers, even if these benefits can be potentially spread to other groups. Still, treating the correlation of diversity to city-growth is a growing trend in academic research, a fact that has also had considerable impact on decision-making at the local level. Ethno-cultural diversity is often launched as de facto factor for development or enrichment for cities and it is seriously promoted as such to European policymakers and city governments (see the ‘Intercultural Cities’ programme at http://www.coe.int/t/dg4/ cultureheritage/culture/Cities/Default_en.asp). It is understandable that the popularity of this topic is certainly related to the new challenges urban Europe has to cope with. Namely, the demographic changes due to population flows within and towards the old continent. Given that these flows are mainly intended for cities, immigration and, in turn, the ethnocultural, religious and other diversification of the population are phenomena that concern in particular cities and urban dwellers. It is then safe to say that, either we like it or not, diversity is here to stay. And, it has thus to be taken into account and dealt with at all levels: symbolic, political, social, economic. Initiatives such as the aforementioned “Intercultural Cities” programme definitely contribute towards this realization and the promotion of new ideas in policymaking. Yet, this alone does not provide satisfactory explanation for the fervor with which the “diversity” discourse keeps making its way in urban research and policy in such un unambiguous fashion. Other factors are also at play. Let me remind that with the decline of the manufacturing industry, cities faced the urgent necessity of their economic survival. They had to abandon their classic sectors of economic activity and they sought to differentiate themselves in order to attract investments and a share of spatially mobile capital. De-industrialisation resulted in the cities’ struggle for the diversification of their economic bases, which were increasingly directed towards the new tertiary sector (knowledge, education, TIC, R&D), (Rath 2005).

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It is worth noting, however, that cities were incited to take this option instead of other possible. In this context, “culture”, as a location factor for foreign investment and capital, played a very significant role. Generally speaking, in the 1980s, it has been instrumentalised in the urban renewal programmes to create visual attractions and appealing consumption spaces, as well as to attract investors, skilled labour forces and tourists. Urban regeneration of inner cities, waterfront revitalisations, establishment of urban entertainment centres and museum quarters (often in old manufacturing industries and quasi-empty railway sites that have been rehabilitated) were – and still are – some of the main ingredients of this process (Merkel 2011). Every city seeks to be an arts Mecca, have a waterfront, offer interesting landscapes as well as a fascinating heritage (Rath 2005). More recently, the potential of the so-called “creative industries” in generating urban growth and renewal has consolidated the role of cultural production in the urban political economy. In the pre-financial crisis period, as Nina Glick Schiller (2012) rightly reminds us, the mantra “urban restructuring through diversity” has been widely disseminated. Urban leaders world-wide were encouraged to ‘rebrand their cities, recruit “new-economy” industries, compete for “global talent,” and attract such talent by ensuring that the city provided a diverse and cosmopolitan urban ambience’ (Florida 2002). As aforementioned, city governments in Europe through various initiatives were advised to develop and enhance the ‘diversity advantage’ of their city (Wood 2009, p. 17). Following Florida (and his successors) quite uncritically, it has been widely diffused that openness and multiculturalism promote a city’s creativity and thus its chances to a more successful economic restructuring. And this, despite the ambiguous research outcomes as regards the direct correlation of diversity to city growth; and also despite alternative voices who sought to attract the attention on the difficulties which diversity might involve in citylife (see the famous critique to multiculturalism by Robert Putnam, 2007, on the basis of social cohesion drawbacks). David Harvey very accurately summarises these processes: “consumerism, tourism, cultural and knowledge-based industries have become major aspects of the urban political economy”. As in all urban history, the expansion of the urban process has brought significant transformations in urban life that is in lifestyles. In this context, “quality of urban life has become a commodity, as city itself” (Harvey, 2008, p. 31). Harvey cites two eloquent examples of this commodification and touristification of cities and citylife: “In New York City, […] the billionaire mayor, Michael Bloomberg, is reshaping the city along lines favourable to developers, Wall Street and transnational capitalistclass elements, and promoting the city as an optimal location for high-value businesses and a fantastic destination for tourists. […] In Mexico City, Carlos Slim had the downtown streets re-cobbled to suit the tourist gaze.” (op.cit., p. 38). If city-leaders opt for reshaping the image of their cities in order to

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attract tourists, capital, the “creative class” and so forth, this then partly means that there is a clientele and a prosperous economic niche for cities, that is a market. Sharon Zukin (2008) reminds us indeed that “consuming authenticity”, namely living the authentic experience in the city, is extremely valorised and chased by some segments of the urban dwellers, particularly some young urban elites. In a global context in which the ideas of cosmopolitanism and multiculturalism are extremely fashionable, and in which openness and diversity of cities are idolised, making new experiences eventually involves discovering “interesting” landscapes, “exotic” tastes, etc. It is obvious therefore that the commodification of cities and citylife draws importantly into the commodification of ethnocultural diversity. Here again, the examples are eloquent. In many European cities, we have been observing, in the recent years, an increasing fervor for “ethnic” celebrations, be it “tropical” carnivals (Notting Hill, Berlin, Paris), Bollywood film festivals (the Hague) or the Chinese New Year celebrations (in almost any Western European capital). And even if such initiatives might have been marginal in their infancy, it is without any doubt that they were later backed and even sponsored by local governments. This applies as well to “ethnic neighbourhoods”, which have been for long in the midst of controversies over migrant integration. Let me remind that urban segregation on an ethnic basis is generally considered to be at odds with integration. Because, ethnic neighborhoods are thought to preserve the differences of the segregated migrants. But, in the midst of the cosmopolitan/diversity lunacy, ethnic neighborhoods seem to acquire a new value, both symbolic and economic. For they add to the “exotic” tourist/urban experience, while seriously augmenting (and, even more importantly, rendering visible) the diversity and the cosmopolitanism of a city. For instance, Chinatowns are emerging in various European cities, and, as Rath (2005) points out, their image and appeal are so strong that, in many cases, they have become export products. There are many other examples: Kreuzberg or ‘Klein Istanbul’ in Berlin, the Passage Brady (Indian neighborhood) and Strasbourg -Saint- Dennis (Turkish district) in Paris, Brick Lane in London. Yet, this is not a universal process, in the sense that not all areas or ethnic groups attract the interest of city leaders, of urban dwellers and of tourists. Preference (or said alternatively the “demand”) has an impact on the nature of the production (the “offer”); and, as Zukin stresses, this bestows opportunities on some groups and their areas of the city, while simultaneously making other groups and other areas largely invisible. In other words, the different minority (including migrant) or diverse groups are not treated equally in the city’s “shop front”. Attention is not attached to all groups nor do all activities and cultural aspects of these latter attract interest and excitement. Some minority cultures are classified as

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exotic while others not. For instance, a Buddhist temple, Indian and Turkish restaurants or the Chinese New Year celebrations are generally perceived as exotic and interesting landscapes, while the minarets of a mosque or collective Muslim prayers outdoors during the Ramadan provoke resentment and are often classified as nuisance. The former might symbolically represent a welcome cosmopolitanism and “creative” open-mindness potentially economically interesting for a city or a neighbourhood; while the latter are often thought to be unacceptable, because – among other reasons – they alter the image (and the skyline) of the European cities. In the Netherlands, in which the political mood has rapidly turned against immigration and the concomitant ethnic diversity, the main cities are conspicuously interested in the establishment of Chinatowns. In The Hague, where the immigration of Chinese is rather recent, the city actively promotes the transformation of the Wagenstraat, which is an insignificant shopping strip along the “exotic” City Mondial tour, into a Chinese quarter (Rath 2005, p. 239). In the late 1980s and 1990s mosques thrived due to the recognition of Muslims’ claims to the constitutional right of freedom of religion, as well as to the approach that mosques would facilitate integration of Muslim immigrants. Since the late 2000s, however, official and popular discourses stress on Islam’s incompatibility with Dutch norms and values and the Muslims’ failure to integrate. Recently, any attempt to establish mosques has almost always generated conflict in the immediate locale, as mosques are associated to decline, marginalization, urban decade and ghettoisation (Es 2011, p. 254-256). What this selectivity depend on is a complex question that cannot be addressed in the limited space here. It is certain, however, that the borderline between what is considered, by the different actors of a city (local governors, residents, entrepreneurs, tourist agents), as strange or disturbing, or, inversely, as exciting, interesting or simply acceptable is extremely volatile. It seems that the choices made at a particular moment are strongly correlated to the priorities of the city governments as regards the construction and reconstruction of city images, namely the city’s’ identity to be promoted; and, in turn, the city representations made available for “insiders” (urban dwellers) and “outsiders” (tourists and visitors). More generally, the different narratives each city develops and promotes regarding its minority and ethnoculturally diverse population groups overall are undoubtedly faithful to the selected and advertised city identities. It is safe to maintain that promoting specific representations of cities involves specific representations and narratives for the “diverse” urban populations (minorities, migrants, etc.). The selected narratives, which involve selected groups, dictate, in turn, the local policies vis-à-vis these groups. But selectivity goes even further. Beyond decision making at this level, it is worth noting that the selected city images and representations prescribe also the practices of the “different” urban dwellers that are to be promoted. These are very specific practices and they are strongly

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correlated to the commodification and the marketing of diversity. Making new experiences and discovering “interesting” landscapes involves mainly discovering “exotic” places yet while being at home, tasting ethnic cuisine, celebrating ethnic festivities and customs. All this is on strong demand on the part of young urban elites in many (European) cities. In response to this demand, and in concert to the diversity mantras, cities sought to promote their pluri-ethnicity and to invent it when absent.

references Damelang A., Steinhardt M. and Stiller S. 2007, “Europe’s Diverse Labour Force: The Case of German Cities”, EURODIV Paper, No. 49. Es M. 2011, “Imagining European mosques: what lies beyond the politics of visibility?”, in Eckardt F. and Eade J. (eds.) Ethnically diverse city, Future Urban Research in Europe, 4, Berliner-Wissenschaafts-Verlag, pp. 249-272. Florida R. 2002, The Rise of the Creative Class: And How It’s Transforming Work, Leisure, Community and Everyday Life, Basic books, New York. Glick Schiller N. 2012, “A comparative relative perspective on the relationships between migrants and cities”, Urban Geography, Vo. 33, No.6, pp. 879–903. Harvey D. 2008, “The right to the city”, New Left Review, Vol.53, pp. 23-40. Merkel J. 2011, “Ethnic diversity and the ‘Creative City’; the case of Berlin’s creative industries”, in Eckardt F. & Eade J. (eds.) Ethnically diverse city, Future Urban Research in Europe, 4, Berliner-Wissenschaafts-Verlag, pp. 559-578. Ottaviano G. & Peri G. 2004, “Cities and Cultures”, FEEM Working paper, No. 92. Putnam R. 2007, “E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century The 2006 Johan Skytte Prize Lecture”, Scandinavian Political Studies, Vol. 30, No.2, pp. 137–174. Rath J. 2005, “Feeding the Festive City: Immigrant Entrepreneurs and Tourist Industry”, in Guild E. & van Selm J. (eds.), International migration and security: opportunities and challenges, Routledge, London, New York, pp. 238-253. Wood P. 2009, (ed.), Intercultural Cities; towards a model for intercultural integration, Insights from Intercultural Cities joint action of the Council of Europe and the European Commission, Council of Europe, October 2009. At: http://www.coe.int/t/ dg4/cultureheritage/culture/cities/ICCModelPubl_en.pdf Zukin S. 2008, “Consuming Authenticity. From outposts of difference to means of exclusion”, Cultural Studies, Vol. 22, no.5, pp: 724-748.

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La moltiplicazione degli Off.

@ Maria Elena Buslacchi |

Rappresentazioni urbane in una Capitale Europea della Cultura

Off Multiplying. Urban representations in an European Capital of Culture

Marseille-Provence 2013 is the first European Capital of Culture where, aside the official event, an alternative one, self-defined as an Off-event takes place. As a complex and contradictory city, during 2013 Marseille tries to renovate its public image and to move from being known mainly as the second city of France to a real Euro-Mediterranean metropolis. This change is not uncontested, as the Off reality testifies, since very different representations are built up time to time by institutions, urban administration and inhabitants to create this brand new image. Anyway, due to its predominant artistic aim, Off does not supply a satisfying alternative image: common people ask instead for images closely linked to the local reality. This contrast produces further generation of dissenting movements, opposed both to official organisation both to Off, which claim for more representative forms of recognition. Several actors are involved in this struggle for recognition and this opens a further scenario: what role for culture in changing the image of a city? Can culture do that? And should culture do that? If so, within which boundaries? In this paper I suggest to study the link between cultural and social policies, instead of taking it for granted. Therefore this link should be applied to the local specific context in a cohesive manner, which includes participatory mechanisms and seriously accounts for every subject involved in the change. This work is the result of an ethnographic research made in Marseille all along 2013 as a part of my PhD thesis.

Marsiglia 2013 è la prima Capitale Europea della Cultura ad avere, a latere della programmazione ufficiale, una programmazione alternativa che si autodefinisce come un vero e proprio Off. Città complessa, contraddittoria, Marsiglia ha cercato, con l’attribuzione di questo riconoscimento, di ristrutturare la sua immagine pubblica e di diventare, da seconda città di Francia, vera metropoli euro-mediterranea. Nell’intento di farsi nodo di scambio non solo culturale, ma anche economico e commerciale tra la dimensione europea e quella nord-africana e medio-orientale, Marsiglia ha giocato su questa duplice identità per costituirsi, tanto fisicamente quanto simbolicamente,

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# Marsiglia | # Capitali Europee della Cultura | # Off | # Marseille | # European Capitals of Culture | # Off |


Fig.1_ Scritta anonima “Capitale de la rupture” in Rue de la République, area al centro di un processo di rigenerazione urbana e gentrification.

come un nuovo centro. Questo sforzo è evidente nella massiccia operazione di rinnovo della città, iniziata nel 1995 e destinata a protrarsi fino al 2020. Euroméditerranée è il nome del progetto che sta stravolgendo il volto della città e che ha subito un’accelerazione proprio grazie alla designazione a “Capitale Europea della Cultura”. “Senza la Capitale, Il MuCEM2 non si sarebbe mai fatto”, si sente ripetere spesso dai principali attori sociali marsigliesi; ed è opinione diffusa che “La Capitale è stata un catalizzatore di Euroméditerranée”. Nel discorso comune, MP2013 è spesso identificata semplicemente come “la Capitale”. Se su questa terminologia si riscontra una sostanziale convergenza, non sono affatto unanimi i pareri sulla specificazione della capitale: ufficialmente è “della cultura”, ma non è raro sentirla definire come capitale “della rottura”, “del capitale”, addirittura... “del merguez”. La città, insomma, è centrale, ma rispetto a cosa? Su questo punto le opinioni sono molteplici e articolate. È necessario innanzitutto distinguere due piani: quello “strutturale” della città e quello “effimero” del grande evento. La confusione è presente nel discorso pubblico proprio per l’implicazione tra MP2013 ed Euroméditerranée, che rende difficile capire dove stia il confine tra l’opera pubblica e la programmazione culturale. Alcuni degli appellativi antagonisti, però, si incentrano primariamente sugli interventi strutturali sulla città, altri contestano piuttosto la mancanza di coinvolgimento degli attori locali nella ridefinizione di un’immagine pubblica. Il sistema off della Capitale Europea della Cultura, che nel manifesto e nella programmazione alternativa sottolinea le contraddizioni dell’evento ufficiale, in realtà nasce non in opposizione, ma come anticipazione della

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manifestazione. Nel 2004 i tre artisti marsigliesi M.Carrese, A.Doussot ed Fig.2_Sticker “Capitale du E.Pringels scommettono sull’idea che Marsiglia sarà Capitale Europea del- Capital”, fotografato in boulevard Longchamp, ma presente la Cultura nel 2013 (anno in cui l’assegnazione è comunque riservata alla in diverse aree della città. Francia) e registrano preventivamente dominio internet e marchio “Marseille2013”. Quando la città è effettivamente candidata, pochi mesi più tardi, diventano punto di riferimento per la raccolta di idee, progetti e iniziative per l’organizzazione dell’evento, nell’ipotesi di accettazione della candidatura. Nel 2008 Marsiglia ottiene effettivamente il titolo: il collettivo propone allora una collaborazione al comitato organizzatore, costituitosi l’anno precedente in associazione “Marseille-Provence 2013” comprendente le istituzioni locali (Camera di Commercio capofila, Regione, Dipartimento, Area metropolitana, Comuni aderenti, Università, Porto, Aeroporto e Società Euroméditerranée). La proposta però non è accettata, forse perché, come riporta Maisetti (2013, p. 60), alla Camera di Commercio si ripete spesso che “Non si può giocare la Champions League con una squadra di Prima Divisione”. L’esuberante milieu artistico locale, insomma, non sembra in grado di presentare efficacemente al mondo Marsiglia quale metropoli euro-mediterranea, come l’organizzazione ambisce a fare. A Marseille2013 sono offerti allora 100.000 € per l’acquisto del dominio internet, ma il collettivo rifiuta e decide, da allora, di porsi come programmazione alternativa a MP2013. Da quel momento l’Off acquisisce un carattere oppositivo. La sua funzione di critica, sferzante e irriverente, interviene nel momento in cui la Capitale Europea della Cultura si fa promotrice di una cultura non propria alla città, ma altrove legittimata (Fabiani 2007): più coerente con gli standard di Parigi e di Bruxelles che con quelli del territorio. L’Off assume il ruolo di rappresentante dell’effettiva cultura locale, refrattaria all’imposizione di un modello internazionale ad essa estraneo ed incapace di cogliere ed accettare le con-

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traddizioni della città. Contraddizioni che non vengono eluse, ma anzi celebrate nel loro equilibrio attraverso i quattro assi di programmazione: “Marsiglia si trasforma, Marsiglia se la racconta”, “Marsiglia è iniqua, Marsiglia è solidale”, “Marsiglia è bella, Marsiglia è sporca”, “Marsiglia è cosmopolita, Marsiglia è un villaggio”. La problematicità della città è vissuta come costitutiva e, in una certa misura, ineludibile, tanto che l’intento dell’Off sembra artistico più che sociale: vede sì l’arte come motore del cambiamento, ma al tempo stesso trova nelle criticità della dimensione urbana un pretesto e un nutrimento per la forma artistica. Per il 2013 l’Off mette in piedi una programmazione alternativa, supportata e finanziata da numerosi partner, tra cui la Région Paca, il Conseil Général des Bouches-du-Rhone, la Banque Populaire Provençale et Corse. La scena artistica locale si divide: c’è chi partecipa a MP2013, chi all’Off, chi a entrambi e chi a nessuno. Un dialogo tra MP2013 e l’Off non era logicamente inconcepibile: a partire dall’antagonismo iniziale, attualmente si è sviluppata una collaborazione tra le due organizzazioni, con cui di fatto l’istituzione ufficiale non combatte, ma tollera (o forse ingloba?) la sua antitesi. Significativo è il fatto che il direttore generale di MP2013, Jean-François Chougnet, sia tesserato Off. La dinamica di riduzione dell’off ad “antitesi autorizzata” dell’evento non è inusuale: ad esempio, il Torino Jazz Festival ospita la sezione fringe nei propri spazi sia fisici che virtuali – il sito del fringe sta sul dominio del TJF e i suoi migliori artisti si esibiscono sul palco principale del festival ufficiale. Insomma, “off” sembra significare più informalità, sperimentazione che non vera e propria contestazione: in questo senso può dialogare meglio con produzioni artistiche anche poco strutturate, può mantenere un registro meno diplomatico e formale, ma non è necessariamente il miglior interlocutore per istanze di tipo sociale. Nonostante la sua ricca programmazione e l’acquisita visibilità, infatti, l’Off non è sufficiente a sedare le critiche su MP2013. L’ecosistema artistico-culturale può essere scosso, stravolto, ma riesce a riadattarsi attraverso nuove forme di dialogo e di collaborazione. Non altrettanto rimodellabile è la struttura urbana e sociale. Euroméditerranée sta impiantando a Marsiglia una concezione della città che fino ad oggi le era rimasta estranea: quella della metropoli europea, o per meglio dire globale, capace di interfacciarsi con il mercato internazionale e di offrire ad aziende e compagnie private un territorio accogliente. Questa trasformazione si attua però a discapito della realtà sociale pre-esistente, fatta di un’economia spesso informale, di prossimità, altamente creativa ma affatto competitiva sul livello extra-urbano. Lo sradicamento di questo sistema, rappresentato iconicamente con l’incertezza in cui versa il futuro del Marché aux Puces dei Quartiers Nord di Marsiglia, si accompagna a politiche abitative che intervengono prepotentemente nell’area settentrionale della città con sfratti, demolizioni e costruzione di nuovi edifici ed infrastrutture (Ascaride e Condro 2001, Fournier e Mazzella 2004). Il rinnovamento che va sotto il nome di rigenerazione, che si vuole concertato con gli abitanti, prevede in realtà scarsi dispositivi di partecipazione dei residenti e suscita ripetutamente aperte contestazioni. Le proteste indirizzate contro Euroméditerranée, organizzate da comitati

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< nell’altra pagina: Fig.3_ Dall’alto: i quattro assi di programmazione dell’Off; volantino contro la mancanza di pulizia in città; logo dell’Alter Off; logo di MP2013; fumetto in rue de la Canebière; sticker anti-MP2013 e anti-Off del Fronte dei Refrattari all’Intossicazione della Cultura.

di quartiere, centri sociali e associazioni, si scagliano al tempo stesso contro MP2013, in esplicita connessione con il progetto, e contro l’Off Marseille2013. Ne è un esempio “Paroles de Galère”, festival che si autodefinisce “popolare e militante” organizzato nella cité Picon-Busserine: “È a Marsiglia, nel 2013, ma non è Capitale Europea della Cultura”. Ma nemmeno Off. L’ex Off Louis Alesandrini rimprovera ai fondatori di essersi istituzionalizzati, e fonda un “Alter Off”. Il collettivo “Marseille en Guerre” lancia lo slogan “Fuck IN Fuck OFF”. Attorno a questo movimento è riunito un gruppo i cui componenti si mostrano soltanto in video, con il volto coperto da un passamontagna e la voce distorta: il “Fronte dei Refrattari all’Intossicazione della Cultura”, il cui acronimo è FRIC, in francese gergale “denaro”. I toni di queste contestazioni sono molto accesi, riecheggiano quelli del mini-documentario “Marseille, Capitale de la Rupture” della famosa artista hip-hop Keny Arkana diffuso su YouTube a marzo 2013. In tutte queste produzioni si ritrova, da un lato, la connessione tra Euroméditerranée e la Capitale Europea della Cultura e, dall’altro, l’equiparazione di MP2013 e del suo Off. Questa doppia opposizione potrebbe apparire logicamente contraddittoria, ma svela in realtà un nodo centrale ed irrisolto della querelle: l’arte e la cultura devono occuparsi dei problemi sociali della città? Né Euroméditerranée, né MP2013, né l’Off hanno dato risposte concrete alle criticità che Marsiglia vive da decenni: la separazione tra Nord e Sud, tra centro e periferie, il degrado delle cités, la convivenza non sempre pacifica tra comunità di rado politicamente riconosciute, l’alto tasso di disoccupazione, la condizione di povertà in cui vive buona parte dei suoi abitanti, il persistere di dinamiche clientelari. Con la Capitale, una notevole quantità di denaro è stata investita sulla città e se un nesso tra le trasformazioni urbane e la programmazione culturale esiste, il punto di contestazione è proprio il fatto che si sia scelto di trascurare difficoltà pre-esistenti operando nella direzione di una ristrutturazione d’immagine superficiale, limitata nello spazio e nel tempo e in assenza di un concreto coinvolgimento degli abitanti. L’Off, in questo senso, risulta essere niente più che una programmazione artistica parallela a MP2013, sì attenta alla dimensione locale, desiderosa di esprimere la peculiarità del tessuto creativo territoriale, ma non concretamente rivolta alla dimensione sociale. D’altra parte, anche laddove degli interventi hanno luogo, il modello sembra una modernizzazione decontestualizzata, più che una realistica azione di miglioramento calata nella realtà specifica. Euroméditerranée “trasforma Marsiglia in capitale”, come si legge nella brochure di presentazione del progetto (Jalinot 2013): quel che si chiedono gli abitanti – e i collettivi di protesta che danno loro voce – è se questa trasformazione debba necessariamente snaturare la città, creando ad hoc per la Capitale Europea della Cultura qualcosa che a Marsiglia non è mai esistito. Il fulcro della programmazione di MP2013 ha sede in aree ristrutturate, come il Vieux Port, il fort Sain-Jean e l’esplanade del MuCEM, che avevano prima del 2013 funzioni urbane del tutto diverse da quelle di cui oggi sono investite. “Uno dei più grandi successi di MP2013 è la riscoperta e l’uso dello spazio pubblico” ama ripetere Ulrich Füchs, vice direttore di MP2013. Ed è vero: i numeri descri-

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vono un innegabile successo di presenze agli eventi en plein air del 2013. Ma in che modo questi nuovi spazi pubblici sono stati collegati alla tradizione d’uso dello spazio a Marsiglia? In che modo il successo di pubblico in termini numerici significa anche un’adesione, una partecipazione attiva degli abitanti e non una semplice curiosità, peraltro non necessariamente ingenerata nella popolazione locale? Ancora una volta, ad essere sacrificata è stata una dimensione peculiare del luogo: la tradizione di utilizzo informale dello spazio, l’ibrido tra il pubblico e il privato, tra il sanzionabile e il revocabile, la negoziazione discorsiva e costante della piazza e della strada che caratterizza il Mediterraneo più di qualunque museo. Euroméditerranée ha secondo alcuni ignorato, secondo altri voluto estirpare queste pratiche, così come la Capitale Europea della Cultura ha voluto introdurre un nuovo uso dello spazio pubblico, più standardizzato e, in un certo senso, controllabile. Contro questa imposizione vogliono andare le critiche più radicali, il cui limite è però quello di non arrivare a chiedersi che potere abbia, davvero, la cultura. Possiamo chiedere all’arte di cambiare la realtà sociale? E in quale misura? Forse più che assegnarle a priori questo compito sarebbe ragionevole lavorare per una coesione tra le politiche sociali e quelle culturali, per una maggiore attenzione alle specificità contestuali in luogo di indebite generalizzazioni e per il riconoscimento di legami tra società, arte e cultura che non siano dati per scontati, ma anzi, giorno dopo giorno, costruiti e irrobustiti. In quest’ottica un ruolo fondamentale deve essere svolto proprio dagli abitanti, perché le loro rappresentazioni della città possano porsi a confronto con quelle imposte dall’alto e con esse dialogare in chiave non soltanto descrittiva, ma anche progettuale.

bibliografia Ascaride G. & Condro S. 2001, La ville précaire. Les isolés du centre-ville, L’Harmattan, coll. Logiques Sociales, Parigi. Jalinot F. 2013, Euroméditerranée Marseille: le coeur d’une grande métropole méditerranéenne, consultato ad ottobre 2013 su http://www.euromediterranee.fr/fileadmin/multimedia/combinaison.pdf Fabiani J.-L. 2007, Après la culture légitime. Objets, publics, autorités, L’Harmattan, coll. Sociologie des arts, Parigi. Fournier P. & Mazzella S. 2004, Marseille, entre ville et ports. Les destins de la rue de la République, La Découverte «Recherches», Parigi. Frank S. 2003, Festivalization, Image Politics and Local Identity: The Rollplatz Debate in Weimar, European City of Culture 1999. Daly, Peter M., et al. (eds.). Why Weimar? Questioning the Legacy of Weimar from Goethe to 1999, New York, Peter Lang, pp. 49-61. Maisetti N. 2013, “Marseille2013 Off, l’institutionnalisation d’une critique”, Faire Savoirs no. 10, pp. 59-68. Nichols Clark T. 2003, “Urban Amenities: Lakes, Opera, and Juice Bars do they drive development?” in Nichols Clark T. (a cura di) The City as an Entertainment Machine: Researches in Urban Policy, Vol. 9, Elsevier, New Amsterdam , pp. 103-140. Palonen E. 2010, “Multi-level cultural policy and politics of European Capitals of Culture”, Nordisk Kulturpolitsk Tidskrift, vol.13, no. I.

Maria Elena Buslacchi > Rappresentazioni urbane > La moltiplicazione degli Off

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Around.U.rban

di Michele Radoslovich

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Cittaslow Germany: dove i piccoli centri urbani si rappresentano Cittàslow-Germany: where small cities represent themselves

In 1999 the International Association of Livable Cities, “Cittaslow: Rete internazionale delle città del buon vivere”, was founded in Italy. To date, there are 182 member cities in 28 countries around the world, all of them smaller cities of less than 50,000 inhabitants. Twelve German cities are now members in the network. Based on an examination of the member cities of Cittaslow Germany, insight was gained into the system of requirements for excellence that is binding for Cittaslow cities, into its implementation in participating cities as well as into the viability and transferability of the overall concept. Small cities are ideally equipped to achieve an orientation towards a comprehensive sustainability approach, while in the process emphasizing categories of quality over quantity. These cities assume important roles as anchor points for regional development. Not only do they provide technological as well as social infrastructure, they also carry out private supply services for rural, often sparsely populated areas. At stake is more than just the preservation of quantifiable standards of living, but rather the overall improvement of the quality of life. As explained in the article, Cittaslow provides new stimuli, against the background of debates on shrinking processes, for further reflection on the functions and viability of small cities. At the same time Cittaslow became a brand standing for high quality of life in smaller cities.

In Germania i piccoli centri in contesto rurale godono di molteplici qualità: la bellezza naturale e paesistica, la qualità ambientale, la sicurezza e le strette relazioni sociali. Nel complesso gli abitanti dei piccoli comuni ritengono la qualità della loro vita alta o molto alta (Sturm & Walther 2011). Al contempo sono tuttavia soprattutto le regioni rurali e periferiche a trovarsi da alcuni anni di fronte a forti cambiamenti economici e demografici. Una sempre maggiore riduzione e concentrazione dei servizi sia pubblici sia privati porta di frequente alla chiusura di uffici postali, banche, servizi medici, scuole e negozi nei piccoli centri, di conseguenza a tragitti sempre più lunghi e alla

Petra Potz|Ariane Sept > Rappresentazioni urbane > Cittàslow-Germany

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@ Petra Potz | Ariane Sept |

# Sostenibilità | # Qualità urbana | # Piccoli centri | # Sustainability | # Urban quality | # Small centres |


progressiva perdita di vitalità dei centri storici. La mancanza di offerte di lavoro altamente qualificate e di strutture educative adeguate costringe i giovani spesso a trasferirsi nelle grandi città. In tanti piccoli centri già oggi si rileva una popolazione invecchiata e limitata nella mobilità che tuttavia deve spostarsi sempre più lontano per poter usufruire dei servizi necessari, dunque con possibilità via via più ridotte di poter condurre una vita sociale nel proprio contesto abituale. Di fronte a questi sviluppi e al frequente calo delle risorse finanziarie, è indispensabile che le amministrazioni comunali trovino nuove opzioni per la gestione dei loro territori. Modelli e proposte convincenti sono tuttora carenti. Nel presente articolo presentiamo l’approccio Cittaslow e la sua applicazione in Germania indagandone il proprio potenziale per un rafforzamento delle qualità locali e come strumento per costruire una narrativa dei piccoli centri che sia funzionale ad uno sviluppo urbano sostenibile, anche attraverso l’uso del marchio Cittaslow.1

Cittaslow – Rete internazionale delle città del buon vivere

L’associazione “Cittaslow - Rete internazionale delle città del buon vivere” è stata fondata nel 1999 e ha sede in Italia. Grazie al successo del movimento Slow Food, il suo fondatore Carlo Petrini insieme a quattro sindaci fonda una rete di piccoli comuni per allargare la filosofia di Slow Food alle comunità locali e al governo delle città con forti caratteristiche storico-ambientali, applicando i concetti della “lentezza” alla pratica del vivere quotidiano e trasformando così le idee basilari di Slow Food in strategie di sviluppo dei tessuti urbani e di gestione comunale. Si concepisce come modello per far conoscere e valorizzare peculiarità e stili di vita dei “piccoli centri delle province e periferie del mondo a cui la filosofia slow dona nuova centralità” (RuR 2012, p. 28). Nel novembre 2013 ci sono 182 città aderenti in 28 paesi del mondo. Concentrandosi esclusivamente su piccoli centri con meno di 50.000 abitanti la rete si prefigge lo scopo di preservare e di sviluppare l’identità locale e l’unicità in ambiti distinti della vita e delle attività economiche, di valorizzare il potenziale endogeno e del talento per uno sviluppo locale e urbano sostenibile nei piccoli centri e infine di mantenere o raggiungere un’elevata qualità della vita sul territorio.

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Le riflessioni si basano sull’analisi di undici Cittaslow tedesche prese in esame in uno studio condotto dalle autrici e pubblicato dal Ministero federale dei Trasporti, dell’Edilizia e degli Affari urbani. Nell’inchiesta sono stati intervistati portatori di interessi istituzionali ed economici e anche cittadini attivamente coinvolti.

Per aderire alla rete è necessario soddisfare un insieme di requisiti a carattere vincolante utilizzato per l’assegnazione del titolo Cittaslow. “Alcuni di tali requisiti sono già patrimonio di queste città e potranno essere ulteriormente tutelati e valorizzati, mentre molti altri, compatibilmente con le caratteristiche urbanistiche e pedoclimatiche del territorio, potranno essere introdotti ispirandosi ad applicazioni già in essere o sperimentate in altre realtà” (Cittaslow - Associazione 2013). Il sistema dei criteri Cittaslow è costituito dalle seguenti sette macroaree tematiche: - Politiche energetiche e ambientali; - Politiche delle infrastrutture; - Politiche per la qualità urbana;

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Petra Potz|Ariane Sept > Rappresentazioni urbane > CittĂ slow- per rappresentare i piccoli centri urbani tedeschi.

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Fig.2_Waldkirch. - Politiche agricole, turistiche ed artigianali; < nell’altra pagina: Fig.1_ Cit- - Politiche per l’ospitalità, la consapevolezza e la formazione; taslow in Germania: posizione geografica e numero di abitanti. - Coesione sociale; - Gemellaggi. Fonte: location³ Per l’assegnazione del titolo Cittaslow è necessario autocertificare le proprie attività in tutti i campi. Se la città candidata alla rete raggiunge almeno il 50% dei valori di valutazione sarà possibile proporre l’adesione della città a Cittaslow International. Attraverso la (ri)certificazione a cadenza regolare si garantiscono il rispetto dei valori della rete a lungo termine e la loro continua attuazione nelle politiche urbane. L’appartenenza alla rete Cittaslow può essere vissuta dalle città membro sia come l’impegno di rispettare la filosofia Cittaslow e tradurla in politiche urbane sia come un certificato creando un’immagine e aumentando così l’attrattività della città.

Caratteristiche e attività delle Cittaslow tedesche

Dodici comuni tedeschi appartengono alla rete, nessuno di loro supera i 25.000 abitanti. Questi piccoli centri sono dotati di ottime condizioni di partenza per potersi orientare ad un approccio all’insegna della sostenibilità e per puntare alla qualità piuttosto che alla quantità. Queste città non forniscono le sole infrastrutture tecniche e sociali, ma offrono anche servizi privati per le zone rurali attorno, spesso scarsamente popolate. Nel frattempo la realtà di questi piccoli centri è riconosciuta come un grosso potenziale per un’elevata qualità della vita, che è, sulla base dei cambiamenti demografici in corso, da garantire e preservare. Diviene sempre più evidente come la qualità della vita e la sostenibilità sono condizioni interdipendenti.

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Le Cittaslow tentano di farsi interpreti dello spirito del tempo, preservando il Fig.3_ Wirsberg. carattere individuale delle comunità con le proprie tradizioni, ma dando forte rilievo alla creazione di valore aggiunto regionale. Poiché le attività concrete nell’ambito di Cittaslow sono complesse, ne vengono elencate di seguito alcune a titolo di esempio. Diverse Cittaslow (Bad Schussenried, Überlingen, Marihn/Penzlin) puntano alla protezione dell’agricoltura tradizionale che si esprime ad esempio attraverso il recupero o l’impianto di frutteti. Ad Überlingen gli agricoltori della zona si sono volontariamente impegnati a rinunciare all’ingegneria genetica sottoscrivendo un documento di autoregolamentazione. La rinuncia all’ingegneria genetica è poi diventata un ulteriore requisito per l’adesione alla rete Cittaslow in Germania. La piccola città Deidesheim usa Cittaslow soprattutto per le sue attività enologiche e turistiche. Oggi la Cittaslow Deidesheim offre svariati formati di vacanza per i target differenti includendo persone diversamente abili. Attraverso il turismo sostenibile e la protezione della tradizione enologica e artigiana questa piccola città con meno di 4.000 abitanti incarna fattivamente le idee di Cittaslow. Le tradizioni gastronomiche e artigianali sono anche al centro delle attività a Bischofsheim. Hersbruck collega diverse attività e, in qualità di Cittaslow, realizza una serie di singoli progetti (isole di tranquillità nello spazio pubblico, corsi di cucina per bambini, ecc.). Dal 2012 un “gruppo di lavoro Cittaslow” formato dai residenti cerca di dare vita al concetto e di collegare le idee con gli attori locali. La città di Waldkirch invece funge da esempio di politiche d’insedia-

Petra Potz|Ariane Sept > Rappresentazioni urbane > Cittàslow-Germany

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Fig.4_ Blieskastel.

mento piuttosto rigide nei confronti di nuove urbanizzazioni. Nonostante la vicinanza alla città di Friburgo – caratterizzata da un mercato immobiliare pressato da una forte domanda abitativa – a Waldkirch si è deciso di limitare la crescita urbana verso i margini della città e di rafforzare invece una densificazione interna nelle zone centrali, puntando sulla qualità architettonica e urbana. La qualità architettonica e urbana è un tema importante anche a Lüdinghausen, dove gli investitori privati vengono incentivati allo svolgimento di concorsi architettonici al fine di ottenere una maggiore qualità urbana. L’approccio Cittaslow è oltretutto un veicolo per i concetti di sviluppo urbano integrato o per utilizzare i grandi eventi per processi qualitativi di sviluppo urbano, come succede ad esempio con la mostra floriculturale regionale progettata a Überlingen nel 2020. Data la capacità di fare da cerniera, Cittaslow si è dimostrato inoltre utile per la comunicazione di concetti energetici innovativi come accaduto nel processo European Energy Award a Bad Schussenried.

Il marchio Cittaslow

L’appartenenza alla “Rete delle città di buon vivere – Cittaslow” si può considerare anche una forma di rappresentazione urbana molto forte. Oltre a utilizzare i criteri di Cittaslow come linee guida per uno sviluppo urbano integrato le città tedesche usano Cittaslow anche come marchio o etichetta che garantisce una certa qualità. Infatti, ai sensi dell’art. 14 dello statuto di Cittaslow “le Città aderenti avranno la facoltà di: associare alla propria immagine il marchio ‘Cittaslow’ e di concedere l’uso del marchio a tutte le iniziative e alle attività, pubbliche e private che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi del movimento” (Statuto Cittaslow Internazionale 2013). In questo modo il movimento ottiene anche un carattere distintivo per aumentare la visibilità dei piccoli centri così come per attrarre turisti e nuovi abitanti. “L’impegno a migliorare l’attrattività turistica attraverso un marchio conosciuto” è tra le più importanti motivazioni di fondo dell’adesione alla rete per le città membro, con un voto medio di 8,6 su 10 punti massimi (RuR 2012, p. 67-68). Dai rappresentanti delle Cittaslow tedesche la pura appartenenza alla rete, espressa attraverso il simbolo e le attività di relazioni pubbliche, è vista come caratteristica distintiva da altre città simili o vicine. Attraverso l’etichetta Cittaslow questi piccoli centri urbani confermano sia verso l’interno (gli abitanti) sia verso l’esterno (gli ospiti o turisti) che si stanno dedicando a sviluppare la città in una maniera sostenibile e che la qualità della vita è al centro dell’impegno. La lumaca – il simbolo di Cittaslow –

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diventa una sorta di timbro per confermare queste qualità. Per evitare di ridursi alla sola funzione del marchio la rete di Cittaslow deve garantire la regolare (ri)certificazione. Con la (ri)certificazione sulla base dei requisiti sviluppati dalla rete stessa i piccoli centri devono mostrare le loro qualità anche a livello internazionale e così si presentano anche come una parte di un’entità più grande.

Fattori di successo

Nel complesso Cittaslow si distingue soprattutto per una specifica attitudine in materia di sviluppo urbano che mira ad uno sviluppo sostenibile con l’obiettivo di un’alta qualità della vita e del soggiorno per gli abitanti così come per gli ospiti. Cittaslow non offre sostanzialmente nuovi contenuti, bensì indica nuove possibilità di collegamento tra le aree tematiche che possono servire, in particolar modo ai comuni più piccoli e più limitati nelle risorse economiche e umane, come modello di riferimento. La caratteristica comune delle Cittaslow tedesche è il loro essere Fig.5_ Bischofsheim. orientate alle rispettive potenzialità. Esse possono, infatti, fornire stimoli attraverso attività basate sulle proprie risorse e potenzialità per uno sviluppo urbano innovativo e orientato al futuro. Cittaslow si dimostra dunque un concetto fattibile in termini di sviluppo urbano integrato tra comuni di piccole dimensioni. I fattori di successo possono essere riassunti nel seguente modo: - Questi piccoli centri urbani possono fungere da modello per approcci interdipendenti consentendo un’analisi integrata di qualità e risorse in diversi ambiti, la creazione di valore aggiunto e la sua attuazione. - L’approccio Cittaslow offre la possibilità di superare considerazioni di carattere settoriale. La vasta gamma delle tematiche contribuisce a una maggiore consapevolezza pubblica ed a un rafforzamento dell’identità locale in termini di “senso di comunità”. - Attraverso il marchio Cittaslow è possibile rappresentare e rafforzare l’identità locale per promuovere le politiche di sviluppo sostenibile mirate alla qualità della vita. - Cittaslow comprende campi d’azione nei quali le città e i portatori di interessi locali possono elaborare e sviluppare i rispettivi margini di azione. Problemi e potenziali nei comuni aderenti alla rete vengono condivisi affinché vi sia uno scambio di intuizioni concrete e produttive.

Prospettive

Tuttavia però, quasi tutte le Cittaslow tedesche si trovano in regioni relativamente floride e, ancora, relativamente poco colpite dai processi di contrazione. A fronte dell’offerta di infrastrutture e servizi a lungo termine nei piccoli comuni in aree più svantaggiate ci sarebbe da verificare se in un tale

Petra Potz|Ariane Sept > Rappresentazioni urbane > Cittàslow-Germany

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contesto il principio “qualità piuttosto di quantità” possa dare buona prova di sé e come possa essere implementato concretamente. Rimane aperta la domanda se l’approccio Cittaslow abbia la capacità d’aiuto per i comuni piccoli con meno possibilità economiche dove nel dibattito sull’adeguamento delle offerte di servizi ci si trova di fronte a decisioni concrete da prendere: Si tratta di mantenere i servizi decentrati ridimensionandoli, ma con un miglioramento qualitativo? O è più adatto l’attuale percorso di unificare le strutture dei servizi arrivando a una più forte centralizzazione? I piccoli centri dovrebbero avere il coraggio di passare ad uno sviluppo urbano integrato orientato ai potenziali, non necessariamente aderendo alla rete Cittaslow, dunque anche senza rappresentarsi attraverso questo marchio. Di conseguenza non si può ridurre Cittaslow alla sola funzione della creazione di un marchio. Per un approccio del genere bisogna (ri)trovare e forse (re) inventare le proprie qualità locali attraverso un dialogo con tutti gli attori locali. Cittaslow fornisce degli impulsi per continuare a riflettere su future funzioni e capacità dei piccoli centri anche nell’ambito del dibattito sui processi di contrazione.

bibliografia Bundesministerium für Verkehr, Bau- und Stadtentwicklung (BMVBS) 2013, Lokale Qualitäten, Kriterien und Erfolgsfaktoren nachhaltiger Entwicklung kleiner Städte – Cittaslow (Qualità locali, criteri e fattori di successo dello sviluppo sostenibile dei piccoli comuni – Cittaslow), Berlin. Cittaslow – Associazione 2013, Cittaslow, consultato a ottobre 2013, http://www. cittaslow.org/section/associazione/aderire-alla-rete, 21.10.2013 RuR - Cittaslow 2012, Cittaslow: Dall’Italia al mondo. La rete internazionale delle città del buon vivere, Franco Angeli, Milano. Statuto Cittaslow Internazionale 2013, Cittaslow, consultato a ottobre 2013, http:// www.cittaslow.org/download/DocumentiUfficiali/statuto_ITA_20_06_11-2..pdf, 21.10.2013 Sturm G. & Walther A. 2011, Lebensqualität in kleinen Städten und Landgemeinden, BBSR-Berichte KOMPAKT 5/2011, Bundesinstitut für Bau-, Stadt- und Raumforschung (BBSR), Bonn.

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MILANO MONTECITY. La città sospesa

@ Lidia K.C. Manzo |

# Riqualificazione urbana | # Documentario Etnografico | # Milano |

MILANO MONTECITY. The suspended city

# Urban renewal | # Ethnographic Documentary | # Milan |

“The ideal city in the city”. This was the claim of the Zunino Real Estate, selling a dream: a passage to a modern life at the outskirts of Milan on a great promenade boulevard. A new cityscape of well-tended green areas and walking avenues, where residents could relax in cafés and mothers with their kids are all around. However, Santa Giulia-Montecity, rather than a model of ideal city, has remained an ideal type, or rather virtual, because today the neighborhood sadly lives only in the project of its famous architect, Norman Foster. Like avatars, the renderings appear from the parallel world of internet to stress a paradoxical reality; virtually created images that become real objects themselves when they are photographed. Surreal representations that mingle with the images taken from the field and become both, imaginaries and imagined projection of the city, the same that appears in the suspended glances of those who “really” live in Milan Montecity. Far from being just a symbolic opposition, the enclosed social documentary represents an important part of this work, which is about another miserable real estate and financial scandal in the recent history of Milan.

Santa Giulia-Montecity: la città ideale nella città.

“La città ideale nella città”, era questa la formula con cui la società “Risanamento S.p.A.” dell’immobiliarista Luigi Zunino vendeva il sogno di una vita agiata e sostenibile. Un quadro composto da aree verdi ben curate, percorsi pedonali, mamme a passeggio coi loro bambini, gente che legge e si rilassa nel parco sotto casa, giovani seduti ai tavolini dei bar. Un idillio che doveva svolgersi lungo un contemporaneo passage di periferia, ovvero la promenade, il grande viale centrale percorso da un moderno e silenzioso tram.

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Tutto questo a soli quattro chilometri dal Duomo di Milano, in un’area dove, in un secolo molto lontano da questo, c’era la Montedison, città chimica e industriale tutt’altro che ideale, in un quartiere tutt’altro che ideale. Ma Santa Giulia, più che modello di città ideale, è rimasta un luogo ideale, o meglio virtuale, perché oggi il quartiere modello grande due volte Milano 2 vive tristemente solo nei rendering dell’architetto Norman Foster, quasi degli avatar che dal mondo parallelo di internet mostrano freddamente la città che non sarà. I rendering, immagini create virtualmente e simulacri di ciò che non esiste, diventano oggetti reali essi stessi nel momento in cui vengono fotografati; frame surreali che si mescolano alle immagini scattate sul campo per diventare proiezioni della città immaginaria e immaginata, la stessa che appare negli sguardi sospesi di chi, a Milano Montecity, ci vive. Da questa opposizione, tutt’altro che simbolica, nasce il documentario che si propone come parte integrante di questo lavoro di rappresentazione dell’ennesimo scandalo immobiliare e finanziario della città di Milano1.

Introduzione. Storia di un planning disaster.

La storia di questo progetto inizia con la chiusura dello stabilimento Montedison e delle Acciaierie Redaelli, nella zona sud-est di Milano (le aree Montecity e Rogoredo). A quel tempo venne a crearsi un vero vuoto nel tessuto urbano al quale cercarono di porre rimedio piani urbanistici di riqualificazione del territorio che consideravano però interventi separati per le due aree, che sarebbero quindi rimaste frammentarie e prive di potenzialità urbanistiche. L’intuizione dell’immobiliarista Luigi Zunino fu quella di ripensare le due zone in modo unitario ed omogeneo. Grazie anche ai nuovi strumenti urbanistici regionali e alla collaborazione del Comune, venne quindi adottato il Progetto Integrato di Intervento Montecity-Rogoredo. Il gruppo capeggiato da Zunino, la Risanamento S.p.A., stipulò il 16 marzo 2005 la Convenzione con il Comune di Milano per l’attuazione del Programma Integrato che darà il via alla realizzazione del nuovo quartiere. Il progetto architettonico venne affidato a uno dei nomi più autorevoli dell’architettura contemporanea: Norman Foster, che disegnò un quartiere che comprendesse non solo residenze e servizi (le scuole, la chiesa, il servizio sanitario, i centri sportivi) ma anche un parco e un centro congressi. Il grande parco, che avrebbe dovuto estendersi da est a ovest su una superficie complessiva di 350.000 mq doveva rappresentare la “Porta della città” e il cuore stesso del quartiere. Attualmente è ancora un ammasso informe di terra. Il colpo di grazia arrivò un anno fa, quando il Comune ruppe la convenzione a costruire il nuovo centro congressi cittadino, volano decisivo per portare il terziario a Rogoredo, che a quel punto si sfila. La vita sociale del quartiere doveva svolgersi intorno a una promenade esclusivamente pedonale, lunga circa 600 metri, in cui dovevano concentrarsi tutti i negozi e i servizi utili, oltre alla nuova metrotranvia, che non verrà più realizzata. 1_

Per una discussione del caso come terreno d’osservazione per riflettere sula recente stagione delle politiche urbane a Milano si veda Paola Savoldi (2010).

Più che la città ideale reclamizzata nei manifesti, Santa Giulia appare ancora oggi come una periferia pasoliniana, abbandonata a due passi dall’ae-

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roporto di Linate, dal Passante ferroviario e dalla linea ad Alta Velocità. Un’operazione immobiliare che sembrava nascere da un uomo diverso, quel Luigi Zunino, prima viticoltore piemontese poi capofila dell’ultima generazione di immobiliaristi che si proponeva di voltare pagina dagli scandali della Milano anni ottanta e novanta. Eppure, proprio nel contesto post-tangentopoli, il progetto Santa Giulia-Montecity può essere assunto come un esempio paradossale di planning disaster (Hall 1980). Come afferma Savoldi, infatti, la vicenda Santa Giulia “è anche un utile terreno d’osservazione per accostare immagini idali di città e di comunità d’abitanti da un lato e tattiche individuali e collettive di rimedio in condizioni di forte deprivazione dall’altro” (2011, p.55). Proprio parlando di rappresentazioni urbane – focus di questo numero della rivista – la relazione oppositiva cui faranno riferimento l’immaginario progettuale da un lato e le tattiche del quotidiano dall’altro, costituiranno il framework per discutere di questo caso.

Un quartiere “ancora da vendere”.

Occorre arrivare in fondo a via Rogoredo, strada principale dell’omonimo borgo operaio, per scorgere il cantiere a cielo aperto di Santa Giulia e la sua promenade. La sensazione è quella di muoversi lungo perimetri anomici, freddi. Le superfici sono formate da materiali duri, scivolosi e spigolosi, tipici di ambienti come i centri commerciali o gli spazi espositivi, luoghi che per loro natura non sono destinati ad essere porosi e che, in questo senso, non invogliano alla relazione. Al civico uno, sulle vetrine di quello che doveva essere un “Ufficio vendite” (come mostra l’insegna) è possibile leggere da un cartello posticcio a caratteri cubitali il messaggio: “PROSSIMA APERTURA. Pizzeria da asporto”. D’impatto la prima idea è: non c’è quasi niente di ciò che doveva esserci! Proseguendo la passeggiata noto che tutta la zona commerciale (vuota) è tempestata da questi cartelli di “Prossima Apertura”. Quasi, quasi tocca ai baretti il compito di sdrammatizzare la situazione con insegne ironiche o di buon auspicio. Si parte dal Bar “Carpe Diem”, verso metà, invece, appare il Caffè “Ti Amo” e qui è il proprietario, il signor Antonio che mi spiega la finezza: “dato che è un quartiere un po’ scollegato… diciamo…. Il mio bar vorrebbe essere un punto di incontro e quindi a piacimento l’insegna può leggersi come un inno d’amore al Caffè, ma anche un invito del tipo “Caffèttiamo!” Una semiotica dell’insegna in un quartiere ancora privo di significati? «Nota di campo, 31.3.2010» Le due porzioni realizzate comprendono la sede di Sky Italia e l’area residenziale più a ridosso di Rogoredo, la parte delle cooperative edilizie per 153.000 mq in totale. «Nel 2003, quando partì il progetto Santa Giulia, ci consideravano i cugini poveri al carro dell’edilizia deluxe. In realtà siamo gli unici ad aver consegnato i nostri appartamenti già a fine 2008», spiega Marco Borsani, consigliere di amministrazione del consorzio Le Residenze del parco di Santa Giulia, che raccoglie i 24 operatori che hanno acquistato da Risanamento i diritti volumetrici a costruire sulle aree ex Redaelli comprensivi di

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> in questa e nelle prossime pagine: gli autori del documentario hanno condiviso la scelta stilistica di trattamento del materiale visuale. Si è ritenuto di presentare in bianco e nero le fotografie scattate sul campo del quartiere Montecity-Santa Giulia nell’inverno 2010, e a colori quelle dei rendering progettuali, per evidenziare e risaltare lo scostamento quasi oppositivo - di quella che “doveva essere” la rappresentazione di un quartiere da vendere da quella che “è stata” la sua vera storia, sospesa.

2_ Fonte: Il Sole 24 ore, 22 ot-

tobre 2009. Verbatim, testi estrapolati da interviste realizzate da Lidia Manzo con alcuni residenti nell’inverno 2010.

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bonifica e opere di urbanizzazione. I famosi 1.800 alloggi a prezzo calmierato (dai 2.400 ai 3.500 euro al metro quadrato) che in un lampo sono andati venduti. «Il problema piuttosto è il commerciale, dove andiamo a singhiozzo». Ovvio. Non è certo il massimo vendere un paesaggio di cartapesta del genere. Molte opere pubbliche a scomputo di oneri di urbanizzazione vanno ancora completate. E sulle opere secondarie, dal parco alla scuola, alla promenade, il Comune non ha ancora nominato i collaudatori. L’unica isola già chiavi in mano è viale del Futurismo. Da un lato edilizia convenzionata, dall’altro libera. All’ora di pranzo è piena di auto in sosta perché senza il grande parcheggio i dipendenti Sky le lasciano lungo la via. Ma di sera lo stradone ben curato e con le aiuole e i lampioni a posto si svuota e diventa un torsolo spettrale. Un po’ più in là il cratere si riapre in mezzo a via Cassinara. Nella brochure patinata di Risanamento sarebbe la passeggiata, la promenade che nemmeno a Cannes, solcata da un’immaginifica metrotranvia. Doveva essere pronta da un anno. Ma la ditta che ha vinto l’appalto non viene pagata da mesi e manda a Rogoredo qualche operaio ogni tanto, giusto per non far marcire il cantiere. Ieri pomeriggio due signori grassottelli facevano andare un muletto e poco altro. Sui lati, invece, le palazzine sono quasi tutte abitate, a pianterreno ci sono 45 attività commerciali: alcune già aperte, altre solo vendute ma ancora sgombre, altre da vendere2. Ed è proprio rispetto a queste contraddizioni e paradossi che intervengono Enrico e Silvia. La loro è una storia come tante a Santa Giulia-Montecity, quella di giovani nuclei familiari che acquistano la prima casa per iniziare una vita insieme. Con grossi disagi però, ci dice fin dall’inizio Enrico: Io ho 36 anni, vivo con la mia compagna da tre anni, lei ne ha tre meno di me. Rispetto alla situazione iniziale abbiamo dovuto sopportare dei costi che si aggirano attorno al migliaio di euro, più o meno, al mese, moltiplicato per dodici e poi per tre. Nel senso che abbiamo dovuto ricorrere all’affitto di un’altra abitazione, nonostante non ci fosse una fretta, un’incombenza particolare, però, data l’età, l’interesse era quello di avviare una vita insieme; non volendo ritardare, siamo ricorsi all’affitto di un altro locale. Dovendo comunque sopportare dei costi a livello di cooperativa. Pagavamo delle rate in corso lavori, pagavamo degli interessi di pre-finanziamento, che paghiamo tutt’ora, perché se non si riesce a colmare col proprio contante la cifra ragguardevole del costo dell’appartamento bisogna integrare con un pre-finanziamento che viene concesso alla cooperativa; è la cooperativa che poi fraziona il montante totale e lo ripartisce a seconda dei metri-quadri all’epoca. Per cui lo sforzo economico era duplice3.

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Enrico e Silvia, infatti, avevano acquistato nel 2004 e sarebbero dovuti entrare nel loro appartamento, situato al termine della promenade, nell’ottobre del 2006. La loro casa, invece, gli fu consegnata solo tre anni dopo, esattamente i primi giorni dell’ottobre 2009. Ma come mai si sono accumulati questi ritardi? Enrico racconta di una totale assenza di onestà da parte del gruppo Zunino, che ha ritardato la consegna delle opere pubbliche e questo ha determinato uno slittamento di quasi dodici mesi, rispetto a quando l’Amministrazione pubblica aveva stimato la consegna delle opere e purtroppo la voltura dei fondi che noi davamo al gruppo Zunino, e poi di fatto non identificabili come Zunino ma quanto a Risanamento, come Cooperative e come Consorzio invece di finire nelle tasche delle aziende che lavoravano per, appunto, approntare le opere pubbliche, non si capiva dove finissero. Per cui, questi fondi, non so per quale ragione, venivano orientati in altri business. Così i lavori hanno cominciato a rallentare, anche perché il gruppo Zunino, il gruppo Risanamento, non pagava lo stato di avanzamento lavori alle aziende che intervenivano sulle opere pubbliche4.

Una qualità della vita in sospeso.

Fatti difficili da digerire e situazioni complesse da smaltire nella vita di tutti i giorni. In questo senso, sono molti gli abitanti del quartiere che mettono in atto una specie di effetto rimozione. Benissimo. Tutti i giorni, quando ci alziamo, rimuoviamo quello che c’è fuori. Constatiamo qual è lo stato dell’arte. Stato dell’arte che negli ultimi mesi è rimasto pressocchè identico. La bella vista di cui dovevo godere dalle mie finestre affacciandomi a nord, nord-est purtroppo mi restituisce una situazione di cumuli di terra. Di degrado no, perché essendo una zona recintata appunto rimangono dei cumuli di terra su cui sta crescendo l’erba. È una piccola brughiera, anche questo è un altro effetto rimozione…. Siamo contenti del nostro bel fazzoletto di brughiera!5 Ma, che cosa doveva sorgere dalla brughiera, ovvero da quell’enorme ammasso di terra al termine della promenade? Il progetto iniziale prevedeva un parco e le residenze di lusso; al fianco di questi due momenti avrebbe, poi, dovuto esserci la zona commerciale. Trattandosi di un piano integrato di intervento, la destinazione d’uso dell’area non dovrebbe cambiare, o almeno, i residenti sperano che il senso di equilibrio, pensato inizialmente, non muti. 4_ Ibidem. “Noi ci divertiamo a esorcizzare questa assenza di strutture in questo 5_ Verbatim, testi estrapolati Lidia K.C. Manzo > Rappresentazioni urbane > MILANO MONTECITY. La città sospesa

da interviste realizzate da Lidia Manzo con alcuni residenti nell’inverno 2010.

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modo: affibiando dei nomignoli, più o meno simpatici, per dirci tutte le mattine ‘Guarda Penguins Island’ siamo sempre allo stesso punto!”. L’isola dei pinguini citata da Enrico è sostanzialmente al centro della grossa buca situata di fronte agli uffici di Sky (probabilmente doveva costituire le fondamenta di un altro edificio dello stesso gruppo) che, nei mesi invernali, col ghiaccio tutt’intorno restituisce l’impressione di essere, appunto, un’isola ad uso e consumo dei pinguini. Un’altra strategia di tutti i giorni, per dimenticare che Santa Giulia-Montecity voleva creare condizioni di attrattività forti, competitive, insieme alla ricca presenza di esercizi commerciali. Invece, tutto ci riporta all’idea di un’area fantasma. Camminando per il quartiere, anche nelle ore diurne più intense si sente sempre una sorta di strano rimbombo, di vuoto; probabilmente è l’effetto della non-presenza, nel senso che su questi volumi, su queste architetture non c’è presenza, diciamo così, umana: in effetti c’è un rimbombo, io ho provato due domeniche fa a tenere le finestre aperte e a constatare la presenza delle prime famiglie, nel cortile di fronte… e c’era un rimbombo di vita… per cui la cosa non ha fatto altro che farmi piacere! La sospensione, però, ce l’abbiamo tutti i giorni delle settimana; io lavoro sempre per cui non sono mai in casa, però è raro incontrare qualcun altro nel momento in cui ti trovi a passeggiare per il quartiere. Per cui, ci sentiamo un po’ dei fantasmi. La realtà della nostra cooperativa, che comprende cinque scale, è di .. su settantaquattro appartamenti sono abitati circa il 45-50%... ma questa cosa non si sente. E questo mi porta a pensare che, se anche in futuro forse si sentirà sempre questo senso di vuoto, davvero, sembriamo di meno! Sarà che ci sono molte giovani cop-

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pie, non ci sono nuclei familiari formati, per cui molti lavorano di giorno. Mi è capitato di stare a casa in ferie e veramente mi sembrava di stare in un luogo sospeso, veramente6. Un’ultima, impercettibile immagine lascia l’impatto di questa sospensione: l’assenza di tende alle finestre, quelle finestre di moltissimi appartamenti del quartiere Santa Giulia. Potrebbe sembrare una cosa ridicola, ma abbiamo preferito schermare la nostra privacy con delle piante… che sia di buon auspicio nei confronti del parco che deve nascere e anche per dare un tono un po’ più personale all’abitazione. È come se ci si affezionasse alla luminosità… questo… perché o siam tutti pigri e non vogliamo acquistare le tende, oppure… abbiamo voglia di luce!7

Epilogo. Se la Rinascita di Santa Giulia fosse un film saremmo solo alla fine del primo tempo8. Viene spontaneo chiederci a questo punto quali saranno le sorti del quartiere. Nel luglio 2010 le autorità hanno ordinato il sequestro preventivo dell’area Montecity-Rogoredo in quanto la falda acquifera sottostante avrebbe potuto essere inquinata da sostanze pericolose per l’ambiente e la salute. Nell’agosto dello stesso anno venne bloccata l’apertura dell’asilo di quartiere perché il terreno di riempimento del giardino risultò inquinato. Nel frattempo Zunino, tavolto da debiti e scandali finanziari9, nel 2009 rilasciò le sue dimissioni da Risanamento, il gruppo immobiliare che diventerà famoso per essere stato uno dei primi casi italiani “too big to fail” - troppo grande per fallire - almeno finanziariamente verrebbe tristemente da concludere.

Lidia K.C. Manzo > Rappresentazioni urbane > MILANO MONTECITY. La città sospesa

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6_ Verbatim, testi estrapolati da interviste realizzate da Lidia Manzo con alcuni residenti nell’inverno 2010. 7_ Ibidem. 8_ Verbatim, tratto nel settembre 2013 dal sito del Comitato di quartiere Milano Santa Giulia. 9_ Il 28 maggio 2011 Luigi Zunino viene condannato nel processo per la tentata scalata Bpi ad Antoveneta, con una pena ridotta poi in Cassazione a 1 anno e 6 mesi.


Il primo tempo del film sul “miracolo” della ripresa del quartiere – come affermano i membri del Comitato Santa Giulia – si chiude con l’apertura del parco Trapezio. Quarantacinque mila metri quadrati di verde con 250 alberi, aree gioco per bambini, aiuole didattiche e percorsi inaugurati il 14 settembre 2013 dagli amministratori del Comune. E’ toccato, infatti, alla nuova giunta milanese attuare il braccio di ferro con Risanamento per ottenere i lavori di bonifica del terreno per poter procedere al dissequestro delle aree10. Dopo cinque anni di lotte, delusioni, insieme a speranze e costanti illusioni si chiude la prima parte di un progetto connotato da scandali, sequestri e bonifiche, mancate e poi riattivate. Un vero incubo che ha accompagnato la storia di 1800 famiglie, che stanno ancora aspettando che la loro vita abitativa torni alla normalità. Saranno sufficienti proprio i desideri degli abitanti per far (ri)vivere un Masterplan che aveva fatto il giro del mondo in pompa magna? Oggi di questa utopia urbanistica alla periferia di Milano non resta che un grande recinto circondato dal nastro di ferro. In mezzo un enorme, triste cratere di ghiaia, cumuli di terra e pietre e tante, tante erbacce. Il fallimento di Santa Giulia viene facilmente liquidato come esito della fragilità del suo promotore ma “proprio la miopia del disegno complessivo del progetto e poi di un’operazione che ha creduto di poter fare a meno di una qualsiasi relazione con il contesto ne hanno influenzato il destino” (Bricocoli & Savoldi 2010, p.39).

bibliografia

10_ A causa del passato industriale dell’area Montecity, i terreni del neo-nato quartiere Santa Giulia sono stati posti sotto sequestro dall’autorità giudiziaria in quanto presentavano materiali non conformi. La messa in “sicurezza permanente” prevede il totale sbancamento della zona fino al sottostante strato d’argilla piuttosto che semplici scavi hot spots come si era ripromessa di fare Risanamento.

Bricocoli M. & Savoldi P. 2010 (a cura di), Milano downtown. Azione pubblica e luoghi dell’abitare, Franco Angeli, Milano. Hall P. 1980, Great Planning Disasters, Berkley and Los Angeles, University of California Press. Savoldi P. 2011, “Milano Santa Giulia. Comunità, di necessità virtù?”, in Sampieri A. (a cura di) L’abitare collettivo, Milano, Franco Angeli, pp. 55- 66. Documenti e siti web Archiportale.com, Scheda progetto “Milano Santa Giulia”, accesso il 3/10/2010. Comitato di quartiere Milano Santa Giulia, http://www.cqmsg.it/ accesso fino a dicembre 2013. Ferrarella L. “Risanamento, «no» all’archiviazione Il gip ora chiede nuove indagini”, Corriere della Sera, 07 agosto 2013. Iotti C. e Scacciavillani G. “Banche e mattone, Luigi Zunino è tornato e trova 180 milioni di credito”, Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2013. Il Sole 24 Ore, “Milano Santa Giulia, i sogni infranti della old new town”, articolo di Marco Alfieri, 22 ottobre 2009. Montanari A. “Rogoredo, “Il miracolo di Santa Giulia un giardino dove prima c’erano i veleni”, La Repubblica-Milano, 15 settembre 2013. Milanosantagiulia.com, accesso fino a dicembre 2010. Documentario: Faggion P. & Manzo L.K.C. 2010, Milano Montecity, produzione indipendente di 10 min., colore e bianco e nero, sottotitoli in inglese. http://vimeo.com/55980822 Tutte le fotografie che appaiono nell’articolo sono state realizzate da Pierluigi Faggion (c) 2010. Permessi alla pubblicazione rilasciati all’autrice di questo articolo.

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Documentario: Milano Montecity Queste conclusioni aprono lo scenario alla parte audiovisiva del contributo: “Milano Montecity, la città sospesa” accompagna i risultati della ricerca sul campo la forza, tutta visuale, del documentario, co-realizzato insieme ad un fotografo professionista. Il documentario - della durata di 10 minuti con sottotitoli in inglese - è stato diretto insieme a Pierluigi Faggion nel 2010 e aggiornato nel 2012. http://vimeo.com/55980822

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La fotografia del Cartone sulla porta di casa rappresenta per l’autrice una delle immagini più forti del senso di “sospensione abitativa” messo in pratica dagli abitanti che - perfino dentro casa – aspettano la fine dei lavori nel quartiere.


PiĂš luce sulla cittĂ  informale

di Francesca Giangrande 74

UrbanisticaTreiQuaderni#03


Cittadini e nuovi media per un’intelligenza creativa

@ Cristina Gorzanelli | Gail Ramster | Alan Outten | Dan Lockton |

# Progettazione partecipata | # Processi collaborativi | # Cittadinanza creativa |

Citizens and new medias for a creative intelligence

# Community-Led Design | # Collaborative Process | # Creative Citizens |

A collaborative approach is often useful, if not essential, to prevent a designer’s ideas about the needs of his potential customers being too far away from the real needs of his users. People are experts in their own lives. A designer is not an expert in people’s lives: a designer is an expert in design. It is therefore essential to discover a type of intervention that, in public space, can fill this gap. The importance of the people-centred approach to design, in a collaborative process, is to bridge the gap between the needs of real people and the academic thought about them. The basic hypothesis of this paper is to investigate if (and how) it is possible to develop new tools to involve citizens in participatory projects through the use of digital technologies in order to work out new urban representations. Part of the aims of the project research analyzed in this paper is to understand community-led design as a creative citizenship activity, but also to enable communities to connect and to support each other through various forms of media.

L’ipotesi di fondo di questo lavoro è di indagare se (e come) sia possibile sviluppare nuovi strumenti per coinvolgere i cittadini in progetti partecipativi attraverso l’uso di tecnologie digitali, al fine di elaborare nuove rappresentazioni urbane.

Introduzione

“Because people are experts in their own life... you are not an expert in their life. You are an expert in other things.” Rama Gheerawo, Deputy Director of the Helen Hamlyn Centre for Design, RCA, London

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1_

(2012) Media, Community and the Creative Citizen - A research project funded by AHRC and EPSRC for the Communities, Culture and Creative Economies Programme. Disponibile presso http://creativecitizens.co.uk/wp-content/ uploads/2012/08/ccresearchmasterplanjuly30.pdf p.21 cfr. anche Karasti e Syrjänen, 2004; Gurstein, 2007.

Il pensiero sulla città e le conseguenti modalità di interazione con il tessuto metropolitano sono in continuo mutamento. Per le politiche urbane uno dei potenziali campi di intervento in questo processo è il ruolo che possono ricoprire gli abitanti nella progettazione del loro stesso territorio. Una delle aree che meritano di essere investigate è dunque la risonanza che può avere la voce dei cittadini nello sviluppo della realtà urbana, che sia la città intera o un quartiere, un particolare distretto o anche solo una piazza. Un errore piuttosto diffuso, commesso da chi si occupa di progettazione, è infatti quello di proporre soluzioni pensate per i cittadini senza però preoccuparsi di collaborare con i futuri fruitori di quel luogo. Per quanto sia sicuramente indispensabile la presenza della conoscenza “alta” di coloro che progettano la città e le sue possibili fruizioni, si è ormai venuta a creare una distanza sempre crescente con chi vivrà, nell’esperienza quotidiana, i luoghi immaginati da quel sapere esperto (Gazzola 2003). Diventa quindi fondamentale articolare un tipo di intervento che nello spazio pubblico si preoccupi di colmare quel divario. Ci si ripropone quindi di esplorare quelle “proposte creative” nel campo del design urbano, dell’architettura e dei servizi locali, dove i professionisti, le pubbliche amministrazioni e le comunità cittadine o di quartiere si riuniscono per sviluppare soluzioni sostenibili a problemi complessi come la rigenerazione e l’innovazione sociale -- attraverso processi di coprogettazione o co-produzione (Reich et al, 1996; Sanders e Stappers, 2008; Lee, 2008). Questi processi possono includere la co-creazione di uno spazio pubblico comune, servizi comunali e pubblici, così come strumenti digitali o ibridi per la partecipazione attiva dei cittadini, che a loro volta possono generare altra innovazione, attraverso nuovi siti e nuovi sistemi tecnologici che andranno a riflettere l’ontologia di particolari comunità.1

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Processi collaborativi

Un processo collaborativo è tale quando i destinatari del progetto finale vengono coinvolti durante tutto il processo decisionale, dalla prima visualizzazione del problema alla realizzazione del prodotto o servizio finale. Il movimento definito come “progettazione partecipata” nell’ambito del design (participatory design movement) risale ai primi anni Settanta, e viene sperimentato per la prima volta in Scandinavia per aumentare il valore della produzione industriale, coinvolgendo i lavoratori nella elaborazione di nuovi sistemi relativi al loro posto di lavoro (Cross 1972). Il principio base di questa metodologia è quello di far convergere le conoscenze “alte” di progettisti e ricercatori con le esperienze sul campo dei lavoratori la cui vita verrà influenzata dal cambiamento. Questo approccio è costruito a partire dalle esperienze vissute in prima persona dagli individui, a cui vengono fornite le risorse per poter agire realmente nella condizione in cui si trovano (Bødker 1996). L’importanza di un processo partecipativo è di colmare il divario tra i reali bisogni degli individui e ciò che i professionisti, tanto quanto il mondo accademico, credono di sapere in merito. Al fine di colmare questo divario, è dunque fondamentale che i professionisti mettano a disposizione dei cittadini strumenti che diano loro la voce per esporre le proprie necessità, richieste e punti di vista. A questo scopo gli strumenti adottati finora in questa tipologia progettuale sono quelli specifici dell’approccio noto nel mondo anglosassone come “people-centred design approach” (Giacomin 2012). Un aspetto portante di questo metodo è quello di considerare il punto di vista dell’utente come la richiesta iniziale da prendere in considerazione per sviluppare il progetto stesso, iniziando con l’osservazione del comportamento delle persone coinvolte, i loro interessi e la loro reazione rispetto al problema o alla situazione in analisi. “Today’s human centred design is based on the use of techniques which communicate, interact, empathise and stimulate the people involved, obtaining an understanding of their needs, desires and experiences which often transcends that which the people themselves actually realised” (Giacomin 2012, p. 3).

Community-Led Design e Co-Progettazione

La metodologia definita in ambito anglosassone come Community-led design (CLD) è una moderna reiterazione del movimento di progettazione partecipata costruita sugli stessi principi del people-centred design, che evolve verso una struttura più complessa. Nel CLD, infatti, la comunità diventa non solo un soggetto (con una opinione di notevole rilievo sul progetto), ma un attore di 2_ Finanziato da AHRC (Arts and Humanities Research pari importanza, quando non un leader del processo progettuale.

Creative Citizens

Il progetto di ricerca Creative Citizens2 esplora il valore delle attività di “cittadinanza creativa” per diverse comunità, nel mutevole panorama dei media attuali. Il Royal College of Art e la Open University stanno concentrando la loro ricerca su progetti di CLD per capire se il coinvolgimento dei cittadini

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Council, UK) e da EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council, UK) con la collaborazione di sei diverse università britanniche: Cardiff University, Birmingham City University, University of Birmingham, University of the West of England, Royal College of Art (Londra) e Open University (Londra).


possa apportare benefici alla progettazione del territorio e dei suoi servizi, e se e come nuovi media e nuovi strumenti digitali possano supportare tali attività, attraverso interventi co-progettati con le comunità di riferimento. Uno degli strumenti elaborati durante la metodologia partecipativa è un procedimento chiamato asset mapping (mappa dei beni).

Asset Mapping

L’Asset Mapping è uno strumento pratico che si sviluppa a partire dai principi del ABCD (Asset-Based Community Development): la premessa è che le comunità saranno meglio equipaggiate per incrementare il proprio potenziale se potranno identificare e mobilitare i beni di cui già possono avvalersi. è un modo per scoprire e rappresentare visivamente le capacità di un individuo o di una comunità, oltre ad essere una attività stimolante che coinvolge i cittadini in un progetto di miglioramento comune. Contrariamente alla tendenza - largamente diffusa - di focalizzare l’attenzione progettuale sui problemi, le mancanze o le debolezze di una comunità - che quindi poi cercherà altrove una soluzione - l’asset mapping si concentra su quelle competenze e abilità di cui una comunità già gode: è un approccio riconoscitivo e propositivo, che identifica, consolida e accresce il valore intrinseco di persone e luoghi (O’Leary, Burkett and Braithwaite, 2011). Un asset può essere una persona - il tempo che può mettere a disposizione e le abilità che la caratterizzano - un edificio o uno spazio, tanto quanto una rete di infrastrutture, gruppi, associazioni e attività commerciali, media locali, eventi e fatti, storie o aneddoti di valore culturale o storico. Riconoscendo i beni di cui essa stessa dispone, una comunità può focalizzarsi su uno sviluppo positivo, rispondere a, costruire su, ed espandersi

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verso capacità esistenti (che spesso restano disconosciute), piuttosto che concentrarsi su problemi interni o mancanze (Mathie and Cunningham 2002, McKnight and Kretzmann 1996). Un beneficio particolarmente evidente, che emerge quando si usa l’asset mapping come parte di un processo di progettazione partecipata, è che durante questa attività alla comunità viene data l’occasione di descrivere perché un certo asset viene considerato un valore. Questo dialogo dà spazio alla libera espressione di opinioni, valutazioni, percezioni e storie relative ai partecipanti e alla relazione che hanno con la comunità di appartenenza che danno ai designer importanti spunti di riflessione sul gruppo e sulle aspirazioni o tensioni relative a quel particolare progetto. Questo processo aiuta i progettisti a raggiungere una comprensione più approfondita della comunità, elemento essenziale sia nel people-centred design che nei processi di progettazione partecipata.

Esempi di co-progettazione: The Story Machine - un caso studio

A partire da un bene - identificato come comune o potenziale durante un’attività di asset-mapping - i ricercatori pianificano dunque uno o più eventi di co-progettazione da svolgere in un secondo momento con i membri della comunità. La fase di co-progettazione si basa sulla ricerca partecipativa con i gruppi della comunità, e si concentra su nuove iniziative di co-produzione che mettano in relazione i media digitali e il mondo fisico con modalità che permettano ai gruppi di crescere e prosperare. Lo scopo di questi incontri successivi è appunto quello di sviluppare un progetto collaborativo a partire da ciò che viene già considerato come un bene di rilievo, di modo che la comunità tutta possa trarne beneficio, in base alle priorità locali. Un esempio esplicativo di questo processo è quello rappresentato dalla ‘Story Machine’ creata in collaborazione con i membri di The Mill.

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The Mill (Walthamstow, Londra) è una delle quattro comunità di quartiere che collaborano con il Royal College of Art (RCA) e la Open University (OU) di Londra nel progetto Creative Citizens. Nel caso in esame, uno dei beni emersi durante l’asset-mapping tenutosi presso The Mill, è rappresentato dalle storie dei cittadini che frequentano il centro di quartiere, dall’aspetto narrativo della loro frequentazione di quel luogo. è dunque iniziata una collaborazione con un’artista locale, Michelle Reader, al fine di co-progettare e costruire con la comunità la “Story Machine”3. Questa ‘macchina’ (che è un insieme di pezzi di arredo, oggetti fisici e dispositivi digitali) avrà un ruolo fondamentale nella registrazione delle attività quotidiane che si svolgono presso il centro. Queste registrazioni (tra cui video, immagini, suoni, eccetera) verranno caricate automaticamente su tutti i media del Centro - tra cui un account online di istruzioni e una nuova micro-sezione del sito di The Mill [http://themill-coppermill.org] che consente a ciascun gruppo di curare i propri contenuti. La narrazione del territorio, gli aneddoti raccontati dai partecipanti, le vicissitudini delle persone che rendono vivo il luogo, il racconto delle aspirazioni, i ricordi, le memorie e i desideri dei partecipanti vengono catturati e rappresentati attraverso la “macchina”.

Fase di Modellazione

3_

http://themill-coppermill. org/2013/12/11/visioning-workshop-saturday-14th-december/

Per poter dar vita alla “macchina” si è innanzitutto co-stilato un elenco di considerazioni utili a delineare una prima bozza di idea, che si è poi sviluppata concretamente in eventi successivi. Le considerazioni prese in esame hanno infatti imbastito lo scenario progettuale. Tali considerazioni sono state, ad esempio: la necessità di creare un oggetto portatile, facile da riporre ma difficile da rubare, in

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parte fisso in parte mobile, la cui funzione e funzionamento fossero di facile comprensione, qualcosa che si potesse indossare e che al contempo identificasse chi lo porta, eccetera. Le domande che i partecipanti si sono posti a seguito delle prime considerazioni sono i limiti progettuali entro cui verrà modellato (concettualmente tanto quanto fisicamente) l’oggetto vero e proprio. Chiedersi come verrà utilizzata la “macchina” sia durante un periodo particolare che giornalmente, di cosa sarà fatta, chi si occuperà della manutenzione, se sarà sicura e che dimensioni avrà, oltre a domandarsi come renderla il più inclusiva e accessibile possibile alla maggioranza dei visitatori, significa progettare per esigenze reali a partire da bisogni comuni. Il risultato di questi eventi di progettazione partecipata è un oggetto fisico con dispositivi digitali incorporati nella struttura stessa. Costruito sulla base di una sedia a rotelle (facile da spostare, difficile da rubare, che permette di muoversi in ambienti chiusi quanto all’aperto), la “macchina” ha un ombrello saldato allo schienale della sedia (che - tra le altre funzioni - ripara da agenti atmosferici quando utilizzata in esterno ed è facile da richiudere) al quale viene aggiunto un telo/retìna nella parte anteriore (che cioè sta di fronte a chi siede sulla sedia). La “macchina” è provvista di un volante a cui sono stati incorporati un iPad e un imbuto/megafono. Lo scopo del volante è quello di permettere a chi ‘guida la macchina’ di registrare audio, filmati e foto che formeranno la memoria narrativa del Centro e dei suoi frequentatori. L’iPad è direttamente collegato ad un proiettore (posto nella parte anteriore della sedia) che proietta le registrazioni sul telo/ retìna appeso all’ombrello. In questo modo chi siede sulla “macchina” può sperimentare la visione simultanea di ciò che lo circonda (il telo è semi trasparente, è possibile vedervi attraverso) e ciò che viene proiettato sul telo, che può essere tanto una registrazione in tempo reale ottenuta attraverso il

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volante, quanto la riproduzione di un video caricato on line in precedenza. Identificare le capacità e le opportunità di una comunità, e co-progettare con essa uno strumento che le potenzi, può dunque formare la base per lo sviluppo di un nuovo media, un ibrido digitale e fisico, che faccia leva sui punti di forza di una comunità e che nel tempo possa essere gestito e ampliato dalla comunità stessa una volta che il progetto di ricerca sarà terminato. Per far emergere questo coro di voci - spesso nascoste o ignorate - si è ritenuto necessario sfruttare un sistema di progettazione bottom-up, in contrapposizione alla tradizionale metodologia progettuale top-down. I modelli top-down e bottom-up (in inglese dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, rispettivamente) sono strategie di elaborazione dell’informazione e di gestione delle conoscenze, riguardanti principalmente i software e, per estensione, altre teorie umanistiche e teorie dei sistemi (Wikipedia). Questo tipologia interattiva è piuttosto diffusa in ambito di tecnologie digitali, nuovi media, Internet e Web 2.0. Negli ultimi (pochissimi) anni, infatti, la crescita di social media, blog, programmi open source, servizi gratuiti che permettono di caricare e scaricare dati on line stanno dando ai singoli individui sempre più possibilità di scegliere, in prima persona, che tipo di informazioni vogliano avere, ricevere, condividere e inoltrare. Contemporaneamente, la diffusione su scala mondiale di dispositivi portatili (ed economici) permette a tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, di fare foto, registrare video, commentare, scrivere, seguire e conoscere una incredibile quantità di persone, immagini, video, notizie. Le nuove tecnologie permettono potenzialmente di diventare il regista della propria vita on line: ciò a cui stiamo assistendo è quindi un potenziamento delle scelte individuali.

Conclusioni

La direzione che sta emergendo nel campo della progettazione, come già sottolineato, segue esattamente questo approccio dal basso verso l’alto, più che noto ed eccezionalmente sviluppato nel mondo on line, ma che si va sovrapponendo sempre più di frequente al nostro campo di interesse sotto due diversi aspetti. Da un lato community-led design, co-design e progettazione partecipata sono metodologie che fanno sì che la voce dei cittadini possa emergere ed essere ascoltata. Dall’altra parte, le tecnologie del Web 2.0, e i social-media in particolare, offrono nuove forme di partecipazione e, in ultima analisi, trasformano il modo in cui le persone prendono parte al processo; influenzano la possibilità di avere un impatto, riducono il peso dei progettisti e dei professionisti nelle attività progettuali e aiutano le comunità a essere più indipendenti e autosufficienti. Una nuova collaborazione e partecipazione renderebbe diversa anche la percezione che gli abitanti hanno di un quartiere, con la possibile e auspicabile conseguenza di cambiare persino l‘idea che dall’esterno si ha di

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quel luogo, distretto, città. Una strada percorribile è creare strumenti (analogici, digitali o ibridi) che mettano i cittadini nella condizione di elaborare una narrazione visiva del loro territorio. Se è vero infatti che ciascun luogo ha una propria identità e una propria voce, è altrettanto vero che spesso queste identità sono difficili da definire, contraddittorie, mal interpretate o persino mal viste e inaccettabili per chi quello spazio lo vive. Spesso la percezione esterna che si ha di un luogo è notevolmente distante e sostanzialmente diversa da quella che se ne ha dall’interno. Incrementare, agevolare e sostenere la partecipazione dal basso è una via per restituire e costruire immagini più autentiche del carattere di un territorio, delineandone colori e toni che contribuiscano a formare una comunità coinvolta, interessata e coerente per una nuova consapevolezza dello spazio urbano e delle sue potenzialità.

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bibliografia Media, Community and the Creative Citizen 2012, A research project funded by AHRC and EPSRC for the Communities, Culture and Creative Economies Programme. Disponibile presso http://creativecitizens.co.uk/wp-content/uploads/2012/08/ ccresearchmasterplanjuly30.pdf [27.10.13] Alexiou K. 2013, Community Design Exchange. Disponibile presso http:// creativecitizens.co.uk/2013/03/01/community-design-exchange/ [27.10.13] Bødker S. 1996, “Creating conditions for participation: Conflicts and resources in systems development”, Human-Computer Interaction, 11, 215-236. Cross N. (ed.) 1972, Design Participation, Londra: Academy Editions. Gazzola A. 2003, Trasformazioni urbane, Liguori, Napoli pp 65-69 Greene C. 2013, Developing our Asset Mapping Methodology. Disponibile http:// creativecitizens.co.uk/2013/02/23/developing-our-asset-mapping-methodology/ Gurstein M. 2007, What is CommunityInformatics (and Why Does It Matter)? Milan, IT: Polimetrica. Karasti H. & Syrjänen A-L. 2004, Artful infrastructuring in two cases of community PD. Proceedings of PDC’04. Toronto, Canada, July 2004, ACM, pp. 20-30. Kretzmann J. P. & Mcknight J. L. 1996, A guide to mapping local business assets and mobilizing local business capacities. A Community Building Workbook, The AssetBased Community Development Institute, Northwestern University, Evanston, Illinois. Lee Y. 2008, “Design participation tactics: the challenges and new roles for designers in the co-design process” CoDesign Vol 4, No 1, March, 31-50. Mathie A. & Cunningham G. 2002, “From Clients to Citizens: Assetbased Community Development as a Strategy for Communitydriven Development”, Occasional Paper Series, no. 4. Antigonish, Nova Scotia: St Francis Xavier University O’leray T., Burkett I. & Braithwaite K. 2011, Appreciating Assets - A report by IACD and Carnegie UK Trust. Dispnibile presso http://www.carnegieuktrust.org.uk/ getattachment/aedb15fb-a64a-4d71-a2d6-e8e6e865319b/Appreciating-Assets.aspx [27.10.13] http://it.wikipedia.org/wiki/ Progettazione_top-down_e_bottom-up [27.10.13] Reich Y., Konda S.L., Monarch I.A., Levy S.N. & Subrahamanian E. 1996, “Varieties and issues of participation”, Design Stud, 17 (2),. 165–180. Sanders E. B. & Stappers P. J. 2008, “Co-creation and the new landscapes of design”, CoDesign: International Journal of CoCreation in Design and the Arts, 4, 1, 5-18.

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Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul

@ Aslıhan Şenel |

# Mapping | # Performance | # Place |

The article claims mapping as a performative practice, which provides an alternative to authoritative representations of Istanbul; those depict the city as a singular fixed entity. Performativeness, as defined and used by feminist and poststructuralist theories, suggests approaching place as a notion which is open, dynamic, and multiple. Here, I will give examples of performative mapping, which were carried on with students in the last year and a half at my elective course named Topographical Practices. I will argue that three different exercises that were carried on in the course perform place and provide alternative multiple knowledges of Istanbul by different methods, such as critical embodiment, appropriation, and “participatoriness”.

Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul

Mapping as performance may be an alternative to top-down urban representations, and it suggests means to understand, criticize, and re-imagine complex cultural, social, and physical relationships in the built environment. Traditionally, maps have been regarded as objective sources of territorial knowledge, and as such they acquired an authoritative power in defining and controlling land and people (Cosgrove 1985, p. 45-62). Since the mid1980s, post-colonial and post-structuralist research revealed the ways in

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which maps produced and furthermore concealed territorial power relations (Wood 1992, Harley 1988, Harley 1992). In contemporary urban discourse, the practice of mapping rather than map-making emerges as an alternative way of thinking about place. This is because mapping refers less to a representation than a performance, in which the maker, the place and the product redefine, reposition and reproduce each other in the process of making. Following the notion of performativity of Judith Butler (1999), I argue that mapping practices are defined by social norms and historical context in representing place, yet mapping may also diverge from norms and create new places according to individual practice. Mapping allows developing an embodied and multiple understanding of place, which is continuously produced through practices of people. This is especially meaningful at a time when the metropolitan cities are rapidly changing, however static and authoritative urban representations lack the ability to respond to the contemporary situation, in which we live.

Mapping for Critical Embodiment

Istanbul, like many other metropolitan cities of the world, is today in a vast transformation with large scale demolitions and constructions. Since the beginning of 2000s, new suburban settlements have been proliferating and traditional urban environments have been changing through renovation projects and large-scale infrastructure such as the underground transportation. Together with the changing physical urban structure, the citizens are relocated between the centre and peripheries. The long-deteriorated historical centre of the city, which has been inhabited by the underprivileged populations, is now being reconstructed to appeal to the upper class (fig. 1), while the former inhabitants are under pressure for moving to the peripheries

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which have less or no social and cultural infrastructure. As witnessed in certain Fig.1_ The posters on the relocations, for example the traditional Romani settlement named Sulukule, construction walls of Tarlabasi, which is one of the tradithe underprivileged struggle to settle in new places face economical problems, tional neighborhoods under and in the end return to the centre for jobs and social connections to find reconstruction, show images of this place as conceived. The themselves further dislocated (Çiftçioğlu 2009). On the peripheries of Istanbul, both the government and the private developers have been building an increasing number of large-scale housing complexes for the middle and high-income population. A new style of living is promoted through these housing, which is complete with recreational and trading facilities present in the complex. In addition, constant mobility of inhabitants is foreseen in the advertisements of the new housing by announcing certain potential destinations, such as the airport and business centre, accessible in minutes by car (fig. 2). As the urban fabric and, consequently, life in Istanbul is now constantly changing, we need new ways of understanding and acting critically within this situation. For this, mapping, rather than static representations, may provide means to dynamically form relationships between changing knowledges of a place. Mapping suggests ways to recognize multiple and alternative knowledges of a place and challenges the authoritative single knowledge. This is especially significant now more than ever, as increasing numbers of people are made mobile and detached from their place of inhabitance in contemporary Istanbul. Feminist philosopher Rosi Braidotti points to the capitalist world economy’s dependency on mobility of people, which result in “social instability, transitory citizens, and impermanent settlements” (Braidotti 2011 [1994], p. 5). Mobility of people is celebrated by the postmodern discourse as providing

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images, which were partially burnt down as a protest, show new inhabitants rather than the contemporary low-income families who reside in the area.


Fig.2_Examples of maps accompanying the housing advertisements published in popular newspapers. The new housing projects are represented for mobile prospective owners to show their proximity to heliports and airports.

a freedom to move and see the world from different perspectives, even from othersâ&#x20AC;&#x2122; viewpoints. However, feminist theorists warn us of the impossibility of experiencing a limitless circulation, and stress that oneâ&#x20AC;&#x2122;s knowledge is limited by her/his point of view and identity (see, for example, Bordo 1990) Among these theorists, Bell Hooks (1992, p.343) points out that the notion of travel as freedom may hardly refer to all relocations, such as deportations, homelessness, immigration, and enforced migration. Hooks (1992, p. 344), referring to her accounts of travel as a black woman, states that each unique experience of changing place creates its own limits of knowing, those need to be acknowledged when writing and talking about a place. Mapping suggests a potentially rich understanding of place, which is continuously in re-creation through the practices of describing and representing. Drawing on Henri Lefebvreâ&#x20AC;&#x2122;s theory of production of space (1991), maps can be both dominant and resistant in form. Traditional map making practices, developed in parallel to empirical sciences, are often used to produce and re-produce the dominant knowledge of a place in a society at a certain time in history. On the contrary, there may also be resistant or critical mapping practices, which produce other knowledges of place. Traditional map making practices often fix place through representing place as objective, single and closed, whereas critical mapping refers to practices that regard place as multiple, subjective and open. Traditional maps seek to define place as a determinable and quantitatively fixed whole, which indicates a closed system and certain set of elements located within this. Furthermore, this definition sets out rules of engagement, which position the surveyor and the viewer outside the place, looking at it from a fixed and often dominating point of view. Critical mapping practices, on the other hand, offer

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an “experimentation”, rather than an “imitation” of a place that performs a place rather than reproduces it. Critical mapping question then traditional practices for objectifying methods, and suggest instead self-reflexive methods. In doing so, critical mapping practices tend to unfix dominant knowledges of place and provide grounds for the production of other multiple, subjective, resistant, and critical knowledges. Criticizing the claims of being able to view from everywhere as a disguise for totalizing ideologies, Donna Haraway (1991) suggests situating knowledge. Haraway (1991, p. 193) points out that knowledge is partial, embodied, and situated, so multiple subjectivities and accordingly multiple knowledges of place is produced simultaneously. In the same line of thought, Braidotti (2011 [1994], p. 25) calls for a nomadic subject, who produces different knowledges as s/he recreates her/his identity according to her/his changing location, with intersecting and interacting notions at a place, such as class, race, ethnicity, gender, and age. As Braidotti (2011 [1994], p. 46) points out, multiple situated subjectivities and knowledges of place may be acknowledged through mapping. For feminist theorists, mapping is a metaphor for writing in a situated way, but for this text, mapping refers to a spatial performance of documenting and presenting embodied knowledges at a place. Mapping Taksim Square exercise explored such embodied knowledges. Each student mapped a certain issue at one of the most controversial public spaces in Istanbul. The square has been represented in traditional maps as, for example, the crossroads of transportation and touristic attraction. But neither of these are able to reveal the everyday spatial practices and accordingly the variety of meanings attached to this place by different users at different times. The exercise aimed for observing and documenting the everyday uses of the square. Each mapping challenged both the observer’s position and the fixed knowledges of this place. For example, Mapping the Superimposed Views questioned both our sense of vision in observing the square and the cliche representations of the square, such as the frontal view of the Ataturk Culture Centre (figure 3). A viewing device was produced in order to superimpose the view of the left eye and the view of the right eye. In this way, for example, a part of the facade of the Ataturk Culture Centre and the trees of the Gezi Park were merged to create a new space. The Mapping of People Waiting in Taksim revealed the relationships of different spatial organizations and the use of the square (fig. 4). The timing of this exercise was critical as the arguably pedestrianization project, which recently started in the square was changing the spatial organizations. The Mapping of Motion and Working Activities at different times in the square created different spatialities, for example, the unregistered trading facilities flourished next to construction walls at the blind-spots of the surveillance cameras (fig. 5). The Mapping of Borders of Taksim Square shows the unseen borders between public and private space, those are different for people from various social statuses (fig. 6). For example, for a homeless the interior of a bank’s ATM hall is public at night, but for a student this space is not

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accessible due to feelings of insecurity. In another case, the front of luxury hotels is not publicly available for the homeless, however for students and tourists, they remain public as long as the private security allows. These examples show that a performative mapping may allow one to have a sharpened sense of how and what one knows at a certain place. As such, performative mapping produces site- and time-specific multiple knowledges. In this way, one becomes aware of knowledges produced due to different points of view, and develops a critical view towards authoritative and singular representation of a place.

Mapping as Appropriation of Place

Following Michel de Certeau (1984, p.97), I argue that during the process of making and using maps new and alternative spatial organizations are produced. De Certeau points out pedestrians, as the users of urban space, appropriate and transform a place during their everyday activities, just like speakers, as the users of language, appropriate a language. Similarly map making and using practices offer rehearsal of spatial behavior before visiting a place, provide means to locate and relate ourselves on site, and trigger memories. Map making and using suggests diversion from the proposed fixed routes of maps, by relating different places, things, and memories to a place. During Fall 2012, we used map making as a way to form a unique and intimate relationship to a place in order to appropriate it, to claim it a place of its users rather than planners and authorities. Mapping of the Trees in Gezi Park included carefully marking the places of the trees and creating an identity card for each tree. The mapping of Gezi Park allowed us to engage in this site personally, and produced an unprecedentedly close-up knowledge on one of the most contested places in Istanbul, a place represented by the authorities as simply a “park” with “some trees”. The mapping of the trees of Gezi Park made the place a unique park with specific trees for us the map makers. Gezi Park is by now a globally renowned site of resistance against capitalist policies, which put large-scale urban developments before citizen’s right to the city. The park was occupied for 15 days against its demolition in June 2013. Gezi Park is located in Taksim, the business and entertainment centre of Istanbul. To its south, is the Taksim Square, which has been a political arena for public demonstrations and celebrations. In the last decade, Istanbulites experienced an increasing government control over this urban space, for example, Workers’ Day celebrations were banned in 2003 and the Police Day celebrations were organized the same year. More surveillance cameras, undercover police, police control points and barriers were installed in the last years. However, Taksim Square and the adjacent Istiklal Street continues to be the centre for culture and entertainment until recently with its diverse theatres, cinemas, bookshops, cafés, restaurants, and music halls. Today last few remaining cultural facilities and local shops are struggling to

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Fig.5

Fig.3

Fig.4

Fig.6

Aslıhan Şenel > Rappresentazioni urbane > Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul

Fig.7

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< on the other page: Fig.3_ Mapping the

Superimposed Views at the Taksim Square, merges partial unrelated views in order to question the cliche representations of the Square and our vision structured by those cliches. Fig.4_The Mapping of People Waiting in Taksim shows that different spatial organizations affect the duration of waiting at certain spots in the square. Fig.5_The Mapping of Motion and Working Activities reveals the relationships between spatial control and use. Mobile trading appears next to construction walls and at the blind spots of the surveillance cameras. Fig.6_The Mapping of Borders of Taksim Square shows the unseen borders between public and private space. Fig.7_During the Mapping of the Trees in Gezi Park, an ID card was prepared for each tree at the park.

survive against the shops of international brands, shopping malls and hotels. The surrounding area, which had been inhabited by mostly a middle-income non-Muslim population until 1950s, has been settled by low-income immigrants from eastern Anatolia and Africa for recent decades. The local population, which is the frequent users of the Gezi Park, is under an emerging pressure to leave this central position in the city due to a large-scale demolition and construction activity at the southeastern edge of Taksim Square. Known as Tarlabasi Renewal Project, the development includes building of luxury housing, international hotels, and offices by demolishing the whole urban islands consisting of Grade II houses and forcing the eviction of their low-income inhabitants. Connected with the above mentioned transformations in the Taksim area, Gezi Park is under threat of demolition in order to build a shopping mall, luxury residents, and a hotel imitating the form of a former barrack building at the site. Built by the government in 1940 in place of military barracks, Gezi Park is a historical turning point which demonstrates the desire to support and flourish a public life in Istanbul. Still continuing to be freely accessible, in contrast with the proliferating private properties in the area, the park is an important support for public life, with the adjacent Ataturk Culture Centre for Opera and Ballet, Istiklal Street, and Taksim Square. The reconstruction of the Taksim Square resulted in building tunnels under the square for roads and public transport, rearranging the pedestrian access to square, and demolishing the grown up trees around the square, despite wide opposition from professional associations and public, for its non-transparent construction process. The Mapping of the Trees in Gezi Park was a response to this non-transparent process. It aimed to acknowledge the trees as commons, create an image of the trees with their unique characteristics, such as their individual shadows, the space created below their branches and among their trunks, and their different colors (fig. 7). Each student had to individually engage with the trees, document the spatial characteristics with their bodies as the scale of measure, take a photo with each tree and collect the fallen leaves in order to make a memory at the place. As a result, an ID card was created for each tree. The students developed a personal relationship with the place, attended the ongoing meetings against the demolitions, copied the ID cards and distributed these during the occupation of the park.

Participatory Mapping

Braidotti (2011 [1994], p. 6) warns us of the proliferation of uncritical sameness, same identities and same spatialities, in sake of consumerism. For example, in the aforementioned so-called renovation projects in Istanbul, Sulukule, Fener-Balat-Ayvansaray, Tarlabasi to name a few, large traditional neighbourhoods are demolished and whole new districts are built from scratch. The claims of these projects are about protecting the traditional architectural and urban characteristics and conserving the sociocultural diversity of previous inhabitants. However, the actualized projects create a newly

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made-up neo-Ottoman architectural style, which eclectically gathers architectural features like bay windows, window frames, and deep eaves from Ottoman residential architecture. The same kind of architecture is applied in many new projects despite of the location. This production of sameness is also present in the foreseen users of these areas. The new projects aim for middle- and high-income inhabitants of similar socio-cultural classes. These places are transformed through an ideal representation. However, participatory mapping suggests questioning of the ideal representations and instead creates diverse knowledges of this place. Like other empirical sciences which depend on observation, in traditional map-making, the observer is separate from what is observed, the observed place is under a controlled view from above and afar (Cosgrove 1985, p. 48). The birds-eye-view and plan view of the maps have been developed in order to achieve such a distant and god-like view, under which everything is visible. Mapping, on the contrary, is a process, in which the maker reveals her/his view and acknowledges other possible views. Mapping produces new knowledges by forming new relationships at a place, rather than withdrawing any intrinsic knowledge at a place. As one forms new relationships, these relationships also redefine one’s own territories of knowledge and becoming. Participatory mapping further complicates the relationship of one to her/his environment, as the observer reveals and shares her/his methods of documentation. The hierarchies dissolve between the person who maps and the people who are mapped in order to produce the knowledge of a place in collaboration. Participatory Mapping in Fener and Balat included documenting this place through different tactics of participation. For example, two groups of students asked way to certain places and tried to draw maps with the direction of people, and others wanted the locals to take the camera and shot a short video which showed the front of their houses and shops while speaking about this place. At times, the tactics evolved with the responses of the locals. A group shared their pens with the locals to draw the neighborhood, but ended up collecting their hand writing and mapping the hopes and desires of people about the place instead. These participatory methods of mapping reveal nevertheless the observer’s (outsider’s) point of view on the site and simultaneously acknowledge other possible views. We produce new knowledges by forming new relationships at a place and with people, rather than claiming to withdraw any intrinsic existing knowledge. As we form new relationships, these relationships also redefine our own territories of knowledge. The process of documentation creates new bonds between people and place, visitors (us) and locals.

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references Bordo S. 1990, “Feminism, Postmodernism, and Gender-Scepticism”, in Nicholson L.J. (ed.) Feminism / Postmodernism, London, Routledge, pp. 133-56. Braidotti R. 2011 (1994), Nomadic Subject Embodiment and Sexual Difference in Contemporary Feminist Theory, Columbia University Press, New York, p. 5. Butler J. 1999, Gender Trouble, Routledge, New York, NY. Çiftçioğlu K. 2009, ‘Sulukule: A Multi-Stakeholder Participatory Planning Process’, in Korkmaz T. et. al. (ed), Diwan Newspaper: Istanbul, Living in Voluntary and Involuntary Exclusion, Rotterdam Biennial of Architecture, Rotterdam. Cosgrove D. E. 1985, “Prospect, Perspective and the Evolution of the Landscape Idea”, Transactions of the Institute of British Geographers, vol. 10, no. 1, pp. 45-62. De Certeau M. 1984, The Practice of Everyday Life, University of California Press, Berkeley, CA, p. 97. Haraway D. 1991, “Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective”, in Simians, Cyborgs, and Women: The Reinvention of Nature, Free Association Books, London, pp. 183-201. Harley J. B. 1988, “Maps, Knowledge and Power, The Iconography of Landscape: Essays on the Symbolic Representation”, in Cosgrove D.E. and Daniels S (eds.), Design and Use of Past Environments, Cambridge University Press, Cambridge, MA, pp. 277-312. Harley J. B. 1992, “Deconstructing the Map.”, in Barnes T.J. and Duncan J.S.(eds.), Writing Worlds: Discourse, Texts and Metaphor in the Representation of Landscape, Routledge, London, pp. 231-47. Hooks B. 1992, “Representing Whiteness in the Black Imagination”, in Grossberg L., Nelson C., Treichler P.A. (eds.), Cultural Studies, Routledge, London, pp. 338-46. Lefebvre H. 1991, The Production of Space, Blackwell, Oxford. Wood D. 1992, The Power of Maps, Routledge, London.

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Trasformazioni metropolitane ed educazione popolare a Buenos Aires Metropolitan transformation and “popular education” in Buenos Aires

The present work analyze the metropolitan transformations and popular education in Buenos Aires. During the 90’s, in fact, the neoliberal reforms deeply transformed the labor organization an urban spaces in Argentina leaving a lots of social “black holes”. Especially the metropolitan area of Buenos Aires was touched by the neoliberals policies where the “new poverty” has materialized in the separation between rich districts and poor neighborhoods, lacking both in terms of minimum services infrastructure and inhabited mostly by immigrants and young people in precarious economic situation and therefore highly vulnerable. Social movements started to organize themselves in a self managed way, starting from the neighborhood’s assemblies and the self managed factories: starting from the 2001 crisis a lot of factories failed and the workers started to occupy and self manage the production. At the same time the educational reform transformed the whole educational system so that popular education meet self managed schools in the occupied factories spaces building up a new pedagogical project and a new relationship with the central state.

Il processo intensivo di deindustrializzazione degli anni ’90 ha prodotto una forte frammentazione dei settori popolari e il loro progressivo territorializzarsi nei quartieri, disgregando la classe operaia precedentemente inserita nel mondo della fabbrica anche in termini di socialità e di produzione di legami sociali. Contemporaneamente la metropoli Buenos Aires ha vissuto significative trasformazioni legate ai processi di evoluzione delle “città globali” (Sassen, 1997), ovvero processi di finanziarizzazione, sviluppo dei servizi avanzati ed evoluzione del comando capitalistico che hanno determinato una polarizzazione crescente tra poveri e ricchi. La “nuova povertà” causata

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@ Giuliana Visco | Alioscia Castronovo |

# Argentina | # Educazione popolare | # Fabbriche recuperate | # Argentina | # Popular education | # Occupied factories |


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Wallerstein I., Dopo il liberalismo, Jaca book, Milano, 1998 (in originale Afterliberalism, 1995). 2_ Mattos C. A., “Movimientos del capital y expansion metropolitana en las economia s emergentes latinoamericanas”, in Mundo Urbano, 9 settembre 2007.

dalle politiche neoliberali si è materializzata nella separazione tra quartieri ricchi (barrios cerrados), barrios populares e villas miseria, carenti sia a livello di infrastrutture che di servizi minimi e abitate per la maggior parte da migranti e giovani in situazione di precarietà economica e dunque altamente vulnerabili. Questo processo, che la sociologia argentina contemporanea ha definito il “passaggio dalla fabbrica al barrio” segna il declino dei lavoratori urbani e l’emergenza del mondo comunitario dei poveri urbani (Svampa 2005), spesso esclusi dai servizi, dall’assistenza medica ed in misura sempre maggiore dal sistema educativo. Se Wallerstein1 vede, infatti, nelle aree suburbane i luoghi della confluenza di alcune delle più importanti fratture che attraversano il capitalismo – quelle della razza, di classe, di genere – e li definisce come i territori della disposession quasi assoluta, Mike Davis, noto socio geografo statunitense, li propone, invece, come “luoghi della speranza” citando a più riprese nei suoi studi “i sobborghi delle città del terzo mondo come il nuovo scenario geopolitico decisivo”. Non si tratta di optare per una delle due ipotesi, che sono invece complementari, quanto piuttosto di analizzare il territorio nel quale si è assistito a un’accumulazione soggettiva tale da sfociare nella rivolta del 2001, non relegandola alla dimensione di “evento”, ma attribuendole la capacità di essere un processo costituente di differenti alterità a partire dal fatto che «una metropoli-regione si costruisce e si ricostruisce, si configura e si riconfigura quotidianamente e in maniera caotica, perché “lontano dall’essere un progetto disegnato e controllato dall’uomo, è diventato una realtà che sfugge al suo controllo»2 In questo senso la qualità del conflitto sociale sembrerebbe essere fortemente legata a quella dell’organizzazione dello spazio urbano: l’esperien-

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za del conflitto risulta essere una pratica sociale spazialmente strutturata e spazialmente strutturante. Le fabbriche recuperate sono diventate negli anni dei veri e propri centri nevralgici di nuova ridefinizione dal basso dello spazio urbano, dei flussi e delle relazioni sociali capaci di ricostruire tessuti e relazioni laddove il neoliberismo frammentava, garantire servizi e spazi collettivi ed inclusivi laddove il neoliberismo smantellava ed escludeva. Per addentrarci nella realtà metropolitana di Buenos Aires risulta infatti decisivo il concetto di decollettivizzazione (Svampa, 2005) proposto da Maristella Svampa, che indica così quel processo originato dalla dinamica di deindustrializzazione e di impoverimento del mondo popolare cominciata negli anni ‘70 che si tradusse in profonde trasformazioni nel tessuto sociale popolare3. Inizialmente la controffensiva popolare al processo di decollettivizzazione fu l’occupazione collettiva delle terre (asentamientos), che segnalava molto bene la nuova configurazione in via di definizione e l’avvio di un parallelo processo di iscrizione territoriale delle nuove classi popolari. Una delle prime conseguenze riguarda la trasformazione del barrio nello spazio più consono per l’azione e l’organizzazione politica popolare, oltre che nel luogo dell’interazione dei differenti attori sociali fino all’impulso all’autorganizzazione collettiva dello spazio. Questa trasformazione si realizza anche attraverso la costruzione delle prime mense comunitarie, dei primi asili di quartiere, dei centri di salute che interagiscono poi in maniera virtuosa con le esperienze di occupazione ed autogestione delle fabbriche fallite durante 3_ L’utilizzo del termine “pola crisi. Un fenomeno questo che amplifica l’importanza dell’elemento ter- polare”, va contestualizzato in Argentina come termine ritoriale, nel momento in cui il quartiere era costretto ad autogestire quelle che non designa né i popoli funzioni che le istituzioni progressivamente abbandonano. indigenti, né i contadini, né Il decennio menemista esasperò la situazione materiale dei quartieri po- la lotta antimperialista, ma veri, ma produsse anche un cambiamento più profondo: la frammentazione di volta in volta un aggregato che si costituisce in opposipolitica e culturale, l’imposizione di un nuovo modello di consumo e di nuo- zione ad altri gruppi sociali. vi modelli di comportamento sociale. Scrive ancora Svampa: «Il passaggio Con il peronismo ad esempio dalla fabbrica al barrio si andò consolidando attraverso l’articolazione tra il “popolo” diventa la classe laddove però lavodecentramento amministrativo, politiche sociali focalizzate e organizzazioni operaia, ratore era tanto il lavoratore comunitarie, il cui lavoro implicò un nuovo orientamento delle organizzazioni nel vero senso della parola locali» (Svampa, 2005) mentre: quanto un descamisado. In ogni caso sfruttato e umiliato

dello Stato, per «nel pieno della crisi e della sparizione delle istituzioni tipiche della società eundipendente verso dall’insieme dei diritsalariale, queste reti territoriali si intensificarono riuscendo a orientare ti del lavoro, per un altro dalle sempre di più la gestione delle necessità basilari e configurando in modo opere di assistenza (Svampa incipiente i contorni di un nuovo proletariato, multiforme e eterogeneo, 2005). 4_ Il movimento dei disoccaratterizzato dall’autorganizzazione comunitaria». (Svampa, 2005, pag. cupati praticava i blocchi 184) stradali, in spagnolo piquetes,

La crisi economica contribuì a rimettere in discussione la politica sociale nei quartieri. Il processo di protagonismo sociale attivato dai movimenti durante la crisi, dai piqueteros4, dalle assemblee di quartiere, dalle fabbriche recuperate ha poi trasformato in maniera radicale le forme di organizzazione sociale nei barrios dando vita ad esperienze durature ed innovative, tra tutte le scuole popolari, sorte nel vuoto neoliberale dall’iniziativa dei movimenti sociali. Le riforme del decennio menemista hanno infatti pesantemente tra-

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per ottenere visibilità e bloccare la produzione. A partire da questa pratica diffusa si definiscono piqueteros i partecipanti ai movimenti dei disoccupati durante gli anni ’90 e attorno alla crisi del 2001. Per ulteriore approfondimento consigliamo la lettura di Col. Situaciones, Piqueteros, la rivolta argentina contro il neoliberismo, Derive Approdi, Roma 2003.


5_ In italiano “fallimento educativo”, espressione utilizzata da Adriana Puiggros per indicare lo stato del sistema educativo argentino dopo le riforme neoliberali (Puiggròs, 1996). 6_ A questo proposito risultano utili gli studi di Pablo Gentili sul “razzismo educativo” del 2011. 7_ Pedagogo brasiliano di riferimento per quanto riguarda le pratiche dell’educazione popolare e la critica ai modelli educativi egemoni. Tra le opere più importanti: Educacion como practica de la libertad, 1967; Pedagogia de los oprimidos, 1969.

sformato il sistema educativo argentino, determinando quello che Adriana Puiggròs ha chiamato “quiebre educativo”5 (Puiggròs 1996). La Ley Federal de Educaciòn del 1994, invocando l’autonomia scolastica, ha prodotto una frammentazione amministrativa senza precedenti, la riduzione drastica degli investimenti statali, la precarizzazione selvaggia dell’insegnamento, approfondendo le diseguaglianze e potenziando i processi di razzializzazione6 e gerarchizzazione in ambito educativo. Povertà ed emarginazione sociale sono fattori che influiscono pesantemente nella definizione dell’inclusione e dell’esclusione nel sistema formativo, in particolare all’interno di una situazione caratterizzata già da povertà strutturale, diseguaglianze e polarizzazione sociale. L’emergenza ha così riguardato milioni di giovani e meno giovani letteralmente espulsi dal sistema educativo, che hanno vissuto, e vivono, in una condizione di “riesgo educativo” (Puiggròs, 1996) ovvero in condizioni di povertà e di esclusione sociale determinate dalle trasformazioni del sistema di istruzione. In questo contesto di trasformazione urbana, sociale ed economica della capitale argentina sono nati i bachilleratos populares all’interno delle fabbriche recuperate o presso le sedi di movimenti sociali territoriali. Rinnovando e reinventando la tradizione dell’educazione popolare secondo il modello di Paulo Freire7, il movimento pedagogico delle scuole popolari interviene nei quartieri, in un contesto caratterizzato da una pesante precarietà lavorativa, praticando la rottura della fittizia separazione tra luogo dell’apprendimento e luogo del lavoro a partire dal loro situarsi nelle fabbriche autogestite, luoghi di lavoro che vivono un processo di conflitto permanente. In questo modo le scuole popolari costruiscono una relazione immediata tra esperienza educativa e rivendicazione di diritti, prospettive di lavoro cooperativo e alternativa concreta al modello sociale ed economico dominante basato sulla

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competizione e sull’esclusione. Il processo educativo scolare è inteso come un percorso legato profondamente alle esigenze di liberazione ed emancipazione delle classi subalterne, organizzate a livello territoriale: è questa una delle ragioni della rapida diffusione di queste esperienze, che non si può quindi spiegare solamente in relazione al vuoto lasciato dalle riforme neoliberiste, rispetto al quale comunque i governi kirchneristi sono riusciti ad intervenire solo in parte. I bachilleratos populares si propongono di contrastare i processi di esclusione, di individualizzazione – o di decollettivizzazione – e di impoverimento che coinvolgono tuttora ampi settori popolari: essi costituiscono in molti casi l’unica possibilità per i giovani dei barrios o delle villas di inserirsi in un contesto educativo. Gli studenti, in buona parte giovani, spesso migranti – anche se non mancano adulti, sia operai che abitanti del quartiere che non hanno terminato gli studi – trovano così la possibilità di inserirsi in una dinamica collettiva aperta ed accogliente: qui è possibile affermare la possibilità di una crescita educativa e umana anche per chi è stato espulso dal sistema educativo e si trova marginalizzato dal mercato del lavoro. Attraverso il riconoscimento del valore del sapere subalterno, delle competenze e delle esperienze di vita di chi viene dai quartieri popolari o dalle villas, queste esperienze contribuiscono a ricostruire relazioni sociali di solidarietà nei barrios, a partire dal processo educativo inteso come opportunità di crescita collettiva e di empowerment delle organizzazioni popolari del territorio. Le scuole popolari sono immerse all’interno di reti sociali territoriali più ampie che coinvolgono fabbriche recuperate, organizzazioni territoriali e assemblee di quartiere e che, nel complesso, contribuiscono a costruire un progetto di città differente attraverso la creazione di spazi di confronto, crescita e socializzazione, vissuti in prima persona dagli esclusi della città neoliberi-

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Trad. N.d.a: “di lotta per una città differente, una città dei diritti come risposta agli effetti del neoliberismo” M. Ampudia, Movimientos sociale, saber y teritorialidad, in Revista Encuentro de saberes, Universidad de Buenos Aires, 2012, pag. 23. 9_ R. Elisalde, Procesos historico: antecedentes e influencias, in Ampudia M., Elisalde R. (compiladores), Movimientos sociales y educaciòn, Buenos Libros, Buenos Aires, 2008.

sta, in un processo di emancipazione collettiva. Un fatto di grande rilevanza e molto comune è che molte delle fabbriche recuperate dagli operai a partire dalla crisi del 2001 ospitarono poi le scuole popolari: in questo modo la fabbrica cessava di essere solo un luogo di produzione e cominciava a svolgere una funzione sociale. Le fabbriche diventarono spazi recuperati per tutto il quartiere e promossero al loro interno l’autogestione in diversi ambiti: progetti produttivi, mense popolari, produzione alimentare, centri per la salute pubblica, formazione professionale, centri di documentazione, ecc. Si è così anche riprodotto il tema dell’educazione popolare, molto forte in Argentina, che affonda le sue radici nelle organizzazioni sociali e nel fervore culturale degli anni ‘60 e ’70. Le scuole popolari rappresentano uno snodo centrale all’interno di quel processo che Marina Ampudia chiama “de lucha por una ciudad diferente, una ciudad de derechos como respuesta a los efectos del neoliberalismo”8 (Ampudia 2012), in quanto esperienze che contribuiscono, a partire dal contesto dei barrios in cui si trovano, a ridisegnare e risignificare spazi e relazioni interni alla metropoli. Da una parte infatti la scuola risponde alle necessità degli abitanti del quartiere, in termine di spazi ed opportunità educative, dall’altra si impegna a trasformare le dinamiche relazionali ed organizzative del quartiere stesso. Risulta qui decisivo sottolineare la dimensione anti-egemonica e radicalmente trasformatrice di queste esperienze, che non contestano solamente l’assenza di un sistema scolastico inclusivo, ma la stessa organizzazione del sistema educativo statale, basata sulla riproduzione del sapere ufficiale, sull’assenza o sull’emarginazione del sapere critico, e sulla trasmissione verticale del sapere – quella che Paulo Freire definisce “educazione bancaria” (Freire, 2002). Il movimento pedagogico in questione immagina invece il percorso educativo come possibilità di emancipazione, innovazione e trasformazione complessiva della società, in continuità con le lotte dei movimenti sociali e delle organizzazioni territoriali. Queste scuole si propongono di dare vita ad un processo di soggettivazione politica collettiva che nasce dalla sperimentazione radicale delle pratiche pedagogiche popolari: i saperi “della lotta e per la lotta”9 (Ampudia & Elisalde, 2008), il sapere popolare e subalterno e quello accademico convivono in un processo meticcio all’interno di queste scuole. La critica delle discipline, la centralità della dimensione politica dell’educazione e la connessione tra pratiche di lotta e cooperazione formano così parte integrante del processo di appropriazione e riconfigurazione dei saperi che viene sperimentato dall’educazione popolare. L’incontro tra esperienze di lotta territoriali e giovani impoveriti dei settori popolari contribuisce così alla ridefinizione dal basso delle relazioni sociali all’interno del nuovo assetto metropolitano post-fordista. Il movimento dei bachilleratos populares ha vissuto in questo decennio un processo espansivo significativo sia dal punto di vista della riproduzione delle esperienze territoriali che dal punto di vista dei riconoscimenti ufficiali. Se la prima scuola è sorta proprio dieci anni fa, nel 2003, presso la IMPA, una delle prime fabbriche recuperate argentine (occupata e trasformata in cooperativa fin dal 1998), attualmente le scuole popolari sono oltre ottan-

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ta10, situate in diverse aree della capitale e del cono urbano: espressioni di diverse realtà organizzate, si propongono di trasformare radicalmente il modello educativo costruendo quello che il movimento rivendica come “scuola pubblica popolare”. I bachilleratos populares de Jovenes y Adultos costituiscono oggi un movimento assai radicato nei quartieri ed in grado di animare vertenze e rivendicazioni tali da determinare tra il 2007 e il 2011 alcuni importanti risultati. La crescita del movimento e la capacità di costruire relazioni nei territori, l’appoggio di diverse organizzazioni e di semplici cittadini, il mobilitarsi in massa hanno portato ad una serie di conquiste decisive: le scuole popolari hanno infatti inizialmente ottenuto con le mobilitazioni il riconoscimento ufficiale dei titoli di studio; in un secondo momento, le borse di studio per gli studenti e infine nel 2011 il salario per i docenti. Tutto ciò a seguito di un processo di negoziazione continuo con le istituzioni, variabile e mai del tutto definito, determinato e rideterminato dai rapporti di forza tra lo Stato e le organizzazioni del campo popolare. Il riconoscimento ufficiale ha di certo trasformato lo status delle scuole popolari, potenziandole ed al tempo stesso determinando nuove misure di controllo statale rispetto alle forme di organizzazione, ai curriculum e alle pratiche educative. Esattamente attorno alla difesa dell’autonomia delle esperienze autogestite di educazione, attorno alla definizione dei contenuti e delle pratiche pedagogiche, irriducibili agli standard ufficiali, si definisce la sfida che oggi queste esperienze devono affrontare, ovvero individuare chi ha la decisione ultima su questi temi. Per questo, nel quotidiano, gli educatori popolari mettono in campo strategie di resistenza per preservare l’autonomia di queste esperienze educative, seppure ufficialmente riconosciute dallo Stato. Rispetto a ciò risulta utile segnalare come la dimensione costituente, ovvero la natura stessa di queste esperienze permanentemente in divenire, mai standardizzate, continui ad essere un principio e una pratica irrinunciabile. Emerge chiaramente come la continua tensione tra autonomia e istituzionalizzazione attraversi profondamente il movimento pedagogico. La costruzione di nuove istituzioni, popolari, autogestite e ufficialmente riconosciute, è un elemento centrale e comune all’interno del processo di formazione e crescita delle scuole popolari. Questa tensione alla costruzione di nuove istituzioni dal basso si definisce come la posta in palio di una scommessa situata in un campo di battaglia attorno alla definizione di “cosa e come si apprende e si insegna a scuola”, ma anche di quale ruolo debbano avere le organizzazioni territoriali, le esperienze di autogestione e i movimenti sociali nel definire priorità, modalità di funzionamento ed organizzazione delle istituzioni educative e, più in generale, delle istituzioni del welfare a livello territoriale. La specificità argentina si inscrive inoltre all’interno di una particolare relazione, di certo conflittuale, tra movimenti sociali ed una particolare forma di governance, quella del decennio kirchnerista, definita da Hunter come “governance post-neoliberale” (Hunter, 2011), che deve necessariamente Per una mappatura fare i conti con la fondamentale rottura politica rappresentata dal 2001 ar- 10_ completa delle scuole popogentino e dall’interruzione della continuità neoliberista. lari faccio riferimento al cen-

Giuliana Visco|Alioscia Castronovo > Rappresentazioni urbane > Trasformazioni metropolitane ed educazione popolare a Buenos Aires

simento del gruppo di lavoro “Cartografia Social”dell’Istituto Gino Germani della facoltà di Ciencias Sociales dell’Università di Buenos Aires, OSERA n.6, 2012.

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bibliografia Ampudia M. 2012, Movimientos sociale, saber y teritorialidad, in Revista Encuentro de saberes, Universidad de Buenos Aires. Elisalde R. 2008, Procesos historico: antecedentes e influencias, in Ampudia M. & Elisalde R. (compiladores), Movimientos sociales y educaciòn, Buenos Libros, Buenos Aires. Freire P. 2002, Pedagogia del oprimido, Siglo Ventieuno editores, Buenos Aires. Freire P. 2009, La educaciòn como practica de la libertad, Siglo Veintiuno Editores, Buenos Aires. Gentili P. 2011, Politicas, movimientos sociales y derecho a la educaciòn, Ediciones Clacso, Buenos Aires. Hunter P. 2011, El estado posnacional, Pie de los hechos, Buenos Aires. Puiggròs A. 1996, Educacion neoliberal y quiebre educativo, Revista Nueva sociedad n. 146, Buenos Aires, novembre-dicembre. Sassen S. 1997, Le città globali, UTET, Torino. Svampa M. 2005, La sociedad exuyente, Taurus, Buenos Aires. Wallerstein I. 1998, Dopo il liberalismo, Jaca book, Milano, (in originale Afterliberalism, 1995).

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Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

Urban temporalities. Politics of control and migrant networks In the last six years Greece is facing a harsh economic crisis. Neoliberal austerity measures imposed by Troika exerted their pressure even on the urban spaces with purposes of securitization. This process affects the political discourse that kept a racist character. Homeless, drug-addicted, prostitutes, political protesters, migrants: all the social marginalization has been stigmatized as “social enemies” and the latter targeted as one of the most dangerous.Inside the process of securitization a specific actor took substance: the neo-nazist party of Golden Dawn. In the last years, the Greek authorities showed an increasing tolerance for this criminal organization and this permivissiviness allows them to control a district of Athens: Aghios Panteleimonas. This urban area is characterized by a strong concentration of migrants, important social inequalities and a deep process of impoverishment of the historic inhabitants. In this context, Golden Dawn managed to ride the social discontent, stressing the racist positions.Aghios Panteleimonas is an example of how the sudden collapse of the living conditions of a big part of the population and the simultaneous securitization of the political discourse and of the urban spaces can produce anti-democratic actors and racist violence. In this sense, Greece can be considered a laboratory not just for the austerity measures, but also for the production of racist discourses and practices: a really dangerous dynamics, above all in an impoverished and disintegrated social context.

I movimenti migratori sono divenuti indiscussi protagonisti del panorama europeo e mediterraneo per la loro capacità autonoma di scardinare alla radice l’ordinamento spaziale classicamente inteso, ormai disegnato da nuovi contorni: “la dimensione spaziale della sua [Europa] autorità politica non coincide con i perimetri degli stati membri o con la somma dei suoi territori [T.d.A.]” (Karakayali & Rigo 2010, p. 132). L’interazione e la connessione tra luoghi spazialmente lontani conferisce maggiore intensità alla migrazione come esperienza che muta le appartenenze culturali e sociali fuori dalla dinamica di appartenenza territoriale allo Stato-nazione

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@ Claudia Bernardi |

# Migrazione | # Controllo | # Temporalità | # Migration | # Control | # Temporality |


Fig.1_ Teddy Cruz, “Enclave”, e ai suoi confini lineari: essa dà vita a “stati-nazione deterritorializzati” in 2000. Fonte: http://visarts.ucsd. seguito alla rapida diffusione di comunità transnazionali e dell’intensificarsi edu/faculty/teddy-cruz dei processi di globalizzazione. Il migrante, secondo questo punto di vista, diviene un transmigrante, soggetto mobile, attore di reti di comunicazione e relazioni che eccedono lo spazio nazionale creando nuove appartenenze (Glick-Schiller, Basch & Blanc-Szanton 1994; Glick-Schiller & Faist 2010). Anzi, alcune analisi si spingono molto oltre, in particolare quegli studi sulle diaspore secondo cui “i migranti contemporanei con la loro organizzazione transnazionale dell’esistenza mettono in atto nuove cartografie dello spazio sociale” (Salih 2005, p. 153). In breve, la migrazione abita questo spazio in-between, è un “agente di denazionalizzazione” che rende possibile la transnazionalizzazione degli attori storici nella scena contemporanea (Sadowski-Smith 2002, p. 77; Carmagnani 2005). Muovendosi da questo scardinamento delle rigidità spaziali, attraverso un turbolento movimento autonomo, le migrazioni diventano veicolo di trasformazioni imponenti che sono oggetto di una consolidata violenza da parte delle istituzioni, governative e non, che assumono il confine come strumento privilegiato per arginare i flussi nello spazio euro-mediterraneo (Papastergiadis 2000). Lungi dall’essere di fronte a un rapporto dicotomico tra un interno e un esterno, tra due omogeneità che poggiano sull’organizzazione moderna dello spazio, assistiamo a una vera e propria moltiplicazione dei confini dentro lo stesso territorio nazionale e alla sua esternalizzazione attraverso politiche sovranazionali (Gonzáles Casanova 2003; Hutnyk 2012). Al contempo, il confine è espressione della sovranità come esercizio di differenziazione che penetra anche all’interno dei suoi limiti: osservando le divisioni che s’insinuano nei luoghi in cui viviamo possiamo assistere

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alla loro continua mutabilità anche internamente alle nostre metropoli. La funzione del confine non è più esclusivamente quella di essere una barriera necessaria a delimitare la sovranità e garantire la sicurezza interna, ma si trasforma in un dispositivo di gerarchizzazione e segmentazione che agisce nei territori: non soltanto una divisione militarizzata o fortificata tra due Stati, ma uno strumento eterogeneo e polisemico che distingue, regola e organizza gli scambi culturali, la mobilità sociale, i flussi di capitale e lavoro (Balibar 2002; Mezzadra & Neilson 2013). In questo contesto, i migranti sono i soggetti maggiormente esposti agli effetti della funzione eterogenea del confine per la loro attitudine a vivere spazi transnazionali, muoversi in modo autonomo e veicolare culture ibride. Lo scopo del confine, quindi, non è solo quello di bloccare la circolazione dei migranti, ma di filtrare il loro ingresso, indirizzarne gli spostamenti, inserirli in una posizione rigida nella gerarchia sociale, selezionare i tratti culturali integrabili o stigmatizzare quelli indesiderati. La modulazione dei flussi migratori e la gestione della mobilità delle persone è ormai divenuta una prospettiva di analisi consolidata per comprendere lo spazio della circolazione europeo (Bacon 2008; Karakayali & Rigo, 2010). Assumendo questo punto di vista, la proliferazione di centri di detenzione ai margini e nell’immediato esterno dell’Unione Europea, così come la costruzione di muri difensivi, il sempre maggior finanziamento ai corpi militari di controllo dei confini e l’introduzione di leggi securitarie costituiscono la cifra di questo governo della mobilità1. Lungi dall’interessare solo i margini lontani dei territori, tali politiche costringono la vita quotidiana dei migranti all’interno delle stesse città. Il tentativo di introdurre in Italia misure affini, attraverso l’ormai noto “Pacchetto Sicurezza”, esprime la chiara volontà di normare la presenza dei migranti nel territorio italiano, muovendo 1_ La costruzione di un muro da una palese criminalizzazione e dall’etichetta (labeling) dell’illegalità2. difensivo al confine tra GreL’individuazione di un soggetto che “appare” migrante e l’imposizione cia e Turchia, l’aumento dei di controlli e verifiche dei documenti comportano quello che nel mondo finanziamenti e degli equipaggiamenti a Frontex per angloamericano è noto da tempo come racial profiling. In questo senso, i sorvegliare i confini dell’Uniomigranti diventano oggetto di un doppio processo: da un lato, il governo della ne Europea, la dislocazione mobilità e l’imposizione di barriere interne ed esterne ai confini nazionali per di centri detentivi in Libia fidallo stesso Governo filtrare i flussi in arrivo; dall’altro lato, la discriminazione e la rappresentazione nanziati italiano e l’introduzione del sidei loro stessi corpi come intrusi e illegali. Le politiche europee hanno così stema di sorveglianza EuroSur introdotto misure che operano nella quotidianità: il recente caso delle sono l’esito di tali politiche nel proteste in Francia contro la deportazione di una studentessa é fortemente contesto euro-mediterraneo. indicativo di come i confini diventino un metodo di selezione ed espulsione 2_ Per una descrizione schematica delle proposte di legper ridefinire continuamente l’accesso alla cittadinanza3. L’illegalità o la ge denominate “Pacchetto clandestinità sono lo stigma impresso sui migranti che vengono così percepiti sicurezza” v. Stranieri in Italia 2009; per un’analisi delle come corpi estranei e mai interni alle società in cui vivono: effettive leggi approvate v. Grigion 2009.

Essa impone a tutti di mantenere l’illusione collettiva di una condizione 3_ Per maggiori informazioni che non é né provvisoria, né permanente o, il che é lo stesso, di una sull’«affaire Léonarda» si può condizione che é ammessa a volte come provvisoria (in linea di principio), consultare il sito del quotidiasolo a patto che questo “provvisorio” possa durare indefinitamente, e a no francese Libération (www. che ha dedicato volte come definitiva (nei fatti), solo a condizione che questo “definitivo” liberation.fr) numerosi articoli, interviste non venga mai enunciato come tale (Sayad 2006, p. 24). e uno speciale alla questione Claudia Bernardi > Rappresentazioni urbane > Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

dell’espulsione dei migranti e alle mobilitazioni in sostegno della studentessa.

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Fig.2_ Bernardi, poster “Puen-

te movement”, Phoenix - Arizona, 2011.

4_

Con “razializzazione” intendo quel processo di produzione discorsiva per cui fenomeni sociali o istanze particolari vengono compresi o definiti attraverso la razza, le caratteristiche somatiche e culturali attribuite a un gruppo sociale, facendone i responsabili dei problemi sociali o politici (Murji & Solomos 2005). Tale punto di vista riprende le analisi di Frantz Fanon e più in generale degli studi postcoloniali e culturali sul corpo razializzato in quei territori che sono stati oggetto della colonizzazione europea. 5_ Anche dal punto di vista statistico, i dati sulle deportazioni negli USA sono incredibilmente superiori a quelli europei. Se confrontiamo le deportazioni nel 2012 vediamo che negli USA superano le 400mila unità, mentre la somma di quelle effettuate tra Italia, Regno Unito, Francia e Germania sono circa 100mila (ISTAT 2012; Medici per i diritti umani 2012; ICE 2012; Home Office Government UK 2012; Migration Observatory 2011; Breuer 2012; Tassel 2013).

La condizione di assenza dei documenti, molte volte anche nei casi di asilo politico o dei rifugiati, si tramuta rapidamente nella posizione di aver violato la legge. Non sono soltanto le norme giuridiche a definire questo passaggio affatto automatico, ma il linguaggio mediatico, le informazioni distorte e la continua alimentazione di narrazioni che dipingono i migranti come illegali o clandestini. Implicitamente, il migrante è riconosciuto come quel soggetto che si deve nascondere perché delinque e proprio per questo deve essere osservato e vigilato ancor di più: la razializzazione del loro corpo diviene, quindi, lo strumento necessario per individuare gli autori del reato4. Questa specifica rappresentazione rende possibile mantenere il migrante in uno stato di provvisorietà e continua mancanza, cosicché la loro vita assume la temporalità dell’indefinito, del “non-ancora”. La sospensione della vita del migrante nelle città in cui vive diviene paradigmatica quando la minaccia della deportazione consolida questo stato di aleatorietà. Se il contesto europeo sta vivendo questo processo soltanto di recente, in altri luoghi é già possibile verificare gli esiti di politiche affini che i governi occidentali stanno progressivamente introducendo. Il caso statunitense ha, purtroppo, una storia consolidata e può essere assunto come modello per comprendere la violenza di queste misure, la loro funzionalità e la nuova immagine che impone allo spazio urbano5. Infatti, da più di un secolo gli U.S.A. sperimentano un articolato governo delle migrazioni che non è rivolto soltanto al contenimento dei flussi in ingresso lungo il confine con il Messico, ma è applicato direttamente nel territorio nazionale attraverso un vero e proprio regime della mobilità e processi di violenta razializzazione che stabiliscono la desiderabilità o meno dei soggetti (Ngai 2004). Indagare gli esiti di tali politiche di controllo può essere utile per comprendere quale direzione stanno materialmente assumendo anche

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i governi europei e mediterranei nell’approvazione di leggi e misure che guardano all’esempio statunitense come un riferimento positivo. Un recente studio etnografico negli Stati Uniti evidenzia la tensione soggettiva dei migranti in questa mutata scena in cui la militarizzazione e la minaccia continua alla deportazione, insieme alla divulgazione di un’immagine che fa del migrante un pericolo, trasformano i legami sociali e la vita quotidiana dei singoli: “La deportabilità é una presenza potente nella loro vita quotidiana [T.d.A.]” (Talavera, Núñez-Mchiri & Heyman 2010, p. 166). I sentimenti prevalenti che gli intervistati riportano sono la paura, l’invisibilità, lo stigma impresso su di loro, la perdita, la depressione, l’ansia, la necessità di nascondersi, l’afflizione, l’isolamento, l’alienazione, la disperazione e la solitudine. La deportazione emerge, in primo luogo, come forma di chiusura, blocco e impedimento. Un processo d’intrappolamento imposto dalle forze dell’ordine attraverso le retate e i controlli stradali che inducono una costante paura di uscire dalle loro abitazioni. Si muovono “come ratti nelle strade”, temendo di aggirarsi in posti che non conoscono a fondo per la paura di perdersi e rimanere “intrappolati” (Talavera, NúñezMchiri & Heyman 2010, p. 175). Attraverso queste strategie, dirette o indirette, il movimento delle persone é duramente costretto: “Portando tale stigma, spesso sentono di essere incapaci di muoversi liberamente in uno spazio pubblico aperto come i parchi e le strade affollate [T.d.A.]” (Talavera, Núñez- Mchiri & Heyman 2010, p. 171). Inoltre, questo persistente timore innesca processi d’imprigionamento, autoreclusione e diffidenza continua: ogni vicino di casa costituisce un possibile pericolo, ogni persona potrebbe dubitare della sua “legalità”6. Le reti sociali e familiari sono così messe in crisi, interrotte o lacerate, non solo nei quartieri ma anche tra i migranti e le famiglie che ancora vivono nel paese di provenienza, cosicché la paura della deportazione impone l’abbandono dei consueti viaggi di visita alle famiglie (Talavera, Núñez-Mchiri & Heyman 2010, p. 173). Inoltre, la vita quotidiana é inficiata dal terrore di cadere in povertà: la deportazione é legata a doppio filo alla paura di perdere l’unica fonte di reddito, o può persino causare l’abbandono del lavoro per l’impossibilità di potersi muovere liberamente nella città. Gli effetti psicologici di questo dispositivo della deportazione rendono immobile il singolo, gli impediscono, in breve, di poter vivere una vita “normale”. In questo contesto, emerge il ruolo centrale della temporalità, un orizzonte di conflitto che persiste e insiste sulle divisioni che segmentano la società, dove alcune sue componenti sono private dell’autonomia di disporre del proprio tempo e decidere delle sue accelerazioni o rallentamenti. La deportazione diviene la vertigine su cui vivono due tempi opposti e centrifughi: quello della velocità dell’espulsione o l’insostenibile immobilità. É ora evidente come l’internamento non sia più gestito esclusivamente dallo Stato con il supporto legislativo e finanziario delle istituzioni sovranazionali, ma divenga una pratica indotta di esclusione interna al territorio sovrano e agita dagli stessi “non-cittadini”. Attraverso dispositivi di rappresentazione negativa, controllo diffuso, criminalizzazione razziale e la costante minaccia 6_ Per approfondire il tema come status della deportazione, il migrante può pervenire a uno stato di autoreclusione nel dell’illegalità giuridico, la sua distinzione privato e alla totale invisibilità sociale. In questo modo, l’esternalizzazione dei con l’assenza di documenti o Claudia Bernardi > Rappresentazioni urbane > Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

le condizioni di deportabilità nel contesto statunitense v. De Genova 2002.

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campi di detenzione o il loro collocamento ai margini delle metropoli è solo una tra le diverse pratiche di reclusione all’interno di un più ampio arcipelago d’istituzioni finalizzate a rallentare il processo migratorio, disciplinare la loro presenza nelle città e accelerare la loro espulsione. Potremmo dire che la stessa minaccia della deportazione induce a un’inclusione escludente dei migranti. Al contempo, i migranti, in quanto soggetti attivi e non solo passivi degli strumenti coercitivi o delle imposizioni culturali, sono in grado di mantenere legami affettivi e politici nonostante i numerosi casi di isolamento. Nell’esempio statunitense sopra citato, le donne sono autrici di una tessitura di reti di sostegno informale capace di tutelarle nei propri quartieri e costruire continuamente una geografia di mutualismo all’interno delle maglie della sicurezza. In alcuni casi, anche i sindacati svolgono una funzione resistenziale, assumendo l’opposizione alle deportazioni come loro priorità politica nell’organizzare e difendere i lavoratori (Bacon 2005). In breve, le forme di resistenza agite sono diffuse e diversificate, sia rispetto alla rappresentazione dei migranti, sia alla creazione di reti politiche che respingono le forme di autoesclusione e deportazione massiccia. La definizione dell’autorità politica oltre i confini statali o sovranazionali, evidenzia come lo spazio urbano e transnazionale sia geograficamente frattalizzato in confini interni ed esternalizzati, pratiche di esclusione che segmentano, in modo più o meno visibile, il nostro paesaggio quotidiano. La rappresentazione dei migranti in quanto clandestini o illegali è un’ulteriore funzione, altrettanto forte, di questo confine eterogeneo che si moltiplica spazialmente e s’impone sui corpi migranti tramite una continua stigmatizzazione e discriminazione che li divide tra coloro desiderabili e non, tra estranei e cittadini, tra residenti e deportabili. Laddove la metropoli è stata oggetto di largo interesse per le accelerazioni che comporta sulla vita dei singoli, emerge ora quanto la temporalità possa essere un violento strumento di confinamento, rallentamento e autoreclusione nello spazio urbano.

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Rappresentare i tessuti

di Maria Chiara Virgili 110

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Who’s maps? Interrogating authorship in collective map-making

@ Maria Luisa Giordano |

# Collective cartography | # Urban representations | # Local knowledge |

In the framework of my PhD research, this paper describes some considerations I developed before and during my fieldwork, as I faced several challenges related to the legitimacy of my role as a cartographer trying to integrate local knowledge and inhabitants’ representation in academic research. In this paper I discuss the researcher’s role and potential influence in the construction of cartographic knowledge in fieldwork and institutional project, as well as in academic teamworks, provoking deeper considerations. When local knowledge is integrated in mapping, studies often talk about participatory and collective mapping, or participatory GIS. The negotiation among the different kinds of knowledges and representations, nonetheless, engender power relationships in the map-making. Moreover, I draw a parallel between collaborative and participatory mapping and academic teamworks, as all these processes share the goal of integrating different kind of knowledges. In this perspective, this paper analyses the question of the authorship of maps, as a pretext to interrogate the roles of actors involved in collective map-making processes. I argue that only a deep analysis of the context and of the research design can help to identify these power relationships.

Introduction

Every collective map-making process is a constant negotiation among different kinds of knowledge; cartographic knowledge nonetheless is dominant as it gives to the results their final expression (the map). The power relationships between producers and users of maps have been deeply analysed (Kitchin et al. 2011; Crampton 2011; Harley 2008; Parker 2006), but a deeper attention could be paid to dynamics in cartographic teams, in order to apprehend how they influence the process of map-making. This paper describes some considerations developed before and during

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the fieldwork conducted in the framework of my PhD research on the use and appropriation of the notion of neighbourhood. In particular, I consider the role and potential influence of the cartographer in research featuring local knowledge and representations. Deeper ethical considerations have arisen, when facing the problem of the legitimacy of the cartographer’s work and of determining the best way and moment to integrate into mapmaking the knowledge of the interviewed actors. This paper will develop some reflections about the authorship of the map, as a pretext to analyse the map-making process and the role of the cartographer in collective teams in academic and field research, as well as in collaborative grassroots or governmental projects. In interrogating authorship, the concern here is not with intellectual property; rather, the aim is to identify roles, contributions and responsibilities in this process. I will try to identify some key-questions about the dynamics of mapmaking, particularly when just one actor has a cartographic knowledge, even though collective map-making can take place in quite distinct contexts, some dynamics can be compared. The comparison between collective map-making in fieldworks or participatory processes and in academic teamworks illustrates some common dynamics which are more easily identifiable in the second context. The parallel shows how complex the dynamics among actors in a collective mapping activity can be.

Fieldworks?

Generally speaking, despite the great variety of collective and collaborative map-making processes, two common elements can be identified: the idea of integrating local non-professional knowledge and the goal of producing maps. The first refers to Turnbull (2000, p.132) statement, “if the full power of the knowledge is to be recognised it is not enough for it to be valued in its own right, it must also to be understood in a comparative context”. In other words, all the knowledges playing a role in the process have to be involved in a same-level exchange. Moreover, according to Turnbull (ibid., p. 20), “a necessary condition for fully equitable comparison is that Western contemporary technosciences, rather than being taken as definitional of knowledge, rationality or objectivity, should be treated as varieties of such knowledge systems”. If every actor contributes to the process with a specific knowledge, this is true also for the cartographer(s). Moreover, there is often not only a variety of actors, but also a variety of geographical and cartographic knowledge. When different kinds of knowledge contribute to the same product, (the map), power relationships should be taken into account (Parker 2006). In relation to mapping practice, many studies have paid attention to the different cartographic tools which can be involved. Many reflections have come from critical cartography, as well as from research on participatory mapping, because different kinds of cartography emerge from different

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ontologies and epistemologies (McKenna et al. 2008). Crapton & Krygier (2006, p.18) state that “critiques of Euclidean space which point to its ideosyncracies, localness or its contingent nature show that not all knowledge can be “scientized”. Debarbieux & Lardon (2003, p.22) argue also that avoiding the obligation of topographical precision makes mobilising this competence easier, because, as Soini (2001, p.235) also states, drawing can “represent a natural way of communicating spatial issues and values related to them”. Moreover, according to Sieber (2006), one of the key issues is when, in such a collaborative endeavour, maps begin to be used or produced. These elements point to a key-question: who concretely draws the map? Who is considered a cartographer? Parker (2006, p.475) argues that “[...] little is known about how organizational and individual perceptions and decisions structure the inclusive (or exclusive) nature of community-mapping projects”. Moreover, Sieber (ibid, p.499) highlights that the integration of technology can create problems with non-professionals: “The corollary is how much GIS must be learned by individual stakeholders and what technologies can be supported by available resources”. In my opinion the technological divide, which can be partially surmounted through pencil sketching or training sessions, is only one of the problems of authorship in collective map-making. I think that the key-point concerns power relationships among actors with and without cartographic knowledge in the team because, as Parker (2006, p.475) states, “[...] intentional exclusion, limited resources, and lack of critical reflection can impede mapping projects from attaining input from diverse groups [...]”. Three key-questions, crossing the characteristics of projects, can help to illustrate the construction of these power relationships: 1) Bottom-up or top-down? In a grassroots project, the community leading the process usually is concerned that the project be collective. Parker (2006) argues that inclusion, transparency and empowerment are nearly universal goals of community-mapping projects. Institutional projects sometimes integrate collective or participatory processes, but the link with the institution makes the power relationship stronger. Sieber (ibid) highlights that Public Participation GIS can either empower or marginalize a group, depending on how the process is structured and organized. Moreover, she argues that “the eponymous incorporation of the word participatory is problematic because it necessitates a role for an intermediary”. (Sieber ibid, p.500). 2) Are there professional cartographers? In both grassroots and institutional projects professional cartographers can be involved to facilitate the access to technological tools or to contribute to the map-making; rather, sometimes, the members of the team are already able or learn to use the cartographic tool(s). Craig and Elwood (1998) argue that, in a communitymapping project, there is a power relationship between technically able actors and nontechnical ones. Sieber (ibid. p.500) states also that “academics and practitioners may be placed in an external position of critiquing the participatory GIS models employed by less powerful agents, instead of being

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granted a position to intercede on their behalf.”. 3) What is the intersection of expertise, research interests and activism? The context and the final goal of the map-making process contribute to define power relationships. Moreover, in every of these processes not only the goal of the involved actors is important, but also the goal of the cartographers: comparing knowledge systems, contributing to communities empowerment, or gathering information for an institutional project entail different power relationships. Sieber (2006, p.502) highlights that the goal can influence the process: “An academic, for example, may be driven as much by the stated goals of a project as by his or her hopes for a job retention, tenure, and promotion […]. A CBO1 may simply want a researcher to produce a series of paper maps that show neighbourhood conditions, which may conflict with the researcher’s goal to build the GIS capacity of that CBO”.

Or teamworks?

Cartographers usually work with other with other researchers in groups with different organizational structure in which they have different roles. In particular, when the team is multidisciplinary, the cartographer can be integrated in different phases of the research. Referring to my personal experience, for instance, in 2009, as a student, I made a map with a classmate that was later published in the atlas of Le Monde diplomatique (Halimi 2009). We did the research, we conceived the representation, but the graphic designers of Le Monde diplomatique changed the layout to fit the Atlas’ one. Is it still the same map? In 2012 I made a map for a colleague’s book about the history of Ethiopia (Sohier 2012). I tried to respond to her needs, but the map-making is mine. We both signed the map, because I did not want to sign it alone, as it was not my research topic. These examples show on the one hand that different organizational structures in the team create different different balances in matching cartographic knowledge and practice with other researchers’ knowledge. Therefore, who is the author of those maps? Despite the efforts, is the cartographer’s influence identifiable in the final representation? In academic teamworks usually there is a same-level exchange among researchers who share comparable goals, and the main problem deals just with publication strategies and with the fact that a map is rarely evaluated as a scientific product on the same level of a paper; but these experiences contributed to my reflection on the role of cartographers in the construction of geographical knowledge. These examples show the importance of the role of the cartographer in the construction of geographical knowledge. I think that these considerations not only apply to academic research group, but even more to some fieldwork dynamics in research featuring local knowledge.

Discussion

The role of the cartographer in an academic teamwork and in collective or participatory map-making is comparable because in both these cases the 1_

Community Based Organization.

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aim is joining different kinds of knowledge together. In academic research the problem of authorship arises. In field research or participatory processes the role of the expert needs to be analysed. The same reasoning behind the idea that a map cannot be evaluated as a paper in a publications list in my opinion engender a general underestimation of the role of the cartographer in collective map-making. Nevertheless, out of the academic teamworks the balance among actors could be different and the cartographer can have different roles, according with the organizational structures of the team and with the goals of the process. Thinking the collective map-making in terms of teamwork is a way to identify the roles. More precisely about authorship, as Parker (2006, p.476) states, “community authorship can help make the map more credible or accountable to local community members as the knowledge is derived from those familiar with and presumably knowledgeable about a place”. Nevertheless, a deeper analysis should be conducted about the dynamics of power relationship in the different kind of mapping processes, as “[...] maps are active; they actively construct knowledge […].” (Crampton & Krygier 2006, p.15). Therefore, power relationships in map-making processes depend on the organizational structures of actors and on several elements which define the context. On the one hand, for instance, some elements, such as the idea of samelevel exchange among the actors involved, are more easily identifiable in the academic context. On the other hand, the definition of “collective” or “participatory” mapping should be analysed in each step of the construction of the cartographic knowledge. Sieber (ibid. p.500) argues, for instance, that “a bottom-up process may be preferred; the word participatory prescribes an element of top-down intercession”. The role of the researcher (and in particular of the cartographer) in different contexts changes, according with the research design, and it engenders dynamics comparable to those which critical geographers identified in the relationship between map producers and users.

Maria Luisa Giordano > Rappresentazioni urbane > Who’s maps? Interrogating authorship in collective map-making

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references Craig W.J. & Elwood S.A. 1998. “How and Why Community Groups Use Maps and Geographic Information”, Cartography and Geographic Information Systems, vol. 25, no 2, p.95‑104. Crampton J.W. 2011, Mapping: A Critical Introduction to Cartography and GIS, John Wiley & Sons. Crampton J.W. & Krygier J. 2006, “An introduction to Critical Cartography”, ACME: An International E-Journal for Critical Geographies, vol. 4, no 1, p.11‑33. Debarbieux B. & Lardon S. 2003, Les figures du projet territorial, La Tour d’Aigues, Ed. de l’Aube/Datar. Halimi S. (ed.) 2009, L’atlas un monde à l’envers, Le Monde diplomatique. Harley J.B. 2008, “Maps, knowledge, and power”, in G. Henderson & M. Waterstone (eds), Geographic Thought: A Praxis Perspective, Routledge. Kitchin R., Dodge M. & Perkins C. 2011, “Introductory Essay: Power and Politics of Mapping”, in M. Dodge, R. Kitchin & C. Perkins (eds), The Map Reader, John Wiley & Sons, Ltd, p. 387–394. McKenna J. et al. 2008, “Accurate Mental Maps as an Aspect of Local Ecological Knowledge (LEK): A Case Study from Lough Neagh, Northern Ireland”, Ecology and Society, vol. 13, no 1, p.13. Parker B. 2006, “Constructing Community Through Maps? Power and Praxis in Community Mapping”, The Professional Geographer, vol. 58, no 4, p.470‑484. Sieber R. 2006, “Public Participation Geographic Information Systems: A Literature Review and Framework”, Annals of the Association of American Geographers, vol. 96, no 3, p.491‑507. Sohier E. 2012, Le roi des rois et la photographie: Politique de l’image et pouvoir royal en Ethiopie sous le règne de Ménélik II, Publications de la Sorbonne. Soini K. 2001, “Exploring human dimensions of multifunctional landscapes through mapping and map-making”, Landscape and Urban Planning, vol. 57, no 3–4, p.225‑239. Turnbull D. 2000, Masons, Tricksters, and Cartographers: Comparative Studies in the Sociology of Scientific and Indeigenous Knowledge, Harwood Academic Publishers.

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UrbanisticaTreiQuaderni#03


Contributi visuali Videos

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@ Irene Dorigotti |

# Visual | # Anthropology | # Post-genocide |

Kigali or building a symptomatic city. Youngâ&#x20AC;&#x2122;s Imaginary and Crea(c)tivity in Rwanda after 1994

The video is based on an ethnographic research in Kigali, the capital of Rwanda, which had been carried between July and November 2012. It puts forward a research that investigates the relationship between audiovisual production and artistic imagination among a group of youth. Youthâ&#x20AC;&#x2122;s dreams and the future images that underline audiovisual production are analyzed using collaborative videomaking. To discuss the process of State reconstruction taking place in post-genocide Rwanda, the fieldwork investigates how the relationships among Art, Urban Architecture and Ethnography are set on the Rwandan terrain and how these relationships have a role in the new elaboration of the past and the projection towards the future. Though the genocide was over in 1994, uncalled violence and social dis-

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UrbanisticaTreiQuaderni#03


order are still running in the country, even after the stated end of the war between the two fighting ethnic groups. Trying to forget this past, Rwanda is looking ahead to a future with the young generation. The society believes in the role of the Young as active culture makers and consumers, able to re-shape the leading ideals and practices and as the primary source of internal transformation of a given culture and society to re-build the New Rwanda. The establishment is focusing, on one hand, on the idea of a society as an ever-changing system, while, on the other hand, is considering the society as an agency of social actors. “Vision 2020” is a Government development programme in Rwanda, launched in 2000 by the Rwandan President Paul Kagame, and its main target is transforming the country into a knowledge-based and middle-income society, thereby reducing poverty, health problems and making the nation united and democratic. “Vision 2020” is at the same time a remote control, which is made actual through a massive propaganda which spends all the energy on the Youth selling and building a new way for their future. Linked to this, the Kigali Conceptual Master Plan will help to create a new city that is a symbol of the Rwandan culture that serves as an example for modern Africa. This Plan becomes a real experience of traumascape. It aspires to celebrate the best parts of the Rwandan history and culture while laying the groundwork for a dazzling future. A traumatic event, experienced by an individual, is so overwhelming that it cannot be assimilated into a linear time. The Past intrudes on the Present. The Past is never done with, and its meaning never finalized or fixed so now we have only a future. Rwanda 2020 is clearly a great example of an African country taking the initiative to develop and transform itself into a non-place, a “space which cannot be defined as relational, or historical, or concerned with identity”. Kigali City is one of the fastest growing cities in Africa and has the fastest rate of urbanization growning from a population of 6,000 people in 1962 to nearly 1 million currently. Once the observer has arrived to the end of the central video sequence, the “narrative out-of-frame” embodied in these faces obliges him to look back searching for a story. Sharing the view of this landscape with the visual artists gives us the opportunity to imagine and to portray the perception of the new city. Luckily not all Rwandans are lined up with the urban future and with the rebuilding as one young Artist states: ”I don’t get it, why do Africans always want to copy Europeans and everyone else? What’s the point of having a culture when everyone is too busy copying the West?.” (from Richard’s interview of 20/9/2012 ) The disintegration of the traditional Rwanda is violent and cruel; it ends in a long chain of civil and ethnic conflicts. The discourse on the past meant to keep at bay and deactivate this traumatic memory watching across a new city: Kigali is becoming a sort of symptomatic city, colorless and suffering, as the passage of an illness.

https://www.youtube.com/watch?v=kgH-Mjy3GMI

Irene Dorigotti > Rappresentazioni urbane > Kigali or building a symptomatic city

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@ TooA | # Edificio-mondo | # Gentrification | # Narrazioni | # Global-building | # Gentrification | # Tales|

42 - storie di un edificio mondo

42 - tales from a global building

Una donna che cucina, un uomo che aspetta, un parrucchiere in uno sgabuzzino, una figurina scura su un tetto, un affollato evento mondano. E parallelamente un edificio che si svela, prende forma, si racconta. Non succede quasi niente in 42, piccoli ritratti di una quotidianità obliqua in cui la realtà e l’immaginario collettivo si mescolano fino a diventare inscindibili. 42 è il diario di un palazzo famoso alla cronaca ma sconosciuto nella sua intimità, nei suoi ritmi di ogni giorno, nel suo essere insieme casa e città, normalità ed eccezione, catalizzatore di sogni e contemporaneamente generatore di incubi. La realtà e la leggenda si mescolano, la Storia e le storie: nei suoi corridoi e per le sue scale si possono incontrare Vallanzasca, una ragazza tunisina, dei terroristi, una famiglia indiana, una galleria d’arte contemporanea, un operaio degli anni ‘50, una casa editrice, uno spacciatore, un’artista internazionale...

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Sono storie di suoni sovrapposti e incrociati, di musica e di grida, di odori e lingue di paesi lontani, di strati di Milano molto diversi tra loro, che si incontrano ogni mattina ed ogni sera nello stesso cortile. 42 è un film in video e animazione nato dai racconti e dalle storie degli abitanti del palazzo in viale Bligny 42 a Milano. Dire «abito in viale Bligny 42» è come presentare un biglietto da visita particolare. Anche se non hai mai visto il luogo, qualcuno ti ha già raccontato una storia dell’ “Edificio Mondo”. ****** La ricerca parte dalle storie di un palazzo decadente, vistosamente schiacciato fra condomini signorili e molto vicino all’Università Bocconi. Prosegue con le ricerche e le interviste effettuate negli anni da Francesca Cogni e Donatello De Mattia (Abitare in un edificio mondo nel volume curato da Multiplicity.lab “Milano, cronache dell’abitare”, Bruno Mondadori, Milano, 2007), e da un periodo di vita trascorso al suo interno da Fabio Falzone, che ha cominciato un blog (edificiomondo42.wordpress.com), in seguito divenuto una piattaforma da cui riprendere un lavoro collettivo. Per la sua struttura ad alveare, l’edificio è un contenitore. Negli anni si è depositata un pezzo di storia dell’immigrazione e dell’emarginazione milanese, sempre in bilico tra reale e mito, tra Storia, personaggi “eccellenti” e Immaginari. Ha ospitato una cellula terroristica di Al Qaeda, un’amante di Vallanzasca, un nucleo delle Brigate Rosse e lo studio dell’artista Maurizio Cattelan. Ma il civico 42 è anche un luogo dove studenti, lavoratori, anziani e famiglie possono vivere a basso costo, e in condizioni spesso al limite. Nei suoi 213 piccoli appartamenti, divisi tra 2 stecche e 5 piani, vivono diverse realtà – spesso in modo eclatante – e differenti persone, di sicuro molte più di 213. Conosciuto soprattutto per gli articoli di cronaca nera, l’edificio ha ospitato e ancora oggi dà spazio a centri della cultura indipendente milanese, con la Galleria Emi Fontana – ormai solo gli uffici – e la casa editrice Shake, con la sua libreria. Recentemente, grazie alle molte iniziative a supporto di una narrazione “in positivo” dell’edificio e al caparbio e attivo comitato di residenti B42, si è creato un meccanismo di passaparola e rete informale che cerca di farne acquistare gli appartamenti - che vanno all’asta per morosità - a potenziali inquilini che abbiamo il desiderio e la volontà di “prendersene cura”. L’Edificio Mondo vive in un’altra dimensione, una città in miniatura che sembra anticipare e accelerare la città e le sue dinamiche. Questo film è stato realizzato grazie al premio Filmmaker in Prima Persona – Premio Vita 2009.

http://vimeo.com/8533818 42film.wordpress.com

video e animazione stop-motion, Italia/Francia, 2009, 18’ Soggetto: Francesca Cogni, Donatello De Mattia, Fabio Falzone Sceneggiatura: Fabio Falzone, Francesca Cogni Immagini reali: Donatello De Mattia Disegni e animazione: Francesca Cogni Montaggio: Francesca Cogni Suono: Francesca Cogni e Donatello De Mattia Musiche: ventiili, 2009 prod.Ginger / TooA e Film Flamme Sacre

TooA > Rappresentazioni urbane > 42 - storie di un edificio mondo

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@ Oginoknauss |

# Modernism | # Peripheries | # Rhythmanalysis |

ДОМ НОВОГО БЫТА - DOM NOVOGO BYTA

Re:centering periphery 2–Moscow

Re:centering Periphery (RCP) is a trans-disciplinary multi-platform research project directed by the ogino:knauss collective (www.oginoknauss.org) and Tesserae Urban Social Research (www.tesserae.eu). It investigates the modernist ideology and the every-day life practices inhabiting and transforming the peripheral and marginalized spaces produced by planning and design since the Twentieth Century. After producing two documentary films about Alamar, Cuba and Moscow, Russia, the project foresees to explore a range of further locations including Belgrade, Marseille, Casablanca, Mexico City, Detroit, Hong Kong, Shenzen. The project is the result of a steady research led by the collective during last years, refining a specific field of action at the crossroad of spatial production and image production and developing a specific innovative language to describe how the global urban landscape is transforming. The films merge a definitely artistic attitude with and analytic perspective drawing on the concept of

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rhythmanalisys as introduced by Henri Lefebvre. Photography, sound and montage are used to capture the rhythm and breath of urban spaces rather than their simple crystallized forms. In doing that, a strong reference is made to such a tradition of film making like Ruttman’s “Symphonie einer Großstadt” and Vertov’s “The Man with the Movie Camera” but also to the way to represent urban life by authors like Chris Marker, Jacques Tati, Godfrey Reggio, Matthew Barney. All RCP films, ongoing or completed, originate with urban derives.  Getting lost  into marginal, neglected spaces, is aimed at discovering unexpected dimensions to understand the otherness of contested territories and resisting communities. This may take the form of a workshop, a convivial experience to share approaches, interests and ideas over the urban environment. Another key aspect of our practice is the liveprocessing and performing of audio-visual materials captured during urban explorations as a way to identify their expressive potential and use it as a narrative matter. The documentary films are the final result of a long and differentiated cognitive process, with a consistent intermediate production of documental materials, interviews, urban derives and photographic surveys, of which only an essential core will ultimately find place in the films. A significant aspect of the project is constituted by the cross-media approach, providing the general public as well as specialists with the possibility to deepen the topics introduced by the films with a great amount of accessible and ordered extra contents. Re:centering Periphery Project, yet in progress since six years and with two awarded films previously produced, has already developed an international audience and activated diversified partnerships and collaborations. The latter, titled Dom Novogo Byta, is the diary of a journey into the imagined and built landscapes of Moscow, chasing the remnants of the extraordinary utopian season of the avant-guards in the 1920’s and confronting it with the contemporary reality of post-communist Russia. It takes the vantage point of the dilapidated Narkomfin building, hardly surviving today in a central plot of land appealing for real-estate speculators. Designed in 1927 by Moisei Ginzburg, this is one of the earlier projects to absorb Le Corbusierian modernist principles. The Narkomfin was a prototype for revolutionary communes to come, aimed at reforming the everyday life of Russian citizens together with their spatial environment. Its utopian aspirations were soon annihilated by the rise to power of Stalin. From the story of the Narkomfin, the film progressively traverse imagined landscapes advanced by propaganda, finally getting lost into the newly built massive urbanisation of the harsh periphery of Moscow. http://vimeo.com/58960386

(HD, col. 45 min.) Directed by: Manuela Conti and Lorenzo Tripodi Script: Lorenzo Tripodi Cinematography: Manuela Conti Sound Design and recording: Francesca Mizzoni Editing: Manuela Conti Soundtrack composed by: INFRASON Narrated by: Lorenzo Tripodi with Roman Sinicin Produced by: OGINOKNAUSS in collaboration with MOORROOM

Oginokanuss > Rappresentazioni urbane > ДОМ НОВОГО БЫТА - DOM NOVOGO BYTA

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Apparati Others

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@ Profilo autori / Authors bio

Claudia Bernardi

è dottore di ricerca in Studi Euro-Americani (Università di RomaTre) con una tesi sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti dal titolo “Espacio fronterizo: confini, migrazione e conflitti tra Arizona e Sonora”. Collabora con la rivista Alfabeta2 e fa parte del collettivo LUM (Libera Università Metropolitana) presso l’atelier autogestito ESC di Roma.

2007) e Spazio urbano e immigrazione in Italia. Esperienze di pianificazione in una prospettiva europea (Franco Angeli 2013).

Maria Elena Buslacchi

è dottoranda in Antropologia in co-tutela presso l’EHESS - Centre Norbert Elias di Marsiglia e l’Università degli Studi di Genova. I suoi temi di ricerca sono le relazioni tra la rappresentazione cognitiva dello spazio e le pratiche urbane; i suoi casi Paola Briata di studio gli spazi pubblici PhD, è Marie Curie Research Fellow alla Bart- in due Capitali Europee della Cultura, Genova e lett School of Planning, University College London Marsiglia. In particolare dove insegna Development sta lavorando sul modello Projects: Regeneration. Si mediterraneo di riconversione delle aree portuali in occupa di pianificazione chiave turistico-culturale. territoriale e politiche La sua ricerca combina urbane con particolare il metodo etnografico, attenzione ai contesti storico e geografico. È multietnici. Insegna co-fondatrice del LaboraUrban Policy al Politecnitorio Permanente di Studi co di Milano. Tra le sue Urbani “Incontri in Città” pubblicazioni: Sul filo della dell’Università di Genova. frontiera. Politiche urbane in un quartiere multietMonia Cappuccini nico di Londra (Angeli, Antropologa urbana e

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giornalista, appassionata di culture giovanili e conflitti metropolitani, è ora dottoranda di ricerca in Tecnica Urbanistica presso La Sapienza (Roma) in partnership con il National Center for Social Research (Atene) con una tesi su spazio urbano e movimenti sociali della crisi.

Alioscia Castronovo

è dottore in Antropologia Culturale ed attivista dei movimenti studenteschi e sociali. Si è laureato alla Sapienza di Roma con una tesi dal titolo “Educazione popolare tra Stato e autonomia – una etnografia a Buenos Aires”, frutto della ricerca sul campo svolta nel 2012 presso le scuole popolari situate nelle fabbriche recuperate Impa e Chilavert, nell’area della città autonoma di Buenos Aires.

Irene Dorigotti

nasce a Rovereto nel 1988. Si diploma al liceo delle scienze sociali, dove viene a contatto per la prima

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volta con l’antropologia. Decide di iscriversi al Corso di Laurea in Antropologia culturale ed Etnologia a Bologna; durante questa esperienza affronta un periodo di studi a Falun in Svezia, dove si forma come antropologa visuale. Una volta ottenuta la laurea, decide di proseguire il suo percorso di studi presso il Dipartimento di Culture, Politiche e Società dell’Università di Torino, svolgendo un periodo di ricerca in Rwanda e realizzando un documentario.

Maria Luisa Giordano

is PhD candidate and teaching assistant at the Department of geography and environment of the University of Geneva. During her studies in Italy she developed a great interest in urban geography and cartography, which culminated in her master thesis about the waterfront development in Palermo. She is currently working on a PhD thesis about the concept of neighbourhood in contemporary urbanism: she investigates the urban representations of Giacomo Ferro different local actors in Lauè dottorando in antrosanne and Palermo through pologia urbana presso official cartography and la Faculdade de Ciências Sociais e Humanas, Univer- mental mapping, studying in particular how sustainable sidade Nova de Lisboa. urbanism and participatory I suoi interessi di ricerca vertono tra la costruzione urbanism influence the e riproduzione di significati notion of neighbourhood. In Geneva she also teaches the identitari riferiti a spazi seminars of “urban geograurbani e l’attuazione di politiche urbanistiche atte phy and planning” and “field research methods” in the al cambiamento sociale e rappresentativo dei luoghi. framework of the Bachelor in Geography and Environmental Studies.

Apparati

Cristina Gorzanelli

graduated from Product Design at ISIA Faenza (Italy) in 2010, with a year studying in Valencia, Spain. She is currently a PhD candidate in ‘Design For The Territory’ at Università di Genova (Italy) and a visiting RA at the Helen Hamlyn Centre for Design. She is particularly curious about the relationship between people, new media and social behaviour in local communities, and she’s building up her research on this interest.

Ifigeneia Kokkali

Currently based at the University of Florence, School of Engineering, Ifigeneia Kokkali is also a Adjunct Professor at the Institut Français d’Urbanisme, Université Paris-Est. She has previously worked at the Aristotle University of Thessaloniki (Greece) and the European University Institute (Florence, Italy). Among other recent publications, a

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revised version of her PhD dissertation appeared with Editions Universitaires Européennes (2010) under the title Migrants albanais en Grèce. De la dissimulation identitaire à l’invisibilité territoriale (in French).

Lidia K.C. Manzo

è dottoranda in Sociologia presso l’Università di Trento. Si è laureata presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano affiancando un documentario audiovisivo alla ricerca etnografica compiuta nella Chinatown di Milano. Visiting Researcher in CUNY, negli ultimi due anni ha condotto ricerca in un quartiere di Brooklyn, analizzando esiti e pattern di un processo di gentrificazione durato 40 anni. Si interessa di trasformazioni urbane, pratiche dell’abitare e analisi della costruzione di confini socio-culturali, utilizzando riflessivamente osservazione etnografica e

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in movimento” www. atenecalling.org.

metodi visuali.

Dan Lockton

is a researcher at the Helen Hamlyn Centre for Design, Royal College of Art. He is interested in people’s understanding of systems, and design for behaviour change for social and environmental benefit. Dan’s PhD at Brunel University, ‘Design with Intent’ involved creating a toolkit for this emerging field. He has an MPhil in Technology Policy from Cambridge, and a BSc in Industrial Design Engineering from Brunel.

Giansandro Merli

Attivista e studioso di fenomeni migratori e movimenti sociali, ha pubblicato diversi articoli online e due saggi in volume: “Il dispositivo di clandestinità. Dinamiche di inclusione-esclusione nel mondo contemporaneo”; “Europa, movimenti e strategie comuni” (in traduzione greca). Partecipa al progetto collettivo di “informazione

Maria Michou

is an architect, born and raised in Athens, educated in England. Apart from her current employment in green construction technologies, she has taught a course on the cultural reading of Athens based on experiential learning via a combination of on-site walking tours and contemporary critical theory, and has designed a number of office and residential spaces. Candidate for a second MA in Architecture and Cultural Studies in the National Technical University of Athens, her research focuses on the spatiality of exile and the ways it may be exhibited as collective memory or oblivion.

OginoKnauss

is a collective signature adopted since 1995 by Manuela Conti, Michele Lancuba and Lorenzo Tripodi. The project started

UrbanisticaTreiQuaderni#03


as Mutant Cinema Laboratory in a self-managed social centre in Florence. The parallel education as architects of some members and the political action in defence of threatened cultural spaces contributed in creating a wide field of activity including the critique of the relationship between image and spatial production and the participative use of media. Oginoknauss realizes films, performances, installations, events, exhibitions, books, graphics and websites, and collaborates with activists, artists and academics. Since 2006 its operative base is in Berlin.

Alan Outten

graduated from Design Interactions at the RCA in 2007 having previously obtained a PhD in Biomedical and Neural Systems from Imperial College where he spent his time listening to the sounds of human muscles. Alan also holds a BSc in Cybernetics

Apparati

from Reading University and has worked at the Institute for Bioengineering (Brunel University), the Royal Hospital for Neuro-disablility, Channel 4 and McLaren as well as consulting for many other organisations including NASA, BBC and UKTI. His core interest is in how technology can bring a positive change to people’s lives and he is fascinated by the science and art of creativity.

Petra Potz

nata nel 1962, si è laureata in pianificazione territoriale presso l’Università di Dortmund. Nel 1997 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca presso il Dipartimento di Pianificazione Territoriale e Urbanistica (DPTU) dell’Università di Roma La Sapienza. Svolge la libera professione a Berlino nello studio location³ da lei stessa fondato (www. location3.de). Dal 2004 è coinvolta in progetti urbanistici europei e nazionali,

in particolare nell’ambito della governance e dello sviluppo urbano integrato.

Gail Ramster

graduated from the Royal College of Art (London) Industrial Design Engineering in 2007. Her first degree was Mechanical Engineering at the Imperial College (London), with a year styling in Lyon, France. She enjoys projects that focus on communities and urban design, and has worked in consumer electronics and wayfinding.

Aslıhan Şenel

is an architect, design studio tutor and lecturer at the Istanbul Technical University (ITU). After receiving her bachelor and masters degrees in ITU, she completed her PhD at the Bartlett School of Architecture, UCL in 2008, with a thesis titled ‘Unfixing Place: A Study of Istanbul through Topographical Practices’. She has organised internation-

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al student workshops and contributed in publications such as Politics of Making (2007) by Routledge, First Year Works (2009) by ITU, Besides Tourism(2012) by Edicions ETSAB, and Flexibility in Architectural Education(2013) by Cambridge University Press. Her recent research and practice involves architectural representation with a focus on urban complex systems, performance, collaboration, and participation.

progetto pilota a livello nazionale “Kirche findet Stadt” (La chiesa come attore nell’urbanistica). Tra il 2006 e il 2009 ha vissuto e lavorato a Roma, presso il Dipartimento di Studi Urbani di Roma Tre.

Simone Tulumello

è ricercatore post-doc presso l’Instituto de Ciências Sociais, Universidade de Lisboa. Le sue ricerche, con attenzione specifica ai territori del Sud Europa, spaziano tra teorie critiche urbane, planning theory, rapporti di potere in pianificazione, sicurezza urbana, spazialità urbane contemporanee.

relazione e intrusione creativa – rispettosa ed effimera – nel territorio, e le modalità che utilizza per lo sviluppo dei progetti sono fondate sull’attenzione per il sostenibile, la condivisione dei saperi, il low budget, l’artigianalità e le tecnologie semplici e democratiche. TooA produce laboratori, festival, pubblicazioni, video, incontri, mostre, giochi di società. www.tooa.it

Giuliana Visco

é dottore di ricerca in Sociologia dei processi nata nel 1978, si è laureaeconomici e del lavoro, ta in pianificazione urbama anche attivista dei nistica e regionale presso movimenti sociali da l’Università Tecnica di quasi venti anni. É su TooA Berlino. Lavora come libequesto duplice profilo, non è un’associazione culturale ra professionista a Berlino sempre compatibile, che fondata da Francesca Coe si occupa di studi urbani, prendono vita le ricerche gni e Donatello De Mattia grafica e web design. in Argentina e la monograche produce progetti di Dal 2009 collabora regofia “Ahora es cuando. Crisi ricerca su popolazioni, larmente con location di economica, soggettività e luoghi e culture usando Petra Potz assieme alla cooperazione produttiva. Il i linguaggi dell’arte, per quale ha svolto nel biennio caso argentino”, pubblicacreare scambi e connes2012/13 la ricerca su to da Aracne nel 2011. sioni tra realtà, persone Cittaslow e dove si occupa e saperi differenti. TooA dal 2011 delle attività di utilizza pratiche di ascolto, relazioni pubbliche del

Ariane Sept

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# Parole chiave / Keywords

Anthropology I. Dorigotti _p. 118 Kigali or building a symptomatic city

Arcades

M. Michou_p. 29 Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

Argentina | Argentina

G. Visco & A. Castronovo_p. 95 Trasformazioni metropolitane ed educazione popolare a Buenos Aires

Atene | Athens

G. Merli & M. Cappuccini_p. 37 Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

+

M. Michou_p. 29 Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

Capitali Europee della Cultura | European Capitals

Apparati

of Culture

M. E. Buslacchi_p. 49 La moltiplicazione degli Off. Rappresentazioni urbane in una Capitale Europea della Cultura

Cityrepresentations

I. Kokkali_p. 43 City representations and the selective visibility of the (ethnic) ‘Others’. A short note on the fervent ‘diversity’ in Europe

Città delle differenze | Cities of difference

P. Briata_p. 21 Acquired for development by... le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

Cittadinanza creativa | Creative Citizens

C.Gorzanelli, G.Ramster, A.Outten & D.Lockton_p. 75 Cittadini e nuovi media per un’intelligenza creativa

Crisi | Crisis

G. Merli & M. Cappuccini_p. 37 Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

Collective cartography

M. L. Giordano_p. 111 Who’s maps? Interrogating authorship in collective map-making

Contro-narrative | Counter-narratives P. Briata_p. 21 Acquired for development by... le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

Controllo | Control

C. Bernardi_p. 103 Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

Diversity

I. Kokkali_p. 43 City representations and the selective visibility of the (ethnic) ‘Others’. A short note on the fervent ‘diversity discourse’ in Europe

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Documentario Etnografico | Ethnographic Documentary

Fabbriche Marsiglia | recuperate | Marseille Occupied factories M. E. Buslacchi_p. 49

L. K.C. Manzo_p. 65 MILANO MONTECITY. La città sospesa

G. Visco & A. Castronovo_p. 95 Trasformazioni metropolitane ed educazione popolare a Buenos Aires

La moltiplicazione degli Off. Rappresentazioni urbane in una Capitale Europea della Cultura

East London | East London

Gentrification | Gentrification

Migrazione | Migration

TooA_p. 120 42 - storie di un edificio mondo

C. Bernardi_p. 103 Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

Homeless

Milano | Milan

P. Briata_p. 21 Acquired for development by... le giovani generazioni e la rigenerazione di East London

Edificio-mondo | Global-building TooA_p. 120 42 - storie di un edificio mondo

Educazione popolare | Popular education

G. Visco & A. Castronovo_p. 95 Trasformazioni metropolitane ed educazione popolare a Buenos Aires

Apparati

132

M. Michou_p. 29 Athens streetside arcades: silent gestures of minor occupation

Local knowledge

M. L. Giordano_p. 111 Who’s maps? Interrogating authorship in collective map-making

Mapping

A. Şenel_p. 85 Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul

L. K.C. Manzo_p. 65 MILANO MONTECITY. La città sospesa

Modernism

Oginoknauss_p. 122 ДОМ НОВОГО БЫТА - DOM NOVOGO BYTA

Narrazioni | Tales TooA_p. 120 42 - storie di un edificio mondo

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Off | Off

M. E. Buslacchi_p. 49 La moltiplicazione degli Off. Rappresentazioni urbane in una Capitale Europea della Cultura

Performance

A. Şenel_p. 85 Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul

Piccoli centri | Small centres

P. Potz & A. Sept_p. 57 Cittaslow-Germany: dove i piccoli centri urbani si rappresentano

Peripheries

Oginoknauss_p. 122 ДОМ НОВОГО БЫТА - DOM NOVOGO BYTA

Place

A. Şenel_p. 85 Mapping as Performance: An Alternative to Authoritative Representations of Istanbul

Apparati

Politiche/ pratiche urbane | Policies, urban practices

S. Tulumello & G. Ferro_p. 13 Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

Post-genocide

I. Dorigotti _p. 118 Kigali or building a symptomatic city

Processi collaborativi | Collaborative Process

C.Gorzanelli, G.Ramster, A.Outten & D.Lockton_p. 75 Cittadini e nuovi media per un’intelligenza creativa

Progettazione partecipata | Community-Led Design

C.Gorzanelli, G.Ramster, A.Outten & D.Lockton_p. 75 Cittadini e nuovi media per un’intelligenza creativa

Qualità urbana | Urban quality

P. Potz & A. Sept_p. 57 Cittaslow-Germany: dove i piccoli centri urbani si rappresentano

Rappresentazioni | Representations S. Tulumello & G. Ferro_p. 13 Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

Razzismo | Racism

G. Merli & M. Cappuccini_p. 37 Atene tra crisi economica, narrazioni urbane e discorso razzista

Rhythmanalysis

Oginoknauss_p. 122 ДОМ НОВОГО БЫТА - DOM NOVOGO BYTA

Rigenerazione urbana | Urban regeneration

S. Tulumello & G. Ferro_p. 13 Le volatili rappresentazioni di piazza Martim Moniz a Lisbona

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Riqualificazione urbana | Urban renewal

L. K.C. Manzo_p. 65 MILANO MONTECITY. La città sospesa

Sostenibilità | Sustainability

P. Potz & A. Sept_p. 57 Cittaslow-Germany: dove i piccoli centri urbani si rappresentano

Visibility of ‘Otherness’

I. Kokkali_p. 43 City representations and the selective visibility of the (ethnic) ‘Others’. A short note on the fervent ‘diversity’ in Europe

Visual

I. Dorigotti _p. 118 Kigali or building a symptomatic city

Temporalità | Temporality

C. Bernardi_p. 103 Temporalità urbane. Politiche del controllo e reti migranti

Urban representations

M. L. Giordano_p. 111 Who’s maps? Interrogating authorship in collective map-making

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UrbanisticaTreiQuaderni#03


Illustrazioni / Illustrations Le immagini raccolte in questo numero de iQuaderni sono state selezionate a partire dai contributi inviati in risposta alla pubblicazione di una Call for Cover indetta nel settembre 2013 da UrbanisticaTre ed ETICity, con l’intento di trovare un’immagine di copertina che riuscisse a costruire un rapporto visuale con il tema proposto dal numero.

Piezas

Il continuo sovrapporsi di immagini e argomenti, spazi e colori, regala ai tessuti urbani contemporanei una nuova visione spesso fatta di frammenti urbani. Le nuove politiche di gestione urbana, appesantite dalle procedure burocratiche, pur ragionando per parti, ritrovano spesso una nuova visione d’insieme del territorio. In questo senso, una rappresentazione urbana fatta di frammenti ritrova in questi una visione olistica del contesto.

di Andrea Falco

Architetto appassionato di composizione urbana e architettonica con esperienze nel settore. Esperienza tecnica in studi di architettura come progettista, redazione di progetti preliminari, definitivi ed esecutivi. Lavori di Visual & Graphic Design con riconoscimenti nazionali ed esperienza pluriennale.

Apparati

Mobilità urbana sostenibile scomposizione

La città dei nostri giorni vista in maniera insolita, forse infantile, con ironia e non-senso;per questo, resa ancora più immateriale. Paesaggi dei numeri e dei dati, paesaggi non progettati, non costruiti, eppure presenti, reali, densi di significati al punto di divenire interiormente e socialmente caratterizzanti. L’uomo dei nostri giorni si muove costantemente in questi paesaggi in maniera confusa, disorientata, ormai privo di prospettive e anche di futuro. E’ forse la società dell’omologazione, dei consumi e della finanza, che oggi domina - con il suo strapotere occulto - tutto l’insieme delle cose e delle nostre vite, a renderci così assenti? Non dovrebbe oggi l’urbanistica porre al centro di ogni ragionamento l’uomo e il suo disagio? Non dovrebbe forse recuperare il genius loci (sia esso quello della

strada, dei territori, dei paesaggi, dell’ambiente, ecc.) al fine di strapparci dall’oblio al quale siamo destinati? Sarà così che immagini, luoghi, territori e rappresentazioni urbane ormai deteriorate e prive di alcuna funzione riacquisteranno nuova vita. Rinasceranno in una nuova genesi.

di Marra Venanzio

è nato nel Salento e vive a Montesano Salentino. Architetto, si è formato presso lo IUAV di Venezia. Funzionario pubblico è autore di diverse pubblicazioni. Unitamente alle attività tecniche e professionali dipinge ed ha partecipato a numerose mostre. Sue opere sono state pubblicate in cataloghi, periodici e riviste.

Segno orizzontale #2

Il segno ritratto, uno stencil di una foglia finita involontariamente in una striscia bianca della segnaletica orizzontale, diventa il simbolo di una ricerca necessaria, dichiara l’attenzione

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della città per il paesaggio e l’ambiente, per una natura che a volte c’è nella sua assenza e chiede di tornare alla vita. Riflette i graffiti, le parole sui muri, i campi da gioco improvvisati: atti altrettanto involontari e necessari.

di Michele Porsia

(Termoli, 1982) abita a Praga dove lavora con la CCEA (Centre for Central European Architecture) e con il Moba studio. Opera nella cultura, in progetti di arte contemporanea e nell’architettura dalla teoria urbana al disegno di arredi. Ricerca. Cerca con dedizione lo sconfinamento tra l’architettura, le arti visive e la parola.

Around.U.rban

La foto dell’illustrazione La foto dell’illustrazione, scattata al Cairo - Egitto, riconduce immediatamente all’esperienza di chi, vivendo l’urbano, si ritrova circondato da tanti fattori quali appunto segni, tecnologie e spazi che probabilmente lo fanno credere proiettato in una realtà im-

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materiale. Un luogo quindi informe e distinto nella realtà, ma “fantastico” e perfetto in cui vivere. Qualsiasi imperfezione urbana nota e visibile all’uomo può esser resa ideale e abitabile grazie a piccoli cambiamenti di cui spesso non ci si rende conto.

nelle tombe abitate, sono un invito a riflettere sulle capacità di resistenza ed adattamento delle popolazioni marginalizzate. Fare luce sui luoghi informali cambiandone la diffusa percezione negativa, in controtendenza alle politiche di demolizione, è ruodi Michele Radoslovich lo delle rappresentazioni Triestino, classe 1988. Sin da urbane per una rigenerapiccolo manifestavo interes- zione urbana giusta e sose verso l’arte, il disegno, il stenibile. costruire (soprattutto con i lego) e la fotografia. Diplomato come perito sp. Edilizia ora sto approfondendo i miei studi e mi sto laureando in Architettura presso UNITS.

Più luce sulla città informale

di Francesca Giangrande

Master in Urban Planning and Policy Design al Politecnico di Milano. Esperienze di ricerca urbana in Egitto ed Ecuador. Interesse per studi sulla migrazione transnazionale, sulle politiche urbane e strumenti di piano per contrastare la segregazione e l’ingiustizia socio-spaziale; per strumenti di cooperazione, con focus sulle metodologie di progettazione partecipata.

Al Qarafa è una grande e antica necropoli islamica del Cairo, nota anche come Città dei Morti, enorme slum dove centinaia di migliaia di residenti abusivi si accordano in modo in- Rappresentare formale con i proprietari i tessuti per custodire gli hawsh Tessuti e limiti della città si (tombe). aprono agli occhi di chi li Le foto, scattate nel 2012 vive spesso diversamente

UrbanisticaTreiQuaderni#03


da come si riesca a scorgerli dall’alto. La bellezza dell’urbano è nella sua complessità strategica, fatta di linee ed ambiti variabili, che si sviluppano in sistemi relazionali disomogenei o polarizzanti, legati a presenze geomorfologiche e servizi urbani che ne condizionano dimensioni e qualità. Il disegno diventa così sempre più complesso ed articolato, ricco di¬ pressioni interne ed esterne, giochi di ruolo nei quali poter analizzare presente e futuro dell’urbano. Studiare la formazione di tali livelli complessi aiuta a prevedere e prevenire l’innescarsi di logiche estranee al territorio.

progettista nel campo dell’architettura strutturale e parametrica.

di Maria Chiara Virgili

Nel 2012 consegue con lode il titolo magistrale in architettura con una tesi sperimentale sulla ricerca del minimo strutturale di elementi complessi. Poco dopo si abilita all’esercizio della professione. Attualmente vive a Roma dove partecipa a seminari universitari sulla storia delle costruzioni e lavora come

Apparati

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i QUADERNI #03 settembre_dicembre 2013 numero tre anno uno

URBANISTICA tre

giornale on-line di urbanistica ISSN:

1973-9702

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